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La Lazio ha conquistato la 32ma edizione della Supercoppa italiana battendo 3-1 la Juventus. I biancocelesti hanno ottenuto il loro quinto trionfo in questa competizione bissando dopo appena due settimane il successo in campionato del 7 dicembre all’Olimpico sui bianconeri.

Al King Saud University Stadium di Riad, in Arabia Saudita, la squadra di Simone Inzaghi è passata in vantaggio al 16mo con una rete di Luis Alberto che ha raccolto un assist di Milinkovic-Savic dopo un corner. Al 45mo è arrivato il pareggio di Dybala, lesto a insaccare su una respinta corta di Strakosha su tiro di Ronaldo. Nella ripresa il gol di Lulic al 73mo su cross di Lazzari e spizzata sul secondo palo di Parolo. Nel recupero è arrivato il 3-1 di Cataldi su punizione al 94mo, dopo l’espulsione di Bentancur per il secondo giallo.

La Lazio è apparsa nettamente superiore a centrocampo e soprattutto nella ripresa ha contenuto molto bene la Juve. nel tridente bianconero si è salvato solo Dybala mentre CR7 e Higuain hanno combinato pochissimo. nella ripresa Sarri ha sostituito uno spento De Sciglio con Cuadrado e Higuain con Ramsey mentre nella Lazio Leiva, stanco, lascia il posto a Cataldi. Due minuti dopo fuori anche Luis Alberto, che era stato ammonito, e dentro Parolo.

“Abbiamo fatto qualcosa di magico: battere due volte la Juve nel giro di pochi giorni, davvero è incredibile”, ha commentato Inzaghi. “E’ stata una vittoria ultra meritata da parte della squadra che è scesa in campo con cuore, qualità e ferocia agonistica”, gli ha fatto eco il presidente della Lazio, Claudio Lotito, “abbiamo dominato per tutta la partita, questa è una conferma del fatto che possiamo confrontarci con tutti e dare grandi soddisfazioni a tifosi”.

“Può darsi che ora loro abbiano una condizione fisica superiore, magari tra due o tre mesi li portiamo via di peso dal campo”, ha dichiarato un amareggiato Sarri, “sono in un momento magico: poi se continuano così, c’è poco da fare per tutti”. “Siamo stati in partita, la mia sensazione eè che siamo arrivati qui con un piccolo deficit di energie fisiche e mentali”.

Vincenzo Montella non è più l’allenatore della Fiorentina. Lo comunica la società con una nota sul sito.

Montella è stato esonerato il giorno dopo la sconfitta dei viola contro la Roma avvenuta ieri. Il Club comunicherà, nei prossimi giorni, il nome del nuovo allenatore della Prima Squadra. “ACF Fiorentina – si legge nella nota – comunica di aver sollevato Vincenzo Montella dall’incarico di allenatore della Prima squadra.

La decisione del Club arriva al termine di una lunga e attenta analisi delle prestazioni e dei risultati ottenuti dalla squadra. L’obiettivo di dare un’immediata svolta positiva alla stagione in corso e la necessità di scendere in campo con serenità e grinta indispensabili per le partite future, hanno spinto Proprietà e Dirigenza alla decisione di revocare l’incarico all’attuale allenatore. La Fiorentina ringrazia Vincenzo Montella ed il suo staff per l’impegno e la serietà profusi in questi mesi e gli augura i migliori successi professionali per il prosieguo della sua carriera”. 

“Ben vengano questi risultati che sono stimolanti per tutta la squadra. Speriamo che questo momento magico delle nostre brave ragazze duri tutto l’anno e che qualcuna di loro riesca a vincere la Coppa del mondo generale che è impresa mai riuscita da un’azzurra. Dico che alle spalle di questi trionfi c’è un grande lavoro di gruppo”. Così in un’intervista con l’AGI, Deborah Compagnoni, la più blasonata e conosciuta sciatrice italiana della storia.

Compagnoni, oggi 49 anni, mamma di tre figli che si dedica al volontariato con una sua associazione onlus, è famosa nel mondo anche per essere stata la prima atleta ad aver vinto una medaglia d’oro in tre diverse edizioni dei Giochi olimpici. Deborah, 16 vittorie in Coppa del mondo, tre ori iridati tra il 1996 e il 1997, si è laureata campionessa olimpica nel 1992 in supergigante ad Albertville, nel 1994 in slalom gigante a Lillehammer e nel 1998 sempre in gigante a Nagano dove fu argento in slalom.

Parlando del suo passato paragonandolo alla polivalenza di oggi di Sofia Goggia e Federica Brignone, l’ex campionessa di Santa Caterina Valfurva dice, “quando nel 1992 mi sono infortunata al ginocchio alle Olimpiadi in Coppa occupavo il secondo con solo due discipline (slalom e gigante); mentre oggi Sofia e Federica sono competitive in tre discipline e quindi hanno molte più chance di vincere la Coppa generale”.

Dello sci di oggi, Compagnoni afferma che “la squadra italiana merita questi risultati anche in vista dei Mondiali di Cortina del 2021 e speriamo possano essere un volano per i maschi che attualmente sono un po’ in crisi nelle discipline tecniche”. “Forse c’è un ricambio generazionale molto più forte nelle donne come si evince dai distacchi abbastanza risicati di queste sciatrici giovani”, ha puntualizzato la valtellinese.

Due doppiette in questa stagione, le vittorie e i podi di Goggia e Brignone (terza azzurra più vincente in Coppa dopo Compagnoni e Kostner) fanno ritornare alla mente quella storica tripletta del 2 marzo del 1996 guidata proprio dalla Compagnoni nel gigante di Narvik. Nella località norvegese salirono sul podio anche Sabina Panzanini ed Isolde Kostner. “È un ricordo ancora molto vivo sia della gara che del podio, un momento molto speciale della mia carriera perché vincere e avere sul podio due compagne di squadra sono risultati che fanno bene ad uno sport come lo sci che resta individuale anche se ci si allena in squadra – sostiene Compagnoni -. La nostra vita è fatta di trasferte, hotel, allenamenti e gare”.

Analizzando gli staff personali, non sempre visti di buon occhio, Deborah Compagnoni porta la sua esperienza di fine carriera (1996-1999). “Il mio tecnico era Walter Durbano ma mi allenavo tanto con la squadra. Dico che per arrivare ad alti livelli sei hai vicino una persona di famiglia o fidata si riesce a rendere meglio: è un qualcosa in più. Dal 1992 al 1999 mi seguiva mio fratello Yuri. Questo aspetto sta già accadendo con Federica seguita dal fratello e questo è positivo. Le campionesse hanno bisogno di un appoggio logistico. Se una persona si comporta bene, sta al suo posto, sta defilata, sta nella posizione che deve stare, non vedo perché ci debbano essere ostacoli soprattutto se si tratta di atleta donna – spiega Compagnoni -. Lo sci resta uno sport maschile di suo, freddo, sacche e borsoni, molto faticoso”.

Cosa fa oggi Deborah Compagnoni? “Mamma a tempo pieno e mi occupo della ‘Onlus Sciare per la vita‘ che da 18 anni ha un evento importante a Santa Caterina per raccogliere fondi per la lotta contro la leucemia che vengono destinati alla cura, ricerca e assistenza per le famiglie a favore del reparto di ematologia pediatrica dell’Istituto Maria Letizia Verga di Monza”. L’onlus in tutti questi anni ha raccolto circa 600 mila euro. Compagnoni fa anche parte di un progetto per insegnare a sciare ai disabili anche tramite maestri di sci che sono stati ex atleti paralimpici. 

Tre scimmie per combattere il razzismo dilagante negli stadi e promuovere l’integrazione, la fratellanza e la multiculturalità: era questo l’intento dell’iniziativa della Lega Serie A, che però si sta trasformando in un nuovo autogol nella delicata partita contro le discriminazioni nel calcio, con le critiche piovute dagli stessi club e dai media internazionali.

Il trittico dell’artista Simone Fugazzotto, che dovrebbe essere esposta permanentemente nella sala assemblea della Lega, mostra tre scimmie in primo piano con il muso dipinto a rappresentare tre etnie: quella caucasica, quella africana e quella asiatica.

Un’associazione che molti hanno considerato di pessimo gusto: l’AS Roma su Twitter si è detta “molto sorpresa”. “Siamo consapevoli che la Lega voglia combattere il razzismo ma non crediamo che questo sia il modo giusto per farlo”, ha twittato il club giallorosso. Insomma, se il primate viene evocato dai razzisti pr offendere i calciatori di colore, per molti usarlo come simbolo dell’anti-razzismo è un controsenso. Sulla stessa lunghezza d’onda il Milan con un altro tweet: “L’arte può essere forte, ma siamo in totale disaccordo nell’utilizzare l’immagine delle scimmie come icona per la lotta al razzismo e siamo sorpresi dalla totale carenza di condivisione”.

Romelu Lukaku, l’attaccante belga dell’Inter in prima linea nella lotta al razzismo, ha fatto filtrare la sua critica parlando di “vergogna”. “Ogni volta che la Lega apre la bocca peggiora la situazione”, ha affermato Michael Yorkmark, ad di Roc Nation, l’agenzia che cura l’immagine dell’attaccante di Lukaku, “quelle immagini sono insensibili, imbarazzanti non solo per la Lega ma per i club in tutta Italia. È solo un’ulteriore indicazione della loro incapacità di capire il problema. Non hanno la minima idea di cosa fare in relazione al tema del razzismo nel calcio”. 

Fugazzotto, artista milanese famoso per le sue opere provocatorie, ha difeso così il suo lavoro: “Dipingo solo scimmie, come metafore dell’essere umano. La teoria evolutiva dice questo. Da qui parte tutto. La scimmia come scintilla per insegnare a tutti che non c’è differenza. Perché non smettere di censurare la parola scimmia nel calcio, ma rigirare il concetto e affermare invece che alla fine siamo tutti scimmie? Perché se siamo essere umani, scimmie, anime reincarnate, energia o alieni chissenefrega, l’importante è sentire un concetto di eguaglianza e fratellanza”.

L’eco della controversia ha varcato i confini nazionali approdando sulle testate di tutto il mondo, dal New York Times fino ad Al Jazeera. In Inghilterra il Sun si è chiesto se si tratti di uno scherzo e il Guardian ha parlato di una “burla malsana“. Il sito della Cnn l’ha definita un’iniziativa “oltraggiosa“.

Lo scivolone arriva una decina di giorni dopo che ad attirare le accuse di razzismo sul mondo del calcio italiano era stato un titolo in prima pagina del Corriere dello Sport, “Black Friday“, corredato con le foto di due giocatori di colore, Romelu Lukaku e Chris Smalling. Anche in quel caso erano piovute critiche dall’estero e gli stessi giocatori si erano ribellati. “Uno dei titoli più stupidi che abbia mai visto nella mia carriera – aveva commentato Lukaku. Così si continua ad alimentare la negatività e il tema del razzismo anziché parlare della bellissima partita che si giocherà fra due grandi club”. Sulla stessa linea Smalling: “È sbagliato e altamente indelicato. Spero che chi l’ha scritto si prenda le proprie responsabilità e comprenda il potere che ha in mano attraverso le parole e l’impatto che queste parole possono avere”. 

Il pilota di Moto Gp dell’Aprilia Andrea Iannone è stato sospeso dalla Federazione internazionale di motociclismo (Fim) dopo essere risultato positivo a un controllo antidoping. Nelle analisi eseguite su un campione di urina dopo il Gran Premio di Malesia a Sepang del 3 novembre scorso sono state trovate tracce di steroidi anabolizzanti, ha fatto sapere la Fim in una nota.

Il 30enne pilota abruzzese potrà chiedere la revoca provvisoria della squalifica e le controanalisi.

A Iannone è stato vietato partecipare a qualsiasi competizione o attività motociclistica fino a nuovo avviso. Ai sensi del Codice mondiale antidoping e del Codice antidoping Fim, la Federazione internazionale, fa sapere in una nota, “non è in grado di fornire ulteriori informazioni al momento”. 

Un cestista milanese di 37 anni della Osl Garbagnate è morto in seguito a un malore che lo aveva colto domenica durante una partita del campionato di serie C Silver. Alessio Allegri, capitano della Osl, si era accasciato a terra nel palazzetto di Rho nel corso della sfida contro La Torre di Torre Boldone, squadra della provincia di Bergamo. Subito soccorso e portato all’ospedale milanese Vialba, era sembrato riprendersi, ma lunedì sera è deceduto. 

Negli ottavi di finale di Champions League, la Juve pesca il Lione, l’Atalanta incontrerà il Valencia e il Napoli dovrà affrontare il Barcellona. Questi i sorteggi

  • Paris Saint Germain – Borussia Dortmund
  • Real Madrid – Manchester City
  • Atalanta – Calencia
  • Atletico Madrid – Liverpool
  • Chelsea – Bayern Monaco
  • Juventus – Lione
  • Tottenham – Lipsia
  • Barcellona – Napoli

“Terrific!”. Di fronte alla statua bronzea del “Pugile in riposo” di fattura ellenistica e risalente al II-I secolo avanti Cristo, opera di allievi di Lisippo, al Museo nazionale romano, Deontay Wilder, il campione del mondo dei pesi massimi Wbc (World Boxing Council) non trova le parole. Letteralmente messo ko dalla bellezza e maestà di quest’opera: “Magnifico, potente, eccezionale”.

Accompagnato in rappresentanza della Federazione pugilistica italiana dall’inseparabile Clemente Russo (leggenda del pugilato italiano che a 37 anni tenterà di andare alle Olimpiadi di Tokyo 2020) e dal campione italiano Guido Vianello (professionista dal 2018 e vincitore al Madison Square Garden di New York dell’incontro contro il pugile del Kentucky Luke Lyons per ko alla seconda ripresa), Wilder ha fatto visita questa mattina a una delle statue di pugile più famose del mondo.

Guida d’eccezione per il campione del mondo, il poeta Gabriele Tinti, che ha risposto a tutte le sue domande registrando anche la sua sorpresa di fronte a un’opera di tanta potenza e bellezza. L’attenzione di Wilder è andata sugli aspetti sportivi ed estetici, a partire dai guanti di combattimento. Nel periodo ellenistico, durante le prime olimpiadi, i pugili si sfidavano indossando i cosiddetti ‘cesti’ (le quattro dita sono infilate in un pesante anello costituito da tre fasce di cuoio tenute insieme da borchie metalliche).

E proprio questi ‘guantoni‘ di oltre duemila anni fa hanno calamitato l’attenzione dell’americano. “Colpire con quei cosi doveva avere effetti micidiali, gli incontri erano all’ultimo sangue”, il commento del campione. Che poi ha avuto conferma della sua intuizione osservando le orecchie del Pugile, tumefatte come erano quelle dei veri pugilatori greci che riportavano sempre, dopo gli incontri, ferite significative.

“È una statua maestosa, esprime una potenza incredibile”, ha detto ancora il campione, che poi si è detto ammirato del fatto che si fosse conservata così perfettamente dopo oltre due millenni.

Un momento di stupore, infine, di fronte al volto con gli occhi cavi. In origine, gli è stato spiegato, erano pieni ma nel tempo ciò che era all’interno è andato perso.

Deontay Wilder è un uomo semplice, è un milionario (nell’ultimo match di difesa del titolo contro Luis Ortiz ha guadagnato circa 20 milioni di dollari) e, soprattutto, è americano. Inevitabile quindi la sua domanda: “Quanto costa?”.

Monetizzare tutto per lui è normale, così come non è accettabile la risposta evasiva e generica: non ha prezzo. “Priceless? Nothing is priceless”, il laconico commento del campione del mondo Wbc prima di lasciare il Museo nazionale romano e andare in pellegrinaggio al Colosseo, visita conclusiva della sua tre giorni nella Capitale organizzata dalla Federazione pugilistica italiana iniziata ieri all’ospedale pediatrico Bambino Gesù, proseguita poi in visita privata dal Papa e conclusasi oggi con il Pugile e le meraviglie di Roma antica.

Domani poi volerà in America e inizierà la preparazione per affrontare, il prossimo 22 febbraio, Tyson Fury nell’11esima difesa del titolo Wbc, prima di realizzare (forse) il sogno di sfidare il campione del mondo Wba, Ibf e Wbo, la superstar britannica Anthony Joshua, nel match in cui verranno unificati tutti i titoli mondiali dei pesi massimi. Una sfida rilanciata oggi anche davanti al Pugile in riposo con il solito slogan: “One champion, one name, one face” (“perché i pesi massimi devono avere un solo campione”) e l’urlo di battaglia diventato ormai proverbiale, che è echeggiato nelle stanze del museo romano: “Bomb squad!“. 

La condizione di “non professionismo” delle atlete in Italia è stata molto discussa anche di recente, durante gli ultimi mondiali di calcio tenutisi in Francia. Adesso, con un emendamento al disegno di legge di Bilancio per il 2020 approvato dalla maggioranza in Senato, la situazione sembra destinata a cambiare.

Ma qual è il quadro di partenza? E in che modo l’emendamento andrebbe a modificarlo? Andiamo a vedere i dettagli.

La situazione per le atlete in Italia oggi

La situazione attuale, come abbiamo scritto in passato, discende dalla legge n. 91 del 23 marzo 1981, conosciuta anche come la “Legge sul professionismo sportivo”, che divide la pratica sportiva in due categorie: quella professionistica e quella dilettantistica.

In base all’articolo 2 della legge in questione, gli atleti che svolgono un’attività sportiva retribuita e con continuità nelle discipline regolamentate dal Coni sono considerati “professionisti” se ricevono questa qualifica dalle singole federazioni sportive nazionali. Chi non è “professionista” è di conseguenza dilettante. Questo, come avevamo spiegato in particolare per quanto riguarda la situazione nel mondo del calcio, ha conseguenze in termini di stipendi massimi possibili e – come vedremo meglio tra poco – di contributi previdenziali.

Il potere di qualificare gli atleti come professionisti è dunque in mano alle singole federazioni sportive, non al governo, con la sola condizione fissata per legge che i professionisti svolgano un’attività retribuita e continuativa in una delle discipline regolamentate dal Coni.

E infatti le cose cambiano da federazione a federazione. In Italia sono quattro quelle che, ad oggi, ammettono il professionismo, oltretutto solo per gli uomini: calcio, golf, ciclismo e basket. In passato potevano essere professionisti anche motociclisti e pugili ma le rispettive federazioni negli anni recenti hanno chiuso i propri settori professionistici.

Oggi, riassumendo, c’è già la possibilità teorica che le donne possano essere atlete professioniste ma nessuna federazione sportiva ha in concreto agito in questa direzione. Anche le atlete più note, come la nuotatrice Federica Pellegrini o la calciatrice Sara Gama, ad oggi non sono formalmente professioniste.

Ma, allora, in che modo un emendamento alla legge di Bilancio potrebbe portare al professionismo per le atlete donne, quando il potere di qualificarle in tal senso spetta alle federazioni?

Il problema dei costi

Secondo quanto riporta il Sole 24 Ore, uno dei principali motivi che ha finora spinto le federazioni a non qualificare come professioniste le proprie atlete è il timore che il costo per le società sportive del passaggio al professionismo rischierebbe di soffocare i movimenti femminili.

Sarebbe infatti il “datore di lavoro” (quindi la società sportiva) che fa un contratto all’atleta a doversi fare carico del pagamento della gran parte (i due terzi abbondanti) dei contributi all’atleta professionista, mentre per l’atleta dilettante – in base all’art. 67 del Tuir (Testo unico delle imposte sui redditi) e ss. – sono previste esenzioni e agevolazioni. Come vedremo tra poco, è quindi proprio su questo aspetto che va a incidere l’emendamento appena approvato in Senato.

Il testo dell’emendamento

L’emendamento (20.2, testo 3, che va ad aggiungere il comma 4-bis all’art. 20 del disegno di legge di Bilancio) ha come primo firmatario Tommaso Nannicini, economista e senatore del Partito democratico, e prevede in sostanza che lo Stato si faccia carico del costo dei contributi previdenziali per le atlete per i prossimi tre anni (non va invece a incidere sul potere delle federazioni di decidere in autonomia se istituire un settore professionistico o meno).

Si legge infatti nel testo dell’emendamento che “al fine di promuovere il professionismo nello sport femminile ed estendere alle atlete le condizioni di tutela previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo, le società sportive femminili che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo (…) possono richiedere per gli anni 2020, 2021 e 2022, l’esonero dal versamento del 100 per cento dei contributi previdenziali e assistenziali, con esclusione dei premi per l’assicurazione obbligatoria infortunistica, entro il limite massimo di 8.000 euro su base annua”.

Per finanziare questa misura vengono stanziati 2,9 milioni nel 2020 e 3,9 milioni a partire dal 2022. L’emendamento è stato approvato l’11 dicembre, con il parere favorevole dei relatori e del rappresentante del governo in Commissione. Dovrebbe quindi diventare una norma in vigore con l’approvazione della prossima legge di Bilancio, prevista entro fine anno.

Come risulta dal testo, ci sono due limiti alla portata di questo emendamento: il primo è di carattere temporale, per cui l’esonero dal versamento dei contributi dura solo per tre anni, passati i quali – in assenza di altri interventi normativi – il costo tornerebbe sulle società sportive. Il secondo è di carattere quantitativo: l’esonero può arrivare al massimo a 8 mila euro all’anno.

Per valutare l’impatto di questa novità bisognerà quindi vedere nei prossimi anni che decisioni prenderanno le varie federazioni, in particolare le quattro – calcio, golf, ciclismo e basket – che ammettono il professionismo almeno per gli uomini, ma non solo.

Al momento si registrano un’apertura positiva da parte di Damiano Tommasi, presidente di Assocalciatori (il “sindacato” dei calciatori), e un’accoglienza critica da parte di Mauro Fabris, presidente della Lega femminile di pallavolo.

Conclusione

L’emendamento alla legge di Bilancio approvato l’11 dicembre agevola il passaggio al professionismo per le atlete donne. In base alla norma infatti gli oneri previdenziali – che normalmente ricadrebbero in gran parte sulle società sportive – delle atlete professioniste saranno a carico dello Stato, nel limite di 8 mila euro all’anno per individuo, per i prossimi tre anni.

Questo non significa che, dopo l’approvazione della legge di Bilancio, le atlete italiane diventeranno automaticamente professioniste. Il potere di decidere se avere settori professionistici o meno spetta infatti alle federazioni sportive e non al governo (e l’emendamento in questione non incide su questo aspetto).

Finora solo quattro di queste federazioni hanno un settore professionistico e solo per uomini. Solo nei prossimi anni vedremo dunque quali e quante federazioni decideranno di approfittare dell’agevolazione prevista dall’emendamento per aprire al professionismo femminile.

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking,

scrivete a dir@agi.it

Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha deliberato il conferimento della cittadinanza italiana, per meriti speciali, al signor Abraham de Jesus Conyedo Ruano, atleta di nazionalità cubana che gareggia con i colori italiani nella disciplina della lotta stile libero, realizzando numerosi risultati di prestigio. 

Abram Conyedo è nato a Santa Clara nel 1993. Ha vinto la medaglia d’argento nella lotta libera alle olimpiadi giovanili di Singapore nel 2010 e quella di bronzo ai campionati panamericani di categoria nel 2012. Nella categoria senior invece ha guadagnato il secondo posto ai campionati panamericani di Santiago del Cile del 2015.

Nel 2018 disputa i campionati italiani. Da lì comincia a gareggiare per l’Italia: prima agli Europei di Kaspijksk, poi ottenendo la medaglia di bronzo ai mondiali di Budapest sempre nel 2018. La sua è stata l’unica medaglia conquistata dall’Italia in questa edizione dei campionati.

“Il Consiglio dei ministri ha deciso di dare oggi la cittadinanza per meriti speciali all’atleta Abraham de Jesus Conyedo Ruano. Come Abraham, ci sono migliaia di quasi italiani che meritano di vedere riconosciuto e premiato il proprio percorso di integrazione in Italia. Alcuni di loro sono intervenuti questa mattina in commissione aprendo il ciclo di audizioni sulle proposte di riforma che stiamo esaminando”.

“Dalle loro parole è emersa una chiara e forte richiesta di cambiamento. Sul tema dei diritti la società è sempre più avanti della politica”, ha detto in una nota Giuseppe Brescia (M5s), presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio e relatore delle riforme sullo ius culturae e ius soli. La commissione ha oggi ascoltato i rappresentanti di Italiani senza cittadinanza, Rete G2 – Seconde generazioni, Coordinamento nazionale nuove generazioni italiane – Conngi e Save the children.

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