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Quello terminato domenica è stato un secondo turno dei playoff NBA davvero emozionante, equilibrato e realmente decisivo. Ad ovest si giocheranno l’accesso alla finale i campioni in carica di Golden State, usciti incolumi dall’ostacolo Houston, e gli outsider di Portland che hanno avuto la meglio sui ragazzi terribili di Denver. Ad est, invece, la sfida sarà tra Toronto, reduce da sette maratone contro Philadelphia e Milwaukee che ha aperto la crisi estiva dei Boston Celtics. Ma cosa ci aspetta ora?

Golden State – Portland

È già stata ribattezzata la sfida dei “Curry”. Da una parte il più famoso Steph, dall’altra il meno noto Seth. Entrambi figli di quel Dell Curry, anch’egli tiratore di razza della NBA.

I Warriors sono reduci da quella che per molti era una finale anticipata. Houston è capitolata 4-2 nel momento forse più difficile per i californiani, privi in gara 6 di Kevin Durant per uno stiramento al polpaccio. Curry, nella gara decisiva, ha preso per mano i suoi compagni nel primo tempo (in cui ha fatto zero punti) distribuendo assist e mettendo in ritmo giocatori (Iguodala, Cook, Livingston, Looney) che hanno compensato, con una performance di altissimo livello, l’assenza del compagno. Nel secondo tempo (in cui ha fatto 33 punti), insieme a Klay Thompson, è stato lui a segnare i canestri decisivi che hanno infranto i sogni di gloria di Harden, Paul e del resto dei Rockets

 

I Blazers, invece, hanno sovvertito i pronostici di una gara 7 che li ha visti corsari in Colorado, terra dei Nuggets dove già erano caduti i San Antonio Spurs. Stavolta, come accaduto contro Oklahoma, non è stato Damien Lillard l’uomo decisivo del match. Le sue brutte percentuali sono state compensate da quelle di CJ McCollum e Rodney Hood. Per il Curry più giovane, Seth, zero punti in sedici minuti. Eufemisticamente, non la sua partita migliore. A Denver non è bastato stavolta il duo circense formato dal funambolo Murray e dall’orso ballerino, Jokic. Ma sono giovani e avranno tempo di rifarsi. 

Il pronostico ora appare scontato. Ma la squadra dell’Oregon venderà cara la pelle e senza Durant (almeno in gara-1) qualche speranza in più è lecita averla. Sognare, a questo punto, non costa davvero niente. 

 

Toronto – Milwaukee

In Canada ora ci credono davvero. Merito è di quel pallone che, partito dalle mani delicate di Kawhi Leonard, dopo descritto un arco perfetto, atterrando due volte sul primo ferro, due volte sul secondo ferro, si è infilato dolcemente dentro alla retina. Pochissimi secondi per decidere un match, una serie e il destino di due squadre. Una carambola incredibile che ha tenuto con il fiato sospeso un’intera nazione. I Raptors, unica squadra canadese della NBA, ha vinto così, sulla sirena della decisiva gara 7, la sfida con i Philadelphia 76ers. Una serie di playoff dura ed equilibrata risolta solo dal talento di un fuoriclasse, giunto a Toronto con un unico obiettivo: vincere (per poi probabilmente partire per altri lidi durante l’estate). 

 

L’unica serie che si è risolta in appena 5 partite è stata quella tra Boston e Milwaukee. In Massachussets la delusione è profonda. La squadra dell’ex compagno di LeBron James a Cleveland, Kyrie Irving, era partita addirittura come principale candidata alla conquista della Eastern Conference. Ma i Celtics non hanno mai trovato ritmo in attacco e soluzioni in difesa contro quel fenomeno greco-nigeriano che risponde al nome di Giannis Antetokounmpo, devastante come contro i Pistons, al primo turno. Ma la vittoria dei Bucks è frutto anche della crescita dei compagni: Middleton, Mirotic e Bledsoe su tutti.

 

Anche ad est, a dirla tutta, ci sarebbe sulla carta una sfida in famiglia. Stavolta dal sapore europeo. Tra le file della squadra canadese milita infatti Marc Gasol mentre nello Wisconsin è approdato il fratello maggiore Pau. Ma se il primo è sempre più decisivo per le sorti della sua squadra, il secondo, tra infortuni e scelte tecniche, non riveste più il ruolo di un tempo. Decidere qui, un favorito, è impossibile. Ma ipotizzare che anche questa possa essere una serie da sette gare non è affatto improbabile. 

La Roma ha ufficializzato che quella con il Parma sarà l’ultima partita di Daniele De Rossi con la maglia giallorossa. 

“De Rossi non si ritirerà dal calcio giocato”, si legge sul sito della società. “All’età di 35 anni, ha intenzione di intraprendere una nuova avventura lontano dalla Roma”.

“Per 18 anni, Daniele è stato il cuore pulsante dell’AS Roma”, ha dichiarato il presidente del Club Jim Pallotta. “Ha sempre incarnato il tifoso romanista sul campo con orgoglio, affermandosi come uno dei migliori centrocampisti d’Europa, a partire dal suo debutto nel 2001 fino a quando ha assunto la responsabilità della fascia da capitano.

Ci commuoveremo tutti quando, contro il Parma, indosserà per l’ultima volta la maglia giallorossa e rispettiamo la decisione di proseguire la sua carriera da calciatore, anche se, a quasi 36 anni, sarà lontano da Roma.

 

ROMANISTA. CAPITANO. DANIELE DE ROSSI#DDR16 pic.twitter.com/0JqyucZAT6

— AS Roma (@OfficialASRoma)
May 14, 2019

De Rossi, romano, romanista e cresciuto nel settore giovanile della società, ha finora collezionato 615 presenze e 63 reti nei suoi 18 anni in maglia giallorossa e occupa il secondo posto tra i calciatori con più partite nella Roma, alle spalle di Francesco Totti.

La società ricorda che è entrato a far parte del settore giovanile del Club nel 2000, arrivando a debuttare in prima squadra nel 2001, prima di affermarsi rapidamente come uno dei migliori interpreti del suo ruolo. De Rossi ha ufficialmente ereditato la fascia di capitano da Francesco Totti dopo il suo ritiro nel maggio del 2017. 

Elia Viviani è stato declassato per una manovra irregolare nella volata con cui si è aggiudicato la terza tappa del Giro d’Italia, Vinci-Orbetello. La vittoria viene così assegnata a Fernando Gaviria, che si era piazzato secondo alle sue spalle. 

Il velocista della Deceuninck-Quick Step aveva regolato allo sprint il colombiano Fernando Gaviria e il tedesco Pascal Ackermann, che si era aggiudicato la volata di ieri. Lo sloveno Primoz Roglic resta in maglia rosa.

Errare humanum est. Il giudice di sedia, Gianluca Moscarella, vede sula riga e non appena fuori il servizio e cambia il giudizio del giudice di linea. Anche se è il match point del tie-break, Marton Fucsovics non può sostenere di aver perso per quell’unico punto la partita contro Nikoloz Basilashvili, per quel servizio dell’avversario che per lui è dannatamente fuori. Ma certo, come altre volte, come per altri colleghi, come in altre partite, ripenserà a vita quell’unica palla.

Tanto che, uscendo dal campo, fotografa il segno sulla terra rossa del Foro Italico. Una traccia che conferma le sue ragioni. Che ripropone, amaro, su Instagram: “Ultimo punto del match, non volevo farlo ma ho ricevuto tante richieste di mostrare la foto che ho fatto sulla riga del campo… Se la palla è fuori, è doppio fallo, e mi avrebbe lasciato una possibilità. Ma l’arbitro ha detto il contrario…”.

Marton #Fucsovics fotografa e documenta l’accaduto. pic.twitter.com/cOv9z365mr

— Luca Fiorino (@LucaFiorino24)
12 maggio 2019

Questa foto rilancia la domanda di tutti: perché solo nei tornei sulla terra rossa non esiste Hawk Eye, Occhio di falco, il sistema elettronico, che con l’ausilio delle telecamere, determina se la chiamata dei giudici di linea è giusta o no? Dennis Shapovalov, fra i portabandiera d’avanguardia della Next Gen, appena nota il messaggio, abbraccia il collega ungherese su Twitter: “Per questa cosa è brutale. Abbiamo bisogno dell’Occhio di falco anche sulla terra. Ci dev’essere un sistema. Ragazzi, che ne pensate?”.

Soffiando sul fuoco della polemica, e lanciando una sorta di sondaggio fra gli amici. Tanto che Taylor Fritz, un altro giovanissimo, gli ha subito risposto, alzando il polverone nel players lounge: “Sono anch’io in ballo e ho bisogno che le pallottole Hawkeye lascino segni evidenti…. E’ indispensabile che gli arbitri posano vedere correttamente i segni della palla e identificare quali sono dentro e quali fuori dalle righe. Questo incidente specifico deve essere affrontato perché la chiamata di questa palla è assolutamente inspiegabile”.

Scatenando  una serie di pareri, fra cui quello telegrafico della pro francese, Alizé Cornet, “OMG” (O mio Dio), con anche link allegati di altri fattacci

Occhio di Falco non esiste anche al Roland Garros, lo Slam sul “rosso”, perché, ufficialmente, come spiega il super-tecnico Peter Irwin, esiste un problema di pulizia dell’immagine. “Misuriamo il campo, ma abbiamo bisogno di misurare anche le ondulazioni del terreno, i mini vortici causati dagli spostamenti, dal vento o dalla pioggia. Quando si gioca sulla terra il terreno è in continua evoluzione. Dovremmo quindi costantemente ricalibrare il sistema, cosa che comunque già facciamo sull’erba”. 

Il problema vero è economico. Centomila dollari a campo, più la manutenzione sugli 8 campi di Roma, costerebbero un bel po’ di quattrini. Per un macchinario che chiunque giochi a tennis giudica assolutamente inutile. Il segno è sempre chiarissimo. Ditelo a Fucsovics e agli giovani picchiatori della NextGen.

La prossima frontiera? Il mentale. Lo sport tutto, e il tennis in particolare, al Simposio del Foro Italico di Roma, pre-Masters 1000, indica la strada. Il guru Nick Bollettieri benedice il percorso. José Perlas, coach spagnolo dal super pedigree sorride sornione ripensando a come ha cambiato la vita a molti talenti indecisi. Da Carlos Moya, che ha portato a una finale, a un titolo Slam e addirittura al numero 1 del mondo, all’altro iberico Albert Costa, che ha accompagnato alla conquista del Roland Garros, dal “mago”, ai tanti altri che ha rilanciato: l’argentino Guillermo Coria, “mosquito” Juan Carlos Ferrero, il serbo Janko Tsiparevic, “Nico” Almagro dal portentoso rovescio e Fabio Fognini.

Perlas, sembra si sia specializzato in talenti un po’ folli.

“Beh, ora, con Dusan Lajovic, ho però un giocatore che tiene aperti gli occhi dal primo all’ultimo momento per imparare tutto quello che può, ha una grandissima voglia di fare, anche se di certo non ha tutto il repertorio di Fognini”.

Lei è stato uno dei primi coach-psicologi.

“In verità la psicologa è mia moglie. Io cerco di dare ordine nelle priorità da raggiungere: con un atleta, bisogna andare avanti un passo alla volta, ma come prima cosa bisogna capire l’ordine delle cose da fare. Creare una solidità di base su cui costruire capacità e qualità del singolo. Che è uno diverso dall’altro e quindi ogni volta bisogna trovare la chiave giusta. Quella è la magia del nostro lavoro per dare le informazioni che occorrono al giocatore, senza creare confusione”.

Poi però comincia il lavoro mentale.

“Bisogna ragionare insieme, capire qual è il limite. Esempio: la gente pensa he Ferrero potesse fare solo certe cose, in campo, invece poteva fare qualsiasi cosa. E lo ha dimostrato vincendo sul duro e diventando numero 1 del mondo. Aveva ricevuto una certa formazione. E lo stesso Albert Costa, che però giocando bene anche fuori dalla terra rossa è diventato un top player”.

La domanda-chiave che lei pone al suo giocatore è: “Lo vuoi davvero?”. 

“Certo, perché non basta il pensiero, l’idea. In generale, il primo anno di lavoro serve per capire come riuscire, nel secondo si ottengono i risultati, ma la cosa più difficile è proprio quella di dedicarsi con amore al tennis, senza guardarlo come a un sacrifico. Deve esistere l’impegno”.

Altrimenti che succede?

“Altrimenti, si scappa dalle proprie responsabilità, e quindi dall’allenatore, perché è più facile dare la colpa dell’insuccesso a un altro piuttosto che a se stessi. Quando scade l’impegno ci si separa, com’è successo sia con Nico (Almagro) che con Fabio (Fognini). Ma si rimane amici con tutti. A parte uno”. Lui non lo dice ma è Feliciano Lopez.

Quali sono i due passaggi fondamentali nell’educazione del tennista professionista?

“È come quando leggi un libro e dopo dieci pagine pensi a un’altra cosa. Così, nel tennis devi trovare come prima cosa la concentrazione. Che parte dalla motivazione giusta: devi farlo per te stesso e non per altri. E poi devi avere l’emozione, che però deve avere dei ricordi che acquisisci nell’allenamento, per cui poi in partita non ti blocchi l’esecuzione davanti alla sorpresa, alla situazione che non ti aspetti e non conosci. Non è una psicologia della galassia, è una psicologia normale, che un giorno vorrei insegnare in una scuola mia, spiegando come trovare la soluzione”.

Ma in base a quale ragionamento, Perlas  accetta o rifiuta un cliente?

“Cerco di individuare quello che può darmi più soddisfazione: meglio il 115 del mondo da portare “top ten” di uno già fatto e finito”.

Il “matrimonio” con Fabio Fognini è durato cinque anni, a un passo dai “top ten”. Oggi le sembra cambiato?

“No, sinceramente, come sempre, è sempre a lottare con se stesso. Invece devi stare in pace con te stesso per puntare al meglio all’obiettivo e non a sprazzi, per dieci minuti, un giorno, una settimana”.

I genitori spesso diventano un problema dell’atleta e del coach.

“Sono fondamentali all’inizio, ma poi, da adulti, devono trovare il punto in cui lasciare andare il figlio nel mondo del professionismo. Capisco quando hai una figlia e temi che incroci le persone sbagliate. Ma in generale molti non capiscono che rimarranno per sempre genitori anche se lasciano i figli camminare senza di loro. E questo problema esiste da una ventina d’anni, prima non esisteva. Magari è per i tanti soldi in ballo o per certi genitori che hanno avuto risultati da allenatori dei figli. Ma devono decidersi a uscire dalla foto per non farli diventare dipendenti”.

È un Angelo Binaghi soddisfatto quello che parla con AGI dell’edizione 2019 degli Internazionali d’Italia nei quali il tennis azzurro schiera molti campioni e che vede dopo alcuni anni il ritorno di Roger Federer al Foro Italico.

Il presidente della Federtennis si dice orgoglioso di aver “cacciato i privilegiati che occupavano lo stadio centrale coi biglietti omaggio, e vedere la gente felice perché può andarci rende felice anche me”, aggiunge. 

Il fatto che tanti tennisti azzurri siano in rampa di lancio è merito di una nuova aria che si respira: il tennis italiano non litiga più, giocatori e coach vanno d’accordo fra di loro e con la Fit. Binaghi è stato bravo, ma ha avuto anche fortuna.

Presidente Binaghi, perché le Atp Finals si disputeranno a Torino e non in un’altra città italiana?

“Perché ha un palasport da 15 mila posti come chi veniva richiesto dall’Atp e tutte le facility per un evento del genere, eppoi perché il sindaco Appendino, che è stata terza categoria di tennis, è molto combattiva e più di altri ha capito quanto fosse interessante per la città un simile evento, e ha lottato fino alla fine. Senza tutta la sua combattività Torino non ce l’avrebbe fatta”.

Il miracolo vero è che lei ha messo insieme tute le forze e le ha fatte andare d’accordo.

“Il vero miracolo è proprio questo: io che da diciannove anni prendo calci in culo da destra e da sinistra, al punto che stavo spostando gli Internazionali d’Italia da Roma in un’altra città, ho fatto andare d’accordo tutte le forze, di qualsiasi parte. Ne sono felice perché le Finals possono rappresentare un’enorme, ulteriore, svolta per il tennis italiano”.

Il successo degli Internazionali d’Italia continua ad aumentare.

“Mercoledì, per l’esordio di Federer, abbiamo raddoppiato i prezzi dei biglietti ancora invenduti. È un modo per premiare gli appassionati che si sono assicurati prima il posto, e l’hanno pagato molto di meno. Questo è il primo anno in cui c’è uno sconto del 10% ai tesserati ed esiste il fast-track (l’accesso prioritario) per loro sulla Grand Stand Arena”.

Qual è la cosa che la rende più orgogliosa agli Internazionali?

“Ho cacciato i privilegiati che occupavano lo stadio centrale coi biglietti omaggio, e vedere la gente felice perché può andarci rende felice anche me”.

Anche l’accordo con Sky, con lo scambio di diritti con SuperTennis, lo considera un successo?

“Con Sky siamo usciti da quindici anni di incomprensioni: noi non abbiamo altro interesse che far vedere più tennis in tv e loro sono un’emittente tv. Tutte le iniziative che la Fit ha preso, negli anni, le ha prese guardando avanti. Qualcuno, anche Palmieri, non era d’accordo quando abbiamo stretto l’accordo con la Coni Servizi, ad esempio, ma noi, potendo, faremmo un accordo tv anche con Eurosport. Siamo partiti con la Rai, siamo passati a Mediaset per mostrare in diretta le partite maschili. La nostra tv non ha fini commerciali ma di promozione del nostro sport, non necessariamente in modo diretto. Sempre con l’obiettivo di mostrare più tennis possibile in tv”.

Il tennis italiano non litiga più, giocatori e coach vanno d’accordo fra di loro e con la Fit. Lei è stato bravo, ma ha avuto anche fortuna.

“Non dipende solo da me, l’accordo coi coach privati c’era già prima, così come la collaborazione, oggi ci sono più denari, anche grazie alla tv, e di questo circolo virtuoso possono usufruire tutti gli attori del tennis. Non più divisi, con ognuno che fa il suo mestiere e non fa più politica. La fortuna? Quando si perde è colpa del presidente, quando si vince sono stati bravi i giocatori e gli allenatori, e c’è stata fortuna”.

Si può ricominciare a parlare di scuola del tennis italiano?

“Da anni, sia al Coni che in ambito internazionale la nostra scuola è considerata all’avanguardia, come struttura, come tutto. Fra le prime del mondo. Anche questo ha contribuito sicuramente ai successi attuali dei nostro atleti uomini”.

I Moschettieri di Davis del ’76 erano solo quattro, a Formia da Mario Belardinelli, oggi le realtà sono di più e in più regioni.

“Geograficamente lo sviluppo è più diffuso, non solo in Italia, ma nel mondo. Oggi, di sicuro, il tennis italiano non era così strutturato, come la Fit, dopo dieci anni di risultati delle donne, della tv, degli Internazionali, delle NextGen, della possibilità di organizzare le Atp Finals. Oggi la macchina c’è, ma abbiamo davanti a noi una grossa gatta da pelare come le Finals di Torino, che necessita di un grande impegno sotto tutti i punti di vista. Per dare un’altra, incredibile, botta al nostro sistema”.

E il futuro di Angelo Binaghi, sarà ancora alla Fit o piuttosto al Coni?

“Premesso che nessuno mi voterebbe, chi me lo fa fare? Sarebbe una follia. Con le Atp Finals il bilancio della Federtennis sarà di 100-120 milioni di euro, quello della Figc è di 125 (con l’apporto Coni). Con l’avvento di Sport e Salute, il nuovo Comitato Olimpico Italiano gestirà 40 milioni di euro”.

Angelo Binaghi non ha più ambizioni?

“Le mie ambizioni sono sempre state soltanto quelle del tennis italiano. Non certamente dirette alla mia persona singola come tale. Qualcuno dice che 15 anni fa qualcuno si è venduto il torneo ai tedeschi, io per non cedere ai tedeschi le Atp Finals mi sarei venduto io”.

A proposito, le Atp Finals hanno annullato i progetti di upgrading col torneo di Madrid che si accavalla con Roma?

“No, anzi, nell’affrontare gli scenari molto complessi delle Finals, abbiamo riparlato anche di questo, con la possibilità che Roma arrivando a un torneo di 10 giorni. Ma la vicenda del nuovo presidente Atp ha rimandato l’ipotesi, io credo al 2022. Per noi va bene così, visto che al momento abbiamo questo impegno così ampio e costoso, sia sotto il profilo finanziario che organizzativo di Torino. Però, fra qualche anno potrà navigare sereno”.

La nuova maglia della Juventus non avrà più le strisce bianche e nere verticali, ma mantiene l’alternanza dei colori con un tocco di rosa. Sul sito della società si parla di questa “scelta coraggiosa” che “rompe gli schemi senza dimenticare l’eredita’ del passato”.

“Per la prima volta”, si legge nella nota di lancio, “la divisa bianconera è divisa in sole due parti: ovviamente, una bianca e una nera. Ma insieme ai colori iconici del Club, c’è anche un inatteso rosa: è quello presente al centro, proprio fra il bianco e il nero. Il primo colore della storia Juventina (il rosa) insieme a quelli che ne hanno costruito la gloria”.

Per la società questa maglia “è più di una maglia: è un invito ai fans ad abbracciare un pensiero nuovo. Diverso. Ma sempre, profondamente, juventino”.

La maglia, annuncia il club in un video, debutterà questa sera all’Olimpico contro la Roma. “Una scelta. Una promessa. Fianco a fianco”, è il motto scelto per presentarla.

Raggiunte faticosamente le due finali europee tutte inglesi, tra i tifosi di Liverpool e Tottenham e di Arsenal e Chelsea monta la rabbia per i pochi biglietti disponibili e per le difficoltà logistiche. L’Uefa aveva infatti già messo in vendita un terzo dei tagliandi per l’ultimo atto della Champions a Madrid mentre per la finale di Europa League a Baku ci sono forti restrizioni a cui si aggiungono le difficoltà per i voli.

La finale Champions tra Liverpool e Tottenham si disputerà il primo giugno al Wanda Metrolitano di Madrid: su 68.000 posti, le due tifoserie inglesi hanno ottenuto appena 16.613 biglietti ciascuna mentre i rimanenti sono finiti agli sponsor o sono già stati messi in vendita online dall’Uefa da inizio aprile. Sui siti specializzati, però, vengono già offerti a prezzi anche quintuplicati: una tribuna centrale arriva a costare più di 6 mila euro.

Le due tifoserie organizzate, Spirit of Shankly per i Reds e il Supporters’ Trust degli Spurs, hanno diffuso un comunicato congiunto per denunciare una distribuzione “meschina” e per chiedere in futuro “un tetto” ai prezzi dei biglietti, più trasparenza e protezione dalla lievitazione dei prezzi di voli e hotel. “Basta fare i soldi sulla fedeltà dei tifosi”, si legge ancora, “per molti la finale non è un evento a sè ma il culmine di un anno di trasferte in giro per l’Inghilterra e l’Europa”. 

Ancora peggio per la finale di Europa League a Baku, Arsenal-Chelsea, del 29 maggio: le due tifoserie avranno solo 6 mila biglietti a testa su un totale di 68.700 posti dello stadio Olimpico. È stata infatti decisa una drastica riduzione della capienza e ai 12 mila inglesi si aggiungera’ un numero limitato di spettatori locali. In questo caso c’è anche la beffa di una trasferta ‘intercontinentale’ in Azerbaigian: per assistere a un derby londinese tra due squadre i cui stadi distano 10 chilometri si dovrà fare un viaggio di 4 mila chilometri, fino al Mar Caspio, e richiedere il visto per l’Azerbaigian. Senza contare che nella settimana della finale non sono previsti voli diretti Londra-Baku: quindi o si parte il sabato 25 e si torna una settimana dopo, oppure sarà necessario fare almeno uno scalo, per esempio a Kiev o a Istanbul, e mettere in preventivo un viaggio di una decina di ore.

L’allenatore del Liverpool, Jurgen Klopp, ha accusato l’Uefa per la scelta delle sedi delle finali: l’anno scorso quella di Champions a Kiev dove i Reds furono sconfitti dal Real Madrid, quest’anno l’Europa League a Baku (preferita a Siviglia e Istanbul). “Non so questi cosa si mangiano per colazione”, ha ironizzato il tecnico tedesco.

Da una parte i grandi club che vorrebbero una super Champions (o super Lega), dall’altra i piccoli e medi club che invece vorrebbero più chiarezza prima di dare il via libera alla nascita di questo campionato d’élite. La posta in palio non è banale, visto che si tratta di ridisegnare, a partire dal 2024, il futuro del calcio europeo.

Quelle che potevano essere catalogate come semplici schermaglie ora stanno iniziando a diventare prese di posizione sempre più nette. Da tempo si parla di una nuova suddivisione dei campionati europei che possa portare maggiori introiti e rispondere a un mercato più ampio e globale.

In questa nuova organizzazione scomparirebbe la semplice divisione in Champions ed Europa League come oggi la conosciamo. Al loro posto si potrebbe assistere alla nascita di tre campionati (una sorta di Serie A, B e C) ognuno di questi a 32 squadre per un totale di 96 compagini (16 in più rispetto alle 80 attualmente iscritte alle competizioni europee).

Tutte le partite si giocherebbero durante il weekend, con lo spostamento dei campionati nazionali al martedì e al mercoledì. Questa sarebbe l’ipotesi più accreditata ma di certo non c’è ancora nulla.

A parte il dialogo partito tra la UEFA, presieduta da Alexander Ceferin, e l’ECA, l’European Club Association che rappresenta, dal 2008 anno della sua fondazione, i club del Vecchio Continente (attualmente 232 iscritti).

Una questione economica

Il fattore guadagno, come scrive il Sole 24 Ore, è l’aspetto che sta convincendo molti club ad attuare questa rivoluzione.

L’attuale Champions League fattura una cifra di poco superiore ai 3 miliardi a stagione. Di questi, poco meno di 2 miliardi, sono ad appannaggio dei club che partecipano alla fase ai gironi.

Numeri inferiori ad altre grandi leghe professionistiche mondiali, come la NFL e la NBA. Secondo il giornale di Confindustria una Champions con match di alto livello, calendarizzati nel weekend e “a orari compatibili con il prime time televisivo di Cina, India, Giappone, Indonesia, Nordamerica e mondo arabo potrebbe triplicare gli incassi, arrivando a quota 10 miliardi stagionali con ricadute positive su tutta la piramide calcistica”.

Per i club, quindi, ci sarebbe maggiore spazio di manovra, nuovi pubblici da intercettare e possibili aperture a mercati molto ricchi. Difficile non esserne ingolositi. 

 

Il vero rischio di “asfissia” per i campionati nazionali è la straripante Premier League non la SuperChampions che anzi potrebbe assicurare più soldi a tutto il sistema.
Ecco la mia analisi sulle polemiche di questi giornihttps://t.co/i8ZkJnbQUI

— Marco Bellinazzo (@MarcoBellinazzo)
9 maggio 2019

 

Una questione di tutela nazionale

Se da una parte ECA e UEFA hanno annunciato di non voler realizzare un riassetto in maniera autonoma ma si stanno impegnando a lavorare allo stesso tavolo, sono i club meno in vista, ma non meno ambiziosi, a scontrarsi sul futuro della massima competizione europea.

L’ECA, guidata da Andrea Agnelli, presidente della Juventus, è composta dai club più importanti del Vecchio Continente, quelli che sarebbero maggiormente propensi alla riforma.

Così, lo scorso marzo, ad Amsterdam lo stesso Agnelli annunciava i passi avanti fatti: “Abbiamo lanciato ora il processo per sviluppare una visione per il futuro delle competizioni Uefa per club. Questo è l’inizio di un viaggio che vedrà il coinvolgimento di tutte le parti interessate”.

L’Europeans Leagues, invece, è un’organizzazione che rappresenta più di 900 team, anche quelli medio-piccoli, e che spinge per avere maggiori garanzie per la tutela e la salvaguardia dei campionati nazionali e delle realtà meno facoltose.

Quest’ultima, il 6-7 maggio, si è riunita a Madrid con la presenza di oltre 200 tra proprietari e dirigenti (Juve, Roma e le due squadre milanesi uniche assenza per l’Italia).

Tra i più scettici, spicca la figura di Urbano Cairo, presidente del Torino: “La Superlega dovrebbe giocare sabato e domenica, relegando i campionati al martedì o mercoledì: le squadre ricche lo diventerebbero di più, e le altre perderebbero appeal. Per chi ama il calcio, i campanili, le sfide, questa scelta non rispetta il popolo italiano. Questo tipo di Champions è molto interessante, ma i campionati devono essere tutelati”.

Non ci sarebbe, quindi, una chiusura totale ma solo una richiesta di maggior democrazia e partecipazione.

 

Una questione meritocratica

Molti club usano l’Eurolega di basket come modello da non seguire, e per questo preoccupante.

La possibile partecipazione alla massima competizione cestistica europea infatti è regolata, in parte, da licenze pluriennali concesse ai club più forti.

Licenze con diverse clausole che metterebbero in secondo piano i risultati ottenuti sul parquet. Ovvero molte squadre hanno la certezza di partecipare a diverse edizioni dell’Eurolega senza dover per forza vincere il proprio campionato di riferimento (o classificarsi tra i primi posti).

Il meccanismo di promozioni e retrocessioni, qualificazioni ed esclusioni, resta probabilmente l’argomento più delicato nell’organizzazione della nuova super Champions League.

Insieme a quello che riguarderebbe le “resistenze” di alcuni campionati, come la Premier League, i cui stadi sono sempre pieni e i cui diritti tv sono venduti ovunque nel mondo. Come reagirebbero i tifosi più tradizionalisti nel vedere i propri beniamini giocare a metà settimana?

Una questione nazionale  

A dare conferma a questo pericolo ci ha pensato anche Mario Sconcerti, dalle pagine del Corriere della Sera: “La cosa più probabile è che la nuova Champions si giocherà il sabato e la domenica. Le conseguenze sono molto chiare: il vero campionato sarebbe quello europeo; televisioni, sponsor, valore del marchio, aumenterebbero solo per le sue partite e le sue squadre. Il campionato nazionale perderebbe infinitamente valore”.

Tra i rischi c’è sicuramente un turnover pesante, un depotenziamento delle sfide che hanno scritto la storia della Serie A, uno sguardo solo ai match con le altre potenze europee.

Una globalizzazione esagerata che svuoterebbe il calcio della sua tradizione e della sua storia in cambio di un mucchio, seppur molto grande, di quattrini.

Una posizione simile è stata espressa anche dal vice-direttore della Gazzetta, Andrea Di Caro: “Qualsiasi riforma non può prescindere dal tentativo di valorizzare il nostro calcio rendendolo più competitivo ed equilibrato: attraverso una diversa ripartizione delle risorse, riforme dei campionati, nuovi impianti”.

Stop alle favole calcistiche?

Alessandro Vocalelli, su TuttoSport, ricorda quanto le cosiddette cenerentole siano fondamentali nello sport.

Osservare i Davide che, contro ogni pronostico, superano i Golia potrebbe diventare un valore da proteggere: “La sensazione è che una super Champions finirebbe per contraddire lo spirito stesso del pallone, facendo venire meno anche quella naturale aspirazione di raggiungere i massimi palcoscenici esclusivamente con le proprie forze. Come successe al Chievo, capace di approdare addirittura ai preliminari della Coppa più importante. Oppure, ed è attualissimo, basta prendere l’esempio di questa splendida Atalanta, che si trova a tre giornate in piena corsa per andare in Champions”.

Una questione politica

Qualche giorno fa è intervenuto anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, a cui spettano, vista la delega allo sport, molte decisioni.

Il suo è stato un vero monito: “È un momento molto delicato. C’è la possibilità che tutte le risorse si concentrino nella Super Champions depauperando tutto il sistema delle altre competizioni”.  E ancora: “Se viene meno il merito sportivo salta il presidio che regge tutto il sistema”. Anche in questo caso, a dirla con il linguaggio del governo, prima i tifosi (e i team) italiani. Almeno per ora. 

“EL MAYOR RIDICULO DE LA HISTORIA”. Tutto Maiuscolo. “Sport” il quotidiano catalano, che è un po’ un house organ del club blaugrana, ha un titolo di copertina durissimo per la squadra del cuore.

“Il Barça scrive la pagina più nera… Roma non era un sogno: storica disfatta del Barça ad Anfield”. Tornando col pensiero all’incubo di Roma 2018, quando Messi e compagni si mangiarono il 4-1 dell’andata in casa perdendo 3-0 all’Olimpico.

E sottolinea: “Zimbello d’Europa, un gol che non prendono nemmeno i ragazzi della scuola calcio elimina il Barça”.

Cioè il gol su calcio d’angolo che, battuto a sorpresa, lascia ancora di sasso la difesa di Barcellona.

El Mundo Deportivo, il primo giornale sportivo del paese e il secondo d’Europa – dieci anni più giovane della Gazzetta dello Sport –, titola lapidario: “Nuova debacle europea del Barça y adiòs a la Champions”. “Proprio come a Roma, la squadra di Valverde rivive un’altra serata imperdonabile, lascia scappare una sconfitta ad Anfield e saluta la finale di Champions League”.

Madrid sogghigna

I cugini di Madrid ci vanno ovviamente giù duri. Della serie: “Se Atene piange Sparta non ride”.

Le due squadre spagnole, rivali storiche, sono le più ricche e famose: i merengues hanno firmato 13 volte la coppa più importante, quattro negli ultimi cinque anni, e i blaugrana hanno messo cinque tacche nell’albo d’oro. Ma l’ultima stagione europea è stata deludente per entrambe.

Così “Marca”, che è più vicina al Real, titola “FRACASO HISTORICO, e poi insiste: “Ecatombe ad Anfield”, indicando come primo colpevole l’allenatore: “Il disastro di Anfield lascia Valverde ai margini dell’abisso”, e gli chiede direttamente: “Deve continuare ad essere l’allenatore?”.

Con l’imputato che risponde: “Non so quanto questa sconfitta possa influenza il mio futuro”.

Con l’altro giornale pro-blancos, AS, che grida: “Tuono ad Anfield”.

 “20 minutos”, il quotidiano gratuito pubblicato da lunedì a venerdì, il periodico più seguito di Spagna con 2.507.000 lettori, titola: “El Barça ridiculizado por el Liverpool”. Sottolineando nella cronaca: “I giocatori di Valverde sono entrati in campo tremando, come se il You’ll Never Walk Alone di Anfield li avesse intorpidi ed intimiditi”.

Il gettonatissimo Tele13, salva solo Vidal: “L’unico che è stato all’altezza”. Come del resto gli altri media, unanimi.

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