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AGI – Ripreso dalle telecamere mentre sventola bandiere filorusse con i tifosi agli Australian Open: a farlo è stato il padre della star serba del tennis Novak Djokovic. L’ambasciatore dell’Ucraina a Canberra ha definito la scena “vergognosa”. Dopo la vittoria di Novak Djokovic nei quarti di finale contro il russo Andrey Rublev, un gruppo di tifosi ha srotolato bandiere russe, tra cui una con il volto del presidente Vladimir Putin, vicino alla Rod Laver Arena di Melbourne, intonando slogan pro-russi. La stessa Federazione australiana di tennis ha reso noto che quattro persone “hanno esposto bandiere e simboli inappropriati e hanno minacciato le guardie di sicurezza” al Melbourne Park prima di essere cacciate dalla polizia.

Un video pubblicato successivamente su un canale YouTube australiano filo-russo mostrava infatti Srdjan Djokovic, padre del giocatore, in posa con l’uomo che reggeva la bandiera con il volto di Putin. La didascalia del filmato recava la scritta: “Il padre di Novak Djokovic fa una coraggiosa dichiarazione politica”.

A confermare l’identità del padre del tennista, ci hanno pensato i giornalisti sportivi serbi. Secondo il quotidiano Melbourne Age, l’uomo avrebbe detto in serbo: “Viva la Russia”. Gli spettatori non possono esporre bandiere russe o bielorusse durante il torneo. L’ambasciatore ucraino in Australia e Nuova Zelanda, Vasyl Myroshnychenko, aveva chiesto un intervento dopo che la scorsa settimana erano state viste diverse bandiere di questo tipo tra la folla. “Tra le bandiere serbe ci sono: una bandiera russa, Putin, il simbolo Z, la cosiddetta bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk”, ha twittato nei giorni scorsi allegando un link al video. “E’ davvero vergognoso”, ha aggiunto il diplomatico, riferendosi alla Federazione tennistica australiana e gli organizzatori dell’Open. 

AGI – Negli ultimi giorni è davvero difficile giocare a scacchi su Chess.com, l’app più utilizzata dagli appassionati. I server sono spesso “down” e molte partite sono state interrotte per motivi tecnici. Sui social si sono moltiplicati i messaggi di sorpresa, di disappunto, di incredulità. Persino il Titled Tuesday, uno degli eventi settimanali dedicati ai maestri, è stato rinviato a causa dell’instabilità del sistema. Ma dietro a tutti questi problemi non c’è nient’altro che un nuovo successo per il gioco: troppi gli accessi affinché la piattaforma possa sopportarli. Un po’ com’era successo dopo l’uscita della “regina degli Scacchi” su Netflix o durante la pandemia e i lockdown forzati. Addirittura peggio.

Chess.com ha fatto sapere che “il 31 dicembre per la prima volta abbiamo avuto sette milioni di utenti attivi su Chess.com in una giornata soltanto. Il 20 gennaio, gli utenti attivi sono stati 10 milioni. Il traffico è quasi raddoppiato dall’inizio di dicembre e i nostri server stanno facendo fatica, soprattutto negli orari di picco”. I tecnici sono al lavoro e, nonostante i disagi, per il movimento è una notizia grandiosa. Gli scacchi, sempre gli stessi o quasi da mille anni, piacciono ancora a una moltitudine di persone in giro per il globo. Il gioco (davvero) immortale, per citare un libro di recente uscita di David Shenk. 

“Ci dispiace che ci siano stati problemi in questi giorni, sappiamo che è estremamente frustrante. Stiamo impiegando tutto il personale e i mezzi per affrontare queste sfide, ma purtroppo non c’è (ancora) un semplice pulsante da premere per risolvere tutta la questione”. Ci vuole pazienza, insomma. E scherzarci forse su, riprendendo una celebre frase di Frank Underwood, alias Kevin Spacecy, in House of Cards: “Il sesso è come gli scacchi: sono divertenti online”. Almeno quando si riesce a giocare.

#blamenash pic.twitter.com/AFRXimqS2b

— Daniel Rensch (@DanielRensch)
January 24, 2023

I numeri del nuovo boom

Chess.com ha provato a ragionare sui motivi di questa ennesima rinascita. E lo ha fatto attraverso i dati. “In tutti i giorni di gennaio tranne cinque abbiamo registrato nuovi record di nuovi utenti attivi sul sito. L’app di Chess.com è arrivata a essere la seconda più scaricata nella sezione Migliori Giochi Gratuiti dell’app store iOS USA (prima in molti altri Paesi!) e la settima nella sezione Giochi del Play store USA”.

Ma non è finita qui; “Dal 5 dicembre il problema del giorno è stato risolto da almeno un milione di persone al giorno. Il 19 gennaio abbiamo avuto per la prima volta un milione di visite da Google. Abbiamo avuto più di 300.000 nuovi utenti in una singola giornata, più di 100.000 in più rispetto al picco registrato con ‘La Regina Degli Scacchi’. Solo il 20 gennaio sono state giocate 31.700.000 di partite, un record per il sito, e al momento viene giocato regolarmente più di un milione di partite all’ora.

Gli scacchi stanno diventando sempre più popolari e i nostri server sono in difficoltà. Il traffico su #Chesscom è quasi raddoppiato dall’inizio di dicembre! Naturalmente, siamo già a lavoro! Ma perché gli #scacchi stanno crescendo così velocemente? ⬇️https://t.co/KUCcmsqheg

— Chess.com – Italiano (@chesscomit)
January 24, 2023

Perché gli scacchi stanno crescendo così velocemente?

Secondo gli esperti di Chess.com è impossibile “estrapolare un singolo motivo per il quale di colpo si è palesato così tanto interesse per gli scacchi. Durante l’esplosione degli scacchi del 2020 e del 2021 i motivi erano chiari: i lockdown, il Pogchamps e La Regina Degli Scacchi su Netflix. In questo momento, crediamo che una crescita così rapida sia una somma di vari fattori combinati che raccolgono l’interesse degli utenti e dei media per gli scacchi e che combinano il tutto in una grande ondata”.

Di seguito la lista delle plausibili ragioni alla base del nuovo exploit:

  • Il post social più popolare nel 2022 ha mostrato Lionel Messi e Cristiano Ronaldo mentre giocano a scacchi;
  • Molte celebrità stanno parlando apertamente della loro ossessione per gli scacchi;
  • La polemica sul cheating e tutti i colpi di scena che ne sono conseguiti, con denunce, insinuazioni su ridicoli “congegni” e altre storie correlate;
  • Incredibili content creator, streamer, istruttori e membri della comunità scacchistica hanno creato contenuti stupendi;
  • Il chessboxing;
  • L’acquisizione del Play Magnus Group da parte di Chess.com;
  • Regali festivi di scacchiere e set di scacchi;
  • Il fatto che Chess.com sia stato messo in evidenza negli app store e sia apparso come di moda nelle liste dei giochi migliori;
  • Il gattino mittens (il bot difficilissimo da battere)

Perché i server sono in difficoltà?

Troppi utenti, paradossalmente, rappresentano un problema. Almeno se consideriamo le questioni relative agli hardware. “Come discusso, ad oggi stiamo incontrando problemi di portata ad un livello del tutto nuovo. Quando così tante persone utilizzano i servizi di Chess.com, il nostro database tende ad andare fuori controllo perché non riesce a “scrivere” abbastanza velocemente”.

La piattaforma ha provato a spiegare cosa significa tutto ciò con due numeri: “più di 250.000 nuovi account vengono creati ogni giorno; gli utenti giocano partite, per una media di 16.000 mosse al secondo“. A questo aggiungete il fatto che le persone “commentano, chattano, fanno cose meravigliose correlate agli scacchi. Tutto ciò genera dati che devono essere trascritti sui nostri database. A volte i nostri sistemi si saturano e, proprio come quando qualcuno esagera con l’esercizio fisico e si deve fermare per recuperare il fiato, i nostri server si sfiniscono e hanno bisogno di recuperare. Quando ciò succede, smettono di funzionare: il nostro sito e le app non rispondono più. È un gran peccato, e sfortunatamente non c’è nullo di immediato che possiamo fare per risolvere il problema”. Un app in apnea. Un gioco di parole, sì, ma l’unico che rende appieno l’idea del terremoto attuale intorno agli scacchi. Un terremoto di cui sorridere.

Per risolvere questo problema ci vuole tempo. Tanto. “Sfortunatamente, il tutto non si risolve semplicemente aggiungendo hardware più potente: questo è comunque parte della soluzione, ma ci sono dei colli di bottiglia, in serie; quando uno di essi viene risolto, c’è una fase di crescita finché non si incontra il collo di bottiglia successivo”. Il lavoro, assicura l’app, non si arresta: l’obiettivo è limitare le cadute, dare solidità al sistema. Una buona toppa, in attesa di “fixare” (come direbbero gli americani) il tutto in tempi ragionevoli e con risultati soddisfacenti.  Con un unico pensiero in testa: “Non c’è mai stato un momento così emozionante per essere un appassionato di scacchi”.

AGI – Nuova puntata del braccio di ferro tra Arianna Fontana, l’azzurra più medagliata ai Giochi olimpici, e la Federazione Italiana Sport Ghiaccio. In uno sfogo sui social, Fontana lascia aperte diverse soluzioni, tra esse anche la possibilità di gareggiare alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 per un’altra Nazione. Essendo sposata con il suo allenatore Anthony Lobello, americano, Fontana ha il doppio passaporto. In questa stagione la ‘Freccia  bionda’ di Berbenno non sta gareggiando e da qualche anno non fa più parte del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle e optando per la società IceLab di Bergamo.

“Non è cambiato nulla rispetto a qualche mese fa, non ci sono state comunicazioni costruttive per la mia partecipazione a Milano-Cortina – ha affermato Fontana -. Non tollererò più certe decisioni, non c’è più fiducia nello staff federale. Ho davanti a me tante carte sul tavolo, anche quelle più impensabili”.
 

Negli ultimi mesi l’azzurra dello short track ha vissuto negli Stati Uniti, in particolare a  Salt Lake City. “Lascio Salt Lake City dopo aver rimesso i pattini ed esplorato nuove opzioni. Ho deciso di aggregarmi al viaggio che Anthony aveva già in programma qui per vedere cosa hanno da offrire gli Stati Uniti e SLC (Salt Lake City, ndr)  nel caso dovessi continuare il mio viaggio olimpico – ha aggiunto la campionessa italiana che partecipa alle Olimpiadi da Torino 2006 -. Vorrei ringraziare gli allenatori e i gruppi d’allenamento con cui ho pattinato mentre ero qui. Grazie per aver accolto me e il mio allenatore a braccia aperte. È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che vi ho aggiornato sui problemi che ho dovuto e devo affrontare”.

“Purtroppo – ha ribadito Fontana – non ci sono state comunicazioni costruttive sulla mia partecipazione ai Giochi Olimpici del ‘26 da parte della Fisg (Federghiaccio, ndr) dopo che, dall’aprile scorso, ci sono state ammissioni, da parte del presidente della Fisg, di errori commessi e fatto promesse che non sono mai state mantenute. Lo staff rimane, in parte, quello che ha permesso ad atleti di prendermi di mira durante gli allenamenti e questo non è accettabile – ha concluso Fontana -. La strada davanti a me non è facile, ma so che non tollererò più che il personale tecnico e federale prenda decisioni per isolarmi senza assumersi la responsabilità di queste decisioni”.

La Fisg: “Stupore per gravi esternazioni” 

Pronta la replica della Federazione Italiana Sport del Ghiaccio che “esprime stupore e rammarico per le gravi esternazioni espresse da Arianna Fontana sui propri profili social”. “Dichiarazioni riportate, una volta di più, senza che ne fosse dato avviso e il cui contenuto per nulla giova alla ricerca di una soluzione comune e condivisa per il prossimo futuro in avvicinamento ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026”.
 “Ben consapevole di quanto Arianna Fontana rappresenti un patrimonio dello sport italiano, negli ultimi mesi, senza necessità di annunci o proclami mediatici, la Fisg ha lavorato a fondo con il Coni per garantire che l’atleta fosse messa nelle migliori condizioni possibili per competere ancora ai massimi livelli”, si sottolinea nella nota della Federazione. 

“Preso atto della volontà di Fontana di non aggregarsi alla Nazionale italiana seguendo il lavoro impostato e programmato dallo staff tecnico federale, la Fisg”, prosegue il comunicato, “si è nuovamente resa disponibile a prendersi carico dei costi di allenamento e preparazione dell’atleta, insieme allo staff da lei scelto, nel luogo che più avrebbe ritenuto adatto e consono alle proprie esigenze. Tutto ciò a condizione che Fontana prendesse parte alle competizioni internazionali con la Nazionale italiana, accompagnata a bordo ghiaccio dal proprio tecnico durante le gare individuali e dal tecnico federale nelle gare a squadra”.    
 

“Non senza sforzi e d’intesa con il Coni, la Fisg ha così comunicato ad Icelab, società di appartenenza dell’atleta, l’impegno a garantire la somma di 200mila euro a stagione a copertura di tutte le spese di preparazione e allenamento di Fontana. Una proposta che la Fisg ritiene importante e che ha avanzato per dimostrare nuovamente la volontà di sostenere e supportare una propria campionessa. Una cifra, tuttavia, purtroppo neanche lontanamente vicina alla somma irraggiungibile richiesta da Fontana per il quadriennio in corso”.    

“Quanto al nuovo riferimento nel testo alla vicenda già denunciata ai Giochi di Pechino con oggetto le accuse di Fontana ai suoi compagni di squadra”, prosegue la nota, “si vuole sottolineare la recente archiviazione da parte della Procura Federale e della Procura Generale del Coni. Un episodio sul quale la Fisg si era immediatamente adoperata chiedendo agli organi di giustizia competenti di indagare, come da prassi, in modo autonomo e indipendente. Quel che è certo è che d’ora in avanti la Fisg non tollererà ulteriori accuse, avvertimenti o intimidazioni da parte di Fontana.

L’interesse federale, come già espresso dal Presidente Gios a Pechino in occasione dei Giochi Olimpici Invernali, è la tutela e la salvaguardia del lavoro di un’intera Nazionale e di un intero movimento, che verranno sempre prima degli interessi di un singolo atleta, per quanto vincente. Le medaglie sono e restano importanti, ma non lo saranno mai più del rispetto, dell’educazione, della professionalità e della correttezza”.

Abodi: “Farò il possibile per scongiurare la prospettiva americana”

Sul caso è intervenuto anche il ministro per lo Sport e i giovani: “Farò il possibile, nel rispetto dei ruoli e delle persone e in sintonia con la Federazione italiana sport ghiaccio affinché non si consolidi questa ipotetica prospettiva americana di Arianna Fontana  con la quale avevo già un appuntamento purtroppo rimandato a causa di mio un cambio di agenda, non si consolidi”, ha dichiarato Andrea Abodi. 

 

AGI – I due quarti di finale dell’Australian Open che si giocheranno stanotte (Rublev-Djokovic e a seguire il derby Usa Shelton-Paul) più la semifinale già certa fra Karen Khachanov e Stefanos Tsitsipas sono una trasposizione tennistica quasi perfetta della geopolitica del momento: due americani (Shelton e Paul), due russi (Khachanov e Rublev), un serbo (Djokovic) e un greco (Tsitsipas) che funge da elemento esterno.

Russi e americani, i rappresentanti delle due forze che più o meno direttamente si fronteggiano ormai da quasi un anno sul terreno della crisi ucraina; un rappresentante della Serbia, paese tornato all’onore delle cronache per lo scontro al confine col Kosovo.

Il tennis da sempre rappresenta una metafora della vita e della politica. Anche se Karen Khachanov vive e si allena da tempo immemorabile nel sud della Spagna, spesso sul campo della Academy di Rafa Nadal a Maiorca e Andrej Rublev pure, ma al fianco di Fernando Vicente.

Dei due russo-europei Andrej è stato il più esplicito un anno fa nello schierarsi a favore della pace e quindi, seppure non direttamente, contro l’aggressione russa all’Ucraina. Djokovic invece la politica l’ha sempre lasciata fuori dalla porta ma è sempre stata la politica a trovare lui: come quando si fece fotografare a pranzo con un ex militare condannato per l’eccidio di Sebrenica.

E pure gli americani non sono ragazzi che vivono in un mondo a parte: Tommy Paul è molto vicino alle tematiche antirazziste e ha preso parte (con Reilly Opelka, assente a Melbourne per infortunio) ad una manifestazione a Los Angeles a favore dei diritti degli afroamericani.

Sul campo sarà il caso di guardare con maggiore attenzione al più sensibile del gruppo, quell’Andrej Rublev che ha vinto il suo ottavo di finale contro il pestifero Holger Rune grazie ad un soffio del destino: una palla che nel match point, come nell’omonimo film di Woody Allen ha cozzato contro il nastro prima di ricadere, imprendibile, nel campo avversario.

Rublev non ha fatto mistero, sul finire dell’anno scorso, di avere iniziato una terapia con uno psicologo per superare i nemici tremendi che fino ad oggi gli hanno impedito di raggiungere quei successi che il livello del suo tennis gli avrebbe invece consentito: l’ansia rabbia in campo e la depressione.

I risultati sono già visibili anche se dopo il confronto durissimo con Rune ha palesato un deficit di autostima commentando con una certa rassegnazione, nell’intervista post match a bordo campo, l’esito del suo quarto di finale contro Djokovic (i precedenti parlano di due vittorie a uno per il serbo).

Tra l’altro, con una discreta gaffe verso il pubblico, visto che Nole doveva ancora scendere in campo contro l’australiano de Minaur. I numeri dicono che Rublev ha tutto per conquistare uno Slam, prima o poi. Anche se, in questo caso, il contendente più accreditato del grande serbo è Tsitsipas.

E che alla fine a vincere il primo Slam dell’anno fosse un rappresentante di un Paese, la Grecia, che ha elaborato nella sua storia i fondamenti stessi del vivere comune sarebbe un bellissimo segnale. Per il tennis e per il mondo.  

AGI – Il suo nome è rimasto scolpito nella memoria e nel cuore dei tifosi della Lazio per il gol segnato il 18 marzo 1979 che valse la vittoria nel derby al novantesimo. Ora la testimonianza di Aldo Nicoli, centrocampista di raffinate qualità tecniche la cui carriera fu compromessa da un grave infortunio, si aggiunge alla lista dei calciatori che raccontano di avere assunto prima delle partite il Micoren, uno stimolante del sistema nervoso centrale che migliorava le prestazioni sportive come giù riferito, tra gli altri, da Dino Baggio, Marco Tardelli e Massimo Brambati.

“Nei tre anni all’Inter ci davano prima di giocare questa pillola piccola e rossa  – racconta all’AGI a margine della presentazione del libro ‘La scomparsa del calciatore militante’ del giornalista Guy Chiappaventi – che, dicevano, avrebbe migliorato la respirazione e in effetti aiutava a essere più brillanti. Il dottor Quarenghi, allora medico dell’Inter, era molto professionale e ci spiegava a cosa servisse. Lo prendevamo tutti senza problemi, anche perché all’epoca non ci si ponevano particolari dubbi, ancora non si parlava di doping”.

Il Micoren allora era una sostanza legale, solo nel 1985 è stato bandito con la legge antidoping. Veniva utilizzato per aumentare la capacità polmonare e la resistenza alla fatica. Nicoli ricorda anche che ai giocatori venivano somministrate “delle flebo con degli intrugli che, ci veniva spiegato, erano integratori di vitamine. Non so cosa ci fosse dentro ma può essere che a quell’epoca non essendoci gli integratori per bocca come ora si potesse somministrarli solo così”.

Negli anni in cui vestì la maglia del Foggia che era in serie A, prosegue il calciatore che oggi fa l’imprenditore nel settore dei metalli, “non veniva dato nulla di tutto questo”.

L’ex calciatore non è particolarmente preoccupato a differenza di altri suoi ex colleghi che hanno espresso angosce sulle conseguenze dei farmaci a distanza di decenni. “Sto bene e quando sento qualcuno parlare di quintali di medicine somministrate ai giocatori penso che siano ricostruzioni un po’ esagerate. Peraltro – considera – è probabile che anche i giocatori di adesso prendano dei farmaci. La cosa che mi stupisce è che non sudano mai, almeno in viso devi sudare. E consideriamo che il ritmo con cui si gioca adesso è molto più alto”.

Nicoli è tra i calciatori della Lazio di quegli anni raccontata nella storia di pallone, politica e tradimenti firmata da Chiappaventi. Al centro del libro c’è M.M., militante di Lotta Continua in una squadra guidata da un capitano che si “dichiara un nazionalista e un conservatore” la cui vicenda è liberamente ispirata a Maurizio Montesi che non si piegò ai meccanismi del calcio scommesse e finì latitante in Spagna dopo essere stato arrestato per spaccio di droga. Oggi vive vicino a Roma, in totale riservatezza e coerenza con la sua figura di ‘antidivo’.

AGI – Questa sera alle 20.45 all’Olimpico andrà in scena l’ultima partita del lungo weekend della 19esima giornata, che vedrà in campo Lazio e Milan. Una sfida che Stefano Mauri, ex giocatore biancoceleste, introduce così: “Mi aspetto una partita molto combattuta ed equilibrata. Inizialmente la Lazio prenderà in mano la partita. Il Milan aspetterà un po’ di più nella propria metà campo, per poi cercare di sfruttare qualche ripartenza, viste le caratteristiche dei suoi giocatori, che negli spazi ampi sono devastanti”.

I rossoneri cercano il riscatto

I rossoneri dovranno cercare di rialzarsi dal periodo no degli ultimi dieci giorni, tra i due pareggi in Serie A contro Roma e Lecce, l’eliminazione dalla Coppa Italia e la sconfitta in Supercoppa: “Dal Milan mi aspetto una reazione, due partite non cambiano una stagione, sono comunque i campioni d’Italia in carica e una squadra molto forte. Credo che reagirà a questi risultati non positivi e ricomincerà a fare punti” osserva l’ex centrocampista brianzolo. A cosa ricondurre dunque le cause degli insuccessi del ‘diavolo’? “Forse Teo Hernandez e Leao stanno accusando un periodo di flessione post mondiale, un calo credo fisico più che altro, è fisiologico” risponde.

Sul fronte opposto, parlando della squadra in cui ha militato per 10 stagioni, per Mauri “la Lazio ha dimostrato già da un po’ di mesi di cominciare a capire quello che realmente vuole Sarri. In questo momento è consapevole della propria forza quindi giocherà con tranquillità, mancherà Immobile ma Felipe Anderson ultimamente, anche se con caratteristiche diverse, sta facendo molto bene e sta segnando”.

“Ora la Lazio è la squadra di Sarri”

E proprio soffermandoci sull’allenatore Sarri, alla sua seconda stagione sulla panchina dei biancocelesti e quest’anno a +6 punti in classifica rispetto all’anno scorso, secondo l’ex centrocampista della Nazionale “ora la Lazio è la sua squadra, i giocatori lo stanno seguendo appieno”. E aggiunge che “in base a quello che succederà in classifica, se verrà confermata la penalizzazione della Juve, si capirà se c’è qualche migliore posizione a cui la Lazio quest’anno puo’ ambire, in zona Europa”.

Voci di mercato vedono l’ex allenatore del Chelsea potenzialmente in partenza a fine stagione, corteggiato da Tottneham e Atletico Madrid. Stefano Mauri sente di poter smentire queste ipotesi: “Credo che abbia un ottimo rapporto con Lotito e che stia bene a Roma, credo che sia convinto che a questa squadra lui possa dare ancora di più, raggiungendo obbiettivi migliori l’anno prossimo, quindi penso proprio che rimarrà”.

Tornando alla gara di oggi, secondo Mauri “i laziali dovranno prestare attenzione alla voglia di riscatto dei rossoneri, che entreranno in campo con più agonismo, con la voglia di rivendicare la loro forza”. I rossoneri, invece, dovranno fare i conti con il fattore campo: “Sarà una partita difficile da affrontare all’Olimpico, perchè c’è un grande pubblico pronto a sostenere la Lazio che in casa fa sempre delle grandissime partite”.

Le possibili formazioni

Dovendo fare un confronto tra chi è meglio attrezzato in mezzo al campo, l’ex trequartista del Brescia, oggi 43 enne, non ha dubbi e scommette sulla Lazio: “Quello dei biancocelesti è uno dei più forti del campionato, non solo rispetto al Milan ma a tante altre squadre. Milinkovic Savic e Luis Alberto rendono il centrocampo completo, hanno fisicità e tecnica”.

Infine, in merito ai dubbi di formazione su cui i due allenatori mediteranno in queste ultime ore prima del calcio d’inizio, c’è l’ipotesi di un turno di riposo per la punta francese Giroud. Al suo posto, Rebic o Origi? “Domanda difficile, dipende come stanno fisicamente, entrambi rientrano da infortuni. Nell’ultimo periodo l’ha quasi sempre sostituito Rebic, se giocasse Origi dal primo minuto sarebbe una sorpresa” osserva Stefano Mauri.

Tra gli uomini di Sarri invece, per ora l’unica indecisione resta in difesa, tra Casale e Patric: “Ultimamente ha sempre schierato Casale, cambia poco nell’assetto della Lazio, sono entrambi affidabili e validi. Il mister a inizio della stagione preferiva Patric, per permettere a Casale di entrare meglio nei meccanismi della squadra e adesso ci è entrato a pieno titolo” conclude. 

AGI – Reduce dal bel trionfo in Supercoppa con il Milan, l’Inter torna sulla terra e lo fa in malo modo rimediando un clamoroso ko casalingo contro l’Empoli, giocando oltre un tempo in inferiorità numerica per l’espulsione di Skriniar (doppio giallo). A San Siro finisce 1-0 con il sigillo del classe 2003 Baldanzi, appena entrato dalla panchina.

Sconfitta dolorosa per la squadra di Inzaghi, che resta ferma a 37 punti perdendo la chance di salire momentaneamente al secondo posto, mentre gli uomini di Zanetti centrano il quinto risultato utile di fila (3 vittorie e 2 pareggi) portandosi a quota 25. Dopo i primissimi minuti di gioco a ritmi bassi, il match si accende e per due volte gli ospiti vanno vicini al vantaggio: prima Cambiaghi viene respinto da Onana, poi Caputo calcia di mancino trovando l’intervento di De Vrij e Skriniar in scivolata. I nerazzurri si scuotono e rispondono subito con un tentativo al volo di Dimarco sventato da Vicario, mentre al 32′ Lautaro fallisce sotto porta dopo un tocco al centro dello stesso terzino interista.

A ridosso dell’intervallo si complica la gara degli uomini di Inzaghi, che restano in inferiorità numerica per il doppio giallo rimediato da Skriniar. Nella ripresa l’Empoli prova ad approfittarne e, dopo aver creato altre due occasioni con Cambiaghi e Bajrami, trova il vantaggio al 66′ con il giovanissimo neo entrato Baldanzi, che colpisce in piena area sorprendendo Onana per l’1-0 ospite. L’Inter non ci sta e una decina di minuti più tardi sfiora il pareggio su corner, con una deviazione fortuita di Luperto che si stampa sulla traversa. Nel finale i nerazzurri tentano il tutto per tutto per limitare i danni, ma gli ultimi assalti alla porta di Vicario non vanno a buon fine. 

AGI – Bologna e Cremonese si annullano e non vanno oltre un pareggio nella sfida valevole per la 19 giornata di Serie A, l’ultima del girone di andata. Al Dall’Ara finisce 1-1 con il rigore di Okereke e un autogol di Chiriches, al termine di un match vivo ed imprevedibile solo nella ripresa, dopo un primo tempo avaro di emozioni. Un pari che permette alla squadra di Motta di salire a 23 punti in classifica, mentre serve meno alla squadra di Ballardini che resta ultima a quota 8. 

Dopo il miracolo in Coppa Italia con il Napoli, il tecnico romagnolo non riesce a bagnare con un successo anche l’esordio in A sulla panchina grigiorossa. I rossoblu provano a fare la partita prendendosi il predominio territoriale e comandando ampiamente nel possesso palla, ma senza creare nitide occasioni da gol.

Il match stenta a decollare, gli emiliani non trovano molti spazi così ci provano con qualche conclusione da fuori, in particolare di Posch e Barrow: il primo viene respinto coi pugni da Carnesecchi, il secondo invece mette alto sopra la traversa. Ad inizio ripresa arriva l’episodio che sblocca la sfida, ma in favore della Cremonese: il Var punisce un tocco di mano in area bolognese di Dominguez, dal dischetto va Okereke che calcia centrale e beffa Skorupski per l’1-0 ospite. Passano però giusto una manciata di minuti e il Bologna pareggia immediatamente con un rocambolesco autogol di Chiriches, che si vede calciare addosso da Ferrari nel tentativo di allontanare una respinta di Carnesecchi sulla ‘capocciata’ di Ferguson.

Il match si accende, i padroni di casa sfiorano per due volte il raddoppio, ma nel finale se la vedono brutta sulla decisione dell’arbitro di assegnare un altro penalty ai grigiorossi: il contatto tra Lucumì e Afena però non è falloso e dopo un on field review il rigore viene tolto. A ridosso del 90′ è il Bologna che va a centimetri dal vincerla ancora con un’autorete rischiata da Chiriches, che stavolta si vede carambolare addosso una respinta di Carnesecchi sul tiro di Orsolini, ma Ferrari salva incredibilmente tutto sulla linea. Nel lungo recupero i felsinei ci provano fino all’ultimo, ma non trovano fortuna e si devono accontentare di un punto. 

AGI – Milleottocentotrenta km. La distanza che separa Setúbal, la città dell’Estremadura portoghese dove è nato, e Roma, quella dove festeggerà i suoi 60 anni; lo stadio Bonfim, il piccolo impianto dove da bambino raccoglieva i palloni durante gli allenamenti del papà portiere, e l’Olimpico, regolarmente sold out nonostante la Roma fatichi a ritagliarsi obiettivi all’altezza dei suoi sogni. Ma – calcisticamente, si intende, che la vita vera è un’altra cosa – non sarà un compleanno facile per Josè Mourinho, sospeso tra la tentazione di lasciarsi ammaliare dalle sirene brasiliane che gli offrono un posto da ct della Selecao e la voglia di turarsi le orecchie e di provare, onorando il terzo anno di contratto, a centrare l’obiettivo di riportare il club giallorosso ad essere competitivo per lo scudetto. Obiettivo tanto ambizioso quanto complicato per i paletti finanziari imposti dall’Uefa a casa Friedkin.

Che attorno allo Special One tiri un’aria meno salubre di qualche mese fa lo suggeriscono le voci critiche che si sentono sempre più spesso sulle radio locali, vero termometro del tifo capitolino, e il fuoco amico di parte della stampa locale che, ad ogni vittoria di ‘corto muso’, ritira fuori il più vecchio dei luoghi comuni sul vate portoghese: l’assenza di gioco. O, nel migliore dei casi, di un gioco scintillante. “Boring”, ‘noioso’, direbbero gli inglesi (proprio come veniva etichettato l’Arsenal di Graham, quello reso immortale da un titolo vinto ad Anfield al fotofinish e da un libro, “Febbre a 90”, diventato poi anche un film cult): ma a parte che il football sarebbe pur sempre uno sport e non uno spettacolo, dove vincere alla fine conta più di convincere, accusare le squadre di Mourinho, tutte le squadre di Mourinho, per il solo fatto di essere allenate da Mourinho, di non concedere nulla all’estetica, è una approssimazione grossolana, a smentire la quale basterebbero un buon almanacco e una raccolta basica di dvd.

I numeri, prima di tutto

  • 2 Champions League
  • 2 Coppe Uefa/Europa League
  • una Conference League
  • 2 campionati portoghesi
  • 2 Serie A
  • una Liga
  • 3 Premier
  • una Coppa di Portogallo
  • una Supercoppa portoghese
  • una Coppa Italia
  • una Supercoppa italiana
  • una FA Cup
  • 4 Coppe di Lega
  • 2 Community Shield
  • una Coppa del Re
  • una Supercoppa spagnola

Ora: sostenere che si possa vincere tanto, sempre e comunque giocando male, rasenta l’esercizio di “prostituzione intellettuale” (citazione non casuale di una conferenza stampa che vanta centinaia di migliaia di visualizzazioni su Yotube).  Ma anche volendo ignorare la statistica, non si può ad esempio dire che non fosse bello da vedere il Porto che vinse tutto in due anni irripetibili con schemi votati al pressing e all’offensiva; non si può dire che fosse speculativo il Chelsea di Lampard e Drogba che riporto’ a Stamford Bridge un titolo atteso mezzo secolo; non si può dire che giocasse solo di ripartenza l’Inter del Triplete, che schierava contemporaneamente Pandev, Schneider, Eto’o e Milito; non si può dire che prediligesse il catenaccio il Real Madrid che nel 2012 strappo’ la Liga al Barcellona di Guardiola collezionando 100 punti e 121 reti.      

La verità – se di verità si può parlare in una materia tanto scivolosa – è che Mourinho, da quando è diventato Mourinho, è protagonista attivo o passivo della guerra di religione che da decenni divide gli appassionati in ‘risultatisti’ da una parte e ‘giochisti’ dall’altra, teorici della prevalenza dei giocatori sul gioco da un lato e partigiani della superiorità del gioco sui giocatori dall’altro. Mou è diventato nel tempo (suo malgrado?) sacerdote della prima ‘Chiesa’ e se agli esordi portoghesi spremette il massimo da interpreti tutt’altro che di primissima fascia come Maniche, Derlei, Jorge Costa e Costinha, negli anni ha sfruttato il suo carisma per imporre al presidente di turno campagne acquisti dispendiosissime (cosa ormai impossibile in Italia).

Giocatori top, e spirito di gruppo: nell’avventura nerazzurra in tanti scoprirono dalla sera alla mattina l’importanza motivazionale del “rumore dei nemici” ma già anni prima sulla porta degli spogliatoi del Dos Antas, il vecchio tempio del Porto, un cartello recitava “Qui non entra nessuno… tranne noi”. Io, i miei e tutto il resto fuori: è possibile che con gli anni, complice magari un certo,involontario appagamento, lo schema abbia perso parte della sua efficacia, ma prima del flop al Tottenham – a conti fatti il più bruciante della sua carriera, l’unica parentesi da ‘zero tituli’ anche se l’esonero arrivo’ a pochi giorni dalla finale di coppa di Lega – Mourinho ha portato il Manchester United al solo grande trofeo del dopo Ferguson (l’Europa League). E al primo anno di Roma ha messo in bacheca una coppa europea minore quanto si vuole, la neonata Conference, ma pur sempre primo successo continentale del club dopo 61 anni di astinenza.

Ora Mourinho è all’ennesimo bivio: ‘snaturarsi’ e tentare di fare grande la Roma con il capitale umano che il fairplay finanziario consentirà di portare a Trigoria. Oppure salutare tutti e partire per un’altra avventura. Nessuna soluzione è da escludere, salvo forse quella del ritorno in una delle piazze dove ha scritto la storia. Che quasi sempre è un errore: anche se “l’uomo è l’unico animale che inciampa due volte nella stessa pietra”. Parola di Saramago. Un altro Jose’. Un altro portoghese. 

 

AGI – Finisce con un pirotecnico 3-3 la sfida piena di emozioni tra Juventus e Atalanta: tante emozioni alla prima dei bianconeri dopo la maxi-penalizzazione di 15 punti, sottolineata dai fischi assordanti dei tifosi all’inno della Lega di Serie A. In una gara spettacolare e molto accesa, per la Vecchia Signora sono andati a segno Di Maria su rigore, Milik e Danilo su punizione, Una prova di carattere anche dopo lo schiaffone rimediato a Napoli. Per gli orobici di super Lookman (doppietta e un assist) un pareggio che li conferma in piena corsa per un posto Champions.

Continua inoltre la striscia di imbattibilità dei nerazzurri all’Allianz Stadium che dura dal 2018. Al quinto minuto passa subito in vantaggio la Dea con Lookman: da posizione defilata lascia partire un tiro potente che si insacca alle spalle di Szczesny. Errore grossolano del numero uno bianconero che respinge la sfera in modo goffo, trascinandosela nella sua porta. Decimo centro in campionato per l’esterno nigeriano che raggiunge la doppia cifra nella sua prima stagione in serie A. La Juventus non sembra accusare il colpo e prova a reagire, guidata soprattutto dalle giocate Di Maria. Al settimo i padroni di casa reclamano un rigore per un contatto tra Milik e Palomino, ma l’arbitro lascia correre.

Esito diverso al minuto 21, quando Marelli, dopo un consulto al Var, assegna un rigore alla Juventus: Ederson non riesce a contenersi e arriva in ritardo su Fagioli. Dal dischetto si presenta Di Maria che spiazza Musso e riporta la partita in parità. La Juventus completa la rimonta al minuto 34 grazie a un grande gol di Milik: una finezza di tacco di Di Maria fa correre sulla fascia Fagioli, che fa partire un cross con il contagiri verso l’attaccante polacco, la cui girata al volo batte Musso. Si conclude sul risultato di 2-1 un primo tempo intenso ed equilibrato. Inizio di ripresa arrembante della squadra di Gasperini.

La Dea ci mette meno di un minuto a riportare la sfida in parità: il pressing offensivo dei nerazzurri viene ripagato da un errore in uscita di Danilo, la sfera finisce tra i piedi di Lookman che serve Maehle sul filo del fuorigioco e che solo davanti a Szczesny è freddo nello spedire la sfera in rete. Al minuto 52 cambia di nuovo il risultato all’Allianz Stadium: Boga fugge sulla corsia di sinistra e fa partire il cross verso l’area, dove Lookman è rapido nel prendere il tempo ad Alex Sandro e con un preciso colpo di testa mette a segno la terza doppietta consecutiva. Uno-due micidiale degli ospiti che ribaltano la situazione nel giro di 7 minuti. La Juventus è costretta a ributtarsi in avanti e Allegri inserisce Chiesa per uno spento Kostic. Al minuto 65 da una punizione dal limite conquistata da Locatelli arriva il sesto gol della gara. Di Maria la tocca per Danilo che calcia potente facendo passare la palla tra le maglie nerazzurre in barriera e trafiggendo un incolpevole Musso. Tra i piedi di Miretti la chance di vincerla per i padroni di casa, ma il centrocampista bianconero viene disturbato da De Roon senza riuscire ad impattare bene. 

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