Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Dopo aver conquistato il primo punto con il Chievo, Gian Piero Ventura si dimette a sorpresa. L'ex-ct della nazionale ha guidato la squadra di Verona per quattro partite, ottenendo tre sconfitte e un pareggio, e grazie a questo primo punto è stato azzerato il gap negativo in classifica che era stato comminato alla società quest'estate. Il direttore sportivo Romairone davanti alle telecamere parla di qualcosa di "inspiegabile e di inaspettato" e Ventura avrebbe dichiarato negli spogliatoi alla squadra, "un suo disagio personale". Non ci sono motivi tecnici e, al momento, Ventura è ancora l'allenatore del Chievo perché le dimissioni, per diventare effettive, devono prima essere accettate.

Da osservatore esterno balza agli occhi, in questa vicenda, una straordinaria coincidenza: proprio in un giorno come domani, il 13 novembre 2017, grazie al pareggio a reti inviolate con la Svezia, l'Italia non si era qualificata per i mondiali di Russia configurando così quello che i giornali avevano definito "il più grande fallimento della storia del nostro calcio". Quel giorno, per Ventura, iniziò un doloroso calvario che aveva per oggetto non tanto la sconfitta quanto le sue "non dimissioni". In situazioni simili, gli altri commissari tecnici avevano ammesso i loro errori e si erano auto-esonerati davanti alla telecamere pochi minuti dopo il fischio finale. Non così Ventura, che perciò venne accusato di non dimettersi per il semplice desiderio di incassare i restanti otto mesi di contratto che rimanevano: pare si trattasse di quasi 850 mila euro.

Conosco un cane che, dopo aver subito una dolorosa operazione dal veterinario, non vuole più entrare in nessuna casa che non sia quella del padrone. È un problema, perché il cane è di grossa taglia e non c'è modo di convincerlo: o lo si lascia a casa o, per poco, in macchina, o la vita sociale del padrone è azzerata. In ogni caso non c'è modo di far cambiare idea al cane che non vuole ripercorrere una strada che lo ha fatto molto soffrire. Gli animali ci piacciono tanto anche perché, a volte, sono molto simili a noi uomini: anch’io ho luoghi e percorsi della mia città che sono state altrettante dolorose Via Crucis della mia vita e perciò, anche se non me ne rendo conto, quando passo da quelle parti cambio strada e non torno sui miei passi. Evitiamo luoghi, incontri, persone, situazioni, che ridestano in noi ferite e ricordi dolorosi.

Oggi magari le dimissioni di Ventura rientreranno o si scopriranno motivazioni completamente diverse da quelle che sto ipotizzando, ma non sempre le ragioni che ci spingono ad agire sono quelle che “sappiamo", non sempre le spiegazioni che ci diamo (che diamo a noi stessi prima che agli altri) sono quelle consapevoli. C'è un mondo ctonio, "carsico", che non controlliamo e che può spingerci a comportamenti che non ci spieghiamo. Urlare in faccia all'intero mondo calcistico che, esattamente un anno fa, chi lo criticava aveva sbagliato, che non si doveva trattare così un commissario tecnico, perché lui, Gian Piero Ventura, è uno che le dimissioni sa darle eccome, può essere un movente forte, un'attrazione invincibile.

Ieri negli spogliatoi del Chievo Verona può essere scattata in Ventura una voglia di rivincita che, vichianamente, lo ha spinto a fare ieri quello che avrebbe dovuto fare un anno fa. La lancetta dell'orologio ha fatto un giro intero, l'orbita ha completato il suo percorso, e lui l' 11 novembre 2018 ha agito come avrebbe dovuto fare il 13 novembre 2017. Vi siete arrabbiati con me perché non mi dimettevo? Oggi, dimettendomi, vi dimostro che vi sbagliavate. Tutti.

Gian Piero Ventura si dimette a sorpresa da allenatore del Chievo. L'ex tecnico della Nazionale lo ha comunicato nello spogliatoio alla squadra dopo il pareggio con il Bologna. Il direttore sportivo dei gialloblu Giancarlo Romairone, ai microfoni di Sky Sport, parla di 'un fulmine a cielo sereno'. "Ci dobbiamo prendere tutti un po' di ore perché a mente fredda si possa un attimo capire i pensieri che sono emersi a caldo, subito dopo la partita il Mister mi ha detto che sarebbe andato a comunicare alla squadra questa sua situazione. Gli ho chiesto di contare fino a 10, ma nella realtà è emerso questo suo malessere. Adesso verificheremo che tipo di malessere è, la squadra ha fatto una buona prestazione, i giocatori da quando è arrivato Mister Ventura hanno dimostrato in qualsiasi momento e atteggiamento di essere con l'allenatore. La richiesta del Mister è una richiesta importante ma la società ha fatto e fa di tutto per soddisfarle".
 

Una straordinaria rimonta nella semifinale contro la Cina firmata Bebe Vio consente all'Italia di portare a casa la Coppa del mondo nella scherma paralimpica, specialità fioretto. L'azzurra nella gara a Tbilisi di fioretto femminile, categoria B, nella prima giornata della tappa che ha aperto la fase di qualificazione ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020, ha infatti superato la cinese Bian, infilando – dopo una sosta forzata perché una ruota della carrozzina si era staccata ma per fortuna è stato un guasto rimediabile – 14 stoccate di fila quando aveva un distacco di 11 e si era sul 42 a 31 per l'avversaria. Incontro chiuso quindi sul 45 a 44 per i colori azzurri e trionfo completato con la vittoria in finale contro l'Ungheria per 45 a 33, e anche qui Vio ha dettato legge con 18 stoccate. E questo successo le dà la certezza aritmetica della conquista della Coppa del Mondo 2018 di specialità.

Il fantasma del palcoscenico tennis si chiama Todd Reid. Il suo nome rimarrà scolpito come campione di Wimbledon juniores 2002, ma soprattutto come uno dei tanti che non ce l’ha fatta a realizzare le proprie e le altrui aspettative, che ha insistito, che è rimasto prigioniero di un sogno, che è crollato, e che addirittura morto, solo, disperato, perso, ad appena 34 anni.

Perché? La diagnosi resta vaga, nessuno pronuncia “quella” parola. Anche se gli occhi di parenti ed amici, i messaggi, i twitter, i saluti sono troppo impregnati di lacrime e di sensi di colpa per lasciar spazio al dubbio e, in calce alla triste notizia, gli organi d’informazione australiani comunicano: “I lettori che cercano supporto e informazioni sulla prevenzione del suicidio possono contattare la linea aperta 131114”.

Che inferno è stato per il povero Todd Reid il percorso dai 18 ai 34 anni? Dall’acme di quell’urrà così promettente, nel Tempio, dalle vittorie contro Gasquet, Tipsarevic, Soderling e Muller, è volato al numero 105 dei pro a 20 anni nel 2004, ma poi è apparso sempre meno sull’Atp Tour fino a sparire definitivamente. Sintetizza Todd Woodbridge, campione di doppio e di umanità: “Non sapremo mai quanto qualcuno possa soffrire. Preghiamo per Todd e la sua famiglia”.

I campioni italiani

Anche in Italia abbiamo avuto due campioni di Wimbledon juniores, peraltro tutti e due mancini, Diego Nargiso, nel 1987, e Gianluigi Quinzi nel 2013. Il napoletano ha trovato solo parzialmente la sua realizzazione da pro, toccando il numero 67 della classifica, con 5 titoli di doppio, il marchigiano, a 22 anni, ha forse trovato la sua strada, dopo troppi cambiamenti tecnici, ed è numero 161 del mondo. Entrambe hanno avuto sempre accanto una famiglia molto appassionata di tennis, molto vicina ed anche benestante, che potesse sostenerli finanziariamente. Che ha attutito il contraccolpo all’impatto con aspettative non rispettate compiutamente. 

Diego, oggi affermato telecronista e imprenditore nel tennis, è sempre stato molto lucido anche nell’auto-analisi: “Il problema è che a 17 anni non sei ancora pronto ad affrontare la realtà immediata, che è estremamente diversa da quella che ti ero aspettato quando, come me, hai alzato il trofeo giovanile di Wimbledon sul Centre Court, premiato da Margaret Thatcher e dalla duchessa di Kent, e ti aspetti presto di fare la stessa cosa anche a livello seniores. Purtroppo questi trofei sono troppo enfatizzati dalle federazioni sportive nazionali che li usano per incentivare i ragazzi ed aumentare le loro motivazioni. Ma io credo che, per restituirli alla loro giusta dimensione e conferire la corretta importanza a questi eventi giovanili sarebbe più giusto farli disputare altrove, non nella sede del torneo maggiore”.

"Il problema è la paura"

Il problema si chiama paura. Spiega sempre Nargiso, che l’ha vissuto sulla propria pelle: “Dopo un grande risultato, sul ragazzo si riversano interessi e anche speculazioni, per cui le aspettative diventano pressione, ansia, frustrazione di non riuscire ad ottenere risultati anche da professionista. Può succedere immediatamente e può succedere dopo un po’, com’è accaduto a me che sono subito salito fra i primi 100, ma poi ne sono uscito”. E che succede in quei momenti? “Succede che ti senti solo, come un cantante che ha inciso un disco di successo e che poi deve ripetersi, se non migliorarsi. Il momento clou è quando – succede sempre – ti cominci a fare delle domande: “Ce la faccio, non ce la faccio, sto fallendo?”.

Ed è un momento devastante, nel quale è fondamentale avere accanto una famiglia e anche un substrato culturale, altri interessi, altre cose, che ti aiutano a superare la paura del fallimento e quindi la depressione che ne consegue. Io, a 50 anni lo so, ma a 17 non sapevo, non potevo sapere che quella era una parte della vita non tutta la vita. Ed è capitato anche a me di vivere male il tennis. Anche nel corso della partita mi è successo di chiedermi: “Che cosa dirò dopo ai giornalisti, come spiegherò che non ce l’ho fatta?”. Così cresci il sentimento di amore ed odio verso il tuo sport”.

Il ricordo dell'amico Ryan Henry

Per spiegare un pò la storia specifica del povero Todd Reid è sceso in campo il suo amico Ryan Henry che lo conosceva dai 10 anni, e ci ha giocato insieme tantissimo, captandone da subito l’estremo agonismo, la forte ambizione di arrivare in alto, lo sfrenato desiderio di vincere, la grande dedizione, la spiccata competitività, simile all’idolo di tutti i teenagers locali, Lleyton Hewitt: “Era estremamente veloce, molto consistente e un gran lottatore”. Peccato che si allenasse poco sulla tecnica, “convinto di poter compensare in partita con l’attitudine, con la voglia di vincere”.

Reid arrivò al numero 4 del mondo di categoria, quando l’1 era Tipsarevic, e gli altri primattori si chiamavano Robin Soderling, Tomas Berdych, Jo-Wilfried Tsonga, Marcos Baghdatis, tutta gente che sarebbe entrata di lì a poco nei “top 10” pro. Aveva la capacità di ottenere il massimo da sé stesso nei momenti topici, era il migliore dei giovani australiani, quello su cui tutti puntavano, quello che faceva gli stage alla Nick Bollettieri Academy in Florida, la stella cometa. Era. A 19 anni, le strade dei due amici si divisero per sempre: Ryan abbandonò il suo sogno, afflitto dagli infortuni, diventando maestro di tennis, e perse di vista Todd, chiedendosi se fosse stato giusto abbandonare la scuola e una educazione corretta per dedicarsi totalmente allo sport, ma trovando comunque ottime guide nei fratelli Masur.

Il declino

Invece Todd ha inanellato un fallito tentativo di rientro sul circuito pro dopo l’altro, s’è ammalato, s’è infortunato al braccio, ha perso il servizio, ha addirittura battuto da sotto, nei primi turni dei tornei per preservare la spalla, senza accettare che il corpo non gli consentisse di esprimere il buon livello di tecnica. Entrando in una impressionante spirale di sfiducia e frustrazione, come racconta ancora Henry: “Quando l’ho incontrato l’ultima volta, a gennaio al torneo di Sydney, è stato duro constatare quant’era stata difficile per lui la vita dopo il tennis, era molto triste vedere che non era più la persona che conoscevo. Prima era sempre gioviale e simpatico, sempre pronto a scherzare anche in allenamento”.

Dicono che i cantanti siano i poeti della nostra epoca. Ci torna in mente: “Se ti diranno sei finito, non ci credere. Devi contare solo su di te. Uno su mille ce la fa. Ma quant’è dura la salita". Dovrebbe accompagnare anche tanti dirigenti, ex atleti, quando guardano gli eroi dello sport moderno. Loro sanno bene che si paga sempre un prezzo nella vita e hanno il dovere morale di aiutare gli eredi. Perché Todd Reid, ahinoi, non è solo, lo troviamo ovunque, ma chi gli ha teso una mano?

Kathy Rinaldi è una capitana coraggiosa, una di quelle che si butterebbe nel fuoco per le sue ragazze, e quindi suona la carica: “Abbiamo un gruppo meraviglioso, è un piacere e un onore lavorare con queste ragazze. Siamo sfavorite? Forse, ma siamo pronte a giocarcela“. Sabato 10 e domenica 11 novembre nella finale di FedCup n. 56 – la Davis delle donne – l’ex professionista oggi pluripotenziaria della  Usta guida una piccola America nella tana di Praga contro la corazzata ceca, sfidando con due oneste singolariste di media classifica come Danielle Collins e Sofia Kenin, lo strapotere fisico e d’esperienza di Petra Kvitova (che però domani non giocherà) e Barbora Strykova, e le numero 1 del mondo di doppio Barbora Krejicikova e Katerina Siniakova.

 

La squadra americana in finale di Fed Cup: Alison Riske, Danielle Collins, la capitana Kathy Rinaldi, Sofia Kenin e Nicole Melichar. (AFP)
 

La storia dice che, soprattutto in Coppa, classifiche e pronostico non contano, ricorda che gli Usa sono campioni uscenti e leader dell’albo d’oro con 18 titoli, davanti proprio delle ceche con 10, ricorda anche che le padrone di casa, dominatrici recenti con 5 urrà dal 2011, non hanno battuto le statunitensi solo nel lontano 1985, ancora come Cecoslovacchia. Ma il vero problema è che le Yankees più forti, le sorelle Serena e Venus Williams, e le loro eredi, Sloane Stephens e Madison Key, dopo aver partecipato ai recenti Masters, A e B, hanno rinunciato alla convocazione per la finale. 

Che sarebbe successo in qualsiasi altro Paese se ci fosse stata una fuga di questo tipo dalla nazionale, dalla bandiera, dall’onor patrio? Negli Stati Uniti non c’è stata una sola critica sdegnata, nessuna reprimenda, niente. Chiunque ha il sacrosanto diritto di non partecipare. Figurarsi. Anche se una-due settimane prima era perfettamente abile ed arruolato sulla passerella WtaTour, a caccia degli ultimi punti in classifica e dei suoi dollari. La grande fuga da Praga non è una novità per gli atleti statunitensi, fa seguito a troppe altre fughe e ad altri improvvisi ritorni, peraltro dettati non già da rigurgiti d’amore verso nazionale e compagne ma per assicurarsi, con un paio di frequenze, il biglietto per le Olimpiadi. 

Forse il tennis, senza super-star, non è così seguito dal pubblico iper-nazionalista a stelle e strisce. Forse la vicenda sarebbe stata accolta diversamente ai tempi  di Jennifer Capriati e Lindasy Davenport. Ma anche nel golf la polemica è subito sfumata dopo la figuraccia di Ryder Cup, con la troppa netta sconfitta accusata dallo squadrone Usa a Parigi contro l’Europa. Eppure, anche lì, i problemi di squadra degli americani sono venuti clamorosamente alla luce. Come ha semplificato quel cagnaccio di G-Mac, al secolo Graeme McDowell, uno di quegli irlandesi duri che parlano chiaro sempre, vuoi da campione Major, vuoi da vice capitano di Ryder: “La squadra americana aveva sempre esposti i suoi ego sul muro degli spogliatoi. Non è così che si forma una squadra. Gli ego restano fuori dalla porta: si arriva insieme e si gioca insieme”.

Inutile cercar scuse, se i fortissimi yankees, da Tiger Woods a “Leftie”, Phil Mickelson, dai talenti Koepka, Spieth, Bubba Watson e Justin Thomas, da Fowler a Dustin Johnson, escono con le ossa rotte dalla gara a squadre più famosa dello sport più individualista, il golf, battuti 17.5 a 10.5, è per un motivo chiaro. Se perdono contro i rivali del Vecchio Continente che affollano il circuito più ricco, il loro, il Pga Tour, dopo aver imparato il golf più difficile, sui links di Scozia, è perché non giocano insieme. Non compongono pazientemente colpo dietro colpi i pezzi dei doppi, quei puzzle chiamati Fourball e Foursomes, non si passano il testimone perché il compagno possa chiudere al meglio la buca, pensano a chiuderla loro direttamente, finendo nella trappola che gli ha preparato il capitano europeo, il colosso Bjorn.

Infilandosi ora nel rough, l’erba particolarmente alta del Golf National alle porte di Parigi, ora nei tanti ostacoli d’acqua, come marinai alle prime armi. E, una volta ai singoli decisivi, soffrono la pressione della sfida più diretta che ci sia nel golf, l’uno contro uno del match play, che gli europei frequentano sin da bambini e loro no.

Ma come, eppure gli sport di squadra hanno le leghe più ricche e famose proprio negli Stati Uniti, dal basket al baseball, dal football americano all’hockey. Eppure tutto lo sport del Nuovo Continente si basa sul culto dell’appartenenza a un club e lo tramanda di generazione in generazione. In realtà lo show-business esalta continuamente il singolo, il campione, chi segna di più, chi risolve di più, chi guadagna di più, chi è ricordato di più, nel tempo. Gli esempi sono fin troppi, restando solo nel basket, dai Boston Celtics di Bird ai Chicago Bulls di Jordan, ai Golden State di Curry e Durant, addirittura ora alle squadre di LeBron.

La favola della squadra, del tutti che si aiutano, si sacrificano e lottano per l’obiettivo comune, è una manna per Hollywood  per i teorici dei manuali perfetti, ma va poi a cozzare contro le leggi del dio dollaro, di nostra signora tv e della cultura stessa del mito americano. Che si basa sull’io, sulla forza di volontà del singolo, sul primo cent di Donald Duck (Paperon de Paperoni) che si è fatto da solo, sul record, sul mito del lavoro, sul fine che giustifica i mezzi, al punto di promuovere alla presidenza del paese più potente del mondo proprio l’incarnazione del sogno americano, Donald Trump.

L’idea della squadra resta affascinante, e anche unica, come il Dream Team del basket che sbancò l’Olimpiade di Barcellona 1992, ma tenere insieme tante spiccate individualità è troppo difficile. Come passarsi il testimone in una staffetta, che gli yankees falliscono spesso, da super-favoriti, basti ricordare l’ultimo episodio clamoroso all’Olimpiade di Rio 2016, con il patatrac fra Allyson Felix ed English Gardner. 

La verità è che il business legato ai tifosi e alle economie locali e nazionali è troppo grande per non essere continuamente sollecitato e rinvigorito dai media. Perciò è impossibile rinunciare, o anche semplicemente svilire, lo spirito degli sport di squadra. Ma il singolo prevale, eccome. Pensiamo al football: nella storia non sono forse i quarterback quelli che si ricordano in assoluto più di tutti gli altri? E nel baseball, l’Hall of Fame, non è piena di lanciatori e battitori? Perciò, rieccoci al tennis: meglio allungare la stagione di due-tre settimane, sobbarcarsi un’altra trasferta oltre oceano, rischiare contro le terribili ceche che si giocano la vita sul proprio terreno, oppure gozzovigliare su qualche bella spiaggia assolata prima di rituffarsi nella preparazione invernale per la nuova stagione? E quindi, ciao ciao bandiera, e ideali di squadra, America.

Per tutti quelli che credono che gli scacchi siano un passatempo da nerd la storia di Fabiano Caruana li farà ricredere. Ventisei anni, nato a Miami da madre italiana e padre italo-americano, Fabiano per nove anni, dal 2005 al 2014, ha praticato gli scacchi in veste azzurra, fino a che Rex Sinquefield, un miliardario con la passione per gli scacchi non fonda il St Louis Chess Club, rastrellando talenti da tutte le parti del mondo e facendo letteralmente carte false per naturalizzarli americani e farli giocare per la sua squadra. 

Così a maggio 2015 lo scacchista comunica l’intenzione di gareggiare per gli USA, la Federazione, secondo il St. Louis Post-Dispatch, gli avrebbe offerto 200 mila dollari per il passaggio. E già l’anno dopo, come ricorda il Corriere della Sera, vince “l’oro a squadre nelle olimpiadi degli scacchi e il bronzo individuale. A Berlino, superando il russo Sergey Karjakin e Shakhriyar Mamedyarov, dell’Azerbaigian”. Partita dopo partita diventa il numero uno negli States e il due nel mondo.

La sfida per il titolo mondiale

Oggi a Londra si giocherà la finale contro un altro fenomeno assoluto della scacchiera, il norvegese Magnus Carlsen. Dodici partite di fila più eventuali spareggi decideranno chi è il più forte del mondo ed è dai tempi di Bobby Fischer, nel 1972, che gli americani non arrivavano in finale mettendosi alle spalle i temutissimi colleghi dell’Europa dell’Est, soprattutto russi, da sempre padroni indiscussi della scena. Gli scacchi da allora sono molto cambiati, la tecnologia ha fatto il suo, un computer oggi può letteralmente studiare ogni genere di mossa dell’avversario e scovarci dietro una logica ben definita, uno schema da seguire per poter provare a batterlo.

Lo stesso Carlsen ne ha fatto un business, realizzando un’app che permette ai giocatori di confrontarsi direttamente con lui, o meglio con l’algoritmo che ha studiato il suo stile di gioco e sviluppato diversi livelli per “abbassarsi” e dar modo di incrociare le pedine anche con giocatori amatoriali. Ma paradossalmente gli esperti dicono che sia proprio la loro capacità di raggirare anche la matematica del gioco a rappresentare la loro unicità come giocatori.  Sono entrambi geniali, istintivi, imprevedibili, per questo “Le loro saranno partite interessantissime”, come sostiene Judit Polgar, regina degli scacchi che nell’arco della carriera ha battuto undici campioni mondiali, dal leggendario Kasparov allo stesso Carlsen, e che commenterà in diretta la finale.

Come seguire la diretta 

E a proposito della diretta, c’è anche un altro aspetto del gioco degli scacchi che lascerà a bocca aperta gli appassionati a sport più in vista, la finale in questione negli ultimi anni ha raccolto qualcosa come 1,5 miliardi di contatti, come scrive il New York Times: “I fan possono ora seguire i loro giocatori preferiti su piattaforme di streaming come Twitch, dove il pubblico (basato sui minuti guardati) è cresciuto di oltre il 250% nell'ultimo anno. E il canale YouTube della World Chess Federation, conosciuto con il suo acronimo francese FIDE, è pieno di video con titoli come "25 minuti di pensiero di Sergey Karjakin". La clip ha migliaia di visualizzazioni”.

Una finale, come già detto, che assomiglia di più ad una maratona, l’allenamento per uno scacchista professionista infatti è duro, se non più duro, considerata la componente psicologica fondamentale, di quello di un calciatore. Un preparatore atletico ne cura l’aspetto fisico; pratica tennis, yoga e pesi. Gioca circa 50 partite al giorno per un totale di settanta ore settimanali. Mens sana in corpore sano quindi, e la tenacia e il successo di Caruana ne sono il perfetto esempio; non è nemmeno un caso allora che nei primi 40 posti della classifica mondiale degli scacchisti solo sei superino i quarant’anni; il più giovane, il cinese Wei Yi, 25esimo posto, ne ha 19. Se escludiamo Caruana, che abbiamo calorosamente fatto crescere in casa nostra, nei primi 100 non è presente alcun italiano. 

Verena Erlacher, promessa del calcio femminile italiano, è morta a 19 anni. Centrocampista con il fiuto per il gol, era nata a Lagundo, in provincia di Bolzano. Al momento giocava nella terza serie con l'Unterland Damen, una squadra di Cortina, e nel Maia Alta. In passato aveva giocato sia in serie A con il CF Alto Adige che con le nazionali giovanili under 16 e under 17 ma la maggior parte della sua carriera si è svolta nel Sudtirol Damen, che milita nel campionato di Eccellenza.

La sua morte prematura – della quale non si conoscono al momento le circostanze – ha destato sconforto nel mondo sportivo altoatesino e di tutto il movimento in rosa italiano. In queste ore stanno arrivando numerosi messaggi di cordoglio rivolti alla famiglia Erlacher dai club italiani. "Negli ultimi mesi alcune vicende della sua vita privata l’avevano profondamente addolorata", scrive il Corriere.

La Lega Nazionale Dilettanti ha annunciato che occasione delle gare del campionato di Serie C, Trento Clarentia-Como 2000 e Venezia-Unterland Damen, in programma domenica 11 novembre, verrà osservato un minuto di silenzio in memoria di Verena.

"Tutto il CF Sudtirol Damen è vicino alla famiglia Erlacher per la perdita della figlia Verena. Noi Verena la vogliamo ricordare con il sorriso, la gioia e la passione che lei sapeva darci in campo e fuori. Avremmo voluto rivederla con i nostri colori ma qualcosa di più grande di tutti noi, il tempo, la vita, non ce lo ha permesso", è il messaggio della sua vecchia squadra, "la salutiamo nel modo che a lei faceva ridere quando lo ripeteva dopo le prima volte che lo aveva sentito… Ciao poppa!".

 

Mettete fiori nei vostri cannoni, subito, oggi, e per sempre, non mettiamoci un papavero al petto, poi, dopo. Il messaggio arriva dalla vetrina più appariscente che ci sia, il calcio, dove un atleta serbo, Nemanja Matic, centrocampista del Manchester United, è uscito dal gruppo, sabato, ed è stato l’unico fra i giocatori che hanno partecipato al match col Bournemouth a non indossare la coccarda commemorativa a forma di papavero per celebrare il "Remembrance Day" dell’11 novembre. Cioè la giornata per ricordare i caduti del Commonwealth e di alcune nazioni europee come Francia e Belgio inglesi, durante la Prima e della Seconda Guerra Mondiale. 

È una giornata importante in mezzo mondo, che si vive sempre con grande intensità, con due minuti di silenzio, spesso tenendo un papavero in mano, il primo fiore che sbocciò sulle tombe dei soldati caduti nelle Fiandre. Ognuno, in quei momenti così delicati, si chiude nel profondo del suo io e di un suo ricordo. Che cosa c’è di più individuale e soggettivo di questa magica parola? Ognuno ha il proprio ricordo, personale, completamente diverso da quello di tutti gli altri, anche se sembra assurdo basandosi su fatti all’apparenza incontrovertibili. Vale anche nella società della massificazione, dove fa la voce grossa un’informazione troppo comune, spesso falsa, sbagliata anche nella grammatica, che fa giri incredibili sul web, si ingigantisce e si sgonfia con la medesima velocità, rivelando alla fine la stessa matrice e, ahinoi, la medesima finalità. Tutti guardano la trasmissione tv più gettonata del momento, tutti twittano senza posa, tutti si fanno un selfie appena possono, tutti vogliono essere uguali agli altri, per non restare diversi. 

Epperò, all’improvviso, gridando il fatidico: “Il re è nudo”, appare sempre qualcuno che supera le abitudini, le mode, le convenzioni, il politically correct, per rimanere sul terreno britannico e quindi sul classico orientamento ideologico e culturale di quel paese, con l’estremo rispetto verso tutti, evitando ogni potenziale offesa verso determinate qualsiasi categoria di persone. Stavolta – Eureka! – è un calciatore che proprio non se la sente di aggregarsi alla nazione che pure l’ha accolto, facendolo ricco e famoso grazie a un pallone.

Matic non si è dimenticato il papavero, non se l’è perso, non gli si è staccato dalla maglietta. No, non ci sono errori, di nessuno, se non generale, di tutti, nel sorprendersi della diversità di pensiero, della legittima libertà di staccarsi dal gruppo, della possibilità di alzare la mano e di spiegare con candida, serena, ma ferma sincerità: “Comprendo pienamente il motivo per cui gli altri indossino i papaveri, rispetto completamente il diritto di ognuno a farlo e ho la completa compassione per coloro che hanno perso i loro cari a causa dei conflitti. In ogni caso, per me è soltanto un ricordo di un attacco subito quando ero un dodicenne spaventato che viveva a Vrelo mentre la mia terra veniva devastata dai bombardamenti in Serbia del 1999. Sebbene lo abbia fatto in precedenza, dopo una riflessione, credo che non sia giusto che io indossi il papavero sulla mia maglia. Spero che tutti possano capire le mie ragioni, ora che le ho date, e posso concentrarmi su come aiutare la squadra per le prossime partite”.

Chi è stato sotto le bombe non può dimenticare. Chiedetelo ai nostri nonni che portano ancora nelle orecchie e nel cuore il suono d’allerta delle sirene, le fughe nelle cantine e nelle metropolitane, il silenzio di morte che precedeva le cadute degli ordigni su case e cose, l’angoscia del dopo, quel momentaneo passato pericolo che si accompagnava sempre alla sorpresa della nuova realtà, distrutta, sopracoperta. Il bambino che era in Matic non può cancellare i terrificanti bombardamenti delle forze della Nato del 1999 per allontanare i serbi dal Kosovo. Per lui fu un sopruso, un’ingiustizia, una privazione di libertà, una violenza indimenticabile com’è sempre per i bambini che non hanno i retro-pensieri dei grandi.

Il messaggio del calciatore dello United è stato talmente chiaro, talmente netto, talmente sincero, che The Royal British Legion, promotrice di anno in anno della giornata del ricordo, ha commentato: “La decisione di indossare il poppy dev’essere una libera scelta”. Liberando così il serbo dopo la sua eclatante protesta, controcorrente, preservandolo – ci auguriamo – da qualsiasi stupida reazione da parte del pubblico, e ribadendo la possibilità di chiunque, sempre, di staccarsi dalla fila con un simbolico passo avanti. Nel segno del libero arbitrio. Domenica 11 novembre si giocherà il derby di Manchester.

Il papavero appuntato sulla maglietta dei calciatori ha toccato anche noi italiani. Non per la famosa strofa della ballata di Fabrizio De Andrè, ma perché, quando Fabio Capello allenava la nazionale inglese, la Fifa si oppose al fiore sulla manica della maglietta dei Bianchi che era stato proposto dal premier Camerun per l’amichevole contro la Spagna di quei giorni del 2011. Anche se poi dovette proprio accettare la gentile, ma ferma e persuasiva insistenza del principe William. 

Mettete dei fiori nei vostri cannoni.

Chissà come si metterà ora Amnesty International con la Lega Italiana Giuoco Calcio che ha fissato il 16 gennaio 2019 a Gedda la finale della Supercoppa italiana fra Juventus e Milan. Chissà se farà appello al dio calcio per difendere le libertà fondamentali della persona umana, dopo l’uccisione dello scrittore saudita Jamal Khashoggi che era appena entrato nell’ambasciata araba a Istanbul il 2 ottobre. Chissà se ripeterà il tentativo dopo aver chiesto invano a Rafa Nadal e Novak Djokovic di rinunciare all’esibizione che si terrà tre settimane prima, il 22 dicembre, sempre nella seconda città più grande dell’Arabia Saudita dopo Riad. Chissà che risposta riceverà, dopo il no diplomatico dei due assi della racchetta, e quello ancor più deludente di Roger Federer che ha candidamente dichiarato di aver fatto a meno del milione di dollari di ingaggio non per motivi umanitari, ma semplicemente perché, sotto Natale, vuole coccolarsi la sua coppia di gemelli. 

La scelta della data per la Supercoppa italiana è mirata al riempimento dei 60 mila posti del King Abdullah Sports City Stadium e al bottino di circa 7 milioni di euro da dividersi fra i due club. E sarà la rivincita della Supercoppa 2016, a Doha, in Qatar, vinta dal Milan ai rigori. Il calcio mira solo al business, non si pone domande, come ha fatto giorni fa invece l’ex ministro dello sport, Luca Lotti: “Come parlamentare, come ex ministro per lo Sport e come cittadino italiano, rivolgo un appello accorato alla Lega Calcio affinché riconsideri la decisione di giocare il match Juventus-Milan in Arabia Saudita e invito il Governo a fare ogni sforzo possibile per evitare che il calcio italiano scriva una pagina di rifiuto nella difesa dei valori e dei diritti». 

Facile, commenterà sicuramente qualcuno pensando a un ex parlamentare, peraltro di un gruppo politico oggi in minoranza. Peraltro, se lo sport debba trascendere o meno la politica e le ragioni sociali e umanitarie è un quesito che, da sempre, non trova risposte. E si ravviva di sempre nuovi argomenti. Nel caso specifico, però, l’esibizione Djokovic-Nadal così come la Supercoppa italiana di calcio non sono competizioni già fissate in modo drastico ed ufficiale nel calendario internazionale. Come fu, per esempio, la finale di Coppa Davis di tennis del 1976 nel Cile del dittatore Pinochet, quando l’Italia si dibatté a lungo e si spaccò proprio, fra destra e sinistra, sull’opportunità di disputare o meno quella partita, per poi decidere di giocarla (e di vincerla da netti favoriti).

O come l’Olimpiade estiva di Mosca del 1980 boicottata dagli Stati Uniti per l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Questa di Gedda sarebbe davvero una straordinaria occasione per il calcio in generale e per i calciatori di Juventus e Milan in particolare di chiedere lumi ad Amnesty International, su quanto succede in Arabia Saudita e sulla vicenda del giornalista ucciso in circostanze così particolari. Per poi annunciare un clamoroso, eclatante e rumorosissimo no ai petrodollari arabi. 

Amnesty International gli ha chiesto di rinunciare, Rafael Nadal e Novak Djokovic hanno valutato seriamente la cosa, ma per il momento non si sono cancellati dall’esibizione del 22 dicembre a Gedda, dicono che non se la sentono di rinunciare a un impegno preso oltre un anno fa. E se Roger Federer ha invece fatto a meno del milione di dollari di ingaggio che era stato proposto anche a lui non è propriamente perché l’Arabia Saudita è sempre più sotto pressione da parte della comunità internazionale dopo l’uccisione dello scrittore saudita Jamal Khashoggi dopo essere entrato nell’ambasciata del paese a Istanbul il 2 ottobre. A Natale il Magnifico non accetta impegni extra familiari. “Hanno contattato anche me, ma non voglio giocar lì in quel periodo, quindi per me si è trattato di una decisione molto veloce”, ha commentato il campione di 20 Slam.

“Certo che siamo a conoscenza della situazione, è terribile che un giornalista sia morto in quel modo, ma ho parlato con la mia squadra, ho analizzato le cose, vediamo come si evolve la situazione, spero che tutto si chiarisca prima possibile”, ha dichiarato Nadal. “Ora come ora non abbiamo abbastanza informazioni, dobbiamo assolutamente capirne di più per prendere una decisione, infatti la mia squadra è in contatto con gli organizzatori e che con chi vive lì. Personalmente, cerco sempre di essere apolitico, non amo essere coinvolto in discussioni del genere. Sfortunatamente, e contro il nostro volere, stavolta ci siamo dentro sia io che Rafa. L’impegno che abbiamo preso un anno fa, pensando che potesse essere il trampolino per l’inizio della prossima stagione, è una decisione legata al tennis professionistico”, ha spiegato Djokovic.

Al di là del principio sempre più vacuo dello sport che trascende la politica, è chiaro che il discorso rischia di rivoluzionare il programma già stabilito dei due protagonisti e anche la penale che probabilmente dovrebbero pagare svicolando dal contratto, e relativo ingaggio milionario. Ma l’atteggiamento dei due campioni è molto discutibile sotto il profilo della personalità e del ruolo sociale che i primattori dello sport dovrebbero assumersi. Come esempi delle nuove gioventù, dal tappeto rosso sul quale camminano, e anche come moneta di scambio per quanto hanno ricevuto in termini economici e di popolarità dalla società. 

Quando successe a Borg e McEnroe

A proposito, la storia ricorda una situazione analoga, nel 1980, sulla scia della indimenticabile finale di Wimbledon, il Sud Africa, oppresso dall’apartheid e sotto embargo internazionale, invitò a una super-esibizione Bjorn Borg e John McEnroe, i pionieri del tennis moderno che hanno acceso il tennis con la loro rivalità sdoganandolo da sport d’élite a sport popolare. Ebbene, SuperMac rispose: “Abbiamo modi migliori per guadagnare un milione di dollari”. Che “all’epoca corrispondevano a dieci milioni di oggi”, puntualizza adesso. “Ma fui orgoglioso di prendere quella decisione. Mi dissi: 'Certo, è una montagna di soldi ma c’è un motivo se ce la offrono perché si fanno propaganda in qualche modo con la mia presenza'. Avevo appena 21 anni, ma non potevo accettare, non volevo sentirmi un pedone di una faccenda così grande, importante e delicata. Penso che sia stata una delle migliori decisioni che ho mai preso in tutta la carriera. Se avessi accettato, non avrei cambiato le sorti del mondo, ma non mi sono pentito e ancora adesso mi si avvicina qualcuno per ringraziarmi di quel gesto. E quando ho incontrato personalmente Nelson Mandela, mi ha detto che era orgoglioso di incontrarmi, lui, una persona così eccezionale, la più eccezionale che abbia mai incontrato, come un angelo sulla terra”.

Per la cronaca, nel luglio 1983, il successivo rivale di McEnroe, l’uomo venuto dall’ex Cortina di Ferro dell’Est Europa, il cecoslovacco Ivan Lendl – che poi è diventato cittadino Usa – accettò l’offerta e giocò un torneo-esibizione proprio a Sun City contro i sudafricani Johan Kriek e Kevin Curren e lo statunitense Jimmy Connors. Percepì 300 mila dollari, ma fu espulso dalla nazionale di coppa Davis dalla Federtennis ceca e multato di 150 mila dollari, perché il suo paese non intratteneva rapporti diplomatici con quella parte del mondo.

Nadal e Djokovic stanno perdendo una grande occasione. Avrebbero avuto bisogno dell’aiuto di un grande vecchio, come Arthur Ashe che, all’epoca, dietro le quinte, diede a SuperMac il consiglio giusto nel modo giusto. Ma se Federer non prende posizione e spiega il suo no all’esibizione solo per motivi familiari, se qualsiasi altro atleta – a cominciare dai golfisti – è pronto ad accettare tutto in nome del dio dollaro, che cosa possiamo realmente sperare da parte degli idoli sportivi della nostra società?

Flag Counter