Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Il 1 luglio parte la centoquattresima edizione di una delle tre corse a tappe ciclistiche più prestigiose del mondo, il Tour de France. L’edizione 2017 si contraddistingue per un ridimensionamento dei chilometri delle prove a cronometro, soltanto 36,5 contro i 54 dello scorso anno, una decisione in controtendenza rispetto alla storia recente della corsa francese. 

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“iaJgL”]={},window.datawrapper[“iaJgL”].embedDeltas={“100″:454,”200″:402,”300″:376,”400″:350,”500″:350,”600″:350,”700″:350,”800″:350,”900″:350,”1000”:350},window.datawrapper[“iaJgL”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-iaJgL”),window.datawrapper[“iaJgL”].iframe.style.height=window.datawrapper[“iaJgL”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“iaJgL”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“iaJgL”==b)window.datawrapper[“iaJgL”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Sui 3540 chilometri totali di questa nuova edizione della Grande Boucle c’è tanta salita, divisa equamente in cinque tappe collinari e cinque di alta montagna. Si partirà dalla Germania con un cronoprologo di 14 km in quel di Dusseldorf, per poi attraversare il Belgio. La prima vera prova d’esame per i candidati alla vittoria finale arriverà alla sesta tappa che va da Vittel a La Planche des Belles Filles, che prevede nel finale una salita di 5,6 km con una pendenza media dell’8,5%, con punti di pendenza massima del 20%: una salita veramente dura che potrebbe dire chi non lotterà più per la vittoria finale.

Le altre tappe da segnalare sono: il tappone pirenaico, dodicesima tappa da Pau a Peyragudes di 214 km, con due salite di prima categoria, Col de Menté e Col de Peyresourde, e l’Hors Catégorie del Col de Balès, ultimi 100 km di questa tappa che fanno su e giù: qui le squadre saranno importanti nella gestione della corsa dei favoriti.

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“0qerZ”]={},window.datawrapper[“0qerZ”].embedDeltas={“100″:426,”200″:400,”300″:400,”400″:400,”500″:400,”600″:400,”700″:400,”800″:400,”900″:400,”1000”:400},window.datawrapper[“0qerZ”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-0qerZ”),window.datawrapper[“0qerZ”].iframe.style.height=window.datawrapper[“0qerZ”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“0qerZ”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“0qerZ”==b)window.datawrapper[“0qerZ”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Si va poi sulle Alpi: le tappe 17 e 18 potrebbero rivelarsi decisive. La prima è un tappone vero è proprio di 183 km da La Mure a Serre-Chevalier che affronterà salite storiche che  hanno fatto la storia del Tour, in sequenza Croix-de-Fer, Col du Télégraphe e Galibier potrebbero fare la differenza anche se la lunga picchiata verso il traguardo potrebbe permettere un eventuale recupero di corridori che si sono attardati sulla salita.

Il giorno dopo tocca alla Briançon-Izoard: 179,5 km, di cui i primi piuttosto tranquilli, ma poi si va verso la lunga scalata al Col de Vars posto a 2100 metri. Si scende quindi a valle, a Guillestre, per poi risalire verso lo storico Izoard, salita leggendaria legata al mito di Fausto Coppi. Questa sarà l’ultima opportunità per gli uomini di classifica prima della crono di Marsiglia che servirà soltanto a consolidare le graduatorie, per poi spostarsi alla passerella finale di Parigi.

Tappe e velocità medie

L’edizione numero 104 del Tour propone quindi 3540 km divisi in 21 tappe, per cui ogni tappa ha una lunghezza media di 168,57, perfettamente in linea con i dettami del ciclismo moderno. Agli albori della competizione transalpina, però, le cose andavano diversamente: le prime edizioni, 1903 e 1904, erano contraddistinte da un chilometraggio totale inferiore (2500 km circa) ma suddiviso in sole sei tappe, creando una lunghezza media di più di 400 chilometri.

La sesta tappa del primo Tour (replicata anche l’anno successivo) prevedeva un percorso da Nantes a Parigi di 471 chilometri: non sorprende più di tanto, quindi, che sugli 84 ciclisti al via della manifestazione, soltanto 21 atleti raggiunsero la capitale.

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“5UxVB”]={},window.datawrapper[“5UxVB”].embedDeltas={“100″:788,”200″:677,”300″:617,”400″:600,”500″:600,”600″:600,”700″:600,”800″:583,”900″:583,”1000”:583},window.datawrapper[“5UxVB”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-5UxVB”),window.datawrapper[“5UxVB”].iframe.style.height=window.datawrapper[“5UxVB”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“5UxVB”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“5UxVB”==b)window.datawrapper[“5UxVB”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Il Tour all’inizio del Novecento proponeva tappe talmente lunghe che, con una velocità media di 25 chilometri all’ora, richiedevano circa 16 ore per essere portate a termine. Prove massacranti per i corridori e anche difficilmente fruibili per gli appassionati, dal momento che le tappe erano così lunghe da essere percorse anche durante ore di buio.

Il trend del ciclismo moderno si è invertito. I chilometri totali sono circa mille in più ma sono spezzati in molte più tappe. Tappe più brevi, miglioramenti tecnici e progressi nel campo medico e dell’allenamento hanno quindi alzato nettamente le velocità medie della competizione: il record – tenuto conto del fatto che il dato non è interpretato alla luce dei dislivelli e delle altimetrie – spetta all’edizione 2005, quando il Tour fu completato a una velocità media di 41,654 km/h (ma quel record è viziato dal doping, essendo stato stabilito da Lance Armstrong, poi squalificato).

Negli ultimi anni assistiamo a un leggerissimo abbassamento delle velocità medie, ma come detto occorre precisare che i percorsi non sono sempre uguali e altimetrie e dislivelli possono nettamente contribuire a influenzare il dato.  
 

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“MuFt3”]={},window.datawrapper[“MuFt3”].embedDeltas={“100″:669,”200″:600,”300″:600,”400″:600,”500″:600,”600″:600,”700″:600,”800″:600,”900″:600,”1000”:600},window.datawrapper[“MuFt3”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-MuFt3”),window.datawrapper[“MuFt3”].iframe.style.height=window.datawrapper[“MuFt3”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“MuFt3″].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“MuFt3″==b)window.datawrapper[“MuFt3”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

I favoriti

A cronometro si è deciso il Giro d’Italia del Centenario a favore dell’olandese Tom Dumoulin – che, va detto, si è difeso egregiamente anche in salita – ma Oltralpe quest’anno sembra che la vittoria finale possa essere appannaggio di scalatori più puri. Il favorito d’obbligo del Tour 2017 è Chris Froome che, anche grazie al supporto del suo team Sky, ha dominato tre delle ultime quattro edizioni. Nonostante un inizio di stagione un po’ sottotono sarà sicuramente l’uomo di riferimento della corsa transalpina. Un altro nome da seguire con attenzione ma le cui quotazioni sembrano un po’ in ribasso è il madrileno Alberto Contador. Il trentaquattrenne è fin qui il corridore in attività che ha vinto più grandi giri (2 Giri d’Italia, 2 Tour de France e 3 Vuelta di Spagna). Da quest’anno corre con la nuova squadra Trek-Segafredo e ha concentrato tutta la sua stagione sul Tour. Pur sapendo di non essere l’uomo imbattibile di un tempo, ha dalla sua parte un grande senso tattico che lo rende capace di cambiare la corsa da un momento all’altro. 

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“Td4e0”]={},window.datawrapper[“Td4e0”].embedDeltas={“100″:454,”200″:402,”300″:376,”400″:350,”500″:350,”600″:350,”700″:350,”800″:350,”900″:350,”1000”:350},window.datawrapper[“Td4e0”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-Td4e0”),window.datawrapper[“Td4e0”].iframe.style.height=window.datawrapper[“Td4e0”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“Td4e0″].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“Td4e0″==b)window.datawrapper[“Td4e0”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Dall’Australia ecco Richie Porte, l’alfiere della BMC sembra nella sua stagione di grazia. La sua ottima prestazione al Giro del Delfinato (ha chiuso al secondo posto) lo ha distinto quale uno dei più in forma tra tutti i pretendenti al Tour. Bisognerà vedere se riuscirà ad essere costante nell’arco delle tre settimane. Il suo curriculum nei Grandi Giri, come si vede dai grafici, non è incoraggiante: nessuna tappa finta finora e nessuna classifica generale vinta. In casa Movistar abbiamo invece una coppia di capitani: il trentaseienne Alejandro Valverde, protagonista nelle classiche di primavera, che proverà a lottare per un posto nei primi cinque e per portare a casa almeno una vittoria di tappa, provando ad aiutare quel Nairo Quintana che quest’anno ha fallito di pochissimo il suo primo obiettivo, ovvero il Giro d’Italia.

Quintana dovrà correre con carattere e mettersi in prima linea se vuole vincere il Tour. Le sue capacità di scalatore sono indiscutibili, ma non lo è altrettanto il suo modo di approcciare la corsa, spesso troppo prudente. Un altro colombiano che sarà da tenere d’occhio è il piccolo Esteban Chaves, ciclista in grande ascesa. Lo scorso anno è arrivato a un soffio dalla vittoria del Giro e si è classificato terzo alla Vuelta.if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“SLxtB”]={},window.datawrapper[“SLxtB”].embedDeltas={“100″:289,”200″:211,”300″:185,”400″:185,”500″:159,”600″:159,”700″:159,”800″:159,”900″:159,”1000”:159},window.datawrapper[“SLxtB”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-SLxtB”),window.datawrapper[“SLxtB”].iframe.style.height=window.datawrapper[“SLxtB”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“SLxtB”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“SLxtB”==b)window.datawrapper[“SLxtB”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Quest’anno il Tour presenta un percorso che fa proprio al caso suo e per questo Chaves potrebbe dare grande spettacolo. Per quanto riguarda gli italiani, le speranze sono riposte soprattutto nel neocampione d’Italia Fabio Aru. Il Cavaliere dei 4 Mori, questo il soprannome del sardo, si ritrova alla partenza del Tour dopo che un problema al ginocchio lo ha costretto a saltare il Giro d’Italia. Al suo rientro al Delfinato si è mostrato molto attivo e importante nella causa del compagno di squadra al danese Jackob Fulgsang (fresco vincitore del Giro del Delfinato 2017) nella corsa francese.

È proprio su quest’ultimo che l’Astana ha deciso di affidarsi per la classifica generale del Tour, lasciando però la possibilità al sardo di conquistarsi i gradi di capitano sulla strada. Per ultimi non possiamo che menzionare i  ciclisti transalpini. Il sogno dei francesi è sempre quello di vedere un connazionale sul gradino più alto del podio, ma ciò non accade da ben 32 anni, ovvero dalla vittoria nel 1985 di Bernard Hinault. Tuttavia, Romain Bardet in questo momento sembra poter rappresentare più che una speranza per i transalpini.

L’anno scorso riuscì a conquistare la seconda piazza generale dietro Froome e quest’anno pare deciso almeno a riconfermarsi. Da ricordare anche la presenza di Thibaut Pinot e Pierre Rolland che hanno portato a casa dal Giro due tappe e potrebbero fare bene anche in casa. Fuori dalla classifica generale non si può non menzionare il campione del mondo Peter Sagan, che lotterà sicuramente per importanti successi di tappa distinguendosi come sempre per il suo carattere estroso.

Vittorie per nazionalità

Su 96 Tour assegnati su 103 quattro nazioni dominano per titoli conquistati, spartendosi quasi l’80% dei Tour in palio: la Francia domina con 36 titoli – ma, come detto, non vince da 32 anni – e doppia il Belgio (fermo a 18 e a digiuno dal 1976 con la vittoria di Lucien Van Impe).

La Spagna è recentemente diventata la terza forza, grazie ai cinque Tour vinti da Miguel Indurain nel quinquennio 1991-1995 e alle vittorie negli anni Duemila di Oscar Pereiro (2006), Alberto Contador (2007 e 2009, più quello 2010 revocato per doping e assegnato al lussemburghese Andy Schleck) e Carlos Sastre (2008).

L’Italia è quarta a quota dieci vittorie: l’ultima nel 2014, grazie a Vincenzo Nibali, capace di riportare il Tricolore italiano sul pennacchio più alto agli Champs Elysèes 16 anni dopo l’impresa di Marco Pantani, ultimo corridore che ha realizzato nello stesso anno la doppietta Giro d’Italia – Tour de France. 

if(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“hA97w”]={},window.datawrapper[“hA97w”].embedDeltas={“100″:620,”200″:534,”300″:508,”400″:491,”500″:491,”600″:491,”700″:491,”800″:491,”900″:491,”1000”:491},window.datawrapper[“hA97w”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-hA97w”),window.datawrapper[“hA97w”].iframe.style.height=window.datawrapper[“hA97w”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“hA97w”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“hA97w”==b)window.datawrapper[“hA97w”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Guardando questa classifica per nazioni più nel dettaglio, vediamo come sia in ascesa la Gran Bretagna, che fino alla vittoria di Bradley Wiggins del 2012 era a quota zero, ma oggi grazie alla tripletta di Chris Froome (2012, 2015 e 2016) è già a quota 4 a una sola lunghezza dal Lussemburgo, quinta forza di questa classifica. 

Albo d’oro e plurivincitoriif(“undefined”==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper[“r1jhP”]={},window.datawrapper[“r1jhP”].embedDeltas={“100″:513,”200″:513,”300″:513,”400″:513,”500″:513,”600″:513,”700″:513,”800″:513,”900″:513,”1000”:513},window.datawrapper[“r1jhP”].iframe=document.getElementById(“datawrapper-chart-r1jhP”),window.datawrapper[“r1jhP”].iframe.style.height=window.datawrapper[“r1jhP”].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper[“r1jhP”].iframe.offsetWidth/100),100))]+”px”,window.addEventListener(“message”,function(a){if(“undefined”!=typeof a.data[“datawrapper-height”])for(var b in a.data[“datawrapper-height”])if(“r1jhP”==b)window.datawrapper[“r1jhP”].iframe.style.height=a.data[“datawrapper-height”][b]+”px”});

Chris Froome ha l’occasione di fare un passo verso il record di vittorie del Tour e arrivare a quota quattro. Finora il record è pari a 5 vittorie ed è co-detenuto da quattro corridori: Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain. Nessun corridore ha collezionato quattro primi posti, mentre a tre, oltre a Froome, troviamo Philippe Thys, Louison Bobet e Greg LeMond, che rimane l’unico americano a fregiarsi della vittoria del Tour de France dopo lo scandalo che ha cancellato il dominio di Lance Armstrong e la vittoria nel 2006 dell’altro americano Floyd Landis, squalificato a sua volta per doping.

Una cosa è certa: “Quel fallo lo rifarei, dovevo farlo, era una scelta di squadra, non mia”.

Cecilia Zandalasini, la nuova Catarina Pollini, la nuova ala alta giovane che l’Europa ci invidia, somiglia tantissimo alla famosa “Cata” che caratterizzò il basket italiano, fra Vicenza a Como negli anni 80-90, per poi passare nella Wnba, a Houston. Anche nel carattere: “Tendenzialmente sono un’introversa, se posso, dico una parola di meno piuttosto che una di più”.

Fiera della sua culla: “Broni, un paesino di diecimila abitanti, ma non così piccolo e con un’ottima tradizione cestistica, visto che c’è anche una squadra di A-1 che si è salvata”. Broni vuol dire caro, vecchio, utilissimo, play-ground: “Giocavo a mini-basket e poi giocavo coi maschi, coi compagni di scuola, eravamo sempre fra di noi”. E vuol, dire, primo – fondamentale – maestro, quello che non si scorda mai: “Giuseppe Zucconi  mi ha impostato il tiro fra i 9 e gli 11 anni”. Tiro che, sia chiaro agli aspiranti stregoni: “Va sempre allenato, perfezionato, curato, al di là delle qualità naturali, io faccio tanto allenamento di tiro con la squadra e da sola, Ci lavoro sempre tanto, così come sul resto della tecnica”.

Il primo basket di Cecilia è troppo lontano nel tempo: “Sicuramente lo vidi alla tv, insieme a mio fratello Andrea, più anziano di 7 anni, che oggi gioca in C1 a Pavia. Ci alzavamo di notte per guardare le partite dell’Nba. La passione ce l’ha inculcata papà che giocava a livello amatoriale”. A 18 anni c’à stato il primo distacco del suo mondo: “Mi richiese il Geas Sesto San Giovanni, e dal 2014 sono Schio, per vincere, staccarmi da casa mi è costato abbastanza, ma è stata una scelta di vita, per fare qualcosa di davvero importante nella pallacanestro e avere le conferme di cui avevo bisogno”. E così, addio studi: “Ho preso la maturità scientifica, avevo voti medi, ma voglio impegnarmi al massimo in quello che faccio e, fra campionato ed Eurolega, non potrei anche studiare”. Però nutre qualche curiosità artistica: “Mi piace disegnare, con l’acquerello, soprattutto paesaggi minimalisti. E, se posso, vado volentieri a qualche mostra, il mio artista preferito è Magritte”.

L’altra soluzione per staccare la spina dal basket, è la triade di amiche intime, Veronica-Barbara-Xenia. “Soprattutto adesso che sto subendo tutta questa attenzione mediatica: non mi sconvolge, non mi spaventa per i miei 21 anni, penso che ogni cosa accada per qualche motivo nel momento giusto, e quindi a me doveva accadere adesso, e penso di essere pronta a sopportare anche questo momento che pure un po’ mi impressiona”.

E la responsabilità? Neanche. “E perché? Io cerco solo di dare il massimo e per il bene della squadra”. Una con un tiro in sospensione al bacio, una che viaggia in doppia cifra in ogni partita, un terminale del gioco affidabile come lei pensa sicuramente che l’attacco alla fine prevale sulla difesa: “No, dopo questo Europeo, penso il contrario: alla fine quel che decide di più è la difesa”.

Cecilia non riesce a dimenticare il suo fallo allo sprint contro la Lettonia: gli arbitri l’hanno sanzionato come antisportivo soffocando l’ultima speranza azzurra del quinto posto agli Europei che valeva la promozione ai Mondiale. “La squadra è stata grande, mi si è stretta attorno, mi ha confortata, ed aiutata, ho pianto tanto, non so per quanto ancora ci penserò, anche se il fatto che la decisione arbitrale sia stata molto dubbia mi consola un po’”. La morale è: “Ci è stato tolto qualcosa che avremmo meritato e che ci riprenderemo al prossimo Europeo, e vogliamo andare ai Mondiali”.

Cecilia Zandalasini è anche particolarmente orgogliosa del basket femminile italiano: “Come movimento, avevamo bisogno di un’occasione così per dire ”Ci siamo anche noi” e dare ancora più credibilità ai grandi miglioramenti che stiamo facendo. Come squadra, siamo state anche sfortunate: se Chicca Macchi non si fosse fatta male saremmo andate anche in medaglia. Ci è mancato forse qualcosina in più come determinazione, ma di personalità ne abbiamo espressa tanta”. Personalmente, quando sbaglio anche qualcosina mi dà molto fastidio e e faccio tanta autocritica e il cittì, Andrea Capobianco, è stato molto importante, per come mi ha sempre rasserenata”. Certo che la pallacanestro rimane bellissima, per la fierissima leonessa azzurra. “Al maschile come al femminile è lo stesso, ci mancherebbe, tiriamo sempre a un canestro e siamo cinque contro cinque. Stare in gruppo, vivere tante cose assieme, migliora anche la persona. Anche se la sensazione della sconfitta rimane  molto forte”.

E adesso? “Vacanze al mare, non so ancora dove, il fidanzato non ce l’ho, andrò con le mie amiche, dopo dieci mesi, per un po’ il basket lo metto da parte, ne riparliamo al raduno di fine agosto”. Col sogno America: “Se dovesse arrivare la chiamata ci penserei su, ma ci andrei”. Nel segno dell’idolo Kobe Bryant: “Anche adesso che non gioca più”.

Vincenzo Martucci

sportsenators.it

La Nba ha chiuso ufficialmente la stagione incoronando mvp (Most Valuable Player, miglior giocatore delll'anno) Russell Westbrook e premiando Mike D’Antoni come allenatore dell’anno. E’ la prima volta che viene organizzata una serata su Espn per celebrare il meglio del campionato appena concluso, solitamente i premi annuali erano comunicati durante i playoff. Bella iniziativa, come sempre sanno fare gli americani, anche se incoronare Westbrook oggi, dopo tutto quello che è successo dal 15 aprile alla conquista del titolo da parte dei Warriors, ha un sapore fuori stagione: avreste voglia di mangiarvi una fonduta fumante in spiaggia sotto il sole di questi giorni?

Come già nelle discussioni fatte due mesi fa, io avrei votato James Harden ma, evidentemente, eleggere miglior giocatore Westbrook, il primo a chiudere la stagione con una tripla doppia di media dai tempi della leggenda Oscar Robertson, non fa una grinza. Così come aver premiato Mike D’Antoni coach of the year, come già è accaduto nel 2005 a Phoenix, sperando che stavolta la cavalcata di Houston finisca con la conquista del titolo. Che a Mike manca, anche se è universalmente  riconosciuto come il tecnico che ha rivoluzionato il basket di oggi, consacrato dal doppio anello dei Warriors allenati da Steve Kerr, che a D’Antoni si è ispirato. Mike è stato molto carino, come sempre, ricordando che senza l’esperienza italiana sarebbe stato un uomo, oltre che un allenatore, meno maturo e vincente (ha dato credito, citandolo, anche a Dan Peterson).

Il giocatore migliorato di più è Malcon Brodgon

Dati a Draymond Green dei Warriors il titolo di difensore dell’anno e al greco Giannis Antetokounmpo di Milwaukee il premio al giocatore migliorato di più, la cosa più stimolante è stato l’aver scelto come matricola dell’anno il play dei Bucks Malcon Brogdon. Che è una storia completamente in contro tendenza rispetto ai canoni di questi anni non solo perché è stato l’unica seconda scelta (cioè chiamato dal n.31 in giù, fuori dai 30 del primo giro) a conquistare il premio nella storia della Nba. Ma, soprattutto, perché è “vecchio” (compirà 25 anni a novembre) ed è uscito dall’università come senior, cioè giocatore che ha terminato i 4 anni accademici e sportivi. Cioè è arrivato nella Nba già da persona matura, cosa che non accade quasi più. Vero che se Joel Embid, di Philadelphia, giocatore fantastico, non si fosse infortunato più volte, avrebbe vinto a mani basse. Ma il premio a Brogdon getta una luce diversa anche sull’ultimo Nba draft della scorsa settimana.

I giovanissimi

Delle prime 11 chiamate, 10 hanno riguardato “freshman”, cioè giocatori usciti dall’università al termine della prima stagione (perché da qualche anno non è possibile passare professionisti direttamente dal liceo come fecero Kobe e LeBron), cioè giovanissimi. Il n.1 assoluto Markelle Fultz ha compiuto 19 anni a maggio, senza esperienza ma con potenzialità altissime. Per trovare un “secondo anno” (sophomore) bisogna arrivare alla scelta n.12, un “terzo anno” (junior) si va alla 15 e l’unico chiamato da senior, com’era Brogdon, è al 29, Derrick White. Oggi si dà per scontato che se uno sta troppo al college è perché non è abbastanza forte per attirare le squadre Nba. La storia di questa stagione avrebbe invece dovuto far riflettere che spesso la maturità può contare di più del puro talento per avere successo subito tra i pro. Nel primo quintetto dei rookie, troviamo due senior (l’altro è Buddy Hield) e due europei, Saric che ne ha già vissute di tutti i colori anche in Eurolega e in Nazionale, e Willy Hernangomez, che ha già un paio di medaglie preziose con la Spagna.

Il giocatore più completo

Invece nel draft 2017 si è puntato tutto sul talento. Markelle Fultz è considerato il giocatore in assoluto più completo, grande atleta alto 1.96, può fare assolutamente tutto con la palla in attacco. Ammetto di averlo visto poco e di avere qualche dubbio: ha giocato un solo anno in un college di seconda fascia, Washington, non s’è qualificato al torneo Ncaa, ha dominato partite di relativo valore tecnico. Temo l’impatto con la Nba. Ma tutti stravedono per lui e avranno ragione. Giocherà a Philadelphia che ha raggruppato il maggior numero di giovani talenti della storia. Il n.2 è Lonzo Ball, altro grande atleta, passatore eccezionale che ha due pesi da sopportare in ottica Nba: il tiro, sicuramente efficace, ma che parte basso, dallo sterno, e quindi poco affidabile contro le difese dei pro, e il padre, uno spaccaballe di dimensioni colossali (di questo parliamo dopo). Giocherà ai Los Angeles Lakers. Al n.3 hanno chiamato i Boston Celtics, unica squadra di vertice con posizione alta nel tabellone. Hanno puntato su Jayson Tatum, probabilmente l’attaccante migliore del gruppo. Ma lasciando passare Josh Jackson, finito ai Suns, un animale da parquet, con tanti punti interrogativi sul suo tiro ma molte qualità che potrebbero farne il rookie of the year della prossima stagione.

Le fatiche (e le balle del padre) di Lonzo Ball

I cui riflettori resteranno sempre accesi su Lonzo Ball, sia perché ha il compito designato di rianimare i Lakers, sia perché il padre LaVar non farà nulla per spegnerli, anzi. LaVar, ex mediocre giocatore di football e di basket, ha dedicato la vita ai suoi tre figli, Lonzo, LiAngelo e LaMelo. Che allena assieme da quando il più piccolino ha 4 anni. E’ assurto agli onori della cronaca la scorsa primavera, quando ha sostenuto che suo figlio LaVar, impegnato nella March Madness con l’università di Ucla, fosse già più forte di Steph Curry (poi anche di LeBron James e Russell Westbrook). Dall’alto della sua carriera universitaria da 2 punti di media a partita, ha dichiarato che, da giovane, avrebbe ammazzato Michael Jordan in uno contro uno. Finché uno le spara così, fa anche ridere. Ma peggio è stato quando ha detto che Ucla fosse stata eliminata dal torneo Ncaa perché: “Non si può vincere con tre bianchi in quintetto, hanno piedi troppo lenti. Ho detto a Lonzo che avrebbe dovuto segnare 40 punti per farcela”. Pensate se un bianco avesse sostenuto lo stesso, al contrario… Via via, una volta sparando che i tre figli valgano un contratto da …un miliardo per la loro linea di scarpe (LiAngelo e LaMelo giocano ancora al liceo), un’altra litigando con una giornalista in tv, siamo finalmente arrivati al draft. L’unica cosa che papà LaVal desiderava è che Lonzo giocasse nei Lakers. Così sarà. Ed è partito il tweet: Los Angeles subito ai playoff grazie a suo figlio. Che, oltre a essere un buon giocatore, è un ragazzo piuttosto chiuso e pacato. Schiacciato dalle esagerazioni e le aspettative del padre, ma apparentemente più maturo. L’altro giorno gli ha scritto una tenera lettera aperta, “all’uomo più rumoroso che c’è in palestra” ricordando quanto gli è stato sempre vicino, ogni mattina dalla colazione, agli allenamenti, alle gite coi fratelli nei tornei giovanili in cui giocavano nella stessa squadretta, la Big Ballers, alla scuola. E, allora, visto in questa dimensione, considerando quello che succede nel mondo, LaVar diventa un po’ più simpatico. Sono in molti a pensare che se Lonzo non avrà successo nella Nba, sarà per colpa del padre. E tutti si aspettano già polemiche e mal di testa che farà venire a allenatori, compagni, dirigenti, cioè a Magic Johnson, dei Lakers. Diciamo che Lonzo è già un bel po’ antipatico alla massa. Deve sperare che LiAngelo e LaMelo crescano in fretta, per non dover sostenere da solo questo carico. Liberato, potrebbe volare.       

Luca Chiabotti

sportsenators.it

Il mio amico Mario Sconcerti, che frequento anche in versione balneare, sostiene che i fiorentini sono degli inguaribili rompiscatole. Detto da un fiorentino doc come lui, viene voglia di crederci. E proprio dalla vicenda Della Valle il mio compagno di vacanza prendeva lo spunto per giustificare una specie di invettiva: si lamentano sempre, ma nessuno esce allo scoperto per investire quattrini sulla Fiorentina. Non dubito delle argomentazioni di Mario, ma ho l'impressione che dietro l'addio della famiglia Della Valle ci sia da fare una riflessione, piccola ma significativa. Lo scarparo, come lo definiva l'Avvocato, avrà sicuramente i suoi buoni motivi per lasciare Firenze, ma il caso è ormai parte di una tendenza. Da molto tempo sono scomparsi dalla scena quelli  che Onesti definiva "i ricchi scemi" perché il calcio è divantato un'impresa. Così come avviene per altre aziende cedute dall'Italia all'estero, anche il mondo del pallone sta prendendo una direzione che è sotto gli occhi di tutti.

Se ne è andato Moratti, che considerava l'Inter il suo svago preferito, se n'è andato Berlusconi, che sul Milan aveva investito anche in chiave politica, se n'era andata la famiglia Sensi, dopo avere sfiorato il crac fimnanziario. Adesso è il tempo degli sceicchi, dei cinesi, degli americani, dei finanzieri alla Abramovic e per un po' sarà così fino a quando la bolla non esploderà e qualcuno resterà con il classico cerino in mano. Forse non è un caso che solo la Juve abbia difeso e confermato la forte identificazione nella famiglia Agnelli che da tre, quattro generazioni vince spadroneggiando in Italia (all'estero le cose sono un po'diverse).  E adesso vediamo chi si prende la Viola.

I miei amici romanisti mi mandano sms che metto in ordine sotto l'ombrellone. Sono preoccupati, oltre che orfani ormai rassegnati del genio di Totti, dalle strategie apparentemente stravaganti del nuovo direttore sportivo, il famoso Monchi. Perché, si chiedono, privare di alcuni dei suoi pezzi migliori una squadra che è arrivata seconda in campionato arrendendosi soltanto allo strapotere della Juve? Quali analogie ci sono tra la Roma di Garcia, che vinse le prime dieci partite di campionato dopo essere stata smontata e rimontata, e quella del transfuga Spalletti, qualificata per la Champions senza preliminari?

Le ansie sono comprensibili molto più del Fair Play, misterioso giustiziere dell'Uefa, ma se guardate la storia americana della Roma, c'è una curiosa costante: da Sabatini a Monchi, la società ha sempre valorizzato e poi ceduto il difensore centrale, quello che una volta si chiamava stopper e aveva il numero 5. Tutto è cominciato con un presunto fenomeno come Marquinos, spedito a Parigi in cambio di mezza torre Eiffel. È partito Benatia, ingaggiato dal Bayern prima di approdare alla Juventus. È andato via Yanga Mbiwa, lasciando ai tifosi il ricordo di un gol alla Lazio. E adesso parte per San Pietroburgo anche Manolas, senza dubbio uno dei migliori del campionato. Se a questo elenco aggiungete Romagnoli, ceduto al Milan, avrete un quadro completo delle strategie di Trigoria.

C'è poi la cessione di Salah, che iscrive un record nella storia della Roma: 42 milioni più bonus sono la somma più alta mai incassata dal club giallorosso. La classica proposta indecente che non si può rifiutare. Bene, ai miei amici romanisti dico di pazientare con fiducia. Gli errori del mercato sono altri: Iturbe, Doumbia, i dieci milioni regalati al Sassuolo nella sciagurata operazione Pellegrini. Ma proprio da Pellegrini ripartirei per dare alla squadra un'identità romana, completata da De Rossi e Florenzi, il vero grande acquisto della Roma che sarà comunque difficile migliorare.

Nessuna società di basket ha vinto lo scudetto a 74 anni di distanza dal penultimo. Certo, quest’anno i Chicago Cubs del baseball ci sono riusciti dopo 108, la più lunga striscia senza vittorie di un club campione, ma il titolo della Reyer Venezia entrerà comunque nella storia, dopo quelli del 1942 e 1943. Ma anche se dati come questi ricordano storie e personaggi affascinanti e meravigliosi, sarebbe più giusto dire che la Reyer ha vinto lo scudetto 11 anni dopo una rifondazione effettuata dal presidente-ora sindaco Luigi Brugnaro, che prese una società sparita dai radar anche dei veneziani nel 2006, quando era stata appena promossa in B d’eccellenza (la terza serie) e possedeva il cartellino di un solo giocatore. 

Dal primo minuto, Brugnaro ha ragionato come fosse il presidente della più grande società d’Italia, a prescindere dai risultati. Quello che oggi la Reyer è: l’unico club in A sia con i maschi che con le ragazze, 23 società satelliti, molti titoli giovanili e una politica di marketing sentimentale partita dagli altoparlanti delle auto in giro per i paesi a richiamare la gente e nelle maternità degli Ospedali, dove ogni neonato ha riceveva il kit del tifoso Reyer. Uno sforzo poderoso, con una locomotiva instancabile e una serie di ragazzi eccezionali, in pista 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, addirittura sfiancati dalle continue richieste professionali del presidente. La retorica direbbe che Venezia è campione d’Italia da un bel po’, per tutto quello che ha saputo costruire, poi si sa che nella società di oggi conta solo vincere e soltanto in quel modo si può ottenere il giusto riconoscimento, come è accaduto due anni fa alla Dinamo Sassari. Poi la retorica fa dire anche che sono tutti fiori, anche se talvolta il comportamento negli spogliatoi e in tribuna di Brugnaro è inqualificabile così come è ancora un sogno che la Reyer abbia cementato Venezia e Mestre, rivali di sempre. Molti mestrini sono tristi per questo successo…

La squadra costruita quest’anno ha le sue basi da un tecnico, Walter De Raffaele, livornese, in campo in quella celeberrima finale del 1989 vinta da Milano (forse) per un centesimo di secondo sulla Libertas, arrivato alla Reyer dal 2011 come vice e coach designato per il futuro anche quando, nel 2014, fu ingaggiato Carlo Recalcati che portò la squadra al miglior risultato dallo scudetto, appunto, del 1943, costruendo un nucleo che ancora resiste: Stone, Peric, Ress, Viggiano, Ortner a cui si sono aggiunti Ejim, Bramos, Tonut. Le squadre vincenti si fanno così…

Se Melvin Ejim è stato votato mvp della finale, c’è un giocatore che le ha decise: Tomas Ress. Che, a 36 anni, vanta 8 scudetti (sei a Siena) e 5 coppe Italia. In gara-5, quando Trento stava dominando in casa di Venezia, ha letteralmente cambiato il destino della serie con dellecazioni difensive da uomo capace di fare la differenza, anche in Europa, senza neppure tirare. La Reyer era morta a quel punto, ma ha rimontato, vinto e, sul 3-2, è stata superiore nella gara decisiva in Trentino. 

Strana serie, vinta 4-2 ma nella quale chi ha perso, un’Aquila Trento comunque encomiabile, è stata in vantaggio per il 60% dei minuti giocati. Ma ha valore solo quello che succede alla fine: Venezia è campione d’Italia e, quel che più conta, non appare alla fine di un ciclo fantastico come nel 2015 la Sassari di Meo Sacchetti, già diviso dal suo presidente da una rottura personale insanabile. La Reyer può riprendere dal prossimo ottobre tale e quale e puntare di nuovo al titolo. Certo, manca la cosa più importante: un impianto moderno e capiente. Il vecchio Taliercio è assolutamente inadeguato. Fosse stato per Brugnaro ne avrebbe già costruito uno nuovo di zecca, ma è stato bloccato prima dalla burocrazia, poi dal ruolo pubblico di sindaco. Speriamo che lo scudetto serva anche a questo.

Luca Chiabotti
Sportsenators.it

Mourinho è solo l’ultimo di una lunga serie. A fronte di un guadagno annuale diciamo congruo – 28 milioni di euro di cui 16 di ingaggio da chi lo stipendia (e gli paga pure le tasse) e 12 da contratti personali con gli sponsor – il fisco spagnolo si è svegliato e gli chiede conto di 3 milioni di euro che si è scordato di segnalare, secondo loro, come provento della sua bella faccia (tosta). Prima di lui, nel dorato mondo del calcio, sono transitati sullo stesso palcoscenico Messi e Ronaldo, ciascuno con un padre dimentico di raccontare la verità al fisco. In parte, ovviamente, puoi essere completo evasore fiscale sono a inizio carriera, sino a quando i riflettori non ti abbandonano più.

I papà vengono comodi per coprire le magagne, anche quello di Alberto Tomba – tutto il mondo dello sport è paese – si assunse responsabilità non sue, coprì la figlia che fungeva da manager ad Alberto. Patteggiò la metà dei 50 miliardi, in lire, che il fisco italiano reclamava. Uno dei furbastri , Valentino Rossi, cominciò col dire che le tasse le pagava altrove. In Inghilterra. Dal Regno Unito, senza bisogno di rogatorie internazionali, nel giro di una settimana chiarirono che in Inghilterra Rossi non pagava una lira (sterlina). Uno che in bici andava fortissimo, Re Leone Cipollini, era convinto di poter risiedere a Montecarlo e di nulla dovere al fisco italiano che invece accertò il suo permanere pressochè fisso in Toscana. Come Valentino che a Tavullia lo vedevano spesso (e volentieri) e ha dovuto ala fine patteggiare.

La chiamano, con un simpatico eufemismo, “tagliola fiscale”. Scatta a sorpresa, solitamente con un paio d’anni di ritardo sulle attese, ma i numerosi consulenti fiscali di cui si avvale uno sportivo di successo o un imprenditore in evidenza, diciamo un soggetto rampante, ti ricordano che prima o poi “ti pizzicano”. Il principio, del resto è noto: da sempre in tutto il mondo civile (sempre che esista ancora una porzione del pianeta che risponda a questa definizione) la tassazione è fissata in base alla capacità contributiva. Tanto guadagni e di conseguenza, ti piaccia o meno, paghi.

Che poi questo dovuto sia “scandaloso” – è la tesi di molti riccastri, che civili non saranno mai, convinti che versare al fisco il 50 per cento dei propri redditi sia una “mostruosità”, in presenza di cifre “importanti” –  è una storia che non convince. Parliamoci chiaro: visti gli stipendi di gran parte di noi, decisamente esigui, perché lagnarsi quando guadagnando 28 milioni di euro ne pretendono una buona fetta? Non bastano per le piccole spese i soldini che residuano? Il problema, al solito, è l’avidità: chi ne ha ne vorrebbe sempre di più, e gli sportivi – molti di loro in partenza svantaggiati, figli di una miseria senza alcuna nobiltà – non sopportano l’idea che il fisco, moderno Robin Hood, prelevi  dalle loro tasche cifre importanti.

Notiziona: i più grandi studi di fiscalisti in Italia, quelli che hanno magari 50 esperti in grado di farti pagare il minimo in base alle leggi vigenti, capaci di trovare le esenzioni più fantasmagoriche, raccontano con una punta di rassegnazione che lo sport più praticato dai ricchi e dai riccastri è l’elusione, se non l’evasione fiscale. Eppure li avvisano che il fisco, a qualsiasi latitudine, prima o poi ti rintraccia. Risposta a questo punto scontata: “Che succeda, dopodiché patteggiamo”.

La morale,  non piacevole, è che chi evale o elude, sia esso uno sportivo di classe o un imprenditore, in buona o in cattiva fede, gode dell’ammirazione dei  più. La gente ha forse saputo che nell’Olimpo gli dei  erano esenti da qualsiasi tassazione? 

Il basket italiano sta celebrando il momento più alto della stagione con la finale scudetto tra Venezia e Trento e proprio questo evento comunque storico, visto che la Reyer non conquista il titolo da 75 anni e i trentini sono approdati in serie A solo tre anni fa, dà il segnale del momento critico della nostra pallacanestro che si è autocostretta a disputare una finale in impianti inadeguati come capienza (Trento) o privi di ogni requisito logico come il Taliercio di Mestre, piccolo, caldissimo, perfino pericoloso per chi gioca e chi assiste alle partite.

Era successo nelle ultime due stagioni anche con Reggio Emilia. Ho detto autocostretti perché la regola che prevedeva una capienza minima di 5000 spettatori è stata tolta dalle società all’inizio del secolo, per evitare che poi dovessero investire e progettare nuovi impianti. Così, mancata la spinta in un momento di espansione economica, arrivata la crisi del 2008, non ci sono stati più soldi per immaginare impianti migliori.

Anche questa è la fotografia della nostra pallacanestro: da anni taglia tutto per risparmiare, soprattutto professionalità all’interno delle società e vivai, per spendere sempre di meno approfittando di un mercato straniero ricchissimo di giocatori a basso prezzo, e bassa qualità, uccidendo il prodotto italiano. E’ un vortice verso il basso dove è chi non investe e non ha progetti che determina la strategia, cioè la mancanza di strategia, del sistema. E va bene a tutti: alle piccole società che hanno sempre meno soldi ma stanno aggrappate alla serie A, alle grandi che possono garantirsi risultati più facilmente e con poco rischio.

Il problema è che questo processo ci ha allontanato sempre di più dai vertici del basket internazionale: non vinciamo una Eurolega dal 2002, una medaglia con la Nazionale dal 2004, con la quale non ci siamo più qualificati a Mondiali o Olimpiadi dal 2006. Ci siamo dovuti accontentare di un paio di successi, dopo aver organizzato le finali in casa, nel 2009 e 2014 nella terza coppa che raccoglieva le squadre di medio  livello continentale.

La risposta che viene data è sempre la stessa e sa di assoluzione: all’estero hanno più soldi. Vero ma nessuno si chiede perché ce li hanno. Forse perché il prodotto tecnico e spettacolare è migliore? Forse noi non li avremo mai se il nostro prodotto basket è sempre più scadente? Ovvio. Per motivi differenti, anche opposti e non necessariamente da imitare, le finali per il titolo degli altri Paesi che si giocano in contemporanea alla nostra mostrano squadre molto più forti, che giocano in palasport spesso straordinari (la finale spagnola offre una capienza di 24 mila posti, quella greca di oltre 30 mila, la turca ha il Fenerbahce con un impianto da Nba che ha il doppio dei posti di Trento e Venezia assieme…).

Non è un caso che il bilancio delle nostre squadre in Europa, a partire da Milano che pure spende come i top club europei escluso i primi 5 o 6, quest’anno sia stato piuttosto disastroso nonostante la partecipazione (amichevole visto il risultato) di Venezia alle Final Four della terza manifestazione. E’ chiaro che i problemi nascono nel nostro campionato e che li esportiamo. Cosa dobbiamo fare? Se ne parla da più di un decennio ma non si fa nulla.

La prima cosa sarebbe dare un segnale di discontinuità, come dicono i politici, rispetto a quello che è accaduto negli ultimi anni e cioè evitare di far finta che vada tutto bene, sperando che in finale vadano squadre e piazze con impianti migliori e che la Milano di Giorgio Armani, la sola con potenzialità europee, ne imbrocchi una a livello internazionale. E’ evidente che bisognerebbe partire dal basso, dal reclutamento, dalle scuole: blablabla…

E’ il modo per non agire mai, vista l’enormità della sfida, l’inadeguatezza delle istituzioni e la lunghezza dei tempi. Allora? Cominciamo a tirare una riga dicendo che per partecipare alla serie A ci vuole un impianto moderno e capiente e garanzie economiche più elevate e controllate. Chi non ce la fa, va in A-2 che è pur sempre un bel campionato. Basterebbe solo questo per dare una spinta verso l’alto in controtendenza con quello che ci sta soffocando. Tornare protagonisti in Europa sarebbe una conseguenza. 

L'idea che la Juventus dei record possa mettere le mani e i guantoni sul portierone del futuro in uscita dal Milan è destinato a restare il tormentone di mercato di questo torrido giugno. Dopo la rottura col Milan, per ora definitiva e irreversibile (Fassone, il ds, ha detto che è incedibile, ma che è pronto a trattare), Gigo Donnarumma potrebbe diventare l'erede del Gigi Buffon tra i pali della Vecchia Signora. Buffon ha dichiarato che questo potrebbe essere il suo ultimo anno di calcio giocato (Mondiali compresi) e il suo erede, non solo in azzurro, è sicuramente lui, Gigio, in questo momento sogno nemmeno tanto proibito dei grandi club europei. Erede naturale? Insomma, mica tanto. Il passaggio dal MIlan alla Juve, invece che a un club straniero (la Stampa scrive che andrà al Real), creerebbe strascichi nelle relazioni tra tifoserie e club da sempre in grande competizione tra loro. Ve lo vedete un Buffon portiere del Milan? 

Ma quali sono le reali possibilità che Donnarumma approdi a Torino? Beppe Marotta, ds bianconero, ha detto: "Siamo obbligati a provarci" (leggi qui l'articolo della Gazzetta)

video Ma Donnarumma potrebbe anche restare a Milano e farsi un anno di tribuna? Possibile, ma difficile. Da gennaio 2018 sarebbe svincolato, quindi la società rossonera deve trovare il modo di monetizzare oggi. Per approfondire, leggi i quattro scenari che propone il Corriere della Sera. 

Fondamentale poi, per capire come stanno le cose, l'analisi di Marco Bellinazzo sul Sole 24 Ore. Qui si spiega la strategia del suo agente Mino Raiola sul trasferimento del ragazzo.

Due commenti: Enrico Maida su Agi.it e Domenico Naso sul Fatto quotidiano.

La 'bomba' è confermata, ma rischia di restare inesplosa perché la miccia è molto,  molto bagnata. Cristiano Ronaldo è "molto amareggiato e rattristato" dalle accuse di evasione rivoltegli dal fisco spagnolo e ha preso la decisione "irrevocabile" di lasciare il Real Madrid e la Spagna. Lo ha riferito una fonte vicina al giocatore alla Bbc, confermando le clamorose indiscrezioni del giornale portoghese "A Bola" e di alcuni media spagnoli.

La bomba innescata

"Lui sente di essere onesto, di avere un buon carattere e di aver fatto tutto nel modo giusto", ha spiegato la fonte. Il 32enne attaccante lusitano che quest'anno probabilmente otterrà il suo quinto Pallone d'Oro sarebbe rimasto deluso dalla poca protezione ricevuta dal club spagnolo nel caso che lo vede indagato per aver evaso tasse per quasi 15 milioni di euro tra il 2011 e il 2014. Il Real in un comunicato si è limitato a ribadire la piena fiducia nel giocatore, dicendosi certo che proverà la sua innocenza.

La miccia… bagnata

Per Cristiano Ronaldo il Real Madrid ha fissato una clausola rescissoria impossibile di un miliardo di euro ma si dice che potrebbe venderlo di fronte a un'offerta-monstre di 400 milioni di euro. A questo punto la domanda si pone spontanea: esiste un club in grado di investire una simile somma per un solo – seppur formidabile – giocatore? Qualcuno parla di un possibile interessamente di Paris Saint Germain e Manchester United. Ma sarà vero di fronte al prezzo da pagare?

Flag Counter
Video Games