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La nuova normalità  che consenta di fare shopping passa anche per gli outlet. I  5 Designer Outlet italiani di McArthurGlen hanno riaperto al pubblico da lunedì 18 maggio:  villaggi pedonali e all’aperto in cui si concentrano in un solo luogo tra 120 e 240 negozi dei principali marchi italiani e internazionali, che offrono le loro collezioni delle stagioni precedenti con uno sconto dal 30% al 70% garantito tutto l’anno. Nomi come Nike, Armani, Hugo Boss, Calvin Klein, Moschino, Versace, Dolce e Gabbana, Prada, Levi’s, Polo Ralph Lauren. 

Secondo Joan Jove, managing director per il Sud Europa, “il ritorno ad una ‘nuova’ normalità” significa “approfittare delle  offerte vivendo un momento di condivisione in famiglia o con gli amici, nel più rigoroso rispetto delle regole sanitarie”.

Anche se la chiusura delle frontiere e la limitazione degli spostamenti sul territorio nazionale stanno avendo un organico impatto sull’affluenza dei Centri rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in questa prima settimana di riapertura i visitatori non sono mancati e alcune categorie di beni hanno conosciuto persino un interesse maggiore del solito: la moda per bambini, la biancheria, gli articoli per la cucina e lo sport.

“Nella prima settimana di riapertura il calore dei visitatori è stato davvero superiore alle nostre aspettative” dichiara Enrico Biancato, Centre Manager di Castel Romano “In attesa di poter riaccogliere i turisti, abbiamo avuto una risposta molto incoraggiante dai nostri clienti del territorio che da anni ci scelgono come destinazione di shopping preferita. Le visite si svolgono in un ambiente sicuro,  i clienti seguono tutte le regole in modo esemplare:  lavoriamo costantemente affinché l’esperienza di shopping nel nostro Centro sia serena e piacevole”.

McArthurGlen ha aumentato la frequenza di pulizia delle aree comuni e prevede in tutti i centri distributori di gel igienizzanti per le mani. I servizi igienici sono disinfettati dopo ogni singolo passaggio e richiede a tutti i suoi dipendenti e visitatori di mantenere una distanza sociale minima di un metro. 

Ogni Brand partner è tenuto a gestire il numero di clienti presenti nel suo negozio in conformità delle disposizioni governative, per consentire il rispetto delle regole di distanza sociale le code davanti all’ingresso di ogni negozio sono regolamentate da un’apposita segnaletica disposta sul pavimento.

In base alle disposizioni governative, l’accesso ai Centri non sarà consentito ai visitatori con temperatura superiore a 37.5 gradi. Presso l’outlet di Castel Romano la misurazione della temperatura all’ingresso è obbligatoria.

La mascherina è obbligatoria nei punti vendita e obbligatoria o fortemente raccomandata nei Centri sulla base delle diverse ordinanze regionali. I guanti sono necessari per toccare i prodotti all’interno dei negozi.

È raccomandato di usare il più possibile modalità di pagamento contactless.

Questi primi giorni di riapertura dei Centri si è svolta in modo graduale per permettere ad ogni punto vendita di soddisfare le condizioni di accoglienza del pubblico come fornitura di gel igienizzante, organizzazione delle casse in modo da proteggere personale e clienti, comunicazioni per il centro con il vademecum delle norme da adottare, tendiflex e adesivi al pavimento per gestire al meglio le code.

 

L’estate è alle porte, ma l’Italia non si è ancora lasciata del tutto alle spalle l’emergenza coronavirus. Complici le incertezze sugli spostamenti consentiti nei prossimi tre mesi, le difficoltà economiche e la probabile scarsità di ferie a disposizione (molti le hanno dovute consumare nei primi giorni di lockdown), la proverbiale vacanza potrebbe slittare alla fine dell’anno. Abbiamo chiesto ad Expedia.it, agenzia di viaggi online che offre oltre 435.000 alberghi in tutto il mondo, di spiegarci se gli italiani si stanno già guardando attorno per le vacanze del prossimo autunno/inverno. 

L’estate in Italia, ma per l’inverno non ci sono dubbi

“In molti sognano di poter tornare a volare verso posti lontani, anche se al momento nessuno sa ancora se questi viaggi saranno possibili”, spiega all’AGI Michele Maschio, responsabile relazioni esterne di Expedia.it. “Per quanto riguarda i viaggi di fine anno, gli italiani che possono permetterselo stanno probabilmente sognando un’estensione di un’estate più breve o che potrebbero passare al lavoro”. In cima alla classifica delle mete più desiderate per viaggiare da ottobre a dicembre 2020, quindi, ci sono le Maldive. In top 10, poi, altre mete di mare: dalla Polinesia Francese a Dubai, fino alle classiche mete del Mar Rosso, Hurghada e Sharm el Sheikh. 

Se nell’autunno, insieme a queste mete esotiche, i dati rivelano interesse anche verso metropoli come New York, Londra, Roma, Amsterdam e Parigi, tra gennaio e febbraio 2021 il sogno di molti italiani sembra essere soltanto quello di godersi il sole in spiaggia: Phuket, Zanzibar, Tenerife, Repubblica Dominicana, è un tripudio di paradisi terrestri dove cercare il relax. 

Spendere di più, ma essere sicuri di poter rinunciare

Secondo Maschio, “chi prenoterà lo farà in modo un po’ diverso rispetto al passato, preferendo le tariffe aeree flessibili e gli hotel completamente rimborsabili, con un occhio indubbiamente attento alle possibili restrizioni e ai rischi sanitari dei singoli stati”. 

Ma il trend di prenotazioni flessibili non riguarda soltanto il prossimo inverno. Già oggi, prosegue il manager di Expedia.it, gli utenti “stanno prenotando soprattutto tariffe hotel completamente rimborsabili fino anche a 24 ore prima del check-in”. Una tendenza “destinata a consolidarsi in un mondo post-coronavirus”, spiega Maschio. In che modo? “I viaggiatori preferiranno pagare un po’ di più per avere la certezza di poter cancellare la propria prenotazione, invece che risparmiare con le tariffe non-rimborsabili”.

L’estate? A Roma prenotando last minute

Expedia ha registrato un altro dato interessante: luglio e agosto, i periodi normalmente più vacanzieri, non stanno accendendo la fantasia degli italiani. “Le ricerche si stanno concentrando da un lato sulle prenotazioni dell’ultimo minuto per andare in vacanza nelle prime settimane di giugno – prosegue Maschio – e dall’altra per viaggi tra tre o quattro mesi. Il periodo luglio-agosto al momento sembra creare ancora incertezza e si può provare ad ipotizzare che sarà prenotato last-minute di settimana in settimana”. 

Per l’estate, ed è un altro aspetto da sottolineare, tra le mete più cercate non c’è il mare: in cima alla classifica delle destinazioni, infatti, spunta Roma. La costiera romagnola è al secondo posto, mentre è il Salento a chiudere il podio. In top ten, dietro ad Argentario, Calabria e Sardegna, ecco altre sorprese che hanno poco a che fare con spiagge e mare: ci sono Trentino e Sud Tirol, Val d’Aosta, le valli alpine lombarde e il lago di Garda. “Possiamo interpretare queste destinazioni come la voglia di aria fresca, grandi spazi e camminate salutari – sostiene Maschio – Ma potrebbero essere anche un’ovvia conseguenza del fatto che chi vive in Veneto, Lombardia e Piemonte, le zone più popolose e tra le più colpite del Paese, sta pensando ad un’estate di viaggi di prossimità in destinazioni raggiungibili velocemente in auto”. 

Gli occhi dei turisti tedeschi sull’Italia

A Expedia abbiamo chiesto anche di spiegarci se ci sono segnali di una ripresa del turismo straniero verso l’Italia. “È difficile fare previsioni, considerando le diverse restrizioni e le incertezze nelle riaperture dei confini. Ma il Paese europeo dove riscontriamo già un grande interesse a prenotare viaggi per questa estate è senza ombra di dubbio la Germania”, spiega Maschio. “Che abbiano voglia di viaggiare è un buon segno, perché i tedeschi sono indubbiamente turisti fondamentali per tantissime destinazioni, inclusa l’Italia, visto che tra gli stranieri che di solito prenotano soggiorni nel nostro Paese, al primo posto per distanza ci sono proprio i tedeschi”. 

L’Italia dovrà però vedersela con Spagna, Croazia e Grecia, le altre mete più battute dai turisti tedeschi. A loro, spiega Maschio, quest’anno si sono aggiunte altre concorrenti: le città tedesche sul Baltico. “Senza possibilità di volare oltreoceano e senza certezze di poter lasciare la Germania, abbiamo riscontrato un livello di domanda altissimo per vacanze sul Baltico richieste appunto da tedeschi”.

Niente code, nessuna corsa all’accaparramento di borse, scarpe e vestiti. Il “revenge shopping” cinese di post lockdown, con il boom di incassi e le file davanti al negozio Hermès di Canton che a metà aprile aveva aperto le speranze su un effetto fotocopia in Italia, per ora non si è visto, eccezion fatta per taglio, colore e piega dal parrucchiere.

A poco più di una settimana dal via alla riapertura dei negozi, tra dispenser all’ingresso e mascherine, gli incassi del commercio sono ancora molto ridotti e le spese vendicative latitano, fenomeno che non stupisce Nadia Olivero, docente di psicologia dei consumi all’Università di Milano-Bicocca.

Intervistata dall’Agi all’indomani dello shopping sfrenato di Canton aveva avvertito che l’andamento dello shopping nostrano, alla ripresa, sarebbe stato condizionato dal “consumer sentiment”, cioè l’andamento della fiducia dei consumatori sulla situazione e sulle prospettive economiche del Paese. A tagli e casse integrazioni che hanno impoverito i portafogli, si aggiunge, insomma, la paura del futuro. “Le decisioni relative agli acquisti, soprattutto in periodi critici come questi, vengono condizionate, più che dall’entità del conto in banca dal livello di ottimismo sul futuro Paese” ribadisce spiegando quindi che  “il sovvertimento delle nostre priorità durante il  lockdown ha inciso sui nostri consumi.

Possibile che abiti, borse e scarpe per cui spasimavamo ora ci lascino improvvisamente indifferenti?

“L’isolamento casalingo ha impattato sui nostri valori e quindi su priorità e obiettivi: siamo sopravvissuti senza dover dimostrare chi siamo attraverso i consumi. Se prima di questa tragedia  l’affermazione sociale e la riuscita economica erano ai primi posti, e con loro i cosiddetti “consumi ostentativi”, il lockdown ci ha obbligato a riscoprire  una dimensione che non ci apparteneva più, quella dei valori familiari, casalinghi, sentimentali e della salute, con i consumi a loro funzionali: le tecnologie per comunicare, i farmaci…”. 

Però sul parrucchiere e sull’estetista non si risparmia…

“E’ un consumo in linea con il cambiamento dei valori: siamo davanti a un’introversione del consumatore, al suo desiderio di prendersi cura di se stesso”.

I conti in banca si stanno svuotando, la cassa integrazione impera e anche i consumatori che ancora potrebbero permetterselo hanno paura di spendere. Quanto pesa il fatto che la crisi economica innescata dalla pandemia sia stata equiparata a quella del 2008?

“Pesa parecchio, e riguardo al “consumer sentiment” è aggravata dal fatto che questa crisi, rispetto a quella del 2008, contiene un elemento di preoccupazione in più, quello relativo a una seconda ondata del virus. Per la società contemporanea è un fenomeno del tutto nuovo.

Mettiamoci pure che andare in un negozio oggi, tra igienizzazioni, guanti e mascherine, non è poi così gratificante…

“Per  difendersi dalla concorrenza dell’e-commerce, i negozi del consumo tradizionale hanno puntato da anni sull’esperienza sensoriale, quella di chi andava per esempio in un celebre negozio monomarca di sneakers, portandosi a casa, come e anche più del prodotto, quell’esperienza oggi negata o mortificata dalle misure anticoronavirus”.

Come si spiega che i desideri modaioli si stiano concentrando quasi essenzialmente sulle mascherine, da quelle griffate e di lusso in seta o di strass a quelle di cotone in vendita sulle bancarelle?

“L’abbigliamento rappresenta un’estensione del nostro corpo, e la mascherina ha un valore simbolico doppio e ambivalente: da una parte è il simbolo dell’isolamento sociale imposto dal pericolo coronavirus, dall’altro è l’unico strumento che ci permette di avvicinarci all’altro.  E’ entrata prepotentemente nel nostro quotidiano e sta diventando strumentale all’espressione della nostra creatività, siamo rappresentati dalla mascherina che scegliamo di indossare”.

Pare che senza mascherina il saluto con il gomito, affettuosa alternativa alla stretta di mano proibita dal coronavirus, non sia poi così sicuro, perché obbliga ad avvicinarsi l’uno all’altro più del dovuto. Idem quello con le caviglie.

Per non limitarsi all’unica soluzione del “namastè” indiano, dagli studenti della Luiss e di altre sei università, adesso che con l’Italia di nuovo in moto  e con lo sdoganamento degli amici il distanziamento sociale diventa centrale, arriva “il saluto del porcospino” dotato di cartone animato e videotutorial dedicati.

Condito dagli hashtag #behumanagain e #iosonoporcospino il saluto prevede che le due persone, una di fronte all’altra, a debita distanza naturalmente, debbano guardarsi negli occhi come si fa nei brindisi portando in avanti il braccio e il palmo della mano destra per poi condurlo vicino al cuore, rivolto verso l’altro. Slogan: “Ti vedo, ti sento, ci sono, iosonoporcospino”.

All’apparenza espediente giocoso, il saluto del porcospino, come spiega Angelo Monoriti, docente di negoziazione alla Luiss, che l’ha ideato e coordinato insieme  alla psicoterapeuta Maria Rita Parsi, è invece un “nuovo codice di comunicazione relazionale” che ha basi  scientifiche e filosofiche: il nuovo saluto viene presentato come un “attivatore mentale comune” che punta a risolvere “la dissonanza emotiva tra la necessità di protezione  imposta dal pericolo del contagio e l’esigenza di umanità”. Il filosofo di riferimento è  Schopenhauer,  che in “Parerga e paralipomena” nel 1851 aveva elaborato il seguente “dilemma del porcospino”: “Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche. Il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno: di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”.

Visto che il coronavirus in quanto a relazioni sociali e paura dell’altro ci ha trasformati tutti in una sorta di porcospini umani tocca affidarsi ai principi delle neuroscienze e al nuovo codice di comunicazione relazionale a cui hanno lavorato gli studenti della Luiss insieme a quelli della La Sapienza, di Roma Tre, dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna, Macerata, Roma, e del Conservatorio di  Sassari. “Nella mano ci sono i nostri nuovi occhi” spiega Monoriti, chiarendo   che posare lo sguardo sull’altro è la prima forma di riconoscimento, di calore, e di umanità e che “l’altro esiste quando viene guardato”. Il saluto del porcospino, è vero, richiede qualche attimo in più rispetto alla toccata di gomito in cui si sono mediaticamente esibiti anche i candidati alla Casa Bianca Biden e Sanders, prima del ritiro del secondo. Ma pare che ne valga la pena.

 

Sarà  perché lo smart working ha finito per colonizzare l’intera giornata di chi ha potuto lavorare in casa, o come dicono gli psicologi, perchè siamo stati impegnati a confrontarci con noi stessi, col nostro passato e il nostro futuro incerto, e pensando e riflettendo e autoanalizzandoci sul divano, il tempo correva. Sarà pure perché banalmente ci siamo concessi di svegliarci un po’ più tardi e la giornata, tra una passata di aspirapolvere, l’estenuante fila al supermercato e l’intrattenimento dei bambini è volata, ma con lei, settimana dopo settimana di lockdown totale, sono volati via anche i tanti buoni propositi che avevano a inizio clausura.

C’è chi aveva scaricato dozzine di lezioni di pilates del guru del momento e ne ha seguita solo una e chi, come il conduttore Marco Liorni , si era riproposto di dedicarsi “in questo tempo dilatato, a film dilatati, quelli che di solito dici “che palle”, scherza con l’Agi, “come quelli di Akira Kurosawa” e finora però non l’ha fatto. E, ancora quelli che volevano studiare il cinese, o banalmente l’inglese come nel caso di Gabriella Germani, l’imitatrice del cuore di Fiorello, e poi ha lasciato perdere. La sintesi la fa con Agi, con la sincerità che si concede sempre anche in tv, Iva Zanicchi: “Il fatto è che questa quarantena ci ha impigriti tutti..”, chiarisce, spiegando di essersi inizialmente ripromessa di fare un po’ di movimento: “In casa ho la cyclette e il tapis roulant ma non li sopporto… all’inizio della quarantena passeggiavo in casa, poi ho cominciato a trovarlo noioso, e allora con mio marito ci siamo dati al burraco e ci siamo messi anche all’ingrasso, lui ai fornelli io addetta ad apparecchiare e sparecchiare”.

Nella lista dei tanti che oggi sui social parlano di #quarantenasprecata piangendo lacrime di coccodrillo su quello che si poteva fare e non si è  trovato il tempo di fare c’era un po’ di tutto, dal riordino degli armadi alla corsa quotidiana, da tutta le stagioni di Black Mirror alla ricetta dell’anatra all’arancia alla lettura dell’Ulisse di Joyce. Alti o bassi che fossero i buoni propositi, un po’ come la classica dieta del lunedì (molti si erano proposti pure quella) si sono sciolte come neve al sole, ma non tutti, fortunatamente si sentono in colpa, a partire dalla conduttrice di Agorà Serena Bortone: “Lo smart working mi ha permesso di staccare molto poco, ma è anche vero che essendo io un’ottimista pervicacemente ostinata a prendere il meglio della vita non ho voluto programmare nulla: la vita ti regala dei pomeriggi in cui non sei costretta a girare, vedere, socializzare e  ti imponi dei compiti?”.

Se ne è fatta una ragione anche l’attrice e conduttrice Carla Signoris che un buon proposito “utile al fisico” spiega, se l’era dato: “Volevo fare ginnastica, invece niente – ammette – perché a un certo punto mi sono data alle torte, io che ai fornelli sono un mezzo disastro. La ginnastica,insomma ,me la sono mangiata”. È anche vero però che a meno  di un nuovo ritorno alla fase uno, sul quale gli scongiuri sono d’obbligo, due mesi a casa non recapiteranno tanto facilmente. 

Per lo scrittore Federico Moccia, il lockdown è arrivato quando, dopo qualche giorno sugli sci aveva deciso di rimettersi atleticamente in pista anche per presentarsi in forma alle presentazioni del suo nuovo romanzo “Semplicemente amami”, previsto a fine marzo e adesso slittato a metà giugno: “Mi ero appena iscritto in palestra – racconta – e quando hanno chiuso tutto avevo deciso che avrei fatto comunque ginnastica a casa e invece niente neanche una flessione”. Non si è potuto invece sottrarre invece , causa insistenza della moglie (“mi guardava in cagnesco”) al riordino degli scatoloni che provenienti dalla sua stanza-ufficio in casa nella madre, sostavano da mesi in corridoio: “C’erano ricordi, molti dei quali dimenticati,  accumulati dai miei 18 anni ai 27 è stato come aprire un uovo di Pasqua, l’ho trovato terapeutico”. 

Voleva correre e non l’ha fatto anche Beppe Convertini: “Mi ero prefissato un’ora al giorno, ma quando ho capito che era concesso correre solo in prossimità di casa, praticamente il giro del palazzo, ho lasciato perdere”. Il conduttore avrebbe voluto anche leggere di più, chiarisce, ma non è riuscito a tenere il ritmo che si era imposto: “Mi sono rimasti sul comodino e saranno i prossimi che leggerò, “L’uomo del labirinto” di Donato Carrisi e “I cretini non sono mai eleganti”, il ritratto di Giorgio Armani scritto da Paola Pollo. Chissà.

Resta da capire perché ci siamo mollemente impigriti mandando in fumo tanti buoni propositi. Gli esperti spiegano che non essendo più la giornata scandita da appuntamenti e obblighi tradizionali, il senso del tempo finisce per sfuggirci di mente e di mano. Ma non è solo questo:  la Germani, che il lockdown l’ha passato in Ciociaria, vicino ad Arpino nella sua casa di campagna, spiega di aver lasciato perdere l’inglese di cui voleva impadronirsi come alternativa al francese studiato a scuola, quando ha capito che le mancava la giusta concentrazione: “Ho scoperto di non avere più l’ansia del controllo – chiarisce – davanti alla pandemia mi sono sentita come in alto mare in mezzo alle onde e ho pensato che  non aveva nessun senso nuotare (e studiare l’inglese ndr). Mi sono lasciata trasportare, mi sono detta che mal che fosse andata sarei morta e alla fine mi sono sentita perfino più rilassata”. Però non ha mangiato più di tanto: “Prima del lockdown avevo perso due chili e mi ero comprata un paio di jeans fantastici che non voglio assolutamente buttare via”.

Liorni spiega il congelamento dei buoni propositi con la schiavitù da smart working:  “Da casa si finisce per lavorare il triplo, perché le cose non sono mai chiare, ognuno ha orari diversi, quasi un fuso orario personalizzato, diventa tutto complicato” chiarisce, spiegando di essere dispiaciuto di non aver potuto smaltire i film arretrati cui voleva dedicarsi, accanto a Kurosawa anche Truffaut  e la saga di Harry Potter, “ho visto il primo e mia figlia me ne parla sempre”.

Il motivo per cui non è riuscito neanche a leggere come voleva però è anche un altro: “Adesso sto recuperando, ma il primo mese non riuscivo a concentrarmi  perché avevo continuamente bisogno di leggere informazioni sull’andamento della pandemia”. È quello che su Mashable Italia lo psicoterapeuta Leonardo Paletta ha descritto come “rumore di sottofondo” chiarendo che in molti si sono dedicati alle varie attività più per distrarsi dalla paura, dall’ansia e dal dolore di questa situazione”. Una strategia di distrazione, insomma, anziché un’urgente passione.  Significa forse che quando tutto sarà davvero finito torneremo forse a dedicarci davvero al Pilates, alle lingue straniere alle serie tv e alle ricette da chef stellati. Sempre che si trovi il tempo per farlo.

Nella lista delle riaperture manca una categoria che serve milioni di clienti: i toelettatori per animali. Secondo gli ultimi dati Censis risalenti al dicembre del 2019, all’anagrafe canina in Italia sono registrati oltre 27 milioni di cani, molti dei quali, lo sappiamo, vivono nelle nostre case.

Le uniche regioni al momento che hanno considerato il servizio toelettatura come un’attività primaria da far riaprire subito sono state Liguria, Friuli ed Emilia-Romagna; nel resto d’Italia la situazione è ancora  incerta.

Il 1 giugno potremo tornare a sederci da barbieri e parrucchieri, ma per molti amici a quattro zampe l’attesa potrebbe essere più lunga. “Stiamo cercando in tutti i modi di diffondere la verità sul lavoro del toelettatore, perché purtroppo in tantissimi anni non è mai stata riconosciuta come una categoria indispensabile. Molti non capiscono che si tratta di una sorta di anello mancante tra il veterinario e il proprietario, non è semplicemente un ‘lavacani’, è chi ti aiuta anche a capire se ci sono delle patologie o meno” dice Eufemia Bartolotta che con la figlia Irene Tolomeo alleva barboni toy e nani.

La signora Bartolotta ha preso a cuore la battaglia che riguarda tra le 7 e le 9 mila attività in tutta Italia, con relative famiglie, e un considerevole numero di clienti che senza il servizio a loro dedicato rischiano parecchio.

Per farlo ha lanciato una petizione che in una settimana ha raccolto 15 mila firme e una pagina Facebook chiamata “Forza toelettatori Italia per riaprire a maggio” dove allevatori, padroni di cani e toelettatori stessi si riuniscono per aggiornarsi su tutte le novità riguardo l’eventuale riapertura.

Al momento quello che si intuisce è che le saracinesche torneranno ad alzarsi dal primo di giugno, che il servizio è stato equiparato a quello del taglio dei capelli per gli esseri umani e che le Regioni con un’ordinanza potrebbero permettere di riavviare queste attività che già prima dell’emergenza venivano svolte su appuntamento e non prevedevano alcun assembramento.

Qual è il rischio che corre un cane che non va per troppo tempo dal toelettatore?

“Ce ne sono parecchi, già in questi due mesi abbiamo ricevuto lamentele di molti proprietari che hanno i cani in condizioni pessime. Esistono cani con il pelo a crescita continua, come i nostri capelli, e poi ci sono i cani cosiddetti da “stripping”, come i cocker, che hanno bisogno di una manutenzione particolare, il pelo in pratica va “strippato”, una tecnica che alleggerisce molto il cane e non crea questo stato di polvere e di sporcizia che poi a contatto con la cute può creare dermatiti. Poi ci sono le unghie che si allungano e si ritorcono su se stesse fino a conficcarsi nei polpastrelli, quindi vanno tagliate e non può farlo una persona inesperta perché rischia di tagliare la vena e creare un’emorragia. Poi c’è il problema delle ghiandole perianali, il toelettatore quando fa il bagnetto svuota queste ghiandole che si riempiono quando il cane evacua, se non vengono svuotate si possono formare degli ascessi che poi si devono curare. Anche le orecchie, ci sono dei cani che hanno il pelo che esce dentro le orecchie e se non viene “strippato” lì ristagnano i batteri e possono venire le otiti, e ci sono dei cocker che muoiono di otite. Tutto si può prevenire facendo fare ai toelettatori il loro mestiere”.

Cosa sente lei dai toelettatori?

“Ci sono famiglie intere che si reggono su una attività, stanno facendo la fame, è giusto che si dica, non possiamo girarci attorno, hanno attinto ai risparmi e non hanno più dove attingere; poi lo fanno anche per passione, perché un lavoro come questo non si può fare senza passione, in questo momento soffrono anche perché non vedono i loro clienti a quattro zampe”

Com’è possibile che un servizio così popolare sia stato ignorato?

“Perché si pensa sempre che avere un animale sia un lusso, è un capriccio, si pensa che il toelettatore sia quello che fa il bagnetto, mette i fiocchetti e basta. C’è una toelettatrice che sta chiedendo disperatamente aiuto perché ha un cliente di 73 anni, vedovo, che l’unico compagno di vita che ha è un cocker maschio, ed è un cane che è il più terribile per quanto riguarda la sporcizia. Puzza, le frange si sporcano di urina, il pelo è da “strippare”. Come si fa a convivere tre mesi con un cocker maschio da solo? E parliamo di igiene, proprio in tempi in cui si parla solo di igiene”.

Cosa può fare in questo momento un padrone per sopperire in qualche modo alla chiusura del toelettatore?

“Moltissimi toelettatori hanno organizzato delle dirette live su Facebook dove hanno spiegato ai propri clienti come averne cura, sono stati veramente eccezionali, non sono stati con le mani in mano”.

È vero però che alcune Regioni hanno deciso di aprire, per saperne di più abbiamo deciso di sentire anche Sabrina Gnani, presidente dell’Associazione Professionisti Toelettatori, per avere una spiegazione più tecnica di ciò che sta accadendo alla categoria.

“Se useranno lo stesso criterio utilizzato per la chiusura, il settore subirà fortissime perdite economiche. Noi chiediamo di poter ripartire in quanto il nostro codice Ateco ci identifica come “servizio alla persona e cura e benessere animale”, mentre noi non lavoriamo sulle persone, lavoriamo sugli animali. Ci sono situazioni drammatiche, noi tutti i giorni veniamo sollecitati sia da i clienti sia dai veterinari per tornare nei nostri saloni perché la toelettatura non è soltanto estetica ma risolve delle situazioni veterinarie”

Qual è la risposta da parte delle regioni che ancora non hanno firmato le ordinanze per riaprire?

“Ci sono evidentemente dei Presidenti di Regione che hanno preso in mano la situazione e qualcuno che evidentemente non vuole o non può assumersi questo tipo di responsabilità”

In un momento in cui si discute così frequentemente delle modalità di ripartenza, questo appare un problema di facilissima risoluzione…

“Noi tra l’altro lavoravamo su appuntamento e con guanti e mascherina anche prima di questa pandemia, per poterci dedicare agli animali nel miglior modo possibile. Noi riceviamo costantemente richieste dai nostri associati perché non si capisce più nulla: in una regione si lavora, in un’altra no. E tutti questi sono imprenditori che lavorano per portare a casa la pagnotta e questa situazione è veramente drammatica e insostenibile. Bisogna ripartire e ripartire anche in fretta, se si considera che la nostra stagione va mediamente da marzo a luglio, un 50% l’abbiamo già perso”

Qual è il prossimo passo?

“Abbiamo unito le forze con le altre associazioni di categoria e abbiamo cominciato a martellare le istituzioni a tutti i livelli, dal sindaco alla Regione, fino ad arrivare a Roma. Noi siamo andati alla Camera dei Deputati con un dossier di richiesta, appoggiati da un onorevole e un europarlamentare, ma loro stessi ci hanno riferito che Roma sembra non essere interessata all’economia, Roma sembra essere interessata a tutelarsi da un punto di vista legale. Qualora un domani il governo centrale fosse accusato di pandemia colposa o qualcosa del genere loro hanno preso tutte le precauzioni del caso, senza considerare che le partite Iva non moriranno di Covid ma di fame”

Queste sono le risposte che avete avuto dalla politica?

“Abbiamo mandato delle mail comuni in cui comparivano le sigle di tutte le associazioni e abbiamo preso contatti anche singolarmente, ognuno con la propria influenza, e abbiamo ricevuto pochissime risposte. Tantissimi hanno preso iniziative private, hanno provato a fare video, interviste a quotidiani locali, ma la risposta della politica è stata praticamente nulla”.

La riapertura è comunque prevista dall’1 giugno

“Molti consegneranno le chiavi ai vari presidenti delle regioni prima, perché non ci si arriva al primo di giugno”

Quale potrebbe essere la conseguenza se davvero si arriverà al primo giugno?

“Molti colleghi hanno già messo in vendita la loro toelettatura, io personalmente ho pagato l’affitto di marzo e quello di aprile, quello di maggio non so se riuscirò”.

A fianco dei toelettatori, oltre a molti veterinari, anche la LAV, la più importante associazione animalista italiana, che con AGI commenta: “LAV è favorevole alla riapertura dei tolettatori poiché il loro intervento è indispensabile a prevenire o lenire eventuali problemi dermatologici o patologie cutanee, non per l’aspetto estetico. Speriamo che il positivo esempio di tre Regioni sia seguito dalle altre, poiché nel nuovo Dpcm non è stato inserito il codice Ateco 960904 che regola proprio questa attività, così come quella dei dog sitter, importanti per le famiglie che non possono far da sole. Auspichiamo anche una chiara riapertura di tutte le attività collegate alle adozioni, per contrastare il collasso delle strutture come canili e rifugi”. 

 

Si può ordinare in tre ristoranti stellati e avere la cena (o il pranzo) direttamente a casa. La piattaforma di home delivery Uber Eats ha arruolato Il Convivio Troiani dello chef Angelo Troiani e Turné by Anthony Genovese (Il Pagliaccio) a Roma e a Milano IT, dello chef Aldo Ritrovato.

La consegna a casa è garantita in meno di 30 minuti. Fra i piatti a disposizione sulla app non mancheranno le classiche ricette dei ristoranti ma saranno presenti anche alcune sorprese.

Nel menu di Il Convivio Troiani, gli appassionati di cucina potranno trovare fra i piatti da rigenerare il Kit Amatriciana, gli Spacca Suppli giallo “zafferano” e la Trippa pescatrice. I romani che preferiscono i sapori asiatici troveranno quello che fa per loro da Turnè by Anthony Genovese, che porta su Uber Eats ricette come il suo Tataki di Manzo, Insalata di cetrioli, Fagiolini e Mirtilli o i Noodles ai frutti di Mare, Seppie, Gamberi e Cozze.

I milanesi invece, potranno gustare le ricette dai sapori nostrani di IT come la famosa Cotoletta o i tanto amati Finocchi gratinati e Tartar di zucchine, insieme a qualche nuovo piatto della tradizione come la Frittatina napoletana. 

L’Italia della pandemia si scopre grande appassionata di panificazione, lo vediamo tutti i giorni sui social, il lievito è diventato il prodotto più richiesto al supermercato. Le nostre bacheche sono inondate di foto di pizze, focacce e pane. Ecco appunto, il pane, se è vero che ci stiamo coccolando quello prodotto da noi in casa, è anche vero che ogni giorno in Italia vengono sprecati 13 mila quintali di pane. Una quantità enorme che riguarda diversi punti di vista. Il più importante è quello etico. È normale, in molti, troppi, posti del mondo, anzi, senza andare lontano, anche del nostro paese, c’è chi di fame ancora ci muore.

A tre giovani piemontesi allora è venuta un’idea per affrontare questo problema. Si chiamano Franco Dipietro, Enrico Ponza e Fabio Ferrua, il primo fa il regista, gli altri due i mastri birrai, provengono da un paesino di 300 anime in provincia di Cuneo che si chiama Melle. Insieme sono riusciti a convertire la Biova, taglio di pane tipico della regione, in birra.

Il procedimento è semplice, le farine del pane sostituiscono il 30% di malto d’orzo, cosa che tra l’altro incide non poco sull’impatto ambientale della produzione: -30%. Come viene spiegato sul sito si tratta di una semplice idea di “circular economy”, in pratica, come spiega lo stesso Ceo, Dipietro “In 2.500 litri di Biova ci sono 150 chili di pane”.

La birra che ne viene fuori, che non potevano non chiamare Biova Beer, pare oscilli sui 4,7 di gradazione, una Cream Ale con una nota di sapidità, dovuta al sale presente nel pane. I calcoli chiaramente sono stati effettuati e riportati sulla base della ricetta venuta fuori da una determinata qualità di pane, con delle determinate caratteristiche, ma la startup che i tre ragazzi hanno messo in piedi prevede la creazione di una ricetta ad hoc per chiunque abbia pane da recuperare e voglia ripetere l’esperimento anche in altre zone del paese.

Il risultato sarebbe che, esattamente come succede per il pane, ad ogni forma e tipo di lievitazione e utilizzo di farina differente, corrisponda anche una birra che ne rifletta il sapore. Ma soprattutto, lo spreco potrebbe addirittura puntare a sparire del tutto, il che fa assumere al progetto un significato decisamente maggiore.

Il velo bianco c’è, le scarpe con il tacco pure. Le amiche per brindare “ognuna con la sua borraccia” anche, e i fiori non mancano.

E’ tutto pronto per l’addio al nubilato… al supermercato. Eh sì, in effetti al tempo del coronavirus quello è l’unico posto dove ci si può ritrovare. A meno che non si scelga il virtuale. Nel rispetto delle regole, sia chiaro, con mascherina e guanti, e osservando le distanze di sicurezza. Ah, e facendo la spesa ovviamente.

L’idea è venuta alla futura sposa Katiuscia Mariani, che il fine settimana appena trascorso avrebbe dovuto passarlo con le sue più care amiche a Rimini. Si erano accordate così da tempo, un posto al mare dove ‘folleggiare’ insieme prima del prossimo 27 giugno, il giorno del Sì in Chiesa. Ma i piani, si sa, sono saltati per tutti a causa del Covid. La voglia di ritrovarsi invece no, e quindi Katiuscia e le sue amiche, Leda Salati, Daniela Scalia, Gaia Marchese, Marinella Di Paolo, Selin Kaya, Sara Naklha, Claudia Zaninelli e Livia Biardi, si sono date appuntamento sabato scorso alle 18, davanti all’Esselunga di via Solari a Milano, una delle più spaziose. 

Tutte vestite ‘a festa’, chi con abito lungo, chi con un elegantissimo cerchietto rosso per i capelli e chi con la mascherina con il sorriso. Per la futura sposa un magnifico cappello a falde larghe con il velo e guanti bianchi, doppiamente utili in questo periodo.

“Non volevamo rinunciare a vederci – racconta Katiuscia all’AGI – anche se il viaggio è rimandato. Desideravamo trovare il modo di poter ricordare questa giornata” con un po’ di leggerezza e speranza. “E comunque prima o poi quel viaggio lo faremo tutte insieme”.

“Ci siamo messe in coda – continua  – aspettando il nostro turno e rispettando tutte le regole. L’unica differenza è che ognuna aveva portato una borraccia ‘alcolica’ e abbiamo brindato. E una volta dentro abbiamo fatto la spesa insieme e scattato qualche foto ricordo” tra le mele e le zucchine.

“Anche il personale del supermercato è stato  gentilissimo, due dipendenti si sono avvicinati, si sono messi uno a destra e uno a sinistra, e gomito a gomito, mi hanno fatto varcare la soglia, come fosse quella della Chiesa”. Temevano che qualcuno storcesse il naso, fosse infastidito, “invece alla fine le cassiere ci hanno ringraziato, hanno detto che le abbiamo strappato un sorriso in un periodo così difficile”. Ed è questo che capita in effetti guardando le foto di Katiuscia con le sue amiche.

Sulla sua pagina Facebook un post recita: “E poi arriva quel giorno in cui saremmo dovute essere tutte insieme al mare, un viaggio che sembrava impossibile, perché partire tutte insieme sembrava impossibile. Beh non siamo partite! Però oggi siamo riuscite a fare qualcosa di memorabile. Grazie a tutte, dal concerto in piazza del Rosario, alla canzone ballata all’Esselunga, alle campane della mitica chiesa del Rosario appena uscite. Grazie a tutto il personale che, gentilissimo, ha riso con noi”.

Una canzone? “Sì, c’era la musica in sottofondo e abbiamo ballato un po’”.

Il brano in questione è “You can’t hurry love” di Phil Collins. Lo ricordate? “I remember mama said, ‘you can’t hurry love. No, you’ll just have to wait’. She said, ‘love don’t come easy. But it’s a game of give and take. You can’t hurry love. No, you’ll just have to wait, just trust in a good time. No matter how long it takes. Now wait'”. 

Per i più superstiziosi ogni “venerdì 17” è una specie di Armageddon. Nel 2020, anno bisesto (e quindi funesto), anno di pandemie e sfortune, questa paura rischia di essere ancora più amplificata. E non c’è cornetto napoletano o altro portafortuna che tenga. Per molti, oggi, è ancora più necessario fare attenzione e non uscire di casa. Neanche per fare la spesa o portare a spasso il cane.

Le origini del mito

Si tratta di una superstizione che ha un’origine antica, legata alla tradizione latina, cattolica e greca. Da una parte il venerdì, che nella tradizione cristiana rappresenta la morte di Gesù, avvenuta appunto il venerdì santo, dall’altra il 17, un numero che, come scrive La Stampa, nella storia del mondo occidentale ha assunto diverse connotazioni negative. 

La superstizione colpisce solo in Italia, mentre nel mondo anglosassone il giorno sfortunato è venerdì 13. In quello spagnolo e latinoamericano, invece, è martedì 13. Una credenza che non piace al Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale. Ogni venerdì 17, l’associazione organizza la giornata anti superstizione con eventi in tutta Italia.

I greci, i romani e la smorfia napoletana

In greco, Eptacaidecafobia significa paura del numero 17, e la sua identificazione con qualcosa di negativo s arebbe nata proprio nella civiltà greca. Per i seguaci del credo pitagorico, era un numero da evitare in quanto era compreso tra il 16 e il 18, considerati perfetti. Nell’antico testamento il diluvio universale iniziò proprio il 17.  

Nell’impero romano, invece, la sfortuna ha ragioni militari. La battaglia di Teutoburgo è stata combattuta nel 9 d.C. Sul campo i romani si scontrarono contro i germani di Erminio: le legioni 17,18, e 19 furono completamente distrutte. Da quel momento, nella tradizione romana quei numeri furono considerati sinonimo di sventura. Sulle tombe dei defunti poi, spesso si poteva trovare la scritta VIXI: in latino “ho vissuto”, cioè “sono morto”. Quest’ultima è l’anagramma di XVII, 17 in numeri romani. E se si guarda alla smorfia napoletana (il dizionario dei numeri del lotto) è sinonimo di disgrazia. 

Il 17 non ha solo una connotazione negativa, ma anche positiva. Nella Cabala ad esempio, è un numero benefico, poiché è il risultato della somma numerica delle lettere ebraiche tet (9) + waw (6) + beth (2), che lette nell’ordine danno la parola tov “buono, bene”. 

Venerdì 13 e martedì 13

Nel mondo anglosassone invece, il giorno sfortunato è il venerdì 13. Nella mitologia scandinava, il numero 13 è associato al Dio Loki: prima c’erano 12 semidei, poi arrivò lui che si comportò in modo crudele con gli esseri umani. Se si pensa all’ultima cena di Cristo, il 13esimo apostolo era Giuda il traditore. E ancora: secondo lo storico greco Diodoro Siculo (vissuto nel primo secolo avanti cristo), Filippo II, re di Macedonia e padre di Alessandro Magno, fu ucciso da una sua guardia del corpo dopo aver fatto mettere una sua statua accanto a quella delle dodici divinità dell’Olimpo.

E se si va ancora più indietro nel tempo, nell’astrologia assiro-babilonese il 12 era un numero sacro perché facilmente divisibile, mentre il 13, che viene dopo, è considerato sfortunato. Infine nel mondo spagnolo e latinoamericano a essere considerato infausto è il martedì 13, Una credenza che forse trova origine nella tradizione romana: il martedì è legato al Dio della guerra Marte, e per questo motivo considerato sfortunato.  ​

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