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AGI – C’è spazzatura e spazzatura. Che, in certi casi, è fashion. Persino su TikTok. Nel caso delle abili ricostruzioni dei look da passerella e da red carpet di Angelica Hicks, artista e illustratrice britannica, il significato di “modelli spazzatura” è letterale.

Hicks, infatti, è diventata un fenomeno di culto proprio “sui social media grazie ai suoi post ironici di abiti couture e look da copertina di riviste ricreati con oggetti di uso quotidiano come collant, carta stagnola e sacchetti della spazzatura”, scrive il New York Times.

Tant’è che Hicks s’è spinta addirittura a “rifare un vestito a righe monocromatico di Carolina Herrera che ha sfilato alla settimana della moda di New York questo mese” realizzando una versione “con carta igienica drappeggiata ad arte e la borsa a secchiello bianca usata in passerella sostituita dal rotolo e dal suo supporto” mentre lo scorso maggio “ha usato un copripiumino e del cartone, una cuffia da doccia viola e macchie di avocado per imitare l’abito Gucci con corsetto che Billie Eilish ha indossato al Met Gala”, riferisce il quotidiano della Grande Mela.

E ha persino messo in scena una replica dell’abito scultoreo Schiaparelli con spille dorate decorate che Maggie Gyllenhaal ha indossato agli Oscar, usando la carta che riveste i Ferrero Rocher e masticando i cioccolatini durando la sfilata. La filosofia che la ispira è questa: “Fare look con poco”.

In una intervista Hicks racconta: “All’ inizio ho tratto ispirazione dalle pagine ‘Who Wore It Best’ di riviste come People e Us Weekly. Ho iniziato con un panno a quadretti, prima su un vestito per me, e ho postato una foto su Instagram chiedendo ai miei amici un parere”. Dal 2017 in poi ho ricreato locandine di film o copertine di Vogue con cose che ho trovato nel mio appartamento. È stato solo nel 2020, durante il lockdown, che ho effettivamente realizzato un video. Quello è stata una vera trovata. E una svolta: esser in grado di osservare il processo di creazione lo ha reso chiaramente molto più divertente e popolare così il mio seguito su Instagram ha iniziato a crescere. Poi i miei amici hanno detto: ‘Questo lo devi mettere su TikTok!’ e così ho fatto”.

Lei non accumula e usa oggetti strani, ma li ricava dalla quotidianità, cose che le persone hanno comunemente e di sicuro in casa, come mascherine e collant di pizzo per un look da red carpet alla Lady Gaga. Oppure un cuscino con panna montata per copiare un cappello indossato dalla regina, compresse Advil, una lattina di bibita e il bordo in pelliccia del mio parka per rifare Teresa Giudice nel giorno del suo matrimonio.

Lei dice che per assemblare un vestito le ci vogliono non più di due ore. E fa tutto da sola. Però ultimamente compare anche cinque volte a settimana in partnership di lusso e di marca assieme ai creativi di Vogue Italia, Gucci e Valentino. Un successo spazzatura. O spazzatura di successo.

AGI – La stilista libanese Lara Chamandi e l’artista Francesca Pasquali che nell’arte e nella moda portano avanti progetti legati alla sostenibilità ambientale, insegnano l’importanza della natura attraverso un abito. Le due artiste con il loro progetto “Metamorfosi” (visibile a Milano fino al 26 settembre al DAAD, in via Santo Spirito 24) vogliono offrire spunti di riflessione sul rispetto dell’ambiente anche per chi opera nella moda.

Materiali naturali e sostenibili sono il marchio caratteristico della designer libanese Chamandi, mentre la carta da riciclo è l’elemento fondante delle installazioni di Pasquali. “Tutto quello che vediamo è frutto di attenta ricerca di nuovi tessuti che non impegnino in perdita la natura ma che, anzi, la preservino in prospettiva futura, così come l’uso di materiali che hanno una valenza capace di andare oltre il loro essere oggetto d’uso, dunque reimpiegabile e riqualificabile”, affermano le due artiste che rimarcano i loro “ingredienti” per una perfetta armonia: “rispetto per la natura, risparmio dell’acqua, amore per i boschi, gli alberi”. “Puoi non sprecare – affermano – e se tutti lo facessero, se tutti riciclassimo, forse non staremmo dove siamo”. 

Esiste un’Italia più popolosa dell’Italia stessa che vive all’estero. La comunità degli italiani, infatti, costituita ufficialmente da quasi 6 milioni di individui – quelli iscritti all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) che hanno diritto di voto – e ufficiosamente da altri 80 milioni (milione più milione meno) di oriundi secondo le Ong e il Rapporto Migrantes che vivono all’estero dove spesso sono nati e che hanno e diffondono la cultura del Belpaese di cui si sentono ancora parte integrante. Un numero che può triplicare se si considerano anche gli stranieri che parlano italiano e ‘sposano’ la cultura italiana e coloro che orbitano e intorno alle comunita’ italiane all’estero e interagiscono con esse.

Quell’Italia fuori d’Italia è composta da persone che nella grande maggioranza dei casi tengono alto il nome del nostro Paese e con il loro lavoro e le loro realizzazioni fanno onore all’Italia. Oggi sono tante le associazioni, le riviste, le istituzioni e perfino le iniziative individuali, che esaltano l’Italia all’estero, ma lavorano un po’ ognuna per conto proprio, quando invece unite sarebbero più autorevoli. Partendo da questa idea Mauro Marabini, imprenditore bolognese da anni residente nel Principato di Monaco, direttore del sito ‘Alter Italia’, ha organizzato un convegno internazionale il 16 e il 17 settembre a Mentone, città sul confine con l’Italia, situata sulla Costa Azzurra. Lo scopo è quello di riflettere sul ruolo degli italiani che vivono e lavorano all’estero e di creare un network tra quanti operano fuori dai confini. Il convegno, intitolato “Italia Eterna” è rivolto agli italiani trasferiti all’estero per lavoro o per scelta di vita (chiamati in inglese expat), ma che rimangono cittadini italiani; stranieri con radici italiane e che spesso prendono un secondo passaporto, quello italiano; ma anche stranieri che amano l’Italia e ne parlano la lingua.

Come spiega all’AGI lo stesso imprenditore, ‘Alter Italia’ è “un concetto che ha proprio questa ambizione, di creare un legame tra tutte queste realtà per esprimere ancora più incisivamente l’italianità in tutte le sue espressioni e forme e per contribuire all’influenza dell’Italia sul mondo”.

“Da quando sono all’estero navigo alla ricerca di italiani – racconta -. Ho scoperto un’altra Italia che esiste oltre i 6 milioni iscritti all’Aire: ci sono centinaia di milioni di italiani che rappresentano l’Italia fuori dall’Italia. Il mio intento è di renderli consapevoli della loro ‘grandeur’ – culturale, economica, artistica, scientifica – e metterli in contatto tra di loro. Io organizzo questo convegno cercando di costruire un ponte. Proponiamo agli esponenti del mondo italico di mettersi in contatto tra di loro. Perche’ e’ grazie a loro che abbiamo l’export sempre in attivo anche in questo momento di crisi globale”. 

Un mondo vastissimo, dunque, di persone che hanno ritrovato l’orgoglio della loro origine italiana di cui, spiega Marabini, “prima si vergognavano”. “Il mio scopo è di sottolineare e valorizzare quello che c’è già, un mondo, una cultura, un modo di essere e sentire l’appartenenza a un popolo e sensibilizzare la politica – aggiunge -. Con Draghi abbiamo aumentato la nostra reputazione all’estero, anche se i partiti non fanno molto per gli italiani all’estero. E allora forse è giunto il momento di farsi sentire. Bisogna percorrere altre strade perché dobbiamo essere consapevoli che è una grande fetta d’Italia che vive all’estero”. Che fare? Secondo Marabini “la politica deve investire di più. All’estero infatti spesso non c’è possibilità di mettersi in contatto con ambasciate o consolati d’Italia perché manca il personale – prosegue – pensi che lo stesso numero di funzionari che sono nel Principato di Monaco, dove vivono circa 8mila italiani, c’è anche a Londa dove ce ne sono 500mila. La classe politica deve tener conto che esiste questa realtà – aggiunge – e deve prendersene cura. I governanti devono fare di più in questo senso, bisogna investire all’estero, essere più presenti perché altrimenti prevale la burocrazia che è sempre un freno allo sviluppo e alla crescita”.

Dal 2006, dopo la caduta del terzo governo Berlusconi, non c’è più un ministro per gli italiani nel mondo (ultimo è stato Mirko Tremaglia). E questo, sottolinea Marabini, è “un grave errore che il nuovo esecutivo spero non ripeterà perché – sottolinea con forza – deve esserci un ministro che si occupi degli italiani all’estero le cui comunità sono vaste, importanti e influenti. Basti pensare – aggiunge – che quando la federazione degli italo-americani organizza la sua festa, ha tra i commensali il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti, oppure che a Ginevra esistono 75 associazioni culturali italiane”.

Il convegno in programma per due giorni a Mentone, ospitato nello storico Palace des Ambassadeurs, creazione Belle Epoque firmata nel 1865 da Gustave Eiffel, vedrà la partecipazione di conferenzieri che vengono da diversi Paesi e ambienti. Dagli Stati Uniti interverranno monsignor Salvatore Cordileone, arcivescovo di San Francisco; Josephine Maietta presidente della Association of Italian American Educators (Aiae); Andrew Cotto, autore pluripremiato, giornalista del ‘New York Times’ nonché direttore della rivista ‘American Italia’; la scrittrice Elizabeth Nicolosi. La Francia sarà presente con padre Jean-Robert Armogathe, co-fondatore dell’Académie Catholique de France, membro dell’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres e direttore della rivista cattolica “Communio”. Dalla Gran Bretagna arriva Francesco Ragni, direttore della rivista ‘Londra, Italia’. Il nostro Paese sarà rappresentata da Delfina Licata della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana, curatrice del ‘Rapporto Italiani nel Mondo’ e scrittrice. Anche la Svizzera sarà presente, con l’onorevole Simone Billi, deputato in carica e candidato alla rielezione, circoscrizione Europa.

AGI – La tendenza è progressiva quanto inarrestabile. Da un lato ci sono le opportunità che offre la tecnologia IT, dell’Information Technology, dall’altra ci sono le abitudini che si sono venute a consolidare in seguito alla pandemia. Il combinato disposto porta così ad un incremento considerevole della spesa smart o online che dir si voglia. Specie nel settore agricolo, frutta e verdura, con consegna direttamente al domicilio.

L’ultima arrivata sul mercato della capitale è la spesa smart, locale e sostenibile, di Cortilia, food-tech company che mette in contatto i consumatori consapevoli con produttori locali sostenibili ed eccellenze nazionali attraverso un servizio di spesa online efficiente basato sulla qualità e il rispetto dei cicli naturali con un semlpice click sul sito e sulla app dedicata.

Freschezza, stagionalità, italianità, sostenibilità sono i suoi requisiti e anche la chiave di un successo che vede il gruppo presente oggi in 800 comuni di 6 regioni: Lombardia, Emilia- Romagna, Piemonte, Veneto, Liguria e Lazio utilizzando “i migliori prodotti provenienti da agricoltori, allevatori e produttori accuratamente selezionati”.

“Siamo molto felici che il nostro servizio di spesa online sia da oggi attivo nella capitale”, commenta Marco Porcaro, CEO e Founder di Cortilia. “Ci auguriamo che i romani siano curiosi di scoprire l’ampia e variegata offerta di prodotti che Cortilia ha messo a punto, attingendo dalle migliori eccellenze locali per portare nelle case tutta la qualità, la genuinità e la biodiversità che è possibile assicurare grazie al coinvolgimento di produttori italiani accuratamente selezionati. Come società Benefit e certificata B Corp continueremo ad impegnarci per fare tutto questo in modo sempre più sostenibile nel rispetto dell’intero ecosistema”.

A Roma, Cortilia offre dall’olio laziale, agli ortaggi più tipici fino alle carni e ai formaggi, basandosi sul rapporto con oltre 1.500 prodotti provenienti da 100 produttori mentre l’assortimento è stato studiato ad hoc in ogni dettaglio per rispondere ai gusti e alle esigenze dei consumatori della capitale con l’obiettivo edi mettere a disposizione 2.500 referenze e coinvolgere 300 produttori già nelle prossime settimane.

Il servizio di Cortilia è attivo a Roma in tutte le zone all’interno del Grande Raccordo Anulare (comprese le ZTL, con l’esclusione di Città del Vaticano) dal lunedì al sabato dalle 06.00 alle 22.00, offrendo anche la possibilità al cliente di scegliere una fascia oraria di due ore di proprio gradimento.

Secondo un rapporto di Inside Marketing di inizio 2022, nel corso dell’anno le tecnologie giocheranno un ruolo chiave nell’alimentare, anche per rispondere a esigenze di mercato come sostenibilità, meno sprechi e distribuzione. Tant’è che anche i supermercati della Gdo si sono organizzati in tal senso e sono oltre 220 quelli che fanno consegna a domicilio, anche di frutta e verdura. Poi ci sono i Farmer Market a km0 che garantiscono la genuità dei prodotti. Come si prefigge di essere Cortilia.

AGI – La moda? “È senza confini”. Ecco perché Edward Enninful, il caporedattore di origini ghanesi dell’edizione britannica di Vogue tende a rendere i media – e il mondo – un luogo più accoglienti. Il suo schema, emerso negli ultimi cinque anni, da quando ricopre la carica anche di direttore editoriale europeo di Condè Nast, è stato questo: ogni volta che esce un nuovo numero della rivista, essa diventa immediatamente una parte dello zeitgest, lo spirito del tempo e e di quello culturale: la copertina spesso diventa virale e le immagini interne vengono condivise e ricondivise in continuazione sui social media.

La sua rubrica mensile catalizza 1,3 milioni di follower su Instagram, precisa il New York Times dedicandogli un ritratto.

Certo, molto dipende anche dall’immagine e da chi c’è in copertina, se c sono celebrità o modelli della nuova generazione africana, ma un fatto è certo: dal 2017 British Vogue è diventata la rivista di moda da non perdere.

 

In front of the camera or far from its gaze, Linda Evangelista was, is and will always be the real deal. Now, the original super returns to British Vogue as the September 2022 cover star: https://t.co/sUoizNTh1L pic.twitter.com/yjEOSre5rs

— British Vogue (@BritishVogue)
August 18, 2022

 

Il segreto? Lo racconta nel libro di memoria “Un uomo visibile” da poco in libreria, nel quale dopo aver accompagnato il lettori attraverso il racconto della sua infanzia in Ghana (la gioia di sfogliare le riviste Ebony, Jet e Time nel parrucchiere di sua zia: “Era un grosso problema in Ghana comprare riviste americane”), esprime anche alcuni concetti della sua filosofia editoriale: nel 2017, British Vogue “aveva indebolito il suo tono creativo, parlando quasi esclusivamente ad un gruppo residuo britannico di classe medio-alta”, scrive. “La rivista mi è sembrata come se si stesse allontanando sempre più dal cuore pulsante del paese, per non parlare del mondo in generale. Non pensavo riflettesse la Gran Bretagna che conoscevo e di cui mi sentivo parte”.

E secondo il Times “questa Gran Bretagna è quella che celebra la diversità della sua gente, qualcosa per cui Enninful ha lavorato al fine di mettere in evidenza, non solo a British Vogue ma durante i suoi tre decenni nella moda, un settore che descrive come ‘senza confini’”. Perciò iiconosce che quando è arrivato a Vogue ha smesso “di ribellarsi alla moda commerciale, accettando di farne parte”.

 Tuttavia, ora “il suo impegno per l’inclusività, per ritrarre un mondo reale e accogliente per coloro che sono stati precedentemente esclusi, non è mai svanito. ‘Sono diventato noto allo staff come ‘il ragazzo che spara le ragazze nere'”, scrive, “il che è piuttosto riduttivo, ma per me andava bene se almeno significava più donne di colore in copertina e lungo le pagine”.

In definitiva, annota in conclusione il Times, “Un uomo visibile” parla di “una vita nel mondo dei media e della moda, ma parla anche di un uomo dalle molte identità che trova la sua voce in un mondo che non ha sempre voluto ascoltarla. Ed Enninful, alla fine, “rende quel mondo un posto più bello e accogliente di come l’ha trovato lui”.

AGI – Per far fronte alla concorrenza di India, Cina e Turchia, i produttori di tappeti iraniani, fiore all’occhiello di un artigianato millenario, sono protagonisti di una piccola grande rivoluzione: creare modelli più moderni, dai colori chiari, dalle dimensioni più piccole e soprattutto a prezzi più democratici in risposta alla domanda delle giovani generazioni. Dopo due anni di fermo a causa della pandemia, Teheran torna ad ospitare la 29ma edizione della Fiera annuale del tappeto con circa 400 espositori arrivati da Paesi diretti competitors dei blasonati persiani di Shiraz, Tabriz, Qom o Esfahan. 

“I nostri tappeti tradizionali hanno ancora una clientela ma il futuro appartiene ai tappeti moderni fatti a mano” ha dichiarato ai media il 65enne Ahad Azimzadeh, presentatosi come “il più grande esportatore al mondo”e convinto dell’ineluttabilità del cambiamento del settore.

Sempre meno richiesti i motivi floreali, la seta, i modelli di grandissime dimensioni, dai costi proibitivi che possono anche raggiungere i 120 milioni di euro, come per un Tabriz da 2 mila metri quadrati. Ora i fabbricanti iraniani prediligono le forme geometriche, le stampe di personalità di fama mondiale quali Einstein, Stalin o Charlie Chaplin, mantenendo tuttavia la tradizione ancestrale del tappeto fatto rigorosamente a mano, con una lavorazione fino a 5 anni. Alla fine per una creazione di 3 metri quadri riescono ad abbattere il costo di vendita a 90 mila euro.

Il tappeto persiano più antico è datato 2.400 anni fa ed è esposto in Russia, al Museo dell’Ermitage, ma l’epoca d’oro di queste vere e proprie opere d’arte risale ai Safavidi, la dinastia iraniana sciita che regnò in Persia dal XVI al XVIII secolo. I tappeti iraniani sono tuttora molto apprezzati dagli intenditori, ma le vendite sono crollate negli ultimi 30 anni e il Paese è stato superato soprattutto da India e Cina.

Come riferito da Ahmad Karimi Esfahani, capo dell’Unione dei produttori ed esportatori di tappeti fatti a mano, nel 1994 l’importo delle vendite di tappeti iraniani all’estero è stato di 1,7 miliardi di dollari, circa il 40% delle esportazioni non petrolifere, mentre nel 2021-2022 non ha superato i 64 milioni di dollari. “Le sanzioni hanno sicuramente avuto un impatto, ma il calo è dovuto principalmente alla grande diversità dei tappeti sul mercato e al cambiamento di mentalità e gusti delle nuove generazioni” ha spiegato Karimi. In altri termini, oggi il tappeto viene considerato come un bene di consumo e non più come un oggetto d’arte, un investimento per il futuro.

A Teheran c’è chi è convinto che sia davvero giunta l’ora della rivoluzione dei tappeti persiani, unica risposta alla concorrenza di Cina, India, Pakistan e Turchia sul mercato mondiale oltre a dover recuperare il ritardo accumulato in termini di relazioni internazionali per adattarsi ai cambiamenti degli ultimi decenni.

C’è chi invece oppone resistenza, come Mehdi Jamshidi, responsabile delle vendite di Iran Carpet Company, il cui slogan è “Walk in a Persian Garden!”: secondo lui la moda per i tappeti moderni è destinata a tramontare, motivo per cui alla fine non potranno mai sostituire quelli tradizionali che affondano le proprie radici nella cultura locale millenaria e nella diversità regionale

AGI – Aurora Ramazzotti è in dolce attesa. Lo rivela il settimanale Chi che poche settimane fa aveva riportato che Michelle Hunziker e sua figlia avevano acquistato, in una farmacia in Sardegna, un test di gravidanza.

Ebbene: il test era per Aurora che, dopo cinque anni di relazione con Goffredo Cerza, di professione business analyst, aspetta un bebé e diventerà mamma a gennaio.

Michelle Hunziker ed Eros Ramazzotti, genitori di Aurora, hanno confidato agli amici di essere felicissimi perché la famiglia ancora una volta si allarga; entrambi hanno vissuto la notizia della gravidanza con una forte emozione. In questo periodo si era vociferato anche di un ritorno di fiamma tra la conduttrice e il cantante che aveva fatto sognare i fan. Ma tale non era. Il riavvicinamento è, in realtà, frutto di questa novità. 
 

AGI – Il Gambero Rosso una ne pensa e cento ne fa.  Come l’ultima guida Roma 2023 del Gambero Rosso in cui una sezione è dedicata al delivery e ai take-away, l’ultima formula della ristorazione, perfezionata durante la pandemia ma destinata a rimanere, come ormai è ovvio, anche in futuro. Perché non sempre si ha voglia o tempo per concedersi una cena al ristorante, la pandemia ci ha impigrito e fatto scoprire quanto è bello cenare a casa da soli o con amici facendosi recapitare un buon pasto più o meno “firmato”. E poi c’è il fatto che il desiderio di buon cibo resta sempre e non ci lascia mai.

Secondo la Bibbia dei gourmet, c’è la chef Cristina Bowerman dietro Bowie, un valido servizio di delivery attivo sia a Roma sia a Milano, per “una cucina ricca di contaminazioni, declinata in alcuni classici dello street food internazionale, che offre proposte originali e divertenti. Imbattibile il burrito con coda alla vaccinara, golosissimo il croque monsieur con pastrami di lingua”. Da farsi recapitare sul proprio desco.

Il Gambero poi segnala Casaporto, piattaforma che raduna tante eccellenze gastronomiche che portano la firma di locali e chef noti della Capitale: si ordina e si riceve piatti, croissant e pizze d’autore direttamente a casa. Un marchio che da Londra si è diffuso anche in alcune città italiane.

Fiori di Zucca. È l’insegna di Raoul e Davide Rotundo, nata per proporre una pizza napoletana a domicilio di qualità, studiata nell’impasto e nell’esecuzione appositamente per la trasferta a casa dei clienti.

Food on the Road. Si ordina tramite l’omonimo sito o chiamando direttamente il laboratorio e si ricevono a domicilio preparazioni gastronomiche su misura, anche dal gusto internazionale o vegane. Tutte fatte con materie prime selezionate con cura, quasi sempre biologiche e confezionate sottovuoto.

Glass a casa tua. Ennesimo delivery firmato Cristina Bowerman, ma stavolta con la cucina di Glass Hostaria, il ristorante della chef, da gustare in casa propria. Il servizio comprende un menu degustazione composto da quattro portate più l’aperitivo con cocktail, i fiori e un piatto della collezione della casa, al costo di 90 euro. Ordine minimo per due persone, con preavviso di 24 ore.

Golinos. Insegnante, divulgatore e volto televisivo, ma prima di tutto un cuoco: Andrea Golino da qualche anno ha mesos radici a Monteverde Vecchio con un locale pensato per la cucina a domicilio e poi allargatosi a un’offerta completa da vero bistrot.

Hummustown. Progetto nato per dare supporto ai profughi siriani, aiutarli a integrarsi garantendo loro un lavoro e insegnandogli un mestiere, iniziativa da subito ben accolta in città. Tanti i piatti, dall’hummus alle falafel, senza dimenticare il mlookheyeh, una varietà particolare di spinaci serviti con riso

Legs Go. Per gli amanti del pollo fritto. Da via G. Da Empoli, 23 ora una seconda sede anche nei pressi della Piramide, la proposta è la stessa della casa madre.

Sushisociety. Pesce crudo di gran qualità, soprattutto per asporto e delivery, nel locale di Testaccio mentre in quello al Pigneto i tavoli permettono di fruire del locale come un ristorante a tutti gli effetti.

AGI – Cosa significa vivere e nutrirsi, coltivare, in una città di laguna? Una tra tutte, Venezia, la città lagunare per eccellenza, la più famosa al mondo. Fatta di isole e isolette, ghebi – ovvero canali – e barene. Dove le erbe sono tutto. Sono l’alimento principale ma anche il suo contorno.

Un libro, Erbario Lagunare (pagg. 212, Editore Il Leggio, 28 €), ovvero un “Viaggio gastronomico sentimentale tra le erbe spontanee del territorio veneziano”, scritto da Caterina Vianello e Marco Bozzato, le racconta dopo averle divise in tre gruppi: le selvatiche tra ghebi e barene, le selvatiche di campo, le selvatiche di fiume.

La Laguna, scrivono gli autori, è un luogo magico, “un labirinto di acqua salmastra, di sfumature di verde, marrone e azzurro”, luoghi che meritano rispetto, con cui avere un atteggiamento slow, e che soprattutto meritano di essere salvaguardati da chiunque le visiti. Rispetto anche da parte di chi pratica la cucina e utilizza le loro erbe. Luoghi a cui non sono estranei, però, nemmeno i pesci e a selvaggina lagunare.

Tuttavia, le erbe la fanno da padrone in questo volume, perché sono al tempo stesso anche una sorta di strumento per interpretare e leggere la società, le relazioni tra classi sociali e le diverse modalità di consumo: il gusto e la disponibilità economica da un lato, la necessità di placare la fame e la povertà dall’altro. Analogamente, le erbe come parte di un sistema gastronomico (le ricette pervenute, che sono poi quelle delle classi agiate, vedono le erbe in aggiunta a molti altri ingredienti) da una parte e le erbe a volte come unica materia prima, tradotta in espediente per sopravvivere e accompagnata a poco altro, dall’altra, come ricordano gli autori.

Rifacendosi agli erbari antichi, di cui fanno parte la salicornia, la portulaca, il finocchio di mare e l’enula con la caratteristica nota salina che le accomuna. E poi, tra le specie di campo, si ritrovano l’acetosa, il porro, carota e topinambur selvatici dalle potenzialità d’abbinamento infinite. Così come infinite sono le ricette: piatti come le tagliatelle di seppia (con enula, salicornia, portulaca e finocchio di mare), le “suchete in barena” (con miele di barena e artemisia) o il torcione di banana (con finocchio di mare) sono quasi diventate dei must per ciascuno chef e la relativa proposta gastronomica, chef già per altro già da tempo avezzi all’utilizzo delle erbe in cucina.

La lettura del libro è anche un buon viatico per conoscere e affrontare un viaggio per fare una passeggiata in laguna e uscire dalla caotica Venezia e dall’usuale circuito turistico San Marco-Rialto, dove si concentra in maniera ossessiva e compulsiva il mondo intero in un ormai insopportabile pigia-pigia. Insopportabile, ormai, anche per chi visita per la prima volta e si chiede: “Ma dove sono capitato?”

 

AGI – Due anni di stop per Covid e ora si ricomincia. Dall’1 al 4 settembre torna la sesta edizione dell’Irpinia Mood Food Festival, che attira nel centro di Avellino chef, produttori, cucina della memoria, attimi di discussione e riflessione accompagnati dalla musica. A proposito, ci sarà anche lo chef Joe Bastianich in versione rigorosamente musicale, tra jazz e country blues, che si esibirà con la folk band napoletana “La terza classe”. Il 28 agosto ci sarà un evento in anteprima – Pummarole – è invece dedicato all’arte di fare la salsa al pomodoro. Un laboratorio esperienziale aperto (declinato anche per i più piccoli, alle ore 10), denso di cultura popolare e familiare.

L’Irpinia è però anche quella del Fiano di Avellino, del Greco di Tufo e del Taurasi, tre delle principali Docg vitivinicole, prodotti di una terra che ha molto da dire di sé anche in forza delle sue ricchezze gastronomiche. Produzioni agricole e artigianali comprese, che in Campania rappresentano una sorta di totem della “buona memoria” culinaria, come lo possono essere prodotti come la soprassata, il broccolo aprilatico, la castagna, il tartufo nero o i formaggi di Carmasciano, che hanno conquistato anche i menù dei grandi ristoranti e delle rinomate pizzerie.

Il filo conduttore di questa sesta edizione dell’Imff è “Denominazione d’Origine”, dedicato a chi parte e torna, a chi resta, alle radici, al ritorno alle origini e alle tradizioni. Il programma è ricco, ed è stato costruito dallo chef irpino Mirko Balzano, direttore artistico del festival. Avrà diverse articolazioni: la cucina, la musica, la discussione.

Ogni sera, 7 chef prepareranno 7 ricette “dimenticate”, piatti della memoria irpina ormai quasi scomparsi, tutti realizzati con materie prime locali di qualità. Tra i nomi coinvolti, cuochi e cuoche che danno lustro alla regione da tempo, come Marianna Vitale, Gioi Della Bruna, Antonio Pisaniello, Cristian Torsiello, Giovanni Mariconda, Pasquale Torrente, ma anche professionisti in arrivo da “fuori”, come Antonello Magistà, patron e sommelier del Pashà di Conversano.

l’Irpinia Mood Food Festival nasce a partire dall’anno 2015, e le prime cinque edizioni per cinque hanno portato in Corso Vittorio Emanuele, salotto buono e principale del capoluogo irpino, Avellino, proposte culinarie di qualità con ricette “di strada”, vini, artigiani, performance artistiche e, soprattutto, un fitto pubblico: 45 mila le presenze conteggiate solo nel 2019, l’ultima edizione prima dello stop per la pandemia.

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