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Il 14 ottobre va in scena alle Hawaii, come da tradizione, la finale mondiale dell’Ironman, giunta quest’anno alla quarantunesima edizione (nel 1982 si disputò un doppio evento). Saranno 2454 gli atleti pronti ad affrontare una delle prove più dure dello sport mondiale.

 

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Negli ultimi anni questa disciplina raccoglie sempre più appassionate e appassionati in tutto il mondo. Ma in cosa consiste? L’Ironman è un tipo estremo di triathlon: combina tre diverse discipline sportive, ovvero nuoto (3,8 chilometri), ciclismo (180 chilometri) e corsa (i canonici 42 chilometri e 195 metri). La versione olimpica del triathlon si sviluppa su distanze decisamente ridotte rispetto all’Ironman: 1,5 km a nuoto, 40 km in bici e 10 a piedi. Una via di mezzo fra triathlon olimpico e Ironman è la Long Distance (O3), che propone circa 100 km in più della versione olimpica ma circa 70 in meno dell’Ironman.

 

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Lo sviluppo di questa disciplina ha portato alla formazione di veri e propri super atleti che  ogni giorno si preparano per riuscire a resistere a queste grandi distanze. Negli ultimi anni sono migliaia gli amatori in tutto il mondo che si allenano caparbiamente cercando di strappare il pass per la caratteristica prova finale hawaiana. Il calendario dell’Ironman prevede diverse tappe in giro per il mondo durante l’arco dell’anno grazie alle quali è possibile ottenere l’accesso all’evento clou alle Hawaii. Originariamente il mondiale Ironman prevedeva un programma spalmato su due giorni che univa diverse manifestazioni sportive. Poi l’organizzazione dell’evento, come la sua location, è cambiata e tutti e tre gli eventi sportivi sono stati messi uno dopo l’altro. Per gli atleti più allenati e i professionisti le Hawaii sono l’obiettivo di una stagione, per altri di una vita, ma per molti amatori già portare a termine i quasi 226 km previsti dalla massacrante prova è la più bella delle ricompense.

Detentori e record

Le ultime due edizioni sono state vinte dal tedesco Jan Frodeno, già campione olimpico di Triathlon a Pechino 2008, che si è poi dedicato con ottimi frutti alla prova estrema portando a casa anche un terzo posto nel 2014.

 

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Tra le donne è invece l’elvetica Daniela Ryf la campionessa in carica, anche lei vincitrice nel 2015 e nel 2016. Frodeno è anche l’attuale detentore del record maschile sulla distanza Ironman: 7 ore, 35 minuti e 39 secondi, stabilito al Challenge Roth nel 2016. Il record femminile è della triatleta Chrissie Wellington, quattro volte iridata, ed è di 8 ore 18 minuti e 13 secondi, stabilito anche questo al Challenge Roth, ma nel 2011. Il contingente italiano a Kona sarà guidato dai professionisti Alessandro Degasperi, Daniel Fontana e Giulio Molinari. Degasperi nel 2016 si è classificato ventesimo assoluto su 2316 partecipanti totali (non tutti professionisti), con un tempo totale di 8 ore, 36 minuti e 58 secondi.

 

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Uno dei grandissimi dell’Ironman è senza dubbio Alex Zanardi, pilota automobilistico, paraciclista e triatleta dal curriculum indiscutibile: 4 ori e 2 argenti olimpici fra Londra 2012 e Rio 2016, più 10 medaglie iridate (8 ori e 2 argenti). Zanardi ha partecipato a diversi eventi Ironman, come a Kona nel 2015, quando concluse la prova in 9 ore, 40 minuti e 37 secondi, 7 minuti in meno della sua prestazione 2014 sempre al Mondiale di Kona. Tempi già straordinari che pochi giorni fa, il 30 settembre a Barcellona, Zanardi ha addirittura polverizzato, infrangendo il muro delle 9 ore. 8 ore, 58 minuti e 59 secondi il tempo della sua prova, che è diventata record mondiale paralimpico dell’Ironman. Come si vede dal grafico sopra si tratta di una prestazione impressionante, non lontana dai tempi record maschili e femminili fra gli atleti normodotati.

Perché Ironman

Il nome Ironman può suonare pittoresco, ma è assolutamente indicato per descrivere chi è in grado di portare a termine una prova del genere. Per capire fino in fondo le prestazioni di questi atleti e la loro incredibile capacità di resistenza, è utile fare un raffronto con i tempi della maratona. Chi fa l’Ironman, infatti, come terza prova si cimenta in una maratona completa, 42 chilometri e 195 metri. Lo fa dopo quasi 4 chilometri di nuoto, che è una versione leggermente ridotta dei 5 km a nuoto in acque libere (disciplina mondiale, non olimpica) e 185 km di ciclismo su strada, e neppure tutti piatti.

Nella Maratona, il record mondiale maschile è del keniota Denis Kipruto Kimetto ed è di 2 ore, 2 minuti e 57 secondi. In occasione del suo record Ironman, nella maratona Frodeno ha chiuso in 2 ore 39 minuti e 18 secondi, ovvero 37 minuti in più del tempo record di Kimetto. Se avesse partecipato alle scorse Olimpiadi, con questo tempo Frodeno si sarebbe piazzato 135esimo, mettendosi alle spalle ben 6 olimpionici specialisti della maratona. Ovviamente non è detto che Frodeno potesse realmente ottenere quel tempo nel percorso di Rio, ma questa proiezione serve solo per avere un’idea della portata della sua prestazione.  

Fra le donne, in occasione del suo record mondiale Wellington ha chiuso la maratona in 2 ore 44 minuti e 35 secondi, un tempo che la distanzia solamente di 29 minuti da Paula Radcliffe, detentrice del record femminile di 2 ore 15 minuti e 25 secondi. A Rio 2016, facendo la stessa proiezione fatta per gli uomini, Wellington avrebbe chiuso 76esima su 133 atlete che hanno finito la gara.

Un movimento in crescita

La crescente popolarità dell’Ironman è dovuta anche ai personaggi famosi che negli anni hanno iniziato a praticarlo. Fra gli italiani che hanno affrontato la prova alle Hawaii figura anche l’astronauta Luca Parmitano che nel 2014 ha partecipato all’evento di Kona portando al termine la corsa con un tempo finale di 12 ore e 30 minuti: una prestazione che gli ha consentito di concludere l’evento tra i primi 1500 classificati. L’astronauta raccontò che il giorno dopo era distrutto come il giorno successivo al suo rientro dal viaggio spaziale.

 

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Fra gli altri personaggi famosi che hanno tentato l’Ironman figurano lo chef britannico Gordon Ramsay, Katherine Kelly Lang, la famosa Brooke Logan di Beautiful, e Sean Astin, il Sam del Signore degli Anelli di Peter Jackson. Tutti e tre, come Parmitano, hanno disputato la prova di Kona: il migliore è stato Ramsay, che nel 2013 ha chiuso la gara in poco più di 14 ore.

 

 

Il mondiale di calcio di Russia del prossimo anno inizia ad avere una fisionomia ben precisa. Al momento sono 24 le nazionali ammesse alla competizione, 23 qualificate più la Russia padrona di casa. Le altre arriveranno dopo gli spareggi europei (4), quelli intercontinentali (2) e dai gironi africani (3).

Chi è già qualificato

  • Europa: Russia (paese organizzatore), Belgio, Germania, Inghilterra, Spagna, Polonia, Serbia, Islanda, Portogallo, Francia.
  • Sudamerica: Brasile, Uruguay, Argentina, Colombia.
  • Africa: Nigeria, Egitto.
  • Asia: Iran, Giappone, Corea del Sud, Arabia Saudita.
  • Centro-Nord America: Messico, Costa Rica, Panama

Gli spareggi europei

Gli accoppiamenti saranno effettuati in base al ranking.

Le teste di serie sono

  • Svizzera
  • Italia
  • Croazia
  • Danimarca

che saranno accoppiate con le nazionali di seconda fascia

  • Irlanda
  • Irlanda del Nord
  • Svezia
  • Grecia

dopo un sorteggio che si terrà il 17 ottobre alle 14 a Zurigo (gare d’andata il 9, 10 e 11 novembre, ritorno il 12,13 e 14. Le teste di serie avranno la partita di ritorno in casa). 

Gli spareggi intercontinentali 

Gli accoppiamenti sono già stati fatti: si affronteranno Australia e la prima non qualificata del girone centro-nordaamericano, l’Honduras, da una parte e Perù (miglior non qualificata sudamericana) e Nuova Zelanda dall'altra.

Le 5 qualificate africane

Oltre a Nigeria (prima del gruppo B) e Egitto (prima del gruppo E), la situazione è ancora da definire nei gruppi A, C e D. Al momento il gruppo A sembra quello con la situazione più chiara con la Tunisia che, a una giornata dal termine, ha tre punti di vantaggio sul Congo e deve affrontare in casa la Libia. Diversa la situazione nel gruppo C dove l'11 novembre si giocherà Costa d'Avorio-Marocco, scontro diretto che vale il Mondiale con gli ivoriani che devono vincere per scavalcare in classifica i marocchini e andare in Russia. Grande confusione invece nel gruppo D. Il Senegal ha 8 punti, seguito da Burkina Faso e Capo Verde (che si affronteranno il 14 novembre) a 6 punti, ultimo il Sudafrica a 4. Il 6 novembre, però, si rigiocherà Sudafrica-Senegal, partita annullata per l'arbitraggio del ghanese Lamptey, implicato in un’indagine per scommesse e la settimana dopo le due nazionali si affronteranno nell'ultima partita del girone dopo una settimana dal rematch.

Gli esclusi eccellenti

Per il momento a Russia 2018 mancheranno 9 nazionali di primo piano, tre delle quali del tutto inattese. In Europa l’esclusa eccellente è l'Olanda; nel girone sudamericano è il Cile di Vidal a restare a casa dopo aver ceduto al Perù l’opportunità degli spareggi; nel girone del Centro-Nord America sono gli Stati Uniti a dover guardare il mondiale in tv mentre allo spareggio è andato l’Honduras.

A Sepang il collettore del turbo. Questa volta una candela. Il Gran Premio di Suzuka si conclude con Lewis Hamilton sul podio e Sebastian Vettel costretto a un ennesimo ritiro. "Non molliamo, la macchina, al di là dei componenti che ultimamente ci hanno lasciato a piedi, è buona, andremo avanti fino alla fine", è la dichiarazione a caldo del team principal Maurizio Arrivabene, "bisogna stringere i denti e andare avanti".

I numeri, però, non lasciano spazio a sogni di gloria. Per il pilota tedesco, a 59 punti dal rivale inglese, è ormai sfumata ogni speranza di conquistare il titolo. E la classifica costruttori è altrettanto impietosa: Mercedes a 540 punti, Ferrari a quota 395, mentre mancano solo quattro gare alla conclusione del Mondiale. Sui social network i tifosi ironizzano sconsolati, suggerendo di telefonare al loro elettrauto. Davvero la rottura di una candela può costare un titolo? La risposta è molto più complessa, e per provare a capire occorre risalire al rilancio del motore voluto mesi fa da Maranello per colmare il gap con le Frecce d'Argento. È quanto ha fatto la rivista specializzata Auto Sprint, ponendosi tre domande. 

Perché la candela ha ceduto alla riaccensione della macchina dopo le qualifiche?

"Alla prima domanda non c’è una vera risposta", spiega Auto Sprint, "dopo le qualifiche la macchina viene spenta, pulita, controllata a vista e poi va direttamente al parco chiuso dove resta coperta da un telo tutta la notte. Com’è possibile che un motore funzionante in modo impeccabile sabato pomeriggio, venga spento e alla riaccensione si manifesti un difetto di funzionamento di una candela? Mistero. A meno che la colpa non sia della bobina. Che è il componente elettrico sul cappuccio di ogni candela che genera la corrente elettrica che tramite la candela sprigiona la famosa scintilla". Qua si possono fare varie ipotesi: il cavo della bobina può essersi tranciato sotto la carrozzeria o aver perso parte del rivestimento, facendo contatto su una componente metallica.

Non si potevano cambiare le candele in griglia di partenza?

Anche qualora i meccanici avessero intuito il problema, avrebbero potuto fare ben poco. La candela di una macchina da Formula 1 non è "a vista" come quella della nostra auto, che può essere sostituita in pochi minuti. "Quando Vettel ha intuito di avere un problema di potenza al motore appena entrato in pista durante il giro di formazione, i meccanici non hanno potuto fare niente", leggiamo ancora sulla rivista, "la procedura di partenza di un Gran premio non dà ai meccanici il tempo necessario per intervenire. Dallo scattare dei 5 minuti al via, per regolamento, non si possono più toccare le auto. Cambiare una candela di un motore turbo ibrido moderno non è facile. Il motore è coperto da un sacco di elementi: c’è la griglia in carbonio che ricopre tutto il blocco motore, c’è il blocco dell’air scoop, ci sono i vari condotti (caldissimi) che portano aria all’intercooler e i collettori di scarico e della turbina. È tutto sigillato e prima di accedere alle candele bisogna smontare un sacco di viti e rimuovere molti elementi".

A cosa è dovuta questa crisi di affidabilità?

Secondo Auto Sprint, il mondiale della Ferrari non è sfuggito in Giappone ma "dopo l’estate, quando la Ferrari ha accelerato lo sviluppo del propulsore per recuperare il distacco dalla Mercedes e qualcosa si dev’essere incrinato nel delicato equilibrio prestazioni-affidabilità. Nelle prime gare 2017 la superba prestazione della SF70H era soprattutto dovuta al buon comportamento del telaio e all’eccellente connubio sospensione-gomme. Gli pneumatici funzionavano a dovere sulla Rossa mentre la Mercedes faticava a mandare in temperatura le gomme o usciva fuori dalla “finestra” prestazionale. Ma a livello motoristico, la Mercedes aveva ancora un lieve margine di superiorità. Che a volte non si manifestava soltanto per difficoltà telaistiche". E fin qua si parla di fatti.

"Così a Maranello si deve essere probabilmente deciso di estremizzare la prestazione di alcuni componenti del motore n.4 e di ritardarne fino all’ultimo l’introduzione per potenziarlo il più possibile", ipotizza il magazine, "di certo per sfruttare quei due mesi più (agosto e settembre) per lavorarci su, tenendoselo per le ultime gare della stagione. L’incremento di potenza dal punto di vista motoristico c’è stato, ma qualcosa si è rotto sul delicato equilibrio prestazioni-affidabilità. E i componenti accessori, forse perché non evoluti allo stesso modo, hanno cominciato a cedere".

E se c'entrasse l'addio di Sassi?

La causa principale della crisi Ferrari potrebbe però essere ancora più profonda, suggerisce Auto Sprint, riferendosi "all’avvicendamento che c’è stato a inizio estate al reparto motori: quando il responsabile, Lorenzo Sassi, ha improvvisamente lasciato la squadra F1 per passare a quella GT. Questo può aver avuto qualche ripercussione sulla crisi di affidabilità iniziata due mesi dopo. Magari il tecnico non voleva certe evoluzioni e la direzione tecnica sì. O viceversa, magari aveva insistito lui per farle e si è scoperto troppo tardi che non era la strada giusta". "Difficilmente sapremo come sono andate le cose e se c’è davvero un legame tra questi due episodi: lo spostamento di ruolo del capo motorista a giugno e la crisi di affidabilità scoppiata ad ottobre", conclude l'articolo firmato da Alberto Sabbatini, "ma certo due coincidenze fanno sempre pensare".

Giorni cruciali in Casa Milan. Marco Fassone è vola in Cina dopo la terza sconfitta su sette che ha reso incerto il futuro di Montella: il club starebbe pensando di sostituirlo, forse addirittura con Marcello Lippi – voci formalmente smentite all’AGI da fonti ben informate. Non era previsto un avvio di Campionato così fiacco dopo i 230 milioni spesi – cifra record  – per rinnovare la squadra e puntare alla qualificazione ai Champions. Ma Fassone è andato in Cina per discutere del nuovo allenatore con Li Yonghong? No. Sono tre le ipotesi di questa missione che arriva durante una sosta del campionato per gli impegni della nazionale.

Alla ricerca di un nuovo socio

Secondo quanto scriveva Repubblica sabato scorso, sono almeno due i motivi che rendono la missione di Fassone in Asia cruciale per il futuro finanziario e sportivo del Milan: il primo è monitorare il lavoro finora svolto dalla newco Milan China. Il secondo è verificare come procede la ricerca di nuovi capitali da parte di Li Yonghong, il quale prima del closing, più volte slittato, sosteneva di aver costruito una cordata di investitori cinesi sfumata a causa della stretta del governo cinese sulle acquisizioni all’estero

Al club rossonero servono presto i soldi per restituire al fondo americano Elliott il debito da 300 milioni di euro, con scadenza a ottobre 2018 e negoziato a tassi di interessi altissimi (11,5%), grazie al quale Li Yonghong ha comprato il Milan per 720 milioni.  Il business plan di AC Milan – difatti – prevede una fortissima crescita dei ricavi nell’arco dei prossimi cinque anni puntando sulla crescita del mercato cinese e sui guadagni della Champions LeagueFassone minimizza: nei giorni scorsi ha fatto sapere che sono pronti “piani alternativi” precisando che se non si dovesse raggiungere la Champions “non sarà la fine del mondo”. Del resto è prematuro correre a conclusioni: il Milan ha ancora un anno di tempo per valutare varie opzioni, dalla rimodulazione del debito alla cessione di alcuni giocatori. Ma a gennaio si riapre il mercato. E qui rientra in gioco la Cina. Forse. Questa settimana l’ad rossonero fa tappa a Pechino, Shanghai e Guangzhou. Il suo viaggio è stato anticipato da una indiscrezione dell’agenzia Reuters secondo cui Li starebbe cercando un nuovo socio. Il Milan è inoltre in contatto con le banche d’affari Goldman Sachs e Morgan Stanley per rifinanziare il debito. 

Congresso del PCC alle porte

Ma ce ne sarebbe anche un terzo di motivo, e riguarda il Congresso del Pcc che aprirà i battenti il prossimo 18 ottobre: da giorni la stampa sportiva parla del presunto impatto che le decisioni politiche di Pechino potranno avere o meno sul destino delle due squadre passate in mano cinese, Inter (che ha frenato il mercato) e Milan. Il nuovo socio di Li potrebbe arrivare dalla Cina se dopo il Congresso si dovessero allentare le restrizioni sugli investimenti nel calcio e nello sport – si mormora. Non è esattamente così.

“Il futuro di AC Milan non lo decide il Congresso dal quale dipende invece il destino politico della Cina”, spiega Alberto Rossi, responsabile Marketing Operativo e Analista CeSIF della Fondazione Italia Cina, co-autore di ‘Cina 2017’. “Il Congresso definisce posizionamenti politici, siamo a un livello più alto”.In agenda questioni molto più ampie come la tenuta del sistema finanziario. I timori della fuoriuscita di capitali in valuta estera dalla Cina da tempo angustiano le autorità, portando il Consiglio di Stato e l’NDRC a decidere una nuova stretta in agosto.

A ottobre tutto questo cambierà? “Non mi aspetto dopo il Congresso grandi aperture agli investimenti nel settore del calcio”, commenta Alberto Rossi.  “Se da un lato il governo non ha espressamente vietato in modo definitivo di investire nel calcio, le autorità hanno disposto limitazioni di spesa in un settore non considerato strategico. Distinguiamo:  attuare la riforma del sistema calcistico cinese e investire sulla diffusione delle scuole calcio (l’obiettivo è di crearne 50mila entro il 2025, ndr)  è ben diverso dall'acquistare squadra straniere per centinaia di milioni di dollari: ad oggi sono 28 le squadre stranieri acquistate da investitori cinesi. Agli occhi del governo cinese quest’ultimo genere di operazione non porta però un beneficio effettivo al sistema calcio interno, al massimo genera attività di merchandising”, dice Rossi.

Non solo. Il fatto che Li Yonghong possa eventualmente cercare altri partner cinesi “potrebbe essere interpretata come una dinamica normale”, sottolinea l’analista. “Nel caso in cui i capitali di questi eventuali investitori provenissero dalla Cina, rimangono le problematiche appena considerate sul tema della fuoriuscita di capitali in valuta estera”, ha concluso Rossi.

Per approfondire 

La nuova rotta degli investimenti cinesi

Come una falsa notizia ha messo in crisi per 24 ore il colosso cinese Wanda

Il mercoledì nero (azzurro) di Suning in Borsa per via dell'Inter

 

 

 

 

 

 

Grandissima gara di Sebastian Vettel al gran premio di Sepang: parte ultimo, in 20esima posizione e arriva al quarto posto limitando i danni. Lo aiuta (questa volta) Max Verstappen che, a vent'anni compiuti ieri, va a vincere davanti a Lewis Hamilton sottraendogli punti importanti. In terza posizione Daniel Ricciardo che resiste eroicamente al ritorno di Vettel e sale sul podio. Sfortunatissimo Kimi Raikonen che non è neppure partito per una rottura alla sua monoposto prima del via. A 5 gare dal termine l'inglese della Mercedes ha 34 punti sul tedesco della Ferrari, ma vista la 'roissa' di oggi sognare un'incredibile rimonta non è vietato. Basta che la fortuna inizi un po' a girare dalla parte del Cavallino.

VERSTAPPEN Max, HAMILTON Lewis, RICCIARDO Daniel – Gran Premio di Malesia di Formula 1, a Sepang 

Al 16' del primo tempo del match tra Amiens e Lille, giocato sabato sera, Ballo-Tourè porta in vantaggio gli ospiti e i tifosi del Losc si proiettano contro le barriere che delimitano la zona della tribuna dello stadio La Licorne riservata a loro. Le barriere non resistono all'urto e si staccano, cadendo giù verso il terreno di gioco e con esse cadono da un'altezza di circa un metro e 70 cm anche alcuni tifosi. La partita, scrive il sito di Repubblica, inizialmente interrotta, è stata definitivamente sospesa. Il bilancio è di 29 tifosi rimasti feriti, cinque in maniera grave.

Dirk Nowitzki è per il basket quello che Totti è stato per il calcio. Classe 1978, “Wunder Dirk” è uno di quei giocatori che hanno segnato la storia recente dello sport. Dal 1998, anno in cui ha lasciato la sua Germania per approdare nella NBA, non ha mai cambiato squadra indossando per 1394 partite la maglia dei Dallas Mavericks e mettendo a referto più di 30mila punti. Il sesto nella classifica di tutti i tempi, a duemila punti da Michael Jordan. Nel 2011, da protagonista, ha contribuito alla prima (e unica) vittoria del campionato, portando a casa anche il titolo di MVP delle finali. Un riconoscimento che viene dato al giocatore più forte, quello che è stato in grado di spostare gli equilibri in una serie lunga sei partite. E dall’altra parte, con la canotta dei Miami Heat, c’erano giocatori del calibro di LeBron James e Dwayne Wade.

Decurtarsi lo stipendio, per il bene della squadra

In NBA, il “mercato” funziona in maniera diversa rispetto a quello che accade in Europa e a quello cui siamo abituati, soprattutto per colpa del calcio. Non c’è un costo del cartellino ma, ogni squadra, deve gestire con oculatezza un monte salari. In NBA, ad esempio, non potrebbe mai accadere un caso Neymar. Un presidente, per semplificare un meccanismo molto più complesso, non può pagare i suoi giocatori con estrema libertà ma deve stare attento al costo complessivo degli stipendi. Se all’apice della carriera, Nowitzki, poteva contare su uno dei contratti più onerosi, di quelli che vengono offerti solo alle superstar, negli ultimi anni, si è accontentato di cifre molto inferiori. Una decurtazione, di anno in anno, che ha permesso alla squadra di ingaggiare quei talenti in grado di portare la franchigia a combattere, ancora, per i traguardi più importanti.

“Oggi il pranzo te lo pago io”. Il tributo di un tifoso

Il sacrificio di Nowitzki non è passato inosservato tra i tifosi che continuano, partita dopo partita, a dedicargli cori e ovazioni. Un fan, qualche giorno fa, durante un allenamento a porte aperte, gli ha lasciato negli spogliatoi un biglietto con una dedica e una banconota da venti dollari: “Hai fatto tutto questo negli ultimi 6 anni per permettere a Dallas di prendere talenti e puntare al titolo. Il pranzo di oggi te lo offro io”. Un gesto che il campione tedesco ha voluto immortalare sul suo profilo Twitter e che racconta, in poche righe, cosa vuol dire diventare una bandiera per un’intera comunità.  

Lewis Hamilton su Mercedes partirà in pole position nel Gran Premio di Formula 1 della Malesia. Al secondo posto, in prima fila, la Ferrari di Kimi Raikkonen, che ha preceduto le Red Bull di Max Verstappen e Daniel Ricciardo. Valterri Bottas sull'altra Mercedes è quinto, sesta la Force India di Ocon. Sebastian Vettel sull'altra Ferrari partirà in ultima posizione per un problema al turbo. 

Quattro mesi dopo il ritiro, Francesco Totti dimostra che non ha dimenticato come si gioca  a pallone (e come si fa gol). A Tbilisi, durante il World Football Stars for Georgia, un evento organizzato dall'ex giocatore del Milan Kaladze, la bandiera della Roma ha segnato con un pregevole tiro da fuori area (oltre a fornire un assist).

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