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Nella lista delle riaperture manca una categoria che serve milioni di clienti: i toelettatori per animali. Secondo gli ultimi dati Censis risalenti al dicembre del 2019, all’anagrafe canina in Italia sono registrati oltre 27 milioni di cani, molti dei quali, lo sappiamo, vivono nelle nostre case.

Le uniche regioni al momento che hanno considerato il servizio toelettatura come un’attività primaria da far riaprire subito sono state Liguria, Friuli ed Emilia-Romagna; nel resto d’Italia la situazione è ancora  incerta.

Il 1 giugno potremo tornare a sederci da barbieri e parrucchieri, ma per molti amici a quattro zampe l’attesa potrebbe essere più lunga. “Stiamo cercando in tutti i modi di diffondere la verità sul lavoro del toelettatore, perché purtroppo in tantissimi anni non è mai stata riconosciuta come una categoria indispensabile. Molti non capiscono che si tratta di una sorta di anello mancante tra il veterinario e il proprietario, non è semplicemente un ‘lavacani’, è chi ti aiuta anche a capire se ci sono delle patologie o meno” dice Eufemia Bartolotta che con la figlia Irene Tolomeo alleva barboni toy e nani.

La signora Bartolotta ha preso a cuore la battaglia che riguarda tra le 7 e le 9 mila attività in tutta Italia, con relative famiglie, e un considerevole numero di clienti che senza il servizio a loro dedicato rischiano parecchio.

Per farlo ha lanciato una petizione che in una settimana ha raccolto 15 mila firme e una pagina Facebook chiamata “Forza toelettatori Italia per riaprire a maggio” dove allevatori, padroni di cani e toelettatori stessi si riuniscono per aggiornarsi su tutte le novità riguardo l’eventuale riapertura.

Al momento quello che si intuisce è che le saracinesche torneranno ad alzarsi dal primo di giugno, che il servizio è stato equiparato a quello del taglio dei capelli per gli esseri umani e che le Regioni con un’ordinanza potrebbero permettere di riavviare queste attività che già prima dell’emergenza venivano svolte su appuntamento e non prevedevano alcun assembramento.

Qual è il rischio che corre un cane che non va per troppo tempo dal toelettatore?

“Ce ne sono parecchi, già in questi due mesi abbiamo ricevuto lamentele di molti proprietari che hanno i cani in condizioni pessime. Esistono cani con il pelo a crescita continua, come i nostri capelli, e poi ci sono i cani cosiddetti da “stripping”, come i cocker, che hanno bisogno di una manutenzione particolare, il pelo in pratica va “strippato”, una tecnica che alleggerisce molto il cane e non crea questo stato di polvere e di sporcizia che poi a contatto con la cute può creare dermatiti. Poi ci sono le unghie che si allungano e si ritorcono su se stesse fino a conficcarsi nei polpastrelli, quindi vanno tagliate e non può farlo una persona inesperta perché rischia di tagliare la vena e creare un’emorragia. Poi c’è il problema delle ghiandole perianali, il toelettatore quando fa il bagnetto svuota queste ghiandole che si riempiono quando il cane evacua, se non vengono svuotate si possono formare degli ascessi che poi si devono curare. Anche le orecchie, ci sono dei cani che hanno il pelo che esce dentro le orecchie e se non viene “strippato” lì ristagnano i batteri e possono venire le otiti, e ci sono dei cocker che muoiono di otite. Tutto si può prevenire facendo fare ai toelettatori il loro mestiere”.

Cosa sente lei dai toelettatori?

“Ci sono famiglie intere che si reggono su una attività, stanno facendo la fame, è giusto che si dica, non possiamo girarci attorno, hanno attinto ai risparmi e non hanno più dove attingere; poi lo fanno anche per passione, perché un lavoro come questo non si può fare senza passione, in questo momento soffrono anche perché non vedono i loro clienti a quattro zampe”

Com’è possibile che un servizio così popolare sia stato ignorato?

“Perché si pensa sempre che avere un animale sia un lusso, è un capriccio, si pensa che il toelettatore sia quello che fa il bagnetto, mette i fiocchetti e basta. C’è una toelettatrice che sta chiedendo disperatamente aiuto perché ha un cliente di 73 anni, vedovo, che l’unico compagno di vita che ha è un cocker maschio, ed è un cane che è il più terribile per quanto riguarda la sporcizia. Puzza, le frange si sporcano di urina, il pelo è da “strippare”. Come si fa a convivere tre mesi con un cocker maschio da solo? E parliamo di igiene, proprio in tempi in cui si parla solo di igiene”.

Cosa può fare in questo momento un padrone per sopperire in qualche modo alla chiusura del toelettatore?

“Moltissimi toelettatori hanno organizzato delle dirette live su Facebook dove hanno spiegato ai propri clienti come averne cura, sono stati veramente eccezionali, non sono stati con le mani in mano”.

È vero però che alcune Regioni hanno deciso di aprire, per saperne di più abbiamo deciso di sentire anche Sabrina Gnani, presidente dell’Associazione Professionisti Toelettatori, per avere una spiegazione più tecnica di ciò che sta accadendo alla categoria.

“Se useranno lo stesso criterio utilizzato per la chiusura, il settore subirà fortissime perdite economiche. Noi chiediamo di poter ripartire in quanto il nostro codice Ateco ci identifica come “servizio alla persona e cura e benessere animale”, mentre noi non lavoriamo sulle persone, lavoriamo sugli animali. Ci sono situazioni drammatiche, noi tutti i giorni veniamo sollecitati sia da i clienti sia dai veterinari per tornare nei nostri saloni perché la toelettatura non è soltanto estetica ma risolve delle situazioni veterinarie”

Qual è la risposta da parte delle regioni che ancora non hanno firmato le ordinanze per riaprire?

“Ci sono evidentemente dei Presidenti di Regione che hanno preso in mano la situazione e qualcuno che evidentemente non vuole o non può assumersi questo tipo di responsabilità”

In un momento in cui si discute così frequentemente delle modalità di ripartenza, questo appare un problema di facilissima risoluzione…

“Noi tra l’altro lavoravamo su appuntamento e con guanti e mascherina anche prima di questa pandemia, per poterci dedicare agli animali nel miglior modo possibile. Noi riceviamo costantemente richieste dai nostri associati perché non si capisce più nulla: in una regione si lavora, in un’altra no. E tutti questi sono imprenditori che lavorano per portare a casa la pagnotta e questa situazione è veramente drammatica e insostenibile. Bisogna ripartire e ripartire anche in fretta, se si considera che la nostra stagione va mediamente da marzo a luglio, un 50% l’abbiamo già perso”

Qual è il prossimo passo?

“Abbiamo unito le forze con le altre associazioni di categoria e abbiamo cominciato a martellare le istituzioni a tutti i livelli, dal sindaco alla Regione, fino ad arrivare a Roma. Noi siamo andati alla Camera dei Deputati con un dossier di richiesta, appoggiati da un onorevole e un europarlamentare, ma loro stessi ci hanno riferito che Roma sembra non essere interessata all’economia, Roma sembra essere interessata a tutelarsi da un punto di vista legale. Qualora un domani il governo centrale fosse accusato di pandemia colposa o qualcosa del genere loro hanno preso tutte le precauzioni del caso, senza considerare che le partite Iva non moriranno di Covid ma di fame”

Queste sono le risposte che avete avuto dalla politica?

“Abbiamo mandato delle mail comuni in cui comparivano le sigle di tutte le associazioni e abbiamo preso contatti anche singolarmente, ognuno con la propria influenza, e abbiamo ricevuto pochissime risposte. Tantissimi hanno preso iniziative private, hanno provato a fare video, interviste a quotidiani locali, ma la risposta della politica è stata praticamente nulla”.

La riapertura è comunque prevista dall’1 giugno

“Molti consegneranno le chiavi ai vari presidenti delle regioni prima, perché non ci si arriva al primo di giugno”

Quale potrebbe essere la conseguenza se davvero si arriverà al primo giugno?

“Molti colleghi hanno già messo in vendita la loro toelettatura, io personalmente ho pagato l’affitto di marzo e quello di aprile, quello di maggio non so se riuscirò”.

A fianco dei toelettatori, oltre a molti veterinari, anche la LAV, la più importante associazione animalista italiana, che con AGI commenta: “LAV è favorevole alla riapertura dei tolettatori poiché il loro intervento è indispensabile a prevenire o lenire eventuali problemi dermatologici o patologie cutanee, non per l’aspetto estetico. Speriamo che il positivo esempio di tre Regioni sia seguito dalle altre, poiché nel nuovo Dpcm non è stato inserito il codice Ateco 960904 che regola proprio questa attività, così come quella dei dog sitter, importanti per le famiglie che non possono far da sole. Auspichiamo anche una chiara riapertura di tutte le attività collegate alle adozioni, per contrastare il collasso delle strutture come canili e rifugi”. 

 

Si può ordinare in tre ristoranti stellati e avere la cena (o il pranzo) direttamente a casa. La piattaforma di home delivery Uber Eats ha arruolato Il Convivio Troiani dello chef Angelo Troiani e Turné by Anthony Genovese (Il Pagliaccio) a Roma e a Milano IT, dello chef Aldo Ritrovato.

La consegna a casa è garantita in meno di 30 minuti. Fra i piatti a disposizione sulla app non mancheranno le classiche ricette dei ristoranti ma saranno presenti anche alcune sorprese.

Nel menu di Il Convivio Troiani, gli appassionati di cucina potranno trovare fra i piatti da rigenerare il Kit Amatriciana, gli Spacca Suppli giallo “zafferano” e la Trippa pescatrice. I romani che preferiscono i sapori asiatici troveranno quello che fa per loro da Turnè by Anthony Genovese, che porta su Uber Eats ricette come il suo Tataki di Manzo, Insalata di cetrioli, Fagiolini e Mirtilli o i Noodles ai frutti di Mare, Seppie, Gamberi e Cozze.

I milanesi invece, potranno gustare le ricette dai sapori nostrani di IT come la famosa Cotoletta o i tanto amati Finocchi gratinati e Tartar di zucchine, insieme a qualche nuovo piatto della tradizione come la Frittatina napoletana. 

L’Italia della pandemia si scopre grande appassionata di panificazione, lo vediamo tutti i giorni sui social, il lievito è diventato il prodotto più richiesto al supermercato. Le nostre bacheche sono inondate di foto di pizze, focacce e pane. Ecco appunto, il pane, se è vero che ci stiamo coccolando quello prodotto da noi in casa, è anche vero che ogni giorno in Italia vengono sprecati 13 mila quintali di pane. Una quantità enorme che riguarda diversi punti di vista. Il più importante è quello etico. È normale, in molti, troppi, posti del mondo, anzi, senza andare lontano, anche del nostro paese, c’è chi di fame ancora ci muore.

A tre giovani piemontesi allora è venuta un’idea per affrontare questo problema. Si chiamano Franco Dipietro, Enrico Ponza e Fabio Ferrua, il primo fa il regista, gli altri due i mastri birrai, provengono da un paesino di 300 anime in provincia di Cuneo che si chiama Melle. Insieme sono riusciti a convertire la Biova, taglio di pane tipico della regione, in birra.

Il procedimento è semplice, le farine del pane sostituiscono il 30% di malto d’orzo, cosa che tra l’altro incide non poco sull’impatto ambientale della produzione: -30%. Come viene spiegato sul sito si tratta di una semplice idea di “circular economy”, in pratica, come spiega lo stesso Ceo, Dipietro “In 2.500 litri di Biova ci sono 150 chili di pane”.

La birra che ne viene fuori, che non potevano non chiamare Biova Beer, pare oscilli sui 4,7 di gradazione, una Cream Ale con una nota di sapidità, dovuta al sale presente nel pane. I calcoli chiaramente sono stati effettuati e riportati sulla base della ricetta venuta fuori da una determinata qualità di pane, con delle determinate caratteristiche, ma la startup che i tre ragazzi hanno messo in piedi prevede la creazione di una ricetta ad hoc per chiunque abbia pane da recuperare e voglia ripetere l’esperimento anche in altre zone del paese.

Il risultato sarebbe che, esattamente come succede per il pane, ad ogni forma e tipo di lievitazione e utilizzo di farina differente, corrisponda anche una birra che ne rifletta il sapore. Ma soprattutto, lo spreco potrebbe addirittura puntare a sparire del tutto, il che fa assumere al progetto un significato decisamente maggiore.

Il velo bianco c’è, le scarpe con il tacco pure. Le amiche per brindare “ognuna con la sua borraccia” anche, e i fiori non mancano.

E’ tutto pronto per l’addio al nubilato… al supermercato. Eh sì, in effetti al tempo del coronavirus quello è l’unico posto dove ci si può ritrovare. A meno che non si scelga il virtuale. Nel rispetto delle regole, sia chiaro, con mascherina e guanti, e osservando le distanze di sicurezza. Ah, e facendo la spesa ovviamente.

L’idea è venuta alla futura sposa Katiuscia Mariani, che il fine settimana appena trascorso avrebbe dovuto passarlo con le sue più care amiche a Rimini. Si erano accordate così da tempo, un posto al mare dove ‘folleggiare’ insieme prima del prossimo 27 giugno, il giorno del Sì in Chiesa. Ma i piani, si sa, sono saltati per tutti a causa del Covid. La voglia di ritrovarsi invece no, e quindi Katiuscia e le sue amiche, Leda Salati, Daniela Scalia, Gaia Marchese, Marinella Di Paolo, Selin Kaya, Sara Naklha, Claudia Zaninelli e Livia Biardi, si sono date appuntamento sabato scorso alle 18, davanti all’Esselunga di via Solari a Milano, una delle più spaziose. 

Tutte vestite ‘a festa’, chi con abito lungo, chi con un elegantissimo cerchietto rosso per i capelli e chi con la mascherina con il sorriso. Per la futura sposa un magnifico cappello a falde larghe con il velo e guanti bianchi, doppiamente utili in questo periodo.

“Non volevamo rinunciare a vederci – racconta Katiuscia all’AGI – anche se il viaggio è rimandato. Desideravamo trovare il modo di poter ricordare questa giornata” con un po’ di leggerezza e speranza. “E comunque prima o poi quel viaggio lo faremo tutte insieme”.

“Ci siamo messe in coda – continua  – aspettando il nostro turno e rispettando tutte le regole. L’unica differenza è che ognuna aveva portato una borraccia ‘alcolica’ e abbiamo brindato. E una volta dentro abbiamo fatto la spesa insieme e scattato qualche foto ricordo” tra le mele e le zucchine.

“Anche il personale del supermercato è stato  gentilissimo, due dipendenti si sono avvicinati, si sono messi uno a destra e uno a sinistra, e gomito a gomito, mi hanno fatto varcare la soglia, come fosse quella della Chiesa”. Temevano che qualcuno storcesse il naso, fosse infastidito, “invece alla fine le cassiere ci hanno ringraziato, hanno detto che le abbiamo strappato un sorriso in un periodo così difficile”. Ed è questo che capita in effetti guardando le foto di Katiuscia con le sue amiche.

Sulla sua pagina Facebook un post recita: “E poi arriva quel giorno in cui saremmo dovute essere tutte insieme al mare, un viaggio che sembrava impossibile, perché partire tutte insieme sembrava impossibile. Beh non siamo partite! Però oggi siamo riuscite a fare qualcosa di memorabile. Grazie a tutte, dal concerto in piazza del Rosario, alla canzone ballata all’Esselunga, alle campane della mitica chiesa del Rosario appena uscite. Grazie a tutto il personale che, gentilissimo, ha riso con noi”.

Una canzone? “Sì, c’era la musica in sottofondo e abbiamo ballato un po’”.

Il brano in questione è “You can’t hurry love” di Phil Collins. Lo ricordate? “I remember mama said, ‘you can’t hurry love. No, you’ll just have to wait’. She said, ‘love don’t come easy. But it’s a game of give and take. You can’t hurry love. No, you’ll just have to wait, just trust in a good time. No matter how long it takes. Now wait'”. 

Per i più superstiziosi ogni “venerdì 17” è una specie di Armageddon. Nel 2020, anno bisesto (e quindi funesto), anno di pandemie e sfortune, questa paura rischia di essere ancora più amplificata. E non c’è cornetto napoletano o altro portafortuna che tenga. Per molti, oggi, è ancora più necessario fare attenzione e non uscire di casa. Neanche per fare la spesa o portare a spasso il cane.

Le origini del mito

Si tratta di una superstizione che ha un’origine antica, legata alla tradizione latina, cattolica e greca. Da una parte il venerdì, che nella tradizione cristiana rappresenta la morte di Gesù, avvenuta appunto il venerdì santo, dall’altra il 17, un numero che, come scrive La Stampa, nella storia del mondo occidentale ha assunto diverse connotazioni negative. 

La superstizione colpisce solo in Italia, mentre nel mondo anglosassone il giorno sfortunato è venerdì 13. In quello spagnolo e latinoamericano, invece, è martedì 13. Una credenza che non piace al Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale. Ogni venerdì 17, l’associazione organizza la giornata anti superstizione con eventi in tutta Italia.

I greci, i romani e la smorfia napoletana

In greco, Eptacaidecafobia significa paura del numero 17, e la sua identificazione con qualcosa di negativo s arebbe nata proprio nella civiltà greca. Per i seguaci del credo pitagorico, era un numero da evitare in quanto era compreso tra il 16 e il 18, considerati perfetti. Nell’antico testamento il diluvio universale iniziò proprio il 17.  

Nell’impero romano, invece, la sfortuna ha ragioni militari. La battaglia di Teutoburgo è stata combattuta nel 9 d.C. Sul campo i romani si scontrarono contro i germani di Erminio: le legioni 17,18, e 19 furono completamente distrutte. Da quel momento, nella tradizione romana quei numeri furono considerati sinonimo di sventura. Sulle tombe dei defunti poi, spesso si poteva trovare la scritta VIXI: in latino “ho vissuto”, cioè “sono morto”. Quest’ultima è l’anagramma di XVII, 17 in numeri romani. E se si guarda alla smorfia napoletana (il dizionario dei numeri del lotto) è sinonimo di disgrazia. 

Il 17 non ha solo una connotazione negativa, ma anche positiva. Nella Cabala ad esempio, è un numero benefico, poiché è il risultato della somma numerica delle lettere ebraiche tet (9) + waw (6) + beth (2), che lette nell’ordine danno la parola tov “buono, bene”. 

Venerdì 13 e martedì 13

Nel mondo anglosassone invece, il giorno sfortunato è il venerdì 13. Nella mitologia scandinava, il numero 13 è associato al Dio Loki: prima c’erano 12 semidei, poi arrivò lui che si comportò in modo crudele con gli esseri umani. Se si pensa all’ultima cena di Cristo, il 13esimo apostolo era Giuda il traditore. E ancora: secondo lo storico greco Diodoro Siculo (vissuto nel primo secolo avanti cristo), Filippo II, re di Macedonia e padre di Alessandro Magno, fu ucciso da una sua guardia del corpo dopo aver fatto mettere una sua statua accanto a quella delle dodici divinità dell’Olimpo.

E se si va ancora più indietro nel tempo, nell’astrologia assiro-babilonese il 12 era un numero sacro perché facilmente divisibile, mentre il 13, che viene dopo, è considerato sfortunato. Infine nel mondo spagnolo e latinoamericano a essere considerato infausto è il martedì 13, Una credenza che forse trova origine nella tradizione romana: il martedì è legato al Dio della guerra Marte, e per questo motivo considerato sfortunato.  ​

Una campagna di comunicazione globale dedicata a tutti i ‘cittadini del mondo’ con un messaggio di speranza e di fiducia verso il futuro: usciremo da casa e…‘we will travel again’, torneremo a viaggiare. L’ha promossa Bagbnb, la scaleup italiana leader mondiale del deposito bagagli (www.bagbnb.com) lanciando una campagna di affissioni che in poco meno di 24 ore sta dilagando in tutte le principali capitali d’Europa e oltre oceano: da Parigi a New York passando per Londra, Madrid, e in Italia, tra le altre, a Milano, Roma e Bologna.

La campagna, pianificata dall’agenzia Newu e realizzata anche grazie alla collaborazione dei principali concessionari di spazi pubblicitari, vuole sostenere e rilanciare l’industria del travel e ribadire l’unicità del viaggio ai tempi del Covid-19. Trenta cartelloni ‘all around the world’, per veicolare un messaggio unico che coinvolge chi del turismo vive e oggi soffre la sua crisi, dalle piccole attività commerciali, che con Bagbnb avevano scoperto nuovi servizi legati al deposito bagagli, fino ai grandi player.

Affissioni nelle strade svuotate dei loro abitanti e dei turisti che Bagbnb ‘occupa’ virtualmente scegliendo gli impianti iconici delle capitali tra le più rappresentative dell’immaginario di viaggio per lanciare il suo messaggio: ‘Torneremo a viaggiare. Con lo stesso bagaglio. Con una nuova anima. “We will travel again. Same bag, new soul’.

Il 6 aprile è il Carbonara Day, il giorno dedicato ad uno dei piatti della tradizione romana adottato dal paese intero, simbolo, anche all’estero della buona cucina, di una storia della quale possiamo vantarci, unica nel suo genere. Per l’occasione AGI ha deciso di interpellare colui che è considerati il re della carbonara: chef Luciano Monosilio.

Allievo di Fulvio Pierangelini e Mauro Uliassi, poi passato dalla cucina dello chef tristellato Enrico Crippa e finito a guadagnarsi una stella tutta sua nel famoso ristorante Pipero, con il quale si conquisterà anche il titolo di Chef Emergente della guida Gambero Rosso. Ma per tutti comunque Monosilio è colui che è riuscito a sdoganare la carbonara negli ambienti dell’alta cucina gourmet.

Tu sei considerato il re della carbonara, ti sei mai dato una spiegazione sul perché ti viene così bene?

“Una tecnica di esecuzione accurata, ma anche precisione ed organizzazione, appresi in anni di lavoro nell’alta ristorazione, e grande rispetto delle temperature e delle materie prime sono stati senz’altro fondamentali per essere riconosciuto come uno dei migliori esecutori della carbonara”.

Qual è il grado di difficoltà della carbonara?

“Apparentemente potrebbe sembrare semplice ed effettivamente, dopo diverse esecuzioni e un po’ di dimestichezza, non risulta una ricetta di elevata difficoltà. Se si eseguono tutti i passaggi per la sua realizzazione, nei quali si nascondono le insidie che a volte rovinano la buona riuscita del piatto, anche a casa si può preparare una buona carbonara”.

Ti ricordi qual è la carbonara più buona che hai mai mangiato?

“Indubbiamente quella di Roscioli, realizzata ad arte dal mio amico Nabil Hadj Hassen”.

Puoi svelarci il segreto per una carbonara perfetta?

“Naturalmente la scelta delle materie prime è fondamentale: un guanciale stagionato almeno 3 mesi, uova possibilmente biologiche e pecorino romano e grana di qualità. Utilizzare sempre una padella antiaderente, meglio se di ferro, e non aggiungere mai olio né altri grassi per la rosolatura del guanciale. Il consiglio più importante è quello di tenere sotto controllo la temperatura dell’uovo, che non dovrebbe superare mai i 65 gradi, e prestare attenzione che questo non coaguli, sviluppando la texture della classica frittata”.

Meantime & Friends presenta il suo progetto in Italia: due birrifici che si confrontano e producono una birra limited edition insieme, incrociando i propri punti forti e creando un ponte fra il mondo delle craft beer e dei brand più established. Un nome che è un programma, o forse una vocazione per questa cotta speciale: “GentianIpa” sarà un prodotto che combinerà lo stile birrario così caro a Meantime – la sua notissima IPA – e la genziana, una delle radici che meglio caratterizzano l’Italia centrale e in particolare l’Abruzzo che è la regione in cui nasce Almond’22, il partner di questa originale avventura.

“Quando lo scorso anno è capitata l’occasione di conoscere il progetto di Meantime&Friends, di andare a visitare il loro birrificio e di poterli conoscere proprio a Greenwich, ho potuto assaggiare le loro birre direttamente in sede e così apprezzare il loro approccio canonico sul prodotto, sempre molto pulito – spiega Jurji Ferri, patron e mastro birraio di Almond’22, racconta così la nascita della collaborazione – L’ho trovato una felice contrapposizione al mio stile che è più basato sulla ricerca delle materie prime, sulla reinterpretazione degli stili e sul dare una nota di italianità al nostro pensiero sulla birra”.

“Quanto al progetto piloto mi è venuto subito in mente di usare la genziana, amatissima in Centro Italia e già base di molti distillati. Quale miglior occasione di questa, allora, per mettere insieme un prodotto italiano e uno inglese: da un lato le IPA, uno stile canonico, uno di quelli di maggior successo nel mondo della birra degli ultimi 10 anni e forse il più rappresentativo per Meantime, e dall’altro la nostra genziana”, prosegue Ferri. La prima cotta si svolgerà il 27 febbraio nel birrificio Almond’22 (Contrada Remartello, Remartello (PE) mentre l’appuntamento per il “primo sorso” è fissato il 6 aprile sempre nello stesso locale.

Il birrificio Meantime è stato tra i pionieri di un nuovo modo di produrre birra in Gran Bretagna, facendo crescere a Greenwich, Londra e partendo solo da un garage uno dei birrifici artigianali più interessanti, lavorando sugli stili della tradizione birraria inglese interpretandoli in chiave del tutto innovativa. La storia del il brewmaster, Alastair Hook, è andata ben Oltremanica affascinando anche il giovane movimento degli appassionati di birra artigianale italiani. Meantime, tra i pionieri di un nuovo modo di produrre birra in Gran Bretagna è da anni impegnato a creare sinergie con altre realtà, ma è la prima volta che questo progetto arriva in Italia: “Con Jurji condividiamo la passione per la qualità, la buona birra e l’amore per la creatività. Abbiamo scelto di fare un progetto insieme, ne nascerà sicuramente una grande birra legata al territorio, ma con inserimenti internazionali di qualità” afferma, Enrico Galasso, amministratore delegato di Birra Peroni.

Ha destato un certo clamore l’elenco della crisi profonda in cui versano alcuni importanti ristoranti romani pubblicato dal sito Puntarella Rossa, tra chiusure avvenute, imminenti, possibili e diversi ridimensionamenti di ambizioni e spazi. Tra tutti, “Romeo e Giulietta” di Cristina Bowerman a Testaccio, uno spazio gigantesco ai piedi dell’Aventino in piazza dell’Emporio, che, al di là delle giornate di esordio non sembra mai esser decollato stabilmente. Ma tanto è bastato per chiedersi se il format dell’alta cucina stia tramontando e se sia solo il segnale dell’avvio di una crisi di settore. Quanto irreversibile, però, è ancora tutto da stabilire. 

Un Paese con sempre meno ristoranti

I dati pubblicati di recente da Fipe, la Federazione dei pubblici esercenti, dice che il settore della ristorazione però è in crescita, con 336 mila imprese nel 2019, anche se “l’elevato turn over resta un’emergenza” avverte una nota dell’Ufficio studi Fipe. Perché se è pur vero che nell’arco di un decennio la spesa degli italiani per mangiar fuori casa è aumentata di ben 4,9 miliardi di euro (quella in casa si è invece ridotta di 8,6 miliardi) è altrettanto vero che nel 2018 in Italia 7.412 sono stati i ristoranti che hanno avviato l’attività ma ben 13.742 sono stati anche quelli l’hanno cessata, con una perdita secca di 6.330 imprese di ristorazione.

Un dato più o meno analogo l’ha registrato il 2017, quando il saldo negativo tra imprese aperte e chiuse nella ristorazione è stato di 6.051 unità. Cifre che dicono che nel nostro Paese ci sono sempre meno ristoranti, con un tasso di turn over pari a un -3,4%, che ci dice – ancora – che il settore sta perdendo 3,4 imprese ogni 100 attive.

Eppure, come si può constatare anche ad occhio nudo, i ristoranti sono sempre pieni e il settore della ristorazione in sé è anche uno dei pochi in cui la crisi che ci trasciniamo ormai dal 2008, dodici anni, non ha influito più di tanto. E allora le chiusure? Sono dovute principalmente a una scarsa capacità imprenditoriale da parte dei ristoratori italiani, in particolare per quel che concerne le carenze circa la capacità e le conoscenze di tecniche come il management, il marketing, la gestione oculata dei flussi di cassa.

La concorrenza degli alberghi

“Rispetto alla domanda la crisi non c’è, non si vede, c’è in vece sul lato dell’offerta” dice all’Agi Luciano Sbraga, direttore dell’Ufficio studi Fipe. Il motivo, dunque, è da attribuirsi a “importanti costi di gestione in un contesto ad altissima competizione”. Oltre al fatto, spiega ancora Sbraga, che talune amministrazioni pubbliche “hanno favorito l’avvio di ristoranti aperti a tutti negli alberghi, in deroga alle norme che dicono che in alcune zone i ristoranti non possono aprire, incidendo così negativamente su una ristorazione di un certo livello”.

Pranzare e cenare nei ristoranti dei grandi alberghi, spesso un concentrato di chef stellati, va molto di moda, “ma si tratta di una tendenza e di una competizione non equilibrata, poco seria”, s’inserisce Sbraga, “perché questi ristoranti si avvalgono di una struttura forte alle spalle, che data dall’albergo, e il loro scopo principale è di attirare clienti per il pernottamento, quindi sono optional, più che doversi reggere autonomamente e in maniera autosufficiente”. Sono degli attrattori di turismo. E infatti i recenti dati Istat dicono che turismo e ristorazione ci hanno messo al riparo e salvati dalla deflazione.

Il caso Roma

Poi, però, nell’andamento del settore in sé e rimandando alla segnalazione di Puntarella Rossa, esiste anche un “caso Roma”. Che è un caso a parte, perché qui il mercato della ristorazione di alta qualità è più difficile e complicato. “c’è meno spinta”. Perché i consumi alimentari dei romani non sono quelli tipici metropolitani. “Il livello della Capitale è molto diverso da quello di Milano” osserva il capo dell’Ufficio studi Fipe. Nel senso che è “più promettente, di dimensione internazionale e di status”.

Roma è in declino? “Qualche problemino ce l’ha”, risponde Sbraga. “Qui la ristorazione di livello incontra più difficoltà che a Milano. È più proiettata su un livello normale, il livello che funziona è ancora quello della trattoria”. Poi Roma è anche complicata perché semmai “è più facile fare una ristorazione informale, non impegnativa. In pochi metri quadrati si fa tutto ma questo porta anche ad una dequalificazione della città, basta dare un’occhiata alle condizioni del centro storico…” dice il dirigente della Federazione pubblici esercizi. Come dire? A Roma basta un buco. A volte non ci sono nemmeno i servizi igienici adeguati. La sala e il servizio in sala sono quel che sono… etc, etc. Torna un vecchio tema, che si trascina dalla fine degli anni Ottanta: la generale inadeguatezza del servizio di ristorazione della Capitale.

Ma poi, cambiano i ritmi di vita, i luoghi di consumo, gli stili alimentari, ma un punto fermo rimane: la passione degli italiani per ristorante e buona cucina non passa. Anzi, se si guarda ai dati 2019 si può notare come la ristorazione stia conoscendo una stagione molto dinamica e in evoluzione. Gli italiani investono di più sul cibo, lo fanno in maniera più mirata, ricercando la miglior qualità dei prodotti locali e un servizio attento alla sostenibilità ambientale. In genere, dappertutto. Tranne che a Roma, città in declino.

Il nuovo parco tematico Legoland Water Park Gardaland aprirà al pubblico il 28 maggio 2020.

Dopo aver varcato la grande onda di mattoncini Lego del portale di ingresso, l’attenzione degli ospiti sarà catturata dal River Adventure, un corso d’acqua che attraverserà gran parte dell’area del Parco Acquatico e che si potrà percorrere a bordo di  mattoncini Lego galleggianti. Il percorso attraverserà una grotta dall’ambientazione sottomarina e costeggerà la Miniland, l’area che ospita un centinaio di monumenti iconici italiani tutti realizzati con mattoncini Lego, dal Duomo di Milano al Colosseo, passando per la Torre di Pisa e la Basilica di San Marco.

Beach Party è un’attrazione con aree gioco su più livelli e scivoli colorati per i bambini con i cannoni che sparano acqua da ogni angolo e un grande secchio posizionato sulla torre,

L’area Lego Creation Island sarà dedicata al momento del gioco attraverso la creatività e la scoperta: per i più piccoli la costruzione di barche personalizzate con i mattoncini da mettere in acqua per farle galleggiare per tutto il percorso. 

Duplo Splash è un’attrazione pensata per piccoli che vengono incoraggiati ad imparare attraverso il gioco e ad approcciarsi ai primi scivoli: in questa zona i bambini e le loro famiglie potranno divertirsi a scoprire tutti gli animali acquatici che popolano i diversi luoghi del pianeta, dalla giungla alle regioni polari.

Sugli scivoli di Jungle Adventures discese adatte a tutta la famiglia: a corpo libero, con gommone, a cielo aperto o al buio, ognuno troverà lo scivolo perfetto su cui avventurarsi.

L’attrazione Pirate Bay, con la sua grande piscina, sarà infine il luogo ideale per tutta la famiglia per nuotare, rinfrescarsi o rilassarsi. L’ingresso alla vasca graduale permetterà ai bambini di avventurarsi in acqua e divertirsi giocando con i personaggi Lego fino a conquistare la fortezza dei pirati.

Contemporaneamente ai lavori per la realizzazione dell’area, Gardaland sta selezionando oltre 50 figure professionali da assumere per la gestione del parco.

In particolare, si stanno ricercando 40 assistenti bagnanti, deputati a ricoprire un ruolo molto importante all’interno della struttura: dovranno infatti monitorare l’area o l’attrazione a loro assegnata, supervisionare e assistere i bagnanti per garantirne la sicurezza e agire prontamente in tutte le situazioni. Per questo ruolo Gardaland ricerca sia figure già in possesso del brevetto di assistenza ai bagnanti sia candidati da formare; questi ultimi potranno infatti conseguire il brevetto grazie ad un accordo stretto da Gardaland con la Federazione Italiana Nuoto. Non mancheranno poi addetti alla gestione del negozio e alla ristorazione.

 

 

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