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Il Napoli e l'Inter sono fuori dalla Champions. La squadra di Ancelotti ha perso ad Anfield in casa del Liverpool. Decide un gol di Salah nel primo tempo. Fuori anche l'Inter, che pareggia con il Psv Eindoven dopo essere andata in svantaggio nel primo tempo. Il gol di Icardi illude i neroazzurri che però escono dalla competizione per il pareggio tra Tottenham e Barcellona, che penalizzano la squadra di Spalletti per differenza reti. 

La Giovanna d’Arco dello Sport, al secolo Amelie Mauresmo, è molto più socievole della Pulzella d’Orléans, ma è ugualmente travagliata e complicata.

Nata il 5 luglio del 1979 nella piccola Saint-Germain-en-Laye, vicino Parigi, a 4 anni è rimasta fulminata davanti alla tv guardando Yannick Noah che vinceva il Roland Garros ed ha imbracciato una racchetta da tennis, a 16 ha conquistato Roland Garros e Wimbledon juniores incantando il mondo con tocchi melliflui e repentine discese a rete e chiudendo la stagione da numero 1 di categoria, a 18 è entrata in nazionale di Fed Cup chiamata da capitan Noah, il suo idolo, a 19 si fece battere psicologicamente prima ancora della finale dall’avversaria, Martina Hingis, schiacciata da un’unica frase: “Guardate, quanti muscoli, è un mezzo-uomo, ha anche la fidanzata…”.

Andy Murray e Amelie Mauresmo (AFP)
 

Reagì, attaccando: “Amo Sylvie e sono felice”. Sbandierando in mondovisione un outing che, nel tennis, fra tantissimi, sofferti, silenzi avevano osato solo due personalità imponenti come Billie Jean King e Martina Navratilova. Uno choc: “Fu dura, molto dura. Non l’ho mai rimpianto, ma avrei potuto farlo in modo più soft. Non mi sarei mai immaginato l’impatto che avrebbe avuto. Tutti gli occhi erano su di me, e mi ha causato delle questioni familiari che non sono state facili da gestire".

Oltre agli sponsor  anche il padre le chiuse le porte in faccia fin quasi in punto di morte, nel 2013. Amelie sembrò eclissarsi, poi, nel 2004, riesplose con la semifinale di Wimbledon mezza-vinta contro Serena Williams, il bronzo olimpico, battendo Justine Henin, l’ascesa al numero 1 del mondo, nel 2005 firmò il Masters e nel 2006 si aggiudicò il primo Slam, agli Australian Open, però solo con mezzo sorriso perché sia Clijsters che Henin si ritirarono per problemi fisici, con la francese nettamente in vantaggio.

Amelie Mauresmo (AFP)
 

Ma si prese ampiamente la rivincita conquistando Wimbledon, eguagliando la mitica Suzanne Lenglen. Per di più giocando prevalentemente servizio-volée, una mosca bianca fra le monotone picchiatrici da fondo. Proprio come il suo amico Noah dopo il Roland Garros 1983, anche la Mauresmo staccò la spina dal tennis, la riattaccò, senza però più ritrovare quel livello di intensità e quei risultati. Dedicandosi al capitanato di Fed Cup, quindi al ruolo di coach, nel 2010, di Michael Lodra, nel 2012 di Vika Azarenka, nel 2013 di Marion Bartoli e nel 2014-2016 di Andy Murray, il suo cliente più famoso e femminista.

Amelie Mauresmo (AFP)
 

Che l’ha sempre difesa dai media britannici quando i risultati non arrivavano, e che l’ha attesa quando Amelie è rimasta incinta di un anonimo donatore, fierissima, mamma gay.  Ora non contenta del primato di donna che allena colleghi uomini di primo livello, fa ancora scalpore con le sue scelte: il suo idolo Noah le ha passato il testimone di capitano di coppa Davis e lei, dopo il primo sì, ha rifiutato, per lanciare una sfida anche maggiore, rilanciare il giovane più credibile di Francia, il 24enne Lucas Pouille, già pupillo proprio di Noah, ma reduce da un’annataccia.

Amelie Mauresmo (AFP)
 

Che ha twittato: “Sono ben felice di avere Amelie Mauresmo come coach. Ha l’esperienza e le capacità per aiutarmi a centrare i miei obiettivi. Sono sicuro che ci attendono grandi cose”. Che è successo, Amelie? Lei, sempre sincera, diretta, onesta, ha spiegato: “Avevo dei dubbi su che cosa volessi fare veramente e su che cosa mi facesse vibrare di più. Ho riflettuto molto sul nuovo formato di Coppa, che non mi soddisfa. A ottobre, avevo comunque optato per la nazionale, quando Lucas (Pouille) m’ha sollecitata, anche se i giocatori che ho interpellato mi hanno dato via libera sulla eventualità di tenere il doppio incarico, sono arrivata alla conclusione che non era realistico: sarebbero comunque sopraggiunte delle tensioni.

È stato molto difficile scegliere: Luca ha fatto un discorso che mi è piaciuto e io ho sempre reagito meglio, come sensazioni, davanti alle sfide”. Da Giovanna d’Arco dello sport.

Se siete stanchi di vedere e sentire la parola "trap" ovunque, ora potreste fare un’eccezione. Soprattutto se amate il mondo del pallone, i grandi allenatori e i profili che hanno fatto la storia dello sport italiano. Da qualche mese sui social ha fatto irruzione IL Trap. Sì, proprio lui. Giovanni Trapattoni, lo storico mister che ha guidato alcune tra le più forti squadre italiane (Milan, Juventus e Inter) e straniere (Bayern Monaco) oltre alla nazionale azzurra (chi non ricorda la sua epica la sua sfortunata cavalcata in Giappone e Corea nel 2002?), e quella irlandese con cui ha chiuso, nel 2013, la sua lunga e vittoriosa carriera. Ora, in questa nuova fase della vita e in questo momento storico difficile, ha deciso di mettere a disposizione delle nuove generazioni la sua esperienza e la sua voglia di sognare. E per farlo ha deciso di utilizzare il loro linguaggio, quello dei social, diventando "multitasking" e provando, con il sorriso, a fare i conti con quegli arnesi infernali messi a disposizione dal progresso e dalla tecnologia.

I social network per un quasi ottantenne

Giovanni Trapattoni è nato il 17 marzo del 1939. Tra poco più di tre mesi soffierà su una torta adornata da ottanta candeline. Eppure, nonostante abbia la possibilità di godersi al sua meritata pensione, non ha alcuna intenzione di smettere di capire il mondo che lo circonda. Compreso quello dei social. Per questo si è affidato ad alcuni professionisti, i video sono estremamente curati nel girato e nella sceneggiatura, per sbarcare sulle piattaforme più famose, Twitter Instagram e Facebook, con un unico generale comandamento: non prendersi sul serio, mai. Neanche quando si vuole trasmettere messaggi positivi o si vuol ricordare pezzi storici della propria esistenza calcistica e no. Una dimostrazione? Il video "digital problems" sulle lotte infinite che ognuno di noi ha fatto davanti alla scelta di una "password".

La strategia de #IlTrap

Il repertorio a cui attingere, del resto, è vastissimo. Oltre alle vittorie sui campi di gioco di tutto il mondo, Trapattoni è diventato noto per le sue simpatiche gaffe con la lingua italiana e tedesca e per l’uso di alcuni tra i detti proverbiali popolari più famosi. Da “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco” al monologo di Strunz durante una conferenza stampa che ha fatto storia, dall’aspersione dell’acqua santa davanti alla panchina al fischio, rigorosamente fatto con i due mignoli in bocca, con cui richiamava all’ordine i suoi giocatori. Ed è proprio da qui che sta partendo la sua campagna social. Gli hashtag #nondiregatto e #fischiailtrap hanno le potenzialità di diventare dei veri tormentoni. Con un'alternanza di contenuti (foto, video, aggiornamenti di stato) pubblicati con grande ordine ed eleganza. Esempio è il profilo instagram, inaugurato con la stories dal titolo "calcio d'inizio", suddiviso in te tipologie di contenuti ben distinti. Un po' la stessa strategia che abbiamo adottato con il profilo dell'Agenzia Italia a dirla tutta.

Ma cosa scrive il mitico Trap sui social?

Se da una parte c’è grande attenzione all’attualità, come dimostrato dai messaggi di vicinanza per Gianluca Vialli e il ricordo toccante dell’amico recentemente scomparso Gigi Radice, dall’altra c’è la volontà di insegnare alle nuove generazioni in valori principali dello sport. Quelli che oggi, tra violenza e soldi, sembrano sbiaditi. Trapattoni gioca con le foto di quando è ragazzo, ricorda gli oltre trenta trofei conquistati, confida che è la voglia di vincere e di farcela ad averlo guidato in tutti questi anni. Non è un caso, insomma, che il suo primo messaggio sia proprio questo: "Mai smettere due cose nella vita: imparare e sorridere!". E quella de #ILTrap, di sicuro, è una musica che mette tutti d'accordo.

Ci sono nomi, nello sport, che si pronunciano a fatica, sono troppo pesanti anche solo per metterli a paragone con quelli di grandi speranze, anche aggiungendoci il fatidico “nuovo”. Uno di questi, nel basket, è Drazen Petrovic, la mitica guardia-tiratrice di Sebenico che ha fatto grande prima l’ex Jugoslavia e poi la Croazia, per quindi trasformarsi nel geniale pioniere dell’emigrazione delle stelle europee nella Nba, dove si è esaltato fino a diventarne un eroe, spegnendosi ad appena 28 anni in un incidente d’auto nel 1993 (replicando la triste fine di quell’altro fenomeno, Radivoj Korac, nel 1969).

Ebbene, solo oggi, a distanza di venticinque anni, c’è un altro nome che si stacca perentoriamente dal selezionato gruppo di pretendenti a quell’eredità e si segnala come il nuovo fenomeno che possa replicare le imprese dell’immenso Petrovic, “il Mozart dei canestri”. Si chiama Luka Doncic, è lo sloveno di Lubiana che è transitato anche lui dal Real Madrid all’Nba, e col nomignolo di “Ragazzo dei sogni” regala gli stessi squarci di genio e la medesima, unica, facilità dei campioni immortali, sempre come immancabile e implacabile tiratore, sempre come atleta agile, creativo, non altissimo: 2.01 il biondo di 99 chili (molti messi su in estate), 1.96 Drazen di 91 chili. Misure vicinissime, considerate le epoche diverse.

Un esordio precocissimo nell'Nba

Doncic arriva all’Nba ad appena 19 anni, ancor prima di Drazen che ci riuscì a 25, e ci arriva sulla scia di una stagione trionfale con la nazionale slovena che ha portato al primo, storico, titolo europeo e alla duplice affermazione, campionato ed Euroleague col Real, peraltro come Mvp della Liga spagnola, di quella europea e anche delle final four di coppa. Terza scelta ai draft, è stato scambiato dagli Atlanta Hawks coi Dallas Mavericks in cambio della prossima prima scelta. E, dopo un’estate a far pesi in palestra, sta facendo meraviglie già da rookie, mentre Petrovic all’inizio stentò.

Sabato Luka il biondo con la faccia da putto ha deciso, da solo, il 107-104 contro Houston. Tanto che il profilo Twitter dei Mavs ha raccontato l’impresa così: “Quella volta in cui Luka Doncic ha realizzato un parziale di 11-0 da solo…”. Per raccontare i quattro canestri di fila coi quali a meno di tre minuti dalla fine l’asso sloveno ha rovesciato la partita dal -8: ha infilato una tripla dall’angolo davanti alla panchina dei Rockets, ne ha piazzata una frontale contro Clint Capela per il -2, ha inventato una tiro in galleggiamento per il pareggio, quindi ha centrato la tripla del sorpasso contro Capela, fintando la penetrazione e poi facendo un passo indietro sulla linea dei tre punti. In un crescendo strepitoso, un bolero elettrizzante, una parentesi magica che ha ricordato proprio le fiammate irrefrenabili di Drazen Petrovic.

Proprio come il croato, anche lo sloveno ha una naturale abilità nel trascinare le folle, ma Luka è più dolce nel viso e nei modi del “diavolo di Sebenico” che era proprio cattivo, in campo. Sabato, all’intervallo, dopo il brutto 3/13 dal campo e i soli 10 punti realizzati, il pubblico ha preso a intonare “Halleluka”, la canzone di Leonard Cohen personalizzata su di lui. Caricandolo al massimo. “E’ chiaro che Doncic ha una predisposizione per questi momenti: non ha paura di nulla, ha messo insieme tre-quattro minuti assolutamente unici”, ha chiosato coach Rick Carlisle. Che sta imparando a conoscere il “ragazzo dei sogni”. Avrebbe detto lo stesso di "Mozart".

Un po’ calendario un po’ presepe. Il Napoli calcio si è adattato alla tradizione popolare molto sentita nella città partenopea e già dal 2008 è sbarcato in edicola, per accompagnare mese per mese la vita dei tifosi con un prodotto singolare, unico, che propone la squadra fuori dal campo. Un souvenir che partecipa alla vita del capoluogo della Campania ed è più vicina che mai a chi, di settimana in settimana, vive con affetto e passione le gesta sportive degli azzurri, instaurando un rapporto davvero speciale fra squadra e popolazione. 

Il calendario-presepe è davvero un’iniziativa commovente ma anche ironica, proprio com’è il teatro napoletano, una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche della città, con un fondamentale contributo al teatro italiano dalla maschera di Pulcinella all’arte di Eduardo Scarpetta, da Raffaele Viviani ai fratelli De Filippo, da Totò a Nino Taranto, da Salvatore Di Giacomo a Massimo Troisi. Transitando per il Salone Margherita e, soprattutto, tutti i giorni, per strade, stradine e vicoli di Napoli, riproponendo e rielaborando in modo popolare fatti di vita e di storia.

Ecco così che il primo calendario della SSC Napoli, nel 2008, era caratterizzato da alcune suggestive immagini della città: la spiaggia di Posillipo, la collina del Vomero, il golfo, con protagonisti l’allenatore, Edy Reja e un giovane Marek Hamsik. Nel 2009, la copertina riproponeva il film “La Banda degli onesti”, con tanto di falsari che stampavano non già carta moneta, ma l’etichetta dello storico sponsor. Con all’interno divertentissime riproduzioni di vita quotidiana, a cominciare da un Hamsik più avvinto da una prosperosa venditrice che dalle meravigliose mozzarelle.

Nel 2010, l’allenatore, Walter Mazzarri, fungeva in copertina da direttore d’orchestra, coi suoi calciatori che suonavano tutt’intorno uno strumento musicale, e all’interno i giocatori recitavano anche da guardaspalle di una bella attrice. Nel 2011, il filo conduttore era un mix fra il film Operazione San Gennaro, Harry Potter e scenari suggestivi della città, con tanti riferimenti agli sponsor e divertenti riproduzioni dei posti-clou, dalla spiaggia ai vicoli di Napoli. Nel 2012, Marco Ferrigno, noto maestro dell’arte presepiale napoletana, inseriva i giocatori in costume da pastore in un presepe napoletano del ‘700, con Hamsik rappresentato da angelo, in cielo.

Nel 2013, spiccava ancora il tema artistico, fra auto-ironia e fascino di luoghi storici (la Reggia di Capodimonte, Villa Floridiana, Castel Sant’Elmo, Villa Pignatelli, le Terme del Foro di Pompei, Castel dell’Ovo, Teatro Bellini) e vedute suggestive, sempre coi calciatori azzurri in bell’evidenza, a partire dal cannoniere Cavani. Nel 2014, sono saliti in cattedra moda e stile di vita italiani in chiave cinematografica, per rendere omaggio ai dieci anni da presidente della società, del produttore Aurelio De Laurentis. Con Higuain in grande evidenza, insieme all’allenatore Benitez.

Nel 2015, l’ispirazione erano Dei ed Eroi dell’Antica Grecia, coi calciatori illustrati come divinità greche e paladini epici inseriti ora nella nascita di Venere, ora nel canto delle sirene che ammaliano Ulisse, ora nella tela di Penelope e nella prova dell’arco, ora nel cavalo di Troia e nel labirinto del Minotauro.

Nel 2016, il tema era la Smorfia Napoletana, e quindi i calciatori assumevano pose e ricreavano situazioni per suggerire i numeri della cabala, con in copertina il professor Maurizio Sarri, novello Bellavista del famoso film. Nel 2017, per il 90° anniversario della società, il calendario ha esaltato il valore artistico e culturale della città, richiamando altri sport e contrapponendo gli atletici fisici dei calciatori a quelli ideali delle statue.

Quest’anno, il calendario del Napoli calcio andrà in edicola il 15 dicembre e in copertina propone il nuovo allenatore, Carlo Ancelotti, che, nelle vesti di Mastro Geppetto, intaglia nel legno un nuovo Pinocchio, al secolo Marek Hamsik, il centrocampista slovacco che, dal 2007 è l’anima della squadra. Sognando di vivere quella favola che sembra sempre più impossibile con questa super Juventus marchiata Ronaldo.

Si può fare bancarotta pur avendo sul mercato il miglior prodotto possibile? Bancarotta vera, non mascherata. La Federazione ginnastica Usa c’è riuscita, malgrado possa sfoderare in vetrina la 21enne Simone Biles, unica nella storia a vincere quattro titoli mondiali, la prima a conquistarne tre consecutivi, la prima con più ori ai Mondiali (14), la più decorata degli Stati Uniti (25 tra Mondiali e Olimpiadi). Eppure, per sopravvivere al più assurdo, vergognoso e terribile scandalo che l’ha travolta, e alle 100 cause di risarcimento di oltre 350 atlete, Usa Gymnastics deve passare per il Tribunale di Indianapolis dove ha sede, ricorrendo al Chapter 11:  consegnare i libri contabili, entrare in amministrazione controllata e sperare di evitare il fallimento. Al quale, subito dopo seguirebbe la cancellazione da parte del Comitato Olimpico nazionale. Ed è davvero giusto così.

Perché nessuno aveva creduto alle accuse?

Tutto il paese si chiede come sia possibile che per decenni il medico federale, Larry Nassar, possa aver molestato ed abusato senza controllo tante ragazze che le famiglie affidavano alla federazione. E non si accontenta  di aver spedito il mostro in gattabuia per 60 anni per possesso di materiale pornografico e molestie a ragazze e donne mascherando e giustificando i suoi atti come trattamenti medici. Come mai nessuno, negli anni, ha creduto alle tante proteste delle ragazze? Come mai la dirigenza ha continuato a coprire il dottor Nasser anche negli ultimi due anni quando l’ondata delle denunce è aumentato in modo impressionante?

La situazione è insostenibile. Kathryn Carson, neo presidente del comitato dei direttori di USA Gymnastics – quando i buoi scappano si chiude la stalla, e oggi il vertice della federazione è molto più folto e selezionato – vuole assolutamente accelerare questa delicata fase dopo il fallimento di tutti i tentativi di mediazione. Le coperture finanziarie saranno garantite dalle assicurazioni stipulate in precedenza, con l’intento di ripartire al più presto: “Non è una liquidazione, è una riorganizzazione”. Anche se il procuratore John Manly, che rappresenta decine di querelanti, accusa l’organizzazione di continuare a "infliggere dolore inimmaginabile ai sopravvissuti" ed incoraggia gli investigatori a "raddoppiare" i loro sforzi. Perché la dichiarazione di bancarotta della federazione è la più chiara ammissione di colpevolezza di chi è incapace di proteggere i suoi atleti dagli abusi di un proprio dipendente. Visto che Nasser, partendo dalla Michigan University, ha collaborato sin dal 1986 con Usa Gymnastics. 

Un crac finanziario e morale

La bancarotta morale e quindi l’assalto di circa 5000 creditori delle cause civili intentate da ogni parte del paese ha frantumato il tesoretto federale, calcolato in almeno 50 milioni di dollari. Il più tartassato è l’ex presidente e amministratore delegato Steve Penny: s’era dimesso a marzo dell’anno scorso, ma un mese fa è stato arrestato perché deve rispondere di 400 mila dollari di risarcimenti danni. E, comunque, in questo caos totale, assillati dai creditori e dalle reprimende morali, oppressi dai sensi di colpa e dai propri errori, il pericolo maggiore per la federazione è quello di essere cancellata dal Comitato olimpico Usa (Usoc). Che, per bocca del suo numero 1, Kathryn Carson, promette: “Pagheremo fino all’ultimo centesimo, abbiamo preso tutte le iniziative per curare e sostenere le ragazze, ci siamo attrezzati al meglio per difendere al meglio, in futuro, i nostri ragazzi e i nostri club”.

Saldare tutti i debiti, economici e morali, è assolutamente indispensabile per guadagnare tempo, recuperare un po’ di credibilità e di fiducia per la nuova dirigenza. Perché la straordinaria procedura di decertificazione da parte dell’Usoc è già iniziata. “Meritate di meglio. Crediamo che le sfide che l’organizzazione deve affrontare siano semplicemente più di quanto sia in grado di superare nella sua forma attuale. E questo non è giusto per le ginnaste in tutto il paese. Fino a qualche settimana fa ho sperato che ci fosse un’altra strada ma ora non lo credo più possibile”, ha scritto in una lettera aperta alla comunità della ginnastica americana il boss del comitato olimpico, Sarah Hirshland, che ha preso il posto di Scott Blackmun, rimesso proprio per il suo immobilismo nello scandalo Nassar.

Quel numero, 265, che accompagna i casi di abusi sessuali del mostro della Federginnastica sono davvero troppi. Insanabili, anche davanti ai 34 milioni di dollari di risarcimenti nella più incredibile bancarotta dello sport mondiale.

www.sportsenators.it

Il tennis fa quadrato, la federazione Usa fa quadrato, l’Atp Tour fa quadrato: il Gotha delle racchette difende Justin Gimelstob, yankee dal sorriso a 32 denti, figlio della ricca borghesia ebrea, grande speranza da junior ma dal povero pedigree in singolare una volta professionista. Due Slam in doppio misto accanto a Venus Williams, coach pittoresco, telecronista e membro del consiglio dei tennisti professionisti. Accusato, ora, di aggressione.

Il 41enne del New Jersey con residenza a Santa Monica, California, è stato arrestato a Los Angeles la sera di Halloween con l’accusa di percosse ai danni di un ex amico, suo e dell’ex moglie, e rilasciato dopo aver pagato una cauzione di 50mila dollari. Comparirà il 12 dicembre davanti a una corte di tribunale. Randall Kaplan, l’ex amico, sostiene di essere stato aggredito, mentre passeggiava con moglie e figlioletta, da un uomo mascherato come Tom Cruise nel famoso film Top Gun. Ha dichiarato di aver subito graffi, contusioni in viso e forse una commozione cerebrale, e di aver riconosciuto infine nell’aggressore, estremamente alterato, proprio Gimelstob.

L’uomo, del resto, aveva denunciato di aver già ricevuto minacce in passato per la sua amicizia con la moglie ormai separata da Gimelstob e di aver chiesto a suo tempo all’avvocato divorzista di fare da intermediario perché la cosa non si ripetesse. E, nel 2016, la stessa Cary Sinnot aveva richiesto un ordine restrittivo per violenza domestica nei confronti dell’ex marito. Gimelstob però ha sempre respinto le accuse.

Un campo di Paddle a Venice Beach

Quando si scoperchia il vaso di Pandora della rispettabilità di un personaggio pubblico viene fuori di tutto. E l’ex numero 63 del mondo di singolare (zero titoli), 18 in doppio (13 titoli), oggi 41enne, si è sentito rinfacciare anche una disputa su un campo di Paddle del 2007 a Venice Beach, con tanto di aggressione verbale e minacce denunciate da un avversario, solo perché avrebbe contestato un punto all’ex professionista.

Più grave sarebbe l’accusa di un’altra aggressione, questa volta fisica, di cui Gimelstob sarebbe stato protagonista con un altro ex amico, Kris Thabit, il quale sostiene di essere stato minacciato e accusato pubblicamente di aver avuto un flirt con l’ex signora Gimelstob. Dopo le accuse e le minacce, Gimelstob sarebbe stato cacciato dal locale. Non contento, si sarebbe appostato fuori per colpire.

In piedi e pugno in alto

All’ultimo Wimbledon, Gimelstob, da coach di John Isner, era sempre platealmente all’impiedi a sventolare il pugno al cielo per motivare l’amico nella maratona dei quarti contro Kevin Anderson. Anche se il sodalizio s’è sciolto – ufficialmente per volere di Justin – Isner difende l’amico: “Chiunque è innocente fino a che non è dichiarato colpevole”.

Si fa quadrato. Ma fuori del coro arriva un attacco dall’ex n. 1 del mondo, Lleyton Hewitt, che ha chiesto ai dieci membri del consiglio Atp, di destituire Gimelstob. Il presidente del board è Novak Djokovic che dovrà affrontare una situazione molto delicata. 

Luka Modric è il primo croato a vincere il Pallone d'oro e ha preceduto Cristiano Ronaldo, secondo, e Antoine Griezmann, terzo: a confermarlo quella che era già quasi una certezza è stata la classifica di France Football diffusa sui social poco prima della cerimonia di premiazione di stasera alle 21. Il 33enne centrocampista croato del Real Madrid riceverà il premio da David Ginola, nella sede di France Football.     Modric ha ottenuto 753 voti e ha preceduto CR7 (476) e  Griezmann (414). Quarto Mbappé (347), quinto Messi (280) e sesto Salah (188).

Finsice così il duopolio Cr7-Messi che aveva dominato il decennio 2008-2017. Per il talento croato è stata una stagione indimenticabile: mante: Champions League con il Real Madrid, la terza di fila, finale ai mondiali con la Croazia, Pallone d'oro del Mondiale 2018, Best Fifa men's player, l'Uefa men's player of the year, il premio miglior costruttore di gioco dell'anno dell'Iffhs e il titolo miglior centrocampista agli Uefa Club Football Awards. 

Che cosa succede in quella stanza? I segreti del Var (Video Assistenza Arbitri) room sono i più misteriosi del calcio italiano, anche se il responsabile del progetto, Roberto Rosetti, e il designatore arbitrale, Nicola Rizzoli, hanno indottrinato le tv, prima del campionato, l’appassionato si pone mille domande e mille e più se ne pone quando un rigore manca all’appello come domenica sera all’Olimpico di Roma.

Ascolta anche sulla Stampa: L'accusa dell'ex arbitro Casarin: "Var? Protocollo fa ridere"

Intanto, nella famosa stanza del Var, lavorano due arbitri, gli Avar, che arrivano allo stadio due ore prima della partita insieme al quartetto ufficiale che dirige l’incontro sul campo. Insieme a loro ci sono due assistenti della società Hawk-Eye, che ha fatto scuola nel tennis, incaricati di analizzare le immagini suggerite loro dai due arbitri sui vari monitor, raccolte da un minimo di dodici telecamere. Tanto che, in pratica, la famosa Var Room è una vera e propria sala regia tv.

Come noto, seguendo il protocollo internazionale Fifa, il VAR può essere usato esclusivamente per la segnatura del gol, assegnazione del calcio di rigore, espulsione diretta ed errore di identità (un giocatore colpito da ammonizione o espulsione al posto di un altro). In questi quattro casi, l’arbitro Var coadiuvato dal suo assistente, l’Avar (che in genere è un altro arbitro, ma può anche non esserlo), in costante comunicazione via radio con l'arbitro in campo, lo informa della necessità di rivedere un’immagine e poi gli spiega che cosa è successo esattamente. Poi sta all’arbitro decidere di rivedere o meno il video a bordo campo.

Ci sono i casi oggettivi, come il fuorigioco o il fallo avvenuto dentro o fuori area, che possono essere definiti in modo errato dall’arbitro e dai giudici di linea in campo. Dalla stanza tecnologica, l’Avar segnala la circostanza al collega sul campo. E, anche se la decisione definitiva – rigore, non rigore, fallo da fuori area, fuorigioco -, sta sempre e solo al fischietto di gara, in genere questi casi sono i più banali, veloci e facili da risolvere. 

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Ma che succede se, come a Roma, il fallo non viene rivelato? L’arbitro Var ha suggerito all’arbitro in campo  che era avvenuto qualcosa da rivedere oppure no? E a sua volta l’arbitro in campo ha chiesto delucidazioni all’arbitro nella stanza Var, attraverso le immagini a sua disposizione oppure no? Quello che è successo in quegli istanti, domenica, all’Olimpico, è un mistero, forse, anche per i designatori. Non nella valutazione dell’errore, perché quello è chiaro, come accusa Totti, ma della comunicazione fra i due arbitri. In pratica, il signor Rocchi in campo non è stato aiutato o non ha voluto essere aiutato dal signor Fabbri alla Var? Si saprà solo dalle prossime designazioni arbitrali: chi fra l’arbitro di campo e quello Var salterà uno o più turni?

Questa sarebbe stata la prassi, ma la discesa in campo di Totti è stata così importante che stavolta il nome del colpevole s’è saputo subito: l’arbitro Var, Fabbri, fermato, quello di campo, Rocchi, va al Mondiale di club. Il Var poteva e doveva aiutare quel fallo invisibile per il direttore di gara.

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