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Arriva da Cerea (Verona) il pizzaiolo più originale del mondo, ma anche il neo detentore del titolo di pizzaiolo chef e pizzaiolo sommelier. Con la sua 'Valpoterra', in omaggio ai prodotti della Valpolicella a partire dall'Amarone usato nell'impasto, Stefano Miozzo vince infatti la terza edizione del contest internazionale #PizzAward, battendo centinaia di concorrenti e conquistando, allo stesso tempo, uno dei nove riconoscimenti (una oliera per pizze a forma di busto di San Gennaro) previsti dalla gara ideata da MySocialRecipe e una delle menzioni speciali attribuite dai main sponsor.

Gli ingredienti li ricorda Repubblica: l’impasto della pizza all’Amarone vincitrice è ad alta idratazione, mentre la farcitura è a base di culatello affinato al Ripasso, mozzarella fior di latte, robiola dei Lessini aromatizzata al tartufo, sferificazione all’Amarone, prugna essiccata, lamponi liofilizzati, purè di mela, mollica fritta sbriciolata, lamelle di tartufo, noce moscata e fiori di mela.

Sotto i riflettori della premiazione ieri a Napoli anche altri sette grandi interpreti di questo cibo conosciuto in tutto il mondo:

  • Enzo Coccia (premio alla Carriera Professionale),
  • Ciro Salvo (Pizzaiolo Protagonista dell'Anno),
  • Franco Pepe con Authentica – Pepe in Grani (Pizzeria dell'Anno),
  • Filippo Rosato con la sua 'On the sea sidè (Migliore Pizza dall'Estero),
  • Diego Tafone con la sua 'Pascalinà (Migliore Pizza Healthy),
  • Paolo De Simone con la sua 'Nefropizzà (Pizzaiolo Social)
  • La ventiduenne Sara Palmieri, che ha incassato addirittura due titoli (Migliore Pizza Senza Glutine e Migliore Pizza in Rosa) con la sua 'Tradizioni'.

Al loro fianco, inoltre, i giovani John e Elias, protagonisti del primo corso per pizzaioli rivolto ai migranti che MySocialRecipe ha voluto promuovere, con la collaborazione di Virtus Italia Impresa Sociale, dell'Associazione Pizzaioli Esperti e di Fabio Cristiano (docente della Scuola di Pizzaiolo) in un'ottica di integrazione culturale e professionale.

"Oltre all'attenzione per il sociale, PizzAward è ormai una sorta di calamita per i pizzaioli desiderosi di mostrare la loro creatività – spiega l'ideatrice del contest Francesca Marino – e attira sempre più partecipanti da tutto il mondo, arrivando quest'anno al record di 239 pizzaioli da 32 Paesi. Un'adesione importante da cui emerge il ritratto di un movimento in continua evoluzione, capace di dettare incessantemente nuovi trend in fatto di impasti e topping. In questa edizione, in particolare, la parola d'ordine è stata salute, con tante pizze attentamente studiate contro alcune patologie, come le malattie renali o il cancro. Ma la star indiscussa resta comunque l'arte del pizzaiolo napoletano che abbiamo potuto finalmente festeggiare come patrimonio Unesco, dopo averne supportato la candidatura per due edizioni consecutive, e che continueremo a celebrare nei prossimi anni con l'aiuto di tanti esperti del settore".

Delle sue doti di amatore ne aveva parlato persino uno dei più popolari quotidiani tedeschi, The Bild, e lui, era il 2015, rispose dalle colonne de Il Resto del Carlino: “Tutta promozione per la Riviera. Penso di averne fatta molta più io che cento agenzie”.

Era così Maurizio Zanfanti, in arte Zanza, re dei playboy romagnoli. Verbi usati al passato perché la vita di Zanza, classe ’55, si è interrotta la notte tra il 25 e il 26 settembre stroncata da un malore.

Aveva dichiarato di essere andato in pensione, di aver concluso la sua “carriera” da latin lover, famoso in tutto il mondo grazie ai racconti che le turiste riportavano a casa dopo le vacanze in riviera, ma la passione per il gentil sesso non si era mai placata.

E così era appartato in macchina con una 23enne  dell’Est quando il suo cuore ha smesso di battere. La ragazza ha subito chiamato i soccorsi che niente hanno potuto fare.

La leggenda di Maurizio Zanfanti risale agli anni ’70, gli anni d’oro in cui la riviera romagnola era il fulcro della movida estiva italiana e Maurizio lavorava come buttadentro per uno dei locali più rinomati, il 'Blow Up'.

Fisico prestante, capello lungo (prima moro, poi biondo), pantaloni di pelle e gilet borchiati, ma l’ingrediente della sua ricetta per conquistare le donne era certamente il garbo. Un’attività la sua, che vantava migliaia di conquiste, che lascerà posto al mito, alla leggenda a chi lo ha conosciuto e lo ha visto all’opera.

La storia della sua vita per le strade della riviera è rimasta sempre nell’immaginario comune come quella dell’amatore perfetto e tipico italiano, tanto bistrattato quanto intimamente adorato. Un immaginario talmente popolare da catturare anche l’attenzione di intellettuali e artisti, come Michele Serra che nel 1985 lo intervistò per il suo libro “Tutti al mare” o Filippo Malatesta che nel 1997 lo citò nel suo brano “Terrone”. Una storia insomma indimenticabile quella di Zanza, che farà antologia tra i giovani e non della riviera romagnola per sempre. 

WellDone Burger è una delle catene di hamburgerie più importanti in Italia, fondata a Bologna da Andrea Magelli e da Sara Roversi nel 2013, è stata annoverata tra le 5 migliori hamburgerie d’Europa dal Wall Street Journal.

Il concept del locale è molto semplice e i fondatori lo spiegano chiaramente nell’home page del loro sito: “Dopo anni di studio e ricerca, abbiamo voluto dare una reinterpretazione tutta italiana del celebre panino statunitense, combinando farine biologiche, carni selezionate da allevamenti locali e non intensivi e verdure di stagione per un burger davvero “buono”, in grado di appagare e saziare (senza esagerare), che esalta la qualità e la provenienza dei suoi ingredienti e si rivolge a carnivori convinti, ma anche vegetariani e vegani”.

Ecco, appunto, vegetariani e vegani compresi, e da ora i punti WellDone, 16 in tutta la penisola, diventano oasi del compromesso per chiunque abbia deciso di intraprendere una dieta alimentare che non sfrutti il sacrificio di alcun essere vivente. Arriva sul menù il Beyond Burger, il burger di “non-carne” – come scrive l’azienda in una nota – composto al 100% da proteine di origine vegetale prodotto da Beyond Meat e distribuito in anteprima in Italia dalla catena di hamburgerie bolognesi.

Beyond Burger è un burger realizzato al 100% da proteine di origine vegetale, ed ha la stessa resa e lo stesso gusto della carne bovina. La ricerca di Beyond Meat ha portato alla realizzazione di una “non carne” che ha l’aspetto, il gusto, la succosità, il profumo e la consistenza della carne di mucca. Beyond Burger – continua il comunicato – ha un altissimo apporto di proteine ed è ricco di ferro quanto la carne bovina inoltre non contiene Ogm, soia, ormoni o antibiotici, ed è privo di colesterolo e glutine.

Insomma, la carne del futuro, la non-carne che potrebbe rivoluzionare le abitudini alimentari dribblando il palato severo dei più carnivori più esigenti. Ora si dovrà solo aspettare e capire se davvero è una rivoluzione facilmente esportabile nelle nostre vite, nonché capire quanto sia a portata di portafogli. Di certo WellDone ha fatto un colpaccio aggiudicandosi la distribuzione in anteprima per l’Italia di Beyond Burger per il proprio menù.

Secondo la Fao entro il 2050 la popolazione mondiale aumenterà di un terzo e il nostro pianeta non avrà risorse sufficienti per sopportare un’alimentazione basata prevalentemente su base animale come quella attuale; inoltre, il 25% dei gas serra è causato dall’agricoltura intensiva e l’allevamento intensivo contribuisce al riscaldamento globale per un 40% in più rispetto a tutto il settore mondiale dei trasporti nel suo complesso.

Numeri non nuovi ma che restano comunque allarmanti, che ci invitano ad accogliere con entusiasmo rimedi che possono cominciare da subito ad alleggerire il pianeta terra dalla sempre più ingombrante e fastidiosa piaga dell’esistenza dell’uomo. Probabilmente non sarà un panino a bastare per tutto il lavoro, ma qualsiasi viaggio, anche il più lungo e avventuroso, parte con un passo e la situazione al momento è talmente disastrosa che qualsiasi passo è il passo giusto.

La passione per lo “street wear”, l’abbigliamento da strada, sta contagiando i millennial cinesi. Non amano solo le grandi firme. I loro modelli di riferimento sono star della musica cinese, come Kris Wu, o ballerini internazionali di hip-hop. Con una novità: i marchi locali attraggono sempre di più la loro attenzione, a discapito di quelli stranieri. 

Yue Xing ha 25 anni, si è appena laureata a New York ed è tornata a Shanghai vestita come Fedez. Quando la redazione di Sixth Tone la incontra in un cafè della metropoli cinese, indossa una t-shirt di Supreme e un paio di costosissime sneaker firmate Yeezy. Confessa di averne in valigia altre 30 di magliette, oltre a 8 paia di quelle scarpe così modaiole. Le sono costate quindicimila dollari sull’unghia. Di valigie Yue Xing ne ha portate a casa ben sei, e sono tutte, assicura, piene zeppe di griffe, da Gucci, a Givenchy, a Hermes.

Ma lei ormai sta in fissa con le rarissime scarpe nate da un sodalizio con Adidas e con le t-shirt di cui anche il rapper italiano vanta un’ambita collezione. “Collezionare Supreme e Yeezy è molto più difficile che comprare una borsa di Gucci”, dice Yue. Sono scarpe a edizioni limitata, e così ne ha comprate cinque paia da rivenditori non ufficiali pagandole 1000 dollari ciascuna (il prezzo originale è di 200 dollari). A New York ha passato ore accampata in fila per entrare da Supreme. Perché? Semplice: in Cina ancora non c’è.

Un paio di sneaker bramate come fossero il nuovo modello di Iphone o l’ultima PlayStation. “Oggi, se il tuo outfit non prevede almeno un indumento da strada, ti considerano un vecchio”,  dice Yue Xing.

Una delle definizioni più diffuse di "street wear" l’ha data Shawn Stussy, ex surfista e creatore dell’omonimo brand. “E’ un lifestyle multi sfaccettato, figlio di sottoculture diverse, basato su T-shirt e su una sensazione di esclusività”. Si tratta di un fenomeno – scrive il Foglio – in cui insieme all’abbigliamento si fondono elementi legati allo skateboard, al surf e allo snowboard, poi l’hip hop, la fotografia e i graffiti fino ad arrivare ai social network, ai blog e al web in generale.

Per esempio: sapete chi ha disegnato le Adidas Yeezy Boost 350 v2 “Beluga 2.0”? Il rapper Kanye West.

Come Yue ce ne sono tanti di giovani cinesi che si stanno appassionando allo “street wear”. Stando a una ricerca di mercato condotta da Nielsen, nel 2017 l’industria ha registrato consumi in crescita del 62% rispetto all’anno precedente.

Numeri impressionanti che hanno attratto l’attenzione degli stilisti cinesi, desiderosi di accaparrarsi una fetta della torta. Tencent ha fatto una ricerca e ha concluso che il brand autoctono funziona. I millennial sono i primi a essere convintamente nazionalisti.  

La stessa Yue, da quando è tornata in Cina, ha iniziato a interessarsi allo “street wear” disegnato dai connazionali, come il brand Random Event, sponsorizzato dalle celebrity cinesi, “fatto bene e di nicchia”.

Random Event è nato nel 2012 dallo stilista Hong Yang, che si è ispirato allo “street wear” giapponese e di Hong Kong. Un brand sconosciuto fino a quando a indossarlo l’anno scorso è stato l’attore Hu Yitian, molto famoso in Cina. A quel punto le vendite sono decollate.

Cai Huakun ha 24 anni, è uno stilista, e ha aperto uno store online sul sito di e-commerce Taobao. Rivende le t-shirt di Supreme, che hanno avuto un boom da quando il cantante Kris Wu le ha indossate in uno dei suoi ultimi concerti.  Lo store di Cai vale milioni di yuan ed è tra i 50 più quotati nella categoria di abbigliamento maschile. Lo stilista, originario di Xiamen, ha disegnato le sue magliette che ricordano da vicino quelle di Supreme ma costano molto meno.

Il suo timore è però che presto i brand stranieri si accorgano di questo segmento di mercato rimasto inesplorato, e decidano di occuparlo aprendo dei flagship store, smarcando così inesorabilmente le firme cinesi.

Per il momento, gli stilisti di “street wear”, come il 34enne Yi Ran, fondatore del brand Yeenjoy, cavalcano l’onda di un successo inaspettato, segno che “i cinesi sono nostalgici e sentono una connessione con i brand locali”, spiega Yi Ran. 

L'avanzata del Made in China a discapito dei marchi stranieri non è solo roba da millennial. Si tratta di un fenomeno più ampio che sta portando le aziende cinesi a scalare la classifica dei brand più amati. Lo ha svelato un recente rapporto stilato dalla società di consulenza Prophet che ha analizzato i 50 marchi preferiti dai cinesi, scoprendo che Huawei e Meituan Dianping (il colosso per la consegna di cibo a domicilio che ha di recente acquisito Mobike) hanno già sorpassato Apple e Nike. Sui primi 50 brand, 30 sono cinesi; nel 2016 erano 18.  "Cari Apple e Ikea, scusateci: non vi amiamo più", scrive il China Daily. Detto, fatto.

A ogni angolo del centro di Milano, o quasi, una splendida modella con outfit mozzafiato, avvolta in tessuti pregiati viene accudita da fotografi, hair stylist, make up artist, attorniati da una folla di curiosi.

Nelle vie della città, bloccate in un traffico impazzito, anche moltissime auto con i vetri oscurati e, dappertutto, gli addetti ai lavori sfoderano abbigliamenti eccentrici e parlano tutte le lingue del mondo.

La settimana della Moda Donna offre anche questo 'show', alla portata di tutti, oltre alle 140 sfilate e a più di 40 eventi privati. Ma c'è chi è riuscito a unire le due cose, la sfilata e l'evento: Emporio Armani ha fatto 'decollare' le sue creazioni nell'hangar dell'aeroporto di Linate, con un concerto del cantante inglese Robbie Williams che ha stregato tutti. Mentre Vogue Italia ha celebrato i 60 di carriera di Mina con un party per mille invitati, al cinema Manzoni, dove si sono esibiti i Maneskin.

Il tutto in attesa del "gran finale", la passerella "sostenibile" alla Scala con vip e personalità internazionali come Cate Blanchett, Cindy Crawford, Julianne Moore e Colin Firth ospiti del Green Carpet Fashion Award 2018 (Gcfa), gli Oscar della sostenibilità organizzati dalla Camera nazionale della Moda insieme a EcoAge, con il supporto del Mise, dell'Ice e del Comune di Milano. Nell'attesa la piazza e il teatro di sono rifatti il look. Le otto colonne del portico d'entrata del Piermarini sono rivestite da "Plastic Garden", un enorme arazzo di 70 metri, realizzato dalla manifattura Bonotto, lavorato da speciali telai della Fabbrica Lenta con il tessuto green per definizione: un filato realizzato con oltre 300 kg di plastica riciclata ottenuta dalle bottiglie di uso comune. 

Una overdose di creatività

Le sfilate sono una overdose di creatività con tessuti high tech, plastiche, sete metalliche e preziosissimi ricami scintillanti. Si va dalle trasparenze luccicanti di Ermanno Scervino al romanticismo dei colori pastello di Alberta Ferretti, dal glamour di Versace all'active wear di Fendi, con tasconi, cinture e waist bag indossati come fanno le it-girl. Moschino porta il back stage dell'atelier in passerella con abiti a forma di forbici, metri da sarta e rotoli di tessuto portati come accessori e Prada fa rivivere stampe e motivi degli anni Settanta.

Tra volti famosi più visti in giro senza dubbio i Ferragnez. Poi Irina Shayk, Joan Smalls, Leona Lewis, Luke Evans, Rita Ora, Halima Aden, la modella somala nata in un campo profughi in Kenia che sfila con il velo.

Nel plotone di modelle l'attenzione è tutta per Gigi e Bella Hadid, Vittoria Ceretti (una delle poche top model italiane) e Kendall Jenner. 

Un piano almeno triennale di sostegno a uno dei fiori all'occhiello italiani: la moda rivendica il suo ruolo di ambasciatore internazionale del Made in Italy e ha approfittato della principale vetrina del settore, la settimana di sfilate milanese aperta la sera del 18 settembre con le prime feste al museo della Scienza e della tecnica, per ottenere un impegno da parte del governo.

“Abbiamo bisogno di non perdere il nostro primato" dice in un'intervista all'Agi il presidente della Camera della moda Carlo Capasa, "siamo la seconda industria italiana con 90 miliardi di fatturato e i primi esportatori con un saldo di quasi 29 miliardi nel 2018, 620 mila addetti e 67 mila imprese in un settore che cresce del 3% all'anno e quest'anno ha finalmente annullato il gap della decrescita seguita alla crisi del 2008, tornando ai numeri precedenti”. 

Capasa, 60 anni, leccese, sposato con l'attrice Stefania Rocca con la quale ha due figli, nel 1986 è stato il fondatore, con il fratello Ennio, del marchio Costume National, che entrambi hanno lasciato 30 anni dopo. E' da poco stato riconfermato presidente della Camera della Moda, incarico ereditato nel 2015 da Mario Boselli, un'istituzione per il settore. Una prima risposta alle sue richieste è ora arrivata dal ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, che alla vigilia della settimana della moda ha rilanciato, proprio a Milano, il tavolo per discutere delle esigenze del settore.

Siete soddisfatti di essere stati ascoltati?

Avevo sollecitato l'attenzione del governo proprio il giorno della conferenza stampa di presentazione della settimana della moda, ricordando che il nostro è un settore di assoluta eccellenza. Ora c'è questa prima risposta, soddisfacente, anche se adesso dobbiamo misurare le cose che effettivamente saranno fatte. Quando l'abbiamo incontrato a margine dell'inaugurazione di Micam, Di Maio ha detto due cose importanti: che capisce l'importanza della moda, alla quale intende dare il rilievo che merita addirittura incrementando gli investimenti, e ce lo auguriamo. E poi ha rilanciato quel tavolo di condivisione fra tutti gli attori e le associazioni della moda, sia le confindustriali che, come noi, le non confindustriali. Siamo pronti come Camera a mettere a disposizione del governo il nostro know how per immaginare un piano almeno triennale su quanto deve essere fatto per il nostro settore.

Qual è il ruolo della Camera e chi rappresenta?

La nostra associazione non ha scopo di lucro e ci sono tutti i marchi italiani esclusi pochissimi, rappresenta quindi la parte alta quella che traina tutta la moda. I soci della Camera della Moda sono Armani, Versace, Prada, Gucci, Ferragamo, Todd, Zegna. Abbiamo il vantaggio di rappresentare i marchi che raccontano la moda italiana. Le prime 100 imprese italiane, tutte associate, valgono oltre il 50% del fatturato del settore e considerando anche le altre la Camera rappresenta quasi il 70% del giro di affari. Sono aziende di eccellenza e riteniamo di poter avere una voce importante per definire il futuro del settore.

Siete anche gli organizzatori delle settimane milanesi della moda, vetrina internazionale del settore. Funzionano sempre? Le istituzioni le sostengono

Una buona notizia di questi giorni è la presenza governativa all'inaugurazione, con il ministro dei Beni culturali Bonisoli alla Scala il 19, ma siamo da sempre molto supportati dal sindaco di Milano Beppe Sala, che ha il merito di avere aperto la città a tutte quelle iniziative che l’hanno resa così centrale. Facciamo moltissime cose: fra sfilate, eventi e presentazioni ci sono 215 appuntamenti in soli 6 giorni: il doppio di quello che fanno Parigi in 9 giorni (113) o Londra (122) e New York (98). Questo dà l'idea della densità della nostra offerta. Credo che sia la settimana più importante del mondo.

A differenza di quella dedicata al design, però, quella della moda sembra più chiusa, riservata agli addetti ai lavori più che a un pubblico più vasto. Come mai?

Non sono d'accordo. Anche noi abbiamo un fuori salone, rappresentato da tutte quelle 800 boutique che aprono eccezionalmente e creano vetrine speciali in questa settimana, ma anche dalle mostre, dal fashion film festival, e dalla possibilità di assistere in streaming anche alle sfilate più esclusive, grazie alla tecnologia, sui maxischermi o sui pc. C'è la Rinascente, Corso Como, e altri luoghi accessibili a un grande pubblico e ci sono molte iniziative sul marciapiede, a contatto diretto con una città viva e accogliente. In questi giorni brulica di gente da tutto il mondo ed è impossibile trovare una stanza libera, ma i milanesi sopportano volentieri qualche disagio oltre a  partecipare con entusiasmo: conoscono i vantaggi di un indotto enorme, e di un appuntamento che mette la loro città sulle copertine di tutto il mondo. Milano funziona benissimo, e, lo dico da non milanese che però ci vive da 40 anni,  andrebbe presa ad esempio in Italia: al netto di pregi e difetti, il saldo è altamente positivo. Si è riusciti a farla diventare leader nel mondo con la qualità dell'offerta, e anche della vita, nonostante sia molto più piccola delle sue dirette concorrenti, Londra e Parigi.

Quanto vale l'indotto della settimana della moda per Milano?

Circa 10 miliardi l'anno, secondo gli ultimi dati della Camera di commercio. Riguarda 19 mila imprese e 128 mila addetti. Il 71% del giro di affari sono spese per acquisti e ristorazione, 17% per business e trasporti, 6% per la cultura e il tempo libero e 5,5% per l'alloggio

Gucci ha lanciato su Instagram un nuovo profilo per raccontare la bellezza e l’arte. Niente modelle, selfie, sguardi, nudità o pose. Secondo il direttore creativo, Alessandro Michele, all’interno della storia dell’arte c’è tutta la bellezza di cui abbiamo bisogno per conoscere il mondo e l’uomo. Una scelta che è stata molto apprezzata visto che, in appena 24 ore, sono già 15 mila i seguaci che hanno aderito a questa particolare narrazione.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Aurelia (Fazio’s Mistress), 1863 Author: Dante Gabriel Rossetti Museum: Tate, London ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ Dante Gabriel Rossetti, a British-Italian painter, poet, and translator, made this c. 1863 portrait of a woman, held by the Tate, he could only imagine, taking his subject from the 14th-century Italian poet Fazio. In a poem, Fazio described his mistress’s “clear brows” and “white easy neck.” Rossetti used his own lover, Fanny Cornforth, as a model. Their affair lasted until Rossetti’s death in 1882; she was the subject of over 60 works. Rossetti is known for his role in co-founding the nostalgic Pre-Raphaelite Brotherhood, influenced by medieval art. Their goal was to be “direct and serious and heartfelt.” #GucciBeauty — @kchayka ©Tate, London 2018

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 17, 2018 at 6:17 PDT

Come sono fatti i post

L’account ha pubblicato una trentina di post che provano a fondere insieme moda, cultura e arte. Scorrendo verso il basso è possibile osservare i ritratti di donne e uomini di varie epoche, immortalati attraverso diverse tecniche pittoriche, che raccontano porzioni di storia e di stile. Dalla Regina Elisabetta I all’artista giapponese Yōshū Chikanobu, da Maria dei Medici al poeta Girolamo Casio.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Woman Shaving her Nape, 1897 Author: Toyohara (Yōshū) Chikanobu, Akiyama Buemon Museum: LACMA, Los Angeles ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ The 19th-century Japanese artist Yoshu Chikanobu made multiple series of traditional woodblock prints focusing on beautiful women, the genre of bijinga, with names like “True Beauties”. The portraits represent the male gaze, but this image of a woman rearranging her hair in a casual, self-aware pose demonstrates an awareness of the labor involved in maintaining beauty, particularly in a culture where women are often expected to be passive. The outlines and soft colors of such woodblock prints also influenced the Impressionists, like the American Mary Cassatt. This image is in the collection of @LACMA, one of the #GucciPlaces. #GucciBeauty — @kchayka Image courtesy of LACMA

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 14, 2018 at 10:10 PDT

Piccole lezioni nelle didascalie

I testi che accompagnano queste “foto” sono delle vere e condensate lezioni di storia dell’arte, fornite da esperti e critici del settore. Nel post dedicato alla Regina Elisabetta, ad esempio, viene messo in evidenza il carattere forte di una donna che governò con sapienza e intelligenza e che amava indossare, quasi sempre, gioielli e collane di perle. Da un parte il carisma politico e, dall’altra, una forte personalità espressa anche nel modo di vestire.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Elizabeth I Author: English school Private collection ⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀ ⠀ Queen Elizabeth I was crowned at the age of 25 and went on to rule England for over four decades. As an unmarried woman who was able to maintain control during her reign, she remains an unusual monarch in history. Her many royal portraits offer the chance of better understanding this charismatic figure, perhaps allowing us a glimpse of the real woman behind the throne. In this privately held painting, an unknown artist took pains to emphasize her two most famous features: her pale English skin and striking red hair. Elizabeth was often depicted adorned with pearls, as she is here, which came to symbolize her chastity and devotion to her subjects. #GucciBeauty — @tatianaberg Photo © Philip Mould Ltd, London / Bridgeman Images

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 13, 2018 at 11:30 PDT

In ogni epoca e in ogni luogo, secondo Gucci, è possibile catturare un ideale di bellezza originale che deve essere ricordato e preservato. Anche sfruttando un social network come Instagram dove circolano tantissimi giovani e forse troppi selfie. Questo è un profilo che vuole dimostrare come gli influencer non hanno, in fondo, nessuna età. Conta solo quello che, senza i limiti del tempo, hanno da dire. 

Non solo New York, Londra e Parigi. Anche Milano ha la sua Afro Fashion Week. Al via il 20 settembre con una decina di sfilate, conferenza e visita guidata ad un'azienda tessile. "Diversità culturale" e' il tema scelto dalle organizzatrici per questa edizione della Afro Fashion Week (#AFWM2018). Un tema necessario visto il periodo travagliato che l'Italia sta vivendo. Un riferimento chiaro al variegato patrimonio culturale del continente che ispira le creazioni dei designers emergenti di origine africana – di cui molti sono stabiliti in Italia e in altri paesi europei – la cui diversità è un elemento complementare arricchente.

"Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi" dice all'AGI Michelle Francine Ngonmo, presidente dell'associazione Afro Fashion, riprendendo una citazione di Charles Evan Hughes per presentarci lo spirito dell'edizione 2018. "La diversità umana, culturale può far paura. Purtroppo lo stiamo vedendo. Ma se vogliamo crescere, paura, cliché e stereotipi vanno superati. In molti paesi del mondo questa diversità è già la chiave del successo socio-economico, dell'innovazione e del progresso. Anche in Italia può, deve accadere, dobbiamo trovare la strada" sottolinea la Ngonmo.

Il convegno d'apertura

Proprio per riflettere sulla posta in gioco, la Afro Fashion Week aprirà con una conferenza – organizzata in collaborazione con l'Università Cattolica di Milano – che si terrà giovedì 20 settembre, alle 18,00, nella sede di Largo A.Gemelli. "Diversità Culturale nel mondo dell'Arte, del Fashion e del Design" è il tema del convegno al quale interverranno Paul Henri Souvenir Assako Assako, docente di Storia e Belle Arti all'Università di Yaoundè (Camerun), Emanuela Mora, docente di Sociologia della comunicazione alla Cattolica, Magareth Fenix, stilista afro-portoghese, Defustel Ndjoko, stilista afro-belga e influencer internazionale, Angela Haisha Adamou, fondatrice del blog 'NaturAngi', Michelle Francine Ngonmo e Ruth Akutu Maccarthy, fondatrici dell'associazione Afro Fashion in Italia.

Le collezioni in passerella

Le sfilate si svolgeranno nei giorni successivi, dalle ore 15.30, nelle location della Fabbrica del Vapore (Via Proccacini, 4) e del Luogo Ideale (Via Grosotto, 7). In passerella le creazioni del marchio AjaNaA di Serigne Ndiaye e Alice Tosonotti (Senegal/Italia). "La Maison de la Mode", atelier sartoriale con sede a Taranto diretto da Ida Chiatante e Patrizia Solito, presenterà le collezioni "Africhic" e "Il Deserto possibile", realizzate da giovani richiedenti asilo in Italia. Dal Portogallo arriva "Fe'nix" e dalla Spagna il brand "MGT" di Matilde Gerona Trillo (Guinea Equatoriale). Mokodu Fall (Senegal/Italia) presenterà la sua collezione inedita "Il giardino dell'amore" e sempre dall'Italia il marchio "Six Life". Dalla Svizzera arriva "African Fashion Today", che mischia sapientemente elementi africani ed europei. Infine saranno presentati capi realizzati da 20 stilisti emergenti durante il workshop "Emergenza della moda Afro sulla scena internazionale", svoltosi lo scorso luglio presso la Laba Douala in Camerun nell'ambito del progetto CAMon!

Lunedi' 24 l'evento si concluderà con una visita all'azienda tessile Canclini, a Como. L'associazione senza scopo di lucro Afro Fashion, organizzatrice dell'evento di moda afro milanese, è stata creata nel 2015 da due giovani italo-africane. Michelle Francine Ngonmo ha origini camerunesi, vive in Italia dall'infanzia dove si è laureata in comunicazione audiovisiva e multimediale e in lingue straniere. Dopo aver maturato esperienze all'estero, la Ngonmo ha sviluppato progetti culturali in Italia, dirige la All-Tv e l'Associazione degli Studenti Africani a Ferrara.

Ruth Akutu Maccarthy, di origini ghanesi, si è laureata in Ostetricia all'Università Bicocca. Accortasi della sua propensione e passione per la moda ha fondato il suo brand "African fashion wear" con l'intento di promuovere la moda afro in Italia. Hanno unito le forze per proporre eventi incentrati sullo scambio culturale tramite il sistema moda, ma soprattutto creare opportunità per i designers e artisti emergenti, dando loro la possibilità di farsi conoscere da un nuovo pubblico, di penetrare nuovi mercati, di acquisire esperienze e notorietà al livello internazionale, per diventare attori e non più spettatori nel settore del Fashion e del Tessile. 

In testa c'è sempre lei: Chiara Ferragni. Ma dietro di lei c'è un panorama di stelle (Marzia Bisognin, Alice Campello) e stelline emergenti. Lo dice Buzzoole, che ha stilato la classifica dei “fashion influencer italiani”. Cioè dei profili Instagram più influenti nel settore moda.

La ricerca ha costruito due graduatorie. La prima è la lista dei “top 5” in assoluto, individuati tra i profili con più di 100.000 follower. La seconda è dedicata ad account meno noti (ma in ascesa) che non hanno ancora raggiunto le sei cifre. Le classifiche non badano solo al numero di seguaci, ma combinano altre metriche, come la capacità di generare interazioni (like e commenti) e di conquistare nuovi follower ogni mese.

Chiara Ferragni regina

A primeggiare tra le stelle, che fanno del marketing su Instagram la loro attività principale, è Chiara Ferragni. La media delle interazioni per ogni post ha superato quota 500.000. Merito anche del suo matrimonio con Fedez, trasformato in evento social. Ferragni doppia la seconda in classifica: la YouTuber Marzia Bisognin ha in media 236.000 interazioni. Terza Alice Campello, con 204.000 interazioni. Al quarto posto c'è il primo profilo maschile: Mariano Di Vaio con 196.000 interazioni per post. Chiude la top 5 Pietro Boselli, ingegnere e modello veneto, con 140.000 interazioni. Tutti registrano un aumento dei follower nel mese di agosto (in testa Chiara Ferragni con 933.000 nuovi seguaci), con l'eccezione di Di Vaio, che ne ha persi circa 35.000.

Gli account emergenti

Buzzoole assegna la corona di stella emergente alla studentessa milanese Alessandra Ventura: solo ad agosto ha guadagnato 25.000 follower e ottenuto in media 10.000 interazioni. Secondo posto per Valentina Cabassi con 4.000 interazioni e una crescita di 331 seguaci. Al terzo posto l’unico ragazzo della classifica: Paolo Faccio, con 3.600 interazioni e 619 follower guadagnati. Chiudono la lista Ilaria Scalera e Natalia Bonifaci, rispettivamente con 3.500 e 3.200 interazioni.

Tendenze: l'influencer diventa marchio

Le classifiche di Buzzole fanno emergere alcune tendenze. Prima di tutto il predominio di profili femminili: su dieci influencer coinvolti, solo tre sono gli uomini. Si nota poi che, tra gli account affermati, la frequenze dei post che citano un marchio è piuttosto stabile, attorno al 30%. “Le personalità con maggiore seguito – spiega Buzzoole – vogliono preservare la propria credibilità agli occhi dei propri follower, evitando di inondare il feed con post pubblicitari e riuscendo così anche nell’obiettivo di mantenere più alto il valore dei contenuti prodotti”. Molto più volatile è invece la condotta degli emergenti. “Questo dimostra che gli influencer più piccoli molto spesso non hanno consapevolezza del proprio valore. E al tempo stesso siano i brand a non cogliere le enormi potenzialità di alcuni di loro”. Infine, emerge una terza tendenza: la quasi totalità degli influencer più seguiti, decide di fondare un brand personale. Per trasformarlo in una linea di abbigliamento, di accessori. O per creare un e-commerce, come ha fatto Mariano Di Vaio con il suo negozio online, Nohow.

Per anni il dilemma nella scelta dell'intimo femminile è stato dettato dall'opportunità: deve o no vedersi. O anche solo intuirsi, attraverso pantaloni (poi pantacollant e leggins) sempre più aderenti? Le mutandine. Indumento intimo irrinunciabile, sono allo stesso tempo la migliore arma di seduzione femminile. Che si tratti di culotte, brasiliane o tanga, la lingerie di una donna è sempre stata simbolo di femminilità. Più o meno raffinata.

Oggi, il capo icona sono le culotte, che sorpassano e scalzano il trend di tanga e mutandine alla brasiliana. “Marks & Spencer” – racconta il Guardian – dichiara che il tanga ormai conta meno del 10% nelle vendite degli indumenti intimi. La catena ha iniziato a venderli negli anni '80, il boom fu negli anni '90, ma la tendenza è cambiata, a causa di celebrità come Kim Kardashian e Beyoncé, in mostra con mutande sempre più grandi.

La storia del tanga

Inizialmente chiamato “G-String”, la storia del tanga inizia negli anni '30 quando Margie Hart, conquistò i palchi di New York indossando un perizoma di lana nera per dare l'impressione al pubblico di essere totalmente nuda. Negli anni '50 con l'arrivo di Marilyn Monroe, le vendite subirono una brusca frenata. La diva preferiva indossare le mutande a vita alta. Nei '60 si portavano le mutandine di nylon sotto la minigonna, e non fu un periodo d’oro per il tanga.

Negli anni ’80 tornò alla ribalta e gli anni ’90 lo videro protagonista indiscusso. Per indossarlo, non era importante essere una silhouette, anzi, doveva essere ben visibile, uscire dai jeans. Fu soprannominato “la coda di balena” per l'effetto che faceva vederlo spuntare dalla vita sempre più bassa dei pantaloni.

Oggi son tornati i tempi bui, è cambiata nuovamente la moda e sono mutati i canoni di bellezza: per indossarlo bisogna avere un fisico da angelo di “Victoria’s Secret”. Ma prima o poi tornerà di moda: la biancheria intima rispetta la storia e i suoi cicli.

 

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