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Un 27enne di Mugnano, nel Napoletano, era stato sottoposto a fermo nel dicembre 2017 dai carabinieri perché ritenuto colpevole di aver abusato di una cugina al termine di una serata in discoteca; il ragazzo, dopo aver bevuto qualche drink di troppo, si era offerto di riaccompagnare la 22enne a casa, e in auto le usò violenza, approfittando del fatto che fosse anche lei poco lucida.

I militari dell’Arma ricostruirono i fatti anche grazie alle testimonianze degli amici della vittima e alle chat acquisite dal cellulare dell’indagato che minacciò anche la cugina perché non denunciasse l’accaduto.

Per questa vicenda, il ragazzo era già agli arresti domiciliari. Al termine dei 3 gradi di giudizio e dopo che la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, è stato tradotto in carcere. I carabinieri della compagnia di Marano hanno dato esecuzione a un ordine di carcerazione emesso dalla procura di Napoli Nord in forza del quale il 27enne dovrà scontare i restanti 4 anni di pena in carcere.

Almeno cinque morti accertati, 10 dispersi per i quali non si nutrono molte speranze e 18 feriti: è il bilancio dell’eruzione del vulcano di White Island, in Nuova Zelanda, che ha sorpreso un gruppo di turisti, gran parte dei quali provenienti da una nave da crociera. 

Cinque persone sono rimaste uccise sul colpo: si trovavano sull’orlo del cratere del vulcano, la cui ultima grande eruzione risale al 2016. Oggi si sono prodotte tre eruzioni esplosive e le autorità considerano “molto pericoloso” tentare di avvicinarsi.

Difficile che vi siano superstiti tra i 10 dispersi su Whakaari nel nome maori. “La polizia ritiene che le persone che potevano essere recuperate ancora in vita sia già state tratte in salvo”, si legge in un comunicato, “non ci sono segni di vita”. “In base alle informazioni che abbiamo, non crediamo ci sia alcun sopravvissuto”, ha aggiunto la nota diffusa dopo i voli di ricognizione sull’isola effettuati da un elicottero della polizia e da un aereo militare.

Tra le vittime c’è una guida che accompagnava un gruppo di escursionisti. La premier neozelandese, Jacinda Arden, è arrivata a Whakatane e ha incontrato i vertici dell’amministrazione locale.

Non è ancora chiaro quante persone fossero effettivamente sull’isola, anche se la polizia ha parlato di un totale intorno alle 50. Insieme ad alcuni abitanti, c’era una trentina di turisti provenienti dalla nave da crociera Ovation of the Seas della Royal Caribbean.

La società, in una nota, si è detta “devastata” per l’episodio e sta collaborando con le autorità locali “per fornire tutto l’aiuto e l’attenzione” ai passeggeri e alle loro famiglie. “Stiamo anche inviando membri del personale sia dalla nostra nave, sia dagli uffici di Sydney e Auckland per assistere i membri delle famiglie in qualsiasi modo possibile”, si legge nella nota.

Intorno alle 17 di oggi ora italiana, una nave delle forze armate neozelandesi schiererà droni e attrezzature di osservazione per valutare l’ambiente e la situazione, ha detto la polizia nel comunicato.

Intanto è polemica per il fatto che fossero state autorizzate le visite sull’isoletta privata situata a 48 chilometri dalla costa orientale dell’isola del Nord, la maggiore della Nuova Zelanda. Il livello di allerta per il vulcano era di due su una scala di cinque, che indica un’attività “da moderata a elevata”, a causa di un aumento dei livelli di biossido di zolfo e dell’attività sismica. Spetta agli operatori turistici decidere se procedere con le visite che sono regolamentate attraverso la concessione di permessi. 

“Quando Barbara Guerra si arrabbiava, minacciava di andare dai giornalisti affamati di notizie, mostrargli dei video e ‘cantare'”. L’architetto Ivo Maria Redaelli riferisce ai giudici del processo ‘Ruby ter’ del ‘pressing’ che sarebbe stato messo in atto dalla show girl nel 2010 per convincere Silvio Berlusconi a soddisfare le sue esigenze.

All’allora ‘olgettina‘, Berlusconi aveva messo a disposizione una delle case progettate da Redaelli dal valore di 800 mila euro. “A volte, Guerra mi chiamava e dava in escandescenze – è il racconto del testimone, incalzato dalle domande del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e del pm Luca Gaglio – magari per una lampadina che si era bruciata. Mi diceva che non aveva più né lavoro, né soldi a causa della serate ad Arcore“.

Sul contenuto dei video che la giovane minacciava di rendere pubblici, Redaelli precisa: “Magari potevano essere immagini in cui lui appariva in maglioncino o in canottiera. Berlusconi è un esteta e gli avrebbe dato fastidio”. Nel processo sono imputate 28 persone, tra cui l’ex premier che è accusato di corruzione giudiziaria per avere ‘comprato’ il silenzio o le bugie delle ragazze che partecipavano alla serate a Villa San Martino nei procedimenti giudiziari scaturiti dalla rivelazioni di Ruby.

“Berlusconi” ha aggiunto Redaelli che si definisce ‘un amico’ del fondatore di Forza Italia “si sentiva molto triste, è una persona sensibile, aiuterebbe chiunque, pensava di essere moralmente responsabile del fatto che le ragazze fossero rimaste senza lavoro a causa dell’inchiesta e voleva che si rifacessero una vita, trovassero un fidanzato e diventassero autosufficienti. Quando poi le telefonate diventavano insistenti, era infastidito e minacciava di buttarle per strada, ma io tranquillizzavo le ragazze dicendo che non l’avrebbe mai fatto”.

Stando al racconto del teste, oltre a Barbara Guerra anche Alessandra Sorcinelli andò a vivere in una delle ville progettate da Redaelli a Bernareggio, in Brianza, “in comodato d’uso che non aveva una scadenza e senza mai pagare le utenze di luce e gas”. Guerra vive ancora li’: “Non la sento più, dopo avere risolto i problemi di gas e lampadine” ha chiarito l’architetto “so che qualche mese fa c’era stata una ‘perdita’ ma se n’è occupata un’altra persona”. Redaelli ha affermato di non avere “mai sentito che questa casa doveva essere regalata a Barbara Guerra”.

Settanta eventi sismici, di cui nove con magnitudo superiore o uguale a 3.0. Di questi, 36 percepiti dalla popolazione, principalmente del Mugello.

La scossa più forte arriva però alle 4.37 con una magnitudo di 4.5, questa volta viene avvertita anche a Prato, Pistoia e Firenze. Le avvisaglie secondo gli esperti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia iniziano alcune ore prima, alle 20,38 di ieri sera quando i sismografi cominciano a registrare che la terra, nell’area a nord est di Firenze trema.

In breve tempo la paura si materializza tra la popolazione dei piccoli comuni sparsi nella comunità montana situata sui crinali dell’appennino Tosco-Romagnolo. In tanti si riversano in strada e poi in trovano rifugio in automobile, vista la pioggia e le basse temperature del periodo.

La buona notizia è che non si registrano feriti o peggio, vittime. Immediata scatta la macchina dei soccorsi, protezione civile e vigili del fuoco in testa. Poi, in rapida successione, le Misericordie e gli altri operatori delle pubbliche assistenze e delle altre istituzione preposte a operare quando avvengono situazioni del genere.

Dopo alcune ore e il passaggio dello sciame sismico, tutto sembra rientrare, ma questa mattina alle 10, la terra ballava ancora, anche se in modo meno violento.

Le prime stime parlano di una settantina le persone ancora fuori casa, alcune abitazioni e qualche edificio pubblico hanno riportato crepe, come anche la Pieve di San Silvestro a Barberino del Mugello e lo stesso municipio e alcune chiese del Pratese. Per cautela viene anche allestita una tendopoli per accogliere 100 persone, qualora se ne verificasse la necessità.

Nelle stesse ore, per precauzione, il traffico ferroviario sulle linee AV Bologna-Firenze viene chiuso. Solo dopo le verifiche da parte dei tecnici i treni riprenderanno a marciare. Per analoghi motivi nell’area del sisma i sindaci hanno per oggi stabilito che le scuole di ogni ordine e grado resteranno, inclusi gli asili nido comunali. Nel frattempo in tutta l’area Metropolitana scattano i controlli anche per i ponti e i viadotti, con esito positivo circa la percorribilità.

La regione, guidata dal presidente Rossi raggiunge l’area del sisma per verificare di persona l’evento, cosi’ come il prefetto di Firenze, Laura Lega. Nel frattempo anche la politica lancia la sua solidarietà: da Salvini a Renzi, da Tajani a Sassoli e Zingaretti.

In molti scendono in campo portando una parola di conforto. Le unità di crisi, intanto, sono al lavoro per pianificare la prossima notte. Tra la popolazione anziana, i vecchi ricordano i racconti dei loro nonni, quando nel Mugello il 29 giugno 1919 si verificò un terribile terremoto che causò la morte di oltre 100 persone.​

“La terra tremerà ancora”

“L’area del Mugello è nota per dare sequenze sismiche ricche di eventi, come abbiamo già avuto modo di registrare questa mattina: nelle ore successive al terremoto di intensità 4.5 si sono verificate piu’ di 50 altre scosse. Ci attendiamo che continueranno nei prossimi giorni, e non possiamo escludere nulla, neppure scosse di magnitudo più significativa” dice all’AGI Antonio Piersanti, sismologo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv).

“Si è trattato di un terremoto di profondità inferiore ai 10 km – spiega l’esperto – e a carattere distensivo, parliamo cioé di una sismicità che è peculiare a tutto l’Appennino centrale e meridionale. Scosse di questa entità non dovrebbero comportare danni di alcun tipo, ma data la peculiarità del nostro patrimonio artistico, così ricco e delicato, non possiamo escludere questa possibilità”.

L’evento di questa mattina non è giunto inaspettato. “Nel nostro Paese i terremoti non arrivano mai inaspettati – osserva Piersanti – quella del Mugello è una zona sismogenetica nota alle cronache, sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista dell’epoca più recente. Due gli eventi più tragici: nel 1919 un terremoto di magnitudo 6.4, uno dei più grandi di tutto l’Appennino settentrionale, provocò più di 100 vittime e vasti danni alla provincia di Firenze; più indietro nella storia, nel 1542, da citare un terremoto di magnitudo 6.0, esattamente nell’area colpita questa mattina”.

“Il fenomeno è continuato anche nel recente passato – sottolinea il sismologo – dal 1985 ad oggi si sono susseguite tante sequenze sismiche e nel 2008, sempre in quel territorio, si sono verificati due terremoti di magnitudo 4,5 e 4”.​

 

 

Conflitto nel Donbass di scena lunedì a Parigi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, mette alla prova le sue capacità diplomatiche ricevendo il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e il russo Vladimir Putin, presente la cancelliera tedesca, Angela Merkel: faccia a faccia nel pomeriggio all’Eliseo, obiettivo mettere fine al conflitto in Ucraina orientale.

Macron cerca un modo per rafforzare il suo prestigio personale in un momento in cui sul piano interno è in grave difficoltà per gli scioperi causati dalla riforma pensionistica. E scommette sulla strategia rischiosa di trattare direttamente con Putin, basandosi sul presupposto che un giorno la Russia capirà che è nel suo interesse considerare l’Europa un partner strategico a lungo termine.

Scoppiato nel 2014, il conflitto tra il governo centrale ucraino e i separatisti filo-russi nella parte orientale del Paese ha provocato oltre 13 mila morti negli ultimi cinque anni. Macron, molto attivo in Europa in questo momento e di fronte a un cancelliere tedesco che è alla fine del suo mandato, ha sintetizzato il suo pensiero in un’esplosiva intervista all’Economist, lo scorso mese, in cui ha detto che la Nato è in uno stato di ‘morte cerebrale’ e che la Russia non può prosperare nell’isolamento, non dovrebbe fare il “vassallo” della Cina e dovrebbe invece optare per “un progetto di partenariato con l’Europa”. Non a caso ha definito Putin, l’ex agente del Kgb oggi zar assoluto di Russia, come un “figlio di San Pietroburgo”, l’antica capitale russa costruita da Pietro il Grande come una finestra sull’Occidente.

Il vertice di domani sarà il primo dal 2016 sul Donbass. Gli incontri dei quattro leader, nel formato cosiddetto ‘Normandia’ – dal nome della regione francese in cui si svolse il primo incontro nel 2014 – hanno lo scopo di attuare gli accordi di Minsk, che hanno permesso una significativa riduzione della violenza, ma il cui aspetto politico non è mai stato applicato. Macron non smette di sostenere che gli “interessi di sicurezza” del continente sono la sua priorità assoluta e ha fatto dei “progressi” sull’Ucraina un “presupposto” per rilanciare il dialogo con la Russia.

Ma lo spazio di manovra appare molto limitato considerato che Mosca vuole mantenere l’influenza sull’Ucraina; e Kiev punta invece a riconquistare la sua sovranità sul Donbass. Da parte sua, il presidente ucraino ha relativizzato la posta in gioco, sostenendo che un “nuovo scambio di prigionieri”, dopo quello del 7 settembre, e un “vero cessate il fuoco” sarebbero già un buon segnale. Zelensky d’altro canto stesso subisce il pressing interno di chi teme che farà troppe concessioni sul futuro grado di autonomia del Donbass in Ucraina (oggi c’è stata una manifestazione a Kiev: cinquemila persone in piazza per chiederli di non cedere alla pressioni di Mosca).

Al di là di ciò che è in gioco in Ucraina, comunque il vertice sarà una cartina di tornasole per molti: gli europei dell’Est (Polonia, Paesi baltici e Romania), che continuano a considerare infatti la Russia come la minaccia ‘numero uno’, e alcuni Paesi occidentali, come la Germania, seguiranno i segnali di buona volontà da parte di Putin. Dal canto suo, Macron, per il quale la sicurezza dell’Europa passa attraverso un dialogo franco ma senza ingenuità con Mosca, vuole credere che la controparte russa sceglierà l’Europa piuttosto che la Cina. E Putin, dal canto suo, magari vede il dialogo con Parigi come un’opportunità per dividere gli europei. 

All’orizzonte si profila un ulteriore scontro con la Cdu di Angela Merkel che rischia di scuotere ancora di più la già traballante Grosse Koalition: la Spd intende proporre un’imposta sui grandi patrimoni, idea che gli alleati cristiano-democratici vedono come fumo negli occhi. Il congresso socialdemocratico, che si chiude oggi a Berlino, ha varato una mozione secondo la quale contribuenti con un patrimonio netto superiore ai 2 milioni di euro devono pagare una tassa pari all’1%.

Per la Spd il punto è quello di creare nuove opportunità d’investimenti da utilizzare soprattutto nel welfare e nell’istruzione, per quello che i media hanno definito un evidente spostamento a sinistra del partito. Secondo le stime dei socialdemocratici, l’imposta sul patrimonio porterebbe nelle casse dello Stato circa 9 miliardi di euro in più.

“Non è una questione di denaro, ma di libertà e di solidarietà”, ha esclamato il deputato Spd Lothar Binding davanti ai delegati. In Germania in passato esisteva una tassa patrimoniale, ma fu dichiarata incostituzionale nel 1995. Nella campagna elettorale nazionale di due anni fa i socialdemocratici avevano rinunciato a chiederne la reintroduzione. Ma ora il clima dentro il partito, alle prese con sondaggi in continuo calo e con alle spalle varie debacle elettorali, è decisamente cambiato.

Infatti, l’Spd ha anche proposto di “superare in prospettiva” il “freno al debito” che per il governo Merkel è una sorta di totem. Addirittura Norbert Walter-Borjans – che con Saskia Esken forma il nuovo ticket di leader del partito grazie al voto tra gli iscritti nel quale è stato a sorpresa battuto il vicecancelliere Olaf Scholz – ha proposto che la fine del “freno al debito” venga perfino ancorata nella carta costituzionale.

La reazione della Cdu: condizioni inaccettabili

Gli alleati Cdu hanno già fatto sapere che si tratta di “linee rosse” invalicabili. “Io non accetto condizioni del tipo ‘se non fate quello che vogliamo noi, ce ne andiamo’”, ha tuonato la leader cristiano-democratica (nonché ‘delfina’ di Angela Merkel), Annegret Kramp-Karrenbauer, in un’intervista al domenicale della Bild. Idem il segretario generale della Cdu, Markus Blume, che esclude che possa mai esserci un “governo con la barra a sinistra”.

Già erano giunti decisi no alla richiesta di misure più dure per la lotta ai cambiamenti climatici – dato che un pacchetto-clima era già stato varato dal governo – nonchè all’aumento del reddito minimo a 12 euro all’ora: sulla carta, la posta in gioco è alta, dato che si tratta di riaperture di negoziati che i socialdemocratici pongono come condizione per restare nella Grosse Koalition.

Ancora una volta AKK non ci pensa due volte e risponde picche: “La Cdu rispetta i contratti di coalizione, ci aspettiamo la stessa cosa dall’Spd”. Anche i cristiano-democratici hanno cambiato varie volte i loro leader, “ma non abbiamo mai chiesto che rinegoziare il contratto”, spiega Kramp-Karrenbauer alla Bild. “Piuttosto mi sarei aspettata un chiaro segnale del congresso Spd per la continuazione della GroKo”. Ma così non è stato. Sempre secondo AKK – questa volta parlando con la Frankfurter Allgemeine Zeitung – non c’è nessun motivo di “scuotere la Costituzione” in nome del freno al debito pubblico. Per il capogruppo della Csu Alexander Dobrindt, è del tutto “assurda” la pretesa di modificare per questo la carta fondamentale.

“Non abbiamo bisogno di fare debiti per finanziare quello che abbiamo in mente”, spiega da parte sua il tesoriere di Cdu/Csu Eckhardt Rehberg, dato che vi sarebbero diversi miliardi a disposizione per risanare le scuole, estendere gli asili, per la digitalizzazione e la difesa del clima. Non solo. è il ministro degli Esteri Heiko Maas – uno dei volti più noti dell’Spd, per di più considerato un ‘governativo’ – ad aprire un altro fronte di conflitto con la Cdu, criticando con durezza la richiesta di AKK, che è anche titolare del dicastero della Difesa, di accrescere il ruolo nel mondo dell’esercito tedesco, la Bundeswehr.

“La pace non si crea certo attraverso il militare, non funziona cosi’. Dobbiamo assumerci responsabilità al tavolo dei negoziati, maledizione: perché è li’ che si assicura in maniera duratura la pace, non sui campi di battaglia”. Il riferimento è alla proposta di AKK di una maggiore presenza militare tedesca sullo scacchiere internazionale, evocando anche la possibilità di nuove missioni della Bundeswehr, per esempio in Asia. Il confronto all’interno della Grosse Koalition è evidentemente in salita. Nondimeno Spd e Cdu/Csu contano di avviare colloqui formali sul futuro dell’alleanza di governo prima di Natale. Non sarà una passeggiata. 

Esiste una black list di emoji realizzata da Facebook in linea con la politica più conservatrice messa in atto dalla società di Zuckerberg; per molti troppo conservatrice, con un pensiero rivolto immediatamente ai nudi d’arte più volte vittime di censura.

Sotto la lente d’ingrandimento sono finite melanzane, pesche, banane…sono questi i frutti del peccato ai quali i controllori di Facebook (ma anche di Instagram) presteranno particolare attenzione riguardo il loro utilizzo. La teoria è che il linguaggio in codice, informale, che viene spesso utilizzato in conversazioni private su Whatsapp, dove appunto pesche, banane oppure l’emoji con le tre goccioline d’acqua, rappresentano metafore di messaggi osè, diventi un’abitudine di pubblico dominio, dunque ufficialmente pornografica, dunque non rispettosa della policy adottata dall’azienda.

Non si tratta di un divieto tout court ma di un’attenzione che verrà rivolta nei confronti di certe emoticon e dell’utilizzo che ne facciamo. Alcuni esempi possono forse chiarire meglio la situazione: se avremo voglia di celebrare il corpo di una star di Hollywood, magari postando una foto dove il suo lato B sia protagonista assoluto dell’attenzione dei nostri follower, non sarà possibile coprirlo con una pesca; il frutto non vi salverà dalla violazione delle regole dei social.

E scatterà il segnale di stop anche se qualcuno dovesse commentare con le tre famigerate goccioline d’acqua. Naturalmente il sistema di controllo si basa su un algoritmo, che difficilmente ha una capacità di giudizio elastica, per cui in passato è già successo che, come già ricordato, nudi d’arte fossero scambiati per pornografia o vignette satiriche per dichiarazioni terroristiche. Un rappresentante di Facebook ha dichiarato a XBiz.com, la rivista online che per prima si è accorta di questo aggiornamento, che nulla di sostanziale è cambiato: “Spesso apportiamo aggiornamenti ai nostri standard comunitari. Pubblichiamo queste modifiche sul nostro sito in modo che la nostra community ne sia a conoscenza. Con questo aggiornamento, nulla è cambiato in termini di politica stessa o di come la applichiamo, abbiamo semplicemente aggiornato la lingua per renderla più chiara per la nostra comunità”.

 

Facebook, Instagram Target Sex Workers With Updated ‘Community Standards’ @facebook @instagram https://t.co/xy4QlIioky pic.twitter.com/xlaxL6050S

— XBIZ (@XBIZ)
October 23, 2019

 

E a chi grida alla censura lo stesso rappresentante di Facebook, rimasto anonimo, risponde “il contenuto verrà rimosso da Facebook e Instagram solo se contiene un’emoji sessuale insieme a una richiesta implicita o indiretta di immagini di nudo, sesso o partner sessuali o conversazioni di chat sessuale”.

Viene presentato il “World Energy Outlook 2019“. Introduzione di Fatih Birol – Direttore Esecutivo Agenzia Internazionale dell’Energia. Dibattito alla presenza di Emma Marcegaglia – Presidente Eni, e Claudio Descalzi – Amministratore Delegato Eni. Modera Mario Sechi – Direttore Agi. Conclusioni di Giuseppe Conte – Presidente del Consiglio dei Ministri 

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Il World Energy Outlook (WEO) è la pubblicazione a cura dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE). Oggi più che mai, coloro che sono chiamati a prendere decisioni in ambito energetico devono farlo esaminando la situazione attuale in maniera attenta, basandosi sulle evidenze, e valutando le implicazioni derivanti dalle loro scelte. Il World Energy Outlook non fornisce una previsione di quello che accadrà in futuro. Mette invece a disposizione scenari che esplorano e analizzano diversi possibili futuri, le azioni, o inazioni, che li determinano e le interconnessioni tra le differenti parti del sistema.

Oggi

La domanda mondiale di energia è ancora largamente soddisfatta da fonti fossili (31% oil, 27% carbone e 23% gas). Guardando alla sola generazione elettrica, le principali fonti sono: carbone (38%), gas (23%) e idroelettrico (16%). L’eolico rappresenta il 5% e solare fotovoltaico il 2%. In tale contesto, tra le maggiori incertezze emergono: la sostanziale stabilità del mercato petrolifero nonostante le incertezze geopolitiche, la necessità di ridurre le emissioni pur a fronte di un trend della CO2 che continua a crescere (nel 2018 massimo storico), la necessità di fornire accesso universale all’energia a fronte di  850mln di persone che ancora oggi vivono senza elettricità.

In futuro

Nel lungo termine si possono intraprendere percorsi alternativi:

Continuare a muoversi lungo la traiettoria attuale (Current Policies Scenario – CPS) con una domanda energetica che cresce del 1.3% l’anno da qui al 2040 e le emissioni di CO2 che crescono di un quarto.
Seguire una strada che prenda in considerazioni le nuove politiche e target ad oggi dichiarati (Stated Policies Scenario – STEPS*) con una domanda globale di energia che cresce dell’1% l’anno, con tutte le fonti energetiche – ad eccezione del carbone – in crescita e con emissioni che aumentano senza registrare un picco entro il 2040.
Intraprendere uno scenario in linea con gli obiettivi di Parigi (Sustainable Development Scenario – SDS) che porti a una domanda globale di energia nel 2040 inferiore ai valori attuali ed emissioni di CO2 che diminuiscono fino a raggiungere il livello net-zero nel 2070.

Nel definire il percorso da seguire sicurezza energetica ed emissioni rimangono centrali. In particolare, sul fronte della sicurezza energetica, gli Stati Uniti giocano un ruolo sempre più importante nel panorama energetico mondiale (rappresentano l’85% della crescita globale di petrolio e il 30% di quella gas da qui al 2030) determinando un minor peso dell’OPEC e della Russia sulla produzione petrolifera mondiale (47% nel 2030 vs 55% nei primi anni 2000); il  Medioriente rimane il principale fornitore di petrolio a livello globale (lo stretto di Hormuz rimane una delle rotte principali); l’aumento della flessibilità del sistema power diventa fondamentale per mantenere il passo con il crescente fabbisogno di elettricità (nello scenario STEPS* il solare PV diventa la principale fonte per capacità installata nel mondo). Sul fronte dell’efficienza energetica è necessario un continuo miglioramento: nel 2018 l’intensità energetica dell’economia mondiale si è ridotta solo dell’1,2%, un valore ben inferiore al 3% annuo che sarebbe necessario nello scenario SDS.

Su scala geografica, le economie emergenti ridefiniranno l’andamento dei flussi energetici con la Cina che rimane il primo consumatore energetico in tutti gli scenari mentre l’India è la regione con la maggior crescita della domanda energetica. L’80% del commercio petrolifero internazionale nel 2040 (nello scenario STEPS) è destinato all’Asia, in parte dovuto al raddoppio delle importazioni in India. In tale area rimane comunque aperta la sfida tra carbone, gas naturale e rinnovabili per fornire elettricità e calore alle economie emergenti asiatiche. La domanda energetica cresce anche in Africa per effetto di una rapida crescita della popolazione che entro il 2040 supererà oltre 2 miliardi (aumentando di oltre 600 mln solo nelle città). In tale continente sarà presente l’opportunità di seguire uno sviluppo a bassa intensità carbonica facendo leva sulle risorse energetiche domestiche tra cui rinnovabili, gas ed efficienza energetica. Grazie alle recenti scoperte, il gas rimane centrale a supportare la crescita industriale del continente e offre una buona fonte di flessibilità per il power.

Per costruire uno scenario sostenibile le emissioni devono invertire rotta puntando a NET ZERO EMISSION al 2070 e per raggiungere tale obiettivo è necessario un impegno condiviso.

Non esiste un’unica fonte e una sola soluzione ma tutti i settori energetici devono essere coinvolti per traguardare l’obiettivo di NET ZERO EMISSION al 2070. La riduzione del gap di emissioni al 2050 tra gli scenari STEPS e SDS sarà possibile grazie a: efficienza energetica (37%), rinnovabili (32%), CCUS (9%), fuel switching (8%), nucleare (3%) e altro (12%). In ogni caso, nel processo di transizione vanno considerate le emissioni vincolate nella configurazione del sistema energetico attuale (le centrali a carbone sono ad oggi responsabili del 30% delle emissioni e molti di questi impianti sono ancora giovani) e le reti gas possono offrire uno strumento cruciale di flessibilità anche nel lungo termine grazie a prodotti come l’idrogeno low-carbon e il biometano.  Una grand coalition che coinvolga i governi, gli investitori, il settore privato e chiunque sia impegnato nel combattere il cambiamento climatico è una soluzione fortemente auspicabile per raggiungere l’obiettivo di uno scenario sostenibile.

L’Agenzia mondiale antidoping ha bandito la Russia dagli eventi sportivi globali, tra cui le Olimpiadi di Tokyo 2020 e le Olimpiadi invernali di Pechino 2022, dopo aver accusato Mosca di aver falsificato i dati di un laboratorio antidoping. Un portavoce della Wada, il cui comitato esecutivo si è riunito a Losanna, ha riferito che “l’elenco completo delle raccomandazioni è stato accettato all’unanimità”.

Per lo sport russo è il giorno più nero di sempre, con 4 anni di squalifica. Quindi, niente Olimpiadi (a partire da quelle giovanili del gennaio 2020 a Losanna), niente Mondiali, nessuna manifestazione da ospitare nella Grande Madre Russia per un periodo ben preciso.

La Russia in futuro avrebbe intenzione di ospitare le Olimpiadi estive del 2032 (San Pietroburgo, Kazan e Sochi che ha ospitato quelle invernali del 2014).

L’Esecutivo della Wada segue quanto ‘suggerito’ lo scorso 25 novembre dal suo stesso Comitato indipendente di revisione della conformità (CRC), ovvero squalificare lo sport russo per quattro anni. Motivo? “L’agenzia antidoping russa è al centro di un caso estremamente grave di inosservanza dell’obbligo di fornire una copia autentica dei dati (sarebbero 145 casi, ndr) del laboratorio di Mosca”, ha scritto il Comitato di revisione.

Tra i punti da definire, da quale data dovrebbe scattare la squalifica. Una retrodatazione al gennaio 2019, quando è stata riscontrare la violazione del laboratorio, è tra le ipotesi ma non è escluso che la sanzione avrà inizio dal primo gennaio 2020. Il Comitato Olimpico Internazionale già nelle scorse settimana ha annunciato di “sostenere sanzioni severe contro tutti i responsabili della manipolazione dei dati antidoping del laboratorio analitico di Mosca”.

Il doping russo, che aveva visto il coinvolgimento dei servizi segreti (Fsb), il ministero dello sport , il laboratorio antidoping moscovita e altri enti nazionali e federazioni sportive internazionali (per esempio quella di atletica leggera), ha coinvolto oltre mille atleti sia degli sport estivi che invernali tra il 2012 e 2015. Dal novembre del 2015 l’atletica leggera russa è sospesa e gli atleti che hanno dimostrato di non aver mai avuto problemi di doping possono gareggiare come atleti neutrali. L’agenzia antoping russa Rusada ha tempo 21 giorni per un eventuale ricorso al Tribunale arbitrale internazionale dello sport di Losanna. La decisione del Tas sarebbe poi definitiva. 

 

Il dibattito sul Mes? “Non mi è piaciuto di sicuro, come avrebbe potuto? È un dibattito assurdo. Si sono dette delle cose che non sono vere, altre che sono vere ma sono state usate fuori contesto”. In un’intervista a Il Giornale, Carlo Cottarelli, ex Commissario alla spending review, dice che quello sul Mes è come un dibattito che si svolge intorno alle bufale, le fake news, perciò sottolinea che il Mes “è un accordo che va discusso e che contiene degli aspetti delicati, ma i temi vanno trattati per quelli che sono, cercando di capirli”.

Cottarelli sostiene anche che l’aspetto più sorprendente è che “a protestare sono state le forze politiche che erano al governo quando l’intesa è stata negoziata”, per poi chiedersi: “Ma a suo tempo, quando avrebbero dovuto fare attenzione, dove erano?”. Il manager pubblico si dice anche infastidito dal mito che caratterizza gran parte del dibattito pubblico in Italia perché “i nostri problemi sono colpa di qualcun altro”.

Ovvero, “non contano la burocrazia soffocante, una giustizia che non funziona, la produttività delle aziende che non cresce. No, nulla di tutto questo” ma invece “c’è una specie di complotto di chi ci vuole male. E naturalmente è sempre colpa del governo precedente”, chiosa.

Poi Cottarelli aggiunge anche che “è chiaro che ci sono delle responsabilità che affondano le loro radici nel tempo” come il debito pubblico, per esempio, che “è frutto ancora della prima repubblica” e “ce lo trasciniamo dietro da allora”, però sottolinea, “siamo come gli appassionati di calcio che danno sempre la colpa all’arbitro”.

Ma il punto, secondo il manager della spesa pubblica, è che “nell’ultimo quarto di secolo siamo cresciuti pochissimo” e in Europa “solo la Grecia ha fatto peggio di noi e questo ci porta a interrogarci sul tema con più preoccupazione e angoscia di altri. Dovremmo riconoscere che è in gran parte colpa nostra. Ma la verità fa sempre male” mentre si preferiscono usare i social che “sono il terreno ideale per ‘parlare alla pancia’” e “dove è più facile fare crescere i miti”.

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