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AGI – Sopravvissuto all’epoca gloriosa del cinema di genere, reduce di quella generazione di attori minori destinati al Novecento e non oltre, Peppe Bortone si è riconvertito negli ultimi anni – malgrado tutto, credibilmente – nel sacerdote personaggio fisso di una soap opera, locus in cui resta relegato anche nella persona, alloggiando corpo e perduta anima romana in un motel annesso agli studi di produzione. In un “posto senza nome, su verso Nord Ovest”. Specializzato nei ruoli di comprimario o del generico che muore tra i cattivi dei western e dei poliziotteschi, Peppe Bortone ha una carriera costellata di morti impeccabili e professionali, sovente pistola alla mano, talvolta a cavallo, e poi ha una figlia perduta ormai grande e il ricordo di un’ex moglie, che come quello della sua Laverda 750 del ’76 riemerge di su o di giù nella memoria. Come le scene dei film dove recitava.

L’ultima morte di Peppe Bortone (People editore, 176 pagine, 15 euro) è il nuovo romanzo di Marco Tiberi (il primo, scritto assieme a Giuseppe Civati, è Fine del 2019). Romano, sceneggiatore per il cinema e la tv, Tiberi è stato allievo di Furio Scarpelli, ma è soprattutto detentore di un lessico preciso, che si scioglie in una trama pulita dove è la narrativa a riprodurre la soap invece del contrario, mostrando nel libro doni di verità e finezza d’impianto. Di verità poiché da autore che conosce, vivendolo, l’ambiente di cui parla ne restituisce un pezzo intatto ai lettori i quali possono capire – non foss’altro per intuito – come gira un certo spicchio di mondo, e come certi personaggi. Dono di finezza è nei rimandi psicologici alle speranze, alle ansie e vanità di questo Peppe che s’ostina a vivere oltre la rottamazione di una generazione. E della propria biografia futuro incluso. Senza anticipare il finale, questo non potrà che consistere in un’altra morte, l’ultima, possibilmente anch’essa resa bene, del personaggio (Don Bruno), della persona, di tutt’e due.

Gli sceneggiatori sono un dio che sposta figure in base all’audience delle soap, che come molte cose si sa quando cominciano ma meno si conosce quand’è che finiranno. Peppe Bortone si è fatto creatura per necessità più che virtù di questi dèi settimanali, che ne dispongono la vita (o morte) coi blocchi delle prossime puntate. Ma poi fa i conti anche con Dio mentre ricorda, senza melodrammi, le puntate precedenti della propria vita. Dagli inizi al Mandrione, il quartiere romano sulla Tuscolana che fu ed è stato cifra pasoliniana, ma anche casamonichese, e forse sarà presto un’ennesima riserva riconvertita al semi-pop capitolino degli anni Duemila.

Tiberi per fortuna fa vivere Bortone, e lo fa essere, senza “fargli fare” Bortone, che non finisce nel cliché del vecchio stunt e basta o del nostalgico intimista dall’infanzia difficile e dal cinema-grande-avvenire-dietro-le-spalle (che palle). Perché il romanzo è scritto da chi sa di cosa parla e parecchi Bortone li ha conosciuti veramente. (Quelli che non li conoscono e ne scrivono, com’è noto, li immaginano inevitabilmente poliziotti, unica specie demografica italiana che non soffra il calo delle nascite). Ma poi Tiberi, e non è solo questione di forma, quello che vuol dire lo sa persino scrivere.

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