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La donna italiana che dodici anni fa, per motivi estetici, si è fatta impiantare una protesi al seno, alla fine non ce l’ha fatta e lo scorso 14 febbraio è deceduta all’ospedale Umberto I di Roma. Anche lei colpita dall’Alcl, il linfoma anaplastico a grandi cellule associato ad alcuni tipi di protesi.

È il primo caso in Italia ma che rientra in un’inchiesta (“Implant Files”) portata avanti a dall’ICIJ (Consorzio internazionale di giornalisti investigativi).

Il precedente francese e quello americano

A far parte del team in Italia Espresso e Report, il programma di Rai3 che lunedì 6 maggio alle 21:20 manderà in onda un servizio speciale riguardante i risultati ottenuti dopo lo studio di quello che appare a tutti gli effetti come un caso di malasanità che si è sviluppato a livello mondiale.

Uno studio portato avanti con fatica da diverso tempo: era il novembre 2018, infatti (anche Agi ne ha dato notizia) sono arrivati i primi dati: il quotidiano francese ‘Le Monde’ scriveva di 82 mila morti, 1,7 milioni di pazienti feriti e almeno 3,6 milioni di segnalazioni di impianti difettosi durante l’ultimo decennio negli Stati Uniti, Paese in cui la raccolta dati è stata più facile.

Molto incompleti invece i dati disponibili in Francia, dove sono stati censiti ‘soltanto’ 158 mila incidenti durante l’ultimo decennio.

Ma la vicenda esplode letteralmente solo lo scorso aprile quando il governo francese decide di imporre il ritiro dal mercato di tredici modelli di protesi al seno forniti da sei differenti produttori.

È allora che la ministra della Salute italiana, Giulia Grillo richiede un parere urgente al Consiglio superiore di sanità (Css) in merito alle “protesi mammarie a superficie testurizzata e linfoma anaplastico a grandi cellule”; un parere che verrà pubblicamente espresso il prossimo 13 maggio e che condizionerà un eventuale intervento legislativo per porre una toppa al problema.

Una semplice certificazione CE

Il punto, come si evince dalla lettura delle carte dell’inchiesta, è proprio legislativo, le protesi che causerebbero poi problemi più o meno gravi, e addirittura mortali (e che vanno anche ben oltre quelle al seno, così come viene spiegato sul sito sanitainformazione.it), vengono considerati come merce, attrezzi medici, alla stregua di macchinari, non sottoposti quindi agli stessi rigidi controlli operati su un farmaco prima di essere messo sul mercato.

Una semplice certificazione CE separa dunque una protesi da quando viene sfornata dalle aziende (quasi tutte non specializzate ma che si occupano nella maggioranza dei casi la lavorazione di acciaio e titanio) a quando viene messa a disposizione delle strutture ospedaliere ed impiantata dentro il corpo di un paziente.

Un passaggio tanto veloce quanto semplice ma soprattutto, come l’inchiesta “Implant Files” dimostra, troppo facilmente aggirabile tramite un giro di bustarelle che permetterebbero lo smistamento della pratica senza troppi problemi.

Tanto il denaro certamente non manca, il giro d’affari stimato infatti si aggirerebbe sui 350 miliardi di euro l’anno.

Sempre a novembre 2018 L’Espresso ha pubblicato un database dove è possibile per un paziente già sottoposto ad un impianto di verificare se il proprio dispositivo è sicuro o se invece ha avuto segnalazioni negative in passato.

Una consultazione doverosa considerati i numeri: una diagnosi negativa ogni 100 mila protesi impiantate.

Numeri forse non troppo allarmanti, infatti la Direzione generale dei dispositivi medici afferma che non tutte le protesi, anche quando prodotte da aziende rientrate nell’inchiesta, sono certamente pericolose e meritano una nuova operazione per l’esportazione, ma un controllo precauzionale sì.

Quello che invece dovrà cambiare è la legislazione al riguardo, troppo “leggera” e aggirabile, ed è su questo che presto avremo nuove notizie dal Consiglio superiore di sanità.

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