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La Serbia è una corazzata. È più alta, grossa, fisica, talentuosa, completa dell'Italia. Ma scende in campo con la pressione di essere favorita e con l'obbligo di batterci per arrivare a giocarsi, obiettivo minimo, la finale con la Spagna. Gli azzurri, invece, hanno già portato a casa il loro risultato minimo. Avevano il dovere di passare il turno nel girone e poi, di turno in turno, provare ad arrivare in fondo. Un passo dopo l'altro, un'impresa dopo l'altra. E con la voglia di stupire.  Con la consapevolezza di essere tra le prime otto squadre d'Europa e con il sogno di entrare tra le prime quattro. La palla due inizia così. Con la squadra di Messina pronta a mettere sul tavolo tutte le proprio carte per raggiungere la Russia in semifinale. 

Primo quarto, rimaniamo in scia

Pronti, via. L'Italia parte con la testa giusta. 5-0 di parziale con Datome sugli scudi. La Serbia entra sul parquet con le mani fredde e per i primi 5 minuti di partita non trova mai la via del canestro. Gli azzurri difendono forte ma commettono troppi falli. Raggiungere in fretta il bonus non è mai una buona notizia. È proprio dalla lunetta, infatti, che i serbi troveranno parte dei loro punti in questo quarto d'apertura. I due falli commessi da Cusin sono una bruttissima notizia. Il lungo italiano è l'unico, per centimetri e stazza, a poter contestare i tiri delle "montagne balcane". Biligha ci mette la grinta ma le ricezioni in area di Marjanovic sono, da subito, un problema di difficile soluzione (7-8). L'Italia risponde con i suoi tiratori. Melli, e soprattutto Datome, ci tengono avanti (16-12). Avere buone percentuali è una delle prerogative essenziali per stare attaccati alla Serbia e giocarsi, fino in fondo, la partita. Il primo tempo si chiude così 17-18.

Secondo quarto, che sofferenza

L'attacco serbo, dopo 10 minuti, entra in ritmo. Legge meglio i "miss-match", ovvero i duelli in campo in cui ha vantaggio, e trova i tiratori dietro la linea da tre punti sugli affanni della difesa azzurra. Marjanovic, servito in area con continuità, segna con regolarità e, di fronte ai raddoppi, serve assist precisi ai suoi compagni. Lucic e Macvan ci puniscono scavando la prima differenza tra le due squadre (27-38). Ma dalla panchina coach Messina trova buone risposte e giocatori pronti. Burns e Filloy ci tengono a galla fino alla tripla di Datome (9 punti per lui a metà partita) del meno cinque (33-38). Ma è l'ultimo momento di euforia azzurra del quarto. Lucic e Marjanovic spingono nuovamente avanti la Serbia sul più undici (33-44). La squadra di Djordjevic, in dieci minuti, segna 26 punti e, in generale, è perfetta dalla lunetta (16/16). È dura. Durissima. Ma ancora aperta. O almeno questo è il pensiero a cui possiamo aggrapparci mentre torniamo negli spogliatoi a riordinare le idee. 

Terzo quarto, non mollare fino alla sirena

La Serbia si dimentica di Cusin che, in apertura di ripresa, schiaccia a due mani, indisturbato, in mezzo all'area. È una scarica di adrenalina che dura poco, ma che viene avvertita anche dagli avversari. La Serbia perde i primi tre palloni ma il terzo fallo del nostro lungo titolare ci costringe, di nuovo, a soffrire. Marjanovic, arrivato a 10 punti, torna a dominare. L'Italia concede troppi rimbalzi in attacco e i possessi extra ci fanno malissimo. Ma Biligha, stavolta, è eroico. Segna 4 punti e difende forte. Con i primi punti di Aradori, il tabellone segna meno 8 (46-54). C'è di nuovo speranza e neanche il fallo tecnico fischiato alla panchina fa uscire gli azzurri dal match (48-57). Siamo lì, attaccati con i denti, ma sempre troppo distanti. Ci vuole un miracolo e un Belinelli che, pur giocando con grande generosità, raddrizzi le sue percentuali dal campo (3/12). Mancano 10 minuti e bisogna giocarli con il coltello tra i denti.

Ultimo quarto, la resa finale

Belinelli continua a tirare ma con risultati altalenanti. Datome lavora a rimbalzo ma i serbi controllano il ritmo e ci tengono a distanza (52-63). Stiamo a galla ma siamo più impegnati a non affondare che a recuperare il terreno perduto. Coach Messina chiama timeout a sette minuti dalla fine sul 52-65. È l'ultima chiamata per cercare di prolungare la presenza a Istanbul e per trovare, chissà dove, le ultime energie per provarci. Belinelli con la sua seconda tripla della serata, e Datome, in penetrazione, ci spingono ancora a meno otto (59-67). Ma la stella della Serbia si chiama Bogdan Bogdanovic. Ha tirato male per tutta la partita ma, senza scomporsi, ha messo in ritmo tutti i suoi compagni servendo assist e facendo sentire la sua guida. A quattro minuti dalla fine, nel momento di maggiore difficoltà, si carica tutto sulle proprie spalle. Mette la prima tripla dopo sette errori consecutivi e appoggia altri due punti con una giocata da campione vero (61-73). L'Italia è sulle ginocchia e in piena riserva. Mentalmente e fisicamente. Gli ultimi minuti sono un'agonia. I titoli di coda sono partiti. Resta solo da ringraziare una squadra che ha fatto quello che doveva, e che poteva fare, giocando ogni partita a testa alta. È una sconfitta (67-83), piena di rabbia, ma che è arrivata contro una squadra più forte e attrezzata per giocarsi non solo il match ma il titolo europeo. L'Italia deve ripartire dalle sue certezze. Ora arrivano le qualificazioni per i mondiali del 2019. E sarà molto importante esserci. 

Il 12 e 13 settembre, martedì e mercoledì, prende il via la Champions League 2017-18 o, come va di moda dire negli ultimi tempi, la Road to Kiev, ovvero la destinazione che cambia di anno in anno con la città che ospita la finale. La capitale ucraina tornerà palcoscenico più importante del calcio continentale sei anni dopo aver ospitato la finale degli Europei 2012 in cui la Spagna rifilò un amarissimo 4-0 all’Italia di Cesare Prandelli.

La geografia della Champions 2017-18

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La nazione più rappresentata di questa edizione è l’Inghilterra, che piazza eccezionalmente 5 squadre: 4 arrivano grazie ai posti in campionato (Chelsea, Tottenham e Manchester City diretti, Liverpool grazie ai preliminari) e la quinta, il Manchester United di José Mourinho, si qualifica per aver vinto l’edizione 2016-17 dell’Europa League. Segue la Spagna a 4 con Real Madrid campione di Spagna e d’Europa, Barcellona, Atletico Madrid e Siviglia. A quota tre squadre Germania, Portogallo e, come detto, Italia. Da segnalare il debutto dell’Azerbaigian, che vede nelle 32 il Qarabag, che sarà avversaria della Roma.

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La Spagna non è la nazione più rappresentata quest’anno ma è quella che ha vinto di più la Coppa Campioni/Champions League, 17 volte e con solamente due squadre, ovvero Real Madrid (12 titoli) e Barcellona (5). Inoltre, la Champions viene alzata da capitani di squadre spagnole da ormai quattro anni consecutivi: Real nel 2014, Barcellona nel 2015 quindi doppietta Real nel 2016 e nel 2017 che segnano un dominio iberico schiacciante, considerando che due volte su quattro quei trionfi sono avvenuti contro un’altra spagnola, l’Atletico Madrid. Se non bastasse, nel frattempo il Siviglia dominava l’Europa League vincendo per tre anni di fila dal 2014 al 2016: un dominio totale da parte del calcio spagnolo sul Vecchio Continente.

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Ultima nazione a gioire prima dell’impressionante dominazione spagnola è stata la Germania con il Bayern Monaco in una finale tutta tedesca nel 2012-13; ultima vittoria inglese nel 2011-12 con il Chelsea corsaro ai rigori nella finale dell’Allianz Arena contro i bavaresi di Jupp Heynckes; quindi ultima gioia italiana con l’Inter di Mourinho nel 2010. 

Finalmente tre squadre italiane

Il contingente italiano torna finalmente a vedere 3 squadre nella fase a gironi, ovvero Juventus, Roma (qualificate di diritto) e Napoli, vittorioso ai preliminari contro il Nizza. Dal 1999-2000 al 2011-12 il numero massimo di squadre italiane ammesse era 4, ma dal 2012-13 il peggioramento del ranking UEFA dell’Italia ha portato a ridurre le squadre italiane a 3: le prime due classificate in campionato si qualificano direttamente alla fase a gironi, la terza gioca uno spareggio. Questo sarà l’ultimo anno con questo regolamento: dal prossimo anno le italiane saranno 4 direttamente ai gironi, ovvero senza passare dal preliminare.

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Non succedeva dal 2013-14 quando Juventus, Napoli e Milan si presentarono fra le migliori 32 compagini d’Europa. Da allora solo le due qualificate direttamente dal campionato presero parte alla Champions poiché il Napoli nel 2014-15, la Lazio nel 2015-16 e la Roma nel 2016-17 – terze classificate nei precedenti campionati – furono eliminate ai preliminari, rispettivamente da Athletic Bilbao, Bayer Leverkusen e Porto. L’auspicio è che le tre italiane siano presenti anche fra le 16 degli Ottavi: come vedremo, i gironi presentano alcune insidie, soprattutto per la Roma, che dovrà eliminare almeno una big del calcio europeo per andare agli ottavi. Negli ultimi due anni le italiane ai gironi hanno passato il turno; le ultime squadre italiane eliminata ai gironi furono la Juventus di Antonio Conte e il Napoli di Rafael Benitez nel 2013-14, con il solo Milan capace di andare agli ottavi. L’ultima volta che tre squadre italiane su tre passarono indenni i gironi risale al 2011-12, quando Milan, Inter e Napoli raggiunsero gli ottavi.

I gironi delle italiane ai raggi X

Juventus, Napoli e Roma hanno pescato i seguenti gironi: i bianconeri sono nel gruppo D con Barcellona, Olympiakos e Sporting Lisbona, gli azzurri nel gruppo F con Shakthar, Manchester City e Feyenoord, i giallorossi nel C con Atletico Madrid, Chelsea e Qarabag.

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La Roma ha il compito più difficile: deve conquistare un biglietto per gli ottavi strappandolo a una tra Chelsea e Atletico Madrid, dando per scontato che il debuttante Qarabag non abbia alcuna speranza di presentarsi in campo a febbraio fra le migliori 16 d’Europa. I precedenti nella moderna Champions League (quindi dal 1992-93 in poi) dicono che la Roma abbia passato 7 volte il turno su 9 partecipazioni (78%). Ottimo lo storico del Chelsea nella fase a gironi: inglesi ai nastri di partenza in 13 occasioni e solo 1 eliminazione nel 2012-13 (93% di passaggi del turno). Negli scontri diretti coi rivali in competizioni europee ufficiali per la Roma una vittoria e una sconfitta con il Chelsea nel 2008-09 e due sconfitte in due incontri contro l’Atletico di Madrid che risalgono alla Coppa UEFA 1998-99. L’Atletico Madrid, inoltre, ha sempre chiuso in testa il suo girone nelle ultime 4 edizioni di UEFA Champions League e ha una percentuale di passaggio agli ottavi dopo i gironi dell’86%.

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I blaugrana non vengono eliminati ai gironi dal 2000-01 e, nella moderna Champions, hanno superato il primo turno nell’85% dei casi. I catalani fanno meglio della Juve, che passa per l’82% e che ha nella sconfitta sotto la neve di Istanbul contro il Galatasaray nel 2013-14 l’ultima eliminazione in questa prima fase. Male nei precedenti lo Sporting Lisbona (promosso in 1 caso su 7, 15%), fa un po’ meglio l’Olympiakos (24% di superamento del turno a gironi). Negli scontri diretti ufficiali in ambito europeo, il bilancio del Barcellona con la Juve è di perfetta parità: 3 vinte, 3 pareggiate e 3 perse. Prima volta in gare ufficiali per i bianconeri contro i portoghesi dello Sporting Lisbona, i quali però hanno giocato 3 amichevoli contro la Juve vincendo sempre. Juventus-Olympiakos è una sorta di piccolo classico: negli ultimi anni le due compagini si sono incontrare spesso, per un totale di 8 incroci, 5 vittorie della Juve, 1 pari e 2 vittorie dei greci, l’ultima nei gironi di tre anni fa (1-0 ad Atene).

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Infine il Napoli di Sarri ha sulla carta il turno più semplice fra le italiane: il Manchester City di Pep Guardiola si candida a sfidare gli azzurri per il primato nel girone, mentre Shakhtar e Feyenoord paiono leggermente sfavorite, anche guardando alle precedenti edizioni: lo Shakhtar ha passato i gironi solo 3 volte su 11 partecipazioni (72% di eliminazioni) mentre gli olandesi hanno passato la prima fase solo in un’occasione su quattro (25%). Stesse percentuali per Napoli e City, promosse nel 67% dei casi. Le due squadre si ritrovano in questa fase dopo 5 stagioni: nel 2011-12, stagione d’esordio per gli azzurri nella moderna Champions, il Napoli di Walter Mazzarri pareggiò contro il City di Mancini in Inghilterra e vinse 2-1 al San Paolo grazie a un super Cavani, autore di una doppietta. Sfide inedite, invece, con Feyenoord e Shakhtar.

Marc Marquez ha vinto il Gran Premio di San Marino e si è portato in testa al Mondiale (a 199 punti). alla pari con Andrea Dovizioso, giunto terzo. Dietro allo spagnolo secondo gradino del podio per Danilo Petrucci su una Ducati del Team Pramac. Sotto la pioggia battente di Imola e con Valentino Rossi grande assente per la frattura di tibia e perone, si è piazzato solo quarto Vinales, che partiva dalla pole, mentre Jorge Lorenzo si è ritirato dopo una caduta.

Una partita senza appello. Se si vince, si va avanti; se si perde, si torna a casa. Dopo un girone fatto di alti e bassi, ombre e luci, canestri e palle perse, l'Italia del basket entra nella fase decisiva di questi Europei. Il primo ostacolo si chiama Finlandia. Una delle sorprese del torneo. Piccola e tenace, precisa e guerriera. Tanti buoni tiratori, molti di loro visti anche nel nostro campionato, e una stellina pronta a esplodere: Lauri Markkanen, classe 1997, 2 metri e 13 centimetri di puro talento, un ballerino del parquet. Non è un caso se, nell'ultimo draft NBA, i Minnesota Timberwolves hanno speso la scelta numero 7 per prenderlo anche se saranno i Chicago Bulls a poterlo mettere in campo dopo uno scambio. Insomma, uno di quei giocatori destinati a lasciare il segno, da questa e dall'altra parte dell'oceano. A Istanbul inizia una sfida affascinante ed equilibrata con in palio il biglietto per i quarti di finale.  

Primo Quarto, che partenza!

Partire con fiducia e senza paura. Più facile a dirlo che a farlo. Ma gli azzurri rispondono presente fin dal primo possesso e infilano, dopo il primo errore di Melli, 5 tiri consecutivi. Datome inizia con due tiri in stereofonia, lo seguono Hackett dal centro dell'area e il duo Belinelli-Melli da tre (12-5). Cusin ci mette la stoppata e la fisicità. La Finlandia è costretta a chiamare timeout. Ma l'Italia non smette di tirare e segnare. Dopo 8 minuti ci sono già 27 punti a tabellone con uno stratosferico 10/11 al tiro. Quella di Messina è una squadra che quando prende fiducia, lo sappiamo, non si ferma più. Melli ha già segnato 10 punti, Datome 9, Belinelli 6. Ma la Finlandia non si arrende e resta aggrappata alla partita con Wilson (27-15). Quando però anche Baldi Rossi, appena entrato in campo, infila la tripla del trentello azzurro anche Messina dispensa applausi e complimenti. Siamo appena all'inizio. Ma che inizio (30-17).  

 

Secondo Quarto, controllo assoluto

È fisiologico che le percentuali calino. Ma l'Italia continua a lavorare benissimo in difesa e, in attacco, esegue con pulizia e generosità. Il risultato? Tanti falli subiti e tanti tiri dalla lunetta che, a differenza delle sfide del girone eliminatorio, l'Italia segna con continuità. Markkanen prova a mettersi in partita e segna un gran canestro in penetrazione. Ma è l'unico che gli azzurri gli concedono. Due punti in 9 minuti. Poco, pochissimo. Sulla tripla di Belinelli da 9 metri, e sui suoi 14 punti in 20 minuti, c'è altrettanto poco da dire e molto da applaudire (38-21). Anche Hackett e Filloy portano il loro contributo, sui due lati del campo. La lucidità offensiva è anche merito loro. La schiacciata di Biligha, poi, è capace di scaldare anche i tifosi più freddi (40-23). L'ultimo proscenio del primo tempo se lo prende Datome: stoppata spettacolare in difesa e canestro, con passo d'arretramento, di difficoltà indicibile, in attacco. Dopo venti minuti è un'Italia quasi perfetta. Ma il lavoro, anche sul + 19 (48-29) è fatto solo a metà. 

Terzo Quarto, il solito blackout

I primi 4 minuti sono il teatro di una sfida nella sfida. Quella tra Koponen e Belinelli. Segnano 7 punti a testa, aumentando sempre più la difficoltà dei loro tiri. Per l'Italia, che inizia a giocare (un po' troppo) con il cronometro, è un buon affare (56-36). L'attacco è poco efficace (eufemismo) ma gli azzurri, dopo il primo quarto, questa partita la stanno vincendo in difesa. Hackett, con mani e piedi velocissimi, costringe la Finlandia a scelte sbagliate e palle perse. Capitan Datome mette l'ennesima, incredibile, stoppata. Da Olbia con furore. Nessuno, per qualche minuto, segna più. Fino a che gli scandinavi, ancora senza Markkanen seduto in panchina, mettono due triple consecutive (56-42). Messina ferma l'emorragia. Bisogna riprendere a giocare e a segnare. Ci pensa Biligha, con un grande rimbalzo offensivo sulla sirena (58-42). 

Ultimo Quarto, si va avanti

Sul parquet si rivede Markkanen. Coach Dettmann prova ad affidarsi alla sua stella che viene, però, raddoppiata con costanza dalla difesa italiana. Ci provano allora Wilson e Koponen a provare la rimonta con un'aggressività ritrovata (58-47). L'Italia anche quilo sappiamo, è anche questa. La luce si accende e si spegne. È un'abitudine, all'interno di una partita, con cui abbiamo imparato a convivere dall'inizio del torneo. Datome e Hackett,per fortuna, ci danno un minimo di ossigeno. Markkanen, con una grande schiacciata, ci fa capire che la partita è ancora lunga, lunghissima. Ma per fortuna, oggi, tra gli azzurri, c'è un protagonista inaspettato. Paul Biligha. Altri due punti che sanno di jolly (64-53). Mancano 3 minuti e mezzo. Arriva la volata e il pallone si fa più pesante. L'attacco finlandese spreca un paio di attacchi e Hackett, in penetrazione, come con la Georgia, mette due punti che profumano di vittoria. La distanza è tornata in doppia cifra con l'appoggio al tabellone di Filloy (70-57). Sul tabellone mancano 28 secondi. Ora, sì, che è finita per davvero. L'Italia vola a i quarti e attende, a meno di sorprese, la corazzata Serbia. Siamo tra le 8 squadre più forti d'Europa. Mercoledì ci sarà bisogno di un'impresa ma forse, ora, è meglio così. 

 

L'ultima volta che quattro tenniste americane erano arrivate in semifinale in uno slam era il 1985. I campi erano quelli in erba di Wimbledon e il tennis era molto diverso da quello che si gioca oggi. Due campionesse assolute, Chris Evert e Martina Navratilova superarono due ottime giocatrici, Zina Garrison e Khaty Rinaldi. Ben 32 anni dopo la storia si è ripetuta, stavolta sul cemento newyorchese dell'ultimo slam della stagione, gli Us Open. Ma stavolta le sorprese non sono mancate. Venus Williams e CoCo Vandeweghe, favorite alla vigilia, si sono arrese alle connazionali Sloane Stephens e Madison Keys

Il "ritorno" di Sloane Stephens

In pochi avrebbero scommesso sulla sconfitta di Venus Williams, classe 1980, reduce da una delle stagioni più positive degli ultimi anni. Ma Sloane Stephens (classe 1993) ha giocato la partita perfetta (6-1, 0-6, 7-5), quella che riesce poche volte nella vita. Il talento, alla giocatrice della Florida, non è mai mancato. La salute fisica, quella sì. Negli ultimi anni gli infortuni e le operazioni chirurgiche ne avevano limitato la presenza sui campi ma ora sembra tornata a pieno regime. Se ne accorta anche Roberta Vinci battuta in uno dei primi match giocati dalla Stephens nel torneo. E rispetto ai primi anni, Sloane, ha mostrato una maturità tennistica invidiabile gestendo al meglio una partita complicatissima contro "Venere". Primo set solido, secondo set lasciato andare una volta compreso che sarebbe andato perso, terzo set  di testa e cuore. Accelerando col suo dritto e difendendosi, fino allo stremo, con la sua velocità, dalle bordate dell'avversaria. La Stephens, infatti, non è altissima ma muove i piedi come poche altre giocatrici nel circuito. E non è nuova a imprese del genere visto che nel 2013, a vent'anni, eliminò l'altra sorella Williams, Serena, nei quarti di finale di un altro slam, l'Australian Open. Insomma, un bel ritorno quello di Sloane, anche in una posizione di classifica, la n°22, più congeniale alle sue qualità. Occhio però agli insetti…

 

 

Madison Keys. Il futuro del tennis USA?

Difficile invece prevedere che, nella seconda semifinale, potesse uscire vincitrice Madison Keys (classe 1995). La sua avversaria, CoCo Vandeweghe (classe 1991), più esperta e più abituata a giocare match di altissimo livello, aveva superato nettamente quella Karolina Pliskova, ex numero WTA, candidata a contendere per molti il titolo a Venus Williams. E sorprende ancor di più il punteggio finale del match che ha visto la Keys imporsi con un netto 6-1, 6-2. La tennista di Rock Island ha subito imposto il suo ritmo agli scambi commettendo pochissimi errori, assestando colpi di assoluta precisione (25 vincenti) e facendo muovere moltissimo la sua avversaria, più potente ma anche più lenta. Aggiungete un servizio quasi perfetto e avrete i motivi per spiegare i numeri del match. Per Madison una grande soddisfazione e una piccola rivincita.

 
Qualche anno fa era stata definita da molti addetti ai lavori come l'erede naturale delle sorelle Williams. "Il nuovo prodigio del tennis americano". Una valanga di pressione da sopportare fin dai primi match. Una vittoria a Eastbourne nel 2014; una semifinale agli Australian Open e i quarti a Wimbledon l'anno successivo. Nel 2016 la vittoria a Birmingham, le finali di Roma e di Montreal ma, accanto, degli slam deludenti. Poi l'infortunio al polso che la costringe a stare fuori per cinque mesi e che fa calare i riflettori. Forse la svolta decisiva per preparare al meglio questi splendidi Us Open e conquistare, convincendo, la prima finale in carriera in uno dei quattro principali tornei del circuito. Che sia la volta buona per scrollarsi via dubbi e insicurezze? 
 

 

Una finale (quasi) inedita

Le due americane si sono affrontate una sola volta, nel 2015, sul campo veloce, in cemento, di Miami. Era il primo turno del torneo e vinse, in due set, Sloane Stephens. Un precedente importante per le statistiche ma che conta pochissimo per la finale di sabato. Rispetto a due anni fa, infatti, sono entrambe molto cambiate. Ora sono pronte per prendersi quel titolo che potrebbe lanciarle nell'olimpo del tennis femminile. Quel che è certo è il fatto che hanno già fatto la storia: negli ultimi dodici anni nessuna giocatrice americana, che non si chiamasse Williams, era stata in grado di raggiungere una finale degli Slam. Quello che è più incerto, invece, è capire chi, tra le due, possa vincere questa inedita, e bellissima, finale. 

 

 

 

Un gol all'inizio del secondo tempo di Immobile su assist di Candreva permette all'Italia di battere Israele nella gara di qualificazione al Mondiale in Russia del 2018. Secondo posto nel girone ormai acquisito ma la prestazione di Reggio Emilia non è stata esaltante, soprattutto nel primo tempo.

 L’Italia ha perso 3 a zero contro la Spagna nella sfida valida per la qualificazione ai Mondiali del 2018. Per la nazionale guidata da Giampiero Ventura adesso potrà ambire al massimo allo spareggio per poter andare ai Mondiali. Al meno che la Spagna non faccia un improbabile passo falso nella prossima partita 

Ha investito oltre 230 milioni di euro per costruire una squadra formidabile, pronta a riconquistare un posto in Champions. In tribuna a San Siro il 27 agosto c’era anche Li Yonghong, il nuovo proprietario del Milan, per la prima partita del Campionato di Serie A che la squadra ha disputato contro il Cagliari. La seconda volta che il presidente entra allo stadio Meazza dopo il derby tutto cinese con l’Inter ad aprile –  due giorni dopo il closing. Vittoria per i rossoneri: 2-1. In campo, sette degli undici giocatori allenati da Vincenzo Montella erano nuovi acquisti. Un debutto con i fiocchi. Il difensore argentino Matteo Musacchio:18 milioni di euro. Leonardo Bonucci scippato alla Juventus: 35,2 milioni. Il portoghese André Silva: 33,6 milioni. Il centrocampista turco Hakan Calhanoglu: 22 milioni. Il croato Nikola Kalinic: 25 milioni. Sono alcuni degli undici faraonici titolari che hanno riacceso i sogni dei tifosi e l’interesse dei grandi nomi del calcio mondiale, dopo gli anni bui. Nonché le scommesse del calciomercato. Il 31 agosto si è conclusa per i rossoneri una campagna acquisti da capogiro – i commentatori sportivi non ricordato nulla di simile nel calcio moderno in Italia.  

Tra acquisti e cessioni, il club ha speso 230 milioni e ne ha incassati 50-60. Il botto finale non c’è stato. Non serviva, magari a gennaio."Parliamo di numeri monstre. Per quanto riguarda le cessioni, invece, c'è ancora possibilità di fare qualcosa in alcuni mercati aperti”, ha detto l’ad Marco Fassone durante la conferenza stampa con il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli dopo la chiusura del mercato trasmessa sui social come con l’hashtag #APACF  show ("Adesso passiamo alle cose formali").  

"Questi soldi li metteremo tutti a bilancio"

Con quali soldi, in molti si chiedono da tempo? Visto che nelle casse è entrato molto poco. Visto che il Milan è stato comprato da quel misterioso uomo d’affari, Li, 48 anni, dalla biografia controversa, con una società veicolo offshore e il prestito da circa 300 milioni dell’hedge fund statunitense Elliott, che va saldato entro ottobre 2018 con un tasso di interesse altissimo, dell’11,5%.  "Abbiamo investito più di 230 milioni, ma è giusto specificare alcune cose  – ha sottolineato Fassone -. Questi soldi li metteremo tutti a bilancio nel 2017-18, così tutti stanno tranquilli. Se abbiamo potuto portare con Mirabella undici giocatori forti, il merito è della proprietà, ma bisogna specificare che abbiamo fatto cessioni per 50-60 milioni di euro. Inoltre  abbiamo contenuto le commissioni (circa 12 milioni) e il monte ingaggi sarà tra i 110 e 120 milioni, meglio del budget che avevamo prefissato. Numericamente siamo soddisfatti".

I piani di sviluppo della società

Caos calmo a Casa Milan, dunque. La strategia c’è e si trova nel business plan, reso pubblico, da Fassone: AC Milan prevede una fortissima crescita dei ricavi nell’arco dei prossimi cinque anni. Come? Punta sulla crescita del mercato cinese con la newco MilanChina e sui guadagni della Champions League. Tanto basta a spendere cifre da capogiro? Tanto basta a sollevare qualche dubbio circa la sostenibilità finanziaria del club. Dubbi che non riguardano solo la Uefa che sta compiendo le sue verifiche. Si è dovuto scusare il presidente della Roma James Pallotta che a fine luglio nel corso di una diretta televisiva, ha lanciato invettive contro la gestione del Milan: “Non hanno i soldi in primo luogo per comprare la squadra, visto che hanno preso 300 milioni in prestito da persone che conosco a Londra, a un interesse piuttosto alto…pagheranno le conseguenze a un certo punto”, aveva detto Pallotta. "Caro Pallotta, siamo pronti a un confronto sui bilanci del Milan e della Roma", fu la puntuta risposta di Fassone . Il quale precisò: “Si sa che qualunque operazione viene fatta con la leva finanziaria… E poi, cifre totalmente sbagliate, la parte relativa al fondo di Elliott è di 180 milioni sui 740 complessivi del club”. Dei 300 milioni, 180  – con un tasso dell’11,5% – sono stati impegnati per completare l’acquisto del Milan e 120 – con un tasso del 7,5% – per l’acquisto dei giocatori. Fassone ha inoltre sottolineato che la campagna acquisti di questa estate è stata fatto con un “bond di 50 milioni”. I soldi non sono stati spesi cash ma a rate.

I dubbi che restano da chiarire

Ma i dubbi sono rimasti lì come nebbia a oscurare il giorno. E si sono estesi. Vincenzo Montella che giorni fa evita le telecamere di Sky Calcio Show dopo l’affondo della conduttrice Ilaria Ilaria D'Amico la quale mette in dubbio la copertura finanziaria della società rossonera pronunciando in trasmissione un pesantissimo “se”. Il sindaco di Milano Beppe Sala che in una intervista alla Gazzetta dello Sport la settimana scorsa  definisce“una grande scommessa” il piano del club che “tende a comprare molto a debito” con un futuro che “dipenderà dai risultati” e Fassone che commenta con un “è sempre la solita minestra”.  I dubbi arrivano anche dalla Cina, dove un articolo apparso sul seguitissimo forum sportivo Wuchao (乌潮) dal titolo “Da dove vengono i soldi che il Milan sta spendendo per comprare tutti questi giocatori?” definisce gli acquisti “scommesse enormi”.

Non ha messo a tacere i maligni Fassone, nella recente intervista al Guardian dove parla con apparente serenità e spiega che la società sta già lavorando per rimborsare i debiti e che sono pronti “un piano A e un piano B” – Uefa ne gradisse uno.  

Le tappe e le lacune della vicenda

Quattro mesi dopo la cessione da parte di Fininvest del 99,93% delle azioni di AC Milan alla Rossoneri Sport Investment Lux, ennesima società veicolo che fa capo a Li, ancora nessuno è in grado di rispondere a due domande che hanno contrassegnato i mesi bollenti di un closing che tardava ad addivenire: chi è Li Yonghong? Da dove vengono i soldi? Hanno invocato la legge anti-riciclaggio italiana, ma nessuno ha realmente mai fugato questi dubbi. Un curriculum, quello di Li, di cui neanche Casa Milan è stata in grado di fornire una versione chiara. Nato nel Guangdong, si legge nella biografia che il club ha fornito del suo presidente a metà maggio. Altre fonti vicine all’operazione hanno scritto che fosse nato ad Hainan. Nel cv si legge ad esempio che Li è proprietario di una grande miniera di fosforo in Cina, la Guizhou Fuquan Group. Che però a una prima ricerca nei database cinesi sembrerebbe irreperibile. Il braccio destro David Han Li, membro del consiglio di amministrazione, che pure fino a qualche mese era piuttosto sconosciuto.

Ma basta ripercorrere il modo in cui il Milan è stato comprato, come abbiamo fatto nel nostro ebook Diavoli e Dragoni per capire come la storia sia nata in modo anomalo. Non solo perché l’interesse cinese per il Milan nasce molto lontano, nel 2011 quando Xi Jinping chiede a Berlusconi “Vendi il Milan?”. Non solo perché oggettivamente è stato difficile per Fininvest trovare un investitore in grado di comprare un club troppo caro per via dei debiti e con un asset immenso da valorizzare.  Non solo perché proprio per questo motivo prima di trattare il deal, Li che fu il primo a manifestare interesse quando nel 2014 Lazard annunciò che il Milan era in vendita, dovette aspettare che abortissero i negoziati con il thailandese Bee (prima) e con la Dama cinese (poi), e infine con un colpo di mano estromettere i soci Galatioto-Gancikoff, correre alla firma del preliminare di vendita e versare con Sino Europe Sports (SES) la prima caparra da 100 milioni. E siamo al 6 agosto del 2016.

Li ha fatto slittare nei mesi successivi due closing (13 dicembre e 3 marzo)  perché non riusciva a tirare fuori i soldi dalla Cina a causa – diceva – del blocco dei capitali deciso dal governo cinese.  Si è persino temuto che un incidente diplomatico sul Dalai Lama a Milano avesse complicato le trattative. Gli investitori della cordata che Li sosteneva di avere costruito si sono sfilati, uno ad uno, lasciandolo solo. Ha versato la seconda caparra da un fondo offshore per non perdere la prima. Ha messo in piedi una catena di società tenute insieme da un prestanome –  Chen Huashan. Il Milan l’ha infine comprato con un veicolo lussemburghese. L’operazione è stata salvata con l’intervento di un fondo americano noto per aver portato al fallimento l’Argentina.

Lì attaccato in Cina per i suoi affari

Ecco dunque: Li. Attaccato dalla stampa cinese per le suoi dubbi affari, abbandonato dagli investitori di una cordata che non c’è mai stata, messo alle strette dalle politiche cinesi sempre più aspre in tema di acquisizioni all’estero (nel frattempo altre operazioni andavano in porto, rimasto solo; e poi, dopo diversi rinvii e un closing che sembra infinito, caparre che non arrivano e poi arrivavano a rate, Li compra il club con l’ennesima società creata ad hoc all’interno di un reticolo complesso quanto un rebus, grazie al prestito di 300 milioni del fondo speculativo americano Elliott. Se Li non si riesce a saldare il debito, nell’autunno del prossimo anno il Milan diventa di Elliott. “Nel peggiore dei casi, bisogna stare tranquilli perché ad Elliott non sono dei disperati – ha detto Fassone al Guardian – E’ uno dei più grandi fondi di investimento nel mondo che potrebbe tenere il club o rivenderlo. Pagherebbero solo 300 milioni, un prezzo davvero basso, e potrebbero fare business, il loro lavoro”. Eppure, sostengono alcuni giornalisti come Luigi Dell’Olio in un tweet, oltre ai 300 milioni Elliott dovrebbe aggiungere anche gli ammortamenti dei contratti quinquennali siglati con i nuovi giocatori.

Esclusa la quotazione alla Borsa di Hong Kong, per la quale occorrono requisiti che il Milan non ha (tra cui almeno tre anni sotto la gestione dello stesso management) per risarcire Elliott –  secondo gli analisti – a Li non resta che sperare su una lista di investitori cinesi. Che però fino ad oggi non si è mai palesata. Il giornalista del Sole 24 Ore Carlo Festa ha rivelato nel suo blog che gli advisor di Li sarebbero già in contatto con Goldman Sachs e Merrill Lynch per rifinanziare il debito.  Il business plan scommette sulla crescita del Milan nel mercato cinese. Il governo cinese ha posto un freno ma non uno stop alla crescita di un mercato che per Xi Jinping, il quale sogna un giorno di ospitare i Mondiali e pure di vincerli, resta importantissimo. Ma non bisogna sottovalutare un ultimo, cruciale, elemento: negli ultimi quattro mesi dal closing, il clima per gli investitori cinesi è peggiorato. Si sono intensificate le politiche di controllo sugli investimenti “irrazionali” che il capo della Safe Pan Gongsheng aveva definito “rose con le spine” (dopo la quota record di 183 miliardi di dollari e 225 miliardi in acquisizioni nel 2016), che negli ultimi anni hanno prosciugato le riserve valutarie (sotto soglia psicologica di tre mila dollari a gennaio) e indebolito lo yuan. Nel mirino soprattutto il calcio, real estate e industria dell’intrattenimento 

A fine giugno Pechino ha ordinato alle banche di verificare l’esposizione al debito delle conglomerate d’affari che hanno fatto shopping sfrenato all’estero: nella black list, insieme ai grandi gruppi privati quali Wanda, Anbang, Fosun (che ha smentito le indagini) e Hna, sulle quali si è scatenata una fortissima pressione, Caixin ha indicato anche Rossoneri Sport Investments: uno dei veicoli societari registrati nello Zhejiang usati inizialmente da Li per pagare –  si suppone –  la prima caparra.

Cosa succederà dopo il congresso del Partito di ottobre?

Alberto Rossi, responsabile Marketing e Analista CeSIF della Fondazione Italia Cina e co-autore di “Cina 2017. Scenari e prospettive per le imprese”, in una intervista ad AGI giorni fa circa l’impatto della politica cinese sul calcio italiano, invitava alla prudenza: per una migliore valutazione occorre aspettare l’esito del Congresso del PCC al via il 18 ottobre, che sancirà il rinnovamento della leadership e segnerà l’inizio del secondo mandato dell’attuale presidente Xi Jinping. “In questa fase di preparazione al Congresso, molte aziende e figure si stanno riposizionando”, ha detto Rossi. Solo dopo sarà più realistico stabilire se il clima politico cinese possa avere o meno ripercussioni sui futuri investimenti dell’Inter, di proprietà del colosso Suning a capo di Zhang Jindong – che invece ha fatto acquisti modesti. "Paradossalmente il clima precongressuale –  ha spiegato Rossi – rischia di avere ripercussioni più ampie sui grandi gruppi, maggiormente esposti, come Wanda e Suning. L'influenza congressuale non dovrebbe invece riguardare il Milan, dato che il tema nevralgico sottostante è la fuoriuscita di capitali in valuta estera dalla Cina, mentre il mercato rossonero è finanziato con fondi provenienti da un paese terzo, come anche ribadito dalla stessa società milanista". 

Proprio il colosso immobiliare Wanda è stato colpito nei giorni scorsi da un rumor, smentito dall’azienda, sulla detenzione del patron Wang Jianlin. Non è stato un episodio inedito, forse neanche l’ultimo.  Resta da vedere se la scadenza al 30 settembre per la stretta di Ndrc (National Development and Reform Commission) del novembre scorso, che alla luce delle nuove norme potrebbe non essere più in vigore oppure prorogata, fornirà o meno a Li l’opportunità di svelare la cordata. 

Mentre resta difficile stabilire se le indagini ordinate dalla Cbrc (l’ente a vigilanza del sistema bancario) possano avere ricadute sull’attuale proprietà del Milan, è più che legittimo che alcuni, da Beppe Sala a Ilaria D’Amico, si siano posti una semplicissima domanda: con quali soldi il Milan sta comprando le stelle del calcio? Una domanda che mentre questa estate bollente volge al termine, resta  – per il momento  – priva di risposte chiare e definitive.

(Ha contribuito Wang Jing)

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La Yad-Eliyahu Arena è una bolgia. A Tel Aviv non è una novità. Questa è la casa del Maccabi, una delle squadre più forti d'Europa, almeno fino a qualche anno fa. Venire a giocare qui non è per nulla semplice. I tifosi, una vera marea gialla, sono famosi per il loro calore e per il volume del rumore che riescono a generare durante ogni partita. Oggi, però, la marea è azzurra e si confonde con quella italiana. È l'inizio degli Europei che Israele gioca in casa, tra un grande sostegno e un'altrettante, palpabile, pressione.

Primo quarto: equilibrio e tensione

Belinelli inizia forte con due triple nei primi minuti, Datome lo imita e Melli, servito sotto canestro, affonda le mani nel ferro sciogliendo tensioni e ruggini. È un 13-5 che costringe Erez Edelstein al primo time-out. La squadra di casa rifiata e guidata dal suo giocatore più rappresentativo, Omri Casspi, ricuce lo strappo sul 13 a 13. Messina vuole coinvolgere molti dei giocatori della sua panchina. Mette dentro Filloy e Biligha che hanno un impatto fortissimo sul match, il play italo argentino in attacco e l'italo-camerunense in difesa. Il primo quarto si chiude con un altro piccolo allungo azzurro (21-15). 

Secondo Quarto: è Belinelli show

Pronti, via e Cusin, centro titolare, commette il suo terzo fallo. L'Italia difende di squadra e aiutandosi. Cambi, rotazioni e tagliafuori. C'è intensità. Nessuno arretra di un passo. Dall'altra parte Belinelli infila la sua terza tripla portando la squadra al primo vantaggio a doppia cifra della partita (30-20). Ma questa è una partita di scatti e riprese, di squilibri che durano pochissimo e di inerzie che cambiano padrone continuamente. Israele sfrutta alcuni palloni persi e, tra contropiedi e post-bassi, si riavvicina (30-28). Poi ci pensa Belinelli. La fine del suo quarto è tutta tra le sue mani. Mette altre due triple, una da lontanissimo e l'altra subendo anche il fallo. 15 punti per il giocatore bolognese, quasi perfetto. È sua anche l'ultima difesa azzurra e il muro che non fa passare l'ultimo tentativo israeliano di Mekel, fino a quel punto spina sul fianco dei nostri playmaker. All'intervallo il tabellone dice 36-32 per l'Italia. Ma la partita è ancora, maledettamente lunga. 

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Terzo Quarto: l'impatto di Datome e Cusin

L'inizio del secondo tempo è tutto di Gigi Datome. Il giocatore sardo mette 8 punti in 4 minuti e spinge avanti tutta la squadra (44-36).Hackett difende forte e gli israeliani devono ancora affidarsi a Casspi e a un mobilissimo Howell. Il primo campanello d'allarme per Ettore Messina arriva con il terzo fallo di Biligha che costringe il "piccolo" lungo italiano, 2 metri di forza e muscoli, a tornare in panchina. Rientra Cusin, anche lui con 3 falli. L'impatto però va oltre ogni più rosea aspettativa. Una grande stoppata per il lungo che aggiunge anche 4 punti in attacco:  è massimo vantaggio azzurro sul 51 a 39. Ma è la difesa, con le unghie e con i denti, a far brillare gli occhi a tutti i tifosi italiani. Israele segna solo 9 punti in 10 minuti ed è costretta a inseguire (51-41).

Ultimo Quarto: tre triple chiudono i giochi

Ancora una tripla italiana apre l'ultima frazione di gioco. È di Daniel Hackett che tira senza paura. Israele si affida ancora a Casspi che, in tre azioni consecutive, si procura falli e tiri liberi. Ma all'idolo di casa manca la precisione e gli azzurri non pagano dazio continuando a proteggere il proprio canestro con una determinazione vista poche volte negli ultimi anni. Cusin piazza la sua seconda stoppata, Hackett il suo quarto recupero, Belinelli raddoppia con mani veloci, Melli cattura rimbalzi a profusione. È un'orchestra che suona la giusta armonia. Dall'altra parte gli sforzi sono premiati dal lavoro di Datome che mette la tripla del 60-46. La panchina esplode, Messina applaude. Israele è costretta all'ennesimo time-out. Non servirà. Filloy e Belinelli mettono tre triple in fila che, a 2 minuti dalla fine, chiudono i giochi con un + 21 da sogni (69-48). La percentuale dei tiri da tre punti degli italiani è spaventosa: 13/27, quasi il 50%. Cecchini, veri. 

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Nella Yad-Eliyahu Arena intanto è sceso il silenzio. I tifosi si sentono poco mentre i giocatori israeliani abbandonano ogni tentativo di recupero.  L'Italia esordisce con una grande vittoria, convincente in difesa e incoraggiante in attacco. Il punteggio finale, non cambierà, ma alla fine conta poco. È un meraviglioso, inaspettato, inizio. E una meravigliosa, inaspettata, vittoria di squadra. 

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