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Gli arbitri del tennis hanno un problema di sudditanza coi giocatori più forti e famosi? Questa è l’accusa Nick Kyrgios dopo le ultime intemperanze e la super-multa di Cincinnati ribadendo in un filmato Twitter che Rafa Nadal sfora più di lui i 25 secondi di tempo per il servizio (41” contro 28!), così direbbe il non-gradimento di Serena Williams a Carlos Ramos dopo i fattacci degli Us Open di dodici mesi fa che si estenderà anche a quest’edizione del torneo al via il 26 agosto. Ma chi sono e quanto guadagnano i giudici di questo sport?

Giorgio Tarantola, che è stato sul seggiolone dal 1990 al 2008 per poi deviare verso il ruolo di direttore dell’apprezzato torneo Challenger di Lugano e presto tornerà nell’Atp Tour con ambiziosi progetti all’autodromo di Monza, ci aiuta ad entrare in questo mondo molto ermetico, e pieno di divieti di parola per i suoi attori: “Gli arbitri sono in genere ex giocatori non così forti, però, l’unico che mi viene in mente, in Italia, che si è impegnato in questa attività è l’ex pro Stefano Tarallo. In genere, però, bisogna cominciare molto presto, da molto giovani, per acquisire tutti quegli automatismi che poi in partita permettono di applicare il regolamento nel modo e nei tempi giusti “.

Restare nello sport che ama è stata la molla che ha spinto l’allora 19enne Tarantola quand’ha cominciato ad arbitrare, da ex giocatore “Non classificato”. Ma esiste anche una motivazione-quattrini: “Prendevo 50 mila lire al giorno, con vitto e spostamenti pagati”. Cifre che sono aumentate quando è salito a livello Challenger ed è diventato un arbitro ufficiale Atp: “Percepivo mille dollari a settimana, con le spese pagate, compresa la lavanderia”.

 Oggi la specializzazione s’è raffinata, così come la classifica degli arbitri, divisi per colore, da  “green badge” di primo livello, a “white” a “silver” a “bronze”, fino all’aspiratissimo “gold badge” e le retribuzioni sono personalizzate, di arbitro in arbitro, a seconda della disponibilità stagionale. Anche se le cifre si aggirano sui 1500 dollari a settimana per i 31 primi della classe, da Carlos Bernardes a Kader Nouni, da Mohamed Lahyani a Fergus Murphy, a Cedric Mourier al nostro Gianluca Moscarella. Cifre che si posso arrotondare con la direzione di match di Davis, cioè per la Federazione internazionale e che portano gli introiti annui a circa 60/70 mila euro per una stagione full time, di 25 settimane.

La promiscuità arbitri-giocatori è molto pericolosa. Infatti Atp e Wta cercano di evitarla in tutti i modi, ma è sicuramente reale, vista la frequentazione costante degli stessi posti, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Così come è a rischio la credibilità dell’arbitro nei confronti dei giocatori più forti.

“Anche a me è capitato di dirigere numeri 1, ma non c’è troppo tempo per pensare a chi c’è in campo, anzi, è sicuramente ideale non pensarci. Quando sei sul seggiolone applichi il regolamento e pensi solo a fare la miglior figura possibile, davanti a tanta gente. Io non credo che esista una forma di servilismo degli arbitri verso i giocatori più forti, ma può succedere che il supervisor del torneo, per assicurare le condizioni di arbitraggio ideali,  eviti di utilizzare un certo giudice per motivi di opportunità. Non per favorire il giocatore. Anche perché se esistono atleti che hanno chiesto di non essere più arbitrati da certi giudici, esiste anche una black list inversa, cioè di arbitri che chiedono di non sedere sul seggiolone quando in campo ci sono certi giocatori”.

Si cerca quindi di evitare che Ramos arbitri Serena Williams dopo l’alterco dell’anno scorso a New York. E forse sarebbe stato meglio evitare che Murphy arbitrasse Kyrgios a Cincinnati, dopo che fra i due c’erano state frizioni nei tornei precedenti, ma in Ohio non c’erano tanti arbitro di prima categoria e così il giudice e il giocatore australiani si sono scontrati.

Lo stesso Bernardes, che oggi è considerato il numero 1, quando ha sanzionato Rafa per perdita di tempo al servizio, non l’ha più arbitrato per dieci mesi. Nota negativa di un arbitro full time che gode di più soldi e più considerazione, ma dipende anche di più dal suo status e non avendo un secondo lavoro, deve anche subire più pressioni.

Altri, come l’italiano Moscarella, sono pagati a gettone. E vivono il ruolo di arbitro sempre con professionalità e serietà, ma anche con più leggerezza. Agli Internazionali d’Italia di Roma dell’anno scorso, il simpatico giudice milanese è stato protagonista di un divertente botta e risposta col tennista francese Lucas Pouille. Che gli chiedeva di fare qualcosa per allontanare un uccello dal campo e Moscarella gli ha risposto, partecipe: “Cosa vuoi che faccia, vuoi che provi a parlargli?”. Imitando il verso dell’uccello davanti al pubblico: “Wah, Wha!”. Per poi comunicare al giocatore: “Vedi? Se n’è quasi andato, dev’essere attratto dalle luci”. Magari Murphy avrebbe dovuto distrarre Kyrgios a Cincinnati. Ma quando, agli Us Open dell’anno scorso il collega Layani l’aveva confortato ed esortato in uno dei suoi momenti-no, era stato accusato di favoritismi e sospeso.

È italiana la donna più veloce del mondo in caduta libera nel paracadutismo sportivo: Mascia Ferri ha infatti stabilito il nuovo record mondiale femminile con 418,25 chilometri l’ora e conquista due medaglie d’argento. L’Italia si aggiudica le sue prime due medaglie FAI e il record del mondo nella disciplina Speed Skydiving, e il merito è tutto rosa. La quarta Coppa del mondo e il Campionato europeo di Speed Skydiving si sono svolti tra il 13 e il 15 agosto 2019 a Dunkeswell, in Inghilterra.

Le condizioni meteo hanno costretto a ridurre il numero di lanci previsti dal regolamento e messo a dura prova gli atleti provenienti da undici nazioni diverse. Dopo un primo lancio poco deciso, Mascia Ferri, campionessa italiana e detentrice del record nazionale, ha recuperato uno svantaggio di ben 32 kmh mostrando una grande tenacia che le ha permesso di fissare, al terzo round, il Record del mondo femminile di Speed Skydiving con 418,25 kmh di velocità in caduta libera.

Con gli altri tre lanci, Mascia ha conquistato il podio aggiudicandosi la medaglia d’argento della Coppa del mondo e la medaglia d’argento del Campionato europeo con soli 0,81 kmh di differenza dall’atleta tedesca. Stefano Celoria, Campione italiano e detentore del record nazionale, mantenendo una media di gara di 475,50 kmh si è confermato tra i primi 10 uomini più veloci del mondo.

Tutti li ha vinti Felice Gimondi, nella sua carriera: il Giro, il Tour e la Vuelta. Ma anche il Campionato del Mondo, che ai suoi tempi era appena uscito dalla minorità delle gare agonistiche per essere – finalmente – considerato per quello che era: tra le corse in linea se non la più importante, almeno alla pari con le prestigiose.

Eppure gli pesa, anche adesso, quell’eterno dualismo con Eddy Merckx che lo vuole, anche se non è sempre vero, costantemente dietro, costantemente ad un centimetro dal successo che gli sarebbe costantemente sfuggito nemmeno fosse come Bottecchia, l’inafferrabile.

Chi ne sa di ciclismo sa bene che Merckx fu il più grande della sua generazione, ma sa anche che Gimondi Felice, padano di Sendrina in provincia di Bergamo, fu altrettanto grande. Almeno quando al via non si presentava l’eterno rivale. Semmai Gimondi fu l’ultimo, ma anche il primo.

L’ultimo di un ciclismo eroico che pochi anni prima del suo esordio (1964, vittoria al Tour de l’Avenir) aveva salutato il Campionissimo di ritorno da una battuta di caccia grossa in Africa. Ma anche il primo: di una generazione in cui il professionismo su due ruote si trasformava e diveniva un poco più impersonale, un poco meno coivolgente. Insomma: il professionismo diveniva, dopo lunga gestazione durata decenni, una professione. Non a caso dopo di lui ci sarebbero stati gli Hinault, e anche il dualismo tra Moser e Saronni non avrebbe mai scaldati i cuori, né fatto esclamare alla radio “C’è un uomo solo al comando”.

Se le date hanno un senso, quel 1965 che lo vide trionfare al Tour con gran sorpresa di tutti (a partire dal suo capitano alla Salvarani, Adorni) è anche l’ultimo anno del grande boom italiano. Calava il sole sulla stagione del dopoguerra, incubava l’Autunno Caldo, e anche Gianni Brera che diciott’anni prima sprizzava metafore per descrivere Coppi primo a Parigi, per lui – stancamente, manieristicamente – non riusciva a coniar niente di meglio di un fiacco “Nuvola Rossa”.

Aveva gli occhi alla Bartali e il sorriso da gallo allobrogio, e le gambe lunghe. Non come quelle di Anquetil, l’Airone Biondo che fece appena a tempo ad assistere al suo esordio, e magari nemmeno come quelle dello stesso Coppi. Ma ad un’Italia ancora contadina in fondo al cuore, in cui i maestri di Vigevano scoprivano con fatica le gioie della produzione casalinga delle tomaie, seppe regalare gli ultimi brividi autentici della vittoria in terra di Francia, tra i giornali che svolazzano.

Peccato per quel belga, e per di più fiammingo, che venne fuori subito dopo di lui, anzi quando lui stava per esplodere come il migliore del mondo in senso assoluto, e gli rubò la scena. Ma cosa si poteva fare contro uno che venne chiamato, immediatamente, il Cannibale? Il fatto è che Merckx di benzina nel motore ne aveva davvero tanta. Di più: nel motore aveva, come diceva la pubblicità a quei tempi, un tigre.

E sì, era davvero il migliore del mondo. Ma quanto al Mondiale, Felice seppe cavarsi la sua soddisfazione.

Era il 1973. Un anno prima, allo sprint, la corsa iridata era andata a Marino Basso: ottimo talento, non un campione. Aveva buggerato tutti nello sprint che chiuse una lunga fuga a quattro: lui, Franco Bitossi (che non digerisce questa conclusione), Merckx e Guimard.

Gimondi studia per un anno intero i tre minuti finali della gara, e quando compie il 17mo giro del Mont Jiuc in quel di Barcellona si trova al fianco di Ocana, Maertes e, naturalmente, del Cannibale. Questi aspetta che lanci la volta Maertens, per partire da dietro. Ma Gimondi, che a stare alla ruota di Merckx aveva imparato bene, non si lascia attirare nella trappola.

Lascia passare un pugno di secondi, quelli in cui il rivale è costretto ad uscire allo scoperto, poi lo infilza neanche fosse un pivello e se lo lascia alle spalle. Il Cannibale, a quel punto, cede di schianto: aut Caesar aut nihil e lui si piazza, sdegnato, al quarto posto. Solo perché non poteva più arrivare quindicesimo.

Il duello tra i due durerà altri cinque anni. Quando molleranno entrambi, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro nel 1978, il campione del mondo è già un ragazzotto dalle gambe robuste chiamato Francesco Moser. È un altro ciclismo, un’altra Italia. Lontano dal fulgore venato di tragedia di Marco Pantani, ma che ha dimenticato per sempre gli sterrati di Ginettaccio e del Campionissimo. E dove passarsi una borraccia, tra rivali, è divenuto quasi impossibile.

Edin Dzeko ha rinnovato il suo contratto con l’As Roma. Lo comunica la società sul suo sito ufficiale. L’attaccante bosniaco, arrivato alla Roma nell’estate del 2015, è stato a lungo oggetto delle mire dell’Inter di Antonio Conte, ma le due società non hanno mai trovato l’accordo economico per il suo trasferimento. Nelle ultime ore la svolta, con la decisione dell’attaccante di rinnovare il contratto fino al 30 giugno 2022. Nelle quattro stagioni disputate finora con i giallorossi Dzeko ha collezionato 179 presenze realizzando 87 gol.

“Prima che finisse la scorsa stagione avevamo già maturato una decisione: Dzeko sarebbe stato uno dei pilastri sul quale fondare la nuova squadra”, ha dichiarato il CEO Guido Fienga. “In questi mesi non abbiamo mai cambiato idea. Siamo felici che Edin riconosca che per vincere si resta alla Roma”. Dzeko occupa insieme ad Abel Balbo il 7 posto tra i migliori marcatori della storia del Club.

“In queste ultime settimane ho sentito con forza quanto tutto il Club desiderasse che io restassi”, ha affermato Edin Dzeko. “Il confronto con i dirigenti, il lavoro con l’allenatore, l’affetto dei compagni e l’amore dei tifosi mi hanno reso ancora più consapevole di quanto ho capito in questi quattro anni: la Roma è casa mia. Qui c’è tutto per vincere un trofeo e sono felice di poterci rimanere a lungo”, ha concluso. 

È terminata ai rigori con la vittoria del Liverpool sul Chelsea la finale di Supercoppa a Istanbul, primo incontro di primo livello di calcio maschile arbitrato da una donna, Stéphanie Frappart. Dopo alcuni tentativi a vuoto da entrambe le parti, i primi a segnare sono i Blues, con Giroud che insacca di sinistro al 36′ su un assist di Pulisic. I Reds pareggiano al 48′ con Manè, che trova lo specchio della porta dopo aver impegnato più volte Arrizabalaga.

Il Liverpool insiste in attacco per il resto della ripresa e si fa vedere anche Salah ma si chiude sull’1-1 e si va ai supplementari. È sempre Manè a segnare al 95′ ma Jorginho pareggia i conti sei minuti dopo. La sfida si decide ai rigori: Abraham si fa parare un tiro di destro e a festeggiare e’ il Liverpool con un 7 a 6. Il bilancio dei cartellini è di due gialli per il Liverpool e uno per il Chelsea.

Il calciatore argentino Emiliano Sala e il pilota David Ibbotson sarebbero stati avvelenati da elevati livelli tossici di monossido di carbonio, prima che il loro aereo si schiantasse nella Manica. Lo rivela un rapporto della Air Accidents Investigations Branch (AAIB), la struttura investigativa del Dipartimento dei Trasporti britannico, che ha la responsabilità di analizzare ogni tipo di incidente aeronautico avvenuto nel Regno Unito.

La scoperta potrebbe spiegare come David Ibbotson, il pilota del velivolo Piper Malibu N264DB, abbia perso il controllo dell’aereo, dato che l’effetto principale dell’avvelenamento da monossido di carbonio è una perdita di coscienza. I test tossicologici sul corpo di Sala hanno mostrato che i livelli di CO nel sangue erano così alti che avrebbero potuto causare convulsioni, infarto e, appunto, perdita di coscienza. Si parla di una “elevata esposizione al monossido di carbonio” al 58%, laddove la soglia limite è del 50%. 

Anziché essere espulso attraverso il sistema di scarico, il monossido è penetrato nel sistema di ventilazione e da qui nella cabina, che non è separata dall’abitacolo. A quel punto, per pilota e passeggero è stato l’inizio della fine: “L’esposizione al gas puo’ portare a danni al cervello e al sistema nervoso”, e alla “impossibilita’ per il pilota di guidare correttamente un aereo

I due si sono schiantati il 21 gennaio durante un viaggio verso Cardiff dalla città francese di Nantes. Il corpo del pilota non è stato ancora trovato. La famiglia di Sala ha rilasciato una dichiarazione immediata a seguito della notizia, chiedendo che la sezione investigativa sugli incidenti aerei avvii un tentativo immediato di salvare il relitto dell’aereo, rimasto nel fondale della Manica.

“Che livelli di monossido di carbonio pericolosamente elevati siano stati trovati nel corpo di Emiliano sollevano molte domande per la famiglia” ha dichiarato Daniel Machover di Hickman & Rose, avvocato della famiglia Sala. “La famiglia ritiene che sia necessario un esame tecnico dettagliato dell’aereo e fa appello all’AAIB per salvare il relitto dell’aereo senza ulteriori indugi”.

La crisi del calcio italiano ormai è un luogo comune, ma ci sono dei numeri che ne danno le dimensioni e che fanno riferimento alla partecipazione del pubblico a quel rito collettivo un tempo indiscutibile che è la partita di campionato.

Di fronte alla crescita esponenziale in mercati come quello statunitense e quello polacco,  il pubblico italiano negli stadi non è praticamente mutato negli ultimi 15 anni, segno che anche gli investimenti delle squadre sia nel rinnovo degli impianti che nel potenziamento delle rose non hanno avuto gli esiti sperati o sono riusciti solo ad arginare l’esodo che invece si è registrato in Paesi come la Grecia.

I dati certificati dal Cies, l’osservatorio sul calcio internazionale, parlano di un calo dell’1% del pubblico negli stadi italiani delle partite di Serie A tra il 2003 e il 2018 a fronte di un incremento del 6% per la Premier League e dell’11% per la Bundesliga.

E anche se i numeri del campionato inglese e di quello tedesco sono lontani da quelli della Major League Soccer americana (che ha registrato un +34%) o del calcio polacco (che è cresciuto del +47%), il confronto tra i 43.302 spettatori di media negli stadi in Germania e i 22.697 in quelli della serie A fa riflettere.

Sulle ragioni della stagnazione si potrebbe discettare a lungo, ma un aiuto per riportare il pubblico italiano negli stadi potrebbe venire proprio dal 5G, la tecnologia di trasmissione dati di ultima generazione di cui si parla da un paio di anni come di una panacea per tutti i mali.

Chiunque abbia visto come gli adolescenti guardano uno show in tv (che sia un talent, una serie o una partita) sa che la fruizione è ormai multidimensionale: si guarda (anche un po’ distrattamente) sul grande schermo e si commenta sui social attraverso lo smartphone. Il problema di guardare una partita allo stadio è che non sempre questo tipo di interazione è altrettanto facile.

Per un problema di connessione, innanzitutto: uno dei limiti del 4G è che solo un certo numero di apparati (in questo caso smartphone o tablet) può agganciarsi alla rete. Ne sa qualcosa chi assiste a megaconcerti o partite evento durante le quali è frustrante cercare anche solo di mandare un messaggio via WhatsApp.

Ma, soprattutto, è l’abitudine a un certo modo di guardare le partite da casa ad avere alterato l’esperienza dello spettatore. Dal divano si guardano i replay, in alcuni casi si sceglie l’angolazione e in altri ancora (ed è un futuro quanto mai prossimo) si può accompagnare la squadra del cuore dal momento in cui scende dal pullman a quello in cui entra in campo, per poi guardare l’incontro da ogni angolazione immaginabile, come nel caso del sistema che la Liga spagnola sta mettendo a punto per offrire alle tv un’esperienza sempre più immersiva.

E agli spettatori allo stadio chi ci pensa? Chi si preoccupa di dare a chi è sugli spalti la possibilità di rivedere un’azione da un’angolazione diversa, di zoomarla sul dettaglio, di capire se il rigore c’è o no prima che sia il Var a pronunciarsi? E, mentre si fa tutto questo, di commentarlo sui social?

Zte ci ha pensato e ha messo a punto il servizio “5G Live Tv”: un modo nuovo di assistere agli eventi sportivi che, nelle ambizioni dei tecnici dell’azienda che lo hanno illustrato a margine del Mobile World Congress di Shanghai, renderà “le Olimpiadi invernali di Pechino del 2022 la prima grande manifestazione sportiva in 5G”.

Il sistema permetterà ai tifosi negli stadi dei Giochi – ma, probabilmente già prima del 2022, anche a quelli di una partita di  calcio – di “interagire in diretta con l’evento attraverso uno smartphone”. Come? Ci si potrà confrontare con altri utenti, cercare statistiche degli atleti, ordinare del cibo o soprattutto scegliere di guardare una certa porzione di campo selezionando una delle telecamere a disposizione.

Una possibilità che fino ad oggi era irrealizzabile a causa dell’eccessivo ritardo che le immagini trasmesse avrebbero avuto rispetto all’evento live. La bassa latenza del 5G però, permette di ridurre i tempi di ricezione a meno di un battito di ciglia (circa 10 millisecondi) e quindi, ad esempio, di inquadrare l’azione che si svolge sotto la curva opposta rispetto a quella in cui si trova lo spettatore.

E se state storcendo il naso domandandovi se tutto il clamore intorno al 5G si riduce a impieghi come questo, vi basti pensare che quando fu varato il 4G nessuno immaginava che l’impatto più rilevante che avrebbe avuto sarebbe stato quello di dare un senso agli smartphone e alle app, rendendo – ad esempio – i social realmente a portata di mano.

Leggi anche: Tutto quello che c’è da sapere sul 5G

Ma se è possibile portare un’esperienza come quella della 5G Live Tv negli stadi – che, è facile immaginare, saranno le prime strutture a essere connesse alla rete di nuova generazione – come fare per tutte quelle altre location in cui potrebbe servire avere una copertura particolarmente efficace?

Zte ha pensato anche a questo e ha messo a punto una tecnologia che ha chiamato ‘slicing‘. In sostanza un operatore mobile potrà mettere a disposizione di un cliente – che sia una struttura sportiva, un’amministrazione pubblica o un’azienda – una condizione di rete con latenza particolarmente bassa e affidabilità particolarmente alta, in un dato luogo e per un dato periodo di tempo. Il tutto disponibile in pochissimo tempo e attivabile con semplicità attraverso una app.

Così, in sostanza, una società calcistica potrà chiedere una particolare copertura 5G per uno stadio solo per il tempo necessario a un incontro. O a un ospedale per il tempo di un intervento di telemedicina. O agli organizzatori di una fiera per la durata dell’esposizione.

Negli ultimi giorni alcuni atleti italiani già qualificati per le prossime olimpiadi estive di Tokyo 2020, ad esempio la nuotatrice Federica Pellegrini e la fiorettista Elisa Di Francisca, hanno palesato la propria preoccupazione per il rischio di dover gareggiare ai Giochi senza il tricolore, senza inno, senza maglia azzurra.

Ma da dove nasce questo timore e quanto è fondato? Andiamo a vedere qual è la situazione.

La lettera del Cio

I timori degli atleti italiani nascono da una lettera che il Cio (il Comitato olimpico internazionale) ha inviato al Coni (il Comitato olimpico nazionale italiano) il 6 agosto.

Il testo della lettera non è pubblico, ma secondo il resoconto pressoché unanime delle fonti di stampa, il contenuto è chiaro: l’Italia rischia di essere esclusa dai prossimi giochi olimpici, di Tokyo e seguenti, e di perdere quindi anche le olimpiadi invernali di Milano e Cortina del 2026.

Il motivo? Il disegno di legge 1372, approvato definitivamente dal Senato proprio il 6 agosto. Questo è un provvedimento fortemente voluto dal governo Lega-M5s, che delega all’esecutivo il potere di disciplinare lo sport italiano (una riforma del Coni era stata promessa anche nel Contratto di governo). Secondo il Cio la norma rischierebbe di compromettere l’autonomia del Coni. E questo per il Comitato olimpico è inaccettabile.

«Le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico – avrebbe scritto il Cio nella lettera, secondo quanto riporta il Sole 24 ore – hanno il diritto e l’obbligo di autonomia, comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport, la definizione della struttura e della governance».

Questo diritto/dovere di autonomia è sancito proprio dalla Carta Olimpica (“Principi fondamentali”, n. 5, pag. 11), il documento ufficiale del Cio che contiene regole e linee guida per l’organizzazione dei Giochi olimpici, il governo del movimento olimpico e i suoi principi fondamentali. L’autonomia è infatti necessaria per garantira la “neutralità politica” del movimento olimpico e viene prescritta (art. 27 della Carta, pag. 60) anche per i comitati olimpici nazionali.

La legge italiana andrebbe invece nella direzione opposta. Secondo quanto riporta Sky Sport, nella lettera del Cio si leggerebbe che «il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante decisioni unilaterali da parte del Governo. La sua governance interna e le sue attività devono essere stabilite e decise nell’ambito del proprio statuto, e la legge non dovrebbe avere per obiettivo un micromanaging della sua organizzazione interna e delle sue attività».

E ancora, «le aree relative alle attività del Coni dovrebbero essere congiuntamente determinate con essi, in conformità con la Carta Olimpica».

Visto che la legge italiana rischia di mettere in pericolo l’autonomia del Coni – in particolare sottraendogli la gestione di gran parte dei fondi allo sport, che verrebbero dirottati su una nuova società (Sport e Salute Spa) i cui vertici sono di nomina governativa – per proteggere il movimento olimpico il Cio potrebbe arrivare a disporre «la sospensione o il ritiro del riconoscimento del comitato olimpico».

Il rischio esclusione

Ma che cosa succederebbe se davvero all’Italia venisse sospeso o ritirato il riconoscimento del Cio?

Per rispondere possiamo guardare a un recente precedente, quello del Kuwait. Il piccolo Stato arabo è stato sospeso dal Cio nel 2015, proprio perché una sua nuova legge aveva compromesso l’autonomia del comitato olimpico nazionale.

La sospensione ha comportato l’esclusione del Kuwait da tutte le attività organizzate dal Cio, in primo luogo quindi dalle Olimpiadi. A quelle di Rio de Janeiro del 2016 non fu quindi presente la bandiera dell’emirato e i suoi atleti già qualificati parteciparono da indipendenti. Possiamo citare ad esempio il caso di Fehaid Al-Deehani, che vinse l’oro nel tiro al piattello battendo in finale l’italiano Marco Innocenti.

Ma quanto è fondato il rischio di esclusione?

La situazione dell’Italia, anche se non è buona, non è nemmeno irrimediabile. Quella approvata dal Senato il 6 agosto è una legge delega, contiene cioè i principi generali – stabiliti dal Parlamento – a cui il governo dovrà attenersi nell’emanare la normativa di dettaglio.

Se nello scrivere le singole disposizioni il governo saprà eliminare il rischio che l’autonomia del Coni venga compromessa, non dovrebbero esserci ulteriori conseguenze.

Questa sembra in effetti l’intenzione di Giancarlo Giorgetti (Lega), sottosegretario alla presidenza del Consiglio con deleghe allo sport, secondo cui con i decreti legislativi e attuativi della legge delega «saranno chiariti anche i dubbi che nascono da un fraintendimento, come dimostra la lettera del funzionario del Cio». In caso contrario, l’Italia rischia di subire la stessa sorte del Kuwait.

Conclusione

La legge approvata dal Senato il 6 agosto sul riordino del mondo dello sport in Italia – che mantiene la promessa del Contratto di governo di dare più potere al governo nella gestione, soprattutto economica, di questo settore – ha causato preoccupazione al Cio, in quanto metterebbe a repentaglio l’autonomia del Coni.

Il Cio ha quindi scritto una lettera in cui mette in evidenza il rischio di una possibile esclusione del nostro Paese dai prossimi Giochi olimpici. Questo scenario può ancora essere evitato: la legge in questione è una legge delega che fissa dei principi generali. È possibile quindi che con i decreti legislativi e attuativi che scenderanno nei dettagli della materia si riescano a fugare le preoccupazioni del Cio.

Se così non sarà, da un’eventuale sospensione (o peggio ritiro) del riconoscimento del comitato olimpico deriverebbe l’esclusione dell’Italia dai prossimi Giochi, a partire da quelli di Tokyo 2020. Gli atleti già qualificati – ad esempio la nazionale di pallanuoto maschile, o di pallavolo femminile, e via dicendo – gareggerebbero comunque ma da indipendenti, senza cioè la bandiera, la divisa e l’inno nazionale.

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

Roger Federer e Rafa Nadal entrano nel consiglio dei giocatori dell’Atp Tour. La notizia sembra marginale nell’ottica di campioni che si fronteggiano, con una racchetta in mano, dal 2004. In realtà ha un importante significato considerando che il presidente del consiglio è il numero 1 del mondo, Novak Djokovic. E, quindi, l’iniziativa, in tandem, dei due fenomeni è un po’ una risposta ai comportamenti, alle decisioni e alle dichiarazioni di Novak, e un po’ un’ennesima dichiarazione di guerra in uno dei momenti più delicati e confusi della storia del tennis.

La spaccatura umana fra i tre c’è sempre stata, netta e chiara, con da una parte Roger e Rafa, dall’altra Nole. Così, d’istinto, di pelle, al vecchio campione, Federer, è stato subito simpatico il ragazzino spagnolo un po’ selvaggio, che gli mostrava sempre tanto rispetto e anche vicinanza emotiva, ogni qual volta lo batteva. Così come non gli è piaciuto il modo di proporsi del terzo tenore del tennis, Djokovic il serbo duro, cresciuto sotto le bombe, intelligente ma troppo irriverente. Che sbeffeggiava i primi della classe e si ritirava, in campo, quando le cose andavano male (anche se poi si è capito che aveva problemi d’asma).

Così come a Nadal è sembrato più lontano il quasi coetaneo serbo del più anziano svizzero, si è sentito meno giudicato per qualche incertezza sulla lingua inglese e più simile a RogerExpress, come famiglia ed estrazione sociale La spaccatura s’è allargata con le battaglie sportive, e poi con quelle politico-economiche. Perché Federer e la sua Team8 hanno creato la Laver Cup sulla falsariga della Ryder Cup del golf, legandosi indissolubilmente a “Rocket”, il mitico campione di due Slam, e quindi al tennis classico, con l’avallo dell’Atp Tour. Ed ha allargato il rapporto manageriale con la nuova Atp Cup, l’ex coppa delle Nazioni, che è traslocata da maggio a gennaio, dalla terra tedesca di Dusseldorf al cemento d’Australia.

Intanto, Nadal, molto amico di Piqué, ha indirizzato il suo futuro verso la nuova coppa Davis, mentre la Accademy di Maiorca marcia sempre speditamente di pari passo col torneo locale, sempre con l’appoggio del circuito dei tennisti professionisti. Così, fra le mani al numero 1 del mondo Novak Djokovic, non è rimasto granché. Peraltro, lui che è l’uomo forte del tennis, deve anche accontentarsi delle, briciole di amore del pubblico. Come ha toccato con mano a Wimbledon, dov’era sul punto di una crisi isterica, anche se, da campione, ha trasformato la terribile condizione psicologica in una leva decisiva. Fino ad annullare due match point al Magnifico e a soffiargli il nono Wimbledon che sembrava ormai indirizzato verso lo svizzero.

Djokovic, sin da quando è stato eletto nel 2016 presidente dell’Atp Players Council, prendendo in mano lo scettro dopo Federer e Nadal, ha promesso che sarebbe stato più coinvolto nelle vicende politiche di uno sport frammentato fra interessi troppo diversi, con giocatori, circuito Atp che gestisce i tornei normali, comitato dei tornei del Grande Slam, federazione mondiale, manager, direttori di tornei.

Ma non è rimasto contento di come il Ceo, Chris Kermode, ha gestito le cose e l’ha spinto alle dimissioni, a fine anno. Anche pensando di lanciare così la candidatura del suo amico, l’ex pro Justin Gimelstob, bruciato però nella corsa da una doppia causa per violenze (verso l’ex moglie ed un amico) e da un insostenibile conflitto di interessi fra il ruolo politico nel Board dell’Atp e quello di commentatore e produttore tv. 

Tutto questo mentre il mondo del tennis contesta ferocemente la nuova coppa Davis voluta dal presidente della Itf, David Haggerty, ed attende un nuovo corso dalle elezioni del successore, il 27 settembre. Perché le tre coppe, Laver Cup, Davis e Atp Cup si pestano i piedi a vicenda, fra settembre e gennaio, la nuova distribuzione di punti Atp non convince e blocca ancor di più gli emergenti e i giocatori sono sempre più divisi fra i troppi “peones” che faticano a sbarcare il lunario e i pochi super-ricchi.

Djokovic, che ha più volte minacciato di dimettersi dalla presidenza del consiglio dei giocatori perché il delicato incarico lo distrae nella corsa alla storia del tennis giocato, si è schierato al fianco dei rivoluzionari che vogliono ridiscutere la divisione dei premi, con in testa gli americani, Isner e Querrey (molto legati a Ginelstob che, secondo i più, continua a lavorare dietro le quinte attraverso l’uomo che lo sostituisce ad interim, Weller Evans).

Durante Wimbledon, l’ala moderata, rappresentata dall’ex coach di Dimitrov, Daniel Vallverdu, e dai professionisti Robin Haase, Jamie Murray e Sergiy Stakhovsky, si è dimessa in blocco, criticando indirettamente proprio Djokovic, con parole tipo: “Ci sono persone che sono lì per il loro tornaconto personale e magari prendersi anche alcune rivincite. Non si parla di tennis, non voglio più perdere il mio tempo. Ci sono persone che cercano di prendersi il potere e portare avanti i loro interessi. Non voglio più aver a che fare con questa direzione”.

Sembrava che, a quel punto, Djokovic avesse fatto un decisivo passo verso i suoi obiettivi. Invece, con una rimonta esaltante, la premiata ditta Federer & Nadal ha messo a segno un colpo che rimette tutto in discussione. Anzi, che sposta decisamente gli equilibri in vista del primo scontro anche politico, che è programmato nel corso degli Us Open. Perché Rafa, eletto in rappresentanza dei “top 50”, Jurgen Melzer dei “top 100” doppisti e Federer “at large”, (in generale, dei più), sono amici e sodali.

Come andrà il loro braccio di ferro coi colleghi? Ricordiamo che nel consiglio dei giocatori ci sono oggi Isner, Querrey ed Anderson (sulla carta pro-Djokovic) in quota “top 50” di singolare, insieme a Nadal, e quindi Yen-Hsun Lu e Vasek Pospisil in quota “51-100” singolaristi, Jurgen Melzer e Bruno Soares per il doppio, e quindi Djokovic e Federer, col delicatissimo ruolo di rappresentante degli allenatori al posto di Vallverdu ancora da eleggere.

Quattordici luglio, finale di Wimbledon: Roger Federer manca due match point e s’inchina a Novak Djokovic al quinto set per 7-6 1-6  7-6  4-6  13-12, dopo 4 ore 57 minuti, il match più lungo del torneo più famoso. La festa s’interrompe sul più bello, il Magnifico, campione-record di 20 Slam, lanciato dalla trionfale semifinale sul rivale storico, Rafa Nadal, perde contro il campione di gomma serbo: addio primato di più anziano vincitore di uno Slam, era Open, a 37 anni e 340 giorni. 

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“Spero di aver dato ad altri la possibilità di credere che a quest’età non è tutto finito”, mormora lo svizzero delle meraviglie al microfono in campo. “Mi sento bene, ovviamente ci vorrà del tempo per riprendermi, anche fisicamente, certo che mi sento triste, forse anche arrabbiato. Non riesco a credere di aver mancato una possibilità così grande. Ma va bene. Non potevo dare di più, ho dato tutto, sento che è giusto così, anche se un punto ha deciso tutto, decidete voi quale dei due. Io sono ancora in piedi. Similitudini con la finale persa nel 2008 contro Rafa? La delusione. Niente Masters 1000 di Montreal, torno a quello di Cincinnati”. 

Tre settimane dopo, il più forte tennista della storia rispunta qua e là sul web, rimbalzando dalle passerelle dei munifici sponsor ai primi allenamenti in Svizzera col super-coach Ivan Ljubicic e col fido amico tuttofare Severin Luhti, fra tanti flash, gentile e disponibile, insieme a sorpresissimi tifosi/curiosi: “Ancora non ci credo, Federer ha accettato di farsi una foto con me” . Dove? In montagna a 1284 metri d’altezza, al Plattenbodeli, cantone di Appenzell Innerhoden, nelle Alpi orientali della sua Svizzera, lontano dalla pazza folla, insieme a Mirka e alla doppia coppia di gemelli. Dicono che giri in camper. Ma magari, come scorta, ce n’è un altro che lo segue, con mamma, papà e il solito codazzo di assistenti e baby-sitter.

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Eccolo con la dolce metà, con tanto di zaino, eccolo un mountain bike e occhiali da sole, eccolo col solito sfondo di montagne verdi, simbolo di pace e relax. Eccolo spesso non rasato e un po’ trasandato, ben diverso dall’elegante ballerino dei campi da tennis. Dicono che faccia tante scarpinate e nuotate, alla ricerca del silenzio e della meditazione. Dicono, in attesa che parli di nuovo lui. E racconti com’è stata questa vacanza, che cosa intravede dietro l’angolo.

La sua fama è andata oltre: tutti vogliono sapere di lui, tutti vogliono guardarlo da vicino, tutti vogliono osservarlo palleggiare. È una febbre a tempo? Per via della famosa clessidra dell’età, quella reale, all’anagrafe, e quella trascorsa nel tennis, che sta terminando la sua magica sabbia d’oro? È un mito che ha trasceso tutto e tutti, entrando nelle nostre case come un caro amico di cui non possiamo fare a meno di chiederci: “Dove sarà, con chi, che cosa farà?”.

È una scommessa vivente, quella che, come ha detto lui a Wimbledon, ci aiuta a superare i nostri umanissimi limiti? Di sicuro, il suo popolo, che è uscito a pezzi come lui dalla disfatta di Wimbledon, non è rilassato: sa, sente che Roger è motivato di testa e pronto di fisico, e monitorizza la situazione foto dietro foto, tweet dietro tweet, in attesa dei un tabellone fortunato agli Us Open del 26 agosto-8 settembre, lo Slam più maledetto del maledetto Roland Garros.

Perché, dal trionfo del 2008, il quinto consecutivo sul cemento di New York, RogerExpress ha perso le finale 2009 e 2015, ha buttato via una coppia di match point nelle semifinali contro Djokovic 2010 e 2011, ha dilapidato il match di quarto turno di dodici mesi fa contro John Millman, ha sciupato più che mai e spesso da favorito, sulla terza superficie preferita, dopo l’erba e la moquette indoor. Ma le prospettive sono più rosee che mai per il numero 3 del mondo, reduce da una scia di 38 successi in 43 partite, coi titoli a Dubai, Miami ed Halle, in appena nove tornei. Che significa freschezza fisica e mentale, batterie cariche, capacità di competere sempre al 100%.

L’età? Ancora c’è qualcuno che si pone il problema della sua età? Certamente, c’è, è tangibile, è delicata, pretende attenzioni diverse da quelle di un diciottenne, e quel numero, 38, tornerà imperiosamente d’attualità per il compleanno, la torta, gli auguri, le candeline da soffiare, e poi ancora domattina e dopodomani ancora. Finché lui avrà voglia di armarsi di racchetta e allenarsi su un campo da tennis. Ma il Magnifico è sicuramente più attento ad altri numeri: il Masters 1000 di Cincinnati, che parte domenica, dov’ha vinto sette titoli in otto finali, l’ultima, sfortunata, proprio dodici mesi fa, persa sempre per mano di Djokovic. Che ritroverà proprio lì, in Ohio, incattivito più che mai nella più che plausibile rincorsa alla storia, ma nell’impossibile rincorsa alla popolarità di Federer e Nadal.

Troppo più amati di lui dal pubblico, come ha toccato con mano nella finale di Wimbledon. Si può non amare la erculea essenzialità di Rafa, si può non apprezzare la ferrea copertura fisica del campo di Novak, ma è davvero difficile non tifare per Roger, soprattutto davanti al suo tennis diverso da quello di tutti gli altri, dalla semplicità del campione, da come addomestica con dolcezza qualsiasi bolide gli arrivi di là del net, da come faccia uno sberleffo a ogni colpo, a ogni punto, a ogni game, match dietro match.

Difficile non pensare alla scadenza dell’anno prossimo all’Olimpiade di Tokyo, a quella boa, dove poteva arrivare con il nono trionfo a Wimbledon e dove sogna di arrivare con il sesto Us Open. Lo Slam che, paradossalmente, non si aggiudica da più tempo. Dal 2008. Quando sembrava che avrebbe rivinto per chissà quanto ancora. Ma questo è anche il suo destino: i compleanni del Magnifico sono diversi da quelli di noi umani, vanno interpretati, come  i successi Majors che sembravano finiti e sono ripartiti, come i 102 titoli pro, come le passerelle sulla terra rossa del Roland Garros.

Come tutta la vita di un extra-terrestre con la racchetta magica. Che è andato oltre le consuetudini, tutte le consuetudini, inclusa quella che voleva l’eroe forte e vincente che non mostra le emozioni, non piange, non fa figli durante la carriera agonistica, non coinvolge i figli, non si mostra così com’è. Ecco perché il suo compleanno fa sorridere con affetto tutto lo sport, a cominciare dai gemelli di data, il promettentissimo aspirante stregone del tennis, Felix Auger Aliassime, e il nostro faro del basket, Danilo Gallinari. Perché Roger Federer ha messo d’accordo tutti, come pochi altri miti dello sport, diverso, unico, come pochissimi altri, dal “Più grande”, Ali, al Figlio del vento, Carl Lewis, ad Air Jordan a Saetta Bolt. Come non augurargli buon compleanno di cuore?    

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