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Francesca Schiavone si ritira: la 38enne tennista milanese ha annunciato l'abbandono dell'attività professionistica nel corso degli Us Open, a New York. "È arrivato il momento di dire basta adesso e ho deciso di comunicarlo", ha spiegato in una conferenza stampa la prima vincitrice azzurra del Roland Garros nel 2010 che fu anche finalista l'anno successivo.

"È una decisione che meditavo già "da dopo l'ultimo Roland Garros", ha spiegato, poi mi sono serviti alcuni mesi per focalizzarlo al meglio e capire che era la cosa giusta da fare". "Amo questo sport e sono pronta a trasmettere la mia esperienza e la mia passione", ha aggiunto. Nella sua carriera la Schiavone può vantare anche la conquista di tre Fed Cup e un quarto posto nel ranking mondiale.

Dopo l'uscita di scena di oltre un anno fa, con la sofferta vendita del Milan, Silvio Berlusconi e Adriano Galliani sono pronti a ricominciare una nuova avventura nel mondo del calcio. Dopo aver portato il Milan sul tetto del mondo, la coppia avrebbe in mente una nuova 'pazza' avventura: acquistare la Società Sportiva Monza 1912 s.r.l., nota semplicemente come Monza, formazione che attualmente milita nella serie C. Secondo quanto riporta la Gazzetta dello Sport, Berlusconi diventerebbe maggiore azionista e, probabilmente, assumerebbe anche un incarico non operativo come la presidenza onoraria. Galliani, invece, avrebbe un ruolo manageriale. il Monza è di proprietà di Nicola Colombo, figlio di Felice, che fu proprietario del Milan tra il 1977 e il 1980.

Gli inizi di Galliani

Per il senatore di Forza Italia sarebbe un ritorno alle origini e ai primi passi nel mondo del pallone. A metà degli anni’80, come ricorda La Repubblica, Galliani fu vicepresidente e direttore sportivo del club brianzolo. Fu in quel contesto che affinò quelle qualità che avrebbe messo a disposizione del club rossonero portandolo, insieme a Berlusconi, sul tetto del mondo. In un’intervista a Il Giornale, Galliani raccontò quale fu la condizione che permise di iniziare la loro proficua collaborazione e che riguardava il comune amore per il calcio: “Io vengo a lavorare per lei, ma devo seguire il Monza in casa e in trasferta”. Berlusconi, naturalmente, accettò.

Chi è Nicola Colombo

Si tratta dell’attuale proprietario del Monza ma ai tifosi più attenti quel cognome non può che evocare altri ricordi. Il padre, Felice, ricoprì la carica di presidente del Milan per alcune stagioni, dal 1977 al 1980, con alterne fortune. Da una parte, infatti, conquistò uno scudetto, quello della stella, ma dall’altra costrinse la società alla retrocessione in serie B, a tavolino, la prima della sua storia, dopo uno scandalo legato al mondo delle scommesse che coinvolse diverse società della massima serie. Il figlio, Nicola, nel 2015, ha deciso di salvare il Monza dal fallimento a cui sembrava destinata. Ai microfoni di Sport Mediaset ha commentato così le avances di Berlusconi e Galliani: "Si tratta di un sondaggio esplorativo, per il momento si è trattato di un contatto telefonico. Staremo a vedere gli sviluppi".  

Breve storia del Monza Calcio

La società è nata nel 1912 dalla fusione delle due principali squadre cittadine: la Pro Monza e la Pro Italia. All’inizio i colori scelti furono il bianco e il celeste che vennero cambiati, con gli attuali bianco e rosso, nel 1928. Nel 1951, il Monza arriva a conquistare un posto in serie B, affacciandosi al calcio che conta. Negli anni ’50 diventa presidente Claudio Sada, mister Simmenthal, che lascerà però meno di dieci anni dopo. Dopo 19 anni di serie cadetta, il Monza torna in serie C e deve ripartire da una nuova dirigenza. Negli anni successivi il tira e molla tra la seconda e la terza serie continuerà senza sosta.

Negli anni ’80, sotto la presidenza Giambelli, la squadra si rafforza. Sono gli anni in cui in Brianza viene coltivato il talento di Pierluigi Casiraghi e Alessandro Costacurta, di Anselmo Robbiati ed Edoardo Artistico. Ma nonostante questi nomi la squadra non riesce a migliorare e l’altalena continua. Negli anni ’90, il Monza stringe un accordo con il Milan finalizzato al prestito di alcuni giovani della cantera come Abbiati, Topic e, soprattutto, Patrice Evra. Il nuovo millennio si apre con diverse crisi societarie e una forte instabilità che fa sprofondare la squadra nelle serie minori. Ora, forse, l’ennesima svolta. Quella che potrebbe permettere al Monza di tornare nel calcio che conta per davvero e coltivare, di nuovo, un sogno che si chiama Serie A.

​La Serie A di nuovo al centro del mondo calcistico grazie all’arrivo di Cristiano Ronaldo è stato un grande leitmotiv in una estate al contempo molto complicata (per usare un eufemismo) per il nostro calcio. Controversie giudiziarie tuttora aperte, fallimenti, Serie B a 19 squadre, il naufragio del progetto delle seconde squadre e il mancato passaggio al professionismo del calcio femminile hanno segnato il movimento calcistico nell’estate iniziata senza Mondiale, altro doloroso post-it che ci ha costantemente ricordato quanto soffra il sistema calcio italiano.

Tutto ciò proprio mentre i francesi da noi battuti 12 anni fa a Berlino sollevavano sotto il diluvio di Mosca la loro seconda Coppa del Mondo. L’arrivo di Ronaldo mediaticamente ha messo molta polvere sotto il tappeto, ma i problemi strutturali rimangono. Ma è pur vero che molti media hanno sostenuto che il nostro torneo è tornato a fare la voce grossa in Europa. Siamo andati a vedere i dati elaborati dal sito specializzato Transfermarkt sui mercati dei principali tornei europei (Serie A, Liga, Premier, Ligue 1, Bundesliga) per cercare di dare una contestualizzazione europea ai valori espressi dalla A, fermo restando che la vera valutazione del mercato saprà offrirla solo il campo.

Il mercato della Serie A

Le venti squadre di Serie A hanno portato a termine 1116 acquisti e 725 cessioni – come vedremo, sono numeri lontanissimi, per eccesso, dagli altri tornei – per un totale di 1131 milioni di euro spesi e 857,8 incassati. Ciò comporta un saldo in negativo di 273 milioni di euro.

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Di questi 1131 milioni, 256,9 milioni (il 22% del totale) li ha spesi la Juventus che ha stabilito il record italiano per un acquisto mettendo sotto contratto Cristiano Ronaldo per 117 milioni di euro. La Juve è la squadra che ha speso di più ed è quella con il saldo più negativo: -157,4 milioni tra entrate e uscite. In Italia le concorrenti sono a debita distanza. Il Milan per esempio si ferma a -38,8 quando lo scorso anno aveva una deficit entrate-uscite di 159 milioni, due milioni in più della Juve di CR7. In rosso leggero anche la Lazio, -3,5 milioni. In attivo tre big come Inter, Roma e Napoli: i nerazzurri hanno conciliato colpi sul mercato con un occhio al bilancio, anche grazie alla cessione di molti giovani.

La Roma ha speso tanto ma ha incassato di più grazie alle redditizie partenze di Nainggolan, Strootman ma soprattutto Alisson. Il Napoli ha un saldo attivo di 20 milioni, reso possibile da acquisti non particolarmente numerosi e onerosi e anche dai 57 milioni incassati dal Chelsea per Jorginho.

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Il mercato estivo 2018 è segnato dai grandi investimenti della Juventus. Ronaldo, ma non solo. L’attuale mercato è quello che fa segnare il saldo più negativo da quello 2011-12, ovvero il mercato che disegnò la squadra del primo scudetto di Antonio Conte. Non è la prima volta che la Juventus di Andrea Agnelli e Giuseppe Marotta stacca assegni importanti, basti pensare ai 90 milioni abbondanti spesi per Gonzalo Higuain nel 2016. Ma in quell’anno l’acquisto del Pipita fu di fatto ripagato dalla cessione di Pogba, tanto che a fine mercato la Juve ebbe un saldo leggermente positivo, come si vede dal grafico.

Quest’anno invece la Juve ha incassato un po’ più della media di quello che aveva incassato nell’arco 2010-2017 (34 milioni in più) ma ha soprattutto speso 161 milioni in più della media 2010-2017, creando come detto il saldo negativo più ampio della storia della gestione Agnelli-Marotta. I 99 milioni incassati dalle cessioni hanno più o meno ripagato Ronaldo, ma contestualmente la Juventus ha operato due importanti acquisizioni da 40 milioni ciascuna quali l’arrivo di Joao Cancelo e il riscatto di Douglas Costa.

Quali club hanno investito di più sul mercato?

L’allenatore del Manchester United José Mourinho, futuro avversario della Juventus in Champions League, interrogato dai giornalisti sui suoi euro-rivali ha detto che solo il Liverpool ha speso più della Juventus in questa finestra di mercato. A guardare le cifre degli assegni usciti dalle casse dei club non è così: i bianconeri hanno speso più del Liverpool. Ma probabilmente Mourinho – che non cita mai numeri a caso – si riferiva a quanto i vari club hanno deciso di investire sul mercato: il Liverpool è la squadra che sul mercato ha investito di più poiché ha il saldo entrate-uscite più in rosso d’Europa e che si attesta a -165 milioni. La Juventus è seconda, poiché ai 257 milioni spesi ha fatto seguire come detto circa 100 milioni di incassi, per un saldo negativo di “solo” 157 milioni, 8 in meno dei Reds di Jurgen Klopp. Per questo in questa sezione inizieremo l’analisi seguendo l’imbeccata di Mourinho valutando maggiormente il dato sul saldo entrate-uscite più che quello delle sole uscite.

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Nella classifica del saldo negativo la Juventus sta davanti a club notoriamente spendaccioni. Solo quinto il Chelsea e solo sesto il PSG, mentre a sorpresa sul podio c’è il Fulham che ha un saldo in rosso di oltre 100 milioni di euro, seguito al quarto posto dal West Ham, che peraltro sta attraversando un momento molto complicato sul versante sportivo. La squadra spagnola che ha investito di più è l’Atletico Madrid (-78,50 milioni, settimo) mentre la top dieci è chiusa da due club inglesi, Everton e Arsenal, e uno spagnolo, il Valencia.

Nella top dieci delle squadre con il saldo negativo tra entrate e uscite quindi una sola squadra è di Serie A, mentre 6 squadre militano in Premier, 2 sono spagnole e 1 è francese. Se escludiamo le squadre di Premier che puntano a risalire la classifica, le altre sono tutte squadre con ambizioni Champions; squadre che – chi più chi meno – hanno sbattuto nelle ultime edizioni della Champions contro le corazzate spagnole Real-Barca e che pertanto sono state spinte a importanti investimenti per completare l’assalto alla Coppa dalle Grandi Orecchie. Juventus e Atletico hanno perso due finali a testa tra 2014 e 2017, il Liverpool è lo sconfitto in carica: le grandi spese non finanziate a loro volta da cessioni sono guidate probabilmente dalla caccia a quel trofeo sfuggito sul più bello.

Se ribaltiamo la classifica e andiamo a vedere chi è uscito dal mercato 2018 con il saldo più positivo tra entrate e uscite troviamo il Monaco che grazie a cessioni d’oro ha finanziato in toto il proprio mercato e guadagnato 189 ulteriori milioni. Secondo posto per una big europea come il Bayern Monaco, che fa segnare +78,50 milioni, mostrando una filosofia opposta rispetto a Liverpool, Juve e Atletico per cercare di risalire sul tetto d’Europa.

Tornei a confronto

Allargando lo sguardo agli interi tornei, la Premier League ha incrementato fortemente il saldo negativo tra entrate e uscite; un saldo negativo che quest’anno è salito a oltre un miliardo di euro.

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I club di Premier hanno speso leggermente meno in termini assoluti rispetto all’ultimo anno, ma hanno anche incassato molto meno rispetto a dodici mesi fa. Nell’ultimo mercato infatti i club inglesi hanno avuto entrate per circa 400 milioni contro gli 871 del mercato estivo 2017. Per cui attenzione ad affermare che la Premier spende meno: spende meno in assoluto, ma ha aumentato nettamente gli investimenti per cercare di insidiare i club spagnoli che da molti anni monopolizzano gli albi d’oro dei principali tornei del Vecchio Continente. Inoltre, in Inghilterra la concorrenza e l’alternanza dei vincitori è maggiore rispetto agli altri tornei e questo contribuisce probabilmente ad aumentare la competitività fra i vari club e la spinta a investire pesantemente sul mercato.  

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Quando i media dicono che la A è tornata grande rispetto agli altri campionati si riferiscono spesso alla sola voce delle spese, ma il dato non dice fino in fondo il valore degli investimenti poiché grandi spese possono essere controbilanciate da grandi introiti: è un po’ la strategia della Roma che ha speso molto ma anche incassato molto, finendo in attivo. Inoltre, la Serie A che insegue la Premier in fatto di spese totali non è una novità, bensì un trend ormai quadriennale. Il grafico sopra mostra che la A è stabilmente la seconda Lega in quanto a spese. Da segnalare che la Serie A ha superato per la prima volta nella storia la barriera del miliardo di euro alla voce “uscite” in un mercato estivo.

Ma riprendendo Mourinho e tornando alla differenza tra entrate e uscite notiamo che non solo la Premier ha un saldo negativo maggiore della Serie A, ma lo ha pure la Liga spagnola. Rispetto al mercato 2017, la A ha un saldo più negativo di 140 milioni, ma la Liga lo ha di 237 e la Premier di poco meno di 280. Francia e Germania invece fanno segnare due segni “più” mostrando strategie di mercato opposte.

Numero di movimenti di mercato e valore delle rose

Il mercato italiano mostra un dato estremamente anomalo rispetto agli altri quattro. Se guardiamo alla voce “numero di operazioni”, la Serie A conta tantissime transazioni generando un dato totalmente fuori scala rispetto agli altri campionati.

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Per poter paragonare la A anche con la Bundesliga, abbiamo anche qui “normalizzato” il numero di movimenti per il numero di squadre. Mediamente, una squadra di A nella finestra 2018-19 ha acquistato 56 giocatori e ne ha ceduti più di 36. Negli altri 4 campionati il valore più alto è fatto registrare dalla Liga dove vengono mossi circa 17-18 giocatori sia in entrata che in uscita. Per cui è vero che la A spende storicamente tanto ma lo fa anche per un numero decisamente più alto di calciatori. Un atteggiamento legato a doppio filo al fenomeno delle plusvalenze? Come abbiamo avuto modo di spiegare, le plusvalenze fanno sì che le transazioni di mercato legate a scambi monetari “virtuali” finiscano per far andare a bilancio soldi che non necessariamente passano fisicamente dalle casse di un club. L’unico effetto concreto di quegli affari è spesso soltanto il cambio di maglia di un paio di giocatori nei casi più eclatanti, ma nelle serie minori e nelle giovanili a volte l’andirivieni di calciatori fra due club è ben più caotico e numeroso.

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Infine, siamo andati a vedere come è cambiato il valore delle rose dei campionati dopo averlo valutato a ridosso dei Mondiali, cioè all’inizio della finestra di mercato estiva. Tra operazioni di calciomercato e fluttuazioni di valore dei calciatori, la Premier ha portato il valore di mercato delle sue 20 rose a oltre 8 miliardi di euro (+770 milioni rispetto a giugno 2018). La A è cresciuta, più della Liga che rimane seconda nella classifica assoluta ma meno della Premier (600 milioni in più rispetto a prima di Russia 2018). In calo la Ligue 1 e in aumento più moderato la Bundesliga, che però – è bene ricordarlo – ha due rose in meno rispetto alla A poiché è un torneo composto da 18 squadre.

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Infatti, se dividiamo il totale del valore delle rose per il numero di squadre la Serie A rimane al terzo posto ma la Bundesliga è vicinissima. Una squadra di Premier vale mediamente 400 milioni di euro, una di Liga 254, mentre la A è terza a 220 milioni, insidiata dalla Bundesliga a 210. Più staccata la lega francese.

I giornali popolari inglesi di divertono sempre un mondo nel presentare i match impossibili di Wimbledon, mettendo a confronto i semplici numeri dei protagonisti delle sfide dei Championships. Sicuramente, alla vigilia di Federer-Millman degli ottavi degli Us Open avrebbero esposto il clamoroso contrasto vittorie-sconfitte fra lo svizzero delle meraviglie e l’australiano che non t’aspetti, numero 2 contro 55 del mondo oggi, che, al via della stagione era addirittura 128.

Numeri, eclatanti numeri: 1165 vittorie 255 sconfitte in carriera per Roger, 43/58 per John “orgoglioso Queenslander, figlio di Brisbane”, come si presenta sul suo profilo Twitter, 98 titoli Atp a zero, 117,507,812 dollari di premi contro 1,853,718. Numeri, solo numeri, però, che fanno sicuramente felici i telecronisti, snocciolatori di numeri, per riempire gli spazi, ma che si annullano insieme all’unico precedente, sempre a favore del Magnifico, proprio a casa dell’australiano, nel gennaio 2015 (ma in tre set).

Ad azzerare tutte le statistiche del mondo, nella “night session” pregna di caldo e di umidità (83%…) della Grande Mela, c’è però la solita vecchia legge dello sport: le gambe, il fisico, quella impossibilità di essere competitivo di un atleta usurato, di 37 anni, (e un po’ sfiduciato dopo le ultime batoste nei grandi tornei), contro uno incattivito dagli sgambetti del destino, di 29, desideroso di prendersi qualche rivincita.  Targato italiano, la piccola-grande Lotto, come altri recenti protagonisti-rivelazione del tennis, da Schiavone a Bartoli, da Soderling a Ferrer a Cecchinato ad Anderson. 

“È stata una di quelle sere che ti sembra che non riesci a respirare, non c’era circolazione d’aria, ho sofferto le condizioni, è una delle prime volte che mi capita”, sospirava il Magnifico (77 errori gratuiti!) dopo la prima sconfitta agli Us Open contro un avversario classificato oltre il numero 50 del mondo (40-0!), una disfatta che somiglia tanto a quella contro Tommy Robredo, peraltro l’unica contro lo spagnolo, contro 11 successi, sempre agli Us Open, nel 2013. Una sconfitta clamorosa che apre le porte dei quarti a Novak Djokovic, sempre che anche lì le qualità fisiche di Millman non facciano la differenza. 

Intanto, John lo sfortunato, racconta l’ultima favola del tennis: lui che non aveva mai superato un "top 10”, ha raggiunto i primi quarti di uno Slam beffando Federer. Malgrado il primatista di 20 Slam abbia servito sul 6-3 5-4 40-15 per portarsi avanti due set a zero, abbia sciupato un set point nel tie-break del terzo set e un break al quarto. Lui, Millman lo sfortunato che a febbraio si operava all’inguine dopo essersi fermato due volte per operazioni alla spalla, lui che, arrivando a New York, assaggiava per la prima volta l’Arthur Ashe, il più grande stadio di tennis del mondo, palleggiando con Andy Murray e commentava: “Le mie aspettative sono piuttosto basse, ma almeno ho giocato qualche minuto su questo mitico campo”. Sulla scia del ritiro nel primo turno delle qualificazioni di Cincinnati, ad agosto, per problemi alla schiena e del ko d’acchito nel tabellone di Winston-Salem. 

Per Millman è stata una brutta vigilia dell’ultimo Slam della stagione, un altro test per la volontà del gladiatore di Brisbane, ex quindicenne prodigio da junior, costretto da pro a una ricostruzione dei legamenti del spalla nel 2013, e poi a anche a una successiva operazione specifica e a un’altra ancora all’inguine. Per cui era scaduto in classifica, era risalito fino al 60 nel 2016, ed era riscivolato ancora fino a scadere al 128 al via di questa stagione. “Ho avuto tanti momenti di dubbio, ogni volta che sono finito sotto i ferri del chirurgo, in un momento in cui il tennis è così equilibrato e difficile, con tanti bravi giocatori, ho pensato che sarebbe stato davvero molto complicato risalire”. 

Ma, c‘è un ma. Il ragazzo di Brisbane è motivato da altre cose nella vita e nel tennis, che non sono i numeri e i soldi, ma l’amicizia, la famiglia, l’orgoglio, l’amore per lo sport e per la sfida con se stesso, transitando per tornei Challenger in posti sperduti di tutto il mondo. Come ha puntualizzato in un tweet il giorno dopo la catastrofica rivoluzione di coppa Davis: “La votazione è passata a favore di un radicale cambiamento, sotto la guida di un calciatore e di un miliardario”. Il ragazzo di Brisbane è molto amato. Dal pubblico, perché dopo le sue partite si intrattiene spesso con la gente e gli offre anche qualche birra da bere insieme, tanto che nel 2013 un giornalista dell’Herald coniò il termine “Millmania” per descrivere l’incredibile supporto dei tifosi. E anche dai colleghi, tanto che Federer stesso, dopo qualche allenamento a Melbourne a gennaio, l’ha invitato a casa sua, in Svizzera, a giugno, per saggiare insieme l’erba in vista di Wimbledon. 

Il suo credo è sportivamente perfetto: “Mi piace allungare i colpi dello scambio, uso molto le mie gambe per tenermi a galla nella battaglia, è dura anche per me, dopo l’operazione all’inguine di febbraio, ma sono così felice di essere tornato che stringo i denti e cerco di giocare al massimo. È una bella sensazione, che mi dà molta soddisfazione. Mi sono sentito meglio di partita in partita, con la sensazione di meritarmi quello che raggiungo. Eppoi, lì, in campo, vivi davvero qualcosa di speciale, e c’è tanta gente che venderebbe i canini per essere nei miei panni. Perciò, cerco di essere nel condizioni ideali per dare sempre il massimo”.

Quando ha saggiato il centrale alla vigilia degli Us Open insieme a Murray, ha provato invano a scagliare 20-30 palle oltre il segna punti e ha rivelato ai media: “Se arrivi a vincere un match sull’Ashe, sono sicuro che l’adrenalina pompa così forte che puoi anche toccare il cielo”. Aveva ragione.

Il 29 settembre sarà una giornata critica sotto il profilo dell'ordine pubblico. Alle 18 è in programma Roma-Lazio, gara valida per la settima di campionato e, alla stessa ora, sarà in corso la manifestazione nazionale del PD che scende in piazza con un corteo  contro il governo. Le forze dell'ordine quindi sarebbero impegnate su entrambi i fronti, ma la soluzione più ovvia sembra essere quella di cambiare l'orario della stracittadina o addirittura la data. Ma non ci sarà il rischio di un passaggio di trasmissione del derby da Sky a Dazn. Le 20 gare di campionato classificate "Top Match" sono già state scelte e distribuite tra gli assegnatari dei pacchetti di diritti audiovisivi esclusivi per le dirette a pagamento.  

Nel comunicato ufficiale della Lega Serie A ( del 31 luglio) sono state inserite le date delle partite e gli eventuali slot orari di riserva. Per Sky la prima scelta è stata quella del 29 settembre alle ore 18; in alternativa è stato individuato l'orario delle 15, sempre del sabato, ma anche in questo caso rimarrebbe il problema di concomitanza con il corteo PD. L'altra scelta di Sky prevede il cambio di data, alle 20.30 di domenica 30. Con questa opzione però si riscontrerebbero criticità per la Roma che, il martedì seguente, è  impegnata in Champions League contro il Viktoria Plzen.

L'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive e la Questura sono già a lavoro da tempo per affrontare e risolvere l'argomento e a breve si arriverà ad una soluzione. Da escludere un eventuale anticipo al venerdì, solo due giorni dopo il turno infrasettimanale che metterà di fronte Udinese-Lazio e Roma-Frosinone. Da archiviare anche uno slittamento di orario del sabato alle 20.30 (a corteo concluso), visto che ciò comporterebbe il passaggio di trasmissione della partita da Sky a Dazn.

I primi no sono arrivati all’alba della catastrofe, e sono arrivati dai campioni nobili Manolo Santana e John Newcombe, poi ci sono stati gli altri, da Yannick Noah e Leyton Hewitt “il selvaggio” e Jim Courier, ex gladiatori oggi capitani di Coppa Davis. Ma nell’assemblea mondiale di Disneyworld il 16 agosto ad Orlando il voto dell’Australia tutta non è servita, unica delle quattro nazioni sede degli Slam decisamente contraria a cambiar radicalmente faccia alla gara a squadre più famosa dello sport dopo 118 anni di gloriosa carriera. La Gran Bretagna ha nicchiato, con la sua federtennis, la Lta, ufficialmente contro ma l’All England Club – la casa di Wimbledon – a favore, mentre la nuova Francia di Bernard Giudicelli s’è schierata con gli yankees, con in testa il presidente Itf, David Haggerty e quello della Usta, Katrina Adams. 

La Spagna aveva il sì sicuro dalla bandiera Rafa Nadal, amico da sempre di Gerard Piqué, lo stopper del Barcellona che, con 3 miliardi di dollari in 25 anni del suo gruppo di investimenti, Kosmos, ha spostato l’ago della bilancia raggranellando il decisivo 71,43% dei voti (era necessaria quota due terzi, cioé 66,67%). Novak Djokovic era da tempo sofferente, da eroe della sua piccola-grande patria Serbia, alle pressanti chiamate stagionali che gli spezzavano la stagione, e da presidente dell’associazione giocatori Atp ha sicuramente aiutato il fronte del sì.

Pure Roger Federer era per il cambiamento, ma non così radicale, con la fase decisiva in sede unica, 18 squadre divise in gironi all’italiana, confronti di due giorni soli, i cinque set tagliati a tre, due wild card a disposizione degli organizzatori, per recuperare la squadra di casa e una big, calpestando la natura stessa dello sport. Di certo, il Magnifico avrebbe potuto aiutare la causa dell’old tennis, quello al quale si è ispirato, ma non s’è schierato, per salvaguardare la neonata Laver Cup, una sorta di Ryder Cup golfistica, Europa-Resto del mondo che ha impiantato col manager, Tony Godsick. Salvo poi protestare quand’ha capito che la nuova Davis potrebbe anticipare da novembre a settembre, subito dopo gli Us Open, chiudendo virtualmente la stagione e svuotando ulteriormente di significati tutti gli altri appuntamenti già sofferenti degli ultimi mesi dell’anno. Figurarsi il torneo a inviti di Federer, la cui seconda edizione è fissata il 21-23 settembre a Chicago, con Djokovic, Alexander Zverev, Martin Del Potro e capitani Bjorn Borg e John McEnroe, ed è già promessa nel 2019 all’amata Ginevra. 

Mentre nella guerra di potere e di soldi fra i troppi interessi del tennis, Lille perde terreno nei confronti di Madrid come candidata alla prima Piqué Cup 2019 – per favore, non chiamiamola più Davis Cup -, l’Atp, che gestisce i non Slam, rilancia la World Cup, sposta la gara a squadre da maggio a gennaio dalla Germania all’Australia, e ci apre la stagione. Immolando la Hopman Cup. E i giovani? Sono quelli he hanno fatto la figura migliore in questa brutta rivoluzione che avrebbe dovuto rivedere la formula della Davis magari trasformandola in biennale, ma non stravolgendone il significato e l’identità nazionalista. In questo senso si sono espressi tanti francesi – con la Federazione su posizioni nettamente opposte! – con il numero 1 dei più giovani Lucas Pouille che ha denunciato: “La nuova Davis è la stessa idea dell’ATP di rigenerare la World Cup, una settimana, tante squadre e un po’ di denaro. Non è più la Davis, non giochiamo più a casa o nel paese della squadra contro la quale giochiamo. Non sarà più la stessa atmosfera”.

I NextGen canadesi, i “gemelli” Shapovalov e Aliassime, hanno contestato in coro: “Abbiamo sempre sognato di giocare un giorno la finale di Davis davanti al nostro pubblico, purtroppo ora sappiamo che non sarà possibile. E siamo tristi”. Sarebbe bello sperare in una protesta più accesa, magari in un clamoroso boicottaggio come quello di Wimbledon 1973, quando, per solidarietà con Niki Pilic (sospeso dalla sua federazione), 81 dei primi del mondo saltarono i Championships. Altri tempi, altre personalità. 

Lewis Hamilton ha vinto il Gran Premio di Monza e ha allungato a +30 punti su Sebastian Vettel, che ha chiuso al quarto posto dopo un testacoda al primo giro. Al secondo posto si è piazzata l'altra rossa di Kimi Raikkonen, partita in pole e rimasta in teta fino a sette giri dalla fine quando Hamilton è riuscito a superare il finlandese arrivato nel finale di gara con le gomme stremate. Terza l'altra Mercedes di Valtteri Bottas davanti a Vettel.

L'Inter espugna Bologna e porta a casa la prima vittoria stagionale infliggendo un secco 3 a 0 ai felsinei. Dopo un primo tempo finito 0 a 0, i nerazzurri si scatenano e trovano il primo gol grazie al nuovo acquisto Nainggolan (prima rete coi milanesi) su passaggio filtrante in area di Politano al 21esimo. Un quarto d'ora dopo il raddoppio con Candreva su cross di Perisic. Ed è lo stesso croato, tre minuti dopo, a segnare il colpo del ko che porta l'Inter a 4 punti dopo 3 partite mentre il Bologna resta fermo a quota uno senza aver segnato neppure una rete in tre incontri.

Ferrari sugli scudi nel Gran Premio d'Italia di Formula 1. Sul circuito di Monza, Kimi Raikkonen ha conquistato la pole position precedendo il compagno di squadra Sebastian Vettel e la Mercedes di Lewis Hamilton. In quarta posizione, sempre su Mercedes, c'è Bottas. 

Raikkonen è risultato il piuù veloce con il tempo di 1'19''119, precedendo di 161 millesimi Vettel. Poi Hamilton con 1'19''294, quarto crono per Bottas (1'19"656), seguito da Max Verstappen su Red Bull (1'20"615), Romain Grosjean (1'20''936), Carlos Sainz, Esteban Ocon, Pierre Gasly e Lance Stroll.

 

C'è una realtà sportiva che in Alto Adige, storica terra di frontiera tirata un po' da Roma e un po' da Vienna, ha il potere di unire i tre gruppi linguistici, quello italiano, quello tedesco e quello ladino.

Il piccolo miracolo di convivenza si chiama Hockey Club Bolzano. Sotto le volte in legno del Palaonda, il palaghiaccio di Bolzano rimasto escluso dal masterplan della candidatura dell'Italia per i Giochi olimpici del 2026, prima dell'inizio di ogni partita si canta l'Inno di Mameli.

Alla faccia di chi – Suedtiroler Freiheit – non tanto tempo fa aveva affisso i manifesti con le scope di saggina a spazzar via la bandiera italiana. Tutti cantano senza avanzare polemiche. Nessuna ritrosia nell'intonare, in italiano, nemmeno i cori ideati dalla colorata tifoseria "Curva Figli di Bolzano" considerata una delle più organizzate e creative di tutta Europa che ha ricevuto il plauso dalle altre piste d'Oltrebrennero.

L'hockey a Bolzano è ritornato ad essere come negli anni '80 e '90 una religione. Merito anche di un uomo, il presidente Dieter Knoll che nel 2013 ha accolto la richiesta dell'Austria di emigrare all'estero e lasciare il campionato italiano che ormai non stava più dando riscontri sia nella qualità del gioco che nei numeri di spettatori. Le accuse lanciate all'epoca dagli altri sodalizi italiani furono pesanti. E' come se la Juventus di colpo lasciasse la serie A.

La passione per i colori biancorossi è talmente forte che richiama persino tifosi di altre squadre italiane che, a differenza del Bolzano, non prendono parte alla Ebel, il campionato transfrontaliero al quale partecipano club austriaci, cechi, slovacchi, ungheresi e croati. La rosa del team bolzanino è composta da tanti ottimi giocatori di scuola italiana con rinforzi provenienti dal Nordamerica ma anche da Finlandia e Svezia. Un ottimo segnale di sviluppo globale perché significa che il torneo nel quale milita il Bolzano è considerato di alto livello.

La "prima" stagionale delle volpi del Bolzano è sul ghiaccio di casa nella partita inaugurale della Champions Hockey League (stessa formula di quella del calcio) contro i forti svedesi dello Skelleftea. Il girone dei Foxes altoatesini si preannuncia ostico.

Oltre agli scandinavi, comprende gli altrettanti ostici finnici dell'Helsinki ed il polacchi del Tychy, il paesone a pochi chilometri dalla tristemente famosa Oswiecim che nella dizione tedesca si legge Auschwitz. Al torneo della CHL prendono parte 32 squadre in rappresentanza di 13 Nazioni.

L'unico Paese assente è la Russia che da una decina d'anni ha creato la ricca Kontinental Hockey League nella quale milita anche una squadra cinese di Pechino. L'Hc Bolzano prende parte al massimo torneo continentale per aver vinto la Ebel nell'appassionante finale contro Salisburgo, società che vanta un budget decisamente superiore (è targata Red Bull) a quella altoatesina. La stagione passata per i biancorossi è stata rocambolesca, incredibile, inimmaginabile.

Per riassumerla in poche parole: dall'ultimo posto in classifica occupato per due mesi (5 novembre 2017 – 3 gennaio 2018) con un gap che ha toccato i quaranta punti dalla capolista, a un passo dall'eliminazione fino al trionfo.

In Austria, altra Nazione dove l'hockey è particolarmente sentito, hanno parlato di "favola del Bolzano", a sud delle Alpi, di "storica impresa". Grande artefice dell'impresa il tecnico finlandese Kai Suikkanen che, chiamato in piena emergenza dalla terra di Babbo Natale a stagione inoltrata, ha saputo rivoluzionare la motivazione dei giocatori.

Suikkanen, ben presto idolo dei tifosi, anche quest'anno siederà sulla panchina del Bolzano. "Mi piace questa società, mi piace la città, mi piacciono i tifosi e poi lo scorso anno tutto è andato bene – ha detto il 59enne coach -. Molti giocatori sono nuovi, adesso servirà trovare l'amalgama migliore. Ci vorrà del tempo ma già in Champions League vogliamo fare la nostra bella figura".

Parole di Mr. Kai, uomo dalle poche ma precise parole considerato in spogliatoio un "sergente di ferro". Quando si parla di Hockey Club Bolzano la valenza dei temi, doppio passaporto da concedere ai sudtirolesi, muro alla frontiera del Brennero tante volte annunciato ma mai realizzato, e i cartelli provocatori "Suedtirol ist nich Italien" ("Il Sudtirolo non è Italia", la traduzione in italiano), è nulla.

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