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Durante il Tokyo Game Show, Bandai Namco ha dedicato un evento a Tales of Arise, occasione in cui ha potuto mostrare un nuovo trailer. Protagonisti del video sono Alphen e Shionne, due personaggi già noti al pubblico, ai quali se ne aggiunge un terzo avvolto dal mistero.

Nel corso dell’evento sono state rilasciate alcune informazioni sul mondo di gioco e i suoi abitanti. Viene citata l’energia astrale: un potere che risiede in tutti gli esseri viventi. I Renan possono sfruttare questa energia per lanciare delle magie chiamate Astral Artes.

La spada di fuoco di Alphen si genera a partire da questa energia e solo lui può brandirla; non sentendo dolore può utilizzare la spada, che altrimenti brucerebbe il suo possessore.

Tales of Arise

Lo sviluppo di Tales of Arise è iniziato subito dopo l’annuncio della definitive edition di Tales of Vesperia; l’uscita è prevista per il 2020 su PlayStation 4, Xbox One e PC.

L’articolo Tales of Arise: nuovo trailer dal TGS2019 proviene da GameSource.

Recensioni, soluzioni, guide, news, trucchi per Tales of Arise. Dalla redazione di Gamesource, tutto quello che bisogna sapere sul videogioco Tales of Arise


Tales of Arise


L’articolo Tales of Arise proviene da GameSource.

La capacità di produzione di petrolio dell’Arabia Saudita potrebbe tornare a pieno regime tra diversi mesi, più di quanto precedentemente indicato, dopo l’attacco rivendicato dai ribelli filo-iraniani huthi dello Yemen avvenuto sabato. Lo riporta il Financial Times, citando tre persone informate delle ultime valutazioni sui danni riportati alla struttura dall’attacco che ha dimezzato la produzione pari a 5,7 milioni di barili al giorno del principale paese produttore dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio.

I prezzi internazionali del petrolio sono aumentati quasi fino al 20 per cento oggi, alla riapertura settimanale dei mercati, un record dall’inizio della Guerra del Golfo nel 1991. Il Brent è aumentato di quasi 12 dollari al barile, pari al 19,5 per cento, arrivando a 71,95 dollari prima di scendere a circa 66,67 dollari, mentre il prezzo del West Texas Intermediate è aumentato fino al 15,5 per cento raggiungendo i 63,64 dollari al barile, prima di assestarsi a 60,29 dollari, con una crescita del 9,9 per cento.

I ribelli huthi dello Yemen sabato hanno rivendicato l’attacco contro il giacimento di Khurais e l’impianto di Abqaiq, in cui viene trattato quasi il 70 per cento del petrolio saudita per l’esportazione. Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo ha dichiarato nelle scorse ore che “non ci sono prove” che l’attacco sia stato lanciato dallo Yemen, accusando l’Iran. 

Una decina di anni fa Ni no Kuni aveva attirato l’attenzione di tutti i JRPGisti, contenti di vedere finalmente un progetto di un certo peso su home console: la scorsa generazione, infatti, si rivelò piuttosto povera su questo versante a causa dello strapotere di Nintendo DS e PSP. Anche Ni no Kuni, di fatto, nasce sulla portatile di Nintendo.

Alla fine, il gioco di Level 5 arrivò anche in Occidente, nel 2013, e si rivelò un successo, a tal punto da originare una saga. Ora Bandai Namco Entertainment ci ripropone il gioco in versione rimasterizzata, chiamato banalmente Ni no Kuni Remastered, su PlayStation 4 e PC.

“Ni no Kuni” significa, grosso modo, “secondo mondo”. L’idea alla base delle vicende è infatti la seguente: oltre alla nostra, esistono anche altre dimensioni. Lucciconio, Re delle Fate, proviene proprio da una di queste, strettamente collegata al nostro pianeta. Addirittura, ogni anima trova un suo doppio nel mondo parallelo, quasi fosse un Iperuranio. L’unico modo per viaggiare da una dimensione all’altra è la magia. Il protagonista è Oliver, un bambino in grado di salvare i due mondi, secondo un’antica profezia; egli viene ben presto iniziato alle arti magiche da Lucciconio, in modo da poter andare “dall’altra parte” e diventare un Saggio in grado di sconfiggere le forze oscure. E di salvare sua madre, morta sulla Terra, attraverso la sua anima gemella.

La trama è talmente classica da farci pensare a Ni no Kuni come a una “videofiaba”, che si giova di una delle direzioni artistiche più magiche di tutte, grazie al coinvolgimento di Studio Ghibli. Le maggiori suggestioni sono proprio visive, piuttosto che narrative. Ciò non significa che il lavoro di Hino sia da disprezzare (anche se sul finale…, NdR) : il patron di Level-5 è stato attento e ha cercato di ricalcare alcune delle tematiche principali dei lavori del famoso studio di animazione giapponese. D’altro canto, forse nemmeno Studio Ghibli avrebbe fatto di meglio, vista la differenza strutturale che corre tra un film e un JRPG. Quel che conta, a questo punto, è il coinvolgimento, assicurato da un mondo meraviglioso e da un gruppo di protagonisti ben assemblato. Lucciconio, il nostro mentore, è uno dei personaggi più spassosi: buffo, con la battuta sempre pronta, si esprime con un’inflessione romanesca nella traduzione italiana, con una scelta che riporta alla memoria Final Fantasy IX. Si tratta di un modo per rendere particolare la parlata, come in effetti risulta dal doppiaggio (può essere selezionato quello inglese, ben realizzato, o quello giapponese); alcuni lo ameranno, altri lo detesteranno. A parere di chi scrive, non è così terribile.

Ni No Kuni Remastered

La struttura di Ni no Kuni è quella del JRPG classico, caratterizzato da uno svolgimento lineare, dalla world map, dalla soluzione di continuità fra esplorazione e scontri, i quali però non sono casuali, e da un battle system ibrido, che si colloca a mezza via fra i turni e l’action.

Il mondo di gioco (quello “di là”: le sessioni sulla Terra non hanno lo stesso peso sull’economia globale del gameplay) è meraviglioso: città, dungeon sufficientemente articolati, deserti, vaste pianure, mari da solcare… Ni No Kuni riporta alla mente le ore spensierate passate in infanzia/gioventù a scovare i segreti dei vecchi Final Fantasy, grazie a una world map dotata di una bellezza commovente. Nella scorsa generazione pochi JRPG si sono valsi di questo sistema, e se n’è sentita la mancanza; ebbene, non solo Level-5 ha restituito dignità alla world map, ma l’ha anche coniugata con mostri visibili e con l’arte di Studio Ghibli, sorretta da un motore grafico in pregevole cel shading. Lo stesso discorso vale per città e dungeon, che si ispirano ai soliti stereotipi in linea di massima, ma li rileggono con maestria, rendendo ogni nuova schermata una piacevole scoperta.

Ni no Kuni Remastered

Questa versione rimasterizzata, realizzata da QLOC, gira a 1080p per 60 fps su PlayStation 4, mentre su PlayStation 4 Pro è possibile scegliere fra le accoppiate 4k per 30 fps e 1440p per 60 fps; su PC, invece, sia frame rate sia risoluzione saranno sbloccati. La versione per Switch, invece, è un mero port di quella originale per PlayStation 3, quindi gira a 720p per 30 fps. Per il resto, il remaster non va a toccare altro, ma non ce n’era davvero bisogno: il gioco all’epoca era fenomenale ed è invecchiato molto bene, come spesso accade ai giochi in cel shading, i quali hanno il vantaggio (per così dire) di non inseguire mai il fotorealismo.

Le nostre peregrinazioni sono accompagnate da una colonna sonora di prim’ordine, grazie al coinvolgimento di Joe Hisaishi (al secolo Mamoru Fujisawa), che i fan di Studio Ghibli dovrebbero conoscere piuttosto bene: Nausicaa nella Valle del Vento, Il Mio Vicino Totoro, Laputa, La Principessa Mononoke e molto altro ancora sono stati “musicati” da lui. I brani sono stati eseguiti dall’Orchestra Filarmonica di Tokyo.

Ni no Kuni Remastered

Come già accennato, il battle system si caratterizza per una natura ibrida, “action ma non troppo”. Il giocatore comanda direttamente un membro del party, con assoluta libertà di movimento all’interno del campo di battaglia, ma le mosse devono essere comunque selezionate da un menu; dopodiché appare in basso a sinistra l’icona di un orologio, che indica il periodo durante il quale il combattente non può effettuare un’altra mossa (è però possibile “cancellare” alcuni comandi, come l’attacco fisico o la difesa), un po’ come se fossero scanditi dei turni. C’è poi da dire che non proprio tutto avviene in tempo reale.

Il grosso problema dei sistemi action o pseudo tali è che il giocatore può controllare un solo alleato, quindi gli altri sono affidati all’I.A. (Tales of consente anche il multiplayer locale), che in Ni no Kuni non è proprio il massimo. Purtroppo mancano anche le ampie possibilità di customizzazione che ritroviamo in titoli come i succitati Tales of, più complessi e soddisfacenti sotto questo punto di vista. Il problema è in parte attenuato dalla possibilità di switchare personaggio in ogni momento e da una difficoltà non proibitiva (ed è possibile in ogni momento cambiare il grado di sfida), però non v’è dubbio che un sistema di gestione più raffinato avrebbe di sicuro reso le battaglie più piacevoli.

Ni no Kuni Remastered

Un ruolo di primo piano nei combattimenti è svolto dai famigli, curiose creature da catturare e addestrare. Ogni alleato può tenerne tre e può evocarne uno alla volta per un limitato quantitativo di tempo. Ogni famiglio è dotato di mosse, equipaggiamenti, caratteristiche e parametri particolari, a esclusione di HP e MP, che sono quelli del suo “allenatore”, per utilizzare un termine usato nell’ambito Pokémon; come i mostricciattoli di Nintendo, i famigli possono evolversi, aumentando i loro poteri, ma tornando al livello 1.

Questo elemento di monster taming risulta ben integrato nel gioco e conferisce un ampio spettro di soluzioni tattiche, che sarebbero precluse se ci si dovesse limitare al ridotto numero di alleati. Un po’ fastidiosa la questione della cattura: per assicurarsi i servigi di un famiglio è necessario (di solito) sconfiggerlo in duello e poi fargli una serenata (!) quando compaiono dei cuoricini sopra la sua testa. Il problema è che questi dannati cuoricini non compaiono sempre, rendendo il sistema assolutamente randomico. Non un grosso problema, ma sicuramente una seccatura quando gli incarichi secondari richiedono la cattura di determinati mostri…

Ni no Kuni Remastered

Ni no Kuni è vasto, e può diventarlo ancora di più per i completisti. La main quest si aggira sulla tipica quarantina di ore, calcolate senza rushare, ma senza nemmeno soffermarsi a ogni cosa. In quest’ultima ipotesi, il tempo richiesto lieviterà notevolmente, visto il grandissimo numero (circa 130) di subquest, alcune delle quali da svolgere nel post game. Esse si dividono fondamentalmente in due categorie: le cacce al mostro e le richieste di aiuto. Portando a termine questi incarichi si guadagnano punti che possono essere spesi per avere dei bonus interessanti, come l’abbassamento dei prezzi nei negozi o l’aumento della velocità di marcia/crociera nella world map. Queste ricompense sono ben più interessanti dei compiti in sè, che a lungo andare si rivelano ripetitivi: a tacer delle cacce, anche gli aiuti ai cittadini non prevedono grosse varianti, estrinsecandosi quasi sempre in fetch quest (va’ a prendere un fiore che cresce in una foresta, recupera una pagina del mio diario, portami questi famigli, ecc.); ancor peggio, gli apporti alla trama e alla caratterizzazione dei personaggi sono pressoché nulli.

Oltre a queste side quest “canonizzate” esistono anche altri fattori che aumentano la longevità, come la ricerca dei tesori nascosti o di tutte le razze di famigli, gli enigmi di Horatio e un sistema di crafting abbastanza classico, basato sulle ricette. A ogni modo, questa versione remastered non ha aggiunto contenuti, nemmeno secondari.

Ni No Kuni remastered


Ni no Kuni Remastered è un’ottima occasione per godersi al meglio un gran bel JRPG della scorsa generazione, ma l’assenza di qualsivoglia novità, unitamente a un prezzo di lancio eccessivo, dovrebbero dissuadere dall’acquisto quanti abbiano già affrontato il gioco su PlayStation 3.

L’articolo Ni no Kuni Remastered – Recensione proviene da GameSource.

Matteo Renzi è ormai pronto a lanciare l’iniziativa dei gruppi autonomi in parlamento, ma tra i renziani stessi non sono pochi a nutrire dubbi sull’operazione.

Alessia Morani, tra le più fedeli tra le parlamentari renziane, afferma senza mezzi termini che lei resterà nel Partito Democratico e si spinge a fare appello a tutti perché non si metta in difficoltà il governo giallorosso nel giorno in cui si completa la squadra.

Un’altra prima linea renziana è Simona Malpezzi che, seppur non utilizzando i toni definitivi della collega, conferma che casa sua è il Pd finché questo rimarrà un “partito plurale”.

Il coordinatore dei comitati civici Ritorno al Futuro, Ivan Scalfarotto, è in attesa di un chiarimento: finché non ci sarà una decisione – dice – è inutile parlare di ipotesi.

Richiamare domani sera, insomma. Anche perché nel tardo pomeriggio Matteo Renzi sarà nello studio di Bruno Vespa e “da lì arriverà una indicazione precisa”, scommettono esponenti renziani al Senato. Fonti parlamentari vicine all’ex segretario dem confermano lo smarrimento dei fedelissimi: “Rischia di essere una operazione di piccolo cabotaggio”, viene sottolineato con riferimento al numero di parlamentari che potrebbero seguire Matteo Renzi.

I numeri, i deputati e senatori favorevoli

Si spera in una ventina di deputati, quanto basta per mettere in piedi un gruppo autonomo a Montecitorio. Ma se si tiene conto che il grosso delle file della minoranza dem in Parlamento sono rappresentate da esponenti di Base Riformista, area che fa capo a Luca Lotti e Lorenzo Guerini e che conta circa 40 parlamentari, è tutt’altro che scontato che si arrivi a quella cifra: “Guerini e Lotti non ci pensano neppure – viene riferito – e, anzi, confermano la linea uscita dall’assemblea di Montecatini. Rimaniamo nel Pd cercando di rafforzare la vocazione riformista e progressista del partito”.

A seguire Renzi, al momento, ci sarebbero i deputati Maria Elena Boschi, Anna Ascani, Luciano Nobili, Michele Anzaldi, Luigi Marattin, i coordinatori dei comitati civici Ettore Rosato e Ivan Scalfarotto, Michele Anzaldi. Al Senato il fedelissimo Francesco Bonifazi, mentre Andrea Marcucci ha già fatto sapere di voler rimanere nel Pd.

“Per quello che vogliamo fare, i numeri sono sufficienti in tuti e due i rami del Parlamento”, assicura comunque Nobili. 

“Cara mamma, voglio scusarmi ancora per la rissa che ho scatenato… mi pento veramente di quello che ho detto e per il modo in cui mi sono comportato nei tuoi confronti”. Lo ha scritto tempo fa alla madre, Gabriel Natale Hjorth, il 20enne statunitense accusato, in concorso con il connazionale Finningan Lee Elder, dell’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega.

Il ragazzo aveva scritto la lettera alla mamma dopo che questa lo aveva scoperto a far uso di droghe.

“Nessuno è perfetto e tu mi hai dato una mano più di ogni altro in questa famiglia. Mi dispiace molto aver sottolineato le tue pochissime imperfezioni, specialmente perché io ne ho così tante. Ti amo con tutto il cuore e un giorno te lo dimostrerò completamente”, conclude il giovane difeso dagli avvocati, Francesco Petrelli e Fabio Alonzi.

La missiva è stata depositata in vista dell’udienza davanti al Riesame che era fissata per oggi, ma a cui i legali del giovane hanno rinunciato. ​

Blitz della Polizia di Stato di Torino, coordinata dal Gruppo criminalità organizzata della procura, nei confronti delle frange ultrà della Juventus. Nell’ambito dell’operazione denominata “Last Banner”, la Digos di Torino ha eseguito 12 misure cautelari nei confronti dei capi e dei principali referenti dei “Drughi”, di “Tradizione-Antichi Valori”, dei “Viking”, del “Nucleo 1985” e di “Quelli.. di via Filadelfia”, indagati a vario titolo per associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata.

Compiute anche 39 perquisizioni con la collaborazione delle Digos di Alessandria, Asti, Como, Savona, Milano, Genova, Pescara, La Spezia, L’Aquila, Firenze, Mantova, Monza, Bergamo e Biella, nei riguardi di 37 fra i principali referenti dei gruppi ultrà in questione (ed anche del “N.A.B. – Nucleo Armato Bianconero”), indagati nell’ambito della stessa indagine.

I capi ultrà della Juve avevano, secondo la Procura, “posto in essere una precisa strategia estorsiva” nei confronti della società bianconera. Strategia di cui esistono “incontrovertibili elementi probatori”. E’ quanto emerso dalle indagini della Digos durate oltre un anno e partite da una denuncia presentata dalla stessa Juventus.

In particolare – spiegano gli investigatori – “l’interruzione, alla fine del campionato 2017/18, di alcuni privilegi concessi ai gruppi ultrà ha infatti determinato, sin da subito, una ‘reazione’ dei leader storici che, hanno definito una capillare strategia criminale per ‘ripristinare’ quei vantaggi soppressi ed affermare nuovamente la posizione ‘di forza’ nei riguardi della Juventus”.

Accertata anche la “capillare attività” dei “Drughi” per recuperare centinaia di biglietti di accesso allo stadio per le partite casalinghe del club, “avvalendosi di biglietterie compiacenti sparse su tutto il territorio nazionale”. 

“E’ stata un’indagine lunga e paziente, che ha portato risultati importanti, ha trasformato la conoscenza generica in precise prove di precisi reati attribuibili a determinate persone. Non a un gruppo indistinto. Le indagini servono a questo, a raccogliere prove a carico di precise persone da portare davanti a un giudice” ha affermato il procuratore di Torino Paolo Borgna.

Questa attività potrebbe essere replicata anche in altre realtà sul territorio nazionale. Questa è la prima volta che singoli reati vengono contestati a singole persone. Il quadro che è emerso da questa indagine sicuramente non può essere un unicum che riguarda la Juventus” ha detto il questore di Torino, Giuseppe De Matteis. “Potrebbe essere” ha aggiunto “che anche in altre parti del territorio nazionale ci siano dei rapporti assimilabili a quelli che abbiamo riscontrato”.

L’indagine, ha spiegato il questore, “apre un canale investigativo che può essere un precedente per altre attività, perché non credo che questa sia l’unica situazione esistente sul territorio nazionale di contiguità tra il malaffare e il mondo deviato della tifoseria“.

“Gli arrestati sono persone che hanno fatto della violenza uno stile di vita” ha dettoil procuratore aggiunto Patrizia Caputo. “I simboli dell’estrema destra ritrovati sono un aspetto marginale. Siamo di fronte a persone con uno stile di vita violento. Il tifo è un pretesto. Si tratta di persone che sono state arrestate non perché commettevano reati fuori dallo stadio, ma all’interno, ai danni della Juventus”.

In particolare, si verificano estorsioni ai danni di tifosi. “Ci sono persone – ha spiegato Caputo – che si sono viste allontanare dai posti regolarmente pagati, con spintoni e reazioni violente. Questi personaggi violenti non si fermavano neppure davanti alla presenza di bambini”.

“Gli arresti sono il risultato di una brillante operazione della Polizia di Stato di Torino che ha potuto contare sulla denuncia fatta dalla società bianconera. Un aspetto, questo, che merita di essere sottolineato perché troppo spesso il rapporto tra certe frange del tifo e le società di calcio non è stato trasparente e corretto” sottolinea  il portavoce dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, Girolamo Lacquaniti. “Crediamo che questa ulteriore indagine “continua Lacquaniti” confermi ancora una volta che dietro gli estremisti del tifo calcistico si celino vere e proprie aggregazioni criminali e che debba essere definitivamente bandita ogni forma di tolleranza nei confronti di chi cerca di nascondersi come fenomeno di folclore. Ci sono ancora troppi segnali inquietanti nel mondo del calcio, come la faida che si sta consumando all’interno della curva nord dell’inter, così come l’omicidio del capo ultras della Lazio maturato in ambiti criminali”. 

“Ribadiamo la necessità” conclude il portavoce dell’Anfp “che l’impianto normativo costruito in questi anni non arretri nelle misure a carico di certi professionisti del disordine e del malaffare e auspichiamo che anche la giustizia sportiva favorisca le forme di collaborazione tra le società e le forze dell’ordine al fine di eliminare quelle zone che non possiamo più definire d’ombra ma che sono terra di conquista per vere e proprie forme di criminalità organizzata”.

Intervistato dal Corriere della Sera, il neominstro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti afferma che “ora c’è un’opportunità storica” perché il governo ritiene che la scuola e l’università “siano il nucleo dello sviluppo economico del nostro Paese”. E così, “con il miliardo per l’Università penso a più concorsi per ricercatori e a più finanziamenti per i Prin, i piani per la ricerca di base” aggiunge.

L’aumento per gli insegnanti

Nell’intervista il ministro dice anche che nella prossima legge di bilancio vorrebbe “provare a mettere ordine alle emergenze” e “dare un riconoscimento agli insegnanti” che dovrebbe essere “un aumento mensile a tre cifre, cento euro” che significherebbe un investimento di “più della metà dei due miliardi”. Il resto per “accompagnare le scuole e gli enti locali nel percorso per la ristrutturazione degli edifici scolastici”.

Nel suo sogno di un Paese “in cui si ambisca a fare l’insegnante perché la società ne riconosce l’importanza e la centralità”, il ministro Fioramonti dice che ha intenzione di “cambiare i meccanismi dei concorsi che sono troppo farraginosi e complessi”. Serve poi un sistema di formazione per gli insegnanti migliore e che per far ciò “la scuola deve recuperare le esperienze internazionali migliori, a partire da quella finlandese, poi il modello Montessori, don Milani, l’esperienza di Reggio children: una scuola – precisa – in cui i ragazzi vadano volentieri perché imparano divertendosi” ma dando anche spazio “alle materie Stem” (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica) che però sia l’Ocse che l’Invalsi certificano invece che no le imparano. 

Il rapporto insegnanti genitori, concorsi e maturità

Quanto al lavoro degli insegnanti, il ministro afferma che “la dedizione di un insegnante non si misura con le ore di lavoro” e che “la scuola non è un ufficio postale e funziona grazie al lavoro anche volontario che fanno molti insegnanti per passione e perché sanno che la loro è una missione sociale”. Pertanto, aggiunge, “non credo che un aumento di stipendio come premio funzioni”. Perciò il ministro pensa “a riconoscimenti, premi, apprezzamenti da parte dei genitori, della comunità che riconosca il loro fondamentale ruolo”. E per i presidi ribadisce l’intenzione di voler abolire la norma del cartellino da timbrare.

Infine i concorsi. Il ministro spera di far partire i bandi dei concorsi promessi da Bussetti “entro fine 2019 e anche di dotare la scuola di nuovi professori “prima” del settembre 2021: “Martedì – informa il ministro – incontrerò i sindacati: bisogna mettere mano al decreto ‘salva-precari’. I 55 mila posti dei concorsi saranno divisi a metà tra precari e neo laureati” e garantisce che “l’anzianità sarà valutata molto, ma ci deve esser e una selettività appropriata”.

Cambierà la Maturità? E i test Invalsi? Alle due domande il ministro risponde così: “Il test Invalsi è utile ma non deve essere requisito di ammissione alla maturità. L’anno scorso non era obbligatorio e l’hanno fatto praticamente tutti, credo che se fosse obbligatorio avremmo l’effetto di spaventare insegnanti e studenti” afferma. Quanto alle tre buste dell’orale per la licenza liceale si trincera dietro un prudente “vediamo” mentre per i test di medicina il ministro si esprime per una possibile “abolizione graduale”, c’è a tal proposito un legge in Parlamento ma che “prima servono fondi per l’Università”. 

È “molto preoccupato” per le sorti del Pd Pierluigi Castagnetti, padre nobile del Pd, molto in sintonia con il pensiero espresso dal capo dello Stato. Il rischio di una scissione la reputa “un’iniziativa irresponsabile come fu quella di Bersani”. Tanto che se Renzi chiedesse un parere agli elettori Pd, “gli risponderebbero di no farlo” si dice sicuro.

Sono alcuni passi centrali dell’intervista al Corriere della Sera in cui l’ex esponente Dc, poi passato nel Ppi, quindi alla Margherita e infine al Pd, spezza una lancia in favore dell’accordo per le regionali con i 5Stelle: “C’è da ricostruire un tessuto valoriale, antropologico e per farlo occorre uno spazio temporale” afferma per poi aggiungere: “Io sono talmente rispettoso dell’alleato, da riconoscergli il tempo di cui ha bisogno perché le decisioni maturino. Non chiediamogli abiure, ma un’intesa su un obiettivo per il futuro”.

Castagnetti non ha fretta, anche perché c’è “da disintossicare il Paese” e questa è principalmente “la missione” del governo Conte2. Quanto a Renzi, pur non mettendo in discussione la sua “buona fede”, Castagnetti però crede invece che “la scissione concordata è una pia illusione” in quanto “quando o ci si scinde, la conflittualità tra le due parti porta a danneggiare la coalizione fino a farla finire”. Tanto più che in questo caso “manca l’oggetto”: “Una scissione perché, per fare cosa?”

Quindi Castagnetti da atto al nuovo segretario Nicola Zingaretti di aver fatto “uno sforzo anche di linguaggio. Ho sentito parole come noi, speranza, comunità, che appartengono a un lessico non comunista” dice il padre nobile del Pd, che a quanti gli obiettano che i renziani in questa fase lamentano di aver ottenuto pochi posti, ribatte: “Due cavalli di razza della Dc come Moro e Fanfani assunsero spesso posizioni escludenti, ma non si divisero mai peri posti di sottogoverno e il partito conservò sempre quella unità che ha garantito la crescita del Paese”.

A Renzi, Castagnetti lancia invece un appello “ad alzare lo sguardo” perché “il governo non è nato solo per evitare l’aumento dell’Iva, ma per recuperare il prestigio dell’Italia, perché possa giocare un peso sul piano internazionale in un tempo di cambiamenti epocali, dalle grandi migrazioni ai mutamenti climatici”. E se si sente questa responsabilità “ci sarà gloria per tutti”. “A cominciare da Di Maio che è ministro degli Esteri” chiosa in conclusione Castagnetti.

 

Gucci ha potenziato il suo marchio e le vendite, utilizzando i social media, ma la scelta si è rivelata un boomerang, e le vendite negli Usa sono calate nel primo trimestre, per la prima volta dal 2016.

La responsabilità, rileva il Wall Street Journal, è stata di un maglione della collezione autunno/inverno 2018 finito al centro delle critiche su Twitter perché, a dire di alcuni, faceva esplicito riferimento esplicito al blackface, lo stile di make up teatrale con il quale gli attori bianchi interpretavano i personaggi neri caricaturizzandone i tratti somatici.

Il maglione è stato ritirato dal mercato, ma la mossa non è bastata ad evitare un contraccolpo nelle vendite Usa, a dimostrazione che le aziende di lusso che prosperano su Instagram e sugli altri social media possano inciampare altrettanto rapidamente a causa di una strategia di marketing sbagliata. La ricerca di attenzione da parte delle piattaforme social, ideata dal designer di Gucci, Alessandro Michele, è infatti scivolata sulla buccia di banana del maglione che richiamava il blackface, sul quale negli Usa e in Canada si è scatenata la polemica su Twitter, che ha innescato una campagna di boicottaggio e conseguentemente un calo delle vendite negli Stati Uniti.

Inizialmente il design appariscente di Michele aveva suscitato l’attenzione degli influencer dei social media e degli artisti hip-hop che stabiliscono le tendenze che dominano l’industria della moda. Le sue sfilate – tra cui una l’anno scorso a Milano, dove modelle si sono lanciate in passerella con repliche realistiche delle loro stesse teste – sono diventate virali.

Tuttavia l’ondata di elogi si è infranta contro lo scoglio del maglione da 890 dollari coi riferimenti al blackface. Tra le celebrità che hanno puntato l’indice contro questo capo di abbigliamento, c’è anche il rapper T.I., che su Instagram si è dichiarato “un cliente a 7 cifre l’anno e un sostenitore di lunga data” di Gucci. Ora, nota il Wsj, il prossimo show di Michele è fissato per il 22 settembre durante la settimana della moda di Milano. E alcuni esperti del settore della moda si chiedono se Gucci e il suo designer non siano entrati in una fase declinante.

“Per quanto innovativo sia Alessandro, il suo stile sta diventando un po ‘stagnante'”, ha detto al Wsj Nicole Fischelis, ex direttore creativo di Saks Fifth Avenue e di Macy’s, ora messosi in proprio come consulente delle grandi case di moda. 

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