Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

A Wimbledon sono tornate le formiche volanti. Già un anno fa le pagine dei giornali avevano dato ampio spazio agli insetti che, tra un volo e l’altro, piombavano silenziose sui giocatori. E a distanza di un’edizione la situazione non sembra migliorata. Le partite del più famoso torneo di tennis del mondo sono ancora caratterizzate dalla presenza di questi animaletti alati che sciamano senza sosta scintillando alla luce del sole di Londra.

Come riflessi argentei che, ad uno sguardo vicino, mostrano la loro fastidiosa natura. Caroline Wozniacki, numero 2 del tabellone femminile, ha sottolineato come la sua inaspettata sconfitta contro la russa Ekaterina Makarova, non sia stata determinata dalle formiche ma che esse, in qualche modo, hanno contribuito a distrarla. Tanto che durante il match si è rivolta direttamente all’arbitro e ai responsabili: “Sono nella mia bocca, nei miei capelli e ovunque. Dobbiamo fare qualcosa. C'è uno spray? Voglio concentrarmi sul gioco, non mangiare insetti”. Dodici mesi fa, fu la numero uno del tennis britannico, Johanna Konta, ad ammettere di “non sapere quanti ne ho ingoiato mentre giocavo”.

Madison Brangle, sul campo 17, ha deciso invece di usare le racchette per difendersi. Ma gli insetti sono piccoli e colpirli diventa assai difficile. Si rischia solo di  innervosirsi, di distrarsi. E la sua avversaria, la nostra Camila Giorgi, ha dimostrato di essere molto più concentrata portando infine a casa la vittoria. Dimenticarsi degli insetti, che non pungono né ronzano, diventa quindi un altro elemento basilare per poter avanzare in un torneo già di suo particolarmente complicato.

Perché si comportano così?

Un portavoce del torneo ha sottolineato come quello delle formiche sia un comportamento “nuziale”, una sorta di danza anticipatrice dell’accoppiamento che la specie compie solitamente alla fine di luglio. Lo Zoological Society di Londra ha confermato che da alcuni anni questi insetti hanno anticipato un modo di agire per nulla insolito. Impossibile, per ora, dire se questo mutamento sia dovuto ai cambiamenti climatici o ad altri fattori non riconducibili all’uomo. Certo è che, in questo senso, non ha certamente aiutato la decisione dell’organizzazione di Wimbledon di posticipare di una settimana l’inizio delle ostilità. In attesa di una soluzione, c’è chi parla di una disinfestazione durante la domenica di riposo tra le due settimane di gioco, resta solo la possibilità per il pubblico di difendersi con ventagli e cappelli, e per i giocatori di armarsi di grande pazienza. E forse di un po’ di spray.

Avanti ai rigori. L'Inghilterra piega la Colombia dagli undici metri dopo che la partita era terminata 1-1. Vantaggio inglese con Kane su rigore al 57', pari di Mina all'ultimo minuto di recupero. Poi la lotteria, finita 5-4. Decisivo l'errore dell'ex milanista Bacca.

Ora l'Inghilterra sfiderà la Svezia nei quarti sabato a Samara, alle 16 italiane. Nell'altro ottavo della giornata gli scandinavi hanno superato la Svizzera con una rete di Frosberg.

La voce sarebbe partita dall’Italia e confermata dai quotidiani spagnoli: il presidente del Real Madrid Florentino Perez avrebbe accettato un’offerta da 100 milioni di euro per Cristiano Ronaldo che il prossimo anno potrebbe giocare nella Juventus.

I rumors sono prima apparsi sul quotidiano As, poi dal Marca dà qualche dettaglio in più e dice di affare vicino. Da un lato i quotidiani spagnoli parlano di insistenti voci di mercato, poi rincarano la dose a metà giornata: “Cristiano Ronaldo giocherà nella Juventus". "In Spagna il trasferimento di CR7 a Torino è cosa data per certa. Florentino Perez avrebbe accettato l'offerta da 100 milioni dei bianconeri, nonostante la clausola rescissoria da un miliardo di euro prevista dal contratto del portoghese”, scrive La Repubblica.

 

Secondo quanto riportano i quotidiani spagnoli “tra le merengues e il calciatore, nelle settimane scorse, ci sarebbero stati degli incontri per portare a termine il divorzio dal club a una cifra "ragionevole", stimata in 200 milioni di euro […] Una cessione che darà ancora più forza ai Blancos per sferrare l'assalto decisivo a Neymar, stella del Brasile e del Psg”. 

Tuttosport ha già immaginato Ronaldo di bianconero vestito e apre il sito con un fotomontaggio che recita: “CR7 alla Juve” che darebbe oramai l’affare per fatto: “Conferme su conferme, la trattativa tra Cristiano Ronaldo e la Juventus va sempre più avanti. Stavolta la notizia (dell’anno) è rilanciata dal programma tv spagnolo ‘El Chringuito’: «Cristiano va via dal Real Madrid che accetterà l’offerta di 100 milioni della Juventus. Per il fuoriclasse portoghese è tempo di dire addio dopo aver vinto l’impossibile. Non va via per soldi perché il club gli ha offerto tutto ciò che aveva chiesto, è soltanto finito un ciclo. E lui è stato un grandissimo protagonista. Ora bisognerà preparare l’addio. Un addio all’altezza di Cristiano Ronaldo»”

 

Che Cristiano Ronaldo sia rimasto colpito dagli applausi dell’Allianz Stadium non è una notizia nuova. Che quell’emozione possa aver contribuito ad annoverare la Juventus tra le possibili mete future del portoghese non era affatto scontato. Eppure per la stampa portoghese e per Marca, uno dei principali quotidiani sportivi spagnoli, Torino sarebbe balza in cima ai desideri del più forte giocatore del mondo. La trattativa sarebbe nata qualche settimana fa quando Marotta e Agnelli hanno incontrato il suo agente, Jorge Mendes, per chiudere l’affare Cancelo. 

Secondo il giornale lusitano A Bola, le trattative sarebbero già molto avanzate: la Juventus avrebbe offerto quattro anni di contratto per un totale di 120 milioni di euro. La clausola di Cristiano Ronaldo che si aggirerebbe intorno al miliardo di euro non fa paura. È la volontà del giocatore di lasciare Madrid a contare davvero. E per una cifra poco più alta di 100 milioni si potrebbe chiudere con Florentino Perez. Il Corriere dello Sport aggiunge che ci sarebbe una linea diretta aperta tra il Presidente Agnelli e il giocatore. Telefonate che avrebbero costruito una sintonia totale tra le due parti in gioco.

“Non la Premier League, non il Paris Saint-Germain, non la Cina o il Giappone: la Juventus è la squadra più accreditata ad acquistare Cristiano Ronaldo”. Per Marca l’operazione sarebbe legata alla cessione di Higuain. Probabilmente in Inghilterra alla corte di Mourinho o di quel Chelsea italiano che sarà, probabilmente, targato Sarri. Anche in Spagna scrivono che l’accordo con CR7 sarebbe già stato trovato e che lo scoglio sarebbe rappresentato dalle richieste del Real Madrid. La Juve, del resto, sarebbe pronta a mettere sul piatto 30 milioni all’anno, cinque in più rispetto all’ultima proposta dei Blancos. Tantissimi soldi per uno che ha appena compiuto 34 anni ma che, vista l’ultima stagione, sembra tutt’altro che in fase calante. Per Tuttosport, giornale torinese, sono molti i motivi che hanno spinto Ronaldo a guardare con fascino la sfida che la Juventus rappresenta: dal mito della Serie A, che avrebbe fin da bambino, alla volontà di conquistare la Champions con una squadra forte ma considerata outsider rispetto alle grandi d'Europa. Un successo che gli consentirebbe di guadagnare punti nella sfida personale con Leo Messi.

L’italiano ai tempi di Ancelotti

Secondo quanto scrive Sky, Cristiano non avrebbe neanche problemi di lingua. “Il portoghese capisce benissimo l’italiano e lo parla piuttosto bene. Quando Carlo Ancelotti allenava il Real Madrid, il giocatore gli chiedeva di parlargli in italiano quando possibile, per poter acquisire dimestichezza con la lingua”. Quello del pallone, invece, è un linguaggio che può solo insegnare a chi gli sta intorno. E a Torino già sognano. 

Alla fine Torino si candida ai Giochi Olimpici invernali del 2026. Lo ha annunciato la sindaca Chiara Appendino durante la seduta del Consiglio Comunale del 2 luglio: la decisione della prima cittadina del capoluogo piemontese smuove una situazione che si era arenata all’inizio della scorsa settimana, mettendo anche a rischio la tenuta della sua maggioranza (dei dissidi interni al gruppo grillino torinese avevamo parlato qui).

Il pre-dossier piemontese verrà consegnato al Coni, appena in tempo per rispettare la scadenza del 3 luglio. La palla, a quel punto, passerà a Roma che dovrà esprimersi su quale delle tre città italiane candidare per le Olimpiadi: oltre a Torino, anche Cortina e Milano hanno manifestato il proprio interesse.

Appendino, sui Giochi “dubbi legittimi”

Riferendo in Sala Rossa, la sede del Consiglio Comunale di Torino, Appendino ha ringraziato chi ha contribuito a questo lavoro esprimendo “dubbi legittimi e  preoccupazioni che sempre servono per migliorare il lavoro”.

“Siamo nella fase di dialogo che consente esplorare benefici e opportunità”, ha spiegato Appendino riferendosi a ciò che accadrà nelle prossime settimane in cui città, Coni e Cio potranno confrontarsi sui modelli di gestione. Quello torinese, ha assicurato la sindaca, si baserà sul rispetto dei parametri economici, ambientali e tecnologici.  

“Prevediamo di non fare debito”

Nel corso del suo intervento, la sindaca ha più volte ribadito l’importanza attribuita al contenimento delle spese, il tema che più degli altri ha messo in guardia i consiglieri dissidenti che fin da marzo si sono spesi per il no ai Giochi. “Prevediamo di non fare debito”, ha annunciato Appendino spiegando che Torino può godere di una “doppia legacy”, un’eredità dell’edizione delle Olimpiadi del 2006.

Torino, sostiene la sindaca, ha in primo luogo “il vantaggio di avere strutture già a disposizione”, sia in termini di impianti sportivi che di trasporti. Su questo punto il diktat è chiaro: ”No a nuove infrastrutture”, come invece era successo dodici anni fa quando venne inaugurata la metropolitana. Ma la città piemontese avrebbe anche “una legacy immateriale”, cioè un bagaglio di competenze che deriva proprio dal 2006 e che non è soltanto fatto di aspetti positivi. Dal passato, però, “possiamo imparare da ciò che non ha funzionato”. E per controllare al meglio i costi, l’intenzione è di ricorrere anche alla blockchain, ha spiegato la prima cittadina grillina.

Il villaggio olimpico nella fabbrica della tragedia Thyssen

Chiara Appendino presenterà alla stampa i dettagli del pre-dossier in una conferenza stampa convocata per il 4 luglio, ma intanto ha già annunciato l’intenzione di collocare il villaggio olimpico alla Thyssen​, la fabbrica sede dell’incendio teatro dell’incidente del dicembre 2007 in cui morirono sette operai.

Il vero dossier di candidatura arriverà nelle prossime settimane e sarà “un lavoro sicuramente più completo”, ha spiegato la sindaca. Che, nel corso del suo intervento, si è anche scusata con alcuni consiglieri per l’anticipazione su alcuni giornali di estratti del pre-dossier, prima ancora che i consiglieri potessero vederlo.

Le sue scuse, però, non paiono essere bastate. Deborah Montalbano, ex consigliera del Movimento 5 Stelle poi fuoriuscita dal gruppo e approdata nel Misto, ha pubblicato un post su Facebook in cui attacca la decisione di Appendino accusandola di evocare “sogni effimeri del passato per regalare alla città tanto fumo negli occhi con un evento che durerà 15 giorni, che lascerà dietro di sé ancora una volta debiti, degrado, ma soprattutto non costruirà risposte per i reali bisogni e le emergenze dei cittadini torinesi”.

Anche Maura Paoli, consigliera grillina dissidente della prima ora nei confronti della candidatura olimpica, ha ribadito la propria contrarietà: “Spero che i nostri paletti inducano Coni e Cio a non sceglierci”, ha detto durante la seduta del Consiglio

L’Italia trionfa ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona e la staffetta femminile diventa il simbolo del Paese multiculturale. L’immagine diventata virale in poche ore ritrae le 4 atlete trionfanti, sorridenti dopo il traguardo e in posa da Charlie’s Angeles. Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno vinto un difficile oro in 3'03"54 e scatenato i social nelle ultime ore. Il motivo è legato al colore della pelle e alle loro origine (due sono nigeriane, una del Sudan e una cubana): “Sono la risposta a Pontida”, si legge su Twitter. Il riferimento è al ministro dell’Interno Matteo Salvini che domenica era impegnato nell’ormai tradizionale appuntamento annuale nella città lombarda.

Salvini: Non sono loro il problema

Il caso è subito diventato politico. Salvini ha risposto su Facebook per smarcarsi dalle polemiche: "Bravissime, mi piacerebbe incontrarle e abbracciarle. Come tutti hanno capito (tranne qualche "benpensante" e rosicone di sinistra), il problema è la presenza di centinaia di migliaia di immigrati clandestini che non scappano dalla guerra e la guerra ce la portano in casa, non certo ragazze e ragazzi che, a prescindere dal colore della pelle, contribuiscono a far crescere il nostro Paese. Applausi ragazze!!!”.

Ma chi sono le 4 ragazze?

Maria Benedicta Chigbolu: Nata a Roma il 27 luglio 1989, Maria Benedicta Chigbolu, 29 anni, come si legge sul sito della Fidal (la Federazione italiana di atletica leggera) è la seconda di sei figli (tre fratelli e tre sorelle) di una insegnante di religione, Paola, e di un consulente internazionale nigeriano, Augustine. Il nonno Julius è stato una celebrità in Nigeria: ha partecipato ai Giochi olimpici di Melbourne 1956 arrivando in finale nel salto in alto e poi è anche diventato presidente della Federatletica nigeriana.

Il primo approccio con l’atletica a sedici anni quando un professore dell’Istituto magistrale socio psicopedagogico Vittorio Gassman di Roma, notate le sue notevoli qualità fisiche, l’ha indirizzata al campo romano della Farnesina. Qui ha cominciato a praticare l’atletica seguita da Fulvio Villa. Reclutata nell’Esercito, è allenata a Rieti da Maria Chiara Milardi e legata sentimentalmente al quattrocentista azzurro Matteo Galvan. Ha vinto il bronzo europeo della 4×400 nel 2016, poi ha realizzato il primato italiano con la staffetta azzurra ai Giochi di Rio. Laureata in scienze dell’educazione e della formazione, in passato si è dilettata anche come fotomodella.

Ayomide Foloruns: Nata ad Abeokuta (Nigeria) il 17 ottobre 1996, Ayomide Folorunso, 22 anni, proviene da una famiglia originaria del Sud-Ovest della Nigeria. Dal 2004, si legge su TPI, “Ayo” si è stabilita con i genitori – la mamma Mariam e il papà Emmanuel, geologo minerario – a Fidenza, dove è stata notata nelle competizioni scolastiche dal tecnico Chittolini e affidata a Maurizio Pratizzoli. Non è riuscita a vestire l’azzurro nei Mondiali under 18 del 2013 pur avendo ottenuto il minimo in ben cinque specialità, perché ha ricevuto il passaporto pochi giorni dopo la rassegna iridata.

A giugno del 2015 è stata arruolata in Fiamme Oro, proveniente dal Cus Parma. Semifinalista ai Giochi di Rio, dove ha realizzato il primato italiano con la staffetta 4×400 azzurra, nel 2017 ha conquistato il titolo europeo under 23 e anche l’oro alle Universiadi. Studentessa di medicina e aspirante pediatra, è anche appassionata di letture fantasy, e legge tutti i giorni le Sacre Scritture.

Raphaela Lukudo: Nata ad Aversa (Caserta) il 29 luglio 1994, Raphaela Lukudo, 24 anni, viene da una famiglia originaria del Sudan, stabilita da tempo in Italia. I Lukudo hanno vissuto prima nel Casertano e successivamente, quando “Raffaella” aveva appena due anni, si sono trasferiti a Modena. Ha scoperto l’atletica nel 2006, con il Mollificio Modenese, per diventare quindi una promessa del giro di pista sotto la guida tecnica di Mario Romano. Nel 2011, dopo aver dimostrato il suo valore ancora allieva ai Mondiali di categoria (semifinalista sul piano nonostante un infortunio alla vigilia della gara), si è trasferita per un paio di anni con la famiglia nei pressi di Londra, rientrando poi in Italia.

Dal giugno 2015 si allena con Marta Oliva alla Cecchignola, nel centro sportivo dell’Esercito. Nella stagione indoor 2018 ha conquistato il suo primo titolo assoluto sui 400 metri per scendere a 53.08, ottava italiana alltime. Studia scienze motorie ma ha frequentato l’istituto d’arte, conservando la passione per disegno e foto.

Libania Grenot:  Nata a Santiago de Cuba (Cuba) il 12 luglio 1983, Libania Grenot a Cuba è considerata un talento. Il papà Francisco è sindacalista, la mamma Olga giornalista. L’ultima apparizione con la maglia rossoblù e la stella è stata quella dei Mondiali di Helsinki 2005. Poi l’avventura italiana. La cittadinanza è arrivata ad aprile 2008 aprendole la strada per il primo miglioramento del record italiano dei 400, da lei portato nel 2009 a 50.30. Dalla fine del 2011 si allena in Florida seguita dal tecnico statunitense Loren Seagrave. Nel 2014 la consacrazione internazionale con la vittoria agli Europei di Zurigo, mentre il 27 maggio 2016 è diventata primatista italiana dei 200 metri (22.56) a Tampa, negli Stati Uniti.

Ha confermato il titolo continentale nel 2016 ad Amsterdam, dove ha conquistato anche il bronzo con la 4×400 azzurra, poi la sua prima finale olimpica individuale a Rio, seguita dal record italiano in staffetta.

Sayonara, Nike. Ovvero addio: Roger Federer cambia sponsor tecnico, abbandonando quello americano che lo accompagnava da 24 anni e ne sposa uno giapponese, Uniqlo, marca d’abbigliamento fast fashion (paragonabile a Zara o H&M) fondata a Ube nel 1949. Il contratto tra il tennista svizzero numero 2 al mondo e Nike era scaduto a marzo, ma da allora lo sportivo aveva continuato a indossare abiti marchiati dal tradizionale baffetto. L’indiscrezione della trattativa con Uniqlo circolava da settimane, ma la conferma è arrivata nel primo pomeriggio del 2 luglio quando Federer è sceso in campo a Londra per il primo turno del torneo di Wimbledon, uno dei più importanti al mondo. Una vetrina impareggiabile, e su Twitter la notizia è rimbalzata velocemente. La stessa Uniqlo ha scelto di affidare al social network l’annuncio dell’accordo.

Un contratto storico

Il tabloid britannico Daily Express riporta le parole di un comunicato diffuso da Roger Federer proprio in concomitanza con l’inizio della partita odierna contro Dušan Lajović. “Sono profondamente impegnato nel tennis e nel vincere tornei, ma come Uniqlo provo anche un grande amore per la vita, la cultura e l'umanità. Condividiamo una forte passione nel tentativo di avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda e non vediamo l’ora di combinare i nostri sforzi creativi”. Con un post su Facebook Uniqlo ha spiegato i motivi dell’accordo: “Federer è uno dei più grandi campioni della storia – le parole del fondatore, presidente e Ceo di Uniqlo, Tadashi Yanai -; il mio rispetto per lui va oltre lo sport”. E oltre lo sport andrà anche il contratto: secondo Espn “l’accordo vale più di 300 milioni di dollari in dieci anni e prevede una clausola senza precedenti che garantisce a Federer di continuare a ricevere i soldi anche se non giocherà”. Il campione elvetico, che in bacheca ha già 20 Slam – record di tutti i tempi -, il prossimo 8 agosto compirà 37 anni.

Il patron di Uniqlo, l’uomo più ricco del Giappone

“Il nostro accordo riguarderà l’innovazione sia in campo che fuori, condividendo lo scopo di cambiare in meglio il mondo – queste le parole di Yanai -. Spero che insieme potremo migliorare la qualità della vita del maggior numero di persone”. Il tabloid aggiunge che tra gli obiettivi condivisi dall’azienda giapponese e dal tennista svizzero ci sarebbe quello di “portare il tennis in nuovi posti, anche nel campo della tecnologia e del design”. Ma che cos’è Uniqlo e chi è Tadashi Yanai? Sessantanove anni, 35esimo tra i più ricchi al mondo nel 2014 secondo Bloomberg e il primo in assoluto in Giappone nel 2016 con un patrimonio da 18 miliardi di dollari, Yanai ha creato un impero partendo da una piccola azienda di famiglia.

Quella dei suoi genitori che, nel secondo dopoguerra, gestivano un piccolo negozio di abbigliamento dove il padre si era specializzato in abiti maschili preconfezionati, raccontava Il Foglio in un reportage del 2016. Il suo primo negozio nasce nel giugno del 1984: si chiama Unique Clothing Warehouse, poi abbreviato nel moderno Uniqlo. I negozi Uniqlo, inconfondibili per il loro marchio rosso che da oggi abita anche il petto di Roger Federer, sono più di milleseicento in tutto il mondo. In patria, scrive Il Foglio, sono dappertutto: una marca diffusa al punto che “indossare i capi di abbigliamento della catena, tra i più giovani, è considerato un po’ da sfigati”. E nello slang urbano giapponese è entrato di diritto un neologismo, unibare, che indica proprio l’indossare un capo di quella marca. Inutile dire che non si tratta di un complimento.

Parola d’ordine: fallimento

Yanai ha un mantra: il fallimento. Lo racconta Channel News Asia in un video in cui spulcia tra le curiosità che riguardano il fondatore di Uniqlo. Nel suo trascorso da imprenditore, infatti, Yanai alcuni passi falsi li ha fatti: ha tentato di sbarcare nel Regno Unito a inizio millennio, per esempio, chiudendo nel giro di un paio d’anni. Ma da quegli errori qualcosa ha imparato: e nel 2019, dopo Belgio, Francia, Germania, Spagna e il ritorno a Londra, anche l’Italia avrà il suo primo negozio Uniqlo. Sarà a Milano e aprirà la prossima primavera.

The Chosen One, il prescelto. Il 18 febbraio del 2002, Sport Illustrated decise di dedicare la copertina a un giovanissimo giocatore di Akron, Ohio. Quel titolo, allora forse esagerato, si dimostrò essere profetico. Quel ragazzo si chiamava LeBron James, aveva quasi 17 anni, e giocava nella squadra della sua High School, la Saint Vincent-Saint Mary. Una scuola cattolica e privata. Mancava un anno alla sua eleggibilità per il draft NBA che gli avrebbe permesso, saltando il college, di giocare direttamente con quelli “del piano di sopra”. Quelli già grandi, quelli già famosi. Quelli che guardava giocare e a cui cercava di rubare i segreti per poi, un giorno, poterne raccogliere l’eredità. Micheal Jordan, al tempo, indossava ancora la canotta dei Washington Wizards, e continuava a calcare i parquet della lega nonostante i suoi 39 anni. Kobe Bryant, allora ventiquattrenne, si apprestava a entrare nella storia del gioco, vincendo il suo terzo titolo consecutivo con la maglia dei Los Angeles Lakers.

La copertina di Sport Illustrated venne anticipata da una foto, scattata il 30 gennaio, all’interno della Gund Arena di Cleveland. LeBron, fuori dallo spogliatoio della squadra ospite, aspettava di incontrare il suo mito, Micheal Jordan. La stretta di mano tra i due, considerato uno dei momenti più importanti della storia della NBA, venne paragonata dallo stesso magazine americano a quella tra Bill Clinton e John Fitzgerald Kennedy, nel 1963. Dieci anni dopo quella copertina, Sport Illustrated, invitò alcuni giornalisti a raccontare alcuni momenti salienti della vita di LeBron. Grant Wahl, ad esempio, raccontò di come il giovane cestita venne invitato, l’estate precedente a quella foto, agli allenamenti segreti che Jordan faceva abitualmente con alcuni “amici” professionisti. James, però, era l’unico “scolaro” a partecipare a quelle feste esclusive. A 17 anni, inoltre, aveva già incontrato molti altri giocatori, da Antoine Walker a Tracy McGrady, da Micheal Finley a Jerry Steckhouse. E aveva già i pass per il backstage per il suo artista rapper preferito. Un certo Jay-Z.

L’emozione di una città

Una grande emozione accompagnò il draft NBA del 2003. A Cleveland spettava la prima scelta assoluta. Dopo un’annata disastrosa, chiusa all’ultimo posto nella Eastern Conference, l’arrivo di LeBron James, figlio dell’Ohio, era vissuto come la panacea che avrebbe curato i mali sportivi della città. Una città che, in senso dispregiativo, era chiamata da molti americani “The Mistake on the Lake” (L’errore sul lago) e che non era certamente celebre per la sua bellezza. Ma tanti già credevano che il prescelto avrebbe cambiato il corso della Storia. La bacheca dei Cavaliers era tristemente vuota: zero titoli in 32 stagioni. Ma neanche le altre squadre cittadine se la passavano meglio. L’ultima festa, a Cleveland, era datata 1964, con il Superbowl vinto dai Brown. In quel draft, peraltro, ci sarebbero stati altri nomi che avrebbero intrecciato la sua storia. Dwayne Wade e Chris Bosh su tutti. Un anno speciale, destinato a cambiare regole e gerarchie all’interno della Lega.

Gli inizi e l’addio

Che qualcosa fosse cambiato nella NBA lo si vide fin da subito. Nelle prime stagioni, LeBron non è ancora “King James”. Deve prendere le misure a un basket che è molto più fisico, sporco, difficile da interpretare. E poi deve combattere lo stress di avere sempre gli occhi addosso. Dei tifosi, degli analisti, degli avversari. Essere il prescelto, insomma, porta i suoi guai. Ma la sua crescita è costante e repentina. Così come quella dei Cavaliers che, nel 2006, tornano finalmente ai playoff. Di fronte però ci sono i Pistons che in quegli anni dominano l’Eastern Conference. James e compagni vendono cara la pelle ma alla fine, in gara 7, cedono. L’anno dopo arriva l’occasione della rivincita. LeBron è reduce da una stagione devastante.

Ormai è uno dei giocatori più forti della NBA. Nei playoff del 2007 anche Detroit si arrende. In gara 5 (sul 2-2) James segna 30 punti tra ultimo quarto e overtime. Reggie Miller, ex campione e commentatore, parlerà di prestazione “jordanesca”. Il paragone, ora, sembra calzante a tanti. Cleveland è a un passo dal titolo e la città ribolle di speranza. In finale però arrivano 4 sberle pesantissime. San Antonio, quella di Duncan, Ginobili e Parker, è troppo forte e preparata. Soprattutto in difesa, guidata dalla panchina da un maestro come Popovich. Il campione è in gabbia, le sue statistiche calano. Il cappotto è duro da digerire. E segnerà gli anni successivi. LeBron diventerà sempre più forte macinando numeri e record. Ma Cleveland non vince. Mai. Non gioca neanche più una finale perdendo nei playoff con squadre come Boston e Orlando.

Essere il più forte senza vincere nulla è come non aver giocato mai. LeBron lo sa bene: “Ammiravo Jordan perché non aveva paura di nulla. Io ho paura solo del fallimento”. Ha già 26 anni e la frustrazione è aumentata, anno dopo anno, da portare allo strappo definitivo. Il figlio dell’Ohio, dopo sette anni infruttuosi, decideva così di lasciare la fredda Cleveland per l’assolata Florida. A Miami trova Wade e Bosh. Compagni di draft e di sogni. A Cleveland non la prendono bene. Le maglie di James vengono bruciate in piazza. Da osannato Re, King James è passato a essere il grande inganno, la delusione più grande. Anche dal suo presidente, Gilbert, arriva una lettera pesantissima che lo addita come traditore. Ma la decisione ormai è presa.

Miami e il ritorno da “figliol prodigo”

Alla fine della prima stagione la gioia dei supporter dei Cavaliers è seconda solo a quella di quella dei Dallas Mavericks. La voglia di vittoria di LeBron si interrompe in finale contro Nowitzki e Kidd. Per l’ennesima volta è additato come “incapace” di portare alla vittoria la propria squadra. Un destino che, fino a quell’anno, aveva condiviso con il tedesco. Stavolta non c’è neanche l’alibi della debolezza dei compagni “non all’altezza". L’estate successiva è forse la più difficile per il cestista di Akron: ripartire ancora una volta come il perdente che non aveva ancora capito cosa volesse dire essere un campione è una vera mazzata.

Ma quella sarà l’ultima vera delusione di una carriera già straordinaria. Gli Heat vincono le successive due stagioni e James scaccia via tutti i fantasmi e tutte le accuse. O almeno quasi tutte. Sullo sfondo ci sono ancora gli insulti dei suoi tifosi a Cleveland. LeBron sa di aver coronato il suo sogno. I Cavaliers no. Il suo desiderio ora è rimediare agli errori del passato. Il figlio dell’Ohio è pronto per tornare a casa. E per farlo scrive una lettera aperta ai suoi tifosi che lo riabbracciano come se non fosse successo nulla: “La lettera di Dan Gilbert (il presidente dei Cavs, ndr), i fischi dei tifosi di Cleveland, le maglie bruciate sono state cose difficili da digerire per me. Le mie emozioni erano ancor più contrastanti. Era facile dire “Ok, non voglio più aver nulla a che fare con questa gente”, ma poi ho pensato anche all’altra faccia della medaglia. Come mi sarei sentito se fossi stato un ragazzino che seguiva un atleta che mi spingeva a far sempre meglio nella mia vita e che all’improvviso se ne va? Come avrei reagito?”.

La pace è sancita anche se LeBron James sa di dover conquistare il suo pubblico sul parquet: “Nel Nordest dell’Ohio nessuno ti regala niente, te lo devi guadagnare. Devi lavorare per ciò che hai. Sono pronto ad accettare la sfida, torno a casa”.

Il titolo e la nuova partenza

In questa storia c’è il lieto fine. LeBron James tredici anni dopo quel draft mantiene la sua promessa. I Cleveland Cavaliers, nel 2016, diventano campioni NBA. Per la prima volta nella loro Storia. Vincono (4-3) recuperando da una situazione quasi disperata (1-3). Nessuno aveva mai compiuto una rimonta simile in finale. James è il miglior giocatore per punti, rimbalzi, assist, palle recuperate e stoppate. Nelle ultime 3 partite segna 109 punti, più di quaranta in gara 5 e 6.  In gara 7, quella decisiva, realizza una tripla doppia (27 punti, 11 rimbalzi e 11 assist). È il terzo nella storia del gioco a riuscirci. Il suo grido di gioia, “Cleveland, questo per te”, pronunciato alla Oracle Arena, alla fine dell’ultima sfida contro i Golden State Warriors, spezza l’incantesimo di un’intera città. Un trofeo, che sembrava maledetto, portato a casa dal figlio prodigo, nato per riscrivere il destino di un’intera franchigia.

E forse è proprio per questo che ora, dopo altri tre anni, James è pronto a ripartire. A Miami è diventato un vincente. A Cleveland, un eroe. Ora deve consacrarsi come leggenda. E la strada che conduce alla gloria passa per Los Angeles. Ad attenderlo ci sono i derelitti Lakers, incapaci di rialzarsi dopo la partenza del loro prescelto, Kobe Bryant di cui ora James è a caccia dell’eredità. Poco male se in quella lettera rivolta ai tifosi dei Cavs aveva anche detto che: “Ho sempre creduto che sarei tornato a Cleveland e avrei chiuso lì la mia carriera, solo che non sapevo quando sarebbe successo”. Insomma, forse chiuderà la sua incredibile storia lontano dall’Ohio ma stavolta, di sicuro, nessuno brucerà le sue maglie o lo chiamerà traditore. La profezia che ha accompagnato il prescelto si è compiuta e gli eroi, si sa, sono sempre alla ricerca di nuove imprese da compiere. 

Chris Froome potrà partecipare al Tour de France che prende il via sabato prossimo: il capitano della Sky è stato infatti scagionato dall'Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) per l'accusa relativa all'assunzione di   salbutamolo, sostanza consentita previa prescrizione medica ma solo entro certi limiti, durante la Vuelta che vinse nel 2017. L'annuncio è arrivato dall’Uci, la Federciclismo ​mondiale che ha spiegato come la Wada abbia sostanzialemente preso atto della buonafede di Froome per la mancanza di prove certe di dolo. L

a decisione imporrà agli organizzatori del Tour de France di ammettere il 33enne britannico fresco vincitore del Giro d'Italia, dopo averne richiesto l'esclusione proprio per le accuse di doping. In futuro, però, il salbutamolo, potrebbe essere vietato dalla stessa Wada anche in presenza di forme asmatiche e di prescrizione medica per evitare abusi.  "Sono grato e sollevato di poter finalmente mettermi alle spalle questo capitolo", ha twitttato Froome, "sono stati 9 mesi emotivamente intensi. Grazie a tutti".

Matteo Salvini festeggia l'oro di Mariabenedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raffaella Lukudo e Libania Grenot alla staffetta 4×400 ai Giochi del Mediterraneo. Il ministro leghista respinge le polemiche scaturite sul web in cui la vittoria delle italiane di colore rappresenterebbe la miglior risposta a Pontida. "Un applauso alle ragazze", commenta all'Agi. "Bravissime, mi piacerebbe incontrarle e abbracciarle. Come tutti hanno capito (tranne qualche 'benpensante' e rosicone di sinistra), il problema è la presenza di centinaia di migliaia di immigrati clandestini che non scappano da nessuna guerra e la guerra, purtroppo, ce la portano in casa, non certo ragazze e ragazzi che, a prescindere dal colore della pelle, contribuiscono a far crescere il nostro Paese. Applausi".

Anche la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, ha pubblicato su Facebook la foto delle atlete azzurre. "I radical chic in questa foto ci vedono solo atlete di colore da strumentalizzare. Io vedo sventolare la bandiera tricolore. Evviva le nostre ragazze". Lo ha scritto.

Flag Counter