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Caviale Beluga, Caviale Osietra, Caviale Siberian: ma non siamo in Russia, siamo in Italia. Negli ultimi 40 anni il nostro Paese è stata la culla di vari allevamenti di storioni, pesci poco conosciuti nel nostro territorio anche se presenti fin dall’antichità.

Nelle acque Italiane vivevano in natura tre specie di storione che sono andate scomparendo a causa dell’antropizzazione dei corsi fluviali e l’eccesso di pesca illegale, destino comune in tutto il Mondo dove a causa appunto dell’eccessivo sfruttamento, tali specie ittiche sono state inserite nella Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites) al fine di favorirne la conservazione.

Ma è proprio grazie all’unicità del nostro territorio e alle sue  risorse naturali come l’acqua pura e calda, che nelle zone lombardo-venete l’allevamento dello storione in acquacoltura ha trovato  le condizioni perfette.

“Mentre da noi” spiega Rodolfo Giaveri, fondatore di Caviar Giaveri “grazie a queste risorse inizialmente si allevavano le anguille, in Francia e, precisamente in Aquitaine, con lo scarseggiare del prodotto “selvaggio” nascevano i primi allevamenti di storione per la produzione del caviale, era la loro cultura gastronomica a richiederlo, la tradizione culinaria, crearono anche un vero e proprio consorzio come per lo Champagne, per tutelarne l’origine.

 L’Italia venne subito dopo, nei primi anni ’80 e si affermò rapidamente grazie al grosso vantaggio delle risorse idriche”. In Veneto, infatti, vengono trasformati in quel periodo i possedimenti ittici della Caviar Giaveri nel comune di San Bartolomeo di Breda (in provincia di Treviso), a pochi chilometri da Venezia e diventano allevamenti di storioni specializzati nella  produzione del caviale.

Nasce così un allevamento di storioni di dieci diverse specie, attualmente il parco più vario del mondo, che permette di scegliere tra una ricca varietà di tipi di caviale eco–sostenibile: dal famossisimo Beluga, passando a l’Osietra fino ad arrivare al Sevruga, ce né per tutti i gusti.

Le grandi dimensioni delle vasche all’aperto, che riproducono perfettamente l’habitat naturale, l’utilizzo bilanciato di nutrienti adeguati, l’estrazione delle uova in ambiente protetto e la loro rapidissima conservazione a temperatura controllata, sono tutti aspetti che permettono a Caviar Giaveri di porsi al top nel mondo della produzione del caviale. Ogni esemplare è accudito e seguito in ogni fase della sua crescita ed ogni aspetto è curato minuziosamente per garantire il massimo rispetto dell’equilibrio dell’ecosistema. Passione e pazienza quotidiana caratterizzano Caviar Giaveri, servono, infatti, molti anni per la maturazione del pesce, ciò comporta un ciclo produttivo estremamente lungo, dai 7 ai 15 anni e oltre per fare il caviale, a seconda della specie allevata. 

L’obiettivo è quello di ottenere un prodotto di elevata qualità ed è questo che ha determinato la scelta di lavorare artigianalmente e di confezionare direttamente il caviale seguendo fedelmente la tradizione. La salatura, fase molto delicata segue una ricetta segreta di Caviar Giaveri, il metodo russo malossol (poco sale), la selezione delle uova avviene a mano con assoluto rigore e precisione, come il confezionamento. Il tutto in ambiente controllato e certificato. Un processo meticoloso che si perpetua per mantenere elevati gli standard nel tempo.

Ognuna delle fasi di lavorazione delle uova avviene in un ambiente protetto e controllato, una “camera bianca” con aria pura dove accedono solo le persone autorizzate. Il rigore del processo produttivo è testimoniato dai certificati più autorevoli, come “IFS FOOD” higher level. Nell’ottica del continuo miglioramento, Caviar Giaveri si è certificata in conformità ai più alti standard ed è un marchio votato all’eccellenza, uno stile riconoscibile come la qualità del caviale proposto in diverse selezioni. 

A quarant’anni dall’intuizione di Rodolfo Giaveri, e per merito di tutta la sua famiglia possiamo trovare, alle porte di casa, il cibo preferito degli Zar che non teme confronti con kìestero. Giaveri è sempre stato presente in questo mondo, conosce bene le sue dinamiche a livello mondiale e gioca un ruolo importante, tant’è che partecipa ad un incontro a porte chiuse “unico” che si tiene una volta l’anno tra i più importanti allevatori e produttori di caviale i quali decidono il trend di questo mercato.

Oggi l’Azienda è condotta da Jenny, Giada e Joys Giaveri, 3 giovani imprenditrici che, con grande passione, continuano la tradizione di famiglia a fianco del padre.

Caviar Giaveri esporta in tutto il mondo caviale italiano di alta qualità, i principali Paesi sono Francia, USA, Canada, Brasile, Sud Africa, Oriente (Giappone, Thailandia, Korea, Taiwan, Hong Kong, Indonesia e Malesia), Medio Oriente e Australia. 

In questo anno di pandemia il mercato occidentale e americano è rallentato mentre i mercati in Oriente hanno mantenuto la stessa richiesta, anzi è aumentata perché non potendo più viaggiare, la fascia alta della popolazione acquista i prodotti di eccellenza per consumarli comodamente a casa.  

“La nostra” conclude Jenny Giaveri che si occupa dell’estero “è un’azienda a conduzione familiare dove ricompriamo i ruoli chiave ed è quindi più flessibile e dinamica: il caviale non si spreca, si preferisce produrre meno quantità se necessario e mantenere sempre un elevatissimo standard qualitativo.

 

Uno chef che da un set allestito in una cucina attrezzata mostra come preparare cappelletti e affini, mentre gli invitati, ognuno rigorosamente a casa sua, tutti collegati via Zoom, cucinano pescando gli ingredienti da una  gift box che in omaggio al divieto di assembramenti casalinghi può sfamare non più di quattro persone.

A declinare la tradizione  di pranzi e cene prenatalizie, aziendali in formato digitale, con arte di arrangiarsi 2.0 ci ha pensato Future4 Comunicazione, coraggiosamente fondata durante il primo lockdown e specializzata in comunicazione d’impresa, consulenza strategica e formazione manageriale, dal digitale agli eventi aziendali.

Con soluzioni che puntano a dribblare la crisi da Covid: “In un mercato in profonda trasformazione, il coinvolgimento delle persone interne ed esterne alle aziende passa obbligatoriamente attraverso un ripensamento delle forme di condivisione”  spiega all’Agi Massimo Melis, cofondatore e managing director dell’agenzia che nel  board advisory schiera anche due altri grandi esperti di comunicazione come Giuseppe Coccon e Francesco De Lorenzo.

L’evento natalizio che punta al team building in smart working e di ristoranti chiusi a cena ed è declinabile anche in ambito familiare per riavvicinare i parenti reclusi nelle varie regioni, punta ad esaltare, insieme a convivialità e spirito di gruppo,  pure il made in Italy: “I prodotti delle nostre smart box  sono rigorosamente italiani, abbiamo scelto quelli delle piccole e medie imprese”.

La società  che con il virus ancora incombente punta a  una comunicazione aziendale ibrida, tra eventi in presenza e soluzioni social, a Natale, per chi preferisce soluzioni più veloci e meno impegnativi ha ideato anche a uno ‘Smart Christmas’ , un aperitivo digitale a base di gift box personalizzate piene di parmigiano, salamino, vino rosso , olive per brindisi tra colleghi sempre via Zoom. Con eventi pensati anche per grandi numeri, fino a trecento persone. Tutte collegate per il brindisi condito dall’immancabile e motivante discorso del megadirettore di turno.

In un panorama imprenditoriale affossato e demotivato dal Covid, spicca una storia di successo che sembra studiata per i tempi bui di zone rosse e bar totalmente chiusi o tristemente privati dell’happy hour, ma che invece è stata pensata molto prima, neanche i tre ideatori avessero avuto la classica palla di vetro per predire il futuro.

È quella del brand, tutto made in Italy ‘The Perfect Cocktail”, che propone Long Island, Cosmopolitan and Co in buste monodose dal packaging chic, già miscelate e pronte da bere e dopo aver spopolato negli Stati Uniti ha appena debuttato in Italia con lo slogan “Shakera, apri, versa”. senza dimenticare pure il doveroso “e bevi responsabile” .

L’impresa che senza averlo previsto si è trovata a supplire al divieto di aperitivo nei bar imposto dalle chiusure governative anticoronavirus si distingue anche per un dettaglio anagrafico non da poco: l’idea è di tre milanesi, Gianni Merenda, già esperto di “mixology” con la sua agenzia di eventi e bar show che ha collaborato con i più importanti bartender internazionali e dei fratelli Max e David Razionale che si sono formati nell’azienda di famiglia che progetta articoli promozionali e gadget destinati soprattutto per aziende beverage. I tre non sono millennials né fanno parte della generazione Z, ma avendo rispettivamente 60, 50 e 45 anni stanno dimostrando che le startup vincenti non sono esclusivamente una roba da giovani.

Ma andiamo con ordine: “Quattro anni fa quando abbiamo cominciato a pensare al progetto – spiega all’AGI Gianni Merenda, responsabile della scelta dei miscelati e dello sviluppo dei cocktail – pensavamo a un prodotto da proporre in assenza del bartender di fiducia. Aperitivi da portare  nei viaggi in barca, sui campi da golf, in aereo, in vetta alle montagne e così via”. Detto fatto, è nato ‘The Perfect Cocktail”, conservato in una mini-bag da cento millilitri realizzata con una speciale combinazione di materiali riciclabili. Basta shakerare la mini-bag, aprirla e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio.

L’idea di debuttare prima negli Stati Uniti, dove sono arrivati nel gennaio scorso, poco prima dell’emergenza coronavirus, spiega “è stata dettata dal fatto che gli Usa sono da sempre un grande mercato per gli alcolici, è lì che sono nati gli aperitivi che hanno fatto la storia”.

Prima di sbarcare con un contratto annuale di esclusiva sugli scaffali della catena americana ‘Total wine and more’ dotata di 220 punti vendita, racconta Merenda, per testare il gradimento del prodotto è stato fatto un “blind  test”: “Un gruppo di clienti che contano ha assaggiato i nostri cocktail senza sapere la loro provenienza” spiega. Dopo la degustazione, chiamati ad esprimere il loro voto da zero a 5, si sono espressi con una media del 4,3 per la qualità. “Un successo, seguito da un moto di incredulità quando subito dopo abbiamo proiettato il video che svelava la connotazione dei cocktail”.

Perfezionati da un team che comprende bartender, enologi e chimici e fabbricati in Italia, i cocktail che negli Usa, informa Merenda, stanno registrando un tasso di crescita di oltre il 30 per cento al mese, (“realizziamo dalle 40 mila alle 80 mila minibox al giorno”) in autunno sono approdati anche in Italia con dieci diverse proposte, dal Negroni (il preferito a casa nostra) all’Old fashioned (quello che piace di più agli americani) passando per il Manhattan. Sono esclusi quelli che prevedono le bollicine, incompatibili con la proposta in mini-bag. “In Italia abbiamo cominciato nei grandi alberghi dove però il Covid ci ha fermato e ora ci stiamo muovendo con l’ecommerce e con il perfezionamento di accordi con la grande distribuzione”.

E i prezzi? I cocktail sono venduti in box da cinque mini-bag al costo di 24 euro (4.80 euro a singolo cocktail) e per chi vuole esagerare “o fare un regalo di Natale all’immancabile amico che ha tutto” c’è pure, informa il mini-frigo The Perfect Cocktail con 20 cocktail all’interno, a 295 euro.

 

Il Thanksgiving, la festa più sentita dagli americani, non potrà mai mettere radici in Italia. Ma il suo protagonista indiscusso, il tacchino, qualche chance ce l’ha già. Farcito con le castagne è già presente in alcune cucine regionali come piatto forte delle festività natalizie.

Ma per chi volesse cimentarsi giovedì – il giorno del Ringraziamento – con il pennuto, ecco alcuni consigli della stella Michelin Francesco Apreda, dal 2019 al The Pantheon/Iconic Rome Hotel nella cucina di Idylio by Apreda.

“Ho lavorato da sempre nelle cucine dei grandi hotel e, vista la grande presenza degli americani, il Ringraziamento è un appuntamento fisso del calendario gastronomico. E con esso l’immancabile tacchino”, ha commentato Apreda all’AGI. Non solo: “Mia moglie è americana, alla nostra tavola siedono spesso anche i suoi parenti ed è importante cucinarlo come da tradizione”. Per i palati meno aperti alle contaminazioni invece “ci sono alcune varianti” alle pietanze a stelle e strisce. 

​Prima di mettersi ai fornelli, però, è importante munirsi di un ingrediente indispensabile: la pazienza. Il tacchino infatti necessita di una preparazione e di una cottura lenta. Basti pensare che un tacchino piccolo di 4 chili necessita di una cottura di almeno 2 ore.

“Il tacchino è farcito, quindi partiamo da quello. Per il ripieno usiamo la carne dell’animale stesso, salsicce, pane, uovo e castagne. Queste ultime le arrostiamo, le sgusciamo e le uniamo al composto che introduciamo nel tacchino insieme ad alcuni odori, quali timo e rosmarino, al sale e al pepe”. L’ingrediente in più di Apreda è il tartufo nero, “che non fa parte della tradizione americana, ma ci sta benissimo”.

Il passo successivo è avviare la cottura: “Lo teniamo a 180 gradi. Quando siamo oltre la metà del tempo lo bagnamo con del vino bianco e proseguiamo. Piano piano il vino si asciugherà lasciando un fondo di cottura che servirà dopo. Ma prima che sarà evaporato del tutto controlliamo la cottura con uno spillone: lo inseriamo nella carne e se viene fuori poco succo vuol dire che il tacchino è quasi cotto”. A questo punto, raccomanda lo chef, “alziamo la temperatura al massimo così facciamo arrostire la pelle”.

Non c’è tacchino senza la sua salsa di mirtilli: “Fondamentale. Su ogni fetta di tacchino viene spalmata questa composta che avremo ottenuto unendo la salsa di mirtilli (possiamo comprarla) al fondo di cottura”, spiega Apreda.

“La tradizione vuole poi che il tacchino venga accompagnato con contorni precisi: cavoletti di Bruxelles saltati al burro, fagiolini, purea di zucca, mais”. L’alternativa italiana potrebbe prevedere “purè di patate o castagne saltate in padella”. Il pane, invece, “è rigorosamente di mais”. Come vino “suggerisco un buon rosso, un Barbaresco, magari”.

Infine il dolce della tradizione “che è sempre a base di zucca. Oppure si conclude il pasto con dei biscottini allo zenzero”. La variante addomesticata, suggerisce Apreda, “potrebbe essere una mousse di ricotta con i canditi, accompagnata da salsa con cachi e aceto di mele”. 

AGI – È mancato, ieri, Manlio Armellini, figura storica del Salone del Mobile di Milano, la grande più grande manifestazione del design del mondo, dal 1965 segretario generale e successivamente amministratore delegato di Cosmit. 

“Con Manlio perdiamo un amico – sono le parole di Claudio Luti, presidente del Salone del Mobile.Milano – che con la sua tenacia e competenza ha permesso al Salone del Mobile di raggiungere i successi che tutto il mondo ci riconosce”.

Con lui il Salone è diventato il più importante evento internazionale

Armellini “ha seguito e gestito – continua Luti – accanto agli imprenditori l’evoluzione di una manifestazione che è diventata il più importante evento internazionale non solo per il design, ha attivato progetti culturali che hanno contaminato la città di Milano, ha voluto e creduto nel progetto SaloneSatellite, ha colto i tanti cambiamenti nel tempo rispondendo sempre con soluzioni e innovazioni salvaguardando e rafforzando il marchio Salone che è stata anche la sua casa e la sua vita affiancato dalla moglie Armida. Continuare in questa direzione sarà la nostra migliore dedica a un uomo straordinario che mancherà a tutti noi. Ciao Manlio”.

La carriera ricca di successi e riconoscimenti

Cavaliere di Gran Croce all’Ordine e al Merito della Repubblica Italiana Manlio Armellini nacque a Porto San Giorgio (AP) il 9 ottobre 1937. In quarantanove anni di attività nel settore del mobile (eventi fieristici, pubblicazioni, iniziative culturali) Manlio Armellini, che inizia la sua carriera in Federlegno, organismo di categoria di Confindustria, è presente nel sistema del Salone del Mobile fin dalla sua prima edizione (1961) e ha ricevuto incarichi, benemerenze, premi, attestazioni in campo nazionale e internazionale a motivo dei lusinghieri risultati toccati dalle iniziative da lui promosse e gestite.

Il Salone Internazionale del Mobile che Manlio Armellini fa decollare definitivamente nel 1965 completandone l’offerta commerciale con la presenza delle principali aziende leader del settore arredo-design, sotto la sua guida come Segretario Generale dal 1974 passa dai 97.000 a 207.577 metri quadrati netti di area espositiva e attira da 67.000 a 315.353 operatori professionali, di cui 177.964 esteri provenienti da 154 nazioni. Numerosissimi i premi e i riconoscimenti ricevuti. Dalla medaglia d’oro di Federlegno alla targa d’argento dell’Ente Fiera Milano per i successi raggiunti dal Salone del Mobile. A lui si deve nel dicembre 2007 l’assegnazione a Cosmit dell’Ambrogino d’Oro. (AGI)

Le pantofole con pelliccetta nera intonata ai calzini di Ilary Blasi, la felpa rosa salmone di Chiara Ferragni , i “task pants” (come quelli “cool” chiamano i pantaloni simil-tuta) della regina della moda Anne Wintour, il rito sociale dell’aperitivo anticipato all’ora della merenda o addirittura sostituito con la colazione al bar. Non siamo ancora al “sono già le 10 devo fare pranzo” della gag dell’attore comico Paolo Camilli che su Facebook inscena una telefonata a un ristorante  dove prenota “la cena alle 17 e l’aperitivo alle 16”.

Ma coprifuochi e regole varie anti Covid  dell’Italia multicolor giallo-arancione-rosso, infliggendo un indubbio colpo alla socialità stanno però stimolando nuovi business italici,  concentrati soprattutto sull’homewear o loungewear che dir si voglia e estri personali all’adattamento, con innesti convivial-creativi come il compleanno con invitati a turno appena messo in scena dalla scrittrice Lia Levi.

Per i suoi 89 anni, racconta all’Agi, in obbedienza alla raccomandazione governativa di limitare gli inviti casalinghi, ha convocato due persone ogni ora: “Per maggiore prudenza rispetto al contagio, quando è stato il turno dei miei nipotini in età scolastica ho preferito incontrarli all’aperto, sotto casa, anziché riceverli al chiuso, e così il mio è stato anche un compleanno in ascensore e in mascherina, sicuramente memorabile” scherza la scrittrice che ha aggiunto un tassello ai nuovi riti sociali escogitati da adulti e soprattutto giovani. Fatti di riscoperta della merenda, di diciottesimi tristemente declinati in inviti a pranzo “con tre tavoli da quattro amici, tutti tamponati dopo la positività di uno della loro cerchia”, come chiarisce Paola Troncarelli, madre di due ragazzi, e anche, come racconta ad Agi Barbara Mattei, madre di una sedicenne, dallo sfrondamento della cerchia degli amici a favore di una o due prescelte promosse a congiunte, “per dormire in tranquillità a casa dell’una o dell’altra” . Ovviamente dotate di tute e pigiami modaioli che non sfigurino sull’inevitabile reportage Instagram o Facebook.

Che l’abbigliamento da casa e quello sportivo sarebbero state le due principali tendenze autunnali l’avevano già previsto a fine estate gli analisti di  Retviews, prendendo in esame i prodotti  online in Francia, Italia e Germania di quindici brand  e anticipando il dominio di felpe e cardigan, meglio se in tessuti ecologici, incentrati sui colori marrone, terracotta, castagno, rosa polvere e beige, tanto per sottolineare il mood depressivo..

La seconda ondata, con la chiusura di bar e ristoranti alle 18 e il nuovo avvento dello smart working ha fatto il resto, archiviando look ricercati, outfit eleganti ma anche pigiama e tute impresentabili e spesso infarinate sfoggiate nel primo lockdown, quando non c’era stato il tempo per rinnovare il look da casa. Oggi spopolano invece  le linee dedicate, come la “Comfy”  di Mango, un nome e un programma a base di  pantaloni e maglie larghe, e prodotti di lusso come tute di cashmere o pantaloni larghi piumati stile boa da star hollywoodiane.

E ancora gli Ugg, gli iconici stivali piatti che incredibilmente tanto piacciono alle celebrities declinati in pantofole di pelliccia, alla pari dei sandali Birkenstock, mentre il marchio Leslipper propone  pantofole di velluto con profili in raso a contrasto, una roba in stile  Flavio Briatore insomma. Ma, trovate di lusso a parte, basta farsi un giro nei mercatini rionali per accorgersi che i banchi dove ci assembra pericolosamente di più sono quelli che vendono pantofole, morbide vestaglie di ciniglia e tute varie, e anche quelli che smerciano lenzuola e piumini. Si cerca di abbellire insomma il contenuto (noi) e il contenitore (la casa) come conferma all’Agi la direttrice di Caleffi, tra i negozi  con più clienti di Castel Romano Outlet in questo momento storico-sanitario: “Assistiamo a una ricerca del fashion casalingo, comprano piumini per il letto, lenzuola, asciugamani e accappatoi- analizza – dovendo trascorrere per forza più tempo a casa si sente l’esigenza di svecchiarla”.

Riguardo al rifacimento del look personale casalingo, la psicoterapeuta Marinella Cozzolino spiega all’Agi  che si tratta di un’esigenza innescata dal primo lockdown, quando ci siamo resi conto di non essere sempre così presentabili nei collegamenti Zoom: “Adesso è diventata una pratica per noi stessi, che noi psicoterapeuti incoraggiamo, perché vedersi con qualcosa di pratico ma carino indosso e anche magari con un filo di rossetto aiuta le difese immunitarie, mentre trovarsi davanti allo specchio spettinati e trasandati ci fa sentire in qualche modo malati anche se non lo siamo”.

Il look accurato, sottolinea, aiuta anche a dare la giusta importanza al lavoro che svolgiamo in smart working (“Non a caso molte scuole private impongono la divisa anche agli allievi in didattica a distanza”) e chiarisce non è solo un’esigenza femminile: “Mio marito vende abbigliamento maschile e mi racconta che ultimamente sono tanti gli uomini che chiedono “una tuta che non sembri una tuta”. Era ora.

Di cosa sono fatti gli abiti che indossiamo ogni giorno, cosa sono le fibre e come sono tinte e trattate per diventare un tessuto, quali le tecnologie e i processi  utilizzati affinché dalla fibra si arrivi al capo finito! ?

Il manuale “Tecnologia. Innovazione. Sostenibilità.  Conoscere i materiali tessili”,  tratta con semplicità tutti questi argomenti cercando di far chiarezza in una materia assai complessa e in continua evoluzione.

Nel primo volume del manuale, pubblicato lo scorso anno, Paola Ungaro aveva descritto i processi che dalle fibre conducono alla realizzazione dei filati e quindi dei tessuti, dando conto di come una tecnica millenaria si sia nel tempo evoluta e affinata sino ai giorni nostri. È uscito ora il secondo con cui l’autrice conclude il percorso illustrando in dettaglio le lavorazioni effettuate e le tecnologie utilizzate sui filati e sui tessuti allo scopo di trasformarli in capi di abbigliamento.

Tecniche di tintura e di stampa, coloranti naturali e coloranti sintetici,  stampa digitale, stampa laser,  abiti stampati in 3D,  tessuti riciclabili, upcycling, certificazioni tessili; sono questi alcuni degli argomenti trattati nel nuovo volume, con uno sguardo sempre attento alle innovazioni più recenti e al tema della  sostenibilità.

Avvalendosi di una lunga esperienza sul campo come fashion designer e come docente di “tecnologia dei materiali tessili” e utilizzando un linguaggio semplice e comprensibile anche ai profani della materia, l’autrice descrive in dettaglio le varie tipologie tessili e le tecniche utilizzate per i finissaggi di tintura e di stampa, soffermandosi poi sulle  certificazioni  tessili, la cui conoscenza è indispensabile per decodificare e scegliere scientemente i prodotti e i materiali, e introducendo infine le tecniche di finissaggio “in capo”, come per esempio,  la “tintura in capo”, cioè quei trattamenti che vengono realizzati direttamente sui capi già confezionati,  la cui storia come quella dello “stone washed” ha caratterizzato, negli anni ’70, in “made in Italy” .

Approfondimenti sulla sostenibilità, sull’innovazione e sugli “smart textile” offrono ai lettori interessati e in particolare agli studenti, novelli  “eco-fashion designer”, una panoramica aggiornata dei più recenti sviluppi del settore e delle sue prospettive.

Il volume è impreziosito da numerose immagini che consentono un’immediata rappresentazione della materia trattata, agevolandone la comprensione, e si chiude con un’ampia bibliografia e sitografia a supporto di chi voglia approfondire gli argomenti.

“Tecnologia. Innovazione. Sostenibilità.  Conoscere i materiali tessili 2” si rivolge certamente alla platea di studenti delle Accademie e delle Università di Moda, che si devono confrontare con una materia in costante evoluzione, ma anche ad un più ampio pubblico che voglia acquisire conoscenze di base sui materiali che indossiamo ogni giorno.

AGI – Le buone maniere contano. Eccome.  L’educazione e la gentilezza sono determinanti nella scelta di un’azienda o di un professionista e a sostenerlo, secondo una ricerca compiuta dalla società di marketing Deraweb, è buona parte delle più di mille partite IVA che hanno risposto a un questionario per stabilire quali sono gli indicatori più importanti nella scelta di un erogatore di servizi.

“Oltre al prevedibile ‘affidabilità del partner in termini di servizio e solvibilità’  ( 38%) – spiega Fabio De Lucia, direttore marketing & Co-Founder Deraweb – i gradini più alti del podio sono stati ricoperti da aspetti legati alla gentilezza e all’educazione (46%).

Per il 16% conta poi la presenza sul proprio territorio. Quasi la totalità degli intervistati, ha affermato che le buone maniere e la cordialità sono determinanti nella scelta di un’azienda o di un professionista. “Soprattutto oggi, vivendo in una società estremamente individualista, egocentrica e poco avvezza ai principi basilari del vivere comune, la gentilezza e il garbo se realmente autentici, possono diventare degli alleati utilissimi nel mondo degli affari” dice De Lucia, “Non bisogna mai dimenticare che prima di essere dei professionisti siamo delle persone, mossi da dinamiche empatiche ed emotive. Oltretutto l’educazione nell’ascolto di un cliente è una forma di assoluto rispetto, attenzione e considerazione. Elementi psicologici, questi, che portano il cliente a sviluppare una percezione di reciproca condivisione, lealtà e fiducia”.

Anche in caso di comunicazione digitale, le relazioni sono sempre interconnessioni tra individui che sono al tempo stesso persone e professionisti, reagendo in modo diverso allo stesso messaggio se posto in modo perentorio o garbato. 

“Molto spesso” prosegue De Lucia “capita di leggere delle mail prive di un semplicissimo ‘buongiorno’, ‘buonasera’, ‘grazie’ o ‘cordiali saluti’ così come altrettanto spesso non si riceve alcuna risposta a un messaggio mail o su whatsapp. Per non parlare dell’importanza delle risposte che si danno sui social network dove fin troppo spesso albergano ingiustificabili manifestazioni di arroganza, presunzione o aggressività. È determinante legare ogni singolo processo comunicativo (azienda – cliente) secondo dei processi di garbo. Per questo motivo ogni azienda, micro, piccola, media o grande che sia o ogni libero professionista, dovrebbe settare il proprio impianto digitale (sito web, social network, mailing) e il proprio personale in azienda verso una forma mentis equilibrata e civile in modo da evocare al cliente finale o potenziale, un’esperienza positiva e rassicurante”. 

E quindi, quando vengono meno gli elementi della comunicazione fisica, come il linguaggio del corpo, della mimica facciale o del tono della voce, dovremmo essere persuasivi utilizzando altri aspetti del linguaggio. 

“E’ altrettanto determinante non sottovalutare l’importanza del tono della voce perché è uno strumento potentissimo nella comunicazione e nel raggiungimento di un accordo professionale. Molti venditori, purtroppo, perdono delle vendite non appena aprono bocca così come molte discussioni avvengono perché i toni sono sbagliati. Questo accade perché sottovalutano l’importanza dell’empatia e della cordialità. Per fare in modo che ogni azienda cresca c’è la necessità che esista una grande preparazione professionale e umana, esteriorizzate in ogni forma comunicativa, digitale e non” convclude De Lucia.

AGI – Nel 2019 c’è stato un boom del consumo di proteine, anche se quello di fibre è in crescita (+6,3%) mentre continua l’attenzione del consumatore verso la riduzione degli zuccheri.

Sono alcune delle tendenze nutrizionali più diffuse, certificate dalla ricerca curata dall”Osservatorio Immagino” di Nielsen Gs1 Italy 2020, che ha redatto il rapporto “Le etichette dei prodotti raccontano i consumi degli italiani”.

Nel documento vengono incrociate tutte le informazioni riportate sulle confezioni dei circa 112 mila prodotti digitalizzati a dicembre dell’anno scorso.

Dalla reclame alla scelta consapevole

Perché il prodotto – è ormai chiaro –  lo fa soprattutto l’etichetta. È sempre stato così e così continuerà ad essere, come ha ben spiegato Vance Packard, professore alla New York University, nel suo “I Persuasori occulti”, fondamentale saggio apparso nelle librerie nel 1957 aprendo gli occhi sulla dinamica, soprattutto psicologica, delle reclame nell’influenzare i nostri consumi quotidiani. Dal cibo all’abbigliamento passando per la tecnologia. 

Tuttavia, le etichetta negli anni si sono modificate e anche aggiornate, a seconda delle esigenze, passando da quelle che reclamizzano azienda e logo, a quelle più di sostanza che interessano più direttamente i consumatori. In particolare nel comparto alimentare. Si tratta delle indicazioni contenute sul retro delle confezioni, quali ingredienti, proprietà nutrizionali, con o senza grassi, zuccheri, conservanti, con o senza olio di palma, poche calorie, senza sale, senza conservanti, non fritto, senza lievito, senza glutammato, senza Ogm, coloranti, antibiotici o additivi vari, eccetera. Tutte notizie che arricchiscono di nuovi contenuti i processi di scelta del consumatore che vuole sapere sempre più cose su ciò che acquista. Così il 2019, per esempio, è stato – appunto – l’anno del “boom delle proteine”.

Così, come la generazione dei nostri nonni comprava i prodotti in base alla loro “disponibilità” sul mercato e nei negozi – perché a quei tempi, durante la guerra,  si poteva acquistare solo quel che c’era –  quella dei nostri genitori ha affidato le proprie scelte soprattutto alla “marca”, vera e propria bussola dei consumi condensati in un logo d’azienda (valori, fiducia, qualità), l’etichetta appunto. Oggi, invece, per le nuove generazioni – millennials, nativi digitali e X, Y e Z generation – l’imperativo categorico sono le “informazioni”.

A ogni stle di vita la sua etichetta

Ciò che fa anche capire come è composto e come cambia il carrello della nostra spesa, con prodotti divisi per tipologia e diversi lifestyle: biologico, vegan o halal, per la cura della casa “green”, rich in, legati ai temi della social responsability, “free form” per chi soffre di intolleranze oppure caratterizzati e comprovanti “l’italianità”.

Una serie di prodotti, dunque, che nel 2019 hanno sviluppato 36 miliardi di euro di vendite, pari all’82% dei canali distributivi come iper e supermercati. E che tracciano la radiografia dei cambiamenti dei consumi.
Tanto più rilevante nell’anno del Covid-19, il virus che sta sconvolgendo le dinamiche quotidiane del Pianeta. I

l “boom delle proteine” si accompagna perciò “alla positiva continuazione della dinamica delle fibre e dei grassi, al proseguimento del calo dei carboidrati e degli zuccheri, in particolare, e alla sostanziale stabilità del valore energetico medio dei prodotti alimentari” finiti nel carrello. 

Risultato? Calcolando la media ponderata dei contenuti dei nutrienti indicati sulle etichette nutrizionali di 67.660 prodotti tra quelli appartenenti principalmente alla catena delle bevande, della drogheria alimentare, del fresco e del freddo, il prodotto statistico disegnato dall’”Osservatorio Immagino” è così composto: “al 20,2% dai carboidrati, di cui l’8% è fatto di zuccheri, all’8.7 da grassi (per il 2,9 si tratta di grassi saturi), al 6,4% dalle proteine e al 2% dalle fibre, per un apporto energetico di 180,8 calorie” per 100g/100 di calorie. 

Largo al made in Italy

Ma se gli ingredienti contano nella loro composizione, anche “l’italianità” del prodotto ha un certo peso. Si legge nella ricerca dell’Osservatorio Immagino” Nielsen Gsl Italy 2020 che “sono state analizzate le caratteristiche rilevate in etichetta e sul packaging di 79.838 prodotti del mondo food e sono stati selezionati quei prodotti che riportano i claim ‘prodotto in Italia’ che comprende anche ‘made in Italy’, ‘product in Italy’, ‘solo ingredienti italiani’, ‘100% italiano’ e le indicazioni geografiche ufficiali della Ue come Igp, Dop, Doc e Docg, la ‘bandiera italiana’ e il nome della regione di riferimento”.  Il risultato, dunque, è che sono state 20 mila le referenze di prodotti che nel 2019 riportavano sull’etichetta un’indicazione riferita alla loro italianità, per una percentuale che supera “il 25% del totale food”. 

Interessante anche la performance dei prodotti Dop, che fa registrare un +7,1%, con un contributo particolare del formaggio grana nell’incremento. Da segnalare, in questo contesto, che tra le regioni con il maggior numero di prodotti che richiamano la “regionalità” troviamo Piemonte, Toscana, Emilia. Positivo, per il 2019, anche l’andamento dei prodotti che hanno evidenziato sul pack la presenza o l’aggiunta di un nutriente come vitamine, calcio, fibre, Omega3, ferro, fermenti lattici (+3,8%), proteine, potassio oppure etichettati come integrali. Performance: +2.4%. E +2,6% anche le vendite di prodotti legati alle intolleranze, fenomeno sempre più in crescita negli individui e argomento sempre più sentito e molto discusso tra le persone.

Più celiaci che vegani

Sono stati analizzati 71.723 prodotti, 9.431 quelli da poter scegliere come tali (pari al 13,1%) per un totale di vendite di 3.738 milioni di vendite (14,5%).  Tanto che i prodotti gluten free oggi superano ormai il 14% del totale delle vendite food mentre il peso in valore dei prodotti vegani è pari al 5,3%.

Nel rapporto dell’”Osservatorio Immagino” Nielsen Gs1 Italy 2020 non manca il focus sui 26 ingredienti benefici e “positivi” come mandorla, mirtillo, aveva, o la categoria spezie e semi, per esempio, in tutto 5.688 prodotti, pari al 7,9% del mercato per un giro di vendite che nel 2019 ha toccato i 1.301 milioni di euro (5,1%) con ottime performance per thé matcha e avocado.

Tuttavia, se nel corso del 2019 le icone, i bollini e i marchi che forniscono informazioni e garanzie sui prodotti hanno continuato a guadagnare spazio sulle etichette dei prodotti di largo consumo presenti negli ipermercati e nei supermercati italiani, confermandosi un elemento distintivo dell’acquisto – anche perché offrono ai consumatori precise garanzie sulle materie prime e sui processi produttivi utilizzati – nel rapporto dell’“Osservatorio Immagino” si può leggere che è “la bandiera del paese d’origine” che offre l’immagine “più rassicurante” sul pack con un’incidenza sul giro d’affari dei prodotti etichettati del 14,6$ del totale. Insomma, il logo conta, ma anche la nazionalità dei prodotti ha il suo peso. 

AGI – Antonio Marras, direttore creativo dell’etichetta Kenzo dal 2003 al 2011, e il designer giapponese Kenzo Takada, morto ieri a Parigi per coronavirus, condividono la simpatia, la curiosità per il mondo; e un bagno in piscina in mutande alle tre del mattino al matrimonio di un’amica in comune. Otto anni di direzione creativa che Marras vive “pericolosamente” a Parigi, fatti di incontri favolosi, il primo dei quali con Kenzo. Memorabile l’inaugurazione del negozio a Place de Victoires, per i quarant’anni della maison, che Marras aveva rivoluzionato, trasformando la piazza in giardino.

Per Marras, Kenzo è un grande precursore, il più occidentale dei giapponesi, racconta dopo aver calmato un po’ il suo cane, che si chiama Piero. A Parigi “era l’ora di Yohji (Yamamoto), molto concettuale, nero nero nero, e lui arriva con una valanga di colori, con il suo caos ordinato.” Come Kenzo, Marras – originario della Sardegna – viaggia molto e si confronta con tradizioni di costume molto forti. “Kenzo amalgama culture diverse con la tradizione europea della haute couture”, spiega Marras. “Il nostro modo di vivere era simile, il desiderio di spostarsi per conoscere, incontrare, e poi però tornare. La voglia di andare, restando”.

Kenzo, nel poverissimo Giappone del dopoguerra, guardava moltissimi film americani e la dimensione del racconto evocato per immagini e suoni lo accompagnerà sempre, come nel lavoro di Marras. Nelle loro sfilate, che sono racconti spettacolari, le arti sono chiamate a evocare i fantasmi della moda, “lui fece ballare le prime indossatrici, ha sfilato in un circo, è uscito in passerella su un elefante. La sua moda è gioiosa, il colore, i fiori, i gonnelloni, le camicie Frida Kahlo, le vite che riusciva ad amalgamare e la capacità di dare vita”. Il lavoro dei due designer è la testimonianza che la sfilata di moda dal vivo è uno spettacolo insostituibile, e che le barriere ci sono ma possono essere infrante.

Per Marras, Kenzo ha anche creato “nuovi schemi per i designer del futuro, per fare le cose in modo nuovo, in lui il folk e la tradizione incontravano il contemporaneo, il quotidiano; la sua è la prima moda democratica, con un prezzo abbordabile”. L’esperienza da Kenzo gli ha lasciato un metodo, dato che al suo arrivo la maison era nell’anarchia e da “sardo svizzero” la riorganizza a modo suo, lavorando senza sosta, con lo staff incredulo. Ma soprattutto resta il ricordo di un uomo gentilissimo, sorridente, un “giapponese napoletano” che amava far festa.

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