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Quaranta anni fa moriva “El Paròn”. Così veniva chiamato Nereo Rocco ancora oggi etichettato come l’inventore del calcio moderno. E se si vuole discutere, anche che è stato l’inventore del “catenaccio”, quel modo di giocare che come prima regola aveva quella di “distruggere tutto quello che si muove in area” e come seconda, più cerebrale e sottile, quella di marcare il centravanti avversario avendo le spalle protette da un uomo chiamato “libero”.

“È solo pallone”

Ma Rocco era anche, anzi soprattutto, un uomo bonario mimetizzato nei panni di un allenatore burbero e schietto. A ciò abbinava una forte carica umana di simpatia che spesso e volentieri esplodeva in innumerevoli fragorose risate accompagnate da perle di saggezza passate alla storia. Qualche esempio? “El calcio xe semplice: uno in porta e 10 fora” e se un allenatore avversario, di una squadra più titolata della sua Triestina, si augurava che “vinca il migliore” lui ribatteva “speremo de no…”. (Per la cronaca: l’incontro era con la Juventus).

A Trieste, ma non solo, è un’autentica istituzione. Basti pensare che lo stadio è intitolato a lui con all’ingresso della tribuna Pasinati un suo mezzo busto. E una statua che lo ritrae con la mano a coprire gli occhi dal sole, campeggia anche a Milanello, il centro d’allenamento del Milan. Insomma parlare di calcio senza nominarlo è difficile. Tanto che sul “Paron” sono stati scritti almeno una mezza dozzina di libri e da ultimo, su testo del giornalista-scrittore Paolo Marcolin, è stata anche rappresentata una commedia dal titolo senza sottintesi “Ciò mone xe solo futbol”.. come dire “Tranquilli ragazzi, è solo calcio”.

La Coppa dei Campioni si vince a tavola

Ma oggi – si chiedono in tanti – un tipo alle Nereo Rocco sarebbe ancora moderno, attuale oppure vecchio e superato? L’ultima “tavola rotonda” allestita con i figli Tito e Bruno ha convinto tutti: Nereo oggi, con i suoi concetti, la sua filosofia del calcio, il suo saper decidere e scegliere chi far giocare e chi no, sarebbe ancora il numero uno, pur in un mondo che non gira più come una volta. Anche perché lui con il suo Padova aveva trasformato undici “normali” in undici “fenomeni”, insomma un mago. “Ma papà prima di tutto – dice Tito – pretendeva che i giocatori fossero uomini. Il calcio veniva dopo. Era un’amante della famiglia, del gruppo, della tavolata, della compagnia. Là, in quelle situazioni lui faceva nascere le vittorie”.

Trieste lo ricorda

“Era un grande papà, un grande allenatore e un grande uomo – racconta il figlio Gruno all’Agi – E amava tantissimo la sua città”. E a una persona così, che quando usava il dialetto triestino era convinto di parlare una lingua universale, a 40 anni della sua scomparsa Trieste ha in allestimento alcuni appuntamenti importanti. Primo fra tutti una Santa Messa mercoledì 20 febbraio alle ore 19 nella Chiesa Notre Dame de Sion, cui parteciperanno figli, nipoti, amici e tifosi alabardati. Questi ultimi poi si ritroveranno tutti assieme domenica 23 febbraio allo Stadio dove prima della partita casalinga della Triestina, Nereo Rocco verrà ricordato dalla società alabardata con il suo amministratore delegato Maurizio Milanese ed altre personalità. Ci sarà anche uno scambio di omaggi-ricordo. Infine il “Paron” sarà ricordato questa sera al Teatro Miela nel corso della presentazione “1945, Checkpoint Trieste”, documentario prodotto da Sky Sport a cura di Matteo Marani presente all’evento.

Zona A e Zona B, ma tutti in Serie A

Focus di questo lavoro è la Trieste fra il 1945 e il 1948, gli avvenimenti di politica e diplomazia internazionale in cui lo sport recita un ruolo di primo piano. Per la prima volta nella storia una città si trova ad avere due squadre di calcio in Serie A, ma in due Paesi vicini e diversi: la Triestina in Italia, la compagine del Ponziana nel campionato jugoslavo. La divisione in Zona A e Zona B della città giuliana si palesa così anche nello sport, con un ruolo decisivo giocato dal Coni, che si appella al Cio per vedere riconosciuta l’italianità degli atleti triestini.

Le ricostruzioni vanno dal contestato arrivo del Giro d’Italia a Trieste al difficile destino toccato agli sportivi istriani e dalmati, dai successi di Nino Benvenuti a quelli della Triestina, la squadra di Nereo Rocco che nel 1947-48 si classificò al secondo posto accanto a Juventus e Milan, a ridosso solamente del grande Torino.

Il talento del Signor Roch

Nereo Rocco è stato uno degli allenatori italiani più vincenti, grazie ad una lunga sequenza di trofei conquistati tutti col Milan negli anni ’60/’70. A Trieste era nato il 20 maggio 1912, città dove di fato abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. Di origine austriaca, il nome originale era Roch, ma dovette cambiarlo in Rocco nel 1925, sotto il fascismo.

Comincia da calciatore prima nelle giovanili poi in prima squadra con la Triestina e esordisce in Serie A il 6 ottobre 1929 in una partita contro il Torino, persa per 1-0. Diventa titolare a 18 anni, occupando il ruolo di mezz’ala e gioca con gli alabardati otto stagioni, fino al 1937: 232 partite con 66 reti.

Nasce il Padrone

Passa quindi per 160 mila lire al Napoli. Con i campani in 52 partite, segna 7 reti. Conclude la carriera al Padova in Serie B, disputando 47 partite e siglando 14 reti. In totale Rocco ha disputato in massima serie 287 gare in 11 campionati, segnando 69 gol. Una partita anche in Nazionale, nel 1934, a Milano contro la Grecia, vinta dagli azzurri per 4-0. I veri successi arrivano però da allenatore. Identificato come l’inventore o almeno come colui che l’ha introdotto in Italia, del “catenaccio”, ha sempre rifiutato questa etichetta. Quando prende in mano la sua Triestina nel 1947 e la porta ai vertici del campionato, nasce la leggenda, Quella del paròn (“il padrone”). E le leggende, quelle vere, non muoiono mai.

Milan

Dopo due stagioni passa al Treviso in Serie B. Tre anni e viene richiamato alla guida della Triestina in A, ma viene esonerato nel corso della stagione 1953-1954. Viene allora chiamato a Padova in B: lo porta alla salvezza, poi alla promozione e nella stagione 1957-1958 addirittura al terzo posto. La ‘svolta’ quando viene ingaggiato dal Milan, con cui vince lo scudetto al primo campionato, con in squadra un giovanissimo Gianni Rivera. Nella stagione successiva (1962-1963), porta a casa la prima Coppa dei Campioni del Milan e del calcio italiano, battendo a Wembley il Benfica di Eusebio. Si trasferisce quindi al Torino per 3 stagioni per tornare, nel 1967-1968 al Milan con il quale conquista nuovamente lo scudetto e, nello stesso anno, la Coppa delle Coppe. La stagione seguente arriva la seconda Coppa dei Campioni mentre, in quella ancora successiva, dopo una memorabile sfida in Argentina contro l’Estudiantes, conquista la Coppa Intercontinentale.

L’ultima panchina

Dopo aver guidato i diavoli per altre tre annate, vincendo ancora una Coppa delle Coppe nel 1972-1973 e la Coppe Italia nel 1971-1972 e nel 1972-1973, Rocco lascia il Milan a febbraio 1974 per divergenze con la dirigenza. Passa alla Fiorentina dove ottiene un ottavo posto poi lascia. Ricopre successivamente il ruolo di direttore tecnico nel Padova e per due stagioni nel Milan, per poi tornare in panchina nel 1977 quando vince la Coppa Italia. Ha allenato in serie A 787 partite vincendo dieci trofei ufficiali (due Campionati, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, una Coppa Intercontinentale) col Milan.

La Voce del Padrone

Due anni dopo l’ultima panchina, si spegne dopo una breve malattia. Non è più tempo di catenaccio, al Milan sta per arrivare un signore chiamato Silvio Berlusconi e l’Italia si è innamorata di quella ciofeca confusionaria a 11 che gli olandesi hanno imposto al mondo, senza riuscire peraltro a vincere nemmeno un Mondiale. Si chiama “calcio totale”, ed ha il fascino apparente di una donna di gran classe mentre sotto sotto è solo (per dirla con Neno Fascetti) un bel casino organizzato.

Ma ad un certo punto, proprio contro l’Olanda, l’Italia allenata da Dino Zoff si trova a giocare una semifinale dell’Europeo del 2000, e gli azzurri sono esattamente nella condizione della Triestina di Rocco che incontrava la Juventus.

Inaspettato come un fenomeno soprannaturale, dagli spalti della curva si alza uno striscione che porterà quell’Italia all’insperata vittoria. Una parola, una sola: “Catenaccio!”. La voce della curva, di un popolo, di un Paese.

Soprattutto, la Voce del Padrone.

Il dito di Martina Navratilova indica la luna quando dice: “È sicuramente ingiusto per le donne che devono competere contro persone che, biologicamente, sono ancora uomini. Non basta definirsi donna per competere con le donne. Devono esserci dei criteri, se hai un pene non puoi competere con le donne. La via scelta dalla maggior parte delle Federazioni sportive non risolve il problema. Così è una vera e propria truffa che ha consentito a centinaia di atleti che hanno cambiato genere, di vincere quello che non avrebbero mai potuto ottenere in campo maschile, specialmente negli sport in cui è richiesta potenza”.

La “luna” è Caster Semenya, la 28enne sudafricana bi-olimpionica degli 800 piani (2012 e 2016) e tre volte campionessa mondiale della specialità dal 2009 al 2017, che rappresenta una spina nel fianco del Cio, il Comitato Internazionale Olimpico e ha presentato un nuovo ricorso al Tribunale Arbitrale dello sport contro la Iaaf, la Federazione atletica mondiale. All’ordine del giorno proprio in questi giorni.

Un caso ciclico

Il tema del “genere” degli atleti è sempre stato molto dibattuto. Ci sono stati casi clamorosi come quello del primo caso di imbroglio sessuale olimpico, Dora Ratjen, all’anagrafe Heinrih Ratjen, che gareggiò come donna all’Olimpiade di Berlino ’36, classificandosi quarta, e agli Europei di Vienna del ‘38 stabilì anche il record mondiale con 1,70. Ma, al ritorno in Germania, due donne ne notarono la barba, fu arrestata e privata delle medaglie.

Clamoroso fu anche il caso del primo atleta transessuale, l’ex oculista statunitense Richard Raskind che, dopo la leva in Marina e essersi anche sposato con una donna, negli anni 70 si operò, diventò René Richards e, attraverso una sentenza del tribunale, ottenne di giocare, da donna, anche gli Us Open di tennis, arrivando, fra le polemiche, alla finale di doppio del ’77 e al numero 20 del mondo di singolare nel ’79. Unendosi poi, da giocatrice mancina e grande motivatrice, al team che accompagnava Martina Navratilova. Sì, proprio la attuale contestatrice delle atlete transgender, o comunque non sicuramente donne al cento per cento secondo i canoni tradizionali.

Anche se il caso più eclatante, nei tempi moderni, sul tema di sessualità degli atleti, è quello dei Giochi di Montreal 1976, quando Caitlyn Jenner, già Williams Bruce, diventò la prima trans ad aggiudicarsi l’oro olimpico, nel decathlon. Da quel momento, il Cio ha preso in mano la questione. E, quando si è trovato a fronteggiare il caso Semenya, è entrato nel labirinto dei test medici specifici. Non ha reso pubblici i risultati, lasciando aperta la strada di ”iper-androginismo”, ma  ha dovuto concedere all’atleta di competere ancora tra le donne. Di più: Caster è stata la  portabandiera e quindi il simbolo di tutti gli atleti del suo paese, ai Giochi di Londra 2012.

 Il caso della velocista indiana Dutee Chand sembrava aver segnato un punto decisivo a favore delle iper-androgine. Dopo l’exploit ai Campionati asiatici giovanili del 2014, Dutee era stata esclusa all’ultimo momento dalla sua Federatletica dai Commonwealth Games, e si era rivolta Tribunale arbitrale dello sport. Aveva dimostrato che il suo corpo produce quantità non comuni dell’ormone maschile, aveva vinto la causa ed era stata totalmente riabilitata.

Con tanto di crociata della collega Santhi Soundarajan contro la violenza psicologica e dai danni irreparabili e perenni subiti dalla ragazza, una volta che i contorni della vicenda erano diventati di dominio pubblico. Creando evidenti e clamorosi contraccolpi sul Cio e sulle federazioni nazionali. Che avevano concesso l’happy end all’atleta: “Gli ultimi quattro anni sono stati molto duri. Ho affrontato la negatività, la paura di una conclusione prematura dell’attività sportiva, gli insensibili commenti sul mio corpo. Sono estremamente sollevata: posso di nuovo correre, senza preoccupazioni, sapendo che la mia unica battaglia è solo in pista e non anche al di fuori”.

La legge del Cio

Il problema fondamentale è che le linee guida del Cio non sono legge, ma raccomandazioni alle singole federazioni sportive. Che si sentono fortemente minacciate da altre cause giudiziarie, cioé da richieste di risarcimenti danni assolutamente non quantificabili . Così, fino al 2003, il punto saldo, la regola scritta comune per la certificazione di atleta uomo o donna, era l’intervento chirurgico, seguito da almeno due anni di terapia ormonale. Oggi, invece, vale il livello di testosterone. Che, per determinare il genere femminile, non può eccedere per un anno intero i 10 nanogrammi per litro, prima dell’evento sportivo al quale ci si iscrive. “Il requisito di cambiamenti anatomici come pre-condizione alla partecipazione non è necessario a preservare la competizione leale”.

Quindi, non è necessaria la castrazione. L’atleta deve dichiarare ufficialmente il proprio sesso per quella gara, ma può presentarsi in futuro con un altro, da uomo a donna e viceversa. L’esigenza vincente è stata quella di “assicurare per quanto possibile che gli atleti trans non siano esclusi dall’opportunità di partecipare alle competizioni sportive”.

Nuovi limiti di testosterone

Ma, ad aprile, per tacitare le tante critiche delle altre atlete e colmare una evidente lacuna regolamentare, la Iaaf ha modificato il limite dei livelli di testosterone portandolo a sei mesi prima della competizione. Scatenando la denuncia della Semenya al Cas, spalleggiata da Federcricket e Federcalcio femminile del paese, oltre che dagli attivisti di tre diversi gruppi che difendono i diritti umani. La tesi è che, per natura, la sudafricana ha una produzione insolita di ormoni “per un differente sviluppo sessuale” (DSD), e non può ridurre questa situazione fisica che l’avvantaggia nei confronti delle altre atlete donne.

Come invece pretenderebbe la Iaaf che, il 26 marzo, vorrebbe cambiare ufficialmente la famosa regola sul famigerato DSD (differenze sul diverso sviluppo sessuale), alzando i paletti per le iscritte alle prove dai 400 metri a quelle più lunghe e quindi escludendo automaticamente la discussa atleta ai Mondiali di fine settembre a Doha. Con la chiarissima spiegazione del presidente, Sebastian Coe: “Abbiamo bisogno di definire categorie nell’ambito del nostro sport che garantiscano che il successo sia determinato dal talento, dall’impegno, dal duro lavoro, non da altri fattori che non siano considerati giusti o significativi, come gli enormi vantaggi fisici che un adulto ha su un bambino, o un atleta di sesso maschile su quello di sesso femminile. Abbiamo quindi bisogno di trovare una soluzione equa per gli atleti intersessuali / DSD che desiderano competere nella categoria femminile”. La Iaaf ha però già annunciato che accetterà qualsiasi decisione del Tribunale arbitrale dello sport

Il Pro Piacenza è stato escluso dal campionato di Lega Pro in seguito alla partita persa per 20-0 contro il Cuneo in cui era sceso in campo con appena sette giocatori e tutti Under 19. Il giudice sportivo della Lega Pro ha anche inflitto al club emiliano “la punizione sportiva della perdita della gara con il punteggio di 0-3”. La decisione segue di poche ore quella del Tribunale Federale Nazionale che aveva comminato 8 punti di penalizzazione al Pro Piacenza e a tutte le altre società di Lega Pro che non hanno regolarizzato la propria posizione riguardo le fideiussioni presentate per iscriversi al campionato.

“Al di là delle consapevoli, plurime e fraudolente violazioni regolamentari messe in atto dalla società Pro Piacenza”, il giudice sportivo Pasquale Marino ha spiegato che è stato punito “l’inaccettabile comportamento della medesima società la quale, mortificando l’essenza stessa della competizione sportiva, ha costretto sia i soggetti inseriti nella propria distinta che i calciatori della squadra avversaria a disputare una gara ‘farsesca’ dal punto di vista tecnico (nonché pericolosa per l’incolumità fisica di soggetti non adeguatamente preparati dal punto di vista agonistico), abusando dei diritti formali certamente concessi dal regolamento, ma basati su principi di lealtà e correttezza che nella fattispecie sono stati sovvertiti, stravolti e letteralmente calpestati”.

Sulla vicenda era intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport, Giancarlo Giorgetti, che ha parlato di “vergogna inaudita” per “l’umiliazione dei sette giovanissimi della Pro Piacenza” e ha promesso che vedrà il presidente della Figc, Gabriele Gravina, e le altre parti coinvolte per “trovare una soluzione che tuteli prima di tutto i giovani e la loro passione per lo sport”.

“È una cosa che non voglio più vedere”, ha detto Giorgetti, “bisogna garantire il divieto della partecipazione ai campionati per i club che non sono in regola”. Il calvario della Pro Piacenza è stato raccontato da un ex, Dario Polverini, difensore 31enne passato a gennaio alla Virtus Verona. “A luglio venne allestita una squadra molto forte, partiamo per il ritiro con tante belle speranze”, ha rievocato alla Gazzetta, “a fine agosto viene cacciato il direttore sportivo perché il presidente vuole alzare l’asticella e puntare alla B. Arrivano 10 giocatori negli ultimi giorni di mercato, una rosa di 33, budget altissimo per la categoria”. 

Accordo siglato, e annunciato con una nota intorno alla mezzanotte, tra l’Unione sportiva Città di Palermo e la Damir srl, società leader in Sicilia nella pubblicità esterna. Un’intesa “grazie alla quale sarà possibile proseguire con rinnovato entusiasmo il cammino verso la promozione”. Si apre così, con la partecipazione di un imprenditore locale, una fase nuova del Palermo, dopo il ritiro degli inglesi, con l’obiettivo dichiarato di “ portare all’altezza della città e della tifoseria”. Il neo presidente del Palermo, Rino Foschi, ringrazia la famiglia Mirri “per lo sforzo e la disponibilità dimostrati in questi giorni, a testimonianza del grande attaccamento ai colori rosanero e alla città di Palermo”. 

Il controverso principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe offerto 3,8 miliardi di sterline, pari a 4,34 miliardi di euro, per acquistare la squadra più titolata d’Inghilterra, il Manchester United. Lo ha riportato il tabloid britannico Sun nella sua edizione domenicale, secondo cui l’offerta faraonica era già stata avanzata a ottobre, prima che lo scandalo internazionale suscitato dall’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi avesse messo la proposta in secondo piano.

Il Manchester United è stato rilevato nel 2005 dalla famiglia Glazer per 790 milioni di sterline in un’acquisizione in parte finanziata indebitando la stessa squadra. Secondo il Sun, la famiglia proprietaria anche della squadra di football americano dei Tampa Bay Buccaneers non è interessata a cedere il club, che lo scorso settembre ha registrato ricavi record di 590 milioni di sterline, pari a 674 milioni di euro. 

La proposta dipenderebbe dalla possibilità che la squadra riesca a qualificarsi alla prossima Champions League, una prospettiva al momento non certa dopo l’esonero di José Mourinho sostituito dall’ex attaccante dei Red Devil, Ole Gunnar Solskjaer. Attualmente il Manchester United si trova in quarta posizione in Premier League ma ha un solo punto di distacco dall’Arsenal e dal Chelsea, quinti a pari merito con 50 punti.

Secondo il Sun, il principe della Corona intende rilevare il club per sfidare il Manchester City di proprietà dello sceicco Mansour della famiglia reale di Abu Dhabi, che negli ultimi anni è riuscito a portare la squadra considerata minore di Manchester ai vertici del calcio mondiali per risultati e prestazione sotto la guida dell’ex allenatore del Barcellona Pep Guardiola.

In poco più di un anno nella potente carica di principe della Corona dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman ha tentato di attuare in patria come all’estero una politica aggressiva, promuovendo l’immagine di un paese aperto alle riforme. Il tentativo di rinnovamento è stato tuttavia macchiato da scandali e crisi umanitarie, principalmente riguardanti il coinvolgimento saudita nel sanguinoso conflitto in Yemen e l’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso nel consolato saudita di Istanbul da una squadra che secondo l’opinione internazionale è stata direttamente inviata dal governo saudita. 

Il video si apre con un’alba africana, il cartellone con il saluto di Obama lungo una strada assolata. E decine di impronte colorate di mani stampate sulla parete di una scuola. Barack Obama e Michael Jordan si sono uniti per portare il basket professionistico in Africa, e lanciare all’inizio del prossimo anno il primo campionato continentale con dodici squadre. Lo ha annunciato il Commissioner della Nba, Adam Silver, svelando l’impegno dell’ex presidente degli Stati Uniti, che collaborerà in prima persona con Jordan a un progetto che non ha precedenti. 

Il video è subito virale

Entro la fine dell’anno ci sarà un torneo di qualificazione per decidere quali squadre prenderanno parte al nuovo campionato. Arriveranno da Angola, Egitto, Kenya, Marocco, Nigeria, Rwanda, Senegal, Sud Africa e Tunisia. Nessuna nazione potrà avere più di due squadre. Obama è il protagonista del video lanciato su Twitter dall’account ufficiale della Nba, e che in poche ore ha ottenuto più di 2,6 milioni di visualizzazioni.

Il racconto parte dal Kenia, dove è nato il padre di Obama, e si sviluppa attraverso immagini di giovani giocatori di basket e monumenti della Nba, come Dirk Nowitzski. “Amo questo sport – spiega Obama – perché è un gioco di squadra”. Rivolgendosi ai ragazzi, l’ex presidente rivolge un messaggio: “Il vostro compito non è solo mostrare tutto il talento in campo, ma aiutare i vostri compagni a migliorare”.

On a landmark day for the NBA in Africa, a powerful video on how sports make a difference. @NBA_Africa pic.twitter.com/Uu6jn8Su8D

— NBA (@NBA)
16 febbraio 2019

Un lungo legame con l’Africa

L’Nba ha già disputato tre match ufficiali in Africa, due a Johannesburg e uno a Pretoria. Attraverso i progetti sociali, ha finanziato la costruzione di 87 impianti in sette nazioni, e un’academy in Senegal. Ma questo è un passo ancora più importante, da parte di una lega dove molti giocatori africani sono protagonisti, dal sud sudanese Luol Deng, dei Minnesota, al tedesco-gambiano Dennis Schroeder, degli Oklahoma City Thunder, e poi Jahlil Okafor, centro nigeriano dei Pelicans, Josh Okogie, nigeriano dei Minnesota, l’ivoriano Mohamed Bamba, degli Orlando Magic, Victor Oladipo, Sierra Leone-Nigeria, guardia degli Indiana Pacers e Joel Embiid, Camerun, centro dei Philadelphia 76ers.

L’annuncio della Nba ha rilanciato sui social la popolarità dell’ex presidente degli Stati Uniti, sempre molto alta. Lo hanno proposto alla guida della Nba, per le sue competenze nel basket, ma anche per la Nfl, la lega di football, dove, dicono, anche lì Obama è considerato un esperto.

Altro che All-Star Game, l’Nba dovrebbe copiare la Coppa Italia di basket e creare una Coppa Americana nel mezzo della stagione. La proposta arriva dal New York Times in un articolo scritto da Zach Messitte e pubblicato nell’edizione di sabato. “Mentre noi celebriamo l’All Star Game – scrive Messitte, presidente del Ripon College nel Wisconsin e associato alla John Hopkins School di Bologna – in Italia vivono l’adrenalina già a febbraio. Le otto squadre che si affrontano nella Coppa Italia si sfidano a eliminazione diretta. E mentre il campione verrà fuori a fine primavera, già ora può succedere di tutto”.

L’articolo cita il caso di Torino: undicesima alla fine della stagione scorsa, ma quinta a metà campionato. Grazie al piazzamento nel girone d’andata, aveva potuto partecipare alla Coppa Italia e vincerla. “Nel campionato italiano – continua Messitte – c’è una intensità che troppo spesso manca alla Nba, dove si gioca davvero solo ai playoff. Non solo le gare sono meno, ma sono più veloci, i quarti durano 10 minuti anziché 12. E anche se la qualità è inferiore, l’interesse su chi vincerà la Coppa Italia supera quello su chi prevarrà tra Team LeBron e Team Giannis per l’All Star game”.

LeBron James, All Star Game 2018 (Afp)

La Coppa permette a squadre piccole di competere con giganti tipo la Armani di Milano, eliminata l’anno scorso da Cantù. Ma ciò che colpisce Messitte è che si lotta per un trofeo a metà stagione, a cui si accede in base ai risultati della prima parte del campionato. “Pensate se Bucks, Warriors, Raptors, Nuggets Celtics, Pacers, Thunder e 76ers giocassero a Charlotte in questo weekend la Coppa Americana. Sarebbe una soluzione a un appuntamento, l’All-Star Game, che in televisione ha perso oltre il cinquanta per cento di spettatori dai tempi in cui Michael Jordan dominava negli anni Novanta”.

Viene esaltata anche la formula delle retrocessioni, un tabù per lo sport americano. “Se i Knicks dovessero preoccuparsi di retrocedere, gestirebbero questo finale di stagione in modo diverso”, scrive Messitte, riferendosi alla franchigia che ha appena interrotto una striscia di diciotto sconfitte consecutive.

Torino dice addio ai campioni del tennis. Lo stop della candidatura ad ospitare il Master ATP di fine anno, attualmente in mano a Londra, è ormai prossimo all’ufficialità. Quello ricevuto dalla città della Mole è un secondo, potente, schiaffo che riporta in luce i segni lasciati dalla prima sberla, quella relativa all’esclusione dalla corsa alle Olimpiadi invernali del 2026 dove rimangono in corsa Milano e Cortina.

La storia, dall’inizio

Non parliamo di un piccolo evento ma del quinto appuntamento più importante dell’anno per il mondo del tennis, subito dopo i quattro tornei dello Slam. Una settimana da passare in compagnia dei primi otto giocatori della classifica e di sfide incrociate. Un girone all’italiana, due semifinali, una finale. E l’attenzione intera del mondo addosso.

L’annuncio era stato dato due mesi fa: Torino era entrata a far parte della rosa delle candidate per il quadriennio 2021-2025 con Londra (dove il torneo si svolge da ormai dieci anni), Singapore, Tokyo e Manchester. Cinque finaliste sopravvissute a una prima cernita di quaranta manifestazioni d’interesse.  Quella del Master è una storia lunga, iniziata nel 1970, ricca di pagine storiche dello sport e di luoghi come New York, Francoforte, Sydney, Shanghai. Fino ad arrivare alla 02 Arena di Londra. Ancora una volta, quindi, l’Italia resta fuori da questo giro nonostante Chris Kermode, presidente dell’ATP, avesse confermato la solidità della proposta: “È stato un processo molto competitivo e le città della shortlist meritano credito per la passione che hanno mostrato nell’esporre i loro progetti”. 

Un po’ di numeri

L’evento costa quasi 70 milioni di euro ma, dal 2009, ha visto la partecipazione di oltre 2 milioni e mezzo di persone. L’ultima edizione, che ha registrato numeri leggermente inferiori alla media (poco più di 243 mila che salgono però a 358 mila se si considerano anche ristoranti, bar e negozi) si è distinta per il coinvolgimento della rete visto che, le piattaforme dell’ATP hanno fatto registrare più di 202 milioni di impressions con circa 5 milioni di interazioni social.

I soldi e la politica

Tutta una questione di garanzie e di scelte politiche. Il governo, secondo quanto scrive la Gazzetta dello Sport, avrebbe dovuto assicurare all’ATP le coperture per almeno due anni, con tanto di lettera scritta da inviare entro oggi. Ma, come successo in altri frangenti, l’accordo non è stato trovato e il tempo ormai stringe. Stavolta è la LEGA, con le parole del sottosegretario Giorgetti a esprimere lo scetticismo per un’operazione comunque onerosa e difficile: “Ci vogliono 100 milioni di euro”.

Evelina Christillin, organizzatrice delle Olimpiadi del 2006, ricorda come non ci sia più tempo per tergiversare: “Lo dico chiaramente: non ci saranno proroghe perché queste organizzazioni hanno scadenze rigide. O il 15 ci sono le garanzie o siamo fuori”. Anche perché le rivali, Londra in testa, non hanno certamente intenzione di aspettare le decisioni dell’Italia. I costi ci sono, certo, ma i ricavi generati dall’evento sarebbero importanti per una città, e per un Paese, dove è il calcio ormai a dominare ogni scenario.

Fu lo stesso presidente della Federazione, Angelo Binaghi, infatti, a raccontare le ragioni della candidatura: “Sarebbe l’evento agonistico più importante del nostro paese almeno per cinque anni e ottenerlo sarebbe una vittoria di tutti, un volano eccezionale pure per il turismo e l’indotto”.  

Resterà solo Cristiano Ronaldo?

È inutile girarci intorno. A Torino sono ormai lontani i tempi delle Olimpiadi del 2006 che ridiedero lustro alla città. Quasi nessuno, ormai, ricorda più il 2015 quando il capoluogo piemontese venne designato come “Capitale europea dello sport”. Quello a cui ci si può aggrappare, oggi, è solo la capacità della Juventus di diventare punto di riferimento a livello mondiale: dalla striscia ininterrotta di scudetti alle finali di Champions League, dall’ingaggio del più forte giocatore al mondo, Cristiano Ronaldo, al successo economico portato dallo stadio e da tutto quello che ne è derivato. Fino al lancio, riuscitissimo, del bond (ammontare 175 milioni di euro) quotato alla borsa di Dublino di questi giorni. Tutto lustro per la città, innegabile, ma forse troppo poco per una platea che si era abituata a sognare di poter ospitare, di nuovo, eventi di caratura internazionale e che invece dovrà leccarsi ancora le ferite.

Articolo aggiornato alle ore 12,30 del 15 febbraio 2019.

Si chiama SF 90 per rendere omaggio ai 90 anni della Scuderia (nata nel 1929), la prima monoposto Ferrari nata sotto la presidenza di John Elkann. La Rossa è stata svelata in anteprima mondiale questa mattina a Maranello in attesa dei primi test in programma lunedì sul circuito di Montmelò a Barcellona. Viene cosi” abbandonata la vecchia numerazione (SF 71H nel 2018) della gestione precedente.

Presenti all’evento “#essere Ferrari”, oltre al presidente, l’amministratore delegato della Ferrari, Louis Camilleri, il team principal, Mattia Binotto, i piloti ufficiali Sebastian Vettel e Charles Leclerc e Piero Ferrari, figlio di Enzo ‘Il Drake’ il fondatore della Casa di Maranello.

Rosso meno acceso rispetto alle tinte precedenti e migliore aerodinamica: cosi’ appare la nuova monoposto Ferrari SF 90 svelata questa mattina a Maranello. Un ‘vestito’ nuovo per la prima Ferrari ‘firmata’ John Elkann e Mattia Binotto cucito su misura per adattarsi ai cambiamenti regolamentari sull’aerodinamica che semplificano il numero degli elementi. Una monoposto, dunque, più essenziale che rappresenta un’evoluzione rispetto alla vettura dello scorso anno.

Per la nuova Ferrari c’è una serie negativa da interrompere: 11 anni senza un titolo mondiale, l’ultimo vinto nel 2007 con Kimi Raikkonen. Il primo banco di prova sarà a Melbourne il prossimo 17 marzo con il Gran Premio di Australia. La Rossa di Maranello dovrà affrontare avversarie ‘agguerrite’ prima fra tutte la temibile Mercedes W10 o la Red Bull-Honda.

Caratteristiche tecniche

La SF90 (sigla di progetto 670) è la sessantacinquesima monoposto realizzata dalla Ferrari per il campionato del mondo di Formula 1. La vettura è realizzata nel rispetto dei nuovi regolamenti che impongono diverse modifiche rispetto alle monoposto del 2018. Tra le più evidenti quelle alle ali anteriori e posteriori. L’ala anteriore è più larga e più semplice nei suoi profili aerodinamici, quella posteriore è più larga e alta.

I deviatori di flusso sulle fiancate sono stati ridotti in altezza, mentre le prese d’aria dei freni anteriori sono state semplificate. Il peso complessivo della vettura sale a 743 chilogrammi, con il pilota e suo equipaggiamento che devono obbligatoriamente pesarne 80. La quantità di carburante disponibile per la gara e’ salita da 105 a 110 kg. La SF90 è la sesta vettura della generazione ibrida della Formula 1 iniziata nel 2014. 

“Sono orgoglioso di lavorare in questo team per portare avanti il sogno di Enzo Ferrari. Per questo siamo qui. Dobbiamo lavorare al meglio”: lo ha detto il team principal e managing director, Mattia Binotto, durante la presentazione a Maranello (Modena) della nuova monoposto Ferrari. Il responsabile della gestione sportiva della Rossa ha parlato di un “grande orgoglio e del dovere di preservare la tradizione della scuderia e del nostro fondatore. Questa è la nostra missione”.

“Non ho la tuta e non posso mettermi nell’abitacolo. Non vedo l’ora di partire e di salire sull’auto”, ha commentato Sebastian Vettel. “Come squadra siamo sulla strada giusta speriamo di continuare a migliorare”.

Solo pochi campioni sanno andare oltre i record, che pure nel suo caso sono tanti, da unico nella storia del Motomondiale ad aggiudicarsi il titolo iridato in quattro classi differenti, 125, 250, 500 e MotoGP. A

ncor meno sono quelli che vincono, anche se non vincono più tanto, concretamente, come prima, perché sono ormai intimamente radicati nel loro sport e nell’immaginario popolare da marchiare qualsiasi gara con un semplice gesto, una parola, un ricordo, ancor più di chi la conquista davvero. Questo è Valentino Rossi, uno dei campioni più forti e carismatici che non appartengono a proprio Paese, ma sono presto i campioni di tutti, per sempre.

Grazie a una parola magica, naturale, riconoscibile proprio perché unica: la fantasia. Al di là delle innate qualità di pilota che sa interpretare il mezzo, metterlo a punto, adattarsi ai tempi e quindi al modo di correre, all’evoluzione delle moto, delle gomme e degli avversari, al progresso che lo vuole sempre più atleta, lui 40enne (è nato il 16 febbraio del 1979) contro ragazzi che hanno la metà dei suoi anni.

Ecco, la fantasia, la capacità di trovare soluzioni insolite ed imprevedibili, di aprire nuove strade, è stata la parola che ha marchiato il pilota di Tavullia, rendendolo unico ed immortale. Più ancora di piloti forse anche più forti, come Mike Haywood e Kenny Roberts.

Simpatico e insieme spietato, intelligente e furbo, Valentino ha preso tanto da papà Graziano, anche lui pilota di moto, che l’ha subito fatto vivere in simbiosi coi motori. Ed è rimasto ancorato alla piccola realtà in provincia di Pesaro e Urbino, ricreando con l’Academy l’evoluzione della Cava, cioè la palestra dei primi passi in moto, ormai troppo rischiosa per le sue evoluzioni. Abbeverandosi della linfa vitale della gioventù degli allievi, da Bagnaia a Morbidelli, rimanendo così sempre pronto per afferrare, all’ocsasione, quel decimo titolo mondiale. Che, da motivazione si è trasformata in ansia e, oggi, molto probabilmente, è diventata un’ossessione.

Soprattutto per chi ha la fissazione dei numeri: a cominciare dal 46 che ha sempre portato in gara – come il padre e come un pilota giapponese di cui era appassionato – anche quando era il numero 1 del mondo. Con quello ha siglato la sua iniziativa manageriale, la scuderia Sky Racing Team VR46, pensando per tempo al dopo corse. Il numero che forse lo accompagnerà in sella a una moto fino ai fatidici 46 anni. Chissà.

Di sicuro, anche nel business è affiancato dagli amici/angeli custodi di sempre, “Uccio”, Alessio Salucci, il factotum, il pesce pilota, onnipresente tuttofare, simile a quello di tutti i campioni di tutti gli sport,  ed Albi, Alberto Tebaldi, responsabile del ranch. Dove “Vale” passa la maggior parte del tempo, sottraendolo anche alle sempre bellissime fidanzate. Che lo amano meno dei seguaci del famoso Fan Club, guidato da Rino (Salucci, il papà di Uccio) con un’impronta imprenditoriale. Visto che, con l’ok della Dorna, organizza le tribune nei circuiti di tutto il mondo. Di sicuro, da manager, incrocerà ancora una volta la strada del rivale più classico della carriera, Max Biaggi, oggi anche lui titolare di scuderia di Moto2 e Moto3.

Anche se l’avversario più forte, in questo Motomondiale sempre più difficile e competitivo, rimane Marquez, l’erede, il numero 1 designato, che gli ha tenuto testa anche come personalità e col quale si è scornato più volte. Con sorpassi azzardati e piccole-grandi scorrettezze che proprio non confermano l’idea che, negli anni, sia davvero cresciuto. Abbandonando le ragazzate e gli eccessi. Perché, in effetti, pur con l’oculatezza negli affari, Valentino è rimasto Peter Pan. Con il quasi proverbiale eloquio davanti ai microfoni, la prontezza di riflessi con gli avversari, in pista come fuori, e il tocco magico del fuoriclasse di rendere possibili le imprese impossibili. E quel sorrisetto sornione che scioglie qualsiasi rimbrotto. Ma davvero compie 40 anni?

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