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È la prima opera del Leonardo giovane di cui si sia a conoscenza, e per anni è stata attribuita, grazie all’autorevole parere di Berenson, ad un suo coetaneo meno famoso. Oggi la paternità gli viene riconosciuta da una studiosa di Yale, che a riguardo ha ben pochi dubbi: il Miracolo di San Donato d’Arezzo è “almeno per la metà” opera della mano del più grande genio del Rinascimento.

Un ragazzo alla bottega del Verrocchio

L’attribuzione giunge alla vigilia dell’inaugurazione di una mostra presso la Yale University Art Gallery di New Haven, che a partire dalla prossima estate recherà il titolo molto significativo di “Leonardo: le scoperte dello studio del Verrocchio”. Una ricerca ampia e approfondita su quanto di Leonardo, del Leonardo che giovanissimo venne portato ad imparare l’arte in una delle botteghe più importanti di Firenze, circoli sotto altri nomi nelle pinacoteche del mondo.

Dal Verrocchio infatti il ragazzo, che sarebbe divenuto una delle intelligenze più famose del mondo, venne portato da un padre che tutto sommato voleva liberarsi in fretta di quel figliolo riconosciuto ma illegittimo, avuto da una contadina che aveva contratto con lui un debito per l’affitto di un casolare. Lì si fece strada, iniziando a collaborare anche all’esecuzione di opere commissionate al caposcuola.

Un santo da raffigurare, un Medici da glorificare

È il caso di questo San Donato, richiesto per essere accolto dal Duomo di Pistoia in onore del vescovo locale, che era un Medici e si chiamava anche lui Donato. Per lui il Verrocchio si impegnò a raffigurare l’exemplum del Santo che interviene, pregato da un esattore delle tasse accusato di essersi intascato il denaro raccolto per l’erario, a far rinvenire il tesoretto. Per la cronaca: la colpevole sarebbe stata la defunta moglie dell’esattore, intenzionata a garantirsi una vecchiaia lontana dalle angosce delle ristrettezze economiche.

L’opera, una predella d’altare di piccole dimensioni (26 centimetri per 33), fu affidata dal Verrocchio a Lorenzo di Credi ed al ragazzo venuto da Vinci. Il risultato non è stato considerato per molti anni degno della firma di Leonardo, a cominciare da uno dei luminari della critica d’arte contemporanea, Bernard Berenson.

 

Gli anni dell'abbandono

Questi scartò con vigore l’ipotesi. Anche dopo che, finita sul mercato antiquario di Londra, venne acquistata proprio come un Leonardo autentico e originale da un gruppo di filantropi che intendevano donarlo al museo di Worcester, nel Massachussetts, dove poi è rimasto, letteralmente lontano dagli occhi e dal cuore di critici e pubblico. Cuori duri, occhi velati dalla presunzione che “le opere giovanili di Leonardo dovessero avere per forza di cose le stesse caratteristiche dei capolavori della maturità”.

Poi è arrivato Laurence Kanter, curatore del museo di Yale, ed ha stabilito che la mano di Leonardo c’è davvero, ed è ben riconoscibile. Negli abiti del Santo, e nel paesaggio retrostante. Insomma, dice all'Observer, “l’opera è per almeno la metà opera di Leonardo da Vinci” mentre a Lorenzo di Credi, buon pittore ma di più modeste capacità, sarebbe da attribuire la parte di sinistra, quella in cui da uno sfondo scuro emerge la figura implorante dell’esattore accusato ingiustamente.

Una figura giudicata piatta, senza gli acuti di una grande mano, mentre il San Donato, pur lontano da una Gioconda come da una Vergine delle Rocce, inizia a mostrare i primi segni del genio emergente, nelle pieghe del mantello, nella figura orante e soprattutto nel paesaggio.

I sette fratelli nascosti di San Donato d'Arezzo

“Solo una mano poteva eseguirlo in modo così eccellente”, afferma Kantener. Che si lascia andare ad una previsione: “in tutto il mondo ci sono almeno altri sette quadri in cui è possibile riconoscere la mano del giovane Leonardo”. Si preannuncia una rivoluzione nella storia della critica d’arte.

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