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“Rilassante” e “Decomprimente”. Sono i commenti raccolti dal New York Times al centro di riabilitazione Rusk della NYU Langone a Manhattan, mentre un gruppo di pazienti era alle prese con la sistemazione di steli di bambù in un vaso. Si tratta della cosiddetta “Terapia Orticola”, giardinaggio in pratica, che aiuta i pazienti ricoverati a rendere più rilassante e veloce il loro recupero.

Sono numerosi gli studi che dimostrano come occuparsi delle piante abbia, scientificamente, un riflesso positivo su un paziente, ma ben prima che questi studi vedessero la luce, e parliamo addirittura del Medioevo, i giardini erano utilizzati al solo e semplice fine del rilassamento; Benjiamin Rush, uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza americana, già ai tempi scriveva degli effetti curativi del giardinaggio.

Dopo la prima guerra mondiale veniva utilizzato come metodo per riabilitare i veterani affetti da Disturbo da stress post-traumatico; negli anni ’60 invece entra nelle carceri femminili statunitensi come inizio del percorso riabilitativo. Nel 1973 viene fondata l’American Horticultural Therapy Association, un’organizzazione senza scopo di lucro, come si legge nella presentazione offerta dal sito ufficiale, la cui missione è promuovere la Terapia orticola come intervento terapeutico e modalità riabilitativa.

“È una pratica molto spirituale – dice la signora Bloomberg, un’ex pubblicitaria che ha lasciato tutto per occuparsi a tempo pieno della terapia orticola – Quando sei in ospedale, ci si concentra sul corpo, ma ci sono altre parti di noi delle quali dobbiamo ricordarci”, e aggiunge: “Cerco di concentrarmi sulle parti che potrebbero essere dimenticate”.

In questo momento però l’American Horticultural Therapy Association, che nonostante sia stata fondata negli Stati Uniti accoglie affiliati da tutto il mondo, non versa in condizioni ottimali, le iscrizioni si aggirano intorno alle 500 unità, questo dovuto, secondo Candice Shoemaker, professore di orticoltura e terapia orticola alla Kansas State University, al fatto che il giardinaggio viene considerata un’attività abbastanza accessibile e molte psicoterapie la includono nel loro percorso. Non con una formazione adatta, secondo Leigh Anne Starling, Presidente dell’Associazione, che infatti punta proprio sul riconoscimento della pratica (e dei praticanti) in maniera ufficiale.  

Oggi c’è da star felici. Lo dice l’agenda dell’Onu che nel 2012 ha istituto per il 20 marzo la giornata internazionale della felicità. Ma perché è stato necessario fissare una data? “L’Assemblea generale – si legge nella risoluzione – consapevole che la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre la necessità di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica”.

La ricetta della felicità

Il segreto della felicità? Ce ne sono molti, alcuni suffragati da ricerche scientifiche, altri basati sull’esperienza. Ecco la ricetta per essere felici che Albert Einstein scrisse su un biglietto autografato consegnato a un corriere di Tokyo al posto di una mancia. La nota, insieme ad un’altra, è stata battuta all’asta a Gerusalemme nel 2017 per una cifra totale di oltre 1,5 milioni di euro. Ecco cosa suggeriva il genio del ‘900: “Una vita calma e modesta porta più felicità della ricerca del successo abbinata a una costante irrequietezza”.

10 cose che forse non sapete sulla felicità

1) La pizza rende di buonumore – È la pizza li cibo che ti migliora la giornata. Ed è così per un italiano su due, secondo un’indagine Doxa/Deliveroo. La medaglia d’argento va alla pasta, le grigliate si aggiudicano il terzo posto, di molto distaccate dal quarto, dove il gelato si ferma solo al 10% del totale.

2) La felicità arriva dormendo: Secondo uno studio dell’Osservatorio Grimbergen, in Belgio, per raggiungere la giusta serenità d’animo bastano 30 minuti di sonno. 

3) È la Finlandia il Paese più felice del mondo. Almeno secondo il World Happiness Report 2018 dell’Onu che prende in esame il Pil pro capite, le libertà, la fiducia, l’aspettativa di vita, le politiche sociali, la generosità e l’assenza di corruzione. Al secondo posto della classifica si piazza la Norvegia, mentre la Danimarca chiude il podio. L’Italia è solo 47esima.

Aalborg (Wikipedia/Commons)
 

4) La città più felice d’Europa: non è la città delle tapas e della movida Barcellona, né uno dei piccoli paesi arrampicati sulla costiera amalfitana, della costa azzurra, della superorganizzata Germania o dell’Olanda. La città più felice d’Europa è Aalborg, centro di circa 200 mila abitanti in Danimarca. “Sebbene questa città industriale sia poco conosciuta, il 99% dei suoi residenti si dichiara soddisfatto di vivere nel proprio paese che può vantare un favoloso lungomare, un’università di fama mondiale e una rinomata orchestra sinfonica”. Lo rivela l’ultimo sondaggio di Eurobarometro sulla “percezione della qualità della vita in Europa” per il quale sono state consultate oltre 40 mila persone che vivono in 83 differenti città. 

5) Qual è la canzone più felice mai scritta? Queen: “Don’t Stop Me Now” capolavoro de Queen del 1978 . È una ricerca dell’Università del Missouri, a chiarirne il potere. Il ritmo della canzone, di 150 battiti al minuto, è in grado di mettere di buon umore. Superiore a quello del pop (118 battiti al minuto) ma, tuttavia, inferiore a quello troppo invasivo dell’hardcore (170 battiti al minuto). Ovviamente, un altro fattore importantissimo è dettato dal grande messaggio presente all’interno del testo, che offre un’interpretazione certamente positiva della vita.

6) Il potere di uno smile: L’Australian’s Flinders University ha condotto uno studio che rivela come l’attività cerebrale innescata dall’osservazione della faccina contenta è simile a quella attivata nelle persone che vedono un sorriso reale in un volto umano. Gli effetti terapeutici che derivano dall’atto di sorridere sono infatti numerosi: dalla riduzione dei livelli di cortisolo, adrenalina e dopamina che regolano lo stress, all’incremento dell’endorfina, l’ormone della felicità, all’abbassamento dei livelli di pressione sanguigna.

7) Il fiore della felicità: Fiore dai petali leggeri e delicati, in Oriente i fiordaliso viene donato dagli innamorati all’amata nella speranza di ottenere da lei felicità e amore.

8) I cibi del buonumore: Secondo la scienza ci sono decine di micronutrienti e sostanze presenti negli alimenti che hanno un effetto diretto sul cervello e quindi sull’umore, dagli omega 3 al triptofano passando per gli stimolatori di serotonina. Eccone alcuni:

  • Patata dolce
  • Salmone
  • Cavolo nero
  • Banana
  • Carne rossa
  • Cioccolato
  • Noci
  • Asparagi

9) Il sole ci rende felici: La meteoropatia non è un capriccio. È la scienza a spiegare perché quando c’è il sole ci sentiamo più felici:

  • Aiuta l’umore – Il sole produce serotonina, l’ormone dell’umore, e melatonina, che aiuta a contrastare il cattivo spirito ed è in grado di farci riposare meglio nelle ore notturne poiché regolarizza il ciclo sonno-veglia.
  • Produce vitamina D – La vitamina D è un ottimo rimedio per tenere lontana la cattiva salute e prevenire malattie come tumori e malattie autoimmuni.
  • Aumenta la libido – Numerose ricerche dimostrano come la vitamina D sia la maggior responsabile della creazione del testosterone nell’uomo, ormone che causa il desiderio sessuale.

10) L’animale che fa più felici i bambini: Secondo un lungo e ampio studio condotto dai sondaggisti di RightPet in ben 74 Paesi l’animale domestico che fa più felici in assoluto bambini e ragazzi tra i 10 e i 17 anni d’età è… il topolino. È più facile da accudire rispetto a un cane o un gatto, ha una taglia “a portata di mano”, è intelligente, velocissimo e particolarmente adatto per fare scherzetti e spaventare i parenti.

La storia della motocicletta nasce con un numero: 83691. È la cifra che identifica il brevetto depositato dall’ingegnere francese Louis-Guillaume Perreaux il 16 marzo 1869: 150 anni fa.

La prima moto somiglia molto a un normale velocipede, con la ruota anteriore più grande di quella posteriore. Non ci sono pneumatici: sarebbero stati inventati una ventina d’anni dopo da John Boyd Dunlop.

Sotto la sella c’è un motore, che però non è “a scoppio” (altra tecnologia non ancora inventata) e non utilizza quindi aria e combustibile per marciare: la prima motocicletta della storia era a vapore.

Il velocipede si evolve

Il primo prototipo sarà perfezionato e costruito qualche mese più tardi, prendendo il nome di Vélocipede à Grande Vitesse: un pezzo unico, oggi custodito dal Musée de l’Île-de-France, a Sceaux.

Servivano tre minuti per metterlo in moto e, secondo il suo inventore, avrebbe raggiunto i 35 km/h. Una velocità che, vista la tecnologia del tempo, è tutt’altro che confermata.

Per avere una motocicletta più vicina all’idea che ne abbiamo oggi, bisognerà aspettare il 1885, quando Gottlieb Daimler (il fondatore dell’omonimo gruppo) e Wilhelm Maybach hanno un’idea rivoluzionaria: piazzare sotto la sella il motore a scoppio che Nikolaus August Otto aveva inventato nel 1876.

Leggi anche: La moto elettrica italiana che sibila sulla via Emilia

Le ruote hanno la stessa dimensione, ma non sono due bensì quattro: ce ne sono altre due, più piccole, simili a quelle che si usano sulle biciclette dei bambini. Un accorgimento necessario perché l’idea doveva essere (molto) perfezionata: il motore, a quattro tempi, è ancora troppo pesante e non consente di rimanere in equilibrio. Daimler e Maybach realizzano quello che un ingegnere italiano aveva immaginato.

Si chiamava Giuseppe Murnigotti e, nel 1879, aveva brevettato un veicolo a due ruota con motore che muove “un velocipede usando la forza sviluppata dai gas esplodenti, cioè sostituendo la forza di un motore a gas infiammabile a quella che fa il velocipedista”.

La ruota anteriore è fissa, con quella posteriore a fare da timone, come su una barca. Murnigotti però si fermerà al progetto e non metterà mai le ruote a terra.

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Dalla seconda metà degli anni ’80 dell’800, le dimensioni dei motori si riducono (con l’adozione dei due tempi) e gli pneumatici danno un’ulteriore spinta. Nel 1894, Hildebrand & Wolfmüller provano la prima produzione in serie, ma il mercato non esiste ancora.

Arrivano gli italiani

C’è un piccolo nucleo di pionieri che inizia a promuovere le prime gare, in Francia. E chi si sfida sulle lunghe percorrenze, partendo da Parigi verso Vienna e Madrid.

La passione per i motori arriva anche in Italia. Tra i marchi ancora oggi attivi, Gilera – fondato nel 1909 – è il più antico. Nel 1911 è la volta di Benelli e del primo Moto Club d’Italia, fondato a Milano. Nel 1921 esordisce Moto Guzzi.

La prima guerra mondiale ingrossa le casse dei produttori: Harley-Davidson, fondata nel 1903, arriva a produrre la metà del fatturato dall’industria bellica. Così come Triunph. Il legame tra guerra e moto è profondo: marchi come Husqvarna e Bsa (tra i leader del mercato fino al declino e la chiusura del 1973) erano nati come fabbrica che di armi.

La motocicletta è ormai diventata adulta. Piaggio inventa la Vespa nel 1946, lo stesso anno in cui nasce Ducati. Il Campionato Mondiale di Motociclismo si svolge per la prima volta nel 1949. Se le prime fasi di sviluppo si erano concentrate in Europa, per poi estendersi agli Stati Uniti, dagli anni ’50 iniziano a farsi spazio le case giapponesi come Honda, Kawasaki, Suzuki e Yamaha.

C’è una striscia di Zerocalcare divenuta celebre che ironizza sulla esasperazione che i passeggeri delle compagnie aeree low-cost devono affrontare quando si tratta di far passare il proprio bagaglio ai controlli del severissimo personale di terra. Nella strip una coppia demolisce letteralmente un trolley (la valigia della nonnina morta, lamenterà poi la ragazza) per di riuscire a portarlo in cabina. Ora una app di viaggi si propone di risolvere il problema usando la realtà aumentata già disponibile su molti smartphone in circolazione.

I requisiti relativi alle dimensioni del bagaglio a mano variano a seconda della compagnia aerea, e per questo momondo.it ha sfruttato l’ultima tecnologia in fatto di realtà aumentata per integrare la funzionalità “Check Bagaglio a Mano” all’interno della propria app. Lo strumento aiuta i viaggiatori a verificare se la valigia da cabina sarà accettata o meno dalla compagnia aerea con cui voleranno.

“Sono ormai numerosi gli italiani che scelgono di esplorare l’Europa, e non solo, portando con sé solamente un bagaglio a mano. Tuttavia, ogni compagnia aerea ha un proprio regolamento per quanto riguarda le dimensioni dei bagagli consentiti a bordo. Per questo motivo volevamo creare una procedura semplice, veloce e trasparente che consentisse ai viaggiatori di misurare il proprio bagaglio, confrontarlo automaticamente con i requisiti previsti dal volo”, ha dichiarato Pernille Trolle Brøgaard, Director of Product Management di momondo.

“Abbiamo ideato questo strumento durante una settimana di ‘SWAT’ in azienda: un concorso di ingegneria della durata di una settimana incentrato su sviluppo e progettazione a ritmi serrati. Siamo, quindi, entusiasti di poterlo ora presentare ai nostri utenti. La funzionalità  “Check Bagaglio a Mano” è divertente da utilizzare ma, soprattutto, è utile ai viaggiatori: semplifica, infatti, le procedure, consentendo loro di rilassarsi e godersi il viaggio”.

Per misurare il bagaglio a mano i viaggiatori devono aprire l’app e selezionare “misura il tuo bagaglio”. Viene, quindi, chiesto di inquadrare il bagaglio con la fotocamera per acquisirne le dimensioni. “Check Bagaglio a Mano” si avvale della realtà aumentata per calcolarne le dimensioni (lunghezza, larghezza e altezza, oltre a eventuali sporgenze) e confrontarle con i requisiti della compagnia aerea. In questo modo, i viaggiatori scoprono se possono portare con sé il bagaglio a mano o se devono imbarcarlo in stiva.

Sarà inaugurato venerdì a Manhattan il più grande complesso edilizio dai tempi del Rockfeller Center negli anni Trenta. E’ Hudson Yards, una città nella città all’altezza della 42 strada, con tredici edifici dominati dall’imponente grattacielo ibrido di 75 piani in cui troveranno posto hotel, uffici e 143 appartamenti extralusso.

“Non è solo un grattacielo – spiega Stephen Ross, il miliardario proprietario dell’edificio – tu stai comprando uno stile di vita. Tutto quello che desideri sarà lì”. Ross si riferisce agli altri pezzi del mosaico presto in arrivo e che includono scuola, parco, centro commerciale, uno spazio multifunzionale, sala yoga, sala biliardo, palestra, il simulatore di un campo da golf e i ristoranti degli chef Thomas Keller e David Chang.

Quanto costa un appartamento ad Hudson Yard

Gli appartamenti si troveranno negli ultimi trentanove piani del grattacielo, e tra i nuovi inquilini ci sarà lo stesso Ross, l’immobiliarista che in passato aveva cercato di acquistare il Milan. La quotazione degli appartamenti partirà da un minimo di 5 milioni di dollari, l’affitto più basso sarà di 5.200 dollari al mese.

L’attico avrà un prezzo medio di 32 milioni. Sette piani saranno occupati da Fendi, Dior, Neiman Marcus e L’Oreal. Per favorire la costruzione di questo complesso che ridisegna il profilo di Manhattan, il municipio ha garantito sgravi fiscali e incentivi per un totale di sei miliardi di dollari, il triplo di quanto promesso ad Amazon per insediare il suo quartier generale a Queens e che aveva scatenato la reazione di una parte dei democratici, al punto da spingere il proprietario di Amazon, Jeff Bezos, a rinunciare all’offerta.

Una città nella città

Il complesso Hudson Yards ospiterà uffici in cui lavoreranno 55 mila persone. Il municipio di New York ha investito 2,4 miliardi di dollari per allungare la metro vicino al complesso edilizio, e 1,4 miliardi per gli ettari di parco che adornano il complesso. Inoltre, ogni azienda che acquisterà gli uffici ad Hudson Yards beneficerà di sgravi fiscali fino al 40 per cento nei prossimi vent’anni.

Gli oppositori allo sbarco di Amazon che, in cambio di sgravi e incentivi fiscali per due miliardi, prometteva l’assunzione di 25 mila persone, hanno accolto in modo positivo gli investimenti legati alla linea metropolitana e al parco urbano, ma hanno chiesto di verificare ogni singolo accordo con le aziende che entreranno ad Hudson Yards.

Insieme a Matera, a spartirsi il titolo di Capitale europea della cultura per il 2019, c’è una città bulgara. Si chiama Plovdiv, in italiano Filippopoli dal nome di Filippo II, il padre di Alessandro Magno, che nel 341 a.C. la annesse al proprio impero macedone. La sua storia è passata tra le mani di decine di conquistatori che, in più momenti, ne hanno arricchito l’aspetto. Oggi conserva le tracce di ogni epoca vissuta: da quella antichissima dei Traci alle ville del Rinascimento bulgaro, dall’epoca romana che le ha lasciato in eredità un anfiteatro mozzafiato alle moderne università che attraggono migliaia di giovani studenti.

A Plovdiv vivono oltre 300 mila abitanti, è la seconda città dopo la capitale Sofia, e in questi mesi ha il compito di mostrare i muscoli di un Paese che, negli ultimi anni, è sempre stato nei bassifondi della classifica sulla felicità dei suoi abitanti, il World Happiness Report.

La Bulgaria è un Paese triste?

La Bulgaria, almeno stando al sopracitato rapporto pubblicato a marzo 2018 dal Sustainable Development Solutions Network delle Nazioni Unite e dal Global Happiness Council, è al centesimo posto (su 156) nella classifica della felicità dei Paesi del mondo, dietro a Nigeria e Somalia e appena davanti al Venezuela. Ancora più preoccupante è il confronto con i partner dell’Unione europea, di cui la Bulgaria fa parte dal primo gennaio del 2007: è il peggiore tra tutti e 28 i Paesi, con un punteggio di 4,9 su 10.

Le buone notizie non arrivano nemmeno da un’altra classifica, l’Happy Planet Index, che ha relegato la repubblica balcanica al 109esimo posto su 140. Ma i suoi sette milioni e mezzo di abitanti sono davvero tristi? Diamo uno sguardo alle variabili prese in considerazione dalle due classifiche.

Quella dell’Onu ne valuta sei: il reddito pro capite, il supporto sociale, l’aspettativa di buone condizioni di salute, la libertà di fare scelte di vita, la generosità e la percezione di corruzione. A costar cari alla Bulgaria sono soprattutto questi ultimi tre valori: ma se il sentimento di sentirsi costretti nella propria esistenza, che si traduce in una scarsa speranza di poterla cambiare, sembra seguire andamenti simili ad altri paesi dell’Europa orientale, cioè che fa davvero la differenza è il livello di corruzione percepita.

La seconda classifica viene stilata secondo parametri in parte differenti: ci sono l’aspettativa di vita e la felicità percepita, che confrontati danno la misura dell’ineguaglianza tra le diverse classi sociali; e c’è anche l’impronta ecologica, cioè la quantità di terra necessaria per produrre le risorse necessarie al sostentamento.

Ultima anche nella classifica Eurostat. Ma ci sono dati incoraggianti

C’è una terza classifica che vede la Bulgaria all’ultimo posto: è quella stilata nel 2015 dall’Eurostat, l’istituto di statistica europeo, a proposito del “livello di soddisfazione”. Con un punteggio medio di 4,8 su 10, è l’unico dei 28 Paesi membri a non raggiungere la sufficienza (il Portogallo, penultimo nella graduatoria, tocca quota 6,2). Secondo Dimitar Bechev, ricercatore alla London School of Economics, le ragioni sono diverse: c’è la sensazione che l’entrata nell’Ue non abbia ancora dato i frutti sperati, spiegò ai tempi a Euronews, ma anche una caratteristica a suo dire innata nel popolo bulgaro. Quella di “tendere a non fidarsi di nessuno”. E poi il processo, ancora in atto, di ricostruzione di un’economia solida dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica.

Secondo lo scrittore Georgi Gospodinov, intervenuto recentemente su La Lettura del Corriere, le radici della tristezza bulgara affondano ancora più indietro nella storia: “Una volta, da bambino, ho sentito dire a mio padre ad alcuni amici ‘Siamo felici perché non sappiamo quanto siamo infelici’”, ha scritto riferendosi al confronto con gli altri Paesi negato durante gli anni del socialismo. A distinguere la Bulgaria da Polonia e Repubblica Ceca, però, sarebbe stato a suo dire l’assenza di una “tradizione di resistenza” durante quegli anni. “Un risveglio troppo lento dalla letargia, che lascia mal di testa e tristezza”.

Qualcosa, tuttavia, pare essere sul punto di cambiare. I segnali arrivano dalle stesse classifiche che inchiodano Sofia e Plovdiv all’ultimo posto: l’Eurostat certifica che tra i più giovani (la fascia tra i 16 e i 24 anni) il grado di soddisfazione sfiora il 6; mentre il World Happiness Report certifica, tra 2015 e 2017, un balzo in avanti di oltre un punto rispetto al triennio 2008-2017.

La regina Elisabetta II d’Inghilterra ha pubblicato il suo primo post su Instagram, il social giovanile per eccellenza. La 92enne monarca, 43 anni dopo aver spedito la prima mail (la prima monarca a farlo), ha compiuto dunque un ulteriore passo nel mondo di Internet.

L’occasione è stata la visita di Sua Maestà al Museo della Scienza di Londra: sul social ha postato una lettera inviata dal matematico del XIX secolo e pioniere dei computer, Charles Babbage, al marito della regina Vittoria, il principe Alberto, il suo trisavolo.

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Today, as I visit the Science Museum I was interested to discover a letter from the Royal Archives, written in 1843 to my great-great-grandfather Prince Albert. Charles Babbage, credited as the world’s first computer pioneer, designed the “Difference Engine”, of which Prince Albert had the opportunity to see a prototype in July 1843. In the letter, Babbage told Queen Victoria and Prince Albert about his invention the “Analytical Engine” upon which the first computer programmes were created by Ada Lovelace, a daughter of Lord Byron. Today, I had the pleasure of learning about children’s computer coding initiatives and it seems fitting to me that I publish this Instagram post, at the Science Museum which has long championed technology, innovation and inspired the next generation of inventors. Elizabeth R. PHOTOS: Supplied by the Royal Archives © Royal Collection Trust / Her Majesty Queen Elizabeth II 2019

Un post condiviso da The Royal Family (@theroyalfamily) in data: Mar 7, 2019 at 3:31 PST

“Oggi, mentre ero in visita allo Science Museum, è stato interessante scoprire una lettera dai Royal Archives, scritta nel 1843 al mio trisavolo il principe Alberto”, ha raccontato la regina in un lungo post scritto dal suo iPad e pubblicato sull’account della Famiglia Reale. “Charles Babbage, considerato uno dei pionieri dei computer al mondo, progettò la Macchina differenziale, della quale il principe Alberto ebbe l’occasione di vedere un prototipo nel luglio del 1843”, ha aggiunto.

“Oggi ho avuto il piacere di conoscere le iniziative di codifica dei computer dedicate ai bambini e mi sembra giusto pubblicare questo post su Instagram, al Museo della Scienza che ha a lungo sostenuto tecnologia, innovazione e ispirato la futura generazione di inventori”, ha condiviso con i 4,6 milioni di follower dell’account. Il post, firmato “Elizabeth R.”, la R per Regina, in latino. 

Mandate un messaggio prima di chiamare qualcuno. E se sui social chi vi conosce commenta una vostra foto, fareste meglio a rispondere. Ci sono quindici regole del “galateo” al tempo dello smartphone e dei social, e sono state codificate da Usa Today, raccogliendo il parere di blogger americani e esperti di social media.

Primo non stressare

“Una delle cose che più stressa – dicono gli esperti – è mandare un messaggio ed essere subito chiamati. Se ti invio un messaggio vuol dire che voglio avere una risposta con lo stesso metodo. La buona norma vuole che lo stesso valga per la email”.

Se vuoi chiedere un favore a una persona che non conosci, dovresti prima scambiare almeno tre messaggi, altrimenti rischi di apparire inopportuno.

Sintesi!

Altri errori da non commettere: non lasciare il messaggio alla segreteria telefonica dopo il beep, inviare messaggi troppo lunghi, chiedere il perché su qualsiasi cosa.

“Le regole del galateo digitale – spiega James Ivory, professore di comunicazione a Virginia Tech – sono regole semplici che provengono dal passato. Il rispetto deve essere la guida”.

Ma l’era digitale presenta nuove trappole: il tono di una email può essere frainteso, lo stesso vale per il messaggio. “Abituati a una comunicazione fatta non più di persona – spiega Elaine Swann, esperta di lifestyle – abbiamo bisogno di mettere emoticon sui testi per coprire quel vuoto che veniva dalle nostre espressioni”.

Quindici regole ricavate dall’oro che si trova nei telefonini

Con errori sempre possibili, anzi di più rispetto al passato. Da evitare, per esempio, l’abbondanza di emoticon.

Se le regole sarebbero infinite, Usa Today ha provato a ridurle a quindici, fondamentali.

1) Non contattate la gente su FaceTime a casaccio, prima avvertite con un messaggio.

2) Mettere Ok o Lol, per esprimere risate, uccide la conversazione e rischiate non vi rispondano più;

3) Se qualcuno che conoscete commenta la vostra foto o video, dovete rispondergli;

4) Se qualcuno vi contatta per email, fate lo stesso;

5) Non mettete “mi piace” ai vostri stessi post, la gente lo vede e vi considera un po’ stupidi;

6) Non chiedete agli altri di mettere “mi piace”;

7) Non metteteci ore a rispondere a un messaggio;

8) Se non potete, lasciate un audio di scuse;

9) Se qualcuno, per messaggio, vi chiede più cose, non rispondete solo ad alcune;

10) Fare gli auguri per messaggi di auguri, tipo buon Natale, è corretto, non è necessario chiamare;

11) Evitate di ingolfare i gruppi Whatsapp, troppi messaggi possono disturbare gli altri non interessati;

12) Non comunicate brutte notizie per messaggi o messaggi diretti su Twitter;

13) Se non vi rispondono, non arrabbiatevi. Non sempre è possibile;

14) Non postate troppe foto sdolcinate;

15) Se hai tempo per scrivere su Snapchat, vuol dire che hai tempo per rispondere a un messaggio.

Quante di queste regole infrangiamo ogni giorno? Su questo il giornale si astiene dal rispondere.

Nel 2019 uomini e donne devono fare i conti con un problema psicologico che, con tutta probabilità, non sanno nemmeno di avere: la psicoterratica. Il termine, coniato per la prima volta nel 2000 dal professore e filosofo australiano Glenn Albracht, indica lo stato di malessere in cui si incappa quando ci si allontana troppo dalla natura. Alla base della psicoterratica ci sarebbe dunque una teoria secondo cui l’ambiente e la salute mentale sono strettamente connessi.

Il potere della natura

A parlare in modo dettagliato di questa sofferenza è in particolare Julia Plevin, autrice del libro in uscita a marzo “The Healing Magic of Forest Bathing”. La scrittrice afferma di aver sofferto lei stessa di psicoterratica negli anni in cui ha vissuto a New York per studiare design. Plevin racconta che quegli enormi grattacieli grigi e la scarsità di verde la facevano sentire depressa e ansiosa. Così ha iniziato a interessarsi alla psicoterapica e alla relazione che intercorre tra spazio, natura, salute e design. Una volta tornata a San Francisco per lavorare nella Silicon Valley si è sottoposta a una terapia miracolosa per il suo stato d’animo: lunghe passeggiate nella foresta. Julia Plevin si è ‘rinselvatichita’ pian piano, trascorrendo molto tempo all’aria aperta, soprattutto tra gli alberi. La scrittrice ha poi fondato un’associazione: la San Francisco Forest Bathing Club che in pochi mesi ha registrato più di 500 iscritti. 

Cosa c’è di nuovo

La passeggiata tra gli alberi è una terapia che in Giappone risale al 1982, quando il governo introdusse il concetto di “shinrin yoku”, “l’immersione nella foresta”, con cui incitava i cittadini a fare uso dei quasi 5.000 chilometri di boschi per migliorare il proprio stato d’animo. Tomohide Akiyama, allora direttore dell’agenzia forestale giapponese, intuì che gli alberi facevano sentire bene le persone, mentre la distanza dalla natura le faceva stare male. A quel punto i ricercatori giapponesi provarono a quantificare questa teoria, studiando il potere curativo degli alberi. Scoprirono così che l’effetto rilassante è causato dall’esposizione agli oli essenziali, chiamati fitoncidi. Questi oli antimicrobici proteggono gli alberi dai germi e hanno effetti positivi anche sugli uomini: rafforzano il sistema immunitario, riducono la pressione sanguigna, lo stress, l’ansia, migliorano la sonnolenza e la creatività.

Dal 2004 al 2012 il governo giapponese ha speso 4 milioni di dollari nello studio degli effetti psicologici e fisiologici dell’immersione della foresta, mettendo a punto 48 terapie. Dopo il Giappone anche la Finlandia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Canada hanno puntato sul potere degli alberi, anche come attrazione turistica. 

Dalla psicoterratica all’ecoagnostica

Psicoterratica non è l’unico termine a entrare nel dizionario del filosofo Albrecht, Earth Emotions: New Words for a New World, che verrà pubblicato dalla Cornell University Press. Il vocabolario include anche parole come “ecoagnosticismo” (per indicare l’ignoranza o l’indifferenza nei confronti dell’ecologia) e solastalgia una sorta di nostalgia “che si prova quando l’ambiente intorno a te cambia in peggio”.

Festa degli innamorati in controtendenza. È questo quello che emerge dai dati raccolti da DBH, la startup nata per rende disponibili a tutti camere e servizi in hotel di lusso solo di giorno. Il 42% delle prenotazioni registrate per San Valentino sono per una persona sola. Un sostanziale aumento rispetto al 2018, quando a prenotare solo per sé nella stessa giornata erano stati meno del 20% dei clienti.

E non dovrebbe sorprendere poi così tanto visto che oggi in Italia i single sono circa 8 milioni. Insomma, gli Italiani preferiscono, anche il 14 febbraio, il vecchio adagio “meglio soli che male accompagnati”. E ci tengono a trattarsi bene: scelgono solo hotel 5 stelle o superior, preferendo quelli con accesso alla spa (27%) o con cocktail (8%). Così, anche se a Bologna si indicono messe e benedizioni per chi non ha ancora trovato l’anima gemella, i single non sembrano affatto disperati.

Sicuramente non si rinuncia alla ricerca dell’anima gemella, ma non prima di essersi dedicati un po’ di tempo per sé. Con DayBreakHotels sono tantissimi gli hotel che mettono a disposizione solo di giorno spa da sogno a prezzi davvero accessibili. Ad esempio il The Hub Hotel di Milano dove l’accesso daybreak a spa, piscina interna e hammam costa solo 27 euro. A Roma tramite l’app è possibile prenotare a 55 euro stanza e centro benessere presso l’ Hotel degli Aranci, delizioso villino inizio ‘900 immerso nel verde. Sempre a Roma bastano 37 euro con DBH per sauna, bagno di vapore e piscina coperta all’A. Roma LifestyleHotel.

 

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