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Oggi, Daniil Medvedev vola su una nuvoletta, quasi imprendibile: a Shanghai, nella sesta finale di fila in sei tornei, ha vinto il secondo Masters 1000, dopo Cincinnati e il “250” di San Pietroburgo (sconfitto sotto il traguardo a Washington, Montreal e Us Open). Oggi, dopo averci perso quattro volte su quattro, il 23enne di Mosca ha sfatato anche il tabù Sasha Zverev, scavalcandolo anche nel ruolo di giovane numero 1 dietro i mitici Federer, Nadal e Djokovic. Che s’inchina: “Negli ultimi mesi è lui il miglior giocatore del mondo”.

Ha infilato il successo numero 29 nelle ultime 32 partite, da luglio a Wimbledon, aggiudicandosi tutti gli ultimi 18 set dal ko con Rafa a New York, passando dal numero 10 al 4 della classifica, la 3 nella Race per il Masters coi migliori 8 della stagione a Londra. Oggi, è tutt’altro giocatore rispetto a quello che, alle Next Gen Finals di Milano, non appariva come il più promettente, ma semmai come il più indecifrabile, fra i migliori under 21 della passerella italiana ora emigrata dalla Fiera di Rho al Palalido, potente ma sparacchione. Come peraltro era anche Boris Becker pochi mesi di diventare il famoso Bum Bum.

Un anno fa, agli Us Open, il russo alto quasi due metri dai colpi sbilenchi e personalissimi perdeva nel terzo turno contro il connazionale Borna Coric. Che, invece, ora ha appena dominato nella finale di San Pietroburgo, la quinta consecutiva in altrettanti tornei sul cemento, dopo aver sfiorato il trionfo contro Rafa Nadal sotto il traguardo di Flushing Meadows, facendogli sputare sangue fino all’ultimo respiro del quinto set. Da primo under 23 ad arrivare così lontano nell’ultimo Slam stagionale da Novak Djokovic nel 2010.

Come ha fatto l’Orso di Mosca a sistemare il mirino del suo micidiale bazooka? Ma, soprattutto, come ha fatto a mettere ordine della testa e a controllare i nervi? Fino al gennaio dell’anno scorso, l’appassionato di fisica, matematica, playstation, scacchi e film di Tarantino, era famoso soprattutto per due macchie comportamentali nel suo curriculum. Due scivolate che facevano anche sorridere, ma gli avevano rubato credibilità.

Al torneo Challenger di Savannah 2016, quand’era ancora 250 del mondo, era stato addirittura espulso dal campo per “commenti razzisti”. Messo sotto pressione, aveva suggerito all’arbitro, Sandy French, di colore, proprio come il suo avversario, Francis Tiafoe: “So che siete amici, ne sono sicuro”. E, a Wimbledon 2017, dopo la mancata rimonta da due set a zero fino al quinto, contro Bemelmans, aveva gettato con disprezzo delle monete sotto il seggiolone dell’arbitro, Mariana Alves, che gli aveva fatto cinque over-rule contrari e di cui aveva chiesto – ovviamente invano – la sostituzione durante il match. L’arbitro era venduto o meritava una mancia? “Ma, no, ho fatto una cosa stupida, senza significato, chiedo scusa a tutti”.

Pagò 12 mila euro di multa. “Quando gioco a tennis, non so proprio da dove vengano fuori tutti questi demoni, me li porto dietro sin da quando giocavo i tornei juniores. Ho avuto tanti problemi per questa cattiva attitudine”.

Come guarire da se stessi? “Cherchez la femme”, come già altri protagonisti della racchetta un po’ ribelli che trovano la serenità anche grazie a una donna, dalla Mariana Simionescu, prima moglie di Bjorn Borg, alla Mirka Vavrinec, instancabile compagna di Roger Federer, alla fidanzata storica dell’ex spennacchiotto russo, Daria, che Daniil ha sposato a settembre dell’anno scorso. Anche se nel suo caso le donne sono diventate addirittura tre, con la sorella, Elena, che vive a Cannes – e l’ha condotto al coach della svolta, Gilles Cervara – più Francisca Dauzet, la psicologa sportiva, che ora viaggia anche col team. “Nessuna magia, non sono un guru, abbiamo solo lavorato per un anno sul controllo delle emozioni, per evitare che rabbia e frustrazione prendessero il sopravvento sul suo tennis”.

Il paziente era pronto: “Non volevo più perdere perché diventavo matto o perché smarrivo la concentrazione per il pubblico o per l’arbitro. Se dovevo perdere doveva essere perché l’avversario era migliore di me. Il tennis è uno sport particolarmente difficile, individuale al massimo, sul campo non ti dà aiuti sul campo: sei solo contro l’avversario, e contro te stesso. E devi essere forte”.

La medicina pure: “Quando un guerriero Shaolin combatte non si guarda mai attorno, sente che le cose stanno accadendo, devi imparare a mantenere la stessa calma interiore e la stessa consapevolezza di sensi”. Shaolin, guerrieri, Cina? L’attenzione di Daniil si è accesa sul misterioso universo della filosofia e della meditazione dei monaci che coltivavano l’arte del kung fu. “Non è semplicemente una questione di non fare pazzie, di non rompere la racchetta o fare un urlaccio, bisogna arrivare al punto di poter decidere quando devi fare una certa cosa e come. Per migliorare tutti i giorni e continuare a farlo”.

E così ecco spiegato il primo miracolo già a gennaio 2018 che poi coincide col primo dei sei titoli conquistati sulla scena Atp Tour: nella finale di Sydney, il classico preludio degli Australian Open, peraltro contro un eroe di casa, Alex De Minaur, e dopo essersi fatto raggiungere sul 5-5, dilapidando due break di vantaggio. Medvedev sprinta, si è imposto per 7-5, doppiamente euforico: “Sono cambiato, ho modificato me stesso in campo”.

Pian pianino, il disegno della psicologa si è realizzato: “Ha migliorato in maniera davvero egregia il controllo mentale, e così oggi può sfruttare appieno la sua mente che è  molto larga e complessa, simile a un computer e gli consente di raggiungere tutti i punti in un secondo”. E, quindi, anche di cambiare all’improvviso rotta, movimenti, colpo, strategia, e far impazzire gli avversari. Magari era studiato anche quando ha mostrato il dito medio al feroce pubblico di New York, per poi ringraziarli beffardamente, o forse no: “Senza il vostro chiasso, il vostro tifo contro, la vostra elettricità non sarei riuscito nemmeno a giocare”. Ancora una volta ha chiesto scusa, ma ha utilizzato la forza esterna catalizzandola in modo positivo.

Come un guerriero Shaolin. Forse anche meglio.

Dal mito Filippide ad Eliud Kipchoge, il primo uomo a correre una maratona sotto le due ore. Da quella tragica marcia da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria dei greci sui persiani conclusa con la morte di Filippide (era il 490 a.C.) all’odierna incredibile corsa contro il tempo tra le nebbie di Vienna, di anni ne sono passati 2.500.

Il fascino della maratona, una delle gare Regina di tutta l’Olimpiade, è rimasto intatto. Oggi tra i viali del Prater, grande polmone verde della capitale austriaca sulle rive del Danubio famoso per il suo parco divertimenti e la ruota (Riesenrad), Kipchoge ha fermato i cronometri in 1 ora 59’40″2, crono sensazionale ottenuto in condizioni favorevoli sia per quanto concerne il meteo che il supporto tecnico.

Il parco è dotato di alberi ad alto fusto che, in caso di vento, avrebbero fatto da barriera agli atleti. Studiato nei dettagli anche il tracciato, un anello di 9,4 chilometri da ripetere quattro volte. Il 34enne runner originario di un territorio dove sono nati i grandi campioni keniani, la contea dei Nandi a sud di Eldoret, è stato supportato da ben 41 lepri, ovvero atleti di caratura mondiale che per tutti i 42,195 chilometri si sono avvicendati al comando per dettare il ritmo ideale al fine di correre sotto le due ore.

Kipchoge con questa impresa, allestita attorno ad un evento dedicato per abbattere le due ore che è stato seguito da migliaia di persone, diventa l’uomo più veloce a correre una maratona. Non viene considerato record mondiale ufficiale che comunque resta nelle sue mani, quello corso di 2 ore 01’39 del 16 settembre dello scorso anno a Berlino.

Eliud, allievo dell’ex siepista keniano Patrick Sang, è stato supportato da nomi importanti dell’atletica mondiale dei giorni nostri, dall’etiope Selemon Barega, fresco vicecampione mondiale dei 5000 metri a Doha allo statunitense Matthew Centrowitz, campione olimpico in carica dei 1.500, passando per i fratelli norvegesi Jakob, Henrik e Filip Ingebrigtsen.

Per agevolare ulteriormente la riuscita della missione è stata predisposta un’autovettura che proiettava sull’asfalto un raggio laser di colore verde, rifornimenti dedicati, un seguito di tecnici in bicicletta dotati di computer sul manubrio e una precisa formazione di corsa del gruppo con continuo avvicendamento del pacemaker che doveva andare ad imporre il ritmo (2’50 a chilometro). “Mi sento molto bene, sono felicissimo” ha detto Kipchoge poco dopo aver tagliato il traguardo. Dopo Roger Bannister che ha percorso un miglio in quattro minuti nel 1954, ci sono voluti altri 65 anni prima che un uomo scrivesse una pagina di sport. Nessun essere umano e limitato e mi aspetto che dopo oggi più persone riescano a correre sotto le due ore. I 41 pacemaker sono tra i migliori atleti di tutto il mondo, a tutti voglio dire grazie per aver svolto il lavoro: assieme abbiamo fatto la storia”.

Ai fini statistici la prima miglior prestazione mondiale di maratona riconosciuta dalla Iaaf risale a 111 anni fa quando il 24 luglio del 1908 a Londra, nella prova olimpica, l’americano Johnny Hayes corse in 2 ore 55’18″4. A inaugurare l’albo d’oro dei primati della maratona poteva essere l’italiano Dorando Pietri che a Londra tagliò per primo il traguardo, 2 ore 54’46″4. Non fu così perché il corridore emiliano venne squalificato perché tagliò il traguardo sorretto da un giudice. Il primo record mondiale di maratona, così definito dalla Iaaf, è quello del 14 aprile 2002 quando a Londra lo statunitense Khalid Khannouchi terminò la gara in 2 ore 05’38. 

Il keniano Eliud Kipchoge correndo in 1 ora 59’40″2 ha stabilito la miglior prestazione mondiale di sempre in maratona. Nella storia nessun uomo era riuscito a correre i 42,195 chilometri sotto le due ore.

Il record mondiale ufficiale in una gara omologata appartiene sempre a Kipchoge ed è di 2 ore 01’39 (16 settembre 2018). Kipchoge, 34 anni originario della contea di Nandi, nella sua impresa che ha avuto come teatro i lunghi viali del parco Prater di Vienna è stato supportato da 14 “lepri” che si sono alternati lungo il percorso. La media a chilometro è stata di 2’50”.

Cengiz Under potrebbe averla fatta grossa. Il centrocampista 22enne turco della Roma, nato a Balıkesir, ha pubblicato sul suo profilo Twitter una foto, con la maglia giallorossa, mentre esulta portando la mano vicino alla fronte e facendo il saluto militare. Un tweet accompagnato da tre bandiere turche, sottoforma di emoji. In poche parole ha dato il suo completo endorsment alle azioni belliche condotte dal governo di Ankara contro la popolazione curda in Siria. Un’offensiva che avrebbe come obiettivo quello di costituire una zona cuscinetto nel nordest del Paese invaso e allontanare dalla Turchia le milizie dell’Ypg, considerate da Erdogan come un vero gruppo terroristico. 

pic.twitter.com/f1p9qwTOJy

— Cengiz Ünder (@cengizunder)
October 11, 2019

Il tweet, dopo tre dalla pubblicazione, aveva già registrato oltre mille commenti e quasi 5 mila retweet. La maggior parte dei messaggi ricevuti non hanno apprezzato l’iniziativa del calciatore. Una valanga di insulti hanno invaso non solo il suo profilo ma anche quello della Roma, sotto altri post non inerenti alla vicenda (dato che la società non ha ancora preso una posizione, positiva o negativa che sia, nei riguardi del proprio tesserato). Le critiche maggiori, oltre a quelle che ricordano i morti e i feriti dello scontro in territorio siriano, sono quelle relative al fatto di aver espresso la sua vicinanza politica indossando proprio la maglia della società capitolina 

cosa state aspettando a far cancellare il tweet a cengiz under e dargli una bella lezione per uso da decerebrato del social ? bannategli i social per 6 mesi

— SorPasquino (@erSorPasquino)
October 11, 2019

Ma a sollevarsi contro il gesto non è solo il tifoso qualunque: Paolo Cento, esponente di Leu-Sinistra Italiana e presidente del Roma Club Montecitorio, invita la As Roma a prendere le distanze dal suo tesserato: “Mi stanno chiamando tanti tifosi della Roma che sono rimasti indignati per il gesto di Under. Hanno ragione a protestare – prosegue – in un momento di tensione internazionale e di sofferenza del popolo Curdo a cui tutta la comunita’ internazionale dovrebbe almeno riconoscenza per la lotta contro l’Isis , ci vorrebbe più sobrietà e cautela”.

@OfficialASRoma spero che gli facciate una anno di stipendio di multa a questo individuo. Da romanista mi fa schifo vedere il brand Roma associato a guerra e morte… Follia pura di un bambinetto.

— Simone Passacantilli (@PassaSimo)
October 11, 2019

Petr Cech è uno di quei calciatori che piace di più a tutti, da sempre. Bravo, bravissimo, uno dei più bravi di sempre, con quel caschetto da aviatore anni ’30, nell’immaginario dello sport più puro e fantasioso, è il Barone Rosso dei portieri, coraggioso, diverso. Uno che ha difeso la porta con un paracolpi dopo lo scontro con il ginocchio di Stephen Hunt, avvenuto il 14 ottobre 2007, quando ha rischiato la morte per la frattura depressa dell’osso temporale sinistro. 

Il 37enne di Pilsen è talmente diverso che ora passa dall’erba al ghiaccio, dal pallone di calcio al dischetto dell’hockey, scendendo dal duo Chelsea/Arsenal della Premier League inglese al Guildford Phoenix. Di più, da star titolare, da monumento del calcio ceco con 124 presenze in nazionale, da campione di 5 scudetti del campionato di calcio più ricco, di 5 FA Cup, 3 coppe dei campioni, 3 Champions League, passa al ruolo di terzo portiere in una squadra di quarto livello, nella scala di valori dell’hockey britannico.

Romantica come idea, e particolare, anche se semplice come spiegazione: “Dopo 20 anni di calcio pro sarà un’esperienza formidabile per me giocare lo sport che più ho amato da bambino”. Fra l’altro, sarà un’attività part-time, in parallelo con quella di consulente di tecnica e prestazioni del Chelsea.

“Non cambio lavoro ma, prima, da calciatore professionista, non potevo giocare a hockey per ovvie ragioni, mentre ora posso riprendere il filo che ho interrotto da giovanissimo. E spero di poter aiutare la mia giovane squadra a raggiungere gli obiettivi stagionali e di vincere più partite possibile, quando avrò la possibilità di giocare io stesso”. Di sicuro, sarà la grande attrazione già domenica nel match contro i Swindon Wildcats II.

LA VACANZA DI AIR

La scelta di Cech è diversa e insieme vicina a quella di molte altre star di prima grandezza del loro sport. Fra cui spicca quella fenomenale di Michael Jordan, il mitico Air che, dopo tre anelli NBA coi Chicago Bulls, nel 1993, si allontanò dal basket per darsi al baseball, nella Minor League, con scarsi risultati, per poi rientrare, nel 1995 ai canestri e vincere altri tre titoli. MJ non è riuscito ad esprimersi allo stesso livello in due sport, anche perché lo sport è diventato negli anni sempre più competitivo e specialistico. Mentre un tempo i casi di doppi eroi sono stati clamorosi.

FENOMENI POLIVALENTI

Tutti ricordano Johnny Weissmuller, 5 ori nel nuoto e 1 bronzo nella pallanuoto, prima di diventare famoso come interprete cinematografico di Tarzan. Una figura indimenticabile, che però non fa testo, visto la vicinanza fra i due sport che il formidabile atleta statunitense praticò a livello più alto dal 1924 al 1928. Prima di lui, il tedesco Carl Schumann conquistò 3 ori nella ginnastica e uno nella lotta ai Giochi di Atlanta 1896. In quella stessa edizione olimpica, un altro tedesco, Fritz Hofmann, salì sul primo gradino nel podio, due volte come ginnasta e una come nuotatore, per l’argento nei 100 stile. 

Fra i pionieri, è significativo l’esempio di Jim Thorpe che si aggiudicò l’oro olimpico nel decathlon e nel pentathlon, e quindi nell’atletica leggera, ma poi giocò anche ad alto livello nel calcio e nel baseball. Ma parliamo degli anni 1916-23. Saltando gli atleti che praticavano discipline vicine fra loro, il primo fenomeno veramente polivalente ai massimi livelli fu lo svedese Daniel Norling, oro a squadre nella ginnastica all’Olimpiade 1908 e nel 2012, capace poi di primeggiare anche nell’equitazione (salto a squadre) nel 1920. L’accoppiata magica è stata raggiunta anche dallo statunitense Eddy Eagen, primo oro nelle due versioni dei Giochi olimpici: trionfò nel 1920 nella boxe e nel 1932 nel bob a squadre.

SPORT MODERNO

Forse il primo fenomeno autentico di due sport diversi è stato, negli anni 60, la freccia Bob Hayes, primatista mondiale dei 100 yard e dei 100 metri, con due ori olimpici a Tokyo ’64 (100 e staffetta veloce), che è stato poi 4 volte All-Pro di football e campione del Superbowl coi Dallas Cowboys: unico della storia a riuscire nell’impresa. Negli anni ’80, Bo Jackson è stato il primo atleta ad essere nominato All-Star in due dei maggiori sport americani, football e baseball.

Deion Sanders ha giocato sia nei San Francisco 49ers (football) che negli Atlanta Braves (baseball), e ha disputato sia il Super Bowl che le World Series, vincendo col football e perdendo col baseball. La tedesca Christa Rothenburger è stata la prima medaglia olimpica sia ai Giochi estivi che a quelli invernali: vinse 2 ori ai Giochi invernali del 1984, nel pattinaggio velocità e, quattro anni dopo, a quelli estivi del 1988 conquistò l’argento nel ciclismo.

La statunitense Lauryn Williams fece la doppietta nella staffetta dei Giochi estivi ed invernali, oro della 4×100 di atletica leggera nel 2012, argento nel bob 2014. All’ultima Olimpiade invernale, a Pyeongchang 2018, ha fatto scalpore l’impresa della ceca Ester Ledecka, oro nel superG di sci alpino e nel gigante parallelo di snowboard, prima donna nella storia che sale sul primo gradino del podio in due diverse discipline nella stessa edizione dei Giochi.

Lionel Messi, durante un’intervista all’emittente catalana Rac1, ha parlato della sua carriera, evidenziando i momenti positivi e quelli negativi. Il fuoriclasse argentino ha compilato una sorta di scheda del meglio e del peggio di quanto fatto fino ad ora. Partendo dal meglio, a livello individuale Messi ha detto di “cercare di superarsi ogni anno. Penso di essere cresciuto molto durante la gestione Guardiola, è stato davvero speciale”.

Al tecnico del City è collegato anche il miglior momento della sua carriera: “E’ stata una delle ere migliori come giocatore e come squadra”. Il miglior gol segnato, tra i tantissimi, “è quello nella finale 2009 di Champions”, contro il Manchester United.

Passando al momento peggiore, il campione non ha dubbi: “2013 e 2014. Mi sono infortunato due o tre mesi, poi sono andato in Argentina per recuperare”. Chiaramente, su questa valutazione pesa anche la finale Mondiale persa nel 2014 contro la Germania. Per quanto riguarda la difesa più ostica da affrontare, il fuoriclasse argentino non ne ha specificata una in particolare: “Non saprei indicarne una di preciso. Abbiamo affrontato avversari preparati: le squadre inglesi, ad esempio, sono sempre molto difficili da sfidare”.

Sulla rivale più forte contro cui ha giocato, però, non ci sono dubbi: “La nazionale spagnola. Abbiamo giocato un’amichevole nello stadio dell’Atle’tico, con Maradona come allenatore, prima del Mondiale 2010 (partita finita 2-1 per la Spagna, con doppietta di Alonso e gol di Messi). E’ stata una di quelle squadre che mi ha sorpreso”.

Inoltre, il numero 10 argentino e’ tornato sulla trattativa sfumata per il ritorno di Neymar al Barcellona: “Per un attimo ho pensato, soprattutto in questa finestra di mercato, che Neymar non sarebbe venuto da noi ma al Real Madrid, dato che aveva molta voglia di andar via. Lo aveva manifestato il suo desiderio di lasciare Parigi. E credevo che Florentino Pèrez e il Real Madrid facessero qualcosa”. 

Il Milan ha esonerato Marco Giampaolo. La notizia è diventata ufficiale con un comunicato sul sito della società: “AC Milan – si afferma – comunica di aver sollevato Marco Giampaolo dall’incarico di allenatore della prima squadra. Il Club intende ringraziare Marco per l’attività sin qui svolta e gli augura i migliori successi professionali”. Ancora nessun commento invece sul suo successore. Nelle indiscrezioni degli ultimi giorni si sono fatti i nomi di Spalletti e Pioli ma ancora non è stato raggiunto nessun accordo. 

La lega professionistica di pallacanestro statunitense ha cancellato un evento a Shanghai dei Brooklyn Nets poche ore prima dell’inizio previsto, senza fornire spiegazioni, dopo la controversia politica nata da un tweet del general manager degli Houston Rockets, Daryl Morey, a sostegno delle proteste anti-governative di Hong Kong in corso da quattro mesi. L’annullamento dell’evento viene confermato dal South China Morning Post che cita una comunicazione via e-mail della Nba.

NEW: The new owner of the Nets, Joe Tsai, has issued an open letter about the Morey situation: https://t.co/JZAy7EERQg pic.twitter.com/ffVgJMQ3Qx

— Sopan Deb (@SopanDeb)
October 7, 2019

I Nets avrebbero dovuto fare un’apparizione alla New World Experimental Primary School di Shanghai all’interno dell’iniziativa “Nba care Brooklyn Nets”, che prevede anche altri eventi con i Los Angeles Lakers attualmente ancora in programma per giovedì e sabato prossimo, sempre nella metropoli cinese. Nessuna conferma è giunta riguardo alla decisione di cancellare l’evento, secondo alcuni media Usa avvenuta sotto pressione delle autorità cinesi, anche se la scelta all’ultimo minuto appare collegata alla controversia nata da un messaggio su Twitter del dirigente dei Rockets, poi cancellato, che aveva scatenato una bufera in Cina. 

Le accuse cinesi

L’emittente televisiva statale China Central Television aveva deciso di sospendere le trasmissioni delle partite della squadra, e gli sponsor cinesi Li Ning e Shanghai Pudong Development Bank e la lega professionistica cinese di basket avevano deciso di ritirare le loro collaborazioni con i Rockets. Le scuse di Morey non sono servite a placare le polemiche in Cina, e la stessa Nba, in una nota, aveva definito “spiacevole” l’episodio che aveva “profondamente offeso” i fan del basket cinese, dove questo sport è molto popolare.  “Riteniamo che qualsiasi discorso metta in discussione la sovranità nazionale e la stabilità sociale – scrive la Cctv – non rientri nell’ambito della libertà di parola”. La sospensione riguarda i prossimi eventi dell’Nba in Cina, spiega Cctv, assicurando che rivedra’ su tutte le collaborazioni in essere con la Lega basket Usa.

Le reazioni della NBA

Le scuse del massimo campionato di basket non sono piaciute a diversi esponenti politici Usa, sia repubblicani che democratici, che hanno criticato la presa di posizione della lega professionistica di basket come una mossa che sacrificava i valori della democrazia a favore del ritorno economico.

Let’s make this real simple. @NBA should apologize for groveling to Chinese Communist Party and cancel all exhibition games in China until the situation in Hong Kong is resolved. Peacefully. With the rights of Hong Kong’s people protected. https://t.co/1fklDKs5my

— Josh Hawley (@HawleyMO)
October 7, 2019

Non spetta alla Nba regolamentare affermazioni e prese di posizione di giocatori, dirigenti o proprietari dei suoi club: lo ha affermato il commissario della lega professionistica Usa di basket, Adam Silver, replicando alla polemica aperta dalla Cina per il tweet di sostegno alle proteste di Hong Kong del general manager degli Houston Rockets, Daryl Morey.

Dopo che Pechino ha minacciato di rompere ogni rapporto con la Nba e ha già sospeso la trasmissione in tv di una serie di partite amichevoli che le maggiori franchigie stanno disputando in Cina, Silver ha spiegato che non spetta a lui intervenire nella questione. È inevitabile che le persone in giro per il mondo, compresi Stati Uniti e Cina, abbiano differenti punti di vista su diverse questioni”, ha spiegato, “non è compito della Nba di dare giudizi su queste divergenze”.

A placare la furia cinese non sono finora bastate neppure le scuse del patron di Houston, Tilman Fertitta, il quale ha sottolineato che Morey esprime opinioni personali e che i Rockets non sono “un’organizzazione politica”. Persino l’ex stella Nba Yao Ming, ora presidente della federbasket cinese, ha preso le distanze dalla squadra in cui cui aveva militato negli Usa sospendendo la collaborazione tra la Cba e i Rockets, che dal mercato cinese guadagnano circa 10 milioni di dollari l’anno.

L’Italia cambia pelle. O, meglio, cambia maglia. PUMA, sponsor tecnico della nazionale, ha creato un kit verde che debutterà il 12 ottobre contro la Grecia ed è stato scelto per diversi significati: si ispira al rinascimento, celebra i nuovi talenti che il nostro calcio sta facendo sbocciare, richiama il passato e la storia della squadra.

Scendiamo nel particolare. Oggi,un gruppo di giovani calciatori sta conquistando un ruolo importante nella rosa di Roberto Mancini. Ben 12 calciatori ospitati a Coverciano hanno infatti 25 anni o meno. Un’opportunità di rinnovamento e di crescita per cercare di ambire a traguardi ambiziosi dopo le delusioni più recenti. Il Rinascimento, dal canto suo, anche grazie a figure come Leonardo e altri anniversari, sta tornando in auge nel rappresentare uno dei momenti fondamentali della storia del nostro Paese. E la maglia verde è stata già usata da quelli che di solito chiamiamo “azzurri”: era il dicembre 1954, l’Italia batte 2-0 l’Argentina allo Stadio Olimpico di Roma. 

Dopo quell’occasione, le Nazionali giovanili hanno adottato il verde come Home kit. L’azzurro, infatti, è rimasto per anni un’esclusiva della Nazionale maggiore, un obiettivo da raggiungere per i giovani in maglia verde. Ora tornerà a rappresentare i grandi, 65 anni dopo quella partita contro i sudamericani, sempre all’interno dello stadio della Capitale.

 “Il verde – dichiara il presidente federale Gabriele Gravina – simboleggia il grande lavoro che stiamo facendo con i giovani e la Nazionale di Mancini ne è un esempio straordinario. Vogliamo celebrare il rinascimento del calcio italiano, in campo e fuori, con un simbolo che non sostituisce l’azzurro, ma lo rende ancora più luminoso”.

Era nell’aria da diverse ore e ora è arrivata l’ufficialità: le strade di Eusebio Di Francesco e della Sampdoria si dividono dopo un inizio di stagione disastroso e con la squadra genovese ferma all’ultimo posto in classifica. L’allenatore abruzzese ha risolto il suo contratto, un triennale, firmato quest’estate dopo la conclusione dell’avventura alla guida della Roma. L’annuncio è stato dato dalla società blucerchiata sul proprio sito e sui canali social. Ancora non è chiaro chi sarà il sostituto che si siederà sulla panchia di Marassi. 

U.C. #Sampdoria: comunicato stampa del 7 ottobre 2019 ➡️ https://t.co/PJ4HyNn3hF pic.twitter.com/4AHTQDq2Cf

— U.C. Sampdoria (@sampdoria)
October 7, 2019

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