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Carlo Verdone l’aveva ipotizzato nel film “L’amore è eterno finchè dura” e l’aveva chiamata la “teoria degli istrici”: insieme ma non troppo vicini. Insomma, la domanda è: la convivenza è l’idea migliore per far funzionare una relazione?

Lucy Beresford, psicoterapeuta, conduttrice, ma soprattutto autrice del libro “Happy Relationships”, analizza da vicino la situazione. Secondo lei le relazioni LAT (Living apart together) permettono “un equilibrio tra indipendenza e impegno emotivo”. Ma è proprio l’indipendenza il problema, secondo la Beresford la trappola è dietro l’angolo, convivere non significa essere salvati, o perlomeno non esserlo regolarmente.

“Emotivamente, – scrive l’autrice – dobbiamo essere resilienti. È l’opposto della co-dipendenza e del collasso con il tuo partner. Vivere insieme può rendere più facile trovare lo spazio di respiro in una relazione, ma sostenere una rete di supporto e perseguire interessi esterni può creare lo stesso senso di spazio e individuazione in una dinamica convivente”.

Insomma chi convive con il proprio partner va bene, chi non ci convive va bene lo stesso. Beresford pensa anche che gli scenari LAT mostrino un sano realismo lontano dalla tradizionale “fiaba di matrice amorosa”, inutile comportarsi come fossimo protagonisti di una commedia amorosa anni ’90, la realtà è tutt’altra ed è bene esserne consapevoli.

Contro la Bereford si schiera Simon Duncan, professore emerito di politica sociale all’Università di Bradford, che riguardo le relazioni LAT ha scritto “Reinventare le coppie”, che va molto più cauto riguardo definizioni definitive circa il cosa va e non va nella convivenza, più che altro cosa è giusto e cosa sbagliato. “Spesso – scrive Duncan – la scelta di vivere separati può essere una “preferenza negativa”, una scelta per preservare la relazione quando vivere insieme è insopportabile”.  

Via dalla pazza folla! Lontano dal rumore. Dagli assembramenti. Dalla musica a tutto volume. Rifuggendo i grandi schermi che inondano di immagini e suoni. Via dai luoghi dove necessita alzare la voce anziché  poter parlare normalmente. Socializzare. Scambiarsi pensieri. Idee. Sensazioni. Impressioni. Raccogliere i propri pensieri. Leggere, buttar giù appunti, scrivere. Nel silenzio. O, al massimo, nel parlottìo. Ma a bassa voce. Un semplice rifugio, un bisogno diffuso. E al tempo stesso una tendenza. Ma dove trovarli, nelle città? O nei paesi? Come individuarli dei locali simili?

A questo ci hanno pensato Francesca Silvestri e Valerio Corvisieri. Editrice indipendente, lei, storico con diversi saggi e articoli al proprio attivo, lui. Toscana che vive a Perugia, Francesca, romano trasferitosi in Toscana da una ventina d’anni, Valerio. Che spiega: “Il paradosso cui siamo giunti è che un tempo, quando si era in strada e si voleva parlare tranquilli con qualcuno, si diceva ‘andiamo dentro’; oggi, se sei in un locale, si dice ‘andiamo fuori’, perché dentro, per farsi sentire, bisogna gridare”. L’esempio è efficace, l’approccio filosofico molto semplice.

Perciò Francesca e Valerio, sollecitati anche da amici e conoscenti a mettere insieme un elenco di luoghi tranquilli dove poter pensare, sono rimasti fulminati quando, durante un incontro la scrittrice Dacia Maraini, invitata a presentare il libro su Luisa Spagnoli di Corvisieri, ha rievocato con nostalgia gli anni ’50 e ’60, l’età d’oro dei bar e dei caffè letterari, dando così vita a una comune riflessione sulla difficoltà di poter comunicare dentro i locali per come sono concepiti oggi. Ed stata la scintilla che ha dato il là a “Locali per pensare”. Prima una pagina Facebook, poi un sito per mettere “in rete” i locali che adottano questa filosofia, che ha un suo statuto rigoroso.

Per far parte di questa “rete”, i locali devono garantire d’essere “No musica ad alto volume”, “No maxischermo, tv, video con diffusione sonora costante, per eventi sportivi”.. Devono poi mettere a disposizione uno spazio minimo e utile per socializzare, il locale dev’essere “in sintonia con il territorio, con spazi per sedere intorno a un tavolo o parlare uno di fronte all’altro”. Devono offrire la possibilità di ospitare eventi culturali, giochi di ruolo e altre iniziative “per pensare” (l’opzione è facoltativa), offrire sorrisi e gentilezza a chi entra (facoltativo); per i ristoranti il menù deve essere “alla carta, di filiera corta e stagionale” (facoltativo) mentre per i bar è preferito il servizio al tavolo. Gradita è l’esposizione di libri, opere artistiche o altri oggetti “per pensare”. Un decalogo ferreo.

Sul sito ci si iscrive per due possibili forme di adesione: gratuita (Basic) o a pagamento (Plus, dai 50 ai 100 euro l’anno). Il sito e la pagina Facebook fanno da vetrina che promuove le iniziative culturali dei locali stessi. Come presentazioni di libri. Dibattiti. Reading e tutto ciò che chiama alla riflessione e non alla dispersione del pensiero o del dialogo. I locali che hanno aderito da aprile sono 86, coprendo 19 regioni. Cinque i locali che hanno optato per la formula Plus, tra bar, caffetterie, sale da tè, circoli culturali, enoteche, librerie e bistrot.

L’esigenza di potersi raccogliere sta diventando ormai un’esigenza sociale che coinvolge sempre più larghi , tanto che persone attente come il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti o come il professor Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, si sono accorti subito di questo fenomeno e l’hanno segnalato in modi diversi. Nicoletti con una videoanalisi sul sito de La Stampa ricorda che caffè, trattorie, osterie, enoteche, ristoranti “hanno rappresentato per tutto il ‘900 i luoghi privilegiati in cui si incontravano e si confrontavano gli intellettuali che hanno contribuito alla nascita di nuove correnti di pensiero, espressione artistica, evoluzione sociale”, Crepet dedicando l’incipit di un capitolo del suo nuovo libro, Libertà (Mondadori), in cui osserva che “si tratta di un’urgente occasione per riflettere sulla nocività di un lento, implacabile avvelenamento” dato da “il rumore che ha invaso ogni angolo e momento della nostra quotidianità” (…), un’invasione di chiasso che sembra escogitata proprio per inibire il sorgere di qualsivoglia pensiero, critica, ironia, autoironia, senza i quali non c’è, né ci sarà libertà vera”. E nel ricordare gli incontri spiati da giovane al Caffè Canova di Piazza del Popolo a Roma, tra Fellini e Mastroianni, scrive: “Ho spesso immaginato che La dolce vita sia nata anche grazie a quei tavolini (…), non un pensatoio separato dal mondo, ma un luogo di passaggio, come dovevano essere i pensieri di quei due grandi artisti”.

Hanno raccontato bene e in maniera molto suggestiva cosa hanno rappresentato i locali nello spirito di quegli anni, lo sceneggiatore e regista Ugo Pirro in Osteria dei pittori e l’attrice Paola Pitagora in Fiato d’artista, dieci anni a Piazza del Popolo (entrambi Sellerio). E, per dirla con il poeta Tonino Guerra, “bisogna creare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima”. Un’esigenza sempre più urgente.

Cambiare modo di alimentarsi. È la scommessa per il prossimo futuro. Meglio, a partire dal gennaio. Per una questione che riguarda non solo strettamente la salute ma, al tempo stesso, anche l’impatto ambientale. Ne va della sopravvivenza di ciascuno di noi, intesi come singoli, ma anche della nostra Terra, intesa come collettività di donne e uomini. La quale Terra, per altro, come recitava un vecchio slogan ambientalista “è l’unica che abbiamo”. Quindi non sprechiamola. E difendiamola.

L’operazione “rigenerativa” scatterà pertanto già nel prossimo 2020, quindi tra poche settimane, e secondo gli esperti di Whole Food Market, la società americana acquistata da Amazon nel 2017, i trend del prossimo anno sono racchiusi in dieci grandi linee guida o filoni. E qui non si parla tanto di chef quanto di ingredienti. Ovviamente, buoni per essere utilizzati da tutti gli chef del mondo che vorranno attenersi a questo “manuale della cucina sana” quanto morigerata nelle combinazioni più diverse, originali e fantasiose.

E se si parla di prodotti, di ingredienti alla base di una cucina sostenibile, non si può che partire gioco forza dalla terra, intesa come suolo da coltivare: applicando quella che viene definita come agricoltura rigenerativa, in grado di recuperare i terreni esausti, quindi di restituirci super farine, di farci apprezzare sapori e gusti particolari, anche di Paesi a noi lontani, come l’Africa Occidentale ad esempio, inducendo un tipo di coltivazione in grado di migliorare la biodiversità nel suo complesso.

Perciò il 2020 sarà innanzitutto l’anno delle farine alternative e dei prodotti da forno. E ci sarà un sostanziale incremento – perché il mercato al consumo lo richiede – dell’uso di farine, diverse da quelle di tipo tradizionale come lo è, ad esempio, la farina di teff (senza glutine, è ottenuta dai minuscoli semi di un cereale originario dell’Etiopia e dell’Eritrea) o la farina derivante dalla frutta come la banana, il cavolfiore o di tigernut, che deriva dalle nocciole, ovvero zigolo dolce, tubero originario della Spagna, ma anche super farine, forti di fibre e proteine in genere.

Il trend cibo 2020 contempla perciò i sapori africani, che vedono l’uso sempre maggiore di Moringa, tamarindo, sorgo, fonio, teff, miglio, prodotti di base della cucina di Paesi come Niger, Senegal, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria. Approdano pertanto sulle nostre tavole piatti tipici come il pollo yassa o il riso jollof.

Non si faranno mancare gli snack vegani o snack da frigo, freschi, morbidi e anche dolci come le barrette di granola. Perché la dieta vegana ormai sta facendo proseliti e impazza, insieme all’alimentazione di tipo vegetariano, nell’idea di ridurre il più possibile il consumo di carne anche per favorire il minor impatto sull’ambiente: cioè, meno carne ma di migliore qualità. Da allevamenti biologici, certificati o riconosciuti. Comunque garantiti.

Oltre la soia, andranno molto anche i prodotti vegetali in genere, con i fagioli verdi, i semi di canapa, quelli di zucca, di avocado, di anguria e l’alga clorella dorata. Non mancheranno le uova e i latticini vegetali, la salsa tahini. Tutti gli zuccheri alternativi con riduzioni sciroppose di frutta, il burro derivato da ogni genere di seme.

Quindi la tendenza 2020, in fatto di alimentazione, contempla anche i surrogati di carne con sostituti a base vegetale, che è anche stato uno degli argomenti tra i più discussi di questo anno 2019 che ci lasciamo alle spalle. E non mancano le esperienze concrete come dimostra l’hamburger vegetale ideato, messo in produzione e in commercio con successo da Burger King.

Bene, ma la vera tendenza delle tendenze gastronomiche del 2020 – nell’ambito del quadro appena delineato – sarà quella del healthy bowl. Ovvero il piatto unico,  che consolida il timido approccio avviato già l’estate scorsa con quella che è stata definita la “ciotola sana”, con dentro tutto, per un pasto completo, leggero, nutriente e saziante. Ma soprattutto gustoso.

Una soluzione che per altro va incontro alle esigenze di stili di vita in forte trasformazione dentro un mondo, stretto o costretto in tempi di vita e tempi di lavoro in continua mutazione e sempre più compressi. Dove slow e fast sono alternative di vita nette, che si contrastano e si combattono in duelli all’ultimo sangue.

Cosicché gli healthy bowl sono oggi anche il risultato di un matrimonio esclusivo quanto perfetto tra salute, gusto e bellezza insieme. Con alimenti naturali, biologici, ricchi di carboidrati a basso indice glicemico e a lento rilascio di energia, grassi buoni e fibra, con cereali integrali ma anche verdura, con largo uso di curcuma e utilizzo di avocado, che contribuiscono tutti insieme a mantenere in forma e allo stesso tempo in salute. E si possono preparare in casa come ordinare al ristorante o nei negozi dedicati.

Miss Mondo 2019 è Toni-Ann Singh, studentessa giamaicana di psicologia incoronata a Londra nel corso di una cerimonia. “Credete in voi stesse“, ha twittato la 23enne dopo l’elezione, rivolgendosi “a tutte le ragazze di St.Thomas, in Giamaica, e a tutte le ragazze del mondo”.

To that little girl in St. Thomas, Jamaica and all the girls around the world – please believe in yourself. Please know that you are worthy and capable of achieving your dreams. This crown is not mine but yours. You have a PURPOSE. pic.twitter.com/hV8L6x6Mhi

— Toni-Ann Singh (@toniannsingh)
December 14, 2019

“Dovete avere un obiettivo”, ha aggiunto. A Singh la corona è stata consegnata dalla messicana Vanessa Ponce, Miss Mondo 2018. 

Nel 1971 Sue Coppard è costretta a trasferirsi dalla campagna in città, precisamente Londra. Ma il suo cuore rimane lì nei campi, a quella vita fatta di cose semplici, di cibo genuino, lontano dal caos della metropoli, così si impone ogni fine settimana di tornare a lavorare nella propria fattoria, rivedendo il concetto stesso di lavoro nei campi, considerandola una vera e propria vacanza. Anzi, fa di più, decide di pubblicare un annuncio per cercare tutti coloro i quali hanno voglia di evadere dal traffico di Londra per un weekend e accompagnarla nel vivere questa esperienza. È così che nasce “World-Wide Opportunities on Organic Farms”, un’organizzazione che mette in contatto fattorie biologiche di 120 paesi con volontari di tutto il mondo che hanno voglia di prestare il proprio supporto nelle più svariate attività di campagna in cambio di ospitalità.

Un modo diverso di considerare la vacanza, non di certo quella più adatta per chi è abituato o pretende hotel di lusso, ma una vera e propria esperienza che coinvolge il pubblico più disparato: dagli adolescenti alle famiglie. Come scrive businessinsider.com, per quanto riguarda il nostro paese l’iscrizione all’associazione costa appena 35 euro e le possibilità sono davvero infinite: vuoi lavorare in una fattoria a Paro, in Bhutan? Puoi. Vuoi allevare bovini Dorper e Bonsmara a Koes, in Namibia? Puoi. Hai sempre sognato di coltivare pesche, grano, mais, quinoa e asparagi a San Ignacio, nella regione di Chalatenango a El Salvador? Puoi farlo. Per te è pronto un alloggio e una famiglia che ti insegnerà un mestiere che ti occuperà poche ore della giornata, il resto potrai occuparlo per conoscere la cultura locale e tenerti lontano da tutto, spesso Internet compreso.

Il sito consiglia comunque come prima vacanza di scegliere un’azienda del proprio paese, l’Italia tra l’altro è uno dei luoghi più richiesti da “woofers” esteri, le attività sono anche in questo caso innumerevoli e i posti, ovviamente della profonda provincia, incantevoli. Come racconta si può leggere sul sito initalia.virgilio.it “In Toscana, ad esempio, a Castagneto Carducci, in provincia di Livorno, Bridget e i suoi figli Ester e Remo, gestiscono l’azienda con l’aiuto di amici e wwoofer.

Generalmente hanno bisogno di aiuto nell’orto, nel frutteto e nell’oliveto, ma anche di altri lavori agricoli. In un’azienda a 7 km da Urbino, Carlo e Gigia, allevano invece bovini, suini, conigli e pollame a uso familiare, e vi si svolgono lavori prettamente agricoli. Tanti gli indirizzi utili per chi vuole apprendere i segreti della permacultura, tra cui spicca “La Tabacca”, una casa rurale immersa tra i castagni del Parco del Beigua, sulle alture genovesi, gestita dall’associazione ambientalista “Terra! Onlus”, che in estate organizza campi di lavoro per offrire un’esperienza unica a contatto con la natura”.

La Guida Michelin ha unito le proprie forze con TripAdvisor e TheFork: tutti i 14.000 ristoranti selezionati dagli ispettori della guida più celebre del mondo saranno chiaramente identificati con i loro punteggi e le distinzioni Stella, Bib Gourmand e Piatto sul sito e sull’app di TripAdvisor. Circa 4.000 ristoranti in tutta Europa saranno presto accessibili e prenotabili su TheFork e sulla piattaforma digitale della Guida Michelin. Non significa che i ristoranti stellati metteranno automaticamente a disposizione pasti a prezzi ‘stracciati’, ma entreranno a tutti gli effetti in TheFork e quindi durante i festival dell’app potranno decidere se aderire, proporre sconti o prezzi calmierati come avviene già attualmente per molti ristoranti gourmet.

Michelin ha inoltre firmato un accordo per la vendita di Bookatable a TheFork. Questa acquisizione consente a TheFork di consolidare i suoi mercati esistenti e di espandersi in cinque nuovi Paesi: Regno Unito, Germania, Austria, Finlandia e Norvegia. Ciò significa che i 14.000 ristoranti prenotabili su Bookatable si uniranno ai 67.000 già prenotabili su TheFork, creando la più grande piattaforma di prenotazione di ristoranti online. I termini dell’acquisizione di Bookatable da parte di TheFork non saranno divulgati.

“Con oltre 120 anni di esperienza nella creazione di guide gastronomiche che forniscono consigli sui ristoranti basati sul lavoro di ispettori indipendenti ed esperti, questa partnership strategica tra Michelin e TripAdvisor offrirà una visibilità senza precedenti agli indirizzi elencati nelle selezioni della Guida Michelin in tutto il mondo” ha affermato Scott Clark, membro del Comitato Esecutivo del Gruppo Michelin. “Combinando l’esclusivo criterio di selezione dei ristoranti a cura della Guida Michelin con la completezza della piattaforma di pianificazione dei viaggi di TripAdvisor, saremo in grado di rendere le selezioni della Guida Michelin accessibili a un numero molto più ampio di clienti in tutto il mondo”.

“Siamo felici di aggiungere Bookatable di Michelin alla famiglia di TripAdvisor. Questo accordo ci consente di continuare a espandere geograficamente la nostra attività, offrendo allo stesso tempo un servizio ancora più prezioso a ristoranti e clienti” ha affermato Bertrand Jelensperger, vicepresidente senior, TripAdvisor Restaurants e CEO di TheFork. “Presto renderemo più visibili sulle nostre piattaforme i ristoranti prenotabili selezionati da Michelin per servire meglio i nostri utenti e indirizzare i clienti nel ristorante più giusto per loro”.

Secondo un recente studio condotto da Strategy &, parte del network di PwC, nel 2018  TheFork e TripAdvisor hanno influenzato insieme quasi 7,2 miliardi di euro di entrate nei sei mercati considerati dallo studio (Francia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito), vale a dire oltre 320 milioni di pasti aggiuntivi nei ristoranti.

Dopo il brunch? C’è lo slunch. Una tendenza nuova. Che sta prendendo piede. Basata sulla convivialità. Sullo stare insieme. Seduti in un salotto così come intorno ad una tavola. In giardino o in terrazza. Ma che non disdegna neppure luoghi come il lounge bar o il ristorante.

Un altro modo di definire lo slunch è “upsidedown”, cioè una colazione “sottosopra” o anche “rovesciata”. Un pranzo rigorosamente senza regole. Assolutamente informale. Casual. Come capita. Una moda che ha preso l’abbrivio o è stata inventata, sull’onda dei cosiddetti “guerrilla restaurant”, nel 2006 a New York, la capitale delle tendenze “in anticipo”, e che si riversano in Europa dopo un po’. Precipitando sull’Italia solo all’ultimo momento. E quasi sempre a scoppio ritardato. Transita da Parigi esattamente dieci anni fa, nel 2009, rimbalzata in Gran Bretagna, dilagata un po’ nei paesi scandinavi.

In Italia è piuttosto praticata a Firenze. A partire dal 2015. A cura di Cousine Collectif, un gruppo che dopo le cosiddette “cene segrete”, esclusive e riservate, ha lanciato la moda dello “slunch upsidedown”, pranzo o cena rovesciata, sottosopra, un po’ anarchica e priva di regole, nelle case e nei luoghi trendy del capoliuogo toscano. Diciamo che più che a Roma e Milano, lo slunch attecchisce di più nelle città di piccole e medie dimensioni, nella provincia, dove i rapporti sono più facili, dove case e locali si raggiungono con più facilità. Meno nelle metropoli, a parte quelle dove c’è una metropolitana che funziona come un orologio, che ti porta da un capo all’altro con rapidità.

Non a caso una tendenza nata proprio a New York dove la subway è una scheggia e la Grande Mela un posto molto accogliente, diviso in aree, quartieri, caseggiati dove ci si frequenta tra una strada e l’altra, un piano e l’altro dello stesso condominio, mettendo insieme la cena, appunto.    

Cos’è lo slunch

Tecnicamente lo slunch è una sorta di merenda che sostituisce il pranzo e precede oppure anche sostituisce, in parte o in toto, la cena. Una merenda lunga, si potrebbe anche definirla. Che prende le mosse più o meno dalla metà del pomeriggio, tra le 17 e le 18, l’orario del thè e l’inizio dell’aperitivo, e va avanti fino alle 22 circa oppure anche dopo. Ma mai oltre le 23. Rigorosamente.

Slunch è dizione che nasce dalla crasi tra supper e lunch ma non manca neppure chi parla invece drunch, crasi in questo caso tra dinner e lunch… Dunque sì, una merenda che con il passare delle ore si trasforma in aperitivo e diventa cena che va lunga, amicale, di lavoro, tra gruppi piccoli, medi, allargati. Dipende dal taglio che si dà a questa occasione. Per riassumere, il Dizionario Treccani definisce il concetto di slunch come “il pasto che si consuma quando è troppo tardi per il pasto, ma troppo presto per la cena” quindi lo si apparecchia “all’ora che si desidera, senza limiti” temporali ben definiti.

E lo slunch è anche l’ideale per quelle persone che i motivi più diversi – impegni, lavoro, abitudini, dieta rigorosa – saltano la colazione di mezzogiorno ma poi non riescono a stare senza nutrirsi fino a sera. Quindi, più prosaicamente, il Dizionario lo definisce come l’espediente più consono “per riempire un vuoto nello stomaco”. Quindi può trattarsi anche un piatto veloce per chi dovesse decidere di andare al cinema nel pomeriggio per poi uscirne in un orario in cui è ancora possibile conciliare la cena (supper) con il pranzo (lunch). Che in questo caso, può esser – a piacere – un rito solitario, di coppia o in nutrita compagnia, tenendo così viva l’inclinazione alla socialità e convivialità di gruppo.

L’entrée dello Slunch è per definizione dolce. Ma non a base di cioccolatini o biscotti, bensì pasticcini assortiti, ciambelle e torte di diverso ordine, grado e grandezza. E accompagnata da bibite, preferibilmente analcoliche o alla frutta, vini leggeri, prosecco, caffè o thè aromatizzati, carcadè, che ben s’accompagnano con i dolci. La conclusione, va da sé, è ovviamente salata e anche un po’ più sostanziosa degli usuali salatini – arachidi-patatine-pistacchi-olive – con invece contorno di torte salate, parmigiane, sformati, pizze oppure soufflé, humus di ceci o guacamole 8di avocado) con pane, crostini, grissini oppure lo zazichi (cetriolo e yogrt), minestre di verdure o cus-cus.

Lo slunch o drunch che dir si voglia, è pertanto l’ideale per le domeniche d’autunno o d’inverno (meglio se un caminetto acceso d’accompagno e d’atmosfera), senza tempo e senza meta, che non sia quella della settimana entrante alle porte, ma è anche praticabile nel corso della settimana, come ricordato all’inizio, proprio perché ben si concilia con gli orari che non contemplano le “ore piccole”. E gli stravizi.

Quanto costa una casa con vista sulla Grande Bellezza? Immobiliare.it ha analizzato i prezzi degli immobili in vendita nelle zone che ospitano monumenti e paesaggi iconici e ha scoperto che i Faraglioni di Capri si aggiudicano il primato di affaccio più caro: mediamente 12.437 euro/mq, il 12% in più rispetto alla media dell’isola.

Prezzi record anche per gli scorci più noti di Milano: fra le tante viste iconiche che offre la città, è quella del Castello Sforzesco la più cara in assoluto, con un prezzo medio di 11.341 euro/mq, più di tre volte superiore alla media milanese (+223%). Costa circa 1.000 euro/mq in meno un appartamento nella zona del Duomo.
 
Tra gli scorci simbolo di Roma, quello che costa di più ammirare dalle proprie finestre è Piazza Navona, dove chi vende casa chiede oltre 9.800 euro al metro quadro, cifra che supera più di tre volte la media della Capitale (+216%). Si aggirano attorno a un range di 8.000 euro al metro quadro gli appartamenti in vendita nei pressi di Piazza del Popolo, della Fontana di Trevi e del Colosseo. Non poteva mancare l’ambita vista sul Cupolone di San Pietro, che ai fortunati acquirenti costa in media 7.837 euro/mq, il 50% in più rispetto al prezzo medio di Roma.


 
Anche a Firenze non manca la possibilità di godere di viste mozzafiato dal proprio appartamento: per gli immobili siti nella zona della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, degli Uffizi e della Basilica di Santa Maria Novella i prezzi si aggirano attorno ai 5.000 euro al metro quadro. E la romantica Arena di Verona? Per godere di questo scorcio i prezzi degli immobili quasi raddoppiano rispetto a quelli medi della città, con richieste che superano i 5.000 euro/mq.

La bresaola sta vivendo una stagione di attenzione e gradimento da parte degli italiani: 1 su 3 (32%) ne sente parlare più spesso o l’ha vista con maggiore frequenza, negli ultimi 2 o 3 anni, sugli scaffali dei supermercati. E molti cominciano a padroneggiare un numero maggiore di ricette a base di Bresaola della Valtellina IGP, dimostrando un incremento di attenzione e conoscenza. Il 25% dei consumatori (1 italiano su 4) conosce 3-4 preparazioni e il 12% addirittura tra 5 e 10 (+40% negli ultimi 3 anni).

Mentre fino a pochi anni fa la sola ricetta conosciuta era la bresaola con olio, limone e scaglie di parmigiano…

Lo rivela la ricerca “Gli italiani e la Bresaola della Valtellina” condotta da Doxa per il Consorzio di Tutela Bresaola della Valtellina IGP, su percezioni e abitudini di consumo degli italiani di questo salume, magro, che è entrato a far parte della nostra migliore tradizione gastronomica.

Se già sapevamo che 42 milioni di italiani consumano Bresaola della Valtellina (Fonte: ricerca Doxa/Consorzio di Tutela Bresaola della Valtellina del 2016) oggi scopriamo che in testa agli apprezzamenti c’è quella IGP: ben 38 milioni di italiani, il 73% degli over 15, scelgono quella con il marchio di certificazione perché garanzia di maggiore qualità, primo criterio di scelta al momento dell’acquisto per il 67% dei consumatori. Tra i driver d’acquisto, è in crescita il riferimento alla marca, fattore che conquista il secondo posto, passando dall’8 al 16% delle preferenze, sorpassando l’origine della materia prima che, con il 12%, scende alla terza posizione.

TRA I SALUMI PREFERITI È AL TERZO POSTO, DOPO PROSCIUTTO CRUDO E COTTO

Secondo la ricerca, realizzata su un campione di più di 1000 persone rappresentativo della popolazione italiana adulta (15+ anni di età), la Bresaola della Valtellina IGP è nella Top 3 dei salumi più amati dagli italiani con il 32% delle preferenze (che salgono al 39% tra i 30-49enni), dietro a prosciutto crudo (57%) e cotto (49%) e, a sorpresa, davanti a mortadella (28%) e salame (24%). Sul podio 3 salumi “salutari”, dunque, tra i quali la Bresaola della Valtellina IGP vince per leggerezza e salubrità (il 46% degli italiani ritiene che ha un ridotto contenuto di grassi, sale e conservanti), in linea con l’interesse del nuovo consumatore verso gli alimenti “senza” conservanti e antibiotici (con un occhio al bio), molto forte anche nel mercato dei salumi: il 43% li vorrebbe senza conservanti, il 33% senza antibiotici, il 31% biologici, il 27% a basso contenuto di grassi.​

1 ITALIANO SU 2 LA CONSUMA PIÙ DI UNA VOLTA A SETTIMANA, SOPRATTUTTO I MILLENNIALS

Molto alta la frequenza di consumo: 1 italiano su 2 (45%) la porta in tavola abitualmente, più di una volta a settimana. Tra questi, uno zoccolo duro di Bresaola Lovers, il 26%, la consuma molto più frequentemente (il 6% addirittura più di 4 volte a settimana). Tra i consumatori abituali di Bresaola della Valtellina IGP, i veri Bresaola lovers sono i 30-49enni (Millennials e Generazione X) che vivono nel Centro Italia, smentendo il luogo comune che attribuisce a questo salume un’anima esclusivamente “nordica”. Proprio nell’Italia centrale aumenta il numero dei consumatori (79% rispetto al 73% della media nazionale) e la frequenza di consumo (più di 1 volta a settimana, 49%, contro la media nazionale del 45%). Dato confermato anche da un approfondimento sul target di chi la indica come il proprio salume preferito: anche in questo caso, rispetto al 32% della media nazionale, vediamo che tra le persone di 30-49 anni si sale al 49% (44% per chi vive in Centro Italia).​

Tra i pregi della Bresaola della Valtellina IGP, il 36% degli italiani (e il 46% degli uomini di 30-49 anni abitanti nel Nord Ovest) oggi indica prima di ogni altra cosa la praticità. Fanno seguito, a pari merito (35%), il gusto e la leggerezza. Una vera novità, forse spiegata dal boom del prodotto in vaschetta, che oggi copre più del 43% del mercato totale di questo salume. Interrogati sulle situazioni in cui la Bresaola della Valtellina IGP è la scelta top, il 46% ama mangiarla per la sua leggerezza. A poca distanza, il 42% la consuma quando ha poco tempo a disposizione ma non vuole rinunciare al gusto. Interessante evidenziare che il 28% dei più giovani (15-29enni) la mangia per soddisfare il proprio fabbisogno quando pratica sport.​

1 italiano su 2 (51%), soprattutto donne 30-49enni del Nord Est, la mangia a pranzo, anche se rimane alto il numero di quanti la consumano a cena (39%). Una curiosità: per i giovani della Generazione Z (15-29 anni), la Bresaola è sinonimo di cena. Il 52% di questi preferisce questo momento della giornata per mangiarla e solo il 34% lo fa a pranzo. E che dire di quel milione di italiani che la mangiano a colazione.

All’interno del pasto, la Bresaola si afferma soprattutto come piatto principale (46%) e come antipasto (42%), ma c’è chi la utilizza come condimento per il primo piatto (29%) o come ingrediente per un panino (26%). Ma si affaccia un fenomeno recente interessante: il 17% degli italiani la mette sulla pizza; percentuale che sale tra i giovani (41%) e al Nord Ovest (26%).

Si chiama Cook_inc. e nel 2018 è stato dichiarato come il Best Food Magazine in the World ai “World Gourmand Cook Book Awards” a Yantai, in Cina. È una rivista di tendenza, che non ama o addirittura nega le tendenze, decisamente in controtendenza. Di elevata qualità. A cominciare dalla carta. Dalle foto. Dalla scrittura. Quadrimestrale, tre numeri l’anno. Grandi servizi, fotografie ben curate, scattate ad hoc, mai acquistate sul mercato. Così come tutti i servizi sono inediti. Firme rinomate, una tra tutte: Andrea Petrini, global writer per eccellenza. O Raffaella Prandi, già inviata di punta per le inchieste del Gambero Rosso.

Impaginazione sobria, elegante, ariosa. Molto bianco intorno. Carta opaca e grammatura consistente. Poco sotto le duecento pagine. Peso: un chilogrammo circa. Quattromila copie di tiratura. Spedizione in abbonamento postale. Ma anche distribuzione in edicole e negozi di qualità. Come può essere la 518 di Perugia. O librerie specializzate. Punti vendita di moda e alla moda, con annesse riviste di livello. Come il Declare a Venezia, nei pressi della Chiesa dei Frari.

Un periodico a lunga conservazione, dunque. Senza data di scadenza. Un oggetto da collezione. Da riprendere in mano. Da consultare e rileggere anche a distanza di tempo. Senza classifiche. O recensioni. Solo racconti. Dentro i quali si concede, talvolta, anche il lusso di perdersi. “Perché, come accade nella vita – è la linea filosofica –, a perdersi capita di incontrare cose bellissime”.

Cook_inc., “officina internazionale di cucina” è di proprietà della Vandenberg Edizioni, piccola casa editrice con sede a Lucca, nata a cavallo tra il 2005 e il 2006. Rivista che ha esordito nel novembre 2011, sorta dalle ceneri di Apicius, semestrale sul mondo della gastronomia molto centrata sull’avanguardia spagnola della cucina, Ferran Adrià tra tutti, per intenderci, lo chef che negli anni Ottanta ha contagiato ed egemonizzato il mondo intero. Apicius è stata una rivista di prestigio vittima della crisi economica che si è riverberata con anticipo su tutta la Spagna a partire dal 2006, per almeno un quinquennio.

Direttrice, la energica quanto vulcanica Anna Morelli, nata a Bruxelles neanche una sessantina d’anni fa da padre italiano e madre peruviana di Lima, sposatisi a Washington DC. Con loro ha vissuto ovunque, a Bruxelles, in Argentina e Perù, Etiopia. Il padre è stato funzionario della Commissione Europea. Studi in Sociologia e poi anche in Storia dell’arte a Firenze.

Quindi se ne va alle Canarie a fare windsurf, poi si trasferisce a Madrid, dove conosce Frans Vandenberg che diventa suo marito ed è anche il suo editore. Il quale poi la porta a Barcellona e da lì a Londra, Bruxelles e infine a Miami. Per poi approdare a Lucca, una volta maturata la pensione. Nel frattempo, lei non s’è fatta mancare nulla, tra cui tre figlie.

La biografia di Cook_inc. è fortemente intrecciata a quella della sua anima e animatrice, di cui qui proponiamo una breve testimonianza dalla sua viva voce: “A Bruxelles durante i miei studi ho lavorato con i Centri di accoglienza dei rifugiati politici Sud-Americani”, racconta Anna Morelli. “Poi a Firenze, oltre agli studi – prosegue – ho lavorato un po’ come modella, un po’ come artista usando l’aerografo. Alle Canarie mi sono dedicata all’aerografo su tela e da li ho montato un business tra magliette, decorazione di bar e locali, il tutto con pistola e aerografo. Molto divertente!” esclama.

“A Madrid – aggiunge – ho dovuto ricominciare da zero: lezioni di francese per la Berlitz, traduzioni per varie agenzie, booker in un’agenzia di modelli e finalmente l’apertura della mia agenzia di rappresentanza di fotografi, più truccatori e parrucchieri, nell’ambito della moda”.

“Sono stati anni intensi e difficili” ricorda oggi Anna Morelli. “Quando ho dovuto chiudere l’agenzia nel ‘91 – corre a ritroso con la memoria – ho lavorato per un’agenzia di fotografia e stampa: Cover, fondata da Jordi Socias. Ho continuato a lavorare tra due gravidanze e ho portato a Cover la rappresentazione di Photonica, la più bella agenzia di Stock Photo, con base a Tokyo. Siamo stati i primi a rappresentarli in Europa. A Barcellona ho anche collaborato, per la parte commerciale, con The International Herald Tribune nella ricerca di sponsor e operazioni di marketing. Intanto ho conosciuto Umberto Allemandi, editore del Giornale dell’Arte.

Quando ho traslocato a Londra sono andata a lavorare all’edizione inglese di The Art Newspaper, sempre nel commerciale. Poi è arrivata la terza gravidanza e finalmente mi sono presa una pausa, poi siamo partiti per Bruxelles, ma dopo meno di un anno siamo ripartiti. A Miami mi sono anche iscritta a un corso per diventare Guida del Museo dell’Università di Miami: il Lowe Art Museum e in contemporanea ho aperto – insieme a tre amiche anche loro studentesse – la Galleria all’interno del Centro d’Arte di Homestead: ArtSouth di Ellie Schneiderman… Ecco, poi sono arrivata a Lucca e qualche anno dopo mi è stata offerta la possibilità di diventare coeditore della rivista Apicius”. Una vera cavalcata mozzafiato. E molte esperienze.

Grande facilità di contatti e relazioni, Anna Morelli è stata ovunque. Ha pranzato e cenato dappertutto. Alto, basso e medio. Sa e se ne intende. Conosce il mondo e le sue lingue, di cui ne parla correntemente almeno sette. Chi meglio di lei? La rivista è lei ed anche il suo spirito. Quando va bene muove per il mondo una ventina di fotografi, che trova, contatta e “contratta” sul posto.

E con loro, al seguito, altrettanti giornalisti, che sono la sua risorsa principale. Sono il suo olfatto, il suo palato, le sue antenne nel mondo internazionale e locale del food. I fotografi il suo punto di vista. Gli uni e gli altri sono personaggi che entrano nelle cucine, trascorrono giornate con gli chef, vanno al mercato con loro ad acquistare le materie prime, perdono tempo e trascorrono con loro anche parte del tempo libero. Servizi maturati, scritti e vissuti in simbiosi con i soggetti del loro diretto interesse.

Ma torniamo a Cook_inc., dove inc. sta per “inclusione”. Ovvero, in queste pagine si parla di tutti i tipi di cucina. Alta, bassa, normale. Quasi una fissa. Come un’ossessione. La cucina dei Paesi frequentata nei luoghi in cui ha vissuto o viaggiato la stessa Morelli. “La prova che qui si parla di tutte le cucine del mondo – racconta la direttrice – è che uno dei primi servizi che ho pubblicato nel numero uno delle rivista è dedicato allo Chateaubriand di Parigi, un locale che per gli spagnoli era equiparabile a un semplice bistrot. Non ne avrebbero mai parlato, non avrebbero mai fatto un reportage sullo Chateaubriand. Invece io penso che nel mondo ci sono anche posti così e non è affatto detto che si debba parlare solo di cucina d’avanguardia e d’avanguardia spagnola in particolare…”. 

A parte l’accezione inc., secondo Anna Morelli non c’è alcuna differenza: “Si può andare in un tristellato fantastico avendo un’esperienza di cucina indimenticabile, ma si può andare anche in un locale molto semplice senza stelle in cui poter fare, in un altro modo, un’esperienza culinaria altrettanto indimenticabile”. “Quindi sì, da questo punto di vista la nostra è una rivista davvero in ‘controtendenza’, nel senso che per noi non è il numero delle stelle quello che definisce un locale. La linea che seguiamo è invece quella di ascoltare i nostri giornalisti e collaboratori, le loro indicazioni, pulsioni, il loro naso, sentire che cosa hanno da proporre e dire ‘okey, se si può fare andiamo… vediamo se ci possiamo permettere il viaggio…’.  Per noi quel che conta è la credibilità dei giornalisti e i giornalisti sono alla base di questa rivista. Senza di loro sono nessuno. Io posso lanciare idee, posso… noi, poi, da qui facciamo tutta la parte organizzativa, ma l’importante sono i nostri collaboratori”.

Il punto di vista principale sui contenuti è “cercare sempre di fare qualcosa di interessante, diverso, curioso”. Mai main stream… “Rappresentando tutto il mondo, per quel che è possibile”. Perciò su Cook_inc. si spazia dal Canada, Restaurant Chez St-Pierre, a Le Bic in Quebec, fino a Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, per raccontare terra, territorio, verdure, piante, erbe. Per poi nella pagina successiva fare la conoscenza di May Chow, chef dei ristoranti Happy Paradise e Little Bao, di Hong Kong e approdare, infine, in Alto Adige per scoprire le “affinità di affinamento” del formaggio.

Un viaggio continuo. Come quelli della vita di Anna Morelli. E infatti la filosofia di Cook_inc. è proprio questa, spiega la direttrice: “Offrire ai lettori – che inizialmente erano soprattutto cuochi e che oggi ormai sono anche gourmet di tutti i tipi, foodies, gente che ama viaggiare – ecco, dare anche chi non può viaggiare la possibilità di farlo quando gli arriva la rivista. Un bellissimo viaggio tra odori, sapori, colori, culture. Spaziando ovunque. E senza fare salti alla cieca”.

Tra queste pagine non ci sono Masterchef o i cuochi-divi della tv. Leggendo questa rivista si ha l’impressione di far la conoscenza invece con una “comunità” dove esiste un fortissimo rapporto tra gli chef, il territorio e il suo indotto. Una forte correlazione. Un forte legame. Gli chef hanno anche gli orti, curano e coltivano direttamente i prodotti che usano in cucina e mettono in tavola, avendo rapporti diretti con la gente che produce per loro e accanto a loro. Come se progredissero insieme, l’uno accanto all’altro. Lavorando insieme. Sporcandosi le mani insieme. Senza essere quei “geni solitari” di cui parla “la tv degli chef”.

Si può allora delineare una direzione di tendenza? Dove sta puntando la cucina internazionale? Secondo Anna Morelli quest’ultima ”si sta aprendo molto”. Nel senso che per molti chef “non è più così importante avere oggi una stella o rientrare in certi canoni”, perché ormai le persone “cercano anche esperienze completamente al di fuori da tutti questi riconoscimenti, onorificenze, medaglie, catalogazioni”.

”Personalmente – dice Morelli – sempre più mi diverto in posti più semplici senza stelle, che però ti parlano proprio perché fai delle esperienze culinarie significative e da dove esci e ti ricordi i sapori, i profumi delle cose che hai assaggiato. Assieme alle storie affascinanti di personaggi che magari non vengono direttamente dal mondo della cucina ma ci arrivano per vie traverse, laterali o perché hanno poi fatto delle scelte di vita che li ha portati ad approdare lì, tra i fornelli”.

E in Italia, che strada si sta percorrendo? “Penso che stia cominciando a cambiare adesso. Ci sono un po’ di giovani che si sono stufati del sistema delle guide, delle competizioni, del dover primeggiare a tutti i costi e che hanno deciso prima di tutto di lavorare per loro stessi. E questo sta facendo la differenza nella cucina italiana. Che sta diventando, anche per questo, più interessante”.

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