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Nella conferenza stampa al G7 con il collega francese, Emmanuel Macron, il presidente Usa, Donald Trump, ha elogiato la premiere dame, Brigitte. “E’ stata spettacolare, ha trascorso bellissime ore con Melania”. La first lady statunitense è stata intrattenuta e coccolata da Brigitte Macron, in una ‘guerra’ di eleganza combattuta a colpi di sorrisi, baci e capi firmati.

Brigitte Macron accoglie Melania Trump sulla spiaggia di Biarritz

Se la giornata mondiale del cane si celebra il 26 agosto è perché proprio in quella data la famiglia Page, molti anni fa, adottava il piccolo Sheltie. Colleen Page ai tempi aveva solo 10 anni ma quello con quel cane, e poi di conseguenza crescendo con tutti i cani del mondo, è un amore che non finirà mai fino a portarla a diventare una degli avvocati di maggior prestigio per quanto riguarda i diritti degli animali.

Un valido modo non solo per festeggiare, omaggiare, gli amici a quattro zampe, sarebbe quello di metterseli accanto e gustarsi un buon libro o un buon film, magari concedendogli nel frattempo qualche coccola in più. Il tema, oggi, neanche a dirlo, proprio loro: i cani.

Per quanto riguarda la letteratura, accanto a classici come “Il richiamo della foresta” di Jack London con protagonista Buck, un meticcio che ha le sembianze di un lupo, non può che venire in mente il bestseller di Garth Stein “L’arte di correre sotto la pioggia”, uscito circa 10 anni fa, rimasto per 40 settimane nella classifica del New York Times e già considerato uno dei classici del genere: storia del cane Enzo, voce narrante e amico del pilota Denny. Dal romanzo è stato tratto un film che sarà nelle sale italiane a novembre con il titolo ‘Attraverso i miei occhi’.

Altro romanzo con protagonista un cane è “Io e Marley”, storia vera dell’amicizia tra un labrador e il giornalista John Grogan, ben presente all’attenzione del grande pubblico anche grazie all’adattamento cinematografico con protagonisti due superstar come Owen Wilson e Jennifer Aniston.

Altra amicizia, splendidamente raccontata, quella vera tra Ted Kerasote e il trovatello Merle, che insegnerà al padrone quanto sia indispensabile la libertà nel rapporto tra due persone, anche quando una delle due è un cane; il libro si intitola “La porta di Merle”.

È chiaro che nella maggior parte dei casi si tratta di amicizie, indissolubili, dell’amore dei cani che ci insegna qualcosa, proprio come fa Baudelaire con il disperato padrone Philippe, che in “Un inverno con Baudelarie” perde moglie e lavoro, ma trova il miglior amico possibile.

Un po’ quello che succede anche a Juliet, che riceve in eredità dal marito Ben la responsabilità di occuparsi di Minton in “Piccoli passi di felicità” di Lucy Dillon.

Per chi desidera approcciarsi ad una lettura più tecnica, al limite con la filosofia, consigliatissimo “E l’uomo incontrò il cane” di Konrad Lorenz, il fondatore dell’etologia e premio Nobel per la medicina nel 1973, che ricostruisce perfettamente il rapporto tra uomo e cane.

Un rapporto che mai viene esaltato come in “Torna a casa Lassie”, origine letteraria di quello che sarà per sempre il cane per eccellenza della tv. Lassie, che affronta mille disavventure per riuscire a riunirsi con il suo amato padrone Joe.

Chiaro che l’immaginario canino ha contribuito non poco anche alla storia del cinema, regalandoci una serie di film ormai considerati dei veri e propri cult. Come “Beethoven”, il San Bernardo combina guai adottato dalla famiglia Newton in una commedia del 1992, un successo così strabiliante (quasi 150 milioni di dollari in tutto il mondo) che convinse la Universal a realizzarne altri 7 sequel.

Nel 2006 Frank Marshall dirige “8 amici da salvare”, storia vera di otto cani da slitta che devono riuscire a sopravvivere nei territori avversi dell’Antartico alla ricerca dei padroni.

Ambientazione simile per quanto riguarda “Balto”, anche questa una storia vera: siamo in Alaska nel 1925 e al cane vengono affidate le medicine da portare nella città di Nome, colpita da un’epidemia di difterite.

Più allegra la storia della cagnolina Chloe, nel 2008 protagonista di “Beverly Hills Chihuahua”, intenta a scappare da un crudele Dobermann che l’ha presa di mira.

Nel 1993 i cani invece si prendono la scena nel terzo sequel della saga cult “Senti chi parla”, nella versione italiana Scag e Dalila sono doppiati rispettivamente da Renato Pozzetto e Monica Vitti, in quella americana a prestare la voce sono Danny De Vito e Diane Keaton.

Solo qualche anno prima è un cane pastore tedesco a dar luce alla carriera di James Belushi in “Un poliziotto a 4 zampe”, che ci racconta le avventure del cane poliziotto Jerry Lee.

Naturalmente la Disney metterà diverse volte dei cani a guidare i propri film d’animazione, due i casi più famosi: “La carica dei 101”, che ha fatto innamorare il mondo dei dalmata fin dagli anni ’60 e “Lilly e il vagabondo”, il cui trailer della nuova versione non animata è stato utilizzato per il lancio di Disney+, la piattaforma che nasce con il proposito di fare concorrenza a Netflix.

Ma il titolo che probabilmente più di tutti racconta la storia di un rapporto tra cane e padrone è “Hachiko”, film tratto anche questo da una storia vera, che narra il rapporto tra un professore di musica e un cucciolo di Akita Inu, abituato ad accompagnare ed aspettare ogni giorno il suo padrone alla stazione, facendolo per anni invano quando il padrone muore. In questo caso piccolo consiglio: mettete da parte i popcorn e prendete i fazzolettini, perché la commozione conquista vette quasi illegali. A consolarvi comunque, accanto a voi, se siete fortunati, ci sarà il vostro cane con quello sguardo devoto e rassicurante.   

I monopattini elettrici, da una settimana vietati dal Comune di Milano in attesa delle linee guida per le regole di utilizzo, presto potrebbero tornare in circolazione. Sarà pubblicato entro settembre l’avviso pubblico per manifestazioni di interesse per le società che vogliono attivare a Milano servizi di condivisione di monopattini, segway, hoverboard, skateboard e monoruote.

L’assessore alla Mobilità Marco Granelli ha illustrato nella giornata di ieri, in un incontro con gli operatori interessati ad attivare questa tipologia di servizio, i requisiti minimi che saranno richiesti all’interno dell’avviso pubblico che resterà aperto con valutazioni mensili delle proposte presentate.

Marcatura CE per i mezzi, apparecchiature sonore, luci e limitatori di velocità; flotte con numero minimo e massimo, fino al raggiungimento di un tetto di dispositivi in città; cauzione per ciascun mezzo (fideiussione bancaria o assicurativa di durata equivalente al periodo di servizio), come garanzia in caso di intervento del Comune di Milano per la rimozione durante o al termine del servizio; pagamento annuo di un contributo al Comune di Milano a copertura dell’occupazione del suolo pubblico.

“Ho chiesto la collaborazione di tutti – dichiara l’assessore Granelli – per far sì che la condivisione possa diffondersi in città in modo sicuro, ordinato e realmente utile. La micromobilità elettrica è un’opportunità importante, complementare e sinergica al trasporto pubblico locale e alle altre forme di mobilità sostenibile, siano esse in sharing o private. Tutti devono essere pero’ consapevoli che questi mezzi non sono un giocattolo e l’utilizzo è subordinato a regole chiare e precise”.

Tra gli standard minimi che il Comune di Milano intende inserire nell’avviso pubblico ci sono anche la richiesta di un servizio attivo 7 giorni su 7 e 24 ore su 24 e su tutto il territorio, l’attivazione di un’assicurazione per i mezzi in circolazione, l’iscrizione al registro delle imprese, il non avere contenziosi aperti con l’Amministrazione e l’aver svolto tutti gli adempimenti necessari per l’esercizio dell’attività sul territorio italiano.

Inoltre verrà richiesta un’adeguata campagna informativa agli utenti sulla sicurezza stradale e sulle regole per l’utilizzo e per la sosta dei dispositivi. I mezzi di micromobilità elettrica in condivisione potranno essere utilizzati, esattamente come i dispositivi di proprietà, secondo le indicazioni del Decreto Ministeriale e la relativa delibera del Comune di Milano del 26 luglio scorso: in tutte le aree pedonali con un limite di velocità di 6 km/h e su piste ciclabili, percorsi ciclabili e ciclopedonali e Zone 30, con limite di velocità a 20 chilometri orari, a partire dal termine della posa della cartellonistica necessaria (presumibilmente entro l’inizio del mese di dicembre).

“L’obiettivo – conclude l’assessore Granelli – è quello di giungere quanto prima al superamento della fase di sperimentazione, che per Decreto Ministeriale è fissata al 26 luglio 2020, nell’ottica di un inserimento dei mezzi di micromobilita’ elettrica nella legislazione nazionale e nel Codice della Strada, in linea con quanto richiesto da Anci nei mesi scorsi e con quanto legiferato a giugno in Germania e nelle prossime settimane anche in Francia”.

Il ricordo più gettonato delle vacanze è il ‘food selfie’ con poco meno di un italiano su quattro (23%) che posta sempre o spesso agli amici e conoscenti o sui social fotografie dei prodotti tipici scoperti, dei piatti consumati fuori casa o preparati in cucina durante le vacanze estive. È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè divulgata in occasione del primo controesodo dell’estate degli italiani che portano con se il ricordo delle vacanze.

L’autoscatto alimentare – sottolinea la Coldiretti – è una passione che contagia in vacanza spesso il 15% è regolarmente il 8% dei turisti che non si limitano alle tradizionali fotografie dei luoghi e dei nuovi amici incontrati. Si tratta di una testimonianza del valore della cultura del cibo che si è affermata come momento di socializzazione sul web nel momento delle vacanze che si traduce – continua la Coldiretti – in vere e proprie sfide del gusto a colpi di immagini dell’ultima prelibatezza sfornata o del piatto curioso ordinato in vacanza che viaggiano in rete e diventano oggetto di animate discussioni tra parenti e amici.

Particolare attenzione viene riposto sulla presentazione dei piatti ma tra gli elementi di successo dello scatto c’è soprattutto – precisa la Coldiretti – l’impiego di ingredienti ricercati legati al territorio meglio se acquistati direttamente dal contadino. Anche nel tempo della rete il cibo si conferma come il vero valore aggiunto della vacanza in Italia che leader mondiale del turismo enogastronomico potendo contare sull’agricoltura più green d’Europa di 5155 specialità sono ottenute secondo regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni censite dalle Regioni, 297 specialitaà Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, la leadership nel biologico con oltre 60 mila aziende agricole biologiche, la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (ogm), 23 mila agriturismi che conservano da generazioni i segreti della cucina contadina, 10 mila agricoltori in vendita diretta con Campagna Amica e le numerose iniziative di valorizzazione, dalle sagre alle strade del vino.

Andar per alberghi. E annesse terrazze. Per aperitivi. Nell’ora giusta, quella del tramonto. E del ponentino. Che ancora spira, quando spira. È ormai una tendenza sempre più in voga. Specie d’estate. Che per Roma significa spingersi fin verso ottobre inoltrato. Per ritrovarsi sulla terrazza di un grande albergo romano, in compagnia dei propri amici. Non è solo un’esperienza da fare ma una pratica da attuare e rendere seriale. E naturalmente serale. Quotidianamente. Al di là e ben oltre il solito “baretto” livello strada e fronte auto. Puntare in alto, dove la vista è più larga. E panoramica ed insieme anche uno stile di vita, per chi ambisce ad orizzonti più vasti. A 180 ma anche a 360 gradi, più spesso. Rifugi necessari in una città di fatto internazionale e per sentirsi cittadini del mondo in una Roma in quest’epoca nonostante tutto pur sempre “caput mundi”.

Perché l’ora dell’aperitivo a Roma è ormai un rito. Di socialità e, al tempo stesso, di intimità. Fatta di chiacchiere e incontri. Una pausa che spezza la giornata, di ritorno dal lavoro, ma anche dal caldo assillante. Un’occasione per stare all’aperto e riprendere le relazioni di sempre, ora che le vacanze stanno quasi per finire. Un aperitivo dall’alto. Con sguardo panoramico sulla Città Eterna o su scorci di essa. Perché è la terrazza il segno distintivo della Capitale. Come nell’omonimo film di Ettore Scola, anno 1980. O nella Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. Tutto il fermento si consuma in quei metri quadrati. Ed è tornato molto di moda frequentarle. E non solo quelle private, rituale mai decaduto negli anni, ma soprattutto quelle degli alberghi.

Come la terrazza dell’Hussler a Trinità dei Monti, sopra la scalinata di Piazza di Spagna, centro storico che più centro non si può. Hotel di lusso, sguardo lungo via Condotti e poi a perdersi nello skyline romano sopra i tetti a incrociare gli occhi con un dirimpettaio lontano, che domina Roma dalla vetta di Monte Mario, e cioè l’Hotel Rome Cavalieri di via Cadlolo, già Hilton, dove vive e pulsa anche il ristorante La Pergola del rigoroso, nel suo essere perfettamente teutonico, chef Heinz Beck, tre stelle Michelin, l’unico a poterle vantare in città. E definita anche come la “miglior terrazza” di Roma.

Un’altra terrazza affascinane nella sua modernità, con piscina a filo, è quella del Radisson Blu Es Hotel di via Filippo Turati 171, quartiere Esquilino, etnico quanto basta, panorama assai diverso con sguardo sugli scambi e i binari dei treni della Stazione Termini, sulla quale quasi s’affaccia, e – nelle giornate limpide – sulla corona dei colli e delle montagne che circondano la Capitale, con vista a grand’angolo e circolare. Ma ritornando nel centro di Roma, con veduta più raccolta sui tetti della Roma Rinascimentale, c’è la terrazza del Grand Hotel de la Minerve, sull’omonima piazza, con vista sulla cupola del Pantheon e di una Roma un po’ consunta, sdrucita ma struggente quanto romantica.

In zona via Veneto, di terrazze ve n’è più d’una. Come il rooftop del Grand Hotel Via Veneto la strada della Dolce vita felliniana e non soltanto oppure la Terrazza dell’Hotel Eden di via Ludovisi, che è anche un ristorante a stella Michelin, colpo d’occhio altamente scenografico sull’Altare della Patria di piazza Venezia. Oppure, ancora, la terra del ristorante Mirabelle all’interno dell’Hotel Splendide Royal che lo ospita, molto amato dai romani in particolare proprio per l’aperitivo.

E se ci vogliamo invece allontanare dal centro, non bisogna mancare l’appuntamento con Il Fungo dell’Eur, quartiere moderno e storico insieme con i suoi edifici che sono un esempio dell’architettura razionalista, tornato in auge di recente, che si trova al quattordicesimo piano di quella che resta la costruzione più alta e anomala della Capitale. Aperitivi ad alta quota, anche alcolica. Qui si co una vista su Roma spettacolare, che spazia sulla città intera e dai monti al mare. 

Schiacciare un pisolino nel pomeriggio è una buona abitudine. Ricarica la mente, il fisico e produce effetti positivi sull’economia. Lo hanno capito le molte aziende in Spagna, Cina e Giappone che concedono ai propri dipendenti una pausa sonnellino di metà giornata, mentre negli Stati Uniti, in Italia e in molte altre nazioni il riposo sul posto di lavoro viene visto come una perdita di tempo. Ma secondo i ricercatori è tutt’altro che un’abitudine da scansafatiche. Ecco le ragioni, sotto diversi punti di vista:

  • Mentale: un sonnellino di massimo 6 minuti migliora la memoria a lungo termine e aumenta la capacità di ricordare fatti e nozioni. Un riposo di 20-30 minuti migliora le abilità motorie (incluso il digitare tasti) e la prontezza, mentre 30–60 aumentano le capacità decisionali. La NASA ha scoperto che un pisolino di 40 minuti migliora le prestazioni del 34% nei piloti militari e negli astronauti.
  • Fisico: anche il corpo beneficia di un riposo pomeridiano. Gli studi hanno mostrato che chi si concede sonni ristoratori ha un livello più basso di citochine (un’alta concentrazione può danneggiare gli organi) e di noradrenalina (che può causare ipertensione, ansia e tachicardia)
  • Economico: secondo la rivista Wilson Quarterly, uno studio del 2011 ha dimostrato che la mancanza di sonno, e l’esaurimento che ne consegue inevitabilmente, costano 63,2 miliardi di dollari all’anno in termini di perdita di produttività, mentre nel mondo vengono spesi 70 miliardi in prodotti che favoriscono il sonno. Altri studi dimostrano che un rapido pisolino di 20-30 minuti aumenta le prestazioni del lavoro fino al 34% grazie a una riduzione dello stress, una maggiore attenzione ai dettagli e migliori capacità cognitive. I sonnellini portano inoltre a decisioni meno impulsive e a una maggiore tolleranza alla frustrazione.

Hanno ragione dunque i cultori della siesta che, al contrario di quello che si pensa, non è affatto legata al dolce far niente. Secondo Juan José Ortega, esperto di sonno e vice presidente della Società Spagnola di Sonno, la parola “siesta” deriva dal latino sexta: “I romani si fermavano per mangiare e riposare alla sesta ora del giorno. Se teniamo presente che dividevano i periodi di luce in 12 ore, la sesta ora corrisponde in Spagna al periodo tra le 13:00 e le 15:00, a seconda della stagione”.

Ma in che modo questa pratica è diventata così diffusa nella cultura spagnola? “In una parola, guerra”, osserva Quartz. “Dopo la guerra civile spagnola alla fine degli anni ’30, molte persone hanno svolto due lavori per sostenere le loro famiglie. La pausa di due ore era perfettamente situata per consentire ai lavoratori di tornare a casa e prendere una breve pausa tra i turni, mangiare un pasto, fare un pisolino e trascorrere del tempo con la famiglia”. Ma oggi l’abitudine potrebbe essere agli sgoccioli: “il 60% degli spagnoli afferma di non fare mai la siesta, forse perché l’elevata disoccupazione spinge i lavoratori a impegnarsi di continuo come i loro capi che lavorano molte ore”.

Non tutti, mettono i  guardia i ricercatori, possono concedersi il lusso della pennichella: secondo Michael Perlis, Assistant Director del laboratorio di ricerca sul sonno dell’Università di Rochester, chi soffre di insonnia o depressione “farebbe meglio a evitare per non peggiorare i sintomi”.

Siamo cresciuti evitando la noia. Ci hanno spronato a giocare, a divertirci, a studiare, a coltivare hobby, a impegnarci in qualcosa. Qualsiasi cosa. Tutto fuorché abbandonarsi alla noia. Eppure annoiarsi fa bene. Lo dicono gli scienziati che oggi riabilitano il contrastatissimo sentimento con studi su studi, i quali sostengono che chi si arrende alla noia aumenta la propria creatività e reprime i sentimenti aggressivi.

Non solo. La noia può rappresentare un importante campanello d’allarme che ci indica che abbiamo bisogno di un cambiamento. Certo, non bisogna esagerare e scadere nell’inettitudine, ma una giusta dose di noia è una buona cosa. Lo sapeva bene Giacomo Leopardi che la definiva “il più sublime dei sentimenti umani”. Quello che nessuno sapeva fino a poco tempo fa, però, è che la noia sarebbe diventata un vero e proprio business.

Nel 2017, il New York Times ha osservato che la noia stava vivendo “un momento letterario”. Secondo Quartz, nel database dell’Istituto Nazionale di Sanità si contano 7.138 studi relativi a questo tema. I titoli più in vista di libri e studi scientifici riportati nel 2019 da Google sono 12.300.  L’interesse per la noia sembra strettamente collegato alla cultura tecnologica. Possiamo fare acquisti 24 ore su 24, e viviamo bombardati da social media e intrattenimento in streaming. L’informazione è ovunque. Il messaggio sembra chiaro: non dobbiamo più annoiarci. Eppure, un americano in media si annoia 131 giorni in un anno, mentre un bimbo pronuncia 4 volte al giorno la frase “Mi annoio”.  Ma è davvero un male?

Uno studio della Australian National University, pubblicato nel marzo 2019 sulla rivista Academy of Management, ha esaminato gli effetti della noia sulla generazione di idee e sulle emozioni negative come rabbia e frustrazione. I ricercatori hanno osservato come la noia aumenti la creatività e la produttività. Non fare nulla ci orienta verso ciò che è già intorno a noi, che a sua volta ci ri-orienta. La nostra stessa idea di produttività, osserva Quartz, si basa sull’idea di produrre qualcosa di nuovo, mentre non tendiamo a vedere la manutenzione e la cura come produttive allo stesso modo”.

Ma come ci si annoia nel modo giusto? Come fanno gli olandesi. Il consiglio arriva da Stuart Heritage, del Guardian: “Smetti di fare tutto adesso. Congratulazioni, hai appena fatto un niksen”. Si tratta di una parola olandese che significa letteralmente “non fare nulla o essere ozioso”. Consiste nell’operare su di sé un rilassamento mentale e abbandonarsi a digressioni fantasiose, il dolce far nulla si può tradurre in guardare fuori dalla finestra e rimanere in contemplazione, ascoltare della musica a letto o ancora passare un fine settimana lontano dalla tecnologia. Ma in generale, allontanarsi da ciò che si fa nella quotidianità.

Il far nulla olandese, sottolinea il sito Green me, non significa rimanere come automi fermi immobili, ma piuttosto ricrearsi un angolino durante la giornata in cui lasciare fuori le preoccupazioni e spezzare la routine. Quest’arte però non si impara dall’oggi al domani, perché pochi sanno apprezzare realmente il significato del non far niente. Questo succede perché siamo abituati a vedere il far niente come un aspetto negativo che fa rima con apatia, depressione, al contrario va visto in chiave positiva come qualcosa che riesce a migliorare la qualità della nostra vita.

Diverso è il caso dei bambini: Un bimbo annoiato presto o tardi vorrà fare qualcosa. Colorare, costruire, distruggere. Tutte attività strettamente collegate alla creatività. Ma il successo o meno dell’impresa dipenderà molto dai genitori. Mamma e papà hanno un ruolo, che è quello di capire che le soluzioni o le proposte veloci e pre-confezionate non funzionano. E, soprattutto, che la creatività richiede spazio, tempo, materiali e la possibilità di combinare pasticci (entro certi limiti).

C’era un tempo, negli anni ’70, in cui i messaggi alla Central Intelligence Agency, a Langley, in Virginia, venivano trasmessi con un complesso e modernissimo sistema di posta interno alimentato ad aria, realizzato con tubi che correvano lungo tutte le pareti (si usava anche in molte redazioni di giornali per far arrivare gli articoli in tipografia). Poi negli anni ’80, il sistema fu smantellato per far posto a metodi più avanzati. Anni dopo negli uffici è arrivato l’intranet e, infine, le email, entrambi definiti asincroni.

Secondo gli specialisti della comunicazione, un’interazione è sincrona quando tutte le parti partecipano contemporaneamente, mentre si trovano nella stessa stanza, o anche per telefono. La comunicazione è asincrona, invece, quando non richiede la presenza del destinatario.

Per gran parte della storia, sul posto di lavoro – osserva il New Yorker – la collaborazione tra colleghi è stata sincrona. Oggi non lo è e l’email è la massima espressione di questa nuova filosofia del lavoro. Non solo, secondo Gloria Mark, professore della University of California, la posta elettronica fa da spartiacque tra il lavoro prima e post email. Su questo tema la Mark ha condotto uno studio scoprendo che prima dell’avvento della posta elettronica un lavoratore trascorreva il 40% del suo tempo in riunioni e il 20% a fare lavoro di desk.

Oggi le percentuali sono invertite. Con l’invenzione della comunicazione asincrona, le persone hanno sostituito gran parte dell’interazione che producevano di persona con la messaggistica. Secondo la società di ricerche tecnologiche Radicati Group, ogni giorno vengono inviati e ricevuti più di 128 miliardi di email di lavoro. 

Con la completa conquista dell’ufficio da parte delle email, i ricercatori hanno iniziato a chiedersi quale dei due sistemi di comunicazione (sincroni e asincroni) fosse il migliore. E la conclusione cui sono arrivati è esattamente l’opposto di quel che si pensa. Per gli scienziati un sistema sincrono (non solo orale, ma anche basato su macchine che però devono lavorare contemporaneamente) è superiore.

Negli anni ’90 la Nasa aveva messo a punto un sistema basato su più computer. Ma questi sistemi sincroni erano costosi da costruire. Richiedevano hardware personalizzati o software speciali. Insomma, la sincronia era il modo più veloce per comunicare, ma realizzarla richiedeva uno sforzo.

Non c’è nulla di intrinsecamente negativo nell’email come strumento. In situazioni in cui la comunicazione asincrona è chiaramente preferibile – trasmettere un annuncio, dire o consegnare un documento – le email sono superiori. Le difficoltà iniziano quando proviamo a intraprendere progetti di collaborazione – pianificazione di eventi, sviluppo di strategie – in modo asincrono. In questi casi, la comunicazione diventa interminabile.

Sia l’esperienza sul posto di lavoro che la teoria dei sistemi dimostrano che, per un coordinamento non banale, la sincronia di solito funziona meglio. Ciò non significa che dovremmo tornare indietro nel tempo, ricreando il posto di lavoro della metà del secolo, con i telefoni che squillano all’infinito. La chiave è sempre il compromesso. “Di recente – scrive sul New Yorker il giornalista Cal Newport –  il fondatore e Ceo di una società tecnologica quotata in borsa mi ha detto che trascorre al massimo due o tre ore alla settimana per inviare e ricevere email. Ha sostituito la maggior parte dei messaggi asincroni con il ‘ritmo regolare’ delle riunioni, e ciò gli consente di affrontare efficacemente i problemi in tempo reale”.

La società di sviluppo software Basecamp, invece, consente ai dipendenti di avere degli orari di ufficio come i professore: se devi parlare con un esperto su un determinato argomento, puoi prenotarti per le sue ore di ufficio invece di inviare un’email. “Ottieni la piena e totale attenzione di quella persona”, ha detto Jason Fried, co-fondatore della compagnia e Ceo.

Una cosa è certa: allo stato attuale, nel nostro modo di lavorare qualcosa non va. E’ necessario, spiega il New Yorker, “sviluppare sistemi migliori, che quasi sicuramente implicheranno meno messaggistica ad hoc e un maggiore coordinamento in tempo reale”. Da questo punto di vista, il nostro momento nella storia del lavoro è ingannevole. “Un periodo in cui, presi dalla promessa di asincronicità, abbiamo controllato freneticamente le nostre caselle di posta ogni minuto, sfiniti dal diluvio di messaggi, mentre ci applaudivamo per aver eliminato la necessità parlare faccia a faccia”.

Come ogni estate, con l’avanzare del caldo, si rinnova la lista dei consigli per soffrire il meno possibile. Fondazione Acqua, realtà collegata a Mineracqua associazione che riunisce i produttori delle acque minerali naturali e di sorgente, quest’anno ha redatto un documento con l’aiuto del Prof Fabbri, Coordinatore Scientifico di Fondazione Acqua e Professore associato di endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata, per aiutare le persone su un tema fondamentale come quello dell’idratazione. Ecco le cinque regole da seguire:

  1. Con l’arrivo del caldo estivo e l’aumento delle attività all’aperto, bisogna prestare particolare attenzione a una corretta idratazione per mantenere il benessere e la salute. L’organismo risponde al caldo con l’attivazione della sudorazione, che evaporando cerca di mantenere il corpo fresco ma che comporta anche importanti perdite di acqua e sali. Questo può determinare facile affaticamento, crampi muscolari, difficoltà di concentrazione, bocca secca, lieve costipazione e senso di ‘testa vuota’. Una semplice misurazione del livello di idratazione oltre alla sete è il colore delle urine, se chiare l’idratazione è corretta, se scure e di ridotta quantità è un segnale che il corpo ha bisogno di più acqua ed è necessario bere (anche molto) di più.
  2. Leggere le etichette e scegliere l’acqua che risponde alle proprie esigenze (alternandole, nel tempo, fra loro). Premesso che l’apporto adeguato quotidiano di acqua dalle bevande è pari a 3.0 litri per gli uomini e 2.2 litri per le donne, non va trascurato che l’assunzione giornaliera di acqua varia per singoli e tra gruppi, varia a seconda del peso, dell’età e del livello di attività. Una regola semplice può essere di bere almeno 8 bicchieri di 200 ml d’acqua al giorno. Inoltre, dal momento che le acque minerali sono tante e tutte diverse tra loro, variarle nel corso della giornata può essere utile per rispondere a diverse esigenze del nostro corpo. Le acque che contengono buone quantità di bicarbonato, ad esempio, aiutano la digestione. Quelle più solfate aiutano, invece, a regolare le funzioni intestinali. Le acque fluorate rinforzano i denti e prevengono la carie. Quelle iodate, agevolano il funzionamento della tiroide. Per chi, invece, ha bisogno di espellere liquidi, servono acque minerali diuretiche. Quelle calciche aiutano la crescita delle ossa, la prevenzione dell’osteoporosi e dell’ipertensione. E se c’è significativa presenza di magnesio, ci sono effetti antistress e sul sistema muscolare.
  3. Non aspettare la sete per bere, soprattutto negli anziani che hanno un senso della sete ridotto. Se si fa esercizio fisico e si suda, si devono reintegrare i fluidi e gli elettroliti persi, in particolare sodio e potassio; questo può aumentare la necessità di bere da 1 a 5 litri di acqua in più al giorno, ricca in sali e bicarbonato (superiore a 600 mg/litro) per contrastare l’acidosi lattica.
  4. Preferire l’acqua. Sicuramente il latte, il the, i succhi o le spremute e anche le bevande caffeinate (con moderazione) possono aiutare nell’idratazione. Quello che però l’organismo cerca e preferisce, sin dai nostri antenati, è l’acqua ed è preferibile mantenere l’acqua come fonte di idratazione; questo inoltre consentirà di evitare l’introduzione di zuccheri non necessari. Altre fonti importanti di idratazione aggiuntiva (circa il 20% del totale), particolarmente utili l’estate, sono frutta e verdura e in quantità libera.
  5. Bere anche prima di mangiare. È nota la sensazione di fame del pomeriggio tardi che induce a pensare ‘devo fare uno snack’. Prima di introdurre calorie meglio bere dei sorsi da una bottiglietta d’acqua; spesso, soprattutto l’estate, il cervello confonde la fame con la sete e il solo idratarsi in modo adeguato può placare e ridurre/far scomparire il senso di fame

La top model Naomi Campbell è stata messa alla porta in un albergo del sud della Francia a causa del colore della sua pelle. Lo ha raccontato lei stessa, la Venere nera delle passerelle degli anni ’90, in un’intervista al periodico Paris Match.

“La parola ‘diversità’ è ovunque oggi, ma non era così quando ho iniziato. Ho sempre desiderato che le persone fossero trattate in modo equo, ma non è così sia ovvio. La sfida è permanente”, ha osservato la modella che per anni ha calcato le più importanti passerelle del mondo, Parigi in testa.

“Sono stata di recente in una città nel sud della Francia, mentre era in corso il Festival del cinema di Cannes. Ero stata invitata a un evento che si teneva in un hotel di cui non menzionerò il nome. Il ragazzo all’ingresso ha finto che il posto fosse al completo, ma ha lasciato passare altre persone. Non volevano che io e il mio amico entrassimo a causa del colore della nostra pelle. È per questi incidenti rivoltanti come questo che continuerò a far sentire la mia voce”, ha assicurato la Campbell, che ha citato Azzedine Alaïa, Gianni Versace e Yves Saint Laurent tra le persone che hanno avuto una grandissima influenza sulla sua vita.

E in linea con la sua battaglia per l’affermazione della propria unicità, alle nuove generazioni la supermodella dà solo un consiglio: “Non lasciate mai che qualcuno sottostimi il vostro valore. In questo lavoro dovete armarvi di forza e coraggio e avere a fianco i familiari e un buon agente”.

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