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I tifosi atalantini che avevano acquistato biglietti per la partita di Champions a Manchester, poi annullati, dovranno mettere il cuore in pace e rimanere a casa. In serata il club orobico ha diffuso un comunicato in cui avvisa della risposta negativa del City di Pep Guardiola

“In seguito alla richiesta avanzata dall’Atalanta che ha cercato di sensibilizzare il Manchester City a trovare una soluzione riguardo i 300 biglietti acquistati dai tifosi atalantini nei settori dell’Etihad Stadium riservati alla tifoseria locale, la Società inglese ha comunicato di aver dovuto annullare i biglietti per motivi sia legali che di sicurezza e di non poter consentire l’accesso allo stadio ai 300 tifosi nerazzurri”, si legge nella nota.

“Il City ha aggiunto che secondo le normative di sicurezza inglesi devono esserci aree separate tra tifoseria locale e tifoseria ospite: non essendoci un altro settore da riservare ai tifosi nerazzurri, la squadra inglese ha per questo provveduto ad annullare i 300 biglietti”.

L’Atalanta ha fatto sapere che aveva già chiesto al Manchester City di poter avere una dotazione di almeno 4.000 biglietti da destinare ai suoi tifosi, ma la capienza del Settore ospiti comunicata dalla società inglese è stata da subito di 2.700 posti senza possibilità di incrementare il numero, né di destinare ulteriori biglietti al di fuori del Settore ospiti ai tifosi nerazzurri”, ha proseguito il comunicato. “In seguito alla risposta del Manchester City si invitano i tifosi atalantini sprovvisti di valido biglietto d’ingresso a non presentarsi ai cancelli dell’Etihad Stadium onde evitare spiacevoli situazioni”.

Doppio trionfo per Marc Marquez e la Honda nel Gran Premio del Giappone: il campione del mondo spagnolo ha ottenuto il decimo trionfo stagionale, il 54mo in carriera (eguagliati Mick Doohan e Dani Pedrosa), e la casa nipponica ha festeggiato il titolo iridato costruttori. Sul circuito di Motegi, Marquez ha dominato dall’inizio alla fine chiudendo davanti al francese della Yamaha Petronas Fabio Quartararo e ad Andrea Dovizioso. Delusione per Valentino Rossi finito sulla ghiaia per una caduta a quattro giri dalla fine quando era undicesimo. Quinta posizione per Franco Morbidelli.

“A due giri dalla fine si è acceso l’allarme benzina, ma ho fatto un giro pulito e sono riuscito a terminare senza problemi”, ha raccontato Marquez, “se avessi forzato di più non sarei riuscito a finire la gara: è stata una bella vittoria, ma non è stato semplice. Mi sono sentito forte fin dal warm-up e le sensazioni sono state confermate in gara, ma ero al limite con il carburante e questo è uno dei circuiti peggiori. Ho guadagnato dei secondi importanti di margine durante la gara, ma non è stato semplice gestire il passo. Poi ho fatto contento il numero uno della Honda che mi aveva chiesto di vincere il Mondiale costruttori”.

Per Dovizioso il centesimo podio in carriera consolida il secondo posto in classifica generale: “Volevo arrivare secondo, ma non ci sono riuscito. Sono comunque contento perché abbiamo faticato nel weekend, ma in gara siamo riusciti a trovare il ritmo e a centrare la scelta giusta sulle gomme”.

Rossi amareggiato per la gara e la caduta: “Sono partito non benissimo, dietro la lotta è selvaggia ed eravamo nella giungla. Mi sono toccato con una Ktm e ho perso un po’. Ho lottato con Petrucci, poi alla fine alla curva 1 devo aver fatto un piccolo errore, ma a parte la caduta e’ stata una gara molto difficile e il mio passo non era niente di che”.

La fonte è credibile due volte: perché è un giornalista noto (Simon Briggs) e inglese, vicina quindi alle segrete cose del tennis mondiale. Andrea Gaudenzi sarebbe il successore di Chris Kermode come CEO (Chief Executive Officer) dell’Atp, il sindacato che gestisce il circuito dei tennisti professionisti al di fuori dei tornei dello Slam.

La notizia, sorprende e no, perché l’ex pro, nato a Faenza il 30 luglio 1973, dopo essere arrivato al numero 18 del mondo il 27 febbraio 1995, con tre titoli di singolare (e due di doppio), l’anno in cui toccò le semifinali di Montecarlo come maggior risultato della carriera nei tornei più importanti, è uno dei pochi tennisti italiani laureati (in Giurisprudenza a Bologna), peraltro con anche un masters in Business administration.

Da manager, ha seguito part-time Fabio Fognini, da Londra, città dove lavora come imprenditore di startup nel settore tecnologico.  E, da un paio d’anni, si è riavvicinato al tennis entrando nel ATP Media, società che detiene e commercializza i diritti dei tornei Masters 1000, 500 e 250. 

Andrea, tennista per tradizione di famiglia e di città, talento precoce, da campione juniores al Roland Garros e agli US Open 1990, uno dei primi italiani ad affidarsi a un coach straniero abbandonando il suo paese, fallì l’esperimento col sudafricano Bob Hewitt e per trovare la situazione ideale presso il gruppo formato da Thomas Muster e dal suo particolare allanatore-motivatore-manager, l’ex giornalista Ronnie Leitgeb, a Vienna.

Solido giocatore da fondocampo, forgiato proprio alla scuola del famoso tennista austriaco, si fece male spesso, lo ricordiamo simpatico protagonista nel quarto turno del Roland Garros 1994, il suo migliore risultato nello Slam. Sul campo centrale si arrese al favorito, Goran Ivanisevic, dopo una dura battaglia terminata per 6-2 5-7 6-4 6-3. L’arbitro ebbe una necessità fisiologica, e abbandonò il campo per qualche minuto, così Andrea, per intrattenere il pubblico sconcertato dalla insolita situazione, salì sul seggiolone e annunciò, scherzando: “Game, set and match, Andrea Gaudenzi”.  

Il famoso mancino croato era peraltro uno dei suoi migliori amici e insieme conquistarono poi il torneo di Milano di doppio 1996. Era amicissimo anche di Muster. Ma non gli strinse polemicamente la mano dopo la semifinale di Montecarlo 1995. Andrea stava giocando il miglior tennis della carriera, aveva superato Kafelnikov e Bruguera, stava giocando alla pari se non meglio del compagno d’allenamenti ma quello accentuò le difficoltà fisiche, accennando più volte a un possibile, imminente, ritiro, per poi imporsi comunque per 6-3 7-6 e resuscitare il giorno dopo nella finale contro Boris Becker.

Nel 1998, poi, Gaudenzi, che ha sempre mostrato una spiccata personalità e contrastò la Fit sulla divisione dei premi ITF, riportò gli azzurri in finale in coppa Davis contro la Svezia, giocò con una spalla destra da operare e dovette ritirarsi contro Magnus Norman sul 6-6 del quinto set, per un drammatico strappo al tendine. L’Italia perse nettamente 4-1 e lui si sottopose pochi giorni dopo all’operazione chirurgica che aveva rimandato per non abbandonare la squadra.

Gaudenzi, che si è ritirato nel 2003 a seguito di più infortuni, guidò una clamorosa protesta dei giocatori contro la Fit per una diversa distribuzione dei premi di coppa Davis, tanto che nel 2001 l’Italia schierò l’Italia B contro la Finlandia. Quell’ammutinamento apri comunque una nuova frontiera anche con l’ingresso dei coach privati in nazionale, avvicinando alla pacificazione nell’ambiente.

Ora, il tennista-sindacalista prenderà forse il posto dell’inglese Kermode e diventerà l’ago della bilancia nella disputa anche fra i più forti, il n. 1 del consiglio dei giocatori, Djokovic, e gli storici avversari in campo, Federer e Nadal, che sono appena rientrato anche loro nel board in difesa degli interessi. Degli altri, e propri. In un momento delicatissimo del tennis, con la rivoluzionata coppa Davis, la nuova Atp Cup e la Laver Cup, e il trapasso fra la vecchia e la nuova generazione.

Per il tennis italiano, che rialza la testa imperiosamente in campo agonistico maschile con Fabio Fognini, Matteo Berrettini, i giovani Sinner, Musetti e Sonego (con un Cecchinato da recuperare), e in campo dirigenziale e politico col rilancio del torneo di Roma  e delle Next Gen Finals (che passano al Palalido di Milano) e l’organizzazione delle Atp Finals a Torino dal 2021 al 2025, si tratterebbe di un altro importante attestato mondiale. 

Ad agosto l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto ‘Diabolik‘, storico capo degli Irriducibili della Lazio, ucciso con un colpo di pistola in un parco romano; a settembre l’arresto di 12 capi ultrà della Juve accusati di ricattare la società bianconera per continuare ad avere biglietti agevolati e gestire il bagarinaggio; all’alba del 18 ottobre le manette ai polsi dell’ultrà napoletano alla guida del Suv che la sera di Santo Stefano dell’anno scorso, prima di Inter-Napoli, travolse e uccise Daniele Belardinelli.

Nel giro di pochi mesi, calcio e criminalità sono apparsi insieme sempre più spesso nelle notizie di cronaca nera, a conferma dell’esistenza di relazioni pericolose tra due mondi che, in teoria, dovrebbero essere lontanissimi. Legami con i clan, traffico di droga, alleanze trasversali: il quadro più fosco della dimensione sommersa (ma non troppo) del pallone lo dà la relazione approvata nel dicembre 2017 dalla Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi.

Il primo documento ufficiale che mette nero su bianco l’esistenza di “varie forme, sempre più profonde, di osmosi tra la criminalità organizzata, la criminalità comune e le frange violente del tifo organizzato, nelle quali si annida anche il germe dell’estremismo politico”.

IL TERRITORIO-STADIO – La forza di intimidazione delle tifoserie ultrà all’interno del “territorio-stadio”, spiega l’Antimafia, “è spesso esercitata con modalità che riproducono il metodo mafioso”: in un passato anche recente, la condizione di apparente extra-territorialità delle curve ha consentito ai gruppi di “acquisire e rafforzare il proprio potere nei confronti delle società sportive e dei loro dipendenti o tesserati”. Situazione ulteriormente aggravata, dal punto di vista dei club, “dalla base sociale delle stesse tifoserie, formate da significativi contingenti di persone pregiudicate, in alcuni casi vicini al 30% del totale, secondo le stime delle forze di polizia”.

I comportamenti violenti e antisportivi vengono utilizzati come armi di pressione e di ricatto al fine di barattare il regolare svolgimento delle partite con vantaggi economici quali, appunto, biglietti omaggio, merchandising e contributi per le trasferte. La procura di Torino con l’operazione “Last Banner” ha fatto emergere come il club di Andrea Agnelli fosse sotto il ricatto di alcuni esponenti dei Drughi, dei Tradizione, dei Viking e del Nucleo 1985. L’ultimo caso di questo tipo, ma solo in ordine di tempo.

LE INFILTRAZIONI DEI CLAN – Di mafie e football si è parlato soprattutto dopo l’inchiesta “Alto Piemonte” – dalla quale è emerso come Rocco Domminello, esponente della ‘ndrangheta, fosse riuscito a inserirsi nel giro del bagarinaggio dei biglietti della Juve – ma degli interessi dei clan per il settore si sa da molto più tempo. A metà degli anni 2000, un gruppo delinquenziale riconducibile alla camorra dei Casalesi tentò di acquistare un pacchetto significativo di azioni della Lazio.

Nel 2007, dopo la morte dell’ispettore Raciti, ucciso da alcuni ultrà di casa nei disordini seguiti a Catania-Palermo, emersero i legami sospetti coltivati da alcuni gruppi di tifosi organizzati mentre qualche anno dopo avrebbero fatto scalpore le foto di Antonio Lo Russo, ex boss del clan dei Capitoni di Secondigliano diventato collaboratore di giustizia, immortalato a bordo campo durante un Napoli-Parma: aveva un pass da giardiniere.

Secondo alcuni inquirenti, la stessa rigida suddivisione vigente al San Paolo tra curva A e curva B rispecchiava “non solo ma anche, purtroppo, i gruppi camorristici” di provenienza: dalla curva A veniva, tra gli altri, “Genny ‘a carogna“, il capo ultrà che ‘trattava’ all’Olimpico con Hamsik sotto gli occhi delle telecamere la sera della finale di Coppa Italia e dell’agguato a Ciro Esposito.

Anche la criminalità organizzata lombarda punta sempre di più verso gli spalti, vera e propria “porta d’ingresso” per avvicinarsi alle società: secondo il Gafi, il Gruppo di azione finanziaria internazionale, il mondo del calcio da un lato “offre opportunità di ripulire denaro sporco”, facendo leva sui suoi bisogni di natura finanziaria, dall’altro consente di “conseguire consenso sociale all’interno delle tifoserie”. Uno degli schemi di riciclaggio più ricorrenti in questo settore è l’acquisto di club in difficoltà economiche: i più a rischio, per via dei minori controlli, sono quelli delle serie minori.

IL CALCIOSCOMMESSE – Negli ultimi anni il fenomeno del match fixing, ovvero delle partite manipolate, ha raggiunto preoccupanti livelli di espansione nel mondo grazie soprattutto alla possibilità di scommettere online. Secondo alcune stime, l’entità delle scommesse raccolte è pari a 3 miliardi di euro l’anno, cui vanno aggiunte le puntate raccolte dai bookmaker degli altri Paesi, calcolate in circa 53 milioni di euro a partita: una torta troppo grande e troppo golosa per non incontrare i gusti di un ‘cartello’ criminale transnazionale che, sempre secondo l’Antimafia, comprenderebbe “giocatori in attività o meno, dirigenti delle squadre, bookmaker italiani e stranieri, liberi professionisti, pregiudicati”, con centri all’estero e ramificazioni in tutto il mondo.

Al Viminale è stata da tempo istituita l’Unità interforze scommesse sportive, cui partecipano le forze di polizia, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli e le istituzioni sportive: il monitoraggio continuo delle puntate sfocia in un discreto numero di segnalazioni di movimenti ‘anomali’ ma gli stessi investigatori sono propensi a credere che si tratti solo della punta di un iceberg di dimensioni ben più consistenti: la famosa inchiesta di Cremona, ad esempio, portò alla luce “una fitta rete di operazioni corruttive di calciatori finalizzate all’alterazione dei risultati sportivi, ma le attività di scommessa – non solo per le partite in Italia, ma anche negli altri Paesi europei – avvenivano su siti asiatici”. 

Trump lo ha fatto salire sul palco dell’East Room della Casa Bianca, dopo aver incontrato Mattarella. Annunciandolo ha detto: “È un uomo che stimo moltissimo”. Lui è americano di adozione, ma Mario Gabriele Andretti si sente italiano, appena può, parla italiano, ha gusti e passioni legate all’Italia. Che partono da Montona, Istria, il 28 febbraio 1940 dov’è nato, quando quel territorio era ancora parte integrante del nostro paese per essere annesso, nel 1948, all’allora Jugoslavia, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Fino ai 15 anni, è cresciuto in un campo profughi a Lucca, in Toscana, quand’è emigrato con la famiglia a Nazareth, Pennsylvania.

Dell’Italia mantiene anche la faccia, le espressioni, il talento e la simpatia per le donne (corrisposta), anche se, come ogni italiano vero, è legato strettamente ai valori della famiglia, alla moglie, ai figli. Che cura come il buon vino che produce in California e come i motori delle automobili coi quali ha un rapporto particolare da sempre. Come il fratello gemello, Aldo, che è diventato anche lui pilota, come del resto figli, nipoti e pronipoti. Tramandando una tradizione-icona, insieme alla storia di una brava persona, cordiale, aperta, sincera.

La carriera di ‘Piedone’

In Italia lo chiamavano “Piedone”, perché aveva il piede pesante, sempre bello premuto sull’acceleratore. Sin da quando, bambino, addirittura dai due anni, come racconta mamma Rita, toglieva i coperchi dalle pentole di cucina e si trascinava col fratello per i corridoi sbattendo sui muri in improbabili corse di automobilismo. A cinque anni, aveva già costruito qualcosa di più verosimile, di legno, a tredici correva già in pista ad Ancona nella Formula junior, sognando di emulare il mitico Ascari da cui era rimasto ipnotizzato nei testa a testa contro Fangio.

Cittadino Usa dal 1964, Mario ha corso in tutte le categorie possibili, a cominciare dalla formula Nascar, per continuare con le Indy, aggiudicandosi nel 1969 la 500 miglia di Indianapolis, facendosi un nome nel campionato USAC, e vincere anche nella Formula 5000. Intanto, alternandosi col circuito americano, aveva fatto capolino nella Formula 1, conquistando la pole position già al debutto, a Watkins Glen, nel 1968, con la Lotus, ed aveva iniziato la storia d’amore con la Ferrari, aggiudicandosi il Gran Premio del Sud Africa del 1971 la prima volta che guidò una Rossa.

Nei cinque anni stabili in Formula 1, entrò nella storia dell’automobilismo Usa diventando il primo ed ultimo pilota a stelle e strisce ad aggiudicarsi un Grand Prix a Long Beach nel 1977 (e tale è rimasto fino al 2018), poi conquistò il Mondiale con sei successi sulla Lotus nel ’78. Anche fu un giorno tragico: il compagno di squadra Ronnie Peterson morì la sera in ospedale per le complicazioni di un incidente in gara.

Nell’82, sostituì per due gare l’infortunato Didier Pironi alla Ferrari, e conquistò il suo momento di gloria con la casa di Maranello strappando la pole position a Monza dove finì al terzo posto, fra un tripudio di pubblico che certamente non ha ami dimenticato. Così come fu epico per lui il successo coi prototipi alle 12 ore di Sebring, in Florida, sempre con la Ferrari, lasciando al secondo posto Steve McQueen, l’attore che, come noto, aveva la passione per l’alta velocità.

Andretti ha vinto Indianapolis nel 1969, in 29 tentativi, ma ha avuto tanti incidenti e infortuni che la gara si è identificata con lui e in America l’hanno chiamata The Andretti Course. Nel ’72 ha firmato la 24 ore di Daytona. Malgrado decine di partecipazioni fra cui spicca il secondo posto nel 1995, non è mai riuscito a trionfare alla 24 ore di Le Mans, dov’ha corso l’ultima volta a 60 anni, sei stagioni dopo il ritiro ufficiale.

Quand’aveva già lasciato il testimone ai figli, Michael (anche lui campione Indy come Mario) e Jeff; col nipote John che è subentrato anche lui in pista nel 1988 e il pronipote Marco che ha debuttato a nelle 500 miglia di Indianapolis nel 2006. Se dite Andretti, dite velocità, dite Mario, la sua scuderia, il suo “piedone”, la sua passione tutta italiana.

L’Europa libera s’indigna, il mondo libero s’indigna, l’umanità s’indigna. La guerra scatenata dai turchi contro i curdi sul confine con la Siria ci invia immagini terrificanti, con migliaia di civili in fuga, devastazioni, morti, distruzioni e, in parallelo, ci mostra sconvolge le manifestazioni di solidarietà al presidente Erdogan da parte di atleti turchi che ospitiamo nelle nostre squadre.

 

Juventus e Roma

Uno guarda i gesti dei calciatori turchi all’inno nazionale delle qualificazioni agli Europei contro l’Albania e poi contro la Germania, e quel saluto militare diventa uno sfregio sulle ferite aperte che colpiscono i nostri occhi dai telegiornali. Uno guarda il calciatore Cenk Sahin che si affianca pubblicamente all’esercito di Erdogan, su spinta dei tifosi è “invitato” dalla sua squadra, il St. Pauli di Amburgo, ad allenarsi con altri, e trova subito casa – ma guarda un po’ – al Basaksehir Istanbul, molto vicina proprio al presidente turco.

Uno guarda il tweet dello juventino Demiral, che travisa la nostra visione delle cose, proponendo la foto di un soldato turco che porge la mano a una bambina e un messaggio per noi farneticante, e storce la bocca, ancor più amareggiato: “La Turchia condivide circa 911 chilometri di infine con la Siria, che è un corridoio di terroristi. PKK e YPG sono responsabili della morte di circa 40.000 persone, inclusi donne, bambini e neonati. La missione della Turchia è per prevenire quel corridoio di terrore a cavallo del confine meridionale e di riportare due milioni di siriani in territori sicuri”. Uno guarda il romanista Under e il suo saluto militare di solidarietà ai connazionali in guerra al momento per ristabilire la sicurezza del suo paese, e prova un senso di umanissimo fastidio.

 

Sukur e Kanter

Fortunatamente, ci sono voci contrarie anche fra gli atleti turchi più famosi. A partire, per restare nel calcio, dall’ex attaccante di Inter, Parma e Torino, Hakan Sukur, per continuare con l’asso Nba, Enes Kanter. “La mia è una lotta per la libertà, non conta ciò che posso perdere, l’importante è che vinca l’umanità”, puntualizza Sukur, contro il quale le autorità di Ankara hanno spiccato un mandato di arresto, tutti i suoi beni sono stati sequestrati ed è stato costretto ad abbandonare il paese.

Così come Kanter, che ultimamente ha evitato persino di giocare a Londra per paura di incappare in un arresto da parte dell’Interpol, ha twittato: “Non vedo o parlo con la mia famiglia da cinque anni, mio padre è in carcere, i miei familiari non possono trovare lavoro, mi è stato revocato il passaporto, su di me pesa un mandato d’arresto, la mia famiglia non può lasciare il paese, ricevo minacce di morte tutti i giorni, sono stato attaccato e molestato, in Indonesia hanno cercato di rapirmi. LA LIBERTA’ NON E’ GRATUITA”.

 

Macchina nazionalistica

Erdogan ha un occhio attentissimo sullo sport come veicolo di pubblicità, ha fatto enormi investimenti sul calcio e su altre discipline. Come sottolinea il premio Nobel turco, Orhan Pamuk: “Magari da noi il calcio fosse l’oppio dei popoli, è invece una macchina per produrre nazionalismo, xenofobia e pensiero autoritario”.

Perciò, gli atleti turchi che esprimono pubblicamente la loro solidarietà alla “Primavera di pace”, iniziata il 9 ottobre per ritraslocare in Siria due milioni di profughi, a costo di orrori e sofferenze indicibili, probabilmente stanno combattendo a loro volta una battaglia per salvare se stessi e le loro famiglie. Senza per questo assolverli, ma per interpretare atteggiamenti che sembrano incomprensibili. E ci indignano quanto le devastazioni e le morti che vediamo.

Oggi, Daniil Medvedev vola su una nuvoletta, quasi imprendibile: a Shanghai, nella sesta finale di fila in sei tornei, ha vinto il secondo Masters 1000, dopo Cincinnati e il “250” di San Pietroburgo (sconfitto sotto il traguardo a Washington, Montreal e Us Open). Oggi, dopo averci perso quattro volte su quattro, il 23enne di Mosca ha sfatato anche il tabù Sasha Zverev, scavalcandolo anche nel ruolo di giovane numero 1 dietro i mitici Federer, Nadal e Djokovic. Che s’inchina: “Negli ultimi mesi è lui il miglior giocatore del mondo”.

Ha infilato il successo numero 29 nelle ultime 32 partite, da luglio a Wimbledon, aggiudicandosi tutti gli ultimi 18 set dal ko con Rafa a New York, passando dal numero 10 al 4 della classifica, la 3 nella Race per il Masters coi migliori 8 della stagione a Londra. Oggi, è tutt’altro giocatore rispetto a quello che, alle Next Gen Finals di Milano, non appariva come il più promettente, ma semmai come il più indecifrabile, fra i migliori under 21 della passerella italiana ora emigrata dalla Fiera di Rho al Palalido, potente ma sparacchione. Come peraltro era anche Boris Becker pochi mesi di diventare il famoso Bum Bum.

Un anno fa, agli Us Open, il russo alto quasi due metri dai colpi sbilenchi e personalissimi perdeva nel terzo turno contro il connazionale Borna Coric. Che, invece, ora ha appena dominato nella finale di San Pietroburgo, la quinta consecutiva in altrettanti tornei sul cemento, dopo aver sfiorato il trionfo contro Rafa Nadal sotto il traguardo di Flushing Meadows, facendogli sputare sangue fino all’ultimo respiro del quinto set. Da primo under 23 ad arrivare così lontano nell’ultimo Slam stagionale da Novak Djokovic nel 2010.

Come ha fatto l’Orso di Mosca a sistemare il mirino del suo micidiale bazooka? Ma, soprattutto, come ha fatto a mettere ordine della testa e a controllare i nervi? Fino al gennaio dell’anno scorso, l’appassionato di fisica, matematica, playstation, scacchi e film di Tarantino, era famoso soprattutto per due macchie comportamentali nel suo curriculum. Due scivolate che facevano anche sorridere, ma gli avevano rubato credibilità.

Al torneo Challenger di Savannah 2016, quand’era ancora 250 del mondo, era stato addirittura espulso dal campo per “commenti razzisti”. Messo sotto pressione, aveva suggerito all’arbitro, Sandy French, di colore, proprio come il suo avversario, Francis Tiafoe: “So che siete amici, ne sono sicuro”. E, a Wimbledon 2017, dopo la mancata rimonta da due set a zero fino al quinto, contro Bemelmans, aveva gettato con disprezzo delle monete sotto il seggiolone dell’arbitro, Mariana Alves, che gli aveva fatto cinque over-rule contrari e di cui aveva chiesto – ovviamente invano – la sostituzione durante il match. L’arbitro era venduto o meritava una mancia? “Ma, no, ho fatto una cosa stupida, senza significato, chiedo scusa a tutti”.

Pagò 12 mila euro di multa. “Quando gioco a tennis, non so proprio da dove vengano fuori tutti questi demoni, me li porto dietro sin da quando giocavo i tornei juniores. Ho avuto tanti problemi per questa cattiva attitudine”.

Come guarire da se stessi? “Cherchez la femme”, come già altri protagonisti della racchetta un po’ ribelli che trovano la serenità anche grazie a una donna, dalla Mariana Simionescu, prima moglie di Bjorn Borg, alla Mirka Vavrinec, instancabile compagna di Roger Federer, alla fidanzata storica dell’ex spennacchiotto russo, Daria, che Daniil ha sposato a settembre dell’anno scorso. Anche se nel suo caso le donne sono diventate addirittura tre, con la sorella, Elena, che vive a Cannes – e l’ha condotto al coach della svolta, Gilles Cervara – più Francisca Dauzet, la psicologa sportiva, che ora viaggia anche col team. “Nessuna magia, non sono un guru, abbiamo solo lavorato per un anno sul controllo delle emozioni, per evitare che rabbia e frustrazione prendessero il sopravvento sul suo tennis”.

Il paziente era pronto: “Non volevo più perdere perché diventavo matto o perché smarrivo la concentrazione per il pubblico o per l’arbitro. Se dovevo perdere doveva essere perché l’avversario era migliore di me. Il tennis è uno sport particolarmente difficile, individuale al massimo, sul campo non ti dà aiuti sul campo: sei solo contro l’avversario, e contro te stesso. E devi essere forte”.

La medicina pure: “Quando un guerriero Shaolin combatte non si guarda mai attorno, sente che le cose stanno accadendo, devi imparare a mantenere la stessa calma interiore e la stessa consapevolezza di sensi”. Shaolin, guerrieri, Cina? L’attenzione di Daniil si è accesa sul misterioso universo della filosofia e della meditazione dei monaci che coltivavano l’arte del kung fu. “Non è semplicemente una questione di non fare pazzie, di non rompere la racchetta o fare un urlaccio, bisogna arrivare al punto di poter decidere quando devi fare una certa cosa e come. Per migliorare tutti i giorni e continuare a farlo”.

E così ecco spiegato il primo miracolo già a gennaio 2018 che poi coincide col primo dei sei titoli conquistati sulla scena Atp Tour: nella finale di Sydney, il classico preludio degli Australian Open, peraltro contro un eroe di casa, Alex De Minaur, e dopo essersi fatto raggiungere sul 5-5, dilapidando due break di vantaggio. Medvedev sprinta, si è imposto per 7-5, doppiamente euforico: “Sono cambiato, ho modificato me stesso in campo”.

Pian pianino, il disegno della psicologa si è realizzato: “Ha migliorato in maniera davvero egregia il controllo mentale, e così oggi può sfruttare appieno la sua mente che è  molto larga e complessa, simile a un computer e gli consente di raggiungere tutti i punti in un secondo”. E, quindi, anche di cambiare all’improvviso rotta, movimenti, colpo, strategia, e far impazzire gli avversari. Magari era studiato anche quando ha mostrato il dito medio al feroce pubblico di New York, per poi ringraziarli beffardamente, o forse no: “Senza il vostro chiasso, il vostro tifo contro, la vostra elettricità non sarei riuscito nemmeno a giocare”. Ancora una volta ha chiesto scusa, ma ha utilizzato la forza esterna catalizzandola in modo positivo.

Come un guerriero Shaolin. Forse anche meglio.

Dal mito Filippide ad Eliud Kipchoge, il primo uomo a correre una maratona sotto le due ore. Da quella tragica marcia da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria dei greci sui persiani conclusa con la morte di Filippide (era il 490 a.C.) all’odierna incredibile corsa contro il tempo tra le nebbie di Vienna, di anni ne sono passati 2.500.

Il fascino della maratona, una delle gare Regina di tutta l’Olimpiade, è rimasto intatto. Oggi tra i viali del Prater, grande polmone verde della capitale austriaca sulle rive del Danubio famoso per il suo parco divertimenti e la ruota (Riesenrad), Kipchoge ha fermato i cronometri in 1 ora 59’40″2, crono sensazionale ottenuto in condizioni favorevoli sia per quanto concerne il meteo che il supporto tecnico.

Il parco è dotato di alberi ad alto fusto che, in caso di vento, avrebbero fatto da barriera agli atleti. Studiato nei dettagli anche il tracciato, un anello di 9,4 chilometri da ripetere quattro volte. Il 34enne runner originario di un territorio dove sono nati i grandi campioni keniani, la contea dei Nandi a sud di Eldoret, è stato supportato da ben 41 lepri, ovvero atleti di caratura mondiale che per tutti i 42,195 chilometri si sono avvicendati al comando per dettare il ritmo ideale al fine di correre sotto le due ore.

Kipchoge con questa impresa, allestita attorno ad un evento dedicato per abbattere le due ore che è stato seguito da migliaia di persone, diventa l’uomo più veloce a correre una maratona. Non viene considerato record mondiale ufficiale che comunque resta nelle sue mani, quello corso di 2 ore 01’39 del 16 settembre dello scorso anno a Berlino.

Eliud, allievo dell’ex siepista keniano Patrick Sang, è stato supportato da nomi importanti dell’atletica mondiale dei giorni nostri, dall’etiope Selemon Barega, fresco vicecampione mondiale dei 5000 metri a Doha allo statunitense Matthew Centrowitz, campione olimpico in carica dei 1.500, passando per i fratelli norvegesi Jakob, Henrik e Filip Ingebrigtsen.

Per agevolare ulteriormente la riuscita della missione è stata predisposta un’autovettura che proiettava sull’asfalto un raggio laser di colore verde, rifornimenti dedicati, un seguito di tecnici in bicicletta dotati di computer sul manubrio e una precisa formazione di corsa del gruppo con continuo avvicendamento del pacemaker che doveva andare ad imporre il ritmo (2’50 a chilometro). “Mi sento molto bene, sono felicissimo” ha detto Kipchoge poco dopo aver tagliato il traguardo. Dopo Roger Bannister che ha percorso un miglio in quattro minuti nel 1954, ci sono voluti altri 65 anni prima che un uomo scrivesse una pagina di sport. Nessun essere umano e limitato e mi aspetto che dopo oggi più persone riescano a correre sotto le due ore. I 41 pacemaker sono tra i migliori atleti di tutto il mondo, a tutti voglio dire grazie per aver svolto il lavoro: assieme abbiamo fatto la storia”.

Ai fini statistici la prima miglior prestazione mondiale di maratona riconosciuta dalla Iaaf risale a 111 anni fa quando il 24 luglio del 1908 a Londra, nella prova olimpica, l’americano Johnny Hayes corse in 2 ore 55’18″4. A inaugurare l’albo d’oro dei primati della maratona poteva essere l’italiano Dorando Pietri che a Londra tagliò per primo il traguardo, 2 ore 54’46″4. Non fu così perché il corridore emiliano venne squalificato perché tagliò il traguardo sorretto da un giudice. Il primo record mondiale di maratona, così definito dalla Iaaf, è quello del 14 aprile 2002 quando a Londra lo statunitense Khalid Khannouchi terminò la gara in 2 ore 05’38. 

Il keniano Eliud Kipchoge correndo in 1 ora 59’40″2 ha stabilito la miglior prestazione mondiale di sempre in maratona. Nella storia nessun uomo era riuscito a correre i 42,195 chilometri sotto le due ore.

Il record mondiale ufficiale in una gara omologata appartiene sempre a Kipchoge ed è di 2 ore 01’39 (16 settembre 2018). Kipchoge, 34 anni originario della contea di Nandi, nella sua impresa che ha avuto come teatro i lunghi viali del parco Prater di Vienna è stato supportato da 14 “lepri” che si sono alternati lungo il percorso. La media a chilometro è stata di 2’50”.

Cengiz Under potrebbe averla fatta grossa. Il centrocampista 22enne turco della Roma, nato a Balıkesir, ha pubblicato sul suo profilo Twitter una foto, con la maglia giallorossa, mentre esulta portando la mano vicino alla fronte e facendo il saluto militare. Un tweet accompagnato da tre bandiere turche, sottoforma di emoji. In poche parole ha dato il suo completo endorsment alle azioni belliche condotte dal governo di Ankara contro la popolazione curda in Siria. Un’offensiva che avrebbe come obiettivo quello di costituire una zona cuscinetto nel nordest del Paese invaso e allontanare dalla Turchia le milizie dell’Ypg, considerate da Erdogan come un vero gruppo terroristico. 

pic.twitter.com/f1p9qwTOJy

— Cengiz Ünder (@cengizunder)
October 11, 2019

Il tweet, dopo tre dalla pubblicazione, aveva già registrato oltre mille commenti e quasi 5 mila retweet. La maggior parte dei messaggi ricevuti non hanno apprezzato l’iniziativa del calciatore. Una valanga di insulti hanno invaso non solo il suo profilo ma anche quello della Roma, sotto altri post non inerenti alla vicenda (dato che la società non ha ancora preso una posizione, positiva o negativa che sia, nei riguardi del proprio tesserato). Le critiche maggiori, oltre a quelle che ricordano i morti e i feriti dello scontro in territorio siriano, sono quelle relative al fatto di aver espresso la sua vicinanza politica indossando proprio la maglia della società capitolina 

cosa state aspettando a far cancellare il tweet a cengiz under e dargli una bella lezione per uso da decerebrato del social ? bannategli i social per 6 mesi

— SorPasquino (@erSorPasquino)
October 11, 2019

Ma a sollevarsi contro il gesto non è solo il tifoso qualunque: Paolo Cento, esponente di Leu-Sinistra Italiana e presidente del Roma Club Montecitorio, invita la As Roma a prendere le distanze dal suo tesserato: “Mi stanno chiamando tanti tifosi della Roma che sono rimasti indignati per il gesto di Under. Hanno ragione a protestare – prosegue – in un momento di tensione internazionale e di sofferenza del popolo Curdo a cui tutta la comunita’ internazionale dovrebbe almeno riconoscenza per la lotta contro l’Isis , ci vorrebbe più sobrietà e cautela”.

@OfficialASRoma spero che gli facciate una anno di stipendio di multa a questo individuo. Da romanista mi fa schifo vedere il brand Roma associato a guerra e morte… Follia pura di un bambinetto.

— Simone Passacantilli (@PassaSimo)
October 11, 2019

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