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"Il Cio non può comunicare mentre la procedura è ancora in corso, tuttavia prendiamo atto della dichiarazione di un portavoce della delegazione della Federazione Russa degli Atleti dalla Russia (OAR). Se ci fosse effettivamente un abuso di doping, questo dimostra l'efficacia dei controlli ma allo stesso tempo sarebbe molto deludente se un atleta usasse sostanze proibite". È quanto ha comunicato in una nota il Comitato Olimpico Internazionale a seguito della comunicazione fatta dal portavoce della delegazione russa, Konstantin Vybornov di un caso doping all'interno della squadra.

L'addetto stampa aveva detto che la "delegazione russa aveva ricevuto una notifica ufficiale dal Cio su una possibile violazione delle regole antidoping" e che "non verrà reso noto il nome dell'atleta, né lo sport prima dei risultati dell'apertura del campione B". Le controanalisi si terranno oggi nella tarda mattinata coreana. L'atleta che sarebbe stato trovato positivo ad un controllo antidoping alla sostanza del meldonio, come rivelato da alcuni media russi, è Alexander Krushelnytsky, 25 anni, nei giorni scorso medaglia di bronzo nel curling misto assieme alla moglie Anastasia Bryzgalova, considerata una delle miss delle Olimpiadi. La Corte Arbitrale dello Sport di Losanna ha comunicato tramite il suo segretario generale Matthieu Reeb che "nessun nuovo caso è stato comunicato".

Il meldonio, sostanza bandita dall'ordinamento sportivo dal primo gennaio 2016 su segnalazione dell'agenzia mondiale antidoping, è stato usato dagli atleti russi, anche dalla fuoriclasse del tennis Maria Sharapova. Per il momento l'unico caso di doping conclamato alle Olimpiadi di PyeongChang è quello del giapponese dello short track, Kai Saito, trovato positivo ad un diuretico.

Mark Adams, portavoce del Comitato olimpico, ribadisce quanto già affermato nella nota diffusa domenica, ovvero che "tutto ciò che riguarda controlli e sanzioni è indipendente dal Cio" e che ad oggi "è prematuro" parlare delle possibili conseguenze, comprese quelle relative alla possibilità che venga consentito agli atleti russi di sfilare con la propria bandiera alla cerimonia di chiusura dei Giochi di PyeongChang. Ne dà notizia la Gazzetta dello Sport. "C'è ancora un se – aggiunge Adams riferendosi alla sospetta positività – in ogni caso sarà presa in considerazione assieme a tante altre cose il 24 febbraio dal gruppo d'implementazione Oar, presieduto dal membro dell'Esecutivo Cio, Nicole Hoevertsz". "Se la positività sarà confermata, ne saremo dispiaciuti ma avremo dimostrato che c'è un ottimo sistema di test antidoping dove gli atleti russi sono stati monitorati più degli altri. Abbiamo condotto un processo di selezione molto rigido, non volevamo che gli atleti russi venissero giudicati come gruppo ma singolarmente e permettere agli atleti puliti di prendere parte ai Giochi".

Come eravamo. Vent’anni fa, il 23 febbraio 1998, internet non comandava come oggi e gli atleti gay non si sarebbero mai baciati in pubblico come fanno lo sciatore Gus Kenworthy e lo snowboarder Matthew Wilkas. Faceva storia la copertina della rivista di Sports Illustrated: riproduceva il grande Hermann Mayer che volava per aria, a 130 all’ora, nella libera dell’Olimpiade di Nagano, in Giappone. L’austriaco era riatterrato malamente fuori pista, aveva sbattuto violentemente con l’elmetto, era rotolato, era rimbalzato, era rovinato sulla neve, trascinandosi come un burattino senza fili, preoccupando il mondo intero davanti a quelle immagini sconvolgenti. Ma poi si era rialzato miracolosmente, quasi illeso, mettendo le basi del suo mito da “Herminator”. Tanto che, subito dopo, aveva vinto l’oro in Gigante e superG, diventando un “cannibale” dello sci, fino a conquistare poi 54 gare di coppa del Mondo.

Oggi, all’Olimpiade invernale che ritorna in Asia, a PyeongChang in Corea del Sud, snowboard e freestyle, e quindi tanti salti e capriole in aria, sono le discipline-clou del programma olimpico. L’erede dell’asso austriaco, Marcel Hirscher, conquista un secondo oro, aggiungendo il Gigante alla Combinata (primo a riuscirci ai Giochi), e punta ragionevolmente allo storico tris, in Slalom speciale, per eguagliare le leggende Toni Sailer (1956) e Jean-Claude Killy (1968). Poi, sulla scia dei 55 successi e delle 6 coppe generali di coppa del Mondo, rilancerà la sfida al record di 86 di Ingemar Stenmark. O forse no, tanto avrà comunque l’animo finalmente libero e felice, e sarà già nella storia dello sport. 

Massimo distacco, massimi onori 

A PeyongChang, Hirscher ha preso coraggio nella combinata, dove ha vinto l’oro in modo inattesa, e s’è tolto subito di dosso la scomoda etichetta di perdente olimpico, insieme all’enorme pressione che l’accompagnava, dopo lo zero nel medagliere di Vancouver 2014 e l’argento di Sochi 2014. “Sono super contento che questo stupido punto interrogativo è stato tolto dalla mia carriera”. Ha incassato i complimenti del rivale gigantista, Ted Ligety: “E’ davvero, davvero, difficile battere Marcel, a meno che non si batta da solo. Devi sciare il più veloce possibile e sperare che sia abbastanza, ma probabilmente non lo sarà, se lui scia bene come può. La sua Olimpiade sta diventando uno show”. Infatti, in slalom Gigante, ha imposto un distacco mostruoso di 1.27 secondi, il più ampio in 50 anni di Olimpiadi, sul secondo, il norvegese Kristoffersen (terzo Pinturault). Che fa una miracolo, rimontando dal decimo posto della prima manche, ma s’inchina, per primo: “Al momento, Marcel è di un’altra categoria. Noialtri lottiamo per argento e bronzo. Ha tutte le capacità per essere così forte, ha una ottimo team e ha pure l’esperienza”. Ed è anche forte, di testa, come non mai. Talmente forte, a 28 anni, da dribblare subito la facile domanda, sul “suo” slalom speciale: “I tre ori alla stessa Olimpiade? No, sinceramente non ci pensavo e non ci penso. No, davvero. Sono felice del risultato di oggi e non avevo pensato allo slalom finché non mi è stata fatta la domanda”. Anche se in Coppa, quest’anno, ne ha vinti 6 su 8, arrivando secondo (dietro Kristoffersen) in un altro, ed è stato campione del mondo della specialità 2013 e 2017. Peccato per Riccardo Tonetti, quarto dopo la prima manche, caduto sul muro finale e Luca De Aliprandini caduto a una porta dalla fine della prima manche quando volava alla Hirscher…

Uno sprint indimenticabile

Clamoroso finale della 15 km Mass Start di biathlon. Martin Fourcade sembra un ballerino, un velocista alla Bolt sui 100 piani, uno schermidore che allunga la gamba per avere più santa possibile e infilzare il traguardo. Così il mito del suo sport la spunta in un indimenticabile sprint superando di pochi millimetri Schempp, e diventa il primo della storia ad aggiudicarsi due ori individuali in due edizioni diverse dei Giochi Invernali. Per il francese la soddisfazione è decuplicata dalla beffa di quattro anni fa nella stessa gara a Sochi, quando aveva perso l’oro allo sprint.

Un milione di biglietti

Gli organizzatori dei Giochi hanno ufficializzato che la vendita dei biglietti ha già superato un milione di tagliandi: dal 9 febbraio, quando manca ancora una settima di programma, 692,443 persone hanno assistito alle gare. L’obiettivo era 1,068,000, quindi non ci sono tanti altri biglietti a disposizione. Sabato il picco di ingressi, con 146,506 persone. 

Norvegia pigliatutto

Il fondo è sempre terreno di conquista della Norvegia che firma anche la staffetta 4×10 km maschile con Toenseth-Sundby-Krueger-Klaebo in un’ora 33 minuti 4.9 secondi, davanti a Oar (Russia) e Francia. Così i norvegesi hanno conquistato 5 degli 8 ori in palio. Le 11 medaglie complessive non sono record: a Calgary 1988, l’Unione Sovietica ne aggiudicò 13.

Un dopato OAR, cioé russo!

Ancor prima della seconda analisi, due agenzie di stampa russe annunciano un caso di atleta OAR (Russia) positivo all’antidoping: sarebbe il giocatore di curling Alexander Krushelnitsky (ancora il fatidico Meldonium!). Finora l’unico caso conclamato era stato quello del giapponese del short-track Kai Saito, positivo a un diuretico.

Shiffrin, cercasi psicologo

Prima, doveva vincere 5 ori, poi, doveva vincere almeno 5 medaglie, quindi, dopo aver firmato davvero il primo oro, in Gigante, Mikaela Shiffrin ha rilanciato lei stessa: “A PyeongChang, voglio davvero vincere 5 ori”. Ma, dopo essere finita ai piedi del podio, solo quarta, nel “suo” slalom speciale, ha cinguettato, delusa, su twitter: “Questa gara l'ho giocata e rigiocata mille volte nella mia testa, e non credo che la farei diversamente anche se avessi una seconda possibilità”. A 22 anni, da più giovane oro olimpico a Sochi, a 18 anni 345 giorni, da regina in carica di coppa del mondo, sia generale che di slalom, Mikaela ha gestito male la situazione, troppo grande anche per una star come lei: “Continuo a pensare che forse se fossi riuscita a controllare meglio le emozioni dopo il Gigante avrei avuto più energie per lo slalom e avrei messo di più in gara, forse avrei potuto controllare meglio i nervi. Forse. Ho pagato i cinque giorni senza gare, i cambi di programma, le attese delle gare, zero riposo fra una prova e l’altra. Non sono riuscita a gestire la situazione…”. Così, ha disertato il superG. Per puntare alla libera, dove anche Lindsey Von cerca il riscatto, intanto dentro di sé: “Non cambierei questa cosa che è successa. Per me l’olimpiade è cuore e passione oltre che medaglie…. Non sono necessariamente i medagliati quelli che ottengono il massimo dalle Olimpiadi, sono quelli disposti a spogliarsi di tutto e dare l’anima per amore dello sport. A volte vediamo solo le vittorie e dimentichiamo le emozioni. Quella che sto vivendo è la realtà, è vita, è appassionante e terribile e meravigliosa e brutale ed eccitante e snervante e bella. Sono grata di farne parte”.

Il sosia d’oro di Djokovic

Ormai le notizie viaggiano soprattutto via tv e web. Il francese Pierre Vaultier, bi-olimpionico snowboardcross, ha confessato a France Television che il suo sogno è incontrare il sosia, Novak Djokovic, e il serbo gli ha twittato: “Facciamolo succedere. Ci vediamo al Roland Garros! E congratulazioni per le tue medaglie”. Gautier, che confessa: "Quando lo guardo giocare, in certe espressioni, mi rivedo”, ha fatto anche un piacere al ottenuto tennis. Nole ufficializza infatti quello che si vociferava che, dopo l’operazione al gomito, rientrerà davvero per maggio. Come anticipato da papà Srdjan: “Tornerà per i Masters 1000 sulla terra di maggio”.

Da Britney Spears… alla Nbc!

Al di là dei risultati, non eccelsi, comunque non all’altezza con le sue aspettative, nel pattinaggio artistico su ghiaccio (solo 10° nel singolo), Adam Rippon è sicuramente uno dei personaggi dell’Olimpiade in Corea. A gennaio, ha pesantemente criticato la Casa Bianca per aver nominato capo delegazione Usa ai Giochi Olimpici il vicepresidente Mike Pence. Ha continuato criticando Trump e la sua politica sul controllo delle armi, dopo l’ultima strage a scuola che è costata la vita a 17 ragazzi: “Mi è stato chiesto se il giorno in cui ho gareggiato all’Olimpiade è stato il più bello della vita, la risposta è no, ogni giorno è importante e non può essere dato per garantito. Queste sparatorie devono finire. Mando il mio amore alle famiglie che sono state colpite oggi”.

Intanto sbandiera la sua omosessualità come nessun atleta prima: “Mi hanno chiesto in un’intervista com’è essere un atleta gay. Ho risposto che è esattamente lo stesso come per tutti gli altri. Un sacco di duro lavoro, ma con le sopracciglia migliori…”. Così cattura l’attenzione anche di star come Reese Whiterspoon. E Britney Spears gli ha trasmesso pubblicamente, sempre via web: “Volevo solo farti sapere che sono una tua tifosa, non sono una di quelle che nega le cose, sei quello che mi diverte di più. Continua a farci sorridere”. Con la pronta risposta del biondino: “Ti posso sentire con me sul ghiaccio, grazie per non essere una che nega i problemi. Ti amo”. La chiosa è semplice: “Di solito dicono che dopo un’olimpiade, per qualcuno, la vita cambi per sempre. In genere, succede dopo un oro, nel mio caso penso che sia successo pur senza aver vinto”. Infatti la tv NBC lo ha messo sotto contratto come commentatore fino alla fine dei Giochi.

L’età sempre verde di Kasai

A 45 anni, il giapponese Noriaki Kasai, all’ottava Olimpiade, si qualifica per la finale del grande trampolino a squadre. Gara dove sono favorite Germania, Norvegia e Polonia, forte di Kamil Stoch, che si conferma campione olimpico nel trampolino grande, terzo nella storia ad aggiudicarsi due edizioni consecutive dopo Birger Ruud (1932-36) e Matti Nykänen (1984-88). Sveglia con il pattinaggio artistico danza (programma corto) e le coppia azzurre Cappellini-Lanotte, Guignard-Fabbri. Battuta nell’extra-end dalla Gran Bretagna, l’italia di Curling maschile affronta la Corea del Sud nel lunghissimo torneo.

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Tu chiamale se vuoi emozioni. Tante, diverse, uniche, come solo lo sport e ancor più un’Olimpiade, con la sua cadenza quadriennale, sa creare, vivere, regalare. PyeongChang le riassume in un giorno solo: dalla sorpresa all’estasi, dalla redenzione alla delusione, dalla speranza alla disperazione, alla rabbia, alla gioia. Chi pensava che i Giochi invernali fossero davvero freddi? Anche la temperatura in Corea è salita, facendo impazzire pure l’ultima variabile…

Pippi Calzelunghe rivoluzionaria

Quando taglia il traguardo e guarda istintivamente il tabellone, Ester rimane attonita, a lungo, con la bocca aperta, cercando conferme sulle facce di avversarie e genitori in tribuna, con gli occhi fissi su quei numeri da sogno, che non cambiano. Non ci crede, è convinta che ci sia un errore clamoroso, magari atroce, pazzesco, come quel centesimo in meno che il cronometro le assegna su Anna Veith, campionessa olimpica uscente, più nota col cognome da nubile, Fenninger. Un centesimo col quale Ester costringe clamorosamente sui gradini inferiori del podio anche un altro nome altisonante, come Tina Weirather (figlia d’arte di Harti Weirather e Hanni Wenzel). E lascia a Lara Gut la medaglia di legno.

Possibile? Lei, Ester Ledecka, che guarda, riguarda e riguarda ancora il risultato elettronico, piantata in mezzo al traguardo, aspettando una correzione, una retrocessione, un ritorno alla realtà rimarrà un’immagine simbolo della storia, non solo di questa Olimpiade, ma dello sport tutto. Ester è la prima che proprio non ci crede, non può aver vinto lei il superG olimpico, non può aver beffato la mitica Lindsey Vonn – che taglia male una curva a destra e butta via l’oro – e, soprattutto, la legge di questo sport che impone una scelta ben precisa: o sci o tavola. Mentre lei, la 22enne ceca con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così da Pippi Calzelunghe, in quest’Olimpiade ha già stabilito il record di prima a gareggiare in tutt’e due le discipline, da bi-campionessa del mondo di snowboard di gigante parallelo, in testa alla classifica di coppa del Mondo di specialità, ma con anche 19 gare di coppa del Mondo di sci (settima anche 7° nell’ultima discesa di Lake Louise in dicembre). “I miei allenatori dicono che scio come una snowboarder e che vado sulla tavola come una sciatrice”.

Musica, beach-volley, e poi?    

Ester la ribelle, fa spallucce e tira diritto, convinta dai geni sportivi di nonno Jan Klapac (argento a Grenoble 1968 e bronzo a Innsbruck 1964 nell’hockey olimpico) e di mamma Zuzana, ex pattinatrice, galvanizzata dai risultati giovanili (due ori mondiali nel 2013), stimolata dal talento poliedrico che la spinge a dedicarsi due mesi l’anno al beach volley a Lefkada in Grecia, agli allenamenti invernali in Colorado e alla passione per pianoforte e chitarra, imitando papà Janek Ledecky, cantante famoso a Praga, dove s’è trasferita dalla natìa Spindleryv Mlyn (già tappa di coppa del Mondo femminile). Ester che, con la tuta di gara disegnata dal fratello stilista, scrive la sorpresa più grande  dello sci alpino ai Giochi. E si guadagna anche il premio di miglior battuta olimpica. «No, gli occhiali non li tolgo: non mi sono portata il trucco, non pensavo di vincere». 

Record sì e record no

Sabato, col gigante Snowboard, Ester Ledecka può diventare la prima donna a vincerne due di ori, alle Olimpiadi Invernali, in due sport diversi. Come solo Johan Grøttumsbråten, campione in combinata nordica e sci di fondo nel 1928! “Sono un super-eroe”. Lara Gut vince un’altra medaglia della sfortuna: ha perso il bronzo per un centesimo, ed è scoppiata in lacrime: “Ho la sensazione che tutto quello che faccio non serve a niente, tutto il mio mondo mi è sparito attorno”. Quattro anni fa, a Sochi, era stata ancora quarta nel superG, a 7 contesimi dal podio, ed aveva preso il bronzo nella libera. 

Il principe diventa re

Il “povero” principe del Galles, Carlo, ha passato una vita nell’inutile attesa che mamma Elisabetta gli lasciasse il trono d’Inghilterra. Ma, sulla pista olimpica di pattinaggio artistico di PyeongChang, il principe di Sochi 2014, Yuzuru Hanyu, bissa l’oro e diventa il re della specialità. Un re buono, che regala in beneficienza le centinaia di peluche Winnie the Pooh, che i tifosi gli lanciano dagli spalti, sapendo che è il suo portafortuna. Un re elegante e bellissimo, flessuoso e fortissimo, sempre in controllo di movimenti ed emozioni, che s’impone col totale di 317.85 punti, trascinando in scia l’altro giapponese Shoma Uno (306.90), con quale sigla un’accoppiata storica, e sull’amico del cuore, lo spagnolo Javier Fernandez (305.24), col quale divide l’allenatore Brian Orser. Un re generoso e sentimentale, che si commuove e abbraccia amorevolmente gli altri medagliati.

Un re che è un esempio nazionale di abnegazione, sofferenza e capacità di reazione: a novembre, aveva la caviglia destra ko per una lesione a un legamento, ha potuto riallenarsi sul triplo Axel (una rotazione e mezza, con chiusura delle braccia e posizione della vite) appena tre settimane fa, eppure, pur controllato in certe ricadute sul ghiaccio, ha vinto alla grande il titolo. Un re che ha eguagliato il bis olimpico di Gillis Grafstron (Svezia, 1920, 1924, 1928), Karl Schafer (Austria, 1932 e 1936), Dick Button (Usa, 1948 e 1952). Un re, campione del mondo in carica, che firma la medaglia d’oro numero 1000 dei Giochi invernali (dal via a Chamonix 1924) ed entra nella storia del sport giapponese anche come il terzo di sempre ad aggiudicarsi due ori olimpici, dopo Kenji Ogiwara e Takanori Kono, nella combinata nordica 1992 e 1994. Un re sorridente che però non s’inchina mai: anche se Nathan Chen sfodera un miracoloso esercizio nel programma libero con addirittura 6 salti quadrupli, come mai nessuno prima, ottenendo quasi 9 punti più di Hanyu ma non riuscendo a recuperare dopo il 17mo posto nel programma corto.

Wojtek un oro ce l’aveva già

Se 16 mesi prima dei Giochi ti rompi l’osso del collo sbattendo contro un armadietto a bordocampo, se passa un bel po’ di tempo prima che i medici sciolgano la prognosi, se nella testa ti passano domande angosciose, come: “Potrò camminare ancora con le mie gambe? Che sarà d’ora in poi della mia vita? Riuscirò a giocare ancora coi miei figli?”, se impazzisci di felicità quando finalmente il verdetto non solo è il ritorno a una vita normale, ma addirittura il ritorno allo sport agonistico. Se ti succede tutto questo, hai già vinto il tuo oro olimpico. Figurati se ricevi anche la convocazione ai Giochi in una nazione-guida come il Canada.

Perciò Wojtek Wolski era già abbondantemente uno degli atleti più felici, e lo è diventato ancora di più quando ha segnato due dei cinque gol contro la Svizzera. “Frattura della settima e della quarta vertebra cervicale, un livido del midollo spinale cervicale, commozione celebrale, più tagli ed abrasioni in faccia: ero davvero conciato male”. Ma quand’è stato sicuro che non c’erano danni seri alla spina dorsale, ha avuto soltanto un pensiero: “Posso anche tornare sul ghiaccio, quando, come, che devo fare?”. A giugno, ha ricominciato ad allenarsi, a settembre, rigiocava già nel campionato russo e, l’11 gennaio, “un anno e un giorno dopo l’operazione”, gli è arrivata la convocazione ai Giochi, a 32 anni, dopo 9 stagioni nella Nhl con 99 goal e 267 assist, ma anche un periodo di depressione. Ha reagito, come il padre che, quando lui aveva un anno, emigrò dalla Polonia nella terra promessa, in Canada. Che, per la cronaca, dopo 11 partite di fila, perde all’Olimpiade per la prima volta dal 2010, contro la Repubblica ceca. E la Russia umilia gli Usa 4-0.

“Signora di ferro”, record

Com’era prevedibile, la 37enne Marit Bjorgen ha vinto l’oro nella staffetta 4×5 km donne di fondo e, con 13 medaglie ai Giochi invernali (7 ori, 4 argenti, 2 bronzi) eguaglia il primatista assoluto di sempre, il connazionale norvegese Ole Einar Bjoerndalen.

Il virus impazza

Secondo gli organizzatori di Pyeongchang, ci sono stati altri 17 casi di norovirus, per cui il totale dei colpiti sale a 261. Di cui 44 sono ancora in quarantena e 27 sono stati dimessi, inclusi i due atleti svizzeri. Che sono alloggiati vicino Phoenix Snow Park, ma non nel villaggio degli atleti.

Azzurre senza gloria 

“Non ne avevo più. L’obiettivo era la finale e poi vedere come andava, ho ancora una gara individuale, i 1000, e la staffetta che ci dà sempre la carica. Sono sicura che mi riprenderò”, commenta Ary Fontana, oro dei 500, che si blocca dopo metà finale dei 1500 di short track chiusa al settimo e ultimo posto. Peggio le azzurre del biathlon che sperano invano nel riscatto nella 12.5 km mass start: 4a Lisa Vittozzi, 6a Dorothea Wierer. 

Il bob è un regalino… alcolico

Sandra Prokoff Kiriasis se n’era andata sbattendo la porta. Da ex atleta più medagliata del bob, oggi allenatrice di grido, la tedesca non poteva accettare di essere stata degradata ed umiliata dalla Federsci giamaicana alla vigilia dell’Olimpiade al femminile che tanto aveva contribuito ad approntare. E s’era portata via anche il bob che aveva preso in affitto in Germania, malgrado le rassicurazione dei dirigenti che tentavano di nascondere la cosa: “La sua rinuncia non avrà alcun impatto sul progetto”. Ma Red Stripe ha captato il tacito, drammatico, S.O.S. e, via tweet, ha offerto giovedì una cima di salvataggio, aggiungendo anche il numero di telefono da contattare. A caval donato non si guarda in bocca, e per salire su quei missili che volano in una galleria sul ghiaccio bisogna essere un po’ su di giri, per cui una sponsorizzazione alcolica, quasi in tema, è stata subito accolta. “Siamo in possesso del bob, è un regalo di Red Stripe”, hanno detto gli uni. “Come birra nata e lavorata nella stessa isola di questi atleti, vogliamo assicurarci che abbiano quello di cui hanno bisogno per gareggiare con orgoglio”, hanno aggiunto gli altri.
Carrie Russell e Jazmine Fenlator-Victorian hanno fatto la storia come le prime bobbiste donne dei Caraibi a qualificarsi alle Olimpiadi invernali. Con questo aiutino da 50mila dollari dello sponsor extra, hanno cominciato nella notte le gare, col sostegno e il tifo di tutte le altre squadre. 

“Woooooow”, firmato Roger

Aveva molto altro a cui pensare, a Rotterdam, con una partita che lo separa dallo storico ritorno al numero 1 del mondo, ma Roger Federer si è confermato un grande sportivo e un grande sostenitore degli connazionali. E così ha salutato il tris d’oro olimpico consecutivo di Dario Cologna nella 15 km di fondo con un tweet, semplice quanto efficace: ”Woooooow”, corredandolo con la medaglia d’oro e la bandiera rosso crociata. Cologna ha dribblato con classe e umiltà qualsiasi paragone col connazionale: "Federer è più grande di me”.

Kim + Kim: gli sms del curling 

Ben 34 dei 121 atleti sudcoreani ai Giochi si chiamano Kim, il 28% pieno. Il fenomeno non è ovviamente specifico solo allo sport. Secondo uno studio, i dieci nomi più popolari in Sud Corea, Kim, Lee e Park, accomunano circa il 64% della popolazione, e caratterizzano circa la metà del contingente di atleti all’Olimpiade.  In particolare, Kim è proprio di circa 10 dei 50 milioni di abitanti del paese. Ed è davvero singolare la situazione nella squadra di curling donne che il c.t. raggiunge coi messaggini sms utilizzando le iniziali per riassumere i loro nomi: Eun Jung è quindi più semplicemente E.Kim, Seon Yong è S.Kim, e via andare per Kyeong Ae Kim, Yeong Mi Kim, Chohi Kim e Min Jung Kim. Con due sole sorelle,  le altre nemmeno parenti. Per la cronaca, il c.t. è Kim Min Jung, che tutti chiamano  M. Kim.

Sveglia Gigante

Riuscirà Marcel Hirscher ad aggiudicarsi l’oro olimpico del Gigante? La risposta all’alba. “Il cannibale” austriaco, dominatore di coppa del Mondo si gioca il titolo nel testa a testa col campione uscente, Ted Ligety. Grande attesa per il bob a due uomini, sulla scia della tragica scomparsa a maggio dell’olimpionico del 2010, Steven Holcomb, morto nel sonno ma con tracce di medicinali e di alcolici nel sangue. I cui due bronzi di Sochi 2014 sono diventati argenti dopo lo scandalo doping dei russi. Attesa una gran battaglia nella 15 km mass start maschile: Johannes Bo, dominatore degli ultimi 3 anni, lotterà con Martin Fourcade, candidato al terzo oro a Pyeongchang, dopo la doppietta di Sochi 2014. Attesi anche gli azzurri Windisch e Hofer.

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È successo. Non poteva succedere, ma è successo. Già solo con la promozione alle semifinali del torneo di Rotterdam, Roger Federer torna aritmeticamente al numero 1 del mondo, a 36 anni e mezzo. Perché dal gennaio 2017 ha vinto tre tornei dello Slam più altri cinque e sta tenendo un ritmo da assoluto protagonista. Che né i rivali tradizionali, né quelli più giovani riescono a tenere. Se l’avessimo detto ancora un anno fa, non ci avrebbe creduto nessuno, a cominciare dal Magnifico. Ma il formidabile campione svizzero ha trovato proprio nel tempo e nello sport gli alleati migliori. E a patire l’età non è stato lui, come sembrava ineluttabile, quanto chi forza da sempre il proprio fisico in modo violento e irresponsabile, con strappi di anche, spalle, braccia, caviglie, gomiti, giunture da esseri umani e non bionici, a dispetto di accurate e maniacali preparazioni atletiche. 

Il tennis non è riducibile al pugilato o alla ginnastica, alla maratona o al tiro al bersaglio, non è immersione in apnea e nemmeno tiro alla fune, non è uno sport singolo, caratterizzato da un gesto unico, è più complicato del decathlon, è “noble art”. E si vendica di chi maltratta la racchetta, usandola come una clava, anche se la tecnologia ha reso l’attrezzo sempre più facile, indurendo tutte le altre condizioni, dalle palle ai campi. Il tennis è geometrie, sensibilità, intuizione, varietà, non demolizione fisica dell’avversario con la conquista sistematica di un centimetro di campo dopo l’altro.

Il tennis, col massimo rispetto per tutti gli altri interpreti, è Roger Federer. Che, come tutti i fuoriclasse, di qualsiasi campo parliamo, ha bisogno di aiuto per esaltarsi e rendere al meglio nell’esercizio per cui è nato. Quest’aiuto, per Roger, si chiama tattica. Che lui, da fenomeno istintivo e naturale, intimamente non possiede. Come gli manca di certo l’”animus pugnandi” del rivale storico, Nadal. Compensa un po’ con la signora Federer, Mirka, ex tennista slovacca che conosce annessi e connessi dell’essere giocatore e dell’essere campione, un po’ con mastro Paganini, il super preparatore atletico che gli inventa continuamente esercizi alternativi ma divertenti e produttivi, e con Ivan Ljubicic, l’ex profugo bosniaco da Riccardo Piatti, di grande intelligenza che è arrivato al numero 3 del mondo, con qualità tecniche mille volte inferiori del più grande tennista di sempre ma istinto di sopravvivenza decuplicato. 

Il Magnifico è il più grande di sempre non, semplicisticamente, per i 20 titoli-reccord dello Slam, in 30 finali-record (10 di fila, con 23 semifinali senza interruzioni) o per gli 8 Wimbledon, sempre record, né per tutti gli altri straordinari numeri dei quali si alimentano i suoi tifosi più ciechi. Ma perché interpreta il tennis in modo unico, ideale, assolutamente perfetto e valido per tutti i palati, con varietà e personalità ineguagliabili, come solo gli immortali dello sport sanno fare. Da Alì a Jordan, da Tiger a Pelé, Maradona, Messi, Carl Lewis, Bolt, Valentino Rossi e pochissimi, davvero pochissimi, altri. Fenomeni sempre moderni, sempre capaci di rovesciare la realtà con un colpo di genio, magari sconosciuto sui manuali, o addirittura con un autentico miracolo.  

Federer è stato per la prima volta n. 1 della classifica mondiale il 2 febbraio 2004, ci è rimasto anche 302 settimane, di cui 237 consecutive, e ci torna dopo un’assenza incredibile, che durava dal 4 ottobre del 2012. Qualcuno dirà che ha sempre bisogno di nuove sfide, che vuole prendersi una soddisfazione in più, che vuole dare un altro schiaffo al solito Rafa, che adora sorprendere ancora una volta se stesso, che vuole auto-premiarsi per i sacrifici che ha sicuramente fatto da quando si è rotto il ginocchio, nel gennaio 2016. La verità sta a metà fra tutte queste cose e altre, inconfessabili.

Intimamente, Roger si sente ancora incompiuto. Lui, così bravo, così vincente, così invidiato, è in realtà alla ricerca del tempo perduto. Oggi che sa, oggi che capisce, oggi che conosce le risposte, oggi che gioca più fluido e meglio che mai, oggi che ha imparato a tirare il rovescio e a battere Nadal con una continuità che non ha mai posseduto, si guarda allo specchio e si chiede: sarebbero mai diventati così forti Rafa e Novak Djokovic senza le sue paure, senza quelle distrazioni inversamente proporzionate ai famosi “Federer moments” di sublimazione tennistica ed atletica? Intanto, culla il legittimo desiderio di un padre che vuole mostrare in diretta ai figli quant’è grande, e amato ancora oggi, e non soltanto ieri l’altro, per cui procrastina il giorno dell’addio e si alza tutte le mattine con la segreta speranza di correre dietro la palla gialla davvero fino ai 40 anni, come ha rivelato sorridendo, ma non scherzando.

Nessuno meglio di lui può ricordare, e amaramente, quando soffriva il tennis perché voleva dimostrare a tutti i costi di essere il più bravo, e soffriva gli avversari che erano più atleti, e masticava amaro per la falsa partenza negli Slam, per la maturazione umana più lenta, perché non era sciolto e libero nelle scelte in campo, perché svicolava dagli allenatori scomodi e si sceglieva invece quelli più tifosi e proni. Mentre si stupisce e nello stesso tempo rimane attratto e incuriosito sempre più dall’insostenibile leggerezza del successo che sembra svanito e invece gli ha regalato altri tre Slam e promette di regalargli molto ancora. Con gli altri Fab Four a mezzo servizio se non fuori gioco. 

Davanti a tutto ciò, come poteva impedire al suo orgoglio di farsi re della classifica un’altra volta ancora? E come poteva fermarsi davanti a Ruben Bemelmans, Philipp Kohlschreiber e Robin Haase? Come poteva vietarsi l’occasione di tornare per la quarta volta numero 1 e stabilire il nuovo record di più anziano di sempre nell'era open, detronizzando Andre Agassi (che ci riuscì a 33 anni e 4 mesi)? Non poteva, non doveva. Perciò, lo ringraziamo ancora e sempre. Perché esiste, e perché ci ha regalato il tennis che sogniamo ogni qual volta prendiamo in mano una racchetta. 

Sport Senators

 

C’è una sola religione a Liverpool ed è quella del pallone. I tifosi dei “Reds”, una delle squadre più forti e storiche della Premier League, sono noti in tutto il mondo per il loro calore e per la loro passione. Ma anche per i loro canti. Ad Anfield, lo storico stadio cittadino, prima di ogni calcio d’inizio, risuona quello che per molti è l’inno più bello della storia del calcio. You'll Never Walk Alone. Non camminerai mai da solo.

Pazzi per Salah

Negli ultimi mesi, i supporter del Liverpool hanno visto partire per Barcellona una delle loro stelle, il brasiliano Philippe Coutinho. E dopo questa separazione hanno eletto un nuovo idolo. Non proprio inglese. Non proprio vicino alle loro tradizioni e alla loro fede. Mohamed Salah, attaccante esterno dell’Egitto, ha già conquistato la Kop, la storica curva dove trovano posto gli ultras più fedeli. Salah, visto anche in Italia con le maglie di Fiorentina e Roma, ha segnato più di 30 gol in questa sua stagione d’esordio.

Il canto e l’Islam

La canzone a lui dedicata, diventata virale sul web in pochissimo tempo recita queste parole:

"Mo Sa-la-la-la-lah, Mo Sa-la-la-la-lah, if he's good enough for you, he's good enough for me, if he scores another few, then I'll be Muslim too”.

E che, più o meno, può essere tradotto così:

“Mo Sa-la-la-la-lah, Mo Sa-la-la-la-lah, se è abbastanza giusto per te, è abbastanza giusto anche per me; se segna un altro paio di gol, allora diventerò anch'io musulmano”.

Ci sono molti video che sono stati girati nei pub, negli stadi e in molti altri luoghi pubblici in cui si sentono i tifosi cantare, con entusiasmo, questo ritornello. Due strofe dedicate al loro idolo che non lasciano dubbi sul messaggio da trasmettere:  "He's sitting in the mosque, that's where I want to be.” Ovvero: ”È seduto nella moschea ed è lì che anch’io voglio essere”.

Una canzone contro le discriminazioni?

In Inghilterra parlano già di una canzone di pace e della ritrovata capacità del pallone, dopo diversi casi di razzismo, di veicolare un messaggio di fratellanza. Al Jazeera ha citato a riguardo i dati pubblicati da Kick It Out, un'organizzazione che lavora per porre fine alla discriminazione all’interno dei campi di calcio: nel 2017 ci sono stati più di 300 segnalazioni con un aumento del 59% rispetto all’anno precedente. E anche in Italia abbiamo assistito a casi simili.

Lo stesso calciatore ha apprezzato su twitter. Un messaggio di gioia che molti si augurano sia di buon auspicio per combattere quel fenomeno che, in Inghilterra come in altri paesi, si chiama islamophobia. O almeno l’occasione di esultare al prossimo, ennesimo, gol. 

 

 

 

 

 

 

È un’Italia nuova, perché firma il primo oro della storia azzurra ai Giochi Invernali nello short track e nello snowboard, due discipline giovani e frizzanti, lontane dai nostri canoni tradizionali. È un’Italia vecchia, perché lo centra con le donne – i pilastri della nostra società matriarcale – due donne giovani e forti, come Arianna Fontana e Michela Moioli. È un’Italia bella, seria, pulita, onesta, volitiva e forte, quella che emerge da PyeongChang, Corea del Sud, e ci restituisce qualche sorriso e tanto orgoglio di appartenenza. Insieme alle sei medaglie ai Giochi.

Bidibodibu, Bidibodibu

Alzi la mano chi non ha mai saltato, libero, leggero e felice, a piedi uniti sul letto dei genitori, cantando Bidibodibu. I ragazzini che saltano in cielo leggeri di peso e di pensieri sulle tavole della neve fanno lo stesso Carosello, ma lo chiamano Snowboard cross, che è meno complicato e pericoloso di Slopstyle e Half Pipe. Ed è appassionante, con quella volata insistita, giù a capofitto verso valle, fra braccia e gambe che si intrecciano in pochi centimetri, alla disperata ricerca della linea e dell’equilibrio ideali, con corpi che si contorcono e compensano situazioni impossibili, prima e dopo un salto vertiginoso ed una ricaduta ancor più azzardata. La filosofia è talmente lineare che i tecnici si sono ribellati dopo la prova maschile, con 11 infortuni su 40 concorrenti  e l’austriaco Markus Schairer che è finito in ospedale per la frattura della quinta vertebra cervicale, ma non in pericolo di danni permanenti. Ed hanno ottenuto la cancellazione di alcuni salti, ma soprattutto l’ufficiale bocciatura della spettacolarizzazione voluto da mamma tv e dagli Usa.

Perché il bello di questa gara sta nei sorpassi, nei recuperi, nelle rimonte, nel ritmo velocissimo e nelle variazioni continue. Solo così brilla fulgidissimo il talento di Michela Moioli, 22enne di Alzano Lombardo che, quattro anni fa, nella finale di Giochi di Sochi si ruppe i legamenti del crociato del ginocchio sinistro e finì in lacrime, sesta, con un viaggio obbligato dal chirurgo al rientro in Italia. Stavolta, non soffre nelle qualificazioni e in tutte le fasi della gara – uno sprint dietro l’altro – non arriva alla finale con la lingua di fuori, da miracolata, non rischia, non piange di rabbia e di dolore. Anzi, si presenta all’ultimo cancelletto di partenza dopo aver evitato con perizia ed attenzione ogni contatto pericoloso, ogni gomito sporgente, ogni possibile sgambetto, e così sfrutta al meglio i salti, guadagna ogni volta quel mezzo metro in più, allunga, si stacca via via dal mucchio selvaggio e infine sfreccia nettamente prima, sotto il traguardo. Anche in finale, conquistando l’oro con 33 centesimi di vantaggio – che nello snowboard cross è visibilmente un ampio margine – sulla 16enne Julia Pereira Mabileu, il futuro, e con 44 su Eva Samkova, oro 4 anni fa. 

“Noi donne abbiamo una marcia in più”

Con quattro successi stagionali in sette gare, la bergamasca è la capolista anche in coppa del Mondo e, secondo Sports Illustrated, la rivista sportiva più famosa, era anche la favorita di PyeongChang, anche in virtù della sua grinta: “Eravamo candidate in tante, ma se le mie avversarie hanno il coltello tra i denti, io ne ho due». Era favorita anche quattro anni fa, appena 17enne, dopo aver vinto la pre-olimpica: «Ma stavolta è stato diverso, quella era la mia prima Olimpiade, qui in Corea mi sono sentita subito più tranquilla, m sembrava quasi di andare incontro a una gara normale. Sì, c’era un po’ di pressione in più, ma c’era anche serenità, non tensione”. C’era consapevolezza, c’era eccitazione, c’era una grande voglia: “Dopo essermi rotta il ginocchio quattro anni fa a Sochi, ho sempre detto che questa era come una scalata di una montagna e adesso che sono in cima dico che ne è valsa la pena.

La vita insegna che quando tocchi il fondo bisogna sempre trovare forze e motivazioni per risalire. È giorni che guardo le medaglie vinte da altri atleti, e mi dico: “Ne voglio una  anch’io”. Ho visto vincere Arianna Fontana: le donne sono donne, abbiamo una marcia in più. E poi mi immaginavo la gara, mi immaginavo di essere in testa, sapevo che dovevo reggere grandi impatti in ricaduta, mi sentivo pronta, anche se sicuramente qualcuno da fuori si sarà preoccupato per quanto volavo lungo. E in gara mi ripetevo: “Sei avanti, stavolta non molli, vai avanti che ce la fai…. Non dimenticherò mai quei momenti. Ora voglio la coppa del Mondo e il prossimo anno i Mondiali”.  Stavolta c’è la maturità, fisica, grazie al preparatore atletico Matteo Artina (che divide con l’altra bergamasca Sofia Goggia), col quale ha risolto i problemi di peso mettendo su i muscoli per difendersi dalle “sportellate”, e mentale, come sottolinea il DT azzurro Cesare Pisoni: “E’ la più forte di testa, è unica per come surfa sulla tavola con leggerezza. Questo oro è per tutti gli snowboarder club che trovano talenti come Michi”. 

Shiffrin ko: fu vero virus?

Lo slalom speciale è semplicemente la sua gara, eppure, dopo l’oro in gigante, la sensazionale Mikaela Shiffrin non sale nemmeno sul podio della gara fra i paletti stretti dove difendeva il titolo di 4 anni fa a Sochi. Prima del via l’hanno vista dare di stomaco sulla neve, dopo il quarto posto, ha rivelato alla NBC: “E’ un virus, più che i nervi”. Del resto i casi di infezione a Pyeongchang sono arrivati a 244, compresi due atleti svizzeri, i primi dei Giochi, dopo tanti volontari. “E’ stato bello batterla, per una volta, dopo che lei l’ha fatto tante volte con me”, lo spontaneo commento della medaglia d’oro, la svedese Frida Hansdotter (davanti Holdener e Gallhuber).

Mayer-Mayer, 30 anni dopo

Matthias Mayer conquista l’oro in SuperG a PyeongChang, trent’anni dopo l’argento di papà Helmut a Calgary (“Ho sempre visto la medaglia in salotto quando ero bambino, bello che adesso ho anche la mia”), aggiungendolo a quello nella libera di 4 anni fa a Sochi e cancellando la brutta caduta nello slalom di combinata (“Ho fatto un sacco di lavoro con i fisioterapisti, ho ancora un bel segno blu2), quando aveva travolto anche alcuni addetti di pista. Così l’Austria rialza un po’ la testa, interrompendo il dominio di due decenni della Norvegia. Secondo Feuz (Svi), terzo Jansrud (Nor), oro a Sochi. Paris ancora miglior azzurro: 7°.

Cologna, oro un po’ italiano…

E tre: terzo oro individuale nella 15 chilometri di fondo di Dario Cologna, dopo Vancouver 2010 e Sochi 2014 (dove ha vinto anche l’oro nella 30 km skiathlon). In 33 minuti 43.9 secondi, precede di 18.3 secondi Krueger e Spitsov. Il 32enne è nato quasi al confine fra Svizzera ed Italia, a Santa Maria Val Müstair, cantone dei Grigioni, da papà Remo, di Tubre, e mamma Christine Platzer, di Stelvio, in provincia di Bolzano. Il cognome è di origine trentina: nonno Emilio era di Castelfondo in Val di Non. All’alba del 2000, Dario avrebbe potuto gareggiare per l’Italia, ma la Federsci svizzera lo ha convinto più di quella italiana.

Viva Winnie the pooh

Primo dopo il corto, mezzo oro in tasca. Sorprende, il campione olimpico e mondiale uscente, il 23enne giapponese Yuzuru Hanyu, che chiude la prima parte della gara di singolo di pattinaggio artistico, con 111.68 punti, più di 4 sullo spagnolo Javier Fernandez, col quale curiosamente divide l’allenatore, Brian Orser, e 7 sull’altro nipponico Shoma Uno e sul cinese Jin Boyang. Perché, per una lesione ai legamenti della caviglia destra, ha saltato la preparazione alla vigilia dei Giochi, e non gareggiava da quattro, eppure ha migliorato di 10 punti rispetto a quatto anni fa (con due quadrupli e un triplo axel) e ora punta legittimamente ad emulare lo statunitense Dick Button che bissò l’oro nel 1948 e nel 1952. Fa ancor più scalpore per l’ovazione del pubblico, pieno di giapponesi, ma anche di sinceri ed appassionati amanti della disciplina. Che gli regala dagli spalti una pioggia di Winnie the Pooh, sommergendo la pista. Il Cio ha infatti vietato a Hanyu di portarsi a bordo pista il noto portafortuna (“E’ rimasto nella mia stanza al villaggio, sono sicuro che ha tifato per me”), ma i tifosi gli sono stati vicini lo stesso. Innervosendo ulteriormente il favorito alla vigilia, il 18enne Usa Nathan Chen che, costretto a ritardare l’esercizio finché non sgombrassero la pista, ha concluso la prova solo al 17° posto. Male anche l’altro statunitense, Adam Rippon, 7°, uno dei gay dichiarati dei Giochi.

“I bulli mi chiedono scusa”

Con il bronzo nelle coppie, il 33enne canadese Eric Radford è il primo gay dichiarato ad aggiudicarsi una medaglia ai Giochi invernali, dopo il coming out a Sochi 2014. “Ho ricevuto tanti messaggi veramente toccanti anche da tanti che non hanno il coraggio di dichiararsi ma che mi hanno detto di averli davvero ispirati e di averli aiutati ad accettarsi di più. Se guardo alla mia storia, quando crescevo da pattinatore sul ghiaccio nel mio piccolo paese di patiti di hockey a Balmertown, sul Lago Rosso, di appena 4100 abitanti… E’ stata dura. Non solo perché non venivo accettato dagli altri, ma perché per tanto tempo non accettavo me stesso. Ripensandoci, se avessi avuto un esempio come me, sarebbe stato più facile. Sarei voluto essere 26 anni avanti rispetto a me stesso, ma il vento è cambiato, adesso ci sono alcuni di quelli che mi hanno bullizzato che mi chiedono scusa, mi dicono che all’epoca erano giovani e stupidi. E’ una bella rivincita: in fondo non significa niente, ma è bello avere il loro rispetto, e sapere che persone con le quali sei cresciuto sono finalmente maturate e hanno imparato”. Il tuffatore Greg Louganis, 4 volte oro olimpico, ha fatto coming out solo 8 anni dopo Seul’88, il pattinatore su giaccio Brian Boitano, oro s Calgary '88, l’ha fatto solo a Sochi 2014. Secondo, “Outsports”, a PyeongChang ci sono 14 atleti gay dichiarati, 7 più di quattro anni fa a Sochi.

Miniera “made in Germany”

Quello in staffetta era l’oro più sicuro della Germania che domina da sempre lo slittino, ma fa comunque sensazione il terzo successo olimpico della stessa nazione in quattro prove di Pyeongchang. Dopo il singolo donne di Natalie Geisenberger e del doppio uomini di Tobias Wendl e Tobias Arlt, con sei medaglie complessive (anche un argento e due bronzi). 

Pallavolo sulla neve?

La Federazione mondiale di pallavolo (FIVB) e quella europea (CEV) hanno radunato alcuni noti giocatori di beach volley a Casa Austria per una partitella sulla neve. L’esibizione dei brasiliani Emanuel e Giba, del serbo Vladimir Grbic, del cinese Chen Xue, degli austriaci Stefanie Schwaiger e Nikolas Berger, e del sudcoreano Kim Yeon-koung potrebbe preludere all’ingresso nel programma olimpico invernale.

Skeleton bollente

Impressionante oro Skeleton del beniamino di casa, il sud coreano, Yun Sungbin, 4 discese dominate, 2 record della pista, 3 minuti 20.55 secondi finali con l’enorme distacco di 1”63 sul russo Nikita Tregubov (3° Parsons). Fuori dal podio il dominatore del decennio, il lettone Martins Dukurs, che crolla come a Sochi e a Vancouver. Le donne si danno ora battaglia con la campionessa olimpica Lizzy Yarnold al rientro dopo problemi fisici vari. Ary Fontana torna nei 1500 short track con la Valpecina, mentre nei 1000 uomini Confortola cerca un po’ di gloria. Nell’hockey si rinnova il derby Usa-Russia. Occasione di riscatto nella mass start di Biathlon per Wierer e Vittozzi. SuperG donne con Goggia, Brignone, Fanchini e Bassino che puntano al podio.

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È l’Olimpiade dell’esperienza. Non si possono definire vecchi, campioni come Svindal, Bjorgen, la Savchenko e Shaun White. È l’Olimpiade dei bis e delle conferme, un po’ in tutte le discipline. Ma è anche l’Olimpiade dell’Italia che, all’oro e all’argento, aggiunge un secondo bronzo dallo sci alpino, che finalmente è cominciato, e poi un terzo, per un totale di cinque medaglie, nel pattinaggio velocità.

Ciao, Mamma Quario

“Mi manda mammà”. L’argento ai mondiali di Garmish 2010 dietro la mitica Tina Maze, il 18° posto nel gigante ai Giochi di Vancouver e l’11° nella super combinata a Sochi 2014 non erano abbastanza per sgravarsi dall’etichetta di figlia d’arte, dell’ex azzurra Maria Rosa Quario (slalomista con 4 urrà in coppa del Mondo) e del maestro di sci Daniele Brignone. Per staccare il cordone ombelicale, ci voleva uno scatto mentale e quindi una medaglia olimpica. Dopo aver ha cambiato marcia, salendo quest’anno quattro volte sul podio di Coppa, finalmente, a 27 anni, Federica Brignone ha vinto la sua sfida conquistando il bronzo olimpico. Come solo, nello sci femminile azzurro di gigante, erano riuscite Giuliana Minuzzo a Valley 1960 e Deborah Compagnoni a Lillehammer 1994 e a Nagano 1998. Vent’anni fa. 

Federica , a 46/100 dalla favorita Shiffrin (2’20”02) – seconda la norvegese Mowinckel a 39/100) -, conquista così la 33ª medaglia italiana nello sci alpino ai Giochi olimpici, la prima femminile dall’oro in superG di Daniela Ceccarelli a Salt Lake City 2002. Promette nuovi acuti a quest’Olimpiade coreana (suprG, discesa e combinata), ora che s’è liberata e intanto s’è placato anche il vento gelido coreano, anche se vive contrastanti sensazioni all’arrivo: “Ero strafece per me e intanto soffrivo per Manu, che era distrutta, accanto a me”.. Manu, “Cavallo Pazzo”, Manuela Moelgg che, dopo una prima manche strabiliante, frantuma il suo sogno all’ultima Olimpiade, a 35 anni, finendo appena all’8° posto, dietro anche a Marta Bassino al 5°. “Io ho fatto una “goggiata” a metà muro. Prendo e porto a casa, e mi concentro sulle prossime gare”, commenta da parte sua a denti stretti Sofia Goggia, 11ª.

E uno, comincia la collezione

La straordinaria 22enne di Vail, Mikaela Shiffrin, comincia la collezione di medaglie ai Giochi: dovrebbe disputare cinque gare e puntare almeno ad altrettanti podi, se non ad altrettanti ori. E’ già la sesta della storia ad aggiudicarsi gigante e slalom olimpici, dopo l’oro di Sochi 2014 in slalom, ad appena 18 anni e 345 giorni, ed ha appaiato Ted Ligety e Andrea Mead Lawrence come più medagliati olimpici Usa. Per ora ha reagito benissimo all’enorme tensione della lunga attesa della gara fissata lunedì e spostata a giovedì per le avverse condizioni esterne. Che sono migliorate moltissimo, con -6 gradi e il vento a 14 chilometri all’ora. Ma la pressione è destinata a salire vertiginosamente per lei già dalla prova della sua specialità, lo slalom di domani, dove difende il titolo di quattro anni fa e il ruolo di assoluta dominatrice di coppa del Mondo. Una pressione di nervi e anche di fisico, visto il sovraffollamento di gare una dietro l’altra che bisogna recuperare, senza riposo. Della serie: anche gli dei hanno i loro problemi.

Nicola, sorpresa azzurra

Dopo il terzo oro olimpico di fila dei 5000 metri, anche un mostro come Sven Kramer crolla di botto, nei 10000, la prova più lunga, la maratona del pattinaggio velocità. Ad approfittarne c’è un 23enne italiano, Nicola Tumolero da Asiago, cresciuto in modo impressionante negli ultimi tempi, grazie all’apporto del concittadino, aiuto-allenatore della nazionale ed allenatore personale nelle Fiamme Oro, Enrico Fabris. Il primo medagliato azzurro della disciplina, con l’oro nei 1500 a Torino 2006. “Gli dobbiamo tutti molto, io stesso non mi sarei mai immaginato una crescita del genere”. Presentava la prova olimpica il fresco campione europeo dei 5000 che fissa il cronometro a PyeongChang su 12'54"32, dietro il canadese Bloemen (record olimpico di 12’39”77) e l’olandese Bergsma (12'41"98).

Norvegesi d’attacco

I norvegesi fanno paura nello sci alpino come in quello nordico. Aksel Lund Svindal vince l’oro olimpico a 35 anni compiuti (il 26 dicembre), primo norvegese di sempre nella libera, più anziano olimpionico dello sci alpino (meglio dell’austriaco Mario Matt che ne aveva 34 e 319 giorni quando a Sochi 2014), rinverdendo i fasti di Vancouver 2010: oro in superG, argento in discesa e bronzo nel gigante; Marit Bjorgen, a 37 e 11 mesi, conquista il bronzo nella 10 km individuale e, con la dodicesima medaglia olimpica, dopo aver già battuto il record di donna più medagliata ai Giochi Invernali, aggancia il mitico connazionale norvegese Bjoern Daehlie, assapora il record di tutti i tempi di Ole Einar Bjoerndalen a quota 13 ed entra per sempre nella storia delle Olimpiadi. Perché, in assoluto, soltanto la ginnasta russa Larissa Latynina ha fatto meglio, con 18 medaglie (9 d’oro, 5 d’argento e 4 di bronzo).

Curioso il podio a quattro dei 10 km donne, dominati da Ragnhild Haga (altra norvegese) davanti a Kalla (Sve) e due atlete terze, con lo stesso tempo, 25 minuti 32.4 secondi, Parmakoski (Fin) e Bjorgen (Nor). 

“La pressione che ti metti addosso è tremenda, desideri talmente tanto il successo… E, quando superi il traguardo, e ti vedi avanti a tutti, pensi soprattutto a quello: ai sacrifici, agli sforzi, alla fatica, sei sovrastato dalle emozioni, e quella sensazione è più grande di qualsiasi record”, racconta Svindal, oro olimpico in SuperG del 2010, che dopo due anni di problemi alle ginocchia, precede in 1 minuto 40.25 secondi il norvegese Jansrud e lo svizzero Feuz e ravviva la traduzione dei norvegesi d’attacco che era cominciata nel 1992, dopo 40 anni senza podi, coi Giochi di Albertville dominati da Aamodt e Jugge. “Per me è l’inizio della fine, ma ora mi concentro sul superG”, chiosa, felice per la conferma in libera dopo i 5 podi stagionali in coppa del Mondo (con 2 successi).

Per l’azzurro Dominik Paris un amaro quarto posto, a 54/100. 

Hockey, il solito derby…

Dopo Nagano 1998, quando gli Usa si aggiudicarono la prova d’esordio nel programma olimpico, il Canada ha sempre vinto l’oro dell’hockey donne, battendo tre volte su quattro proprio le cugine yankees (a Torino 2006 le svedesi). E molto probabilmente la storia si ripeterà anche a PyeongChang. Intanto, le ragazze in rosso con la foglia d’acero, con Geneviene Lacasse in gran spolvero, hanno superato ancora una volta le statunitensi, acquisendo il comando del girone e un altro vantaggio psicologico importante sulle rivali di sempre sulla strada della finale del 22 febbraio. Del resto la supremazia delle canadesi caratterizza anche i Mondiali: dal via nel 1990, le due nazioni sono state presenti in tutte le finali, e “le rosse” sono 10-2, incluse le ultime 4 finali. 

Sfortuna e storia

Aspettando la bergamasca Michela Moioli, gli azzurri dello snowboardcross non vanno oltre i quarti. Certo fanno impressione con quelle tavole lanciate a mille sulle cunette traditrici, troppo vicini e troppo alla ricerca della linea migliore per non toccarsi decine di volte e anche tamponarsi e cadere, purtroppo, com’è successo alla speranza Omar Visintin, forte quest’anno di 2 successi in coppa del Mondo. Che, dopo lo scontro, s’è comunque rialzato, è caduto un seconda volta, ma è arrivato al traguardo soltanto quarto. "Mi sono messo dietro allo spagnolo Eguibar, che ha sbagliato il salto, ero sulla sua linea, speravo di scappare all'atterraggio ma non ce l’ho fatta. Quando sei in aria, non puoi fare altro”. Gli era andata male anche a Sochi: uscì ius semifinale, quand’era in testa e finì che all’ospedale:  “Non voglio fortuna, ma nemmeno sfortuna, questa volta sono stato sfortunato”. 

Oro al francese Vaultier, bis di Sochi, davanti all’australiano Hughes e allo spagnolo Regino Hernandez. Che entra nella storia con un bronzo: è la prima medaglia ai Giochi invernali del suo paese dopo 26 anni. Raggiunge i fratelli Paco and Blanca Fernandez Ochoa: Paco si aggiudicò il primo ed unico oro nello slalom di Sapporo 1972 e la sorella conquistò l’argento vent’anni dopo ad Albertville. Felice al traguardo il 26enne che è il veterano del contingente di appena 8 atleti iberici a PyeongChang, ad appena 17 anni, esordì a Vancouver 2010 e ha disputato poi Sochi 2014. “E’ qualcosa che ho sognato tutta la vita”. Aveva scommesso col suo skiman che se fosse andato a medaglia si sarebbero tatuati le rispettive facce barbute: “Devo solo trovare un posto in cui sia poco visibile”.

Emozioni di coppia 

La felicità di Aliona Savchenko rimarrà forse la felicità più felicità dell’Olimpiade numero 23. Alla quinta Olimpiade (la prima a Salt Lake City 2002, con tre partner diversi, con due bronzi nelle ultime due edizioni), a 34 anni, l’ucraina naturalizzata tedesca ha vinto l’oro di artistico a coppie insieme a Bruno Massot, anche lui naturalizzato, dalla Francia. E, al verdetto della giuria, non è proprio riuscita a trattenere l’emozione, esplodendo di una gioia contagiosa, da manifesto dello sport. Perché, dopo il quarto posto nel corto, dopo una gara d’altissimo livello, si esibisce in un libero assolutamente sublime e, con 159.31, ritocca di 2 punti il record del mondo che aveva appena stabilito, lasciando a meno di mezzo punto complessivo i cinesi Sui Wenjing-Han Cong, e poi anche i canadesi Duhamel-Radford (che pure hanno offerto il primo quadruplo salchow lanciato olimpico). Mentre deludono ancora i russi che disertano il podio per la seconda volte in tre Olimpiadi, dopo aver dominato dal 1964 al 2006.

Storico sesto posto degli azzurri Valentina Marchei-Ondrej Hotarek che trascinano il pubblico con la loro vitalità, abbattono i propri record italiani di libero e di totale (142.09 e 216.59), e colgono il miglior risultato azzurro di sempre; decimi Nicole Della Monica-Matteo Guarise. 

La delusione è russa: nessuna medaglia nella specialità per la seconda volte in tre Olimpiadi dopo aver vinto ininterrottamente l’oro dal 1964 al 2006.

Medaglia delle… PR

Alexa Scimeca Knierim e suo marito Chris stanno facendo di tutti per salire ala ribalta, se non con le prestazioni agonistiche, con quelle nelle PR. Dove sono veramente bravissimi. Dopo i baci in pista il giorno di San Valentino, dopo i tanti servizi sulla prima coppia di sposi in gara a PyengChang, dopo le cadute di lui in pista, si prendono comunque la ribalta, commentando attoniti e contriti davanti ai microfoni il misero 15° posto su 16 coppie, parlando della strage di San Valentino a Parkland, in Florida: “Sono emotivamente svuotata, mi sono messa addosso una pressione in più perché volevo rendere onore chi abbiamo perso oggi. Siamo così privilegiati e fortunati perché facciamo quello che facciamo, e siamo così tristi per le 17 persone che sono morte negli Stati Uniti. Prima della prova ho detto. Chris che avrebbe dovuto essere molto più forte di me. Mi dispiace per come abbiamo gareggiato, ma c’è tanta gente a casa ferita perché ha perso i suoi bambini. Mentre pattinavo non ero concentrata su questa botta storia, ma subito dopo mi sono sentita ancora emotivamente colpita. Sono sopraffatta dai fatti di casa”.

Curling, doppio colpo

Dopo la sconfitta di misura contro il Canada (vincitore degli ultimi tre ori olimpici) e il clamoroso successo sulla Svizzera, la squadra di curling azzurro maschile piazza una ancor più eclatante successo contro gli Stati Uniti. E sogna così un posto tra le prime quattro nel girone di qualificazione, e quindi le semifinali. Bravissimi Joel Thierry Retornaz, Daniele Ferrazza, Simone Gonin ed Amos Mosaner a rimanere concentrati fino all’ultimo dopo i continui alti e bassi della partita contro gli americani, fino ad imporsi all’ultima stone, per 10-9, grazie a Mosaner. Delicatissima la prossima puntata, con la rivincita contro la Danimarca, che ci aveva dato il passaporto per i Giochi, nel lungo cammino di 9 partite fra le 10 squadre in gara.

Giallo bob

Come rovinare una favola? Con le dimissioni dell’allenatrice, la tedesca Sandra Kiriasis, alla vigilia della storica prima partecipazione ai Giochi del bob della Giamaica femminile. L’olimpionica di Torino 2006 si è ritenuta sminuita nel suo ruolo di responsabile tecnico che la Federazione nazionale avrebbe voluto trasformare nel ruolo di analista. Jazmine Fenlator-Victorian e Carrie Russell sperano di diventare i primi giamaicani – 30 anni dopo gli uomini che avevano ispirato il film Cool Runnings – a scrivere la storia nelle prove di martedì e mercoledì (le prove scattano domani). Secondo la Kiriasis, i rapporti con la squadra sono perfetti, Jamaica Bobsleigh nicchia, ma non sembra avere alcuna intenzione di mediare: o il tecnico accetta la retrocessione o rimane fuori.

L’ora Shiffrin 

Dopo il primo oro nel gigante, domani è la giornata del fenomeno Mikaela Shiffrin, specialista di slalom che cerca il bis di Sochi 2014 (Bassino, Curtoni, Moelgg e Costazza). Lo sci alpino vive anche il superG maschile, con la Norvegia nazione-guida da quattro Olimpiadi, con Aamodt 2002 e 2006, Svindal 2010, Jansrud 2014, che è candidato al bis consecutivo. L’Italia schiera Paris, Fill e Innerhofer. Al via il singolo maschile del pattinaggio coi i suoi incredibili protagonisti. Entrano nel vivo Crling, Snowboard cross (con Michela Moioli)  e Skeleton con Joseph Luke Cecchini 24° dopo la seconda manche.

Sport Senators

 

 

Pianti e risate. Gli atleti a cinque cerchi. Piangono, subito dopo la gara, e ridono di nuovo, subito dopo. Piangono e ridono, alla premiazione. Piangeranno e rideranno ancora, magari fino alla prossima Olimpiade. Mentre ridono soltanto, e spassionatamente, istintivamente, platealmente, genuinamente, i giovanissimi tifosi sudcoreani schierati in tribuna in a PyeongChang mentre qualcuno, più anziano, gli indica Kim Jong-un, che passeggia sventolando una improbabile bandierina. Non è il vero dittatore nordcoreano che tiene divise le due Coree e terrorizza il mondo con un dito premuto sulla bomba nucleare. E’ un imitatore. Ma quel risata vale più di qualsiasi trama diplomatica, di qualsiasi blocco, di qualsiasi sezione più o meno violento. “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”, risale agli antichi latini ed è sempre moderna.

Dal disastro allo sprint d’oro

Raramente si vede un atleta incassare così male la sconfitta, con la mascella serrata, il capo chino, gli occhi che vagano, i pugni stretti. Raramente il secondo si vede soffiare l’oro olimpico da sotto il naso con una prova assolutamente superba. Il giapponese Ayumu Hirano è stato sfortunato: perché queste cose nell’ultima run di snowboard succedono, e perché nell’half pipe quei due double Cork 1440 consecutivi, conditi di rotazioni e volteggi assolutamente perfetti, che è costretto a vedere  all’ultimo momento sono firmati in cielo dal dio della specialità. Che risorge quando sembrava ormai defunto.

Hirano lo sa, lo sbowboard lo sa, il pubblico lo sa: solo Shaun White poteva farcela. Solo il fenomenale asso statunitense che aveva vinto l’oro a Torino 2006 e Vancouver 2010, ma quattro anni fa, dopo la batosta del quarto posto a Sochi si era posto mille domande sulle motivazioni per continuare a rischiare l’osso del collo a ogni salto, e sembrava definitivamente perso come campione, mentre cambiava totalmente allenatore, sponsor, manager, tutto. E poi a ottobre sembrava perso anche come semplice atleta, peraltro a 31 anni, con una lunga carriera alle spalle, costretto a fronteggiare un terribile infortunio. Mentre si allenava in Nuova Zelanda, aveva mancato l'uscita di una figura, aveva picchiato contro le pareti della pista, aveva trovato un impatto ancor più traumatico in ricaduta, aveva macchiato la pista del suo sangue, aveva la faccia irriconoscibile (62 punti di sutura, anche nella lingua), aveva un’embolia polmonare, aveva il corpo in poltiglia e lo spirito a pezzi. Ma, soprattutto, aveva scoperto un avversario nuovo, subdolo, imbattibile, la paura.

“Molestie sessuali solo gossip”, ahi, ahi!

Perciò, il povero Hirano è stato sfortunato. Perché, malgrado tutto ciò, cinque giorni di osservazione e quattro mesi di allenamento dopo quel terribile incidente, “Animal” (per la somiglianza ad un personaggio del Muppet Show) o se preferite “The Flying Tomato” per la capigliatura rossa, ha rivinto l’oro olimpico, il terzo, con lo stesso esercizio che l’aveva mandato all’ospedale.

L’unico che poteva consentirgli di arrivare al miracoloso, aureo, 97.75, sorpassando il 95.25 del giapponese, secondo anche a Sochi 2014. “Sapevo che ce l’avevo dentro, la paura era fuori dalla porta, sono all’Olimpiade, devo farlo, sono di nuovo al top, nella posizione che preferisco, con tutta la pressione del mondo e una sola run. Cose così tirano fuori il meglio di me, sono felice che sono parte del mio essere un combattente”.

E’ il suo terzo oro, il numero 100 dell’America ai Giochi invernali, il primo in cui i cronisti fanno domande sulle presunte molestie sessuali del 2006 di cui lo accusa Lena Zawaideh, ex batterista del suo gruppo musicale, “Bad Things”, che nel 2014 incise un album, ma poi s’è sciolto. “Sono orgoglioso di quello che sono, che è una cosa che non dico mai. Questa vittoria per me significa il mondo”, risponde lui, fiero. “Siamo qui per parlare di sport, non di gossip”. Per poi chiedere scusa al Today Show della Nbc: “Ho usato delle parole troppo semplici per descrivere un soggetto così delicato. Sono sinceramente dispiaciuto, ero sopraffatto dall’emozione e desideravo parlare solo della mia incredibile giornata sportiva e dividere la mia esperienza. E quando ho detto che sono fiero di me, volevo dire che negli anni sono cresciuto come persona e sono orgoglioso di quello che sono oggi”. Nemmeno un campione olimpico miracoloso può dribblare il tema più sentito dall’opinione pubblica americana…

A.A.A. Cercasi fidanzato…

“Sembra proprio che sia il giorno di San Valentino… Me ne sono dimenticata, visto che sono all’Olimpiade e sono single. C’è qualche altro single che vuol essere il mio Valentino?”. A questo simpatico, quando inatteso tweet hanno risposto in tanti, anche un italiano, anche il mito del freestyle francese, Martin Fourcade. Ma la cosa più sorprendente è l’autore del cinguettio che cerca l’amore: è addirittura Lindsey Vonn, una delle donne – non solo delle atlete – più desiderate del pianeta.

Arianna IV

Arianna Fontana è la seconda portabandiera azzurra ad aggiudicarsi l’oro ai Giochi Invernali dopo Deborah Compagnoni (gigante 1994). Prima, due uomini: Paul Hildgartner (slittino 1984) e Alberto Tomba, oro in gigante ad Albertville 1992

Minacce web imparabili

La pattinatrice canadese Kim Boutin che ha vinto il bronzo dei 500 metri short track grazie alla squalifica dell’eroina di casa Choi Minjeong (colpevole di gravi scorrettezze contro Arianna Fontana), è stata subissata di minacce via web. Il Cio, attraverso il portavoce Mark Adams, pur chiedendo di rispettare gli atleti e confermando il sostegno del Comitato Internazionale Olimpico, ha chiarito che non può controllare i social media e il pubblico. E ha invitato il comitato olimpico nazionale canadese ad “assicurarsi che i suoi atleti siano adeguatamente protetti e sorvegliati».

“Red, sei sveglio?”

Il 17enne americano Red Gerard deve ringraziare il compagno di squadra e di stanza Kyle Mack per aver firmato il primo oro olimpico di un millennial ai Giochi invernale nello snowboard slopstyle. La sera prima delle gare si è addormentato mentre guardava Brooklyn Nine-Nine su Netflix, e non ha sentito la sveglia alle 6. Venti minuti dopo, Mack l’ha chiamato al cellulare: “Red, sei sveglio vero?”. Red s’è buttato giù dal letto, ha infilato in bocca un sandwich all’uovo con prosciutto, avocado e formaggio, nella fretta, ha infilato la giacca del compagno ed è arrivato comunque in tempo per la gara delle 11.30. Forse anche per questo ci ha messo un po’ a carburare e, dall’11esimo posto, solo alla terza run, ha piazzato l’87.16 che gli ha consegnato l’oro.

Salvate la Statua della Libertà

Le portiere americane dell’Hockey hanno avuto il nullaosta per mantenere il disegni della Statua della Libertà che hanno sui caschi. Il Cio ha determinato che non si tratta di una violazione della politica contro i simboli politici. Non rappresenta uno slogan o un messaggio di qualsiasi identità o proposta, non è un simbolo pro o contro qualcosa o qualcuno, non è una minaccia o una proposta: è semplicemente una foto di un monumento. Era fondamentale che la risposta arrivasse prima del match contro la Russia.

Ovviamente Germania

I due Tobias tedeschi Wendl e Arlt si confermano campioni olimpici di doppio di slittino. In 1'31"697, precedono di 88 millesimi agli austriaci Penz-Fischler e di 290 millesimi gli altri tedeschi Toni Eggert e Sascha Benecken, dominatori dalle ultime due stagioni con 22 successi su 29 gare. Settimi i ventenni azzurri Ivan Nagler e Manuel Malleier, neo campioni del mondo juniores, a 866 millesimi.

Che belli i cinesi, imprendibili?

Le coppie italiane fanno davvero faville: sia Valentina Marchei-Ondrej Hotarek, settimi (74.50), che Nicola Della Monica-Matteo Guarise, noni (74.00), superano i propri limiti. Ma certo appaiono lontanissimi dai primi. Intanto i favolosi, velocissimi, armoniosissimi, cinesi Sui Wenjing-Han Cong che guidano la prova dopo il programma corto di pattinaggio di figure con lo straordinario punteggio di 82.39, migliorando la propria miglior prestazione mondiale sempre. Dietro di loro, sempre irraggiungibili, i russi, Evgenia Tarasova-Vladimir Morozov (81.68). Quindi, in lotta per il bronzo, i canadesi Meagan Duhamel-Eric Radford, i tedeschi Aljona Savchenko-Bruno Massot.

La Corea del Nord da applausi

Ai Giochi di Pyeongchang ci sono anche atleti della Corea del Nord, gli unici qualificati di diritto, e meritevoli di applausi, come la coppia di figure Ryom Tae-ok e Kim Ju-sik. Che ottengono un ottimo 69.40 nel programma corto, dopo una prova appassionata che li promuove alla seconda prova. Prendendosi anche la soddisfazioni un piazzamento tre posti migliore della coppia Usa,Alexa Scimeca-Knierim e Chris Knierim. Fra gli applausi dei propri sostenitori, accorsi in gran numero. “Ci hanno trasmesso forza e ed energia”, ha commentato Kim, orgogliosissima della miglior prestazione di sempre della Nord Corea nel pattinggio. Dopo che il mese scorso sono diventati i primi medaglisti del paese in una gara internazionale, col bronzo nei Campionati dei 4 continenti.

Povero sci alpino

Anche lo slalom femminile a Yongpyong è stato cancellato per il vento e riprogrammato per venerdì. E’ la terza gara di sci alpino rinviata, dopo la discesa uomini di domenica e il gigante donne di lunedì spostati a domani. Quando le previsioni sono buone. Venerdì, si dovrebbero disputare superG uomini e slalom donne. Sabato, il superG femminile. Tempo permettendo. Mentre la sveglia dovrebbe regalarci il risultato della libera maschile, con Christof Innerhofer che sembra il più in palla degli azzurri, anche se Peter Fill potrebbe fare Bingo. Favoriti Jansrud, Svindal e Feuz.

Moioli e Jacobellis nel destino

Domani slittino con la staffetta e chance di riscatto per l'Italia di Dominik Fischnaller, Voetter e Nagler-Malleier. Grande attesa per lo snowboard cross: prima gli uomini (con la punta Omar Visintin, due vittorie in stagione), poi le donne con la bergamasca Michela Moioli che la più famosa di sport mondiale, Sports Illustrated, dà favorita per l’oro.

Al quale ambisce anche la bella statunitense Lindsey Jacobellis, seconda ai Giochi di Torino 2006 e poi 4 volte campionessa mondiale e 10 volte medaglietta agli X Games, che però ha il tabù Olimpiadi. Al via anche lo Skeleton, coi fratelli lettoni Dukurs brothers, con le esotiche presente del primo ghanese, l’ex spinte Akwasi Frimpong, e del primo giamaicano, Anthony Watson, che, dopo l’esperienza da bobbista con gli Stati Uniti, ha aspirazioni massime fuori del ghiaccio e si descrive: attore, musicista e modello. Mentre la 10 volte medaglietta ai Giochi, la norvegese Marit Bjorgen, punta ad andare oltre il suo stesso mito nella 10 chilometri a tecnica libera.

Sportsenators.it

 

 

La Cina mette le mani sui campionati di calcio di Spagna e Italia. Il fondo di investimento Orient Hontai Capital, con sede a Shanghai, ha acquistato per 900 milioni di euro il 54,5% di Imagina, la società spagnola nata dalla fusione di Globomedia e Mediapro​, la società che ha i diritti tv della Liga e si è aggiudicata la settimana scorsa anche quelli della serie A per il triennio 2018-2021, suscitando accese polemiche. Secondo la stampa iberica, manca solo l'ufficialità: il fondo ha rilevato le quote possedute da Torreal (23,5%), Televisa (19%), e Gerard Romy (12%) uno dei soci fondatori. Il valore dell'operazione è di poco inferiore agli 1,05 miliardi di euro sborsati da Mediapro per aggiudicarsi l'asta della Lega Calcio.

Una capitalizzazione da 10 miliardi

"Poco conosciuto in Europa, Orient Hontai Capital, fondato nel 2014 per acquisire imprese di videogiochi nel paese asiatico, ha la sua vera forza nella società matrice Orient Security, compagnia finanziaria che muove attivi per 26 miliardi di euro, è quotata in Cina ed ha una capitalizzazione di oltre 10 miliardi", sottolinea Calcio e Finanza. Il fondo intende massimizzare il proprio investimento sfruttando le sinergie con la qatariota BeIn Media, ex costola di Al Jazeera che controlla una rete di canali tematici in tutto il mondo (Spagna compresa) e può aprire le porte del vastissimo pubblico di appassionati di lingua araba. 

I numeri di Mediapro

Mediapro ha registrato un fatturato di quasi 1,65 miliardi di euro e un margine operativo lordo di oltre 215 milioni di euro nel 2017, l'anno migliore della sua storia. La società si definisce come "il primo conglomerato europeo del settore audiovisivo": la sua attività spazia dalla produzione di contenuti alla gestione dei diritti televisivi, dalla consulenza alla prestazione di servizi audiovisivi. Presente in 44 città di 26 diversi paesi, Mediapro si avvale della collaborazione di 6.500 professionisti. Fondata a Barcellona 24 anni fa, nel corso degli anni si è aggiudicata la diffusione e la produzione di eventi sportivi in tutto il mondo: nel suo carnet troviamo la produzione di finali della Champions League, della Coppa America di calcio, della Formula 1, del torneo di tennis Roland Garros e di 13 campionati nazionali di calcio, tra cui quello portoghese, quello francese e la Liga spagnola. Il gruppo dispone di spazi produttivi per 50mila metri quadrati distribuiti in 58 studi televisivi a Madrid, Miami, Lisbona, Bilbao, Bogotà, Buenos Aires e New York. Attualmente Mediapro produce 11 canali televisivi, tra i quali GOL, un canale 'free' creato nel 2017 attraverso il quale trasmette parte del pacchetto principale della Liga.

Leggi gli articoli sul Mattino e il Corriere della Sera
 

"Inammissibile", tuona Sky (che ha un piano B)

Se Mediaset "non ha alcuna preclusione" ed è pronta ad ascoltare le proposte dell'operatore iberico, Sky ha diffidato la Lega Serie A, dopo l'assegnazione dei diritti, considerandola "inammissibile" in quanto Mediapro sarebbe "un vero e proprio operatore della comunicazione". L'ipotesi circolata e su cui si basa la protesta di Sky è che durante la trattativa privata con l'organismo che gestisce i diritti tv su tutte le partite di Serie A, Mediapro abbia previsto di "realizzare uno o più canali tematici anche sotto forma di canali ufficiali della Lega". Ma il vice commissario della Lega Serie A, Paolo Nicoletti, ha invece definito quella spagnola come "un'offerta di grandissimo valore", che ha portato a "un risultato economico straordinario". E l'amministratore delegato di Infront Italia, la società che ha assistito la Lega nell'assegnazione, ha sottolineato che "si apre un'era diversa". Nulla, secondo Luigi de Siervo, "esclude gli operatori tradizionali, che avranno il tempo di sedersi al tavolo con Mediapro. Nel nostro settore – ha aggiunto riferendosi alla reazione di Sky – bisogna anche saper perdere, sportivamente".

Quanto ai "vincitori", i soci fondatori di MediaPro, Taxto Benet e Jaume Roures, hanno annunciato di voler "garantire le migliori condizioni al tifoso che si abbona: per noi la Serie A si vedrà su tutte le piattaforme distributive possibili. La prima cosa che abbiamo fatto, è stata quella di parlare con tutti gli interessati in Italia spiegando il nostro progetto. In Spagna il numero di abbonati è cresciuto e non vediamo il motivo per cui non debba accadere anche in Italia". L'autorità antitrust ha ora 45 giorni per esprimersi sulla decisione. "Siamo sicuri che i nostri abbonati continueranno a vedere le partite della Serie A su Sky. Mediapro è un broker dei diritti, quindi dovrà rivolgersi ai broadcaster, tra cui Sky", ha assicurato in un colloquio con Repubblica il  vicepresidente esecutivo per la comunicazione di Sky, Riccardo Pugnalin, "la nostra azienda opera comprando diritti e anche stavolta compreremo i diritti della serie A da chi avrà l'obbligo giuridico di venderli ai broadcaster. Secondo procedure eque, trasparenti e non discriminatorie. Aspettiamo di vedere nei prossimi mesi se e in che modo verranno assegnati a Mediapro. Abbiamo un piano B, ma se le regole sono uguali per tutti assicuro che non servirà"

Nessuno è realmente favorito. Juventus e Tottenham si giocano l’accesso ai quarti di finale di Champions League partendo alla pari. Cinquanta e cinquanta. Due squadre che attraversano un ottimo momento di forma in campo ma anche fuori, come dimostrano i loro bilanci economici. La squadra di Max Allegri può vantare un’esperienza maggiore e una consapevolezza nei propri mezzi cresciuta, soprattutto in Champions, anno dopo anno. Non è un caso che sia uscita imbattuta nelle ultime 26 gare interne in Europa. Quella del “torinese” Pochettino, invece, può far valere il grande stato di forma, con un girone senza sconfitte, e un sorteggio benevolo che gli consentirà di giocarsi la qualificazione nella gara di ritorno, a Wembley. 

Juve: Higuain e una difesa d’acciaio

Allegri deve fare a meno di Dybala, Cuadrado e Matuidi. Davanti si affiderà al Pipita Higuain, stimolato dalla sfida con Harry Kane, a Madzukic e a uno tra Douglas Costa e Bernardeschi, con il primo favorito. Ma potrebbero giocare anche tutti e 4 con un cambio di modulo: il 4-2-3-1. In quel caso in mezzo giocheranno Pjanic e Khedira. Con il modulo classico, il 4-3-3, il ballottaggio tra Sturaro e Betancour deciderà il sostituto di Matuidi. Senza sottovalutare l’opzione Marchisio che scalpita per giocare. L’allenatore livornese si affiderà anche alla sua difesa. Quella che, orfana di Bonucci, aveva iniziato in maniera titubante la stagione e che ora, anche grazie a un ritrovato Benatia, è tornata a essere il vero punto di forza dell squadra. Un vero Bunker. Un esempio? Nel 2018 non ha ancora subito un gol. Inutile sottolineare quanto sarebbe fondamentale per la Juve riuscire ad andare a Londra con l’ennesimo “Clean Sheet” casalingo.

Tottenham: Kane e tanta voglia di vincere

Come ricorda Rivista Undici ci sono molte cose per cui è giusto temere la squadra inglese.

Sulla formazione ci sono pochissimi dubbi. Davanti, insieme a Kane, ci sarà il giovane fenomeno Deli Alli e il coreano Son. Fantasia, imprevedibilità e calci di punizione sono affidati al danese Eriksen, il vero metronomo del centrocampo. L’unica vera assenza degna di nota è quella del difensore belga, Toby Alderweireld. Per il resto sarà una sfida dove gli inglesi cercheranno di imporre soprattuto la loro forza e il loro fisico. Soprattutto a Torino. Pochettino sa che molte delle possibilità di passare il turno sono legate alle giocate di Harry Kane, l’attaccante della nazionale inglese che ha cambiato gli equilibri e facendo fare quel salto di qualità che i tifosi aspettavano da diversi anni. Un campione esploso tardi e che ha rischiato, nel 2012, di dire addio al calcio. Da chi è stato salvato? Da Tom Brady. O meglio, dalla sua storia.

Le curiosità intorno alla sfida

  • Frank Lampard, ex capitano del Chelsea, ha messo in guardia il Tottenham sulle pagine dell’Evening Standard: “Sarà più difficile affrontare la Juventus ora che il Real Madrid ai gironi”. Il centrocampista ha elogiato la figura di Chiellini manifestando pubblicamente il suo rispetto per il difensore: “Non cattura l’attenzione per la sua eleganza nel giocare la palla ma la sua dedizione, a 33 anni, è immensa”.
  • Diversi giornali hanno invece ricordato di quando Miralem Pjanic, “il pianista”, rifiutò il corteggiamento arrivato dalla Premier League. Tottenham e Arsenal avevano avanzato delle offerte che il giocatore bosniaco decise di non accettare. Gli Spurs lo avevano individuato come perfetto erede di Modric passato, qualche anno prima, al Real Madrid. Pjanic scelse la Juve.
  • Quello che è certo è che la squadra di Pochettino sa di giocarsi moltissimo. L’arrivo a Torino, con un jet privato, è stato raccontato su Instagram con delle stories che raccontano l’emozione provata dalla squadra londinese. E non è un caso se a Torino sono attesi più di 2000 sostenitori. 
  • L’attuale proprietario del Tottenham è Joe Lewis, 81, anni, secondo forbes il 248° uomo più ricco del mondo. Trascorre gran parte del tempo alle Bahamas a bordo di Aviva, sei piani di Yacht extralusso che, al suo interno, ospita una collezione d’arte da far invidia i più importanti del mondo e la cui valutazione si aggira intorno al miliardo di dollari. Anche grazie alle opere di Picasso, Matisse, Chagall e Modigliani. Il presidente, invece, è l’inglese Daniel Levy, braccio destro di Lewis.
  • Lo stadio del Tottenham, White Hart Line, che si trova nell’East London, è attualmente in ristrutturazione. Quando sarà terminato potrà contenere oltre 60mila tifosi. Sarà in grado anche do ospitare partite di Football americano. Farà ancora più ricco un club già molto ricco. Ecco perché attualmente gli Spurs giocano a Wembley, il tempio del calcio britannico.
  • Per Mauricio Pochettino si tratta quasi di un derby. Il bisnonno arrivò in Argentina partendo da un piccolo paesino piemontese, Virle Piemonte, poco più di mille abitanti, che dista 25 chilometri da Torino e che ha deciso di conferire la cittadinanza onoraria al tecnico del Tottenham.  Pochettino che sembra godersi già la città e le sue piazze.
  • Il Daily Star ha snocciolato un po’ di numeri ricordando come, negli ultimi 8 viaggi in Italia, il Tottenham abbia vinto solo una volta. A San Siro, nel 2011, contro il Milan. Tuttosport ha chiesto ad Andrea Maldera, esperto di tattica dell’Ucraina di Shevchenko, come limitare Kane: “Cercando di tenerlo il più possibile lontano dall’area, mantenendo la linea un po’ più alta del solito, sui 25 metri. Kane è devastante negli ultimi metri, ma fuori dall’area è un attaccante più normale”. Basterà?   
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