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Ecco l’elenco dei vincitori dell’Award Platinum, il massimo riconoscimento assegnato dal WineHunter Helmut Kocher attraverso la guida The WineHunter Award. Queste le eccellenze premiate nelle categorie WineWine Ante 2010Culinaria e Aquavitae:

VINO
 
Alto Adige – Südtirol
Castelfeder
2015 Pinot Nero Burgum Novum Alto Adige – Südtirol Riserva DOC
Kellerei Tramin
2015 Terminum Gewürztraminer Vendemmia Tardiva Alto Adige – Südtirol DOC
 
Campania
Marisa Cuomo
2016 Furore Fiorduva Costa D’Amalfi Bianco DOC
 
Friuli Venezia Giulia
Renato Keber
2013 Friulano Zegla Collio Riserva DOC
 
Lombardia
Bellavista
2011 Vittorio Moretti Franciacorta DOCG
 
Molise
Di Majo Norante
2014 Don Luigi Molise Rosso DOC
Piemonte
Poderi Luigi Einaudi
2013 Luigi Einaudi Langhe Rosso DOC
Rocche dei Manzoni
2013 Bricco San Pietro Vigna D’La Roul Barolo DOCG
Renato Ratti
2014 Marcenasco Barolo DOCG
Domenico Clerico
2014 Ciabot Mentin Barolo DOCG
Pelissero
2015 Vanotu Barbaresco DOCG
 
Sardegna
Argiolas
2014 Turriga Sardegna Rosso IGT
 
Sicilia
Donnafugata
2016 Ben Ryé Pantelleria DOC
 
Toscana
Tenuta di Artimino
2011 Occhio Di Pernice Carmignano Vin Santo DOC
Castiglion Del Bosco
2012 Millecento Brunello di Montalcino Riserva DOCG
Monteverro
2014 Monteverro Toscana Rosso IGT
Avignonesi
2015 Desiderio Toscana IGT
Fontodi
Flaccianello Della Pieve Colli Toscana Centrale IGT
Le Macchiole
2015 Palco Rosso Toscana IGT
Ricasoli
2015 Casalferro Toscana Rosso IGT
 – Ornellaia

2015 Ornellaia Bolgheri Rosso Superiore DOC
Castello di Fonterutoli
2016 Siepi Toscana IGT
 
Trentino
San Leonardo
2013 San Leonardo Vigneti Delle Dolomiti IGT
 
Veneto
Masi Agricola
2012 Riserva Di Costasera Amarone Della Valpolicella DOCG
Carlo Ferragù
2013 Amarone Valpolicella DOCG
 
 
 
VINO ANTE 2010
 
Alto Adige – Südtirol
Kellerei Terlan
2005 Rarità Pinot Bianco Alto Adige – Südtirol DOC
 
Lombardia 
Ca’ Del Bosco
2009 Dosage Zéro Noir Franciacorta DOCG
 
Piemonte
Parusso Armando
2009 Bussia Barolo Riserva DOCG
 
Toscana
Capezzana
2008 Villa Di Capezzana Carmignano DOCG
 
Trentino
Letrari

2008 976 Riserva Del Fondatore Trento DOC
Maso Martis
2008 Madame Martis Brut Riserva Trento DOC
Abate Nero
2008 Cuvée Dell’Abate Brut Riserva Trento DOC
 
Veneto
De Buris
2008 De Buris Amarone Della Valpolicella Classico Riserva DOCG
 
Zymé
2009 Harlequin Veneto Rosso IGP
 
 
CULINARIA:
Carni e Salumi

Toscana
– La Bottega di Adò
Lardo di Colonnata IGP
 
Dolci e Cioccolato
Trentino
– Black Sheep Pasticceria di Alta Qualità Bio, Raw e Vegan
Green Raw Energy
 
Funghi e Tartufi
Abruzzo
– Elite Tartufi
Miele Biologico di Acacia al Tartufo Bianco Pregiato Scagliato
Olio, Aceto e Condimenti
 

Emilia Romagna
– Acetaia BG Villa Bisini Gambetti
Aceto Balsamico di Modena IGP Invecchiato “Oro”
Acetaia Giusti

Aceto Balsamico di Modena IGP 4 Medaglie d’Oro IV Centenario
 
Campania
– Oleificio F.lli Punzo
Olio E.V.O. VesuvianonPasta, Riso e Cereali
 

Marche
– Regina dei Sibillini
Spaghetti Senatore Cappelli
 
Prodotti Ittici
Marche
– Euromar di Silvano Carso Pietro
Selezione Filetti di Acciughe
 
Emilia Romagna
– Upstream italiana
Salmone affumicato
 
Prodotti Lattiero Caseari
Campania
– Caseificio Ponte Molinello
Mozzarella di Bufala
 
 
AQUAVITAE
 
Alto Adige – Südtirol
– Roner Distillerie
Grappa Weissburgunder Invecchiata
 
Friuli Venezia Giulia
– Nonino Distillatori in Friuli dal 1897
Grappa Nonino 41° in Barriques 12 mesi
 
Lazio

Leardini Liquori Artigianali
Ariminum
 
Piemonte
– Distilleria Sibona
Grappa XO
 
Trentino
– Distilleria Marzadro
Espressioni Solera

Parallelamente al Merano WineFestival per il quinto anno viene presentato Appius 2014, il vino da sogno, il fiore all’occhiello, di Hans Terzer, winemaker della Cantina Produttori di San Michele Appiano. Un uomo che ha dedicato e dedica la sua vita alla produzione del vino. La Cuvée (il vino prodotto dai vitigni di uno stesso terreno o fermentato nello stesso tino) esprime i vertici qualitativi dell’annata, conferiti alla Cantina San Michele-Appiano e personalmente selezionate dal winemarker sulla base di una formula ottenuta negli anni di continue sperimentazioni vocate al raggiungimento della massima qualità.  

Appius 2014 rispecchia a suo modo il profilo climatico di quell’annata, considerata dai più come un’annata difficile a causa dei prolungati periodi di pioggia. Ma Hans Terzer, non si è arreso e ha fatto di necessità virtù, producendo un Appius 2014 brillante e vivo, dalle fondamenta comunque solide e stabili. Ancora una volta sono le uve bianche le protagoniste dell’esclusiva Cuvèe, con la netta predominanza dello Chardonnay (65%) a cui si aggiungono Pinot Grigio (15%), Pinot Bianco (8%) e Sauvignon Blanc (12%).

Colore giallo paglierino con brillanti riflessi verdognoli per Appius 2014, il cui esordio al palato restituisce subito sensazioni di freschezza, finezza ed eleganza, con una carica morbida del frutto combinato di acidità e mineralità. Al naso l’impatto sensoriale è ricco: dapprima colpiscono profumi di fienagione, miele d’acacia e di frutta a polpa bianca come la pera Williams; in un secondo momento si fanno intensi i profumi di frutta tropicale, che si arricchiscono in un rinnovato assaggio di menta e ortica, fino a sensazioni vanigliate. Alla fermentazione alcolica e malolattica e l’affinamento per un anno in barrique/tonneaux, segue l’assemblaggio e un ulteriore affinamento di tre anni sui lieviti in tini d’acciaio inox prima dell’imbottigliamento.

Appius, il cui nome è radicen storica e romana del nome appiano, nasce quattro anni fa con l’annata 2010, poi 2011, 2012 e 2013. Il design della bottiglia e la sua etichetta sono reinterpretati ad ogni edizione. Lo scopo è di concepire una “wine collection” in grado di entusiasmare gli appassionati di vino di tutto il mondo. Quest’anno la raffigurazione creativa di APPIUS, ideata e realizzata da Life Circus di Bolzano, raffigura la propagazione degli ipertoni, i suoni più nobili che uno strumento può produrre, la cui somma dà luogo ad un’armonia.

 Ogni edizione di Appius è limitata; quest’anno le bottiglie disponibili sono 6.500, alcune anche in grande formato.

È improbabile che quando pronunciò la celebre frase sul quarto d'ora di gloria al quale tutti un giorno avremo diritto, Andy Warhol avesse in mente Internet e sicuramente non immaginava – ma l'idea gli sarebbe piaciuta da matti, c'è da scommetterci – che avrebbe riguardato anche gli animali. Eppure quello degli animali famosi in rete è un fenomeno talmente diffuso e redditizio che il Guardian ha deciso di dedicarvi un lungo articolo. 

Una che di questo campo ne sa qualcosa è Loni Edwards. Loni fa l'avvocato quando scopre che le foto e i video di Chloe, la sua bulldog francese, riscuotono molto successo. Numericamente “molto” è un eufemismo, la pagina a lei dedicata (Chloetheminifrenchie) raggiunge in pochissimo tempo i 180 mila followers, un’enormità. La stessa Loni, nell’articolo, spiega che superati i 100 mila followers i post rientrano in un range di valore che va dai tremila ai 15 mila dollari. Mica male, ma non è tutto.

Un mercato che vale milioni

Esattamente come succede agli esseri umani, esiste tutto un mercato pubblicitario, televisivo, cinematografico, legato agli animali. Chloe, per esempio, era contrattualizzata da Google per la pubblicità degli smartphone Pixel e con Swiffer, nota marca di prodotti per pulizie domestiche. Molti altri contratti erano in ballo quando purtroppo Chloe, a causa di un banale errore durante un post-operazione viene a mancare. Loni è devastata dal dolore, non solo per aver perso quella che lei considerava una figlia, ma anche perché i suoi affari sono andati in fumo.

Nel frattempo però Mrs Edwards ha messo su la The Dog Agency, un’agenzia per animali domestici influencer (la visita del sito è fortemente consigliata), ottenendo la procura per star del web come Tuna Melts My Heart , Harlow & Sage e TheDogist. Oggi è in guerra contro una legge che dice che gli animali domestici sono considerati proprietà: ciò significa che se la negligenza di una clinica veterinaria provoca la morte di un animale domestico, la struttura è generalmente responsabile solo dei costi di sostituzione dell'animale, nonostante il fatto che, come dimostra un recente studio, la maggior parte delle persone negli Stati Uniti li consideri come membri della famiglia profondamente amati.

"Dato che gli animali domestici sono considerati proprietà e non hanno diritti, non vi è alcuna negligenza professionale o ripercussioni quando il tuo cucciolo di pelo viene ucciso" continua la Edwards. Anche per questo è al lavoro con il Fondo di difesa legale degli animali promuovendo la campagna di social media #NotProperty. "Gli animali non sono oggetti come automobili o tavoli che possono essere sostituiti", dice la Edwards. "Farò tutto ciò che è in mio potere per spingere al cambiamento”.

Il colonnello Meow

A fare eco alle sue parole, anche Marie Marie Avey, padrona del colonnello Meow, altra star del web da più di 600 mila followers tra Facebook e Instagram morto anche lui nel 2014 portando via con sè gli affari di famiglia. Sembra cinico ma se si pensa ai contratti milionari imbastiti con aziende leader per la cura e l'alimentazione degli animali, si coglie la reale portata della faccenda. Ciò che è successo dopo la morte del colonello Meow, ad esempio, ha dell’incredibile. Tra messaggi di cordoglio, fiori e la disperazione di follower che non volevano accettare la perdita, Marie Avey si è vista costretta a riprendere a postare foto del gatto.

Una volta dato fondo alle riserve di immagini, ha dovuto allargare la famiglia e proporre al suo pubblico di Instagram nuovi personaggi, per cui la pagina è diventata colonelmeowandfriends e conta 301 mila followers che seguono ogni giorno le avventure di Papa Puffpants ("Si comporta come se fosse duro ma ha ancora paura del vuoto") e The Brawd ("Una piccola regina B, dove "B" sta per "stronza"). Marie ha pensato anche di ravvivare i contenuti con video in cui compariva anche lei, ma il web è andato in rivolta: i cultori del colonnello Meow e dei suoi eredi hanno detto no. “Alcune persone – racconta – mi hanno scritto: 'Solo il gatto per favore, la tua voce è fastidiosa'”.

Un’altra famiglia che ha dovuto affrontare la perdita di un animale influencer è quella di Biddy the Hedgehog, un riccio morto nel 2015 lasciando nella disperazione 635 mila followers. “Sapevamo che con la sua morte i nostri 15 minuti di gloria sarebbero finiti” ha dichiarato Toni Deweese, il suo padrone, “Ci sono state un paio di volte in cui abbiamo postato 'in memoria di' foto, ma non era lo stesso. Non avevamo intenzione di uscire e comprare un altro riccio, Biddy era un grande ed era parte della nostra famiglia, non poteva essere sostituito”. No, impossibile sostituirlo. È questa la dura vita che si cela dietro quei video e quelle foto simpatiche di animaletti che tanto ci fanno sorridere. E toglietevi dalla testa l’idea di fare una pagina col vostro micetto mentre fa le fusa, anche se, quante centinaia di migliaia di euro potrebbero fruttare quelle fusa? Vi lasciamo alle vostre riflessioni.

Arriva da Cerea (Verona) il pizzaiolo più originale del mondo, ma anche il neo detentore del titolo di pizzaiolo chef e pizzaiolo sommelier. Con la sua 'Valpoterra', in omaggio ai prodotti della Valpolicella a partire dall'Amarone usato nell'impasto, Stefano Miozzo vince infatti la terza edizione del contest internazionale #PizzAward, battendo centinaia di concorrenti e conquistando, allo stesso tempo, uno dei nove riconoscimenti (una oliera per pizze a forma di busto di San Gennaro) previsti dalla gara ideata da MySocialRecipe e una delle menzioni speciali attribuite dai main sponsor.

Gli ingredienti li ricorda Repubblica: l’impasto della pizza all’Amarone vincitrice è ad alta idratazione, mentre la farcitura è a base di culatello affinato al Ripasso, mozzarella fior di latte, robiola dei Lessini aromatizzata al tartufo, sferificazione all’Amarone, prugna essiccata, lamponi liofilizzati, purè di mela, mollica fritta sbriciolata, lamelle di tartufo, noce moscata e fiori di mela.

Sotto i riflettori della premiazione ieri a Napoli anche altri sette grandi interpreti di questo cibo conosciuto in tutto il mondo:

  • Enzo Coccia (premio alla Carriera Professionale),
  • Ciro Salvo (Pizzaiolo Protagonista dell'Anno),
  • Franco Pepe con Authentica – Pepe in Grani (Pizzeria dell'Anno),
  • Filippo Rosato con la sua 'On the sea sidè (Migliore Pizza dall'Estero),
  • Diego Tafone con la sua 'Pascalinà (Migliore Pizza Healthy),
  • Paolo De Simone con la sua 'Nefropizzà (Pizzaiolo Social)
  • La ventiduenne Sara Palmieri, che ha incassato addirittura due titoli (Migliore Pizza Senza Glutine e Migliore Pizza in Rosa) con la sua 'Tradizioni'.

Al loro fianco, inoltre, i giovani John e Elias, protagonisti del primo corso per pizzaioli rivolto ai migranti che MySocialRecipe ha voluto promuovere, con la collaborazione di Virtus Italia Impresa Sociale, dell'Associazione Pizzaioli Esperti e di Fabio Cristiano (docente della Scuola di Pizzaiolo) in un'ottica di integrazione culturale e professionale.

"Oltre all'attenzione per il sociale, PizzAward è ormai una sorta di calamita per i pizzaioli desiderosi di mostrare la loro creatività – spiega l'ideatrice del contest Francesca Marino – e attira sempre più partecipanti da tutto il mondo, arrivando quest'anno al record di 239 pizzaioli da 32 Paesi. Un'adesione importante da cui emerge il ritratto di un movimento in continua evoluzione, capace di dettare incessantemente nuovi trend in fatto di impasti e topping. In questa edizione, in particolare, la parola d'ordine è stata salute, con tante pizze attentamente studiate contro alcune patologie, come le malattie renali o il cancro. Ma la star indiscussa resta comunque l'arte del pizzaiolo napoletano che abbiamo potuto finalmente festeggiare come patrimonio Unesco, dopo averne supportato la candidatura per due edizioni consecutive, e che continueremo a celebrare nei prossimi anni con l'aiuto di tanti esperti del settore".

Delle sue doti di amatore ne aveva parlato persino uno dei più popolari quotidiani tedeschi, The Bild, e lui, era il 2015, rispose dalle colonne de Il Resto del Carlino: “Tutta promozione per la Riviera. Penso di averne fatta molta più io che cento agenzie”.

Era così Maurizio Zanfanti, in arte Zanza, re dei playboy romagnoli. Verbi usati al passato perché la vita di Zanza, classe ’55, si è interrotta la notte tra il 25 e il 26 settembre stroncata da un malore.

Aveva dichiarato di essere andato in pensione, di aver concluso la sua “carriera” da latin lover, famoso in tutto il mondo grazie ai racconti che le turiste riportavano a casa dopo le vacanze in riviera, ma la passione per il gentil sesso non si era mai placata.

E così era appartato in macchina con una 23enne  dell’Est quando il suo cuore ha smesso di battere. La ragazza ha subito chiamato i soccorsi che niente hanno potuto fare.

La leggenda di Maurizio Zanfanti risale agli anni ’70, gli anni d’oro in cui la riviera romagnola era il fulcro della movida estiva italiana e Maurizio lavorava come buttadentro per uno dei locali più rinomati, il 'Blow Up'.

Fisico prestante, capello lungo (prima moro, poi biondo), pantaloni di pelle e gilet borchiati, ma l’ingrediente della sua ricetta per conquistare le donne era certamente il garbo. Un’attività la sua, che vantava migliaia di conquiste, che lascerà posto al mito, alla leggenda a chi lo ha conosciuto e lo ha visto all’opera.

La storia della sua vita per le strade della riviera è rimasta sempre nell’immaginario comune come quella dell’amatore perfetto e tipico italiano, tanto bistrattato quanto intimamente adorato. Un immaginario talmente popolare da catturare anche l’attenzione di intellettuali e artisti, come Michele Serra che nel 1985 lo intervistò per il suo libro “Tutti al mare” o Filippo Malatesta che nel 1997 lo citò nel suo brano “Terrone”. Una storia insomma indimenticabile quella di Zanza, che farà antologia tra i giovani e non della riviera romagnola per sempre. 

WellDone Burger è una delle catene di hamburgerie più importanti in Italia, fondata a Bologna da Andrea Magelli e da Sara Roversi nel 2013, è stata annoverata tra le 5 migliori hamburgerie d’Europa dal Wall Street Journal.

Il concept del locale è molto semplice e i fondatori lo spiegano chiaramente nell’home page del loro sito: “Dopo anni di studio e ricerca, abbiamo voluto dare una reinterpretazione tutta italiana del celebre panino statunitense, combinando farine biologiche, carni selezionate da allevamenti locali e non intensivi e verdure di stagione per un burger davvero “buono”, in grado di appagare e saziare (senza esagerare), che esalta la qualità e la provenienza dei suoi ingredienti e si rivolge a carnivori convinti, ma anche vegetariani e vegani”.

Ecco, appunto, vegetariani e vegani compresi, e da ora i punti WellDone, 16 in tutta la penisola, diventano oasi del compromesso per chiunque abbia deciso di intraprendere una dieta alimentare che non sfrutti il sacrificio di alcun essere vivente. Arriva sul menù il Beyond Burger, il burger di “non-carne” – come scrive l’azienda in una nota – composto al 100% da proteine di origine vegetale prodotto da Beyond Meat e distribuito in anteprima in Italia dalla catena di hamburgerie bolognesi.

Beyond Burger è un burger realizzato al 100% da proteine di origine vegetale, ed ha la stessa resa e lo stesso gusto della carne bovina. La ricerca di Beyond Meat ha portato alla realizzazione di una “non carne” che ha l’aspetto, il gusto, la succosità, il profumo e la consistenza della carne di mucca. Beyond Burger – continua il comunicato – ha un altissimo apporto di proteine ed è ricco di ferro quanto la carne bovina inoltre non contiene Ogm, soia, ormoni o antibiotici, ed è privo di colesterolo e glutine.

Insomma, la carne del futuro, la non-carne che potrebbe rivoluzionare le abitudini alimentari dribblando il palato severo dei più carnivori più esigenti. Ora si dovrà solo aspettare e capire se davvero è una rivoluzione facilmente esportabile nelle nostre vite, nonché capire quanto sia a portata di portafogli. Di certo WellDone ha fatto un colpaccio aggiudicandosi la distribuzione in anteprima per l’Italia di Beyond Burger per il proprio menù.

Secondo la Fao entro il 2050 la popolazione mondiale aumenterà di un terzo e il nostro pianeta non avrà risorse sufficienti per sopportare un’alimentazione basata prevalentemente su base animale come quella attuale; inoltre, il 25% dei gas serra è causato dall’agricoltura intensiva e l’allevamento intensivo contribuisce al riscaldamento globale per un 40% in più rispetto a tutto il settore mondiale dei trasporti nel suo complesso.

Numeri non nuovi ma che restano comunque allarmanti, che ci invitano ad accogliere con entusiasmo rimedi che possono cominciare da subito ad alleggerire il pianeta terra dalla sempre più ingombrante e fastidiosa piaga dell’esistenza dell’uomo. Probabilmente non sarà un panino a bastare per tutto il lavoro, ma qualsiasi viaggio, anche il più lungo e avventuroso, parte con un passo e la situazione al momento è talmente disastrosa che qualsiasi passo è il passo giusto.

La passione per lo “street wear”, l’abbigliamento da strada, sta contagiando i millennial cinesi. Non amano solo le grandi firme. I loro modelli di riferimento sono star della musica cinese, come Kris Wu, o ballerini internazionali di hip-hop. Con una novità: i marchi locali attraggono sempre di più la loro attenzione, a discapito di quelli stranieri. 

Yue Xing ha 25 anni, si è appena laureata a New York ed è tornata a Shanghai vestita come Fedez. Quando la redazione di Sixth Tone la incontra in un cafè della metropoli cinese, indossa una t-shirt di Supreme e un paio di costosissime sneaker firmate Yeezy. Confessa di averne in valigia altre 30 di magliette, oltre a 8 paia di quelle scarpe così modaiole. Le sono costate quindicimila dollari sull’unghia. Di valigie Yue Xing ne ha portate a casa ben sei, e sono tutte, assicura, piene zeppe di griffe, da Gucci, a Givenchy, a Hermes.

Ma lei ormai sta in fissa con le rarissime scarpe nate da un sodalizio con Adidas e con le t-shirt di cui anche il rapper italiano vanta un’ambita collezione. “Collezionare Supreme e Yeezy è molto più difficile che comprare una borsa di Gucci”, dice Yue. Sono scarpe a edizioni limitata, e così ne ha comprate cinque paia da rivenditori non ufficiali pagandole 1000 dollari ciascuna (il prezzo originale è di 200 dollari). A New York ha passato ore accampata in fila per entrare da Supreme. Perché? Semplice: in Cina ancora non c’è.

Un paio di sneaker bramate come fossero il nuovo modello di Iphone o l’ultima PlayStation. “Oggi, se il tuo outfit non prevede almeno un indumento da strada, ti considerano un vecchio”,  dice Yue Xing.

Una delle definizioni più diffuse di "street wear" l’ha data Shawn Stussy, ex surfista e creatore dell’omonimo brand. “E’ un lifestyle multi sfaccettato, figlio di sottoculture diverse, basato su T-shirt e su una sensazione di esclusività”. Si tratta di un fenomeno – scrive il Foglio – in cui insieme all’abbigliamento si fondono elementi legati allo skateboard, al surf e allo snowboard, poi l’hip hop, la fotografia e i graffiti fino ad arrivare ai social network, ai blog e al web in generale.

Per esempio: sapete chi ha disegnato le Adidas Yeezy Boost 350 v2 “Beluga 2.0”? Il rapper Kanye West.

Come Yue ce ne sono tanti di giovani cinesi che si stanno appassionando allo “street wear”. Stando a una ricerca di mercato condotta da Nielsen, nel 2017 l’industria ha registrato consumi in crescita del 62% rispetto all’anno precedente.

Numeri impressionanti che hanno attratto l’attenzione degli stilisti cinesi, desiderosi di accaparrarsi una fetta della torta. Tencent ha fatto una ricerca e ha concluso che il brand autoctono funziona. I millennial sono i primi a essere convintamente nazionalisti.  

La stessa Yue, da quando è tornata in Cina, ha iniziato a interessarsi allo “street wear” disegnato dai connazionali, come il brand Random Event, sponsorizzato dalle celebrity cinesi, “fatto bene e di nicchia”.

Random Event è nato nel 2012 dallo stilista Hong Yang, che si è ispirato allo “street wear” giapponese e di Hong Kong. Un brand sconosciuto fino a quando a indossarlo l’anno scorso è stato l’attore Hu Yitian, molto famoso in Cina. A quel punto le vendite sono decollate.

Cai Huakun ha 24 anni, è uno stilista, e ha aperto uno store online sul sito di e-commerce Taobao. Rivende le t-shirt di Supreme, che hanno avuto un boom da quando il cantante Kris Wu le ha indossate in uno dei suoi ultimi concerti.  Lo store di Cai vale milioni di yuan ed è tra i 50 più quotati nella categoria di abbigliamento maschile. Lo stilista, originario di Xiamen, ha disegnato le sue magliette che ricordano da vicino quelle di Supreme ma costano molto meno.

Il suo timore è però che presto i brand stranieri si accorgano di questo segmento di mercato rimasto inesplorato, e decidano di occuparlo aprendo dei flagship store, smarcando così inesorabilmente le firme cinesi.

Per il momento, gli stilisti di “street wear”, come il 34enne Yi Ran, fondatore del brand Yeenjoy, cavalcano l’onda di un successo inaspettato, segno che “i cinesi sono nostalgici e sentono una connessione con i brand locali”, spiega Yi Ran. 

L'avanzata del Made in China a discapito dei marchi stranieri non è solo roba da millennial. Si tratta di un fenomeno più ampio che sta portando le aziende cinesi a scalare la classifica dei brand più amati. Lo ha svelato un recente rapporto stilato dalla società di consulenza Prophet che ha analizzato i 50 marchi preferiti dai cinesi, scoprendo che Huawei e Meituan Dianping (il colosso per la consegna di cibo a domicilio che ha di recente acquisito Mobike) hanno già sorpassato Apple e Nike. Sui primi 50 brand, 30 sono cinesi; nel 2016 erano 18.  "Cari Apple e Ikea, scusateci: non vi amiamo più", scrive il China Daily. Detto, fatto.

A ogni angolo del centro di Milano, o quasi, una splendida modella con outfit mozzafiato, avvolta in tessuti pregiati viene accudita da fotografi, hair stylist, make up artist, attorniati da una folla di curiosi.

Nelle vie della città, bloccate in un traffico impazzito, anche moltissime auto con i vetri oscurati e, dappertutto, gli addetti ai lavori sfoderano abbigliamenti eccentrici e parlano tutte le lingue del mondo.

La settimana della Moda Donna offre anche questo 'show', alla portata di tutti, oltre alle 140 sfilate e a più di 40 eventi privati. Ma c'è chi è riuscito a unire le due cose, la sfilata e l'evento: Emporio Armani ha fatto 'decollare' le sue creazioni nell'hangar dell'aeroporto di Linate, con un concerto del cantante inglese Robbie Williams che ha stregato tutti. Mentre Vogue Italia ha celebrato i 60 di carriera di Mina con un party per mille invitati, al cinema Manzoni, dove si sono esibiti i Maneskin.

Il tutto in attesa del "gran finale", la passerella "sostenibile" alla Scala con vip e personalità internazionali come Cate Blanchett, Cindy Crawford, Julianne Moore e Colin Firth ospiti del Green Carpet Fashion Award 2018 (Gcfa), gli Oscar della sostenibilità organizzati dalla Camera nazionale della Moda insieme a EcoAge, con il supporto del Mise, dell'Ice e del Comune di Milano. Nell'attesa la piazza e il teatro di sono rifatti il look. Le otto colonne del portico d'entrata del Piermarini sono rivestite da "Plastic Garden", un enorme arazzo di 70 metri, realizzato dalla manifattura Bonotto, lavorato da speciali telai della Fabbrica Lenta con il tessuto green per definizione: un filato realizzato con oltre 300 kg di plastica riciclata ottenuta dalle bottiglie di uso comune. 

Una overdose di creatività

Le sfilate sono una overdose di creatività con tessuti high tech, plastiche, sete metalliche e preziosissimi ricami scintillanti. Si va dalle trasparenze luccicanti di Ermanno Scervino al romanticismo dei colori pastello di Alberta Ferretti, dal glamour di Versace all'active wear di Fendi, con tasconi, cinture e waist bag indossati come fanno le it-girl. Moschino porta il back stage dell'atelier in passerella con abiti a forma di forbici, metri da sarta e rotoli di tessuto portati come accessori e Prada fa rivivere stampe e motivi degli anni Settanta.

Tra volti famosi più visti in giro senza dubbio i Ferragnez. Poi Irina Shayk, Joan Smalls, Leona Lewis, Luke Evans, Rita Ora, Halima Aden, la modella somala nata in un campo profughi in Kenia che sfila con il velo.

Nel plotone di modelle l'attenzione è tutta per Gigi e Bella Hadid, Vittoria Ceretti (una delle poche top model italiane) e Kendall Jenner. 

Un piano almeno triennale di sostegno a uno dei fiori all'occhiello italiani: la moda rivendica il suo ruolo di ambasciatore internazionale del Made in Italy e ha approfittato della principale vetrina del settore, la settimana di sfilate milanese aperta la sera del 18 settembre con le prime feste al museo della Scienza e della tecnica, per ottenere un impegno da parte del governo.

“Abbiamo bisogno di non perdere il nostro primato" dice in un'intervista all'Agi il presidente della Camera della moda Carlo Capasa, "siamo la seconda industria italiana con 90 miliardi di fatturato e i primi esportatori con un saldo di quasi 29 miliardi nel 2018, 620 mila addetti e 67 mila imprese in un settore che cresce del 3% all'anno e quest'anno ha finalmente annullato il gap della decrescita seguita alla crisi del 2008, tornando ai numeri precedenti”. 

Capasa, 60 anni, leccese, sposato con l'attrice Stefania Rocca con la quale ha due figli, nel 1986 è stato il fondatore, con il fratello Ennio, del marchio Costume National, che entrambi hanno lasciato 30 anni dopo. E' da poco stato riconfermato presidente della Camera della Moda, incarico ereditato nel 2015 da Mario Boselli, un'istituzione per il settore. Una prima risposta alle sue richieste è ora arrivata dal ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, che alla vigilia della settimana della moda ha rilanciato, proprio a Milano, il tavolo per discutere delle esigenze del settore.

Siete soddisfatti di essere stati ascoltati?

Avevo sollecitato l'attenzione del governo proprio il giorno della conferenza stampa di presentazione della settimana della moda, ricordando che il nostro è un settore di assoluta eccellenza. Ora c'è questa prima risposta, soddisfacente, anche se adesso dobbiamo misurare le cose che effettivamente saranno fatte. Quando l'abbiamo incontrato a margine dell'inaugurazione di Micam, Di Maio ha detto due cose importanti: che capisce l'importanza della moda, alla quale intende dare il rilievo che merita addirittura incrementando gli investimenti, e ce lo auguriamo. E poi ha rilanciato quel tavolo di condivisione fra tutti gli attori e le associazioni della moda, sia le confindustriali che, come noi, le non confindustriali. Siamo pronti come Camera a mettere a disposizione del governo il nostro know how per immaginare un piano almeno triennale su quanto deve essere fatto per il nostro settore.

Qual è il ruolo della Camera e chi rappresenta?

La nostra associazione non ha scopo di lucro e ci sono tutti i marchi italiani esclusi pochissimi, rappresenta quindi la parte alta quella che traina tutta la moda. I soci della Camera della Moda sono Armani, Versace, Prada, Gucci, Ferragamo, Todd, Zegna. Abbiamo il vantaggio di rappresentare i marchi che raccontano la moda italiana. Le prime 100 imprese italiane, tutte associate, valgono oltre il 50% del fatturato del settore e considerando anche le altre la Camera rappresenta quasi il 70% del giro di affari. Sono aziende di eccellenza e riteniamo di poter avere una voce importante per definire il futuro del settore.

Siete anche gli organizzatori delle settimane milanesi della moda, vetrina internazionale del settore. Funzionano sempre? Le istituzioni le sostengono

Una buona notizia di questi giorni è la presenza governativa all'inaugurazione, con il ministro dei Beni culturali Bonisoli alla Scala il 19, ma siamo da sempre molto supportati dal sindaco di Milano Beppe Sala, che ha il merito di avere aperto la città a tutte quelle iniziative che l’hanno resa così centrale. Facciamo moltissime cose: fra sfilate, eventi e presentazioni ci sono 215 appuntamenti in soli 6 giorni: il doppio di quello che fanno Parigi in 9 giorni (113) o Londra (122) e New York (98). Questo dà l'idea della densità della nostra offerta. Credo che sia la settimana più importante del mondo.

A differenza di quella dedicata al design, però, quella della moda sembra più chiusa, riservata agli addetti ai lavori più che a un pubblico più vasto. Come mai?

Non sono d'accordo. Anche noi abbiamo un fuori salone, rappresentato da tutte quelle 800 boutique che aprono eccezionalmente e creano vetrine speciali in questa settimana, ma anche dalle mostre, dal fashion film festival, e dalla possibilità di assistere in streaming anche alle sfilate più esclusive, grazie alla tecnologia, sui maxischermi o sui pc. C'è la Rinascente, Corso Como, e altri luoghi accessibili a un grande pubblico e ci sono molte iniziative sul marciapiede, a contatto diretto con una città viva e accogliente. In questi giorni brulica di gente da tutto il mondo ed è impossibile trovare una stanza libera, ma i milanesi sopportano volentieri qualche disagio oltre a  partecipare con entusiasmo: conoscono i vantaggi di un indotto enorme, e di un appuntamento che mette la loro città sulle copertine di tutto il mondo. Milano funziona benissimo, e, lo dico da non milanese che però ci vive da 40 anni,  andrebbe presa ad esempio in Italia: al netto di pregi e difetti, il saldo è altamente positivo. Si è riusciti a farla diventare leader nel mondo con la qualità dell'offerta, e anche della vita, nonostante sia molto più piccola delle sue dirette concorrenti, Londra e Parigi.

Quanto vale l'indotto della settimana della moda per Milano?

Circa 10 miliardi l'anno, secondo gli ultimi dati della Camera di commercio. Riguarda 19 mila imprese e 128 mila addetti. Il 71% del giro di affari sono spese per acquisti e ristorazione, 17% per business e trasporti, 6% per la cultura e il tempo libero e 5,5% per l'alloggio

Gucci ha lanciato su Instagram un nuovo profilo per raccontare la bellezza e l’arte. Niente modelle, selfie, sguardi, nudità o pose. Secondo il direttore creativo, Alessandro Michele, all’interno della storia dell’arte c’è tutta la bellezza di cui abbiamo bisogno per conoscere il mondo e l’uomo. Una scelta che è stata molto apprezzata visto che, in appena 24 ore, sono già 15 mila i seguaci che hanno aderito a questa particolare narrazione.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Aurelia (Fazio’s Mistress), 1863 Author: Dante Gabriel Rossetti Museum: Tate, London ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ Dante Gabriel Rossetti, a British-Italian painter, poet, and translator, made this c. 1863 portrait of a woman, held by the Tate, he could only imagine, taking his subject from the 14th-century Italian poet Fazio. In a poem, Fazio described his mistress’s “clear brows” and “white easy neck.” Rossetti used his own lover, Fanny Cornforth, as a model. Their affair lasted until Rossetti’s death in 1882; she was the subject of over 60 works. Rossetti is known for his role in co-founding the nostalgic Pre-Raphaelite Brotherhood, influenced by medieval art. Their goal was to be “direct and serious and heartfelt.” #GucciBeauty — @kchayka ©Tate, London 2018

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 17, 2018 at 6:17 PDT

Come sono fatti i post

L’account ha pubblicato una trentina di post che provano a fondere insieme moda, cultura e arte. Scorrendo verso il basso è possibile osservare i ritratti di donne e uomini di varie epoche, immortalati attraverso diverse tecniche pittoriche, che raccontano porzioni di storia e di stile. Dalla Regina Elisabetta I all’artista giapponese Yōshū Chikanobu, da Maria dei Medici al poeta Girolamo Casio.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Woman Shaving her Nape, 1897 Author: Toyohara (Yōshū) Chikanobu, Akiyama Buemon Museum: LACMA, Los Angeles ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ The 19th-century Japanese artist Yoshu Chikanobu made multiple series of traditional woodblock prints focusing on beautiful women, the genre of bijinga, with names like “True Beauties”. The portraits represent the male gaze, but this image of a woman rearranging her hair in a casual, self-aware pose demonstrates an awareness of the labor involved in maintaining beauty, particularly in a culture where women are often expected to be passive. The outlines and soft colors of such woodblock prints also influenced the Impressionists, like the American Mary Cassatt. This image is in the collection of @LACMA, one of the #GucciPlaces. #GucciBeauty — @kchayka Image courtesy of LACMA

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 14, 2018 at 10:10 PDT

Piccole lezioni nelle didascalie

I testi che accompagnano queste “foto” sono delle vere e condensate lezioni di storia dell’arte, fornite da esperti e critici del settore. Nel post dedicato alla Regina Elisabetta, ad esempio, viene messo in evidenza il carattere forte di una donna che governò con sapienza e intelligenza e che amava indossare, quasi sempre, gioielli e collane di perle. Da un parte il carisma politico e, dall’altra, una forte personalità espressa anche nel modo di vestire.
 

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Title: Elizabeth I Author: English school Private collection ⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀ ⠀ Queen Elizabeth I was crowned at the age of 25 and went on to rule England for over four decades. As an unmarried woman who was able to maintain control during her reign, she remains an unusual monarch in history. Her many royal portraits offer the chance of better understanding this charismatic figure, perhaps allowing us a glimpse of the real woman behind the throne. In this privately held painting, an unknown artist took pains to emphasize her two most famous features: her pale English skin and striking red hair. Elizabeth was often depicted adorned with pearls, as she is here, which came to symbolize her chastity and devotion to her subjects. #GucciBeauty — @tatianaberg Photo © Philip Mould Ltd, London / Bridgeman Images

Un post condiviso da Gucci Beauty (@guccibeauty) in data: Set 13, 2018 at 11:30 PDT

In ogni epoca e in ogni luogo, secondo Gucci, è possibile catturare un ideale di bellezza originale che deve essere ricordato e preservato. Anche sfruttando un social network come Instagram dove circolano tantissimi giovani e forse troppi selfie. Questo è un profilo che vuole dimostrare come gli influencer non hanno, in fondo, nessuna età. Conta solo quello che, senza i limiti del tempo, hanno da dire. 

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