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La cotta degli americani per lo Spritz pare sia sull’orlo del tracollo. Un articolo del New York Times demolisce categoricamente il long drink così popolare nel Nord-est dell’Italia e ain molti altri posti del mondo. “L’Aperol Spritz non è un buon drink”, scrive il quotidiano statunitense, sostenendo che sia adatto giusto a dissetare dopo una partita di calcio durante una calda giornata estiva “ma – aggiunge – non è un complimento”.

You may not want to hear this … but the Aperol spritz is not a good drink https://t.co/YCRASRduVb

— The New York Times (@nytimes)
9 maggio 2019

 

Il sapore che lascia in bocca lo Spritz ricorderebbe vagamente quello di uno sciroppo e il successo oltreoceano sarebbe dovuto essenzialmente ad una corposa campagna pubblicitaria da parte della Campari, che ha acquistato il marchio nel 2003. Un successo reale, come documentato anche da Agi lo scorso dicembre, specie tra i millenials, ma che sarebbe riduttivo attribuire ad una geniale mente del marketing.

L’Aperol Spritz sbarca a Wall Street e conquista l’America. Ma il New York Times lo stronca e scrive che non è un buon aperitivo https://t.co/CqWMI1RWK4

— Il Foglio (@ilfoglio_it)
10 maggio 2019

 

A leggere l’articolo del New York Times sale dal profondo del cuore, sulle note dell’inno di Mameli, una sorta di furioso nazionalismo, lo Spritz col passare del tempo è diventato il simbolo del post lavoro, della liberazione dallo stress da ufficio, un sapore che sa di libertà. Per fortuna la rabbia scema quando ci si imbatte in un altro articolo, quello di una rivista specializzata americana, Grub Street, che raccoglie reazioni all’articolo del New York Times da parte degli stessi americani; e più che reazioni trattasi di una vera e propria web crociata nel nome dello Spritz, roba da far gonfiare il petto, da far correre per le strade in lacrime, a proposito di partite di calcio, come Grosso o Tardelli, con la volontà di far sapere al mondo che quella genialata di cocktail è italiano.

pic.twitter.com/XFd900Lgb0

— J O S H U A O W E N (@JoshuaOwen)
9 maggio 2019

 

Anche se in realtà, noi italiani lo Spritz lo abbiamo solo istituzionalizzato, perché pare che l’ideazione della bevanda sia da attribuire, come si legge sul sito winepoint.it, ai militari austriaci di stanza in Veneto ed in Friuli durante la dominazione asburgica a cavallo tra il ‘700 e l‘800. “L’idea originale era quella di allungare il vino veneto con l’acqua per abbassare il tenore alcolico. I vini veneti, troppo alcolici per i palati austriaci abituati a vini più leggeri, venivano allungati con acqua frizzante o selz. Il termine “spritz” si pensa infatti che derivi dal verbo austriaco “spritzen” che significa infatti “spruzzare”, quasi a mimare il gesto del versare acqua frizzante.

Wrong. pic.twitter.com/HwwoK9BeIs

— Kate E. Jamieson (@kateejamieson)
10 maggio 2019

 

Lo spritz come cockatil (come lo conosciamo noi oggi) nasce invece intorno al 1920 in Veneto nell’area compresa tra Padova e Venezia, unendo al vino e all’acqua frizzante l’Aperol, che fu presentato proprio alla fiera di Padova nel 1919. Diventa sempre più famoso ed acquista grande popolarità, in particolare nel Nord Italia, a partire dagli anni ’70 per poi raggiungere una fama europea a partire dal 2008 tanto da venire inserito negli elenchi dell’IBA (International Bartenders Association)”.

“L’aperitivo zuccherino è abbinato a prosecco di bassa qualità, acqua di soda e una fetta d’arancia fuori misura”

New York Times

 

Sul New York Times si legge che ciò che rende lo Spritz un pessimo cocktail sarebbe il prosecco e l’usanza di utilizzarne sempre marche scadenti, forse a New York, ci viene il dubbio, perché da queste parti, non parliamone nello specifico nel Nord-Est italiano, abbiamo una lunga e gloriosa tradizione che impedisce moralmente di bere prosecco di scarsa qualità. Non sarà mica allora che i Newyorkesi si sentono invasi e battuti proprio in casa? Ma questi sono dilemmi da affrontare proprio sorseggiando uno Spritz; e ridendone con gli amici.    

Dopo aver imparato a guidare un’auto, tradotto in musica il canto delle balene e completato una delle più celebri sinfonie incompiute, l’intelligenza artificiale ha creato la sua prima collezione di moda.

Huawei ha usato i chipset e gli algoritmi montati sul suo ultimo smartphone top di gamma, il P30, per “Fashion Flair”, un progetto sperimentale con lo scopo di dimostrare che la tecnologia, combinata all’estro creativo umano, può dare vita ad una collezione di moda originale e unica partendo dagli input generati dall’Intelligenza Artificiale.

“Fornendo i parametri base per la realizzazione di un abito, come colore, lunghezza, volume e texture, l’Intelligenza Artificiale è ora in grado di fornire uno spunto creativo ai designer da cui partire per poi realizzare le loro creazioni” spiega Isabella Lazzini, Marketing & Retail Director Huawei CBG Italia, “La tecnologia e gli smartphone sono parte delle nostre vite, perché quindi non farli diventare un’ulteriore fonte di ispirazione? Noi, con il progetto “Fashion Flair” ci siamo riusciti e ne siamo entusiasti.”

Insieme ad un’equipe di sviluppatori italiani, Huawei ha creato l’app “Fashion Flair” che è stata addestrata con decine di migliaia di iconiche immagini di moda degli ultimi 100 anni e uno specifico set di scatti tratti dalle ultime collezioni di Annakiki. L’applicazione, utilizzando la doppia unità di calcolo neurale (NPU) presente all’interno dei dispositivi, è così in grado di creare una proposta di outfit seguendo gli input e i filtri impostati dal designer.

Una volta rielaborate queste informazioni, l’applicazione restituisce una serie di proposte di outfit, potenzialmente infinite, che rappresentano un punto di partenza da cui iniziare il disegno di un capo, uno spunto ulteriore per il processo creativo dell’artista, che lo completerà poi con il suo  tocco.

Partner del progetto è Anna Yang, Creative Director, nonchè fondatrice e volto del brand Annakiki, che nelle ultime 5 stagioni è stata una presenza regolare nel calendario ufficiale della Fashion Week di Milano.

“Co-creare insieme è stato per me estremamente stimolante e sono certa che in futuro la tecnologia giocherà un ruolo sempre più distintivo anche nel mondo della moda, aprendo scenari completamente nuovi che oggi possiamo solo immaginare”, dice Anna Yang, Dalla contaminazione e delle diversità nascono ricchezza, innovazione, nuove mode e stili che possono interpretare e raccontare il futuro. Perché non lasciarsi contaminare anche da ciò che può fare una macchina e incorporare la proposta dell’Intelligenza Artificiale all’interno del processo creativo che porta alla definizione di un look?”.

“Le immagini sintetiche generate dall’app rappresenteranno opzioni stilisticamente coerenti con il contenuto degli esempi utilizzati per l’addestramento del software, ma con caratteristiche di originalità rispetto a questi ultimi. In altre parole, le immagini generate dalla rete possono considerarsi a tutti gli effetti nuova informazione inventata dalla rete neurale artificiale” spiega Davide Bacciu, Professore del dipartimento di Computer Learning dell’Università di Pisa e membro del Comitato Direttivo dell’Associazione italiana per l’intelligenza Artificiale (AIXIA). “In questo scenario di grande interesse, “Fashion Flair” si caratterizza come il primo esempio (pubblico) di una rete neurale artificiale che viene utilizzata interattivamente da una stilista per ideare e, in ultimo, realizzare un capo di moda.”

Parte dei proventi della vendita della collezione  saranno utilizzati per finanziare un progetto speciale a supporto dei giovani talenti di una delle principali accademie di Fashion Design italiane: Huawei promuoverà l’incontro fra moda e tecnologia mettendo Fashion Flair a disposizione degli studenti, che potranno trarre ispirazione dagli output dell’applicazione e co-creare outfit originali ed inediti.

Il desiderio di Meghan Markle di partorire a casa rischia di sfumare: con già una settimana di ritardo rispetto alla data prevista per la nascita del baby Sussex, la moglie del principe Harry potrebbe essere costretta a sottoporsi a un parto indotto in clinica se non ci dovessero essere novità nelle prossime 48 ore.

Lo riferisce l’informatissimo tabloid britannico Daily Mail, precisando che è sempre più probabile per la duchessa di Sussex il ricovero al Frimley Park Hospital nel Surrey, a 25 chilometri da Frogmore Cottage dove i duchi si sono trasferiti di recente.

Meghan a 37 anni è considerata una primipara attempata e quindi, superata la data prevista del parto, dopo un certo periodo di tempo, è d’obbligo l’intervento dei medici. Nel caso, risulterebbe inutile l’organizzazione per la nascita dell’erede a casa, come Meghan sembra preferire: fonti hanno riferito che un’infermiera ha visitato Frogmore Cottage la settimana scorsa e un team al femminile è in attesa. 

Dimenticate gli appuntamenti clandestini, scordatevi le fughe d’amore: lo smart working conquista il mercato degli hotel di giorno.

A confermarlo è DayBreakHotels, la start up che permette di prenotare stanze e servizi di hotel extralusso solo di giorno che, numeri alla mano, ha una clientela business che rappresenta il 35% di tutte le prenotazioni. Una percentuale che è destinata a crescere se si pensa che solo nel primo trimestre 2019 ha registrato un trend in aumento del 30% rispetto agli stessi mesi del 2018. 

Numeri in crescita che rispondono a una domanda legata alla ricerca di soluzioni per un lavoro elastico e flessibile ma al tempo stesso elegante e comodo. Ecco allora che le meeting room con una camera a disposizione o le suite con la work station rappresentano le scelte migliori per i business traveller.

Tra le città in cui il servizio business di DBH è più utilizzato troviamo Milano, Bologna e Torino, ma anche in Veneto si registrano punte interessanti, in particolare a Verona, Treviso e Padova.

Una tendenza, quella intercettata da DayBreakHotels, che trova riscontro nei dati italiani sullo smart working: in Italia ci sono 480 mila lavoratori “smart”, con un incremento del 60% dal 2013 a oggi, che lavorano principalmente in grandi aziende. 

Lvmh, il gruppo leader al mondo nell’industria del lusso, sconfigge il timore di un rallentamento degli acquisti da parte dei clienti cinesi e corre in Borsa segnando il nuovo massimo storico a 346 euro per chiudere a 344,95 (+4,61%). Il gruppo parigino ha diffuso i risultati del primo trimestre 2019 che evidenziano un’accelerazione della crescita, nettamente superiore alle attese degli analisti.

I ricavi sono saliti del 16% a 12,5 miliardi di euro. Il raffronto a parità di perimetro, cioè al netto di acquisizioni, dismissioni e dell’effetto cambi, è un incremento dell’11%, in accelerazione dal +9% del trimestre precedente. La banca francese Société Générale ha alzato la raccomandazione a Buy (comprare) da Hold (tenere in portafoglio), sottolineando il brillante comportamento di Lvmh rispetto ai concorrenti.

Guidata dal presidente e amministratore delegato Bernard Arnault (che è anche il principale azionista), Lvmh è definita una “conglomerata” del lusso che possiede un impressionante elenco di marchi: da Louis Vuitton (borse e valigie) a Christian Dior (abbigliamento), da Moet et Chandon (champagne) all’italiana Bulgari (gioielli), senza dimenticare Sephora, Givenchy, Celine Tag Heuer, l’italiana Fendi e molti altri brand noti a livello internazionale.

La spinta maggiore alla crescita dei ricavi nei primi tre mesi dell’anno e’ venuta dalla pelletteria, con una buona performance anche dalle aziende delle bevande alcoliche. In un report di Rbc Capital Markets si legge che Lvmh continua a essere una società attraente per gli investitori dato che vanta una leadership in diversi mercati, una forte diversificazione delle sue attività, un ottimo management e una presenza geografica ben diffusa a livello mondiale. Nel mondo del lusso i clienti cinesi, vuoi quelli che acquistano in territorio cinese, vuoi quelli che acquistano nei negozi di tutto il mondo, rappresentano circa un terzo del fatturato complessivo.

Da qui il timore che il recente rallentamento dell’economia cinese abbia ripercussioni sui risultati dei “big” del settore. Lvmh non ha diffuso uno spaccato dei risultati Paese per Paese, ma ha segnalato “una buona crescita” in tutte le regioni. I risultati positivi di Lvmh trascinano al rialzo anche gli altri titoli del lusso. A Piazza Affari Moncler sale dell’1,7%, Ferragamo +4,38%, Brunello Cucinelli +1,34%. Con il balzo di oggi la capitalizzazione di Borsa di Lvmh sale a 175 miliardi di euro, ben pi del doppio del suo principale concorrente, il gruppo francese Kering (67,4 miliardi di euro) che possiede marchi come Gucci, Yves Saint Laurent, Bottega Veneta e Puma. Kering ha guadagnato il 2,23% alla Borsa di Parigi. Dal punto di vista della capitalizzazione, i campioni italiani del lusso sono ben distanziati: Moncler vale in Borsa 9,5 miliardi di euro, Ferragamo 3,3 miliardi, Brunello Cucinelli 2,1 miliardi. 

Oggi pretende guanciale e pecorino; un tempo, a quanto risulta da alcune ricette che risalgono all’inizio degli anni ‘50, erano invece indispensabili pancetta e parmigiano. Ma è il futuro a lasciare un grosso punto interrogativo: manterrà i suoi ingredienti originali oppure abbraccerà nuove materie prime, da quelle vegetariane al tipo di pasta? Al centro del dibattito, naturalmente, c’è la carbonara: il condimento forse più famoso per il piatto più noto della tradizione culinaria italiana.

Il 6 aprile è il #CarbonaraDay. Ma dov’è nata la ricetta?

Il 6 aprile di ogni anno, dal 2017, ricorre il #CarbonaraDay, una sorta di festa laica per il piatto di pasta che tutti quanti associamo a Roma e alle sue osterie.

Giustamente, visto che l’immaginario collettivo riporta la carbonara alla Capitale; eppure l’origine del piatto potrebbe essere diversa.

La prima ricetta della carbonara appare infatti oltreoceano, nel 1952, su una guida illustrata dei ristoranti di un distretto di Chicago, negli Stati Uniti.

Come si arrivata in Illinois rimane un mistero, anche se forse ha a che fare con la teoria che vorrebbe far risalire il piatto a un incrocio italo-americano durante la Seconda guerra mondiale.

La storiografia, in questo caso, parla di un incontro tra la cucina del centro Italia e la razione K, il pasto per i soldati americani escogitato dal fisiologo Ancel Keys, che mise al mondo un’antesignana forma di spaghetto condito con tuorlo d’uovo in polvere e bacon.

L’italianità della ricetta sarebbe però testimoniata da alcuni passaggi precedenti, come il film del 1951 intitolato “Cameriera bella presenza offresi…” del regista Giorgio Pastinà, nel corso del quale l’attrice Elsa Merlini rivela di non saperla cucinare, rivendicando una maggiore esperienza nella preparazione dell’amatriciana.

Sui ricettari italiani la carbonara arriva solo nel 1954

Bisogna attendere un paio d’anni per trovare la ricetta stampata sulle riviste italiane: accade nel 1954 quando La cucina italiana propone gli spaghetti alla carbonara: niente guanciale e pecorino, però, quanto piuttosto pancetta, gruviera e aglio.

Pochi mesi più tardi Alberto Moravia include il piatto nel racconto “Il pensatore” della raccolta Racconti Romani. Eccola, finalmente, la Capitale.

Sono gli anni ‘50, il piatto si diffonde nelle cucine romane: è il momento in cui la carbonara divide l’opinione pubblica sue due orientamenti.

“Uno popolare – spiega Eleonora Cozzella nel libro intitolato ‘La carbonara perfetta, Origine ed evoluzione di un piatto culto’ – dove veniva realizzata solo con pancetta o guanciale, formaggio e uova. L’altro, per così dire, borghese, tipico della cucina delle famiglia-bene, dove le donne amavano partire da una base di soffritto di cipolle e sfumare con vino bianco”.

Il piatto culto si trasforma: ognuno aggiunge qualche ingrediente, rivede la carbonara a modo proprio: compare persino la panna.

“Ebbe un ruolo importante, tanto da comparire negli anni ‘60 come ingrediente nei manuali di Luigi Carnacina, a cura di di Luigi Veronelli”, prosegue Cozzella.

Spaghetti ma non solo: la carbonara tra presente e futuro

Il guanciale, secondo alcuni, si afferma nella ricetta soltanto a partire dalla fine dello scorso millennio.

Oggi è il must, anche se la crema di uova, pecorino, sale e pepe che accompagna la guancia di maiale non è più appannaggio soltanto della pasta.

Si usa per condire pizza, bruschette, supplì e arancini, oltre alle varianti che la vedono su tonnarelli, bucatini e linguine, mezze maniche e rigatoni, anche integrali.

L’attrazione verso la carbonara, sotto ogni forma, resta comunque intatta: lo segnala anche Just Eat, il servizio di consegna a domicilio, che certifica 6 mila chili di pasta ordinata dai suoi utenti nel 2018.

A guidare la classifica delle città più golose c’è Roma, inseguita a distanza da Bologna e Milano, con Catania e Genova in forte crescita.

Un piatto insomma che mette d’accordo l’intero Stivale, che unisce le tradizioni e si presta addirittura alle rivisitazioni, con buona pace dei puristi: ritocchini firmati dai grandi chef, certo, ma anche dagli studenti universitari che la reinventano con ingredienti vegetariani e, semplicemente, con quello che avanza nel frigorifero.

Il destino di una ricetta da sempre aperta alle sperimentazioni.

Rione Testaccio è sempre stato associato agli scambi commerciali: in epoca romana era il punto di approdo di imbarcazioni che, partendo da Ostia, risalivano il Tevere, cariche di beni e merci. Proprio le anfore usate per il trasporto danno il nome al rione: venivano accatastate una sull’altra creando così una collinetta, il Monte de’ Cocci. Nel corso dei secoli, Testaccio ha conservato la sua anima commerciale, tanto da ospitare ancora oggi uno dei mercati più conosciuti e visitati a Roma: Mercato di Testaccio.

Un polo enogastronomico, una struttura moderna composta da 101 Banchi dove trovare materie prime di qualità, fare shopping a prezzi contenuti e degustare il “cibo da strada” che spazia dalle ricette tipiche della cucina popolare romanesca a proposte etniche e più innovative.

Ed è proprio a Roma, cuore della cucina italiana, che Uber Eats ha deciso di scommettere sul cibo da strada per portare a casa di coloro che ordinano dei prodotti freschi, autentici e di prima qualità, direttamente dai Banchi storici del mercato.

Uber Eats renderà disponibile sulla sua piattaforma i Banchi dell’iconico Mercato di Testaccio di Roma, offrendo così la possibilità di scoprirne gastronomia e prelibatezze direttamente attraverso l’app e riceverli a casa in pochi minuti.

“Siamo orgogliosi di annunciare la partnership con lo storico Mercato di Testaccio, da sempre sinonimo di tradizione, qualità e amore per il cibo, valori che condividiamo e che ispirano ogni giorno il nostro lavoro. Il nostro obiettivo è di trasformare il cibo a domicilio in un’esperienza che possa portare a casa delle persone tutto ciò che desiderano: da prodotti “comfort food” per una cena fugace a prodotti freschi, tradizionali e in grado di raccontare una storia.” ha commentato Mario Bini, Country Marketing Manager di Uber Eats Italia.

Per le consegne non si affiderà ai driver – anche se il primo pasto nella storia del servizio fu portato a domicilio da un autista che durante le ore morte metteva il proprio tempo a disposizione del food delivery – ma dai rider, esattamente come già fanno altre piattaforme. L’unica differenza è che Uber Eats utilizza la stessa tecnologia che già serve per chiamare un’auto con conducente.

“La sinergia creata con Uber Eats consente di promuovere una nuova idea di mercato, più in linea con gli standard internazionali. Lo Street Food di Testaccio, grazie a questa partnership, che ci auguriamo sarà estesa al più presto a tutte le categorie merceologiche del mercato, consentirà di portare non solo i nostri servizi all’esterno e rendere quindi il mercato accessibile ad un numero infinito di utenti, ma anche di trovare utili modalità per sviluppare le tante iniziative sociali che trovano nel mercato il loro centro propulsore.” hanno commentato Matteo Ventricelli e Marco Morello, Responsabili della comunicazione del Mercato di Testaccio.                     

 In Italia Uber Eats è presente in 9 città (Milano, Roma, Torino, Napoli, Firenze, Bologna, Trieste, Rimini e Reggio Emilia) ed offre il servizio a migliaia di ristoranti, per un totale di 165.000 piatti disponibili sulla piattaforma. 

Sono ormai un lontano ricordo i tempi della storica gaffe all’esordio su Bergamo Tv, quando chiamata a leggere la classifica Ludovica Pagani, influencer classe ’95, scambiò i punti con la posizione, così il Napoli, allora primo, divenne 47esimo, 45esima la Juventus, 41esima l’Inter e così via…una figuraccia diventata virale grazie alla pagina satirica “Calciatori brutti”, ma la Pagani non ne fece una piega, anzi ne approfittò per far conoscere una parte di sé, messa in secondo piano rispetto all’avvenenza: l’autoronia. Finì così per diventare protagonista di molti video di “Calciatori brutti” e acquistare in popolarità.

Con il passaggio a Sportitalia è rientrata nella lunga lista di volti femminili prestati ai talk calcistici, rappresentando, tra l’altro, un aspetto del gioco – ma sarebbe forse meglio chiamarlo “fuorigioco” – che grazie alla forza dei social sta occupando sempre più spazio nell’attenzione di chi segue il calcio: i profili delle mogli dei calciatori, le famigerate Wags.

Con 1,8 milioni di followers su Instagram e una celebrità alimentata dal passaggio a Quelli che il calcio come inviata Ludivica sembra destinata a vestire i panni di Diletta Leotta di casa Rai.

La Pagani in realtà non nasce giornalista, anzi, spiegando il perché di quello scivolone di Bergamo Tv ai microfoni di Sportal.it aveva confessato il calcio per lei “era arabo, zero” e in rasmissione lo sapevano. Frequentando i salotti calciofili della tv italiana evidentemente qualcosa l’avrà imparata ed è per questo che la Rai ha deciso di puntare su di lei, capace di svolgere il suo ruolo ma anche di richiamare il suo numeroso seguito social a sintonizzarsi sulla rete di stato ogniqualvolta appare sullo schermo. 

Cinque cucine, sessanta tra chef e assistenti, montagne di ostriche e il Clover Club per concludere la serata. Centosette anni dopo la tragedia dell’affondamento del Titanic, in cui morirono 1516 persone sui 2224 a bordo, un libro affronta uno degli aspetti che più riportano il gusto della vita reale che si respirava a bordo, prima che il transatlantico partito dall’Inghilterra e diretta a New York finisse contro un iceberg, alle 23.40 del 14 aprile 1912.

Il documento principale è l’ultimo menù, che un passeggero della classe lusso, Irwin Flynn, si era infilato in una tasca interna del cappotto, dopo aver finito di cenare ed essersi ritirato in cabina, poco prima della collisione. Flynn sopravvisse, conservando l’unica cosa che era riuscito a portare con sé: il foglio del menù, adesso svelato in un libro scritto dall’esperta di gastronomia, Veronica Hinke, dal titolo “The Last Night on the Titanic: Unsinkable Drinking, Dining and Style” (Edito da Regnery History), che riporta anche il menu’ delle altre classi di viaggio, rimasti intatti grazie ai sopravvissuti.

In prima classe, dedicata ai clienti più prestigiosi, l'”inaffondabile cena”, come recita il titolo, prevedeva dieci portate. Gli antipasti partivano dalle ostriche (alla partenza da Southampton erano stati messi in stiva 1200 chili di ostriche), poi “consommé Olga”, brodo di carne a base di vino e verdure, salmone con crema di cetrioli, uova, succo di limone e burro fuso. Le portate erano solo l’inizio, perché poi venivano i primi: gli ospiti potevano scegliere tra filetto coperto da foie gras e tartufo, pollo alla Lionese cotto nell’aceto di vino rosso. Tra i secondi, agnello con salsa alla menta, roast beef e petto d’anatra. Il tutto bagnato da vini pregiati e birra chiara.

Dopo essersi ripuliti il palato con un bicchiere di rum, limone, albume e champagne, il finale prevedeva asparagi e una selezione di dessert, tra cui la classica crema di gelato. Per i passeggeri delle altre classi, abbondavano patate fritte, carne di montone grigliata e un buffet di verdure e gamberetti stufati.

Il dopo-cena a base di un drink riservato solo ai clienti più ricchi. Il Clover Club, gin, sciroppo di lampone e bianco d’uovo. Nell’immaginario del barman, che l’aveva scoperto in un bar nel Bronx, rappresentava il modo migliore per prepararsi, con stile, a un’altra notte a bordo della più celebrata nave del tempo.

Il futon è un materasso tradizionale giapponese di cotone che si utilizza poggiato sul “tatami”. Sono sempre di più le persone che lo hanno adottato anche nel nostro mondo occidentale, ma pochi sanno che a portarlo in Italia fu, 30 anni fa, una allora giovanissima artigiana milanese, Cristiana Maiocchi. Fu lei a cucire a mano i primi modelli, nel garage di casa, importando la tecnica dagli Stati Uniti e dalla Spagna dove già si utilizzavano, e a fondare, nell’aprile del 1989, il negozio Onfuton, nella zona di Porta Romana. Da allora, quando era la sola a produrli e venderli, il mercato italiano è esploso e ora esistono diversi altri venditori e qualche produttore. Ma Onfuton è ancora in via Crema, vende anche mobili e complementi di arredo tutti rigorosamente bio ed ecologici, e fra pochi giorni, il 4 aprile, celebrerà il suo trentesimo compleanno con una festa colorata.  L’Agi ha intervistato la fondatrice.

Come è nata l’idea di produrre futon in Italia e come sono stati gli inizi?

!Ho saputo per caso che un imprenditore italo-americano voleva aprire un negozio di futon a Milano. Sono diplomata in lingue e in quel momento facevo un lavoro di ufficio, noiosissimo. L’idea di cucire e di vedere uscire un prodotto dalle mie mani mi piaceva molto di più. Ero solo preoccupata del fatto che si trattasse di un oggetto così importante per la qualità della vita: dal materasso dipende quanto bene si dorme, e questo è fondamentale per le persone. Ero davvero molto giovane per una responsabilità così grande. Ma poi mi sono convinta, e superate le difficoltà iniziali, soprattutto di comunicazione internazionale, grazie alle lingue e al telefax, ma anche di affidabilità di una giovane artigiana nei confronti dei fornitori di cotone, mi sono fatta finanziare le spese iniziali dal fidanzato dell’epoca e da mio padre (25 milioni di lire in tutto, ndr) e le cose sono andate così bene che li ho rimborsati nel giro di pochissimi mesi dopo avere aperto il negozio”.

Quando si è capito che la “start up” avrebbe avuto successo?

“Da pochissimo cucivo materassi in cantina, quando ho pagato un piccolo annuncio sui giornali Seconda Mano e Nuova Ecologia. Inaspettatamente sono arrivati i primi clienti, e soprattutto gli organizzatori della fiera Officinalia, dedicata ai prodotti naturali, a Belgioioso. Mi hanno invitata a partecipare con i miei tatami, cuscini e futon. A partire da quel momento, gli ordini sono cominciati a fioccare e io a non avere più il tempo di fare nient’altro se non cucire! La tecnica mi era stata insegnata in Spagna, ma è quella originale giapponese con qualche aggiunta “occidentale” per rendere più alto e soprattutto elastico il materasso: uno strato di lattice, o di altri materiali simili. A quel punto ho fondato una società al 50% con la mia prima socia (che dopo poco ha lasciato il posto ad altri due fra cui mio fratello Guido che è ancora con me) e abbiamo trovato il negozio. Allora questa via non era “commerciale”, non ci passava nessuno e non c’era ancora la metropolitana, che sarebbe arrivata un anno e mezzo dopo. Nessuno entrava nel negozio, fino a che non ho comprato una pagina di pubblicità sul venerdì di Repubblica: da quel momento il negozio si è riempito e da allora, a parte qualche periodo di crisi quando la concorrenza è aumentata, le cose sono sempre andate bene”. 

Quante persone lavorano per On Futon?

“Cinque anni dopo l’apertura del negozio abbiamo spostato il laboratorio fuori Milano, a Paullo. Fino a quel momento, i camion articolati con le balle di cotone arrivavano in via Crema bloccando il traffico! Nel periodo d’oro,  cioè negli anni a cavallo del 2000, eravamo in 10: 4 nel negozio e 6 nel laboratorio. Nel frattempo però hanno aperto altri 7-8 negozi di futon. Ora siamo rimasti in 8, e alcuni di noi lavorano part time. Negli anni mi hanno proposto di fare il salto e far diventare il marchio Onfuton un’industria, aprendo altri negozi in Italia, ma ho sempre preferito mantenere un profilo artigianale. Fin da subito abbiamo venduto anche i tatami, importandoli dall’oriente, e dopo qualche anno abbiamo cominciato anche a vendere letti e divani e a farne produrre su nostro disegno da artigiani certificati biologici e italiani. Siamopieni di certificazioni ecologiche e siam stati antesignani dell’economia circolare!” 

In questi anni vi saranno capitati clienti particolari o conosciuti, quali?

“Una delle prime è stata Amanda Sandrelli, che si è fatta consegnare tutto a Roma e non l’avevo nemmeno riconosciuta. Poi c’è stata Romina Power, lo stilista Romeo Gigli e le sorelle Sozzani, Gabriele Salvatores e Vittorio Mezzogiorno, Silvio Orlando, Guido Barilla, Gianna Nannini, Daria Bignardi e Malika Ayane. Dario Fo abitava nel quartiere e anche se non era un cliente gli piaceva venirci a trovare: in un certo periodo eravamo tutte giovani ragazze e lui ci faceva molto divertire. In negozio è anche nato un amore, Alessandro e Cristina si sono sposati, lavorano ancora qui e dalla loro unione è nato anche quello che chiamiamo un “futoncino”, il piccolo Tommaso”. 

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