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La Ferrari rompe il digiuno a Monza e dopo nove anni trionfa nel Gran Premio d’Italia con il protagonista più atteso, Charles Leclerc. Il 22enne pilota monegasco bissa il successo di appena una settimana prima a Spa con una gara perfetta, condotta in testa dalla pole alla fine, e precede le due Mercedes di Valtteri Bottas e Lewis Hamilton. Male l’altra rossa di Vettel che chiude 13mo e fuori dalla zona punti.

Così la Rossa torna in cima al podio sulla pista brianzola, un evento che mancava dal 2010 quando Fernando Alonso sfiorò la conquista del mondiale. Per Leclerc è forse la consacrazione definitiva tra i grandi del circuito: la sua difesa dalle frecce d’argento, prima da Hamilton e poi da Bottas, ne ha confermato la grinta e il talento. Il campione del mondo inglese ha chiuso con le gomme usurate dalla lunga rincorsa.

Quali day babyyy. It’s not going to be easy but I’ll give it all
: @john_nuppey pic.twitter.com/g0kWVvc6YE

— Charles Leclerc (@Charles_Leclerc)
September 7, 2019

 

La festa Ferrari è stata solo parzialmente offuscata dalle difficoltà di Sebastian Vettel, che ha chiuso al 13mo posto e fuori dalla zona punti. Il tedesco è partito male e ha compromesso tutto nei primi giri con un testa coda. La ‘marea rossa’ (record di 200 mila presenze nell’arco del weekend) ha gioito lo stesso per il suo nuovo idolo.

“Vincere qui è un sogno, lo era già la settimana scorsa con la prima vittoria, ma in termini di emozioni vincere qua è dieci volte di piu'”, ha commentato il pilota che si è difeso dalle velate accuse di Vettel di non averlo aiutato durante le qualifiche (“ieri non ho fatto niente di male, quello che è successo non è stata colpa mia e Binotto lo sa bene..”). “Per oggi sei perdonato”, gli aveva detto scherzosamente in radio il team principal della scuderia.

WHAT. A. MOMENT.#F1 #ItalianGP pic.twitter.com/7N8bIZBYdX

— Formula 1 (@F1)
September 8, 2019

 

A vincere è stata anche la strategia della Ferrari che non è caduta nel tranello dei pit-stop simulati delle Mercedes: Leclerc ha cambiato le gomme nel momento giusto, al giro 19, e ha messo la gomma bianca, più resistente ma meno veloce, battendo alla lunga quella gialla di Hamilton che si è logorata prima. Ma anche quando il pilota inglese andava più veloce, Leclerc è riuscito a tenerlo dietro.

Il mondiale resta comunque un affare tutto Mercedes, visto che Leclerc ha 102 punti meno di Hamilton ed è dietro anche a Verstappen e Bottas. Ma dopo Monza il futuro appare un po’ più rosso e un po’ meno grigio.  

E ora? La vita e il tennis non si fermano: che succederà ora di Matteo Berrettini, come gestire il primo semifinalista italiano agli Us Open, il 23enne esploso sia come tennista che come uomo che sta ricevendo solo complimenti? L’abbiamo chiesto a Stefano Massari, il preparatore mentale del clan diretto da Vincenzo Santopadre, motore della Rome Tennis Academy a Bel Poggio, a due passi dalla Capitale.

Massari, come gestirete questo delicato passaggio psicologico?

“Prima e durante gli Us Open ci siamo sollecitati per mettere insieme una serie di appunti e rilievi da discutere appena dopo il torneo. Questo tema sarà il primo punto che discuteremo, con Matteo, nei prossimi giorni, appena sarà rientrato a Roma”.

Matteo continua a saltare da una condizione all’altra: adesso ha anche vinto quasi un milione di dollari in un colpo solo, per la prima volta ha ottenuto risultati sul cemento, ha fatto un altro salto in classifica, portandosi a ridosso dei “top ten”, è arrivato in semifinale in uno Slam…

“In realtà Matteo ha la capacità di andare oltre le aspettative, e quindi anche con gli ultimi risultati è già andato oltre le esperienze di tutti noi. Prima degli Us Open avrei giudicato molto difficile che ottenesse quello che ha ottenuto in queste due ultime settimane. Ma lui è quello che fa questo salti pazzeschi”.

Quindi come farete voi del gruppo ad analizzare il momento e ripartire con nuovi progetti?

“Sentiremo da lui che cosa sente di aver acquisito, Matteo è il fulcro di tutto, la partenza di tutto, sentiremo come ha vissuto questo momento e medieremo fra le aspettative degli altri e le sue. Deve gestire gli eventi, assorbire la nuova popolarità, e quello che il mondo esterno si aspetta adesso da lui. Perché se non dovesse vincere il prossimo torneo che gioca sono sicuro che sarebbero tutti tristi”.

Intanto, Matteo ha gestito New York in modo incredibile.

“Questo è l’aggettivo giusto che ci siamo ripetuti l’un l’altro ogni volta che ci siamo parlati in questi giorni. È stato incredibilmente bravo a gestire il pubblico, gli avversari, la tensione, e anche Nadal, che è il più forte di tutti mentalmente”.

Le telecamere l’hanno spesso inquadrato nei suoi soliloqui: erano previsti o ha ricominciato a fare la pericolosa “radio” come agli inizi di carriera?

“Dipenda cosa si dice, io so che cosa si sarebbe dovuto dire e all’80% l’ha fatto. Gestendo situazioni difficili. Altre volte si è detto altro e parleremo anche di questo, con lui. Di certo, contro Rafa, sapeva di non poter disperdere energie pscio-fisiche che gli sarebbero servite tutte ed il, suo comportamento è stato molto buono. Non ha avuto reazioni di stizza di alcun genere, si è parlato molto fra sé e sé, in modo positivo. Ci sta”.

Lei parla spesso della delicata questione della gestione dell’imperfezione.

“Proprio quella gli ha permesso, a mio parere, di battere alla fine Monfils, malgrado quel doppio fallo sul primo match point e tutte le situazioni che ha vissuto. Ha accettato la situazione, il suo errore”.

Un’altra materia in cui Matteo sta progredendo molto è la gestione della paura.

“Tutti provano paura, prima o poi, il coraggioso non è quello che non la sente, ma quello che la accetta e gestisce, e si muove nonostante la paura. E Matteo l’ha fatto bene”.

La domanda, e adesso?, vale anche per il prossimo libro che il giovane Matteo deve affrontare nella sua crescita di uomo. Quale sarà?

“In questo momento sta leggendo Butcher’s Crossing di John Edward Williams, che è un western, stile Revenant. Sentiamo come lo sta vivendo. Poi potrebbe passare all’altro libro più famoso, Stoner. Oppure ad altro”.

E il prossimo film di Berrettini quale sarà?

“Andrà quanto prima a vedere l’ultimo di Tarantino, che è uno dei suoi registi preferiti. Io gli consiglierò i classici di Woody Allen, da Io ed Annie a Manhattan”.

Chi è il supertifoso col barbone alla James Harden, i capelli raccolti a cipollotto, gli occhiali scuri da vista, la faccia cattiva, i vestiti da “gggiovane” che si agita tanto nella tribuna di Matteo Berrettini sull’Arthur Ashe Stadium di Flushing Meadwos? La domanda rimbalza da New York attraverso la telecronaca Eurosport e dopo aver dribblato gli stereotipi e le apparenze trova una risposta: si chiama Giovanni Bartocci, è il titolare dell’affermato ristorante Via della Pace, di East Village, Manhattan, New York.

La Lazio e la Grande Mela

Giovanissimo non è, “ho fatto 40 anni”, ci racconta, ridendo come un matto della nostra ilarità dopo aver riascoltato la sua sgangherata segreteria telefonica, da tifoso doc della Lazio, che si chiude con un saluto non propriamente caloroso (eufemismo) a Claudio Lotito. “Sono presidente del Lazio Club di New York, abbiamo creato una onlus no-profit che quest’anno, grazie a gadget e donazioni, ha raccolto 25 mila dollari in beneficienza. Da noi è venuto a cena anche coach Inzaghi”.

Da dodici anni, Giovanni risiede nella Grande Mela dove, insieme al socio Marco Ventura, ha rilevato quello che definisce: “Una trattoria, il posto dove vai quando non hai voglia di cucinare e trovi i piatti che conosci, quelli che ti ricordano i tuoi sapori, i tuoi ricordi, e ti fanno sentire a casa”. La sua formula è vincente. “No, i soldi, non li faccio, quali soldi? Qui un ristorante che funziona, con la concorrenza che c’è nel settore, è una battaglia, tutti i giorni”.

La sua formula richiama da anni tanti nostri  immigrati, quelli fissi, e quelli part-time, compresi i tennisti azzurri di scena agli Us Open di tennis. “Forse la prima è stata Karin Knapp, quest’anno ho avuto l’onore di avere, tutti insieme, una sera, i quattro che erano rimasti in gara, Lorenzi, Sonego, Berrettini e Fabbiano. Che è stato un po’ il catalizzatore del gruppo”.

Matteo Berrettini è un “pischello”, per Giovanni, romano di adozione, nato a Ronciglione (fra Roma e Viterbo), che è lievitato nella ristorazione dal lago di Vico, “Da Zio Luigi”, a Dublino, a Londra, e quindi a New York. Matteo è uno di cui tutti noi italiani dobbiamo andare orgogliosissimi, per l’orgogliosissimo italiano Bartocci: “Ma ci pensate? Il primo in semifinale agli Us Open, sul cemento. È venuto da noi tutte le sere che ha vinto, anche dopo Monfils, certo, e anche le volta che aveva un po’ di tempo, fra un match e l’altro. M’ha fatto soffrire troppo. Quanto si soffre fuori, in tribuna! Io mi agitavo anche, rispetto agli altri, ma sudavo pure come un matto. Fortuna che Vincenzo (Santopadre), il coach, mi ha dato quell’asciugamani. Sono state quattro ore durissime!”.

Il menu del tennista

Ma cosa mangia Berrettini nella trattoria che serve carbonare e piatti di casa Via della Pace all’east village di New York, Manhattan? “Insalata di pollo e pasta in bianco, con l’olio e il parmigiano”. Soprattutto: “Qui cerchiamo di farlo sentire a casa, gli diamo cento risate, lo mettiamo sereno”. Ce lo vedete Harden il truce che vi coccola? Bene, è proprio così: mai fidarsi delle apparenze. Anche se tira da tempo di boxe, “da mediomassimo, raccolgo soldi per beneficienza”.

Passione Football 

Anche se anni fa s’è fatto conoscere per la smodata passione per l’amore per i Packers di football: “La prima volta che venni negli Usa, ero ospite di mio zio e scoprii alla tv questo sport strano con una palla strana tra ventidue persone che se le davano di santa ragione, con metà degli spettatori  che stavano in maglietta con le maniche corte mentre nevicava, e avevano delle immense forme di formaggio in testa. Alcuni avevano una G sul casco, il loro nome abbreviato era GB (Green Bay), come Giovanni Bartocci. E così quando hanno vinto il Superbowl nel 2011… Andate su google e digitate: Crazy Italian Packers Fan… Vi farete due risate!”. Ha visto gli ultimi due minuti della partita a bordocampo, dribblando i prezzi stratosferici del biglietto, e la sua immagine è finita in uno spot pubblicitario diventando l’idolo dei tifosi. Anche se come ha fatto ad entrare in campo resta un segreto.

Un look “studiato”

È un segreto anche quella sua espressione truce. Anche se dà proprio l’impressione che è meglio non litigarci, Giovanni è un cuore tenero. “Questo look lo tengo da una vita perché se scoprono come sono, sono fritto”. E… “Sempre Forza Lazio!”. Ma Matteo non è della Roma? “Credo che tifi Fiorentina, di sicuro non è della Roma. Comunque non è importante. Ma vi rendete conto che cosa ha fatto il pischello? A New York!”.

E’ morto, stroncato da infarto a 30 anni, il figlio di Cafu. Danilo Feliciano de Moraes è stato colpito da malore mentre giocava a calcio a casa della sua famiglia a Barueri, nell’area metropolitana di San Paolo.

In una nota su Twitter la Roma “esprime cordoglio e vicinanza a Marcos Cafu e alla sua famiglia in questo momento di dolore”. Secondo la ricostruzione che l’ex terzino della Roma ha fatto all’amico Paulo Sergio, il ragazzo si sarebbe sentito male dopo aver giocato per dieci minuti. Trasportato all’unità Alphaville dell’ospedale Albert Einstein di San Paolo, è deceduto dopo alcuni minuti nonostante il tentativo dei medici di rianimarlo. Lascia la compagna e un figlio piccolo. 

Uomini e donne del tennis agli Us Open, come negli altri Slam, ricevono uguali premi. Ma, al di là dei match al meglio dei cinque set anziché dei tre, al di là della velocità di palla, Roger Federer e compagni si differenziano da Serena Williams e compagne anche per altri particolari. Perché ad esempio, prima di battere scelgono tanto accuratamente le palle da usare, a differenza delle donne?

La risposta più banale che ci darà un tennista è che cercano quelle più nuove, meno usurate, che viaggino più veloci delle vecchie, e rendano più difficile la risposta. Soprattutto, oggi, col livello sempre più alto che si è raggiunto nei primi colpi del game, cioè servizio e risposta. Anche se è scientificamente provato che le palle che sembrano migliori non sempre lo sono davvero. E che quindi il rituale sia più legato ad un’abitudine o forse a motivi scaramantici.

Uno senza peli sulla lingua come Andy Murray, a domanda specifica, ha risposto sincero: “Lo faccio perché lo fanno tutti gli altri, non perché in realtà ci siano davvero differenze fra una palla e l’altra”. Sottolineando il fattore routine ancor più di quello psicologico, cioè sulla maggiore tranquillità che si ha nel battere con una palla che si sente più piena, e quindi pericolosa, avendo controllato anche quel particolare, mettendosi la coscienza a posto ancora un po’. O anche per cercare quel pizzico di concentrazione in più, seguendo un rituale ripetuto negli anni.

Secondo il professor J. Magnus della Tilburg University olandese, in realtà la scelta si rinnova anche con la seconda di servizio, perché invece, per ragioni opposte, i giocatori scelgono la palla più sgonfia ed avariata, che li aiuti nell’esecuzione più sicura ed accurata, non di potenza, alla ricerca di una traiettoria più lenta e carica d’effetto.

Ma non è trascurabile anche il fattore superstizione, molti giocatori vogliono rigiocare con la stessa palla che gli ha appena dato il punto (primo fra tutti, il super-battitore Goran Ivanisevic, e fra le donne Conchita Martinez), il fattore fisico, per rifiatare un attimo di più fra un punto e l’altro, e quello tattico, alla ricerca cioè di quel pizzico di riflessione in più prima di scaricare tutta l’adrenalina nel colpo e anche spezzare il ritmo all’avversario.

Che cosa dicono i tennisti professionisti?

L’ex n. 1 del mondo, Juan Carlos Ferrero, spiega: “Dopo un lungo scambio la palla si deforma comunque, il raccattapalle, ovviamente non la scarta, te le ridà tutte, ma è meglio evitare di giocare il servizio proprio con quella”. Con Rafa Nadal che puntualizza: “Io non gioco mai due punti di fila con la stessa palla”. Il numero 1 di oggi, Novak Djokovic, che ha mille superstizioni, chiarisce: “La selezione della palla segna anche il corso del punto immediatamente successivo, nella mia testa ne sono assolutamente convinto”.

Roger Federer, finge di fare una scelta molto veloce, ma in realtà ha l’occhio acuto come quando sceglie un angolo di tiro: “In generale, per la prima di servizio scelgo quella più nuova fra le tre che chiedo al raccattapalle da scegliere. Ma cerco anche di avere tutte le palle più o meno usate uguali”. Jo Wilfred Tsonga ammette che quel rituale è un comportamento ossessivo compulsivo. “Anch’io lo faccio, ma la differenza fra le palle non è mai così decisiva”.

Una tesi sposata anche da Jason Collins, direttore generale mondiale del famoso brand di palle Wilson. Nel ricordare che le palle in uso sono sei, vengono cambiate dopo i primi sette games e poi dopo nove.

E le donne?

 Al di là della diversa indispensabilità di efficienza della prima di servizio, rimane un po’ inevasa la domanda sul perché, invece, le tenniste donne non facciano una ricerca così accurata delle palle per la battuta. Eccezion fatta, forse, per le sole sorelle Williams che servono quasi come un uomo. Ebbene, intanto, le palle dei due tabelloni dello stesso Slam, pur dello stesso costruttore, sono diverse. Anche se ovviamente sono delle stesse, identiche, dimensioni (Type 2).

A New York, gli uomini usano le extra-duty version, col logo della casa in nero e la scritta Us Open in rosso, le donne adoperano le regular-duty, dai colori inversi. Quelle delle donne sono leggermente più lucide con fibre più  corte, e sono anche un più veloci. Perché quelle dei maschi, più resistenti per gli impatti più violenti, diventano anche più soffici per via delle fibre e quindi anche meno veloci. Come aveva verificato il grande battitore Usa, Andy Roddick, chiedendo inutilmente di poterle utilizzare. Ma quanto resisterebbero le palle delle donne nelle mani degli uomini? 

 

Prima dell’inizio del match risuonavano ancora le parole di ammirazione di Matteo Berrettini, classe 1996, nei confronti di Gael Monfils, classe 1986: “Lo guardavo da piccolo, è un giocatore straordinario”. Alla fine della maratona lunga cinque set, che i due hanno giocato per aggiudicarsi l’onore di giocare una semifinale agli Us Open, c’è aria di passaggio di consegne. Il giovane tennista romano ha sconfitto il collega francese con il punteggio di 3-6 6-3 6-2 3-6 7-6. E si è regalato, salvo un’impresa di Diego Sebastián Schwartzman, argentino di nascita e indole, una semifinale contro Rafa Nadal. Con la speranza di soffrire meno la tensione, e l’emozione, patita a Wimbledon contro Roger Federer. Ma quelli erano ottavi. Tutta un’altra storia. 

“Che lotta” ha detto alla fine del match ai microfoni. “Non ricordo neanche un punto di questa partita. Ma grazie a tutti voi, grazie a voi italiani”. Il ringraziamento per i supporter, tanti, che lo hanno sostenuto durante il match.

Quello di Berrettini è un lungo sogno che è partito con un altro francese, Richard Gasquest, superato al primo turno, ed è proseguito con due australiani, Jordan Thompson e Alexei Popyrin, fino ad arrivare al russo Rublev e, come detto, a Monfils. Un torneo giocato all’insegna della regolarità e del coraggio. Con un dritto potente e profondo, un servizio costante ed efficace, una difesa a oltranza, dando tutto quello che si può dare in un campo da tennis. 

Contro Monfils, in realtà, Berrettini è partito contratto. Tanto che il primo set è finito rapidamente in favore del francese. Poi la reazione, con i colpi sempre più profondi, veloci e precisi. Che sono valsi secondo e terzo set. Nel quarto, invece, ha subito il ritorno del giocatore transalpino che ha sfruttato la maggiore esperienza e la voglia di concedersi un’altra soddisfazione in una carriera già lunga.

Nel quinto set, però, è venuta fuori la tenuta fisica del tennista romano che ha ripreso a martellare il suo avversario, senza dargli tregua. Almeno fino al decimo gioco, dove un passaggio a vuoto ha rischiato di compromettere partita e torneo. Poi il tie-break decisivo, dopo tre match-point sprecati, e il 7-6 conclusivo. Ora la sfida al campione spagnolo, emozione (e fatica) permettendo.  

L’ultimo giorno di mercato è sempre il più frenetico. Come Verdi, passato dal Napoli al Torino nei secondi conclusivi della finestra estiva. Il botto finale però è rappresentato dalla fine della telenovela di Mauro Icardi, che sei mesi dopo aver perso la fascia di capitano all’Inter approda al Paris Saint-Germain in prestito. L’attaccante argentino e la moglie-agente Wanda Nara si sono trasferiti a Parigi proprio nelle ultime ore utili: il rosarino ha superato le visite mediche e poi ha firmato il contratto fino a giugno 2020 contestualmente al prolungamento di un anno di quello con l’Inter, fino al 2023. Per la formula si parla di un prestito gratuito con diritto di riscatto fissato a 70 milioni.

Da Milano sponda rossonera è stato depositato il contratto di Ante Rebic, prelevato in prestito dall’Eintracht Francoforte in cambio del prestito di Andrè Silva, l’attaccante portoghese per il quale sono state superate alcune piccole complicazioni per il trasloco in Germania.

La Roma, dopo una trattativa portata avanti in gran segreto, ha chiuso il colpaccio Mkhitaryan, portando il giocatore armeno nella capitale con la formula del prestito oneroso per una stagione. All’Arsenal 3 milioni di euro. Dopo Smalling, un altro giocatore proveniente dalla Premier League arriva all’ombra del Colosseo.

Quest’estate di mercato sarà ricordata per le grandi spese dei club italiani e per i grandi ritorni, come quello di Buffon alla Juve e Balotelli di nuovo in serie A ma con la maglia del Brescia.

La presenza di stelle in Serie A è sicuramente cresciuta grazie anche alle spese dei club. Come De Ligt, considerato uno dei prospetti più interessanti del panorama calcistico mondiale, arrivato in Italia per 75 milioni dall’Ajax alla Juventus. I bianconeri si erano aggiudicati le prestazioni di altri due grandi nomi, entrambi a parametro zero: Adrien Rabiot, centrocampista 24enne ex Paris Saint-Germain e Aaron Ramsey, veterano dell’Arsenal e della nazionale gallese.

Lo stesso si può dire per l’Inter. La società nerazzurra ha frantumato il record di spesa per un singolo giocatore portando a Milano Romelu Lukaku, pagato 65 milioni più 10 di bonus secondo le cifre Transfermarkt. In Italia in nerazzurro arrivano anche Diego Godin e Alexis Sanchez. Il difensore uruguaiano, per tre volte presente nella Squadra della stagione della Uefa Champions League, arriva a parametro zero; l’attaccante cileno ritorna in Italia in prestito dal Manchester United. Da segnalare l’acquisto nerazzurro di Nicolò Barella dal Cagliari con la formula di prestito oneroso per 12 milioni e obbligo di riscatto fissato a 25 milioni più 12 di eventuali bonus. Il sardo è il secondo calciatore piu’ pagato della storia nerazzurra. In casa Inter lasciano Nainggolan (Cagliari), Perisic (Bayern Monaco) Joao Mario (Lokomotiv Mosca) e, come detto, Icardi (Psg).

Attivissimo anche il Napoli. In azzurro arrivano Hirving Lozano, ala sinistra messicana di 24 anni, comprato dal PSV Eindhoven per 38 milioni più bonus; Kostas Manolas dalla Roma per 36 milioni, Eljif Elmas, giovanissimo talentino macedone pagato 16 milioni dal Fenerbahce e Di Lorenzo che passa dall’Empoli alla società partenopea. Da segnalare anche il ritorno di Llorente in Italia. L’attaccante arriva a Napoli a parametro zero. Salutano Diawara, alla Roma, Carlos Vinicius al Benfica e Raul Albiol al Villareal.

Il Milan chiamato alla ricostruzione, oltre a cambiare il tecnico prendendo Marco Giampaolo, ha puntato tutto su acquisti giovani. È il caso di Rafael Leao punta del Lille pagato 25 milioni, o di Theo Hernandez, terzino sinistro spagnolo che arriva a Milano per 20 milioni. Da segnalare anche l’acquisto del 23enne Leo Duarte, difensore centrale che arriva dal Flamengo per 11 milioni, Bennacer e Krunic, già nel nostro campionato, che si accasano dall’Empoli al Milan rispettivamente per 16 e 8 milioni. Vanno via due prodotti del vivaio Patrick Cutrone e Manuel Locatelli. I due 21enni lasciano uno per il Wolverhampton e l’altro al Sassuolo rispettivamente per 18 e 10 milioni.

Grande attesa per vedere l’Atalanta alla prima in Champions League. Per giocare la competizione più prestigiosa la squadra di Gasperini ha puntato su due ritorni in Italia: Luis Muriel (già a segno con una doppietta alla prima di campionato) arrivato dal Siviglia per 15 milioni e Simon Kjaer chiamato a sostituire Martin Skrtel che dopo essere stato messo sotto contratto dalla società orobica ha lasciato poco dopo l’inizio del campionato.

La Roma, oltre Smalling e Mkhitaryan, ha portato in Italia Pau Lopez, portiere del Real Betis, pagato 23 milioni e mezzo. Mentre saluta la serie A Stephan El Shaarawy. L’ala sinistra lascia il nostro campionato per andare in Cina nel SH Shenhua per 16 milioni. In entrata si segnalano anche l’acquisto di Leonardo Spinazzola e Amadou Diawara da Juve e Napoli. Vanno via Pellegrini, Manolas e Gerson che torna in Brasile, al Flamengo.

La Lazio ha portato in Italia Denis Vavro, difensore slovacco di 23 anni pagato 10 milioni e mezzo dal Copenhagen e si è assicurata le prestazioni di Manuel Lazzari, l’anno scorso alla Spal, per 11 milioni di euro.

La Fiorentina tra giovani innesti e giocatori di esperienza si e’ assicurata anche le prestazioni di una delle ali sinistre piu’ forte degli ultimi anni. Franck Ribery ha sposato il progetto viola ed e’ arrivato a parametro zero alla corte di Vincenzo Montella. Cosi’ come è arrivato Kevin Prince Boateng, l’anno scorso a Barcellona in prestito dal Sassuolo. Si segnala anche l’acquisto di Pedro 22enne bomber del Fluminense per una cifra vicina ai 15 milioni.

Da segnalare il mercato del Cagliari che ha portato in Italia Nahitan Nandez, calciatore del Boca Juniors pagato 18 milioni. I sardi hanno visto anche il ritorno di Radja Nainggolan, in prestito dall’Inter, l’arrivo di Rog dal Napoli e quello di Christian Oliva dal Nacional oltre che di Simeone dalla Fiorentina e Olsen dalla Roma in prestito. 

Matteo Berrettini batte il russo Andrej Rublev con il punteggio finale di 6-1-6-4 7-6 e conquista l’accesso ai quarti di finale dell’ultimo slam stagionale, gli Us Open.

A New York, sul cemento di Flushing Meadows, il tennista italiano, testa di serie n°24 del tabellone, è riuscito a imporre fin da subito il suo ritmo e la profondità dei suoi colpi ha costretto l’avversario a commettere numerosi errori.

Berrettini (@Eurosport_RU ) pic.twitter.com/e0DNuhp3TX

— doublefault28 (@doublefault28)
September 2, 2019

Per l’atleta italiano un unico piccolo passaggio a vuoto. È avvenuto durante il decimo gioco del terzo set quando Berrettini ha ceduto per la sua prima e unica volta il servizio all’avversario. Un errore recuperato con stile durante il tie-break che ha sancito la fine del match.

Il 23enne romano ora sfiderà il vincente della sfida tra il francese Monfils, numero 13 del tabellone, e lo spagnolo Andujar. Una grande occasionale per arrivare a sfidare in semifinale, salvo grandi sorprese, il numero due del mondo, Rafael Nadal.

“Nell’ultimo mese diversi giocatori sono stati vittime di abusi razzisti. Il calcio è un gioco in cui tutti dovrebbero divertirsi, non dobbiamo accettare alcuna forma di discriminazione che lo possa far vergognare. Spero che le Federazioni di tutto il mondo reagiscano duramente contro tutti i casi di discriminazione!”. In un messaggio su Instagram l’attaccante belga dell’Inter Romelu Lukaku, risponde così ai cori razzisti di cui è stato bersaglio ieri sera durante il match contro il Cagliari.

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

 
 

Un post condiviso da Romelu Lukaku (@romelulukaku) in data: 2 Set 2019 alle ore 5:18 PDT

 

“Le piattaforme social devono lavorare meglio insieme ai club – aggiunge il calciatore – perché ogni giorno si può notare almeno un commento razzista in un post di una persona di colore. Signore e signori è il 2019, invece di andare nel futuro stiamo tornando indietro e penso che i calciatori debbano unirsi e prendere posizione su questo tema per mantenere il gioco pulito e divertente per tutti”.

La vicinanza del club sardo

Il Cagliari ha espresso “piena solidarietà a Romelu Lukaku” dopo i cori razzisti di alcuni tifosi della Sardegna Arena contro l’attaccante interista e ha promesso “ancora piu’ impegno per debellare una delle piaghe che affliggono il mondo del calcio e non solo”.

“Ben sapendo, però”, si legge in una nota del club sardo, “che la tecnologia da sola non basta, ma che l’impegno delle società necessita di un supporto reale da parte dei soggetti che operano nel mondo del calcio: dai veri tifosi agli stewards, dai media alle forze dell’ordine fino alla Lega Serie A e la Figc”. “Il Cagliari Calcio vi chiede aiuto per vincere una battaglia che riguarda tutti. Nessuno escluso”.

Il Cagliari Calcio dice #NOTORACISM.

: https://t.co/d2M3RuH5JQ pic.twitter.com/2BtbFjWD9E

— Cagliari Calcio (@CagliariCalcio)
September 2, 2019

 

“Il Cagliari Calcio”, si legge nel comunicato, “prende con forza le distanze dagli sparuti, ma non meno deprecabili episodi verificatisi alla Sardegna Arena in occasione di Cagliari-Inter. Il Club ribadisce una volta di piu’ l’intenzione di individuare, isolare ed estromettere dalla propria casa gli ignoranti, anche fosse uno soltanto, che si rendono protagonisti di gesti e comportamenti deprecabili e totalmente agli antipodi dei valori che, con determinazione, il Cagliari Calcio porta avanti in ogni singola iniziativa. Quotidianamente”.  

Il giorno dopo il 4-2 dei “legni” presi dalla Lazio contro la Roma, i tifosi giallorossi sono lanciatissimi nel derby dell’ironia sul web. Ma si fa presto a dire palo: in realtà, intanto, sono stati due pali, Leiva e Correa, e due traverse, Immobile e Parolo dei padroni di casa, contro i due pali di Zaniolo. Leggiamo poi dal regolamento della FIGC (la Federazione gioco calcio), “i due pali della porta  sono separati da una distanza di 7,32 metri, e la barra trasversale, la traversa, sta col suo bordo inferiore esattamente a 2,24 metri da terra. Lo spessore della barra e dei pali non deve superare i 12 centimetri ed è possibile che barra e pali reggano una rete, che non deve per nessuna ragione infastidire il portiere nelle sue azioni di parata”.

Per avere notizie precise, ci siamo rivolti a Agostino Funaro, titolare della ditta di attrezzistica sportiva Agosport di Milano. Intanto, da qualche anno, porte e pali hanno forma ovale, e non più anche squadrata, come succedeva nei campi di una volta. Sono in alluminio ed entrano nel terreno per 35/40 centimetri, non con tutto lo spessore, ma con un’anima che arriva filo al filo del terreno. Le principali ditte italiane che producono porte e traverse sono Divi Sport, Gamma Sport e Arti Sport e, da tradizione, sono collocate in Veneto. Anche se quelli che vengono ancora chiamati impropriamente  “legni”, quando si parla di eccellenza e quindi di massime competizioni mondiali, vengono prodotti in Germania. Perché da noi è sempre dominante la mentalità del risparmio mentre i tedeschi coltivano anche quella della estrema qualità.

Peraltro garantendo una caratteristica che in Italia è difficile, per il trasporto, cioè la traversa costituita da un pezzo unico. Mentre in Italia al 98% la traversa è divisa in due pezzi saldati al centro con un’anima comune che rientra nel tubo-madre della struttura, senza comunque alterare la solidità della barra stessa. Anche perché viene “nervata”, cioè rinforzata all’interno con venature e “T” speciali che fanno resistenza.

Una coppia di porte da campo di calcio costa in media 1000/1200 euro, e dura 10-15 anni. La sostituzione, più che al danno reale, imputabile il più delle volte ad atti vandalici, a macchinari pesanti che urtano la struttura e a più persone che si appendono alla traversa, è prevista piuttosto quando si rifà il campo, magari passando dall’erba naturale a quella sintetica. Perciò, prima della partita, l’arbitro non controlla anche se ci sono curvature di pali e traversa. Come fa invece con le reti.

Perciò, quando pensate a un calciatore che ha preso il palo non minimizzate, non credete che sia più difficile che centrare la porta: 12 centimetri sono una gran bella superficie. Così come la riga di fondo del tennis che, come ci spiega Gianfranco Zanola, leader dei campi sintetici PlayIt, negli ultimi 7/8 anni, s’è allargata da 5 a 7 centimetri. Mentre le righe laterali sono rimaste a quota 5. Le palline da tennis standard hanno un diametro che va da 6,54 a 6,86 centimetri, e la riga è larga 7. Il pallone da calcio è di 68,5-69,5 centimetri, e traversa e pali sono larghi 12. Capite quant’è facile e normale incocciare in un palo o in una riga? E come cambia tutto, di conseguenza?

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