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“Nell’ultimo mese diversi giocatori sono stati vittime di abusi razzisti. Il calcio è un gioco in cui tutti dovrebbero divertirsi, non dobbiamo accettare alcuna forma di discriminazione che lo possa far vergognare. Spero che le Federazioni di tutto il mondo reagiscano duramente contro tutti i casi di discriminazione!”. In un messaggio su Instagram l’attaccante belga dell’Inter Romelu Lukaku, risponde così ai cori razzisti di cui è stato bersaglio ieri sera durante il match contro il Cagliari.

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

 
 

Un post condiviso da Romelu Lukaku (@romelulukaku) in data: 2 Set 2019 alle ore 5:18 PDT

 

“Le piattaforme social devono lavorare meglio insieme ai club – aggiunge il calciatore – perché ogni giorno si può notare almeno un commento razzista in un post di una persona di colore. Signore e signori è il 2019, invece di andare nel futuro stiamo tornando indietro e penso che i calciatori debbano unirsi e prendere posizione su questo tema per mantenere il gioco pulito e divertente per tutti”.

La vicinanza del club sardo

Il Cagliari ha espresso “piena solidarietà a Romelu Lukaku” dopo i cori razzisti di alcuni tifosi della Sardegna Arena contro l’attaccante interista e ha promesso “ancora piu’ impegno per debellare una delle piaghe che affliggono il mondo del calcio e non solo”.

“Ben sapendo, però”, si legge in una nota del club sardo, “che la tecnologia da sola non basta, ma che l’impegno delle società necessita di un supporto reale da parte dei soggetti che operano nel mondo del calcio: dai veri tifosi agli stewards, dai media alle forze dell’ordine fino alla Lega Serie A e la Figc”. “Il Cagliari Calcio vi chiede aiuto per vincere una battaglia che riguarda tutti. Nessuno escluso”.

Il Cagliari Calcio dice #NOTORACISM.

: https://t.co/d2M3RuH5JQ pic.twitter.com/2BtbFjWD9E

— Cagliari Calcio (@CagliariCalcio)
September 2, 2019

 

“Il Cagliari Calcio”, si legge nel comunicato, “prende con forza le distanze dagli sparuti, ma non meno deprecabili episodi verificatisi alla Sardegna Arena in occasione di Cagliari-Inter. Il Club ribadisce una volta di piu’ l’intenzione di individuare, isolare ed estromettere dalla propria casa gli ignoranti, anche fosse uno soltanto, che si rendono protagonisti di gesti e comportamenti deprecabili e totalmente agli antipodi dei valori che, con determinazione, il Cagliari Calcio porta avanti in ogni singola iniziativa. Quotidianamente”.  

Il giorno dopo il 4-2 dei “legni” presi dalla Lazio contro la Roma, i tifosi giallorossi sono lanciatissimi nel derby dell’ironia sul web. Ma si fa presto a dire palo: in realtà, intanto, sono stati due pali, Leiva e Correa, e due traverse, Immobile e Parolo dei padroni di casa, contro i due pali di Zaniolo. Leggiamo poi dal regolamento della FIGC (la Federazione gioco calcio), “i due pali della porta  sono separati da una distanza di 7,32 metri, e la barra trasversale, la traversa, sta col suo bordo inferiore esattamente a 2,24 metri da terra. Lo spessore della barra e dei pali non deve superare i 12 centimetri ed è possibile che barra e pali reggano una rete, che non deve per nessuna ragione infastidire il portiere nelle sue azioni di parata”.

Per avere notizie precise, ci siamo rivolti a Agostino Funaro, titolare della ditta di attrezzistica sportiva Agosport di Milano. Intanto, da qualche anno, porte e pali hanno forma ovale, e non più anche squadrata, come succedeva nei campi di una volta. Sono in alluminio ed entrano nel terreno per 35/40 centimetri, non con tutto lo spessore, ma con un’anima che arriva filo al filo del terreno. Le principali ditte italiane che producono porte e traverse sono Divi Sport, Gamma Sport e Arti Sport e, da tradizione, sono collocate in Veneto. Anche se quelli che vengono ancora chiamati impropriamente  “legni”, quando si parla di eccellenza e quindi di massime competizioni mondiali, vengono prodotti in Germania. Perché da noi è sempre dominante la mentalità del risparmio mentre i tedeschi coltivano anche quella della estrema qualità.

Peraltro garantendo una caratteristica che in Italia è difficile, per il trasporto, cioè la traversa costituita da un pezzo unico. Mentre in Italia al 98% la traversa è divisa in due pezzi saldati al centro con un’anima comune che rientra nel tubo-madre della struttura, senza comunque alterare la solidità della barra stessa. Anche perché viene “nervata”, cioè rinforzata all’interno con venature e “T” speciali che fanno resistenza.

Una coppia di porte da campo di calcio costa in media 1000/1200 euro, e dura 10-15 anni. La sostituzione, più che al danno reale, imputabile il più delle volte ad atti vandalici, a macchinari pesanti che urtano la struttura e a più persone che si appendono alla traversa, è prevista piuttosto quando si rifà il campo, magari passando dall’erba naturale a quella sintetica. Perciò, prima della partita, l’arbitro non controlla anche se ci sono curvature di pali e traversa. Come fa invece con le reti.

Perciò, quando pensate a un calciatore che ha preso il palo non minimizzate, non credete che sia più difficile che centrare la porta: 12 centimetri sono una gran bella superficie. Così come la riga di fondo del tennis che, come ci spiega Gianfranco Zanola, leader dei campi sintetici PlayIt, negli ultimi 7/8 anni, s’è allargata da 5 a 7 centimetri. Mentre le righe laterali sono rimaste a quota 5. Le palline da tennis standard hanno un diametro che va da 6,54 a 6,86 centimetri, e la riga è larga 7. Il pallone da calcio è di 68,5-69,5 centimetri, e traversa e pali sono larghi 12. Capite quant’è facile e normale incocciare in un palo o in una riga? E come cambia tutto, di conseguenza?

Arriva al Gran premio del belgio il primo trionfo della Ferrari. Charles Leclerc ha vinto la 13esima prova del Mondiale di Formula 1, sul circuito di Spa. È il piu’ giovane pilota della storia Ferrari a vincere un Gran premio. Alle sue spalle le Mercedes di Hamilton e Bottas. Sebastian Vettel sull’altra Ferrari, è arrivato quarto. 

Leclerc ha dedicato la vittoria ad Anthoine Hubert, il pilota di Formula 2 morto ieri in un incidente.

Il pilota francese Anthoine Hubert è morto in uno spaventoso incidente in una gara di Formula 2 sulla pista di di Spa-Francorchamps, svoltasi a margine del Gran Premio di Formula 1 del Belgio. Al secondo giro, la monoposto del 22enne pilota si è scontrata con quella del giapponese Marino Sato e dello statunitense Juan Manuel Correa dopo la salita dell’Eau Rouge, con un impatto fortissimo che ha praticamente distrutto le vetture.

La gara è stata immediatamente interrotta per consentire i soccorsi. Correa è stato stato portato in ospedale con fratture alle gambe mentre Sato avrebbe riportato ferite più lievi. Per il pilota francese, invece, non c’è stato nulla da fare. 

Appena è comparsa, quando dominò singolare e doppio agli Australian Open juniores, è stata subito una stella: bella, unica, affascinante. Una numero 1 non solo fra gli under 18. Anche se, fino all’altro ieri, Taylor Townsend, 168 centimetri d’altezza per 77 chili dichiarati, che va a rete a più non posso nel tennis del “corri e tira”, era più che altro una scheggia impazzita, incontrollabile, incompiuta e anche snervante.

Tutti pensavano e le dicevano che per progredire doveva assolutamente smaltire un po’ di chili, la Federtennis Usa l’ha messa a dieta di finanziamenti e wild card quand’era la sedicenne più forte del mondo ed irrompeva fra le “top 100” ancora da teenager, i risultati le sono stati contrari, la sua esplosione non è ancora venuta nei termini che il tennis tutto avrebbe sperato e voluto, ma lei ha insistito col suo gioco d’attacco a oltranza inseguendo l’idolo Martina Navratilova, con accanto come coach il papà del collega Donald Young (dopo essere transitata per Kamau Murray, guida di Sloane Stephens, e l’ex pro Zina Garrison).

Povera ragazza: ha sofferto, ha giocato tante belle partite, s’è spenta troppe volte quand’era vicina alla meta – l’ultima a luglio a Wimbledon quand’ha mancato un match point contro Bertens -, ha ingoiato tanti bocconi amari: “Ho sentito non so più quante volte che non ce l’avrei mai fatta, che non sarei stata in grado di sfondare o fare questo o quello. E, come condimento, c’era sempre la parola talento perduto, smarrito o sprecato”.

Finché giovedì notte non ha dichiarato, commossa, al microfono, sotto le mille luci di New York: “Questa vittoria significa tanto. È stato un percorso lungo. Non riuscivo a superare il dosso”. Finalmente da appena numero 116 della classifica, si è sobbarcata le qualificazioni dello Slam di casa, le ha superate, e la figlia di Chicago ha lasciato gli Us Open a bocca aperta facendo impazzire l’ex numero 1 del mondo Simona Halep con 105 discese a rete (63 punti) e un su e giù di emozioni davvero impressionanti, con la partita quasi vinta sul 5-4 del terzo, quand’ha dilapidato due match point (uno con doppio fallo), quasi persa quand’ha annullato lei un match point, e infine strappata con un memorabile 2-6 6-3 7-6 (4).

Quanto sono diverse le dichiarazioni di oggi: ”Questo match mi dà tutta la fiducia di cui ho bisogno, prima, le tre volte che ho giocato contro Halep e non ho vinto una set, cercavo solo a rimandare indietro la palla e non perdere, stavolta ho giocato per vincere. Ho detto a me stessa: Questa è una opportunità, non hai niente da perdere…”.

Quant’è diversa questa Taylor da quella che, dopo la partita di marzo a Miami, chiese timidissimamente aiuto alla romena e al suo coach, Cahill: “Che cosa devo fare per migliorare?”. Simona non lo sapeva ma le stava dando una spinta decisiva: “Non è stato tanto quello che mi ha suggerito, perché già erano cose che mi avevano detto altri ed erano già dentro la mia testa, ma è stato positivo ascoltarlo da un altro giocatore, soprattutto qualcuno che mi aveva affrontato già qualche volta ed ha raggiunto risultati così importanti. E queste cose mi sono rimaste dentro nell’allenamento e in partita, mi hanno fatto capire quanto forte fosse forte il desiderio, proprio la fame, di migliorarmi. È stata una spinta per continuare a crescere”.  

Quant’è diversa questa Taylor da quella, che nel 2014, pubblicò uno scritto struggente e memorabile: “Io non sono fatta come le altre ragazze, che sono magre e quasi tutte anche alte. Io sono bassa sono consistente, e muscolosa. Non siamo tutte uguali. Io voglio essere d’ispirazione per quelle che non sono perfette come Maria Sharapova. Io voglio dare l’esempio per tante altre ragazze: Non devi essere per forza uno stuzzicadenti per finire sui cartelloni pubblicitari.

E ancora: “Ma voglio anche mandare un messaggio positivo di essere se stessi e amare se stessi e star bene nella pelle che hai perché non puoi cambiarla. Sono arrabbiata perché non so che cosa voglia la Federazione, ho lavorato sul mio fondoschiena (eufemismo), ma adesso non so più che cosa si pretende da me. D’ora in poi me ne frego, che la gente dica quello che vuole”.

Oggi la Townsend continua a dare lezioni ai professori dei luoghi comuni: “Ho 23 anni. La bellezza di questo sport è che puoi vedere persone di così giovane età svilupparsi come persone e giocatori. Io sono sempre stata la stessa, ma mi sono evoluta rispetto alla ragazzina che ero a 15 anni. Penso che per alcuni anni mi sono persa, in un mare di cose. Ma è bello poter risalire in superficie e galleggiare, ed eventualmente nuotare”.

Speriamo che il tennis possa recuperare compiutamente tanta sensibilità e tanta bellezza. Successe la stessa cosa a una certa Martina Navratilova, transfuga cecoslovacco nell’opulenta America che, all’impatto col nuovo mondo, si smarrì. Ma ci ha comunque regalato la tennista più forte di tutti i tempi. 

L’Europa sente l’odore del sangue. Sangue cestistico, certo, ma sempre sangue pregiato. Quello del “dream team”, di quell’America che da anni attira e trattiene i migliori giocatori di basket del pianeta. In Cina, sabato, prendono il via i mondiali di pallacanestro e stavolta lo scalpo a stelle e strisce sembra alla portata di molte compagini del Vecchio Continente.

Finalmente ci siamo! Da oggi comincia il Mondiale 2019!
Questi sono tutti i gruppi del torneo! Azzurri nel gruppo D che si giocherà a Foshan con Angola, Filippine e Serbia! #Italbasket #NothingButAzzurri #FIBAWC pic.twitter.com/9IimE92Lgb

— Italbasket (@Italbasket)
March 16, 2019

 

A team with a dream

A indossare la canotta USA non saranno le stelle più famose della NBA. Alle porte c’è una stagione difficile, frutto del rivoluzionario mercato estivo, con un equilibrio che rende difficile ogni pronostico. I campioni hanno quindi deciso di rimanere in palestra a recuperare da piccoli e grandi infortuni e a lavorare sodo per arrivare freschi a giugno. Dalla lista iniziale sono stati depennati 17 giocatori. Non pochi. Quelli rimasti sono, in teoria, quelli che avrebbero dovuto lottare per gli ultimi posti disponibili sull’aereo per l’Oriente. Del resto, i mondiali, non sono le Olimpiadi. Il fascino dei giochi a cinque cerchi avrebbe superato ogni diffidenza verso quei tornei internazionali estivi, bollati spesso come dispendiosi e pericolosi. Un sacrificio che, almeno oggi, non vale la pena di correre.  

Quelli che ci saranno, però, non sono certamente delle schiappe. Sono uomini che in Europa farebbero la differenza. Uomini “con un sogno”: non deludere una nazione che del basket ha fatto una religione. A guidare la truppa c’è Gregg Popovich. Ecco, il campione in panchina è rimasto. Settant’anni compiuti, un titolo e una vita a San Antonio. Popovich sa che quest’edizione, con questa squadra, può essere vinta solo dalla coesione, e dalla difesa più che dall’attacco. E ci ha lavorato tutta l’estate. La sconfitta con l’Australia nel corso della preparazione è stata “storica” da un punto di vista meramente statistico (perdere dopo 13 anni e 78 partite di fila non può non costituire una notizia) ma assolutamente funzionale nel progetto di avvicinamento di questi USA al mondiale cinese. Accanto a lui, in panchina c’è Steve Kerr, uno degli artefici del fenomeno plurivincente dei Golden State Warriors. Un’altra garanzia, insomma. Soprattutto se ci sarà da parlare alla testa dei giocatori. Lui che in campo, con la canotta dei Bulls, era uno dei più stimati e ascoltati da Micheal Jordan.

Sarà Kemba Walker, neo giocatore di Boston, a ricoprire il ruolo di leader. Accanto a lui i futuri compagni di squadra ai Celtics, Jayson Tatum e Marcus Smart, il funambolo di Utah, Donovan Mitchell, e il centro di Indiana, Myles Turner. Dal perimetro i cecchini Joe Harris, dai Brooklyn Nets e Khris Middleton, dai Milwaukee Bucks, saranno fondamentale per scardinare le difese, soprattutto quelle a zona, che proporranno molte avversarie europee. Insomma, Team USA resta la squadra favorita per vincere il titolo ma raramente, almeno negli ultimi anni, lo scarto che la divide dal resto delle contendenti è stato così minimo.

Le altre pretendenti

Al ballo dei mondiali cinesi sono parecchie le nazioni europee che mirano al colpo grosso. La Serbia, pur priva di Teodosic, acquisto milionario della Virtus Bologna, può contare  su un roster talentuoso e completo in ogni reparto: Bogdanovic, Jovic, Bjelica, il gigante Marjianovic, e soprattutto quel Nikola Jokic, una delle sorprese della passata stagione NBA. Il fenomeno dei Denver Nuggets ha guidato i compagni in un precampionato senza cadute: dieci partite, dieci vittorie. A testare la solidità e le ambizioni della Serbia, oltre a Filippine e Angola, sarà proprio l’Italia di Sacchetti, inserita nello stesso girone dei balcanici.

Poi c’è la Spagna che invecchia ma non molla. Il ricambio generazionale non è mai mancato agli iberici anche se, stavolta, sempre sotto l’egida tattica e tecnica dell’italiano Sergio Scariolo, sembrano partire dalla seconda fila. Dai fratelli Gasol (Marc c’è) ai fratelli Hernangomez. E poi Rubio, Llull, Rudy Fernandez. Gli assi da mettere sul tavolo (o sul parquet) non sono pochi. Impossibile non inserirla tra le favorite.

C’è anche la Francia. Nando De Colo, Nicolas Batum, Rudy Gobert è un asse di sicuro affidamento. Sarà il cast di supporto, in caso di salto di qualità, a decretare le sorti di una squadra che sarà ostica e difficile da battere per tutti e che mira a sorprendere le rivali.

E la Grecia? Tutti, chi più a voce alta chi più sottovoce, la indicano come la vera outsider della manifestazione. Giannīs Antetokounmpo ha vinto il titolo di MVP nell’ultima stagione NBA. E anche fuori dai confini americani è considerato da molti, oggi, il giocatore più forte al mondo. Accanto a lui il fratello Thanasis e i “soliti” Bourosis, Sloukas, Papanikolau, Mantzaris e Calathes. Non ci sono i big del passato come Diamantidis e Spanoulis e ad Atene sanno che il destino degli ellenici passerà dalle mani di “Giannis”.

“Solide realtà”, citando un famoso spot, sono la Russia, la Lituania, il Montenegro, la Turchia e, nonostante un precampionato zoppicante, anche l’Italia. L’assenza di Croazia e dei campioni d’Europa della Slovenia non è un elemento da trascurare ed è figlia di un sistema di qualificazione che ha penalizzato diverse compagini. Ma questa è un’altra storia e degli assenti non si parla.

Le mine vaganti dal mondo

È un elenco di squadre ricche di talento ma che difficilmente potranno arrivare fino in fondo. Brasile (età media altissima) e Argentina (con Scola ultimo sopravvissuto della fortissima squadra guidata da Ginobili e Nocioni di qualche mondiali fa) sono da prendere con le molle perché in grado di battere chiunque in una singola partita. L’Australia ha battuto gli USA in preparazione conquistandosi prime pagine e ossequi dal mondo dello sport, ma pecca di continuità e, nonostante i passi in avanti degli ultimi anni, resta squadra ambiziosa ma limitata.

Da tenere sotto osservazione il Canada che vive ancora degli entusiasmi portati dalla vittoria nella NBA dei Toronto Raptors e la Nuova Zelanda, squadra fastidiosa e fisica. Occhi puntati anche sul Giappone di Rui Hachimura, lungo afro-nipponico di colore appena scelto dalla NBA e di cui si dice un gran bene. La Cina, padrona di casa, ha un buon girone ma deficita in talento, oltre Yi Lianlian e Qi Zhou c’è poco. L’Africa, nonostante una muscolarità con pochi eguali resta sullo sfondo, ancora indietro per tecnica e tattica.

E l’Italia?

Diciamolo senza fronzoli. Gli azzurri possono tornare dalla Cina dopo una tremenda disfatta o un torneo da grande sorpresa. L’assenza di Nicolò Melli, anche lui emigrato in America a New Orleans, peserà non poco. Piccoli sotto canestro, si soffrirà, e non poco, la fisicità degli altri team. Ci affideremo, come sempre, al talento di Belinelli, Gallinari e dell’acciaccato Datome. Saranno le percentuali al tiro, la difesa, la corsa e il cast di supporto alle nostre stelle a decretare se l’Italia è pronta per combattere in un palcoscenico così difficile. Il primo passo sarà superare l’abbordabile girone (fu la mano di Kobe Bryant a comporlo) battendo Filippine, sabato, e Angola e cercando di sorprendere la Serbia. Il risultato minimo è la qualificazione al pre-olimpico che stacca i biglietti aerei per Tokyo 2020.

Italia, @kobebryant, ITALIA! Grazie per quel sorriso!#FIBAWC #ThisIsMyHouse #NothingButAzzurri #italbasket pic.twitter.com/CFKPpUaccp

— Italbasket (@Italbasket)
March 16, 2019

 

La formula (rinnovata)

Una piccola rivoluzione che si può descrivere come tentativo di emulazione del calcio. Così si potrebbe riassumere il rinnovamento del torneo dopo l’edizione, ormai lontana, del 2014. Qualificazioni durante la stagione, con assenze fortissime, che hanno decretato il destino di alcune nazioni che hanno dovuto schierare squadre altamente rimaneggiate e sono state eliminate, vedi la Slovenia campione d’Europa.

ll mondiale cinese si svolge in otto città Pechino, Shenzhen, Shanghai, Nanchino, Wuhan, Dongguan, Foshan e Guangzhou. Vi partecipano 32 squadre ed è articolato in tre momenti differenti.

  • Otto gironi (A-H) da 4 squadre ciascuno di cui si qualificano le prime due. Le eliminate giocheranno la fase classificatoria 17-32.
  • Altri 4 gruppi da 4 squadre (I-L) con altre due partite da giocare con le squadre ancora non affrontate in precedenza. L’Italia, gruppo D, se passasse la prima fase, affronterebbe le due promosse dal girone C, quindi la Spagna e, presumibilmente, una tra Portorico e Iran. Le prime due di questo secondo girone accedono ai quarti di finale, le altre due giocheranno la fase classificatoria 9-16.
  • Fase a eliminazione: quarti, semifinali e finali. Le eliminate ai quarti giocheranno fase classificatoria 5-8.

Le fasi classificatorie sono importanti perché determinano le 7 squadre che approdano direttamente a Tokyo 2020 e le 16 che invece si contenderanno nel torneo pre-olimpico, i restanti posti. 

Luis Enrique, ex allenatore della Spagna ma anche di Roma e Barcellona, ha annunciato la morte della figlia Xana, 9 anni, colpita da un cancro alle ossa. “Nostra figlia Xana è deceduta nel pomeriggio all’età di 9 anni, dopo aver combattuto per 5 intensi mesi contro un osteosarcoma”, ha scritto in un comunicato pubblicato su Twitter.

“Ringraziamo tutti per l’affetto ricevuto durante questi mesi e apprezziamo la discrezione e la comprensione”, ha continuato. “Ringrazio anche il personale degli ospedali di Sant Joan de Deu e Sant Pau per la loro dedizione e le cure, medici, infermieri e tutti i volontari. Con una menzione speciale alla squadra di cure palliative di Sant Joan de Deu. Ci mancherai molto, ma ti ricorderemo ogni giorno della nostra vita nella speranza che ci incontreremo di nuovo in futuro. Sarai la stella che guida la nostra famiglia”. L’ex ct della Spagna aveva lasciato la nazionale per motivi familiari il 19 giugno scorso.

Il mondo dei motori piange Jessi Combs, la donna più veloce del mondo è morta in un incidente nell’Alvord Desert in Oregon, mentre provava a battere il suo stesso record con un jet-car. Aveva 36 anni. Era un volto noto tra gli appassionati di motore. Dal 2005 al 2009 era stata la conduttrice del reality show ‘Xtreme off-road 4×4’  in cui gli ospiti insegnavano come modificare i veicoli per aumentarne le prestazioni. Aveva realizzato oltre 90 episodi in 4 anni. (

Oltre ad aver partecipato in diversi show televisivi del settore. Da sempre grande appassionata di motori, dopo la laurea alla WyoTech – college statunitense specializzato nella preparazione degli studenti per le carriere come tecnici nel settore automobilistico – era stata assunta dal dipartimento di marketing della stessa università per costruire un’automobile da zero in sei mesi per partecipare ad un’esposizione della Specialty Equipment Marketing Association (Sema).

Il 9 ottobre 2013, Combs ha guidato la North American Eagle (NaE) Supersonic Speed Challenger nel deserto di Alvord, stabilendo il record di velocità terrestre a 4 ruote femminile con una corsa ufficiale di 398,954 mph (632 km/h) e una velocità massima di 709 km/h (440,709 mph).

Il 7 settembre 2016 ha fissato una nuova velocità massima pari a 477,59 miglia orarie guidando la Other American Eagle. Da pilota professionista, Combs ha partecipato a numerosi eventi ottenendo diversi successi.

Ha vinto l’Ultra 4 King of the Hammers nel 2014 e nel 2016. Il Rallye Aicha des Gazelles nel 2015, l’Ultra 4 National Championship nel 2014, il Serie Ultra 4 Western Region e l’Ultra 4 Stampede Legends Class nel 2014.

Le vittorie con le Hammers le avevano fatto guadagnare il soprannome “Queen of Hammers” (Regina delle Hammers). Pochi giorni fa aveva postato una foto con il Jet-Car con cui si preparava per battere il suo ultimo record. A confermare la morte Terry Madden, membro della squadra di Combs.

Se i “buu” rivolti ai calciatori di colore all’interno degli stadi, durante le partite di calcio, sono stati smorzati con pesanti sanzioni ai club e ai tifosi, ora è il momento di intervenire anche per quanto riguarda un’altra faccia della realtà, ormai altrettanto tangibile: i social.

A scendere in prima linea sarà proprio uno dei club più blasonati al mondo, il Manchester United, dopo la valanga di insulti subiti da Paul Pogba e Marcus Rashford a causa del rigore sbagliato dal primo lo scorso lunedì contro i Wolves e la sconfitta in casa contro il Crystal Palace subita sabato dai “Red Devils” per quanto riguarda il secondo, reo di aver sbagliato una facile palla gol. Su Twitter i due calciatori di colore, francese Pogba e inglese Rashford, sono stati letteralmente massacrati, tanto che il centrocampista ex Juve ha commentato gli insulti con un post ad hoc:

My ancestors and my parents suffered for my generation to be free today, to work, to take the bus, to play football. Racist insults are ignorance and can only make me stronger and motivate me to fight for the next generation. pic.twitter.com/J9IqyWQj4K

— Paul Pogba (@paulpogba)
August 25, 2019

L’incontro tra i vertici del club inglese e Twitter sarà solo il primo, ora lo United vuole fare il giro delle parrocchie e sentire anche cosa ha da dire Facebook a tal proposito, anche se lì gli attacchi di stampo razzista sul social targato Zuckerberg sono minori, perlomeno in termini numerici.

Sulla questione, che naturalmente riguarda anche altri calciatori, come Tammy Abraham e Yakou Méïté del Chelsea colpiti circa una settimana fa dai propri supporters, come riporta The Guardian, è intervenuta anche Kick It Out, un’associazione che si occupa di uguaglianza e inclusione nel calcio inglese: “I vili abusi razzisti sui social media sono continuati oggi. Questo problema non andrà via e necessita di un’azione decisiva. Senza un’azione immediata e la più forte possibile, questi atti codardi continueranno a crescere”.  

La presenza di Sinisa Mihajlovic in panchina, seppur non in modo costante, si potrebbe ripetere a breve anche in futuro. Il tecnico del Bologna, affetto da leucemia, “è un paziente esemplare” ed è allo stesso tempo il testimone del fatto che dopo 40 giorni di terapia “si può ricominciare” quella che era la vita antecedente alle cure: questo in sintesi il pensiero del direttore dell’Istituto di Ematologia Seragnoli del Policlinico Sant’Orsola di Bologna nonché professore ordinario di Ematologia, Michele Cavo, il medico che ha dato il ‘via libera’ definitivo alla presenza a sorpresa a Verona dell’allenatore rossoblu rientrato questa mattina in ospedale per continuare il percorso terapeutico.

Un ‘disco verde’ arrivato in “totale condivisione” tra medico e paziente. “C’è stato un programma di assoluta condivisione – ha spiegato il primario intervistato dall’AGI – minuto per minuto, tra il paziente ed i sanitari, in cui tutto era stato pianificato e deciso di comune accordo. Il paziente, pur avendo un fortissimo desiderio” di unirsi alla sua squadra per il debutto del campionato “aveva manifestato anche l’intenzione di non mettersi mai in una situazione di potenziale conflitto con quello che io avessi potuto dire”.

Il ‘ritorno’ in panchina di Sinisa “è possibile che si ripeta anche in un futuro estremamente breve. Ovviamente, questa sua presenza in campo – ha precisato il professor Cavo – è una presenza che io non posso assicurare con totale continuità perché ci saranno altre fasi terapeutiche che dovranno essere attraversate e altri cicli di terapia che, inevitabilmente, lo porteranno per un certo periodo di tempo a non poter essere fisicamente presente insieme alla squadra”.

Un segnale incoraggiante, l’arrivo inaspettato sabato sera allo stadio Bentegodi, come la risposta del tecnico al percorso terapeutico tracciato dai medici. “Sinisa è stato un paziente esemplare – ha ricordato il direttore dell’Istituto di Ematologia Seragnoli del Policlinico Sant’Orsola – avendo sempre dato prova di essere allineato, conforme a tutte le prescrizioni e consigli che gli venivano dati senza mai discostarsi di un solo millimetro. Anche in questa occasione è stato estremamente ligio. ‘Non farò mai nulla che possa andare in conflitto con quello che mi dirà’ mi aveva detto prima del mio via libera per Verona’”.

Per quanto riguarda le condizioni del paziente e la richiesta di unirsi alla prima trasferta del Bologna Calcio, “i primi segnali positivi – ha spiegato il medico – li ho avuti da lunedì della scorsa settimana e poi sono andati progressivamente migliorando. Giovedì non c’erano ancora segnali che mi potessero porre in condizione di dire con assoluta certezza: ‘è un disco verde’. Poi venerdì ho cominciato ad avere segnali più robusti rispetto al giorno precedente. Ho messo in conto quelli che potevano essere i potenziali rischi da un lato e i benefici dall’altro, in primis quelli psicologici, del paziente consapevole del fatto che Sinisa avrebbe trascorso gran parte del suo tempo in un ambiente aperto e che sarebbe stato estremamente ligio, come poi è avvenuto, nel seguire tutte le precauzioni del caso: viaggio in macchina da solo, brevissimo contatto con i giocatori prima della partita, nessuna conferenza stampa”.

Un messaggio positivo che non è passato inosservato agli appassionati e non solo, ed è rimbalzato come un’onda anche sui social. “Il messaggio è quello che un paziente con un tumore a distanza di 40 giorni – ha detto il professor Cavo – può già ricominciare la sua vita che era quella antecedente all’inizio della terapia”. Rivolgendosi ai pazienti, il primario ha ricordato: “Immaginatevi questo percorso dove sicuramente la vostra vita sarà stravolta dalla malattia, ma non necessariamente potrà essere stravolta, al punto tale, da non ritornare ad essere come era prima. E in questo caso il ritorno è avvenuto dopo neanche 40 giorni”.

Mihajlovic uscito in permesso alle 17 di ieri pomeriggio è rientrato in ospedale oggi alle 12.30. Ora come proseguiranno le cure? “Adesso abbiamo già terminato il primo ciclo di terapia. Andremo a fare una valutazione – ha risposto Cavo – di quella che è stata la risposta alla terapia. È possibile che in un tempo ragionevolmente breve – ha concluso il professore – Sinisa possa essere dimesso e che possa poi avere qualche giorno di break prima di ritornare ad essere nuovamente ricoverato per fare un altro ciclo di terapie”.

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