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Per molti sarebbe dovuta essere la notte del passaggio di consegne. I guantoni del grande vecchio, Gianluigi “Gigi” Buffon, passati a quelli della giovane promessa, Gianluigi “Gigio” Donnarumma. Ma per il portiere del Milan, la finale di Coppa Italia, è stata una notte da dimenticare, piena di errori e figuracce.

La Juventus, dopo un primo tempo a corrente alternata, si è scatenata calando il poker e sfruttando gli errori del giovane portiere della nazionale. Così è finita con Buffon che consolava il suo erede ricordandogli che, dopotutto, ha ancora solo vent’anni e un grande futuro davanti a sé.

Non era una partita qualunque per Buffon. Nonostante la lunga carriera si è trattato della prima finale di Coppa Italia vissuta in campo, da titolare. Solitamente, e non solo nella Juventus, è il portiere di riserva ad essere schierato in una competizione giudicata importante ma minore.

Stavolta, invece, tra i pali c’era il numero uno. Il motivo è semplice: il ritiro è alle porte, le partite che restano sono pochissime, la volontà di lasciare un bel ricordo, anche dopo i fatti di Madrid, è tanta. E il congedo dalla più importante coppa nazionale non poteva essere migliore con il Milan fermato nelle sue offensive, non sempre irreprensibili, e un contributo decisivo per la vittoria finale.

C’è chi, invece, non è stato affatto tenero con Donnarumma. Tra titoli ed editoriali. Da “Il Milan umiliato” per colpa sua, pubblicato da Eurosport alle “due papere che nemmeno all’oratorio” della Gazzetta dello Sport che si chiede se il valore del giovane portiere, circa 70 milioni di euro, sia rimasto immutato dopo una stagione tra alti e bassi. La sua partenza verso Parigi potrebbe anche diventare un problema, a quelle cifre.

Non è un caso, quindi, se la squadra di Gattuso abbia deciso di far arrivare a Milano, per la prossima stagione, un portiere di grande esperienza come Pepe Reina. L’uomo giusto per sostituire Donnarumma, in caso di partenza, o per aiutarlo a scacciare via i fantasmi di una pressione mediatica e sportiva sempre più ingombrante. Uno che possa fargli superare una giornata così nera dove anche i social hanno infierito pesantemente ricoprendo “Gigio” di battute, offese e fotomontaggi. Per diventare Buffon, insomma, c’è tempo.

 

 

"La nazionale italiana deve essere italiana”. Chissà se Roberto Mancini ha cambiato idea ora che è ad un passo dal diventare il commissario tecnico dell’Italia. Era il 2015, su quella panchina c’era Antonio Conte che, come era già avvenuto in passato, aveva scelto di convocare due oriundi, nello specifico Eder e Vazquez.

“Penso che un giocatore italiano meriti di giocare in nazionale, mentre chi non è nato in Italia, anche se ha dei parenti, credo non lo meriti. È la mia opinione”. Erano gli anni della seconda esperienza all’Inter, riabbracciata dopo le parentesi all’estero, quella fortunata con il Manchester City in Inghilterra e quella meno fortunata in Turchia con il Galatasaray, e lasciata poi, a malincuore, nel 2016.

Non è una questione da poco. Se dopo tre anni Mancini dovesse restare fedele a questa linea cesserebbero le possibilità di vedere in nazionale, come in passato, giocatori come Jorginho e Thiago Motta. E dovremmo dimenticarci di calciatori come Camoranesi e Altafini che, in tempi diversi, hanno contribuito ai nostri successi, anche se nati in un altro Paese.

Il tecnico di Jesi, infine, dovrebbe rinunciare alla possibilità di convocare uno dei suoi pupilli allo Zenit di San Pietroburgo: quel Sebastian Driussi, classe 1996, cresciuto nel River Plate ma già entrato nell’orbita dei grandi club del Vecchio Continente. Driussi infatti, ha il passaporto italiano perché i nonni sono friulani e in patria, quella natia, già lo chiamano “il nuovo Aguero”. Uno, insomma, che potrebbe farci molto comodo.

Una scelta di personalità

Mancini, del resto, è uno disposto ad andare oltre le proprie convinzioni e a cambiare idea. Il 14 novembre del 2014, durante la conferenza stampa di presentazione, spiegò così il suo ritorno all’Inter: “Non si dovrebbe mai tornare dove si è fatto bene, ma l’affetto per l’Inter mi ha convinto”. 

Al tecnico marchigiano, insomma, non manca di certo la personalità. La sua carriera da allenatore, ma anche da giocatore, è sempre stata caratterizzata da una solidità mentale che pochi possono vantare. Dall’esordio a sedici anni con la maglia del Bologna ai trionfi in campo e in panchina, il “Mancio” ha sempre lasciato un segno importante della sua presenza. E per questo spesso è stato rimpianto da tifosi e presidenti. Famosa l’intervista in cui Noel Gallagher, ex leader degli Oasis, rimpiangeva la partenza del tecnico da Manchester: “Un po' mi manca Mancini, Pellegrini ha vinto un titolo ma è noioso, Mancini è uno con le palle”. Una qualità che oggi, più che mai, servirebbe alla nazionale italiana.

I trofei di Mancini

Poi ci sono i successi a parlare a favore di Mancini. Da giocatore può vantare due scudetti vinti con le maglie della Sampdoria e della Lazio (1991 e 2000), due Coppe delle Coppe, sempre con i blucerchiati e i biancocelesti (1990 e 1999) e una Supercoppa europea. Nel 1991 si classificò 19esimo nella classifica del pallone d’oro. Da allenatore, invece, ha conquistato tre scudetti consecutivi con l’Inter, di cui uno a tavolino, e due Supercoppe italiane; una FA Cup, una Community Shield e una Premier League con i Citizens; una Coppa di Turchia con il Galatasaray. E poi c’è il feeling con la Coppa Italia vinta ben 10 volte, da trascinatore in campo e da guida tecnica, con Sampdoria, Lazio, Fiorentina e Inter.

La nazionale da giocatore

Tra Mancini e la maglia azzurra non c’è mai stato grandissimo feeling. Tante convocazioni senza vedere il campo e pochi, pochissimi gol. Almeno per uno come lui. Appena 4 in 36 partite. L’esordio nel 1984, a 19 anni, a Toronto in amichevole contro il Canada, buttato nella mischia a inizio secondo tempo da Bearzot che, come raccontato dallo stesso tecnico, era particolarmente severo: “Mi ha portato con gli azzurri a New York per una tournée. Si doveva andare a dormire presto, la sera. Io sono uscito, insieme con alcuni senatori della squadra, e sono tornato la mattina dopo. Bearzot si è incavolato come una bestia. Me l'ha fatta pagare. E giustamente”.

Poi il secondo momento difficile, più tardi, con Arrigo Sacchi: “Mi sono rifiutato di seguirlo in America (ai mondiali del 1994, ndr). Altro errore pagato caro. Oggi posso dire di essere pentito, ma, naturalmente, è troppo tardi”. Ora, se tutto andrà come sembra, Mancini avrà l’occasione per riscattarsi e per provare a completare, con la nazionale, il suo ricchissimo palmares.

 

 

 

Il 2-3 con il quale si è conclusa Inter-Juventus​ lo scorso 28 aprile è stato uno dei risultati più decisivi di quest'ultima fase di campionato, rendendo lo scudetto ancora più a portata di mano per i bianconeri e allontanando dai nerazzurri la Champions League. Non solo uno dei più decisivi ma anche dei più contestati, per le discusse decisioni dell'arbitro Daniele Orsato, dall'espulsione di Vecino al fallo su Rafinha di Pjanic, che, secondo molti, sarebbe stata meritevole di cartellino rosso. Nel frattempo la polemica non solo non si è placata ma si è fatta ancora più virulenta, tanto da finire in Procura. Quella di Milano, dove l'avvocato cassazionista Michele Marra ha presentato un esposto per frode sportiva, mosso forse – più che da desiderio di giustizia – dall'amore per la maglia. L'avvocato Marra è infatti di Castel Morrone, nel casertano, ed è presumibilmente uno dei tanti tifosi del Napoli amareggiati da una vittoria che ha riportato a +4 lo scarto tra la capolista e gli azzurri. 

Marra è intervenuto prima a 'La Zanzara', dove la sua iniziativa è stata accolta con scetticismo, nonché con il consueto sarcasmo, dai conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo. Poi è stato contattato da Tpi, che lo ha intervistato per domandargli su quali basi sia stato depositato l'esposto e se ci siano chance concrete che venga accolto. 

Violato il protocollo VAR?

"Ho presentato l’esposto per chiedere alla Procura competente, in questo caso quella di Milano, di accertare se alcune persone che non si riescono a qualificare abbiano inciso sull’esito della partita Inter-Juventus dall’esterno", spiega il legale che – oltre ai due episodi succitati – punta il dito sul "rapporto che sembra amichevole o fraterno tra Allegri e l’arbitro Paolo Tagliavento (all’uscita degli spogliatoi lo chiama semplicemente “Taglia”)". L'espulsione di Vecino, prosegue Marra, violerebbe inoltre il protocollo VAR (pur definito "un po' ambiguo") in quanto" si riferisce ad alcune ma non a tutte le azioni in campo, come rigore, fuorigioco, e falli che non sono stati visti: in questo caso, invece, l’arbitro ha visto quel fallo, lo ha anche valutato e determinato".

"Ma quali effetti può sortire l'esposto?", domanda Tpi. Già, perché Marra non è nuovo a iniziative del genere, tutte tese a riparare presunti torti subiti dal Napoli. Dalla famosa “Partita di Pechino”, tra Napoli e Juventus, arbitrata da Paolo Mazzoleni, alla Napoli-Juventus di tre anni fa, quando Tagliavento assegnò un goal in fuorigioco ai bianconeri che costò il campionato ai partenopei, per finire al rigore "inesistente" su Higuain assegnato dall'arbitro Pasta in Benevento-Juventus. Finora, nessuno di questi esposti ha avuto conseguenze. In particolare, il primo, dopo cinque anni, sarà bello che archiviato. Ma allora perché insistere?  "Mi è stato riferito che c’è comunque stata un’attenzione maggiore da quel momento in poi sul mondo del calcio e degli errori arbitrali", conclude, "mentre cinque anni fa probabilmente sono stato l’unico a denunciare questa cosa, nel tempo molti altri colleghi, tifosi e gruppi hanno iniziato a farlo".

 

​È partito da Gerusalemme l’edizione numero 101 del Giro d’Italia, che insieme al Tour de France e la Vuelta a Espana è una  delle tre corse a tappe ciclistiche più importanti del mondo. La corsa rosa parte all’estero per la tredicesima volta: questa volta è toccato a Israele, che è la prima location extraeuropea della corsa.

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L’edizione numero 100 è stata vinta dall’olandese Tom Dumoulin (Team Sunweb), che costruì la sua vittoria dimostrando una forza granitica a cronometro e nelle tappe di media difficoltà, resistendo bene anche sulle strade di alta montagna, dove rintuzzò con efficacia gli attacchi degli scalatori quali Nairo Quintana e Vincenzo Nibali, che chiusero rispettivamente secondo e terzo a Milano.

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Dumoulin fu perfetto interprete del percorso 2017. Un anno dopo il Giro cambia pelle in modo abbastanza netto: le cronometro calano sia come numero di tappe (da 3 a 2) sia come chilometri totali (da 69 a 44) e sono collocate cronologicamente in momenti meno decisivi della corsa. L’anno scorso il Giro si chiudeva infatti con una cronometro – e in quella tappa Dumoulin si riprese la Rosa a scapito di Quintana – mentre quest’anno l’ultima cronometro arriverà all’inizio dell’ultima settimana e sarà seguita da diversi chilometri alpini (arrivi a Prato Nevoso, Bardonecchia e Cervinia) che potrebbero rimettere in gara gli scalatori che hanno sofferto, o comunque perso terreno, a cronometro. In generale, mettendo a confronto le due corse, si nota come il Giro 101 preveda più chilometri in alta montagna rispetto allo scorso anno, mentre oltre alle cronometro calano anche tappe di media difficoltà sulle quali Dumoulin rafforzò, con ottime prove, buona parte del suo successo rosa.

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Questo aumento della difficoltà potrebbe anche tramutarsi in un leggero calo della velocità media del Giro, che negli ultimi anni si è assestata di poco sotto ai 40 km/h.

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Fight for Pink: i favoriti 2018

Fra i Grandi Giri a tappe, il Giro d’Italia è la corsa più “autarchica”: 69 delle 100 edizioni disputate sono state vinte da un corridore italiano (69%), mentre il Tour de France conta solo 36 vittorie francesi su 104 edizioni (34,6%), mentre a metà si colloca la Vuelta, 33 vittorie spagnole su 71 edizioni (46,5%). L’ultimo italiano ad aver vinto il Giro è stato Nibali nel 2016, l’ultimo spagnolo a vincere la Vuelta fu Alberto Contador nel 2014, mentre per ritrovare un francese primo sotto l’Arco di Trionfo dobbiamo tornare al 1985 quando il vincitore fu Bernard Hinault. Curiosamente, Hinault fu l’ultimo corridore a fare la tripletta dei Grandi Giri in tre anni consecutivi (1978 Vuelta, 1979 Tour e 1980 Giro).

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Quest’anno la corsa rosa avrebbe dovuto rinnovare la rivalità fra Fabio Aru e Christopher Froome, vittima però questa mattina di un piccolo incidente. Durante la ricognizione sul percorso della crono, scrive la Gazzetta dello Sport, prima presa di contatto per tutti considerato che le strade non sono state chiuse al traffico fino alle prime ore dell’alba, sono finiti a terra almeno in tre: "Il britannico del Team Sky ha avuto un piccolo incidente scivolando in curva dopo circa 4 km dall’arco di partenza. Abrasioni al fianco e al ginocchio destro, ferite giudicati superficiali che non mettono in dubbio la sua presenza al via della tappa inaugurale. Molto peggio è andata a Siutsou. Il bielorusso della Bahrain-Merida, fresco vincitore del Giro di Croazia, Siutsou si è fratturato la terza vertebra. Giro finito per lui. Solo escoriazioni per Miguel Angel Lopez, colombiano dell’Astana, caduto anche lui. In una curva a sinistra a 3,5 km dall’arrivo “Superman” è scivolato perdendo il controllo della bici: nulla di grave". Froome ci sarà e darà battaglia.

Il sardo Aru, passato quest’anno all’UAE Team Emirates, punta a vincere una seconda corsa a tappe dopo la vittoria della Vuelta 2015. Aru torna al Giro dopo aver saltato le ultime due edizioni. Al Tour 2017 il Cavaliere dei Quattro Mori fu l’unico che riuscì a sfilare la maglia gialla a Froome e in generale al Team Sky, vincendo anche una tappa e vestendo per due giorni la maglia del primato, salvo poi mollare fisicamente nelle ultime tappe. Dal canto suo invece il britannico del Team Sky arriva al Giro dopo la straordinaria doppietta Tour-Vuelta nel 2017 ed è l’uomo più atteso della corsa rosa, il favorito d’obbligo.

I numeri e il curriculum di Froome non mentono: 4 Tour in bacheca, 1 Vuelta, di cui 1 doppietta nello stesso anno, 12 tappe vinte nei Grandi Giri. Al britannico manca solo il Giro per completare la tripletta. Froome però non partecipa al Giro dal 2010 e ha all’attivo solo due partecipazioni (2009 e 2010), concluse con il 32° posto del 2009 e la squalifica del 2010 quando fu punito per essersi aggrappato a una motocicletta. Froome partirà con la voglia di dominare anche sulle strade italiane eguagliando la tripletta Giro-Tour-Vuelta in anni consecutivi firmata da Hinault, ma dovrà correre anche contro i detrattori che gli rimproverano la vicenda salbutamolo.

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Oltre ad Aru e alla tradizione che vede gli italiani favoritissimi al Giro, Froome dovrà guardarsi anche dal campione uscente Tom Dumoulin del Team Sunweb. L’olandese l’anno scorso si è dimostrato solido su tutti i terreni gestendo bene le proprie forze e sfruttando al massimo le sue caratteristiche a cronometro e nelle tappe di media montagna, e sicuramente non si presterà a fare lo spettatore anche quest’anno. Proverà a sfruttare la probabile marcatura stretta fra il padrone di casa Aru e l’uomo più atteso Froome per concedersi un clamoroso bis. Altro corridore da tenere d’occhio e che arriva in grande forma al Giro è il francese Thibaut Pinot, capitano della Groupama-FDJ, che lo scorso anno è giunto quarto vincendo anche una tappa. Al Tour of the Alps ha vinto da padrone e arriva al Giro con l’obiettivo di fare un definitivo salto di qualità. Dopo questi grandi favoriti segnaliamo un paio di outsider: il primo è il “quasi campione 2016” Esteban Chaves della Mitchelton-Scott, reduce da una stagione 2017 davvero deludente, che vuole quantomeno tornare al podio tornando ai livelli della stagione 2016 quando appunto sfiorò la vittoria. Il Team Bahrein senza Vincenzo Nibali punta sulla solidità e sull’esperienza di Domenico Pozzovivo per ottenere un prestigioso piazzamento nei primi sei. Le numerose salite di questo Giro potrebbero essere preziose alleate dello scalatore di Policoro.

Le classifiche “minori”: giovani, scalatori e punti

Per quanto riguarda le altre classifiche i giochi sono molto aperti. Tra i giovani, pretendenti alla maglia bianca, i grandi favoriti sono il colombiano dell’Astana Miguel Angel Lopez il quale sarà anche il capitano della squadra kazaka e l’italiano Giulio Ciccone, grande talento della Bardiani-Csf già vincitore di tappa 3 anni fa, e in gran forma dopo la vittoria al recente Giro dell’Appennino. La lotta per la classifica scalatori (maglia azzurra) è invece senza alcun dubbio la battaglia più aperta. Tra i pretendenti ci sarà Giovanni Visconti, maglia azzurra 2015, uomo capace di grandi numeri nei tapponi di montagna (vedi l’impresa sul Galibier al Giro 2013). Da tenere d’occhio anche il basco Mikel Nieve, maglia azzurra 2016, che lasciata la Sky potrà agire da battitore libero nel Team Mitchelton-Scott e Davide Villella (Astana) che dopo la la maglia di miglior scalatore alla Vuelta potrebbe arricchire il suo bottino con quella del Giro. Infine, un pretendente è anche il “vecchio leone” Ruben Plaza, uomo esperto dell’Israel Cycling Academy, da sempre avvezzo alle grandi fughe. Fra i velocisti, che possono ambire alla classifica a punti (maglia ciclamino) l’olimpionico Elia Viviani (Quick Step Floors) arriva alla corsa rosa con i favori del pronostico. Il veneto dovrà vedersela, tra gli altri, con l’irlandese della Bora-Hansgrohe Sam Bennett, e con gli italiani Andrea Guardini (Bardiani-CSF) e Giacomo Nizzolo (Trek Segafredo) in cerca di rilancio dopo un 2017 da dimenticare.

Guida alle tappe (prima parte): da Israele al Gran Sasso c’è di mezzo l’Etna

Andiamo ora a vedere cosa attende i corridori nei primi dieci giorni della corsa. I numeri raccontano di 1502,7 chilometri sui 3546 totali (42,3% del totale), di cui 405,7 in territorio israeliano e 1097 in Italia tra Sicilia, Calabria, Campania, Molise e Abruzzo. Questa prima fase del Giro è contraddistinta da circa 10 chilometri a cronometro nel debutto del 4 maggio sulle strade di Gerusalemme. Pochi chilometri che rappresentano meno dell’1% della strada da percorrere fino alla seconda interruzione del 14 maggio ma che potrebbero già esaltare la capacità dei cronomen – due a caso: Froome ma soprattutto Dumoulin – e proiettarli verso il Rosa sin dalle prime battute di questo Giro.

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Questa prima fase è dominata da tappe di cosiddetta “media difficoltà”, ovvero tappe non proprio congeniali ai velocisti ma neppure agli scalatori puri. Chilometri abbastanza intermedi, con saliscendi capaci di esaltare ancora corridori dalle capacità abbastanza “anfibie” fra pianura, collina e alta montagna. Un nome su tutti? Sempre Dumoulin, che potrebbe esaltarsi in una fase di Giro dove le asperità – che comunque l’olandese ha dimostrato di saper domare – sono moderate, Etna a parte. Secondo “Il Garibaldi”, ovvero la guida ufficiale del Giro, la difficoltà media del tracciato di questa prima fase è infatti di 2,4 (dove 1 è il minimo e 5 il massimo). Questa fase iniziale è la più abbordabile delle tre settimane di corsa: la seconda si attesta su una difficoltà media di 3,1, mentre la terza arriva a 3,3.
 

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Sicuramente il cronoprologo all’interno di Gerusalemme sarà molto suggestivo. Circa 10 km lungo un percorso tecnico ricco di sali e scendi, che metteranno alla prova a dura prova i ciclisti. Il percorso è articolato a ridosso della parte antica della città, attraversando luoghi simbolo della capitale israeliana. Qui i cronomen come Dumoulin, Froome e Tony Martin potrebbero farla da padrone rifilando circa una ventina di secondi ai rivali per la classifica finale. La seconda tappa invece sarà interamente appannaggio di velocisti. Si parte da Haifa in direzione Tel Aviv, 167 km quasi interamente piatti movimentata soltanto da qualche saliscendi attraverso il territorio di Acri, e poi tutta fino al volatona sul lungomare di Tel Aviv dove le ruote veloci potranno darsi battaglia per la prima volata del Giro 2018. L’ultimo giorno in terra israeliana va da Be’er Sheva ad Eilat, per un totale di 229 km. Qui l’unica incognita potrebbe essere rappresentata dal vento, che durante l’attraversamento del deserto del Negev potrebbe fare qualche brutto scherzo.

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Dopo le 3 tappe fuori dal vecchio continente, il giro si fermerà un giorno e approderà in Sicilia per tre tappe impegnative che potranno selezionare e verificare il vero stato di forma dei pretendenti alla maglia rosa. La Catania-Caltagirone e la Agrigento-Santa Ninfa, saranno delle tappe molto mosse con arrivi non adatti ai velocisti, quindi terreno di conquista dei cacciatori di tappe, tre nomi su tutti: Diego Ulissi (Team UAE),  Tim Wellens (Lotto-Soudal) e Luis Leòn Sanchez (Astana). La sesta tappa ospiterà il primo arrivo in salita di un certo rilievo. Come l’anno scorso tocca all’Etna. 163 km da che porteranno i corridori da Caltanissetta all’Osservatorio astrofisico (1735 metri sul livello del mare) posto sull’Etna. Rispetto ai versanti già esplorati dalla corsa rosa in passato, questo che parte da Ragalna presenta una carreggiata piuttosto ristretta e una pendenza media del 6,5% con punte punte massime del 13-15%. Questo tratto si presenta ben coperto dal vento grazie al bosco e ciò potrebbe invogliare le prime vere schermaglie in gruppo. Non sarà di certo la salita che decreterà il vincitore finale, ma nel caso in cui la corsa si accendesse, si potrà sicuramente depennare qualche uomo tra i pretendenti al podio. Dopo l’Etna il Giro inizierà a scalare la penisola con la Pizzo Calabro-Praia a Mare, sulla carta una tappa per velocisti, ma che potrebbe dare spazio ai finisseur come fu per Oscar Gatto e Alberto Contador nel 2011. Da qui ci si sposterà a Montevergine di Mercogliano in Campania, dove la carovana è attesa da un arrivo in salita molto veloce con pendenza media del 4,5%. Ci si aspetta una volata a ranghi ridotti: 30 corridori più o meno, come già successo nel 2004 e 2007.

La prima settimana di corsa si chiuderà però con il botto: 224 km da Pesco Sannita a Gran Sasso d’Italia (Campo Imperatore, 2135 msl). Qui inizierà il “vero” Giro d’Italia: la corsa potrebbe esplodere e il team Sky, come solito fare al Tour de France, cercherà di garantire a Froome il pieno controllo della corsa. Sarà qui che corridori come Aru, Pinot e Chaves dovranno cercare di mettere in difficoltà lo squadrone inglese e il suo capitano. 

A un gol dai supplementari, per continuare a sognare, e in grande. Serviva un miracolo, un secondo miracolo calcistico dopo quello contro il Barcellona. Ma in una partita palpitante, un Liverpool coriaceo e per nulla arrendevole o attento solo a difendere il 5-2 dell'andata, ed anche un fallo di mano nell'area piccola dei Reds, mandano in frantumi i sogni di rimonta della Roma e di accesso alla finale di Champions League. È finita 4 a 2 per i giallorossi all'Olimpico. In finale il 26 maggio a Kiev ci sarà dunque il Liverpool contro il Real Madrid. Stasera niente caroselli di auto nelle strade né tuffi festanti nelle fontane di Roma.

Partita cominciata subito in salita per i giallorossi, perché al 9'il Liverpool è andato in gol sfruttando un grave errore di Nainggolan, un passaggio in orizzontale a centrocampo che è stato intercettato da Firmino che ha quindi fatto partire il contropiede, appoggio sulla sinistra per Mané che manda in rete. A quel punto servono quattro gol alla Roma per passare il turno. E il pari giallorosso arriva subito, già al 15', con un'autorete rocambolesca di Milner, che si ritrova sulla traiettoria del pallone rinviato da Lovren dopo il cross di Florenzi dalla destra e la sponda di testa di El Shaarawy per Dzeko.

Sugli spalti i tifosi della Roma riprendono fiato, ma è come una roulette, perché al 25' i Reds tornano in vantaggio. Questa volta è Dzeko che, rientrato per coprire sul calcio d'angolo degli inglesi, fa una sponda involontaria di testa per Wijnaldum, il quale non ha difficoltà a superare da due passi il portiere giallorosso Alisson. E adesso alla Roma servirebbero quattro gol per andare ai supplementari. Un palo ferma al 38' un destro a giro da fuori area di El Shaarawy deviato da Milner e che aveva messo fuori gioco il portiere Karius. Il primo tempo si chiude quindi con i Reds in vantaggio 2-1. 

La ripresa si apre con gli assalti giallorossi e al 52' arriva il pareggio: El Shaarawy entra in area e calcia con il destro a giro, Karius respinge ma nella zona dove è appostato Dzeko, il quale è bravo a controllare e a battere il portiere con un tiro in diagonale sul secondo palo. La Roma insiste, crea altre occasioni vicine al gol, ma il Liverpool non sta a guardare e gioca, cerca l'affondo. Giallorossi comunque più vivaci, o almeno più determinati, non avendo più nulla da perdere. Al 63' ecco il possibile fallo da rigore non visto: Nainggolan mette in mezzo dalla destra, Dzeko devia di testa, il difensore avversario Alexander-Arnold respinge e la palla arriva a El Shaarawy che da due passi tira a botta sicura ma lo stesso difensore in scivolata scomposta si oppone toccando con un braccio il pallone. Un'azione più o meno simile a quella che ieri ha visto il madridista Marcelo respingere un tiro-cross di un attaccante del Bayern e che ha innescato le inutili, per l'arbitro, proteste dei tedeschi. E stasera protestano anche i giallorossi, ma senza esito, per l'arbitro sloveno Skomina è tutto regolare. 

La Roma insiste nella forsennata ricerca dei gol che la porterebbero ai supplementari, sperando anche nel crollo psicologico dei Reds assediati. Il sorpasso giallorosso arriva all'86' con Nainggolan, con uno dei suoi destri fulminanti dalla distanza, il pallone finisce prima contro il palo e poi in fondo alla rete del Liverpool, alla sinistra del portiere. Il tecnico dei Reds, Jurgen Klopp, fa una prima sostituzione, Solanke per Firmino all'87', e il nuovo entrato si becca subito un'ammonizione per perdita di tempo, mentre sugli spalti i cori festanti dei tifosi inglesi salgono sempre più di tono. Si entra nei tre minuti di recupero fissati dal direttore di gara, e Klopp ricorre ad una altra sostituzione tattica, Clyne per Alexander-Arnold, l'arbitro allunga il recupero. E arriva il calcio di rigore per la Roma e che innesca ancor piu' aspettativa nei tifosi giallorossi. Se ne incarica Nainggolan e va a segno, 4 a 2 per la Roma, un gol ai supplementari. Ma ormai è finita. A Kiev ci va il Liverpool a insidiare il Real Madrid alla sua terza finale di fila in Champions League e che cerca il tris di successi uno dietro l'altro. Per la Roma l'amarezza di una corsa generosa ma finita contro una squadra che all'andata è stata più+ cinica e pronta a cogliere ogni occasione.

C'è voluto mezzo secolo all'Australia per riconoscere l'impegno civile dell'atleta Peter Norman che alle Olimpiadi di Messico 1968 mostrò solidarietà ai due atleti statunitensi, Tommie Smith e John Carlos, quando sul podio alzarono i pugni guantati di nero per protestare contro il razzismo. Norman aveva aderito a modo suo, portando sul petto una spilla del "Progetto olimpico per i diritti umani", l'organizzazione che combatteva il razzismo nello sport e che aveva orchestrata quella protesta.

Lo scatto della premiazione, con i due atleti di colore che tengono alto il pugno chiuso, segnò la storia ma anche, in modo drammatico, la vita di Norman: venne aspramente criticato in patria e non più convocato alle Olimpiadi, nonostante sia ancora suo il record australiano dei 200 metri. Morì nel 2006 e solo ieri il Comitato olimpico australiano gli ha assegnato l'Ordine al Merito, la massima onorificenza sportiva, proprio per quel suo record.

"È sicuramente un riconoscimento tardivo", ha ammesso il presidente del Comitato olimpico australiano, John Coates. "Il rispetto per Peter e le sue azioni è ancora enorme, ha creduto nei diritti umani per tutta la sua vita. Abbiamo perso Peter nel 2006 ma non dovremmo mai dimenticare la sua coraggiosa reazione di quel giorno. E non solo perché il suo record non é mai stato eguagliato in Australia: il suo traguardo atletico non dovrebbe mai essere sottovalutato". Invece, come ha ammesso proprio il Comitato, i suoi risultati per anni sono stati sminuiti. C'è anche chi ha chiesto, tempo fa, al Parlamento di Canberra di scusarsi ufficialmente con Norman. 

C’è un altro Renzi che in queste ore sta salendo alla ribalta e anche in questo caso si parla di una discesa in campo e di una personalità forte. Da vero leader.  Il Secolo XIX ha raccontato le vicende che riguardano il primogenito di Matteo, Francesco, che ha terminato con successo un provino con il Genoa Calcio. Attaccante, classe 2001, il giovane Renzi si è già distinto con la maglia dell’Affrico, società dilettantistica di Firenze, diventando capocannoniere nel girone C degli allievi regionali. Reti che sono valse una convocazione per la Nazionale Under 17 dilettanti e l’attenzione di diverse squadre professionistiche della Regione Toscana.

Il provino a Voltri

Il giornale di Genova ha scritto che, durante i due giorni passati con gli Allievi Nazionali rossoblù, Francesco Renzi ha ricevuto più di un complimento. Come quello di Michele Sbravati, responsabile del settore giovanile, che ha pure scomodato un paragone di tutto rilievo: “Ha doti fisiche interessanti, è un lottatore generoso. Sembra un attaccante vecchia maniera, ricorda un po’ Pratto, senza però la tipica corsa ingobbita di Lucas”. Nelle 48 ore passate a Voltri, l’attaccante è stato visionato anche da Carlo Taldo, direttore sportivo della squadra Primavera, e da altri responsabili della cantera genovese.

Il futuro?

È proprio l’anno di nascita a riservare qualche dubbio per il tesseramento futuro. Nato nel 2001, Renzi junior sta in quella fascia di giocatori che sono troppo giovani, forse, per essere aggregati alla Primavera e troppo “vecchi” per far parte degli Allievi. Eppure le porte sono aperte e il giocatore verrà ancora monitorato in attesa di perdere una decisione per la prossima stagione. Anche perché non sembra soffrire l’ombra portata dal cognome: “Non si è di certo presentato, per così dire, da figlio dell’ex premier bensì da ragazzo come tutti gli altri” dice ancora Sbravati al Secolo XIX  “abbiamo conosciuto un giovane perbene, umile, con la testa giusta di chi vuole fare il calciatore. Veramente un’ottima impressione». Basterà per iniziare quest’avventura? 

L'Italia è prima per numero di casi di doping registrati tra gli atleti nel 2016. Lo afferma l'Agenzia mondiale antidoping Wada nel suo rapporto annuale diffuso oggi a Montreal.

Agli atleti italiani sono state contestate 147 violazioni delle norme antidoping nel 2016, l'anno più recente per il quale vi siano statistiche complete. Al secondo posto la Francia, con 86 casi e quindi gli Usa, con 76. Seguono l'Australia, con 75 casi, e il Belgio, con 73, mentre al sesto posto si piazzano a pari merito la Russia e l'India con 69 casi ciascuna. In assoluto l'atletica leggera è lo sport più dopato con 205 casi rilevati, seguono il bodybuilding con 183, il ciclismo con 165, il sollevamento pesi con 116 e il calcio con 79.

Il doping nel mondo del pallone è comunque in calo rispetto al 2015, quando erano stati segnati 108 casi. In totale la Wada nel 2016 ha scoperto 1.595 infrazioni delle norme sul doping in diminuzione rispetto ai 1.929 casi del 2015.

In stragrande maggioranza gli episodi hanno riguardato positività ai test -1.326 casi – e i restanti 269 casi sono stati scoperti grazie a indagini mirate e a prove raccolte con attività di intelligence. "I test prima e dopo le gare restano decisivi per smascherare il doping – ha detto il presidente della Wada, Craig Reedie – ma fatti recenti hanno mostrato che il lavoro investigativo sta diventando sempre piu' importante per tutelare gli atleti 'puliti' in tutto il mondo". 

Cosa rischia la Roma dopo l'agguato che è quasi costato la vita a un tifoso del Liverpool poco prima della semifinale di Champions? Se accertare le responsabilità individuali sembra abbastanza facile, grazie ai video che documentano l'aggressione, più difficile è con quelle oggettive e quindi, anche se l’Uefa ha annunciato che non farà sconti, non sarà facilissimo sanzionare la Roma.

I rapporti sono attesi per oggi alla Uefa – scrive la Gazzetta dello Sport –  e dovrebbero consentire l’apertura immediata di un’indagine. Per la Roma la sanzione più probabile, visti i precedenti in casi simili, sarebbe il divieto di vendere biglietti ai tifosi per una o più trasferte. Meno probabile che l'incontro si disputi a porte chiuse in casa, proprio perché i fatti si sono svolti altrove.

Cosa bisogna stabilire

L’Uefa attende il rapporto arbitrale, quello del delegato, quello del responsabile della sicurezza e la relazione delle autorità britanniche. L’assalto non si è svolto dentro lo stadio ma all’esterno, anche se a pochissimi metri dalle porte di Anfied. Il regolamento disciplinare Uefa parla di responsabilità "dentro e vicino allo stadio", e della possibilità di punizioni anche se non si accertano negligenze nell’organizzazione (articolo 16 codice disciplinare). 

I precedenti

Non è la prima volta che ultrà della Roma si scontrano con le tifoserie dei club inglesi: ci sono precedenti con Tottenham, Manchester United e West Ham che potrebbero aggravare la situazione. E comunque i tempi non sono brevi: per Athletic Bilbao-Cska Mosca, un caso che non riguarda squadre italiane ma in cui a perdere la vita (per un infarto) fu un poliziotto, oltre due mesi dopo i fatti l'inchiesta non è ancora giunta a conclusione. Gli scontri risalgono al 22 febbraio, il rapporto è arrivato a Nyon il 22 marzo e l'indagine è ancora in corso

Due tifosi della Roma di 25 e 26 anni sono stati fermati a Liverpool con l'accusa di tentato omicidio per l'aggressione a un tifoso irlandese dei Reds di 53 anni, picchiato con una cinghia e scaraventato a terra prima della partita. I fermi sono stati confermati dalla polizia del Merseyside che ha invitato eventuali testimoni a farsi avanti. L'episodio è avvenuto durante gli scontri scoppiati un'ora prima della partita davanti all'Albert Pub, a pochi passi dalla curva Kop dei tifosi del Liverpool nello stadio di Anfield. 

Il tifoso aggredito, che ha battuto violentemente la testa a terra, ha riportato un trauma cranico ed è ricoverato nel centro neurologico di Walton, in condizioni critiche. I due tifosi italiani fermati, uno dei quali è stato prelevato all'interno dello stadio, sono stati portati in commissariato per essere interrogati. In totale nella serata sono stati nove i tifosi fermati per reati che vanno dall'aggressione al possesso di corpi contundenti.

Gli agenti stanno esaminando le telecamere di sicurezza della zona e stanno cercando testimoni che abbiano assistito agli scontri: "Il tifoso aggredito era insieme a suo fratello ed è stato aggredito durante una rissa tra tifosi della Roma e del Liverpool", ha spiegato l'ispettore Paul Speight. 

Al tifoso irlandese è arrivata la solidarietà del Liverpool che si è detto "sconvolto e inorridito" e ha assicurato pieno "sostegno" alla famiglia, invitando chiunque abbia assistito al pestaggio a fornire informazioni alla Polizia.

 

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