Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Per far fronte alla concorrenza di India, Cina e Turchia, i produttori di tappeti iraniani, fiore all’occhiello di un artigianato millenario, sono protagonisti di una piccola grande rivoluzione: creare modelli più moderni, dai colori chiari, dalle dimensioni più piccole e soprattutto a prezzi più democratici in risposta alla domanda delle giovani generazioni. Dopo due anni di fermo a causa della pandemia, Teheran torna ad ospitare la 29ma edizione della Fiera annuale del tappeto con circa 400 espositori arrivati da Paesi diretti competitors dei blasonati persiani di Shiraz, Tabriz, Qom o Esfahan. 

“I nostri tappeti tradizionali hanno ancora una clientela ma il futuro appartiene ai tappeti moderni fatti a mano” ha dichiarato ai media il 65enne Ahad Azimzadeh, presentatosi come “il più grande esportatore al mondo”e convinto dell’ineluttabilità del cambiamento del settore.

Sempre meno richiesti i motivi floreali, la seta, i modelli di grandissime dimensioni, dai costi proibitivi che possono anche raggiungere i 120 milioni di euro, come per un Tabriz da 2 mila metri quadrati. Ora i fabbricanti iraniani prediligono le forme geometriche, le stampe di personalità di fama mondiale quali Einstein, Stalin o Charlie Chaplin, mantenendo tuttavia la tradizione ancestrale del tappeto fatto rigorosamente a mano, con una lavorazione fino a 5 anni. Alla fine per una creazione di 3 metri quadri riescono ad abbattere il costo di vendita a 90 mila euro.

Il tappeto persiano più antico è datato 2.400 anni fa ed è esposto in Russia, al Museo dell’Ermitage, ma l’epoca d’oro di queste vere e proprie opere d’arte risale ai Safavidi, la dinastia iraniana sciita che regnò in Persia dal XVI al XVIII secolo. I tappeti iraniani sono tuttora molto apprezzati dagli intenditori, ma le vendite sono crollate negli ultimi 30 anni e il Paese è stato superato soprattutto da India e Cina.

Come riferito da Ahmad Karimi Esfahani, capo dell’Unione dei produttori ed esportatori di tappeti fatti a mano, nel 1994 l’importo delle vendite di tappeti iraniani all’estero è stato di 1,7 miliardi di dollari, circa il 40% delle esportazioni non petrolifere, mentre nel 2021-2022 non ha superato i 64 milioni di dollari. “Le sanzioni hanno sicuramente avuto un impatto, ma il calo è dovuto principalmente alla grande diversità dei tappeti sul mercato e al cambiamento di mentalità e gusti delle nuove generazioni” ha spiegato Karimi. In altri termini, oggi il tappeto viene considerato come un bene di consumo e non più come un oggetto d’arte, un investimento per il futuro.

A Teheran c’è chi è convinto che sia davvero giunta l’ora della rivoluzione dei tappeti persiani, unica risposta alla concorrenza di Cina, India, Pakistan e Turchia sul mercato mondiale oltre a dover recuperare il ritardo accumulato in termini di relazioni internazionali per adattarsi ai cambiamenti degli ultimi decenni.

C’è chi invece oppone resistenza, come Mehdi Jamshidi, responsabile delle vendite di Iran Carpet Company, il cui slogan è “Walk in a Persian Garden!”: secondo lui la moda per i tappeti moderni è destinata a tramontare, motivo per cui alla fine non potranno mai sostituire quelli tradizionali che affondano le proprie radici nella cultura locale millenaria e nella diversità regionale

AGI – Aurora Ramazzotti è in dolce attesa. Lo rivela il settimanale Chi che poche settimane fa aveva riportato che Michelle Hunziker e sua figlia avevano acquistato, in una farmacia in Sardegna, un test di gravidanza.

Ebbene: il test era per Aurora che, dopo cinque anni di relazione con Goffredo Cerza, di professione business analyst, aspetta un bebé e diventerà mamma a gennaio.

Michelle Hunziker ed Eros Ramazzotti, genitori di Aurora, hanno confidato agli amici di essere felicissimi perché la famiglia ancora una volta si allarga; entrambi hanno vissuto la notizia della gravidanza con una forte emozione. In questo periodo si era vociferato anche di un ritorno di fiamma tra la conduttrice e il cantante che aveva fatto sognare i fan. Ma tale non era. Il riavvicinamento è, in realtà, frutto di questa novità. 
 

AGI – Il Gambero Rosso una ne pensa e cento ne fa.  Come l’ultima guida Roma 2023 del Gambero Rosso in cui una sezione è dedicata al delivery e ai take-away, l’ultima formula della ristorazione, perfezionata durante la pandemia ma destinata a rimanere, come ormai è ovvio, anche in futuro. Perché non sempre si ha voglia o tempo per concedersi una cena al ristorante, la pandemia ci ha impigrito e fatto scoprire quanto è bello cenare a casa da soli o con amici facendosi recapitare un buon pasto più o meno “firmato”. E poi c’è il fatto che il desiderio di buon cibo resta sempre e non ci lascia mai.

Secondo la Bibbia dei gourmet, c’è la chef Cristina Bowerman dietro Bowie, un valido servizio di delivery attivo sia a Roma sia a Milano, per “una cucina ricca di contaminazioni, declinata in alcuni classici dello street food internazionale, che offre proposte originali e divertenti. Imbattibile il burrito con coda alla vaccinara, golosissimo il croque monsieur con pastrami di lingua”. Da farsi recapitare sul proprio desco.

Il Gambero poi segnala Casaporto, piattaforma che raduna tante eccellenze gastronomiche che portano la firma di locali e chef noti della Capitale: si ordina e si riceve piatti, croissant e pizze d’autore direttamente a casa. Un marchio che da Londra si è diffuso anche in alcune città italiane.

Fiori di Zucca. È l’insegna di Raoul e Davide Rotundo, nata per proporre una pizza napoletana a domicilio di qualità, studiata nell’impasto e nell’esecuzione appositamente per la trasferta a casa dei clienti.

Food on the Road. Si ordina tramite l’omonimo sito o chiamando direttamente il laboratorio e si ricevono a domicilio preparazioni gastronomiche su misura, anche dal gusto internazionale o vegane. Tutte fatte con materie prime selezionate con cura, quasi sempre biologiche e confezionate sottovuoto.

Glass a casa tua. Ennesimo delivery firmato Cristina Bowerman, ma stavolta con la cucina di Glass Hostaria, il ristorante della chef, da gustare in casa propria. Il servizio comprende un menu degustazione composto da quattro portate più l’aperitivo con cocktail, i fiori e un piatto della collezione della casa, al costo di 90 euro. Ordine minimo per due persone, con preavviso di 24 ore.

Golinos. Insegnante, divulgatore e volto televisivo, ma prima di tutto un cuoco: Andrea Golino da qualche anno ha mesos radici a Monteverde Vecchio con un locale pensato per la cucina a domicilio e poi allargatosi a un’offerta completa da vero bistrot.

Hummustown. Progetto nato per dare supporto ai profughi siriani, aiutarli a integrarsi garantendo loro un lavoro e insegnandogli un mestiere, iniziativa da subito ben accolta in città. Tanti i piatti, dall’hummus alle falafel, senza dimenticare il mlookheyeh, una varietà particolare di spinaci serviti con riso

Legs Go. Per gli amanti del pollo fritto. Da via G. Da Empoli, 23 ora una seconda sede anche nei pressi della Piramide, la proposta è la stessa della casa madre.

Sushisociety. Pesce crudo di gran qualità, soprattutto per asporto e delivery, nel locale di Testaccio mentre in quello al Pigneto i tavoli permettono di fruire del locale come un ristorante a tutti gli effetti.

AGI – Cosa significa vivere e nutrirsi, coltivare, in una città di laguna? Una tra tutte, Venezia, la città lagunare per eccellenza, la più famosa al mondo. Fatta di isole e isolette, ghebi – ovvero canali – e barene. Dove le erbe sono tutto. Sono l’alimento principale ma anche il suo contorno.

Un libro, Erbario Lagunare (pagg. 212, Editore Il Leggio, 28 €), ovvero un “Viaggio gastronomico sentimentale tra le erbe spontanee del territorio veneziano”, scritto da Caterina Vianello e Marco Bozzato, le racconta dopo averle divise in tre gruppi: le selvatiche tra ghebi e barene, le selvatiche di campo, le selvatiche di fiume.

La Laguna, scrivono gli autori, è un luogo magico, “un labirinto di acqua salmastra, di sfumature di verde, marrone e azzurro”, luoghi che meritano rispetto, con cui avere un atteggiamento slow, e che soprattutto meritano di essere salvaguardati da chiunque le visiti. Rispetto anche da parte di chi pratica la cucina e utilizza le loro erbe. Luoghi a cui non sono estranei, però, nemmeno i pesci e a selvaggina lagunare.

Tuttavia, le erbe la fanno da padrone in questo volume, perché sono al tempo stesso anche una sorta di strumento per interpretare e leggere la società, le relazioni tra classi sociali e le diverse modalità di consumo: il gusto e la disponibilità economica da un lato, la necessità di placare la fame e la povertà dall’altro. Analogamente, le erbe come parte di un sistema gastronomico (le ricette pervenute, che sono poi quelle delle classi agiate, vedono le erbe in aggiunta a molti altri ingredienti) da una parte e le erbe a volte come unica materia prima, tradotta in espediente per sopravvivere e accompagnata a poco altro, dall’altra, come ricordano gli autori.

Rifacendosi agli erbari antichi, di cui fanno parte la salicornia, la portulaca, il finocchio di mare e l’enula con la caratteristica nota salina che le accomuna. E poi, tra le specie di campo, si ritrovano l’acetosa, il porro, carota e topinambur selvatici dalle potenzialità d’abbinamento infinite. Così come infinite sono le ricette: piatti come le tagliatelle di seppia (con enula, salicornia, portulaca e finocchio di mare), le “suchete in barena” (con miele di barena e artemisia) o il torcione di banana (con finocchio di mare) sono quasi diventate dei must per ciascuno chef e la relativa proposta gastronomica, chef già per altro già da tempo avezzi all’utilizzo delle erbe in cucina.

La lettura del libro è anche un buon viatico per conoscere e affrontare un viaggio per fare una passeggiata in laguna e uscire dalla caotica Venezia e dall’usuale circuito turistico San Marco-Rialto, dove si concentra in maniera ossessiva e compulsiva il mondo intero in un ormai insopportabile pigia-pigia. Insopportabile, ormai, anche per chi visita per la prima volta e si chiede: “Ma dove sono capitato?”

 

AGI – Due anni di stop per Covid e ora si ricomincia. Dall’1 al 4 settembre torna la sesta edizione dell’Irpinia Mood Food Festival, che attira nel centro di Avellino chef, produttori, cucina della memoria, attimi di discussione e riflessione accompagnati dalla musica. A proposito, ci sarà anche lo chef Joe Bastianich in versione rigorosamente musicale, tra jazz e country blues, che si esibirà con la folk band napoletana “La terza classe”. Il 28 agosto ci sarà un evento in anteprima – Pummarole – è invece dedicato all’arte di fare la salsa al pomodoro. Un laboratorio esperienziale aperto (declinato anche per i più piccoli, alle ore 10), denso di cultura popolare e familiare.

L’Irpinia è però anche quella del Fiano di Avellino, del Greco di Tufo e del Taurasi, tre delle principali Docg vitivinicole, prodotti di una terra che ha molto da dire di sé anche in forza delle sue ricchezze gastronomiche. Produzioni agricole e artigianali comprese, che in Campania rappresentano una sorta di totem della “buona memoria” culinaria, come lo possono essere prodotti come la soprassata, il broccolo aprilatico, la castagna, il tartufo nero o i formaggi di Carmasciano, che hanno conquistato anche i menù dei grandi ristoranti e delle rinomate pizzerie.

Il filo conduttore di questa sesta edizione dell’Imff è “Denominazione d’Origine”, dedicato a chi parte e torna, a chi resta, alle radici, al ritorno alle origini e alle tradizioni. Il programma è ricco, ed è stato costruito dallo chef irpino Mirko Balzano, direttore artistico del festival. Avrà diverse articolazioni: la cucina, la musica, la discussione.

Ogni sera, 7 chef prepareranno 7 ricette “dimenticate”, piatti della memoria irpina ormai quasi scomparsi, tutti realizzati con materie prime locali di qualità. Tra i nomi coinvolti, cuochi e cuoche che danno lustro alla regione da tempo, come Marianna Vitale, Gioi Della Bruna, Antonio Pisaniello, Cristian Torsiello, Giovanni Mariconda, Pasquale Torrente, ma anche professionisti in arrivo da “fuori”, come Antonello Magistà, patron e sommelier del Pashà di Conversano.

l’Irpinia Mood Food Festival nasce a partire dall’anno 2015, e le prime cinque edizioni per cinque hanno portato in Corso Vittorio Emanuele, salotto buono e principale del capoluogo irpino, Avellino, proposte culinarie di qualità con ricette “di strada”, vini, artigiani, performance artistiche e, soprattutto, un fitto pubblico: 45 mila le presenze conteggiate solo nel 2019, l’ultima edizione prima dello stop per la pandemia.

AGI – La guerra dei panettoni avrà una data e un luogo di inizio. Il 30 agosto prossimo a Minori. E impegnerà due fronti, quello dei lievitati artigianali (ma non troppo, secondo i belligeranti), e quella della grande impresa.

Sarà infatti la spettacolare reunion dei migliori pasticceri e lievitisti italiani, La Notte del Panettone in riva al Mare, in programma nel piccolo centro della costa di Amalfi martedì prossimo, a lanciare la campagna per veder riconosciuto il panettone realizzato con il  lievito madre vivo come una eccellenza italiana. “Anche per proteggerlo dalle contraffazioni estere”, spiega Claudio Gatti, presidente dell’Accademia dei Maestri del Lievito Madre e del Panettone Italiano.

Sal De Riso, il re della torta ricotta e pera ma anche del panettone con l’albicocca del Vesuvio, impegnato in prima persona nelll’evento a Minori, è il primo ad armarsi e partire per la battaglia. 

Il precedente

“Bisogna proteggere il vero panettone artigianale da chi lo produce con i semilavorati e il lievito madre secco”, dice con foga all’AGI. “E’ difficile pensare a un Igp, perché è un prodotto nazionale – riflette il maestro pasticciere – ma  panettone artigianale ottenuto da lievito madre vivo e da una lavorazione sapiente senza nessuna scorciatoia o miscela deve essere valorizzato da un marchio come quello dell’Accademia o da un disciplinare specifico, come si è fatto per la pizza verace napoletana”.

Il pasticcere di Minori del resto sui panettoni sa il fatto suo, dato che è stato anche campione del mondo. Un decreto ministeriale che disciplini la materia panettone esiste già, sottolinea Sal De Riso, “ma è del 2005, è obsoleto e tra l’altro prevede possibilità come l’uso della margarina al posto del burro che non sono assolutamente in linea con quel prodotto di eccellenza che noi facciamo e che vogliamo tutelare”. Insomma, il dolce natalizio più condiviso sulle tavole degli italiani deve avere “lievito madre vivo e burro, e molti altri ingredienti nobili”. Quindi, occorre essere ben distinti da pasticcerie che utilizzano un mix di farine e lievito secco, seppure madre, per confezionare un prodotto senza rischi e senza potenziale spreco di tonnellate di farina che sono una realtà per gli artigiani che ogni giorno devono ‘rinfrescare’ il lievito madre vivo. 

“Dobbiamo impegnare una persona che si occupi solo di questo 365 giorni l’anno – esemplifica De Riso – e circa la metà del lievito rinfrescato, se non riusciamo a utilizzarlo per brioche o altri prodotti, va buttato. Con i costi che ne conseguono a fine anno. E senza la certezza che tutti i panettoni che produrremo quel giorno finiscano in tavola”. Tutti costi abbattuti per i panettoni artigianali senza lievito madre vivo.

La sfida dell’export

Il secondo fronte è quello della grande industria, che grazie ai monodigliceridi che stabilizzano il prodotto trattenendone l’umidità, possono avere un prodotto che ha data di scadenza a 5/6 mesi dal confezionamento, potendo così esportare facilmente all’estero.

Occorrono per questa battaglia un laboratorio attrezzato, grande qualità e puntuale conoscenza delle richieste di sicurezza alimentare dei paesi in cui si invia il panettone – esemplifica il maestro pasticciere – io esporto in Canada, Inghilterra e a New York, e mi assoggetto ai controlli a campione delle dogane, alle prescrizioni della Food and drug administration etc”. Come lui, altri pasticceri artigianali che in Italia esportano all’estero un 15% della loro produzione. Paesi europei, soprattutto, ma anche Australia, Canada, Stati Uniti.  E Gatti sta pensando a un campionato mondiale  a squadra nel  2023. “Le competizioni servono oltre che per misurarsi con gli altri, anche per diffondere un prodotto”, sostiene. Il panettone intanto va forte in Perù, dove se ne consumano oltre 42 milione di pezzi l’anno,anche d’estate. Merito di un campano emigrato lì, Pietro D’Onofrio, di Sessa Arunca, nel Casertano.

La festa

Nel frattempo, a Minori stanno montando le  casette di legno sul lungomare in cui distribuiranno assaggi di panettoni classici e innovativi, serviti anche negli hotel a colazione e ai bagnanti in riva al mare. “Ho iniziato a farlo anni fa per far conoscere il mio prodotto – racconta Sal De Riso – poi l’Accademia ha creato il 27 luglio la Notte del lievito madre, e ho parlato loro di Minori. Abbiamo deciso di fare qui una manifestazione per il panettone, che stiamo riproponendo ogni anno”. 

AGI – Come trasformare in vere e proprie muse le modelle più quotate del mondo attraverso un calendario? È l’impresa che Emma Summerton, fotografa creativa che dà libero sfogo alla propria immaginazione, si è prefissa con la realizzazione del prossimo Pirelli edizione 2023.

Australiana, residente a Londra da 25 anni, Summerton ha scelto alcune delle più celebri modelle del mondo per interpretare le sue dee: da Cara Delevingne a Emily Ratajkowski passando per Ashley Graham, Bella Hadid, Karlie Kloss, Adut Akech, Lila Moss, Adwoa Aboah, Lauren Wasser, He Cong, Precious Lee, Sasha Pivovarova, Guinevere van Seenus e Kaya Wilkins.

Quattordici donne per questo calendario 2023 intitolato Lettere d’amore alla Musa, ovvero “personaggi immaginari e archetipici che hanno ispirato la fotografa per tutta la vita”, e che, nel caso di Summerton, spaziano dalla madre a cantanti, attrici, artisti, attiviste, pittrici e tante altre donne.

Sono passati quasi 50 anni da quando Pirelli ha iniziato a vendere calendari e le fotografie dell’almanacco numero 49, che verrà presentato ufficialmente a novembre, sono state realizzate per tre giorni a giugno a Londra e un altro a New York a luglio. Trentanove sono i fotografi che sono stati incaricati di realizzare questa piccola galleria di ritratti annuale, e solo quattro di loro sono donne. Summerton è la quinta dopo Sarah Moon (nel 1972, pioniera che decise di porre fine a tutta quell’era delle pin up ), Joyce Tenenson (1989), Inez van Lamsweerde (2007 insieme a Vinoodh Matadin) e Anne Lebowitz, prima nel 2000 e poi nel 2016.

Dice la fotografa: “L’intenzione è quella di ispirare lo spettatore ad aprire le proprie menti e sognare con me” mentre il presidente Pirelli, Marco Tronchetti Provera ha sottolineato: “Viviamo in un’epoca in cui il reale e l’irreale si fondono con enorme frequenza, per questo Summerton mi è sembrata l’artista perfetta per interpretarlo, e allo stesso tempo dare un contributo all’eredità del calendario Pirelli”.

Per metà delle modelle, seppure celebri, è un debutto sul calendario: è il caso di Bella Hadid, ma anche Cara Delenvingne, che nel 2019 è stata la modella più pagata del Regno Unito e che ora è più concentrata sulla sua carriera di attrice di serie tv e di Ashley Graham, 34 anni, di Lila Moss, figlia di Kate Moss, dell’americana di origine norvegese Kaya Wilkins e della cinese He Cong, in passerella da quasi un decennio.

AGI – I cambiamenti climatici rischiano di sconvolgere le produzioni della terra. Stravolgendo colture e tradizioni. Così a causa delle temperature il Regno Unito si potrebbe trovare a diventare il produttore ideale di vino rosso. Lo scrive l’Independent, secondo cui l’aumento delle temperature può portare a uve più dolci e una migliore qualità del vino.

“Le temperature nelle regioni vinicole del Regno Unito potrebbero aumentare di 1,4 gradi entro il 2040, oltre a un aumento di un grado dagli anni ’80, secondo le stime climatiche”, si legge sul quotidiano che riporta stime analisi di una ricerca ad hoc sulla resilienza climatica nel settore vinicolo in Gran Bretagna.

Il professor Stephen Dorling, ha dichiarato: “La produzione qui nel Regno Unito è stata in grado di produrre vini spumanti con uno stile molto simile a quelli prodotti nello Champagne” e ora “il clima ha aiutato sempre di più a corrispondere a quella produzione francese”, ha aggiunto.

Tant’è che i ricercatori suggeriscono che le attuali regioni migliori per coltivare il Pinot Nero si sposteranno verso nord, lontano dalla Francia, a causa dei cambiamenti di temperatura. “”In Francia non siamo rinomati per la produzione di vini rossi fermi, ma il cambiamento climatico offre una prospettiva per questo”, ha aggiunto il professor Dorling che consiglia ai produttori di vino britannici di sfruttare i cambiamenti piantando più viti per trarre vantaggio dall’aumento delle temperature previsto nei prossimi decenni. Per poi aggiungere: “”Quando piantiamo una vite, ha una vita di 20-30 anni, quindi dobbiamo prendere la decisione giusta su cosa pianteremo perché sarà con noi per un po’”, ha detto sempre il rpfessore.

Nel 2018, la Gran Bretagna ha prodotto per la prima volta oltre 15,6 milioni di bottiglie di vino rosso a causa dell’estate particolarmente lunga.

 

AGI – Pane e pomodoro. Un piatto estivo. Essenziale, senza fronzoli. Tradizionale e goloso. Che sostituisce e, insieme, integra la cucina di stagione. Piatto di campagna, povero ma fresco. Dagli ingredienti giusti: pomodori, olio buono, un pizzico di sale e foglie di basilico profumate. Oppure, in alternativa, un po’ di origano.

Di base c’è il pane, che può esser anche raffermo. Comunque bagnato con un po’ d’acqua e strusciato con i pomodori più maturi, oppure pane casereccio fresco o anche tostato. Da servire come un buon antipasto. Ma anche friselle , ovvero quelle ciambelle croccanti da ammorbidire con l’acqua e condire sempre con i pomodori.

Le friselle “sono state uno degli alimenti più popolari durante il primo millennio – racconta in una news il mensile Gambero Rosso – periodo in cui hanno rappresentato il pasto dei militari in partenza dal Meridione, spuntino ideale per conservarsi a lungo anche durante viaggi complessi. In principio, venivano preparate due diverse versioni di frisella: quella di grano duro, riservata alle tavole più benestanti e alle occasioni speciali, e quella di orzo, preparata dalle famiglie meno abbienti”.

In qualsiasi caso, una volta pronta “veniva inumidita con acqua e poi condita con olio d’oliva, pomodori, sale e origano”. Come già sottolineato, si sta parlando di un cibo “povero, contadino, che si è diffuso perlopiù in campagna e tra i marinai che ne facevano scorta per i viaggi più lunghi”. E pure la forma ad anello è infatti “dovuta a motivi pratici: per trasportarne il più possibile a bordo, le ciambelle venivano infilate in una corda così da essere appese”.

I modi per condire le friselle sono molti e anche tra i più fantasiosi: con i tonno o lo sgombro, con aggiunta di olive e capperi per quanti amano i sapori mediterranei. Nel caso, si possono pure utilizzare verdure di stagione, come peperoni, zucchine e melanzane.

Ma possono essere arricchite con formaggio  spalmabile e salmone affumicato, ma anche con polpo e patate oppure i crostacei o, in opposizione, con la salsiccia per coloro che preferiscono invece la carne. Del resto, la frisella sta bene con tutto. È una base. Perciò, fantasia a briglie sciolte. Non c’è che la possibilità di sbizzarrirsi nella creatività e negli accostamenti. Anche arditi…

AGI – Una cosa è certa: cresce la qualità, si diffonde il verbo della pizza d’autore e si moltiplicano a vista d’occhio progetti imprenditoriali ancora più ambiziosi. L’Italia, paese della pizza per antonomasia, non foss’altro perché la Margherita ripropone i colori della bandiera nazionale, ne ha mille specie e varietà, frutto di singoli, catene, industrie, artigiani, maestri pizzaioli. Da tavolo, da banco, al taglio, da asporto. Rotonda, al taglio, alla pala, cotta nel forno a legna o su pietra.

Nel novero, ci sono anche le pizze surgelate. Anch’esse di “qualità”. Per le quali è stato nei giorni scorsi raggiunto un accordo di sostegno alla filiera, che vede Intesa San Paolo e la famiglia Roncadin, azienda leader nella produzione di pizza surgelata di qualità, stringere un patto di collaborazione “per consentire alle aziende facenti parte del processo produttivo e distributivo, di essere accompagnate nei propri progetti di crescita sul territorio, di internazionalizzazione e di rinnovamento delle proprie strutture produttive, anche accedendo a soluzioni finanziarie dedicate”.

La banca, si legge in un comunicato congiunto, si propone di agevolare “l’accesso al credito dei fornitori strategici segnalati dal capofiliera per facilitare gli investimenti, in particolare quelli destinati all’efficientamento energetico, alla transizione ecologica, alla riduzione dei consumi idrici, alla valorizzazione dell’agricoltura biologica, all’ammodernamento delle aziende (Agricoltura 4.0), nonché il supporto per la gestione delle attività correnti e di campagna con specifici prodotti dedicati”.

Ma, al tempo stesso, anche di sostenere congiuntamente le piccole e medie imprese del territorio legate alla filiera afferente al marchio Roncadin, al fine di “accrescere gli sbocchi nei vari mercati mettendo a disposizione strumenti innovativi”. In particolare, sottolineano Intesa San Paolo e l’azienda della provincia di Pordenone, “verrà favorito il supporto finanziario verso gli imprenditori della filiera che intendono realizzare nuovi impianti e/o ampliamenti. Un intervento che rientra nelle iniziative che la banca ha messo in atto in coerenza e a supporto degli investimenti legati al PNRR”.

Attualmente l’azienda Roncadin è arrivata a occupare circa 780 persone nell’area pedemontana pordenonese e in un anno realizza oltre 100 milioni di pezzi, con un fatturato che nel 2021 ha raggiunto i 148,5 milioni di euro. Roncadin produce pizze sia a marchio proprio, sia per le private label nazionali e internazionali e recentemente ha ampliato il proprio business affiancando alle pizze surgelate, anche gli impasti freschi da banco frigo.

Obiettivo di Roncadin è crescere ancora, mentre Intesa San Paolo a livello nazionale nel comparto agroalimentare ha già avviato 170 contratti di filiera che hanno coinvolto oltre 6.500 fornitori, un giro d’affari complessivo di oltre 22 miliardi di euro e oltre 22.000 dipendenti del capo-filiera.

I numeri del mercato della pizza surgelata in Italia

Ma a quanto ammonta il mercato della pizza surgelata in Italia? Secondo lo Iias, l’Istituto italiano alimenti surgelati, gli italiani mangiano ogni anno 240 milioni, divisi in 16 milioni di famiglie, e per un valore di mercato dell’alimento pari a 254 milioni di euro.

Il dato più recente, che risale al 2018, ci dice che i consumi di pizza surgelata sono pari a 91.500 tonnellate che incidono per il 12% sui consumi totali di alimenti surgelati mentre nel 2019 – il dato più recente – la percentuale è salita al 14% del valore totale del mercato italiano dei surgelati, tant’è che lo scorso anno sono stati venduti 47.915.138 chilogrammi del suo impasto.

Le pizze surgelate sono infine di 50 tipi, via via destinati ad aumentare nel corso del tempo. Il tipo di gran lunga preferito? È la Margherita, che svetta in testa alla classifica con 110 milioni di pezzi consumati.

Dichiara Dario Roncadin, amministratore delegato dell’azienda: “Lavoriamo costantemente per avere una filiera sempre più sostenibile, corta, locale e che favorisce produttori attenti alla qualità, alla sostenibilità e al benessere dei lavoratori. Un impegno in linea con la nostra scelta, compiutasi a fine 2021, di diventare Società Benefit, portatrice di un modello di sviluppo basato sulla responsabilità verso l’ambiente, il territorio e le persone” ma “l’attenzione alla filiera è da sempre un punto cardine della nostra attività” tant’è che “ l’accordo stipulato con Intesa Sanpaolo ci permetterà di valorizzare ancora di più questo aspetto chiave per la competitività della nostra azienda e di tutto il sistema-Italia”.

Mentre Massimiliano Cattozzi, responsabile Direzione Agribusiness Intesa Sanpaolo spiega che “proprio l’eccellenza dei prodotti alimentari è al centro del nostro Programma Sviluppo Filiere, con l’intento di sostenere in maniera decisa sia la capofiliera che i fornitori che implementano la catena di produzione”. Quanto alla filiera Roncadin, sottolinea Cattozzi, è “di grande valore e produce una ricaduta territoriale molto positiva in termini di stabilizzazione degli investimenti e del lavoro, con significativi riflessi anche sociali”.

Flag Counter