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Verena Erlacher, promessa del calcio femminile italiano, è morta a 19 anni. Centrocampista con il fiuto per il gol, era nata a Lagundo, in provincia di Bolzano. Al momento giocava nella terza serie con l'Unterland Damen, una squadra di Cortina, e nel Maia Alta. In passato aveva giocato sia in serie A con il CF Alto Adige che con le nazionali giovanili under 16 e under 17 ma la maggior parte della sua carriera si è svolta nel Sudtirol Damen, che milita nel campionato di Eccellenza.

La sua morte prematura – della quale non si conoscono al momento le circostanze – ha destato sconforto nel mondo sportivo altoatesino e di tutto il movimento in rosa italiano. In queste ore stanno arrivando numerosi messaggi di cordoglio rivolti alla famiglia Erlacher dai club italiani. "Negli ultimi mesi alcune vicende della sua vita privata l’avevano profondamente addolorata", scrive il Corriere.

La Lega Nazionale Dilettanti ha annunciato che occasione delle gare del campionato di Serie C, Trento Clarentia-Como 2000 e Venezia-Unterland Damen, in programma domenica 11 novembre, verrà osservato un minuto di silenzio in memoria di Verena.

"Tutto il CF Sudtirol Damen è vicino alla famiglia Erlacher per la perdita della figlia Verena. Noi Verena la vogliamo ricordare con il sorriso, la gioia e la passione che lei sapeva darci in campo e fuori. Avremmo voluto rivederla con i nostri colori ma qualcosa di più grande di tutti noi, il tempo, la vita, non ce lo ha permesso", è il messaggio della sua vecchia squadra, "la salutiamo nel modo che a lei faceva ridere quando lo ripeteva dopo le prima volte che lo aveva sentito… Ciao poppa!".

 

Mettete fiori nei vostri cannoni, subito, oggi, e per sempre, non mettiamoci un papavero al petto, poi, dopo. Il messaggio arriva dalla vetrina più appariscente che ci sia, il calcio, dove un atleta serbo, Nemanja Matic, centrocampista del Manchester United, è uscito dal gruppo, sabato, ed è stato l’unico fra i giocatori che hanno partecipato al match col Bournemouth a non indossare la coccarda commemorativa a forma di papavero per celebrare il "Remembrance Day" dell’11 novembre. Cioè la giornata per ricordare i caduti del Commonwealth e di alcune nazioni europee come Francia e Belgio inglesi, durante la Prima e della Seconda Guerra Mondiale. 

È una giornata importante in mezzo mondo, che si vive sempre con grande intensità, con due minuti di silenzio, spesso tenendo un papavero in mano, il primo fiore che sbocciò sulle tombe dei soldati caduti nelle Fiandre. Ognuno, in quei momenti così delicati, si chiude nel profondo del suo io e di un suo ricordo. Che cosa c’è di più individuale e soggettivo di questa magica parola? Ognuno ha il proprio ricordo, personale, completamente diverso da quello di tutti gli altri, anche se sembra assurdo basandosi su fatti all’apparenza incontrovertibili. Vale anche nella società della massificazione, dove fa la voce grossa un’informazione troppo comune, spesso falsa, sbagliata anche nella grammatica, che fa giri incredibili sul web, si ingigantisce e si sgonfia con la medesima velocità, rivelando alla fine la stessa matrice e, ahinoi, la medesima finalità. Tutti guardano la trasmissione tv più gettonata del momento, tutti twittano senza posa, tutti si fanno un selfie appena possono, tutti vogliono essere uguali agli altri, per non restare diversi. 

Epperò, all’improvviso, gridando il fatidico: “Il re è nudo”, appare sempre qualcuno che supera le abitudini, le mode, le convenzioni, il politically correct, per rimanere sul terreno britannico e quindi sul classico orientamento ideologico e culturale di quel paese, con l’estremo rispetto verso tutti, evitando ogni potenziale offesa verso determinate qualsiasi categoria di persone. Stavolta – Eureka! – è un calciatore che proprio non se la sente di aggregarsi alla nazione che pure l’ha accolto, facendolo ricco e famoso grazie a un pallone.

Matic non si è dimenticato il papavero, non se l’è perso, non gli si è staccato dalla maglietta. No, non ci sono errori, di nessuno, se non generale, di tutti, nel sorprendersi della diversità di pensiero, della legittima libertà di staccarsi dal gruppo, della possibilità di alzare la mano e di spiegare con candida, serena, ma ferma sincerità: “Comprendo pienamente il motivo per cui gli altri indossino i papaveri, rispetto completamente il diritto di ognuno a farlo e ho la completa compassione per coloro che hanno perso i loro cari a causa dei conflitti. In ogni caso, per me è soltanto un ricordo di un attacco subito quando ero un dodicenne spaventato che viveva a Vrelo mentre la mia terra veniva devastata dai bombardamenti in Serbia del 1999. Sebbene lo abbia fatto in precedenza, dopo una riflessione, credo che non sia giusto che io indossi il papavero sulla mia maglia. Spero che tutti possano capire le mie ragioni, ora che le ho date, e posso concentrarmi su come aiutare la squadra per le prossime partite”.

Chi è stato sotto le bombe non può dimenticare. Chiedetelo ai nostri nonni che portano ancora nelle orecchie e nel cuore il suono d’allerta delle sirene, le fughe nelle cantine e nelle metropolitane, il silenzio di morte che precedeva le cadute degli ordigni su case e cose, l’angoscia del dopo, quel momentaneo passato pericolo che si accompagnava sempre alla sorpresa della nuova realtà, distrutta, sopracoperta. Il bambino che era in Matic non può cancellare i terrificanti bombardamenti delle forze della Nato del 1999 per allontanare i serbi dal Kosovo. Per lui fu un sopruso, un’ingiustizia, una privazione di libertà, una violenza indimenticabile com’è sempre per i bambini che non hanno i retro-pensieri dei grandi.

Il messaggio del calciatore dello United è stato talmente chiaro, talmente netto, talmente sincero, che The Royal British Legion, promotrice di anno in anno della giornata del ricordo, ha commentato: “La decisione di indossare il poppy dev’essere una libera scelta”. Liberando così il serbo dopo la sua eclatante protesta, controcorrente, preservandolo – ci auguriamo – da qualsiasi stupida reazione da parte del pubblico, e ribadendo la possibilità di chiunque, sempre, di staccarsi dalla fila con un simbolico passo avanti. Nel segno del libero arbitrio. Domenica 11 novembre si giocherà il derby di Manchester.

Il papavero appuntato sulla maglietta dei calciatori ha toccato anche noi italiani. Non per la famosa strofa della ballata di Fabrizio De Andrè, ma perché, quando Fabio Capello allenava la nazionale inglese, la Fifa si oppose al fiore sulla manica della maglietta dei Bianchi che era stato proposto dal premier Camerun per l’amichevole contro la Spagna di quei giorni del 2011. Anche se poi dovette proprio accettare la gentile, ma ferma e persuasiva insistenza del principe William. 

Mettete dei fiori nei vostri cannoni.

Chissà come si metterà ora Amnesty International con la Lega Italiana Giuoco Calcio che ha fissato il 16 gennaio 2019 a Gedda la finale della Supercoppa italiana fra Juventus e Milan. Chissà se farà appello al dio calcio per difendere le libertà fondamentali della persona umana, dopo l’uccisione dello scrittore saudita Jamal Khashoggi che era appena entrato nell’ambasciata araba a Istanbul il 2 ottobre. Chissà se ripeterà il tentativo dopo aver chiesto invano a Rafa Nadal e Novak Djokovic di rinunciare all’esibizione che si terrà tre settimane prima, il 22 dicembre, sempre nella seconda città più grande dell’Arabia Saudita dopo Riad. Chissà che risposta riceverà, dopo il no diplomatico dei due assi della racchetta, e quello ancor più deludente di Roger Federer che ha candidamente dichiarato di aver fatto a meno del milione di dollari di ingaggio non per motivi umanitari, ma semplicemente perché, sotto Natale, vuole coccolarsi la sua coppia di gemelli. 

La scelta della data per la Supercoppa italiana è mirata al riempimento dei 60 mila posti del King Abdullah Sports City Stadium e al bottino di circa 7 milioni di euro da dividersi fra i due club. E sarà la rivincita della Supercoppa 2016, a Doha, in Qatar, vinta dal Milan ai rigori. Il calcio mira solo al business, non si pone domande, come ha fatto giorni fa invece l’ex ministro dello sport, Luca Lotti: “Come parlamentare, come ex ministro per lo Sport e come cittadino italiano, rivolgo un appello accorato alla Lega Calcio affinché riconsideri la decisione di giocare il match Juventus-Milan in Arabia Saudita e invito il Governo a fare ogni sforzo possibile per evitare che il calcio italiano scriva una pagina di rifiuto nella difesa dei valori e dei diritti». 

Facile, commenterà sicuramente qualcuno pensando a un ex parlamentare, peraltro di un gruppo politico oggi in minoranza. Peraltro, se lo sport debba trascendere o meno la politica e le ragioni sociali e umanitarie è un quesito che, da sempre, non trova risposte. E si ravviva di sempre nuovi argomenti. Nel caso specifico, però, l’esibizione Djokovic-Nadal così come la Supercoppa italiana di calcio non sono competizioni già fissate in modo drastico ed ufficiale nel calendario internazionale. Come fu, per esempio, la finale di Coppa Davis di tennis del 1976 nel Cile del dittatore Pinochet, quando l’Italia si dibatté a lungo e si spaccò proprio, fra destra e sinistra, sull’opportunità di disputare o meno quella partita, per poi decidere di giocarla (e di vincerla da netti favoriti).

O come l’Olimpiade estiva di Mosca del 1980 boicottata dagli Stati Uniti per l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Questa di Gedda sarebbe davvero una straordinaria occasione per il calcio in generale e per i calciatori di Juventus e Milan in particolare di chiedere lumi ad Amnesty International, su quanto succede in Arabia Saudita e sulla vicenda del giornalista ucciso in circostanze così particolari. Per poi annunciare un clamoroso, eclatante e rumorosissimo no ai petrodollari arabi. 

Amnesty International gli ha chiesto di rinunciare, Rafael Nadal e Novak Djokovic hanno valutato seriamente la cosa, ma per il momento non si sono cancellati dall’esibizione del 22 dicembre a Gedda, dicono che non se la sentono di rinunciare a un impegno preso oltre un anno fa. E se Roger Federer ha invece fatto a meno del milione di dollari di ingaggio che era stato proposto anche a lui non è propriamente perché l’Arabia Saudita è sempre più sotto pressione da parte della comunità internazionale dopo l’uccisione dello scrittore saudita Jamal Khashoggi dopo essere entrato nell’ambasciata del paese a Istanbul il 2 ottobre. A Natale il Magnifico non accetta impegni extra familiari. “Hanno contattato anche me, ma non voglio giocar lì in quel periodo, quindi per me si è trattato di una decisione molto veloce”, ha commentato il campione di 20 Slam.

“Certo che siamo a conoscenza della situazione, è terribile che un giornalista sia morto in quel modo, ma ho parlato con la mia squadra, ho analizzato le cose, vediamo come si evolve la situazione, spero che tutto si chiarisca prima possibile”, ha dichiarato Nadal. “Ora come ora non abbiamo abbastanza informazioni, dobbiamo assolutamente capirne di più per prendere una decisione, infatti la mia squadra è in contatto con gli organizzatori e che con chi vive lì. Personalmente, cerco sempre di essere apolitico, non amo essere coinvolto in discussioni del genere. Sfortunatamente, e contro il nostro volere, stavolta ci siamo dentro sia io che Rafa. L’impegno che abbiamo preso un anno fa, pensando che potesse essere il trampolino per l’inizio della prossima stagione, è una decisione legata al tennis professionistico”, ha spiegato Djokovic.

Al di là del principio sempre più vacuo dello sport che trascende la politica, è chiaro che il discorso rischia di rivoluzionare il programma già stabilito dei due protagonisti e anche la penale che probabilmente dovrebbero pagare svicolando dal contratto, e relativo ingaggio milionario. Ma l’atteggiamento dei due campioni è molto discutibile sotto il profilo della personalità e del ruolo sociale che i primattori dello sport dovrebbero assumersi. Come esempi delle nuove gioventù, dal tappeto rosso sul quale camminano, e anche come moneta di scambio per quanto hanno ricevuto in termini economici e di popolarità dalla società. 

Quando successe a Borg e McEnroe

A proposito, la storia ricorda una situazione analoga, nel 1980, sulla scia della indimenticabile finale di Wimbledon, il Sud Africa, oppresso dall’apartheid e sotto embargo internazionale, invitò a una super-esibizione Bjorn Borg e John McEnroe, i pionieri del tennis moderno che hanno acceso il tennis con la loro rivalità sdoganandolo da sport d’élite a sport popolare. Ebbene, SuperMac rispose: “Abbiamo modi migliori per guadagnare un milione di dollari”. Che “all’epoca corrispondevano a dieci milioni di oggi”, puntualizza adesso. “Ma fui orgoglioso di prendere quella decisione. Mi dissi: 'Certo, è una montagna di soldi ma c’è un motivo se ce la offrono perché si fanno propaganda in qualche modo con la mia presenza'. Avevo appena 21 anni, ma non potevo accettare, non volevo sentirmi un pedone di una faccenda così grande, importante e delicata. Penso che sia stata una delle migliori decisioni che ho mai preso in tutta la carriera. Se avessi accettato, non avrei cambiato le sorti del mondo, ma non mi sono pentito e ancora adesso mi si avvicina qualcuno per ringraziarmi di quel gesto. E quando ho incontrato personalmente Nelson Mandela, mi ha detto che era orgoglioso di incontrarmi, lui, una persona così eccezionale, la più eccezionale che abbia mai incontrato, come un angelo sulla terra”.

Per la cronaca, nel luglio 1983, il successivo rivale di McEnroe, l’uomo venuto dall’ex Cortina di Ferro dell’Est Europa, il cecoslovacco Ivan Lendl – che poi è diventato cittadino Usa – accettò l’offerta e giocò un torneo-esibizione proprio a Sun City contro i sudafricani Johan Kriek e Kevin Curren e lo statunitense Jimmy Connors. Percepì 300 mila dollari, ma fu espulso dalla nazionale di coppa Davis dalla Federtennis ceca e multato di 150 mila dollari, perché il suo paese non intratteneva rapporti diplomatici con quella parte del mondo.

Nadal e Djokovic stanno perdendo una grande occasione. Avrebbero avuto bisogno dell’aiuto di un grande vecchio, come Arthur Ashe che, all’epoca, dietro le quinte, diede a SuperMac il consiglio giusto nel modo giusto. Ma se Federer non prende posizione e spiega il suo no all’esibizione solo per motivi familiari, se qualsiasi altro atleta – a cominciare dai golfisti – è pronto ad accettare tutto in nome del dio dollaro, che cosa possiamo realmente sperare da parte degli idoli sportivi della nostra società?

“E' morto come voleva: combattendo”, sono queste le parole del fratello Fabrizio e non potevano essere altre considerato che si parla di Christian Daghio, il pluricampione mondiale di Thai Boxe. Si è spento infatti dopo una settimana di coma nell’ospedale di Bangkok, ma il crollo è avvenuto sul ring, a causa dei traumi riportati durante un incontro per il titolo mondiale di boxe (pesi supermedi) lo scorso venerdì 26 ottobre.

I titoli vinti

Come scrive Repubblica “Era stato il primo italiano ad essere ammesso a combattere in Thailandia, patria di questo sport. In carriera Daghio oltre ai sette titoli mondiali di thai boxe (l'ultimo nel 2016) aveva vinto un europeo, tre bronzi fra europei e mondiali con la nazionale. In totale, 142 incontri vinti su 186. Nel pugilato invece vantava 31 vittorie su 31, 27 di queste per ko. Era tornato sul ring lo scorso giugno, nonostante l'età, dopo un anno di stop”.

Già, nonostante l’età perché Daghio aveva 49 anni ma non si era mai arreso agli acciacchi dell’età, come racconta oggi la zia Giorgina “l’ultima volta che è tornato gli avevamo detto di smettere con gli incontri e di dedicarsi all’insegnamento. Ma lui non ci voleva ascoltare, amava troppo il ring”, tutto vero, per lui il combattimento era una vera filosofia di vita, un punto di vista molto orientale, tant’è che dal 2006 aveva deciso di trasferirsi a Pattaya dove aveva realizzato il suo sogno di fondare un villaggio turistico-palestra che aveva chiamato Kombat Group e che riuniva ogni anno appassionati di arti marziali da tutto il mondo.

I titoli Thai Boxe del campione di Carpi, come già detto, sono innumerevoli, sette volte sul gradino del podio più alto, poi il passaggio alla boxe dove continua la sua serie di vittorie. Stava vincendo ai punti anche quell’ultimo incontro, contro Don Parueang, 12 anni più giovane, quando alla dodicesima ripresa è caduto per una serie di colpi subiti, poi si è rialzato, ne ha incassato un altro che lo ha mandato in coma, come racconta il fratello al Resto del Carlino “La prima volta che è caduto si è rialzato malgrado barcollasse – spiega – ma il colpo successivo lo ha mandato in coma.

 Lascia una compagna e una figlia di appena 5 anni. Una tragedia, per quella che è stato una delle maggiori eccellenze italiane sportive, un guerriero incapace di perdere. Sempre il fratello conclude dicendo “E’ morto come voleva morire. Non ho rimpianti perché lui era fatto così, diceva di voler combattere fino a 80 anni. Il ring era la sua vita, è morto da campione”.

Cosa è il Muay Thai

La disciplina è nota come "l'arte delle otto armi" o "la scienza degli otto arti", si legge su Wikipedia, perché consente ai due contendenti che si sfidano di utilizzare combinazioni di pugni, calci, gomitate e ginocchiate, quindi otto parti del corpo utilizzate come punti di contatto rispetto ai due del pugilato, oppure ai quattro della kick boxing, con un'intensa preparazione atletica e mentale che fa la differenza negli scontri a contatto pieno.

Il Muay thai nacque dall'esigenza del popolo siamese di proteggersi dalle aggressioni nemiche: per questo motivo si può supporre che gli allenamenti in passato fossero molto duri e le tecniche trasmesse erano quelle che potevano migliorare le doti naturali di combattimento dell'atleta e renderlo invincibile, forse trascurando le tecniche dall'esecuzione più complessa. Fu probabilmente questo il motivo per cui non vi erano in Thailandia gradi o cinture che identificavano la conoscenza delle tecniche di combattimento come nelle altre arti marziali. Questa filosofia d'insegnamento ha prodotto formidabili e micidiali combattenti e le relative leggende, ma ha portato alla scomparsa di molte tecniche che sono andate perdute.

 

Marco Verratti è stato fermato dalla polizia francese dopo che a un controllo a Parigi è risultato che guidava con valori alcolemici superiori a quelli ammessi. Ne ha dato notizia L'Equipe. Il fermo risale alle 3 del mattino di mercoledì e il 25enne centrocampista della nazionale italiana ha trascorso qualche ore rinchiuso in un commissariato prima di essere rilasciato.

Verratti si è già scusato con il suo club, il Paris Saint Germain, che per ora si limiterà a multarlo. L'ex giocatore del Pescara rischia una lunga sospensione della patente perché aveva un livello di alcol nel sangue di 0,49 mg/l, ben oltre il limite consentito per chi ha una patente da giovane conducente.

Marco Verratti è stato fermato dalla polizia francese dopo che a un controllo a Parigi è risultato che guidava con valori alcolemici superiori a quelli ammessi. Ne ha dato notizia L'Equipe. Il fermo risale alle 3 del mattino di mercoledì e il 25enne centrocampista della nazionale italiana ha trascorso qualche ore rinchiuso in un commissariato prima di essere rilasciato. Verratti si è già scusato con il suo club, il Paris Saint Germain, che per ora si limiterà a multarlo. L'ex giocatore del Pescara rischia una lunga sospensione della patente perché aveva un livello di alcol nel sangue di 0,49 mg/l, ben oltre il limite consentito per chi ha una patente da giovane conducente (0,20 mg/l). 

Cento studenti dell’Istituto Agrario Emilio Sereni, che partecipano ai corsi di scherma per allievi disabili tenuti a scuola dall’Accademia Musumeci Greco nell’ambito del progetto Scherma Senza Limiti, sono stati portati in visita a Palazzo Altemps. Guide specializzate hanno accompagnato i ragazzi alla scoperta di capolavori della scultura antica. Al termine della visita, a sottolineare come arte e sport debbano essere alla portata di tutti, gli studenti si sono esibiti in assalti di scherma nel magnifico cortile cinquecentesco del Palazzo. Ad assistere alle loro dimostrazioni e abilità fisiche uno spettatore d'eccezione, il regista Carlo Verdone, che proprio in questo palazzo ha girato scene del suo ultimo film "Benedetta follia".

Uno schiaffo così forte da lasciare il segno. Il Real Madrid, uscito con le ossa rotte dal Clasico con il Barcellona, ha deciso di dare il benservito all’allenatore Julen Lopetegui. Dopo la partenza di Cristiano Ronaldo, che per molti non è stato sostituito adeguatamente dalla società, i blancos della capitale sono entrati in una spirale fatta di risultati altalenanti, clamorose sconfitte, e una crisi di personalità che ha pochi precedenti. Il clamoroso 5-1 subito al Camp Nou ha accelerato, di fatto, un processo che era stato avviato alla fine di settembre e che ha aperto la corsa alla successione per la panchina più ambita del mondo, dove potrebbe accomodarsi di nuovo un italiano. Antonio Conte, infatti, sarebbe la prima scelta della società per riportare la squadra nei giusti binari. Una scelta, però, non condivisa da tutto l’ambiente.

I dubbi dello spogliatoio

Il primo ostacolo per chiudere l’affare era rappresentato dal rapporto, e dal contratto, ancora esistente tra l’allenatore pugliese e il Chelsea, suo ultimo datore di lavoro. Un problema che sembra essere stato superato negli ultimi giorni visto che, secondo Marca, Conte sarebbe già in viaggio verso la Spagna per ascoltare l’offerta del presidente Florentino Perez. Per molti giornali, però, ci sarebbe un altro grande punto interrogativo prima della firma del contratto: lo spogliatoio delle merengues non sarebbe affatto convinto del tecnico italiano che, nella sua ultima esperienza londinese, si è scontrato con Diego Costa, uno dei senatori della nazionale e amico di molti giocatori del Real. Ed è stato il capitano, Sergio Ramos, a sottolineare questo malcontento alla fine della debacle in terra catalana: "Il rispetto bisogna guadagnarselo, non può essere imposto. Non faccio nomi. Abbiamo vinto tutto con gli allenatori che conoscete, alla fine la gestione dello spogliatoio è più importante delle conoscenze tecniche di un allenatore”.

L’ipotesi Solari

Una delle possibili alternative all’arrivo di Conte è rappresentato da Santiago Solari, attuale allenatore della squadra B ma con un lungo passato da giocatore del Real, ben cinque stagioni, dal 2000 a 2005. Visto anche in Italia, con la maglia dell’Inter, l’argentino sarebbe una soluzione interna alla Zidane, gradita allo spogliatoio e ai tifosi. Ma visto l’inizio sottotono di stagione da parte di gran parte della rosa, la società potrebbe decidere senza tener conto di questa volontà popolare e portare in panchina qualcuno che possa dare maggior ordine e disciplina. Solari potrebbe comunque guidare la squadra nella sfida, abbordabilissima, di Coppa del Re contro il modestissimo Melilla, in programma mercoledì. Poi le redini passerebbero all’ex allenatore della Juventus.

La mancata sostituzione di Cristiano Ronaldo​

Ad attaccare la dirigenza ci ha pensato, nelle ore precedenti alla disfatta con il Barcellona, anche il padre di Lopetegui che in un’intervista a El Mundo ha sottolineato come la cessione estiva di Cristiano Ronaldo non sia stata adeguatamente sostituita: “Al suo posto non è arrivato nessuno. Che sia Neymar o un altro non fa differenza: non ci sono stati acquisti per sostituirlo. Di fatto a mio figlio hanno tolto 50 gol“. Puntare su Bale, insomma, non sarebbe stata la mossa giusta per poter continuare a vincere, in Spagna come in Champions League. Nelle ultime ore, infine, è sceso in campo anche un’altra colonna storica della storia madridista come Jorge Valdano che ha provato a suggerire un altro nome: "Roberto Martinez sarebbe stata la persona più giusta. In questi momenti i presidenti sono facilmente ingannabili perché amano farsi dire 'Ok, presidente, ci penso io'. E finisce che abbiano voglia di crederci…". Conte riuscirà a smentire anche lui?

Lewis Hamilton è campione del mondo per la quinta volta. Nel Gran premio di Formula 1 del Messico vince Max Verstappen, sul podio le due Ferrari di Vettel (secondo) e Raikkonen (Terzo). Quarto il 33enne pilota britannico della McLaren, che eguaglia i trionfi dell'argentino Juan Manuel Fangio e punta il sette volte campione del mondo Michael Schumacher, dopo le vittorie nel 2008, 2014, 2015 e 2017.

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