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AGI – La biopsia di una paziente affetta da dermatosi, risalente al novembre 2019, ha mostrato la presenza del Covid-19. Sulla base dei dati in possesso dei ricercatori, la 24enne è dunque il nuovo ‘paziente 1‘ in Italia. 

Il precedente era un bambino di 4 anni, portato in pronto soccorso a Milano con sintomi respiratori e vomito. Il giorno dopo erano comparse delle macchie sulla pelle simili al morbillo. Il tampone effettuato ad inizio dicembre 2019, osservato mesi dopo, aveva mostrato però che la causa era il coronavirus. 

La 24enne, contattata a posteriori, ha detto di non aver avuto sintomi sistemici da infezione da Covid-19 e che le lesioni cutanee sono scomparse dopo cinque mesi. Ma nel suo sangue, nel giugno 2020, è stata riscontrata la positività degli anticorpi anti SARS-CoV-2.

Le patologie cutanee sono presenti in circa il 5-10% dei pazienti affetti da infezione da Covid-19. E un gruppo di patologi, coordinato da Raffaele Gianotti ricercatore dell’Università Statale di Milano, con il supporto dei laboratori dell’Istituto Europeo di Oncologia e Centro Diagnostico Italiano, ha riesaminato le biopsie cutanee di dermatosi atipiche osservate in autunno 2019, trovando una donna positiva già nel novembre del 2019, più di 3 mesi prima del focolaio scoppiato a Codogno.

“Dopo aver studiato le manifestazioni cutanee in pazienti affetti da Covid-19 dell’area milanese – ha sottolineato Gianotti – ho riesaminato al microscopio le biopsie di malattie cutanee atipiche eseguite alla fine del 2019 in cui non era stato possibile effettuare una diagnosi ben precisa. Abbiamo cercato nel passato perché nei nostri lavori già pubblicati su riviste internazionali, abbiamo dimostrato che esistono, in questa pandemia, casi in cui l’unico segno di infezione da Covid-19 è quello di una patologia cutanea. Mi sono domandato se avessimo potuto trovare indizi della presenza della SARS-CoV-2 nella cute di pazienti con solo malattie della pelle prima dell’inizio della fase epidemica ufficialmente riconosciuta”.

La biopsia di una giovane donna, risalente a novembre 2019, ha mostrato la presenza di sequenze geniche dell’RNA del virus SARS-CoV-2, identificato tramite due tecniche differenti su tessuto cutaneo: immunoistochimica ed RNA-FISH. Metaforicamente sono state trovate “le impronte digitali” del Covid-19 nel tessuto cutaneo.      

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