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“Il Servizio centrale di protezione è un sistema farlocco e così si mettono a rischio le vite dei testimoni di giustizia”. A parlare è la deputata Piera Aiello (M5s), componente della commissione parlamentare Antimafia e testimone di giustizia dal 1991, che in questi giorni ha presentato una denuncia per “una grave fuga di notizie” sulla sua famiglia, nei confronti del ministro Cinquestelle della giustizia Alfonso Bonafede, dell’ex responsabile degli Interni Matteo Salvini, dell’exsottosegretario agli Interni Luigi Gaetti e del direttore del Servizio centrale di protezione, Paolo Aceto.

Tutto ruota attorno a un decreto interministeriale firmato lo scorso 3 maggio dai ministri dell’Interno e della Giustizia, in merito a una richiesta presentata da Piera Aiello, originaria di Partanna (Trapani), in cui chiedeva di abbandonare l’identità fittizia che le era stata cucita addosso all’inizio della sua collaborazione con il magistrato Paolo Borsellino (Aiello ha vissuto sotto protezione dal 1991 al 1997, quando è entrata in regime di testimone di giustizia).

“Da quando ho iniziato questo percorso ho sempre avuto due identità, ovviamente una era dormiente, non versavo i contributi con entrambe, ma soltanto con una, e lo stesso per il sistema sanitario: adesso volevo tornare a chiamarmi soltanto Piera”, racconta la deputata che in questo momento è indagata dalla Procura di Sciacca per “falso in atto pubblico”, riferito a un presunto illecito commesso nella presentazione dei documenti presentati necessari per la candidatura alle elezioni del 4 marzo 2018.

“L’apertura del fascicolo – dicono dalla Procura di Sciacca – è stato un atto dovuto” in seguito alla ricezione di un esposto presentato da Tiziana Pugliesi, candidata del centrodestra alle ultime politiche e prima dei non eletti nel medesimo collegio di Piera Aiello. I pm hanno chiesto l’archiviazione ma il procedimento, in seguito all’opposizione presentata dalla querelante, è stato rinviato a fine ottobre. 

Un grosso incidente burocratico che Aiello spiega così: “Il decreto interministeriale ha autorizzato la cancellazione delle false generalità ma ha disposto la modifica di tutti gli atti ufficiali che la contenevano, chiedendone la sostituzione con il mio vero nome”, racconta la deputata. “I miei familiari non sono sono mai stati coinvolti nella protezione – dice – quando mi sono sposata, l’ho fatto con le nuove generalità, proprio per non essere rintracciabile, e anche i miei figli sono registrati con i miei falsi dati anagrafici”.

“Nel decreto c’è scritto che si poteva attuare soltanto dopo che mi fosse stato notificato – aggiunge – e invece lo hanno fatto prima, sia nel mio comune natale che nel luogo in cui sono residente con la falsa identità”. Così la documentazione sarebbe stata prima spedita al palazzo comunale di Partanna e poi acquisita dalla Prefettura di Trapani.

Spieghiamo ancora meglio: Piera Aiello (vero nome) è stata in questi ultimi 28 anni di collaborazione con la giustizia su inchieste di mafia assolutamente irrintracciabile. Il suo nome era noto e presente negli atti giudiziari, ma il suo volto no (è uscita allo scoperto soltanto il 14 giugno del 2018, dopo l’elezione in Parlamento), come non lo era il suo domicilio, le generalità dei suoi parenti stretti, tutti registrati con la sua falsa identità. Piera e la sua famiglia non si sono chiamati Aiello, in questi 28 anni, sfuggendo alle possibili ritorsioni della malavita. Ora lei ha chiesto di vedere cancellata la sua falsa identità. Richiesta accettata. Peccato che il decreto interministeriale abbia appunto disposto la ‘reversibilità’ di tutti i suoi legami burocratici falsi, dunque anche quelle dei parenti, che ora rischiano di ritrovarsi con il cognome Aiello, divenendo riconoscibili e rintracciabili da chiunque. Per questo lei ha chiesto che il decreto venga ritirato.

“La notifica nella località segreta, che riguardava date, luoghi e miei legali parentali, è stata affidata ai carabinieri mentre tutta la documentazione sui testimoni di giustizia è classificata come riservata e può essere trattata esclusivamente dal reparto dei Nop (Nuclei operativi di Protezione) e tutti i documenti sono secretati, in quelli che non lo sono è scritto esplicitamente”, aggiunge Piera Aiello.

“La prassi vuole che qualsiasi documento venga trattato dalla “commissione centrale per la definizione e applicazione delle misure speciali di protezione” finora presieduta dal sottosegretario Gaetti – continua – che lo avrebbe dovuto inviare al direttore del documentazione al servizio centrale di protezione: il problema è nato lì. Ritengo che i ministri abbiano compiuto una leggerezza. Così i servizi preposti mettono a rischio la mia sicurezza e quella dei miei familiari”.

“Questo sistema farlocco del sistema di protezione centrale non è mai riuscito a definire del tutto le nuove generalità che chiaramente nascono da un falso, inventano una località a caso e creano un falso – denuncia Piera Aiello – ovviamente questo è un atto ritenuto necessario per garantire la tutela dei testimoni e dei collaboratori di giustizia però si innesca un meccanismo di falsità documentali”. Il decreto, in sostanza, avrebbe dovuto, secondo la deputata grillina, disporre semplicemente il decesso della vecchia identità. Assicurando quindi che figli e marito restassero legati alle false credenziali: loro orfani, lui vedovo.

Già negli anni scorsi l’attuale deputata M5s aveva denunciato delle falle nel sistema di protezione e per questo erano finiti a processo due carabinieri che nel 2010 furono assolti dal Tribunale di Marsala.

“Ho presentato una richiesta di accesso agli atti per vedere come è stata trattata la pratica – racconta – e nonostante non ho ancora avuto risposta ho già presentato al Tar. Io credo che si possa dichiarare deceduta la falsa identità, con tutto ciò che ne consegue – conclude – ho chiesto al Viminale di ritirare il decreto ma durante una riunione, tra le altre cose, è stato detto che mio marito si sarebbe potuto rivalere sullo Stato per la pensione di reversibilità. Ci siamo fatti una risata, si è detto disponibile a firmare una nota per attestare che avrebbe rinunciato a prescindere, ma il decreto sta ancora lì”.

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