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AGI – L’esultanza del pesce morto di Fifa, in cui ci si getta a terra come se si fosse esanimi: Daniil Medvedev ha scelto questo modo per celebrare il trionfo agli Us Open su Novak Djokovic, a cui ha negato il Grande Slam. Ed è stata ancora una volta una scelta fuori dagli schemi per il 25enne di Mosca. “Cosa ho fatto dopo il match point? Solo le leggende possono capirlo, L2 e sinistra“, ha spiegato alludendo al comando dei videogiochi, l’altra sua grande passione.

L’orso

Il “bear”, l’orso, come è soprannominato il numero due del mondo, fino a pochi anni fa veniva spesso confuso con il suo omonimo, Andrei, all’epoca nella Top 10 mondiale ma con cui non ha nessuna parentela. Nel circo della racchetta Daniil veniva considerato un tipo freddo ed eccentrico, alto e dinoccolato con il suo metro e 98 per 85 chili. Eppure ha sempre mostrato un’ironia affilata e una capacità di pensare fuori dagli schemi che si nota anche in campo.​ ​​​​​​”Sono un ragazzo semplice e tranquillo ma il mio mondo interiore è molto complesso e articolato, oserei dire che è incomprensibile anche per me”, ha detto Medvedev di sè.  

“The machine”

Dotato di una grande risposta, amante dell’erba ma a suo agio su tutte le superfici veloci, Medvedev si allena in Francia e il suo preparatore fisico è Eric Hernandez. “The machine”, la macchina, lo ha definito Nick Kyrgios per evidenziarne i movimenti perfetti e la potenza e rapidità dei colpi.
La svolta nella carriera è arrivata nel 2019, proprio a Flushing Meadows dove disputò la sua prima finale in uno Slam: perse i primi due set ma portò al quinto Rafa Nadal e iniziò il parziale decisivo con un break di vantaggio. Nella classifica Atp conquistò il quinto posto e da allora non ha più lasciato la Top 10.

Colpo di fulmine

Daniil è nato l’11 febbraio 1996 e i suoi genitori non erano sportivi. Il colpo di fulmine per il tennis è arrivato all’età di nove anni: “Mia madre mi voleva mandare a nuoto ma quando sono arrivato in piscina per la prima volta ho visto un annuncio che diceva che era in corso la formazione di un gruppo di tennis”.
Medvedev ha studiato in una scuola specializzata in fisica e matematica, è tifoso del Bayern Monaco e in particolare di David Alaba e Robert Lewandowski. Nei videogiochi si vanta di aver dato filo da torcere all’attuale campione russo di Fifa.     

I meriti di Dasha

Lui stesso attribuisce il merito della sua crescita alla moglie Dasha che considera a metà tra un angelo custode e il mentore spirituale. “La mia carriera è cambiata in meglio quando le ho chiesto di sposarla” dopo il torneo di Wimbledon del 2018, ha spiegato. Lei è un amore adolescenziale: ha giocato a tennis fino a 17-18 anni, ma gli infortuni le hanno bloccato la carriera. Da quando sono sposati, lui è passato da essere il numero 65 del mondo a giocarsela per un primato che ora non è più una chimera.

AGI – Joker non ride più. Ma la dolorosa sconfitta agli US Open che per mano di Daniil Medvedev  l’ha privato del Grande Slam, complicata sì da digerire, ha già compiuto sul campo Arthur Ashe il miracolo di farlo amare dai tanti che non ce la facevano proprio ad acclamarlo  come Federer o Nadal e neanche, nonostante le vittorie, a considerarlo il più forte di sempre. Facendolo commuovere quando il pubblico applaudiva il suo tentativo di rimonta, sul 5 a 2 nel terzo per l’avversario e quindi, con parecchie lacrime, durante la premiazione: “Anche se non ho vinto il mio cuore è pieno di gioia perché mi avete fatto sentire speciale su un campo da tennis, avete toccato il mio animo, non mi ero mai sentito così a New York” ha detto Nole in lacrime, quasi incredulo per tanta inedita adorazione.

Già, perché così amato, Djokovic non lo è mai stato. Anche Nicola Pietrangeli uno che può vantarsi di aver battuto nel lontano ’61 Rod Laver, l’unico maschietto ad aver conquistato, e per due volte, il Grande Slam, ha recentemente dichiarato che Nole non sarebbe stato  il più forte di sempre neanche centrando, come non è appena successo, gli Open Usa  e il Grande Slam, un traguardo stellare mai raggiunto dai suoi rivali di sempre.

La maledizione del Grande Slam  sfuggitogli di mano, negandogli il ventunesimo, decisivo titolo e i sogni di gloria, lo fa mestamente restare a quota 20, alla pari con Federer e Nadal. Ma siamo sicuri, che incubo Medvedev e visione pietrangelesca a parte, il Grande Slam gli avrebbe finalmente consentito di essere percepito come il più forte di sempre, e di diventare finalamente anche il più amato e applaudito dagli appassionati di tennis, finora tiepidi nonostante le vittorie? Forse è vero invece il contrario.

Perché il serbo deve fare da sempre i conti con un ossimoro sportivo: essere il numero uno da 337 settimane consecutive e vincere più di tutti senza essere considerato il più forte. Per conquistare tale frustrante vetta Djokovic ha dovuto bruciare sull’altare degli dei del tennis quel ruolo di presunto simpatico che lo ha accompagnato nella prima parte della sua carriera. Dall’essere l’uomo delle imitazione che faceva arrabbiare la Sharapova perché alla festa dei giocatori di Montecarlo ne mimava alla perfezione le movenze pre-servizio e ai cambi di campo, e quello che si esibiva in divertenti siparietti con Fiorello, Nole è diventato l’uomo che organizza un torneo a casa sua, a Belgrado, nel bel mezzo del pandemia dando vita, anche grazie ad una serata in discoteca, a un focolaio Covid. L’uomo che si nutre di miele di Manuka, rifugge il glutine, si chiude nella camera iperbarica e si affida, tramite guru, alla meditazione, si è trasformato nell’uomo che scaglia una pallina alla cieca contro un giudice di linea (New York, due anni fa) rischiando di colpirla: nel giocatore dalle urla belluine e gli sguardi demoniaci che, per trovare la giusta concentrazione, indirizza verso il suo angolo amenità di ogni tipo.

Tutto questo però può spiegare soltanto in parte il motivo per cui Nole non abbia nemmeno lontanamente eguagliato la passione che accompagna ogni singolo colpo di Federer, il plauso planetario che ha salutato la carriera di Nadal e fors’anche la compassione che pure i non britannici hanno attribuito ad Andy Murray e alle sue disgrazie fisiche. Ma il punto caldo resta un altro. Come si può ritenere che uno capace di conquistare le vette più alte del tennis (Grande Slam sfuggitogli di mano a parte) non sia considerato anche il più forte?

Le ragioni di tale pensiero controcorrente ci sono. Djokovic non è mai stato in grado di proporre un realismo magico come Federer. Non ha imparato a giocare a rete dopo i trent’anni come Nadal. Ma i numeri dicono che la sua possanza nasce sottotraccia, in una capacità di resistenza e di analisi (degli avversari e dell’andamento dei match) superiore a quella di chiunque altro, ultima finale a parte. Lui è un maratoneta che trasforma la fatica degli ultimi chilometri in un propellente per scattare.

Quando Federer ha avuto due occasioni per vincere quello che sarebbe stato il titolo a Wimbledon più entusiasamante della sua storia (2019) Nole non ha fatto nulla di speciale: ha spalancato le sue iridi e ha guardato il grande svizzero scaricandogli sul capo e nell’anima (esistono i transfert anche su un campo da tennis, eccome se esistono) il peso di quel passaggio storico. E Roger ha commesso due errori in cui mai sarebbe incorso, sul match point, in qualunque altra occasione.

Quello di Nole a cui quasi nessuno ha perdonato quella mancata vittoria di Federer a Wimbledon,  è il tennis del sottosuolo. E le memorie sono complicatissime da leggere per gli avversari. E possono portarti a vincere più di chiunque altro. Ma dato che il tennis è anche (soprattutto) uno show umano dove il livello di forza viene stabilito anche da singoli gesti e da vittorie uniche forse più che dalla somma dei successi ecco che l’arcano è svelato. Ci si ricorderà più delle volèe di rovescio di McEnroe e della Navratilova o del Grande Slam sfuggito alla racchetta di Djokovic?

Forse la vera avventura sportiva del serbo comincia ora a  34 anni e con quasi 152 milioni di dollari incassati in carriera, parlando solo di montepremi, naturalmente. Ora che, mancando il Grand Slam e non riuscendo ad eguagliare Rod Laver, è diventato più umano, qualcuno con cui identificarsi. E nessuno più di Nole merita di averne la possibilità.

AGI – Hanno vinto Daniil Medvedev e il peso da Grande Slam che Novak Djokovic si è caricato sulle spalle e sulle gambe, con relativa ansia attanagliante da prestazione.

Agli US Open il serbo numero uno del mondo non è riuscito a entrare, come da pronostico, nella storia del tennis, il primo a vincere di nuovo il Grande Slam a 52 anni dall’impresa di Rod Laver.

Ha vinto il numero due, in tre set 6/4-6/4-6/4 in 2 ore e 17 minuti, grazie a un servizio ingiocabile, a bordate di dritto e di rovescio, senza mai permettere a un Novak irriconoscibile, di comandare il gioco. 

Che non si trattasse della solita partita con il primo set perso e il serbo pronto a recuperare gli altri lo si è capito sul 6/4 e 2/1 per Medvedev quando Nole, dopo non essere riuscito a sfruttare la possibilita’ di breakkarlo, ha spaccato la racchetta, sbattendola violentemente a terra.

Djoker in crisi a fondo campo

Mai a suo agio a fondo campo, il suo regno fino ad oggi impenetrabile, irritualmente più tranquillo a rete, Nole sul campo Arthur Ashe, sotto gli occhi di Rod Laver, Stan Smith e di mezza Hollywood (c’erano Brad Pitt, Alec Baldwin, Spike Lee e Bradley Cooper) sembrava rigido, nervoso, mai in partita, parzialmente rianimato psicologicamente giusto da un cambio di maglietta finale, sul 5 a 2 per l’avversario, dopo il quale recuperava due game, commuovendosi pure per gli applausi e l’incoraggiamento del pubblico. 

Prima della finale americana che, dopo la vittoria all’Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon avrebbe dovuto consegnare il ventunesimo major e il Grande Slam a Djokovic, il serbo e il 25enne russo si erano già incontrati otto volte, con il primo che conduceva 5-3 nei testa a testa (e 2 a zero negli Slam).

Una prima volta

Fino ad oggi dunque, al meglio dei cinque set Medvedev non era mai riuscito a battere nè a impensierire il numero 1 del mondo. Il russo aveva ottenuto l’ultima vittoria nelle Finals dello scorso novembre, quando si impose con un doppio 6-3 in semifinale.

Djokovic invece aveva vinto a febbraio per tre set a zero la finale degli Australian Open. Alle Olimpiadi di Tokyo, tappa decisiva per conquistare il Golden Grande Slam l’aveva fermato Zverev. Adesso ci ha pensato Medvedev (sprecando due match point con due doppi falli) il giocatore di scacchi che ha messo in campo lo scacco matto. E l’ansia. Troppa.

Djokovic, ho perso ma mi avete fatto sentire speciale

Questa sera anche se non ho vinto il mio cuore è pieno di gioia perché mi avete fatto sentire speciale su un campo da tennis, avete toccato il mio animo non mi ero mai sentito così a New York, grazie vi voglio bene”, ha detto Djokovic durante la premiazione.

Medvedev: Djokovic, sei comunque il migliore di sempre

“È la prima volta che sono molto teso per il mio discorso, mi dispiace per te, Novak, sappiamo cosa c’era in palio ma con quello che hai fatto quest’anno in carriera per me sei il migliore di sempre“. Lo ha detto durante la cerimonia di premiazione Daniil Medvdev il vincitore degli US Open che ha appena infranto il sogno di Nole Djokovic deciso a vincere il Grande Slam 52 anni dopo Rod Laver.

La vittoria di Medvedev, ha svelato il russo, coincide con il suo anniversario di matrimonio: “Durate il torneo non sapevo cosa regalarle e soprattutto di non avere il tempo di comprare qualcosa, intanto le regalo il titolo”.

AGI – I giallorossi di Mourinho centrano la terza vittoria consecutiva e restano in vetta alla classifica battendo all’Olimpico il Sassuolo per 2 a 1 in una partita molto sofferta, con grandi occasioni da entrambe le parti.    

Il primo gol della Roma attiva al 37′ del primo tempo ed è firmato Bryan Cristante, che sfrutta un pallone messo in area da Lorenzo Pellegrini e batte Consigli.

Al 57’arriva il pareggio del Sassuolo, con Djuricic che fa gol su assist di Berardi. E al 91′ la Roma torna in vantaggio con El Shaarawy. Al 92′, poi, il Sassuolo tenta il miracolo e pareggia, ma è fuorigioco. 

Josè Mourinho festeggia così la sua panchina numero 1.000 con una vittoria e si abbandona in una corsa sfrenata sotto la curva. Milan e Napoli ora devono fare un po’ di spazio in cima alla classifica.

Gli emiliani, da parte loro, lasciano la capitale con l’amaro in bocca ma consapevoli di aver giocato un’ottima partita e avere dimostrato di essere una squadra con una ben definita identità, capace di scendere in campo con l’atteggiamento giusto. Per la Roma è stata sicuramente una partita sofferta. E per questo i tre punti conquistati hanno ancora più valore. 

AGI – La 18enne britannica Emma Raducanu ha vinto gli Us Open, diventando la prima a vincere un titolo del Grande Slam partendo dalle qualificazioni. La tennista di origini romene si è imposta nella finale tutta baby sulla 19enne canadese Leylah Fernandez, 6-4, 6-3. Tra le prime a congratularsi con la nuova reginetta del tennis mondiale c’è stata proprio la sovrana Elisabetta II: “E’ un traguardo notevole da raggiungere a una così giovane età e la dimostrazione della tua dedizione e del tuo duro lavoro”, le ha scritto, “non ho dubbi che la tua straordinaria prestazione, e quella della tua avversaria Leylah Fernandez, ispireranno la prossima generazione di giocatrici”.

La più giovane dal 1999

Raducanu, che era arrivata a Flushing Meadows da 150ma al mondo, diventa la prima donna britannica in 44 anni a vincere una corona dello Slam dopo aver eliminato la 73esima mancina Fernandez 6-4, 6-3. L’ultima, Virginia Wade, trionfatrice a Wimbledon nel 1977 era tra i 23.700 spettatori che all’Arthur Ashe Stadium hanno assistito alla prima finale di uno Slam femminile senza una teste di serie in campo. Raducanu è la più giovane campionessa degli US Open dalla Williams nel 1999 e la prima campionessa femminile degli US Open a non perdere un set dalla Williams nel 2014. E’ anche la più giovane vincitrice di uno Slam dopo Maria Sharapova a Wimbledon nel 2004.

“Che partita sensazionale! Congratulazioni Emma Raducanu. Hai mostrato talento, compostezza e coraggio straordinari e siamo tutti estremamente orgogliosi di te”, la gioia via twitter espressa anche dal premier britannico Boris Johnson alla teenager nata in Canada da padre romeno e madre cinese ma arrivata a Londra quando aveva due anni.

La gioia della 18enne

La Raducanu dopo la finale ha detto di vivere il suo trionfo agli US Open come un “sogno assoluto” e ha assicurato che le aspettative che si stava generando durante la sua impresa non l’hanno messa in tensione. “Non sento assolutamente alcuna pressione. Ho solo 18 anni“, ha ricordato. “Fin dall’inizio sapevo che sarebbe stata una partita molto difficile perché Leylah ha giocato un tennis incredibile, eliminando molti dei primi dieci al mondo. Ci sono state grandi battaglie. Ho dovuto lavorare molto duramente per affrontare le avversità in entrambi i set”.   

“Sto solo cercando di godermi il momento. E’ ora di disconnettersi da qualsiasi pensiero o piano futuro, da qualsiasi programma”, ha detto la giovane, “in questo momento, non mi interessa il mondo, sto solo amando la vita. Se qualcuno mi avesse detto prima di Wimbledon che oggi sarei stata campione non ci avrei creduto affatto. Penso si essere riuscita a pensare a nient’altro che al mio piano di gioco. Non ho pensato ad altro che a quello che stava succedendo in campo: penso che sia stato questo soprattutto ad avermi aiutato a vincere il titolo”

AGI – Nuovo momento storico per l’atletica leggera italiana. A regalarlo ancora una volta Gianmarco Tamberi. A 39 giorni dalla conquista dell’oro olimpico nella magica notte di Tokyo che ha visto Marcell Jacobs dominare i 100 metri, il saltatore in alto azzurro è diventato il primo italiano di sempre a conquistare il diamante (oltre a 30 mila dollari), premio messo in palio per i vincitori finale della Diamond League. Dal 2010, anno di introduzione della Diamond League (prima si chiamava Golden League), mai nessun atleta italiano era riuscito a conquistare il diamante. 

Questa sera sulla pedana dello stadio Letzigrund di Zurigo il 29enne atleta marchigiano delle Fiamme Oro, allenato dal padre Marco, ha vinto con la misura di 2,34 strappando applausi alle migliaia di persone presenti sugli spalti di uno dei ‘templi’ dell’atletica leggera mondiale. ‘Gimbo’ fino a 2,30 ha superato tutte le misure al primo salto per poi valicare al secondo tentativo sia 2,32 che la misura che gli ha poi consegnato il trionfo.

Nell’asta spettacolare lo svedese Armand Duplantis che ha vinto 6,06, miglior prestazione mondiale dell’anno. ‘Mondo’, cosi’ viene sopranominato l’astista scandinavo, ha poi tentato tre volte il primato mondiale a 6,19. Nell’asta femminile bel volo a 5,01 per la russa Anzhelika Sidorova. Nei 100 metri la giamaicana Elaine Thompson-Herah correndo in 10″65 deve dare appuntamento al 2022 per migliorare lo storico primato dell’americana Florence Griffith-Joyner di 10″49 avvicinato di cinque centesimi a fine agosto ad Eugene.

Stati Uniti vincitori dei 100 e 200 maschilI rispettivamente con Fred Kerley in 9″87 e Kenny Bednarek (19″70). Record del mondo under 20 e primato africano dei 200 metri con 21″78 per la diciottenne namibiana Christina Mboma. Scoppiettanti i 1500 con il norvegese Jakob Ingebrigtsen preceduto di appena otto centesimi dal keniano Timothy Cheruiyot vincitore in 3’31″37. Epilogo analogo al femminile con la keniana Faith Kipyegon vincere in 3’58″33 sull’olandese Sifan Hassan (3’58″55).

“È stata una notte fantastica come fantastico è stato tutto quest’anno. Volevo vincere il diamante perché non ero mai riuscito anche se avevo paura di accusare stanchezza in gara dopo gli ultimi venti giorni tra sponsor, televisione e molte cose fatte”, ha detto.

AGI – Matteo Berrettini riconosce la superiorità di Novak Djokovic, dopo la sconfitta in quattro set (5-7 6-2 6-2 6-3) agli Us Open. “Ho provato a puntare sul servizio – commenta il tennista romano – ma ho trovato di fronte il piu’ grande risponditore di sempre. Il mio prossimo step è mantenere la stessa forza mentale per quattro, cinque set, non solo per il primo”. Djokovic resta irraggiungibile per ora.

“Se siamo in otto miliardi nel mondo – scherza Berrettini – e nessuno lo batte, ci sarà un motivo”. Il serbo è a due vittorie per diventare il terzo uomo di sempre a vincere tutti gli Slam in una stagione. “Ho battuto un ragazzo molto potente – è la sua analisi nel dopo gara – ma a me piace uscire alla distanza. Amo i cinque set e sento di giocare meglio nelle ultime partite. Sono sulla buona strada”.

AGI – Novak Djokovic ha battuto Matteo Berrettini per 3-1 in rimonta e si è qualificato per le semifinali degli Us Open

Primo set fantastico, lunghissimo e combattutissimo, è stato vinto dall’italiano 7-5.

Ma poi, come nella finale di Wimbledon, il n.1 al mondo si è dimostrato troppo forte nonostante la grande prestazione di Berrettini. Djokovic si è aggiudicato il secondo, il terzo e il quarto set con il punteggio di 6-2, 6-2 e 6-3.

“Matteo è uno splendido giocatore”: così ha commentato Djokovic dopo la vittoria. “Quando ho perso il primo set, sono riuscito a dimenticarlo. I tre set che ho vinto sono stati i migliori che ho giocato nel torneo”, ha aggiunto.

AGI – Prende il via la fase finale delle Olimpiadi di scacchi con 40 nazionali partecipanti, compresa l’Italia, che si sfideranno online a causa delle restrizioni anti Covid. Dopo una fase di qualificazione iniziata ad agosto, la formula prevede ora 4 gironi da 10 squadre che si affronteranno da mercoledì 8 a venerdì 10 settembre, con la discesa in campo delle potenze mondiali della scacchiera. Tre incontri al giorno definiranno le due compagini per gruppo che si qualificheranno ai quarti di finale.

Ogni turno si giocherà, in contemporanea, su un totale di sei scacchiere. Ogni squadra deve infatti garantire la presenza di due uomini, due donne e due giocatori juniores (nati dal 2001 in poi), uno per sesso.

Ogni singola vittoria consegna un punto alla propria squadra mentre la patta dimezza e divide la posta in gioco. Il risultato totale dei 6 incontri determina così il risultato finale di ogni match tra nazionali (massimo risultato, ad esempio, è quindi il 6-0). Le partite si giocano con un tempo di 15 minuti (più 5 secondi di incremento a mossa).

L’Italia ha raggiunto la fase finale dopo aver chiuso il proprio turno di qualificazione al terzo posto del suo girone e agguantando così l’ultimo posto disponibile dietro Lettonia e Moldavia. Decisivo il pareggio con i primi per 3-3 all’ultima giornata che ha persmesso all’Italia di ottenere l’ultimo passo per conservare il podio Ora, all’interno del girone C, se la vedrà con le fortissime Russia, Ucraina, Spagna e Germania e le più abbordabili (ma ostiche) Repubblica Ceca, Paraguay, Israele, Argentina e, di nuovo, la Lettonia.

I convocati azzurri sono i GM (Grandmaster) Daniele Vocaturo e Luca Moroni, prima e seconda scacchiera uomini, gli IM (International master) Marina Brunello e Olga Zimina, prima e seconda scacchiera donne, gli under Francesco Sonis (diventato GM a 19 anni lo scorso agosto) e la FM (FIDE master) Angela Flavia Grimaldi. Riserve, ma con la possibilità di essere chiamati a giocare in qualsiasi momento dai tecnici azzurri, il GM Pier Luigi Basso, gli IM Lorenzo Lodici, Elena Sedina e Daniela Movileanu e gli under FM Edoardo Di Benedetto e Giulia Sala

Tra le squadre favorite al titolo ci sono sicuramente la Russia, la Cina, l’India e gli Stati Uniti anche se quest’ultimi hanno deciso di non convocare i loro scacchisti di punta per dare spazio a giovani, seppur di altissimo livello.

Particolare attenzione sarà rivolta anche all’Ucraina, all’Armenia alla Spagna, all’Inghilterra e alla Polonia di Duda, recente vincitore della Coppa del Mondo. Assente invece la Norvegia del campione del mondo in carica, Magnus Carlsen, intento a preparara la difesa del titolo a novembre contro l’assalto del russo, anch’egli assente alle Olimpiadi, Ian Nepomniachtchi.

AGI – Massima resa con il minimo rischio: questo il piano della Nazionale per strappare i tre punti contro la Lituania domani sera al Mapei Stadium di Reggio Emilia. In occasione dell’ultima partita del mini-ciclo nazionali gli Azzurri, sottoposti ad ampio turnover, puntano a consolidare il primo posto nel girone di qualificazione ai Mondiali 2022. Così da scacciare l’ansia da ‘pareggite’ e preparare con maggiore serenità la sfida al vertice contro la Svizzera a novembre.

L’imperativo è vincere, sottolinea il ct Mancini durante la conferenza stampa della vigilia: “Rimangono tre partite, se le vinciamo tutte siamo qualificati”. L’allenatore azzurro predica calma “non siamo agitati né preoccupati” e rassicura i tifosi sulla fase di appannamento: “Il calcio è questo per adesso: la palla non entra e in Italia si deve trovare subito il colpevole. Noi dobbiamo isolarci e pensare a fare certe cose meglio, con un po’ di precisione in più, poi i gol arriveranno”.  

Ad affrontare la formazione lituana, ultima in classifica con zero punti in quattro gare,  sarà un’Italia di riserva dove potrebbero trovare spazio molte novità. Tanto più che un paio di pedine, Verratti e Pellegrini, sono indisponibili e hanno già lasciato il ritiro in via precauzionale. “Ma non sarà una gara semplice – ammonisce Mancini – si metteranno dietro cercando di non prendere gol. Dovremo essere bravi a sbloccarla subito”.

Il turnover avrà un duplice obiettivo: evitare ai titolari la terza partita in appena una settimana e offrire alle nuove leve, in particolare davanti, una possibilità di mettersi in mostra contro un avversario alla portata. Un modo anche per sperimentare nuove soluzioni offensive data la difficoltà ad andare in rete emersa negli ultimi incontri. Domani sera a Reggio Emilia gli azzurri scenderanno in campo con il consueto 4-3-3 con in porta Donnarumma.

In difesa sono destinati al riposo sicuramente Chiellini e con buone probabilità anche Bonucci: al loro posto Acerbi e Bastoni, la coppia di riserva già vista contro il Galles agli Europei. Sulle fascia destra si candida Di Lorenzo, che ha giocato solo una partita, insidiato da Florenzi e Toloi, a sinistra invece scalpita Biraghi per sostituire Emerson Palmieri.

A centrocampo la stanchezza e gli infortuni disegnano un triangolo formato da Locatelli e dai freschi innesti di Sensi e Pessina, con Cristante alla finestra. Una linea di mediana che proprio all’andata a Vilnius aveva fatto il suo esordio nel secondo tempo, con tanto di gol dell’interista. Defezioni anche in attacco: Immobile e Zaniolo si sono fermati e hanno saltato la seduta di rifinitura del pomeriggio.

Davanti quindi spazio a Chiesa, tra i più brillanti, accompagnato da Bernardeschi o Berardi. In mezzo ballottaggio per la punta che a Reggio Emilia si troverà anche i tifosi di club: è corsa a due tra i giovani compagni del Sassuolo, Raspadori e Scamacca.  Dall’altra parte la squadra guidata dal ct Ivanauskas, sconfitta di misura dalla Bulgaria nell’ultima partita, si disporrà con un 4-2-3-1.

In attacco Dubickas sostenuto da Novikovas, Cernych e Kazlauskas. In mediana Megelaitis e Simkus, mentre in difesa, a protezione del portiere Setkus, ci saranno Lasickas, Satkus, Utkus e Baravykas. L’allenatore lituano non potrà seguire la partita dalla panchina perché positivo al Covid, al suo posto ci sarà il vice Urbonas. 

I precedenti tra Italia e Lituania sono pochi e tutti a favore degli Azzurri. Le due squadre si sono sfidate 7 volte finora, cinque vittorie per la Nazionale e due pareggi. L’ultima gara è quella giocata lo scorso 31 marzo a Vilnius, finita 2-0 per gli Azzurri: in gol Sensi e Immobile. Prima di quella partita l’ultimo scontro era datato 2007, stesso risultato grazie a una doppietta di Quagliarella. Gli unici due pareggi sono arrivati nel 2001 (0-0) e nel 2006 (1-1). In gare ufficiali Italia e Lituania si sono affrontate solo nell’ambito delle qualificazioni per gli Europei e i Mondiali. 

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