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Per anni il dilemma nella scelta dell'intimo femminile è stato dettato dall'opportunità: deve o no vedersi. O anche solo intuirsi, attraverso pantaloni (poi pantacollant e leggins) sempre più aderenti? Le mutandine. Indumento intimo irrinunciabile, sono allo stesso tempo la migliore arma di seduzione femminile. Che si tratti di culotte, brasiliane o tanga, la lingerie di una donna è sempre stata simbolo di femminilità. Più o meno raffinata.

Oggi, il capo icona sono le culotte, che sorpassano e scalzano il trend di tanga e mutandine alla brasiliana. “Marks & Spencer” – racconta il Guardian – dichiara che il tanga ormai conta meno del 10% nelle vendite degli indumenti intimi. La catena ha iniziato a venderli negli anni '80, il boom fu negli anni '90, ma la tendenza è cambiata, a causa di celebrità come Kim Kardashian e Beyoncé, in mostra con mutande sempre più grandi.

La storia del tanga

Inizialmente chiamato “G-String”, la storia del tanga inizia negli anni '30 quando Margie Hart, conquistò i palchi di New York indossando un perizoma di lana nera per dare l'impressione al pubblico di essere totalmente nuda. Negli anni '50 con l'arrivo di Marilyn Monroe, le vendite subirono una brusca frenata. La diva preferiva indossare le mutande a vita alta. Nei '60 si portavano le mutandine di nylon sotto la minigonna, e non fu un periodo d’oro per il tanga.

Negli anni ’80 tornò alla ribalta e gli anni ’90 lo videro protagonista indiscusso. Per indossarlo, non era importante essere una silhouette, anzi, doveva essere ben visibile, uscire dai jeans. Fu soprannominato “la coda di balena” per l'effetto che faceva vederlo spuntare dalla vita sempre più bassa dei pantaloni.

Oggi son tornati i tempi bui, è cambiata nuovamente la moda e sono mutati i canoni di bellezza: per indossarlo bisogna avere un fisico da angelo di “Victoria’s Secret”. Ma prima o poi tornerà di moda: la biancheria intima rispetta la storia e i suoi cicli.

 

Esprimono parte della personalità e raccontano qualcosa di una persona, o magari invece sono soltanto un disegno, una fantasia incisa sulla pelle, il vezzo di un ragazzino desideroso di sentirsi grande.

Sono i tatuaggi e, a prescindere dall’aspetto estetico, rischiano di rappresentare un problema per accedere ad alcune professioni. Non sempre, infatti, i recruiter hanno visto di buon occhio l’inchiostro indelebile inciso sotto la pelle di un candidato. Qualcosa, però, sembra stia cambiando.

L’ultimo studio scientifico: “Nessuna discriminazione”

Tre ricercatori provenienti dall’Università di Miami e da quella di Economia dell’Australia Occidentale hanno pubblicato uno studio che smentisce l’opinione comune secondo cui un tattoo pregiudicherebbe l’ingresso nel mondo del lavoro. La ricerca, apparsa a inizio agosto sulla rivista americana Sage Journal, “sorprendentemente non ha trovato prove empiriche di discriminazione sul lavoro, sul salario o sui guadagni nei confronti di persone con vari tipi di tatuaggi”.

Lo studio, guidato dal professor Michael French, ha preso in considerazione duemila testimonianze di persone raccolte online. I risultati, insomma, smentiscono “l’opinione popolare”, scrivono gli studiosi. Nessuna differenza, aggiunge Quartz, tra chi ne ha uno soltanto o di più. E il successo di un colloquio di lavoro non dipende neppure dal fatto che siano visibili oppure nascosti dagli abiti.

E chi è senza tatuaggi rischia una discriminazione al contrario?

Un altro studio, condotto dal professore Chris Henle dell’Università del Colorado, ha affrontato la materia tatuaggi in maniera diversa. La ricerca, intitolata Body Art as a Source of Employment Discrimination e pubblicata a luglio dalla Academy of Management Journals, ha cercato di capire se la discriminazione legata a tattoo e piercing sia correlata alla percezione di chi si occupa dei colloqui di lavoro.

Per farlo, il suo team di ricerca ha messo alla prova 143 manager che nell’ultimo anno si sono occupati di almeno una assunzione per conto della società per la quale lavorano. A loro sono stati mostrati curricula ritenuti “ugualmente attrattivi”, profili di candidati quindi paragonabili, ma alcuni con fotografie ritoccate con l’aggiunta di tatuaggi, piercing e altri tipi di body art. Sono emersi alcuni risultati interessanti: ad avere più probabilità di assunzione sono stati i candidati senza inchiostro sotto la pelle né decorazioni di sorta.

Chi invece è tatuato, poi, rischierebbe di vedersi offerto un contratto meno vantaggioso economicamente. Attenzione, però: se anche i manager indossano piercing le carte in tavola cambiano eccome. In questo caso le probabilità minori di essere assunti le avrebbero i candidati senza body art.

Ecco cosa prevede la legge italiana

A prescindere dal gusto personale e da scomodi pregiudizi, la legge italiana naturalmente non consente di discriminare sulla base di aspetti fisici come i tatuaggi. Via libera ai tatuati, quindi, per i concorsi pubblici e per le occupazioni nella pubblica amministrazione. L’unico ambito nel quale è stata stabilita una norma in materia è quello relativo all’esercito.

Si tratta della “Direttiva sulla regolamentazione dell’applicazione di tatuaggi da parte del personale dell’Esercito”, una circolare datata 26 luglio 2012 che intendeva “prevenire e contenere situazioni che possono incidere sul decoro dell’uniforme e sull’immagine dell’Esercito”. Ecco allora i divieti: “Sono proibiti i tatuaggi sulle parti del corpo visibili” in uniforme, e quelli “che abbiano contenuti osceni, con riferimenti sessuali, razzisti, di discriminazione religiosa o che possano portare discredito alle istituzioni e alle forze armate” anche se coperti. 

L’hanno riposta nella sua bara dorata, una bara degna della regina che era, così: abito da cocktail rosso, Louboutin abbinate e gambe incrociate, come quelle di chi ha dato tutto e se ne va con magnificenza e pace rispetto alla gioia infinita che con la sua voce ha donato al mondo.

Come scrive Vanity Fair: “Sabrina Owens, sua nipote, ha fatto sapere che il 'rosso' dell’abito in pizzo come degli stiletti Louboutin, simboleggiano l’appartenenza della cantante al Delta Sigma Theta Sorority, l‘organizzazione no-profit che sostiene le comunità locali in tutto il mondo, soprattutto quelle afroamericane".

L’outfit, ha aggiunto Owens, è qualcosa che Aretha avrebbe scelto "per salire sul palco o per se stessa”. Si presenta dunque così per l’ultimo saluto ai suoi tanti ammiratori Aretha Franklin, morta il 16 agosto, portata via al termine di una lunga battaglia contro un cancro al pancreas.

E sono migliaia le persone in fila per porgere un omaggio ad una delle interpreti più meravigliose della musica mondiale, tutti commossi, tutti a dover fare i conti con una di quelle icone della musica che difficilmente accetti che non siano più tra noi.

La camera ardente è allestita ovviamente nella sua Detroit, la città che l’ha accolta e cresciuta, in una sala del museo di storia afroamericana Charles H. Wright, la stessa sala che nel 2005 ospitò la camera ardente di Rosa Parks, attivista per i diritti civili famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il suo posto sull’autobus a un bianco, dando il via al boicottaggio degli autobus a Montgomery.

I funerali invece si terranno venerdì 31 agosto al Greater Grace Temple. Canteranno per la regina Aretha gli amici Chaka Khan, Jennifer Hudson e Stevie Wonder, mentre a tenere un discorso, tra gli altri, l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Poi verrà spostata per la sepoltura nel cimitero Woodlawn.

L'abbigliamento della First Lady Melania Trump riesce a dividere l'opinione pubblica americana, almeno quella femminile, quasi quanto i tweet del controverso marito: l'ultima 'mise' a finire sotto scrutinio è stata l'elegante gonna di Valentino con tacchi alti sfoggiata a una cerimonia in giardino.

Per piantare un alberello di quercia in onore del presidente Dwight D. Eisenhower nei giardini della Casa Bianca, lunedì la moglie del presidente Donald Trump ha optato per una vaporosa gonna a fiori di Valentino del valore di quattromila dollari (circa 3.400 euro) abbinata ad un top aderente rosa pastello in pendant con stiletto Christian Louboutin, tacco 10 e inconfondibile suola rossa (600 euro).

Un outfit completato da una preziosa pala dorata utilizzata per piantare la quercia. C'è però da dire che Melania aveva appena partecipato con il marito Donald alla cerimonia di benvenuto dedicata al presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, e a sua moglie. Su Internet, pero', si e' infiammato il dibattito con gli utenti divisi tra ammiratori e detrattori impietosi dello stile della First Lady. 

Milano città di single ma anche con quasi seimila famiglie numerose, composte da 6 o più persone. A confermarlo i dati elaborati dall'Anagrafe del Comune, che certifica il netto primato dei nuclei monofamiliari nei primi sette mesi del 2018: sono infatti oltre 400mila, più del doppio delle coppie, che si fermano a quota 163mila, mentre 92mila sono le famiglie composte da tre persone.

Sulle 745 mila famiglie presenti in città, però, ci sono anche più di quattromila famiglie composte da 6 persone, più di mille ne contano 7, seguite da 341 nuclei con 8 familiari, 123 da 9 e due famiglie che contano rispettivamente 16 e 17 membri. Chi si sposa continua a preferire il rito civile (1.260) rispetto al matrimonio religioso (533): l'età media della sposa italiana è di circa 40 anni, 44 per lo sposo italiano, mentre gli stranieri si sposano mediamente intorno ai 35 anni.

Come per lo scorso anno, il cognome femminile più diffuso è Rossi (2.233 signore), mentre i signori Hu sono 2.398 superando i Colombo (1.567 uomini e 1.882 donne), i Brambilla (661 uomini e 747 donne), i Fumagalli (470 uomini e 521 donne) e i Beretta (433 uomini e 543 donne).

In città si festeggia l'arrivo di 5.558 nuovi nati. Tra i 4.081 piccoli italiani i nomi più diffusi sono Leonardo (111), Edoardo (82), Riccardo (78), Lorenzo e Alessandro (72) per i maschietti, Giulia (82), Sofia (75), Beatrice (71), Alice (64) e Matilde (63) per le femminucce. Tra i 1.477 bambini stranieri, Mohamed (24) e Sofia (16) guidano la classifica. Al secondo posto Adam (21) e Alessia (13), al terzo Ahmed (16) e Sara (12).

"In Italia da sempre è tutto incentrato sulla teatralità: labbra rosse audaci negli anni e complicati fermagli anni '10, pesanti sopracciglia negli anni '20. Anche gli anni '40, che hanno visto uno spostamento verso volti puliti e semplici acconciature intrecciate a causa della seconda guerra mondiale, sembravano chic senza sforzarsi troppo", scrive il Time che dedica un video a come è cambiata negli ultimi 100 anni la bellezza italiana, attraverso acconciature e sguardi che lo stile italiano ha insegnato al mondo.

"Uno dei miei preferiti è senza dubbio l'ombretto verde intenso ispirato a Missoni e il labbro arancione degli anni '70 che ha riportato il colore nell'Europa del dopoguerra (senza dimenticare i capelli selvaggi)".  "Lo sguardo che voglio ricreare adesso?", scrive l'autrice. "Quel glamour anni '80 come quello di Versace". È quello il canone del classico. Ancora una volta dettato dallo stile italiano. 

Instagram ormai è diventato terreno fertile per chi, tante ragazze soprattutto, sogna di diventare la nuova Chiara Ferragni. L’influencer ormai è il lavoro del futuro, considerato perfetto per chiunque si interessi di moda o più in generale di costume. Ma in cosa consiste esattamente questo lavoro? E come può la passione per sfilate, nuove uscite, prodotti di bellezza vari, diventare attraverso video-selfie fatti da casa col nostro smartphone, un vero e proprio mestiere, anche molto ben retribuito in certi casi?

A spiegarlo da ottobre ci penserà l’Università Autonoma di Madrid (UAM), che ha istituito il primo corso al mondo per diventare influencer. Si chiamerà Intelligence Influencers: Fashion and Beauty e a dispetto dell’apparente frivolezza in realtà trattasi di un corso che pone le sue basi da un ragionamento ben definito e molto solido. La presentazione del corso infatti parla dello sviluppo di quella che in Spagna chiamano “inteligencia económica”, un genere di intelligenza che in questo momento risulta ancora più fondamentale saper maneggiare considerati i ritmi, sempre come spiega la presentazione del corso, con i quali si corre nel campo del mercato digitale.

Un mercato che necessita inevitabilmente di mediatori (influencer appunto) che, canalizzino il messaggio, che rendano chiare e accessibili le sempre più innovative tecnologie in vari campi del mercato, dalle automobili al settore farmaceutico, dal turismo a, naturalmente, moda e bellezza. Secondo un rapporto appena pubblicato infatti, gli influencer sono stati definiti “la nuova narrativa di marchi e aziende”, talmente importanti da sostituirne ormai di fatto le voci sul mercato.

Una rivoluzione drastica e fino a qualche anno fa impensabile. Nonostante ciò questa nuova forma di narrazione risulta ancora, per certi versi, piuttosto improvvisata, dedita ad errori umani derivanti da una non preparazione accademica, da oggi disponibile.

Se pensavate allora che diventare novelle Huda Kattan, influencer da 18mila euro a post, fosse una passeggiata e bastasse buttare un occhio alle mode ed uno ai social, vi sbagliavate di grosso. Per rendere redditizia la vostra presenza sui social vi toccherà prendervi una laurea specifica e questo corso sembra fatto apposta per voi. Per iscriversi bisogna essere maggiorenni, essere in possesso di un account Instagram o Youtube e vietato entrare in aula senza avere con sé un tablet o uno smartphone.

Le lezioni, chiaramente, potranno essere seguite anche tramite il web, ma solo per uditori, la presenza al corso infatti è obbligatoria. La direzione, solo onoraria, del corso è stata affidata alla stilista Ágatha Ruiz de la Prada, a presiedere i corsi ci saranno invece Manuel de Juan Espinosa (professore dell'UAM e direttore di La_SEI) e Manel Torrents Condeminas (CEO di IBIZA FASHION WEEK e partner di MIAMI FASHION WEEK, produttore di TV, cinema e teatro). Via alle lezioni dunque, che vanno da Fashion & Beauty Intelligence o Economic Intelligence applicata alla moda a Opinion leader: qualità di leadership, etica personale e responsabilità sociale, da La struttura di Fashion Influencer – Moda, styling e tendenze a Personal Branding – Creazione del marchio personale sulla rete, e poi ancora Psicologia della moda, Il lato oscuro della comunicazione: stress, troll e hater, Laboratorio di creatività e anche un corso su come Monetizzare il tuo marchio.

Diciotto corsi in tutto per la professione del futuro, iscrizioni aperte fino al 18 ottobre, una laurea per diventare famosi, per influenzare i vostri follower, per guidarli nei labirinti del mercato. Perché da oggi essere belli e sposare Fedez non basterà più. 

Sono cinque mamme, hanno dai 27 ai 52 anni e incarnano globalmente l'immagine della donna moderna: influencer, trendsetter, trendexplorer, imprenditrice, globe-trotter. 

Fabrizia, Francesca, Ida, Martina e Nadia – tra le prime fashion blogger italiane con profili social che dal 2009 a oggi hanno raggiunto quasi 3 milioni di follower – decidono di continuare a raccontare giornate e passioni scegliendo però una chiave corale e creando quindi The fashion mob, un vero e proprio consorzio al femminile, fatto di cinque differenti identità e storie personali.

Cinque le sfumature di biondo delle mamme e cinque le anime che rendono The fashion mob un collettivo alquanto variegato: romantica, rock, chic, hippie, sognatrice per soddisfare qualsiasi esigenza di mercato e rispondere a ogni tipo di domanda.

L'unione fa la forza, il loro motto, e a unire queste cinque donne è proprio l'essere madri calate in una dimensione fortemente contemporanea, fatta di nuove necessità rispetto al passato e in cui il primo imperativo è quello di conciliare la maternità con i ritmi 2.0, senza mai perdere di vista la propria femminilità e le proprie ambizioni. 

The fashion mob è un nuovo concept di influencer marketing, nonché il più efficace antidoto contro la crisi e contro la sterile competizione che finisce per rallentare la produttività lavorativa. Per un brand, infatti, scegliere questo team in rosa significa raggiungere ogni donna attraverso le donne, significa collocarsi al centro di una campagna mirata, coordinata da professioniste specializzate e accorte che mettono a completa disposizione un background condiviso da anni su pagine con più di 370.000 utenti unici al mese. 

"Con The fashion mob vogliamo infondere fiducia in tutte le donne, con particolare attenzione alle mamme, di ogni età e con le più disparate aspirazioni, aspirazioni che non hanno una scadenza o un tempo limite, come dimostrano i nostri trascorsi fatti di improvvisi cambi di rotta" così dichiarano le 5 influencer.

"Oltre a trasmettere l'essenza del nostro mestiere – non sempre chiaro a tutti, pur essendo uno fra i più richiesti del momento – desideriamo rappresentare il femminile in ogni sua declinazione, non soltanto in relazione all'universo moda ma anche a temi legati al lifestyle, al costume, agli eventi e naturalmente alla maternità oggi, condizione che deve fare i conti con agende serrate e con la debolezza dei servizi per l'infanzia che la nostra società mette a disposizione". 

 

Lei è bellissima. Ed è sexy. Ed è famosa. Ma lui l'ha scaricata perché preferisce passare il tempo ai videogiochi. I protagonisti sono Yanet Garcia, messicana, 26 anni, la 'meteorina' più sexy del mondo, come riporta il Corriere e Douglas ‘FaZe Censor’ Martin, 23 anni, giocatore professionista di Call of Duty.

Per capire: è quel videogioco sparatutto in cui si simula di essere un soldato impegnato in scenari che vanno dalla Prima Guerra Mondiale al futuro prossimo venturo. E, sempre per capire, lei è una che ha oltre 6 milioni e mezzo di followers su Instagram, è un noto volto televisivo messicano, ma anche una celebrità in Rete: ha un canale su YouTube in cui fa le previsioni meteo.

Però lui deve allenarsi per i campionati di Call of Duty e non ha certo tempo da passare a letto, in spiaggia, in giro, al ristorante, in discoteca, alle feste a ridere, fare l'amore, scherzare, divertirsi, amare con lei. No, lui deve sparare. E lo ha anche spiegato al suo milione e mezzo di fan che "il gioco richiede ore e ore di allenamento" in un video su YouTube in cui praticamente nessuno gli ha dato del pirla, ma molti hanno solidalizzato con il suo impegno per salvare il mondo virtuale. Poi c'è qualcuno che ha annunciato di aver già fatto il biglietto per Città del Messico. E lei? Ha il cuore spezzato, ha scritto su Twitter. Pensate se Douglas nemmeno vince il campionato…

Game Over

 

Postano sui social foto di passeggini, biberon e libri di fiabe con cui fanno addormentare i loro figli. Sono le mamme blogger e fanno tendenza. Blogmeter ha stilato la classifica delle dieci mamme più influenti su Instagram nel primo trimestre del 2018. E ha scoperto che a spopolare sono sempre di più i profili in cui compare la famiglia al gran completo, figli compresi. In testa alla classifica, ordinata secondo il numero di like e commenti, c’è la 'Pozzoli's Family’: per Alice Mangione e il compagno Gianmarco Pozzoli, entrambi comici, i follower sono 162 mila. Naturalmente, sono escluse dalla graduatoria di Blogmeter le mamme blogger famose per altri motivi, Chiara Ferragni e le altre 'top influencer' della Rete. Sono state prese in considerazioni soltanto donne che hanno aperto profili social in qualità di mamme e basta (Ferragni posta sui social sue foto con Leone, il figlio avuto con Fedez, ma nasce sul web come 'fashion blogger').

 

Non solo il futuro è nelle vostre mani amore mio, voi SIETE il futuro. Sembra una frase quasi banale, invece il segreto è tutto lì. Voi siete il futuro dell'umanità, e tutte le mamme e i papà avrebbero il diritto di vivere nelle migliori condizioni i primi anni della vostra vita. Supportati da un Welfare adeguato, con una maternità che si possa definire tale. Con un cambio culturale dove sia chiaro a tutti che VOI siete il futuro. Che la società ha bisogno di voi. Invece siamo ancora al punto in cui la maternità viene percepita come un vezzo femminile, Il capriccio di una mamma che non ha voglia di lavorare ma preferisce stare a casa con suo figlio. Riceviamo quotidianamente messaggi con racconti atroci, di mobbing e di paura. Paura di fare quello che istintivamente ci verrebbe da fare, paura di prendersi un tempo e di essere restituiti al mondo del lavoro come figure ormai vecchie e inutili. Quando si riesce, a tornare nel mondo del lavoro. Di tante cose che si stanno dicendo in vista delle elezioni, non mi sembra di aver sentito nulla che parlasse di voi, amore mio. Ma nessuno di loro ha idea di che cosa significhi la parola futuro. #bastapazienza

Un post condiviso da The Pozzolis Family (@thepozzolisfamily) in data: Feb 10, 2018 at 1:30 PST

Su Instagram vanno davvero forte: più di 350 post, una sfilza di Stories, e decine di scatti in cui, oltre alla coppia, vengono ritratti i due figli di uno e tre anni. Mentre giocano in spiaggia, dopo il bagno in piscina, o in gita al parco. Spesso con il volto ben visibile nonostante la giovanissima età. Agi ha chiesto a Giovanni Battista Gallus, avvocato esperto in diritto d’autore, diritto penale, tutela della privacy e diritto dell’informatica e delle nuove tecnologie, di delineare i confini normativi di una pratica, il postare le foto dei propri figli minorenni sul web, sempre più comune.

“Legalmente è ok, ma..”

“Considerata la minore età dei soggetti, dal punto di vista della liceità non ci sono grossi problemi – spiega l’avvocato dello studio Array – sono i genitori a disporre del diritto d’immagine del figlio minorenne”. Diverso il caso in cui i genitori fossero in disaccordo su cosa postare online (ma non è il caso delle mamme blogger): in questa eventualità a decidere il da farsi sarebbe il giudice. “Il tribunale di Roma – aggiunge Gallus – ha già stabilito in una circostanza che non si dovevano diffondere immagini del figlio sedicenne di una coppia, e stabilito anche una penale in caso di reiterazione delle condotta”, se cioè i genitori avessero continuato a pubblicare scatti e post della vita del figlio. Anche all’estero c’è già stato un caso simile: in Austria, nel 2016, un ragazzo sedicenne ha citato i genitori in giudizio perché rifiutavano di cancellare le sue fotografie dal web.

Ai 18 anni dei figli abbonderanno le cause in tribunale?

“Servirebbe maggiore precauzione – sostiene l’avvocato Gallus – non sappiamo i danni e le conseguenze che può avere la pubblicazione della nostra intera vita online, soprattutto da minorenni e nostro malgrado”. In ballo c’è “lo sviluppo di queste persone”, che alle volte finiscono online anche ritratti in momenti imbarazzanti, “magari nudi, com’è normale da bambini, o sul vasino”. Ma deve per forza esserci un dissidio tra i genitori per far scattare il veto su qualche post non proprio opportuno? Gallus non esclude che “in caso di pubblicazioni che incidono particolarmente sul minore, possano intervenire il giudice del tribunale dei minori o i servizi sociali”.

Da tutelare c’è sempre “la protezione dell’immagine e l’interesse del minore”. E allo scoccare dei 18 anni, quando cioè i figli entreranno in pieno possesso dei propri diritti, cosa dovremo aspettarci? “Non azzardo previsioni – conclude Gallus – ma a mio parere il diciottenne può chiedere la rimozione delle fotografie”. In Italia, al momento non c’è molta giurisprudenza su simili casi, ma di certo nel nostro Paese il diritto d’immagine viene tutelato in maniera molto forte: “La Cassazione ha addirittura stabilito che modelli e modelle possano revocare il consenso a utilizzare le fotografie anche dopo aver firmato un contratto con un’agenzia. Motivo per cui mi sembra logico che un ragazzo neo-maggiorenne possa chiedere la rimozione dei propri scatti”. Agi ha chiesto alla famiglia Pozzoli un commento alla vicenda ma non è stato possibile organizzarlo nell’immediato.

Nella top ten delle mamme blogger una sola che tutela la privacy

Non è comunque soltanto la coppia Pozzoli-Mangione a riscuotere successo su Instagram. Nella top ten delle influencer ci sono anche altre famiglie social, come ‘Digital Modern Family’ e ‘Sweet as a Candy’, il nome d’arte di Federica Piccinini. Ma nell’intera top ten stilata da Blogmeter c’è una sola giovane mamma che sembra voler tutelare la privacy della figlia: è Chiara Cecilia Santamaria, su Instagram come ‘Ma che Davvero’, sul cui profilo non mancano gli scatti della bimba. Ma il volto della piccola non appare mai in primo piano, e il più delle volte è raffigurata di schiena. Ai fan che le chiedevano perché non avesse mai presentato il marito sui social, ha spiegato di tenere molto alla privacy della sua famiglia: “È qualcosa di molto importante – ha scritto -, ma non significa che sia un segreto chi sia mio marito o che faccia abbia mia figlia. Voglio solo non sovraesporli e credo che sia giusto che buona parte della nostra vita familiare rimanga solo nostra”.

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