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Intanto, quello che si disputa dal 14 al 28 gennaio il è Major più vasto geograficamente, infatti non si accontenta della denominazione classica, Australian Open, ma la espande: The Grand Slam of Asia / Pacific. Perché Melbourne non è solo “down under”, dall’altra parte del mondo, come dicono loro, ma è la capitale di quell’immensa area oceanica, mentre le altre città del tennis, Parigi Londra e New York sono le capitali delle racchette ben più definite.

L’impianto sportivo di Melbourne Park spunta fuori all’improvviso dal 1988, traslocando dalla verde erba di Kooyong al cemento, dal servizio-volée al corri e tira da fondocampo, nel segno di una doppia rivoluzione culturale, tecnica, dai “gesti bianchi” dei maestri, ed architettonica, che prende le sembianze di una centrale aerospaziale, con tanto di astronavi, cupole d’acciaio, volte, strutture avveniristiche, ed è totalmente differente da qualsiasi altro teatro di giochi al mondo. 

Breve storia del Melbourne Park 

L’indirizzo del torneo è cambiato più volte, sin dal via, nel 1905, emigrando da stato a stato, fino a trovar casa a Melbourne nel 1972, per traslocare ancora, da Flinders a Melbourne Park, nel 1988. E’ mutata anche l’area che si affaccia sul fiume Yarra, raddoppiando nell’estensione, dai 6 agli 11.5 ettari, trasformandosi nel tempo in uno dei grandi poli d’attrazione della città, sempre brulicante di giovani, che luccica fino a notte fonda, anche per i richiami stagionali di gare di basket, partite di cricket e concerti musicali, fino ad ospitare 2.5 milioni di persone l’anno in 300 eventi.

Del resto, anche la superficie di gioco del torneo di tennis è mutata più volte, dal Rebound Ace, verde, al Plexicushion, blu, nella ricerca della miglior mescola di cemento gommoso per le particolari condizioni di caldo dell’estate che scala i 40 gradi, e brucia teste, pelle e piedi.

Il campo centrale, intitolato nel 2000 a Rod Laver, l’unico campione di questo sport – peraltro proprio australiano – capace di aggiudicarsi due volte i quattro maggiori tornei nello stesso anno (’62 e ’69), coi suoi 15 mila posti a sedere, ha fatto scuola nella storia degli stadi moderni, ed e nato direttamente con un tetto retrattile. Altra caratteristica avveniristica che gli altri Slam hanno copiato solo più avanti, nel tempo, con il Roland Garros che si sta adeguando solo adesso.

Un investimento per diminuire il tempo di chiusura del cappello 

Fino all’anno scorso l’eclatante cappello si chiudeva in 20 minuti per riparare gli atleti da sole, pioggia e vento, da quest’anno ne impiegherà appena 5, nel quadro delle costanti, e costosissime ristrutturazioni.

Che, sempre nel segno delle innovazioni più all’avanguardia, hanno garantito altri record al torneo: l’unico fra i teatri Majors con addirittura tre campi coperti – quello della Margareth Court Arena è un gioiello, con la sua chiusura a ventaglio), quello con più “show court” (extra i due principali), tre, con un quarto da 500 posti in via di definizione e “occhio elettronico” su tutti i 16 campi di gioco. 

Il business vale l’ultimo investimento da oltre 270 milioni di dollari. Per confermarsi lo Slam con più spettatori (l’anno scorso 743,667), che non si fa trovare spiazzato anche dalle modifiche regolamentari, come suggerisce il nuovo tie-break al quinto set, sul 6-6, ma a 10 punti.

F​arà confusione, così diverso dalle altre soluzioni al quinto set, a Wimbledon e Us Open? Forse, ma tutto fa spettacolo e novità, in Australia, ed equivale a gioventù. Identificandosi in un immenso paese che vive di musica, di computer, di pixel, di luci psichedeliche, di inseguimento alla modernità. Guardando costantemente al futuro. Per la felicità dei fotografi: la luce è talmente più chiara down under.

 

Per Roger Federer sarà un anno importantissimo. Il campione svizzero, che ha spento 37 candeline lo scorso agosto,non vuole parlare di ritiro ma sa che il tempo, anche per lui, si sta assottigliando sempre più. Eppure gli obiettivi da raggiungere, prima di attaccare la racchetta al chiodo, sono ancora tanti. Il suo 2018, ad esempio, inizia nella difficile impresa di difendere il doppio titolo degli Australian Open, primo torneo dello slam, conquistato nel 2017 e nel 2018.

Una vittoria a Melbourne, che sarebbe la settima della carriera, avrebbe un grande valore dato che porterebbe sulla già affollatissima bacheca dei trofei di Federer, il titolo numero 100. Una cavalcata tra i professionisti iniziata il 4 febbraio del 2001, a Milano, contro il francese Julien Boutter, che ha portato il tennista di Basilea a vincere tornei in tutto il mondo.

99 vittorie in 19 Paesi

L'unico anno in cui Roger Federer non ha portato a casa almeno un titolo nel circuito ATP è stato il 2016. Una stagione caratterizzata da vari infortuni, ginocchio e spalla, chesi è chiusa molto presto, a luglio, con poche soddisfazioni personali per il tennista. Il 2006, invece, è stato l'anno più prolifico: ben 12 vittorie, di cui 3 titoli dello slam (Australian Open, Wimbledon e Us Open). Nel 2009, invece, è arrivata l'unica vittoria al Roland Garros. 

  • Stati Uniti. Sul territorio americano Federer ha portato a casa tutti i principali tornei del circuito ATP. Dalle assolate coste della California (Indian Wells, per 5 volte) e della Florida (Miami, 3) al Texas (Master Cup Houston, 2) e all'Ohio (Cincinnati, 7). Passando per l'interregno agli Us Open, conquistato per 5 anni di fila dal 2004 al 2008.
  • Germania. Quattro i tornei vinti in terra tedesca, su superfici diverse: Amburgo, Halle, Stoccarda e Monaco di Baviera. 
  • Francia. Oltre al citato successo sulla terra rossa del Roland Garros, Federer ha vinto tornei anche a Marsiglia e Parigi Bercy. 
  • Le altre in Europa. il tennista svizzero si è imposto nel torneo di casa, a Basilea, per nove volte. Un record pareggiato solo ad Halle. Un passetto indietro, ma ineguagliabili come prestigio, ci sono le otto vittorie a Wimbledon. Ma la lista dei successi è piuttosto lunga: Milano, Vienna, Gstaad, Estoril, Istanbul, Rotterdam, Madrid, Londra e Stoccolma.
  • Le altre nel Mondo. Ci sono anche in questo caso tornei in cui il campione svizzero si trova più a suo agio: dai citati Australian Open, vinti sei volte, al torneo di Dubai, vinto sette volte, passando per Shanghai e Bangkok, Brisbane e Sydney, Doha e Toronto.
  • Le assenze. Nella programmazione annuale del tennista ci sono luoghi che vengono tenuti meno in considerazione. Spicca, ad esempio, l'assenza di tornei giocati in Sud America. I motivi vanno ricercati sulla tipologia di superficie proposta, quasi sempre la terra rossa così poco amata, e il valore dei tornei, buoni per chi vuole far crescere la propria classifica ma meno allettanti per un top player. 

Le finali perse

Riassumendo, Federer ha portato a casa 20 titoli del Grande Slam, 6 Masters (in tre Continenti diversi), 27 Master 1000, 21 tornei ATP 500 e 25 tornei ATP 250. Per un totale di 99 trofei. L'obiettivo della tripla cifra sarebbe già diventato realtà se Federer non si fosse arreso per 52 volte in finale: 

  • 10 volte nei tornei dello Slam: il tennista svizzero è stato sconfitto almeno una volta in tutti i e quattro i tornei. Da Rafa Nadal (6 volte), Novak Djokovic (3 volte) e Martin Del Potro. 
  • Tra i tornei più importanti che Federer non ha mai vinto ci sono due dei principali Master 1000 europei, anch'essi per specialisti della terra rossa: Roma e Montecarlo. In entrambi i casi le sconfitte in finale sono ben 4. In Italia per opera di Nadal (2), Djokovic e, nel lontano 2003, di Felix Mantilla (alla fine di un tiebreak decisivo e molto tirato).Nel Principato di Monaco, invece, a causa di Nadal (3) e Wawrinka.

Capitolo Olimpiadi

Tra le delusioni più grandi nella carriera di Federer spicca certamente la finale delle Olimpiadi di Londra del 2012 quando a imporsi, in tre set, fu il britannico Andy Murray. Una sconfitta che ancora brucia e che potrebbe spingere il campione svizzero a riprovarci nel 2020, a Tokyo, come ultimo ruggito di un leone che non ha ancora voglia di abdicare. Del resto, quando ci sono stimoli e obiettivi, perché farlo?

Ancora tu. Sembra un miraggio anche a lui: vent’anni di fila agli Australian Open a Melbourne, che poi sono anche vent’anni d’amore con Mirka, allora collega slovacca dal cognome Vavrinec, oggi signora Federer. Roger Il Magnifico non solo c’è ancora, ma è pure il campione uscente delle ultime due edizioni (e di sei complessive) della prima prova stagionale Slam ed il secondo favorito dei bookmakers per la vittoria finale – a 6.50 – , a dispetto dei 37 anni suonati e della classifica che gli antepone il redivivo “Cannibale” Novak Djokovic (a 2.15) e “Lazzaro” Rafa Nadal ( a 10), che resuscita appena sente il profumo del grande tennis. 

La scommessa è giusta: RogerExpress è tutto un sorriso, in linea con l’etichetta Happy Slam del mega-torneo “down under” che allunga le vacanze estive e riabbraccia tutti i protagonisti, belli carichi di energie e di speranze. Anche se in realtà, sul cemento gommoso, la pacchia dura poco, sotto il sole che brucia anche a 40 gradi, assediati da 743mila spettatori, contro tutte quelle facce col coltello fra i denti, i giovani, promossi dal circuito minore come i veterani, vecchi solo all’anagrafe, a caccia degli ultimi giorni da leoni prima di tornare umani. Anche perché i denari in ballo sono tanti: dai 75mila dollari australiani del primo turno ai 4.100mila del titolo di singolare. 

Ma la sopravvivenza in Australia è durissima. Lo sa bene Federer che le ultime due volte l’ha spuntata solo allo sprint, contro Nadal e Cilic, con l’aiutino della programmazione agevolata: l’hanno fatto giocare solo di sera, sul centrale intitolato al mitico Rod Laver (l’unico che ha chiuso due volte il Grande Slam). Avrà il pubblico alleato più che mai, anche in modo rude, antipatico contro i rivali diretti. Il sorteggio gli ha disseminato la strada di mine come Tsitsipas, Basilashvili, Khachanov e Bautista Agut, ma l’ha inserito nella parte bassa, con un Rafa ancora acciaccato e senza partite nelle gambe, che avrà le sue gatte da pelare contro Anderson, Isner, Dimitrov, magari Berdych.

In alto, in senso figurato, come tabellone, e anche concreto, come classifica, come risultati, come classifica e come fiducia, Djokovic supera perfino Roger nella gara dei sorrisi e della disponibilità: in allenamento, ha scherzato l’ex Fab Four, Andy Murray dalle anche sbilenche, ha giocherellato nell’esibizione contro l’Avatar a sua immagine e somiglianza, si sente di nuovo il più forte e non si preoccupa di certo dei primi ostacoli di crociera, come il ritrovato Tsonga e l’acerbo Shapovalov. Più duro sarebbero poi l’intelligente Medvedev e magari Nishikori, una tantum, senza cerotti. Poi il super-super-serbo si affaccerà allo spicchio dei grandi dubbi: contro Sascha Zverev finora inadatto agli Slam e con la bua al tendine d’Achille, contro il rientrante Wawrinka, contro pazzerello Kyrgios, contro bum bum Raonic e contro Amleto Thiem.

Il transito in quel cerchio di dannati, anche come dispendio di energie, segnerà il destino del “campione di gomma”: volerà al titolo numero 15, ripartirà alla rincorsa della storia puntando al Grande Slam e al record di 20 trionfi di Federer o frenerà clamorosamente dopo la poderosa accelerata di Wimbledon-Us Open 2018?

Fra le donne, Serena, da campionessa uscente e 7 volte regina di Melbourne, peraltro incattivita dagli ultimi autogol nelle finali di Wimbledon e Us Open, e sempre a caccia dello storico aggancio al record di 24 Slam di Margaret Smith Court, è la favorita dei bookmaker (a 5). Ed è messa benissimo, nella parte alta del tabellone, con la numero 1 del mondo, Halep, seconda favorita  dei bookmakers (a 12). La sua speranza è di entrare in forma per i quarti dove dovrebbe incrociare Karolina Pliskova e magari prendersi la rivincita della figuraccia di Flushing Meadows contro Naomi Osaka (anche lei data a 12)  in semifinale. Sempre che la baby nappo-statunitense sia guarita dalla sbornia di New York e sia in grado di dribblare le mine vaganti Azarenka, Hsieh e Svitolina (anche lei a 12). 

La seconda metà del tabellone è molto più dura, con la numero 2 del mondo, la sempre più solida e convinta Angelique Kerber (pure lei data a 12 dai bookmakers) e Kvitova, che picchia più forte di tutte, ma più di tutte può risentire dell’estate australiana, e un nugolo di lottatrici, da Wozniacki a Sabalenka – l’outsider dei telecronisti ESPN, Chris Evert e Patrick McEnroe -, da Ostapenko a Sharapova, da Barty a Tsurenko. 

Una vera lotteria: negli ultimi otto Slam ci sono state altrettante regine diverse, strada facendo ci sono state sorprese giovani ma, in Australia, da Azarenka 2012, vincono solo le veterane. Fra gli uomini, l’eta Slam si alza ancor di più: l’ultimo giovane a trionfare è stato il 20enne Juan Martin Del Potro agli Us Open 2009 e, agli Australian Open, nel 2008, il coetaneo Novak Djokovic. Poi i soliti noti hanno gridato che il tennis non è paradiso dei giovani.

Come sta procedendo la seconda stagione di Var in Serie A? Al termine dello scorso campionato avevamo censito le decisioni cambiate nell’arco delle 380 partite di A e avevamo conteggiato 117 occasioni (55 nel girone d’andata, 62 in quello di ritorno) nelle quali il Var aveva cambiato la scelta presa sul campo. La nuova stagione conferma o cambia i trend visti lo scorso anno?

Prima di addentrarci nei numeri della nuova analisi che abbiamo dedicato alle prime 19 giornate del campionato in corso, occorre fare una premessa su due novità rispetto allo scorsa stagione.

Cambiato il protocollo Var​

La prima è una questione di protocollo: i Var (acronimo che sta per Video Assistant Referee) quest’anno possono correggere i colleghi in campo solo in caso di “chiaro ed evidente errore”, mentre lo scorso anno si parlava solo di “chiaro errore”. Nell’intenzione di chi ha stilato il regolamento, l’aggettivo “evidente” puntava probabilmente a restringere i casi di applicazione, rendendo minore la casistica di episodi valutabili dal Var soprattutto in situazioni di gioco come i rigori, ovvero momenti del match in cui la valutazione di un contrasto può essere molto soggettiva e dipendere da molte Variabili. Distinguere cosa sia soltanto “chiaro” e non anche “chiaro ed evidente” non è banale, e ciò si è tradotto, soprattutto in una prima parte della stagione, in una maggiore prudenza da parte dei Var nell’intervenire.

L’altro elemento di novità è stata l’introduzione di una tecnologia 3D capace di segnalare un fuorigioco precisa al millimetro: come accaduto per la Goal Line Technology che ha eliminato i gol fantasma, da quest’anno anche sugli episodi di fuorigioco i dubbi si sono decisamente ridotti, di fatto annullati. Nel merito, questa innovazione di fatto toglie le valutazioni sul fuorigioco dall’ambito degli errori chiari ed evidenti. In che senso?

Casi limite come il gol annullato a Radja Nainggolan in Sampdoria-Inter o quello tolto a Francesco Acerbi in Atalanta-Lazio (in entrambi i casi si parla davvero di pochi millimetri) lo scorso anno sarebbero probabilmente stati convalidati poiché in cabina Var sarebbe mancata la certezza matematica della posizione. In tal caso, la decisione sul campo (ovvero quella di dare gol) sarebbe stata mantenuta in assenza di prove che confermassero il chiaro errore. Ma quest’anno il dubbio non si ha più: la tecnologia dà in cabina Var una risposta precisa e non interpretabile.

Infine, alcune premesse metodologiche: come accaduto per l’analisi della stagione 2017-18, anche per questa annata abbiamo inserito nella statistica solo i casi di decisione cambiata che siamo riusciti a individuare. Pertanto, non rientrano nella statistica casi di conferma con silent check o casi di on field review che non hanno cambiato la decisione presa sul campo.

Le nostre rilevazioni, inoltre, non tengono conto in alcun modo di valutazioni qualitative su presunti errori né esprimono giudizi sull’operato degli arbitri. Noi parliamo semplicemente di episodi nei quali abbiamo registrato una decisione diversa da quella assunta in prima battuta. Le nostre fonti per la valutazione e la comprensione degli episodi sono stati gli articoli del blog dell’ex arbitro Luca Marelli e le moviole pubblicate sui siti dei principali quotidiani sportivi.

51 decisioni cambiate dal Var

Nel girone d’andata della stagione 2018-19 abbiamo individuato e censito 51 episodi nei quali l’arbitro di campo ha cambiato la decisione assunta in campo a fronte dell’intervento del Var (silent check, valutazione geografica di fuorigioco, cambio di valutazioni disciplinari e rigori).

Contiamo così 4 episodi in meno rispetto all’andata 2017-18 e 11 in meno rispetto al girone di ritorno 2017-18. Le partite interessate da decisioni modificate sono state 43, contro le 44 dell’andata 17-18 e le 47 del ritorno 17-18. Dopo 3 gironi completi interessati da Var, la percentuale di partite con decisioni modificate si attesta mediamente al 23,5% (quasi 1 partita su 4).

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Per quanto riguarda la stagione 2018-19, il grafico ci mostra le partite più interessate da episodi Var: il record (4 partite su 10) spetta ai turni 12, 16 e 17, con 5a, 12a e 17a che detengono il record ex aequo di decisioni cambiate (5). La partita con più episodi cambiati per via dell’intervento del Var è stata Sampdoria-Inter con ben tre gol annullati grazie alla tecnologia (e due per fuorigioco).

Var e situazioni di gioco

Nel girone d’andata del torneo in corso il principale ambito di correzione del Var sono stati i gol: 25 casi su 51 (49%) hanno riguardato l’assegnazione di una rete. 21 su 25 sono gol prima dati poi annullati, mentre i restanti 4 erano stati precedentemente annullati e poi invece dati.

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18 casi su 51 (36%) riguardano i rigori: 15 sono stati accordati e 3 invece tolti rispetto alla decisione iniziale. 8 cambi, invece, riguardano decisioni disciplinari modificate: 7 sono casi di ammonizioni o espulsioni aggiunte, mentre solo in un caso un’espulsione è stata tolta retrocedendo ad ammonizione. È successo in Fiorentina-Spal del 22 settembre 2018, durante la quale l’arbitro Davide Ghersini è stato “corretto” dal collega Var Daniele Chiffi togliendo un rosso a Jasmin Kurtic della Spal.

L’andata appena conclusa fa segnare un trend diverso rispetto ai due gironi del precedente torneo, nei quali la fase di gioco più interessata da cambi di decisione erano i rigori e non i gol. Posto che ogni partita ha una storia a sé ed è anche imprevedibile nello svolgimento, come possiamo proVare a interpretare questo sorpasso? Il nuovo protocollo può aver reso più difficile intervenire a modificare o reinterpretare valutazioni più soggettive come l’entità di un intervento in area di rigore, mentre la maggior precisione legata al fuorigioco ha dato maggiori sicurezze in ambiti che fino allo scorso anno potevano essere borderline come fuorigioco millimetrici.

Var e squadre

La squadra più interessata da cambi di decisione è la Sampdoria (11) che, curiosamente, nel 2017-18 era al contrario quella con meno episodi corretti (solo 4 tra andata e ritorno).

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Non abbiamo invece trovato cambi di decisione nelle partite del Napoli, una delle squadre meno interessate da revisioni anche nella scorsa stagione. Abbiamo sì riscontrato episodi nei quali il Var ha confermato le decisioni assunte in campo (ad esempio Napoli-Spal, gol annullato e rigore negato agli azzurri) ma nessuna che smentisse esplicitamente una decisione assunta in precedenza.

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Per quanto riguarda i gol, ovvero il fondamentale più interessato da cambi di decisione in questo girone, Roma e Sampdoria sono le squadre più coinvolte. La Roma è la squadra che ha beneficiato maggiormente della tecnologia in questo ambito, visto che ben 4 reti avversarie sono state annullate (contro i giallorossi è successo a Torino, Milan, Udinese e Juventus).

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Le milanesi e l’Udinese sono le squadre che hanno visto assegnarsi più rigori (2 per ciascuna) grazie al Var, mentre la Sampdoria è la squadra a cui ne sono stati tolti di più (2, contro Roma ed Empoli).

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Infine, in ambito disciplinare è il Sassuolo la squadra che ha beneficiato di più da questo genere di revisione: 2 espulsioni aggiunte ad avversari dei neroverdi, tra cui il caso dello sputo di Douglas Costa a Di Francesco, sfuggito sul campo all’arbitro Daniele Chiffi ma visto in cabina Var dal collega Gianluca Rocchi.

Var e arbitri

Infine, abbiamo anche conteggiato chi sono gli arbitri che hanno cambiato più idea dal campo e quali invece hanno dato il maggiore contributo dalla cabina di osservazione in questi 51 casi.

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Marco Guida è l’arbitro che ha cambiato più decisioni (7), seguito da Gianpaolo CalVarese e Piero Giacomelli (5).

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In qualità di Var, invece, secondo la nostra ricerca è Michael Fabbri il fischietto che è ha consigliato maggiormente i colleghi sul terreno di gioco: in ben 6 occasioni, con Fabbri al Var il direttore di gara tra i calciatori è tornato sui propri passi. Molto attivi anche Gianluca Aureliano e Davide Massa, che hanno contribuito a 4 cambi di decisione da noi censiti.

Accontentare tutti è impossibile, ma anche far scontenti tutti. Eppure il gotha dell’Atp Tour, il circuito del tennis professionistico, è riuscito in questa seconda impresa, fino ad essere contestato ugualmente dai direttori dei tornei, come dai giocatori, che siano i primi della classe e quelli classificati fra il numero 50 e il 100, cioè il popolo del tennis pro. Cui Vasek Pospisil, da rappresentante dei giocatori nel consiglio dell’Atp (l’organismo che gestisce i tornei del circuito), indirizza un’accorata lettera con l’intento di far fronte comune e diventare davvero protagonisti dello sport che rappresentano e gestiscono, in campo, ma non nelle decisioni e nei guadagni.

“Noi e le nostre famiglie sacrifichiamo tutto per diventare tennisti professionisti sin dalla giovanissima età per creare uno sport globale che abbia un richiamo così ampio. Uno sport che è fiorente ma nel quale in realtà non possiamo dire una parola sul nostro futuro. Non abbiamo accesso alle informazioni finanziarie dei tornei. L’Atp è un ospite virtuale degli Slam che ha profitti per centinaia di milioni di dollari, molti più di quanto dicano pubblicamente e di cui noi giocatori ricaviamo dai il appena 10% dei ricavi. Altri sport professionistici, come NBA, NHK, NFL, MLB che sono rappresentati in modo indipendente dalle loro associazioni ricevono cifre vicine al 50% dei ricavi generati dal proprio sport. Il nostro sistema è rotto e va avanti così sin dal tennis Open. L’ATP rappresenta i tornei e noi giocatori lottiamo e raschiamo per ogni centimetro perché non siamo strutturati come un organismo unitario. È il momento di cambiare e di ottenere quanto vogliano, stando davvero uniti, per esigere quando meritiamo per il nostro duro lavoro. Abbiamo bisogno di CEO, di un amministratore delegato, che innanzitutto rappresenti i nostri interessi. Abbiamo bisogno di una struttura che impedisca l’influenza ormai radicata dei tornei. Abbiamo bisogno di verificare i dati finanziari di ogni torneo. Abbiamo bisogno di un nostro studio legale, di nostri consiglieri finanziari, di un nostro ufficio di pubbliche relazioni. In poche parole, abbiamo bisogno di cominciare ad agire e muoverci come un business e non come un’accozzaglia di ragazzini impauriti. Possiamo riuscirci se rimaniamo uniti.  Accettando solo quei rappresentanti del consiglio che guardano soltanto i nostri interessi…”.

In ballo ci sono la conferma della presidenza Atp, dell’inglese Chris Kermode, che scade a fine 2020 e che verrà decisa in queste ore a Melbourne, e la proposta di un anno fa di Novak Djokovic – presidente del consiglio dei giocatori – che chiede l’istituzione di un sindacato staccato dall’ATP. Nel Consiglio direttivo dell’organismo ci sono tre rappresentanti dei tornei e tre dei giocatori, Justin Gimelstob (ex pro, oggi commentatore tv e coach part-time, che è stato denunciato per l’aggressione di un presunto corteggiatore dell’ex moglie ma, pur sollecitato, non ha voluto dimettersi), David Egdes (collega tv ed amico di Gimelstob, che è membro supplente) ed Alex Inglot (già direttore della comunicazione del sito di  scommesse Sportradar).

Per ottenere la conferma, Kermode ha bisogno dell’appoggio di due dei tre membri dei due gruppi. Ma se è possibile che i giocatori siano con lui, sembra che i rappresentanti dei tornei gli voteranno contro, creando quindi una drammatica e ancor più evidente spaccatura nell’ambito del governo del tennis.

Stan Wawrinka, diretto come il suo tennis, va al nocciolo del problema: “Non capisco perché bisognerebbe rimuovere Kermode, mi sembra che non sia tutto chiaro, dietro le quinte, che si metta molta pressione sulle persone per questo voto. Eppure mi sembra che, nei fatti, negli ultimi anni, questo presidente abbia soltanto aiutato il tennis a migliorare la sua situazione. Se guardiamo ai risultati, all’immagine, ai premi e alle cose evidenti, ha fatto un buon lavoro facendoci crescere in tutto. È chiaro che qualcuno nutra interessi personali, ma dobbiamo guardare alla fotografia complessiva e chiederci: qual è la ragione per cui cambiare? Dev’essere davvero importante per togliere qualcuno da quel posto dopo anni di cose positive per il tennis. Perciò, la cosa mi sembra un po’ strana”.

Sembra una bufala. Invece è terribilmente, incredibilmente, follemente, vero. Tiger Woods all’elenco dei suoi record può aggiungere anche questo: dopo una causa di sette anni, il tribunale di Miami gli ha ingiunto di sottoporsi a un totale di addirittura 137 test di paternità, accettando le richieste di 121 donne che hanno sostenuto di aver avuto rapporti sessuali col campione di golf, e aver avuto un figlio da lui. Molte di loro, che erano presenti in aula al momento del verdetto, hanno salutato la sentenza gridando e piangendo di gioia. Una di loro, Molly Sanders, intervistata da WFNC-TV, ha commentato: “Sono assolutamente estatica! Mio figlio Tommy ha otto anni e io ho lottato per quasi tutta la sua vita perché avesse il diritto di vedere suo padre”. La corte ha concesso trenta giorni al fuoriclasse statunitense per sottoporsi al test del DNA, pena l’arresto e severe multe. Ma i suoi legali hanno confermato che il famoso cliente non si opporrà in alcun modo alla decisione della corte e farà tutti i test necessari.

Ascesa e declino di un recordman 

Tiger è considerato il più grande golfista di tutti i tempi. Dotato di una grande classe, di una particolare fantasia nella ricerca dei colpi per raggiungere la buca, ha aperto la strada verso un golf più potente nel primo colpo, il drive, e lo ha sdoganato come sport popolare molto più dei grandi campioni che l’hanno preceduto, come Jack Nicklaus. Ha stabilito una serie incredibile di record di precocità, si è aggiudicato 107 tornei di cui 80 sul Pga tour e 14 Slam (a quattro titoli dal record di Nicklaus, anche se è a digiuno dell’Us Open 2008). Dominando la scena dal 1990 ai primi anni del 2000, è rimasto al numero 1 della classifica mondiale per 683 settimane complessive (un record), 281 consecutive (dal 12 giugno 2005 al 30 ottobre 2010), unico della storia ad essere stato contemporaneamente campione in carica in tutti e quattro i Majors, a cavallo tra il 2000 e il 2001. Accumulando una fortuna fra premi ufficiali, sponsor e indotto, fino a diventare nel 2014 il primo atleta di sempre di tutti gli sport ad aver superato un miliardo di dollari di guadagni. 

Tiger Woods è poi rimasto schiacciato dalle avventure extraconiugali che l’hanno portato al divorzio da Elin Nordgren, a subire denunce da parte di decine di donne, quindi alla crisi come atleta, all’abbandono di molti sponsor, alle sedute di riabilitazione per guarire dalla dipendenza dal sesso, al forzato distacco dal golf, a un diffide e lungo recupero, a tanti annunci di rientro alle gare – rinviati e cancellati -, a due operazioni alla schiena, a molti dubbi sulle reali possibilità di un recupero allo sport, all’arresto, alle 3 del mattino del 29 maggio 2017, perché si trovava sotto l’effetto di cinque diversi tipi di droghe alla guida della sua auto, a nuovi segnali negativi sul suo possibile recupero al golf, e invece poi  a una serie di confortanti risultati dal marzo dell’anno scorso fino a cogliere un altro successo il 23 settembre a East Lake, e a rientrare dal numero 1000 del mondo ai primi 20, rilanciandosi in modo clamoroso e rilanciando anche il suo sport. Che, senza di lui, ha avuto cali di audience tv anche del 50%. 

In attesa di rivincere un altro Major, come lo ritengono capace i bookmakers, Tiger ha ora stabilito un altro primato in tribunale, legato alle sue infedeltà coniugali. Speriamo che questo nuovo caos umano non lo stoppi ancora sul green.

 

Se ne va in lacrime, ma sportivamente pago. Assolutamente soddisfatto. Come nessun altro dei Fab Four può ancora essere.

Non Federer, all’inseguimento dell’ennesimo limite, non Rafa, all’inseguimento del rivale di sempre, non Djokovic, all’inseguimento della massima grandezza per la sua piccola Serbia.

Andy se ne va

Andy Murray annuncia il ritiro, a Wimbledon, se la sua anca destra martoriata gli darà tregua per altri sette mesi. Voleva decidere lui quando dire basta, ma il suo gioco vincente nasce da quel moto di sbracciate perpetue e quindi proprio dall’ancheggiare continuo, dalla ripetitività del gesto, dal tira e molla non più elastico dopo anni di usura. E il meccanismo ormai scricchiola troppo, fino a farlo gemere di dolore, dopo mezz’oretta appena.

No, non poteva più resistere con quella spada di Damocle sulla testa, non poteva fingere, dopo l’operazione, la difficile ripresa, i drammatici tentativi di questi giorni e, soprattutto, il triste allenamento col “gemello” del maggio 1987, Novak Djokovic, agli Australian Open che gli ricordano quattro delle cinque finali perse a Melbourne (una con Federer), dopo battaglie inenarrabili, da moderni gladiatori della racchetta. Mentre al primo turno vede oggi con terrore il confronto con il troppo solido spagnolo Roberto Bautista Agut.

Cosa chiedere di più alla vita?

Ma che cosa può chiedere di più al tennis il ragazzo nato nella Scozia senza pedigree tennistico, peraltro figlio del paesino di Dunblane noto per l’eccidio di un pazzo nella scuola elementare – anche lui e il fratello si erano nascosti sotto una cattedra -, che è diventato addirittura Sir?

Leggi anche: Tutte le volte che Federer si è messo a piangere

Ha riportato la Gran Bretagna nell'Olimpo del tennis, ha sfatato il tabù dopo tre finali Slam perse, ha riscritto un suddito di sua maestà nell’albo d’oro dei Majors (agli Us Open 2012), dopo i fasti addirittura del 1936 di Fred Perry, ha vinto Wimbledon sia olimpico (2012) – davanti a 17.3 milioni di telespettatori di casa, finendo raffigurato in un francobollo ad hoc – che classico (2013), è salito al numero 1 del mondo (nel novembre 2016, quando è stato anche insignito come Cavaliere dalla regina), ha fatto il bis ai Giochi a Rio 2016 (primo tennista col doppio oro), ha firmato la coppa Davis 2015 (primo a siglare l’ideale 8-0 in singolare dalla rivoluzione del 1981), ha vinto 45 titoli Atp di singolare (almeno uno all’anno dal 2006 al 2017), disputando le finali in tutti e quattro gli Slam ha dimostrato di poter eccellere su tutte le superfici. 

Un dolore insopportabile

Andy Murray lascia il tennis a 31 anni, ventotto dopo che mamma Judy gli ha messo in mano una racchetta perché seguisse il fratello maggiore, Jamie. Salito anche lui al numero 1 del mondo, ma in doppio. Andy saluta a Melbourne, scoppiando in lacrime, perché, dopo 20 mesi di lotta con se stesso, proprio non riesce a superare la soglia del dolore: “Ho fatto tutto quello che potevo perché la mia anca stesse meglio, ma non ha sopportato i carichi. Sono messo meglio di sei mesi fa, ma sento sempre tanto dolore, è stata dura, qui a Melbourne giocherò, posso ancora giocare a un certo livello, ma non a quello che mi piace giocare. Ma il problema non è quello: è che mi fa troppo male. Già a metà dicembre ho informato il mio team che non ce la faccio a continuare così. Devo mettere un punto perché stavo giocando senza sapere quando il dolore si sarebbe arrestato. Vorrei arrivare fino a Wimbledon, che è dove vorrei interrompere la mia carriera, ma non so se sarò in grado di riuscirci. Ho preso in considerazione anche un’operazione alle anche più importante di quella dell’anno scorso, mi ricostruirei l’anca e avrei una migliore condizione di vita. Sarebbe bello fare le cose senza dolore, come infilare scarpe e calzini”.

Un campione che lascia il segno

Murray lascia un segno non solo in Gran Bretagna, ma anche come atleta e come campione, col suo gioco intelligente da fondocampo, la capacità di variare ritmo e angolazioni, basandosi su un rovescio a due mani delizioso e di un apparato difensivo di primissima qualità. Ha saputo scalare marcia, e a ritagliarsi uno spazio significativo nell’era Federer-Nadal-Djokovic, anche grazie all’apporto come coach dell’ex numero 1 del mondo Ivan Lendl, specificatamente nell’attitudine offensiva, nel dritto sempre più efficace e nella cattiveria agonistica.

Ma sarà ricordato anche per le qualità umane. Si è accompagnato da sempre a figure femminili molto forti: dalla madre, l’ex pro e insegnante di tennis, Judy, alla fidanzata storica, Kim (Sears) che è diventata sua moglie e gli ha dato due figlie, ad Amelie Mauresmo, l’ex pro, dichiaratamente omesessuale, che ha voluto e difeso come coach quando tutti la accusavano per i mancati risultati. E’ sempre stato femminista, difendendo i diritti delle colleghe sia per i premi da eguagliare agli uomini sia per la legittima aspirazione di una eguale esposizione sui principali campi dei tornei e sui media.

Ha sempre parlato chiaramente e duramente anche sul delicato tema del doping e sul caos di potere a causa dei troppi interessi al vertice del tennis. Ha guadagnato oltre 60 milioni di dollari di soli premi ufficiali, cifra che va almeno raddoppiata considerando sponsor e indotto. Ma di sicuro pagherebbe una gran fetta di quella montagna di quattrini per poter correre ancora libero e spensierato dietro la amatissima pallina gialla.
 

Il calciatore brasiliano Neymar ha talmente tanta voglia di tornare al Barcellona da aver chiamato il club blaugrana ben cinque volte pur di lasciare il Paris Saint Germain. Secondo il quotidiano spagnolo El Mundo, i contatti tra l'entourage del giocatore e il Barcellona sono avvenuti negli ultimi mesi. Il padre dell'attaccante brasiliano ha assicurato personalmente al presidente Josep Maria Bartomeu e ai dirigenti del club che Neymar "si è pentito" di aver lasciato il Camp Nou e che il Paris Saint Germain "non ha progetti".

Le fonti citate dal quotidiano spagnolo sono state descritte come "molto vicine a queste trattative". "I primi contatti sono avvenuti durante l'ultima parte della scorsa stagione e sono continuati in date molto recenti", riferisce il quotidiano. "Le stesse fonti sostengono che in tutte le chiamate effettuate, il padre e rappresentante del calciatore ha detto che suo figlio 'ha sbagliato a firmare per il PSG' durante l'estate del 2017". Secondo le fonti citate da El Mundo, il padre di Neymar ha detto che l'attaccante "e' deluso e molto dispiaciuto" e ha criticato apertamente "la mancanza di progetti sportivi" del Paris Saint Germain, squadra allenata dal tecnico tedesco Thomas Tuchel.

Guardereste una partita, gratis, seguendo un solo giocatore? È quello che permetterà di fare Twitter: trasmetterà la Nba, ma in un modo del tutto inconsueto: saranno in diretta solo gli ultimi due quarti e, soprattutto, le telecamere inquadreranno sempre la stessa canotta. Giocano i Lakers? L'obiettivo sarà fisso su LeBron James per tutto il tempo che sarà in campo. Se si accomoderà in panchina o sarà espulso per falli, verrà inquadrato il campo, ma non nella tradizionale ripresa dalla linea mediana bensì da dietro uno dei due tabelloni. La scelta del giocatore da seguire spetta agli utenti. Durante la prima metà di partita, potranno votarlo sull'account Twitter @NBAonTNT.

Alla ricerca dell'equilibrio

L'accordo, raggiunto tra Twitter, Nba e le emittenti che detengono i diritti televisivi del torneo, riguarda 20 partite e scatterà da febbraio. L'esordio arriverà con l'All Star Game, il match-spettacolo che riunisce sul parquet i migliori giocatori della lega. Secondo l'intesa, il social network dovrebbe aver acquisito la possibilità di trasmettere pagando a chi detiene i diritti. In cambio, spera di incassare dalla pubblicità: non si sa se lo streaming sarà interrotto, preceduto o seguito da annunci.

Si tratta di un esperimento, per esplorare un campo minato. Le tv (come Espn e gruppo Turner), che pagano miliardi per trasmettere le partite, vorrebbero sfruttare i social network ma temono che la loro concorrenza possa erodere la platea degli abbonati. Dall'altra parte, Twitter (che ha aumentato negli ultimi anni le ore di streaming in diretta) vorrebbe sfruttare l'appeal dello sport, che però è vincolato dai ricchi contratti stretti tra leghe ed emittenti. Ne è venuta fuori questa formula ibrida, in cui il social aggiunge “un pezzo” di contenuto ma non si appropria di quello che gli spettatori pagano per vedere (una partita di basket).

Il potere dello sport

Gli abbonamenti sono in calo, ma lo sport in tv resta ancora molto appetibile. Nelle sue previsioni tecnologiche per il 2019, Deloitte definisce il settore “un'isola relativamente felice” in un contesto che soffre la concorrenza di altri canali. E consiglia di “scommettere” sul suo futuro. Le emittenti, quindi, hanno ancora un potere negoziale notevole, specie se confrontato con quello – indebolito – in altri contenuti (dalle notizie alle serie tv). Difficile immaginare che gli utenti abbandonino la televisione per seguire una sola maglia.

Anche se guardare i Lakers attraverso James o i Rockets dal punto di vista di Harden vorrebbe dire vedere una bella porzione di partita. Ad ogni modo, se il test (i cui dettagli economici non sono noti) dovesse fare flop, si cercherà una nuova negoziazione, che partorirà un'altra formula. La speranza (sia per Twitter che per i canali televisivi) è che la telecamera “singola” possa affiancarsi alla visione classica. Sarebbe una vittoria sia per le emittenti (che incassano sfruttando i propri diritti) che per il social (che otterrebbe utenti e, quindi, attirerebbe pubblicità).

Nel ranking Fifa, la classifica mondiale di tutte le nazionali di calcio del mondo, occupano il 113esimo e il 118esimo posto. Sono Bahrein e Thailandia e il prossimo 10 gennaio, alle 12 ora italiana, si affronteranno nella seconda partita del girone A della Coppa d’Asia 2019 in corso negli Emirati Arabi Uniti. In pochi, almeno da questo lato del mondo, si appassioneranno alla sfida tra queste due squadre: ma fuori dal rettangolo di gioco proprio Bahrein e Thailandia sono uniti dal destino di un calciatore: si chiama Hakeem al-Araibi, è bahreinita, e da più di 40 giorni è rinchiuso in un carcere in Thailandia per un crimine che non ha commesso.

L’ex stella bahreinita ora è incarcerato in Thailandia

Nel 2012, con la maglietta rossa della nazionale del Bahrein, vinceva la medaglia d’argento al torneo tra le squadre under-23 del Consiglio di cooperazione del Golfo. Numero 2, terzino destro.

Vita e carriera, pochi mesi più tardi, sarebbero però state stravolte: a novembre al-Araibi viene arrestato per la prima volta. Tre mesi di carcere durante i quali viene torturato: “Mi hanno bendato e colpito con forza sulle gambe dicendomi che non avrei mai più giocato a calcio perché avrebbero distrutto il mio futuro”. L’accusa con la quale finisce dietro le sbarre è quella di aver preso parte ad alcune rivolte violente nell’ambito della cosiddetta primavera araba dell’anno precedente: episodi che in Bahrein erano sfociati soprattutto nella protesta della popolazione (a maggioranza sciita) contro la famiglia sunnita al governo della monarchia.

Due anni più tardi, nel 2014, la sentenza: ad al-Araibi, accusato di aver incendiato una stazione di polizia della capitale Manama, vengono inflitti dieci anni di carcere. Accuse rigettate dall’atleta che si difende sostenendo che, al momento incriminato, lui si trovava in Qatar su un campo di calcio per giocare una partita (questa, per la precisione).

La nuova vita da calciatore in Australia

Per scampare al secondo arresto, al-Araibi si rifugia in Australia dove nel 2017 ottiene asilo: ha 21 anni appena e tutta una carriera davanti. In campo ci ritorna, ma senza poter dimenticare quanto accaduto nella sua prima vita in Bahrein. Da Melbourne, dove gioca con il Pascoe Vale FC nella serie B locale, torna ad attaccare la famiglia reale bahreinita mettendo nel mirino uno dei suoi membri, Salman bin Ibrahim Al Khalifa: è il numero uno della confederazione calcistica asiatica, l’Afc, e poco dopo sarebbe diventato vicepresidente della Fifa, carica che ricopre ancora oggi. Al-Araibi lo accusa di non fare nulla per fermare la persecuzione degli atleti sciiti che avevano preso parte alle proteste.

Fermato in Thailandia durante il viaggio di nozze

A fine novembre dello scorso anno, con qualche mese di ritardo rispetto alle nozze, Hakeem decide di approfittare di alcuni giorni di vacanza per andare in viaggio di nozze con la moglie in Thailandia. Giunto all’aeroporto di Bangkok, però, per il calciatore rifugiato scattano le manette. Colpa di un cosiddetto allarme rosso dell’Interpol, la polizia internazionale, che chiede l’arresto di al-Araibi. È il 27 novembre.

Qualcosa però non torna: il mandato, datato 8 novembre (meno di venti giorni prima dell’arresto effettivo), secondo il Guardian risulta proveniente dagli uffici australiani dell’Interpol su richiesta proprio del Bahrein. Fosse davvero così, osserva il quotidiano britannico, l’Interpol avrebbe violato il proprio regolamento che impedisce di dare esecuzione a mandati di arresto nei confronti di cittadini che fuggono (come Hakeem) dai Paesi che li reclamano: una questione di buonsenso.

Nonostante gli appelli della comunità internazionale, però, al-Araibi continua a essere rinchiuso in un carcere di Bangkok. Su di lui pende la richiesta di estradizione avanzata dal Bahrain e sui cui il tribunale thailandese dovrà esprimersi.

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