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Meglio un fidanzato reale o quattro virtuali? Per milioni di donne in Cina la risposta potrebbe non essere scontata, almeno non per chi negli ultimi due mesi, cioè da quando è in circolazione, ha scaricato sui propri smartphone “Love and Producer” (o “Lian Yu Zhi Zuo Ren”, il nome originale cinese) il gioco on line del momento che simula appuntamenti con quattro personaggi bellissimi e intriganti.

Nonostante sia disponibile solo da poche settimane, il gioco è già una delle app più scaricate sugli App Store cinesi, grazie al suo mix di romanticismo e interazione con i personaggi virtuali. I quattro protagonisti sono tutti di alto o altissimo profilo: Li Zeyan è amministratore delegato di un’azienda, duro dal cuore tenero; Xu Mo è un dotatissimo scienziato; Bai Qi, un super-poliziotto che “non ti lascerà mai in pericolo”; Zhou Qiluo, dalla bionda chioma, invece, è un'inarrivabile popstar, ma dall’animo gentile e premuroso.

Tutti e quattro sono a disposizione per una relazione (e nessuno chiede l’esclusiva) con la protagonista del gioco, impegnata nel frattempo a evitare la bancarotta agli studi televisivi fondati dal padre. Per proseguire nel gioco occorre superare alcune prove da cui proverranno crediti per continuare nel gioco, anche se per ottenere lo stesso risultato è sufficiente sborsare denaro reale.  

I super-eroi romantici virtuali, dotati di superpoteri ad hoc, stanno facendo la fortuna del gruppo Paper Studio,  di Suzhou, nella Cina orientale, che si nasconde dietro il successo di questo gioco on line, lanciato a dicembre scorso e che oggi conta già oltre quattro milioni di utenti giornalieri, il 90% dei quali donne, in particolare giovani attorno ai venti anni, secondo le stime del sito web cinese dedicato ai giochi on line GameLook. Per il mese di gennaio, il gruppo si attende ricavi fino a trecento milioni di yuan (47 milioni di dollari) dalla sua creatura, che si inserisce nel filone degli “otome games”, ovvero dei videogiochi, popolari da anni in Giappone, che si rivolgono principalmente a un pubblico femminile e che si sviluppano partendo da una storia di background. 

La popolarità del gioco è fuori discussione, al punto che il 13 gennaio scorso, compleanno di uno dei quattro personaggi di Love and Producer, Li Zeyan, un gruppo di fidanzate virtuali del Ceo del videogioco ha pagato soldi reali, equivalenti a 39mila dollari, per un banner digitale su un grattacielo di Shenzhen, alle porte di Hong Kong per fare gli auguri al loro eroe. Nonostante sembri un gioco innocuo, Love and Producer sta già facendo discutere per le sue dinamiche che metterebbero in luce alcuni punti deboli del rapporto tra uomini e donne nella Cina di oggi.

Jiemian, una start-up di news focalizzata su affari e innovazione, sostiene che “la semplificazione, il consumismo e l’ipocrisia radicati in questi simulatori di appuntamenti sono il prodotto di questa era senza amore”. Al di là del giudizio morale, il risvolto sociale che sembra emergere da questi giochi è che “il consumismo in stile fast-food permette alle donne di imporre agli uomini vari tipi di pretese che un tempo erano rivolte a loro. E lascia filtrare il messaggio che gli uomini di una classe inferiore non siano degni di essere frequentati”.

Loredana Lecciso ha deciso di dire la sua. Dopo settimane di gossip, innescate da una foto galeotta in un mercatino di Natale, la moglie di Al Bano ha raccontato la sua versione dei fatti negli studi di Domenica Live, con Barbara D'Urso. E per capire a che puto è il suo rapporto con Al Bano bastano queste dieci frasi.

  1. Il gossip: "Al Bano è una persona che tiene in sé i suoi sentimenti più intimi. Quando dice che non vuole fare gossip, è vero, si ritrova al centro del gossip, se dietro a tutto questo ci fosse una regia di certo non sarebbe la sua. Agli occhi del pubblico potrebbe sembrare un Al Bano che non è, è solo che a volte pecca di ingenuità. Accadono cose di cui lui poco ha la paternità".
  2. La separazione: "Nessuno ha lasciato nessuno, c’è stato effettivamente un allontanamento, che non era nato da situazioni poco gradite citate, ero già fuori".
  3. Romina Power: "Devo dire che le provocazioni di Romina… Voglio essere onesta, il confine tra l’ironia e il buon gusto è labile, non ho gradito affatto alcune esternazioni".
  4. La famiglia: "Con Al Bano io ho costruito una famiglia, che è nata da una realtà molto chiara, mi dispiace passare come se fossi il terzo incomodo, quando ho conosciuto Al Bano era un uomo libero, eravamo due persone astutamente libere, e abbiamo iniziato il nostro percorso insieme, è stato molto bello".
  5. Cosa è successo a Natale: "Ero a Pavia. Al Bano è stato molto carino, ha trascorso il Natale con i nostri figli e le mie sorelle. Qualsiasi donna si sarebbe sentita ferita, avevo bisogno di quel momento per capire molto bene. Dall’esterno, la sua posizione potrebbe sembrare quasi ambigua. Studiando bene la cronologia di alcuni eventi, lui era stato anche molto chiaro. Fatico a comprendere perché Romina faccia così".
  6. La situazione oggi: "Voglio un gran bene ad Al Bano, lo amo ancora. Io credo nel progetto. La nostra non è mai stata una coppia idilliaca, è sempre stata molto accesa, una coppia normale, ma quando è stato male ci siamo avvicinati ancora di più. Nessuno ha lasciato nessuno, è come se ci fosse un momento interlocutorio, che ha spiazzato me e di conseguenza anche Al Bano. Io credo nella sua buona fede, ci credo ancora. Forse quell'allontanamento era anche un gesto d'amore, visto che c'è tutto questo sovraffollamento, mi sottraggo io ed è anche un paradosso, io e Al Bano siamo una famiglia da 18 anni".
  7. L'amore: "In questi momenti agli occhi del pubblico può sembrare che ad Al Bano piaccia essere oggetto di contesa tra due donne…  Lui non è questo, Al Bano è uomo di grande chiarezza".

Il mattoncino Lego compie 60 anni e, a dispetto della sua età e delle nuove tecnologie, non smette di appassionare piccoli e grandi. Tanto da essere stato incoronato nel 1999 “giocattolo del secolo” dalla rivista 'Fortune'. In realtà, l’azienda danese fondata nel 1916 da Ole Kirk Kristiansen, un falegname della piccola città di Billund,  iniziò a produrre i famosi mattoncini a partire dal 1949, ma fu soltanto il 28 gennaio del 1958 che questi assunsero la particolare forma che è arrivata fino a noi.

L’intuizione che ne decretò il successo fu semplice: aggiungere piccoli tubi all’interno di mattoncini cavi in plastica che permettono di incastrarli con maggiore presa. “Possono essere continuamente uniti e smontati. Le combinazioni possibili sono infinite: unico limite la fantasia. Questo permette ai giovani di mantenere le proprie menti aperte e continuare a esplorare soluzioni creative sviluppando alcune delle capacità utili per affrontare il 21° secolo come la creatività, la collaborazione e la capacità di problem solving,” afferma Julia Goldin, direttore marketing del gruppo. E i Lego – si scrive obbligatoriamente tutto maiuscolo – sono tutt’oggi tra i giochi più istruttivi in assoluto.

D’altronde lo sapeva bene Kristiansen che per i suoi mattoncini scelse proprio il nome LEGO da “leg godt“, che significa “gioca bene”.

Dalla crisi all'exploit

Dopo aver superato nel 2005 una crisi che ha costretto il gruppo a vendere parte dei suoi parchi a tema, Lego ha chiuso il 2016 con il miglior fatturato della sua storia, con ricavi pari a 37,9 miliardi di corone danesi, circa 5 miliardi di euro, e una crescita del +6% rispetto all’anno precedente.

Il merito? Soprattutto del mercato europeo e cinese e di una strategia che ogni anno aggiorna il catalogo di prodotti. Nel 2016 ne sono stati lanciati 335 inediti, mentre le costruzioni a tema come quelle a marchio Star Wars, specie in coincidenza dell’uscita dei film in sala, contribuiscono al 60% delle vendite annuali. Non solo, secondo uno studio del 2015, LEGO ha registrato un incremento del valore medio del 12% annuo in quindici anni, contro il 9,6% dell’oro e il 4,1% del mercato azionario.

40 miliardi di mattoncini per la luna

– Ogni anno vengono prodotti circa 20 miliardi di mattoncini, ovvero circa 2,3 milioni all'ora.

– I pezzi difettosi sono 18 pezzi su ogni milione

Sei mattoncini Lego “2×4” possono essere combinati in più di 915 milioni di modi possibili.

 – Per raggiungere la luna occorrono 40 miliardi di mattoncini “2×4” impilati uno sopra l’altro.

– Gli stampi usati per produrre gli elementi Lego sono precisissimi (tra i 4my/0,004mm) , ovvero meno della spessore di un singolo capello.

–  Numero di colori utilizzati per la produzione: oltre 60.

Nel '71 arrivò il rosa

– Nel 1961 vengono inserite nelle confezioni le prime ruote. Oggi Lego è uno dei maggiori produttori di pneumatici al mondo con oltre 700.000.000 di gomme prodotte ogni anno.

– Nel 1971 esce la prima linea dedicata interamente alle ragazze.

– Sul sito di aste online Catawiki, nel febbraio 2017, viene venduto il mattoncino Lego più costoso del mondo. Non è in plastica, ma in oro 14 carati, battuto al prezzo di circa 19.000 euro, quando il valore dell'oro era stato stimato a soli 2.000 euro.

– Sono oltre 19mila i dipendenti del gruppo.

– Nel 2006 l'azienda ha ricevuto una nomina prestigiosa dalla rivista Working Mothers ("Madri Lavoratrici"), come una delle 100 migliori società al mondo nell'attenzione verso le madri lavoratrici.

– Attualmente ci sono 140 Lego store nel mondo, di cui 7 in Italia.

Lui è lo chef più sexy della tv italiana, lei di cucina non ne vuol sentire parlare. Lui ama i riflettori e la popolarità, lei preferisce stare dietro le quinte e organizzare. Lui è uno degli uomini più desiderati dalle casalinghe italiane, lei quella che se l'è accalappiato. Già da un pezzo, in realtà, dato che Carlo Cracco e Rosa Fanti stanno insieme da quasi dieci anni e hanno due figli. Si sono sposati venerdì sera a Milano, a Palazzo Reale, con una cerimonia civile officiata dal sindaco Beppe Sala. E la festa? Ma ovviamente nel locale di Cracco 'Carlo Camilla in segheria', visto che il nuovo ristorante in Galleria non è ancora pronto.

Come si sono conosciuti

La storia di Rosa e Carlo è una storia come tante, scrive Gioia. I due si incontrano a una festa, si osservano e si girano intorno. Poi si scambiano i numeri e si scrivono. Passano due giorni e Cracco si presenta alla sua porta, e da lì in avanti non ce ne sarà più per nessuno. In casa Cracco cucina e fa la spesa solo Carlo, Rosa va in sbattimento anche solo per una pasta in bianco, e piace a tutti anche perché non ne fa mistero e non manca di prendersi in giro sempre.

Chi è Rosa Fanti

Ragazza della porta accanto, bella ma non avvenente, elegante e mai esagerata, consapevole ma non sbruffona, Rosa Fanti è riuscita nel miracolo di far pensare a tutti che è Carlo Cracco tra i due a essere il più fortunato. Originaria di Santarcangelo di Romagna (il paese da cui viene Valerio, il vincitore dell'ultima edizione di Masterchef in cui Cracco è stato giudice) ma milanese d’adozione, non ne vuole sapere di cucina e fornelli. Divisa tra lavoro e viaggi, gestisce alla perfezione il team Cracco. E' di parecchio più giovane di lui (34 anni contro 51) che ha anche un matrimonio alle spalle e due figli avuti da un’altra donna.

Quello strappo che mostra le gambe…

A raccontare le nozze è Repubblica. Celebra il sindaco Beppe Sala, testimone dello sposo Lapo Elkann – suo socio nel ristorante Garage Italia -, mentre Rosa Fanti ha scelto il proprio fratello. All'ingresso di Palazzo Reale, a due passi dal Duomo, un piccolo incidente: una guardia del corpo inavvertitamente calpesta lo strascico dell'abito della sposa, strappandolo (e rivelando così le gambe). Rosa Fanti ha scelto un abito bianco con pailletes e bouquet in tinta, Carlo Cracco un abito scuro con papillon. Ad assistere alle nozze i loro due figli Pietro e Cesare e le figlie di prime nozze di Cracco Sveva e Irene. Tra gli ospiti anche una delle amiche storiche della sposa, la conduttrice tv Camila Raznovich. "E' stata una cerimonia scherzosa e leggera – ha raccontato il sindaco Sala -. Ho sottolineato come Carlo e Rosa siano dei veri protagonisti della Milano di oggi. Carlo – ha concluso – è una persona da conoscere, altrimenti non si percepisce la sua umanità".

Galeotto fu il mercatino di Natale. Se galeotto qualcosa può ancora essere per una coppia che sta insieme da quasi mezzo secolo. Perché anche se uno dei due, nel frattempo, per 18 anni è stato sposato con un'altra donna, Al Bano e Romina Power sono sempre stati una coppia. Almeno nell'immaginario collettivo. E, come nelle favole o nelle commedie hollywoodiane, alla fine l'immaginario collettivo ha avuto la meglio e ha stabilito che il matrimonio del cantante pugliese con Loredana Lecciso aveva fatto il suo tempo e che era ora di ristabilire la verità storica: l'unica vera compagna di Al Bano è Romina. Il risultato? La Lecciso se n'è andata sbattendo la porta, rassegnata all'inevitabile: suo marito ama ancora l'ex moglie.

Troppo complicato? Ma no, più semplice di quanto sembra. Il 12 dicembre, ricostruisce il settimanale Oggi, da Amburgo (dove si trovavano per un concerto) Romina posta foto di lei e Al Bano in giro per mercatini di Natale tra cuori e frasi d’amore. In quei giorni Loredana Lecciso è tra Milano e Pavia (dove vive suo fratello) e decide di restarci. Poi l'escalation, con il Natale e il Capodanno da separati, e le mancate risposte chiare di Al Bano: mentre un paio di mesi fa aveva dichiarato "Amo Lory, chiedo rispetto per la nostra famiglia", oggi preferisce tagliare corto: "Non voglio entrare in questa bolgia".

Secondo Oggi, la decisione della Lecciso è anche a difesa dei figli Jasmine e Bido:  hanno 16 e 15 anni, stanno sui social, guardano la tv e leggono i giornali. Traducendo: subiscono questi exploit, i messaggi trasversali, le foto postate solo per sfruculiare nervi e rancori. Li subiscono tre volte: quando li vivono in casa, quando diventano argomenti da talk e quando uscendo di casa hanno conferma che sì, tutti ne parlano. 

È iniziato un nuovo anno e probabilmente avrete stilato una lista di buoni propositi, pur consci che la maggior parte (secondo uno studio, il 92%) sarà destinata a fallire miseramente. E tra gli ambiziosi obiettivi che vi sarete dati, rosi dal senso di colpa dopo i bagordi festivi, ci sarà mettersi a dieta. Ebbene, l'università di Stanford ha un consiglio per voi: non dite a nessuno che volete perdere peso, altrimenti le già elevate chance di non riuscirci diverranno soverchianti. 

Secondo la ricerca, il 75% delle donne che si mettono a dieta si sentono sostenute "raramente" o "mai" dalle persone della propria cerchia sociale. A volte è la madre, alla quale sembrano bellissime lo stesso. A volte è il marito, che si dispiace a dover ordinare il dessert da solo e cerca di convincerle a fare uno strappo alla regola "altrimenti non lo ordina neanche lui". Altre volte ancora le ragioni del "sabotaggio" sono meno nobili e inconscie. Ad esempio, un'amica cercherà di dissuadervi perché teme che, perdendo peso, diveniate più attraenti di lei. 

"Mettersi a dieta suscita inferiorità e competizione"

Cercare di dimagrire, sottolinea Quartz, "può suscitare competizione o sentimenti di inferiorità nei vostri compagni di tavola. Per esempio, se optate per un'insalata invece che per la pasta, gli altri potrebbero sentirsi spinti a fare lo stesso, rispondendo ai vostri tentativi di perdere peso in maniera competitiva. La loro insicurezza potrebbe altresì manifestarsi nel tentativo di dissuadervi dalla dieta o nel mettere in dubbio che dovreste proseguire con i vostri sforzi". O, molto più banalmente, secondo altri studi, il sostegno della propria cerchia viene meno perché gli amici considerano "noiose" le persone a dieta, che la sera magari si asterranno dal bere in compagnia. 

Non finisce qui. C'è un'altra ricerca – elaborata dalle Università di New York, Costanza e Sheffield – dalla quale emergerebbe che dichiarare i propri obiettivi ai conoscenti è già da solo sufficiente a rendere più difficile raggiungerli. Contrariamente a quanto suggerirebbe il senso comune, quest'ultimo studio afferma che "l'espressione pubblica dei propri 'obiettivi di identità' – ovvero obiettivi legati al cambiamento del concetto di sè – possono ritorcersi in maniera incredibile. Per esempio, se raccontate alla gente i vostri obiettivi, sarete meno motivati a riuscire o farete meno sforzi". Su quanto solide siano queste conclusioni si può sicuramente discutere. Ma, se anche quest'anno i vostri buoni propositi andranno in vacca, potrete finalmente scaricare la colpa sugli altri sulla base di studi scientifici. 

 

Fiat Tweet 500. Chi è un abitudinario di Twitter, e ama osservare le tendenze non sono italiane, sarà rimasto colpito di vedere come durante le vacanze invernali, in Inghilterra, sia comparso questo particolare hashtag. Tre parole che fanno riferimento al modello più famoso al mondo realizzato dalla Fiat (oggi FCA).

Cercando sui siti che maggiormente si occupano di contenuti virali in rete si scopre che il fenomeno in questione non è così piccolo o limitato. Buzzfeed ci ha fatto un titolo evocativo e “leggermente” sarcastico: “La migliore cosa capitata in rete da tantissimo tempo”. PopBuzz ha invece raccontato il fenomeno attraverso una domanda capace di mettere in guardia tutti quelli che, come me, abitualmente usano il social network per lavoro o per informarsi su cosa succede nel mondo: “Nei fai parte anche tu?”. 

Cos’è #FiatTweet500 
Il termine è stato coniato per descrivere un tipo precisissimo di ragazza inglese, un po’ superficiale e pronta a drammatizzare qualunque cosa, che twitta cose apparentemente senza senso, ma che, inspiegabilmente, ottiene molti retweet e una discreta considerazione dagli utenti. Ma il ritratto è molto più ampio. In generale queste ragazze mangiano cibo spazzatura, stanno sempre attente a unghie e capelli, usano gli emoji senza una particolare ironia e raccontano dei loro fidanzati usando spesso il termine “psicopatiche” per descrivere se stesse. 

Questi “oggetti” le identificano, pare

Inoltre amano moltissimo gli unicorni. 

Amano Ed Sheeran (e lo difendono fino alla morte)

E mettono sempre una “x” alla fine dei loro messaggi

Insomma, ci sono frasi come queste che riassumono un po’ il loro identikit

Perché proprio una Fiat 500?
Una volta, secondo molti di loro, si sarebbe optato per una “Mini”. Ma oggi la macchina più facilmente associabile a questa “sottocultura” (così la definisce PopBuzz) è proprio la 500 della casa automobilistica torinese. In poche parole è il modello che queste ragazze acquisterebbero o, più frequentemente, riceverebbero in dono dai propri genitori o parenti. 
Non proprio una pubblicità positiva, almeno secondo chi possiede una 500 e non si identifica in questo particolare gruppo sociale.  

E la versione maschile?
Esiste anche quella ma non è associata a nessun modello di auto. Sono quei ragazzi che, oltre a idolatrare Liam Gallagher, ex cantante degli Oasis, bevono particolare bevande, assai scure, a base di frutta. 

E in Italia? (E non sono sicuro di voler sapere la risposta). 

Sono finiti i tempi in cui, al massimo, sul vostro cappuccino potevate trovare disegnato un cuore, più o meno accurato a seconda della perizia del barista. Ora, grazie alla tecnologia, è possibile farsene servire uno con la vostra faccia che appare, in tutti i dettagli, sulla schiuma. A patto che riteniate tale effimero piacere possa valere una spesa di 5 sterline e 75 (circa 6 euro e 50 centesimi). Tanto costa un "selfieccino" al The Tea Terrace di Londra, dove, per ordinarne uno, basta inviare una propria foto via WhatsApp allo staff del locale. L'immagine verrà scannerizzata e poi elaborata da una macchina che la riprodurrà sul cappuccino con un colorante insapore. L'operazione richiede in tutto quattro minuti.

Il bar, sito nella centralissima Oxford Street, ha servito circa 400 "selfieccini" nei primi tre giorni di lancio e intende ora brevettare il termine per poter vendere la propria invenzione ad altri esercizi. 

Inventata la lampadina, perché non tirar fuori dal cilindro anche le lucine di Natale? Thomas Edison non ha aspettato che qualche mese dal brevetto della prima lampadina commerciale al primo filo di luci elettriche da usare come decorazioni natalizia. Nel Natale del 1880, a chi passava da Menlo Park, il laboratorio Californiano dopo più di un secolo dopo sarebbe sorto il quartier generale di Facebook, capitava di vedere una curiosa 'parata' di luci che non erano candele, ma i primi addobbi elettrici. Tuttavia dovettero passare quasi quarant'anni perché le luci elettriche di Natale diventassero la tradizione che tutti conosciamo.

Prima di allora le famiglie usavano un sistema terribilmente pericoloso per addobbare gli alberi: candele accese. E spesso la festa finiva in rogo. 

Nel 1882 fu Edward H. Johnson a mettere insieme la prima serie di luci elettriche per alberi di Natale. Johnson, l'amico e socio di Edison nella General Electric, cablò a mano 80 lampadine rosse, bianche e blu e le sistemò attorno al suo albero di Natale. 

Tuttavia, il mondo non era ancora pronto per l'illuminazione elettrica. La diffidenza fu superata solo quando il presidente Grover Cleveland, nel 1895, chiese che l'albero di Natale della Casa Bianca fosse illuminato da centinaia di lampadine elettriche multicolori.

La vigilia di Natale del 1923, il presidente Calvin Coolidge iniziò le celebrazioni natalizie illuminando l'albero nazionale con 3000 luci elettriche sulla Ellipse, lungo la  facciata sud della Casa Bianca.

Fino al 1903, quando la General Electric iniziò a offrire kit preassemblati di luci natalizie, erano riservate ai ricchi e agli esperti di elettronica. Il cablaggio era molto costoso e serviva un elettricista. Secondo alcuni calcoli, addobbare con luci elettriche un albero di Natale di medie dimensioni prima del 1903 costava l'equivalente di duemila dollari di oggi.

Mentre Thomas Edison e Edward H. Johnson furono i primi a creare fili elettrici di luce, fu Albert Sadacca a vedere un futuro nella vendita di luci di Natale elettriche. Lasua  famiglia era proprietaria di una compagnia di illuminazione e nel 1917 Albert, all'epoca adolescente, suggerì di offrire ai clienti luci dai colori vivaci. Negli anni '20 Albert e i suoi fratelli organizzarono la National Outfit Manufacturers Association (NOMA), un'associazione di categoria, che si accaparrò il mercato delle luci natalizie fino agli anni '60.

Un video pubblicato su Facebook mostra il motion capture (conosciuto con l'abbreviazione mocap), ovvero la registrazione del movimento del corpo umano (o di altri movimenti) per l'analisi immediata o differita grazie alla riproduzione, della prima versione di uno dei videogiochi più popolari di sempre: Mortal Kombat. Nel video si vedono le varie mosse fatte da uno dei personaggi più noti di del videogame, Johnny Cage. Mortal Kombat è una serie di videogiochi creata nel 1992 da Midway Games. In seguito al fallimento della Midway, il marchio è stato acquisito dalla Warner Bros. Le immagini di questo mocup riguarda la prima serie di Mortal Kombat, quella che ne ha decretato il successo mondiale e giocata dai più giovani in quegli anni. Alla prima versione del gioco ne sono seguite altre nove, e due film. 

 

 

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