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L’interruzione, oggi a Roma, della partita tra i giallorossi e il Napoli per cori razzisti nei confronti dei partenopei, è stata presa dall’arbitro Rocchi grazie a nuove norme varate nel settembre dell’anno scorso. Il regolamento, messo a punto dalla Fgci, definisce innanzitutto quali sono i ‘comportamenti discriminatori’: “striscioni, scritte, simboli, cori, grida ed ogni altra manifestazione espressiva di discriminazione per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica”.

La sospensione temporanea o definitiva di una partita viene ordinato dal responsabile dell’ordine pubblico (solitamente un funzionario della Questura) all’arbitro. E sempre il delegato decide se e quando la partita può riprendere. L’arbitro gestisce invece la fase della sospensione, decide cioè se lasciare i giocatori in campo o farli rientrare negli spogliatoi.

Se gli episodi si verificano prima della gara, si può disporne un avvio ritardato, se invece accadono durante la partita l’arbitro dispone l’interruzione temporanea e i calciatori si radunano al centro del campo e il pubblico viene informato.

Le norme prevedono anche la possibilità di sospendere definitivamente l’incontro o il non inizio. Questo accade quando l’interruzione temporanea e la sospensione si dovessero prolungare oltre i 45 minuti. Trascorso questo tempo l’arbitro dichiarerà chiusa la partita e riporterà quanto accaduto nel referto da inviare agli Organi di Giustizia Sportiva. La sospensione definitiva comporta la sconfitta a tavolino della società ritenuta responsabile. Vale infatti il criterio della ‘responsabilità oggettiva’.

In caso di sospensione temporanea sono invece previste multe, chiusure di un singolo settore dello stadio, obbligo di disputare partite a porte chiuse, squalifiche del campo fino ad arrivare – in casi estremi – all’esclusione dal campionato. 

Matteo Berrettini è il terzo italiano a qualificarsi per le Atp Finals, dopo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti. Il 23enne romano ha infatti ottenuto l’ultimo posto per le finali tra gli otto migliori tennisti dell’anno in programma a Londra dal 10 novembre, grazie alla sconfitta di Gael Monfils nei quarti di finale del torneo di Bercy. Il francese è stato battuto dal russo Denis Shapovalov 6-2, 6-2 e ha mancato la semifinale che gli avrebbe regalato il pass per Londra. 

Aumenta di 25 milioni di euro la sponsorizzazione Jeep per le stagioni sportive 2019/2020 e 2020/2021 della Juventus. È quanto prevede un accordo siglato tra Juventus Football Club e Fca Italy “in considerazione dell’eccellente performance sportiva della prima squadra, che ha determinato in questi anni il miglioramento del ranking Uefa e l’incremento di visibilità del brand Juventus a livello globale”. L’annuncio è stato dato stamattina sul sito ufficiale della società bianconera, nel giorno in cui è in programma l’assemblea degli azionisti.

L’attaccante belga Dries Mertens, che ha segnato una doppietta a Salisburgo, ha superato il numero di gol, 115, segnati da Diego Armando Maradona con la maglia del Napoli. Mertens, 32 anni, veste i colori napoletani dal 2013 e adesso è ad appena cinque gol da Marek Hamsik, che con la maglia azzurra ha segnato 121 reti, ed è il miglior cannoniere della storia del Napoli. Maradona raggiunse il suo record in 188 partite ufficiali con il Napoli in sette stagioni fra il 1984 e il 1991. Stasera Mertens ha segnato il primo gol al 17′ e il secondo al 64′.

Nicolò Melli negli Stati Uniti si è sempre sentito un po’ a casa. Merito della mamma, Julie Vollertsen, pallavolista di altissimo livello capace di vincere un argento olimpico nel 1984, a Los Angeles, con la nazionale a stelle e strisce. Così, ieri notte, nel suo debutto nella Nba, “Nik” ha giocato come fosse un veterano, come se conoscesse quel mondo come le sue tasche. Sono bastati 120 secondi per scrollarsi dalle spalle ogni scetticismo e ogni pressione. Due tiri, due triple. L’incipit di un referto che racconterà, alla fine del match, un esordio da urlo: 14 punti, 4 triple, 5 rimbalzi, 2 assist. In appena 20 minuti di gioco. Tanti per un rookie. Anche se di 28 anni.

Quella di ieri, perlopiù, non era una partita qualunque. Era l”opening night” della nuova stagione del massimo campionato di basket al mondo. Il match in cui i campioni in carica ricevono gli anelli, simbolo della vittoria nelle passate finali di giugno. Un evento che negli Usa guardano milioni di persone. I Toronto Raptors davanti ad un’arena gremita di tifosi hanno festeggiato il primo titolo della loro storia. E dato il via a una delle stagioni più attese ed equilibrate, conseguenza di un’estate molto movimentata che ha cambiato volto a molte franchigie.

Faked him out twice and drills the jumper.

Magic Melli #WontBowDown pic.twitter.com/JCYN1tsDTl

— New Orleans Pelicans (@PelicansNBA)
October 23, 2019

A sfidare i canadesi, c’erano i New Orleans Pelicans. La squadra di Melli, certo, ma soprattutto la squadra di Zion Williamson, 19 anni, per molti destinato a diventare il dominatore dell’intera Lega negli anni a venire. Ma Williamson ieri non c’era. La montagna di muscoli che si porta addosso ha indebolito così tanto le sue ginocchia tanto da costringerlo a un’operazione chirurgica che lo terrà fuori due mesi. Problemi di cartilagine, niente di grave. Una sfortuna per il giovane prospetto, un’occasione per l’italiano che ha avuto a disposizione più minuti per dimostrare il suo valore.

.@nikmelli ARE YOU SERIOUS

3-for-3 from beyond the arc already to start his NBA career! pic.twitter.com/h1q4Awd2Qu

— New Orleans Pelicans (@PelicansNBA)
October 23, 2019

 

“Magic Melli”. “ARE U SERIOUS?” Al terzo e al quarto tiro mandato a segno, senza errori, anche il social media dei New Orleans Pelicans si è lasciato andare a qualche momento di gioia. Il giocatore italiano ha sorpreso tutti, commentatori compresi. Tanto che alla fine è stato scelto lui per la foto finale con il punteggio della partita. E forse ha sorpreso anche il suo allenatore, Alvin Gentry, che lo ha lasciato in campo nei momenti decisivi della partita, finita all’overtime con la vittoria dei Raptors per 130-122. Un attestato di stima verso l’atteggiamento e l’efficacia dimostratagli: “Stiamo ancora assestando le rotazioni”, dirà alla fine del match. Un segno che qualcosa, o meglio qualcuno, ha rimescolato le carte a sua disposizione. 

Final. pic.twitter.com/TmJhOmFAx0

— New Orleans Pelicans (@PelicansNBA)
October 23, 2019

 

Quello di Melli, intendiamoci, non è che un primo passo di una lunga camminata piena di ostacoli. Il giocatore di Reggio Emilia ha sfruttato ieri la libertà che la difesa di Toronto gli ha concesso. È stato bravo ad aprirsi dietro la linea da tre punti sui pick’n’roll dei compagni. È stato bravo a punire le scelte della difesa dei Raptors. È stato bravo a mettere il suo corpaccione contro i lunghi avversari a rimbalzo. Ci sarà un momento in cui le difese avversarie si adegueranno al suo tiro da lontano costringendolo magari a palleggiare e a cercare soluzioni offensive diverse. Dovrà abituarsi alla fisicità e alla velocità di esecuzione dei giocatori Nba, a difendere in maniera più continua e a sopperire le sue mancanze con l’acume cestistico di cui è dotato. 

Intanto però è lecito godersi questo inizio quasi perfetto ricordandosi che quel diritto di cittadinanza, che Melli ha per passaporto, grazie a mamma Julie, può essere conquistato, partita dopo partita, sui parquet americani. Lettura dopo lettura, canestro dopo canestro. 

First career NBA bucket for @NikMelli is a three! #WontBowDown pic.twitter.com/VCmHtnTb8Z

— New Orleans Pelicans (@PelicansNBA)
October 23, 2019

Lo sport era “una medicina”, un sollievo, una distrazione alla sua terribile, incurabile, malattia degenerativa muscolare, ma non la soluzione. E così, a 40 anni, la campionessa delle Paralimpiadi Marieke Vervoort ha scelto di tagliare il traguardo della propria vita attraverso l’eutanasia. Che nel suo paese, il Belgio, è legale. Aprendo un ulteriore squarcio sull’importanza dello sport per disabili, una fuga parziale dalle sofferenze di queste coraggiose, orgogliose e fantastiche persone bloccate dal male, come la ragazza di Diest, oro ed argento alle Paralimpiadi di Londra 2012 (100 e 200 metri T52), e ancora argento (400 T51/52) e bronzo (200 T51/52) a quelle di Rio 2016.

Due date importanti della sua difficile esistenza, due capitoli, due quadrienni che hanno allontanato la morte dalla testa della Vervoort, la quale già nel 2008 aveva firmato le carte che avrebbero permesso un giorno ai medici di chiudere la sua vita. E martedì sera ha dato il nulla osta, stremata dai continui dolori, dalle convulsioni, dalla paralisi alle gambe e dalla situazione di disagio generale che la lasciava dormire a malapena.

Proprio dopo le nuove medaglie olimpiche di Rio, l’atleta olandese aveva dichiarato: “Devo confessare che sto davvero male, sono costantemente costretta ad ingerire antidolorifici, valium e morfina per alleviare i troppi dolori che ho. Nonostante questo, ho attacchi epilettici e piango, urlo, per come mi sento. Tanta gente mi chiede come è possibile che riesco ad ottenere tanti buoni risultati e che sono sempre capace di sorridere malgrado i dolori e le medicine mi mangino continuamente i muscoli. Semplice: per me lo sport e la competizione sulla sedia a rotelle è come una medicina”.

Quello di Rio era il suo “ultimo desiderio”, l’ultima gara, l’ultima spiaggia, prima della “buona morte”, il suicidio assistito.

“Poi voglio vedere che cosa mi porta la vita e godermi i momenti che posso. Ho una lista di desideri, incluse le acrobazie in volo, e in fondo alla lista c’è l’eutanasia. Nonostante le mie condizioni, sono stata in grado di sperimentare cose che gli altri possono solo sognare. Non sapevo nemmeno se sarei riuscita ad arrivare a Rio, anche perché sembrava non ci fossero abbastanza concorrenti nelle mie gare. Ma soprattutto per le mie condizioni di salute. Mi sono allenata molto duramente, anche se ho dovuto lottare giorno e notte con la malattia. Certe notti sono riuscita a dormire solo pochi minuti, e quando ci sono finalmente riuscita mi dovevo svegliare per allenarmi”.

Ha resistito molto, ha lottato ancora, è rimasta legata alla vita finché ha potuto. “Devi vivere giorno per giorno e goderti i piccoli momenti. Quando arriva il giorno, quando ho più giorni brutti che buoni giorni, ho i miei documenti di eutanasia. Ma il tempo non è ancora arrivato”. Fino a martedì sera quando anche lei ha mollato la presa, lottava dai 14 anni quando le era stata diagnosticata la malattia. Che aveva cercato di sviare col basket in carrozzina, il nuoto e il triathlon.

Si sentiva più forte della malattia perché aveva una via di fuga: “Se non avessi ottenuto quei documenti dell’eutanasia penso che mi sarei già suicidata, è molto difficile vivere con così tanto dolore e sofferenza e questa insicurezza, giorno dopo giorno. Sapere di avere quella possibilità, quando sarà abbastanza per me, mi dà una sensazione di pace”. Parole su cui riflettere.

Tanti soldi (è il quarto torneo come ricavi dietro i campionati di football e baseball Usa e Premier League inglese di calcio), tante squadre (30, ripartite in due conference geografiche, est e ovest), molte favorite, tre giocatori italiani (Marco Belinelli a San Antonio, Danilo Gallinari a Oklahoma, Nicolò Melli a New Orleans), un solo allenatore di casa nostra (Sergio Scariolo, vice di Nick Nurse, ai Raptors di Toronto, campioni 2018-2019). La NBA riparte nel segno degli stranieri e degli infortunati eccellenti (da Kevin Durant di Golden State a Paul George e DeMarcus Cousins, neo Clippers, da Kyle Kuzma dei Lakers alla prima scelta dei draft, Zion Williamson, dei Pelicans). Ma, soprattutto, con la previsione di un grande equilibrio.

Favoriti a rischio

Quanto sarà decisiva l’ambizione della seconda squadra di Los Angeles, i Clippers, che hanno strappato ai campioni in carica dei Toronto Raptors la stella Kawhi Leonard, riportandolo a casa a fianco di Paul George, e collegandolo al collaudato terzetto Williams-Harrell-Beverley? “The King” LeBron James manterrà la promessa mancata la stagione scorsa e farà riesplodere i Lakers, accompagnato da Anthony Davis (con l’aggiunta di Danny Green, Kuzma e Caldwell-Pope)? A Philadelphia, due star come Joel Embiid e Ben Simmons, più Tobias Harris, Josh Richardson e Al Horford riusciranno a mascherare i limiti della panchina? A Milwaukee, Giannis Antetokunmpo, MVP della scorsa stagione, riuscirà a far squadra con l’apporto degli esperti Wes Matthews e Robin Lopez? 

Scelte diverse 

Quanto peserà l’entusiasmo del Canada, dove il basket è il secondo sport più popolare dopo il calcio nella popolazione dai 3 ai 17 anni, e le certezze Lowry, Gasol, VanVleet e Ibaka invocano la scintilla da Pascal Siakam? Ai Boston Celtics fortemente rivoluzionati, Kemba Walker riscatterà i Mondiali e cancellerà il ricordo di Irving, spalleggiato sotto canestro del “nemico di Erdogan”, Kanter? L’asse Irving-De Andre Jordan-Durant (comunque inagibile quest’anno, ma chioccia di personalità a bordocampo) darà un’anima ancor più battagliera ai già temibili e piacevoli Brooklyn Nets? Perché non scommettere sulla freschezza di New Orleans con Zion Williamson (assente per due mesi), più Lonzo Ball, Brandon Ingram e Josh Hart, accanto al nostro Melli, esordiente Nba a 28 anni, dopo alcune buone stagioni al Fenerbahce?

Classe e orgoglio

Come ignorare la classe e la voglia di riscatto dei due idoli dei giovanissimi, come Il Barba, James Harden, a Houston, e il grande cecchino, Steph Curry, a Golden State? La star di Mike D’Antoni ai Rockets può ricreare una coppia esplosiva e immarcabile col vecchio amico Russell Westbrook, quella dei Warriors, che torna prima stella assoluta dei campioni detronizzati dopo due stagioni, potrà esaltarsi con Draymond Green e D’Angelo Russel, in attesa del sospirato rientro di Klay Thompson.

Come dimenticare i due assi europei dei Dallas Mavericks, Doncic e Porzingis? Peccato gli manchi una chioccia come Dirk Nowitzki, che ha lasciato l’Nba dopo 21 anni. A proposito di fenomeni, sono 22 anni di fila che i San Antonio Spurs vanno ai playoff, record fra i grandi sport di squadra pro americani: come non dare ancora fiducia ai terribili “vecchietti” Aldridge, DeRozan, Gay, Mills e Belinelli? La chiave per innescarli ancora una volta è nelle mani di Dejounte Murray

Dove vedere la NBA

La tv di riferimento, per gli italiani, sarà, per altri quattro anni, Sky Sport NBA (canale 206), con oltre 300 partite in diretta e due match in prima serata nel weekend.  Stasera, nella “Opening Night”, Toronto Raptors-New Orleans Pelicans, in diretta alle 2, il derby di Los Angeles Lakers-Clippers alle 4.30. Le partite in programma saranno 1.230, la stagione regolare termina nella notte tra mercoledì 15 e giovedì 16 aprile 2020.

I playoff cominceranno nel weekend di sabato 18 e domenica 19 aprile 2020, con le prime otto delle serie della Eastern e della Western Conference, il secondo turno è previsto il 4-5 maggio 2020 (a meno di anticipi al 2-3), finali di conference il 19-20 maggio (possibile anticipo al 17-18). Finali NBA nella notte italiana tra giovedì 4 e venerdì 5 giugno 2020, in caso di 7 partite, la serie finale assegnerà l’ambitissimo “anello” nella notte tra domenica 21 e lunedì 22 giugno.

È stato presentato stasera il logo ufficiale delle Olimpiadi di Parigi del 2024. All’interno di un cerchio è raffigurato un viso femminile disegnato dalla fiamma olimpica. Sotto il logo si trova la scritta “Paris 2024”. Tre i simboli riuniti nel logo. “Medaglia, fiamma, Marianna (uno dei simboli della Repubblica francese, ndr), rivelano un viso che incarna la nostra intenzione di porre le persone al centro dei giochi” ha spiegato Tony Estanguet, ex atleta olimpico francese, responsabile del Comitato d’organizzazione dei giochi.

La pettinatura e il colore dorato del logo ricordano lo stile art déco, sviluppatosi nel periodo in cui si svolsero le precedenti olimpiadi parigine (1924).

La médaille, la flamme, Marianne.
Voici le nouveau visage des Jeux Olympiques et Paralympiques de #Paris2024

The medal, the flame, Marianne
Here is the new face of the Olympic and Paralympic Games of #Paris2024 pic.twitter.com/6VvsItrql6

— Paris 2024 (@Paris2024)
October 21, 2019

Rafa Nadal ha avuto il matrimonio che sognava, con tutti gli amici, sul mare della sua isola, lontano dalla pazza folla. E l’ha avuto, alle 12 del 19 ottobre, come mostrano le poche foto ufficiali, mentre posa, in completo grigio chiaro,  abbracciato e solare, accanto alla fidanzata di sempre, Maria Francisca Perellò (anni 31, due meno di lui), in bianco, che gli altri chiamano Xisca e lui chiama Meri dal 2005, quando l’ha conosciuta e ne è rimasto abbagliato.

“Per espresso desiderio degli sposi”, tutti gli invitati erano disarmati, di telefonini e macchine fotografiche. Valeva per i compagni di tennis, i connazionali “Feli” (Feliciano Lopez), “Ferru” (David Ferrer), Albert (Albert Costa), Carlos (Moya), Alex (Corretja), Marc (il compagno di doppio, Lopez) e Fernando (Verdasco), più l’argentino Juan (Monaco). Valeva per l’amico del cuore del calcio Iker (il mitico portiere Casillas) e quello del basket Pau (Gasol), come per quello degli affari, il cantante Enrique Iglesias con la moglie, l’ex tennista Anna Kournikova.

Valeva per gli altri 350 invitati a la Sa Fortalesa, la Fortaleza de Albercutx, un castello del XVII secolo costruito sulla penisola di Punta Avançada, a nord di Maiorca, raggiungibile solo in auto e solo attraversando l’aeroporto militare De Pollensa. Dove erano convolati a nozze altre star dello sport spagnolo come il calciatore Gareth Bale e il cestista Rudy Fernandez, magari senza l’extra protezione del cielo, che per l’occasione è rimasto completamente sgombro da qualsiasi tipo di velivoli, droni compresi per evitare intrusioni nella privacy de campione-record di 12 Roland Garros.

Di certo, non valeva le guardie del corpo dell’ex re Juan Carlos, che era mischiato nel gruppo, insieme a donna Sofia. E non valeva per Roger Federer che non è stato invitato e, a Basilea, dove sta giocando, ha detto: “Non mi aspettavo che non mi invitasse. Andiamo molto d’accordo. Ma ad un matrimonio inviti le persone con la quale vorresti condividere la maggior parte del tuo tempo; ecco perché non è un problema per me. Mi sono congratulato con lui, sapevo che non avrebbe risposto subito perché è impegnato. Sono molto felice per lui, spero abbia trascorso una bella giornata”.

Rafa ha prenotato l’intera struttura di 87 mila metri quadrati, oltre 1.100 di giardino, per 25 mila euro al giorno, per tre giorni. Distribuendo parte degli invitati negli alberghi vicini, e ha pure ottenuto un permesso speciale per far celebrare un matrimonio religioso in un luogo non consacrato. Ha officiato la cerimonia padre Tomeu Català, fondatore del “Projecte Home Baleari”, grande attivista contro ogni forma dipendenza, amico da anni della famiglia Nadal, e grande estimatore del campione spagnolo. Come ha dichiarato al “Diario de Mallorca”: “E’ un esempio per i valori che trasmette, è una persona che ama e che è amata, una cosa che non si può vendere o comprare”.

L’abito di Meri era dalla stilista spagnola Rosa Clarà (costo 3.500 euro), quello di Rafa, era italian style, di Brunello Cucinelli (costo 5.900 euro). La ristorazione era ricca e super qualificata, dallo chef a tre stelle Michelin, Enrique Dacosta, “Quique”, titolare del ristorante a Denia (Alicante), alla maiorchina Macarena “Maca” de Castro, con una stella, a Puerto de Alcudia, ad Andres Moreno, chef del Sa Punta e Santi Taura, di Palma.

Menù segreto, come i dettagli dell’addio, che sarebbe avvenuto sabato 13 avrebbe festeggiato lo scorso sabato in una discoteca di Maiorca, il Social Club, come rilanciato su Instagram dal PR del locale. Musica reggeaton e una decina di amici intimi. Mentre, secondo il quotidiano sportivo AS, di sicuro, Rafa ha avuto un menù diverso da tutti gli altri ospiti, per non deragliare dalle abitudini di perfetto atleta nemmeno il giorno delle nozze.

Aspettiamo qualche giorno e qualche rivista svelerà l’arcano. Ovviamente, gli introiti fotografici del servizio in esclusiva verranno devoluti in beneficienza. Chi avrebbe mai rischiato la multa da 30 a 50 mila euro per uno scatto rubato? Rafa e Meri vivono in uno chalet che il 19 volte campione Slam – a una sola tacca dal record di Federer – ha comprato per 4 milioni di euro nel 2013, hanno consumato la luna di miele alle Bahamas subito dopo la Laver Cup di Ginevra, il campione spagnolo si allena da giorni nella sua Accademy a Manacor, e da lunedì è iscritto al Masters 1000 di di Parigi Bercy. Così rientrerà alla gare dalla finale vinta su Medvedev agli Us Open e il forzato stop alla Laver cup e Shanghai per i problemi al polso destro, e, da numero 2 del mondo, ridarà la caccia al numero 1 di Novak Djokovic.

 

Miracolo, miracolo, miracolo. Come direbbe il compianto Massimo Troisi. Andy Murray, il quarto dei Fab Four del tennis, che agli Australian Open annunciava piangente il ritiro, torturato dal vecchio problema all’anca, ha salutato domenica, piangente, il successo al torneo di Anversa. Dalle lacrime disperate dell’11 gennaio, da quelle drammatiche e infelici dichiarazioni – “voglio togliermi almeno il dolore, non ce la faccio più, non riesco più nemmeno ad infilarmi i calzini” – a quelle felici del 20 ottobre, il baronetto di Sua Maestà per meriti sportivi, che ha riscritto la storia dopo Fred Perry negli anni ’30 e che ha firmato diversi successi Slam, due ori olimpici, la coppa Davis, arrivando anche al numero 1 del mondo! – è transitato per alcuni stadi durissimi.

Dall’operazione chirurgica del 28 gennaio alla stoica rieducazione, dal ritorno trionfale in doppio del 17 giugno al Queens a quello stentatissimo in singolare di agosto a Cincinnati e Winston Salem (perdendo subito contro Gasquet e Sandgren), quand’era sceso addirittura al numero 839 della classifica. Per poi tuffarsi nei tornei asiatici e quindi risorgere ad Anversa, firmando il suo titolo Atp numero 46, il primo dal 5 marzo 2017 (due anni e otto mesi fa), a Dubai, “dopo quello che ho passato, una delle più importanti di tutta la mia carriera”. Rimpolpando la classifica mondiale dal 243 a 127 del mondo. E ricominciando a sorridere alla vita e allo sport, lui che, da campione, proprio non poteva accettare di essere costretto a chiudere col professionismo non per decisione propria ma per un infortunio.

A gennaio, il 32enne scozzese che temeva di non poter più tornare a camminare, oggi, corre e si braccia come ai tempi belli quand’era numero 1 dei tennisti professionisti e duellava alla pari con Federer, Nadal e Djokovic. Forse questa rimonta sul destino è la sua vittoria più bella, doppia, considerando che ridà speranza a tante persone normali come anche ad atleti menomate da problemi all’anca. La sua, la destra, non è stata ricostruita, né sostituita, né violentata con l’innesto di placche di metallo, è stata rivestita, e quindi rinforzata, per ridurre l’attrito fra femore e bacino in quella rotazione continua che lui e tanti altri colleghi fanno nel caricare il colpo prima dell’impatto con la palla. Merito del professor Derek McMinn che lo ha operato a Londra, promettendogli: “Hai il 90 per cento di probabilità di tornare a giocare a tennis”.

L’artroplastica di rivestimento riguarda anche i grandi anziani, perché è un intervento sempre meno invasivo che consente un recupero totale e rapido della mobilità articolare ed il superamento del dolore. Murray, terrorizzato da una seconda operazione dopo che la prima non aveva resistito nel tempo, ha potuto recuperare così in fretta, addirittura a livello di sport agonistico di primo livello, perché l’intervento non richiede l’asportazione della testa del femore del paziente a differenza di quanto avveniva in precedenza.

E non presenta complicanze, come la lussazione o la differenza di lunghezza delle gambe, che possono verificarsi con l’inserimento delle protesi. Infatti, con l’artroplastica di rivestimento viene sostituita solo la parte realmente malata, cioè la cartilagine, ricoprendo la testa del femore con una cupola di appena due millimetri di spessore di una particolare lega metallica, ricca di carburi, elementi simili alla ceramica che proteggono dall’usura.

La stessa pellicola viene inserita a copertura e difesa del bacino, per sostituire anche la cartilagine pelvica. Così, collo e canale del femore rimangono intatti, e non viene modificato il diametro della testa del femore, garantendo l’ottimale funzione dell’anca ed il rischio di lussazioni. Senza danneggiare i muscoli glutei, fondamentali nella deambulazione. Ecco il miracolo miracolo miracolo di Andy Murray. Che ora è libero di decidere quando e come si ritirerà, comunque in campo, da atleta vero: sarà a Wimbledon 2020?

 

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