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Venezia colpita dalla furia degli elementi, ma anche dagli effetti dell’azione dell’uomo che ha accelerato il cambiamento climatico, è uno degli scenari in cui si svolge l’ultimo romanzo presentato in questi giorni in Italia dallo scrittore indiano Amitav Ghosh, l’Isola dei fucili.

Fra i suoi personaggi, c’è anche una famosa studiosa di storia veneziana, Giacinta Schiavon, e si parla della chiesa di Santa Maria della Salute, eretta dai veneziani al termine della terribile pestilenza del 17esimo secolo. “E’ come un grido che viene dal passato e ci ricorda la fragilita’ della condizione umana – ha detto Ghosh durante la presentazione milanese del suo libro a Bookcity – In quegli stessi anni del ‘600 si assisteva a una ‘piccola era glaciale’, con fenomeni atmosferici estremi. Noi uomini attuali abbiamo un atteggiamento molto più arrogante, non ci verrebbe mai in mente di erigere un monumento dopo l’acqua alta di questi giorni”.

Ghosh si è sempre interessato delle questioni legate ai cambiamenti climatici, ben presenti in tutta la sua opera. Ne ‘L’isola dei fucili’ si intrecciano con l’altro grande fattore di crisi contemporaneo, le migrazioni. “Da quando ho finito di scriverlo, mi sono successe diverse esperienze strane. Come se avessi avuto dei presagi, non solo l’acqua alta a Venezia, anche l’incendio al Getty museum e persino i ragni velenosi, sempre a Venezia. Forse mi sono un po’ troppo immedesimarsi nelle visioni della mia storica”.

Lo scrittore del Paese delle maree si dice un “forte ammiratore della rabbia di Greta Thunberg” perché, spiega, “hanno ragione i giovani ad essere arrabbiati. Abbiamo vissuto scialacquando, ma accumulando un debito nei confronti della Terra, fatto di rifiuti e inquinamento. Ora sono loro, i giovani, che si ritrovano a dover pagare questo debito, e giustamente si arrabbiano”.

Ma Ghosh si rifiuta di essere catastrofista come lo sono gli allarmi di certe correnti ambientaliste. “Nell’angolo di mondo dal quale provengo – ha osservato – c’è un’apocalisse ogni giorno. Ha ragione il filosofo Giorgio Agamben quando si chiede ‘che cosa rimane’. Il nostro sforzo deve essere quello di rivolgersi a quello che conosciamo meglio, il passato, per capire che cosa ci resta per rimanere umani”. 

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