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Il ricordo più gettonato delle vacanze è il ‘food selfie’ con poco meno di un italiano su quattro (23%) che posta sempre o spesso agli amici e conoscenti o sui social fotografie dei prodotti tipici scoperti, dei piatti consumati fuori casa o preparati in cucina durante le vacanze estive. È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè divulgata in occasione del primo controesodo dell’estate degli italiani che portano con se il ricordo delle vacanze.

L’autoscatto alimentare – sottolinea la Coldiretti – è una passione che contagia in vacanza spesso il 15% è regolarmente il 8% dei turisti che non si limitano alle tradizionali fotografie dei luoghi e dei nuovi amici incontrati. Si tratta di una testimonianza del valore della cultura del cibo che si è affermata come momento di socializzazione sul web nel momento delle vacanze che si traduce – continua la Coldiretti – in vere e proprie sfide del gusto a colpi di immagini dell’ultima prelibatezza sfornata o del piatto curioso ordinato in vacanza che viaggiano in rete e diventano oggetto di animate discussioni tra parenti e amici.

Particolare attenzione viene riposto sulla presentazione dei piatti ma tra gli elementi di successo dello scatto c’è soprattutto – precisa la Coldiretti – l’impiego di ingredienti ricercati legati al territorio meglio se acquistati direttamente dal contadino. Anche nel tempo della rete il cibo si conferma come il vero valore aggiunto della vacanza in Italia che leader mondiale del turismo enogastronomico potendo contare sull’agricoltura più green d’Europa di 5155 specialità sono ottenute secondo regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni censite dalle Regioni, 297 specialitaà Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, la leadership nel biologico con oltre 60 mila aziende agricole biologiche, la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (ogm), 23 mila agriturismi che conservano da generazioni i segreti della cucina contadina, 10 mila agricoltori in vendita diretta con Campagna Amica e le numerose iniziative di valorizzazione, dalle sagre alle strade del vino.

Andar per alberghi. E annesse terrazze. Per aperitivi. Nell’ora giusta, quella del tramonto. E del ponentino. Che ancora spira, quando spira. È ormai una tendenza sempre più in voga. Specie d’estate. Che per Roma significa spingersi fin verso ottobre inoltrato. Per ritrovarsi sulla terrazza di un grande albergo romano, in compagnia dei propri amici. Non è solo un’esperienza da fare ma una pratica da attuare e rendere seriale. E naturalmente serale. Quotidianamente. Al di là e ben oltre il solito “baretto” livello strada e fronte auto. Puntare in alto, dove la vista è più larga. E panoramica ed insieme anche uno stile di vita, per chi ambisce ad orizzonti più vasti. A 180 ma anche a 360 gradi, più spesso. Rifugi necessari in una città di fatto internazionale e per sentirsi cittadini del mondo in una Roma in quest’epoca nonostante tutto pur sempre “caput mundi”.

Perché l’ora dell’aperitivo a Roma è ormai un rito. Di socialità e, al tempo stesso, di intimità. Fatta di chiacchiere e incontri. Una pausa che spezza la giornata, di ritorno dal lavoro, ma anche dal caldo assillante. Un’occasione per stare all’aperto e riprendere le relazioni di sempre, ora che le vacanze stanno quasi per finire. Un aperitivo dall’alto. Con sguardo panoramico sulla Città Eterna o su scorci di essa. Perché è la terrazza il segno distintivo della Capitale. Come nell’omonimo film di Ettore Scola, anno 1980. O nella Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. Tutto il fermento si consuma in quei metri quadrati. Ed è tornato molto di moda frequentarle. E non solo quelle private, rituale mai decaduto negli anni, ma soprattutto quelle degli alberghi.

Come la terrazza dell’Hussler a Trinità dei Monti, sopra la scalinata di Piazza di Spagna, centro storico che più centro non si può. Hotel di lusso, sguardo lungo via Condotti e poi a perdersi nello skyline romano sopra i tetti a incrociare gli occhi con un dirimpettaio lontano, che domina Roma dalla vetta di Monte Mario, e cioè l’Hotel Rome Cavalieri di via Cadlolo, già Hilton, dove vive e pulsa anche il ristorante La Pergola del rigoroso, nel suo essere perfettamente teutonico, chef Heinz Beck, tre stelle Michelin, l’unico a poterle vantare in città. E definita anche come la “miglior terrazza” di Roma.

Un’altra terrazza affascinane nella sua modernità, con piscina a filo, è quella del Radisson Blu Es Hotel di via Filippo Turati 171, quartiere Esquilino, etnico quanto basta, panorama assai diverso con sguardo sugli scambi e i binari dei treni della Stazione Termini, sulla quale quasi s’affaccia, e – nelle giornate limpide – sulla corona dei colli e delle montagne che circondano la Capitale, con vista a grand’angolo e circolare. Ma ritornando nel centro di Roma, con veduta più raccolta sui tetti della Roma Rinascimentale, c’è la terrazza del Grand Hotel de la Minerve, sull’omonima piazza, con vista sulla cupola del Pantheon e di una Roma un po’ consunta, sdrucita ma struggente quanto romantica.

In zona via Veneto, di terrazze ve n’è più d’una. Come il rooftop del Grand Hotel Via Veneto la strada della Dolce vita felliniana e non soltanto oppure la Terrazza dell’Hotel Eden di via Ludovisi, che è anche un ristorante a stella Michelin, colpo d’occhio altamente scenografico sull’Altare della Patria di piazza Venezia. Oppure, ancora, la terra del ristorante Mirabelle all’interno dell’Hotel Splendide Royal che lo ospita, molto amato dai romani in particolare proprio per l’aperitivo.

E se ci vogliamo invece allontanare dal centro, non bisogna mancare l’appuntamento con Il Fungo dell’Eur, quartiere moderno e storico insieme con i suoi edifici che sono un esempio dell’architettura razionalista, tornato in auge di recente, che si trova al quattordicesimo piano di quella che resta la costruzione più alta e anomala della Capitale. Aperitivi ad alta quota, anche alcolica. Qui si co una vista su Roma spettacolare, che spazia sulla città intera e dai monti al mare. 

Schiacciare un pisolino nel pomeriggio è una buona abitudine. Ricarica la mente, il fisico e produce effetti positivi sull’economia. Lo hanno capito le molte aziende in Spagna, Cina e Giappone che concedono ai propri dipendenti una pausa sonnellino di metà giornata, mentre negli Stati Uniti, in Italia e in molte altre nazioni il riposo sul posto di lavoro viene visto come una perdita di tempo. Ma secondo i ricercatori è tutt’altro che un’abitudine da scansafatiche. Ecco le ragioni, sotto diversi punti di vista:

  • Mentale: un sonnellino di massimo 6 minuti migliora la memoria a lungo termine e aumenta la capacità di ricordare fatti e nozioni. Un riposo di 20-30 minuti migliora le abilità motorie (incluso il digitare tasti) e la prontezza, mentre 30–60 aumentano le capacità decisionali. La NASA ha scoperto che un pisolino di 40 minuti migliora le prestazioni del 34% nei piloti militari e negli astronauti.
  • Fisico: anche il corpo beneficia di un riposo pomeridiano. Gli studi hanno mostrato che chi si concede sonni ristoratori ha un livello più basso di citochine (un’alta concentrazione può danneggiare gli organi) e di noradrenalina (che può causare ipertensione, ansia e tachicardia)
  • Economico: secondo la rivista Wilson Quarterly, uno studio del 2011 ha dimostrato che la mancanza di sonno, e l’esaurimento che ne consegue inevitabilmente, costano 63,2 miliardi di dollari all’anno in termini di perdita di produttività, mentre nel mondo vengono spesi 70 miliardi in prodotti che favoriscono il sonno. Altri studi dimostrano che un rapido pisolino di 20-30 minuti aumenta le prestazioni del lavoro fino al 34% grazie a una riduzione dello stress, una maggiore attenzione ai dettagli e migliori capacità cognitive. I sonnellini portano inoltre a decisioni meno impulsive e a una maggiore tolleranza alla frustrazione.

Hanno ragione dunque i cultori della siesta che, al contrario di quello che si pensa, non è affatto legata al dolce far niente. Secondo Juan José Ortega, esperto di sonno e vice presidente della Società Spagnola di Sonno, la parola “siesta” deriva dal latino sexta: “I romani si fermavano per mangiare e riposare alla sesta ora del giorno. Se teniamo presente che dividevano i periodi di luce in 12 ore, la sesta ora corrisponde in Spagna al periodo tra le 13:00 e le 15:00, a seconda della stagione”.

Ma in che modo questa pratica è diventata così diffusa nella cultura spagnola? “In una parola, guerra”, osserva Quartz. “Dopo la guerra civile spagnola alla fine degli anni ’30, molte persone hanno svolto due lavori per sostenere le loro famiglie. La pausa di due ore era perfettamente situata per consentire ai lavoratori di tornare a casa e prendere una breve pausa tra i turni, mangiare un pasto, fare un pisolino e trascorrere del tempo con la famiglia”. Ma oggi l’abitudine potrebbe essere agli sgoccioli: “il 60% degli spagnoli afferma di non fare mai la siesta, forse perché l’elevata disoccupazione spinge i lavoratori a impegnarsi di continuo come i loro capi che lavorano molte ore”.

Non tutti, mettono i  guardia i ricercatori, possono concedersi il lusso della pennichella: secondo Michael Perlis, Assistant Director del laboratorio di ricerca sul sonno dell’Università di Rochester, chi soffre di insonnia o depressione “farebbe meglio a evitare per non peggiorare i sintomi”.

Siamo cresciuti evitando la noia. Ci hanno spronato a giocare, a divertirci, a studiare, a coltivare hobby, a impegnarci in qualcosa. Qualsiasi cosa. Tutto fuorché abbandonarsi alla noia. Eppure annoiarsi fa bene. Lo dicono gli scienziati che oggi riabilitano il contrastatissimo sentimento con studi su studi, i quali sostengono che chi si arrende alla noia aumenta la propria creatività e reprime i sentimenti aggressivi.

Non solo. La noia può rappresentare un importante campanello d’allarme che ci indica che abbiamo bisogno di un cambiamento. Certo, non bisogna esagerare e scadere nell’inettitudine, ma una giusta dose di noia è una buona cosa. Lo sapeva bene Giacomo Leopardi che la definiva “il più sublime dei sentimenti umani”. Quello che nessuno sapeva fino a poco tempo fa, però, è che la noia sarebbe diventata un vero e proprio business.

Nel 2017, il New York Times ha osservato che la noia stava vivendo “un momento letterario”. Secondo Quartz, nel database dell’Istituto Nazionale di Sanità si contano 7.138 studi relativi a questo tema. I titoli più in vista di libri e studi scientifici riportati nel 2019 da Google sono 12.300.  L’interesse per la noia sembra strettamente collegato alla cultura tecnologica. Possiamo fare acquisti 24 ore su 24, e viviamo bombardati da social media e intrattenimento in streaming. L’informazione è ovunque. Il messaggio sembra chiaro: non dobbiamo più annoiarci. Eppure, un americano in media si annoia 131 giorni in un anno, mentre un bimbo pronuncia 4 volte al giorno la frase “Mi annoio”.  Ma è davvero un male?

Uno studio della Australian National University, pubblicato nel marzo 2019 sulla rivista Academy of Management, ha esaminato gli effetti della noia sulla generazione di idee e sulle emozioni negative come rabbia e frustrazione. I ricercatori hanno osservato come la noia aumenti la creatività e la produttività. Non fare nulla ci orienta verso ciò che è già intorno a noi, che a sua volta ci ri-orienta. La nostra stessa idea di produttività, osserva Quartz, si basa sull’idea di produrre qualcosa di nuovo, mentre non tendiamo a vedere la manutenzione e la cura come produttive allo stesso modo”.

Ma come ci si annoia nel modo giusto? Come fanno gli olandesi. Il consiglio arriva da Stuart Heritage, del Guardian: “Smetti di fare tutto adesso. Congratulazioni, hai appena fatto un niksen”. Si tratta di una parola olandese che significa letteralmente “non fare nulla o essere ozioso”. Consiste nell’operare su di sé un rilassamento mentale e abbandonarsi a digressioni fantasiose, il dolce far nulla si può tradurre in guardare fuori dalla finestra e rimanere in contemplazione, ascoltare della musica a letto o ancora passare un fine settimana lontano dalla tecnologia. Ma in generale, allontanarsi da ciò che si fa nella quotidianità.

Il far nulla olandese, sottolinea il sito Green me, non significa rimanere come automi fermi immobili, ma piuttosto ricrearsi un angolino durante la giornata in cui lasciare fuori le preoccupazioni e spezzare la routine. Quest’arte però non si impara dall’oggi al domani, perché pochi sanno apprezzare realmente il significato del non far niente. Questo succede perché siamo abituati a vedere il far niente come un aspetto negativo che fa rima con apatia, depressione, al contrario va visto in chiave positiva come qualcosa che riesce a migliorare la qualità della nostra vita.

Diverso è il caso dei bambini: Un bimbo annoiato presto o tardi vorrà fare qualcosa. Colorare, costruire, distruggere. Tutte attività strettamente collegate alla creatività. Ma il successo o meno dell’impresa dipenderà molto dai genitori. Mamma e papà hanno un ruolo, che è quello di capire che le soluzioni o le proposte veloci e pre-confezionate non funzionano. E, soprattutto, che la creatività richiede spazio, tempo, materiali e la possibilità di combinare pasticci (entro certi limiti).

C’era un tempo, negli anni ’70, in cui i messaggi alla Central Intelligence Agency, a Langley, in Virginia, venivano trasmessi con un complesso e modernissimo sistema di posta interno alimentato ad aria, realizzato con tubi che correvano lungo tutte le pareti (si usava anche in molte redazioni di giornali per far arrivare gli articoli in tipografia). Poi negli anni ’80, il sistema fu smantellato per far posto a metodi più avanzati. Anni dopo negli uffici è arrivato l’intranet e, infine, le email, entrambi definiti asincroni.

Secondo gli specialisti della comunicazione, un’interazione è sincrona quando tutte le parti partecipano contemporaneamente, mentre si trovano nella stessa stanza, o anche per telefono. La comunicazione è asincrona, invece, quando non richiede la presenza del destinatario.

Per gran parte della storia, sul posto di lavoro – osserva il New Yorker – la collaborazione tra colleghi è stata sincrona. Oggi non lo è e l’email è la massima espressione di questa nuova filosofia del lavoro. Non solo, secondo Gloria Mark, professore della University of California, la posta elettronica fa da spartiacque tra il lavoro prima e post email. Su questo tema la Mark ha condotto uno studio scoprendo che prima dell’avvento della posta elettronica un lavoratore trascorreva il 40% del suo tempo in riunioni e il 20% a fare lavoro di desk.

Oggi le percentuali sono invertite. Con l’invenzione della comunicazione asincrona, le persone hanno sostituito gran parte dell’interazione che producevano di persona con la messaggistica. Secondo la società di ricerche tecnologiche Radicati Group, ogni giorno vengono inviati e ricevuti più di 128 miliardi di email di lavoro. 

Con la completa conquista dell’ufficio da parte delle email, i ricercatori hanno iniziato a chiedersi quale dei due sistemi di comunicazione (sincroni e asincroni) fosse il migliore. E la conclusione cui sono arrivati è esattamente l’opposto di quel che si pensa. Per gli scienziati un sistema sincrono (non solo orale, ma anche basato su macchine che però devono lavorare contemporaneamente) è superiore.

Negli anni ’90 la Nasa aveva messo a punto un sistema basato su più computer. Ma questi sistemi sincroni erano costosi da costruire. Richiedevano hardware personalizzati o software speciali. Insomma, la sincronia era il modo più veloce per comunicare, ma realizzarla richiedeva uno sforzo.

Non c’è nulla di intrinsecamente negativo nell’email come strumento. In situazioni in cui la comunicazione asincrona è chiaramente preferibile – trasmettere un annuncio, dire o consegnare un documento – le email sono superiori. Le difficoltà iniziano quando proviamo a intraprendere progetti di collaborazione – pianificazione di eventi, sviluppo di strategie – in modo asincrono. In questi casi, la comunicazione diventa interminabile.

Sia l’esperienza sul posto di lavoro che la teoria dei sistemi dimostrano che, per un coordinamento non banale, la sincronia di solito funziona meglio. Ciò non significa che dovremmo tornare indietro nel tempo, ricreando il posto di lavoro della metà del secolo, con i telefoni che squillano all’infinito. La chiave è sempre il compromesso. “Di recente – scrive sul New Yorker il giornalista Cal Newport –  il fondatore e Ceo di una società tecnologica quotata in borsa mi ha detto che trascorre al massimo due o tre ore alla settimana per inviare e ricevere email. Ha sostituito la maggior parte dei messaggi asincroni con il ‘ritmo regolare’ delle riunioni, e ciò gli consente di affrontare efficacemente i problemi in tempo reale”.

La società di sviluppo software Basecamp, invece, consente ai dipendenti di avere degli orari di ufficio come i professore: se devi parlare con un esperto su un determinato argomento, puoi prenotarti per le sue ore di ufficio invece di inviare un’email. “Ottieni la piena e totale attenzione di quella persona”, ha detto Jason Fried, co-fondatore della compagnia e Ceo.

Una cosa è certa: allo stato attuale, nel nostro modo di lavorare qualcosa non va. E’ necessario, spiega il New Yorker, “sviluppare sistemi migliori, che quasi sicuramente implicheranno meno messaggistica ad hoc e un maggiore coordinamento in tempo reale”. Da questo punto di vista, il nostro momento nella storia del lavoro è ingannevole. “Un periodo in cui, presi dalla promessa di asincronicità, abbiamo controllato freneticamente le nostre caselle di posta ogni minuto, sfiniti dal diluvio di messaggi, mentre ci applaudivamo per aver eliminato la necessità parlare faccia a faccia”.

Come ogni estate, con l’avanzare del caldo, si rinnova la lista dei consigli per soffrire il meno possibile. Fondazione Acqua, realtà collegata a Mineracqua associazione che riunisce i produttori delle acque minerali naturali e di sorgente, quest’anno ha redatto un documento con l’aiuto del Prof Fabbri, Coordinatore Scientifico di Fondazione Acqua e Professore associato di endocrinologia all’Università di Roma Tor Vergata, per aiutare le persone su un tema fondamentale come quello dell’idratazione. Ecco le cinque regole da seguire:

  1. Con l’arrivo del caldo estivo e l’aumento delle attività all’aperto, bisogna prestare particolare attenzione a una corretta idratazione per mantenere il benessere e la salute. L’organismo risponde al caldo con l’attivazione della sudorazione, che evaporando cerca di mantenere il corpo fresco ma che comporta anche importanti perdite di acqua e sali. Questo può determinare facile affaticamento, crampi muscolari, difficoltà di concentrazione, bocca secca, lieve costipazione e senso di ‘testa vuota’. Una semplice misurazione del livello di idratazione oltre alla sete è il colore delle urine, se chiare l’idratazione è corretta, se scure e di ridotta quantità è un segnale che il corpo ha bisogno di più acqua ed è necessario bere (anche molto) di più.
  2. Leggere le etichette e scegliere l’acqua che risponde alle proprie esigenze (alternandole, nel tempo, fra loro). Premesso che l’apporto adeguato quotidiano di acqua dalle bevande è pari a 3.0 litri per gli uomini e 2.2 litri per le donne, non va trascurato che l’assunzione giornaliera di acqua varia per singoli e tra gruppi, varia a seconda del peso, dell’età e del livello di attività. Una regola semplice può essere di bere almeno 8 bicchieri di 200 ml d’acqua al giorno. Inoltre, dal momento che le acque minerali sono tante e tutte diverse tra loro, variarle nel corso della giornata può essere utile per rispondere a diverse esigenze del nostro corpo. Le acque che contengono buone quantità di bicarbonato, ad esempio, aiutano la digestione. Quelle più solfate aiutano, invece, a regolare le funzioni intestinali. Le acque fluorate rinforzano i denti e prevengono la carie. Quelle iodate, agevolano il funzionamento della tiroide. Per chi, invece, ha bisogno di espellere liquidi, servono acque minerali diuretiche. Quelle calciche aiutano la crescita delle ossa, la prevenzione dell’osteoporosi e dell’ipertensione. E se c’è significativa presenza di magnesio, ci sono effetti antistress e sul sistema muscolare.
  3. Non aspettare la sete per bere, soprattutto negli anziani che hanno un senso della sete ridotto. Se si fa esercizio fisico e si suda, si devono reintegrare i fluidi e gli elettroliti persi, in particolare sodio e potassio; questo può aumentare la necessità di bere da 1 a 5 litri di acqua in più al giorno, ricca in sali e bicarbonato (superiore a 600 mg/litro) per contrastare l’acidosi lattica.
  4. Preferire l’acqua. Sicuramente il latte, il the, i succhi o le spremute e anche le bevande caffeinate (con moderazione) possono aiutare nell’idratazione. Quello che però l’organismo cerca e preferisce, sin dai nostri antenati, è l’acqua ed è preferibile mantenere l’acqua come fonte di idratazione; questo inoltre consentirà di evitare l’introduzione di zuccheri non necessari. Altre fonti importanti di idratazione aggiuntiva (circa il 20% del totale), particolarmente utili l’estate, sono frutta e verdura e in quantità libera.
  5. Bere anche prima di mangiare. È nota la sensazione di fame del pomeriggio tardi che induce a pensare ‘devo fare uno snack’. Prima di introdurre calorie meglio bere dei sorsi da una bottiglietta d’acqua; spesso, soprattutto l’estate, il cervello confonde la fame con la sete e il solo idratarsi in modo adeguato può placare e ridurre/far scomparire il senso di fame

La top model Naomi Campbell è stata messa alla porta in un albergo del sud della Francia a causa del colore della sua pelle. Lo ha raccontato lei stessa, la Venere nera delle passerelle degli anni ’90, in un’intervista al periodico Paris Match.

“La parola ‘diversità’ è ovunque oggi, ma non era così quando ho iniziato. Ho sempre desiderato che le persone fossero trattate in modo equo, ma non è così sia ovvio. La sfida è permanente”, ha osservato la modella che per anni ha calcato le più importanti passerelle del mondo, Parigi in testa.

“Sono stata di recente in una città nel sud della Francia, mentre era in corso il Festival del cinema di Cannes. Ero stata invitata a un evento che si teneva in un hotel di cui non menzionerò il nome. Il ragazzo all’ingresso ha finto che il posto fosse al completo, ma ha lasciato passare altre persone. Non volevano che io e il mio amico entrassimo a causa del colore della nostra pelle. È per questi incidenti rivoltanti come questo che continuerò a far sentire la mia voce”, ha assicurato la Campbell, che ha citato Azzedine Alaïa, Gianni Versace e Yves Saint Laurent tra le persone che hanno avuto una grandissima influenza sulla sua vita.

E in linea con la sua battaglia per l’affermazione della propria unicità, alle nuove generazioni la supermodella dà solo un consiglio: “Non lasciate mai che qualcuno sottostimi il vostro valore. In questo lavoro dovete armarvi di forza e coraggio e avere a fianco i familiari e un buon agente”.

Domanda per gli italiani (maschi) in procinto di partire per le vacanze: ve la sentite di tingervi i capelli di un biondo alla Fedez, mettervi una camicia tempestata di banane o fragole e buttarvi in acqua su un gonfiabile a forma di avocado, adagiati sul buco del nocciolo, che è poi un estraibile pallone marrone con cui giocare in spiaggia?  E se siete donne, ci state a vestirvi in jungle style, leopardata dalla testa ai piedi, tingervi le unghie con lo smalto fluo, mettere i capelli dentro fasce anni Cinquanta e il corpo  sotto abiti rigorosamente lunghi anche se siete alte uno e 50?

Se siete tra quelli che delle mode se ne infischiano procedete pure con le ciabattone di plastica, gli obsoleti tatuaggi tribali e i tacchi 12. Altrimenti pensateci e attrezzatevi perché sono queste le tendenze in vetta al campionato dei tormentoni modaioli dell’estate del 2019, insieme a quelli musicali  e  al ben più serio “plastic free”, tendenza ambientalista da cui sarà difficile sfuggire, da Alassio alle spiagge della Sicilia: a Rimini già vige l’ordinanza che sulle spiagge vieta cannucce, bicchieri e piatti di plastica, la costiera amalfitana si è dotata di un drone che intercetta anche la microplastica e di un robot marino che la raccoglie e su Facebook è già nato il gruppo “Spiagge plastic free”.

Nonostante l’allarme per il pianeta e i moniti di Greta Thunberg gli inquinanti gonfiabili però sopravvivono alla grande, e di riciclarli non se ne parla proprio: presentarsi in spiaggia con il fenicottero o l’unicorno rosa che hanno spopolato nell’estate scorsa sarebbe disdicevole:  potrebbero andare ancora bene a patto di comprarli nella loro versione 2019, ovviamente leopardata o pitonata, mentre il rosa, per chi non ha problemi di scaramanzia, è promosso soltanto per il materassino bara che dopo aver spopolato in California è già arrivato sulle spiagge nostrane: si chiama Pom Pom Floats, l’ha inventato il designer canadese Andrew Greenbaum, è già dotato di account Instagram ed è utilizzabile sia nel mare sia in spiaggia con il coperchio della “bara” per ripararsi dal sole o da vicini di ombrellone invadenti.

Altro gonfiabile “must have”, come bisogna scrivere quando si parla di mode e tormentoni, oltre all’avocado è quello con i dragoni sputafuoco di “Game of Thrones”, serie cult che ha ispirato anche il biondo platino della capigliatura estiva di Fedez, molto Daenerys Targaryen, il personaggio della saga fantasy interpretato da Emilia Clarke.

Un coraggioso colore che tira, considerando i quasi 800 mila “like” incamerati su Instagram dalla prima foto di Fedez con il nuovo look e il fatto che per la stessa sobria tinta abbia optato anche l’altro influencer Mariano Di Vaio. Ma a dettare i tormentoni modaioli c’è anche un’altra serie tv cult, “Stranger things” con il suo inno agli anni Ottanta declinato nei costumi colorati e nelle camicie che sembrano usciti dal “mall” dove si vestono i protagonisti della terza stagione: verde lime e giallo, già dominanti all’orienta-tendenze “Coachella festival” californiano, imperano a Ibiza come a Ostia e qualche coraggiosa li ha adottati pure nei capelli, con ciocche effetto rainbow.

Pare che la capigliatura estiva di quest’anno vada raccolta nelle fasce, impreziosita da fermagli con le scritte sbrilluccicanti (quello originale recita “Gucci”, ma le imitazione con l’inevitabile scritta “love” proliferano). Più sobri saranno sicuramente quelli e quelle che per le vacanze si dirigeranno ad Amorgos, località di tendenza 2019 individuata dai vacanzieri radical-chic che fino all’estate scorsa in Grecia presidiavano Patmos o AntiParos.

Molti milanesi si sono già piazzati nell’isola più lontana e difficile da raggiungere delle Cicladi, pronti a una fascinosa ma scomoda vacanza tra le sue rocce e ad autoflagellarsi affrontando sotto il sole i 267 gradini dell’ “arduo cammino della virtù” che conduce al suggestivo monastero Khozoviotissa, dove i comprensivi monaci accolgono gli esausti turisti con un bicchierino confortante. Lì, come alle Eolie, per essere organici la parola magica è “paglia” da declinare in versione cappelli o borse. Le scarpe trendy sono unicamente le “maiorchine” una volta di nicchia ora decisamente mainstream: nate a Maiorca e migrate un po’ ovunque, pure sulle bancarelle, sono rasoterra, in pelle e filo cerato, spuntate davanti. Unica alternativa concessa: le sneaker bianche, declinabili anche al maschile, che fanno molto Wimbledon. 

Fin qui il look. Ma i tormentoni modaioli dettano legge anche nel cibo e nei drink: pare che lo spritz Hugo a base di prosecco, sciroppo di fiori di sambuco o melissa, seltz e foglie di menta abbia ridimensionato mojito e Moscow mule, mentre cibarsi con le solite insalatone quest’estate sarebbe immensamente triste e retrò. Il “must eat” ora è  il “poke hawaiano”, piatto povero e proteico dei pescatori dell’isola, poi adottato dai surfisti e quindi dai locali californiani, a Ibiza e anche a Milano, dove cominciano a proliferare le “pokerie”: a base di riso, pesce crudo, verdure e salse, chiamato anche “sushi poke”, si presta a varie interpretazioni, mango e avocado compreso. Per chi non tralascia i dettagli, in perfetta sintonia con il nuovo gonfiabile cult.

Se il nostro smartphone non ha più segreti riguardo ciò che può fare e, si sospetta molto presto, nemmeno più limiti, qualche problema riguardo la loro presenza nella nostra vita di tutti i giorni, resta. Lo utilizziamo mentre camminiamo per strada, ci stiamo abituando a guardare il mondo attraverso le sue lenti, ai concerti le torce hanno sostituito gli accendini e riusciamo a farne un utilizzo smodato perfino quando siamo alla guida. Ma come ci dobbiamo comportiamo in spiaggia con il telefono sempre a portata di mano?

Samsung ha deciso in questo senso di intervenire, costituendo, dopo un accurato studio, quello che ha chiamato “Galateophone”, ovvero una serie di semplici regole legate all’utilizzo degli smartphone durante la stagione estiva. Non leggi, consigli, una modalità diversa, più rilassata, di approcciarci a quella che è considerata a tutti gli effetti la nostra personalissima scatola nera, affinché la convivenza tra spiaggia e tecnologia sia del tutto pacifica.

 Il Trend Radar di Samsung ha condotto una ricerca con metodologia WOA (Web Opinion Analysis) su 1.500 giovani compresi tra i 25 e i 35 anni, in una parola i famigerati millenials. Lo smartphone si conferma in assoluto il compagno di viaggio preferito in vacanza (88%), l’oggetto da portare sempre con sé in spiaggia, seguito dal tablet (55%) e dall’e-Reader (44%). I giovani lo portano con sè per restare informati su cosa succede nel mondo (85%), per l’aiuto che può dare durante il viaggio (71%), per scattare foto e video (65%) e per restare in contatto con i familiari (59%).

Le app più cliccate tra un bagno e un altro comunque restano quelle dei social network (85%), ma naturalmente c’è chi lo usa per fare telefonate (77%) e chi per ascoltare la musica (58%). Sempre secondo lo studio, un millennial su tre lo utilizza tra le 5 e le 6 ore al giorno, il 25% arriva addirittura fino a 8 ore. E in vacanza? Sicuramente in maniera diversa che a casa: il 49% infatti dichiara di limitarne l’uso. È più la voglia, rispondono gli intervistati, di godersi le vacanze staccando dal resto del mondo (68%), oppure perché hanno paura di rovinarlo al sole (61%), ma non manca un 51% che cerca di non esagerare per non disturbare gli altri e un 47% che evita di portarlo con sé per paura di dimenticarlo in giro.

Limitarne l’uso, di fatto, significherebbe spegnerlo in spiaggia (41%), lasciarlo a casa quando si è fuori (28%), metterlo in modalità aerea (19%) oppure togliere la connessione internet (12%); ma come possiamo notare le percentuali che riguardano opzioni che comportano l’accantonare l’oggetto per qualche ora si abbassano notevolmente. È a questo punto della storia, una volta preso atto che le nostre cattive abitudini sono diventate ormai una regola, che va composto un Galateo, dare delle coordinate precise affinché ciò che sta diventando sempre più naturale, ovvero una forte dipendenza dagli smartphone, lo sia sempre meno, perlomeno in spiaggia durante l’estate.

Ecco allora arrivare il Galateophone con le sue prime cinque semplici regole:

1 – No alla suoneria alta che infastidisce i vicini di ombrellone, stop agli sms continui e agli squilli: la parola chiave in spiaggia è “silenzioso”;

2 – Stop al vivavoce, esistono gli auricolari, amatissimi dai millennials, che li definiscono l’accessorio più utilizzato proprio al mare (84%);

3 – No a video e musica a tutto volume, canzoni in spiaggia sì, ma solo al tramonto, meglio se con speaker di ultima generazione, altro accessorio amatissimo da un millennial su tre;

4 – Stop gli occhi fissi sul telefono: il paesaggio merita di essere contemplato, per rilassarsi, pensare e, perché no, magari sognare un po’. Ma soprattutto per imprimere le immagini delle vacanze nella propria mente!

5 – Privacy is the key: stop alle videochiamate con il rischio di filmare inavvertitamente il vicino di ombrellone.

Niente di eccezionale in effetti, norme di comportamento che non avrebbero bisogno di essere raccolte e diffuse, ma delle quali, a quanto pare, abbiamo forte necessità. Il Trend Radar di Samsung ha anche analizzato nel dettaglio in che modo i giovani utilizzano lo smartphone in spiaggia. L’89% degli intervistati per scattare foto e video, meglio se sul bagnasciuga (34%), sdraiati sul lettino (29%), sotto l’ombrellone (25%), e anche in acqua (12%).

Il 54% scatta selfie, Il 68% chatta con gli amici, il 61% cerca eventi e ristoranti da provare in vacanza, il 57% ascolta musica e il 53% controlla le mail. Il timore maggiore è che il nostro smartphone si bagni (73%), ma anche che la batteria si scarichi più velocemente (68%) o si surriscaldi (56%), oppure semplicemente di perderlo (51%) o ancora di rovinarlo con la sabbia (47%).

Per il 68% del campione, le più ossessionate dallo smartphone in spiaggia sarebbero le donne contro il 38% degli uomini. “E’ giusto limitare l’uso dello smartphone per una civile convivenza sotto l’ombrellone – commenta la psicologa psicoanalista Raffaella Conconi, coordinatrice del Servizio Tutela Minori di Lecco e provincia –  soprattutto in contesti già sociali come quello della spiaggia, in cui l’uso eccessivo del telefono può limitare i rapporti umani. Non dimentichiamo, inoltre, che il viso incollato sullo schermo o la telefonata in viva voce sono fastidiosi non solo per il vicino di ombrellone, ma anche per chi è in vacanza con noi. Abituiamoci, insomma, all’idea di non avere lo smartphone sempre sott’occhio. Cerchiamo di fare attività variegate, dalla lettura di un libro a una bella passeggiata”.

“Vorrei che il 29 giugno, alla parata del Milano Pride partecipassero in tanti, omosessuali e eterosessuali, perché quest’anno è più importante che mai mandare un messaggio forte contro l’omofobia ma anche contro la xenofobia. La parata rappresenta un simbolo di apertura verso il resto del mondo”. Costantino della Gherardesca, che non si è mai perso un Pride, fa un grande tifo anche se stavolta, per questioni di lavoro, alla parata non potrà esserci: sta preparando la seconda stagione del quiz itinerante di Raidue “Apri e vinci”, il nuovo format per Instagram tv “Un marito per Costa” e sta anche dando gli ultimi ritocchi al suo nuovo libro “La religione del lusso” in uscita in autunno per Rizzoli Lizard. 

Il suo apporto in prima persona alla settimana milanese del Gay Pride, chiarisce all’AGI, è rappresentato dalla replica speciale il 27 giugno, al PAC, il Padiglione d’arte contemporanea milanese, di “The boys in the band (festa per il compleanno del caro amico Harold)” pietra miliare del teatro Lgbt, la prima a tematica gay per il grande pubblico che, scritta dal drammaturgo americano Marc Crowley ha debuttato a New York nel ’68, rimanendo in scena per 1001 repliche.

La versione diretta da Giorgio Bozzo che il conduttore-scrittore (“ho cominciato la mia carriera scrivendo di musica ma non riuscivo neanche a pagarmi l’affitto, per questo mi sono dato alla tv”, scherza ma non troppo)  ha adattato e tradotto, dopo il debutto milanese della tourné a metà giugno, torna a grande richiesta del PAC, che lo ha voluto nell’ambito delle sue iniziative per la Pride week, insieme alla mostra di Anna Maria Maiolino “O amor se faz revolucionàrio”. 

“E un’artista italo-brasiliana che combatte per i diritti civili, contro la censura e la la dittatura. Evidentemente hanno riscontrato una sintonia tra le sue istanze e quelle del movimento Lgbt”, spiega il conduttore-scrittore.   

Sono passati 51 anni dal debutto della pièce e 50 dai moti di Stonewall che segnarono la nascita del movimento di liberazione gay, “The boys in the band” è ancora così attuale?

“Molto attuale, tant’è che  ha ispirato anche un film Netflix, che uscirà all’ inizio del 2020. E’ un testo molto forte e anche cattivo. L’ho scritto con la mia cifra divertita e feroce, gli amici omosessuali protagonisti della commedia sono pieni di nevrosi e, in lotta per farsi accettare, si massacrano. E’ quanto mai contemporaneo, soprattutto nel periodo del Pride, perché la battaglia per i diritti civili è ancora lunga”. 

Lei non ha mai avuto problemi a dichiarare la sua omosessualità, anche il suo coming out è stato così naturale?

 “Non ho avuto grandi problemi perché negli anni clou dell’adolescenza ho avuto la fortuna di vivere in Inghilterra. Era anche il periodo del grande terrore per l’Aids, ma io sono stato molto aiutato dal mio gruppo di amici, e poi avevo già un carattere molto forte, allora. Però oggi purtroppo in Italia ci sono ancora tanti ragazzi fragili che vivono con grande sofferenza il loro scoprirsi gay o transgender. Non dovrebbe essere così, non dovrebbe essercene motivo oggi”.  

Sente spifferi di omofobia?

 “Gli italiani non sono tendenzialmente omofobi, ma oggi bisogna stare attenti alle derive, alle esternazioni violente amplificate dalla tv: i media non dovrebbero essere compiacenti, non dovrebbero porgere il megafono a personaggi pubblici omofobi. Per questo oggi è importante partecipare al Gay pride, con le piume come a Rio de Janeiro o in giacca e cravatta”. 

Le piume non convincono il sottosegretario alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora che ha appena ribadito l’utilità del Pride criticandone però gli eccessi.  

“Una volta la pensavo come lui, ma in questo momento storico sostengo invece che l’importante è esserci, a prescindere dal dress code. Se potessi andarci mi presenterei in maglietta, e con la protezione solare, visti i 40 gradi di una Milano molto inquinata”.  

Lei appartiene a una famiglia aristocratica fiorentina, è nato a Roma ma vive da tempo a Milano. Che ne pensa dell’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026 alla sua città d’adozione, in tandem con Cortina?  

“Sono molto felice. Le Olimpiadi sono un’occasione per far girare i soldi, e quando i soldi circolano va molto bene anche alla cultura”.  

Per la prossima stagione tv c’è molta attesa sulla sua conferma (o sulla sua sostituzione) a “Pechino Express” su Raidue. Si era parlato di un cambio della guardia, a favore di Simona Ventura, che ha già preso il suo posto a The Voice… 

Per saperne qualcosa bisogna aspettare la presentazione dei palinsesti Rai, il 9 luglio. Però non ho sofferto per “The Voice”, l’ho condotto per una sola edizione, non lo considero un programma mio come “Pechino Express”, e l’ho visto anche poco perché lavoravo. Comunque mi è piaciuto il cast. Intanto sono felice però di iniziare a girare in questa settimana, al Sud, la nuova edizione di “Apri e vinci”, il quiz itinerante nelle case degli italiani, in onda nel pomeriggio di Raidue nella prossima stagione: è stata un’idea di Simona Ercolani che lo produce con la sua “Stand by me”, casa di produzione tutta italiana. Nella passata stagione, all’esordio ci saremmo accontentati anche di tre punti in meno di share, invece è andato benissimo”. 

Sta lavorando, per la prima volta, anche a un suo format su Instagram tv…

Si chiama  “Un marito per Costa” ed è già dotato di mail per gli aspiranti coniugi (unmaritopercosta@gmail.com) e della cosiddetta “Call to action” con appelli per trovarmi un partner a cura di Barbara d’Urso, Victoria Cabello, Monica Cirinnà e pure Elsa Fornero. Il format è una mia idea, lo spunto me l’ha dato una ricerca di mercato che anni fa mise in luce che il pubblico mi avrebbe voluto vedere in un dating. Ci sarà una giuria composta da tre miei amici, quindi feroci come me,  che non hanno mai lavorato in tv ma sono molto televisivi. Sono due donne e un uomo e  proporranno, litigando tra loro e difendendo le loro scelte come quelli di X Factor neanche si sognano, i loro candidati che ritengono ideali per me. Io li incontrerò senza mai averli visti prima. Sarà su Instagram nel prossimo autunno, in tre o sei puntate. 

Non le bastava la tv?

“Ho voglia di sperimentare. In tv ormai sono collaudato, mi bastano due riunioni per definire un programma, qui è tutto nuovo, me ne sono servite quaranta per capirci qualcosa”. 

Ma il taglio del programma è solo una trovata social-televisiva o cerca davvero marito? 

“Sono single da un anno e mezzo, un compagno mi manca e sento anche la pressione sociale. Oggi i gay sono un po’ come le donne degli anni Cinquanta, se non si sposano  vengono guardati male. Condivido le battaglie per i diritti civili,  ma mi sento distante dal matrimonio: un compagno  può essere un di più della mia vita, ma non credo che né gay né etero possano realizzarsi sposandosi, attraverso qualcun altro insomma”. 

Ora che ha perso 27 chili sarà pieno di aspiranti fidanzati.

Purtroppo ho ripreso dieci chili da quando ho smesso di fumare. Ma forse, sentimentalmente parlando, è meglio così. Il periodo della mia magrezza è stato quello in cui ho avuto meno successo con gli uomini. Forse percepivano la mia infelicità per l’astinenza dal cibo. Adesso però sono infelice per quella dal fumo. Ho deciso di dire basta al mio pacchetto e mezzo di sigarette giornaliero perché la mia ipocondria e la relativa paura dei danni da me l’hanno imposto. Ma soffro: organizzavo sempre le mie vacanze in posti con alberghi e ristoranti per fumatori. Ho  già una vacanza prepagata in Egitto e mi toccherà soffrire vedendo gli altri fumare”. 

Tornando alla tv, aspettando di sapere cosa ne sarà di lei a  Pechino Express, qual è il suo grande sogno proibito?

 “La conduzione del Festival di Sanremo in coppia con Barbara d’Urso, la musica passerebbe senz’altro in secondo piano. Mi sono appassionato da morire all’affaire Mark Caltagirone. Il “Pratiful” allestito dalla d’Urso è il miglior programma di intrattenimento dell’anno. Pura arte contemporanea”.

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