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Non c’è bisogno di scomodare la app per tracciare i cittadini positivi al coronavirus. Tutti noi cittadini, in senso più lato, siamo monitorati da tempo, indipendentemente dall’epidemia in corso. “E lo saremo sempre di più, oggi più di ieri e a ciò avrà contribuito l’intensificarsi dell’uso dei dispositivi elettronici connessi ad Internet”. Parola del generale Umberto Rapetto, già comandante del GAT della GdF e oggi, tra l’altro, direttore editoriale del magazine online INFOSEC.NEWS.

Intervistato dall’AGI, Rapetto chiarisce alcuni concetti: “Abbiamo dato poco peso al bancomat e alla carta di credito, ci siamo dimenticati del Telepass, ci siamo serviti di ‘hot spot’ o accessi gratuiti ad Internet nei luoghi pubblici, siamo stati felici del piccolo sconto ottenuto con le ‘fidelity card’, non abbiamo rimosso i ‘tag’ geografici alle foto, ci siamo entusiasmati con i navigatori satellitari e abbiamo lasciato che il nostro GPS spedisse a Google ogni nostra posizione per farci poi chiedere se quel posto ci è piaciuto davvero… Soprattutto, e ne sono certo, non abbiamo imparato la lezione”.

In che modo, consapevolmente o no, siamo finiti nelle mani del Grande Fratello? “Lo stare a casa – spiega il generale Rapetto – ha indotto a registrarsi a siti e servizi online, fornendo a realtè non necessariamente conosciute una serie di dati personali e l’inconsapevole autorizzazione a prendere appunti sulla nostra vita proprio a cominciare dall’uso di certe opportunità messe a disposizione dall’interlocutore. Inebriati dalla (transitoria ed effimera) gratuità delle proposte piovute sul web, non ci siamo accorti dell’acidità dell’acquazzone che si è rovesciato sugli utenti di Internet. Il munifico regalo del sale da parte di venditori di acqua sta funzionando”.

Per il grande esperto di frodi informatiche “l’impreparazione collettiva è stata l’humus e la fertilità è stata amplificata dall’erronea convinzione di saper dominare le tecnologie che molti hanno maturato con il disinvolto utilizzo di smartphone, tablet e pc. Tutti sono cascati nella micidiale trappola senza riflettere sul destino delle proprie informazioni e magari di tanti piccoli segreti che – finiti nelle mani di chissà chi – sono destinati ad essere utilizzati magari non proprio in conformità con i propri ‘desiderata’”.

“In un Paese in cui ci si appella ad un “Registro delle opposizioni”, nonostante il quale si viene subissati da telefonate commerciali anche nel cuore della notte, non ci si accorge di essere complici dei propri “carnefici”. Le informazioni non ci vengono solo scippate: siamo noi a generarle, a renderle pubbliche, a condividerle. Il drammatico #iorestoacasa – precisa Rapetto – si sta tramutando in un pericoloso #ioconfesso eseguito ‘coram populo’ e registrato da chi saprà speculare non solo economicamente su quel che abbiamo rivelato più o meno scientemente. Le “autorizzazioni” concesse alle tante app – spesso installate solo per noia – equivalgono al mettersi a nudo e a concedersi. Un briciolo di ritrosia probabilmente può non salvarci ma ridurre i danni in corso. Ci si chieda se davvero questa o quella app ci servono davvero, ci si domandi se si può fare a meno di certi contenuti o magiche chance che qualcuno ci vuole propinare. Un buon libro, di questi tempi, non racconterà mai a nessuno che lo abbiamo letto, dove eravamo quando lo stavamo sfogliando, quanto ci siamo soffermati su una pagina, quale opinione ne abbiamo e così a seguire. La dittatura digitale è dietro l’angolo e Orwell non merita di essere mortificato così tanto”, conclude Rapetto. 

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