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Dice Natalia Aspesi: “A pensarla oggi che sappiamo di non incontrarla più, a parte nelle meravigliose interviste concesse a Simonetta Fiori, Inge non ha mai parlato davvero di sé, si è sempre difesa come in una fortezza impenetrabile però con bandiere e luminarie festose e colorate, chiacchierando di tutto. Alla fine sappiamo le storie della sua vita, ma è di lei che sappiamo molto poco”.

Le fotografie

Inge Feltrinelli si è spenta il 20 settembre 2018 all’età di 88 anni. Era nata a Essen, in Germania, il 24 novembre del 1930, figlia di un ebreo tedesco e di una luterana. Per sopravvivere alle privazioni del dopoguerra, si inventò il mestiere di fotoreporter in giro per il mondo, e divenne presto una fotografa affermata.  Quasi tutti i quotidiani hanno pubblicato oggi il celebre autoscatto in bianco e nero con Ernest Hemingway del 1953, che campeggia nelle librerie Feltrinelli.  Un anno prima, il suo primo scoop fu uno scatto rubato e Greta Garbo (immortalò poi Picasso, Hemingway, Kazan, Kennedy). 

Era da poco arrivata a New York, imbarcandosi da Amburgo, come un “misto di Audrey Hepburn e Leslie Caron”, ricorderà il figlio Carlo nello struggente libro scritto in memoria del padre “Senior Service”, dal nome delle sigarette che Giangiacomo Feltrinelli, editore comunista e miliardario, fumava quando la incontrò la prima volta a un party dell’editore Rohwolt, di ritorno ad Amburgo. Aveva 28 anni ed era bellissima. 

Si sposarono in Messico nel 1959 e cominciò la sua avventura italiana, letteraria e politica, per “cambiare il mondo” a caccia di autori, che in molti divennero suoi amici (tra questi, Garcia Marquez, Doris Lessing, Nadine Gordimer). Dopo la tragica scomparsa del marito, trovato morto ai piedi di un traliccio di Segrate nel 1972, salvò la casa editrice nel clima cupo degli anni di piombo, circondandosi delle persone giuste, lasciando poi le redini della società nelle mani di Carlo, che era nato nel 1962.  

Gli scrittori

Si è battuta per mantenere una continuità con il filone tradizionale della casa editrice, che aveva pubblicato i principali autori contemporanei, alla ricerca di filoni narrativi nuovi, come gli scrittori dell’America Latina, e poi sviluppando la catena della libreria. 

Amica di scrittori e intellettuali, amava le feste ma non per una mondanità sterile, sempre lontana dall’alta borghesia milanese; la sua casa brulicava di persone svariate purché “simpatiche”, stimolava i suoi autori parlando con il suo italiano che non aveva perso l’accento tedesco, coccolandoli; li accoglieva indossando abiti dai colori sgargianti e fantasiosi orecchini di bigiotteria. 

Inge, che alla Fiera di Francoforte si infilava in un turbinio di incontri, ma che non era mai spericolata al lavoro se non quando correva in bicicletta per le strade di Milano, è diventata una icona della cultura italiana più internazionale. 

Scrive Mario Baudino sul quotidiano torinese che quando, tre anni fa, la casa editrice celebrò i sessant’anni di vita al Salone del Libro, “la regina dell’editoria italiana trovò una definizione che riassumeva tutto quanto le era accaduto nel tempo: la “febbre frenetica” di un gruppo di giovani intellettuali cosmopoliti che si cercava e annusava tra Europa e America. «Idealisti e antifascisti, in un momento in cui tutti i giovani intellettuali erano come noi, e infatti tutti lavoravano per noi, in un incredibile via vai. Giovani briganti e frenetici come Enrico Filippini, Valerio Riva, Nanni Balestrini, tutti maschi. E poi Bourgois in Francia, Jonathan Cape in America, Michael Kruger in Germania e tanti altri… Io ero la sola donna»”

Dice ancora Baudino che “Inge Feltrinelli, l’amica degli scrittori e degli intellettuali, la donna che sapeva far lavorare insieme le personalità più disparate, o far da levatrice a grandi libri che magari non aveva neppure letto, amava l’aneddoto riferito a Ernst Rowolt, fondatore dell’omonima Casa editrice, che “annusava i libri e solo dopo tre pagine sapeva se andava bene”. Un po’ come Giulio Einaudi, del resto, che annoverava tra i “fari” cui guardavano, almeno i primi tempi della Feltrinelli, lei e Giangiacomo”.

“Nel clima rovente del 1968”, ricorda Baudino, “venne cacciata da un lussuoso hotel di Francoforte, dove risiedeva per la Buchmesse, la fiera internazionale del libro perché aveva nascosto in camera Daniel Cohn-Bendit ricercato dalla polizia. Quando nel 1962 pubblicarono Il Tropico del Cancro, libro allora scandaloso di Henry Miller, fingendo di averlo stampato in Francia, solo per il mercato estero, e per cinque anni, ci raccontò, «lo vendemmo, in Italia, diciamo così di contrabbando. Fu una cosa molto misteriosa»”.

 

Le conversazioni

Nel 1964 la coppia era all’Avana per lavorare con Fidel Castro sulla sua biografia. La Feltrinelli era diventata famosa per con Il Dottor Zivago di Pasternak, che era stato pubblicato nel ’57 dopo essere stato trafugato clandestinamente dall’Unione Sovietica. Pochi mesi dopo era uscito il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

“Era una conversatrice affascinante nel suo italiano forse volutamente, – e caoticamente – straniero, a partire dall’accentro un po’ tedesco e un po’ americano, per arrivare agli improvvisi neologismi o ad altrettanto subiteanei terremoti sintattici”, ricorda Baudino.

L’amica Eva Cantarella “faceva parte di quel mix internazionale d’intellettuali che la vulcanica editrice ha ricevuto per anni nella sua casa di Milano oltre che nella villa in Monferrato”, scrive Chiara Beria di Argentine, che raccoglie il ricordo della nota grecista: “Inge non era per niente snob. Certo, da lei s’incontravano i suoi amici e autori spesso stranieri ma anche tanti giovani. Il suo era l’anti-salotto alla romana”. E ancora: “Coraggiosa, vitale, colorata, anticonformista. Fin da giovane e in tutta la sua vita ha affrontato anche dolori e difficoltà riuscendo a tenere tutti insieme […] lei era irripetibile”.

Superati gli anni di piombo, quando anche a Milano arrivano tempi più sereni, “al 6 di via Andegari, nell’antico palazzo di famiglia e sede della casa editrice, Inge Feltrinelli offre pranzi e cene ad altro tasso di affettuosità anche se di lavoro”, scrive ancora Beria di Argentine. “Una grande passione per il ballo («Voglio ricordare con quale gioia ballava a Venezia negli anni più felici del premio Campiello», dice il finanziere Francesco Micheli), una predilezione per abiti e accessori dai colori vivaci, tanto che ai tempo delle più rigorose sfilate di Armani spesso era la sola ai bordi della passerella vestita di rosso o arancione”. 

I posti a tavola

Gianni Riotta rievoca le sue missioni oltreoceano, “quelle impossibili giornate newyorkesi” tra lavoro, cultura e party. “L’appuntamento era da Wolf’s, sulla Sesta Strada, uno degli ultimi ristoranti “deli” che servisse a New York carne pastrami all’antica. Inge Feltrinelli arrivava di corsa, in un abito multicolore, ordinava parlando in varie lingue ai camerieri veterani, poi interrogava: “Chi pubblica la New York Review of Books? Chi è il graffitista del giorno, Haring, Basquiat o Scharf? Che dice Vanni Sartori alla Columbia di politica italiana? Possiamo comprare uno dei primi computerini da Radio Shack?”.

Nel ricordare che non c’era libro, Banana Yoshimoto o Cheever, piatto, salsicce o sushi, che non la appassionasse, Riotta, citando alcuni passaggi del libro dell’amatissimo figlio Carlo, scrive che “alle cene numerose Inge proponeva “cambiatevi di posto ad ogni portata, così conosciamo persone nuove se no moriamo di noia”, e gli ospiti seguivano obbedienti la sua contraddanza sociale”,

Inge ascoltava tutti. Riotta ricorda che un giorno “arrivai, come sempre trafelato, a un appuntamento con lei a Villa Deati, suo ritiro in campagna. Un grammofono suonava in giardino, tra i tanti ospiti illustri, Inge si accorse che l’autista de La Stampa, che mi aveva accompagnato, era rimasto in disparte, imbarazzato. Lo invitò a un valzer, facendolo volteggiare sul pronto, «Fateci una foto e che sia bellissima»”.

Fu grazie a Inge che Maurizio Maggiani ha capito “di non essere un vuoto a perdere sepolto nella sterminata discarica dell’editoria letteraria”. Era la primavera del 1995 ed era da poco uscito il Coraggio del Pettirosso. Ricorda Maggiani: “Mentre mi aggiravo con circospezione per via Andegari 6 alla ricerca di qualcuno che, senza offesa, mi confermasse se quello che avevo appena pubblicato era senz’altro il mio quarto, vasto, insuccesso, mi venne incontro questa signora Inge, fino ad allora solo fuggevolmente e rarissimamente intravista, e mi prese e mi abbracciò ordinando all’universo intorno: uno sciampagnino per Maggiani, uno sciampagnino per il nostro autore!”

Un'idea di sé

Cosa diceva Inge di Inge medesima? Lo scrive Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera. Quando, dopo la fuga del padre, direttore ebreo di una grande industria tessile, costretto a nascondersi in Olanda, si trasferisce da Essen a Gottingen, grazie alla coraggiosa madre che la mette sotto la protezione di un ufficiale della cavallerie tedesca che le fece da patrigno, prima che la caduta di Hitler le aprisse gli occhi sul nazismo, spingendola ad allontanarsi dalla famiglia e dalla tragedia storica che aveva vissuto inconsapevolmente, “Si descrisse come una ragazza senza particolari talenti ma “vivace, allegra, incredibilmente curiosa e dotata di una buona dose di faccia tosta” […] In realtà il talento l’aveva ed era, oltre alla curiosità, la capacità di fiutare e trattare le persone. Un talento umano più che intellettuale”.

Paolo di Stefano racconta la sera in cui Inge incontrò il futuro marito la sera del 14 ottobre 1958, ad Amburgo, di ritorno dal Ghana, in un party negli uffici dell’editore Rowohlt.  Giangiacomo Feltrinelli era un editore miliardario e rivoluzionario, e aveva da poco diffuso nel mondo occidentale il romanzo di Pasternak. “Li presentai, simpatizzarono, direi che si intesero subito e quando lasciarono la festa, credo non avessero bisogno di nessun altro”, raccontò Rowolht. Inge si trasferisce a Milano proprio nei mesi in cui Feltrinelli sta pubblicando il Gattopardo.

“Con la sua pronuncia tedesca che non aveva mai stemperato, con i suoi accenti spesso sbagliati, Inge Feltrinelli era una straordinaria narratrice orale: raccontava con entusiasmo l’incontro a Cuba con Hemingway in preda all’alcol, le feste a Francoforte con Wagenbach e Fischer, le scorribande con Vázquez Montalbán, al mercato del pesce di Barcellona,  la conquista ardua di Marguerite Duras con i suoi capricci (L’amante nel 1985 servì a dare respiro alla casa editrice), la prossimità sororale con Nadine Gordimer e Doris Lessing, la severità di Max Frisch, l’angoscia di Isabel Allende dopo la morta della figlia. E l’amicizia quasi cameratesca con Antonio Tabucchi, la visita al vecchio “sporcaccione” Charles Bukowski nella casa di Sam Pedro, i selvaggi moustaches di Günter Grass e le sue famose zuppe di pesce, l’allure di Gabo al divo di Hollywood dopo il Nobel”.

Il figlio Carlo

Sempre al fianco del figlio Carlo, “lui la mente, io l’anima, ma spesso ci scambiamo i ruoli”, diceva. Richard Ford, grandissimo amico, la conobbe quando aveva già 45 anni, “non ero uno scrittore giovane da far crescere, ma mi adottò. Lo sa che nessun editore italiano mi aveva voluto?”, dice nell’intervista a Matteo Persivale. Parla di Inge quasi sempre al presente quando la descrive come “una di quelle persone che quando non ci sono più, ti fanno sentire sperduto nel presente. Come il giorno in cui è mancato Umberto Eco”. Fu proprio Inge a presentargli Eco. “Amava presentare altri scrittori ai suoi amici scrittori: sapeva che ne sarebbero uscite cose interessanti […] ma tutto avveniva nella massima serenità […] il più delle volte a tavola si discuteva di cibo o di vini. Inge dice sempre di essere rimasta la tedesca che veniva da un villaggio. Inge è allergica agli snob, li irride. Non l’ho mai vista frequentarne uno”.

I salotti, la Scala

“Credo che la parola vip le sarebbe apparsa una parolaccia, se qualcuno avesse osato dirlo a lei”, scrive Natalia Aspesi, che ricorda anche come del suo lavoro “gli amici non la sentivano parlare, anche quello era come un impegno privato, che non doveva interessare, o annoiare, gli altri: qualcosa di cui non si sarebbe mai vantata perché quelli che lo facevano le parevamo “mezzecalze””.

Non si assoggettava agli obblighi dell’alta borghesia lombarda. Per esempio, scrive ancora Aspesi, “non aveva un cosiddetto salotto, ma un grande spazio grondante di libri, con stupendi quadri antichi e molti divani, che si apriva su una sala da pranzo col tavolo straripante delle celebri ricette milanesi di casa: sempre le stesse, una tradizione famigliare ma anche culturale: risotto, insalata russa, cotolettine, cotechino col purè, creme caramelle, ecc. […] Inge era molto libera: per esempio, non amando particolarmente la musica, non appariva come tante altre alle inaugurazioni della Scala giusto per esserci. Invece sola sola, al primo spettacolo del pomeriggio, sgattaiolava nei cinema a godersi in solitudine i film”. 

Gli orecchini

Amava la moda, sì, e di sicuro aveva bei gioielli, “ma la si è sempre vista fin quando li ha portati, con enormi orecchini finti; mai con abiti di sartoria, non incline alle mode, era molto appassionata di un fitto guardaroba qualsiasi, purché sufficientemente sgargiante, con la predilezione dell’arancione, il giallo, i fiori, orrore per i colori dell’eleganza milanese, nero, grigio, beige”.

Non amava i pettegolezzi. “Simpatico” era l’aggettivo massimo che usava per le persone e le situazioni che apprezzava. Le piacevano le feste e naturalmente era invitata ovunque “ma non ovunque andava”, continua Natalia Aspesi. “Agganciata da tutti, accettava al volo un paio di drink e poi frettolosamente scompariva. L’aspettavano i suoi amatissimi libri e non solo i Feltrinelli: e ne regalava”.

Inge amava fare regali agli amici. E così “ogni tanto alle persone che le volevano bene”, scrive ancora Aspesi, arrivava un suo sacchettino, un libro, dei cioccolatini, la cartolina di una mostra su cui si cercava di indovinare quel che voleva dire con una scrittura del tutto incomprensibile”.

Le feste (e come uscirne)

Negli ultimi tempi non era stato possibile non notare la sua assenza a inaugurazioni e cene. L’ultima festa l’aveva data ad aprile a Villadeati per il compleanno del suo compagno, Tomas Maldonato. “Inge si stava spegnendo, già lontana dal dolore e della rinuncia. Solo i suoi lo sapevano, il figlio Carlo, la nuora Francesca, i nipoti, Tomas, le persone molto amate che non esibiva mai, come non fosse il caso di essere, per gli altri, anche una mamma, una nonna, una compagna. Cose sue, solo sue”, conclude Aspesi.

“Inge sapeva sempre come fare, anche lasciare una festa senza che gli altri se ne accorgessero. Quasi di nascosto, con leggerezza, senza i noiosi rituali dei saluti e dei commiati. Dov'è Inge? Inge se n'è andata. Inge non c'è più. Così ha fatto anche nella sua ultima uscita, quella più difficile”, scrive Simonetta Fiori.

“Non c’è stato niente di luttuoso nel suo commiato, nessuna cerimonia d’addio”, continua Fiori. “Prima ha scelto di ritirarsi tra i suoi ricordi […] Poi ha voluto proteggere il suo professore, Tomas Maldonado, l’amore della seconda vita, nascondendogli la sua immagine ammaccata, resa opaca dalla malattia. E poi Inge s'è congedata da tutto, dalla sua bella casa di via Andegari, la stessa da sessant'anni, proprio davanti alla casa editrice. E poi da Carlo, il figlio molto amato. E dai nipoti. Ma senza drammi, senza troppi rituali. Come ha sempre fatto nei suoi ottantasette anni di vita, abituata non a rimuovere il tragico ma a sconfiggerlo con una prepotente vitalità. E se le forze vengono meno, meglio rincantucciarsi nella propria stanza, nel sonno e nel silenzio”.

“In casa editrice la chiamavano If, dalle iniziali del nome. E per una curiosa coincidenza if nella lingua inglese indica un'ipotesi, un'eventualità, una condizione possibile ma non certa, come niente appariva prevedibile nella sua scalpitante impazienza. A cominciare dalla sua vera indole, che non si finiva di scoprire. Perché non bisognava fermarsi alla sinfonia di colori aranciati né all'attitudine ballerina sfoggiata nelle bookfairs di tutto il mondo né alla parlata cosmopolita con cui poteva dire di tutto, anche dare dell'imbecille all'osannato bestsellerista del momento senza che lui se ne accorgesse”.

La madre Trudl

Anche Simonetta Fiori ripercorre gli anni della giovinezza, ricordando come nella Germania di Hitler sfiorò la deportazione perché figlia di padre ebreo. Si salvò grazie all'energica madre Trudl che indusse il marito Siegfried a scappare in America, sostituendolo ben presto con un ufficiale della cavalleria tedesca garante della loro sopravvivenza. Il dopoguerra significò miseria nera e disavventure famigliari – il patrigno Otto prima sottoposto a processo, poi morto di crepacuore – alla ricerca d'un padre lontano che però la respinge”.

Casa Feltrinelli

Inge, bellissima, è troppo curiosa del mondo. Quando incontra Giangiacomo ad Amburgo “aveva degli zigomi fantastici, e uno zaino pieno di mondo”. Si piacciono subito, “e finita la festa da Rowohlt aspettano l'alba insieme, seduti su una panchina davanti al lago. Comincia così una storia d'amore e di editoria destinata a non finire mai”.

“Due anni dopo li ritroviamo vicini nel clima selvatico di via Andegari, caotico laboratorio di utopie e rivoluzioni. È la Milano elettrica degli anni Sessanta, la città degli Strehler e dei Paolo Grassi, la sera si mangia la cassoeula dai Vittorini insieme a Montale e la Duras”

“Casa Feltrinelli diventa il simbolo di una élite culturale mondiale che annovera Bellow e Camus, Bukowski e Arbasino, Ginsberg e Baldwin, Günter Grass e Ingeborg Bachmann. È Inge ad accogliere tutti, importando a Milano il modello berlinese dell'editore Fischer prima della guerra: la sera a cena con Thomas Mann, l'indomani a colazione con Einstein […] Aveva la capacità di annusare da lontano la fuffa, sapendo distinguere in modo fulmineo l'oro vero dalla paccottiglia”. 

Quando il 14 marzo del 1972 nella campagna di Segrate, “Giangiacomo salta per aria mentre tenta di mettere una bomba su un traliccio dell'Enel, "He is gone", aveva annotato Inge sul diario dopo il loro ultimo tristissimo incontro. È andato, non è più lui, non torna in sé. Una follia per la quale non riuscirà mai a trovare un senso. Se la casa editrice è sopravvissuta al suo fondatore, lo si deve esclusivamente a Inge”.

Il suo dovere

“Ma, per una forma di pudore, non si sarebbe mai impancata a salvatrice dell'impresa. "Ho fatto solo il mio dovere", liquidava lei ogni tentativo di monumentalizzarla. "Un misto di assennatezza ed estasi", la ritrasse Jorge Herralde, altro gigante dell'editoria affascinato dalla sua forza teutonica”.

Quando, insieme a Luca Scarzella, Simonetta Fiori girò un film sulla sua vita, “nessuno avrebbe scommesso di tenerla inchiodata nella sua stanza per quattordici ore di intervista, distribuite in soli quattro giorni. La sua irrequietezza era leggendaria. Ma lei riuscì a sorprendere perfino la sua più stretta collaboratrice – Giulia Maldifassi, ideatrice del lavoro – presentandosi all'appuntamento mezz'ora prima del ciak”

Durante le riprese, Fiori conosce “Inge disadorna del colore e dei lustrini”. Ad esempio, “quando parlava di suo figlio Carlo bambino, era soltanto una mamma che si preoccupava di farlo crescere insieme agli altri bambini, evitandogli i traumi del padre, allevato nella solitudine di una famiglia miliardaria. Una madre e basta”.

“Vorrei dire una cosa minore, di Inge”, scrive Concita de Gregorio. “Una cosa piccola, quella che penso quando la penso. Era felice di provare ammirazione per qualcuno, e di dirglielo. Di più, credo: era proprio abitata dal desiderio di essere stupita dal talento altrui. Come se si svegliasse ogni mattina dicendo: speriamo di incontrare oggi qualcosa o qualcuno che io possa applaudire”.

L’ultima volta che l’ho vista era vestita di arancio, tutte le sfumature dal sottabito alle scarpe. Mi aveva detto, una volta: «Non mi piace parlare del mio corpo, né dell’amore. Mi annoiano. L’unico grande amore è stato Giangiacomo, ho viaggiato con lui, poi ho vissuto per i libri. Però Carlo è diventato, malgrado me, un magnifico figlio». Aveva sorriso orgogliosa”.

 “Del fotografo aveva l’occhio fulminante che sa isolare il momento giusto e il dettaglio che conta, che sa arrivare all’anima del personaggio che ritrae”, ha scritto Ernesto Ferrero. 

Un’idea di cultura

Francesco M. Cataluccio ha lavorato con Inge, dalla caduta del Muro di Berlino ala metà degli anni Novanta, e la ricorda “come una donna appassionata ed esuberante. Proverbiali erano le sue sfuriate e alcuni suoi capricci espressi in una buffa lingua e che non è mai stata del tutto l’italiano. Aveva occhi piccolissimi, quasi due tagli orientali, e un sorriso sempre grandissimo. A una prima impressione sembrava sempre ‘sopra le righe’ ma, conoscendola, si capiva che la sua era una carica vitale al servizio di un’idea di cultura e editoria”.

“Era una persona appassionata e molto più intelligente di quanto il suo comportamento spesso bizzarro, e il suo abbigliamento eccessivamente sgargiante, lasciassero trapelare. Nel lavoro non era una persona spericolata: soltanto nel suo modo di sfrecciare in bicicletta per le strade del centro di Milano costituiva un pericolo per sé e per i pedoni. Penso che le cose che le facevano più paura fossero la noia e la monotonia”.

“Alla fiera di Francoforte, ad esempio, si muoveva come una vera padrona di casa, era difficile starle dietro: si ficcava in un turbinio di incontri, feste, presentazioni, dei quali sembrava non stancarsi mai. L’editoria per lei erano anche contatti personali, sussurri durante una cena, soffiate durante una festa. Ma non era una mondanità fine a sé stessa. La sua casa era sempre aperta alle persone più svariate: i suoi autori venivano coccolati coccolati e stimolati dal suo entusiasmo e della sua energia”.

I libri

“L’idea della casa editrice e delle librerie non era solo commerciale, ma una sfida: quella di portare i libri ovunque. Entrambi credevano che fossero necessari al benessere”, scrive Ginevra Bompiani.

“Nel 1983, mio padre, Valentino Bompiani, ebbe l’idea di una Scuola per Librai, che suo nipote Luciano Mauri, capo delle Messaggerie italiane, fondò, insieme a Inge Feltrinelli e Ulrico Hoepli, che ne furono da allora i più assidui promotori e collaboratori.

“Era lei che invitava gli ospiti stranieri alla settimana finale della Scuola, che si teneva a Venezia alla Fondazione Cini. Era la sua ambasciatrice nel mondo. Quando gli allievi arrivavano all’isola di San Giorgio e la vedevano, ammutolivano di emozione. Perché Inge era anche, nell’animo e di fatto, libraia.
Ricordo che quando, con la mia amica Roberta Einaudi, fondammo la casa editrice nottetempo, e scegliemmo la sala dell’Arci Bellezza di Milano per il primo incontro con i librai, se ne presentarono quattro. Una dei quattro era lei. E fu lei ad accoglierci alla Scuola per Librai l’anno dopo, novizie attempate com’eravamo, e a festeggiare la nascita di una nuova casa editrice”.

“L’ho sentita in un video dire una cosa a difesa del libro di carta che non avevo mai sentito o pensato prima: non si può leggere a un bambino sulla spiaggia una fiaba di Grimm su Kindle”

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