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Manifesti giganti con l’immagine in bianco e nero di un pancione di una donna in gravidanza inoltrata campeggiano da qualche giorno in via Salaria, a Roma. Sotto la foto, uno slogan shock: “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”. E poi l’hashtag per condividerlo sui social: #stopaborto. L’iniziativa ha suscitato moltissime polemiche e ora, una parte del Web, associazioni di femministe, dem, Sinistra per Roma e Cgil fanno appello al sindaco Virginia Raggi per la rimozione dei manifesti.

Chi è CitizenGO e perché parla ora

Dietro la campagna c’è CitizenGO, associazione spagnola di estremisti prolife già autrice di altri manifesti contro le unioni civili. Il tempismo non è casuale: sabato l’associazione terrà proprio a Roma una Marcia per la Vita. La prossima settimana, invece, ricorrerà il quarantesimo anniversario dall’approvazione della legge 194 che permette alle donne di interrompere la gravidanza fino al terzo mese per motivi personali e fino al quinto in caso di patologie del bambino. Negli stessi giorni, inoltre, i cattolicissimi irlandesi saranno chiamati alle urne per votare il referendum che modifica l’attuale legge sull’aborto che consente l’interruzione di gravidanza solo in caso di rischio di morte per la mamma.

Cosa sostiene l’associazione

“Negli ultimi anni le istituzioni hanno denunciato con sempre maggior forza il fenomeno dei femminicidi e della violenza sulle donne, – spiega Filippo Savarese, direttore delle Campagne di CitizenGO Italia – ma ci si dimentica di dire che la prima causa di morte per milioni di bambine (così come di bambini) nel mondo è l'aborto, che provoca anche gravissime conseguenze psicologiche e fisiche per le donne che lo praticano”.

In un post su Facebook, l’associazione spiega che le vittime sono sia i feti mai nati che le loro mamme. I primi perché “in gran parte del mondo è utilizzato come metodo di soppressione mirata delle donne, nel silenzio del femminismo radical-chic”. I secondi perché “le stesse donne che lo praticano, o meglio che lo subiscono, sono anch'esse 'uccise' nella loro intimità psichica e fisica. Più passano gli anni e più le ricerche scientifiche rendono nota l'entità drammatica dei traumi post-abortivi”.

Poi la stoccata alla legge sull’aborto: “Dopo 40 anni dobbiamo certificare il fallimento totale della Legge 194, che avrebbe dovuto aiutare le donne nella gravidanza e tutelare la maternità, e invece combatte la maternità, incentiva l'aborto e lascia dietro di sé milioni di bimbi soppressi e milioni di donne ferite”.

Da lunedì mattina il post ha finora generato oltre 1.300 commenti perlopiù contrari cui CitizenGO ha replicato così: “Tutti quelli che nelle ultime ore hanno potuto ricoprirci di insulti e offese, possono farlo perché non sono stati abortiti. Grazie per essere, anche nella vostra volgarità, la prova concreta che abbiamo ragione”. Intanto l’associazione Rebel Network, che si è fatta promotrice tra altre dell’appello alla Raggi per la rimozione dei manifesti, ha lanciato una contro-campagna via social in cui, utilizzando la stessa foto, afferma che “Il patriarcato è la prima causa di femminicidio nel mondo” con tanto di hashtag #stopmedioevo.

È davvero la prima causa di femminicidio?

Wired ha fatto due calcoli e la risposta è no. Ci sono Paesi come l’India e la Cina, che dopo oltre 30 anni ha abolito la politica del figlio unico, in cui gli aborti selettivi sono stati o sono tutt’ora un dramma sociale. La preferenza verso il figlio maschio è secolare e ha ‘motivazioni’ culturali e – a loro occhi – pratiche: se posso avere un solo figlio allora è meglio che sia maschio così mi aiuterà nei campi e non andrà va di casa. Ma la Cina e l’India non sono tutto il mondo, e accostare concetti come l’aborto e il femminicidio considerando come vittime sia i feti che le mamme significa fare di tutta l’erba un fascio.

“Anzitutto va detto che la morte di una donna in seguito a un’interruzione di gravidanza non è – ovviamente – conteggiata tra i casi di femminicidio, a parte semmai quei rari casi in cui l’aborto fa da motivo scatenante per un omicidio volontario o preterintenzionale”, osserva Wired. “Accostare il termine femminicidio con l’aborto, in altri termini, significa confondere una gravissima forma di prevaricazione subita da una donna con una libertà che l’ordinamento giuridico italiano riconosce da quattro decennni”. Non solo: l’associazione ha detto che “considera come femminicidi anche le donne “uccise nella loro intimità psichica e fisica“, ossia include (non si sa secondo quali dati, visto che il tema è scientificamente controverso) anche tutte coloro che hanno sofferto di “traumi post-abortivi” non meglio specificati”.

Quanti sono i decessi per aborto?

In Italia si praticano ogni anno tra le 80mila e le 90mila interruzioni di gravidanza. Un numero in calo rispetto alle 100mila nel 2012, e il trend è di progressiva diminuzione. Secondo queste cifre presto si registrerà meno di una morte all’anno dovuta a complicanze. Ogni anno nel mondo perdono la vita in seguito all’interruzione di gravidanza circa 70mila donne (68mila secondo il National Institute of Health), a cui si aggiungono quasi 5 milioni di donne che sviluppano disabilità temporanee o permanenti.

Numeri così raccapriccianti trovano però spiegazione nelle angoscianti pratiche degli aborti clandestini eseguiti con tecniche frettolose o obsolete e in quelli praticati da personale non adeguatamente preparato, a cui sono da imputare la quasi totalità degli eventi avversi. “Anche in questo caso – osserva Wired – la tesi di Citizen Go non regge, poiché non si può certo far rientrare nel dibattito sulla legge sull’aborto in Italia la questione delle operazioni chirurgiche fuorilegge, nonostante in taluni casi siano effettivamente associate a forme di abuso di genere”. Si stima che “globalmente quasi la metà degli aborti (20 milioni su 42 milioni all’anno) sia praticata senza le condizioni minime di sicurezza sanitaria, ma si tratta di una questione totalmente diversa rispetto alla legge 194”.

Gli abbagli di CitizenGO

Su cosa prendono un abbaglio i fondamentalisti di CitizenGO? Se lo è chiesta su il Fatto Quotidiano Monica Lanfranco, giornalista, femminista e formatrice su temi della diversità di genere. L’errore più grande dell’associazione sta nella cura proposta: “Non è certo attaccando una legge che ha funzionato come deterrente alla piaga dell’aborto clandestino (quello sì, causa di morte per le donne in Italia che vi si sottoponevano prima della 194) che si migliora la vita delle bambine e delle donne”.

La cura contro la sparizione di oltre 63 milioni di bambine “non è l’abolizione di una legge che riconosce l’autodeterminazione delle donne, bensì l’attivazione di campagne sociali, economiche e culturali per cambiare la mentalità collettiva: non a caso le Ong attive nei paesi dove vige l’aborto selettivo o l’infanticidio femminile lavorano con pratiche di valorizzazione delle bambine presso le famiglie e le donne in attesa”. Come? “Si costruiscono scuole dove le bambine possano studiare, si aprono progetti di microcredito per le madri. Si portano in dono alberi da frutta e animali da latte, come a dire che la nascita di una bambina non è l’arrivo soltanto di una bocca da sfamare, ma una ricchezza. Lo sanno tutto questo gli aggressivi promoter di Citizengo?”

La risposta del Campidoglio

Intanto, riporta Repubblica, il Campidoglio M5S fa sapere che "il messaggio è stato affisso in impianti che non sono nella diretta gestione di Roma Capitale. A quanto si apprende dalle prime verifiche, tuttora in corso da parte della Polizia Locale, alcune copie sono apposte su impianti in concessione a privati, altre in spazi del circuito Spqr gestiti da privati in affidamento. In entrambi i casi l'affissione non è soggetta ad un'autorizzazione da parte del Comune". Poi, dopo aver spiegato di aver le mani legate, è arrivata la condanna della giunta grillina: "È brutale accomunare il tema del femminicidio a quello dell’aborto che è regolato per legge. Temi così delicati meritano una particolare attenzione e sensibilità e non possono ridursi a slogan. Il rispetto delle donne consiste anche nell’evitare strumentalizzazioni mediatiche".

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