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La trasformazione in un museo moderno della Pinacoteca di Brera sta per completarsi: entro la metà di giugno, meno di tre anni dopo la sua nomina, avvenuta nel luglio 2015, il direttore James Bradburne avrà portato a termine il suo impegno a ridisegnare i percorsi, rendendoli più coerenti e piacevoli per i visitatori e rinnovando le 28 sale del palazzo di via Brera. “Il valore di un museo – ha detto in un’intervista all’Agi – non deve essere solo quello di attrarre i turisti, ma quello di avere un ruolo nella città. La sua identità, legata alla città in cui si trova, comprende la valorizzazione delle opere, la loro tutela e la possibilità per tutti di goderne”.

Bradburne, 62 anni ben portati, parla un italiano molto buono anche se con un forte accento britannico e indossa uno dei suoi “famosi” panciotti damascati. Si prepara a una giornata intensa: in questo lunedì della settimana di Pasqua presenta alla stampa il penultimo passaggio del riallestimento complessivo della Pinacoteca, quello dei grandi “saloni napoleonici”, dove sono custoditi i capolavori del rinascimento lombardo e veneto, di autori come come Veronese, i fratelli Bellini, Tintoretto, Foppa, Bergognone. E inaugura il il “sesto dialogo” della serie di confronti fra capolavori della Pinacoteca e opere in prestito che il direttore Bradburne ha inaugurato due anni fa, quando ha deciso che Brera non avrebbe più realizzato grandi mostre ma valorizzato la collezione permanente con prestiti mirati.

Si tratta questa volta del manierista Camillo Boccaccino: il dipinto di Brera, Madonna col bambino in gloria, “dialoga” con Venere e Amore, della collezione Geo Poletti, e Amore che si specchia nello scudo da una collezione privata e con la tavola Venere e Amore di Giulio Cesare Procaccini. Anche se il quadro più famoso, a giudicare dalle cartoline acquistate nel negozio del museo, è sempre il romantico “Bacio” dell’ottocentesco Hayez, ora si punta soprattutto sul ‘500.

Che cosa sono i “dialoghi”?

“Non sono mostre, ma un modo di riportare l’attenzione sulla collezione permanente. Fin dall’inizio abbiamo deciso di non fare mostre: sono un modo opportunistico di fare venire persone con opere non legate alla collezione permanente, che secondo me è il cuore dell’esperienza. Abbiamo deciso di tutelare, valorizzare e riallestire le 38 sale, senza mai chiudere il museo ma rinnovando un pezzo per volta. Ogni volta che abbiamo riaperto le sale ristrutturate, ne abbiamo approfittato per organizzare un ‘dialogo’.  Per le sale napoleoniche, che sono le più importanti della Pinacoteca, abbiamo scelto il Boccaccino, con un dialogo sugli Amori, il sacro e il profano”

In che cosa consiste il rinnovamento delle sale?

“Ogni volta riallestiamo le sale con nuove luci, colori di fondo e didascalie, ma anche una nuova organizzazione della visita. Per noi è tutto chiaro, ma per i visitatori il museo è un mistero. Il nostro obiettivo è rimettere il visitatore al centro dell’esperienza. Deve capire perché le opere sono disposte in un certo modo. Abbiamo riordinato un percorso cronologico e geografico, che ora si legge come un circuito coerente. La collezione moderna è destinata a Palazzo Citterio (un vicino edificio storico che prossimamente esporrà una parte della collezione braidense, ndr): sono quadri importanti, al livello di un Moma, ma erano dissonanti rispetto alle collezioni del ‘500 e per questo le abbiamo tolte per il momento. Abbiamo invece reinserito nel percorso il ciclo degli affreschi, uno dei tesori del ‘500, e anche i leonardeschi”.

Che cosa troverà il visitatore a partire da giugno?

“Entrerà in un museo completamente riproposto, le opere sono le stesse ma saranno disposte in una relazione diversa fra loro, proposte diversamente. Anche i depositi saranno visibili. Il museo non deve solo mostrare. Deve studiare, restaurare, conservare. Il pubblico deve sapere che il museo non è solo un’attrazione per i turisti, ma fa parte della identità cittadina e ha il compito di conservare le tracce del nostro passato, tutelandole e valorizzandole”.

Oltre alle 297 nuove didascalie, ce ne sono 21 “di autore”, (l’ultima è firmata Orhan Pamuk) e 39 per famiglie e quelle speciali: è un modo di attirare un pubblico diverso?

“La valorizzazione e la tutela prevedono anche programmi per famiglie e bambini, per ipovedenti e per malati di Alzheimer. Siamo un laboratorio, stiamo facendo esperimenti con didascalie che possano essere utili anche a persone con problemi di vista, per esempio. Ma abbiamo anche sviluppato una profonda connessione con la musica: Milano è una città di musica, siamo a due passi dalla Scala e il nostro programma prevede anche concerti nelle sale, e poi c’è un concerto scritto da Franz Liszt nel 1837 e ispirato proprio da Brera: lo porteremo in giro per il mondo, sarà a Tokyo in aprile e Hong Kong a novembre”.

I primi cinque “dialoghi” sono stati visitati da oltre 700 mila persone fra il 2016 e il 2017, e il sito di Brera ha avuto in due anni 3,8 milioni di visitatori online. E’ soddisfatto di questi risultati?

“Io non credo nei numeri, stranamente. Penso che non siano merito nostro. Se c’è un attentato terroristico a Bruxelles, o a Parigi, le persone decidono di venire in Italia, io non posso prendere il merito di un aumento dei turisti e se c’è un calo non ne ho colpa. Se mi chiede, abbiamo un +15% di visitatori l’anno scorso, ma non è importante. I numeri non dicono nulla sulla qualità del museo. Ci sono altri numeri più interessanti: posso constatare che abbiamo più giovani, più famiglie, ci sono milanesi che tornano più spesso e io guardo con molta attenzione a questo. La qualità della visita è aumentata. Il numero assoluto se la città ha forte componente di turisti non è merito nostro. C’è un buon riscontro sulla stampa internazionale, e questo aumenta il numero dei turisti. Sarebbe interessante fare uno studio serio mettendo a confronto il numero di turisti a Milano in un certo periodo con i visitatori di Brera: questa percentuale sarebbe interessante. Un altro dato utile lo raccoglieremo in futuro: c’è il progetto di mettere un contatore per vedere delle migliaia di persone che si affacciano nel cortile napoleonico, quanti entrano nella pinacoteca”.

Com’è la vostra politica dei prezzi? Come giudica la contestata iniziativa del direttore del Museo Egizio di offire riduzione alle persone provenienti dal mondo arabo?

“I prezzi sono ragionevoli, 10 euro il biglietto intero, 7 e 5 i ridotti. Ma il 50% delle entrate è gratuito: una domenica al mese e altre possibilità per giovani, anziani e studenti. Sono circa 60 mila visitatori che entrano ogni anno per le domeniche gratuite. Ma a tutti offriamo la possibilità di diventare amici di Brera: per tre mesi gratuitamente, e poi devono decidere. E’ un modo per incoraggiare una frequentazione continuativa: si può tornare più volte. Punto sulla fruizione del museo, la visita non deve essere una volta all’anno o nella vita: non è abbastanza. Devono tornare con i parenti, con gli amici, per vedere meglio le opere. Io sono cittadino inglese (ma è nato in Canada, ndr) e la politica dei musei gratuiti è molto radicata: ma per questo serve un sostegno più importante da parte dello stato. E poi c’è un difetto: la gratuità dà l’idea che non ci sia valore.
Quanto al museo Egizio, è la solita tempesta in un bicchier d’acqua: io stesso a Francoforte ho fatto le didascalie anche in arabo e turco per le collezioni islamiche. Ci vuole rispetto per le persone a cui in un certo senso questa arte appartiene. Forse non sarebbe stata la mia strada, ma lo sostengo al 100%: come direttore ha voluto mirare al suo pubblico. Sono a favore delle didascalie in diverse lingue”.

Come vede la situazione politica italiana?

“Io non la vedo: non abbiamo ancora un ministro. Ma l’autonomia (stabilita con la riforma del ministro Franceschini nel 2014, ndr) ci permette di andare avanti anche se non c’è un ministro per 6 mesi. Una delle grandi debolezze del sistema di gestione culturale italiano è che è  ancora troppo gestito da Roma. In 30 anni di esperienza nella gestione dei musei mi sono convinto dell’importanza dell’autonomia. In Italia non è completa: siamo autonomi sul bilancio e non sulle risorse umane. È una situazione anomala che rende difficile la gestione. Il grande vantaggio del ministro Franceschini è che non è intervenuto. Mi chiedono ‘che cosa ha fatto per me’? Io rispondo ‘niente’, e questo è stato il suo grande dono: il rispetto della mia autonomia e responsabilità. Nessuno ha ora nessuna idea su chi sarà il prossimo ministro, e se sarà un interventista cambierà la mia vita, dovremo avere incontri e riunioni. Ma credo che lo spirito dell’autonomia sia quello di lasciare le persone con esperienza gestire i loro istituti nell’interesse della città in cui si trovano. Io ho il compito di rimettere Brera nel cuore di Milano, e questo non si può fare gestendola da Roma”. 

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