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L’indipendentismo della Catalogna ha combaciato, per un periodo, con una ipotizzata superiorità dei suoi crani su quelli di altri figli della penisola iberica. E' cosa che risale a un centinaio di anni fa o giù di lì. L’epoca del positivismo trionfante, la stessa in cui il celeberrimo antropologo Cesare Lombroso misurava le teste dei meridionali e ne traeva conclusioni “scientifiche”, con la scoperta della fossetta cranica sui resti del brigante calabrese Giuseppe Villella, segno di un atavismo che giustificava l’annessione piemontese delle Due Sicilie – così “affricane” – anche come missione civilizzatrice.

E fu lombrosianamente attivo a Barcellona, al volgere del XIX secolo, il medico Bartolomé Robert, il quale assurse pure all’importante poltrona di alcalde (sindaco) della città. Illustrò l'incarico con una conferenza pubblica nell’ateneo locale, che intitolò – il titolo si commenta da sé – “La razza catalana”. Era il 14 marzo 1899.

La storia col compasso

Il 'Doctor Robert', aiutato da illustrazioni anatomiche, espose “la solida prova dell’indice cefalico delle diverse razze, seguendone il rispettivo percorso attraverso la Spagna”.

Compassi e lancette, angoli cranici e rapporti statistici contesero alla diffusa moda dello spiritismo (di cui difatti Lombroso pure s'occupò) un posto d’onore fra gli interessi scientifici – accademici e divulgati – in quell’Europa di ultimo Ottocento, secolo che aveva aperto la sua seconda metà con un’opera più influente che letta, il saggio “Sulla disuguaglianza delle razze umane” del conte francese Joseph Arthur de Gobineau.

Per il 'Doctor Robert', gli asturiani e i galiziani erano più primitivi degli altri spagnoli, con un cranio rotondo e nordafricano, laddove quelli della provincia di Valencia presentavano testa più ovale, e così andando per contrade iberiche fino alla Catalogna col suo cranio, di cui si ripromise in una successiva conferenza di illustrare le caratteristiche “sotto il profilo mentale”. Questa seconda lectio tuttavia non si tenne mai. Di lì a poco il medico si dimise dall'incarico e tre anni dopo morì.

Mappe politiche e mappe genetiche

Rievocando la sua storia, 'El País' cita le considerazioni del grande patologo (di cranio aragonese) Santiago Ramón y Cajal, Premio Nobel per la Medicina nel 1906 e già compagno di studi di Bartolomé, per il quale rivendicava un “affetto sincero”. Nelle sue memorie lo avrebbe perciò biasimato più col fioretto che di sciabola. Ne scrisse come di un “clinico eminente, lottatore dalla parola precisa e meditata che, col passar del tempo, doveva sorprenderci tutti capeggiando il nazionalismo catalano e proclamando urbi et orbi, con un po’ di leggerezza (non era un antropologo), la tesi della superiorità del cranio catalano rispetto a quello castigliano”.

E’ evidente, ha osservato anche lo storico barcellonese Santiago Izquierdo, che i discorsi su crani e razze vanno calati nel contesto di un’epoca diversa dalla nostra, ma neanche si possono consegnare ai musei. Nel 2008 un altro storico catalano, Oriol Junqueras, vice presidente del Governo di Catalogna arrestato poche settimane fa per la ribellione contro Madrid, asseriva che in Europa “ci sono tre Stati (solo tre!), dove è stato impossibile raggruppare tutta la popolazione in un unico gruppo genetico. In Italia, in Germania e in Spagna, tra spagnoli e catalani”. La mappa del Paese, per qualcuno a Barcellona, è prima genetica che politica? Se è così il positivismo è morto, ma è un morto che parla.   

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