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Dici giochi di palla, dal calcio al basket, dalla pallavolo alla pallanuoto, e pensi all’Italia. Ma poi, se cerchi gli azzurri nella lista dei Mondiali maschili di pallamano che si disputano fino al 27 gennaio fra Germania e Danimarca, proprio non li trovi. Così come nella storia della massima manifestazione iridata, la nostra nazionale figura solo una volta, col 18° posto nel 1997, in Giappone, e dal 2005 non riesce a superare la prima fase di qualificazione (un solo Mondiale anche al femminile, nel 2001).

Nessuno è più olimpico della pallamano

Eppure la pallamano è uno degli sport di squadra più praticati al mondo, al femminile è addirittura il primo per numero di praticanti, e ha la sua culla proprio in Europa, con la Bundesliga (Germania), la Liga Asobal (Spagna), la Ligue 1 (Francia) la SEHA League (lega dei Balcani), la Superleague femminile (Ungheria) e la Elitserien femminile (Norvegia), che sono considerati i campionati più competitivi al mondo. Con manifestazioni come le Final4 di Champions League o le finali dei Campionati Mondiali ed Europei che richiamano una media di 18-20mila spettatori.

Di più, alle Olimpiadi di Londra 2012 e di Rio 2016 la pallamano è stato lo sport di squadra col maggior numero di biglietti venduti.

Un treno che ormai è passato

Ma perché l’Italia manca all’appello dei grandi? Sfortuna, ciclo negativo, errori, casualità? “Abbiamo semplicemente perso il treno negli anni 90: mentre le altre nazioni si attrezzavano nel professionismo con tecnici e strutture adeguate, noi non abbiamo sfruttato quel momento di cambiamento, e abbiamo perso terreno nei confronti delle nazioni che sono diventate guida di questo nostro meraviglioso sport”, analizza senza tanti giri di parole Riccardo Trillini, Direttore Tecnico delle Nazionali italiane.

Pochi investimenti

Il problema è stato politico, nelle scelte impopolari di carattere politico che hanno caratterizzato la precedente dirigenza, azzerata alle elezioni del marzo di un anno fa, a cominciare dal presidente Francesco Purromuto che è stato avvicendato da Pasquale Loria. Il primo problema è impiantistico, perché la pallamano è lo sport indoor con il campo più grande (40 m x 20) e, pur nascendo nelle piccole città – le società più importanti sono Trieste (11 scudetti), Bolzano e Conversano fra gli uomini, Cassano Magnago (12 tricolori) fra nelle donne – trova difficoltà nel trovare case accoglienti anche per gli spettatori.

Negli anni, avrebbe avuto bisogno di investimenti ad hoc, di sponsor, della promozione tv, magari di Sky, che si è invece rivolta ad altre discipline. Il punto più basso del movimento è stato raggiunto con la serie A divisa in tre gironi, nord, centro e sud, con conseguente scadimento di interesse fino ai playoff di marzo, mentre nel maschile si è tornati al girone unico a 14 squadre con due stranieri e anche naturalizzati e un impulso immediato verso l’alto dell’attività (donne a 10 squadre). Considerando che per una squadra maschile della massima serie l’attività costa di 150mila ai 400 mila euro l’anno.

Non è sport adatto ai tatticismi

“La pallamano esprime tutti i valori atletici di coordinamento, corsa, salto e lancio. Un nostro atleta è un vero decatleta che riassume le caratteristiche anche di altri sport, dal calcio alla pallacanestro. È molto spettacolare e trasferisce sul campo le stesse situazioni della pallanuoto”, dice sempre Trillini parlando dello sport che viene definito "il più veloce sport di squadra con la palla”, perché privilegia il dinamismo rispetto al tatticismo. E sicuramente, anche a guardare le partite di alto livello alla tv, la promozione del super-tecnico azzurro è condivisibile. I cugini francesi sono impazziti per la nazionale che ha conquistato il secondo posto all’Olimpiade: la pallamano è diventata il terzo sport dopo rugby e calcio. Mentre in Italia stenta, con appena 33mila tesserati (basket e pallavolo hanno numeri dieci volte superiori), con 404 società affiliate. Anche se il futuro, grazie alla nuova dirigenza, sembra sorridere.

Dopo un intenso anno di lavoro, ad agosto, gli under 18 hanno vinto gli Europei di fascia B garantendosi per la prima volta la promozione agli Europei di fascia A per under 20 e under 18, nell’estate 2020. Dando un altro importante segnale, dopo la medaglia d’argento ai Campionati Mondiali U17 maschili di beach handball – nato in Italia a fine anni 80 – con la conseguente, storica, qualificazione, agli Youth Olympic Games di Buenos Aires, un viatico importante verso l’ingresso alle Olimpiadi 2024.

La nuova era del calcio, quella delle cifre astronomiche, per qualcuno addirittura sull’orlo dell’amoralità, ha portato i maggiori club del mondo (così come anche i tifosi che stanno ad assistere da casa) a non ritenere in pratica nessuna trattativa davvero impossibile, per quanto riguarda l’aspetto tecnico/calcistico certo, ma soprattutto, appunto, per il denaro investito. Quanto può arrivare a valere un calciatore? Qualsiasi cifra abbiate in mente, anche altissima, domani potrebbe essere smentita dalle notizie provenienti dal calciomercato.

È stato forse l’affare Neymar di due anni fa a far capire che probabilmente non esiste un vero e proprio limite a ciò che una società può essere disposta a spendere per assicurarsi le giocate di un campione. I 222 milioni di euro versati dal Paris Saint-Germain al Barcellona in occasione del trasferimento del brasiliano, in passato avrebbero rappresentato una cifra difficile anche solo da immaginare, invece è accaduto, così l’asticella si è nuovamente alzata e a questo punto nessun eventuale affare (sempre che il proprio cuore batta per i colori di un top club europeo) appare fuori dalla portata dei magnati del pallone.

È per questo probabilmente che società e agenti dei calciatori inseriscono sempre più di frequente, specie quando la firma sul contratto è quella di un grande campione, la clausola di rescissione, ovvero l’obbligo da parte del club di accettare l’offerta di chiunque bussi alla porta con la cifra concordata.

Come tutto è cambiato

Per fare un esempio, quando la Juventus nel 2016 presentò la sua offerta al Napoli di 90 milioni per portare in bianconero il bomber Higuain, De Laurentis, per contratto, non poteva dire di no. La trattativa poi chiaramente passa nelle mani dello staff del giocatore, che può rifiutare il trasferimento e il contratto, ma la società quando l’offerta raggiunge quella cifra non può far altro che accettare. Nel calcio di una volta esistevano le clausole rescissorie, sì, ma si trattava di numeri quasi simbolici, ai quali difficilmente un altro club poteva arrivare o si sarebbe mai sognato di arrivare anche potendo; oggi no, la clausola rescissoria (opzionale ovviamente, quindi non applicata ai contratti di tutti i giocatori) definisce un prezzo, per quanto folle, al valore del calciatore o perlomeno a quanto la società tenga a tenere in squadra lo stesso.

Sotto questa nuova ottica dunque va rivista oggi la classifica delle clausole rescissorie nel calcio e, se diamo un’occhiata più approfondita, scopriamo che le sorprese non mancano e l’andatura del mercato (e anche di certi aspetti tecnici del calcio stesso) assume, con questa rilettura, una forma del tutto diversa e anche necessaria da inquadrare al fine di capire cosa è diventato lo sport più amato del mondo.

La suddetta classifica non parla italiano e, piuttosto a sorpresa, nemmeno inglese, ma è totalmente dominata dai due colossi del calcio spagnolo Real Madrid e Barcellona, ma attenzione, non è un caso. Le clausole rescissorie infatti nella maggior parte dei casi vengono inserite al momento dell’ingaggio (o rinnovo) di calciatori giovani e dal futuro calcisticamente promettente e (soprattutto?) economicamente fruttuoso. In questo le “cantere” di Real Madrid e Barcellona non hanno praticamente rivali, sfornano regolarmente campioni di livello mondiale cui talento viene coltivato fin da piccolissimi.

Il podio dei piedi più costosi

Al momento al primo posto della classifica dei “protetti” dalla clausola c’è un insospettabile: l’attaccante francese 31enne del Real Madrid Karim Benzema. Chiunque voglia portarlo via dalla capitale spagnola dovrebbe sborsare 1000 milioni di euro. Ecco, questo è uno di quei (vecchi) casi in cui la cifra risulta essere simbolica, una sorta di attestato di stima da parte del club. Anche Cristiano Ronaldo ne aveva una uguale ma, come abbiamo visto questa estate, è poi sbarcato alla Juventus per molto meno.

La vera sorpresa in realtà della classifica arriva al secondo posto, dove troviamo il 19enne Brahim Diaz, cresciuto tra i giovani del Manchester City e appena acquistato dal Real Madrid, la sua permanenza al club è vincolata sulla carta alla cifra record di 750 milioni di euro, 50 in più rispetto al campione assoluto, nonché vincitore di ben cinque Palloni d’Oro, Leo Messi, che invece sosta al terzo posto. E sempre a quota 700 milioni troviamo altri due super talenti dei “blancos”, Isco e Marco Asensio, ai quali evidentemente il club vuole affidare redini e futuro della squadra.

200 milioni di euro più in basso troviamo, sempre in quota Real Madrid, Gareth Bale e soprattutto il neo Pallone d’Oro Luka Modric. Stessa cifra, 500 milioni, si dovrebbe sborsare per assicurarsi le prestazioni di una delle bandiere dei cugini del Barcelona Sergio Busquets o del difensore, sempre blaugrana, Samuel Umtiti. Chiudono la classifica due calciatori sempre di casa al Camp Nou: Ousmane Dembélé e l’ex interista Philippe Coutinho, per loro il Barcelona non potrebbe rifiutare un’offerta di 400 milioni.

Come potrete notare le cifre sono astronomiche e i più potrebbero considerarle da fantacalcio, ma basterebbe tornare indietro di pochissimi anni e pensare a quanto avrebbe fatto ridere la reazione alla notizia di un trasferimento da più di 220 milioni. Allora la domanda a questo punto diventa: su quale cifra non rideremo più domani?

Per il secondo anno di fila, e non sarebbe potuto essere altrimenti, Mohamed Salah è stato eletto miglior calciatore africano. L’attaccante egiziano del Liverpool, che in Italia conosciamo bene avendolo visto in campo con le maglie di Fiorentina e Roma, porta a casa un premio che suona come consolazione dopo aver sfiorato il più ambito, il Pallone D’Oro, per il quale è stato fino all’ultimo uno dei favoriti. 32 gol la scorsa stagione, che hanno trascinato il Liverpool quasi fino al tetto d’Europa, e non accenna a fermarsi nemmeno quest’anno avendo messo a segno già 13 reti e 7 assist in 21 partite, una media spaventosa che posiziona i Reds ai vertici della classifica inglese.

Durante la cerimonia, svolta a Dakar, in Senegal, anche altri premi sono stati assegnati dalla Confederazione africana di calcio (Caf), come quello a Achraf Hakimi, talentuosissimo terzino del Borussia Dortmund in prestito dal Real Madrid, come miglior giovane dell’anno e quello come miglior tecnico al commissario tecnico del Marocco Hervé Renard. Redatta alla fine una formazione africana dell’anno: in porta Denis Onyango, portiere del Mamelodi Sundowns, squadra della massima serie del campionato sudafricano (e in rete i commenti sulla scelta sono stati impietosi), in difesa Aurier del Tottenham e Bailly del Manchester United, che accompagnano gli unici due “italiani” della formazione, Benatia della Juve e Koulibaly del Napoli; a centrocampo il guineano del Liverpool Keita, il ghanese dell'Atletico Madrid Thomas Partey e l'algerino del City Mahrez; in attacco, accanto a Salah, il compagno di squadra del Liverpool Manè e Aubameyang, gabonese dell’Arsenal più volte vicino a club italiani.   

Tutte le volte, e sono sempre più frequenti, che Roger Federer si commuove e versa le sue lacrime in pubblico come durante l’intervista in Australia alla CNN in cui ha ricordato il primo allenatore, Peter Carter, prematuramente scomparso, ci torna in mente sua moglie Mirka. Cioè le parole con le quali la dura ex tennista slovacca Vavrinec apostrofò Stan Wawrinka nel combattutissimo derby svizzero al Masters di Londra 2014. E così riassumiamo anche i rapporti di forza di quel matrimonio. Perché Il Magnifico, così straordinario come atleta, non riesce spesso a trattenere le sue emozioni e, altre volte, se non ha proprio pianto materialmente, ha avuto delle reazioni talmente clamorose da scaricarsi completamente a partita in corso. Basti pensare a certi crolli emotivi contro la sua bestia nera, Rafa Nadal, o dopo aver fallito grandi opportunità contro Novak Djokovic.

La bellezza di Roger sta anche in questa sua debolezza, che l’avvicina alla gente comune più di quanto possano mai fare quei superman di Rafa e Nole. Di certo, con l’andare degli anni, proprio come accade a noi mortali, anche il dio del tennis ha la lacrima sempre più facile. Piangeva commosso, a gennaio di un anno fa, sul palco d’onore della Rod Laver Arena, dopo aver domato Marin Cilic ed aver conquistato lo Slam numero 20, subito dopo aver ringraziato il suo team: “I love you guys”.

Perché, una volta sciolta la concentrazione del match, rivive il percorso dello sforzo, e magari l’angoscia per il pronostico favorevole che è sempre così difficile da gestire: “Aspettare questa finale è stata una faccenda molto lunga e complicata, è più facile quando si gioca nel pomeriggio, ma quando è di notte ci pensi tutto il giorno”. Strano, non aveva pianto invece dodici mesi prima, dopo aver sconfitto in finale Nadal, sempre a Melbourne. Eppure quel titolo era stato ancora più importante, dopo cinque anni senza successi Slam, da Wimbledon 2012. Quando invece le lacrime gli erano venute fuori copiose: era la prima volta che si aggiudicava i Championships davanti ai figli. E lo festeggiò con un pianto di felicità, di orgoglio, di partecipazione familiare.

Le lacrime del Roland Garros 2009 erano state completamente diverse: lì s’era liberato dell’enorme peso del tabù che – senza il fondamentale aiuto di Robin Soderling che gli aveva tolto finalmente di mezzo Rafa – sarebbe forse rimasto insuperabile. Poteva dirsi ad alta voce: “Ora posso andare avanti senza più preoccuparmi di non vincere mai Parigi”.

Lavando in qualche modo via, d’incanto, le sconfitte più amare nella rivalità con il nemico Nadal: il terrificante 6-1 6-3 6-0 subito nella finale del Roland Garros 2008, talmente duro da seccargli le lacrime, il micidiale 9-7 al quinto set, un mese dopo a Wimbledon, col quale il rivale invadeva il suo regno sull’erba e lo faceva piangere a sangue, nell’anima e anche alla premiazione, e quindi il micidiale crollo psicofisico sotto il traguardo degli Australian Open 2009. Quando, sotto gli occhi del suo idolo, Rod Laver, Roger Express non riuscì nemmeno a completare il solito pistolotto in mondovisione e mormorò un patetico: “Dio, questo mi sta uccidendo”. Che commosse persino il Maciste di Maiorca. 

Non era il getto della spugna del pugile, suonato, sul ring. Anche se sarebbe scappato volentieri da tutto, come faceva, da ragazzo: “Ero terribile”. Era un umanissimo sfogo, come quello di altri significative tappe. Pianse, infatti anche dopo il successo degli Australian Open 2001 contro Baghdatis: era il suo settimo trofeo Slam, che riceveva dalle mani di Laver e gli faceva fare un salto di qualità raggiungendo il livello degli eroi giovanili, Becker e Edberg. Ha pianto più volte nell’alzare il trofeo nella sua Basilea, dov’è cresciuto e dove ha fatto da raccattapalle. Un’atmosfera che gli ricorda quando un giovane allenatore australiano gli ripeteva: “Stai attento a non disperdere il tuo talento, Roger, impegnati seriamente”. Era quel Peter Carter che non può vedere il frutto del proprio lavoro, e che dà un’occasione in più di piangere a Roger. “Le lacrime dimostrano quanto ci tenga”.

Mattia Binotto, il nuovo Team Principal Ferrari al posto di Maurizio Arrivabene è l’uomo che il compianto Sergio Marchionne aveva messo al centro del progetto tecnico di rilancio della Ferrari già tre anni fa. Il quarantanovenne ha seguito tutta la trafila interna in Ferrari fin dal 1995, quand’è entrato a Maranello come ingegnere motorista prima alla squadra test e poi di quella corse. Dal 2004, ha accelerato: da ingegnere dei motori di gara è passato capo ingegnere corse (2007), quindi responsabile delle operazioni motore (2009), poi vice direttore motori (2013) e, a seguire, direttore motori (2014) e direttore tecnico (2016), quando sostituì James Allison con la qualifica di Chief Tchnical Officer, la figura che coordina le varie sezioni di Maranello (telaisti, aerodinamici, motoristi) e quindi ha un peso decisivo anche nello sviluppo della monoposto del 2017 e del 2018. Che hanno fallito. Evidentemente, però, non per responsabilità sue. E, comunque, con quel decisivo imprimatur del capo scomparso che doveva per forza avere un seguito. 

Leggi qui gli articoli di Gazzetta dello Sport e Stampa

Perché, al di là delle specifiche conoscenze tecniche dell’ingegnere meccanico, la natura dell’uomo piaceva molto all’emigrato Sergio Marchionne: nato il 3 novembre 1969, col Cavallino nel sangue, per via di nonno Gianfranco e di papà Luigi (tassista emigrato a Losanna con mamma Maria) entrambe tifosissimi delle Rosse, laureato in Ingegneria Meccanica al Politecnico di Losanna nel 1994, dopo il Master a Modena in ingegneria dell’automobile, ha acquisito ed affinato grandi capacità tecniche e gestionali, arricchendole con la lunga militanza a Maranello e la conoscenza di tutte le situazioni e le persone. 

Garantendosi molti meriti, sotto la gestione Jean Todt, che lo promosse responsabile motori in pista nella stagione del quinto titolo di Michel Schumacher, e poi ancora, muovendosi fra vari ruoli, diversi ma complementari, come quello di Capo Ingegnere, quindi di responsabile operativo non solo del reparto motori ma anche del Kers (Kinetic Energy Recovery System), il “Sistema di recupero dell’energia cinetica”, e poi come responsabile dell’evoluzione dell’elettronica nelle monoposto, fino ad assumere, nel dicembre 2014, la delicatissima nomina di di Chief Operating Officer per la Power Unit. Il cuore delle Ferrari.

Tutto ciò ha pesato moltissimo nelle polemiche interne sull’ultimo Mondiale 2018 Ferrari, cominciato benissimo, ma poi naufragato malamente: colpa del mezzo, come sosteneva Arrivabene, o colpa dei piloti e della gestione del team, come propendeva Binotto e, evidentemente, il povero Marchionne? “Binotto è un ragazzo timido ma molto preciso, è un grande ingegnere e ha fatto un lavoro straordinario sulla Power Unit. È l’uomo giusto”, l’aveva lanciato Marchionne. Riconoscendogli l’esperienza tecnica specifica ed avviando con lui una organizzazione “orizzontale” tesa a valorizzare gli ingegneri di seconda fascia, soprattutto italiani, a cominciare da Enrico Cardile e Corrado Iotti (promossi dalla produzione alla direzione del settore aerodinamico e dei motori di F.1, e il varo di macchine vincenti come la SF70H e la SF71H). 

Nuovi guai per l'ex calciatore inglese Wayne Rooney, già capitano dell'Inghilterra e star del Manchester United. E' stato arrestato dalla polizia americana nell'aeroporto Dulles di Washington per ubriachezza e bestemmie.

I fatti risalgono al 16 dicembre, ma solo oggi ne hanno dato notizia la rete televisiva Washington ABC 7 News e il giornale The Athletic. Rooney è stato rilasciato venerdì scorso dopo aver pagato la multa di 25 dollari a cui è stato condannato. Rooney non è nuovo a comportamenti esagerati e in in Inghilterra è stato sottoposto al ritiro della patente per due anni per ubriachezza. 

C'è grande preoccupazione per Niki Lauda, ricoverato di nuovo in terapia intensiva, secondo quanto scrive il sito del Kronen Zeitung. Lauda ha dovuto interrompere le vacanze di Natale a Ibiza e ricoverarsi di nuovo all'AKH di Vienna per una grave forma influenzale. Malattia che può essere insidiosa per il tre volte campione del mondo, che l'estate scorsa era stato sottoposto al suo secondo trapianto di polmone e ha difese immunitarie più deboli del normale.

L'estate scorsa, per settimane, Niki ha combattuto in terapia intensiva le complicazioni post trapianto. Il processo di guarigione sembrava quasi un miracolo medico. Soprattutto da quando la riabilitazione è andata bene e Lauda ha riguadagnato con l'allenamento ogni giorno sempre più forza e vitalità. Ma ora c'è un punto interrogativo sul ritorno sperato ai circuiti al box della Mercedes di cui è stato confermato presidente onorario fino al 2020. 

“Il barba” è uno tosto. Magari, dietro quell’aria truce che s’è costruito, se la ride alla grande delle leggi di gravità, dei luoghi comuni, dei muscoli che gli si parano minacciosi davanti di continuo, dei secondi che scandiscono le ultime azioni di partita, del ruolo di primattore, immarcabile, della condanna di bersaglio di tutti i difensori. 

“Il barba”, James Edward Harden Jr, nato il 26 agosto 1989 a Los Angeles, California, terza scelta 2009 di Oklahoma, dal 2012 stella degli Houston Rockets, è il Michael Jordan della moderna Nba, col suo – appena – 1 metro e 96 di altezza, per 100 chili di peso, cui aggiunge una montagna di talento, elasticità, genialità che scintillano continuamente sui parquet del basket più difficile che ci sia. Stupendo sempre, anche adesso, anche nella stagione regolare a Ovest, orgoglioso della maglietta di MVP, Most Valuble Player, il giocatore più completo, del 2018.

I record stagionali

L’ultimo flash della guardia tiratrice più micidiale che ci sia è impressionante e ci regala Harden, giovedì, che emerge – chissà come, proprio come i miracoli di MJ – dal grappolo di magliette gialle di Golden State, a sbarrargli la strada in una morsa: davanti, con Drymond Green, e lo pressano dietro, con Klay Thompson. Mancano appena tre secondi alla sirena, dopo la rimonta da -20, gli stanno tutti addosso per evitare il suo tiro, eppure “il barba” infila da tre punti la retina del sorpasso, da -2 a +1. Non è una partita qualsiasi: lo fa in casa dei campioni dell’Anello, i mitici Warriors, dei tiratori più famosi dell’Nba, Kevin Durant e Stephen Curry, e perciò l’impresa vale doppio e rafforza la firma sulla settima vittoria consecutiva della squadra, la undicesima su dodici partite.

Certo, i compagni l’aiutano, perché, contro Golden State, gli hanno concesso 23 tentativi da tre (10 canestri), che è la percentuale più alta dopo i 24 di Klay Thompson il 31 ottobre a Chicago, ma lui dà soddisfazione: è il primo Nba anche in questa decisiva specialità, con 162 centri su 416. E, con gli ultimi 44 punti – più 10 rimbalzi e 15 assist -, mette un’altra sottolineatura al suo mito: è la seconda doppia tripla della settimana, l’ottava partita consecutiva nella stagione (battendo il record di Curry a quota 7), è il quinto match di fila in cui realizza almeno 40 punti, in una serie di undici partite, dal 13 dicembre, in cui mette a segno almeno 30 punti, con l’acme dei 50 punti contro i Los Angeles Lakers di LeBron.

Con una media di 33,6 punti a partita è il miglior marcatore Nba, con 1,098 punti, davanti a Durant 1,084 e Lillard 1,016, con la media di 8,6 assist è il quarto nei passaggi, con 2,06 è il quinto "Arsenio Lupin” nel rubar palla, ed è il primo nei liberi con 318 su 374.

Una carriera impressionante

Il suo record di punti è fermo ai 60 punti del gennaio 2018 contro Orlando, ma certo, nella sua già fulgida carriera, fanno più scalpore il premio di Sesto uomo dell’anno, già nel 2012, quando portò la sua franchigia alle finali Nba, e l’MVP 2018 – unico con Bill Walton a fregiarsi delle due etichette -, dopo il secondo posto 2014-2015 dietro Curry, le sei convocazioni all’All Star (la stellare sfida Est-Ovest dei magnifici dodici Nba), i due ori in nazionale all’Olimpiade 2012 e ai Mondiali 2014 e anche il contratto di sponsorizzazione del 2015 con Adidas (200 milioni di dollari per 13 anni) e il rinnovo che lo lega a Houston fino alla stagione 2022-23: sei anni garantiti per 228 milioni di dollari, il più ricco dell’Nba. Del resto ne aveva rifiutati 52 per un quadriennale coi Rockets…

Tiri liberi

“Vado troppo spesso in lunetta per i tiri liberi? Beh, i miei avversari dovrebbero smettere di farmi fallo ogni volta che vado al ferro. La soluzione è semplice. no?”. Così “Il barba” zittisce chi influenza gli arbitri e cerca di sminuire la potenzialità di Harden nel guadagnarsi falli in entrata e nell’incrementare il bottino di punti nei tiri liberi, con la seria possibilità di chiudere la stagione da numero 1 della specialità per il quinto anno di fila. Contro i Lakers ne aveva segnati 18 su 19. “James è bravo di suo a farti trovare con le “mani nella marmellata”, non possiamo permetterci di mandare così tante volte in lunetta uno che può penetrare e tirare da 8 metri in step-back. Se gli permetti di vedere la palla entrare così facilmente così tante volte, è finita, si esalta ancor di più”.

Fervente cattolico e grande provocatore

Fervente cattolico, Harden proclama: “Ringrazio Cristo per ogni momento che mi regala nella vita”. Sin da ragazzo, soffre di asma. Il suo primo idolo fu Manu Ginobili. La barba se la lascia crescere dal 2009: ha cominciato per pigrizia, e poi ne ha fatto un marchio di fabbrica. Tanto che è apparsa in alcune canzoni e T-shirt, oltre a essere il trade-mark dei suoi social, e a diventare un progetto, firmato dal disegnatore Filip Peraic in una varietà di stili e tecniche. 

Harden il fenomeno non potrà mai dimenticare il suo record in negativo, 13 palle perse, record in una partita di playoff del 2015 contro Golden State: "È difficile perdere in questo modo, soprattutto pensando a quello che ho combinato io stesso: ti metti addosso tanta pressione per essere davvero bravo ogni singola partita e certe volte non ci riesci, stavolta non ci sono riuscito”.

Parole ben diverse da quelle pronunciate dopo l’ultimo colpaccio a Golden State: “Dov’è il mio morale? Oltre il tetto… Non so a che livello collocare questo successo, sono solo felice di venire via con la vittoria e di aver dato il mio contributo esprimendomi al più alto livello”. Belle parole, eh? Il barba può essere anche molto rude. Due anni fa l’ex coach dei Rockets, Kevin McHale, aveva detto: “Harden è un gran giocatore, ma non ha la personalità del leader”. E James aveva risposto: “E lui è un clown, io di certo non parlo alla gente dietro le spalle o non dico in giro il contrario di quello che dico quando gli parlo in faccia”.

Ma la provocazione è sicuramente lo stimolo in più per trascinare Houston, conquistare l’Anello e far felice il suo primo tifoso, coach Mike D’Antoni, una delle star dell’imbattibile Milano del triplete. Che ridacchia: “Magari considereranno James per il MVP, non so, voi che dite?”. I bookmakers di Las Vegas lo danno 7/4, davanti a Giannis Antetokounmpo (5/2), LeBron James (9/2) e Anthony Davis (6/1). Uno che dice: “Mi marcavano stretto in due? Non importa, l’importante è crederci e fare le cose giute, abbiamo girato l’angolo, dobbiamo solo star bene fisicamente e andare fino in fondo”.

La notizia, forse, è che Barbara Berlusconi abbia scelto il Fatto Quotidiano – giornale storicamente 'nemico' di Silvio Berlusconi e teatro di importanti inchieste giornalistiche sulla famiglia del leader di Forza Italia – per dire la sua sulla sfida di Supercoppa tra Milan e Juventus che si giocherà il 16 gennaio a Gedda, in Arabia Saudita. "Non doveva essere organizzata in un Paese in cui non c'è rispetto per la condizione femminile", ha scritto in una lettera inviata al direttore Marco Travaglio, Barbara Berlusconi. "Ma è ipocrita assegnare al calcio il compito di salvare il mondo".

L'ex ad e vicepresidente del Milan tra il 2013 e 2017 ha sottolineato che la storia "ci ha insegnato, penso alle Olimpiadi, che non è mai stato utile boicottare eventi sportivi ormai previsti". "Per questo – ha aggiunto – ritengo che la partita possa essere un'occasione per accendere un faro ulteriore su quello che accade in molti Paesi islamici e che possa essere di aiuto anche per iniziare ad abbattere tradizioni e divieti non più tollerabili".

A suo avviso, però, c'è "molta ipocrisia" nel chiedere una sensibilizzazione al calcio quando gli "Stati occidentali sviluppano regolari relazioni commerciali con chi invece andrebbe sanzionato per i propri comportamenti".

Parte lunedì prossimo il tavolo 'stadi sicuri'. L’iniziativa congiunta del ministro dell’interno Matteo Salvini e del sottosegretario alla presidenza con delega allo sport Giancarlo Giorgetti prenderà il via il prossimo 7 gennaio e coinvolgerà, per la prima volta, tutti i protagonisti: calciatori, allenatori, arbitri, giornalisti, tifoserie per bene.

“Il punto di partenza è l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive – dice il ministro Salvini – e noi saremo al lavoro in questi giorni di festa per rendere operativo questo tavolo già dal prossimo 7 gennaio”.  

In una nota, il Viminale informa che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, d’intesa con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti, ha convocato, per il giorno 7 gennaio, alle ore 16.00 presso la Scuola superiore di polizia, una riunione allargata dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive per una approfondita disamina del tema della violenza all’interno e all’esterno degli stadi.     

Alla riunione parteciperanno, oltre ai componenti dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, il sottosegretario di Stato all’Interno Nicola Molteni, il capo di gabinetto Matteo Piantedosi, il capo della Polizia  Franco Gabrielli, i massimi rappresentanti del Coni, della Figc della Lega Serie A, della Lega Serie B, della Lega Pro – Lega Italiana Calcio Professionistico, della Lega Nazionale Dilettanti, nonchè i presidenti delle associazioni italiane di calciatori, arbitri, allenatori di calcio, i presidenti della federazione italiana editori giornali e dell' ordine dei Giornalisti.

Spetterà alla Figc verificare la possibilità di designare, ai fini della partecipazione all’incontro, uno o  più rappresentanti delle tifoserie organizzate dei club professionisti, secondo quanto previsto dal decreto del ministro dell’Interno, 1° dicembre 2005, istitutivo dell’Osservatorio. Al termine dell’incontro si terrà una conferenza stampa.

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