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Una nuova battaglia per un giocatore, dopo quella sull’attaccante brasiliano Neymar, sembra aperta fra il Barcellona e il Paris Saint-Germain. Stavolta però la contesa non è per un affermato campione, ma è tutta su una scommessa. Quella che un centrocampista adolescente giapponese, il quale si è già conquistato il soprannome di “Messi 2”, un campione lo diventi davvero.

Si tratta di Takefusa Kubo, 16 anni, che già faceva gola alla squadra catalana sei anni fa, quando proprio bambino fu prelevato dai piccoli della società Kawasaki Frontale e accolto nella Masia, il vivaio del Barça, dove restò fino al 2015, guadagnandosi il soprannome della prestigiosa stella argentina del calcio durante quella permanenza, cui posero termine le sanzioni Fifa per il reclutamento di calciatori minorenni.

Ne approfittò il FC Tokyo, ingaggiando nelle sue giovanili Takefusa Kubo, che frattanto è cresciuto assai per esperienza, è diventato professionista e ha partecipato coi colori della nazionale giapponese alla Coppa del Mondo Under 20 all’età record di 15 anni e 11 mesi.

Un arcipelago troppo piccolo

E’ chiaro che a Kubo l’arcipelago nipponico andrà stretto e prossimo appare il suo ritorno nel vecchio continente. L’approdo naturale sarebbe a Barcellona, ma secondo quanto riporta France Football, il direttore sportivo del PSG, Antero Henrique, ha già preso contatti con l’entourage del mini-calciatore, e sono in corso trattative per portarlo in Francia.

Pesa a vantaggio del Barcellona il fatto che “Messi 2” conosca già abbastanza la città e mastichi lo spagnolo. E’ pur vero tuttavia che Oscar Hernández, lo scopritore del ragazzo che ha mantenuto anche i rapporti con la sua famiglia, non lavora più per i blaugrana.

Chiunque sarà ad aggiudicarsi il “Messi 2”, aspetterà ancora prima di schierarlo in campo. Compirà 18 anni il 4 giugno 2019.

 

Incapaci di fare gol. Questo purtroppo è stato il difetto principale della nazionale italiana nello spareggio contro la Svezia che ci ha escluso dai mondiali. Per questo l'allenatore, Gian Piero Ventura, è stato esonerato. Oggi, tuttavia, il quadro si è completato: il presidente della FIGC, Carlo Tavecchio, dopo giorni di pressione, si è dimesso. È rimasto fermo al palo, vinto dalla tristezza. E saranno in molti a ricordarlo così.   

Lo hanno aspettato in tanti, giornalisti e fotografi, tutti attentissimi e trepidanti davanti alla scrivania e alla sedia che lo avrebbe ospitato per quella che, nessuno l’avrebbe mai detto, si sarebbe rivelata una vera resa dei conti.  

Prima della conferenza stampa: l'attesa

Ma anche a casa c'è gente che si è organizzata benissimo. 

Poi Tavecchio è arrivato, e anche la sua firma.

Dimissioni attese, urlate, volute dalla maggior parte degli italiani. E anche inaspettate visto che, fino a venerdì scorso, non erano davvero prevedibili. Soprattutto dopo che, anche la FIFA aveva deciso di appoggiare Tavecchio attraverso le parole del presidente Gianni Infantino. A volte però l’insistenza paga.     

L'esito della giornata di oggi, del resto, lo aveva anticipato Stefano Bartezzaghi sulle pagine di Repubblica con un'anagramma geniale: "Altrove, cacchio".  

Quindi? A che punto siamo adesso? Il riassunto è gentilmente offerto da Angelo Mangiante, giornalista di Sky Sport. 

C'è chi evoca il passato e frasi storiche. Non c'è Beppe, né Berlino. Ma molti esultano allo stesso modo. 

E chi torna ancora più indietro… 

L'importante è non perdere mai la speranza 

Dimissioni solitarie. Almeno a quanto dice lo stesso Tavecchio 

È tutto un tradimento, inaspettato, frutto delle pressioni ricevute.

Beh, non c'erano dubbi no? 

La conferenza stampa: un discorso rabbioso (e un po’ delirante)

Non tutti hanno apprezzato le parole che hanno accompagnato le dimissioni. Tavecchio, in un vero show, ha parlato per dieci minuti ed è apparso molto scosso e provato. Ma l'ironia del web non ha avuto pietà e non ha risparmiato battute e prese in giro.  

Scusate il francesismo. Anzi, I francesismi. Era meglio restare all’italiano.  

Diciamo che le metafore non sono proprio l’arma comunicativa migliore di Carlo Tavecchio 

Niente, neanche questa l'abbiamo capita 

Questa un po’ meglio.

Ma forse è una tattica per riconquistarsi le simpatie perdute 

Avete presente quei discorsi per cui:  

"Sei libero stasera?" 

"No, devo guardare il gatto che guarda fuori dalla finestra".  

Almeno ha riconosciuto le sue colpe, o no? 

Poi ci sono I meriti. Che si attribuisce da solo, parlando in terza persona.

E anche parlando di Var… 

Il discorso, riassunto in tre passi, mostra in fondo che Tavecchio non ha perso smalto.  

And the winner is…

Insomma… Tavecchio rappresenta il Paese o no? 

Per chi si fosse dimenticato gli anni di Tavecchio.

L'altezza invece è lui stesso a ricordarcela (in maniera un po' strana). 

Le passioni di Tavecchio: il calcetto.

E le boccette. 

Insomma. Oggi termina l'avventura di Carlo Tavecchio come Presidente della FIGC. Con un discorso che verrà ricordato per molto tempo.

(AGI) – Roma, 20 nov. – Carlo Tavecchio si è dimesso dalla carica di presidente della Figc. Lo ha riferito ai cronisti Marcello Nicchi, presidente dell'Associazione italiana arbitri, uscendo dalla riunione del consiglio federale a via Allegri. 

Il Napoli capolista batte 2-1 il Milan al San Paolo e allarga momentaneamente a 4 punti il vantaggio sulla Juventus, mentre i rossoneri rimangono inchiodati al settimo posto con 19 punti. Partenopei in vantaggio con Insigne al 19' che, innescato da Jorginho, scatta sul filo del fuorigioco (inizialmente l'arbitro annulla, ma poi la Var convalida) e fulmina Donnarumma. Il raddoppio arriva al 73' con Zielinski su assist di Mertens. I rossoneri firmano la rete della bandiera al 92' con un bel sinistro di Romagnoli.

La Roma batte la Lazio 2-1 nel derby della Capitale e la supera in classifica strappandole il quarto posto. Giallorossi in vantaggio al 49' con un rigore di Perotti assegnato dopo una scivolata di Bastos su Kolarov. Cinque minuti dopo il raddoppio di Nainggolan. La Lazio accorcia le distanze al 72' con immobile, che trasforma un penalty dopo un fallo di braccio di Manolas, ma l'assedio finale non riesce: Roma quarta a 30 punti, Lazio quinta a quota 28.

Dopo il rifiuto di Carlo Ancelotti, indisponibile per la panchina della Nazionale, il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, rompe il silenzio a cinque giorni da quel pareggio con la Svezia che è costato all'Italia i Mondiali di Russia. E lo fa con un'intervista a Le Iene che verrà trasmessa integralmente domenica ma della quale è già disponibile un estratto.

Di dimissioni, per ora, non sembra ancora parlare. Le dimissioni rassegnate invece dal ct Gian Piero Ventura, sulle cui scelte Tavecchio scarica le responsabilità della disfatta. Lo ascolteremo prendersi parte della responsabilità nella versione completa del colloquio?

"La débacle è tecnica", esordisce Tavecchio, riferendosi alla "scelta sbagliata della formazione". "Abbiamo giocato male: contro gente alta almeno uno e novanta dovevamo aggirarli con i piccoletti che invece stavano in panchina", afferma il presidente della Figc, riferendosi al mancato ricorso a Lorenzo Insigne, che provocò inoltre l'ormai celebre sfuriata di Daniele De Rossi mentre la partita era agli sgoccioli.​ "Se sono sereno? Per niente. Non riesco a dormire da 4 giorni. Dormo e mi sveglio".

"Sono stati, e sono, giorni difficili e di profondo dispiacere: provo una sensazione di incompiutezza dal momento in cui non ho raggiunto il traguardo dei Mondiali. Guidare la Nazionale mi ha trasmesso senso di appartenenza ed orgoglio mai provati prima perchè non ci può essere niente di più grande". Lo ha detto l'ex ct della nazionale Gian Piero Ventura. "Ho lavorato con tutto me stesso – ha aggiunto – con serietà e professionalità: non sono riuscito là dove ero convinto di farcela alla guida di un gruppo di ragazzi che non smetterò mai di ringraziare. Ho lavorato anche per preparare i più giovani al grande salto che potevano, e possono, ancora fare in modo da arricchire tutto il nostro movimento. Nel calcio, le vittorie sono sempre il prodotto del merito di tanti. Allo stesso tempo le sconfitte, soprattutto quelle più dolorose, non si possono spiegare con una sola verità: nel momento dell'insuccesso bisogna dare risposte ad una lunga serie di interrogativi. Ora nel momento della ripartenza sarò il primo tifoso: al mio successore auguro di riportare l'Italia dove merita…". 

Questa volta ad affondare la lama è stato il New York Times con una lunghissima inchiesta che nulla risparmia sul conto di Li Yonghong. Soprattutto sui suoi conti: sulle proprietà che l’oscuro personaggio cinese, che “nessuno in sostanza conosceva in Italia e tanto meno in Cina” e che "non è mai stato nominato nella lista degli uomini più ricchi della Cina", rivendica di avere, e che la squadra che ha comprato per 720 milioni di euro da Berlusconi, il quale oggi ha il cuore infranto e sta male quando vede il Milan in tivù, con un prestito del fondo speculativo Elliott a tassi di interesse altissimi che scade alla fine del prossimo anno, è convinta lui possieda.

Ma quale miniera di fosforo? I giornalisti del maggiore quotidiano americano si sono scomodati per andare a vedere se al quartier generale della Guizhou Fuquan Group, di cui nel cv diffuso da AC Milan Li risulta proprietario (a presunta conferma della sua solidità finanziaria che la stampa cinese ha più volte sconfessato), ci fosse per caso qualcuno. Gli uffici sono vuoti. Non solo: sulla porta il proprietario dello stabile ha affisso un cartello in cui c’è scritto che l’affitto non è stato pagato. Le “miniere dell’imperatore”  a una prima ricerca nei database cinesi svolta nei mesi scorsi da AGI – che all’oscura vendita del Milan ha dedicato un ebook – risultavano irreperibili. Un portavoce di AC Milan interpellato dal New York Times ha detto che la proprietà di Li sulle miniere è stata oggetto di scrupolose verifiche da parte di eccellenti legali. Eppure. Gli autori dell’inchiesta hanno spinto il coltello fino in fondo: dall’analisi dei documenti aziendali originali emerge come la proprietà della miniera sia passata di mano in mano per ben quattro volte dall’anno scorso. Insomma: la miniera è di qualcun altro. Due di questi quattro passaggi di proprietà sono avvenuti senza transazioni di denaro.

In Cina gli investimenti sul calcio visti male in questo momento
 

Una prassi cinese? Vediamo. Di sicuro, ricorda il New York Times, la leadership globale della Cina si è manifestata soprattutto nel mercato. Grandi gruppi cinesi sono stati protagonisti di importanti acquisizioni all’estero. Wanda, l’impero del magnate Wang Jianlin con interessi nell'immobiliare, nell'intrattenimento e nello sport, oggi possiede il Waldorf Astoria hotel, la maggiore catena di teatri e cinema degli Stati Uniti AMC, mezza Hollywood.  Poi un misterioso uomo d’affari ha comprato il club rossonero. La storia è nota. Come abbiamo scritto su queste pagine, la Cina, preoccupata dal timore di una fuga di capitali con pesanti ripercussioni sulle riserve valutarie e sulla moneta debole, ha imposto una stretta sull’esportazione di capitali, dividendo in seguito gli investimenti all’estero dei giganti cinesi in tre categorie: vietati, soggetti a restrizioni o incoraggiati. 

A fine giugno Pechino ha ordinato alle banche di verificare l’esposizione al debito delle conglomerate d’affari che hanno fatto shopping sfrenato all’estero. I tycoon cinesi hanno così preso l’abitudine di intestare le proprietà a familiari o socio per sfuggire ai controlli – scrive il New York Times. Una prassi altamente criticata in Cina, dove la corruzione è un tema estremamente delicato. Nella black list, insieme ai grandi gruppi privati quali Wanda, Anbang, Fosun, e Hna, sulle quali si è scatenata una fortissima pressione, Caixin ha indicato anche Rossoneri Sport Investments: uno dei veicoli societari registrati nello Zhejiang con i quali è stata portata avanti l’operazione sul Milan. La finanziaria Huarong avrebbe concesso inizialmente dei prestiti a Li per pagare le prime caparre. Finanziamenti che sono transitati da conti offshore. La storia è sempre la stessa, e quando riaffiora fa malissimo. Come farà Li a sbloccare investimenti che inizialmente sembravano disponibili da parte di una cordata cinese alla luce dei controlli serrati da parte delle autorità?

L’ad del Milan Marco Fassone ostenta ottimismo, e sostiene che il club, che ha speso oltre 230 milioni di euro per dare a Vincenzo Montella una squadra da Champions, sia a un passo dal rifinanziare il debito contratto con Elliott . E le controversie in affari sul conto di Li Yonghong documentate da fonti cinesi di cui il New York Times è in possesso?  Li, non ha voluto concedere un’intervista al quotidiano statunitense. Il portavoce di AC Milan ha spiegato ai giornalisti che il proprietario rossonero è stato spesso vittima di regole di cui era a scarsa conoscenza.  

La Cina negli ultimi cinque anni ha investito 1.8 miliardi di dollari sul calcio, secondo i dati elaborati da Dealogic, tra acquisizioni di club e di calciatori blasonati. Tra queste operazioni si nascondono investimenti poco ragionati: il calcio è oggi tra i settori soggetti a restrizioni. Attenzione: il governo cinese non ha detto stop alle spese sul pallone. Il presidente Xi Jinping punta a trasformare la Cina in una superpotenza del calcio entro il 2050. In fondo, per la Cina, l’acquisto del Milan – una squadra dal passato glorioso ma pesantemente indebitata e fuori dai Champions – non è stato un grande affare per la Cina, scrive tra le righe il New York Times. Li ha creato un reticolo societario offshore tra le isole Vergini e Lussemburgo per comprare la squadra– il governo cinese non gli concedeva autorizzazioni (anche per via della stretta). Ha chiesto 300 milioni a Elliott che glieli ha concessi con un tasso di interesse dell’11,5%. L’hedge fund, contattato dal New York Times, non ha voluto rilasciare commenti.

La campagna acquisti record dell’estate scorsa rende  la situazione finanziaria del Milan, che “resta indebitata e non redditizia”,  ancora più complicata. Il quotidiano ricorda anche il ritardo con il quale Bonucci e Biglia, due tra gli acquisti più importanti del nuovo Milan, fino al 4 agosto non potevano essere schierati in campo perché mancava una garanzia bancaria, poi giunta all’ultimo momento.  Il Milan è in settima posizione, lontana dai Champions, ma mancano due terzi della stagione: c’è ancora tempo per qualificarsi tra le prime quattro squadre – scrive il quotidiano statunitense. A questo punto “non è chiaro quanto la ricchezza di Mr Li possa aiutare la squadra a risolvere questi problemi”.

Il New York Times ha il coltello ormai affilato, ed elenca tutte le bugie di Li
 

Bugia numero uno.Li Yonghong, sconosciuto all’inizio della trattativa per la cessione del Milan, si diceva fosse parte di un gruppo di investitori tra i quali spiccava il nome di Sonny Wu, volto noto della finanza, proprietario del fondo di private equity GRS Capital. Wu si tirò fuori dall’operazione. Falso. In una email al New York Times l’investitore ha detto di non aver mai parlato alle banche di Li, o del suo consorzio. Rothschild & Company, advisor finanziario di Li, non ha voluto commentare.

Bugia numero due. Li Yonghong ha dichiarato di essere il proprietario di una miniera di fosforo nella città di Fuquan nella provincia del Guizhou. Falso. I documenti cinesi rivelano che la proprietà è di una società di investimenti: Guangdong Lion Asset Management. Non finisce qui. La struttura proprietaria della Guangdong Lion è estremamente complicata, e si perde in un reticolo di persone che hanno lo stesso cognome ma dubbi legami di parentela: si chiamano tutti Li (il verbale di un tribunale suggerisce un possibile legame tra Li Yonghong e la Guangdong Lion, ma non si capisce di che natura).

Di recente, continua il New York Times, i proprietari del Guangdong Lion risultavano essere Li Shangbing e Li Shangshong. Entrambi, come Mr Li, provengono da Maoming, una città della Cina orientale. In una intervista telefonica, Li Shangbing ha detto di non conoscere Li Yonghong. Li Shanghong, che non ha voluto commentare, nel 2015 ha poi ceduto la sua quota a un certo Li Qianru, il quale risulta irraggiungibile. La storia continua nel maggio del 2016 quando Li Shangbing e Li Qianru vendono il Guangdong Lion a un altro Li: Li Yalu. Il prezzo? Zero dollari. Segue a stretto giro di posta un altro passaggio di proprietà senza transazioni di denaro a favore di un certo Zhang Zhiling. Entrambi risultano irreperibili. Li è un cognome diffusissimo in Cina. Eppure, continua il New York Times, due cose in comune, Li Yonghong e Li Shangbing, ce l’hanno. La prima: la relazione (oscura) con il Guangdong Lion (ricordate il tribunale?). La seconda: l’interesse per lo sport europeo.

Cosa emerge dai documenti originali
 

Perché in quel famoso maggio del 2016, un giorno prima che Li Shangbing cedesse il Guangdong Lion, fondò una società. Indovinate un po’? Si chiamava Sino-Europe Asset Management Changxing Company. Due giorni dopo appena, un’altra persona registrava una nuova società con un nome stranamente simile: Sino-Europe Sport Investment Management Changxing Company. Ancora più curioso, le due società avevano la sede nello stesso edificio, nella città di Huzhou.

Oggi,  Sino-Europe Sport Investment possiede una quota di AC Milan in quanto azionista di Rossoneri Sport Investment, la società del gruppo guidato da Li Yongong con la quale è stato rilevato il Milan nell’aprile scorso. Il New York Times ha raggiunto telefonicamente Li Shangbing, il quale ha negato di aver creato Sino-Europe e di possedere quote di AC Milan. Li si è rifiutato di rispondere alle altre domande dei giornalisti. AC Milan non ha voluto commentare sulla questione. Il famoso prestanome Chen Huashan, che risulta dai documenti legali come il proprietario di Sino-Europe Sport Investment Management Changxing Company, risulta irreperibile. La sede del Guangdong Lion si trova all’interno di un lussuoso grattacielo a Guangzhou. Gli uffici ad agosto risultavo chiusi. Come abbiamo raccontato all’inizio dell’articolo.

Sulla schiena Li deve avere molte cicatrici. Perché dai documenti ufficiali emergono dettagli raccapriccianti sul suo passato decisamente turbolento da uomo d’affari (come anticipato nel nostro ebook). 

Nel 2013, Li viene multato dalle autorità finanziarie cinesi per oltre 90mila dollari per non aver documentato la vendita di azioni di una società immobiliare per 51,1 milioni di dollari.  AC Milan ha detto che Li non era a conoscenza del regolamento dei mercati.

Nel 2011, la stessa società immobiliare disse che Li era il presidente di una società di aviazione, la Grand Dragon International Holding Company. Ma a giugno la Grand Dragon ha negato di avere mai avuto legati con la suddetta società. Il portavoce di AC Milan ha detto di non saperne niente.

Nel 2004, l’azienda di famiglia di Li, la Guangdong Green River Company, fu autrice con altre due società di una colossale truffa ai danni di 5mila investitori per un valore di 68,3milioni di dollari, secondo The Shanghai Securities News, massimo quotidiano finanziario cinese. Il padre e il fratello di Li furono condannati al carcere.

AC Milan ha detto che questo episodio non ha nulla a che vedere con Li, il quale “non era a conoscenza della situazione fino al momento delle indagini”.

Di chi sono i soldi con cui Li ha comprato il Milan?
 

Forse questo è solo l’inizio. La domanda è sempre la stessa. Di chi sono i soldi con i quali Li ha comprato il Milan? Con quali soldi riuscirà a sdebitarsi? Di recente i tifosi rossoneri hanno svelato un un nuovo prestito da 8 milioni di dollari a Li Yonghong. Il finanziamento alla Rossoneri Sport Investment di Hong Kong, che andrebbe a coprire una tranche degli aumenti di capitale approvati a giugno, arrivano da Great Earn International di Hong Kong e dalla Jin Bao Bao Holdings Limited delle Isole Cayman. Quest’ultima è una società di packaging che ha come principale azionista il marito dell'attrice Zhao Wei, che era stata giurata al festival di Venezia del 2016. Peccato che proprio nei giorni scorsi la Consob cinese abbia interdetto per cinque anni l’attrice e il marito per aver ingannato il mercato. Avevano annunciato l’acquisizione di uno studio di animazione. Ma non avevano i soldi per portare a termine l’operazione.

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Alle 19 di ieri sera, dopo una lunga giornata (riassunta qui da Tuttosport) arriva la notizia che gli italiani aspettavano: Gian Piero Ventura non è più l'allenatore della nazionale di calcio. Ma in questo momento è l'unico a pagare. Carlo Tavecchio rimane al suo posto, ancorato alla sua poltrona da cui non intende separarsi. "Indisponibile" alle dimissioni è la formula che uno scarno comunicato usa per rispondere a quest'eventualità (Huffington Post). Tavecchio ha annunciato un Consiglio Federale straordinario per lunedì prossimo dove verrà presentato il programma per i prossimi anni: «Non abbiamo più necessità della collaborazione di Ventura. Per la Nazionale abbiamo pensato al profilo di un allenatore importante» (Corriere).  

La FIFA difende Tavecchio 

Il numero uno della FIGC, del resto, può contare sull'appoggio del numero uno della FIFA, Gianni Infantino. E non è un alleato da poco: "Tavecchio è una persona di vecchio stampo, ma aperto al nuovo e capace di lavorare con tutti per il bene del calcio italiano. Una delle dimostrazioni di questo è il contributo straordinario della sua Figc al progetto Var, fondamentale per tutto il movimento calcistico e il futuro. I bilanci federali sono a posto, gli statuti della Leghe allineati e diversi progetti socio-calcistici danno l'idea del grande lavoro fatto" (Gazzetta dello Sport). Anche Renzo Ulivieri, presidente dell'Assoallenatori e vicepresidente federale, sceglie di dare fiducia a Tavecchio: "C'è un pensiero popolare sul quale bisogna fare delle considerazioni, ma abbiamo deciso di fare un percorso lineare, se avrà la fiducia del Consiglio federale potrà andare avanti, altrimenti no, è il percorso normale di ogni istituzione" (Repubblica). 

Chi lo attacca

Rinnovamento. Questa è la parola che ieri ha circolato con più insistenza sui social e sui siti d'informazione in attesa di sapere le novità. Il CONI, attraverso le parole del presidente Giovanni Malagò, ha preso atto della decisione di Tavecchio di restare al suo posto ma sperava in una decisione opposta: "Non ha seguito il mio consiglio ma è nelle sue facoltà. Non voglio essere polemico" (Gazzetta).  L'attacco più duro lo scaglia Damiano Tommasi, presidente dell'Assocalciatori: "Volevamo sentirci dire è che si riparte da zero e quindi andare a nuove elezioni. Non si risolvono i problemi del calcio italiano con l’esonero del ct. Si continuerà a rigirare la stessa minestra che è rimasta indigesta a parecchi". (SkySport). Poi il tweet che aumenta la delusione di chi sperava in una vera rivoluzione ma dovrà attendere ancora. 

È il turno di Ancelotti? 

Insieme a quelli di Conte e Ranieri è il nome che più rimbalza dentro e fuori gli uffici della Federazione. Tutti lo vogliono: tifosi, dirigenti, addetti ai lavori. Ma c'è ancora da lavorare per poter dare a Carlo Ancelotti quelle garanzie, tattiche ed economiche, che possano convincerlo ad accettare una delle sfide più difficili e affascinanti della sua lunga e vincente carriera (Sport Mediaset). Ma non è finita qui. L'idea di Tavecchio è ancora più ambiziosa: affiancargli una figura ben conosciuta dagli amanti del calcio che possa dare freschezza ad uno spogliatoio, quello azzurro, in cerca di compattezza. Il nome, in questo caso, è quello di Paolo Maldini (Fanpage). Basterà tutto questo per far dimenticare le mancate dimissioni? 

Gian Piero Ventura non è più il ct dell'Italia: lo ha reso noto un comunicato della Figc distribuito ai giornalisti che seguono la riunione in Federazione convocata dopo l'eliminazione dai mondiali del 2018. Intanto il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, si è detto "indisponibile" alle dimissioni. Polemico Damiano Tommasi, presidente della Assocalciatori: "Dura ricominciare con queste premesse…".

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