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Avvio e conclusione decisamente movimentati per la seconda settimana del Giro 101, che si è aperta e chiusa nel segno della Maglia Rosa (e Maglia Azzurra) Simon Yates. Dopo la pausa di lunedì scorso, la corsa Rosa ripartiva con il clamoroso crollo di Esteban Chaves, che arrivava a Gualdo Tadino con oltre 20 minuti di ritardo.

Rimasto l’unico alfiere Mitchelton-Scott, Yates ha preso di forza la tappa successiva a Osimo, precedendo il rivale diretto in classifica, ovvero Tom Dumoulin. “Devo costruire un vantaggio di 2-3 minuti in vista della crono della sedicesima tappa”, aveva detto dopo Osimo Yates, che ha attaccato per tutta la settimana e anche sprintato ai traguardi volanti per costruire questo vantaggio. 

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Obiettivo raggiunto per Yates, che ora ha un vantaggio di 2 minuti e 11 secondi proprio su Dumoulin. Martedì la crono ci dirà se Dumoulin saprà tornare in testa dopo le terribili salite del fine settimana, anche se l’inerzia di questo Giro sembra a favore del britannico della Mitchelton-Scott. Le salite di sabato e domenica hanno prima rilanciato poi affossato Chris Froome, trionfatore sulle rampe terribili dello Zoncolan e poi in crisi nella salita verso Sappada, dove ha subito un ritardo di 1 minuti e 32 secondi dalla Maglia Rosa. Yates ha controllato la fuga del connazionale del Team Sky e ha poi dominato di forza la tappa successiva, la numero 15 Tolmezzo-Sappada, nella quale ha piazzato uno scatto senza possibilità d'appello per i rivali diretti, che hanno incassato un ritardo di 41 secondi. 

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La Maglia Rosa ha entusiasmato appassionati e addetti ai lavori per il suo atteggiamento coraggioso ma non sprovveduto che coniuga istinto e senso tattico. Ha preso via via consapevolezza dei propri mezzi. Lo dimostrano anche i chilometraggi dei suoi scatti: sull’Etna è scattato a 1,5 km dall’arrivo, a Osimo verso i -5 e a Sappada addirittura quando mancavano 10 km all’arrivo. Yates è stata l’unica Maglia Rosa della settimana ed è stato il dominatore della parte centrale della competizione come un anno fa fu Tom Dumoulin che poi ha vinto a Milano. L’attuale Maglia Rosa ha vinto 2 tappe su 5, come Dumoulin l’anno scorso. Due tappe nella parte centrale della corsa le vinse anche Gilberto Simoni nel 2003: una statistica che porta bene a Yates, visto che l’olandese e il trentino vinsero poi i Giri 2017 e 2003.

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Tom Dumoulin ha sicuramente sofferto l’altimetria della settimana, ma a conti fatti ha limitato i danni sullo Zoncolan, rimediando solo una trentina di secondi dalla coppia britannica Froome-Yates e anzi allungando su uno scalatore di professione come Thibaut Pinot. Anche nella tappa di Sappada Dumoulin ha corso in difesa, ma è salito del suo passo e ha comunque ottenuto il terzo posto per un ritardo di meno di un minuto (47’’), abbuoni inclusi. La fine della seconda settimana ha sancito anche la crisi di Fabio Aru. A Sappada ha lamentato un ritardo di poco meno di 20 minuti che ha chiuso ogni discorso di classifica per il Cavaliere dei Quattro Mori. Le speranze di podio per l’Italia sono ora riposte nel solo Domenico Pozzovivo, capitano della Bahrein Merida. Il corridore lucano è arrivato terzo in vetta allo Zoncolan e ha guidato gli inseguitori nella salita di Sappada, dove per alcuni chilometri ha accarezzato l’idea di salire sul secondo gradino del podio della classifica generale mentre Dumoulin stava soffrendo.

L’ultima settimana: cronometro e grandi salite

La terza settimana inizia con la cronometro del 22 maggio che potrà rimescolare un le carte soprattutto in favore di Tom Dumoulin. L’olandese proverà a riprendere la Rosa e, se le gambe lo assisteranno, anche a mettere secondi tra lui e Yates. Saranno 34 km da Trento a Rovereto durante i quali Yates dovrà difendersi e perdere il meno possibile dal campione in carica.

Dopo la crono il Giro lascerà ancora spazio ai velocisti, alla loro ultima chance prima di arrivare a Roma. La tappa va da Riva del Garda a Iseo, 155 km che vedranno ancora protagonisti Elia Viviani e Sam Bennett. Al momento l’italiano conduce per 3 tappe vinte a 2 dopo l’arrivo di forza a Nervesa della Battaglia che ha riportato davanti il veronese dopo il momentaneo pareggio di Bennett a Imola.

Dal 24 maggio ci si sposta invece sulle Alpi per l’ultimo grande assalto alle montagne. Si inizia con la Abbiategrasso-Prato Nevoso, 196 km piatti fino alla salita finale di 20 km. Questa tappa non dovrebbe rappresentare grosse problematiche se non per la lunghezza e la salita finale, ma è un appuntamento importante per chi volesse vincere una tappa ma anche per chi, fra gli uomini di classifica, vorrà mettere in difficoltà la maglia Rosa che potrebbe essere tornata sulle spalle di Dumoulin dopo la crono.

La tappa 19 sarà senza alcun dubbio la tappa regina della corsa rosa 2018. Da Venaria Reale a Bardonecchia, i chilometri saranno 184 km. Presenti 4 Gran Premi della Montagna, nell’ordine: Colle del Lys, Colle delle Finestre con la sua caratteristica strada sterrata che sarà anche la Cima Coppi di quest edizione con i suoi 2178 metri di altezza, Sestriere e gran finale sul Jafferau. La presenza di così tante salite potrebbe mettere in difficoltà le squadre dei pretendenti al titolo, i quali rischiano di restare senza aiuti lontani dal traguardo. Questa tappa potrebbe fare da palcoscenico a una doppia gara tra fuggitivi di giornata pronti a fare il colpaccio e uomini di classifica.

Dopo le fatiche del tappone la ventesima tappa sarà più inizialmente più blanda almeno per i primi 120 km. Dopo di che, però, si inizierà di nuovo a salire verso Cervinia, scalando in progressione Col Tsecore e Col Saint Pantaléon, entrambi GPM di prima categoria, fino alla salita finale che porterà sui 2000 metri. Sarà l’ultima battaglia del Giro 101 che deciderà Maglia Rosa, Azzurra e Bianca (quest’ultima ora in possesso di Miguel Angel Lopez dell’Astana). Qui si chiuderanno i giochi per i pretendenti alla corsa rosa, per poi volare verso Roma per la passerella finale nella capitale che darà spazio ai velocisti rimasti per chiudere in bellezza le tre settimane rosa e assegnare definitivamente anche la Maglia Ciclamino, ora sulle spalle di Elia Viviani.

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Il percorso quindi si fa decisamente impegnativo: l’alta montagna prende il sopravvento con ben 594 chilometri su poco più di 800. Sono pochi, solo 34, i chilometri a cronometro ma potrebbero avere un peso specifico davvero pesante. La collocazione all’inizio della settimana – e non alla fine, come nel 2017 – potrebbe rendere la crono una variabile meno pesante dello scorso anno. Tutto dipende dai distacchi che verranno generati dopo questi 34 chilometri di tutti contro tutti. I restanti 270 chilometri per velocisti, che incorniciano le tre tappe alpine, assegneranno la Maglia Ciclamino e accompagneranno la carovana Rosa sul palco della premiazione di Roma.

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Dopo le grandi fatiche dello Zoncolan e di Sappada, la settimana inizia con un percorso altimetricamente non preoccupante, non fosse che però si correrà da soli: la cronometro viene catalogata come difficoltà a tre stelle (il massimo è cinque) ma è una tipologia di tappa che può fare davvero la differenza. Dopodiché la difficoltà aumenta esponenzialmente: tre tappe di difficoltà massima, 4 stelle, poi 5 e ancora 5 fino alla passerella finale.

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Rimonte e testa a testa nell’ultima settimana di Giro

Yates si presenta ai nastri di partenza dell’ultima settimana con un vantaggio importante ma ancora non rassicurante. Ha corso molto bene nella parte centrale di questo Giro, ma non è riuscito a scrollarsi davvero di dosso Dumoulin, distante come detto 2 minuti e 11 secondi. Un buon margine per Yates, ma non sono così rare le rimonte nella parte finale del Giro. Le variabili che possono stravolgere una classifica da un momento all’altro sono tante e la durissima settimana finale è stata spesso teatro di capovolgimenti di fronte, favoriti da tanta stanchezza nelle gambe e da tappe altamente spettacolari e non troppo prevedibili come le cronometro e i tapponi di alta montagna, in cui salite e discese scrivono di continuo le gerarchie.

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Nel grafico qui sopra abbiamo messo in ordine, dal ritardo più ampio al meno ampio, sei casi di rimonte nei Giri più recenti. Questo per sottolineare la grande imprevedibilità del ciclismo e di una competizione durissima come il Giro d’Italia. Ci siamo spinti fino al 2000, anno nel quale Francesco Casagrande riuscì a stare davanti a Stefano Garzelli per una settimana (dalla tappa 13 alla 19) con un vantaggio che oscillava sempre sui 30’’. Tutto vanificato dalla cronoscalata della tappa 20, con Garzelli che piazzò una grande rimonta guadagnando circa due minuti su Casagrande. Una sentenza, perché il giorno successivo il Giro si concluse con la passerella finale. 

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Nel 2016 doppia rimonta nell’ultimo terzo di gara. Vincenzo Nibali chiuse la seconda settimana con un ritardo di 2 minuti e 51 secondi da Steven Kruijswijk, che si ampliò all’inizio della terza settimana fino a quasi 5 minuti, salvo poi evaporare nella grande rimonta firmata dal siciliano su Esteban Chaves, che nel frattempo aveva a sua volta superato Kruijswijk. Nel 2017 l’ultima settimana ha visto una rimonta e controrimonta con protagonista Dumoulin: l’olandese, dopo una seconda settimana eccellente, calò come da previsione sulle tappe alpine, e gli scalatori Quintana-Nibali lo rimontarono. Quintana riuscì a sfilargli la Rosa alla terzultima tappa, ma non riuscì a costruire un vantaggio sufficiente per resistere al ritorno dell’olandese nella crono finale Monza-Milano.

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È l'Inter a strappare la qualificazione in Champions League al termine di una rocambolesca gara con la Lazio. All'Olimpico i nerazzurri vincono 3-2 rimontando nel finale. I biancocelesti avevano la gara in tasca: in vantaggio al 9' con Marusic, hanno subito il pareggio di D'Ambrosio al 21', ma hanno chiuso il primo tempo sul 2-1 grazie al vantaggio di Anderson al 41'. Nella ripresa Icardi pareggia al 79' su rigore dopo una entrataccia del neo-nerazzurro De Vrij sul centravanti. Un minuto dopo Lulic è espulso per doppia ammonizione e un minuto piu' tardi Vecino realizza il gol qualificazione.

Il campionato è terminato e questi i sono verdetti: il Milan passeggia (5-1) con la Fiorentina e si qualifica per l'Europa League insieme alla Lazio, mentre l'Atalanta, sconfitta 1-0 a Cagliari, per accedere alla seconda competizione europea dovrà superare i preliminari. Il Napoli non perdona, batte 2-1 il Crotone e condanna i calabresi alla serie B. I partenopei erano già qualificati per la Champions League insieme alla Juve campione d'Italia per la settima volta consecutiva, e alla Roma, che nel secondo posticipo serale ha battuto 1-0 in trasferta il Sassuolo. 

​Sabato 19 maggio la Juventus alzerà sul prato dell’Allianz Stadium il suo trentaquattresimo scudetto, settimo consecutivo, quarto della gestione di Massimiliano Allegri, accompagnato per il quarto anno di fila dalla Coppa Italia. Nei cinque maggiori campionati europei nessuna squadra aveva mai inanellato per quattro stagioni consecutive l’accoppiata coppa-campionato. Questi sono i record più visibili e raccontati della Juventus 2017-18, ma come è arrivato questo double? Soprattutto, come è arrivato il settimo scudetto, un titolo che sembrava compromesso dopo il clamoroso 1-0 del Napoli a Torino, che pareva ormai lanciare gli azzurri verso il sorpasso?

​Abbiamo individuato tre fattori numerici che possono fungere da chiave di lettura per la Serie A 2017-18. Il primo è che la Juventus, una volta in testa da sola, negli ultimi sette anni non ha mai subito il controsorpasso. Il secondo è il calo del Napoli nella parte finale del campionato 2017-18. Il terzo è che il tanto discusso “brutto gioco” della Juventus – senza addentrarci nell’estetica – non trova riscontro nei numeri che esprimono la qualità del gioco di una squadra.

Vietato sorpassare

La Juventus 2011-12 di Antonio Conte è ormai lontanissima parente di quella 2017-18 di Massimiliano Allegri. Di quella rosa sono rimasti fino al settimo scudetto solamente 5 giocatori: Gianluigi Buffon (ancora per oggi), Stephan Lichtsteiner, Andrea Barzagli, Giorgio Chiellini e Claudio Marchisio. La Juventus 2011-12 vinse lo scudetto alla 37esima giornata grazie al 2-0 di Trieste al Cagliari e al contemporaneo 4-2 con cui l’Inter sconfisse i cugini del Milan. 81 punti Juve, 77 Milan e primo scudetto post-Calciopoli in cassaforte. Sei anni dopo la Juve mette in bacheca il titolo sempre alla 37esima, ma raggiungendo quota 92 punti, col Napoli fermo a 88. Un saldo di 11 punti in più: come a dire che per vincere il tricolore, rispetto a quell’annata, sono richieste 3 vittorie e 2 pareggi in più, ovvero almeno 4-5 risultati utili.

Questo ci può dire due cose: o che la qualità media della Serie A è calata – ovvero le big fanno punti più facilmente – o sono aumentate le qualità di chi sta al vertice. Quello che resta invariato è che la Juventus riesce sempre a impedire il controsorpasso. Una virtù che quest’anno ha sicuramente contribuito a incrinare le certezze del Napoli, nonostante la vittoria della squadra di Sarri allo Stadium il 22 aprile. Una vittoria che aveva seriamente messo a rischio questo tabù.

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La Juventus, una volta preso il comando, non lo molla più. Sin dal 2011-12. Dopo due terzi di stagione in altalena (la Juve fu a lungo capolista, ma il Milan aveva gare da recuperare), i bianconeri superarono i Campioni d’Italia alla 31esima giornata in occasione del 2-0 di Palermo e della contemporanea sconfitta rossonera in casa con la Fiorentina dell’ex Juve Amauri. Mai davvero in discussione i titoli 2013, 2015 e 2017 con la Juve quasi protagonista solitaria per tutti quei campionati. Negli altri 3 titoli, invece, la capacità di non mollare il primato creando affanni psicologici alle avversarie si è sentita.

Nella stagione 2013-14, quella in cui la Juventus stabilì il record di punti in Serie A, la Roma partì fortissimo con 10 vittorie consecutive nelle prime 10 partite. La Juve era in scia, ma fu staccata dopo il clamoroso 4-2 subito a Firenze. Poi i giallorossi calarono, la Juve li avvicinò, li sorpassò e poi pian piano scavò un solco sempre più ampio fino al crollo della Roma a Catania. La stagione 2015-16 partì malissimo per i bianconeri ancora scottati dalla finale di Berlino. Raccolsero un solo punto nelle prime tre partite di Serie A. Dopo l’1-0 subito a Reggio Emilia col Sassuolo la Juve sembrava ormai fuori dai giochi, trovandosi a -12 dalla vetta dopo un quarto di campionato. Invece piazzò una rimonta clamorosa e il 13 febbraio 2016 sorpassò il Napoli in virtù dell’1-0 dello Stadium. Poi non lasciò più la vetta. Quest’anno la storia si è ripetuta: la Juve parte bene, ma il Napoli parte meglio.

Al momento dello scontro diretto dell’andata il Napoli è a +4. In caso di sconfitta Allegri scivolerebbe a -7. Ma il tecnico livornese tracciò la rotta: “Dobbiamo stare vicini alla testa della classifica, ma il campionato si decide a marzo”. La Juve vinse 1-0 al San Paolo, dando una svolta alla propria stagione. 

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Il sorpasso si è poi consumato alla 28esima giornata, giocata il 3 marzo, rispettando clamorosamente la tabella tracciata da Allegri. La Juve espugna l’Olimpico al 94’ con un gol di Dybala, due ore dopo il Napoli perde in casa contro la Roma 4-2. Due settimane dopo, nel recupero del match contro l’Atalanta, la Juve va a +4 e costruisce il tesoretto che – al netto dei saliscendi – impedisce al Napoli, che sbanca lo Stadium, di sorpassarla. Quel punticino conservato nonostante la disfatta ha consentito alla Juve di non perdere la vetta, consolidando un trend positivo storico e togliendo lucidità ai rivali dopo Inter-Juventus, vero crocevia della stagione.

Turnover, partite giocate e fasi della stagione

Un altro leitmotiv della stagione è stato il continuo riferimento, da parte di commentatori e addetti ai lavori, a un Napoli “spremuto” dalla tendenza di Sarri a ruotare poco i propri calciatori al contrario di Allegri, che fa del turnover uno dei suoi marchi di fabbrica.

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Se guardiamo l’impiego in campionato delle rose, i numeri sono chiari. Nessun bianconero in 37 partite ha superato quota 3000 minuti. Higuain ci si avvicina, ma si ferma a 2953’. Solo 8 juventini superano i 2000 minuti di impiego. 

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Diverso il discorso per quanto riguarda il Napoli. Ben 6 giocatori superano quota 3000 minuti in 37 partite, ovvero una media di 81 minuti a gara. Undici giocatori superano i 2000 minuti. E chi sono questi 11 giocatori? Reina, Hysaj, Koulibaly, Albiol, Mario Rui, Hamsik, Jorginho, Allan, Insigne, Mertens e Callejon. Ovvero, quello che in stagione si è rivelato l’undici ideale del Napoli. Oltre a loro, il Napoli ha mandato in campo altri 12 giocatori, per un totale di 23 uomini, gli stessi della Juve. La differenza è che la Juve ha 15 giocatori, quindi più di due terzi della rosa, che hanno giocato meno di 2000 minuti. Fra loro ci sono anche calciatori che sono stati protagonisti della terza parte della stagione bianconera come Douglas Costa, Juan Cuadrado e Medhi Benatia. Se guardiamo al Napoli, tra i 1000 e i 2000 minuti giocati troviamo solo Piotr Zielinski. Gli altri sono tutti sotto i 1000 minuti.

Discorso a parte meritano Arek Milik e Faouzi Ghoulam, che avrebbero avuto ben altro minutaggio se non fosse stato per i gravi infortuni nei quali sono incappati. Come si può spiegare questo diverso atteggiamento fra i due allenatori? In generale le “riserve” della Juventus sono mediamente più esperte e formate, probabilmente più affidabili di quelle a disposizione di Sarri. Inoltre, la Juventus varia alcuni moduli tattici e ciò può favorire le rotazioni fra i calciatori. Il gioco di Sarri invece si regge su meccanismi consolidati che necessitano di grande affiatamento fra i giocatori e questo può forse aumentare la necessità di confermare gli stessi interpreti. Infine, può esserci certamente una maggiore tendenza di Sarri ad affidarsi all’11 ideale, a fronte di una maggiore tendenza al rimescolare le carte da parte di Allegri. 

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Tutto ciò è bastato per stancare il Napoli e far perdere lo sprint con la Juve? Difficile dirlo con sicurezza, visto il numero elevato di variabili in gioco. Il Napoli ha perso lo scudetto per pochi punti, il che significa che tutto si è giocato sul filo dei dettagli. Infortuni, episodi, buona o cattiva sorte e aspetto psicologico sono difficili da quantificare e da valutare. Tuttavia, alcuni dati ci mostrano che probabilmente il Napoli è arrivato a marzo più stanco della Juve, sul piano fisico ma forse ancor di più sul piano mentale.

Il Napoli pare aver pagato a caro prezzo il sorpasso subito dopo la ventottesima giornata, ovvero proprio all’inizio della terza e ultima parte del campionato. Il grafico sopra mostra infatti il campionato 2017-18 diviso in 3 parti. Al primo “intertempo” (giornata 12) la Juve ha fatto un punto in meno del Napoli. Al secondo (giornata 25) quel punto di ritardo si mantiene, perché Juve e Napoli fanno gli stessi punti: 34-34. Il terzo tempo è quello decisivo: Juve 27, Napoli 22. 

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Guardando alle percentuali dei punti raccolti sul totale disponibile vediamo che entrambe calano, ma il Napoli lo fa in modo più vistoso: raccoglie solo il 61% dei punti a disposizione, mentre la Juve viaggia al 75%. 

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Subito dopo Juve-Napoli, Allegri sbottò dicendo che la Juve era più giustificata del Napoli ad essere stanca, “perché loro escono a dicembre dalle Coppe e noi giochiamo molte più partite”. Vero e falso al contempo. Falso, perché la Juve ha giocato solo 4 partite più del Napoli (e la differenza la fanno la Supercoppa italiana di agosto e tre partite in Coppa Italia). 

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Ma è altrettanto vero che se guardiamo solamente l’ultimo terzo di stagione (ovvero dal 25 febbraio a oggi) la Juve ne ha giocate 18 contro le 12 del Napoli, impegnato solo in campionato. La Juve ha giocato 13 turni di campionato (doveva recuperare il match con l’Atalanta), 3 in Champions (di cui una a Wembley e una al Bernabeu) e 2 in Coppa Italia (semifinale di ritorno e finale). Per cui è innegabile che la Juve abbia dovuto impegnare molte più energie fisiche e mentali nella fase cruciale del campionato rispetto al Napoli; nonostante questo la squadra di Allegri ha incamerato 13 vittorie e 3 pareggi in trasferta (Spal, Crotone e Roma), perdendo solo con Real Madrid e Napoli. Dal canto suo il Napoli ha vinto 6 partite su 12, perdendone 2 (Roma e Fiorentina) e pareggiandone 4 (Inter, Milan, Sassuolo e Torino), dimostrando cioè di essere arrivato nel momento cruciale del campionato con più affanno dei rivali. Nei primi due terzi di campionato il Napoli aveva perso solo con la Juve e pareggiato tre partite. Nell’ultimo terzo di campionato ha vinto a Torino, ma ha perso il doppio (2) e pareggiato un match in più (4) rispetto a quanto fatto nei primi due terzi di campionato. 

La Juve gioca male?

Ultimo step della nostra analisi è la qualità del gioco. Se n’è parlato tantissimo in questa stagione: la Juve “gioca male” e il Napoli esprime uno dei giochi migliori in Europa. La seconda parte è sicuramente vera, e come vedremo i numeri lo confermano. Ma la prima? Allegri nel finale di stagione ha anche risposto piccato in un paio di occasioni dicendo che su questo aspetto “si fa troppa filosofia, il calcio è una cosa semplice”. L’unico modo di non addentrarci nella metafisica del pallone è anche qui guardare ai numeri. 

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Molti indicatori sul gioco offensivo sono a favore del Napoli. Il Napoli fa molti più passaggi e ha anche una percentuale di realizzazione migliore. Perde più palloni, ma ne recupera di più. Tiene la palla mediamente 2 minuti più della Juve (32 minuti contro 30 di media a partita) per una media a partita che supera il 60% e ha portato più di 1100 attacchi alla porta avversaria nel corso di 37 partite. Tanti passaggi e di qualità, propensione offensiva, corsa e palloni recuperati certificano anche numericamente l’impressione visiva: il Napoli gioca senza dubbio un calcio eccellente. 

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Dal canto suo la Juve ha un possesso palla che supera la mezz’ora di media a partita (56,4% di media), ha il secondo miglior attacco della Serie A e segna più del Napoli, mostrando maggiore efficacia offensiva (rapporto fra tiri e gol), la migliore del campionato. Ha inoltre la miglior difesa, simbolo di grande organizzazione, una percentuale di passaggi riusciti molto elevata (87,1%) e un numero di assist vincenti (cioè passaggi che portano al gol) più alto di quello del Napoli (51-38). Napoli a parte, la Juventus è la squadra che cerca di più il fraseggio (522 passaggi corti a partita), ma rispetto alla squadra di Sarri opera più lanci lunghi, come si vede dalla tabella sopra.

La Juventus è certamente più efficace che appariscente, ma i suoi valori statistici globali mostrano una squadra che generalmente non rinuncia a giocare e che lo fa anche con qualità: non è un caso infatti che dopo ogni partita Allegri analizzi la prestazione dal punto di vista tecnico (“abbiamo giocato bene/male tecnicamente”), quasi a sottolineare la ricerca ossessiva di qualità intesa come scelte di gioco corrette, organizzazione difensiva, precisione dei passaggi e sicurezza nei disimpegni. 

Semmai, quello che si può imputare alla Juve è di aver giocato tecnicamente male in alcuni momenti importanti della stagione, in particolare contro il Tottenham nell’andata degli ottavi di Champions e proprio contro il Napoli nel match di ritorno in campionato. In quelle occasioni la squadra ha sicuramente assunto un atteggiamento non solo troppo difensivista, abbassando eccessivamente il proprio baricentro, ma lo ha fatto mostrando scarsa qualità nel gestire la pressione avversaria (cosa che non è avvenuta a Madrid nel ritorno, se si eccettua l’errore di lettura e posizionamento nell’azione che ha portato al rigore su Lucas Vazquez). Forse è proprio questo uno degli aspetti sui quali la Juventus dovrà ragionare per migliorare ulteriormente e rafforzarsi anche in ottica europea, coniugando la solita ricerca della qualità tecnica con un atteggiamento più propositivo – proprio come fa il Napoli di Maurizio Sarri – anche in partite contro rivali più forti nel palleggio e con maggiori doti offensive. 

Al sorteggio del Mondiale 1998, ci fu una "manovra" per aumentare le possibilità di avere una finale tra Francia e Brasile. Lo ha rivelato l’ex presidente Uefa Michel Platini, nel corso di una intervista alla trasmissione radiofonica "France Bleu" a Radio France.

Finale vinta dai transalpini in un anno in cui Platini era co-presidente del Comitato Organizzatore dei mondiali insieme a Fernand Sastre. Si legge su Sky Sport: "Al momento di definire il calendario, abbiamo fatto una piccola 'manovra'. Se noi avessimo chiuso al primo posto nel nostro gruppo, e se il Brasile fosse terminato primo nel suo, le due squadre non avrebbero potuto incrociarsi se non in finale".

Nel 1997 il Paese organizzatore (Francia) e quello detentore del trofeo di quattro anni prima (il Brasile) furono le prime due teste di serie scelte nel corso del soggetto della Coppa del Mondo 1998, la prima con l’allargamento a 32 squadre. La nazionale verdeoro – ha scritto ancora il sito di Sky – finì nel girone A (con Scozia, Marocco e Norvegia) chiudendo a sei punti. La Francia nel gruppo C con Danimarca, Arabia Saudita e Sudafrica. Les Bleus finirono a punteggio pieno la prima fase. Platini ha rivelato che il loro collocamento nel tabellone non fu affatto casuale, come imponevano le regole della Fifa. Poi ha aggiunto: "Non ci siamo annoiati durante i sei anni trascorsi nell'organizzazione della Coppa del Mondo. Ccredete che gli altri non abbiano fatto cose simili prima? Francia-Brasile era il sogno di tutti".

Leggi anche l'articolo sulla Gazzetta dello Sport.

Se in Italia molti hanno applaudito la scelta della Federazione di affidare la Nazionale a Roberto Mancini, a San Pietroburgo c’è chi addirittura festeggia. Il tecnico di Jesi, del resto, non ha lasciato un buon ricordo in Russia nel suo primo e unico anno alla guida dello Zenit. Quinto posto in campionato, l’eliminazione ai sedicesimi di finale di Europa League ad opera del Lipsia, un gioco mai spumeggiante (ben 8 pareggi per 0-0 in stagione), alcuni problemi nello spogliatoio con giocatori storici, Kerzhakov su tutti, e in generale un feeling mai scattato con i tifosi e la piazza. C’è anche chi fa notare che i problemi della squadra del Presidente Fursenko, che aveva fortunatamente voluto Mancini, siano iniziati proprio dopo l’eliminazione dell’Italia dai mondiali e alle voci che davano il tecnico tra i papabili alla panchina azzurra. Era dal 2009 che la squadra russa arrivava nelle prime tre posizioni del campionato. Era dal 2008 che non faceva così pochi punti. 

I casi Dzyuba e Shatov

Artyom Dzyuba and Oleg Shatov sono stati i giocatori dello Zenit maggiormente penalizzati dall’arrivo di Mancini. I due, messi rapidamente ai margini della squadra, hanno ottenuto però la loro rivincita dopo essere stati ceduti in prestito, durante il mercato di riparazione, all’Arsenal Tula e al Krasnodar. La vicenda che ha riguardato il primo, in particolare, ha fatto molto rumore gettando ombre sulla gestione dell’allenatore italiano. L’attaccante, classe 1988, non avrebbe dovuto giocare la partita contro il suo ex club visto che nell’accordo per il suo trasferimento c'era una clausola che glielo impediva. Pur di scendere in campo, però, l’attaccante ha pagato personalmente i 150mila euro di penale. Il suo gol, all’89esimo, quello del 3-3, ha completato la più incredibile delle sceneggiature sportive. Una vendetta festeggiata, davanti a Mancini, così.

“Ma quanto ti lamenti?”

A marzo, con la squadra in crisi di risultati e identità, Mancini si è reso protagonista di un altro episodio che ha riguardato stavolta la stampa russa. Dopo l’ennesimo pareggio per 0-0, contro il modesto Rostov, il tecnico aveva attaccato la società rea di non aver comprato nessun attaccante da affiancare a Kokorin, fino a quel momento uno dei pochi a segnare con continuità. Una risposta che non ha convinto i giornalisti pronti a sottolineare lo stile “lamentoso” del tecnico italiano: “Non mi lamento, sto solo rispondendo alle tue domande. Sei tu che ti stai lamentando del fatto che mi lamento”.

Il lutto

Per ESPN, invece, una delle ragioni della terribile stagione vissuta dallo Zenit è riconducibile alla morte di Kostantin Sarsania, storico direttore sportivo, arrivato nel 2006 dopo che la Gazprom aveva acquistato il club, e punto di riferimento imprescindibile tra la dirigenza e la squadra. L’uomo che aveva decretato la rinascita del club e i suoi successi in patria e in Europa. Una morte improvvisa che ha colpito e scioccato l’ambiente.

Se ne va anche Criscito (ma lui sarà rimpianto)

Mancini non è l’unico italiano che ha lasciato San Pietroburgo. Dopo sette anni in campo, una fascia da capitano indossata, due figli nati in Russia, anche Domenico Criscito torna in Italia. Destinazione Genova, sponda Grifone, per il più classico dei ritorni. E se i tifosi hanno pianto di gioia, usando anche l’hashtag #ManciniOut, per la partenza dell’allenatore, hanno versato altrettante lacrime per la partenza del difensore napoletano. Piangere come una fontana, una metafora che per molti sostenitori dello Zenit, alla partenza di Criscito, si è trasformata in realtà.

Il Giro 101 si concede una giornata di pausa dopo la scalata del Gran Sasso vinta da Simon Yates ed è tempo per i corridori di recuperare le energie in vista di una seconda settimana che si preannuncia difficile, con il “mostro” Zoncolan all’orizzonte.

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La Maglia Rosa è sulle spalle di Simon Philip Yates. Il britannico della Mitchelton-Scott è il vero protagonista della prima settimana di corsa: oltre alla Rosa, indossa anche la maglia Azzurra di miglior scalatore, ha vinto la tappa del Gran Sasso, ha fatto un figurone sull’Etna e ha letteralmente rubato la scena ai tre favoritissimi della vigilia, cioè Fabio Aru, Chris Froome e Tom Dumoulin. Quest’ultimo è l’unico che ha risposto “presente” in queste prime 9 tappe, mentre l’italiano e il britannico sono parsi molto appannati, soprattutto sul Gran Sasso, dove hanno accusato ritardi notevoli che li hanno messi fuori dalla top ten della classifica. Il britannico, plurivincitore del Tour, ha sofferto ben diverse cadute, come quella nello spostamento prima della crono di Gerusalemme e un’altra nella salita verso Montevergine di Mercogliano sabato.

Rispetto ai Grandi Giri vinti, Froome per la prima volta chiude la prima settimana senza indossare la maglia di leader. Nei Tour 2013, 2015, 2016, 2017 e alla Vuelta 2017 Froome era sempre arrivato a vestire la maglia di leader entro il termine della prima settimana. Situazione inedita per il britannico, che per conquistare il Giro dovrà fare molto di più e di fatto inaugurare un nuovo modo di vincere un Grande Giro.

Fra le note positive di questo Giro figura certamente anche il colombiano Esteban Chaves, primo sull’Etna e terzo sul Gran Sasso, dove però ha perso la maglia azzurra a scapito del compagno di squadra Yates. Il salomonico arrivo sull’Etna con Chaves primo e Yates secondo ha mostrato un rapporto eccellente fra i due dominatori del Giro sin qui. Ma sarà così fino alla fine? Oppure la rivalità si accenderà, come accadde al Giro 2004 fra i due alfieri della Saeco, ovvero Damiano Cunego e Gilberto Simoni?

Per quanto riguarda le altre classifiche spicca la maglia bianca dell’ecuadoriano Richard Carapaz che ha vinto di forza a Mercogliano ed è uno dei corridori più in vista di questa prima settimana. La maglia Ciclamino è finora sulle spalle dell’italiano Elia Viviani della Quick Step Floors, che ha piazzato una doppietta di forza in Israele ma ha subito l’avvicinamento di Sam Bennett che lo ha fulminato sul traguardo per velocisti di Praia a Mare. La sfida si rinnova nella seconda settimana negli arrivi piani di Imola e Nervesa della Battaglia. 

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La tappa che fin qui ha plasmato la classifica è stata quella con l’arrivo sull’Etna, con Mercogliano e soprattutto il Gran Sasso che l’hanno poi puntellata. Yates si è difeso molto bene a cronometro e sull’Etna ha inflitto a Dumoulin un distacco sufficiente (anche grazie agli abbuoni) per stargli davanti, sfilando poi la Rosa all’outsider Rohan Dennis, staccatosi nettamente proprio sul Vulcano. Il Gran Sasso ha invece messo in grande difficoltà Fabio Aru e Chris Froome, con ritardi sopra al minuto. Le alture, fin qui, mostrano che le gambe migliori per affrontare la settimana dello Zoncolan sono quelle di Yates, Chaves, Pinot, Carapaz e Pozzovivo; in difesa Dumoulin, che però rimane sempre un serio candidato alla vittoria, mentre degne di nota sono state le prestazioni di George Bennett e Miguel Angel Lopez.

La seconda settimana del Giro 101

Nel corso degli anni il Giro ha alternato programmi sempre abbastanza diversi come distribuzione delle 21 tappe, soprattutto di quelle iniziali (anche se la settimana finale è quasi sempre stata preceduta da un giorno di riposo) ma dal 2013 a oggi la formula pare essersi stabilizzata. Dal 2013 a oggi, infatti, il Giro sposa una formula consolidata che prevede due soste collocate dopo la nona e la quindicesima tappa, soste che anticipano seconda e terza settimana di gara. Nei casi con partenza dall’estero (Gran Bretagna e Irlanda 2014, Olanda 2016, Israele 2018) o da un’isola (Sardegna 2017) si è aggiunta pure una sosta “tecnica” per i trasferimenti dopo la terza tappa. Nei Giri 2013 e 2015, invece, la prima sosta è arrivata dopo la prima settimana e mezzo di corsa, cioè dopo la nona tappa. Come “prima settimana”, però, intenderemo d’ora in poi – anche nei grafici – la prima parte della corsa (tappe 1-9) indipendentemente dalla presenza o no della sosta per gli spostamenti aerei.

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Da tradizione, questa parte della corsa è quella di difficoltà intermedia: solo nel 2016 l’ultima settimana era in media leggermente più semplice della seconda. Quest’anno invece le due settimane finali sono più o meno simili, con la terza leggermente più dura. Come si vede dal grafico sopra, a livello di difficoltà il Giro 101 pare abbastanza simile al Giro 99 del 2016, che fu un Giro abbastanza anomalo, con una seconda settimana più difficile della terza e con un cambio vorticoso di Maglie Rosa anche in fase avanzate della gara. Tornando al Giro 101, la seconda settimana di corsa partirà in Abruzzo, a Penne, e si chiuderà a Sappada in Friuli-Venezia Giulia.

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La settimana si mostra molto equilibrata per ciò che riguarda la composizione delle tappe e dei chilometri. Il colpo d’occhio offerto dal grafico sottostante lo mostra in modo immediato: due tappe su sei sono per passisti e finisseur, due per velocisti e due per scalatori puri. La prima delle due tappe di alta montagna è la vetta più dura, la più temuta: il tremendo Monte Zoncolan, da scalare per il versante di Ovaro per la quinta volta consecutiva.

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La difficoltà aumenta rispetto alla prima settimana: le vette dello Zoncolan portano l’organizzazione a assegnare 5 stelle di difficoltà (e non potrebbe essere altrimenti) alla tappa che porta da San Vito al Tagliamento a Ovaro.

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La seconda settimana di corsa che ci apprestiamo a seguire sarà una risalita dell’Italia dal versante adriatico. Le tappe di Gualdo Tadino e Osimo saranno aperte ai cacciatori di tappa che dopo il giorno di riposo potranno sfruttare un po’ di libertà provando qualche colpo di mano. Attenzione quindi a Enrico Battaglin, Tim Wellens (già vincitori di tappa) e Diego Ulissi. Spazio ai velocisti nella parte centrale della settimana con gli arrivi di Imola (con il suo ormai tradizionale passaggio dentro il circuito automobilistico Enzo e Dino Ferrari) e Nervesa della Battaglia. Nel fine settimana però si ritorna a salire. Quella di sabato è sicuramente la tappa più attesa e va da San Vito al Tagliamento fino al Monte Zoncolan.

 

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186 km in cui i corridori dovranno dapprima passare dai Gran Premi della Montagna del Passo Duran e Sella Valcalda, prima degli ultimi 10 infernali chilometri di quella che è ritenuta la salita più dura d’Europa I corridori qui affronteranno pendenze che arriveranno fino al 22%. A meno di debacle, i distacchi fra i big potrebbero essere ridotti (un minuto e mezzo circa?), infatti la pendenza molto dura costringerà i corridori a salire del proprio passo, lasciando pochi spazi ai tatticismi. Corridori come Yates, Chaves, Pinot, Carapaz e Pozzovivo (i più in forma fin qui) potranno fare valere qui le proprie qualità di scalatori e proveranno a mettere in difficoltà gli altri pretendenti alla Rosa, Domoulin in primis – che si è difeso bene fino ad ora –  mentre Aru e Froome dovranno sfruttare l’occasione per rilanciare le proprie ambizioni rosa.

Con la fatica addosso la settimana arriva alla fine con la tappa da Tolmezzo a Sappada, 176 km, con gli ultimi 70 km in cui i corridori affronteranno 3 GPM di seconda categoria quali il Passo Tre Croci (1805 msl), il Passo di Sant’Antonio (1470 msl) e Bosco dei Giavi (1300 msl), prima degli ultimi 7 km tutti in salita con pendenze massime del 10% che porteranno all’arrivo di Sappada posto a 1200 metri sul livello del mare. Questo fine settimana potrà depennare qualche altro nome dal taccuino dei favoriti e mettere e dare a qualcun’altro le chiavi della corsa, ma tutto dipenderà dai distacchi che potranno crearsi in vista della crono della terza settimana che potrebbe rimescolare le carte in gioco. Attenzione quindi ai distacchi che subirà Dumoulin, principale indiziato alla vittoria di tappa della crono all’inizio della terza settimana.

Chi vince la seconda settimana è a (più di) metà dell’opera…

La prima settimana del Giro è per tradizione la settimana che prevede le tappe più “tranquille” del percorso. Nella seconda e terza settimana, invece, i giochi iniziano a farsi decisamente più complicati. Ed è proprio che quando il livello si alza che i campioni escono allo scoperto. Se guardiamo ai Giri più recenti (dal 2000 a oggi), notiamo che arrivare in testa alla fine della seconda settimana molto spesso lanci i corridori verso la vittoria finale.

Su 18 Giri negli Anni 2000, 12 volte chi era in testa a due terzi di gara ha poi trionfato. Solo in tre casi (2004, 2013, 2015) chi era in Rosa alla fine della prima settimana l’ha poi tenuta fino alla fine. Riuscirà Yates a entrare in questo club ristretto e a difendersi dagli attacchi dei rivali? Se ci riuscisse, imiterebbe il suo connazionale Froome, specializzato nel prendere la maglia di leader nella prima settimana e conservarla sino alla fine, così come fecero Contador nel 2015 o Nibali nel 2013. Lo scorso anno la seconda settimana fu il momento cruciale per Tom Dumoulin, che prese la Rosa sfruttando la sua specialità, ovvero la cronometro. Maglia sfilata a Quintana (leader al termine della prima settimana) e Rosa conservata fino a tre tappe dalla fine – ma con la consapevolezza che contenendo i distacchi la cronometro finale sarebbe stata la sua consacrazione. Più caotica l’edizione 2016, con Nibali in affanno fino al clamoroso finale e un vorticoso cambio di Rosa ben distribuito nelle settimane di corsa, come si vede anche nel grafico sotto.

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Nella prima settimana solitamente il passaggio della Rosa è decisamente movimentato, probabilmente favorito dalla minore difficoltà che consente anche ai velocisti, a cronoman puri e ai finisseur di accedere alla Rosa. Un’accessibilità che poi, con l’aumento delle asperità, si riduce drasticamente appannaggio di ciclisti completi e con spiccate doti di scalatori. Nel Giro 101 le maglie Rosa sono state “solo” 3, come accadde nel 2014 e nel 2016. La crono iniziale del 2018 ha tagliato fuori i velocisti, ma prima delle salite che hanno (finora) consacrato Yates c’è stato spazio in rosa per l’outsider australiano della BMC Rohan Dennis. Negli ultimi 5 Giri massimo uno-due atleti vestono il Rosa nella seconda quindi nella terza settimana. Fa ancora eccezione proprio il Giro 2016, culminato col capolavoro di Vincenzo Nibali a Sant’Anna di Vinadio nella penultima tappa. Se il 2018 confermerà la sua somiglianza a quel Giro possiamo aspettarci una seconda settimana movimentata? La distribuzione delle tappe fa pensare di no: nei primi quattro giorni le tappe in programma non dovrebbero mettere a rischio la maglia rosa di Simon Yates. Il banco può saltare sullo Zoncolan: le alture friulane potranno ribaltare le sentenze dell’Etna e del Gran Sasso o le confermeranno? Riuscirà Yates a trovare la continuità necessaria per vincere una competizione così difficile come il Giro o gli agguerriti rivali troveranno un modo di arginare il dominio della coppia della Mitchelton-Scott?

Sette volte in sette anni: mai nessuno prima di lei. La Juventus buca i calcoli del tempo, entra nei moti siderali, diviene parte del cosmo come lo vide Pitagora e lo prefigurarono i sapienti caldei ed i loro magi, uomini usi a rimirar le stelle dall’ultimo piano dei loro ziggurat.

Sette erano, secondo loro, i pianeti, e ad ogni pianeta corrispondeva un cielo e tutti insieme facevano il cosmo: la perfezione e la totalità. Poi si accorsero che la Luna ha fasi divisibili per sette, e loro divisero per questo in sette la scansione del tempo. Talmente tanto precisa, l’idea, che anche il Creatore dell’Antico Testamento il settimo giorno si riposò, a godersi la meraviglia del suo stesso lavoro.

Il Sole sorge sul 7 

Sette come un mondo diviso in tre, tra cielo, terra ed inferi, ma teso verso quattro punti cardinali. Diceva Dante: “Surge ai mortali per diverse foci la lucerna del mondo; ma da quella che quattro cerchi giugne con tre croci, con miglior corso e con migliore stella esce congiunta, e la mondana cera più a suo modo tempera e suggella”. Il Sole sorge sul 7, e tutto riscalda con la sua luce e a tutto dà la vita.

Il Teorema del 7

Del resto 3+4 fa 7, e se ne accorse anche Pitagora che, per spiegare il concetto della monade come base e sintesi del cosmo si rifaceva ad una costruzione di quadrati e triangoli cui si deve il suo teorema più famoso. E la dea sumera Ishkar, progenitrice dell’umanità e prototipo di Venere e di Astarte, sette figli ebbe per riempire il mondo di marmocchi. Si chiamavano Sibittu, nome dietro al quale qualsiasi cultore dilettante di glottologia potrà trovare un’incontestabile radice etimologica: quella che porta al “sieben” tedesco e al “seven” inglese, per non dire al quasi identico “septem” latino.  

Sette divenirono in cielo le stelle dell’Orsa Maggiore, e gli uomini suonarono sulle sette note di Fra’ Guido pizzicando le sette corde di una chitarra. Intanto si avvicinavano al Paradiso con i sette sacramenti, o restavano ancorati sulla Terra con i sette peccati capitali.

Il numero dell'eterno e della fine del mondo

Sette: l’incommensurabile, la moltitudine. Nelle Fiabe Italiane di Italo Calvino esiste il personaggio di Ammazzasette, tale e quale a quello dei Fratelli Grimm che, si sa, scavavano nell’inconscio della tradizione germanica precristiana. Nel Vangelo, poi, si invita a perdonare settanta volte sette: per sempre, senza tregua.

Numero magico, il sette resiste ancora come Settebello nelle carte, eredi sbiadite ed addomesticate dei tarocchi, mentre ili suo potere evocativo è stato, inevitabilmente, intuito e sfruttato da Hollywood: I Magnifici Sette, Sette spose per sette fratelli.

Ma anche il cinema d’autore ebbe I sette samuari ed Il settimo sigillo. Che poi è quello che, una volta rotto, scatena l’Apocalisse e la fine del mondo.

Sì, perché il sette è compimento, perfezione, e quindi in sé contiene anche un significato escatologico, l’idea della fine e della necessità di un inizio. Sette sono le notti, nel racconto di Gilgamesh, in cui si scatena il Diluvio Universale.

Il settimo giorno chiude il ciclo della settimana. E 7 è la cifra di colui che, anche quest’anno, ha negato alla Juventus la possibilità di vincere la Champions: CR7. Ancora una volta lui. Destinaccio maledetto.

E vatti a consolare con il fatto che dopo il 7 c’è sempre l’8, che otto sono i lati dei battisteri paleocristiani, che indicavano nell’ottavo giorno la Resurrezione e la rinascita, e che l’ottagono è nella simbologia cristiana la figura geometrica perfetta in quanto sintesi del quadrato (l’uomo) e del cerchio (Dio e l’universo). O che per i tarocchi è la Giustizia, ma anche la pianta di ispirazione graalica di Castel del Monte.

Perché anche il 7, come la Forza, ha il suo lato oscuro: sette infatti sono anche le finali in cui la Champions è stata negata alla Signora che oggi ha fatto 7. 

La Juventus è campione d’Italia per la settima volta consecutiva. È bastato pareggiare 0-0 all’Olimpico contro la Roma (che mantiene così il terzo posto in classifica ad una giornata dalla fine) per vanificare il tentativo di rincorsa del Napoli vincitore per 2-0 della sfida a Marassi contro la Sampdoria. Roma-Juventus è stata gara vera nel primo tempo e nei primi 25’ della ripresa, fino all’espulsione di Radja Nainggolan per doppia ammonizione. Poi Le due squadre si sono accontentate del pareggio. La Juventus ha stabilito un record storico, mai raggiunto da una squadra italiana nel campionato di Serie A. 

Sette volte in sette anni: mai nessuno prima di lei. La Juventus buca i calcoli del tempo, entra nei moti siderali, diviene parte del cosmo come lo vide Pitagora e lo prefigurarono i sapienti caldei ed i loro magi, uomini usi a rimirar le stelle dall’ultimo piano dei loro ziggurat.

Sette erano, secondo loro, i pianeti, e ad ogni pianeta corrispondeva un cielo e tutti insieme facevano il cosmo: la perfezione e la totalità. Poi si accorsero che la Luna ha fasi divisibili per sette, e loro divisero per questo in sette la scansione del tempo. Talmente tanto precisa, l’idea, che anche il Creatore dell’Antico Testamento il settimo giorno si riposò, a godersi la meraviglia del suo stesso lavoro.

Il Sole sorge sul 7 

Sette come un mondo diviso in tre, tra cielo, terra ed inferi, ma teso verso quattro punti cardinali. Diceva Dante: “Surge ai mortali per diverse foci la lucerna del mondo; ma da quella che quattro cerchi giugne con tre croci, con miglior corso e con migliore stella esce congiunta, e la mondana cera più a suo modo tempera e suggella”. Il Sole sorge sul 7, e tutto riscalda con la sua luce e a tutto dà la vita.

Il Teorema del 7

Del resto 3+4 fa 7, e se ne accorse anche Pitagora che, per spiegare il concetto della monade come base e sintesi del cosmo si rifaceva ad una costruzione di quadrati e triangoli cui si deve il suo teorema più famoso. E la dea sumera Ishkar, progenitrice dell’umanità e prototipo di Venere e di Astarte, sette figli ebbe per riempire il mondo di marmocchi. Si chiamavano Sibittu, nome dietro al quale qualsiasi cultore dilettante di glottologia potrà trovare un’incontestabile radice etimologica: quella che porta al “sieben” tedesco e al “seven” inglese, per non dire al quasi identico “septem” latino.  

Sette divenirono in cielo le stelle dell’Orsa Maggiore, e gli uomini suonarono sulle sette note di Fra’ Guido pizzicando le sette corde di una chitarra. Intanto si avvicinavano al Paradiso con i sette sacramenti, o restavano ancorati sulla Terra con i sette peccati capitali.

Il numero dell'eterno e della fine del mondo

Sette: l’incommensurabile, la moltitudine. Nelle Fiabe Italiane di Italo Calvino esiste il personaggio di Ammazzasette, tale e quale a quello dei Fratelli Grimm che, si sa, scavavano nell’inconscio della tradizione germanica precristiana. Nel Vangelo, poi, si invita a perdonare settanta volte sette: per sempre, senza tregua.

Numero magico, il sette resiste ancora come Settebello nelle carte, eredi sbiadite ed addomesticate dei tarocchi, mentre ili suo potere evocativo è stato, inevitabilmente, intuito e sfruttato da Hollywood: I Magnifici Sette, Sette spose per sette fratelli.

Ma anche il cinema d’autore ebbe I sette samuari ed Il settimo sigillo. Che poi è quello che, una volta rotto, scatena l’Apocalisse e la fine del mondo.

Sì, perché il sette è compimento, perfezione, e quindi in sé contiene anche un significato escatologico, l’idea della fine e della necessità di un inizio. Sette sono le notti, nel racconto di Gilgamesh, in cui si scatena il Diluvio Universale.

Il settimo giorno chiude il ciclo della settimana. E 7 è la cifra di colui che, anche quest’anno, ha negato alla Juventus la possibilità di vincere la Champions: CR7. Ancora una volta lui. Destinaccio maledetto.

E vatti a consolare con il fatto che dopo il 7 c’è sempre l’8, che otto sono i lati dei battisteri paleocristiani, che indicavano nell’ottavo giorno la Resurrezione e la rinascita, e che l’ottagono è nella simbologia cristiana la figura geometrica perfetta in quanto sintesi del quadrato (l’uomo) e del cerchio (Dio e l’universo). O che per i tarocchi è la Giustizia, ma anche la pianta di ispirazione graalica di Castel del Monte.

Perché anche il 7, come la Forza, ha il suo lato oscuro: sette infatti sono anche le finali in cui la Champions è stata negata alla Signora che oggi ha fatto 7. 

Tutto da rifare per i diritti televisivi delle partite di Serie A nei tre prossimi campionati, fino al 2021. La decisione con cui il giudice civile di Milano Claudio Marangoni ha annullato il bando della società spagnola Mediapro​ per la redistribuzione dei diritti ottenuti lo scorso 5 febbraio dalla Lega Calcio mette a rischio, a poco più di tre mesi dal previsto avvio della stagione, la trasmissione degli incontri della massima serie, a partire dai primi appuntamenti in campo, il 19 agosto.

Il magistrato ha deciso di confermare la sospensione d'urgenza del bando di Mediapro, ottenuta da Sky il 16 aprile scorso. Venerdì 4 maggio si era tenuta l'udienza tra le parti e, al termine, il giudice si era riservato la decisione. A questo punto, Mediapro ha 15 giorni di tempo per presentare ricorso ma potrebbe riformulare il bando tenendo conto di quanto scritto dal giudice nella sua decisione.

Il 5 febbraio, la società di Barcellona aveva ottenuto, con un'offerta di mille euro superiore alle richieste minime della Lega di serie A, l'assegnazione dei diritti tv per il prossimo triennio ma Sky, detentrice dei diritti fino alla stagione in corso, aveva chiesto alla Lega di considerare inammissibile l'offerta di Mediapro. La società italiana del gruppo Murdoch ha apprezzato la scelta del magistrato milanese: "il Tribunale ha fatto chiarezza a beneficio di tutti gli operatori. Siamo pronti a valutare un'offerta per i diritti tv".

Secondo il provvedimento del giudice, quella di Mediapro è "un'operazione commerciale" che potenzialmente potrebbe causare "gravi squilibri nel mercato" configurando un "abuso di posizione dominante" da parte della societa' spagnola. "In forza della sua posizione dominante – si legge nel provvedimento – Mediapro condiziona la cessione dei diritti alla contestuale cessione di servizi economicamente separabili e il cui collegamento con il prodotto principale non pare sostenuto da esigenze effettive di collegamento tra essi".

In ogni caso, secondo il magistrato, "i tempi ancora disponibili sembrano consentire la ripresa di una procedura di gara avente diversi contenuti nelle sue proposte di pacchetti". Con il suo provvedimento, il giudice, oltre ad accogliere la domanda cautelare di Sky Italia nei confronti di Mediapro Italia, "inibisce alla parte resistente l'ulteriore prosecuzione del procedimento di gara connesso all'invito a presentare offerte del 6 aprile 2018" e condanna la società spagnola "al rimborso delle spese in favore della ricorrente, liquidate in 15mila euro per compensi e 600 euro per spese oltre al rimborso spese generali e oneri di legge".

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