Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Liverpool fa il miracolo ed elimina il Barcellona dalla Champions League vincendo 4-0 in casa dopo aver perso 3-0 al Camp Nou una settimana fa. Partita e risultati incredibili, un’impresa destinata a fare la storia di questa competizione. Pochi avrebbero scommesso non sulla forza della squadra di Klopp, che non si discute, quanto sulla possibilità che per due anni di fila il Barca di Messi potesse uscire prima della finale dopo aver dominato all’andata.

Un anno fa era successo con la Roma nei quarti (3-0 all’Olimpico dopo il 4-1 di Barcellona). È successo stasera a Liverpool, capace di una partita di rara intensità e fantasia. Due doppiette: Wjinaldum e Origi. Un gol nel primo tempo e tre nel secondo, l’ultimo a un quarto d’ora dalla fine. Grande prova del portiere dei Reds Allison, protagonista decisivo nel primo tempo.

Privo dell’attaccante più forte, Salah, e di Firmino, il Liverpool scende in campo comunque con il solito 4-3-3, affiancando a Manè il duo Origi-Shaqiri. Al termine del primo tempo Klopp sostituisce Robertson con Wijnaldum facendo scalare Milner terzino sinistro. Una scelta felice, considerando che la partita è risolta dalle doppiette di Origi (al 7′ e al 79′) e proprio di Wijnaldum (54′ e 56′).

Grande prova, soprattutto nel primo tempo, del portiere degli inglesi Allison che salva il risultato in più occasioni. Per il brasiliano si tratta di un deja-vu: lo scorso anno difendeva la porta della Roma quando i giallorossi di Di Francesco superarono nei quarti di finale sempre il Barcellona per 3-0 dopo aver perso all’andata per 4-1. Poi trovò sul suo cammino il Liverpool. Quest’anno invece ci gioca dentro.

Per la prima volta dopo 5 anni non ci saranno squadre spagnole (sempre vincenti) in finale di Champions League. Domani ad Amsterdam il Tottenham cercherà di ribaltare il risultato dell’andata quando l’Ajax vinse 1-0 a Londra. Vincendo si riproporrebbe a 11 anni da Manchester United-Chelsea una finale tutta inglese. 

Ne faranno sicuramente un film. Prima o poi ne verrà fuori anche qualche verità clamorosa, anche scomoda, magari, straordinariamente scomoda.

Sicuramente, il Kentucky Derby 2019, la famosa corsa dei purosangue inglesi di tre anni, una delle più famose del mondo, “i due minuti più veloci dello sport”, datata addirittura 1875 all’ippodromo Churchill Downs di Louisville (Kentucky, Usa), rimarrà nella storia.

Quella del 4 maggio è stata la prima assegnata con la prova TV, dopo che i giudici hanno guardato i replay e, dopo venti minuti di studio, hanno squalificato il cavallo che era arrivato primo.

Il paradiso è una casa di campagna

La corsa sui 2,011,98 metri, la numero 145 della saga che, vista l’età dei concorrenti può essere vinta una sola volta, è stata appassionante, ed è stata dominata fino all’ultima curva da uno dei favoriti, Maximum Security, “Massima sicurezza”. Il quale, però, contravvenendo al suo nome, proprio al momento di lanciare lo sprint, dopo la maratona nel fango, ha allargato troppo, danneggiando la linea degli inseguitori, War of Will e Long Range Toddy. Dopo di che ha tagliato il traguardo come primo dei diciannove tre anni in gara.

Ma, dopo la visione della moviola, ha lasciato il primo posto del podio al ben più anonimo Country House. Dal nome già più dimesso, “Casa di campagna”, che però così ha raggiunto l’imprevedibile paradiso.

<

Sovvertendo il pronostico che lo dava vincente soltanto 65 a 1. Concedendo a Bill Mott, proprietario e allenatore di Country House (jockey Flavien Prat), la famosa ghirlanda di rose per il suo cavallo, una bella fetta dei circa 3 milioni di dollari da dividersi fra i primi cinque classificati e il microfono per il commento di rito: “E’ stata una vittoria dolce-amara, ma il nostro cavallo ha corso molto bene e il nostro jockey è stato molto bravo».

Mentre Gary West, proprietario di Maximum Security, ha minacciato un ricorso: «Penso che sia la squalifica più oltraggiosa nella storia delle corse di cavalli».

Immaginatevi la scena, con gli appassionati, praticamente tutti scommettitori, fermi, sotto la pioggia, in attesa del verdetto dei giudici. Che ha poi punito il n. 7, Maximum Security, condotto da Luis Saez, per “interferenza”, premiando il secondo arrivato, il n. 20, Country House.

Parliamo di 150mila persone presenti all’ippodromo, più tutte le altre incollate davanti alla tv, a casa, nei bar, nelle agenzie di scommesse.

Parliamo di una nazione sconvolta dal primo intervento esterno, tecnico, video, in 145 anni, che decide una corsa selvaggia, durissima, ambitissima come questa classica del galoppo.

L’immancabile tweet dalla Casa Bianca

Il polverone alzato dai giudici è stato talmente alto che ha richiamato l’attenzione persino del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il quale ha criticato via tweet la decisione.

“Non è stata una cosa bella. Dopo una gara così dura e piena di cadute, così bella da guardare, su una pista così bagnata e complicata. Solo in questi giorni senza correttezza politica – ha cinguettato il Presidente portando così acqua al suo mulino, mentre cerca di dribblare l’impeachment – si può verificare un simile capovolgimento: il miglior cavallo non ha vinto il Kentucky Derby, non ci è andato nemmeno vicino”.

Nessun cavallo era stato squalificato subito dopo essersi aggiudicato la corsa di cavalli più importante d’America. “Dancer’s Image” aveva perso il titolo a tavolino nel 1968 dopo l’antidoping. Vedremo che combinerà il vincitore a sorpresa del Kentucky Derby nella seconda tappa del “Triple Crown”, la triplice corona, che comprende il 18 maggio il Preakness Stakes e l’8 giugno il Belmont Stakes.

Solo tredici cavalli hanno centrato la triplice, Justify ci è riuscito l’anno scorso. Di sicuro, chi ha puntato i suoi dollari su Country House, lo gratificherà ancora.

Il Milan soffre, fatica e rischia ma non fallisce la possibilità per sperare ancora di lottare fino alla fine per un posto in Champions. Contro il Bologna a San Siro ha un solo risultato utile: la vittoria e vittoria, anche se sofferta è stata. I rossoneri battono per 2 a 1 i rossoblu che volevano punti salvezza ma che dovranno rimandare l’appuntamento per festeggiare la permanenza in serie A.

L’incontro inizia col Milan più determinato ma che si espone alle ripartenze degli ospiti ch hanno qualche occasione soprattutto con Orsolini e questo spaventa a un certo punto i padroni di casa che appaiono timorosi e lasciano sempre piu’ spazio al Bologna rischiando anche di passare in svantaggio su gol di Palacio, viziato però da fuorigioco. Il Milan è pericoloso invece solo su calci piazzati.

Dopo una ventina di minuti si infortuna Biglia e la situazione che ne consegue mette in luce il nervosismo che attanaglia i milanesi. Gattuso invita infatti Bakoyoko, al centro delle polemiche in settimana per un ritardo all’arrivo all’allenamento che gli risponde di non essere pronto. L’allenatore milanista allora lo lascia in panchina e manda in campo Josè Mauri. Inevitabile la polemica.

A sbloccare la situazione ci pensa fortunatamente il ‘redivivo’ Suso, servito al 36′ proprio da Mauri, si libera di un paio di avversari entra in area, spiazza il portiere Skorupski e mette in gol. Vivace l’avvio del secondo tempo con un bel tiro di Calhanoglu da fuori poco alto sulla traversa e poco dopo la replica rossoblù con Svanberg deviata in angolo da Donnarumma. Non si arrendono comunque gli uomini di Mihajlovic, pronti a sfruttare ogni disattenzione dei milanisti che controllano e cercano di far calare il ritmo del gioco.

Al 66′ il raddoppio di Borini. Paqueta tira da fuori area, il portiere bolognese respinge, arriva Borini, appena entrato al posto di Calhanoglu, e segna di forza. Al 72′ si riaccendono le speranze bolognesi. La difesa del Milan distratta consente a Destro, libero in area, di mettere in porta sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Torna il nervosismo in campo. Paqueta viene ammonito, protesta, da’ una manata all’arbitro e si becca il cartellino rosso lasciando i rossoneri in 10.

Negli ultimi minuti il Bologna tenta l’assalto finale con tutti gli uomini ma la difesa rossonera regge l’urto grazie anche a Donnarumma. Nel finale espulso per doppia ammonizione anche Sansone del Bologna. Il Milan quindi va a 59 punti come la Roma, quinto a 3 lunghezze dall’Atalanta. Il Bologna resta a 37, comunque a +5 sull’Empoli terzultimo.

Finisce 1-1 a Marassi la sfida testa-coda tra Genoa e Roma. Un pari che fa male ai giallorossi che devono però anche ringraziare Mirante per essere riusciti a non perdere all’ultimo minuto. 

La partita per oltre 80 minuti non offre grandissime emozioni. Predominio netto della Roma, ma occasioni clamorose non ce ne sono. Dzeko è il piu’ attivo tra i giallorossi, mentre Lapadula (sostituito al 73′ da Pandev) fa impazzire Manolas e Fazio senza riuscire mai a impensierire seriamente Mirante. Nella seconda metà della ripresa Ranieri tenta le carte Schick al posto di Pellegrini e Kluivert al posto di Zaniolo. Poi all’81 il gran gol di El Sharaawy: cross dalla destra di Kluivert, Dzeko di testa prolunga il pallone sul secondo palo per El Shaarawy che con un gran destro al volo rasoterra batte Radu.

Sembra fatta per la Roma ma al 91′ su mischia in area Romero salta più alto dei giganti giallorossi Fazio e Nzonzi e pareggia i conti. Potrebbe finire addirittura con una clamorosa sconfitta per i giallorossi se Mirante non parasse al 94′ un rigore a Sanabria. Un risultato che consente alla squadra di Prandelli di allontanarsi definitivamente dalla zona retrocessione visto che l’Empoli terzultimo è ora staccato di 4 punti mentre la Roma vede allontanarsi in maniera significativa il quarto posto in classifica che vale accesso alla Champions League. Ora l’Atalanta è a +3 e mancano tre gare al termine. 

Per molti, Marco Trungelliti – argentino, non italiano – è semplicemente quel pazzo che, un anno fa, eliminato nelle qualificazioni del Roland Garros, era rientrata dove vive, a Barcellona. Ma, ripescato come lucky loser, è tornato in auto a Parigi in tempo per superare Tomic nel primo turno del tabellone principale. Non con un’auto comune, ma col camper che aveva noleggiato per regalare la visita della città catalana alla nonna 88enne, e sul quale aveva caricato anche il fratello minore e la mamma. Mille chilometri per un match, perché poi aveva perso col nostro Cecchinato, ma anche per un assegno di 79mila euro.

In realtà, il 29enne numero 130 del mondo è molto di più. È il primo, famoso, noto, collaboratore di giustizia delle combine dei tennisti per truccare le partite.

La storia è rimasta nascosta ai più, finché Marco non ha denunciato pubblicamente il marcato ostracismo che ha riscontrato da parte dei colleghi. “Anche se tutti sanno”, sostiene, “che le partite truccate non sono un segreto nel tennis e stanno peggiorando”.

L’argentino ha anche dichiarato di essere stato abbandonato dai gestori del circuito del tennis e dagli investigatori anti-corruzione. Che non sono riusciti a difenderlo pubblicamente contro chi ha messo in dubbio le sue motivazioni etichettato come una talpa. “Mi hanno semplicemente usato e poi mi hanno abbandonato in mezzo al mare. È stato un disastro, è stata una delle peggiori procedure io abbia mai visto, ne sto ancora pagando il prezzo”.

Trugelliti aveva testimoniato contro il connazionale Nicolas Kicker, all’epoca 84 del mondo, che era stato squalificato per 6 anni (fino al 23 gennaio 2021) e contro gli altri argentini Patricio Heras (fermato per 3 anni) e Federico Coria (punito con 8 mesi di stop per omessa denuncia). Ma aveva subito avvertito che l’ambiente gli aveva girato le spalle: “All’improvviso, non mi ha salutato più nessuno, nessuno mi ha badato più, è stato triste. Ho ricevuto parecchi insulti sia dai giocatori che dai manager. Ho informato, invano, il TIU (Tennis Integrity Unit), chiedendo aiuto”.

Secondo la moglie, Nadir, Marco ha perso la voglia di giocare, per lo stress ha pianto, ha distrutto delle racchette, ha riaccusato un problema alla schiena che sembrava risolto. Ma ha continuato la sua battaglia: “Adoro il tennis. E sono molto rattristato dallo stato del tennis e dal fatto che le partite truccate avvengono così spesso. Il problema non sono solo i giocatori, sono implicati anche tanti allenatori. Ma tanti tanti. Se sei debole mentalmente, entri nel giro, perché è denaro facile. Se ci pensi, in un’oretta guadagni anche centomila dollari”.

Il problema riguarda soprattutto i tornei Challenger e Futures, cioè di seconda fascia dopo Slam, Masters 1000, “500” e “250”, dove i premi sono molto inferiori, e quindi anche la sopravvivenza economica dei giocatori. Ma i paesi implicati sono tanti, dal Belgio alla Spagna, dalla Francia all’Argentina, all’Italia. Così come tanti sono i sistemi della malavita per agganciare i giocatori.

Trungelliti racconta di essere stato contattato nel luglio del 2015 da uno scommettitore che gli era stato presentato dall’allenatore come possibile sponsor. Aveva subito denunciato la cosa al TIU: “Che cosa devo fare? Ho il suo nome, il telefono e so come vuole agire”. Da cui l’interrogatorio con l’ente autonomo incaricato dall’Atp Tour di intervenire su questo delicatissimo problema, il racconto del giocatore che ha rivelato quale fosse la scala di corruzione, dai 2000-3000 dollari dei tornei Futures a i 5-10000 dei Challenger, ai 50-100000 degli Atp Tour. Quindi il processo e la condanna dei tre colleghi.

Tirato per i capelli dalle accuse del giocatore, il Tiu, e quindi l’Atp Tour, hanno quindi diramato un comunicato ufficiale per riabilitare Trungelliti, specificando che il silenzio era dovuto– di prassi – per proteggere l’identità dei testimoni. “Ma comprendendo che il giocatore è stato oggetto di più critiche e che le sue motivazioni sono state mal interpretate, il Tiu condanna questi comportamenti nei suoi riguardi ed esprime pubblicamente l’apprezzamento per il suo sostegno.

Ricordando che ha collaborato volontariamente, nella primavera del 20918, che non è stato a sua volta inquisito per qualsivoglia accusa e che non ha ricevuto alcuna retribuzione per le sue informazione. Non l‘ha mai richiesta e non gli è stata mai offerta. Ha agito col più alto livello di integrità e nello spirito del miglior interesse dello sport. Con coraggio e fermi principi ha contrastato chi  cercava di corromperlo e va ammirato e lodato”.

Marco Trungelliti può quindi camminare a testa alta nel tennis: non è una spia, non è un traditore, non è un pentito, non è un venduto. È un uomo onesto che ha sporto una denuncia contro tre colleghi, tre connazionali, probabilmente tre amici. Senza paura delle conseguenze, per amore della verità.

Il 4 maggio di 70 anni fa moriva, in un incidente aereo, la squadra più forte del mondo: il Grande Torino. Aveva vinto uno scudetto nel 1942-43 e poi quattro di seguito nella ripresa post-bellica del campionato di serie A. All’epoca non avevano ancora inventato la Coppa Campioni, poi diventata Champions, ma il Grande Torino deliziava anche le platee internazionali, giocando spesso all’estero grazie a inviti provenienti da società sportive che erano certe di poter contare su uno stadio esaurito.

Celebre fu una tournèe alla quale il capitano Valentino Mazzola e i suoi compagni, la cui fama andava evidentemente ben oltre i nostri confini, presero parte nell’estate del 1948 in Brasile per sfidare i migliori club paulisti. E non a caso il 4 maggio del 1949, quando l’aereo andò a schiantarsi contro il colle della Basilica di Superga in un pomeriggio di tempesta, il Grande Torino era reduce da una trasferta a Lisbona per salutare, in modo degno, l’addio al calcio del capitano del Portogallo nonché stella del Benfica Francisco Ferreira (che invece poi continuò a giocare ancora).

Il Grande Torino rappresentava anche la Nazionale italiana e quindi anche le aspettative (sportive e non) di un Paese uscito dalla guerra con le ossa rotte e che lavorava sodo per rimettersi in sesto: il record, che ancora resiste, è dell’11 maggio del 1947 quando 10 granata su 11 furono schierati in maglia azzurra nel match vinto 3-2 sull’Ungheria del giovane ma già promettente Ferenc Puskas. Per la cronaca, mancava solo il portiere Valerio Bacigalupo perché il commissario tecnico Vittorio Pozzo preferì affidarsi allo juventino Sentimenti IV, più anziano e quindi più esperto.

I due giocatori, però, erano amici per la pelle: i resti di Bacigalupo furono riconosciuti a Superga soltanto perché nel suo portafoglio fu trovata la foto dei due portieri assieme. Sentimenti IV era il suo mito sportivo.

Ma, Nazionale a parte, a distanza di tantissimo tempo, sono ancora numerosi i primati, rimasti a oggi imbattuti, collezionati dal Grande Torino: dal 10-0 inflitto in casa all’Alessandria alla vittoria in trasferta più rilevante (0-7 alla Roma). C’è poi il maggior numero di gol segnati in campionato: 125 in 40 incontri, in un torneo di A a 21 squadre, con una media da far paura di 3,1 gol a partita. E la chicca della tripletta più veloce che Mazzola mise a segno in tre minuti (dal 29esimo al 31esimo) in un Torino-Vicenza 6-0.

E poi ci sono, ovviamente, record ormai raggiunti, ma che all’epoca fecero impressione come la conquista di uno scudetto con cinque turni di anticipo, o la prima volta di un’accoppiata vincente Campionato-Coppa Italia (1942-43).

Il Grande Torino eguagliò i cinque scudetti di fila, primato già detenuto dalla Juventus (dal 1930-31 al 1934-35), ma, se non ci fosse stata la guerra, i tricolori consecutivi sarebbero stati molti di più. Un altro record ‘impossibile’, che nessuna squadra italiana è stata in grado di uguagliare, è quello dell’imbattibilità interna: per 6 anni e 9 mesi (dal 31 gennaio del 1943 al 23 ottobre del 1949) cioè l’equivalente di 100 partite, di cui 3 giocate dai ragazzi della Primavera subito dopo la tragedia di Superga e 4 dalla nuova squadra nel campionato successivo, i granata non conobbero sconfitte: 89 vittorie e 11 pareggi con 363 gol realizzati e 80 incassati.

Ben 88 incontri furono disputati al Filadelfia (impianto ora risorto grazie al presidente Urbano Cairo). Quello stadio era un vero e proprio fortino, con il pubblico attaccato alle inferriate che ‘alitava’ sui giocatori e dava la carica alla squadra di casa. Gli avversari scendevano sul terreno di gioco già intimoriti e disorientati, certi del destino che li aspettava. A volte poteva succedere che il Grande Torino si limitasse a trotterellare in campo senza essere particolarmente stimolato, quasi fosse indolente. Il pubblico, evidentemente di bocca buona, cominciava a rumoreggiare. E a quel punto dagli spalti si prendeva la scena Oreste Bolmida, di mestiere capostazione a Porta Nuova: con la sua trombetta dava la carica alla squadra, capitan Mazzola si arrotolava le maniche della casacca e nell’arco di un quarto d’ora il Grande Torino tornava ad essere la squadra di sempre e portava a casa la partita.

Tantissimi libri e qualche bel film hanno raccontato le gesta di questi ragazzi entrati nella leggenda e diventati eterni. Sul luogo del disastro aereo c’è una lapide con i nomi dei caduti che ogni anno il capitano del Toro commemora citandoli uno per uno. Eccoli: Valerio Bacigalupo (25 anni, portiere), Aldo Ballarin (27, difensore), Dino Ballarin (23, portiere), Emile Bongiorni (28, attaccante), Eusebio Castigliano (28, mediano), Rubens Fadini (21, centrocampista), Guglielmo Gabetto (33, attaccante), Roger Grava (27, centravanti), Giuseppe Grezar (30, mediano), Ezio Loik (29, mezzala destra), Virgilio Maroso (23, terzino sinistro), Danilo Martelli (25, mediano e mezzala), Valentino Mazzola (30, attaccante e centrocampista), Romeo Menti (29, attaccante), Piero Operto (22, difensore), Franco Ossola (27, attaccante), Mario Rigamonti (26, difensore), Julius Schubert (26, mezzala).

E poi i dirigenti Egidio Agnisetta (55, Direttore Generale), Ippolito Civalleri (66, accompagnatore), e Andrea Bonaiuti (36, organizzatore delle trasferte) e lo staff tecnico, Egri Erbstein (50, direttore tecnico), Leslie Lievesley (37, allenatore) e Ottavio Cortina (52, massaggiatore).

Tra i morti anche i giornalisti Renato Casalbore (Tuttosport), Renato Tosatti (la Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (la Nuova Stampa) e i membri dell’equipaggio Pierluigi Meroni (primo pilota), Cesare Bianciardi (secondo pilota), Celeste D’Incà (motorista) e Antonio Pangrazzi (radiotelegrafista).

Così scrisse Indro Montanelli, il 7 maggio del 1949, sul Corriere della Sera: “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta”. Quando ci fu la tragedia di Superga, mancavano quattro giornate alla fine del campionato: il Grande Torino, che aveva già accumulato un certo vantaggio sulla seconda, fu proclamato a tavolino vincitore e il club granata, nelle restanti partite, fu costretto a schierare i giovani. Così fecero sportivamente gli avversari. Ma lo choc di quel disastro rimase vivo per molto tempo ancora: prova ne fu che nel 1950, in vista dei Campionati Mondiali in Brasile, l’Italia, detentrice dei titoli del 1934 e del 1938 ma ricostruita da zero senza più l’ossatura del Grande Torino, scelse di viaggiare via mare. Una traversata che durò 15 giorni svuotando di ogni energia i giocatori, tra palloni che finivano nell’oceano e allenamenti ‘sui generis’ fatti sul ponte della nave. Bastarono due partite per uscire dal torneo e riprendere la strada di casa, questa volta con l’aereo. 

In un mondo in cui non si dimette nessuno, Justin Gimelstob ha voluto dire lui l’ultima parola e si è messo da parte, prima ancora delle fatidiche votazioni del nuovo Board dell’Atp Tour del 14 maggio a Roma, durante gli Internazionali d’Italia al Foro. Che, dopo undici anni, doveva essere il trampolino per lanciarlo alla presidenza dell’ente che gestisce il circuito dei tennisti professionisti.

Il 42enne statunitense era stato condannato da una sentenza del tribunale di Los Angeles per aver picchiato senza motivo un ex amico, causando – secondo la parte lesa – l’aborto della sua figlioletta. Perché la moglie, presente ai fatti, gravemente turbata dagli eventi, aveva avuto un aborto spontaneo. Ma, se non fosse spuntato fuori un clamoroso conflitto di interessi con lo stesso Atp Tour, forse avrebbe potuto ancora mantenere la posizione.

Praticamente tutti i media, ma solo qualche giocatore di spicco, da Murray a Wawrinka, dall’ex allenatore Darren Cahill alla signora del tennis, Martina Navratilova, si erano espressi chiaramente per la sua rimozione. Soprattutto i giornalisti inglesi, per via della misteriosa defenestrazione del presidente dell’Atp, l’inglese Chris Kermode, alla quale Gimelstob aveva dato un decisivo contributo con l’avallo del presidente del Council, Novak Djokovic, al quale Gimelstob ha ufficializzato di persona le dimissioni, presentandosi a Madrid dove Nole è in gara questa settimana.

Ma, pur bocciato dall’All England Club, cioè da Wimbledon, che, per la prossima edizione di luglio, gli aveva pubblicamente negato l’accesso al Royal Box che spetta ai passati vincitori del torneo, l’ex pro statunitense aveva ricevuto una specie di assoluzione sia dall’Atp stessa che da Tennis Channel e dalla Federtennis Usa con le quali ha un rapporto di lavoro. E mercoledì ha dato un’ultima dimostrazione di forza al mondo del tennis che teneva in pugno da tempo, dimettendosi anche dall’impegno con il canale televisivo specialistico.

Da ex pro, non brillantissimo in singolare (n. 63 del mondo nel 1999) ma campione di due Slam nel misto (era arrivato al n.18 in doppio), da ricco e potente rappresentante della potente lobby ebraica statunitense, da manager dell’ex n. 1 del mondo Lindsay Davenport, da co-allenatore di John Isner, da influente collaboratore Tennis Channel, da organizzatore di eventi di beneficienza (con la possibilità di ruotare i colleghi e dargli maggior esposizione e possibili sponsor). E, soprattutto, da membro del Board ATP che gestisce la cassaforte dei tennisti professionisti e decide gli ultimi aumenti di premi. Ma, nello stesso momento, con un evidente conflitto di interessi, da titolare dell’azienda di produzione partner dell’Atp (la Without Limit Production, responsabile dal 2013 di ATP World Tour Uncovered, il video magazine trasmesso in oltre 150 Paesi per 60 milioni di spettatori).

Justin è un carrierista, uno di quelli che vive intensissimamente il suo lavoro, dorme pochissimo, parla tantissimo e ti chiama spessissimo anche all’alba. Ma il problema non è se sia bravo o no, come è sembrato per mesi davanti alla melina da parte dei vertici del tennis, il problema è il suo carattere focoso che l’ha portato ad alzare bandiera bianca nel Board dell’Atp dove siede dal 2008.

“Sono profondamente rattristato e pentito che le mie azioni abbiano causato una tale distrazione allo sport, ai giocatori, ai colleghi, agli amici e alla famiglia. Le azioni hanno delle conseguenze e io mi allontano da un ruolo che amo tanto e che accetto. Il mio compito era quello di rappresentare i giocatori e l’Atp, ed essere un custode dello sport. Le mie scelte e le mie azioni dell’ultima notte di Halloween mi impediscono di farlo in questo momento, ed è chiaro che ora sono diventato un peso e una distrazione significativi per entrambi. Non posso continuare, anche se ho il cuore a pezzi dovendo lasciare qualcosa che amo così tanto, ma data la situazione non merito di restare in questa posizione di influenza… Spero sinceramente di imparare dai miei errori e diventare la miglior versione di me stesso, non solo per me ma, cosa molto più importante, per mio figlio”.

Già condannato da un’ordinanza restrittiva del tribunale per reiterate violenze domestiche nei confronti della ex moglie (che ha sempre contestato), condannato per le violenze e le minacce di morte del 31 ottobre contro l’ex amico Randall Kaplan (che accusa di aver avuto un flirt con la sua ormai ex moglie). È stato salvato dagli avvocati dalle conseguenze penali per gli ultimi gesti – ha già pagato oltre 4 milioni di dollari di spese legali – ma è stato condannato a tre anni di libertà condizionale, a sessanta giorni di lavori socialmente utili e a un  orso di cinquantadue settimane di gestione della rabbia. E, soprattutto, ha irrimediabilmente distrutto la sua carriera politica nello sport. 

Per il suo posto, fra i sei membri del Board Atp si sono candidati i connazionali Brad Gilbert e Tim Mayotte, e l’ex coach di Andy Murray e Grigor Dimitrov, Dani Vallverdu.

Nessuna riammissione alle gare per la mezzofondista sudafricana Caster Semenya. Il ricorso presentato dall’atleta è stato respinto oggi dal Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna (Tas) che ha confermato le nuove regole della Federazione internazionale di atletica leggera (Iaaf) circa la riduzione dei livelli di testosterone per atlete che ne producono troppo (un’anomalia genetica chiamata iperandrogenismo). Quasi immediata la reazione di Caster Semenya che sui social ha pubblicato la scritta “a volte la migliore reazione è evitare di reagire”. 

Se la 28enne mezzofondista campionessa olimpica in carica degli 800 metri – come del resto anche altre atlete – vorrà ritornare alle competizioni dovrà sottoporsi ad una cura ormonale. Le nuove norme della Iaaf ( l’Associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera) entreranno in vigore a partire dal 9 maggio e prevederanno che per competere in ambito femminile il livello di testosterone nel sangue non superi la soglia di 5 nanomoli per litro.

L’anomalia genetica dell’atleta

Non è la prima volta che Caster Semenya finisce nel mirino della Iaaf: nell’agosto del 2009, dopo un impressionante 1’55”45 ai Mondiali di Berlino che la portò alla vittoria, l’atleta allora diciottenne venne sottoposta a un test per stabilirne il sesso. La questione si risolse soltanto un anno più tardi con il via libera, da parte della stessa Iaaf, a Semenya, che non soffrirebbe di semplice iperandrogenismo ma di disordine della differenziazione sessuale (Dsd).

“Quando parliamo di disordini della differenziazione sessuale (Dsd) parliamo di disturbi che, nella maggior parte dei casi, si realizzano per motivi genetici nella fase dello sviluppo embrionale e fetale – spiega all’Agi Fabio Lanfranco, andrologo e ricercatore di Endocrinologia all’Università di Torino -. Per svariate ragioni avviene un’alterazione dei livelli di testosterone nel feto”.

Il testosterone, l’ormone maschile per eccellenza, è quello responsabile della definizione sessuale nel corso della gravidanza: “Affinché un embrione geneticamente maschio, cioè dotato di un cariotipo maschile (con cromosomi di tipo XY), diventi maschio anche fisicamente è necessario che dalla 11esima o 12esima settimana di gravidanza compaia il testosterone”, prosegue Lanfranco. Se questo non accade “lo sviluppo naturale va verso un fenotipo, e quindi un aspetto fisico, femminile”.

L’ipotesi, spiega Lanfranco, è quindi che Caster Semenya sia “un maschio genetico che non ha avuto testosterone in gravidanza e perciò non ha sviluppato genitali maschili, venendo quindi allevata come femmina i cui livelli di testosterone, oggi, sono elevati”. In teoria alti tassi di ormoni maschili nelle donne possono dipendere anche da altre ragioni: “Esistono disturbi acquisiti in età adulta, ma in quei casi non si parla più di Dsd ma di iperandroginismo” e non pare essere il caso dell’atleta sudafricana.

La questione, oltre ai risvolti sportivi e politici (sul tema si è speso anche il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa), pone grossi interrogativi soprattutto da un punto di vista medico: “Decidere di intervenire sull’assetto ormonale è una scelta molto delicata anche dal punto di vista etico”, sostiene Lanfranco, “modificare l’assetto ormonale di una persona certamente avrà come effetto una riduzione del benessere, della forza fisica e anche della performance sportiva. Un conto è vietare il doping; un altro è imporre un cambiamento negli ormoni che naturalmente si hanno. Non è mica una cosa che ha deciso lei, né lo fa dolosamente”. 

Infarto a fine allenamento per Iker Casillas, 37 anni, portiere della Spagna campione del mondo nel 2010. Il portiere, che oggi milita nella squadra portoghese del Porto, è stato immediatamente ricoverato in ospedale e secondo i medici è “fuori pericolo” ma rimane ricoverato in terapia intensiva.

“Iker Casillas ha subito un infarto del miocardio durante l’allenamento del mattino – scrive il Porto in un comunicato – L’allenamento è stato prontamente interrotto per le cure del caso al portiere, che si trova in questo momento all’ospedale CUF di Oporto. Casillas ora sta bene e il problema cardiaco è stato risolto”. Manca la conferma ufficiale, ma la sua stagione sarebbe finita, scrive la Gazzetta.

Sempre Juntos!
Força Iker! ⚪#FCPorto #IkerCasillas pic.twitter.com/EiUhdltbIO

— FC Porto (@FCPorto)
1 maggio 2019

Messaggi di solidarietà sono giunti da tutto il mondo sportivo. Prima di arrivare al Porto, nel 2016, la carriera di Casillas, considerato uno dei più grandi portieri del mondo, si è svolta nel Real Madrid. 

Ajax corsaro anche a Londra: Tottenham battuto 1-0 nella partita d’andata della prima semifinale di Champions League. Decisivo il gol al 15′ di van de Beek, il migliore in campo. Dopo le vittorie con Real Madrid e Juventus l’Ajax si conferma squadra fortissima in trasferta. Primo tempo largamente dominato dagli olandesi, che nella ripresa vanno poi spesso vicini al raddoppio più di quanto non facciano i britannici per pareggiare. Un piede in finale per i ‘lanceri’.

Flag Counter