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Instagram ormai è diventato terreno fertile per chi, tante ragazze soprattutto, sogna di diventare la nuova Chiara Ferragni. L’influencer ormai è il lavoro del futuro, considerato perfetto per chiunque si interessi di moda o più in generale di costume. Ma in cosa consiste esattamente questo lavoro? E come può la passione per sfilate, nuove uscite, prodotti di bellezza vari, diventare attraverso video-selfie fatti da casa col nostro smartphone, un vero e proprio mestiere, anche molto ben retribuito in certi casi?

A spiegarlo da ottobre ci penserà l’Università Autonoma di Madrid (UAM), che ha istituito il primo corso al mondo per diventare influencer. Si chiamerà Intelligence Influencers: Fashion and Beauty e a dispetto dell’apparente frivolezza in realtà trattasi di un corso che pone le sue basi da un ragionamento ben definito e molto solido. La presentazione del corso infatti parla dello sviluppo di quella che in Spagna chiamano “inteligencia económica”, un genere di intelligenza che in questo momento risulta ancora più fondamentale saper maneggiare considerati i ritmi, sempre come spiega la presentazione del corso, con i quali si corre nel campo del mercato digitale.

Un mercato che necessita inevitabilmente di mediatori (influencer appunto) che, canalizzino il messaggio, che rendano chiare e accessibili le sempre più innovative tecnologie in vari campi del mercato, dalle automobili al settore farmaceutico, dal turismo a, naturalmente, moda e bellezza. Secondo un rapporto appena pubblicato infatti, gli influencer sono stati definiti “la nuova narrativa di marchi e aziende”, talmente importanti da sostituirne ormai di fatto le voci sul mercato.

Una rivoluzione drastica e fino a qualche anno fa impensabile. Nonostante ciò questa nuova forma di narrazione risulta ancora, per certi versi, piuttosto improvvisata, dedita ad errori umani derivanti da una non preparazione accademica, da oggi disponibile.

Se pensavate allora che diventare novelle Huda Kattan, influencer da 18mila euro a post, fosse una passeggiata e bastasse buttare un occhio alle mode ed uno ai social, vi sbagliavate di grosso. Per rendere redditizia la vostra presenza sui social vi toccherà prendervi una laurea specifica e questo corso sembra fatto apposta per voi. Per iscriversi bisogna essere maggiorenni, essere in possesso di un account Instagram o Youtube e vietato entrare in aula senza avere con sé un tablet o uno smartphone.

Le lezioni, chiaramente, potranno essere seguite anche tramite il web, ma solo per uditori, la presenza al corso infatti è obbligatoria. La direzione, solo onoraria, del corso è stata affidata alla stilista Ágatha Ruiz de la Prada, a presiedere i corsi ci saranno invece Manuel de Juan Espinosa (professore dell'UAM e direttore di La_SEI) e Manel Torrents Condeminas (CEO di IBIZA FASHION WEEK e partner di MIAMI FASHION WEEK, produttore di TV, cinema e teatro). Via alle lezioni dunque, che vanno da Fashion & Beauty Intelligence o Economic Intelligence applicata alla moda a Opinion leader: qualità di leadership, etica personale e responsabilità sociale, da La struttura di Fashion Influencer – Moda, styling e tendenze a Personal Branding – Creazione del marchio personale sulla rete, e poi ancora Psicologia della moda, Il lato oscuro della comunicazione: stress, troll e hater, Laboratorio di creatività e anche un corso su come Monetizzare il tuo marchio.

Diciotto corsi in tutto per la professione del futuro, iscrizioni aperte fino al 18 ottobre, una laurea per diventare famosi, per influenzare i vostri follower, per guidarli nei labirinti del mercato. Perché da oggi essere belli e sposare Fedez non basterà più. 

Sono cinque mamme, hanno dai 27 ai 52 anni e incarnano globalmente l'immagine della donna moderna: influencer, trendsetter, trendexplorer, imprenditrice, globe-trotter. 

Fabrizia, Francesca, Ida, Martina e Nadia – tra le prime fashion blogger italiane con profili social che dal 2009 a oggi hanno raggiunto quasi 3 milioni di follower – decidono di continuare a raccontare giornate e passioni scegliendo però una chiave corale e creando quindi The fashion mob, un vero e proprio consorzio al femminile, fatto di cinque differenti identità e storie personali.

Cinque le sfumature di biondo delle mamme e cinque le anime che rendono The fashion mob un collettivo alquanto variegato: romantica, rock, chic, hippie, sognatrice per soddisfare qualsiasi esigenza di mercato e rispondere a ogni tipo di domanda.

L'unione fa la forza, il loro motto, e a unire queste cinque donne è proprio l'essere madri calate in una dimensione fortemente contemporanea, fatta di nuove necessità rispetto al passato e in cui il primo imperativo è quello di conciliare la maternità con i ritmi 2.0, senza mai perdere di vista la propria femminilità e le proprie ambizioni. 

The fashion mob è un nuovo concept di influencer marketing, nonché il più efficace antidoto contro la crisi e contro la sterile competizione che finisce per rallentare la produttività lavorativa. Per un brand, infatti, scegliere questo team in rosa significa raggiungere ogni donna attraverso le donne, significa collocarsi al centro di una campagna mirata, coordinata da professioniste specializzate e accorte che mettono a completa disposizione un background condiviso da anni su pagine con più di 370.000 utenti unici al mese. 

"Con The fashion mob vogliamo infondere fiducia in tutte le donne, con particolare attenzione alle mamme, di ogni età e con le più disparate aspirazioni, aspirazioni che non hanno una scadenza o un tempo limite, come dimostrano i nostri trascorsi fatti di improvvisi cambi di rotta" così dichiarano le 5 influencer.

"Oltre a trasmettere l'essenza del nostro mestiere – non sempre chiaro a tutti, pur essendo uno fra i più richiesti del momento – desideriamo rappresentare il femminile in ogni sua declinazione, non soltanto in relazione all'universo moda ma anche a temi legati al lifestyle, al costume, agli eventi e naturalmente alla maternità oggi, condizione che deve fare i conti con agende serrate e con la debolezza dei servizi per l'infanzia che la nostra società mette a disposizione". 

 

Lei è bellissima. Ed è sexy. Ed è famosa. Ma lui l'ha scaricata perché preferisce passare il tempo ai videogiochi. I protagonisti sono Yanet Garcia, messicana, 26 anni, la 'meteorina' più sexy del mondo, come riporta il Corriere e Douglas ‘FaZe Censor’ Martin, 23 anni, giocatore professionista di Call of Duty.

Per capire: è quel videogioco sparatutto in cui si simula di essere un soldato impegnato in scenari che vanno dalla Prima Guerra Mondiale al futuro prossimo venturo. E, sempre per capire, lei è una che ha oltre 6 milioni e mezzo di followers su Instagram, è un noto volto televisivo messicano, ma anche una celebrità in Rete: ha un canale su YouTube in cui fa le previsioni meteo.

Però lui deve allenarsi per i campionati di Call of Duty e non ha certo tempo da passare a letto, in spiaggia, in giro, al ristorante, in discoteca, alle feste a ridere, fare l'amore, scherzare, divertirsi, amare con lei. No, lui deve sparare. E lo ha anche spiegato al suo milione e mezzo di fan che "il gioco richiede ore e ore di allenamento" in un video su YouTube in cui praticamente nessuno gli ha dato del pirla, ma molti hanno solidalizzato con il suo impegno per salvare il mondo virtuale. Poi c'è qualcuno che ha annunciato di aver già fatto il biglietto per Città del Messico. E lei? Ha il cuore spezzato, ha scritto su Twitter. Pensate se Douglas nemmeno vince il campionato…

Game Over

 

Postano sui social foto di passeggini, biberon e libri di fiabe con cui fanno addormentare i loro figli. Sono le mamme blogger e fanno tendenza. Blogmeter ha stilato la classifica delle dieci mamme più influenti su Instagram nel primo trimestre del 2018. E ha scoperto che a spopolare sono sempre di più i profili in cui compare la famiglia al gran completo, figli compresi. In testa alla classifica, ordinata secondo il numero di like e commenti, c’è la 'Pozzoli's Family’: per Alice Mangione e il compagno Gianmarco Pozzoli, entrambi comici, i follower sono 162 mila. Naturalmente, sono escluse dalla graduatoria di Blogmeter le mamme blogger famose per altri motivi, Chiara Ferragni e le altre 'top influencer' della Rete. Sono state prese in considerazioni soltanto donne che hanno aperto profili social in qualità di mamme e basta (Ferragni posta sui social sue foto con Leone, il figlio avuto con Fedez, ma nasce sul web come 'fashion blogger').

 

Non solo il futuro è nelle vostre mani amore mio, voi SIETE il futuro. Sembra una frase quasi banale, invece il segreto è tutto lì. Voi siete il futuro dell'umanità, e tutte le mamme e i papà avrebbero il diritto di vivere nelle migliori condizioni i primi anni della vostra vita. Supportati da un Welfare adeguato, con una maternità che si possa definire tale. Con un cambio culturale dove sia chiaro a tutti che VOI siete il futuro. Che la società ha bisogno di voi. Invece siamo ancora al punto in cui la maternità viene percepita come un vezzo femminile, Il capriccio di una mamma che non ha voglia di lavorare ma preferisce stare a casa con suo figlio. Riceviamo quotidianamente messaggi con racconti atroci, di mobbing e di paura. Paura di fare quello che istintivamente ci verrebbe da fare, paura di prendersi un tempo e di essere restituiti al mondo del lavoro come figure ormai vecchie e inutili. Quando si riesce, a tornare nel mondo del lavoro. Di tante cose che si stanno dicendo in vista delle elezioni, non mi sembra di aver sentito nulla che parlasse di voi, amore mio. Ma nessuno di loro ha idea di che cosa significhi la parola futuro. #bastapazienza

Un post condiviso da The Pozzolis Family (@thepozzolisfamily) in data: Feb 10, 2018 at 1:30 PST

Su Instagram vanno davvero forte: più di 350 post, una sfilza di Stories, e decine di scatti in cui, oltre alla coppia, vengono ritratti i due figli di uno e tre anni. Mentre giocano in spiaggia, dopo il bagno in piscina, o in gita al parco. Spesso con il volto ben visibile nonostante la giovanissima età. Agi ha chiesto a Giovanni Battista Gallus, avvocato esperto in diritto d’autore, diritto penale, tutela della privacy e diritto dell’informatica e delle nuove tecnologie, di delineare i confini normativi di una pratica, il postare le foto dei propri figli minorenni sul web, sempre più comune.

“Legalmente è ok, ma..”

“Considerata la minore età dei soggetti, dal punto di vista della liceità non ci sono grossi problemi – spiega l’avvocato dello studio Array – sono i genitori a disporre del diritto d’immagine del figlio minorenne”. Diverso il caso in cui i genitori fossero in disaccordo su cosa postare online (ma non è il caso delle mamme blogger): in questa eventualità a decidere il da farsi sarebbe il giudice. “Il tribunale di Roma – aggiunge Gallus – ha già stabilito in una circostanza che non si dovevano diffondere immagini del figlio sedicenne di una coppia, e stabilito anche una penale in caso di reiterazione delle condotta”, se cioè i genitori avessero continuato a pubblicare scatti e post della vita del figlio. Anche all’estero c’è già stato un caso simile: in Austria, nel 2016, un ragazzo sedicenne ha citato i genitori in giudizio perché rifiutavano di cancellare le sue fotografie dal web.

Ai 18 anni dei figli abbonderanno le cause in tribunale?

“Servirebbe maggiore precauzione – sostiene l’avvocato Gallus – non sappiamo i danni e le conseguenze che può avere la pubblicazione della nostra intera vita online, soprattutto da minorenni e nostro malgrado”. In ballo c’è “lo sviluppo di queste persone”, che alle volte finiscono online anche ritratti in momenti imbarazzanti, “magari nudi, com’è normale da bambini, o sul vasino”. Ma deve per forza esserci un dissidio tra i genitori per far scattare il veto su qualche post non proprio opportuno? Gallus non esclude che “in caso di pubblicazioni che incidono particolarmente sul minore, possano intervenire il giudice del tribunale dei minori o i servizi sociali”.

Da tutelare c’è sempre “la protezione dell’immagine e l’interesse del minore”. E allo scoccare dei 18 anni, quando cioè i figli entreranno in pieno possesso dei propri diritti, cosa dovremo aspettarci? “Non azzardo previsioni – conclude Gallus – ma a mio parere il diciottenne può chiedere la rimozione delle fotografie”. In Italia, al momento non c’è molta giurisprudenza su simili casi, ma di certo nel nostro Paese il diritto d’immagine viene tutelato in maniera molto forte: “La Cassazione ha addirittura stabilito che modelli e modelle possano revocare il consenso a utilizzare le fotografie anche dopo aver firmato un contratto con un’agenzia. Motivo per cui mi sembra logico che un ragazzo neo-maggiorenne possa chiedere la rimozione dei propri scatti”. Agi ha chiesto alla famiglia Pozzoli un commento alla vicenda ma non è stato possibile organizzarlo nell’immediato.

Nella top ten delle mamme blogger una sola che tutela la privacy

Non è comunque soltanto la coppia Pozzoli-Mangione a riscuotere successo su Instagram. Nella top ten delle influencer ci sono anche altre famiglie social, come ‘Digital Modern Family’ e ‘Sweet as a Candy’, il nome d’arte di Federica Piccinini. Ma nell’intera top ten stilata da Blogmeter c’è una sola giovane mamma che sembra voler tutelare la privacy della figlia: è Chiara Cecilia Santamaria, su Instagram come ‘Ma che Davvero’, sul cui profilo non mancano gli scatti della bimba. Ma il volto della piccola non appare mai in primo piano, e il più delle volte è raffigurata di schiena. Ai fan che le chiedevano perché non avesse mai presentato il marito sui social, ha spiegato di tenere molto alla privacy della sua famiglia: “È qualcosa di molto importante – ha scritto -, ma non significa che sia un segreto chi sia mio marito o che faccia abbia mia figlia. Voglio solo non sovraesporli e credo che sia giusto che buona parte della nostra vita familiare rimanga solo nostra”.

Il Piave, fiume Sacro alla Patria e corso d’acqua che ha fatto grande Venezia tra ‘400 e ‘500, è il grande protagonista di un percorso di 220 km il percorso, in gran parte ciclabile (solo alcuni tratti sono ancora in fase di completamento e tabellazione). Partendo dalle sorgenti del Piave, in provincia di Belluno, la ciclabile ti porta fino al mare Adriatico, vicino Jesolo in provincia di Venezia. Un percorso che va dai 1.700 metri di quota al livello del mare. Il progetto, nato grazie ai finanziamenti dei Consorzi Bim Piave di Belluno, Treviso e Venezia, consente al turista-ciclista (ma volendo anche ai gruppi di turisti escursionisti) di immergersi in un panorama misto tra cultura, enogastronomia tipica delle zone che saranno percorse e natura. Chi non teme il freddo del Piave, potrà assaporare le acque gelide del fiume, limpide e cristalline, in un panorama da sogno. Insomma, in questo modo il turista potrà interagire con gli aspetti peculiari del territorio, vivendo un’esperienza di viaggio unica e allo stesso tempo personalizzabile a seconda degli interessi e questo anche grazie all’ospitalità sviluppata con il ConsorzioDmo Dolomiti della Provincia di Belluno, il Consorzio Dolomiti Prealpi, il Consorzio Promozione Turistica Marca Treviso, il GAL Alta Marca eCycling in the Venice Garden.

Il Piave rappresenta infatti un viaggio nella Storia, ma anche il luogo geografico dove le terre del Nord incontrano quelle del Sud, segnando il passaggio dal microclima artico a quello mediterraneo. Il suo corso ha visto dialogare gli instancabili navigatori veneziani con gli orgogliosi popoli stanziali stabilitisi lungo il fiume, innescando dinamiche culturali di notevole interesse e sviluppando delle vere e proprie economie che nei secoli hanno unito la biodiversità alpina e lagunare. Non solo, il Piave rappresenta un filo conduttore dinamico che lega anche due siti della WHL Unesco: le “Dolomiti” e “Venezia e la sua Laguna”. Ambienti morfologicamente lontani, ma fortemente legati dal punto di vista della genesi geomorfologica.

Se il percorso di Santiago de Compostela riprende il cammino dei pellegrini medievali, quello del Piave ripercorre le rive del fiume Sacro alla Patria, dove gli eserciti di diverse nazionalità hanno combattuto e cambiato il corso della Storia con musei, il Piave e la Grande Guerra, Castelli Torri e Abbazie, le Chiese Affrescate, i Grandi Capolavori del Piave, gli Opifici Storici, le Ville, i paesaggi del Piave.

E così, pedalando e optando per una breve deviazione si può incontrare e visitare (previa prenotazione), Villa Gaggia che sorge su un crinale, in località Socchieva, che digrada verso il fiume Piave, proprio sul confine tra il comune di Belluno e quello di Sedico. Eretta probabilmente nel Seicento, venne ampiamente rimaneggiata a partire dal secolo successivo aggiungendo l'edificio che dà le spalle alla collina a sinistra del corpo centrale. In origine la villa fu costruita dalla nobile famiglia Pagani, ma nei primi decenni del XX secolo venne acquistata e ristrutturata dall'ingegnere Achille Gaggia. Villa Gaggia è famosa per aver ospitato numerose figure di spicco della politica internazionale come l'inglese Lord Eden e il re d'Egitto nel 1927, ma è celebre in particolare per il famoso "Incontro di Feltre" – così chiamato perchè doveva originariamente svolgersi nella città – tra Hitler e Mussolini avvenuto il 19 luglio 1943, pochi giorni prima dell'arresto del Duce.

Più avanti, nella zona di Trichiana, si potà visitare il sito di Casteldardo che ancora oggi conserva una torre di segnalazione, la cui prima fondazione risale forse al periodo romano e che venne inserita in epoca medievale nella struttura più ampia di un castello di cui si conservano solo le memorie.

Questo antico baluardo ha svolto un importante compito difensivo durante tutta la storia del territorio e le frequenti dispute ed invasioni per il suo possesso. Un particolare discorso merita il comune di Feltre: il paese è arroccato su un piccolo colle. Il suo centro storico, sopratutto per chi vi giunge per la prima volta, costituisce una scoperta entusiasmante per la sorpresa di trovare in un contesto alpino e dolomitico una città d'arte di così elevato pregio.

Ovviamente non si può tralasciare il percorso del vino: da Valdobbiadene a Vidor con i suoi prosecchi e i Cartizze Docg, il tutto accompagnato dai piatti tipici delle zone che andrete a visitare. Una particolare attenzione ai vari tipi di formaggi, ce ne sono per tutti i gusti.

 

L'Osteria francescana di Massimo Bottura è il miglior ristorante al mondo: ha riconquistato il primo posto della classifica dei migliori ristoranti del mondo, piazzandosi davanti a El Celler de Can Roca di Girona,
in Catalogna, e a Mirazur di Mauro Colagreco a Mentone, in Francia.

Alla cerimonia di premiazione dei World's 50 Best Restaurants a Bilbao, nei Paesi Baschi, lo chef emiliano si è ripreso lo scettro che lo scorso anno gli era stato tolto dall'Eleven Madison Park di Daniel Humm, ristorante di lusso di New York. Il ristorante, situato in una stradina di Modena, aveva vinto lo scettro anche nel 2016.

Nella classifica dei 50 locali top votati da 1.040 esperti divisi in 26 aree geografiche, Enrico Crippa con il suo Piazza Duomo (Alba) ha perso una posizione rispetto al 2017 ed è scivolato al 16mo posto. In crescita, invece, i fratelli Alajmo con Le Calandre a Rubano (Padova), 23esimi, e Niko Romito con il Reale a Castel di Sangro (L'Aquila), 36esimo.

Appassionato e amante dell'arte, Bottura gioca con la tradizione, sperimenta ingredienti e tecniche e ha reinventato i piatti che sono alla base della cucina mediterranea a cominciare dalla lasagna. Ma ha anche creato una fondazione Food for Soul per 'mense comunitarie' che servono pasti a senzatetto e a persone in condizioni di vulnerabilità; e dopo Milano, Bologna, Modena, Londra e Rio de Janeiro, a marzo ha inaugurato un refettorio per i senzatetto anche a Parigi, in Francia.

Bottura ha ritirato il premio sul palco con la moglie di origine americana, Lara Gilmore: ha ringraziato non solo il suo staff e Modena, ma anche l'Italia tutta; e ha aggiunto che gli chef e tutti nel settore della ristorazione devono rendersi conto che hanno il potere di cambiare il mondo. "Ho intenzione di utilizzare questa vetrina per rendere ancora più forte i cambiamenti ci stanno per essere", ha aggiunto nella conferebnza stampa vittoria. "Nutrire il pianeta. Combattere gli sprechi. La scorsa settimana Henry Kissinger mi ha chiesto un selfie. E' incredibile. Dobbiamo coinvolgere tutta la comunita' degli chef … Puntando i riflettori si deve rendere visibile l'invisibile e' estremamente importante".

Ma vincere l'ambita classifica è anche un affare. Come ricorda l'agenzia Bloomberg, il sito web di El Celler de Can Roca primo in cima alla lista, nel 2013 registrò 12 milioni di visitatori e il ristorante dovette assumere tre persone in più solo per respingere le richiesta ai tavoli. Rene Redzepi del Noma raccontò, a sua volta, che avrebbe potuto riempire il suo ristorante per 15 anni con le richieste di prenotazione che ricevette il giorno in cui vinse il premio, nel 2010. 

Articolo aggiornato alle ore 17.17 del 12 giugno 2018.

Saranno contente di saperlo soprattutto le 'fashion addicted'. È un'esclusiva di Christian Louboutin la famosa suola rossa delle scarpe, sogno segreto – per il loro prezzo – di ogni donna che ami passeggiare sui tacchi a spillo. Le più sincere ammetteranno che sono scomodissimi ma è anche vero che sono un segno distintivo di grande sensualità. Ciò significa che quelli appunto con la suola rossa non potranno essere d’ora in poi prodotti a buon mercato e resteranno appunto un tabù per chi non investe nell'alta moda.

Le calzature, rese famose anche grazie al personaggio di Emily Blunt, l'assistente di Miranda nel celebre "Il diavolo veste Prada", sono peraltro amatissime dalle star e infatti sono spesso intraviste in occasione di kermesse super vip come Festival di Cannes e il suo celebre red carpet. Da allora sono stati moltissimi i tentativi di imitazione.

Invece, d’ora in poi sarà più raro incrociarle, con buona pace della vanità femminile. Questo perché, appunto, lo stilista francese ha annunciato oggi che la Corte di Giustizia Europea gli ha dato ragione: si tratta di un dominio la caratteristica del colore rosso delle sue ambitissime scarpe e non solo la forma. "Il colore rosso applicato sulla suola della scarpa da donna con tacco alto è un marchio, come ha sottolineato Christian Louboutin per molti anni. La Maison Christian Louboutin accoglie calorosamente questo giudizio", questo il commento a caldo dello stilista parigino.

Si mette così la parola ‘the end’ ad una querelle giudiziaria durata anni. L’ultima parola, prima di oggi, era del tribunale dell’Aia secondo cui invece le celebri suole rosse non facevano parte del ‘brand’ ed erano quindi commerciabili.  Si tratta di una sentenza storica, visto che finora Louboutin continuava ad affermare che laccare la parte inferiore dei suoi tacchi vertiginosi con un rosso molto particolare – il numero di colore 18.1663TP della cartella colori Pantone – rimanesse una sua esclusiva. Nel 2010 lo stilista lo aveva depositato definendo il suo marchio sia per il criterio della forma sia appunto anche per il colore.

Ma una società olandese, la Van Haren, ha pensato bene nel 2012 che tale combinazione fosse contraria alla legislazione europea sui marchi e quindi ha avviato la commercializzazione delle scarpe con la suola scarlatta rivendicandone il diritto a farlo. Louboutin ha dal canto suo denunciato la società ai tribunali olandesi per contraffazione. Il caso è finito quindi al Tribunale di primo grado dell'Aia che ha deciso di sottoporre alla Corte di giustizia Ue il giudizio preliminare per l'interpretazione della legislazione europea in materia: in linea generale si ritiene che la registrazione di un marchio costituito da una forma tridimensionale o da un colore possa essere respinta.

Tuttavia, era stata data la parola alla Corte per stabilire "se il colore rosso della suola dia un valore sostanziale al prodotto" e se quindi la nozione di forma vada limitata alle sole caratteristiche tridimensionali di un prodotto (come il contorno, la dimensione e il volume) o riguardi anche altre caratteristiche, come il colore. Secondo la Corte, la determinazione del

significato di "forma" deve essere stabilita sulla base del  significato abituale di quest’ultimo nel linguaggio corrente: in questo senso, non risulta che un colore in sé, senza delimitazione nello spazio, possa costituire una forma. Insomma, la suola rossa delle Louboutin non è un marchio di forma, in quanto non è costituito "esclusivamente dalla forma". Ma in questo caso, "l'applicazione di un colore in una posizione specifica di un prodotto costituisce un marchio distinto e tutelabile".

Non è la prima volta che Louboutin abbia fatto ricorso alla carta bollata per 'difendere' le sue scarpe, e gli altri casi si sono pero' risolti a suo favore. Ad esempio, a Parigi lo stilista si è opposto alla società di pelletteria Kesslord che  offriva modelli con suola rossa e la Corte d'Appello di Parigi gli ha dato ragione, condannando Kesslord a pagare 7.500 euro al designer francese e alla sua compagnia. Anche negli Stati Uniti, era stata data ragione a Louboutin in un processo di appello contro Yves Saint Laurent. Ed invece lo stilista francese, un anno fa, ebbe torto nei confronti della catena spagnola Zara. Fu anche durante questa disputa che la casa francese aveva rafforzato i suoi criteri per definire meglio – e proteggere – il suo marchio, depositandolo di nuovo. E ci è riuscito. 

Saranno contente di saperlo soprattutto le 'fashion addicted'. Non è un'esclusiva di Christian Louboutin la famosa suola rossa delle scarpe, sogno segreto – per il loro prezzo – di ogni donna che ami passeggiare sui tacchi a spillo. Le più sincere ammetteranno che sono scomodissimi ma è anche vero che sono un segno distintivo di alta sensualità. Ciò significa che quelli appunto con la suola rossa potranno essere d’ora in poi prodotti più a buon mercato e diventeranno accessibili anche a chi abitualmente non investe i suoi risparmi nell'alta moda.

Le calzature, rese famose anche grazie al personaggio di Emily Blunt, l'assistente di Miranda nel celebre "Il diavolo veste Prada", sono peraltro amatissime dalle star e infatti sono spesso intraviste in occasione di kermesse super vip come Festival di Cannes e il suo celebre red carpet. D'ora in poi, invece, sarà più frequente incrociarle, con buona pace della vanità femminile.

Questo perché, appunto, lo stilista francese non ne ha l'esclusiva: oggi la Corte di Giustizia europea gli ha dato torto, sentenziando che non si tratta di un dominio la caratteristica del colore rosso delle sue ambitissime scarpe e mettendo così fine ad una querelle giudiziaria durata anni. In questo modo, lo stilista incassa una sconfitta storica, nonostante continui ad affermare che laccare la parte inferiore dei suoi tacchi vertiginosi con un rosso molto particolare – il numero di colore 18.1663TP della cartella colori Pantone – resti una sua invenzione.

Nel 2010 lo stilista lo aveva depositato definendo il suo marchio sia per il criterio della forma sia appunto anche per il colore. Ma una società olandese, la Van Haren, ha pensato bene nel 2012 che tale combinazione fosse contraria alla legislazione europea sui marchi e quindi ha avviato la commercializzazione delle scarpe con la suola scarlatta rivendicandone il diritto a farlo.

Louboutin ha dal canto suo denunciato la società ai tribunali olandesi per contraffazione. Il caso è finito quindi al Tribunale di primo grado dell'Aia che ha deciso di sottoporre alla Corte di giustizia Ue il giudizio preliminare per l'interpretazione della legislazione europea in materia: in linea generale si ritiene che la registrazione di un marchio costituito da una forma tridimensionale o da un colore possa essere respinta.

Tuttavia, era stata data la parola alla Corte per stabilire "se il colore rosso della suola dia un valore sostanziale al prodotto" e se quindi la nozione di forma vada limitata alle sole caratteristiche tridimensionali di un prodotto (come il contorno, la dimensione e il volume) o riguardi anche altre caratteristiche, come il colore. Secondo la Corte, la determinazione del significato di "forma" deve essere invece stabilita sulla base del significato abituale di quest’ultimo nel linguaggio corrente: in questo senso, non risulta che un colore in sé, senza delimitazione nello spazio, possa costituire una forma.

Insomma, la suola rossa delle Louboutin non è un marchio di forma, in quanto non è costituito "esclusivamente dalla forma". Vale a dire, "l'applicazione di un colore in una posizione specifica di un prodotto costituisce un marchio distinto e tutelabile".

Non è la prima volta che Louboutin abbia fatto ricorso alla carta bollata per 'difendere' le sue scarpe, e gli altri casi si sono però risolti a suo favore. Ad esempio, a Parigi lo stilista si è opposto alla società di pelletteria Kesslord che  offriva modelli con suola rossa e la Corte d'Appello di Parigi gli ha dato ragione, condannando Kesslord a pagare 7.500 euro al designer francese e alla sua compagnia. Anche negli Stati Uniti, era stata data ragione a Louboutin in un processo di appello contro Yves Saint Laurent. Ed invece lo stilista francese, un anno fa, ebbe torto nei confronti della catena spagnola Zara. Fu anche durante questa disputa che la casa francese aveva rafforzato i suoi criteri per definire meglio – e proteggere – il suo marchio, depositandolo di nuovo. Fino al colpo di scena di oggi.

Un progetto innovativo di valorizzazione del territorio e di integrazione sociale e lavorativa per creare una nuova linea di prodotti d’abbigliamento e accessori legata al viaggio, nata dall’incontro tra le giovani donne vittime di violenza e sfruttamento e il mondo della scuola, con il supporto di artisti, professionisti della moda e della comunicazione è stato presentato da Beawarenow e dall'Ambasciata degli Stati Uniti.

'Journey with new hope', creato in collaborazione con il Centro d'accoglienza "Casa Rut", è stato realizzato a Caserta ed è un progetto di empowerment femminile realizzato grazie al contributo di Gucci attraverso l’iniziativa “Gucci Up” un programma virtuoso che attraverso il recupero e valorizzazione degli scarti di produzione supporta progetti sociali, rivolti alla formazione e al reinserimento lavorativo di persone svantaggiate sul territorio.

'Journey with new hope' è stato illustrato durtante un dibattito con la senatrice Valeria Fedeli, Tiziana Bartolini, direttrice di "Noi Donne", Blessing Okeidon, testimone e autrice del libro “Il coraggio della libertà”, Suor Rita Giarretta, responsabile del Centro di Accoglienza “Casa Rut” e Gloria Berbena, Ministro Consigliere per gli Affari Pubblici dell'Ambasciata degli Stati Uniti.

Severo ma gentile. Improbabile vederlo lanciarsi nelle sfuriate di Carlo Cracco, ma bisogna vedere se avrà lo stesso dente avvelenato mostrato da Antonia Klugmann nelle prime puntate della settima stagione di MasterChef. Fatto sta che la squadra di giudici del talent show dedicato alla cucina torna a essere tutta al maschile, con l'ingresso di Giorgio Locatelli, che il Corriere definisce 'lo chef delle star'.

I fan più fedeli del programma ricorderanno il suo accento vagamente inglese — nonostante l’origine italiana — quando a febbraio fu ospite della settima edizione. Affiancherà i confermatissimi giudici Bruno Barbieri, Joe Bastianich e Antonino Cannavacciuolo in onda da gennaio del prossimo anno. "Ho trascorso tre quarti della mia carriera all’estero e ho sempre pensato che sarei stato considerato solo per il mio lavoro fuori dai confini italiani : uno chef d’oltralpe", racconta Locatelli. "Far parte di MasterChef è quindi per me il riconoscimento più grande, quello di essere considerato Ambasciatore della cucina italiana anche nel mio paese. E poi sono felice perché so che mia mamma sarà contentissima di sapere che sono un MasterChef e che potrà guardarmi in televisione".

Chi ha seguito la puntata in cui è stato giudice-ospite, oltre a ricordare la sua sogliola con macedonia di verdure, di certo ricorda quanta gentilezza ha avuto nei confronti dei concorrenti, anche quelli che erano stati pessimi esecutori della sua ricetta: "La assaggio per rispetto a te che hai lavorato, ma ha un aspetto pessimo" aveva detto, come riporta Repubblica.

Cinquantacinque anni, di Corgeno di Vergiate – sulla sponda varesina del Lago Maggiore – e londinese d’adozione, è stato il primo chef italiano a conquistare all’estero una stella Michelin con un ristorante italiano, ricorda La Stampa, la sua Locanda Locatelli a Londra. 

Una carriera 'oltralpe'

Locatelli vive e lavora a Londra dal 1986, dove è arrivato per inseguire il suo sogno, che ha raggiunto rimanendo legato fortemente alla tradizione gastronomica italiana, coniugandola al tempo stesso con quelle internazionali, grazie ad una continua ricerca e alla scelta di fornitori giusti che ogni giorno gli offrono l’eccellenza dei prodotti italiani.

La sua carriera d’oltremanica inizia al Savoy Hotel di Anton Edelmann. Dopo una parentesi parigina di 3 anni al Laurent e al Tour D’Argent, Giorgio Locatelli ritorna nella capitale britannica e lavora al ristorante “Zafferano”, che con lui guadagna una Stella Michelin nel 1995. L’anno della realizzazione del suo sogno professionale è però il 2002 quando insieme a sua moglie Plaxy apre Locanda Locatelli, nella centralissima Seymour Street, un luogo intimo che vuole rappresentare la cucina italiana nel Regno Unito. A pochi mesi dall’apertura arriva una stella Michelin che non ha più perso. Giorgio Locatelli è proprietario anche di Ronda Locatelli, ristorante all’interno dell’hotel e resort 5 stelle Atlantis The Palm di Dubai: un’ulteriore conferma della sua fama mondiale e una conquista per la cucina italiana.

Nel 2014 il ristorante a causa di una fuga di gas che ha causato un'esplosione, ha dovuto chiudere per alcuni mesi. Questo è stato un momento di svolta: su consiglio di sua moglie Locatelli ha iniziato a partecipare come giudice a diversi cooking show (Bake Off Rival, The Big Family Cooking Showdown). Tra i numerosi libri che portano la sua firma si ricordano il libro di ricette “Made In Italy, Food & Stories” (2008) e “Made in Sicily” (2011), considerato ad oggi il libro sulla cucina siciliana scritto in inglese migliore al mondo.

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