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Oggi Matteo Berrettini, 23 anni romano, numero 21 del mondo proverà a battere Roger Federer sul centrale di Wimbledon. In gioco un posto nei quarti del torneo londinese, ma anche in bilancio virtuale tra il campione svizzero e i tennisti italiani non proprio brillante. Quella di Roger Federer e l’Italia è una storia lunga vent’anni. Il legame del campione svizzero con il tennis azzurro parte dal 1999, anno della prima convocazione in nazionale e dell’esordio in Coppa Davis proprio contro l’Italia. A Neuchatel, nella prima giornata, Federer batte in quattro set Davide Sanguinetti, facendo già intravedere il talento innato dei suoi colpi. A vittoria già assicurata per gli svizzeri, il giovane Roger si arrende al mancino barese Gianluca Pozzi, stessa sorte di pochi mesi prima con il belga naturalizzato italiano Laurence Tieleman, nel torneo challenger di Heilbronn, in Germania. Sono le prime due sconfitte di Federer contro tennisti italiani.

Non saranno molte altre le occasioni in cui gli azzurri sono riusciti a mettere ko King Roger, che anzi è legato all’Italia per aver vinto il suo primo titolo a livello ATP a Milano, nel 2001. Dodici mesi più tardi, in finale contro quel Sanguinetti che aveva battuto tre anni prima, non riesce a confermarsi campione, cedendo col punteggio di 7-6 4-6 6-1. Qualche mese dopo a Roma, Andrea Gaudenzi gli rifila al primo turno un doppio 6-4 senza appello, dando il via alla maledizione del Foro Italico dello svizzero: insieme con Montecarlo, è l’unico grande torneo a non aver mai vinto.

Sempre sul Centrale di Roma, nel 2007, l’elvetico incappa in una altra giornata no: il suo giustiziere stavolta è il livornese Filippo Volandri (attualmente commentatore di Sky Sport) che, con un netto 6-2 6-4, supera a sorpresa l’incontrastato numero uno del mondo, mettendo a segno la vittoria più prestigiosa della sua carriera.

L’ultima sconfitta di Federer contro un tennista azzurro risale al 2015 ed è quella più dolorosa per lo svizzero, perché consiste nell’unica battuta d’arresto in un torneo dello Slam. Al terzo turno degli Australian Open, Andreas Seppi, che aveva uno score di 10 sconfitte a zero contro King Roger, compie l’impresa più inattesa in uno degli stadi più belli al mondo, la Rod Laver Arena: 6-4 7-6 5-7 7-6 e Federer fuori nella prima settimana di Melbourne.

Il bilancio complessivo di Federer contro gli italiani è di 36 vittorie e sei sconfitte (Seppi il più battuto, 14 volte), mentre nei tornei dello Slam Federer vanta un record di 7-1. Oggi Matteo Berrettini sarà l’ottavo italiano ad affrontare Federer in uno Slam, dopo Galvani, Starace, Seppi, Fognini, Lorenzi, Bolelli e Sonego. Il romano è anche il primo ad affrontare Roger nella seconda settimana di uno Slam. Proprio quel Federer che due settimane fa, con la vittoria a Halle, ha consentito a Berrettini di entrare per la prima volta in Top 20. Ora la sfida più difficile per Matteo: battere “Il Re” sui prati dell’All England Club che lo hanno visto trionfare per otto volte. 

“Una coppia fa goal giocando per la prima volta insieme in uno Slam! Ci siamo godute ogni momento”. Instagram festeggia un altro momento inedito, difficile da immaginare appena qualche anno fa nella storia delle libertà gay. Alison van Uytvanck e Greet Minnen sono belle, nei loro intensi sguardi d’amore, e sono bellissime nello spirito di pioniere di una tandem di atlete dichiaratamente omosessuali nel tabellone principale di Wimbledon, paladine di un coraggio che i colleghi maschi ancora non possiedono.

Le due ragazze belghe vivono da tre anni una vita di coppia anche fuori dal campo da tennis, e quindi rinnovano le sfide individuali delle campionesse Billie Jean King e Martina Navratilova nel 1981, e poi solo molto più tardi di Amelie Mauresmo nel 1999. Ridando coraggio alle tante, altre, chiacchierate, anche evidenti, colleghe dalle medesime passioni, che si sono però sempre negate la libertà di manifestarsi con un outing liberatorio.

Di più: Alison & Greet vogliono scuotere i tennisti gay uomini, fra i quali l’unico caso ufficiale è stato quello di Brian Vahaly, che comunque si è dichiarato solo nel 2017, un decennio dopo il ritiro. “Vorremmo vedere più gente venire avanti e dire: “Va bene”. Penso che la gente avrebbe più fiducia. Gli uomini l’apprezzerebbero, molti seguirebbero a ruota, e la cosa diventerebbe più facile per tutti”, ha suggerito Van Uytvanck dopo il successo di primo turno sulle inglesi Katie Swann e Freya Christie. “Ci devono essere per forza dei tennisti uomini gay tuttora in attività sul Tour. Anche se capisco che se fossi un uomo sarebbe più difficile venir fuori, per via degli stereotipi su questo tema”.

Ci vuole coraggio, ancora oggi, per fronteggiare i troppi luoghi comuni sul tema. Alison “la rossa” già l’anno scorso a Wimbledon aveva dato uno strappo all’etichetta dopo il match di singolare vinto contro l’allora campionessa uscente, Garbine Muguruza, quand’aveva festeggiando baciando sulla bocca la compagna in tribuna. E quest’anno nel tabellone di singolare dei Championship competono altre due gay dichiarate, come la svedese Johanna Larsson e l’olandese Richel Hogenkamp. “Le donne fanno coming out più facilmente degli uomini, spero che siamo da esempio, un modello da seguire in questa delicata dichiarazione, e che le cose vadano sempre meglio negli anni. Così che tutti possano parlarne liberamente”.

Vahaly aveva parlato di “omofobia molto importante nella cultura degli spogliatoi maschili”, giustificando così il suo doloroso silenzio. La Minnen mette: “Certamente non ci facciamo notare se ci troviamo in Egitto o in qualche posto così, e non camminiamo tenendoci per la mano. Ma la reazione anche degli sponsor è stato più positiva che negativa, perché rappresentiamo qualcosa di diverso”.

E sicuramente fra gli uomini il fattore-sponsor, e quindi la perdita di una importante fonte di denaro, rappresenta un freno importante per il coming out. Tanto che il sudafricano Kevin Anderson, finalista l’anno scorso a Wimbledon e vice presidente dell’Atp Tour Council, aveva espresso la speranza che il coming out di qualche collega “aprisse le porte agli altri con un gesto coraggioso”. Ammettendo però che, al momento, un atleta gay uomo “deve portare un marchio pesante”.

E così fra qualche sussurro e pesanti silenzi, i casi acclamati di tennisti gay restano unici e lontani nel tempo. Era omosessuale il tedesco Gottfried von Cramm, finalista per tre anni di fila a Wimbledon nel 1935-1937. Lo era il mitico statunitense Bill Tilden, campione di tre Wimbledon e di tre Us Open negli anni 20-30, ma anche protagonista dell’incredibile finale dei Championships 1927, persa contro Henri Cochet avanti 6-2 6-2 5-1 30-0 e servizio. Ecco, questa caratteristica di molti atleti gay di essere particolarmente sensibili e lunatici, di accusare più violentemente di altri gli alti e bassi delle emozioni, è un altro fattore che frena molto il coming out. Per evitare facili commenti su certe “particolari debolezze”.

Soltanto nel 2015, il tennista ucraino Sergiy Stakhovsky aveva dichiarato, in una intervista per il sito XSport.ua, che nella top 100 del tennis maschile non ci sono gay, al contrario di quanto secondo lui accadeva sul Wta Tour. “Almeno la metà delle giocatrici sono lesbiche. Di sicuro non manderei mia figlia a giocare a tennis“. In quattro anni le tenniste donne hanno fatto passi da gigante, lasciando indietro i colleghi uomini. Molto indietro. E hanno superato quisquilie come una sconfitta passeggera come quella di Van Uytvanck e Minnen nel secondo turno di Wimbledon contro le cinesi di Taipei, Chan-Chan. Vuoi mettere con l’ennesima vittoria che hanno colto le due ragazze belghe nella guerra per la liberazione dei gay?

“Ma è giusto giocare qua? Maledetti inglesi, guarda. Maledetti inglesi… Scoppiasse una bomba su sto circolo, una bomba deve scoppiare!”. Le parole di Fabio Fognini, pronunciate chiaramente nel corso del secondo set del match perso contro Tennys Sandgren al terzo turno di Wimbledon scatenano le polemiche e diventano virtuali sul web.

La rabbia del 32enne ligure, infastidito dal pubblico, era rivolta contro gli organizzatori che avevano programmato il match sul campo numero 14. Adesso Fognini rischia una pesante sanzione. 

Fabio Fognini, down two sets to Sandgren, is NOT happy that #Wimbledon put him on Court 14.

“A bomb should explode here.” pic.twitter.com/EBnLwGHOPP

— Ben Rothenberg (@BenRothenberg)
6 luglio 2019

 

Sui campi d’erba di Wimbledon è nata una stella. Il primo turno con Venus Williams, con cui è facile fare i primi paragoni, aveva già fatto intuire che Coco Gauff, 15 anni, ha qualcosa dentro che solo le campionesse possiedono. Il terzo turno, concluso con una grande rimonta ai danni della solida tennista slovena Hercog, ha confermato che le qualità della giovanissima ragazza americana sono nettamente al di sopra della sua età. In campo, Coco, annullando due match point e vincendo un match che sembrava compromesso (3-6 7-6 7-5) ha dimostrato di avere una maturità da giocatrice scafata e una voglia di lottare che è indice del futuro che l’aspetta. Arrivare alla seconda settimana del principale, e più storico, torneo del circuito, farlo sul campo centrale con una grande rimonta, significa avere quel talento che serve per dominare, negli anni che verranno il tennis femminile.

La storia di Coco Gauff (e perché la sua età è un problema per il tennis)

Non ha l’età per fare tante cose, la quindicenne-prodigio che sta rubando tutte le attenzioni a Wimbledon, Cori “Coco” Gauff, che tanto ha imitato e tanto somiglia a Venus e Serena Williamms, da sembrare la loro sorellina. Non può guidare l’automobile, ad esempio, né può svolgere una serie di lavori, fra i quali, curiosamente, il tennis professionistico. Anche se già dall’anno scorso è iscritta al Wta Tour. Se non avesse vinto il Roland Garros juniores e non fosse così in alto nella classifica Itf, da qui al sedicesimo compleanno, il 13 marzo 2020, potrebbe disputare solo altri tre tornei, dopo i sette che ha già giocato, nel totale di dieci che le sono concessi da quando ha compiuto 15 anni.

Considerati i risultati, invece, ha acquisito un bonus di due tornei. Che potrebbero aumentare di altri due, in caso di ulteriori, eclatanti, affermazioni. O in caso di proteste o di cause legali, sempre nell’aria in questi casi, come minaccia il padre-allenatore di Coco – come preferisce farsi chiamare lei – l’ex giocatore di basket universitario, Corey.

Chissà se la Wta resisterà alle tentazioni, e ai timori di risarcimenti danni da milioni di dollari. Chissà se ricorderà il motivo delle ferree regole d’accesso al professionismo che ha istituito a furor di popolo nel 1994, sulla scia dello scandalo di Jennifer Capriati, cioè l’altra americanina, Jennifer, che s’era clamorosamente bruciata nel 1993, dopo le semifinali a Wimbledon e Us Open 1991 e l’oro olimpico ai Giochi 1992. Al punto da scappare dal tennis e sbattere la faccia contro la vita. Anche se poi, per fortuna, è tornata sul circuito, ha vinto tre Slam, è salita al numero 1 del mondo e ha chiuso la carriera con 10 milioni di premi e almeno il doppio di sponsorizzazioni.

Fu una storia tragica di cui la specifica commissione Wta, formata da medici, psicologi e specialisti del comportamento cerca attentamente di evitare la replica. Stabilendo così, con la regola XV del regolamento, che chi è in grado di passare professionista dai 14 ai 17 anni, debba rispettare restrizioni di tornei, premi in denaro e promozioni in classifica: dai 14 ai 15 anni si possono giocare solo otto tornei pro, a 15 ne sono concessi dieci, a 16 dodici, a 17 sedici.

Con l’ulteriore divieto di diventare “top ten” prima dei 17 anni, abbattendo tutte le barriere soltanto dai 18 anni. Troppi e troppo rischiosi sono i pericoli di irreparabili stress sia fisici che mentali, troppe le pressioni da affrontare, troppe le sollecitazioni e e rinunce da sostenere in nome del dio dollaro.

I colleghi maschi dell’Atp Tour, pur fissando il limite d’accesso al professionismo a 14 anni, mitigano queste regole, concedendo 8 tornei pro ai 14enni e dodici ai 15enni, e liberalizzando ai 16enni le apparizioni sulla massima ribalta. Che succede negli altri sport? Il calcio non considera come fattore l’età, ma il valore di mercato dell’atleta, ammettendo fra i professionisti anche calciatori dodicenni.

Alcune delle grandi leghe dello sport Usa, NFL (football), NBA (basket maschile) e WNBA (basket femminile) valutano come un limbo il periodo di attività vissuto dagli atleti dopo l’high school, come il college o altre leghe minori, prima di promuoverli eleggibili per il circuito più importante, duro e danaroso. La NFL seleziona solo i giocatori che hanno lasciato l’high school da tre anni, l’NBA dai 19 (ma sta rivalutando i criteri), la WNBA aspetta che le ragazze autoctone abbiano 22 anni, ma per le straniere si parte dai 20 anni. La Major League di baseball, esamina gli statunitensi da quando escono dall’high school, gli stranieri prima; sul PGA Tour (golf), gli atleti sono eleggibili dai 18 anni (con qualche eccezione), così come sull’ LPGA Tour (donne), ma le deroghe sono molte e riguardano anche le quindicenni; nel NASCAR, si può gareggiare solo dopo i 18 anni.

Il termine-tabù è “libero mercato”. Che apre le porte a complicate cause legali, in nome dell’antitrust, con richieste danni milionarie. Anche in considerazione del liberissimo mercato degli artisti, dagli attori ai suonatori. Un termine che contrasta contro il legittimo desiderio di difendere i giovanissimi e inesperti dalle mire e dalle sollecitazioni di manager e sponsor, se non di genitori troppi avidi, ciechi e/o ambiziosi. L’altro discorso a difesa della liberalizzazione dell’età è che ogni essere umano raggiunge l’acme in epoche diverse.

Nel tennis, Martina Hingis, a 16 anni è diventata la più giovane numero 1 della storia,  quando s’è aggiudicata Wimbledon, Australian Open e US Open e, anche se poi si è ritirata definitivamente a 37 anni, l’ultimo Slam dei sette disputati (5 titoli) l’ha firmato a 19, nel 1999. Se non avesse dribblato la regola-Capriati non sarebbe entrata nell’Hall of Fame, ma nello stesso tempo non avrebbe sofferto un lungo stop per i guai alle caviglie subiti al primo. duro, impegnativo impatto con professionismo quand’era ancora una bambina e magari non sarebbe inciampata nell’antidoping.

Ma sarebbe stato giusto negarle la libertà di esprimersi e di essere premiata in conseguenza del suo valore quando ne aveva le capacità? Ed è corretto vietare al pubblico e agli appassionati il massimo spettacolo possibile per il quale pagano biglietto per lo stadio e abbonamento tv?

C’è quasi da augurare, con affetto, a Coco Gauff di non andare ancora troppo avanti a Wimbledon. Ma di sicuro c’è solo una cosa: il futuro del tennis è nelle corde della sua racchetta. 

Fernanda Colombo è uno dei volti più noti del calcio brasiliano. Classe ’91, ex modella, ex guardalinee della massima serie del Campeonato Brasileiro, in campo fino al 2017, poi il ritiro dopo un grosso errore durante il derby tra Cruzeiro e Atletico Mineiro, e lo start alla carriera come giornalista sportiva, conduttrice e commentatrice.

Qualche giorno fa diventa virale un suo video, niente di pornografico, anzi, un normalissimo momento di vita da rettangolo di gioco: la Colombo sta arbitrando una partita amichevole del campionato Estrellas de Ecuador, una sorta di All-star Game sudamericano, e subito dopo un fallo si avvicina minacciosa a Kitu Diaz che milita nel Barcellona Sporting Club, il centrocampista è certo che l’arbitro sia in procinto di ammonirlo, invece Fernanda Colombo tira fuori dalle tasche un fazzoletto per asciugarsi il sudore. Un video di appena dieci secondi, una gag che alleggerisce la tensione così come testimoniato dai sorrisi dei calciatori intorno a lei e della stessa Colombo.

Quando domani iniziano i saldi e lei ti dice “amore ti devo parlare di acquisti” e poi ti tira fuori tutto il calciomercato dalla Serie A alla terza categoria sarda! ♥️#Soccer #FunFact #FunFactFriday #FernandaColombo pic.twitter.com/GwVgbjm4aY

— SNAI (@SNAI_Official)
5 luglio 2019

 

Un video però che diventa virale e che fa scattare evidentemente le fantasie hot di un utente sconosciuto che le invia una mail proponendole un secondo impiego, come prostituta, “perché col suo potenziale – recita la lettera – potrebbe guadagnare molti soldi”, e la cifra accennata ammonterebbe a “7 mila real” (circa 1620 euro) a incontro, “I miei clienti – rassicura il potenziale ‘magnaccia’ –  hanno un’età compresa tra i 30 e i 40 anni e ovviamente sono molto educati, intelligenti e rispettosi”.

Fernanda Colombo allora risponde pubblicando sul suo profilo Instagram uno screenshot della mail e rispondendo a tono: “Oggi ho ricevuto questa e-mail che mi ha fatto sentire una spazzatura, perché contiene una proposta sessuale immorale. Voglio dire al mondo che voglio fare solo ciò che amo, che significa lavorare con il calcio e il giornalismo. Per favore, rispettatelo!”.

 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Lamentável! Receber esse e-mail me fez sentir um lixo. Quero somente trabalhar com o que eu amo, que é futebol e jornalismo. Infelizmente esse ainda é o mundo real. I got this e-mail today which made me felt like a trash because it contains an imoral sexual proposal. I want to tell the world that I just want to do what I love which means working with football and journalism. Please, respect that! Recién he recebido este correo conteniendo una propuesta inmoral que me hizo sentir una basura. Lo único que quiero és poder trabajar con lo que amo, que és el fútbol y el periodismo. Que todos puedan respectar el camino que elegí para mi vida.

Un post condiviso da Fernanda Colombo (@fernandacolomboreal) in data: 30 Giu 2019 alle ore 2:02 PDT

 

In realtà non è la prima volta che la giornalista si trova in questa situazione, a testimonianza di un mondo, quello del calcio, che come dimostrano diversi fatti di cronaca sportiva anche italiana, ancora resta vagamente sessista. Quando la Colombo commise quell’errore fatale che le suggerì di abbandonare divisa e bandierina, il patron del club di Belo Horizonte Alexandre Matos invitò la guardalinee a lasciar perdere il calcio e provare a posare nuda per Playboy, come scrisse ai tempi Fanpage, “Una proposta che la diretta interessata ha smentito di voler prendere in considerazione. 

“Non potrei mai accettare di posare nuda e le parole di Matos non mi hanno ferito. Tutto è stato dettato dall’agitazione del momento e la cosa è subito rientrata”. Inevitabile, però, non far caso alla sua straordinaria bellezza: “Mi ha sempre dato fastidio che venisse messa in dubbio la mia bravura a causa di questo – dice – La bellezza è soggettiva e io, tra l’altro, non mi considero neanche una musa”. 

Il suo destino è essere in guerra. Che siano le bombe della Nato sulla sua Belgrado o le battaglie contro i rivali di sempre, Federer e Nadal, sul campo da tennis per la conquista degli Slam, o i siluri dei media di lingua inglese, forse armati da mamma Tv. Di sicuro, da grande difensore, il campione di gomma Novak Djokovic, fa muro e risponde impavido. Anche se è con le spalle al muro nel difficile e triplice ruolo di campione uscente di Wimbledon, numero 1 della classifica mondiale e presidente del Pro Council AtpTour.

E forse tutti questi fronti aperti tutti insieme sono troppi anche per un guerriero come lui, soprattutto in un momento così delicato della stagione. Come direbbe il ko sulla terra del Roland Garros, dove voleva mettere un pilastro per costruire uno storico Grande Slam, e ora i Championships, che potrebbero ridar fiato all’inseguimento di Roger e Rafa nella collezione di Majors.

“Il mio team mi ha consigliato di dimettermi dal ruolo politico” ammette re Novak davanti al fuoco di fila di domande e tranelli. Ma questo non ha alleggerito il bombardamento degli avversari. Anzi, come ha messo piede nel Tempio, i giornali popolari hanno sottolineato come Djokovic abbia fatto il pesce in barile sull’assegnazione delle ultime teste di serie ai Championships, con la promozione di Federer a numero 2 del tabellone e la retrocessione di Nadal a numero 3: “Capisco la protesta di Rafa, qui non seguono la regola dell’Atp, ma non è la prima volta, hanno un sistema loro”.

E, un po’ da tutte le parti, lo accusano sempre più apertamente del pericoloso stallo in seno al Board e al Council, gli organi che gestiscono il circuito dei tornei pro. Dopo aver spinto alle dimissioni il CEO, Chris Kermode – guarda caso, inglese – e le tante, pesanti, dimissioni di alcuni stimati colleghi, da Stakhovsky a Jamie Murray, da Dani Vallverdu ad Haase.

Emorragia non tamponata dall’immissione di Nicolas Lapentii, perché Weller Evans è rimasto in gioco, come amico ed emissario di Justin Gimelstob. Che, per i “peones” del tennis equivale al “Lucifer”, il diavolo, patrono degli interessi della tv e dei primi della classe, a cominciare proprio di Djokovic.

L’attacco è preciso: da presidente del Council, Nole è intervenuto in prima persona per dirimere l’ultima guerra fra ITF (la federtennis mondiale) e Atp, con le gare a squadre che strozzano la stagione, fra Laver Cup a settembre, nuova Davis Cup a novembre e Atp Cup a gennaio. Qualcuno azzarda che l’abbia fatto anche per motivi politici ed economici, visto che Federer (e il suo manager storico Godsick) ha interessi in due manifestazioni e Rafa nell’altra.

Qualcun altro sussurra che si lasci tuttora influenzare da Gimelstob, ignorando la sua brutta storia di violenze pubbliche e private, contro un ex amico e l’ex moglie. Con tanto di condanna per lesioni, la sede penale evitata per miracolo e una causa civile, sul risarcimento danni, ancora in corso di definizione. Finché, proprio a Wimbledon, in piena conferenza stampa, fra una blanda domanda e l’altra sul facile match contro Kudla, un giornalista televisivo statunitense, Bill Simmons ci è andato giù duro, smascherando Novak almeno sulla sua incompleta, e colpevole, conoscenza dei fatti. Mettendo quindi in dubbio la sua autorevolezza nel risolvere la spinosa questione al vertice del tennis mondiale.

Al campione serbo che protestava contro la colpevolezza non conclamata dell’amico Gimelstob, il giornalista ha ribattuto: “Non è stato dichiarato colpevole dalla corte. Si è dichiarato lui, tale, secondo le carte, perché l’espressione “No contest”, nella corte della California, equivale alla rinuncia alla difesa. Ed è in pratica, un’ammissione di colpevolezza, in cambio di una pena meno severa. Tanto che, quando il giudice gli ha chiesto se fosse a conoscenza di questa realtà, ha risposto “Sì”. Per cui, è colpevole”.

La replica di Nole è stata peraltro debolissima: “È vero, non ho letto le carte, ho parlato con Justin che è un mio caro amico e ho sentito solo quella parte della storia, la sua versione dei fatti”. Nè ha funzionato la transizione difesa-attacco che tanto gli frutta sul campo da tennis: “Sento che tu mi stai attaccando, mi stai puntando il dito contro”.

Perché il giornalista ha replicato sereno, secco, deciso: “Non ti sto affatto attaccando, sto solo chiedendoti se hai letto davvero le carte. Trovo strano che un condannato per aggressione rappresenti il nostro sport”. Mettendo definitivamente alle corde il campione di 15 Slam (4 Wimbledon), la cui reazione piccata non è stata certo politica: “Le leggerò, certo. E ne parleremo la prossima volta. Però non c’è motivo di attaccarmi così”.

Reggerà Djokovic alla pressione anche delle partite? Felix Auger Aliassime lo sta già puntando in un eventuale ottavo di finale di fuoco.

Sulla carta d’identità di Thomas Fabbiano c’è scritto: 1,73 centimetri d’altezza. Eppure, nonostante un fisico normale, forse un po’ sotto la media nel circuito tennistico professionistico di oggi, il pugliese è stato capace di eliminare, a Wimbledon, prima Stefanos Tsitsipas, 1,93 centimetri, e poi Ivo Karlovic, 2 metri e undici. Chi conosce lo sport sa che un fisico statuario, un certo tipo di presenza sul terreno di gioco, la forza che una determinata corporatura può generare possono fare la differenza. Su un campo da tennis come su un parquet, un rettangolo di gioco o un ring. Ma la forza, ce lo insegna la storia, non è tutto. 

La taglia conta, la testa di più. Nel primo match contro Tsitsipas le palle del giocatore pugliese non sono quasi mai uscite dal terreno di gioco, accarezzando le righe e aspettando che fosse il greco, numero sette del mondo, a commettere quegli errori risultati poi decisivi per decretare l’esito del match. La foto della stretta di mano tra i due, all’altezza della rete, è stata emblematica nel mostrare quelle differenze che in campo, a livello di acume tattico e intelligenza, non si sono viste.

“Penso che oggi sia stata una delle più grandi emozioni della mia vita tennistica ma quello che a me interessa è che finalmente stanno uscendo fuori tutte le mie qualità, stanno emergendo le mie caratteristiche e finalmente mi ritrovo ad alzare le braccia al cielo alla termine di una partita con un avversario importante in un grande torneo”. Cosi microfoni di Supertennis, subito dopo la fine dell’incontro. Thomas sorride. Non sembra neanche stanco. Ha scalato una montagna e il panorama è ancora così bello che non vale la pena sentire la stanchezza.

Nell’ultimo match contro Karlovic (vinto al quinto set 6-3 6-7 6-3 6-7 6-4), uno che serve alla velocità di 260 km/h, Fabbiano non ha mai concesso una palla break all’avversario nei primi quattro set e mezzo della partita. E ha fatto un miracolo, vero, con un passante incrociato di difficoltà estrema per salvare l’unica opportunità concessa. Per tutto il match ha schivato le cannonate del croato concedendo quegli ace a cui era impossibile opporsi. Ma ha risposto sempre quando c’è stata la possibilità di farlo, costringendo il lungagnone a muoversi, con grande difficoltà, e a scambiare battute, poche, fino all’inevitabile errore. La stretta di mano, poi. Un sorriso, per la vittoria. E quel dislivello d’altezza che fa tenerezza. 

Il feeling tra Fabbiano e Wimbledon, almeno in questi ultimi due anni sembra essere fortissimo. Già nel 2018, infatti, l’italiano era arrivato al terzo turno del più importante torneo al mondo superando un altro fenomeno del tennis, lo svizzero Stan Wawrinka e poi arrendendosi in tre set proprio a Tsitsipas. 

Chi è Thomas Fabbiano

Nato a Grottaglie il 26 maggio di trent’anni fa. È cresciuto sui campi del circolo tennis San Giorgio Jonico, si legge sul suo sito, dove si è allenato fino all’eta di 18 anni. Poi, nel 2012, il trasferimento a Foligno, in Umbria. A livello giovanile diversi successi: campione italiano individuale e a squadre da under 12, 14 e 16. Nella classifica mondiale under 18 aveva toccato persino la sesta posizione, vincendo anche il Roland Garros di categoria.

Nel 2013 la prima vittoria da professionista, nel challenger di Recanati. Nel 2017 la migliore classifica, con la posizione numero 70 del circuito ATP e numero 3 d’Italia. Nella sua bacheca ci sono 9 ITF Future e 6 Challenger ATP, tra cui quelli a Quanzhou, Gimcheon, e Seoul. E un’imbattibilità al quinto set nei tornei dello slam che dice tutto sulla sua voglia, infinita, di combattere e di giocare a tennis. Fino all’ultimo punto. 

 

Semplice, umile, calma, tranquilla, quasi dimessa, seria, la ragazza della porta accanto: così è Ashleigh Barty, la regina del Roland Garros, l’ultima campionessa Slam di questo pazzo pazzo tennis donne, che punta autorevolmente al bis consecutivo nei grandi tornei, sull’erba di Wimbledon. Prendendo il testimone da Naomi Osaka, sia come bi-campionessa Majors che come regina della classifica mondiale. 

La sua classe è la classe dei campioni, che si riconoscono in lei. “Noi del Queensland siamo schivi, con tanta volontà e carattere, vogliamo imparare e cresciamo in fretta, e magari facciamo dei gesti miracolosi. Arte autentica, come il servizio di Ash, qualcosa che non t’aspetti da una di un metro e 66, come la sua nuova convinzione dopo anni da buona doppista e un’attitudine poco convinta in singolare, finché non ha imparato come si vince una partita”. Così la descrive il tennista più famoso di quel paradiso australiano, Rod Laver, detto Rocket, razzo, l’unico che ha chiuso due volte il Grande Slam.

Così com’è unica l’erede dell’etnia aborigena Ngarigo, la 23enne che ha interrotto il sogno della rampante Marketa Vondrousova, ascrivendo un nome aussie nell’albo d’oro della sacra terra rossa quarantasei anni dopo il trionfo del 1973 della primatista di 24 Slam delle donne, Margaret Court, nove dopo la finale mancata da Sam Stosur contro “nostra signora dello Slam”, Francesca Schiavone (al Roland Garros 2010). Salendo al numero 2 del mondo, proprio come il suo idolo, la mitica Evonne Goolagong, nel 1976, e poi ascendendo alla poltrona principale.

Lei che era scappata dal tennis perché, da professionista, non riusciva a confermarsi protagonista come da bambina-prodigio, sempre in fortissimo anticipo sui tempi, quando s’era aggiudicata Wimbledon juniores 2011 ad appena 15 anni e, due anni dopo, era arrivata alle finali di doppio pro agli Australian Open come ai Championships. Il Tempio, alle cui porte torna a bussare da aspirante protagonista, dopo gli schiaffi che ha rimediato, andando a ritroso nel tempo, l’anno scorso, quand’ha perso nel terzo turno contro Kasatkina, nel 2017 quando ha salutato il torneo all’esordio contro Svitolina, e addirittura quand’è uscita di scena già nelle qualificazioni, nel 2016.

☀️ pic.twitter.com/tdV9YmHQrL

— Ash Barty (@ashbar96)
22 giugno 2019

 

La forza di Ash Barty è anche nella sua freschezza. Che choc, a 18 anni, nel settembre 2014. Quando molti altri ancora non erano saliti sul treno del successo, la piccola, timida, Ash era saltata giù in corsa e si era allontanata. “Scusate, vi saluto, non ce la faccio”. Proprio come moltissimi aborigeni (da parte di papà), non riusciva proprio ad integrarsi con la città (Melbourne) dove s’era trasferita per diventare grande, non riusciva ad essere comune, allineata, normale nel dorato e asettico mondo del tennis.

“Magari torno, ma ora sento che devo fare questa scelta” spiegò la ragazza di Ipswich che non è transitata per i 200 campi in terra “costruiti dalla Federtennis australiana dieci anni fa proprio per migliorare la tecnica dei ragazzi”. Come racconta Craig Tiley, il direttore della prima prova stagione dello Slam, a gennaio a Melbourne.

“La sua forza è la versatilità, la capacità di giocar bene su tutti i campi, e di avere tutti i colpi. Con tanto coraggio di giocarli davvero tutti e tanta umiltà, non è una specialista della terra rossa, non è una specialista di alcuna superficie, è una specialista del tennis”. La sua forza è l’intelligenza, “la migliore del tennis donne”, puntualizza il connazionale Pat Cash, campione di un indimenticabile Wimbledon 1987, oggi telecronista e allenatore part-time del promettente Alexei Popyrin.

Mentre coach Craig Tyzzer non sa assolutamente che cosa dire, travolto dalle emozioni delle imprese della sua Ash. La sua forza è farsi voler bene da tutti e rappresentare un esempio positivo. “Per noi può avere lo stesso impatto che ha avuto Pat Rafter”, suggerisce Jim Joyce, il mentore, che l’ha inserita nel gruppo prima del dovuto, come si fa con una recluta minorenne dalle enormi potenzialità, e l’ha allevata ad appena quattro anni, vivendo da vicino la clamorosa fuga di Ash.

“Voleva del tempo per sé, una vita normale da adolescente, ma non poteva stare lontana dallo sport e così riabbracciò il cricket che aveva frequentato part-time, insieme al tennis”. Insieme, ha abbracciato una vita da spensierata adolescente: serate con gli amici, birre, ore piccole. Tutti diversivi, a cominciare dal cricket nei Brisbane Heat.

“Anche se, lo so, sono molto meglio a tennis”, ammetteva candidamente Ash. Che, nel dicembre 2015, ha chiesto ancora aiuto al vecchio maestro per rientrare nel tennis. “Stavolta aveva deciso lei che voleva seguire quella strada, non verso il numero 1 del mondo, ma verso i successi ai tornei dello Slam. Pensava a Wimbledon e agli Us Open, la terra del Roland Garros non non era mai stata nei suoi pensieri”. Parigi val bene una messa di 18 mesi alla ricerca di sé. “A vent’anni la vita si vede diversamente che a sedici, capisci che occorre sacrificare qualcosa per raccogliere dei frutti, ora lo so”.

La classifica per un diamante puro non è un problema: alla fine del 2015, la Barty è ripartita addirittura dal numero 623 Wta: “Mi sembra ieri che sono salita su un aereo per ricominciare, da lì in avanti sono successe talmente tante cose!”. Ha chiuso il 2016 da 325 del mondo e, quand’ha concluso il 2017, era già 17, per stabilizzarsi al numero 15 l’anno successivo. Poi lo sprint trionfale in quest’incredibile 2019, segnato dalla finale di Sydney (persa con Kvitova), i quarti agli Australian Open (stessa avversaria), l’exploit di Fed cup contro le americane Kenin e Keys, il successo di Miami (battendo in finale Karolina Pliskova), le imprese di Fed Cup contro Azarenka e Sabalenka, i quarti di Madrid (stop contro Halep).

Poi l’esaltante cavalcata di Parigi, dov’è partita da numero 8 del mondo e ha infilato Pegula, Collins, Petkovic, Kenin, Keys, Anisimova e infine Vondrousova. Mettendo giù 38 ace a fine torneo, che stridono con quel corpicino – è la più piccola fra le top ten – capace di sprigionare scintille imprevedibili per il macchinoso tennis donne, imprimendo alla pallina tagli e direzioni sempre differenti, con un tira e molla a tutto campo che sconvolge qualsiasi schema, passando dalla smorzata alla volée, transitando per sbracciate di dritto e slice di rovescio, in cocktail inebriante ma dal difficile equilibrio fra le parti da dosare. “È come un puzzle, un gioco di scacchi: negli anni, mi hanno insegnato più colpi possibili e in campo sono io che devo prendere le decisioni giuste”. 

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— Ash Barty (@ashbar96)
9 giugno 2019

Molto hanno contribuito anche le esperienze di doppio: dopo le due finali Slam perse nel 2013, e quella del 2017 a Parigi. L’anno scorso, in coppia con Coco Vandeweghe, si è aggiudicata gli Us Open e continua a frequentare la specialità con cui allena servizio, risposta e volée nei tornei, imitando il grande John McEnroe. Infatti, alla vigilia di Parigi, s’è imposta insieme alla Azarenka nel torneo di Roma. Dove, dopo la lunga amicizia con l’ex doppista Casey Dellacqua – dichiaratamente gay, che ha avuto un figlio della sua compagna – si è presentata tutta sorridente accanto al fidanzato col quale gioca a golf. Che protesta: “Ash mi straccia, non s’allena mai, e gioca con handicap 10”.

Lei, la piccola grande Barthy, è una manna per il tennis donne in crisi di talenti. Non è più la ragazzina confusa e depressa, è una giovane, in piena maturazione, disciplinata, talentuosa, matura, conscia di sé. Pronta a diventare l’eroe del tennis australiano e a trascinare frotte di ragazzacci come lei.

“Da piccola non voleva giocare a netball perché era da bambine, così si è buttata nel tennis”, ricorda papà Robert che dove imbiancare continuamente il muro esterno di casa, contro il quale Ash palleggiava per ore e ore, da dopo scuola fino a sera. Che viaggio esaltante dalla piccola Ipswich e dalla piccola Barty alla grande Parigi, alla grande campionessa Slam, alla grande numero 1 del mondo, alla grande favorita Wimbledon.

Sorpresa a Wimbledon. Nell’incontro di primo turno Thomas Fabbiano, numero 89 delle classifiche ATP, ha sconfitto il greco Stefanos Tsitsipas, testa di serie numero 7 e uno dei grandi favoriti a prendere il posto, un giorno, degli attuali dominatori del tennis mondiale. Il giocatore italiano ha superato il rivale dopo una battaglia lunga 5 set, con il punteggio di 6-4 3-6 6-4 6-7 6-3. Il tennista pugliese aveva gia’ avuto a disposizione due match point nel tie-break del quarto set, uno con il servizio e uno in risposta, ma Tsitsipas era stato pronto ad annullarli.

All’inizio del quinto set, Fabbiano è riuscito a difendere il servizio annullando diverse palle break, superando così il momento piu’ difficile dell’intera partita. Quando poi ha avuto l’occasione e’ riuscito a strappare il servizio all’avversario che ha chiuso la partita compiendo diversi errori gratuiti e due doppi falli, frutto anche del grande nervosismo accumulato durante tutto il match. Accede al secondo turno anche Andreas Seppi che ha superato in quattro set il cileno Nicolas Jarry con il punteggio 6-3 6-7 6-1 6-2.

Si può giocare Wimbledon con un’anca di metallo? Andy Murray lo farà, almeno in doppio, con la speranza di giocare anche in singolare agli Us Open di fine agosto. Rinfrancato dal successo di domenica al Queen’s al fianco di Feliciano Lopez, l’eroe del tennis brit che in carriera ha vinto Wimbledon e Us Open, è salito al numero 1 e ha firmato anche due ori olimpici e la coppa Davis, ha ripreso coraggio, a 32 anni, dopo la seconda operazione all’anca di fine gennaio a Londra effettuato dal chirurgo della casa reale, Sarah Muirhead-Allwood (che ha operato negli anni anche la Regina Madre e il principe Filippo).

Murray non voleva operarsi. Ha accettato di farlo solo dopo aver tempestato di domande il collega americano Bob Bryan e l’ha sostenuta solo seguendo questa filosofia: “Non lo faccio per giocare a tennis ma per avere una vita normale. Odio sentirmi così. È doloroso e non mi fa sentir bene con me stesso. Voglio portare normalmente a spasso, giocare a a calcio con gli amici. Di sicuro, non voglio più giocare a tennis con quest’anca, non voglio più soffrire anche solo per mettermi le scarpe e infilarmi i calzini”.

Subito dopo l’intervento del 29 gennaio, Andy ci ha riso su, col suo solito senso dell’umorismo molto british, postando su Twitter il risultato dell’intervento col “metodo Birmingham” con tanto di radiografia della nuova situazione.

In realtà, con l nuove tecniche avanzate della chirurgia in materia, si tratta di una protesi non totale, ma di una copertura metallica dell’osso, cioè della testa del femore – “la palla” – che viene risparmiato al massimo e rivestito nella parte articolare con due sottile protesi di metallo, una inserita nella cavità e l’altra nella testa del femore. Cosicché l’osso viene solo rimodellato e il risultato che si ottiene è molto naturale. E meno invasivo. 

Comunque sia, la prognosi di questo tipo di interventi più comune fra atleti di rugby parti marziali, non è chiara. Professionisti di baseball, basket e hockey sono tornati alle gare dopo la sostituzione totale del femore, ma il tennis, soprattutto questo tennis tanto fisico che tanto sollecita le anche, usurandole, propone problematiche molto diverse.

“Io sono l’unico che gioca sul Tour con un’anca di metallo, e ci riesco solo in doppio, che è molto meno usurante del singolare”, spiega Bob Bryan. “Che succede a un singolarista che deve uccidersi di corse e di sforzi per quattro ore? Chi può garantire che questa giuntura ortopedica reggerà? A queste domande non potevo avere una risposta certa per Andy”.

C’è un altro problema tecnico: a parte l’installazione dell’impianto in sè, l’operazione prevede anche il taglio di alcuni muscoli intorno al femore e l’incisione dei piccoli, importantissimi, muscoli che controllano  la rotazione del femore all’interno dell’articolazione dell’anca. Che, nel caso di un atleta, significa perdita di stabilità e di equilibrio pelvico. Con il problema della rigenerazione della cartilagine ialina: la proteina ad alto collagene che tiene insieme il nostro corpo.

Ma tutto questo è sparito dalla testa di Murray già dopo la prima volta che è tornato ad imbracciare la racchetta, palleggiando, il 29 marzo, nel paesino di Oxshott, ed ha informato via twitter i tifosi. Così come, due mesi dopo, ha postato un po’ di servizio-volée su Instagram.

Figurarsi dopo il successo del circuito Atp al Queen’s: “Ho vinto con un’anca di metallo, è una cosa che può accadere solo grazie a una forza mentale, una vittoria di nervi”, ha commentato felice, 157 giorni dopo l’operazione, cancellando le lacrime con le quali aveva chiuso l’esperienza agli Australian Open e la sconfitta contro Bautista Agut con la quale temeva di aver chiuso anche la carriera.

Murray ha vinto 45 titoli di singolare, l’ultimo a Dubai nel febbraio del 2017. Anche se, formalmente frena, chi lo conosce bene sa che Murray è eccitatissimo dalla nuova sfida: “Se le cose non andranno bene in singolare, considererò una carriera solo da doppista, vediamo che succede dopo Wimbledon. Potrei continuare ad allenarmi e poi mangiare privare a giocare in singolare a New York, oppure prendermi un lungo break per preparami al meglio Comunque vada, la cosa più importante è che non ho dolori. Temevo che, sotto sforzo, l’anca mi facesse male e invece non ho sentito niente di strano e di brutto”. Povera Next Generation già bistrattata dagli altri Fab Four, Federer, Nadal e Djokovic, se torna sul serio anche Murray gli spazi si ridurranno ancora di più.

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