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La ventiduesima edizione degli europei di calcio under 21 ha preso il via il 16 giugno con la vittoria della Polonia sul Belgio (3-2) e il big match tra Italia-Spagna, terminata 3-1 per gli azzurrini allenati da Luigi Di Biagio, trascinati da Chiesa e Pellegrini. Scontro, quest’ultimo, tra le due squadre più titolate del calcio europeo di categoria. Un bel biglietto da visita per la prima edizione italiana (con digressione sammarinese) del torneo: è solo dal 1994, infatti, che la UEFA assegna a uno o due paesi ospitanti l’incarico di organizzare e ospitare le fasi finali del torneo.

La formula e i premi in denaro

Dal 2017 la fase finale dell’europeo under 21 è aperta a 12 squadre (tra il 1978 e il 2013 erano 8) suddivise in 3 gironi all’italiana composti da 4 squadre. Nel 2021 le squadre saliranno a 16. Andranno in semifinale le tre vincitrici dei gironi e la migliore seconda. Inoltre, l’europeo 2019 determinerà anche le qualificazioni all’Olimpiade 2020, con le quattro semifinaliste che staccheranno il pass per Tokyo. L’unica variabile è rappresentata dall’Inghilterra: se la nazionale dei Tre Leoni – che è ineleggibile per i Giochi – dovesse arrivare a questa fase della competizione rimarrà un posto vacante che verrà assegnato con uno spareggio fra le altre due seconde classificate rimaste escluse dalla final four.

In semifinale la migliore seconda incontrerà o la vincente del gruppo A o la vincente del gruppo B, mentre la vincente del gruppo C incontrerà certamente una prima classificata. Capitò proprio all’Italia due anni fa: vinse il gruppo C e incontrò la Spagna in semifinale: finì 3-1 per gli iberici. Ebbe miglior sorte la Germania: seconda nel gruppo C dietro agli azzurri, incontrò l’Inghilterra vincente del gruppo A e la eliminò, per poi battere a sorpresa la Spagna favorita e campione in carica per 1-0 nella finale di Cracovia.

Per Italia 2019, la Uefa ha fatto sapere di aver messo a disposizione 4 milioni di euro di premi in denaro. La sola qualificazione alla fase finale ha garantito alle dodici squadre un montepremi di 300 mila euro. Le quattro squadre su dodici che passeranno il girone potranno incrementare il bottino di 50 mila euro. La finale garantisce un salto ulteriore: altri 50 mila euro andranno a chi la perderà, mentre i campioni d’Europa porteranno nelle casse della loro federazione un assegno complessivo di 500 mila euro.

Dove si gioca e quanto pubblico è atteso

Il gruppo A che vede impegnata l’Italia padrona di casa e qualificata d’ufficio si giocherà appunto sulla via Emilia con Reggio e Bologna che ospiteranno le sei partite di questo girone che metterà di fronte gli ambiziosi azzurri del ct Luigi Di Biagio ai vicecampioni in carica della Spagna del madridista Dani Ceballos, miglior giocatore dell’edizione di due anni fa in Polonia. Arrivare primi è l’unico modo per essere sicuri di passare alle semifinali: in caso di secondo posto, infatti, toccherà vedere che succede negli altri gironi perché si qualificherà solo la migliore tra le seconde classificate. Per questo, la vittoria con la Spagna potrebbe essere stata già decisiva ai fini della classifica.

Il gruppo B si gioca invece tra Trieste e Udine e vedrà in campo i campioni europei della Germania, la Danimarca, la Serbia del neo acquisto del Real Madrid Luka Jovic e la debuttante Austria. Il gruppo C con Inghilterra, Francia, Romania e Croazia è di casa in Romagna, tra Cesena e Serravalle, nella Repubblica di San Marino, che ospiterà tre partite ma non risulta formalmente paese organizzatore, per questo la rappresentativa sammarinese non ha beneficiato del pass per accedere ai gironi senza qualificazione. 

L’europeo di questa categoria è un evento di secondo piano se paragonato alla competizione riservata alle nazionali maggiori, ma è comunque capace di attirare un buon bacino di pubblico negli stadi. Non a caso, gli stadi scelti per ospitare l’evento non sono mai tra i più capienti (e l’edizione italiana conferma il trend), ma si tratta comunque di impianti che gli organizzatori sperano di vedere pieni il più possibile.

Nella scorsa edizione l’UEFA ha comunicato che gli stadi polacchi furono riempiti per l’81% per un totale di più di 244 mila presenze. Secondo i numeri che abbiamo raccolto su varie fonti (Wikipedia, UEFA e Sport Event Denmark), l’edizione 2007 ospitata nei Paesi Bassi è stata anche quella con maggior afflusso in proporzione alle partite disputate.

L’Italia è la squadra più vincente e presente della competizione

Gli Azzurri padroni di casa sono la squadra che conta il maggior numero di vittorie della competizione grazie a 5 titoli messi in bacheca. Di questi, tre sono arrivati consecutivamente negli anni Novanta (1992, 1994, 1996) grazie alla generazione d’oro guidata da Cesare Maldini, poi “promosso” in Nazionale maggiore nel 1996 dopo le dimissioni di Arrigo Sacchi da commissario tecnico. 

In quella under 21 del 1996 furono protagonisti tre futuri campioni del mondo come Alessandro Nesta, Fabio Cannavaro e Francesco Totti e tra i convocati c’era anche un giovanissimo Gianluigi Buffon, quell’anno riserva del titolare Angelo Pagotto. Quarto titolo nel 2000, con l’Italia del ct Marco Tardelli trascinata da un certo Andrea Pirlo, che per la rassegna di quest’anno ricopre il ruolo istituzionale di ambasciatore del torneo.

Ultima vittoria nel 2004, sotto la guida di Claudio Gentile, con un altro futuro campione del mondo, Alberto Gilardino, protagonista di quell’edizione in quanto eletto miglior giocatore del torneo. In rosa anche altri vincitori del mondiale di due anni dopo: Andrea Barzagli, Daniele De Rossi, Cristian Zaccardo e Marco Amelia. L’Italia è anche la squadra più presente: con il prossimo europeo avrà presenziato a 20 edizioni su 22, mancando la qualificazione solo nel 1998 e nel 2011.    

La Spagna ci insegue molto da vicino: le Furie Rosse (tredici presenze totali) hanno vinto quattro titoli, di cui due consecutivi tra 2011 e 2013 e puntano a raggiungere gli Azzurri dopo la delusione della finale persa due anni fa da favoriti. Più presenti degli spagnoli ma meno vittoriosi gli inglesi, per quindici volte partecipanti alla fase finale, che contano due titoli consecutivi negli anni Ottanta e una finale persa nel 2009.

Due titoli e due argenti per la Germania detentrice. Il primo alloro europeo risale proprio al 2009 contro gli inglesi, quando la squadra tedesca era composta da un nutrito gruppo di futuri campioni del mondo 2014. Tra questi Manuel Neuer, Mats Hummels, Sami Khedira,Benedikt Höwedes, Mesut Özil. Anche qualche assenza illustre a questo europeo: mancheranno squadre molto presenti e vincenti come la Repubblica Ceca (12 presenze, 1 vittoria e altri 3 podi) e squadre vincitrici di edizioni passate come Paesi Bassi e Svezia.

“Alle 12.41 del 17 giugno 2019 ho mandato email al Ceo della Roma dove ho scritto un po’ di parole e un po’ di frasi per me inimmaginabili: ho dato le mie dimissioni dall’As Roma. Pensavo che questo momento non sarebbe arrivato mai”. Lo ha detto Francesco Totti aprendo la conferenza stampa dedicata al suo addio, organizzata all’interno del Salone d’Onore del Coni

“La mia è stata una scelta coerente – ha aggiunto – perché davanti a tutti ci dev’essere la Roma, squadra da amare. Oggi non ci devono esser fazioni e ci deve essere unico obiettivo. L’amore per questi colori. I presidenti passano, come allenatori e giocatori, ma le bandiere non passano. Quello no. Questo mi ha fatto pensare tanto. Non è stata colpa mia prendere questa decisione”. Poi riferendosi alla dirigenza e rispondendo a una domanda ha precisato: “Loro mi tenevano fuori da tutto, hanno voluto questo e alla fine ci sono riusciti”. 

 

In diretta dal Salone d’Onore del CONI
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— Francesco Totti (@Totti)
17 giugno 2019

Quello di Totti non è un addio definitivo. “Questo è un arrivederci. Posso dire che è impossibile tenere Totti fuori dalla Roma. In questo momento prenderò altre strade. In un momento in cui un’altra proprietà punterà forte su di me, io sarò pronto”. Al momento però il suo futuro è lontano da Trigoria: “Ora sto valutando le offerte che ci sono sul piatto e quella che mi farà stare meglio la prenderò col cuore e sarà decisiva”.

L’ex numero 10 della Roma ha chiarito i motivi della rottura con la dirigenza giallorossa: “Non sono mai stato coinvolto in un progetto tecnico. Il primo anno ci poteva stare, ma poi mi sono fatto delle idee. È stato un pensiero fisso di alcuni levare i romani dalla Roma e alla fine sono riusciti a ottenere quello che volevano. Da 8 anni a questa parte – ha aggiunto – gli americani hanno cercato in tutti i modi di metterci da parte”. Per Totti è un momento particolare, molto doloroso: “Quello di oggi è un momento terribile. Oggi è come morire. Era meglio morire”. 

Mai decollato il rapporto con Franco Baldini: “Non c’è mai stato e mai ci sarà ed è il motivo per cui ho preso questa decisione. Uno dei due doveva uscire. Mi sono messo da parte io. Troppi galli a cantare non servono. Ci sono troppi che mettono bocca sulle cose senza averne la competenza e fanno solo danni. Mi sono accorto che su tutte le decisioni l’ultima parola spettava sempre a Londra, quindi era tempo perso persino andarci visto che era tutto già fatto”. Allenatore, Fonseca, compreso. 

Durante la conferenza stampa sono usciti fuori anche alcuni particolari sulla scelta dell’allenatore: “Voglio precisare che non sono andato a Londra perché era tutto già fatto, compreso l’allenatore. Che ci andavo a fare? Io ho chiamato un solo allenatore, Antonio Conte. Voglio precisarlo perché per stupido non ci passo”. Le uniche parole di stima sono per Fienga: “L’unico della società che ringrazio, ci ha messo la faccia dicendomi che avrebbe voluto sempre lavorare con me”.

“Tante cose mi hanno fatto riflettere – ha detto ancora Totti – non mi hanno mai reso partecipe. Mi chiamavano solo quando erano in difficoltà. In due anni avrò fatto 10 riunioni. Mi chiamavano all’ultimo, come se mi volessero accantonare. È mancato il rispetto verso la persone. Ho cercato in tutti i modi di mettermi a disposizione, ma dall’altra parte ho visto che era diverso il pensiero”.

Poi un pensiero per la maglia e per De Rossi: “A settembre ho detto ai dirigenti di avvertire subito Daniele del fatto che non avrebbero rinnovato il suo contrastto e non fare come hanno fatto con me perché è il capitano della Roma e va rispettato. Poi c’è stato contesto difficile e nessuno si è preso la responsabilità. Non capisco se è una cosa voluta o non ci pensano. In ogni caso era quello che hanno sempre voluto: levare i romani dalla Roma. Ora prenderò Daniele e andrò a vedere la partita con lui in curva sud. Tiferò sempre Roma, il mio sogno è vederla sempre ai vertici”. 

L’ex direttore tecnico ha voluto anche voluto dire la sua sull’operato di Di Francesco, esonerato durante la stagione: “Dopo una semifinale di Champions pensi di andare in finale l’anno dopo. Ma se vendi i giocatori… Ora non per difendere Di Francesco che era mio amico, ma lui ha chiesto 4-5 giocatori e non glieli hanno mai presi. È inutile nascondersi, la verità fa male”.  

L’ultimo sassolino che Totti si è tolto dalle scarpe forse è il più pesante: “Sono stato un peso per questa società. Mi hanno detto che sono stato troppo ingombrante sia da calciatore che da dirigente. Ora me ne vado e questo mi fa male… quando ti stacchi dalla mamma, è dura”

Guarda la diretta qui
 

Ora che è entrato ufficialmente nella Treccani come neologismo, il sostantivo ‘sarrismo‘ è diventato termine popolare (e discusso). Ma prima ancora dell’enciclopedia italiana, molto prima, c’è chi aveva usato questo termine per intitolare una pagina social dedicata a Maurizio Sarri, neoallenatore della Juve, che nel giro di alcuni anni ha raggiunto i 90 mila ‘like’. 

Si chiama ‘Sarrismo – Gioia e Rivoluzione’ ed è una pagina Facebook che tre ragazzi tifosi del Napoli hanno realizzato nel 2016. E non si può escludere che il copyright del neologismo spetti proprio a questa pagina.

“L’idea – racconta all’Agi Gianmarco Volpe, uno dei tre ideatori fino ad oggi rimasti anonimi (gli altri due sono Fabio Piscopo e Claudio Starita) della pagina – nasce in occasione della cessione di Higuain alla Juventus. Il segnale che volevamo dare era che il centro di gravità permanente del Napoli non fosse l’argentino, ma il sistema di gioco di Sarri: quello che aveva permesso al numero 9 di stabilire il nuovo record di reti (36, ndr) realizzate in Serie A”.

Come accadeva con Arrigo Sacchi (un vincente assoluto) e Zdenek Zeman (ben pochi successi in bacheca), anche Sarri è una sorta di ‘profeta’ del calcio spettacolo anche se, ancora oggi, non è riuscito a vincere molto. La rovinosa sconfitta del Chelsea (0-6) con il Manchester City di Guardiola, inoltre, ha fatto pesantemente traballare la panchina dell’allenatore toscano. 

“La pagina Facebook – spiega ancora Volpe – nasce quasi come satirica: abbiamo usato questo lessico ‘sovietico’ che si rifà anche agli atteggiamenti di Sarri, allenatore dichiaratamente di sinistra, il quale è sempre in tuta e mai in giacca e cravatta, che punta sul collettivo anziché sull’individualismo. Col crescere della figura del tecnico è divenuto col tempo uno spazio in cui si rivedono quei tifosi, anche non del Napoli, che vivono lo sport senza l’obbligo di vincere a ogni costo, ma con la bellezza e il divertimento al centro”. 

In questa percorso fatto di satira (i tre ideatori si definiscono “Comitato Centrale”), passione e like, si è inserito anche il giornalista Sandro Ruotolo: “È il nostro ‘ministro della Propaganda’ – aggiunge ancora Volpe – Sandro ha da subito abbracciato lo spirito della pagina, dopodichè siamo arrivati a scambiarci i numeri di telefono. Ora, vediamo insieme le gare del Napoli”.

Il giornalista d’inchiesta firmerà inoltre la prefazione del libro scritto da ‘Sarrismo – Gioia e Rivoluzione’: “Si chiamerà ‘Fino al Palazzo’ – conclude Volpe – e uscirà a breve. Racconteremo i tre anni di Sarri in azzurro: #FinoAlPalazzo era stato l’hashtag lanciato da noi, che ha accompagnato la cavalcata della squadra nella scorsa stagione. Lo slogan venne peraltro fatto proprio dallo stesso Sarri, che dopo la partita col Genoa (18 marzo 2018, ndr) disse ‘voglio arrivare a prendere il potere, voglio arrivare fino al Palazzo’. Lui non è un tipo social; credo abbia un vecchio cellulare, ma sappiamo che chiedeva aggiornamenti su ciò che scrivevamo: questo ci ha ovviamente fatto molto piacere”.

Dopo un anno sulla panchina del Chelsea, dove ha conquistato il terzo posto in Premier League, la Finale di EFL Cup e la vittoria dell’Europa League, Maurizio Sarri è il nuovo allenatore della Juventus con cui ha firmato un contratto triennale. L’annuncio è stato dato sul sito ufficiale del club.

Torna così in Italia, dove ha allenato per tutta la sua carriera, fatta eccezione per l’esperienza nel Chelsea, durata un anno. Il contratto siglato con i bianconeri sarà valido fino al 30 giugno 2022.

Sessant’anni, nato a Napoli e vissuto a lungo in Toscana, Sarri intraprende nel 2001, dopo anni trascorsi nel mondo del calcio di categoria, la carriera di allenatore a tempo pieno. Inizia così un’avventura che, dal 2005, lo porta nel campionato di Serie B, alla guida di Pescara, Arezzo e Avellino. La strada verso la Serie A, però, è ancora lunga: Sarri guida, il Verona, il Perugia, il Grosseto, l’Alessandria e il Sorrento, fra B e Lega Pro.

Poi nel 2012 inizia la storia con l’Empoli: Sarri sfiora la promozione nella massima serie già alla prima stagione (nella finale playoff vince il Livorno) e la raggiunge un anno dopo, concludendo il campionato al secondo posto.

L’Empoli si conferma una splendida realtà calcistica anche nella stagione successiva, in cui conquista con anticipo la salvezza matematica. Il 2015, per il tecnico, è l’anno dell’approdo al Napoli, e anche qui Sarri lascia il segno.

Con lui la squadra partenopea raggiunge quota 82, 86 e 91 punti, dal 2015 al 2018: tutte le volte si tratta del record in Serie A per il Club, che conquista per 3 anni, due delle quali senza passare dai preliminari, la qualificazione alla Champions League.

Infine, nel 2018/19, la stagione con il Chelsea, in Inghilterra, e il primo trofeo continentale per Sarri.

A due anni dal suo ritiro dal calcio giocato che ha fatto commuovere tifosi in tutta Italia non solo romanisti, Francesco Totti lascia – di nuovo – la Roma, questa volta abbandonando il suo ruolo di dirigente, ricoperto dal 2017. 

Ma la Roma di proprietà dello statunitense James Pallotta è Roma diversa da quella di Franco Sensi che lo aveva visto trasformarsi da giovane promessa a uno dei più grandi campioni italiani. Una Roma, però, cui Totti è sempre rimasto fedele, finché qualcosa non si è rotto.

Domani alle 14 presso il CONI si terrà la conferenza stampa di Francesco Totti. Per accreditarsi è necessario compilare il form “Press” su https://t.co/FxZqA2LRHU. I posti sono limitati. La conferma di avvenuto accredito sarà inviata tramite email.

— Francesco Totti (@Totti)
16 giugno 2019

Già alla fine del 2018, quando è uscita la sua autobiografia, lo storico capitano romanista parlava di una figura specifica che aveva spinto per il suo ritiro, ovvero Franco Baldini. Ma le ultime settimane hanno mostrato che nella Roma che ha in mente il presidente Pallotta c’è più spazio per Baldini e meno per Totti.

La svolta è arrivata quando la società ha deciso di non proporre il rinnovo di contratto a Daniele De Rossi, altra bandiera romanista nonché capitano subito dopo l’addio di Totti. La rimozione dei tasselli storici romanisti eècontinuata anche con il mancato rinnovo per Claudio Ranieri, allenatore arrivato con l’obiettivo – in gran parte centrato – di risolvere una stagione iniziata con Di Francesco in panchina e che stava prendendo una piega sempre più negativa, rischiando di tenere i giallorossi fuori dall’Europa.

A questa situazione non hanno giovato le voci, messe nero su bianco da un articolo pubblicato su Repubblica. ma smentite dagli interessati, di una guerra interna allo spogliatoio che vedeva De Rossi contrapposto proprio a Totti, con quest’ultimo ritratto come sostenitore di Di Francesco e del direttore sportivo – che ha lasciato con l’addio di Di Francesco – Monchi, mentre De Rossi avrebbe avuto il sostegno di Dzeko, Manolas e Kolarov.

Voci che non aiutano a tenere sereno un ambiente in cui le divisioni sembravano già forti. In una Roma in cui la vecchia guardia giallorossa ha perso sempre più peso, senza neanche più De Rossi in campo, Totti si è trovato sempre più solo e sempre più all’angolo. In questa situazione ha annunciato, quindi, il suo addio da dirigente.

Aveva “La Viola” tatuata sul cuore. La Fiorentina calcio, di cui era tifoso sviscerato almeno in misura pari a quanto odiasse, invece, la Juventus. La società che, per lui, come per tanti altri anti-bianconeri equivale da sempre a tracotanza dei suoi tesserati e sudditanza di arbitri ed avversari. “Negli anni 70, per intolleranza alle prepotenze bianconere, diventai il capofila della rivolta viola. Entrai in rotta di collisione con un amico: Gianni Agnelli. Che telefonava per cercare di calmarmi”.

Gianfranco Corsi, più noto col nome d’arte di Franco Zeffirelli, era un toscanaccio di quelli con la lingua lunga e pericolosa, anche per sé stesso. Indimenticabile il suo sfogo sotto il traguardo dell’ultima giornata del campionato 1981-82: la squadra che si identifica con la famiglia Agnelli si aggiudicò lo scudetto battendo il Catanzaro con un rigore di Liam Brady nel finale mentre la sua Fiorentina, che era arrivata a pari punti allo sprint, non riuscì ad espugnare Cagliari. Con tanto di polemiche per una rete annullata a Graziani.

Bravissimo a usare la cassa di risonanza della tv, Zeffirelli si agganciò allo slogan “E una bellissima Fiorentina, dei meglio secondi che ladri. Abbiamo perso lo scudetto per le solite pastette della Juve. Orribile giornata e immensa gloria viola”. E prese di mira il presidente della squadra rivale: “Boniperti è una persona sgradevole, l’ho visto mangiare noccioline in tribuna: sembrava un mafioso americano”. 

Si beccò una querela per diffamazione, che si è protratta per anni e gli è costata 40 milioni di lire. Ma non si è mai messo in riga. Anzi, ha dichiarato: “Mi dispiace che una squadra come la Juve che considero una delle migliori in Europa sia costretta a sporcarsi le mani con traffici mafiosi: ha vinto la metà dei suoi scudetti con la benevolenza e i pasticci arbitrali”. E, nel 2015, confessò candidamente: “Se non si sogna, si muore ragazzi. Si deve sognare. Io ho ancora quello di vedere la Juve in B: è stata la regina di un certo modo di fare calcio, lo sapevamo tutti. E anche se sono anti Juve a vita, devo riconoscere che in qualche modo questa squadra ha contribuito allo spettacolo calcistico”.

Ha sparato: “Da sempre fa la padrona e solo lei sa quanto ha vinto grazie ai signori in giacchetta nera. Da quelle parti è dai tempi dei Savoia che vogliono comandare, ma se finissero le ingiustizie anche la mia Fiorentina sarebbe attrezzata per lo scudetto”. Non è sempre stato così delicato. Addirittura, si è anche pulito platealmente e provocatoriamente il naso con una bandiera della Juve durante una trasmissione di Mike Bongiorno. Peraltro tifoso bianconero doc. E a un altro simpatizzante juventino, il giornalista Bruno Vespa, durante un puntata di “Porta Porta” del dicembre 2011, aveva confidato: “La Fiorentina è arrivata a un tale grado di bassezza che chiunque, perfino la Juventus, è meglio di noi”.

E, ahilui, è trasceso, da ultrà più becero e cieco (“Io avevo anche mutandine viola, sin da bambino”), figura da cui in realtà era lontanissimo come storia e cultura. E ha persino affermato: “Giustifico i tifosi della curva quando contano i morti dell’Heysel (i 32 sostenitori della Juventus morti per la caduta di un muro separatori prima della finale di coppa Campioni contro il Liverpool il 29 maggio 1985). La Juventus si è dovuta arrampicare su quei cadaveri per vincere una Coppa”.       

La sua Viola l’ha salutato con un comunicato ufficiale: “Tutta la Fiorentina piange la scomparsa del grande Maestro Franco Zeffirelli. Genio fiorentino del teatro e del cinema e grande tifoso della Viola”. Il neo presidente Rocco Commisso ha chiosato: “Le mie più sentite condoglianze per la scomparsa di un grande uomo”. È il minimo per chi ha amato così intimamente il calcio – aveva anche giocato, da mezzala, nella Giovanni Berta – e, per guardare una partita della Viola è persino andato in coma.

Nel’69, l’anno del secondo scudetto, stava raggiungendo lo stadio per la partita contro il Cagliari sull’auto guidata da Gina Lollobrigida, fu coinvolto in un incidente e restò a letto per mesi. “Appena mi rimisi in piedi corsi di nuovo allo stadio, giusto in tempo per festeggiare il titolo”. La Viola, un amore grande come il teatro e il cinema. Ciao, maestro.

Una scuola di calcio per combattere la devianza dei minori, offrire ai ragazzi un luogo di aggregazione che educhi al rispetto dei valori della vita e contribuire così  al recupero sociale della città vecchia di Taranto. Racchiude questi obiettivi il progetto di Javer Zanetti, argentino, oggi vice presidente dell’Inter ma storico capitano della squadra nerazzurra, attraverso la fondazione Pupi insieme a Sport4Taranto e Asd Taranto vecchia dell’oratorio della chiesa di San Giuseppe, oratorio che sarà il luogo della scuola calcio.

“Sembra lontano il tempo di quando abbiamo cominciato a parlare di questa idea con Dino Ruta, di Sport4Taranto, a parlare di Taranto e di tutto quello che lui mi ha raccontato. Adesso – ha annunciato Zanetti – siamo ad un punto di partenza importante. Credo che possiamo fare tantissimo per tanti bambini, per tanti giovani che vogliono avere un futuro migliore. Educazione e sport: con entrambi, possiamo fare tante cose belle e siamo qui a poter dare il nostro contributo e tutto quello che serve per offrire a questi bambini l’educazione ad un futuro migliore. Creeremo delle opportunità – ha aggiunto – per dare ai bambini la possibilità di realizzare i propri sogni”.

“Io – ha detto ancora Zanetti – lo faccio in Argentina dal 2001 con la mia fondazione, noi ci occupiamo di tantissimi bambini, e il fatto di essere qui a Taranto per me é molto importante. Voglio portare anche qui quel modello e collaborare con le persone che vorranno sinceramente e veramente puntare ad un futuro migliore. Speriamo che voi possiate essere i portavoce di questa iniziativa. Abbiamo bisogno dell’apporto di tutti. Da soli – ha detto Zanetti – non possiamo fare niente, ma se ci uniamo, possiamo fare tante belle cose”. 

Il progetto lanciato a Taranto è il primo al di fuori di Milano. “Quando ho smesso di giocare e l’Inter ha annunciato il ritiro della maglia, abbiamo fatto – ha detto Zanetti – tante iniziative con delle associazioni su Milano, ma fuori di Milano questa è la prima che faremo. Speriamo di partire col piede giusto. Io non ho nessun dubbio perché conoscendo le persone di qui, sono convinto che possiamo fare delle belle cose per questi bambini”.

Ma il mondo del calcio, è stato chiesto a Zanetti, può ancora trasmettere valori positivi e soprattutto educativi nei confronti dei bambini? “Certo e non soltanto del calcio – ha risposto -. Penso che anche altri settori dello sport possano fare delle iniziative insieme agli educatori, che poi sono quelli che lavoreranno insieme ai bambini. E trasmettere i valori a cui teniamo per uno sport sempre più bello”.

Dino Ruta, tarantino, docente in leadership e sport management all’Università Bocconi di Milano, ha annunciato che la scuola di calcio “parte con 30 bambini, età dai 9 ai 12 anni, durerà come le scuole di calcio da settembre a maggio, quindi ci prepariamo ora per settembre prossimo, ma vogliamo che questi numeri iniziali crescano. Dipenderà – spiega Ruta – da quanti allenatori, maestri ed educatori avremo. C’è la possibilità di fare cose importanti, favorire una crescita tecnica e umana dei ragazzi, e dare anche un contributo alla crescita di Taranto e delle sue famiglie”. 

Due su due per una splendida Italia in questo inizio del Mondiale femminile di calcio: dopo l’esordio vincente contro l’Australia, le azzurre di Bertolini affondano anche la Giamaica per 5-0 grazie alla tripletta di una straordinaria Cristiana Girelli e alla doppietta dalla panchina di Aurora Galli.

Punteggio pieno, vetta solitaria nel Girone C e un posto già sicuro agli ottavi di finale quindi per l’Italia, che dimostra tanta qualità oltre che un grande spirito di gruppo. Allo Stadio ‘Auguste-Delaune’ di Reims il primo squillo del match è delle azzurre al 5′ con Bonansea, che si accentra e lascia partire un bel destro dai 20 metri, interessante, ma troppo centrale e non pericoloso per Schneider.

Qualche giro di lancette più tardi è ancora l’attaccante in maglia numero 11 a rendersi protagonista dell’azione che porterà al vantaggio dell’Italia: inserendosi in area di rigore Bonansea viene stesa da Alysson Swaby, inizialmente l’arbitro lascia correre, ma poi con l’aiuto del Var assegna il rigore (netto) alla squadra di Bertolini.

Girelli va dal dischetto e si lascia ipnotizzare da Schneider, che però si muove molto in anticipo sulla linea di porta inducendo Var e arbitro a far ripetere il rigore. La seconda volta Girelli non sbaglia e firma l’1-0 dell’Italia spiazzando il portiere avversario.

Al 25′ arriva anche il 2-0 delle azzurre ancora una volta con Girelli, che realizza la sua doppietta personale deviando in rete con la coscia un cross dalla bandierina sfilato in area senza altre deviazioni. Appena tre minuti dopo, di nuovo da azione di corner, l’Italia sfiora anche il tris con Sabatino, brava a girarsi in area dopo una mischia, sfortunata nel colpire una clamorosa traversa da pochi passi.

Nel quarto d’ora finale di primo tempo la Giamaica cerca qualche iniziativa per rimettersi in corsa, senza però trovare gli spunti giusti per far male alla Giuliani. Ad inizio ripresa così l’Italia mette il punto esclamativo sulla vittoria con la tripletta di Girelli, brava ad approfittare dopo pochi secondi di un’uscita imprecisa di Schneider su cross dalla destra di Giugliano. 3-0 e gara in ghiaccio, anche se al 58′ Giuliani rischia la frittata sulla pressione di Shaw non rinviando il pallone e regalandolo alle avversarie che però non ne approfittano.

Pericolo scampato per le azzurre e al 71′ arriva arriva anche il poker: la firma è quella della neo entrata Galli, che controlla e lascia partire un destro mortifero da fuori area che il portiere riesce solo a toccare.

Non è finita qui, perché una decina di minuti più tardi la Galli ringrazia la Giugliano (terzo assist di giornata), realizzando la sua doppietta e incrementando ulteriormente il punteggio sul 5-0. Altra festa per l’Italia che martedì, nell’ultima giornata del girone, dovrà cercare di confermare il primo posto nel confronto con il Brasile. 

I Toronto Raptors sono campioni NBA per la prima volta nella loro storia. Hanno superato in gara 6 delle finali playoffs i Golden State Warriors per 114-110 chiudendo la serie sul 4-2. Quella che si è consumata nella notte italiana è stata la partita più intensa di queste finali ed è un’altra volata a decidere il match, come in gara 5. Ma questo è l’anno dei Raptors. Lo si capisce da quei dettagli che possono decidere una serie di playoff: gli infortuni, i canestri inaspettati, le piccole giocate nelle pieghe della partita. Alla fine, in una sfida così equilibrata, sono stati questi gli elementi a far prevalere la squadra canadese. Onore ai Warriors, incerottati, privi per lunghi tratti di alcuni tra i suoi fuoriclasse ma mai domi fino all’ultimo secondo del match.

In avvio nessuna delle due squadre sembra subire la pressione. Si segna a profusione: il primo quarto finisce 33-32 con percentuali dal campo molto alte, il secondo 60-57. Toronto si affida a Lowry (26 p.) e a un ritrovato Siakam (26 p.). Golden State trova in Iguodala (22 p.) un ottimo supporto al duo Curry (21 p.) e Thompson (30 p.). L’equilibrio si mantiene fino a pochi minuti dalla fine del terzo quarto quando la partita cambia definitivamente. Il ginocchio di Klay Thompson si gira in maniera innaturale. Cala il silenzio in tutta l’arena. Curry si siede sul parquet, scuotendo la testa.

È l’ennesimo grave infortunio per i Warriors dopo quello di Kevin Durant. La guardia americana chiude con 8 su 12 dal campo, 4 su 6 nelle triple, 10 su 10 ai liberi. Con Iguodala, fino a quel momento, il giocatore migliore di Golden State. Ma deve uscire dalla Oracle Arena sorretto da un paio di stampelle, scena che fa ricordare il precedente troppo recente di Durant, quando mancano più di 12 minuti alla fine del match.

Nell’ultimo quarto, Toronto sembra avere più energie. Coach Nurse tira fuori dal cilindro una box & one, una difesa a zona con un’unica marcatura a uomo. Ovviamente su Curry. Sembra funzionare perché i tiri che prende l’ultimo fuoriclasse in campo dei Warriors sono sempre più difficili. Ma anche il talento di Kawhi Leonard (22 p.) brilla a intermittenza e i Raptors non riescono a siglare l’allungo decisivo, nonostante le cinque triple di un fenomenale Vanvleet (22 p.).

I Warriors, incitati dal proprio pubblico, non mollano e costringono i Raptors a un finale punto a punto. A 9 secondi dalla fine la palla torna nelle mani di Curry con Golden State sotto di un solo punto. Ma la sua tripla, presa con grande libertà, finisce sul ferro come le ultime speranze dei campioni in carica di portare la serie all’ultimo atto e difendere ancora il loro titolo. La sirena suona. I Toronto Raptors sono campioni NBA e in tutto il Canada può iniziare la festa.

Due italiani parteciperanno agli Us Open a Pebble Beach, un campo di golf che guarda sull’oceano, in California, insieme ai migliori giocatori del mondo e ai due favoriti dei bookmakers, Brooks Koepka e Dustin Johnson. Uno, Francesco Molinari, 37 anni l’8 novembre, ha già riscritto la storia del green azzurro, l’altro, Renato Paratore, 23 anni il 14 dicembre, promette benissimo. Un veterano, già campione di un Major, l’Open Championship 2018, che si è qualificato di diritto, da numero 6 del ranking mondiale (11 europeo), e un esordiente a questo livello che è passato per le qualificazioni (106 nella race to Dubai europea, e 364 del mondo). Nel 2017, a 20 anni, ha vinto il primo titolo European Tour, il Nordea Masters in Svezia e ha nella Roma e in Francesco Totti una vera passione. 

Renato, come mai un esperto come Massimo Scarpa, telecronista e DT azzurro nei suoi tweet la chiama “Genius”?

“Perché magari, ogni tanto, riesco  a tirare un colpo fuori dalla norma, mi piace uscire dagli schemi se vedo una traiettoria, una possibilità, che gli altri non hanno pensato. Mi diverte immaginare un colpo e tentarlo”.

Addirittura qualcuno la paragona all’indimenticabile Severiano Ballesteros.

“Lo so. Non ho mai visto giocare Seve se non in qualche video d’epoca. Era davvero un fenomeno. Forse dicono così di me in particolare per come me la cavo nel gioco corto. Un po’ è talento naturale, e quindi feeling, un po’, come tutte le cose, va allenato”.

Il suo punto debole, invece, qual è?

“Devo trovare la stabilità ideale, che poi è fondamentale nello sport in generale e nel golf in particolare, dove non è mai detta l’ultima parola, sia in positivo che in negativo. Si parte in 120 e tutti possono vincere: il livello di competitività è altissimo. E qui sta il bello e anche il brutto del mio sport, dove mi stimola tanto lo sforzo da sostenere per temere sempre alta la concentrazione. Ho deciso quand’avevo 8 anni che avrei fatto il professionista di golf e ci sono riuscito”.

La chiamano Renny ed è un fenomeno precoce. Così come Manassero, che è esploso col nomignolo di Manny, ma si è perso.

“Matteo è un amico, gioca talmente bene, conosce talmente tanto il gioco, che sono sicuro che ritroverà la strada giusta”.

 

Qual è la strada giusta per un buon Us Open?

“Non è importante tirar lungo per forza, l’importante è tirar dritto e rimanere concentrati colpo dopo colpo, buca dopo buca. Pebble Beach è pazzesco: adoro la 18 con tutto l’oceano a sinistra. Non conosco il campo, non ci ho mai giocato, ma in genere questi percorsi americani mi piacciono, mi stimolano. Anche perché sono tenuti in condizioni sempre perfette”.

Qual è la sua motivazione maggiore al primo Major in carriera?

“Giocare accanto a gente così forte è molto motivante, alcuni li conosco già, Tiger no, e mi ha fatto effetto vederlo da vicino, ma non gli chiederò l’autografo. Come con Rory McIlroy, un altro dei miei primi eroi. Né mi farò trascinare dalle emozioni, è stato un problema dei primi tempi, che condizionava anche il gioco. Tiger non lo guardavo in tv perché fino ai 14 anni ho visto davvero poca tv, mentre ho fatto tanto sport, calcio e tennis”.

Perché poi ha scelto invece il golf?

“Perché ha qualcosa più degli altri, è più coinvolgente e mi avvince la continua sfida con me stesso, più ancora di affrontare un altro, come nel tennis. Eppoi è troppo bello il suono della pallina che va in buca”.

Suo nonno è stato un grande latinista, le ha insegnato qualche massima-guida?

“Ho sempre avuto un grande rispetto per nonno, magari in famiglia c’era qualche aspettativa perché prendessi quella strada, ma io volevo cercarne altre. E, quindi, di latino conosco solo un paio di declinazioni, Rosa, Rosae, ecco…”.

Magari il suo coach, Alberto Binaghi, le darà qualche dritta su cui ragionare, in gara.

“Mi alleno con lui da un anno, mi ha aiutato a risistemare lo swing, che avevo un po’ peggiorato. Mi ci trovo molto bene, mi conosce praticamente da sempre, dalle prime convocazioni nelle nazionali giovanili. Mi sta aiutando a diventare più consistente, anche col lavoro in palestra”.

E giocare accanto a Molinari?

“Con Francesco ho provato il campo all’Us Open, lui è un esempio fantastico nel golf e anche un’ottima persona”.

Anche Paratore, come Molinari, è freddo, gestisce bene le emozioni.

“E’ la mia indole, non perdo quasi mai la testa dopo un errore, riesco a mantenermi calma e a pensare al colpo successivo. La cosa fondamentale è mantenere la concentrazione”.

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