Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Nel lessico comune esterno, ma anche interno, alle sacre mura vaticane è sinonimo di lavoro eterno ed incompiuto: fatica sisifea che ogni sera crede di essere completata ed ogni mattina si scopre infinita. Giudizio ingeneroso, per non dire quasi irriconoscente, quello che si dà della Fabbrica di San Pietro, se non altro perché la sua cugina tedesca, la Fabbrica del Duomo di Colonia, per portare a termine i lavori di secoli ce ne ha messi otto.

Il precedente concede pertanto alla Nostra altri trecento preziosi anni per dimostrare la propria efficienza e rapidità nel completare la Basilica, che aspetta dal 1500 o giù di lì. Ma non vuol dire: a Roma affermare “è una fabbrica di San Pietro” indica una sola cosa: l’inconcludente determinazione di chi inizia e non finisce mai. L’espressione, per intenderci, viene usata nel mondo politico per indicare l’estenuante e velleitario progetto di riformare la Costituzione. Dai tempi di Bozzi in poi uno progetta, l’altro cancella. Altro che Donnino Bramante o Maderno chissà quale dei tanti, per non citare Michelangelo.

Tutti hanno dovuto fare i conti con la Fabbrica, con la sola eccezione del primo, che infatti non trovò intralci burocratici nel poter abbrancare il maglio ed iniziare a tirar giù mura e mosaici che, messi lì da Costantino, ormai reggevano l’anima coi denti.

“Ruinante et non Bramante” lo chiamarono, ma chissà: se l’avessero istituita prima, la Fabbrica di San Pietro, il cantiere non sarebbe partito mai. E noi forse potremmo tenere la bocca aperta a meravigliarci degli ori e degli azzurri paleocristiani. Invece di tutto ciò adesso resta ben poco, e ci tocca consolarci con la Cupola: eterno dilemma dell’arte e della conservazione dei beni artistici e culturali.

Forse proprio per questo, per l’essere stata creata in un momento in cui nientemeno che Raffaello lanciava per primo l’allarme contro la distruzione delle bellezze antiche di Roma (lo ricorda in un bel libro appena uscito, “Raffaello tradito”, Vittorio Emiliani), la Fabbrica scelse i tempi lunghi e la cautela. Chissà come va a finire, meglio aspettare un po’. Poi magari arriva qualcuno che dà la colpa a te. Eterno dilemma del burocrate che tiene alla sopravvivenza.

Narra la storia, ed in questo caso anche il sito vaticanstate.va, che nel 1523 papa Clemente VII nominò una commissione stabile di sessanta periti alle dirette dipendenze della Santa Sede, con il compito di curare la costruzione e l’amministrazione della Basilica. Ma qualche problemino magari si presentò da subito, se quel marchigiano decisionista e incorruttibile che era Sisto V, rifondatore dello Stato della Chiesa e gran nemico di corrotti e corruttori, nel 1589 sottomise la commissione alla giurisdizione del Cardinale Arciprete della Basilica.

Ne conseguì, tempo nemmeno un decennio, la sostituzione con la Congregazione della Reverenda Fabbrica di San Pietro. Stesse competenze, nuovo nome. Quello con cui è giunto fino alla mattina del 29 giugno 2020, giorno dei Santi Pietro e Paolo patroni di Roma, in cui un altro Papa notoriamente stufo di tanti andazzi l’ha posta sotto un commissario straordinario di sua fiducia. La Fabbrica era, a quell’epoca, una vera potenza amministrativa.

Ne facevano parte porporati e curiali, poteva nominare addirittura propri delegati nelle singole province sottoposte alla giurisdizione papale: tutti con giurisdizione propria e in diritto di giudicare cause di ogni valore, salvo poi la possibilità del ricorrente eventuale di presentarsi – certo – a superiore istanza.

Persino troppa grazia, e Pio IX ancora per qualche anno Re le sottrasse tanto estesa giurisdizione, per riportarla agli altri uffici della Curia. Il ridimensionamento fu completato cent’anni fa da Pio X, che impose come la Fabbrica dovesse occuparsi solo della fabbrica della Basilica erigenda, che di lavoro da fare ce n’era ancora molto e non si pensasse ad altro.

Nel 1967, in seguito alla riforma generale della Curia Romana attuata da papa Paolo VI, la Congregazione perse ogni residua autonomia e venne annoverata tra le Amministrazioni Palatine. Nel 1988 Giovanni Paolo II ribadì e ripetè che “la Fabbrica di San Pietro secondo le proprie leggi continuerà ad occuparsi di tutto quanto riguarda la Basilica del Principe degli Apostoli sia per la conservazione e il decoro dell’edificio sia per la disciplina interna dei custodi e dei pellegrini che accedono per visitare il tempio”.

Concludiamo con una seconda, inevitabile, annotazione di carattere folclorico-popolaresco. Il cantiere della Basilica, nei lunghi anni in cui il grosso del lavoro di edificazione e abbellimento venne eseguito, era a dir poco di dimensioni mostruose, con gran passaggio di materiale edile dentro e fuori Roma, dentro e fuori le numerose cinte daziarie che chiudevano nella loro rete le merci, esigendone un balzello.

Ma si poteva far pagare dazio a quei marmi e a quella calce che già era stata acquistata con i denari delle indulgenze? No, chiaro. Si decise allora di scrivere su ogni carico destinato alla Basilica la sigla AUFA. Acronimo che, sciolto, vuol dire “ad usum Fabricae”, “destinato alla Fabbrica”. Esente da imposte, insomma. È così che “a ufo” oppure “a uffa” nel lessico familiare è diventato sinonimo di “a scrocco”, “sulle spalle degli altri”. All’interno e all’esterno delle sacre mura.

Flag Counter