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Linguista, psicanalista, filosofa, semiologa e femminista: Julia Kristeva, classe 194, è nata in Bulgaria ma è francese d’adozione, per aver vissuto a Parigi da quando aveva poco più di vent’anni. È stata molto attiva nella vita culturale di quella città nel periodo post sessantottino, ed è stata una delle prime teoriche del concetto di “intertestualità”. Ha collaborato con importanti personalità francesi e internazionali come Michel Foucault, Roland Barthes, Jacques Derrida e Philippe Sollers, suo marito, e anche Umberto Eco. È la fondatrice del premio dedicato a Simone de Beauvoir, assegnato negli anni fra l’altro quest’anno alla giovane pakistana Malala Yousafzai e all’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini.

L’Università Iulm di Milano le ha conferito la laurea honoris causa in Traduzione e interpretariato; in questa occasione, ha risposto alle domande di alcuni giornalisti.

Lei è francese da più di cinquant’anni: come considera la protesta dei gilet gialli e che cosa pensa dell’attentato a Strasburgo?

“Mi ha colpito una frase che ho sentito pronunciare da un esponente dei gilet gialli: ha detto che la nazione vuole un padre che la capisca. È una richiesta di complicità nel bisogno e nel progetto di vita. Le richieste non sono chiare, ma è invece chiaro che si vuole vivere e dare un senso alla propria vita. Non serve provvedere solo alle esigenze materiali, ma anche affrontare le angosce della gente, le esigenze psicologiche. La sofferenza economica ha portato anche a una sofferenza psicologica. Quanto a Strasburgo, la situazione non è chiara per ora: qualcuno dice che è stata la reazione di un delinquente, altri che ha agito su ispirazione del radicalismo islamico perché si è convertito in prigione, ma c’è probabilmente un po’ di tutte e due, e parte da una miseria sociale che conduce a rivincita, odio e distruzione. Un’esplosione di angoscia che in psicanalisi chiamiamo dissociazione di se’: qualcuno che, invaso dalla propria aggressività, rompe e distrugge tutto quanto gli sta attorno. Molti giovani fragilizzati da diverse ragioni psicosociali credono di trovare una soluzione indossando ideologie radicali e gli ideali religiosi servono loro da bombe, con un uso politico distruttivo dell’odio che provano. Espressioni religiose in realtà lontane dalla complessità del linguaggio religioso”.

Nella sua lezione magistrale ha parlato di federalismo europeo: pensa ancora che sia possibile? Le elezioni europee dell’anno prossimo non sembrano andare in quella direzione

“È il minimo che si possa dire! Per questo ho parlato di ‘avviso di burrasca’ sull’Europa, e non parlo solo del federalismo. L’Europa federale è ancora molto lontana. Le nazioni e gli uomini, scriveva Giraudoux, muoiono di impercettibili maleducazioni: un malinteso universalismo e il senso di colpa coloniale hanno condotto attori politici e ideologici a commettere, spesso nascosti dietro al cosmopolitismo, tali impercettibili maleducazioni, esprimendo disprezzo e arroganza per le nazioni: hanno contribuito ad aggravare la depressione nazionale spingendola verso l’esaltazione maniaca, nazionalista e xenofoba. Da psicanalista posso testimoniare che i depressi non si rendono conto di esserlo, ma quando lo fanno si possono curare”.

Il titolo della sua lezione magistrale è ‘La cultura europea esiste’. È ottimista sulla possibilità di ripartire da questo per ricostruire l’Europa?

“Sono troppo ottimista? Mi definisco piuttosto una pessimista energica, che punta ad iniziative concrete. Per evidenziare i caratteri, la storia, le difficoltà e le potenzialità della cultura europea, possiamo immaginare di organizzare un forum a Parigi e Milano sul tema ‘Una cultura europea esiste’ con la partecipazione di intellettuali, scrittori e artisti eminenti dei 28 paesi europei in rappresentanza di questo caleidoscopio linguistico, culturale e religioso. Purtroppo l’Unione europea non ha una politica culturale, tanto che la parola cultura non appare nei trattati. Viene intesa solo come celebrazione dei rispettivi patrimoni. Dovrebbe invece basarsi sui tre pilastri della nostra tradizione culturale: la nozione di individuo, non in quanto narciso onnipotente ma come singolarità problematica; la nazione in quanto comunità in evoluzione e non chiusa; gli ideali religiosi che creano la dualità fra bisogno di credere e desiderio di sapere. Anche se la nostra cultura e quella americana sono compatibili e complementari, sono diverse: oltreoceano prevale l’individualismo imprenditoriale, da noi l’incontro e il dialogo. Ma entrambi i concetti sono in crisi, per ragioni politiche: la crisi della democrazia. Ora l’Europa si trova davanti a una sfida storica, deve soddisfare quel ‘bisogno di credere’ espresso dai cittadini”.

Lei è considerata una femminista, l’erede di Simone De Beauvoir in Francia. Che ruolo possono avere le donne in questa crisi dell’Europa?

“La nostra cultura europea è una cultura dei diritti delle donne. Dal secolo dei Lumi, alle suffragette inglesi, passando da Marie Curie, Rosa Luxembourg, Simone de Beauvoir e Simone Veil, l’emancipazione delle donne attraverso la creatività e la lotta per i diritti politici, economici e sociali, che continua oggi, offre un terreno comune alle diversità nazionali, religiose e politiche delle cittadine europee. Questo tratto distintivo della cultura europea è anche un’ispirazione e un sostegno alle donne del mondo intero, nella loro aspirazione alla cultura e all’emancipazione. Recentemente, il premio Simone de Beauvoir per la libertà delle donne è stato assegnato alla giovane pakistana Malala Yousafzai, gravemente ferita dai talibani perché rivendicava dal suo blog il diritto delle giovani all’educazione”. 

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