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Oggi pretende guanciale e pecorino; un tempo, a quanto risulta da alcune ricette che risalgono all’inizio degli anni ‘50, erano invece indispensabili pancetta e parmigiano. Ma è il futuro a lasciare un grosso punto interrogativo: manterrà i suoi ingredienti originali oppure abbraccerà nuove materie prime, da quelle vegetariane al tipo di pasta? Al centro del dibattito, naturalmente, c’è la carbonara: il condimento forse più famoso per il piatto più noto della tradizione culinaria italiana.

Il 6 aprile è il #CarbonaraDay. Ma dov’è nata la ricetta?

Il 6 aprile di ogni anno, dal 2017, ricorre il #CarbonaraDay, una sorta di festa laica per il piatto di pasta che tutti quanti associamo a Roma e alle sue osterie.

Giustamente, visto che l’immaginario collettivo riporta la carbonara alla Capitale; eppure l’origine del piatto potrebbe essere diversa.

La prima ricetta della carbonara appare infatti oltreoceano, nel 1952, su una guida illustrata dei ristoranti di un distretto di Chicago, negli Stati Uniti.

Come si arrivata in Illinois rimane un mistero, anche se forse ha a che fare con la teoria che vorrebbe far risalire il piatto a un incrocio italo-americano durante la Seconda guerra mondiale.

La storiografia, in questo caso, parla di un incontro tra la cucina del centro Italia e la razione K, il pasto per i soldati americani escogitato dal fisiologo Ancel Keys, che mise al mondo un’antesignana forma di spaghetto condito con tuorlo d’uovo in polvere e bacon.

L’italianità della ricetta sarebbe però testimoniata da alcuni passaggi precedenti, come il film del 1951 intitolato “Cameriera bella presenza offresi…” del regista Giorgio Pastinà, nel corso del quale l’attrice Elsa Merlini rivela di non saperla cucinare, rivendicando una maggiore esperienza nella preparazione dell’amatriciana.

Sui ricettari italiani la carbonara arriva solo nel 1954

Bisogna attendere un paio d’anni per trovare la ricetta stampata sulle riviste italiane: accade nel 1954 quando La cucina italiana propone gli spaghetti alla carbonara: niente guanciale e pecorino, però, quanto piuttosto pancetta, gruviera e aglio.

Pochi mesi più tardi Alberto Moravia include il piatto nel racconto “Il pensatore” della raccolta Racconti Romani. Eccola, finalmente, la Capitale.

Sono gli anni ‘50, il piatto si diffonde nelle cucine romane: è il momento in cui la carbonara divide l’opinione pubblica sue due orientamenti.

“Uno popolare – spiega Eleonora Cozzella nel libro intitolato ‘La carbonara perfetta, Origine ed evoluzione di un piatto culto’ – dove veniva realizzata solo con pancetta o guanciale, formaggio e uova. L’altro, per così dire, borghese, tipico della cucina delle famiglia-bene, dove le donne amavano partire da una base di soffritto di cipolle e sfumare con vino bianco”.

Il piatto culto si trasforma: ognuno aggiunge qualche ingrediente, rivede la carbonara a modo proprio: compare persino la panna.

“Ebbe un ruolo importante, tanto da comparire negli anni ‘60 come ingrediente nei manuali di Luigi Carnacina, a cura di di Luigi Veronelli”, prosegue Cozzella.

Spaghetti ma non solo: la carbonara tra presente e futuro

Il guanciale, secondo alcuni, si afferma nella ricetta soltanto a partire dalla fine dello scorso millennio.

Oggi è il must, anche se la crema di uova, pecorino, sale e pepe che accompagna la guancia di maiale non è più appannaggio soltanto della pasta.

Si usa per condire pizza, bruschette, supplì e arancini, oltre alle varianti che la vedono su tonnarelli, bucatini e linguine, mezze maniche e rigatoni, anche integrali.

L’attrazione verso la carbonara, sotto ogni forma, resta comunque intatta: lo segnala anche Just Eat, il servizio di consegna a domicilio, che certifica 6 mila chili di pasta ordinata dai suoi utenti nel 2018.

A guidare la classifica delle città più golose c’è Roma, inseguita a distanza da Bologna e Milano, con Catania e Genova in forte crescita.

Un piatto insomma che mette d’accordo l’intero Stivale, che unisce le tradizioni e si presta addirittura alle rivisitazioni, con buona pace dei puristi: ritocchini firmati dai grandi chef, certo, ma anche dagli studenti universitari che la reinventano con ingredienti vegetariani e, semplicemente, con quello che avanza nel frigorifero.

Il destino di una ricetta da sempre aperta alle sperimentazioni.

Rione Testaccio è sempre stato associato agli scambi commerciali: in epoca romana era il punto di approdo di imbarcazioni che, partendo da Ostia, risalivano il Tevere, cariche di beni e merci. Proprio le anfore usate per il trasporto danno il nome al rione: venivano accatastate una sull’altra creando così una collinetta, il Monte de’ Cocci. Nel corso dei secoli, Testaccio ha conservato la sua anima commerciale, tanto da ospitare ancora oggi uno dei mercati più conosciuti e visitati a Roma: Mercato di Testaccio.

Un polo enogastronomico, una struttura moderna composta da 101 Banchi dove trovare materie prime di qualità, fare shopping a prezzi contenuti e degustare il “cibo da strada” che spazia dalle ricette tipiche della cucina popolare romanesca a proposte etniche e più innovative.

Ed è proprio a Roma, cuore della cucina italiana, che Uber Eats ha deciso di scommettere sul cibo da strada per portare a casa di coloro che ordinano dei prodotti freschi, autentici e di prima qualità, direttamente dai Banchi storici del mercato.

Uber Eats renderà disponibile sulla sua piattaforma i Banchi dell’iconico Mercato di Testaccio di Roma, offrendo così la possibilità di scoprirne gastronomia e prelibatezze direttamente attraverso l’app e riceverli a casa in pochi minuti.

“Siamo orgogliosi di annunciare la partnership con lo storico Mercato di Testaccio, da sempre sinonimo di tradizione, qualità e amore per il cibo, valori che condividiamo e che ispirano ogni giorno il nostro lavoro. Il nostro obiettivo è di trasformare il cibo a domicilio in un’esperienza che possa portare a casa delle persone tutto ciò che desiderano: da prodotti “comfort food” per una cena fugace a prodotti freschi, tradizionali e in grado di raccontare una storia.” ha commentato Mario Bini, Country Marketing Manager di Uber Eats Italia.

Per le consegne non si affiderà ai driver – anche se il primo pasto nella storia del servizio fu portato a domicilio da un autista che durante le ore morte metteva il proprio tempo a disposizione del food delivery – ma dai rider, esattamente come già fanno altre piattaforme. L’unica differenza è che Uber Eats utilizza la stessa tecnologia che già serve per chiamare un’auto con conducente.

“La sinergia creata con Uber Eats consente di promuovere una nuova idea di mercato, più in linea con gli standard internazionali. Lo Street Food di Testaccio, grazie a questa partnership, che ci auguriamo sarà estesa al più presto a tutte le categorie merceologiche del mercato, consentirà di portare non solo i nostri servizi all’esterno e rendere quindi il mercato accessibile ad un numero infinito di utenti, ma anche di trovare utili modalità per sviluppare le tante iniziative sociali che trovano nel mercato il loro centro propulsore.” hanno commentato Matteo Ventricelli e Marco Morello, Responsabili della comunicazione del Mercato di Testaccio.                     

 In Italia Uber Eats è presente in 9 città (Milano, Roma, Torino, Napoli, Firenze, Bologna, Trieste, Rimini e Reggio Emilia) ed offre il servizio a migliaia di ristoranti, per un totale di 165.000 piatti disponibili sulla piattaforma. 

Sono ormai un lontano ricordo i tempi della storica gaffe all’esordio su Bergamo Tv, quando chiamata a leggere la classifica Ludovica Pagani, influencer classe ’95, scambiò i punti con la posizione, così il Napoli, allora primo, divenne 47esimo, 45esima la Juventus, 41esima l’Inter e così via…una figuraccia diventata virale grazie alla pagina satirica “Calciatori brutti”, ma la Pagani non ne fece una piega, anzi ne approfittò per far conoscere una parte di sé, messa in secondo piano rispetto all’avvenenza: l’autoronia. Finì così per diventare protagonista di molti video di “Calciatori brutti” e acquistare in popolarità.

Con il passaggio a Sportitalia è rientrata nella lunga lista di volti femminili prestati ai talk calcistici, rappresentando, tra l’altro, un aspetto del gioco – ma sarebbe forse meglio chiamarlo “fuorigioco” – che grazie alla forza dei social sta occupando sempre più spazio nell’attenzione di chi segue il calcio: i profili delle mogli dei calciatori, le famigerate Wags.

Con 1,8 milioni di followers su Instagram e una celebrità alimentata dal passaggio a Quelli che il calcio come inviata Ludivica sembra destinata a vestire i panni di Diletta Leotta di casa Rai.

La Pagani in realtà non nasce giornalista, anzi, spiegando il perché di quello scivolone di Bergamo Tv ai microfoni di Sportal.it aveva confessato il calcio per lei “era arabo, zero” e in rasmissione lo sapevano. Frequentando i salotti calciofili della tv italiana evidentemente qualcosa l’avrà imparata ed è per questo che la Rai ha deciso di puntare su di lei, capace di svolgere il suo ruolo ma anche di richiamare il suo numeroso seguito social a sintonizzarsi sulla rete di stato ogniqualvolta appare sullo schermo. 

Cinque cucine, sessanta tra chef e assistenti, montagne di ostriche e il Clover Club per concludere la serata. Centosette anni dopo la tragedia dell’affondamento del Titanic, in cui morirono 1516 persone sui 2224 a bordo, un libro affronta uno degli aspetti che più riportano il gusto della vita reale che si respirava a bordo, prima che il transatlantico partito dall’Inghilterra e diretta a New York finisse contro un iceberg, alle 23.40 del 14 aprile 1912.

Il documento principale è l’ultimo menù, che un passeggero della classe lusso, Irwin Flynn, si era infilato in una tasca interna del cappotto, dopo aver finito di cenare ed essersi ritirato in cabina, poco prima della collisione. Flynn sopravvisse, conservando l’unica cosa che era riuscito a portare con sé: il foglio del menù, adesso svelato in un libro scritto dall’esperta di gastronomia, Veronica Hinke, dal titolo “The Last Night on the Titanic: Unsinkable Drinking, Dining and Style” (Edito da Regnery History), che riporta anche il menu’ delle altre classi di viaggio, rimasti intatti grazie ai sopravvissuti.

In prima classe, dedicata ai clienti più prestigiosi, l'”inaffondabile cena”, come recita il titolo, prevedeva dieci portate. Gli antipasti partivano dalle ostriche (alla partenza da Southampton erano stati messi in stiva 1200 chili di ostriche), poi “consommé Olga”, brodo di carne a base di vino e verdure, salmone con crema di cetrioli, uova, succo di limone e burro fuso. Le portate erano solo l’inizio, perché poi venivano i primi: gli ospiti potevano scegliere tra filetto coperto da foie gras e tartufo, pollo alla Lionese cotto nell’aceto di vino rosso. Tra i secondi, agnello con salsa alla menta, roast beef e petto d’anatra. Il tutto bagnato da vini pregiati e birra chiara.

Dopo essersi ripuliti il palato con un bicchiere di rum, limone, albume e champagne, il finale prevedeva asparagi e una selezione di dessert, tra cui la classica crema di gelato. Per i passeggeri delle altre classi, abbondavano patate fritte, carne di montone grigliata e un buffet di verdure e gamberetti stufati.

Il dopo-cena a base di un drink riservato solo ai clienti più ricchi. Il Clover Club, gin, sciroppo di lampone e bianco d’uovo. Nell’immaginario del barman, che l’aveva scoperto in un bar nel Bronx, rappresentava il modo migliore per prepararsi, con stile, a un’altra notte a bordo della più celebrata nave del tempo.

Il futon è un materasso tradizionale giapponese di cotone che si utilizza poggiato sul “tatami”. Sono sempre di più le persone che lo hanno adottato anche nel nostro mondo occidentale, ma pochi sanno che a portarlo in Italia fu, 30 anni fa, una allora giovanissima artigiana milanese, Cristiana Maiocchi. Fu lei a cucire a mano i primi modelli, nel garage di casa, importando la tecnica dagli Stati Uniti e dalla Spagna dove già si utilizzavano, e a fondare, nell’aprile del 1989, il negozio Onfuton, nella zona di Porta Romana. Da allora, quando era la sola a produrli e venderli, il mercato italiano è esploso e ora esistono diversi altri venditori e qualche produttore. Ma Onfuton è ancora in via Crema, vende anche mobili e complementi di arredo tutti rigorosamente bio ed ecologici, e fra pochi giorni, il 4 aprile, celebrerà il suo trentesimo compleanno con una festa colorata.  L’Agi ha intervistato la fondatrice.

Come è nata l’idea di produrre futon in Italia e come sono stati gli inizi?

!Ho saputo per caso che un imprenditore italo-americano voleva aprire un negozio di futon a Milano. Sono diplomata in lingue e in quel momento facevo un lavoro di ufficio, noiosissimo. L’idea di cucire e di vedere uscire un prodotto dalle mie mani mi piaceva molto di più. Ero solo preoccupata del fatto che si trattasse di un oggetto così importante per la qualità della vita: dal materasso dipende quanto bene si dorme, e questo è fondamentale per le persone. Ero davvero molto giovane per una responsabilità così grande. Ma poi mi sono convinta, e superate le difficoltà iniziali, soprattutto di comunicazione internazionale, grazie alle lingue e al telefax, ma anche di affidabilità di una giovane artigiana nei confronti dei fornitori di cotone, mi sono fatta finanziare le spese iniziali dal fidanzato dell’epoca e da mio padre (25 milioni di lire in tutto, ndr) e le cose sono andate così bene che li ho rimborsati nel giro di pochissimi mesi dopo avere aperto il negozio”.

Quando si è capito che la “start up” avrebbe avuto successo?

“Da pochissimo cucivo materassi in cantina, quando ho pagato un piccolo annuncio sui giornali Seconda Mano e Nuova Ecologia. Inaspettatamente sono arrivati i primi clienti, e soprattutto gli organizzatori della fiera Officinalia, dedicata ai prodotti naturali, a Belgioioso. Mi hanno invitata a partecipare con i miei tatami, cuscini e futon. A partire da quel momento, gli ordini sono cominciati a fioccare e io a non avere più il tempo di fare nient’altro se non cucire! La tecnica mi era stata insegnata in Spagna, ma è quella originale giapponese con qualche aggiunta “occidentale” per rendere più alto e soprattutto elastico il materasso: uno strato di lattice, o di altri materiali simili. A quel punto ho fondato una società al 50% con la mia prima socia (che dopo poco ha lasciato il posto ad altri due fra cui mio fratello Guido che è ancora con me) e abbiamo trovato il negozio. Allora questa via non era “commerciale”, non ci passava nessuno e non c’era ancora la metropolitana, che sarebbe arrivata un anno e mezzo dopo. Nessuno entrava nel negozio, fino a che non ho comprato una pagina di pubblicità sul venerdì di Repubblica: da quel momento il negozio si è riempito e da allora, a parte qualche periodo di crisi quando la concorrenza è aumentata, le cose sono sempre andate bene”. 

Quante persone lavorano per On Futon?

“Cinque anni dopo l’apertura del negozio abbiamo spostato il laboratorio fuori Milano, a Paullo. Fino a quel momento, i camion articolati con le balle di cotone arrivavano in via Crema bloccando il traffico! Nel periodo d’oro,  cioè negli anni a cavallo del 2000, eravamo in 10: 4 nel negozio e 6 nel laboratorio. Nel frattempo però hanno aperto altri 7-8 negozi di futon. Ora siamo rimasti in 8, e alcuni di noi lavorano part time. Negli anni mi hanno proposto di fare il salto e far diventare il marchio Onfuton un’industria, aprendo altri negozi in Italia, ma ho sempre preferito mantenere un profilo artigianale. Fin da subito abbiamo venduto anche i tatami, importandoli dall’oriente, e dopo qualche anno abbiamo cominciato anche a vendere letti e divani e a farne produrre su nostro disegno da artigiani certificati biologici e italiani. Siamopieni di certificazioni ecologiche e siam stati antesignani dell’economia circolare!” 

In questi anni vi saranno capitati clienti particolari o conosciuti, quali?

“Una delle prime è stata Amanda Sandrelli, che si è fatta consegnare tutto a Roma e non l’avevo nemmeno riconosciuta. Poi c’è stata Romina Power, lo stilista Romeo Gigli e le sorelle Sozzani, Gabriele Salvatores e Vittorio Mezzogiorno, Silvio Orlando, Guido Barilla, Gianna Nannini, Daria Bignardi e Malika Ayane. Dario Fo abitava nel quartiere e anche se non era un cliente gli piaceva venirci a trovare: in un certo periodo eravamo tutte giovani ragazze e lui ci faceva molto divertire. In negozio è anche nato un amore, Alessandro e Cristina si sono sposati, lavorano ancora qui e dalla loro unione è nato anche quello che chiamiamo un “futoncino”, il piccolo Tommaso”. 

“Rilassante” e “Decomprimente”. Sono i commenti raccolti dal New York Times al centro di riabilitazione Rusk della NYU Langone a Manhattan, mentre un gruppo di pazienti era alle prese con la sistemazione di steli di bambù in un vaso. Si tratta della cosiddetta “Terapia Orticola”, giardinaggio in pratica, che aiuta i pazienti ricoverati a rendere più rilassante e veloce il loro recupero.

Sono numerosi gli studi che dimostrano come occuparsi delle piante abbia, scientificamente, un riflesso positivo su un paziente, ma ben prima che questi studi vedessero la luce, e parliamo addirittura del Medioevo, i giardini erano utilizzati al solo e semplice fine del rilassamento; Benjiamin Rush, uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza americana, già ai tempi scriveva degli effetti curativi del giardinaggio.

Dopo la prima guerra mondiale veniva utilizzato come metodo per riabilitare i veterani affetti da Disturbo da stress post-traumatico; negli anni ’60 invece entra nelle carceri femminili statunitensi come inizio del percorso riabilitativo. Nel 1973 viene fondata l’American Horticultural Therapy Association, un’organizzazione senza scopo di lucro, come si legge nella presentazione offerta dal sito ufficiale, la cui missione è promuovere la Terapia orticola come intervento terapeutico e modalità riabilitativa.

“È una pratica molto spirituale – dice la signora Bloomberg, un’ex pubblicitaria che ha lasciato tutto per occuparsi a tempo pieno della terapia orticola – Quando sei in ospedale, ci si concentra sul corpo, ma ci sono altre parti di noi delle quali dobbiamo ricordarci”, e aggiunge: “Cerco di concentrarmi sulle parti che potrebbero essere dimenticate”.

In questo momento però l’American Horticultural Therapy Association, che nonostante sia stata fondata negli Stati Uniti accoglie affiliati da tutto il mondo, non versa in condizioni ottimali, le iscrizioni si aggirano intorno alle 500 unità, questo dovuto, secondo Candice Shoemaker, professore di orticoltura e terapia orticola alla Kansas State University, al fatto che il giardinaggio viene considerata un’attività abbastanza accessibile e molte psicoterapie la includono nel loro percorso. Non con una formazione adatta, secondo Leigh Anne Starling, Presidente dell’Associazione, che infatti punta proprio sul riconoscimento della pratica (e dei praticanti) in maniera ufficiale.  

Oggi c’è da star felici. Lo dice l’agenda dell’Onu che nel 2012 ha istituto per il 20 marzo la giornata internazionale della felicità. Ma perché è stato necessario fissare una data? “L’Assemblea generale – si legge nella risoluzione – consapevole che la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre la necessità di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica”.

La ricetta della felicità

Il segreto della felicità? Ce ne sono molti, alcuni suffragati da ricerche scientifiche, altri basati sull’esperienza. Ecco la ricetta per essere felici che Albert Einstein scrisse su un biglietto autografato consegnato a un corriere di Tokyo al posto di una mancia. La nota, insieme ad un’altra, è stata battuta all’asta a Gerusalemme nel 2017 per una cifra totale di oltre 1,5 milioni di euro. Ecco cosa suggeriva il genio del ‘900: “Una vita calma e modesta porta più felicità della ricerca del successo abbinata a una costante irrequietezza”.

10 cose che forse non sapete sulla felicità

1) La pizza rende di buonumore – È la pizza li cibo che ti migliora la giornata. Ed è così per un italiano su due, secondo un’indagine Doxa/Deliveroo. La medaglia d’argento va alla pasta, le grigliate si aggiudicano il terzo posto, di molto distaccate dal quarto, dove il gelato si ferma solo al 10% del totale.

2) La felicità arriva dormendo: Secondo uno studio dell’Osservatorio Grimbergen, in Belgio, per raggiungere la giusta serenità d’animo bastano 30 minuti di sonno. 

3) È la Finlandia il Paese più felice del mondo. Almeno secondo il World Happiness Report 2018 dell’Onu che prende in esame il Pil pro capite, le libertà, la fiducia, l’aspettativa di vita, le politiche sociali, la generosità e l’assenza di corruzione. Al secondo posto della classifica si piazza la Norvegia, mentre la Danimarca chiude il podio. L’Italia è solo 47esima.

Aalborg (Wikipedia/Commons)
 

4) La città più felice d’Europa: non è la città delle tapas e della movida Barcellona, né uno dei piccoli paesi arrampicati sulla costiera amalfitana, della costa azzurra, della superorganizzata Germania o dell’Olanda. La città più felice d’Europa è Aalborg, centro di circa 200 mila abitanti in Danimarca. “Sebbene questa città industriale sia poco conosciuta, il 99% dei suoi residenti si dichiara soddisfatto di vivere nel proprio paese che può vantare un favoloso lungomare, un’università di fama mondiale e una rinomata orchestra sinfonica”. Lo rivela l’ultimo sondaggio di Eurobarometro sulla “percezione della qualità della vita in Europa” per il quale sono state consultate oltre 40 mila persone che vivono in 83 differenti città. 

5) Qual è la canzone più felice mai scritta? Queen: “Don’t Stop Me Now” capolavoro de Queen del 1978 . È una ricerca dell’Università del Missouri, a chiarirne il potere. Il ritmo della canzone, di 150 battiti al minuto, è in grado di mettere di buon umore. Superiore a quello del pop (118 battiti al minuto) ma, tuttavia, inferiore a quello troppo invasivo dell’hardcore (170 battiti al minuto). Ovviamente, un altro fattore importantissimo è dettato dal grande messaggio presente all’interno del testo, che offre un’interpretazione certamente positiva della vita.

6) Il potere di uno smile: L’Australian’s Flinders University ha condotto uno studio che rivela come l’attività cerebrale innescata dall’osservazione della faccina contenta è simile a quella attivata nelle persone che vedono un sorriso reale in un volto umano. Gli effetti terapeutici che derivano dall’atto di sorridere sono infatti numerosi: dalla riduzione dei livelli di cortisolo, adrenalina e dopamina che regolano lo stress, all’incremento dell’endorfina, l’ormone della felicità, all’abbassamento dei livelli di pressione sanguigna.

7) Il fiore della felicità: Fiore dai petali leggeri e delicati, in Oriente i fiordaliso viene donato dagli innamorati all’amata nella speranza di ottenere da lei felicità e amore.

8) I cibi del buonumore: Secondo la scienza ci sono decine di micronutrienti e sostanze presenti negli alimenti che hanno un effetto diretto sul cervello e quindi sull’umore, dagli omega 3 al triptofano passando per gli stimolatori di serotonina. Eccone alcuni:

  • Patata dolce
  • Salmone
  • Cavolo nero
  • Banana
  • Carne rossa
  • Cioccolato
  • Noci
  • Asparagi

9) Il sole ci rende felici: La meteoropatia non è un capriccio. È la scienza a spiegare perché quando c’è il sole ci sentiamo più felici:

  • Aiuta l’umore – Il sole produce serotonina, l’ormone dell’umore, e melatonina, che aiuta a contrastare il cattivo spirito ed è in grado di farci riposare meglio nelle ore notturne poiché regolarizza il ciclo sonno-veglia.
  • Produce vitamina D – La vitamina D è un ottimo rimedio per tenere lontana la cattiva salute e prevenire malattie come tumori e malattie autoimmuni.
  • Aumenta la libido – Numerose ricerche dimostrano come la vitamina D sia la maggior responsabile della creazione del testosterone nell’uomo, ormone che causa il desiderio sessuale.

10) L’animale che fa più felici i bambini: Secondo un lungo e ampio studio condotto dai sondaggisti di RightPet in ben 74 Paesi l’animale domestico che fa più felici in assoluto bambini e ragazzi tra i 10 e i 17 anni d’età è… il topolino. È più facile da accudire rispetto a un cane o un gatto, ha una taglia “a portata di mano”, è intelligente, velocissimo e particolarmente adatto per fare scherzetti e spaventare i parenti.

La storia della motocicletta nasce con un numero: 83691. È la cifra che identifica il brevetto depositato dall’ingegnere francese Louis-Guillaume Perreaux il 16 marzo 1869: 150 anni fa.

La prima moto somiglia molto a un normale velocipede, con la ruota anteriore più grande di quella posteriore. Non ci sono pneumatici: sarebbero stati inventati una ventina d’anni dopo da John Boyd Dunlop.

Sotto la sella c’è un motore, che però non è “a scoppio” (altra tecnologia non ancora inventata) e non utilizza quindi aria e combustibile per marciare: la prima motocicletta della storia era a vapore.

Il velocipede si evolve

Il primo prototipo sarà perfezionato e costruito qualche mese più tardi, prendendo il nome di Vélocipede à Grande Vitesse: un pezzo unico, oggi custodito dal Musée de l’Île-de-France, a Sceaux.

Servivano tre minuti per metterlo in moto e, secondo il suo inventore, avrebbe raggiunto i 35 km/h. Una velocità che, vista la tecnologia del tempo, è tutt’altro che confermata.

Per avere una motocicletta più vicina all’idea che ne abbiamo oggi, bisognerà aspettare il 1885, quando Gottlieb Daimler (il fondatore dell’omonimo gruppo) e Wilhelm Maybach hanno un’idea rivoluzionaria: piazzare sotto la sella il motore a scoppio che Nikolaus August Otto aveva inventato nel 1876.

Leggi anche: La moto elettrica italiana che sibila sulla via Emilia

Le ruote hanno la stessa dimensione, ma non sono due bensì quattro: ce ne sono altre due, più piccole, simili a quelle che si usano sulle biciclette dei bambini. Un accorgimento necessario perché l’idea doveva essere (molto) perfezionata: il motore, a quattro tempi, è ancora troppo pesante e non consente di rimanere in equilibrio. Daimler e Maybach realizzano quello che un ingegnere italiano aveva immaginato.

Si chiamava Giuseppe Murnigotti e, nel 1879, aveva brevettato un veicolo a due ruota con motore che muove “un velocipede usando la forza sviluppata dai gas esplodenti, cioè sostituendo la forza di un motore a gas infiammabile a quella che fa il velocipedista”.

La ruota anteriore è fissa, con quella posteriore a fare da timone, come su una barca. Murnigotti però si fermerà al progetto e non metterà mai le ruote a terra.

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Dalla seconda metà degli anni ’80 dell’800, le dimensioni dei motori si riducono (con l’adozione dei due tempi) e gli pneumatici danno un’ulteriore spinta. Nel 1894, Hildebrand & Wolfmüller provano la prima produzione in serie, ma il mercato non esiste ancora.

Arrivano gli italiani

C’è un piccolo nucleo di pionieri che inizia a promuovere le prime gare, in Francia. E chi si sfida sulle lunghe percorrenze, partendo da Parigi verso Vienna e Madrid.

La passione per i motori arriva anche in Italia. Tra i marchi ancora oggi attivi, Gilera – fondato nel 1909 – è il più antico. Nel 1911 è la volta di Benelli e del primo Moto Club d’Italia, fondato a Milano. Nel 1921 esordisce Moto Guzzi.

La prima guerra mondiale ingrossa le casse dei produttori: Harley-Davidson, fondata nel 1903, arriva a produrre la metà del fatturato dall’industria bellica. Così come Triunph. Il legame tra guerra e moto è profondo: marchi come Husqvarna e Bsa (tra i leader del mercato fino al declino e la chiusura del 1973) erano nati come fabbrica che di armi.

La motocicletta è ormai diventata adulta. Piaggio inventa la Vespa nel 1946, lo stesso anno in cui nasce Ducati. Il Campionato Mondiale di Motociclismo si svolge per la prima volta nel 1949. Se le prime fasi di sviluppo si erano concentrate in Europa, per poi estendersi agli Stati Uniti, dagli anni ’50 iniziano a farsi spazio le case giapponesi come Honda, Kawasaki, Suzuki e Yamaha.

C’è una striscia di Zerocalcare divenuta celebre che ironizza sulla esasperazione che i passeggeri delle compagnie aeree low-cost devono affrontare quando si tratta di far passare il proprio bagaglio ai controlli del severissimo personale di terra. Nella strip una coppia demolisce letteralmente un trolley (la valigia della nonnina morta, lamenterà poi la ragazza) per di riuscire a portarlo in cabina. Ora una app di viaggi si propone di risolvere il problema usando la realtà aumentata già disponibile su molti smartphone in circolazione.

I requisiti relativi alle dimensioni del bagaglio a mano variano a seconda della compagnia aerea, e per questo momondo.it ha sfruttato l’ultima tecnologia in fatto di realtà aumentata per integrare la funzionalità “Check Bagaglio a Mano” all’interno della propria app. Lo strumento aiuta i viaggiatori a verificare se la valigia da cabina sarà accettata o meno dalla compagnia aerea con cui voleranno.

“Sono ormai numerosi gli italiani che scelgono di esplorare l’Europa, e non solo, portando con sé solamente un bagaglio a mano. Tuttavia, ogni compagnia aerea ha un proprio regolamento per quanto riguarda le dimensioni dei bagagli consentiti a bordo. Per questo motivo volevamo creare una procedura semplice, veloce e trasparente che consentisse ai viaggiatori di misurare il proprio bagaglio, confrontarlo automaticamente con i requisiti previsti dal volo”, ha dichiarato Pernille Trolle Brøgaard, Director of Product Management di momondo.

“Abbiamo ideato questo strumento durante una settimana di ‘SWAT’ in azienda: un concorso di ingegneria della durata di una settimana incentrato su sviluppo e progettazione a ritmi serrati. Siamo, quindi, entusiasti di poterlo ora presentare ai nostri utenti. La funzionalità  “Check Bagaglio a Mano” è divertente da utilizzare ma, soprattutto, è utile ai viaggiatori: semplifica, infatti, le procedure, consentendo loro di rilassarsi e godersi il viaggio”.

Per misurare il bagaglio a mano i viaggiatori devono aprire l’app e selezionare “misura il tuo bagaglio”. Viene, quindi, chiesto di inquadrare il bagaglio con la fotocamera per acquisirne le dimensioni. “Check Bagaglio a Mano” si avvale della realtà aumentata per calcolarne le dimensioni (lunghezza, larghezza e altezza, oltre a eventuali sporgenze) e confrontarle con i requisiti della compagnia aerea. In questo modo, i viaggiatori scoprono se possono portare con sé il bagaglio a mano o se devono imbarcarlo in stiva.

Sarà inaugurato venerdì a Manhattan il più grande complesso edilizio dai tempi del Rockfeller Center negli anni Trenta. E’ Hudson Yards, una città nella città all’altezza della 42 strada, con tredici edifici dominati dall’imponente grattacielo ibrido di 75 piani in cui troveranno posto hotel, uffici e 143 appartamenti extralusso.

“Non è solo un grattacielo – spiega Stephen Ross, il miliardario proprietario dell’edificio – tu stai comprando uno stile di vita. Tutto quello che desideri sarà lì”. Ross si riferisce agli altri pezzi del mosaico presto in arrivo e che includono scuola, parco, centro commerciale, uno spazio multifunzionale, sala yoga, sala biliardo, palestra, il simulatore di un campo da golf e i ristoranti degli chef Thomas Keller e David Chang.

Quanto costa un appartamento ad Hudson Yard

Gli appartamenti si troveranno negli ultimi trentanove piani del grattacielo, e tra i nuovi inquilini ci sarà lo stesso Ross, l’immobiliarista che in passato aveva cercato di acquistare il Milan. La quotazione degli appartamenti partirà da un minimo di 5 milioni di dollari, l’affitto più basso sarà di 5.200 dollari al mese.

L’attico avrà un prezzo medio di 32 milioni. Sette piani saranno occupati da Fendi, Dior, Neiman Marcus e L’Oreal. Per favorire la costruzione di questo complesso che ridisegna il profilo di Manhattan, il municipio ha garantito sgravi fiscali e incentivi per un totale di sei miliardi di dollari, il triplo di quanto promesso ad Amazon per insediare il suo quartier generale a Queens e che aveva scatenato la reazione di una parte dei democratici, al punto da spingere il proprietario di Amazon, Jeff Bezos, a rinunciare all’offerta.

Una città nella città

Il complesso Hudson Yards ospiterà uffici in cui lavoreranno 55 mila persone. Il municipio di New York ha investito 2,4 miliardi di dollari per allungare la metro vicino al complesso edilizio, e 1,4 miliardi per gli ettari di parco che adornano il complesso. Inoltre, ogni azienda che acquisterà gli uffici ad Hudson Yards beneficerà di sgravi fiscali fino al 40 per cento nei prossimi vent’anni.

Gli oppositori allo sbarco di Amazon che, in cambio di sgravi e incentivi fiscali per due miliardi, prometteva l’assunzione di 25 mila persone, hanno accolto in modo positivo gli investimenti legati alla linea metropolitana e al parco urbano, ma hanno chiesto di verificare ogni singolo accordo con le aziende che entreranno ad Hudson Yards.

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