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(AGI) – Genova 10 giu. – Il manovale edile Angelo Sechi, 59 anni, condannato nel marzo scorso a 30 anni per l’omicidio della novantenne Giovanna Mauro avvenuto il 1� ottobre 2013 nell’appartamento dove abitava la vittima in via Copernico, a Borgoratti, quartiere genovese, agi’ con “accanimento” infierendo sulla signora Mauro “persona fragile e anziana verso al quale non aveva alcuna ragione di ostilita’”. Lo scrivono i giudici della corte d’Assise di Genova (presidente Anna Ivaldi, a latere Clara Guerello) nelle motivazioni della sentenza con cui Sechi e’ stato condannato a 30 anni di carcere per rapina impropria e omicidio volontario aggravato e al pagamento di una immediata provvisionale di 50mila euro al figlio della vittima, Giuseppe Mori. Sechi abitava da dieci anni nello stesso palazzo di Giovanna Mori ed era in confidenza con l’anziana. Si occupava delle piccole manutenzioni della sua casa, aveva contrattato alcuni lavori piu’ consistenti e recentemente riparato una falla nel tetto che aveva causato un’infiltrazione nell’appartamento della novantenne. Secondo la ricostruzione degli investigatori della squadra Mobile quel giorno Sechi si reco’ a casa della vittima con la scusa di controllare il soffitto danneggiato, ma con l’intento di derubarla. Ma qualcosa ando’ storto, Giovanni Mori si accorse del furto, vi fu una colluttazione e Sechi, per non essere arrestato, uccise la donna a colpi di forbice. E’ stato il suo dna trovato sotto le unghie della vittima ad inchiodarlo: inutili i tentativi di cancellare le tracce e disfarsi di guanti e vestiti sporchi di sangue. “Quello che rileva – scrivono i giudici in sentenza – sono i due campioni prelevati dalle unghie del pollice e del medio della vittima, nei quali vi e’ una traccia mista, tra la vittima e Sechi. La Porta (Marinella La Porta, direttore tecnico capo biologo polizia scientifica di Torino, ndr) ha chiarito che la presenza del dna di Sechi sotto le unghie di Mauro non poteva spiegarsi con un semplice contatto quale una stretta di mano”. E aggiungono: “Di questo Sechi non ha potuto fornire alcuna spiegazione”. Poi i giudici della corte d’Assise di genova sottolineano il quadro indiziario che rafforza le prove oggettive: “Sechi per la sua attivita’ lavorativa aveva accesso all’abitazione di Mauro”; all’ora dell’omicidio “Sechi si trovava nell’edificio di via Copernico e non nella sua abitazione”; l’autore del delitto indossava guanti, infatti nell’appartamento vi erano solo impronte digitali della vittima e “quella stessa mattina Sechi, prima di recarsi li’, aveva acquistato un paio di guanti” poi spariti e sostituiti con altri di diverso tipo; “sul corpo della vittima vi erano tracce di materiale edile, riconducibile all’attivita’ svolta quella mattina da Sechi nella ristrutturazione dell’appartamento di via Fereggiano”. “Sechi, che attraversava un periodo di difficolta’ economica, era a conoscenza del fatto che Mauro disponeva di risparmi, dei quali gli aveva parlato con riferimento alla spesa per lavori di ristrutturazione che intendeva commissionargli”. Secondo i giudici, quindi, “L’intento di Sechi era quello di accedere all’appartamento di Mauro con la scusa di controllare le condizioni del soffitto danneggiato dall’infiltrazione, per poi frugare nella borsa e nei cassetti e impadronirsi di quanto vi avesse trovato”. Ma il ladro era stato scoperto: “Mauro si e’ evidentemente accorta di quanto Sechi stava facendo, gliene ha chiesto ragione e si e’ diretta verso la porta per sfuggirgli o chiedere aiuto – rilevano i giudici – E’ pero’ stata raggiunta da Sechi che aveva nel frattempo afferrato le forbici con le quali l’ha ripetutamente colpita, dapprima mentre Mauro era ancora in piedi, e poi vibrandole il colpo mortale quando era a terra”. (AGI)

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