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Domanda per gli italiani (maschi) in procinto di partire per le vacanze: ve la sentite di tingervi i capelli di un biondo alla Fedez, mettervi una camicia tempestata di banane o fragole e buttarvi in acqua su un gonfiabile a forma di avocado, adagiati sul buco del nocciolo, che è poi un estraibile pallone marrone con cui giocare in spiaggia?  E se siete donne, ci state a vestirvi in jungle style, leopardata dalla testa ai piedi, tingervi le unghie con lo smalto fluo, mettere i capelli dentro fasce anni Cinquanta e il corpo  sotto abiti rigorosamente lunghi anche se siete alte uno e 50?

Se siete tra quelli che delle mode se ne infischiano procedete pure con le ciabattone di plastica, gli obsoleti tatuaggi tribali e i tacchi 12. Altrimenti pensateci e attrezzatevi perché sono queste le tendenze in vetta al campionato dei tormentoni modaioli dell’estate del 2019, insieme a quelli musicali  e  al ben più serio “plastic free”, tendenza ambientalista da cui sarà difficile sfuggire, da Alassio alle spiagge della Sicilia: a Rimini già vige l’ordinanza che sulle spiagge vieta cannucce, bicchieri e piatti di plastica, la costiera amalfitana si è dotata di un drone che intercetta anche la microplastica e di un robot marino che la raccoglie e su Facebook è già nato il gruppo “Spiagge plastic free”.

Nonostante l’allarme per il pianeta e i moniti di Greta Thunberg gli inquinanti gonfiabili però sopravvivono alla grande, e di riciclarli non se ne parla proprio: presentarsi in spiaggia con il fenicottero o l’unicorno rosa che hanno spopolato nell’estate scorsa sarebbe disdicevole:  potrebbero andare ancora bene a patto di comprarli nella loro versione 2019, ovviamente leopardata o pitonata, mentre il rosa, per chi non ha problemi di scaramanzia, è promosso soltanto per il materassino bara che dopo aver spopolato in California è già arrivato sulle spiagge nostrane: si chiama Pom Pom Floats, l’ha inventato il designer canadese Andrew Greenbaum, è già dotato di account Instagram ed è utilizzabile sia nel mare sia in spiaggia con il coperchio della “bara” per ripararsi dal sole o da vicini di ombrellone invadenti.

Altro gonfiabile “must have”, come bisogna scrivere quando si parla di mode e tormentoni, oltre all’avocado è quello con i dragoni sputafuoco di “Game of Thrones”, serie cult che ha ispirato anche il biondo platino della capigliatura estiva di Fedez, molto Daenerys Targaryen, il personaggio della saga fantasy interpretato da Emilia Clarke.

Un coraggioso colore che tira, considerando i quasi 800 mila “like” incamerati su Instagram dalla prima foto di Fedez con il nuovo look e il fatto che per la stessa sobria tinta abbia optato anche l’altro influencer Mariano Di Vaio. Ma a dettare i tormentoni modaioli c’è anche un’altra serie tv cult, “Stranger things” con il suo inno agli anni Ottanta declinato nei costumi colorati e nelle camicie che sembrano usciti dal “mall” dove si vestono i protagonisti della terza stagione: verde lime e giallo, già dominanti all’orienta-tendenze “Coachella festival” californiano, imperano a Ibiza come a Ostia e qualche coraggiosa li ha adottati pure nei capelli, con ciocche effetto rainbow.

Pare che la capigliatura estiva di quest’anno vada raccolta nelle fasce, impreziosita da fermagli con le scritte sbrilluccicanti (quello originale recita “Gucci”, ma le imitazione con l’inevitabile scritta “love” proliferano). Più sobri saranno sicuramente quelli e quelle che per le vacanze si dirigeranno ad Amorgos, località di tendenza 2019 individuata dai vacanzieri radical-chic che fino all’estate scorsa in Grecia presidiavano Patmos o AntiParos.

Molti milanesi si sono già piazzati nell’isola più lontana e difficile da raggiungere delle Cicladi, pronti a una fascinosa ma scomoda vacanza tra le sue rocce e ad autoflagellarsi affrontando sotto il sole i 267 gradini dell’ “arduo cammino della virtù” che conduce al suggestivo monastero Khozoviotissa, dove i comprensivi monaci accolgono gli esausti turisti con un bicchierino confortante. Lì, come alle Eolie, per essere organici la parola magica è “paglia” da declinare in versione cappelli o borse. Le scarpe trendy sono unicamente le “maiorchine” una volta di nicchia ora decisamente mainstream: nate a Maiorca e migrate un po’ ovunque, pure sulle bancarelle, sono rasoterra, in pelle e filo cerato, spuntate davanti. Unica alternativa concessa: le sneaker bianche, declinabili anche al maschile, che fanno molto Wimbledon. 

Fin qui il look. Ma i tormentoni modaioli dettano legge anche nel cibo e nei drink: pare che lo spritz Hugo a base di prosecco, sciroppo di fiori di sambuco o melissa, seltz e foglie di menta abbia ridimensionato mojito e Moscow mule, mentre cibarsi con le solite insalatone quest’estate sarebbe immensamente triste e retrò. Il “must eat” ora è  il “poke hawaiano”, piatto povero e proteico dei pescatori dell’isola, poi adottato dai surfisti e quindi dai locali californiani, a Ibiza e anche a Milano, dove cominciano a proliferare le “pokerie”: a base di riso, pesce crudo, verdure e salse, chiamato anche “sushi poke”, si presta a varie interpretazioni, mango e avocado compreso. Per chi non tralascia i dettagli, in perfetta sintonia con il nuovo gonfiabile cult.

Se il nostro smartphone non ha più segreti riguardo ciò che può fare e, si sospetta molto presto, nemmeno più limiti, qualche problema riguardo la loro presenza nella nostra vita di tutti i giorni, resta. Lo utilizziamo mentre camminiamo per strada, ci stiamo abituando a guardare il mondo attraverso le sue lenti, ai concerti le torce hanno sostituito gli accendini e riusciamo a farne un utilizzo smodato perfino quando siamo alla guida. Ma come ci dobbiamo comportiamo in spiaggia con il telefono sempre a portata di mano?

Samsung ha deciso in questo senso di intervenire, costituendo, dopo un accurato studio, quello che ha chiamato “Galateophone”, ovvero una serie di semplici regole legate all’utilizzo degli smartphone durante la stagione estiva. Non leggi, consigli, una modalità diversa, più rilassata, di approcciarci a quella che è considerata a tutti gli effetti la nostra personalissima scatola nera, affinché la convivenza tra spiaggia e tecnologia sia del tutto pacifica.

 Il Trend Radar di Samsung ha condotto una ricerca con metodologia WOA (Web Opinion Analysis) su 1.500 giovani compresi tra i 25 e i 35 anni, in una parola i famigerati millenials. Lo smartphone si conferma in assoluto il compagno di viaggio preferito in vacanza (88%), l’oggetto da portare sempre con sé in spiaggia, seguito dal tablet (55%) e dall’e-Reader (44%). I giovani lo portano con sè per restare informati su cosa succede nel mondo (85%), per l’aiuto che può dare durante il viaggio (71%), per scattare foto e video (65%) e per restare in contatto con i familiari (59%).

Le app più cliccate tra un bagno e un altro comunque restano quelle dei social network (85%), ma naturalmente c’è chi lo usa per fare telefonate (77%) e chi per ascoltare la musica (58%). Sempre secondo lo studio, un millennial su tre lo utilizza tra le 5 e le 6 ore al giorno, il 25% arriva addirittura fino a 8 ore. E in vacanza? Sicuramente in maniera diversa che a casa: il 49% infatti dichiara di limitarne l’uso. È più la voglia, rispondono gli intervistati, di godersi le vacanze staccando dal resto del mondo (68%), oppure perché hanno paura di rovinarlo al sole (61%), ma non manca un 51% che cerca di non esagerare per non disturbare gli altri e un 47% che evita di portarlo con sé per paura di dimenticarlo in giro.

Limitarne l’uso, di fatto, significherebbe spegnerlo in spiaggia (41%), lasciarlo a casa quando si è fuori (28%), metterlo in modalità aerea (19%) oppure togliere la connessione internet (12%); ma come possiamo notare le percentuali che riguardano opzioni che comportano l’accantonare l’oggetto per qualche ora si abbassano notevolmente. È a questo punto della storia, una volta preso atto che le nostre cattive abitudini sono diventate ormai una regola, che va composto un Galateo, dare delle coordinate precise affinché ciò che sta diventando sempre più naturale, ovvero una forte dipendenza dagli smartphone, lo sia sempre meno, perlomeno in spiaggia durante l’estate.

Ecco allora arrivare il Galateophone con le sue prime cinque semplici regole:

1 – No alla suoneria alta che infastidisce i vicini di ombrellone, stop agli sms continui e agli squilli: la parola chiave in spiaggia è “silenzioso”;

2 – Stop al vivavoce, esistono gli auricolari, amatissimi dai millennials, che li definiscono l’accessorio più utilizzato proprio al mare (84%);

3 – No a video e musica a tutto volume, canzoni in spiaggia sì, ma solo al tramonto, meglio se con speaker di ultima generazione, altro accessorio amatissimo da un millennial su tre;

4 – Stop gli occhi fissi sul telefono: il paesaggio merita di essere contemplato, per rilassarsi, pensare e, perché no, magari sognare un po’. Ma soprattutto per imprimere le immagini delle vacanze nella propria mente!

5 – Privacy is the key: stop alle videochiamate con il rischio di filmare inavvertitamente il vicino di ombrellone.

Niente di eccezionale in effetti, norme di comportamento che non avrebbero bisogno di essere raccolte e diffuse, ma delle quali, a quanto pare, abbiamo forte necessità. Il Trend Radar di Samsung ha anche analizzato nel dettaglio in che modo i giovani utilizzano lo smartphone in spiaggia. L’89% degli intervistati per scattare foto e video, meglio se sul bagnasciuga (34%), sdraiati sul lettino (29%), sotto l’ombrellone (25%), e anche in acqua (12%).

Il 54% scatta selfie, Il 68% chatta con gli amici, il 61% cerca eventi e ristoranti da provare in vacanza, il 57% ascolta musica e il 53% controlla le mail. Il timore maggiore è che il nostro smartphone si bagni (73%), ma anche che la batteria si scarichi più velocemente (68%) o si surriscaldi (56%), oppure semplicemente di perderlo (51%) o ancora di rovinarlo con la sabbia (47%).

Per il 68% del campione, le più ossessionate dallo smartphone in spiaggia sarebbero le donne contro il 38% degli uomini. “E’ giusto limitare l’uso dello smartphone per una civile convivenza sotto l’ombrellone – commenta la psicologa psicoanalista Raffaella Conconi, coordinatrice del Servizio Tutela Minori di Lecco e provincia –  soprattutto in contesti già sociali come quello della spiaggia, in cui l’uso eccessivo del telefono può limitare i rapporti umani. Non dimentichiamo, inoltre, che il viso incollato sullo schermo o la telefonata in viva voce sono fastidiosi non solo per il vicino di ombrellone, ma anche per chi è in vacanza con noi. Abituiamoci, insomma, all’idea di non avere lo smartphone sempre sott’occhio. Cerchiamo di fare attività variegate, dalla lettura di un libro a una bella passeggiata”.

“Vorrei che il 29 giugno, alla parata del Milano Pride partecipassero in tanti, omosessuali e eterosessuali, perché quest’anno è più importante che mai mandare un messaggio forte contro l’omofobia ma anche contro la xenofobia. La parata rappresenta un simbolo di apertura verso il resto del mondo”. Costantino della Gherardesca, che non si è mai perso un Pride, fa un grande tifo anche se stavolta, per questioni di lavoro, alla parata non potrà esserci: sta preparando la seconda stagione del quiz itinerante di Raidue “Apri e vinci”, il nuovo format per Instagram tv “Un marito per Costa” e sta anche dando gli ultimi ritocchi al suo nuovo libro “La religione del lusso” in uscita in autunno per Rizzoli Lizard. 

Il suo apporto in prima persona alla settimana milanese del Gay Pride, chiarisce all’AGI, è rappresentato dalla replica speciale il 27 giugno, al PAC, il Padiglione d’arte contemporanea milanese, di “The boys in the band (festa per il compleanno del caro amico Harold)” pietra miliare del teatro Lgbt, la prima a tematica gay per il grande pubblico che, scritta dal drammaturgo americano Marc Crowley ha debuttato a New York nel ’68, rimanendo in scena per 1001 repliche.

La versione diretta da Giorgio Bozzo che il conduttore-scrittore (“ho cominciato la mia carriera scrivendo di musica ma non riuscivo neanche a pagarmi l’affitto, per questo mi sono dato alla tv”, scherza ma non troppo)  ha adattato e tradotto, dopo il debutto milanese della tourné a metà giugno, torna a grande richiesta del PAC, che lo ha voluto nell’ambito delle sue iniziative per la Pride week, insieme alla mostra di Anna Maria Maiolino “O amor se faz revolucionàrio”. 

“E un’artista italo-brasiliana che combatte per i diritti civili, contro la censura e la la dittatura. Evidentemente hanno riscontrato una sintonia tra le sue istanze e quelle del movimento Lgbt”, spiega il conduttore-scrittore.   

Sono passati 51 anni dal debutto della pièce e 50 dai moti di Stonewall che segnarono la nascita del movimento di liberazione gay, “The boys in the band” è ancora così attuale?

“Molto attuale, tant’è che  ha ispirato anche un film Netflix, che uscirà all’ inizio del 2020. E’ un testo molto forte e anche cattivo. L’ho scritto con la mia cifra divertita e feroce, gli amici omosessuali protagonisti della commedia sono pieni di nevrosi e, in lotta per farsi accettare, si massacrano. E’ quanto mai contemporaneo, soprattutto nel periodo del Pride, perché la battaglia per i diritti civili è ancora lunga”. 

Lei non ha mai avuto problemi a dichiarare la sua omosessualità, anche il suo coming out è stato così naturale?

 “Non ho avuto grandi problemi perché negli anni clou dell’adolescenza ho avuto la fortuna di vivere in Inghilterra. Era anche il periodo del grande terrore per l’Aids, ma io sono stato molto aiutato dal mio gruppo di amici, e poi avevo già un carattere molto forte, allora. Però oggi purtroppo in Italia ci sono ancora tanti ragazzi fragili che vivono con grande sofferenza il loro scoprirsi gay o transgender. Non dovrebbe essere così, non dovrebbe essercene motivo oggi”.  

Sente spifferi di omofobia?

 “Gli italiani non sono tendenzialmente omofobi, ma oggi bisogna stare attenti alle derive, alle esternazioni violente amplificate dalla tv: i media non dovrebbero essere compiacenti, non dovrebbero porgere il megafono a personaggi pubblici omofobi. Per questo oggi è importante partecipare al Gay pride, con le piume come a Rio de Janeiro o in giacca e cravatta”. 

Le piume non convincono il sottosegretario alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora che ha appena ribadito l’utilità del Pride criticandone però gli eccessi.  

“Una volta la pensavo come lui, ma in questo momento storico sostengo invece che l’importante è esserci, a prescindere dal dress code. Se potessi andarci mi presenterei in maglietta, e con la protezione solare, visti i 40 gradi di una Milano molto inquinata”.  

Lei appartiene a una famiglia aristocratica fiorentina, è nato a Roma ma vive da tempo a Milano. Che ne pensa dell’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026 alla sua città d’adozione, in tandem con Cortina?  

“Sono molto felice. Le Olimpiadi sono un’occasione per far girare i soldi, e quando i soldi circolano va molto bene anche alla cultura”.  

Per la prossima stagione tv c’è molta attesa sulla sua conferma (o sulla sua sostituzione) a “Pechino Express” su Raidue. Si era parlato di un cambio della guardia, a favore di Simona Ventura, che ha già preso il suo posto a The Voice… 

Per saperne qualcosa bisogna aspettare la presentazione dei palinsesti Rai, il 9 luglio. Però non ho sofferto per “The Voice”, l’ho condotto per una sola edizione, non lo considero un programma mio come “Pechino Express”, e l’ho visto anche poco perché lavoravo. Comunque mi è piaciuto il cast. Intanto sono felice però di iniziare a girare in questa settimana, al Sud, la nuova edizione di “Apri e vinci”, il quiz itinerante nelle case degli italiani, in onda nel pomeriggio di Raidue nella prossima stagione: è stata un’idea di Simona Ercolani che lo produce con la sua “Stand by me”, casa di produzione tutta italiana. Nella passata stagione, all’esordio ci saremmo accontentati anche di tre punti in meno di share, invece è andato benissimo”. 

Sta lavorando, per la prima volta, anche a un suo format su Instagram tv…

Si chiama  “Un marito per Costa” ed è già dotato di mail per gli aspiranti coniugi (unmaritopercosta@gmail.com) e della cosiddetta “Call to action” con appelli per trovarmi un partner a cura di Barbara d’Urso, Victoria Cabello, Monica Cirinnà e pure Elsa Fornero. Il format è una mia idea, lo spunto me l’ha dato una ricerca di mercato che anni fa mise in luce che il pubblico mi avrebbe voluto vedere in un dating. Ci sarà una giuria composta da tre miei amici, quindi feroci come me,  che non hanno mai lavorato in tv ma sono molto televisivi. Sono due donne e un uomo e  proporranno, litigando tra loro e difendendo le loro scelte come quelli di X Factor neanche si sognano, i loro candidati che ritengono ideali per me. Io li incontrerò senza mai averli visti prima. Sarà su Instagram nel prossimo autunno, in tre o sei puntate. 

Non le bastava la tv?

“Ho voglia di sperimentare. In tv ormai sono collaudato, mi bastano due riunioni per definire un programma, qui è tutto nuovo, me ne sono servite quaranta per capirci qualcosa”. 

Ma il taglio del programma è solo una trovata social-televisiva o cerca davvero marito? 

“Sono single da un anno e mezzo, un compagno mi manca e sento anche la pressione sociale. Oggi i gay sono un po’ come le donne degli anni Cinquanta, se non si sposano  vengono guardati male. Condivido le battaglie per i diritti civili,  ma mi sento distante dal matrimonio: un compagno  può essere un di più della mia vita, ma non credo che né gay né etero possano realizzarsi sposandosi, attraverso qualcun altro insomma”. 

Ora che ha perso 27 chili sarà pieno di aspiranti fidanzati.

Purtroppo ho ripreso dieci chili da quando ho smesso di fumare. Ma forse, sentimentalmente parlando, è meglio così. Il periodo della mia magrezza è stato quello in cui ho avuto meno successo con gli uomini. Forse percepivano la mia infelicità per l’astinenza dal cibo. Adesso però sono infelice per quella dal fumo. Ho deciso di dire basta al mio pacchetto e mezzo di sigarette giornaliero perché la mia ipocondria e la relativa paura dei danni da me l’hanno imposto. Ma soffro: organizzavo sempre le mie vacanze in posti con alberghi e ristoranti per fumatori. Ho  già una vacanza prepagata in Egitto e mi toccherà soffrire vedendo gli altri fumare”. 

Tornando alla tv, aspettando di sapere cosa ne sarà di lei a  Pechino Express, qual è il suo grande sogno proibito?

 “La conduzione del Festival di Sanremo in coppia con Barbara d’Urso, la musica passerebbe senz’altro in secondo piano. Mi sono appassionato da morire all’affaire Mark Caltagirone. Il “Pratiful” allestito dalla d’Urso è il miglior programma di intrattenimento dell’anno. Pura arte contemporanea”.

La prima, con il suo “n’ascella sì, n’ascella no” è stata Manuela Arcuri. In una scena cult di Viaggi di nozze, il film verdoniano del “famolo strano”, quando in auto con il suo  fidanzato e la coppia formata da Carlo Verdone e Claudia Gerini i quattro, annoiati dalla vita, si interrogano su cosa inventarsi di nuovo “per risulta’, pe’ esse’ veramente strani”, Arcuri tira su le braccia per mostrare la sua grande invenzione modaiola: un’ascella depilata e l’altra no, appunto.  

A 24 anni di distanza da quel film la questione ascellare femminile, intrisa di moda, femminismo e libero arbitrio si riaffaccia prepotentemente, rischiando di diventare uno dei temi caldi di quest’estate 2019 insieme alla procedura d’infrazione dell’Unione europea contro l’Italia. È bastata l’anteprima della copertina di luglio di Rolling Stone con la fascinosa pop star Halsey in canotta bianca aderente, braccia incrociate dietro il collo e ascelle con un’evidente ricrescita pilifera fieramente in vista, ad aprire l’inevitabile dibattito sui social.

Da una parte gli adoratori, capeggiati da colleghi come Benny Blanco e Demi Lovato (“Questa foto ha così tanti “sì” che non saprei nemmeno da dove cominciare”) dall’altra quelli che della cosiddetta “body positivity” se ne infischiano e hanno scritto carinerie come “visto che sei milionaria un po’ di ceretta te la potevi anche fare”. Il fatto è che, anche se agli uomini piacciono poco, i peli femminili esistono da sempre, più o meno prepotenti. E ora, in nome dell’autostima, del woman power, della moda e della liberazione da un modello sociale e da una schiavitù estetica anche parecchio dispendiosa, hanno cominciato ad infrangere il tabù, invadendo copertine e social, come ha appena raccontato anche un’inchiesta del Guardian dal titolo “La nuova rivoluzione femminista delle ascelle pelose: metà affermazione, metà ornamento”. 

La penetrazione nei social è cominciata con Laura Jackson, una studentessa della Exeter University, che ha cominciato a farsi crescere i peli a maggio del 2018, per una performance legata alla sua laurea in teatro, scoprendosi in fretta liberata. Da qui la campagna “Januhairy” che incoraggiava le donne a farsi crescere i peli per il mese di gennaio. Motivo? “Accettare che le donne hanno i peli sul corpo è ancora difficile”, ha scritto Jackson sulla pagina Facebook della campagna, “vengono mostrate sui media sempre con le gambe belle lisce e le ascelle curate. È come se la società vedesse i nostri peli come poco attraenti e di cattivo gusto”, ha spiegato chiarendo che la ricrescita selvaggia la faceva sentire più sicura di se stessa. Ha funzionato, visto che la pagina Instagram #janhuairy è stata gettonata ben oltre gennaio 2019 e oggi ha oltre cinquemila irsuti post (di ascelle, ma anche di coraggiosi polpacci che non vedono un’estetista da mesi), così come spopola quella di #hairyarmpit (ascelle pelose).

Nonostante commenti maschili poco entusiasti, come quelli di certi haters che sui social paragonano al peloso Chewbacca di “Guerre stellari” le nemiche di ceretta e rasoio, l’ascella in libertà si sta facendo apprezzare in campo femminile, dalle comuni mortali alle celebrities, come Lourdes Maria Ciccone, Bella Thorne, Miley Cyrus e Paris Jackson. Tutte fieramente noncuranti dei peli in mostra, a differenza di Julia Roberts che nel programma televisivo “Busy Tonight” ha recentemente ridimensionato il messaggio politico delle sue ascelle rigogliose mostrate alla première di “Notting Hill” nel lontano 1999, mentre salutava il pubblico. Non era stata una pioniera: “È stato un passo falso. Probabilmente non avevo calcolato né la lunghezza della manica né quanto ampi fossero i miei saluti. Non era né un messaggio femminista né tanto meno un gesto dietro il quale si nascondeva un preciso significato”. 

Un atto di libertà anche quello in fondo, se non fosse stato archiviato come “passo falso”. Perché la nuova ondata pilifera rientra più in una libertà di scelta che in un discorso del tutto femminista, quello che negli anni Settanta aveva diviso il movimento, da una parte quelle che rivendicavano il messaggio politico  dell’ostentazione del polpaccio da calciatore, dall’altra quelle che consideravano la battaglia secondaria e pure un po’ dannosa rispetto a quella più decisiva  sul ruolo e sui diritti della donna nella società.

Oggi, è vero, c’è chi vede l’imperativo categorico della depilazione perfetta come un tentativo neanche tanto nascosto di negare la donna adulta e pensante a favore di quella che somiglia a una docile ragazzina in età prepuberale, tant’è i peli femminili non vengono mai mostrati in pubblicità, eccezion fatta  il marchio americano di rasoi femminili “Billie” che ha lanciato una campagna in cui invita le donne a postare le loro foto prerasatura e denunciato la cosiddetta “pink tax” cioè il fatto che i prodotti per l’estetica femminile costino di più.

Ma c’è anche chi del dibattito se ne frega, e affronta con un approccio modaiolo la battaglia per la liberazione pilifera: le donne che scelgono di non depilarsi le ascelle, lontanissime dalla sciatteria, sui social ostentano sopracciglia pinzette, capelli parrucchierati e trucco perfetto. E c’è anche chi le ascelle se le tinge, magari con i colori dell’arcobaleno, con un “famolo strano” che sarebbe piaciuto a Verdone e Arcuri. Quando la hair stylist Caitlin Ford ha postato su Instagram una foto delle ascelle unicorno di una sua cliente, che se le era tinte per il Pride di St. Louis, in tante le sono  andate dietro, con un trend che spopola su Instagram, Twitter, Facebook e YouTube dove c’è anche un imperdibile tutorial su come dipingersi i peli delle ascelle.    

Adesso c’è da vedere se gli uomini si abitueranno a tanta rivoluzione estetico-sociale, sebbene a casa nostra, per quanto riguarda star e attricette varie, siamo fermi alla Arcuri cinematografica e alla Sophia Loren degli anni Cinquanta che sfoggiava ascelle incolte quando il diktat della depilazione non si era ancora affermato. Il solito Vittorio Feltri intanto si è già espresso, nel suo solito modo, spiegando di preferire “una fidanzata pulita come il palmo di una mano, ossia senza cespugli ascellari” e chiarendo invece  che “il pube privo di lanugine mi fa ribrezzo”. Ma questa è tutta un’altra storia, che si nutre di cerette alla brasiliana e alla francese. Intanto c’è da registrare l’uscita del rapper Emis Killa che si è appena agganciato al dibattito su “peli sì, peli no” addentrandosi nell’ambito olfattivo. “A una donna non dovrebbero mai puzzare le ascelle, neanche se fa la maratona di New York” ha scritto su Twitter, beccandosi una raffica di commenti sdegnati. Da uomini e da donne, che l’hanno obbligato a rimangiarsi l’affermazione: “Non dovrebbero puzzare neanche gli uomini” ha concesso, bontà sua, il rapper. 

I social hanno rivoluzionato la nostra vita sociale, lo sappiamo, anche la cucina, declinazione perfetta, in particolare Instagram, il più visivo tra i social, del successo dei cooking show, rei di aver trasformato un prodotto di nicchia, una nicchia evidentemente elitaria, in pura pop art mediatica. Naturalmente tra questi cibi ce ne sono alcuni che strizzano particolarmente l’occhio all’obiettivo e tra questi la rivista Quartz ha eletto i macaron come dolce più fotogenico del mondo.

Secondo Wikipedia Larousse Gastronomique cita i macarons come dolci creati nel 1791 in un convento vicino Cormery, ma fonti più antiche fanno risalire il dolce alla Venezia del XVI secolo e sarebbe giunto in Francia grazie a Caterina de’ Medici, la quale per un importante evento commissionò a un pasticcere italiano il dolce che portò con sé nel 1533, cioè quando sposò il Duca di Orleans Enrico II di Francia.

Nel 1830, i macaron venivano serviti due a due con l’aggiunta di marmellate, liquori e spezie. Il macaron moderno, come è noto oggi, è stato definito Gerbet o Paris macaron ed è stato creato all’inizio del XX secolo da Pierre Desfontaines della pasticceria francese Ladurée, ed è composto da due dischi di meringa alla mandorla riempiti con uno strato di crema al burro, marmellata o crema ganache.

Non solo un dolce dunque, ma la rappresentazione dolciaria di uno stile di vita, una delle pietanze simbolo del lusso. E che lusso, i macaron infatti, perlomeno quelli originali prodotti dalla Ladurèe e che hanno trasformato la Ladurèe in un colosso della pasticceria mondiale presente in 19 paesi nel mondo, per essere dei pasticcini (seppur ottimi) costano un bel po’: sul sito, dove è possibile anche ordinarli a domicilio, la confezione regalo di prestigio con 54 macarons arriva a costare 122 euro; la meno cara, con 6 macarons, 17.

Un business che ha catturato anche l’attenzione di due multinazionali del cibo come Starbucks e McDonald’s che offrono macarons a prezzi decisamente più popolari. Un dolce esaltato dal mondo della moda, tant’è che il rivale di Ladurèe, il pasticcere anche lui francese Pierre Hermé quando aprì la sua nuova attività incentrata su questo nuovo spettacolare pasticcino, lo fece con una sfilata di moda e furono le stesse modelle a tirare fuori i macarons per offrirli agli invitati; a quel punto Ladurèe rispose con un’intera campagna pubblicitaria dalle pagine di Vogue e French Elle.

Kirsten Dunst che ha interpretato forse la migliore “Maria Antonietta” della storia del cinema nel film diretto da Sofia Coppola nel 2006, a proposito dei macarons, consumati compulsivamente dal suo personaggio del film, a Entertainment Weekly dichiara “Sofia e io ci prendiamo a calci; avremmo dovuto investire in Ladurée dopo Maria Antonietta, perché quei negozi comparivano ovunque. Abbiamo reso ancora più famosi i macarons”, confermando un amore sconfinato nei confronti dei pasticcini colorati anche da parte del cinema.

Ma è su Instagram che il macaron la fa da padrone, mentre scriviamo, citato tramite hashtag in più di tre milioni di post dove si può ammirare nella sua miriade di versioni differenti.     

Con l’estate arriva il caldo, con il caldo si accende l’aria condizionata in appartamenti, negozi e uffici, in Giappone invece arriva il Cool Biz. Come scrive Il Foglio “qualche giorno fa, durante l’ultimo Consiglio dei ministri, il primo ministro giapponese Shinzo Abe e il resto del governo si sono presentati alla stampa in maniche di camicia – la camicia kariyushi, quella tradizionale di Okinawa”, ma il suo non è un atto di ribellione ai severi usi e costumi nipponici, ma semplicemente l’apertura della stagione, l’inaugurazione del piano per la protezione dell’ambiente adottata dal governo del primo ministro giapponese Junichiro Koizumi attraverso il Ministero dell’ambiente nel 2005, al fine di contrastare i cambiamenti ambientali mediante la promozione dell’informalità nell’abbigliamento durante l’estate.

Appunto, il Cool Biz, espressione che riporta ai termini “Cool”, che letteralmente si traduce con “fresco” ma è ormai diventato un neologismo anche italiano per riferirsi a qualcosa “alla moda”, e “Biz” riferito naturalmente al “Business”. Nuova stagione nuovo dress code, quindi abiti più leggeri in ufficio in modo tale da poter mantenere la temperatura dei condizionatori d’aria non più bassa dei 28 gradi suggeriti dal governo dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto.

Il governo giapponese ce l’ha messa tutta per convincere gli impiegati di tutto il paese a seguire il consiglio, ci ha provato anche con spot promozionali, canzoncine e un’intera campagna intitolata “Senza cravatta, senza giacca” (「ノーネクタイ・ノー上着), ma senza ottenere risultati ancora oggi accettabili, come prosegue Il Foglio infatti “gli uomini giapponesi continuano a sentire l’obbligo sociale di usare l’abito blu o nero e la cravatta anche con 40 gradi all’ombra, le donne completi simili, tutti uguali: colori pastello, capelli in ordine, giacca e camicetta coordinate, scarpe col tacco”.

Era andata decisamente meglio alla fine degli anni ’70, alla fine della crisi petrolifera, quando il governo Ōhira propose i cosiddetti “abiti a basso consumo di energia”, che nient’altro erano se non abiti con maniche più larghe. Eppure la misura, per quanto possa sembrare stravagante e non vada molto a genio a molti giapponesi che pur di salvare l’immagine sociale affrontano il caldo estivo con giacca e cravatta, secondo i dati offerti dal sito guidable.co, “più di 2.2 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio sono state evitate proprio grazie a questa iniziativa”.

L’ultima stella di Wall Street  una società che produce cibo vegetariano che imita per aspetto, consistenza e sapore la carne, venduto nei supermercati negli stessi banchi della carne. Analisti e investitori si sono convinti che fra la popolazione americana la scelta di diete vegetariane registrerà una fortissima crescita nei prossimi anni, di conseguenza si sono buttati a mani basse a comprare le azioni della prima società specializzata in questo business.

Si chiama Beyond Meat (letteralmente: oltre la carne), è sbarcata il 2 maggio sul listino del Nasdaq, e in poco più di un mese ha registrato un rialzo del 390%. Giovedì, in particolare, quando il fondatore e Ceo Ethan Brown ha annunciato i risultati del primo trimestre e soprattutto le ottime prospettive per l’intero 2019, superiori alle attese del mercato, il titolo è balzato del 20%.

La californiana Beyond Meat ha reso noto un obiettivo di ricavi per l’intero 2019 pari a 210 milioni di dollari, in crescita del 140% sul 2018.  Brown ha aggiunto che a fine anno Beyond Meat dovrebbe raggiungere il pareggio a livello di Ebitda (margine operativo lordo). Il primo trimestre si è chiuso con ricavi pari a 40,2 milioni di dollari, in crescita del 215%, e una perdita netta di 6,6 milioni.

Approdata in Borsa all’inizio di maggio dopo un’Ipo (Initial public offering) a 25 dollari, l’azione era già schizzata nel primo giorno di quotazione a 46 dollari per poi triplicare nei successivi tre giorni. Adesso è scambiata a 123,5 dollari. Con questi dati Beyond Meat si è già aggiudicata l’alloro di matricola con la migliore performance del 2019.

La capitalizzazione di Borsa ha raggiunto lo strabiliante valore di 5,9 miliardi di dollari, una cifra incredibile se rapportata al fatturato (28 volte). Numeri che rispecchiano la convinzione degli investitori che sempre più nella popolazione americana si radicheranno scelte alimentari che escludono la carne (vegetariani), che rifiutano qualsiasi alimento di origine animale, compresi latte, uova e formaggi (vegani), o di persone che a casa loro non mangiano carne me se la trovano nel piatto a cena da amici o al ristorante non la rifiutano (flexitariani).

Da notare che fra i felici finanziatori iniziali dell’impresa di Ethan Brown compare anche Bill Gates. Ken Goldman e James Allen, due analisti di JP Morgan, hanno scritto il 28 maggio scorso un report in cui affermano che nei prossimi 15 anni le vendite di “carne vegetale” potranno superare i 100 miliardi di dollari, e se così fosse, affermano, il fatturato di Beyond Meat potrebbe arrivare a 15 miliardi di dollari. Ma il loro entusiasmo è già stato scavalcato dalla realtà, visto che il loro report si concludeva con un target price di 97 dollari, ormai superato dalle quotazioni ufficiali.

Kevin Grundy, analista di Jefferies, dice che Beyond Meat potrebbe salire di un altro 30% se dovesse andare in porto una partnership con Mc Donald’s, di cui si vocifera negli ambienti finanziari. L’accordo con il gigante del fast food sarebbe la mossa che potrebbe mettere Beyond Meat al riparo dai rischi della concorrenza.

Per ora a fare hamburger e salsicce a base di piselli, riso, olio di cocco, fagioli, amido di patate, estratto di mela, lecitina di girasole, olio di canola e altri vegetali (niente soia e niente glutine) sono principalmente in due: Beyond Meat e Impossible Foods. Ma le cose cambieranno dopo che arriveranno sul mercato le polpette e le bistecche vegetali annunciate dal colosso Nestlé. Inoltre si sa che i grandi nomi del fast-food americano come Burger King, Kfc e Del Taco si stanno attrezzando per non restare indietro rispetto alla crescente richiesta di cibo vegetariano.

Per non parlare di Tyson Foods, colosso americano da 48 miliardi di dollari di fatturato, secondo produttore al mondo di carne di pollo, manzo e maiale, che ha accompagnato come finanziatore lo sviluppo di Beyond Meats, ma ha deciso di vendere la sua quota poco prima dell’Ipo per essere libera di fare concorrenza con una sua linea di prodotti vegetariani.

Fino al 2016 Vito Perrone e Lorenzo Ciglioni lavoravano per Expedia, poi l’intuizione vincente: creare una startup per aiutare i brand di moda a vendere di più e meglio sui principali marketplace online. È così che nasce Yocabè, con l’obiettivo in pratica di diventare per la moda quello che Venere.com è stato per il turismo.

Sarà poi l’ingresso in Pi Campus, la mini Silicon Valley romana, ad aiutare i tre  a definire meglio il loro business. Oggi Yocabè sta rivoluzionando il mondo della distribuzione del fashion online e ha appena chiuso un round di finanziamento da 600.000 euro. Nel settore del fashion i grandi marketplace come Amazon, Zalando, Privalia, La Redoute, Otto, eBay producono tra il 50% e il 70% del totale delle vendite e i loro clienti sono sempre più fedeli, portando ad una continua erosione di share dai retailer tradizionali offline.

Insomma, per i marchi del fashion non è più un’opzione vendere online, è una necessità. E possono farlo perseguendo due strade: vendere al retailer online, oppure vendere ai clienti dei retailer online. La prima opzione è molto più simile come modello alla tradizionale vendita all’ingrosso e sta diventando sempre più costosa per i brand a causa di margini sempre meno vantaggiosi e policy di prezzo che rischiano di generare attrito con la vendita tradizionale.

La startup ha creato la piattaforma tecnologica e l’infrastruttura necessarie a valorizzare l’immagine del brand e dei suoi prodotti sui retailer online, per gestire l’allocazione dell’inventario e la distribuzione globale e per definire i margini e i volumi di vendita nel rispetto delle policy dei brand. Sono già tante le aziende che collaborano con Yocabè per vendere online: Diadora, Carrera Jeans, Refrigiwear, Invicta, Meltin’Pot e molti altri più o meno noti, ma che rappresentano eccellenze italiane nel loro settore di riferimento.

La società opera sui marketplace di tutta Europa, ma anche di Usa, Canada e Messico, crescendo del 100% anno su anno. Fino ad oggi ha gestito oltre 130.000 ordini, chiudendo il 2018 con un transato di quasi 3 milioni di euro e con l’obiettivo di arrivare a 30 milioni entro la fine del 2021. Nei prossimi mesi, Yocabè avrà oltre 30 negozi sui principali marketplace delle cinque principali nazioni europee e, a seguire, sui principali marketplace del Nord America. Dal 2020 invece inizierà l’espansione in Asia e Medio Oriente.

Ogni anno, in Italia, aprono quasi 10 mila nuovi locali. Secondo i dati Unioncamere del 2016 si tratta di piadinerie, caffè, pizzerie, ristoranti, bistrò, osterie: l’ospitalità nel nostro Paese ha assunto forme varie, mutuando dall’etnico al tradizionale per adattarsi a qualunque disponibilità economica, perché i 12 milioni di italiani che mangiano fuori casa spendono, secondo la Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe), circa 76 miliardi di euro ogni anno. Sempre secondo i dati Unioncamere, però, circa la metà di questi nuovi locali supera il terzo anno di vita. Ed è per dare un impulso a quelle nuove aperture (o cambi di gestione) di qualità che è nato il premio The Fork, che ogni anno va a caccia dei migliori esordi per segnalarli.

Il premio, consegnato durante un galà nel ristorante romano di Antonello Colonna, funziona così: 71 top chef, quali Berton, Bottura, Cannavacciuolo, Cracco, Oldani selezionano le novità più interessanti dell’attuale panorama gastronomico che il pubblico ha poi votato, giungendo così a una Top 10  che mette d’accordo critica, stelle della cucina e voto popolare. La Top 10 evidenzia anche i trend gastronomici dell’estate 2019 ovvero convivialità e ricerca, attenzione ai lievitati, cucina della memoria, ecosostenibilità, cibo come ponte tra culture e multisensorialità.

il ristorante più votato dell’edizione 2019 è il milanese L’Alchimia (Milano) voluto da Alberto Tasinato. Due locali distinti e un unico ingresso, a sinistra il Lounge Bar e a destra il ristorante aperto tutti i giorni sia a pranzo sia a cena. La cucina proposta dallo chef Davide Puleio punta a una creatività che risulti comprensibile a tutti, ma al tempo stesso intrigante e contemporanea. L’Alchimia è stato proposto dagli Chef Andrea Berton e Antonino Cannavacciuolo e rientra nella tendenza a luoghi che mettono al centro un nuovo concetto di convivialità.

  • Salvo (Napoli): consigliato dallo chef Pietro Leemann, è una nuova pizzeria della  Riviera di Chiaia, uno dei quartieri storici più amati di Napoli, aperta da Francesco e Salvatore Salvo. Forti del successo del loro locale a San Giorgio a Cremano, i due fratelli hanno portato nel cuore della città partenopea la loro proposta fatta di pizze classiche, montanare, pizze moderne, ripieni e percorsi degustazione. La qualità degli ingredienti scelti, l’attenzione a farine e lievitazione, la tecnica acquisita grazie a una lunga tradizione di famiglia sono i tratti distintivi di questo nuovo indirizzo per la pizza a Napoli. L’attenzione ai lievitati è il leitmotiv di questo ristorante.
  • Rimessa Roscioli (Roma): un’istituzione che dal 2018 ha subito una trasformazione, che non è passata inosservata anche agli occhi di Roy Caceres, chef di Metamorfosi che lo ha consigliato. Cucina a vista, tavoli sociali, bancone in stile giapponese dove si può mangiare e bere scegliendo da una carta ricca di proposte enologiche e gastronomiche che vengono direttamente dalla dispensa Roscioli. Convivialità e ricerca sono le parole d’ordine di questo ristorante.
  • Seu Pizza Illuminati (Roma): consigliato dallo chef Gianfranco Pascucci, a Porta Portese è un nuovo progetto firmato fa Pier Daniele Seu. Forte del successo riscontrato nello spazio del Mercato Centrale, e col supporto della compagna Valeria Zuppardo e dell’amico Gabriele Bonci, Pier Daniele ha finalmente uno spazio dove dare vita al suo ideale di pizza “illuminata”: una pizza alta con cornicioni vaporosi e ampie alveolature con topping sia “old school” sia creativi.  Anche qui tornano la ricerca e l’importanza data alle lievitazioni.
  • Pianoalto Cucina e Terrazza (Roma): consigliato dallo chef Francesco Apreda è il nuovo progetto gastronomico targato dal quartetto femminile di Pianostrada. Un cocktail bar con una terrazza mozzafiato che si affaccia su Roma in uno dei suoi quartieri più suggestivi, Testaccio. L’arredamento ha un tocco retrò e non mancano fiori e piante ad animare lo spazio disposto su due piani. Focacce, panini, piatti che entrano nella definizione del comfort food e proposte più innovative si abbinano a cocktail interessanti e una buona scelta di vini.
  • Luciano, Cucina Italiana (Roma): consigliato dallo chef Antonello Colonna, è un Ristorante – pastificio nel centro di Roma situato a Campo de’ Fiori. Lo Chef Luciano Monosilio propone una cucina italiana conviviale e autentica con grande attenzione alle materie prime. Luciano Monosilio è stato per anni associato alla sua Carbonara inserita nel menu del ristorante Pipero. Ora, alle redini della sua realtà imprenditoriale, punta sulla pasta e suoi sapori tradizionali, familiari. Quindi grande spazio ai primi con i classici della romanità, ma largo anche alle paste contemporanee come i “Rigatoni con salsiccia, broccoletti e spuma di pecorino”, e poi le “Polpette di bollito”, il “Vitello tonnato”, il “Galletto Arrosto” e il “Babà con la crema”. La cucina della memoria si mescola con la ricerca.
  • Zia (Roma): Trastevere è un quartiere storicamente vocato alla ristorazione turistica, con alcune piccole “oasi” gastronomiche di alto livello. Tra queste c’è Zia Restaurant. Consigliato da Anthony Genovese (chef de “Il Pagliaccio”), Zia è il locale dal design moderno ed essenziale, di Antonio Ziantoni, già allievo dello stesso Genovese. Il menù propone una cucina moderna dove ingredienti e tecniche di cottura tradizionali si sposano alla perfezione a idee innovative e divertenti.
  • Badalì Osteria (Firenze): consigliato da Maria Probst e Cristian Santandrea, si trova appena fuori dai circuiti turistici, lontano dalla cultura massificata e dalle cucine d’élite. La sua proposta affonda “nella terra” la creazione dei piatti, enfatizzando le materie prime trattate. Guardando al passato, tralasciando la ricerca dell’innovazione a tutti i costi, propone un’esperienza nella memoria gastronomica collettiva, attraverso l’uso di ingredienti esclusivamente stagionali, con il minimo impatto sull’ambiente. Menzione d’onore per la brace a legna, che ogni giorno cuoce bistecca alla fiorentina e molto altro.
  • Sestogusto (Torino): il sesto gusto, secondo i ricercatori, è la sensibilità della bocca al sapore dei carboidrati, che ci fa provare un grande amore per la pizza, il pane e tutti gli impasti a base di grano. Lo stesso amore che ci spinge a esplorare combinazioni nuove partendo dai cibi più genuini, attraverso le specialità delle regioni d’Italia e del mondo. Massimiliano Prete da anni sperimenta i modi migliori di combinare la grande tradizione della pizza e la precisione della pasticceria, testando sempre nuovi impasti e combinazioni. Una scommessa vinta se il ristorante è consigliato anche dallo chef Ugo Alciati.
  • Condividere (Torino): consigliato dallo chef Moreno Cedroni, Condividere esalta la dimensione umana tipica della convivialità mediterranea: mangiare insieme intorno allo stesso tavolo, nelle domeniche in famiglia. ll progetto ha l’obiettivo di combinare l’eccellenza gastronomica all’allegria che caratterizza lo stare a tavola tutto italiano. Il menù è il risultato di un lungo percorso che parte dagli albori della cucina italiana e mediterranea. Lo studio e la ricerca hanno guidato lo chef Federico Zanasi, con la guida di Ferran Adrià, lungo sentieri meno battuti, con l’obiettivo di creare un’esperienza autentica, comprensibile e proiettata al futuro.

Roma piange il dio del tennis, uscito di scena, con un forfait che ha raggelato i suoi fan più del gelo artico degli ultimi giorni romani, quando tutti aspettavano come una manna dal cielo il suo match contro Tsitsipas e già speravano di vederlo in semifinale, e poi in finale e domenica, chissà, trionfare del torneo romano che non ha mai vinto in vita sua. L’illusione però è durata una sola giornata, quella di giovedì 16 maggio, quando per celebrare il ritorno del divino al Foro, orfano dei suoi divini colpi da tre anni, si erano viste scene da delirio collettivo. 

“Roger Forever”. Lo striscione inquadrato sui grandi schermi che sovrastano il Centrale quando Sua Maestà il tennis ha fatto il suo ingresso in campo contro il brasiliano Joao Sousa sintetizzava il sentimento che alberga nell’animo dei suoi sudditi adoranti.

Più di Springsteen

Il campione svizzero ad agosto soffierà su 38 candeline, il suo tempo fatalmente stringe, i suoi adoratori lo vorrebbero in campo per sempre e intanto hanno reso omaggio al suo ritorno a Roma, dopo tre anni di assenza, con un tifo che più adorante non si può. 

Fatto di “ole” che si alzano ad ogni drop-shot e ad ogni vincente, cartelli che recitano semplicemente “Roger” (in fondo basta la parola), “Federer sei un mito”,  cappellini con il logo cult R.F.,  urla, piedi battuti forsennatamente sugli spalti del Grandstand, quando in serata, il dio Federer, dopo aver battuto Sousa sul Centrale, è uscito vittorioso anche da un match al cardiopalma contro Borna Coric, annullando due match ball al tie break del terzo, con la folla in delirio che si è poi accalcata per fotografarlo fuori dal campo, come se fosse Bruce Springsteen all’uscita da un concerto.

C’è pure chi aveva appositamente prolungato le ferie, come nel caso di Piero e Rossella, impiegati torinesi quarantenni che, raccontano all’AGI, si erano presi una giornata libera dal lavoro mercoledì, ma anziché farsi rimborsare il biglietto per il match bloccato dalla pioggia, hanno telefonato ai loro uffici, riuscendo a strappare un’altra giornata libera da dedicare al dio del tennis.

Ci sono stati anche momenti di tensione, poco prima dell’ingresso in campo di Roger: un gruppone di spettatori  che per via del complicato incastro tra match rinviati e ordinari, biglietti e ingressi di questo supergiovedì di recupero, sarebbe potuto entrare sul Centrale soltanto dopo le 13,(dal match successivo a quello di Federer, quello relativo alle partite degli ottavi di finali) a forza di grida (con tanto di “ladri-ladri”) che disturbavano la fine dell’incontro precedente, quello tra la Osaka e la Cibulkova,  sono riusciti a prendere posto sugli spalti. 

Entra lui, si sente lei

Alle 12, quando  il re del tennis è entrato in campo con la sua t-shirt verde acqua e il passo elegante, il primo grido “Roger ti amoooo”  (a cui ha fatto da contorno un’altra voce femminile che ha urlato “Pure iooooo”) è arrivato da una bella ragazza con i lunghi capelli castani sormontati dal cappellino rosso targato R.F., che sventolava una maglietta bianca dove con le sue mani aveva dipinto sul davanti la scritta “Born to love Roger” e dietro “Kiss me Roger”.

La sua, racconta all’AGI Lucrezia Rinaldi, 18 anni, da Senigallia, detta “Rogerina”, è la storia di un amore incondizionato per il campione.

È arrivata a Roma “da sola” a inizio torneo, con la benedizione dei comprensivi genitori e dei professori del suo liceo (studia Scienze Umane) che ormai si sono arresi alla sua passione.

Ha comprato in fretta i biglietti quando ha saputo che Roger aveva deciso di venire a giocare a Roma: “Quando me lo hanno detto ho pianto di commozione” racconta, mostrando il video di lei in lacrime: “L’ho postato sul gruppo Instagram “Chiamarsi Roger “ e ha totalizzato, finora, 30 mila visualizzazioni”. Ovviamente i gruppi federeriani sui social li frequenta tutti, da “Roger Federer Army” a “Roger Federer Italia” e, racconta, ne ha anche creato uno suo “My Roger’s Life”.

La sua passione, racconta, è nata da una folgorazione televisiva, che l’ha poi avvicinata anche al tennis giocato (è una terza categoria): “Avevo 5 anni, l’ho visto giocare in tv e me ne sono innamorata. E da allora non ho mai perso una sua partita, andrò anche a Basilea. Adesso metto la sveglia di notte quando il fuso orario dei suoi tornei lo impone e salto la scuola quando gioca al mattino”.

Il primo selfie non si scorda mai

Il suo, chiarisce è però un amore platonico: “amo il suo gioco, la sua eleganza, il suo modo di comportarsi e di affrontare la vita.  E non sono gelosa della sua Mirka, credo che sia una brava persona che lo fa stare bene”.

Oggi però, racconta, “è il loro anniversario”: sono passati esattamente quattro anni da quando è riuscita a scattarsi un selfie con lui, aspettandolo per sei ore davanti al suo hotel romano.

La sua, ammette ridendo, è una passione quasi borderline con lo stalking. In questi giorni sta dormendo da una sua amica a Pomezia, un po’ fuori Roma e nella giornata romana di Federer è svegliata alle 5 per essere al Foro Italico alle 7 e 30 e aspettare l’allenamento di Federer con Cilic.

“Non ci hanno permesso di vederlo, era a porte chiuse, però all’ingresso giocatori sono riuscita a dargli una lettera, che ho scritto prima di partire.  Ci mostra l’incipit in italiano (“è una lingua più dolce, spero che qualcuno nel suo team gliela traduca”).

Recita: “Martedì alle 7,30 prenderò il treno con una piccola valigia, mille pensieri, senza nessuno ma solo con un sogno nel cuore: te”.

Lucrezia era decisa a non schiodare da Roma finché Roger non fosse uscito dal torneo. E’ pronta a farsi la tatuare la sua data di nascita sul braccio sinistro e, con i soldi che sta mettendo da parte lavorando nella pizzeria di sua zia, “comprerò una stella del cielo e le darò il suo nome”.

Il fatale ritiro del suo idolo non vuole neanche ipotizzarlo ancora: “Mi si spezza il cuore solo a pensarci. Già sto male quando perde, non esco la sera, non parlo per giorni”. Arrivata da sola a Roma, Lucrezia che ha stretto nervosamente la sua maglietta adorante tra le mani fino al quinto vincente match point di Federer e si è alzata in piedi quando il numero tre del mondo ha chiuso il match per 6/4-6/3, ha trovato qui altri ammalati di morbo federeriano.

Accanto a lei erano seduti Davide e Bianca, 30 anni originari di Bergamo che ora vivono a Roma. Lui, racconta, ha trasmesso alla fidanzata la sua passione, sono andati spesso a vedere il campione anche a Basilea.

Hanno conosciuto Lucrezia “Rogerina” davanti all’hotel de Russie dove il campione alloggia a Roma, hanno sostato lì per ore ad aspettarlo. Bianca e Davide hanno anche cercato di prenotare un tavolo alla Taverna Trilussa, dove, sapevano che il campione, appassionato di quel ristorante, avrebbe cenato.

“Non ci siamo riusciti, ma dopo l’incontro serale di Fognini siamo andati davanti al ristorante ad aspettarlo. Dovremo stare attenti a non esagerare sennò ci prenderanno davvero per stalker”, ride. 

 

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