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Gucci ha lanciato su Instagram un nuovo profilo per raccontare la bellezza e l’arte. Niente modelle, selfie, sguardi, nudità o pose. Secondo il direttore creativo, Alessandro Michele, all’interno della storia dell’arte c’è tutta la bellezza di cui abbiamo bisogno per conoscere il mondo e l’uomo. Una scelta che è stata molto apprezzata visto che, in appena 24 ore, sono già 15 mila i seguaci che hanno aderito a questa particolare narrazione.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Aurelia (Fazio’s Mistress), 1863 Author: Dante Gabriel Rossetti Museum: Tate, London ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ Dante Gabriel Rossetti, a British-Italian painter, poet, and translator, made this c. 1863 portrait of a woman, held by the Tate, he could only imagine, taking his subject from the 14th-century Italian poet Fazio. In a poem, Fazio described his mistress’s “clear brows” and “white easy neck.” Rossetti used his own lover, Fanny Cornforth, as a model. Their affair lasted until Rossetti’s death in 1882; she was the subject of over 60 works. Rossetti is known for his role in co-founding the nostalgic Pre-Raphaelite Brotherhood, influenced by medieval art. Their goal was to be “direct and serious and heartfelt.” #GucciBeauty — @kchayka ©Tate, London 2018

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 17, 2018 at 6:17 PDT

Come sono fatti i post

L’account ha pubblicato una trentina di post che provano a fondere insieme moda, cultura e arte. Scorrendo verso il basso è possibile osservare i ritratti di donne e uomini di varie epoche, immortalati attraverso diverse tecniche pittoriche, che raccontano porzioni di storia e di stile. Dalla Regina Elisabetta I all’artista giapponese Yōshū Chikanobu, da Maria dei Medici al poeta Girolamo Casio.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Woman Shaving her Nape, 1897 Author: Toyohara (Yōshū) Chikanobu, Akiyama Buemon Museum: LACMA, Los Angeles ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ The 19th-century Japanese artist Yoshu Chikanobu made multiple series of traditional woodblock prints focusing on beautiful women, the genre of bijinga, with names like “True Beauties”. The portraits represent the male gaze, but this image of a woman rearranging her hair in a casual, self-aware pose demonstrates an awareness of the labor involved in maintaining beauty, particularly in a culture where women are often expected to be passive. The outlines and soft colors of such woodblock prints also influenced the Impressionists, like the American Mary Cassatt. This image is in the collection of @LACMA, one of the #GucciPlaces. #GucciBeauty — @kchayka Image courtesy of LACMA

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 14, 2018 at 10:10 PDT

Piccole lezioni nelle didascalie

I testi che accompagnano queste “foto” sono delle vere e condensate lezioni di storia dell’arte, fornite da esperti e critici del settore. Nel post dedicato alla Regina Elisabetta, ad esempio, viene messo in evidenza il carattere forte di una donna che governò con sapienza e intelligenza e che amava indossare, quasi sempre, gioielli e collane di perle. Da un parte il carisma politico e, dall’altra, una forte personalità espressa anche nel modo di vestire.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Elizabeth I Author: English school Private collection ⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀ ⠀ Queen Elizabeth I was crowned at the age of 25 and went on to rule England for over four decades. As an unmarried woman who was able to maintain control during her reign, she remains an unusual monarch in history. Her many royal portraits offer the chance of better understanding this charismatic figure, perhaps allowing us a glimpse of the real woman behind the throne. In this privately held painting, an unknown artist took pains to emphasize her two most famous features: her pale English skin and striking red hair. Elizabeth was often depicted adorned with pearls, as she is here, which came to symbolize her chastity and devotion to her subjects. #GucciBeauty — @tatianaberg Photo © Philip Mould Ltd, London / Bridgeman Images

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 13, 2018 at 11:30 PDT

In ogni epoca e in ogni luogo, secondo Gucci, è possibile catturare un ideale di bellezza originale che deve essere ricordato e preservato. Anche sfruttando un social network come Instagram dove circolano tantissimi giovani e forse troppi selfie. Questo è un profilo che vuole dimostrare come gli influencer non hanno, in fondo, nessuna età. Conta solo quello che, senza i limiti del tempo, hanno da dire. 

Non solo New York, Londra e Parigi. Anche Milano ha la sua Afro Fashion Week. Al via il 20 settembre con una decina di sfilate, conferenza e visita guidata ad un'azienda tessile. "Diversità culturale" e' il tema scelto dalle organizzatrici per questa edizione della Afro Fashion Week (#AFWM2018). Un tema necessario visto il periodo travagliato che l'Italia sta vivendo. Un riferimento chiaro al variegato patrimonio culturale del continente che ispira le creazioni dei designers emergenti di origine africana – di cui molti sono stabiliti in Italia e in altri paesi europei – la cui diversità è un elemento complementare arricchente.

"Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi" dice all'AGI Michelle Francine Ngonmo, presidente dell'associazione Afro Fashion, riprendendo una citazione di Charles Evan Hughes per presentarci lo spirito dell'edizione 2018. "La diversità umana, culturale può far paura. Purtroppo lo stiamo vedendo. Ma se vogliamo crescere, paura, cliché e stereotipi vanno superati. In molti paesi del mondo questa diversità è già la chiave del successo socio-economico, dell'innovazione e del progresso. Anche in Italia può, deve accadere, dobbiamo trovare la strada" sottolinea la Ngonmo.

Il convegno d'apertura

Proprio per riflettere sulla posta in gioco, la Afro Fashion Week aprirà con una conferenza – organizzata in collaborazione con l'Università Cattolica di Milano – che si terrà giovedì 20 settembre, alle 18,00, nella sede di Largo A.Gemelli. "Diversità Culturale nel mondo dell'Arte, del Fashion e del Design" è il tema del convegno al quale interverranno Paul Henri Souvenir Assako Assako, docente di Storia e Belle Arti all'Università di Yaoundè (Camerun), Emanuela Mora, docente di Sociologia della comunicazione alla Cattolica, Magareth Fenix, stilista afro-portoghese, Defustel Ndjoko, stilista afro-belga e influencer internazionale, Angela Haisha Adamou, fondatrice del blog 'NaturAngi', Michelle Francine Ngonmo e Ruth Akutu Maccarthy, fondatrici dell'associazione Afro Fashion in Italia.

Le collezioni in passerella

Le sfilate si svolgeranno nei giorni successivi, dalle ore 15.30, nelle location della Fabbrica del Vapore (Via Proccacini, 4) e del Luogo Ideale (Via Grosotto, 7). In passerella le creazioni del marchio AjaNaA di Serigne Ndiaye e Alice Tosonotti (Senegal/Italia). "La Maison de la Mode", atelier sartoriale con sede a Taranto diretto da Ida Chiatante e Patrizia Solito, presenterà le collezioni "Africhic" e "Il Deserto possibile", realizzate da giovani richiedenti asilo in Italia. Dal Portogallo arriva "Fe'nix" e dalla Spagna il brand "MGT" di Matilde Gerona Trillo (Guinea Equatoriale). Mokodu Fall (Senegal/Italia) presenterà la sua collezione inedita "Il giardino dell'amore" e sempre dall'Italia il marchio "Six Life". Dalla Svizzera arriva "African Fashion Today", che mischia sapientemente elementi africani ed europei. Infine saranno presentati capi realizzati da 20 stilisti emergenti durante il workshop "Emergenza della moda Afro sulla scena internazionale", svoltosi lo scorso luglio presso la Laba Douala in Camerun nell'ambito del progetto CAMon!

Lunedi' 24 l'evento si concluderà con una visita all'azienda tessile Canclini, a Como. L'associazione senza scopo di lucro Afro Fashion, organizzatrice dell'evento di moda afro milanese, è stata creata nel 2015 da due giovani italo-africane. Michelle Francine Ngonmo ha origini camerunesi, vive in Italia dall'infanzia dove si è laureata in comunicazione audiovisiva e multimediale e in lingue straniere. Dopo aver maturato esperienze all'estero, la Ngonmo ha sviluppato progetti culturali in Italia, dirige la All-Tv e l'Associazione degli Studenti Africani a Ferrara.

Ruth Akutu Maccarthy, di origini ghanesi, si è laureata in Ostetricia all'Università Bicocca. Accortasi della sua propensione e passione per la moda ha fondato il suo brand "African fashion wear" con l'intento di promuovere la moda afro in Italia. Hanno unito le forze per proporre eventi incentrati sullo scambio culturale tramite il sistema moda, ma soprattutto creare opportunità per i designers e artisti emergenti, dando loro la possibilità di farsi conoscere da un nuovo pubblico, di penetrare nuovi mercati, di acquisire esperienze e notorietà al livello internazionale, per diventare attori e non più spettatori nel settore del Fashion e del Tessile. 

In testa c'è sempre lei: Chiara Ferragni. Ma dietro di lei c'è un panorama di stelle (Marzia Bisognin, Alice Campello) e stelline emergenti. Lo dice Buzzoole, che ha stilato la classifica dei “fashion influencer italiani”. Cioè dei profili Instagram più influenti nel settore moda.

La ricerca ha costruito due graduatorie. La prima è la lista dei “top 5” in assoluto, individuati tra i profili con più di 100.000 follower. La seconda è dedicata ad account meno noti (ma in ascesa) che non hanno ancora raggiunto le sei cifre. Le classifiche non badano solo al numero di seguaci, ma combinano altre metriche, come la capacità di generare interazioni (like e commenti) e di conquistare nuovi follower ogni mese.

Chiara Ferragni regina

A primeggiare tra le stelle, che fanno del marketing su Instagram la loro attività principale, è Chiara Ferragni. La media delle interazioni per ogni post ha superato quota 500.000. Merito anche del suo matrimonio con Fedez, trasformato in evento social. Ferragni doppia la seconda in classifica: la YouTuber Marzia Bisognin ha in media 236.000 interazioni. Terza Alice Campello, con 204.000 interazioni. Al quarto posto c'è il primo profilo maschile: Mariano Di Vaio con 196.000 interazioni per post. Chiude la top 5 Pietro Boselli, ingegnere e modello veneto, con 140.000 interazioni. Tutti registrano un aumento dei follower nel mese di agosto (in testa Chiara Ferragni con 933.000 nuovi seguaci), con l'eccezione di Di Vaio, che ne ha persi circa 35.000.

Gli account emergenti

Buzzoole assegna la corona di stella emergente alla studentessa milanese Alessandra Ventura: solo ad agosto ha guadagnato 25.000 follower e ottenuto in media 10.000 interazioni. Secondo posto per Valentina Cabassi con 4.000 interazioni e una crescita di 331 seguaci. Al terzo posto l’unico ragazzo della classifica: Paolo Faccio, con 3.600 interazioni e 619 follower guadagnati. Chiudono la lista Ilaria Scalera e Natalia Bonifaci, rispettivamente con 3.500 e 3.200 interazioni.

Tendenze: l'influencer diventa marchio

Le classifiche di Buzzole fanno emergere alcune tendenze. Prima di tutto il predominio di profili femminili: su dieci influencer coinvolti, solo tre sono gli uomini. Si nota poi che, tra gli account affermati, la frequenze dei post che citano un marchio è piuttosto stabile, attorno al 30%. “Le personalità con maggiore seguito – spiega Buzzoole – vogliono preservare la propria credibilità agli occhi dei propri follower, evitando di inondare il feed con post pubblicitari e riuscendo così anche nell’obiettivo di mantenere più alto il valore dei contenuti prodotti”. Molto più volatile è invece la condotta degli emergenti. “Questo dimostra che gli influencer più piccoli molto spesso non hanno consapevolezza del proprio valore. E al tempo stesso siano i brand a non cogliere le enormi potenzialità di alcuni di loro”. Infine, emerge una terza tendenza: la quasi totalità degli influencer più seguiti, decide di fondare un brand personale. Per trasformarlo in una linea di abbigliamento, di accessori. O per creare un e-commerce, come ha fatto Mariano Di Vaio con il suo negozio online, Nohow.

Per anni il dilemma nella scelta dell'intimo femminile è stato dettato dall'opportunità: deve o no vedersi. O anche solo intuirsi, attraverso pantaloni (poi pantacollant e leggins) sempre più aderenti? Le mutandine. Indumento intimo irrinunciabile, sono allo stesso tempo la migliore arma di seduzione femminile. Che si tratti di culotte, brasiliane o tanga, la lingerie di una donna è sempre stata simbolo di femminilità. Più o meno raffinata.

Oggi, il capo icona sono le culotte, che sorpassano e scalzano il trend di tanga e mutandine alla brasiliana. “Marks & Spencer” – racconta il Guardian – dichiara che il tanga ormai conta meno del 10% nelle vendite degli indumenti intimi. La catena ha iniziato a venderli negli anni '80, il boom fu negli anni '90, ma la tendenza è cambiata, a causa di celebrità come Kim Kardashian e Beyoncé, in mostra con mutande sempre più grandi.

La storia del tanga

Inizialmente chiamato “G-String”, la storia del tanga inizia negli anni '30 quando Margie Hart, conquistò i palchi di New York indossando un perizoma di lana nera per dare l'impressione al pubblico di essere totalmente nuda. Negli anni '50 con l'arrivo di Marilyn Monroe, le vendite subirono una brusca frenata. La diva preferiva indossare le mutande a vita alta. Nei '60 si portavano le mutandine di nylon sotto la minigonna, e non fu un periodo d’oro per il tanga.

Negli anni ’80 tornò alla ribalta e gli anni ’90 lo videro protagonista indiscusso. Per indossarlo, non era importante essere una silhouette, anzi, doveva essere ben visibile, uscire dai jeans. Fu soprannominato “la coda di balena” per l'effetto che faceva vederlo spuntare dalla vita sempre più bassa dei pantaloni.

Oggi son tornati i tempi bui, è cambiata nuovamente la moda e sono mutati i canoni di bellezza: per indossarlo bisogna avere un fisico da angelo di “Victoria’s Secret”. Ma prima o poi tornerà di moda: la biancheria intima rispetta la storia e i suoi cicli.

 

Esprimono parte della personalità e raccontano qualcosa di una persona, o magari invece sono soltanto un disegno, una fantasia incisa sulla pelle, il vezzo di un ragazzino desideroso di sentirsi grande.

Sono i tatuaggi e, a prescindere dall’aspetto estetico, rischiano di rappresentare un problema per accedere ad alcune professioni. Non sempre, infatti, i recruiter hanno visto di buon occhio l’inchiostro indelebile inciso sotto la pelle di un candidato. Qualcosa, però, sembra stia cambiando.

L’ultimo studio scientifico: “Nessuna discriminazione”

Tre ricercatori provenienti dall’Università di Miami e da quella di Economia dell’Australia Occidentale hanno pubblicato uno studio che smentisce l’opinione comune secondo cui un tattoo pregiudicherebbe l’ingresso nel mondo del lavoro. La ricerca, apparsa a inizio agosto sulla rivista americana Sage Journal, “sorprendentemente non ha trovato prove empiriche di discriminazione sul lavoro, sul salario o sui guadagni nei confronti di persone con vari tipi di tatuaggi”.

Lo studio, guidato dal professor Michael French, ha preso in considerazione duemila testimonianze di persone raccolte online. I risultati, insomma, smentiscono “l’opinione popolare”, scrivono gli studiosi. Nessuna differenza, aggiunge Quartz, tra chi ne ha uno soltanto o di più. E il successo di un colloquio di lavoro non dipende neppure dal fatto che siano visibili oppure nascosti dagli abiti.

E chi è senza tatuaggi rischia una discriminazione al contrario?

Un altro studio, condotto dal professore Chris Henle dell’Università del Colorado, ha affrontato la materia tatuaggi in maniera diversa. La ricerca, intitolata Body Art as a Source of Employment Discrimination e pubblicata a luglio dalla Academy of Management Journals, ha cercato di capire se la discriminazione legata a tattoo e piercing sia correlata alla percezione di chi si occupa dei colloqui di lavoro.

Per farlo, il suo team di ricerca ha messo alla prova 143 manager che nell’ultimo anno si sono occupati di almeno una assunzione per conto della società per la quale lavorano. A loro sono stati mostrati curricula ritenuti “ugualmente attrattivi”, profili di candidati quindi paragonabili, ma alcuni con fotografie ritoccate con l’aggiunta di tatuaggi, piercing e altri tipi di body art. Sono emersi alcuni risultati interessanti: ad avere più probabilità di assunzione sono stati i candidati senza inchiostro sotto la pelle né decorazioni di sorta.

Chi invece è tatuato, poi, rischierebbe di vedersi offerto un contratto meno vantaggioso economicamente. Attenzione, però: se anche i manager indossano piercing le carte in tavola cambiano eccome. In questo caso le probabilità minori di essere assunti le avrebbero i candidati senza body art.

Ecco cosa prevede la legge italiana

A prescindere dal gusto personale e da scomodi pregiudizi, la legge italiana naturalmente non consente di discriminare sulla base di aspetti fisici come i tatuaggi. Via libera ai tatuati, quindi, per i concorsi pubblici e per le occupazioni nella pubblica amministrazione. L’unico ambito nel quale è stata stabilita una norma in materia è quello relativo all’esercito.

Si tratta della “Direttiva sulla regolamentazione dell’applicazione di tatuaggi da parte del personale dell’Esercito”, una circolare datata 26 luglio 2012 che intendeva “prevenire e contenere situazioni che possono incidere sul decoro dell’uniforme e sull’immagine dell’Esercito”. Ecco allora i divieti: “Sono proibiti i tatuaggi sulle parti del corpo visibili” in uniforme, e quelli “che abbiano contenuti osceni, con riferimenti sessuali, razzisti, di discriminazione religiosa o che possano portare discredito alle istituzioni e alle forze armate” anche se coperti. 

L’hanno riposta nella sua bara dorata, una bara degna della regina che era, così: abito da cocktail rosso, Louboutin abbinate e gambe incrociate, come quelle di chi ha dato tutto e se ne va con magnificenza e pace rispetto alla gioia infinita che con la sua voce ha donato al mondo.

Come scrive Vanity Fair: “Sabrina Owens, sua nipote, ha fatto sapere che il 'rosso' dell’abito in pizzo come degli stiletti Louboutin, simboleggiano l’appartenenza della cantante al Delta Sigma Theta Sorority, l‘organizzazione no-profit che sostiene le comunità locali in tutto il mondo, soprattutto quelle afroamericane".

L’outfit, ha aggiunto Owens, è qualcosa che Aretha avrebbe scelto "per salire sul palco o per se stessa”. Si presenta dunque così per l’ultimo saluto ai suoi tanti ammiratori Aretha Franklin, morta il 16 agosto, portata via al termine di una lunga battaglia contro un cancro al pancreas.

E sono migliaia le persone in fila per porgere un omaggio ad una delle interpreti più meravigliose della musica mondiale, tutti commossi, tutti a dover fare i conti con una di quelle icone della musica che difficilmente accetti che non siano più tra noi.

La camera ardente è allestita ovviamente nella sua Detroit, la città che l’ha accolta e cresciuta, in una sala del museo di storia afroamericana Charles H. Wright, la stessa sala che nel 2005 ospitò la camera ardente di Rosa Parks, attivista per i diritti civili famosa per aver rifiutato nel 1955 di cedere il suo posto sull’autobus a un bianco, dando il via al boicottaggio degli autobus a Montgomery.

I funerali invece si terranno venerdì 31 agosto al Greater Grace Temple. Canteranno per la regina Aretha gli amici Chaka Khan, Jennifer Hudson e Stevie Wonder, mentre a tenere un discorso, tra gli altri, l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Poi verrà spostata per la sepoltura nel cimitero Woodlawn.

L'abbigliamento della First Lady Melania Trump riesce a dividere l'opinione pubblica americana, almeno quella femminile, quasi quanto i tweet del controverso marito: l'ultima 'mise' a finire sotto scrutinio è stata l'elegante gonna di Valentino con tacchi alti sfoggiata a una cerimonia in giardino.

Per piantare un alberello di quercia in onore del presidente Dwight D. Eisenhower nei giardini della Casa Bianca, lunedì la moglie del presidente Donald Trump ha optato per una vaporosa gonna a fiori di Valentino del valore di quattromila dollari (circa 3.400 euro) abbinata ad un top aderente rosa pastello in pendant con stiletto Christian Louboutin, tacco 10 e inconfondibile suola rossa (600 euro).

Un outfit completato da una preziosa pala dorata utilizzata per piantare la quercia. C'è però da dire che Melania aveva appena partecipato con il marito Donald alla cerimonia di benvenuto dedicata al presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, e a sua moglie. Su Internet, pero', si e' infiammato il dibattito con gli utenti divisi tra ammiratori e detrattori impietosi dello stile della First Lady. 

Milano città di single ma anche con quasi seimila famiglie numerose, composte da 6 o più persone. A confermarlo i dati elaborati dall'Anagrafe del Comune, che certifica il netto primato dei nuclei monofamiliari nei primi sette mesi del 2018: sono infatti oltre 400mila, più del doppio delle coppie, che si fermano a quota 163mila, mentre 92mila sono le famiglie composte da tre persone.

Sulle 745 mila famiglie presenti in città, però, ci sono anche più di quattromila famiglie composte da 6 persone, più di mille ne contano 7, seguite da 341 nuclei con 8 familiari, 123 da 9 e due famiglie che contano rispettivamente 16 e 17 membri. Chi si sposa continua a preferire il rito civile (1.260) rispetto al matrimonio religioso (533): l'età media della sposa italiana è di circa 40 anni, 44 per lo sposo italiano, mentre gli stranieri si sposano mediamente intorno ai 35 anni.

Come per lo scorso anno, il cognome femminile più diffuso è Rossi (2.233 signore), mentre i signori Hu sono 2.398 superando i Colombo (1.567 uomini e 1.882 donne), i Brambilla (661 uomini e 747 donne), i Fumagalli (470 uomini e 521 donne) e i Beretta (433 uomini e 543 donne).

In città si festeggia l'arrivo di 5.558 nuovi nati. Tra i 4.081 piccoli italiani i nomi più diffusi sono Leonardo (111), Edoardo (82), Riccardo (78), Lorenzo e Alessandro (72) per i maschietti, Giulia (82), Sofia (75), Beatrice (71), Alice (64) e Matilde (63) per le femminucce. Tra i 1.477 bambini stranieri, Mohamed (24) e Sofia (16) guidano la classifica. Al secondo posto Adam (21) e Alessia (13), al terzo Ahmed (16) e Sara (12).

"In Italia da sempre è tutto incentrato sulla teatralità: labbra rosse audaci negli anni e complicati fermagli anni '10, pesanti sopracciglia negli anni '20. Anche gli anni '40, che hanno visto uno spostamento verso volti puliti e semplici acconciature intrecciate a causa della seconda guerra mondiale, sembravano chic senza sforzarsi troppo", scrive il Time che dedica un video a come è cambiata negli ultimi 100 anni la bellezza italiana, attraverso acconciature e sguardi che lo stile italiano ha insegnato al mondo.

"Uno dei miei preferiti è senza dubbio l'ombretto verde intenso ispirato a Missoni e il labbro arancione degli anni '70 che ha riportato il colore nell'Europa del dopoguerra (senza dimenticare i capelli selvaggi)".  "Lo sguardo che voglio ricreare adesso?", scrive l'autrice. "Quel glamour anni '80 come quello di Versace". È quello il canone del classico. Ancora una volta dettato dallo stile italiano. 

Instagram ormai è diventato terreno fertile per chi, tante ragazze soprattutto, sogna di diventare la nuova Chiara Ferragni. L’influencer ormai è il lavoro del futuro, considerato perfetto per chiunque si interessi di moda o più in generale di costume. Ma in cosa consiste esattamente questo lavoro? E come può la passione per sfilate, nuove uscite, prodotti di bellezza vari, diventare attraverso video-selfie fatti da casa col nostro smartphone, un vero e proprio mestiere, anche molto ben retribuito in certi casi?

A spiegarlo da ottobre ci penserà l’Università Autonoma di Madrid (UAM), che ha istituito il primo corso al mondo per diventare influencer. Si chiamerà Intelligence Influencers: Fashion and Beauty e a dispetto dell’apparente frivolezza in realtà trattasi di un corso che pone le sue basi da un ragionamento ben definito e molto solido. La presentazione del corso infatti parla dello sviluppo di quella che in Spagna chiamano “inteligencia económica”, un genere di intelligenza che in questo momento risulta ancora più fondamentale saper maneggiare considerati i ritmi, sempre come spiega la presentazione del corso, con i quali si corre nel campo del mercato digitale.

Un mercato che necessita inevitabilmente di mediatori (influencer appunto) che, canalizzino il messaggio, che rendano chiare e accessibili le sempre più innovative tecnologie in vari campi del mercato, dalle automobili al settore farmaceutico, dal turismo a, naturalmente, moda e bellezza. Secondo un rapporto appena pubblicato infatti, gli influencer sono stati definiti “la nuova narrativa di marchi e aziende”, talmente importanti da sostituirne ormai di fatto le voci sul mercato.

Una rivoluzione drastica e fino a qualche anno fa impensabile. Nonostante ciò questa nuova forma di narrazione risulta ancora, per certi versi, piuttosto improvvisata, dedita ad errori umani derivanti da una non preparazione accademica, da oggi disponibile.

Se pensavate allora che diventare novelle Huda Kattan, influencer da 18mila euro a post, fosse una passeggiata e bastasse buttare un occhio alle mode ed uno ai social, vi sbagliavate di grosso. Per rendere redditizia la vostra presenza sui social vi toccherà prendervi una laurea specifica e questo corso sembra fatto apposta per voi. Per iscriversi bisogna essere maggiorenni, essere in possesso di un account Instagram o Youtube e vietato entrare in aula senza avere con sé un tablet o uno smartphone.

Le lezioni, chiaramente, potranno essere seguite anche tramite il web, ma solo per uditori, la presenza al corso infatti è obbligatoria. La direzione, solo onoraria, del corso è stata affidata alla stilista Ágatha Ruiz de la Prada, a presiedere i corsi ci saranno invece Manuel de Juan Espinosa (professore dell'UAM e direttore di La_SEI) e Manel Torrents Condeminas (CEO di IBIZA FASHION WEEK e partner di MIAMI FASHION WEEK, produttore di TV, cinema e teatro). Via alle lezioni dunque, che vanno da Fashion & Beauty Intelligence o Economic Intelligence applicata alla moda a Opinion leader: qualità di leadership, etica personale e responsabilità sociale, da La struttura di Fashion Influencer – Moda, styling e tendenze a Personal Branding – Creazione del marchio personale sulla rete, e poi ancora Psicologia della moda, Il lato oscuro della comunicazione: stress, troll e hater, Laboratorio di creatività e anche un corso su come Monetizzare il tuo marchio.

Diciotto corsi in tutto per la professione del futuro, iscrizioni aperte fino al 18 ottobre, una laurea per diventare famosi, per influenzare i vostri follower, per guidarli nei labirinti del mercato. Perché da oggi essere belli e sposare Fedez non basterà più. 

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