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Un prodigioso ragazzino keniano sfonderà le due ore nella maratona di Tokyo: conteso fra Est e Ovest con spietatezze lecite e illecite, il ragazzino volteggerà nella burrasca afosa di un’avventura che si conclude al termine del romanzo I leggeri di Nairobi (14 euro, 162 pagine, Rubbettino Editore). L’autore, Marco Ciriello, è un Bartleby estroverso prolifico nella narrativa e sui giornali per asserire “I would prefer not to” attraverso la scrittura.

Postmoderna, a doverla proprio cercare, è la collocazione stilistica di Ciriello, ma costeggiando un Sud America che comincia dalla Terra del Fuoco e finisce nella Terra dei Fuochi, come fu nel Vangelo a benzina, con passaggi obbligati per lo sport e soprattutto nel calcio (per esempio, e non il solo, il Maradona del suo penultimo libro). Mentore prossimo Edmondo Berselli ma occhieggiano, nel pantheon, Viola, Brera, Mura, Soriano.

E il prodigioso ragazzino? Si chiama Muhammad Ali Okayo, e nel Kenya una folla di personaggi (e di “interpreti e apparizioni”) lo circonda, lo insidia o lo protegge ma senza mai sedurne l’innocenza. Una folla di personaggi, che vanno dal proprietario del colosso americano NK, William Vollman, cui il piccolo maratoneta serve assolutamente da testimonial per un paio di scarpe da lanciare, al presidente cinese Xi Jinping, che vuol annettere l’atleta all’Impero del Drago con le buone o ( di più) con le cattive. Ma ci sono, nell’Africa di Ciriello, anche i tre piccoli atleti della prima squadra keniana di ciclismo allenati da un ex lottatore nipponico di sumo. Poi giornalisti, medici, ministri e registi come Martin Scorsese (che recita il ruolo di Martin Scorsese) a fare la squadra con cui l’autore gioca, perché Ciriello gioca sebbene dica cose anche serie o serissime ed è questa la strategia dei Bartleby estroversi.

La metafora dell’Africa contesa fra l’aggressività dell’espansionismo cinese e il cinismo del capitalismo occidentale; la pratica sportiva quando è povera e innocente; il sogno al termine non della notte ma di una lunga, lunghissima corsa. Queste sono le cose serie o serissime, più altre infilate per righe e capoversi come i bigliettini che si ripiegano tra le fessure nel Muro del Pianto.

E le cose divertenti? Sono tutto il resto. Quando la narrativa rivendica un quarto d’ora di fuga dallo schianto e dalla lagna. Persino nell’era di commissari, ispettori, detective e marescialli di ogni ordine e grado (e vizio e vezzo, perché è regola che ciascuno ne abbia). Persino nell’era dell’intimismo tra infanzie assai tristi o troppo favolose ieri e aperitivi su Zoom e tostapane rotti come cuori infranti oggi – quando per diventare adulti bisognerebbe saper giocare.

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