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Sugli scaffali ci sono più libri sugli scrittori di quanto senno del poi ci sia nelle fosse, ma quanti autori si sono davvero presi la briga di raccontare non il mondo intorno al proprio ombelico quanto piuttosto quell’incantevole universo in cui si muovono loro, i loro eroi e i loro lettori? Ecco: Carlos Ruiz Zafon era uno dei pochi. Anzi, è l’unico ad aver scritto sui libri un romanzo tecnicamente perfetto, perché perfetto è l’inganno in cui guida il lettore. La convinzione di muoversi in un thriller gotico e la scoperta di essere stati ammaliati da una delle passioni più travolgenti: quella per la lettura.

Sul suo romanzo più celebre – ‘L’ombra del vento’ – sono stati scritti fiumi di parole: dalle recensioni, alle tesi di laurea. E tutti a indagare su quale fosse la vera stregoneria che ha incantato milioni – letteralmente milioni – di persone intorno a una storia che, a raccontarla per sommi capi, risulta meno verosimile di un Harry Potter.

La stregoneria di Ruiz Zafon

Per quanto Zafon possa essere lo spagnolo più letto al mondo dopo Cervantes, di sicuro sono più quelli che sanno citare a memoria tutti i personaggi della Casa di Carta che quelli che conoscono i titoli di tutti i suoi romanzi, ma con lui tutti gli scrittori, gli editori e i librai del mondo avranno per sempre un debito: aver tirato fuori i libri dal polveroso mondo in cui una certa visione elitaria, gelosa e miope li aveva confinati e averli resi protagonisti di una serie di romanzi popolari. Oggetti non di un culto sterile, ma quasi personaggi in carne e ossa capaci di essere insieme Indiana Jones e il Santo Graal.

Come fosse possibile tutto ciò, lo raccontava lui stesso nelle interviste: stregoneria. Non quella che lui era capace di fare attraverso parole incantatrici, ma quelle che si portava dentro e alle quali aveva cercato invano di fuggire. Nei suoi romanzi raccontava sempre Barcellona: una città misteriosa e inquietante che milioni di fan hanno cercato di ritrovare in pellegrinaggi nei luoghi delle sue storie, ma dalla quale mancava da quasi trent’anni. Una Barcellona che viveva più nella sua anima di scrittore che nelle vie affollate di turisti e che neppure decine e decine di anni trascorsi nel suo esatto opposto – la vacua, volubile e sbrilluccicante Los Angeles – erano riusciti a cancellare.

Come le favole della buonanotte

Nelle sue opere sono stati cercati e trovati similitudini e paralleli con scrittori come Poe e Dumas, ma chi lo conosceva lo racconta come lontanissimo dalla figura del bibliofilo austero che le sue storie – insieme con l’aspetto e una certa riservatezza – lasciavano supporre. “Il cimitero dei libri dimenticati” diceva parlando del luogo che è al centro dei suoi romanzi di maggior successo “è una metafora, non solo per i libri ma per le idee, per il linguaggio, per la conoscenza, per la bellezza, per tutte le cose che ci rendono umani, per la raccolta della memoria”. E per questo l’eredità che ci lascia non è quella di un incantatore, né quella di un imbonitore. Ma è una sensazione straordinariamente simile a quella che davano le favole raccontate dalla mamma prima della buonanotte: un po’ di inquietudine, ma tanta voglia di sentirle ancora.

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