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Meantime & Friends presenta il suo progetto in Italia: due birrifici che si confrontano e producono una birra limited edition insieme, incrociando i propri punti forti e creando un ponte fra il mondo delle craft beer e dei brand più established. Un nome che è un programma, o forse una vocazione per questa cotta speciale: “GentianIpa” sarà un prodotto che combinerà lo stile birrario così caro a Meantime – la sua notissima IPA – e la genziana, una delle radici che meglio caratterizzano l’Italia centrale e in particolare l’Abruzzo che è la regione in cui nasce Almond’22, il partner di questa originale avventura.

“Quando lo scorso anno è capitata l’occasione di conoscere il progetto di Meantime&Friends, di andare a visitare il loro birrificio e di poterli conoscere proprio a Greenwich, ho potuto assaggiare le loro birre direttamente in sede e così apprezzare il loro approccio canonico sul prodotto, sempre molto pulito – spiega Jurji Ferri, patron e mastro birraio di Almond’22, racconta così la nascita della collaborazione – L’ho trovato una felice contrapposizione al mio stile che è più basato sulla ricerca delle materie prime, sulla reinterpretazione degli stili e sul dare una nota di italianità al nostro pensiero sulla birra”.

“Quanto al progetto piloto mi è venuto subito in mente di usare la genziana, amatissima in Centro Italia e già base di molti distillati. Quale miglior occasione di questa, allora, per mettere insieme un prodotto italiano e uno inglese: da un lato le IPA, uno stile canonico, uno di quelli di maggior successo nel mondo della birra degli ultimi 10 anni e forse il più rappresentativo per Meantime, e dall’altro la nostra genziana”, prosegue Ferri. La prima cotta si svolgerà il 27 febbraio nel birrificio Almond’22 (Contrada Remartello, Remartello (PE) mentre l’appuntamento per il “primo sorso” è fissato il 6 aprile sempre nello stesso locale.

Il birrificio Meantime è stato tra i pionieri di un nuovo modo di produrre birra in Gran Bretagna, facendo crescere a Greenwich, Londra e partendo solo da un garage uno dei birrifici artigianali più interessanti, lavorando sugli stili della tradizione birraria inglese interpretandoli in chiave del tutto innovativa. La storia del il brewmaster, Alastair Hook, è andata ben Oltremanica affascinando anche il giovane movimento degli appassionati di birra artigianale italiani. Meantime, tra i pionieri di un nuovo modo di produrre birra in Gran Bretagna è da anni impegnato a creare sinergie con altre realtà, ma è la prima volta che questo progetto arriva in Italia: “Con Jurji condividiamo la passione per la qualità, la buona birra e l’amore per la creatività. Abbiamo scelto di fare un progetto insieme, ne nascerà sicuramente una grande birra legata al territorio, ma con inserimenti internazionali di qualità” afferma, Enrico Galasso, amministratore delegato di Birra Peroni.

Ha destato un certo clamore l’elenco della crisi profonda in cui versano alcuni importanti ristoranti romani pubblicato dal sito Puntarella Rossa, tra chiusure avvenute, imminenti, possibili e diversi ridimensionamenti di ambizioni e spazi. Tra tutti, “Romeo e Giulietta” di Cristina Bowerman a Testaccio, uno spazio gigantesco ai piedi dell’Aventino in piazza dell’Emporio, che, al di là delle giornate di esordio non sembra mai esser decollato stabilmente. Ma tanto è bastato per chiedersi se il format dell’alta cucina stia tramontando e se sia solo il segnale dell’avvio di una crisi di settore. Quanto irreversibile, però, è ancora tutto da stabilire. 

Un Paese con sempre meno ristoranti

I dati pubblicati di recente da Fipe, la Federazione dei pubblici esercenti, dice che il settore della ristorazione però è in crescita, con 336 mila imprese nel 2019, anche se “l’elevato turn over resta un’emergenza” avverte una nota dell’Ufficio studi Fipe. Perché se è pur vero che nell’arco di un decennio la spesa degli italiani per mangiar fuori casa è aumentata di ben 4,9 miliardi di euro (quella in casa si è invece ridotta di 8,6 miliardi) è altrettanto vero che nel 2018 in Italia 7.412 sono stati i ristoranti che hanno avviato l’attività ma ben 13.742 sono stati anche quelli l’hanno cessata, con una perdita secca di 6.330 imprese di ristorazione.

Un dato più o meno analogo l’ha registrato il 2017, quando il saldo negativo tra imprese aperte e chiuse nella ristorazione è stato di 6.051 unità. Cifre che dicono che nel nostro Paese ci sono sempre meno ristoranti, con un tasso di turn over pari a un -3,4%, che ci dice – ancora – che il settore sta perdendo 3,4 imprese ogni 100 attive.

Eppure, come si può constatare anche ad occhio nudo, i ristoranti sono sempre pieni e il settore della ristorazione in sé è anche uno dei pochi in cui la crisi che ci trasciniamo ormai dal 2008, dodici anni, non ha influito più di tanto. E allora le chiusure? Sono dovute principalmente a una scarsa capacità imprenditoriale da parte dei ristoratori italiani, in particolare per quel che concerne le carenze circa la capacità e le conoscenze di tecniche come il management, il marketing, la gestione oculata dei flussi di cassa.

La concorrenza degli alberghi

“Rispetto alla domanda la crisi non c’è, non si vede, c’è in vece sul lato dell’offerta” dice all’Agi Luciano Sbraga, direttore dell’Ufficio studi Fipe. Il motivo, dunque, è da attribuirsi a “importanti costi di gestione in un contesto ad altissima competizione”. Oltre al fatto, spiega ancora Sbraga, che talune amministrazioni pubbliche “hanno favorito l’avvio di ristoranti aperti a tutti negli alberghi, in deroga alle norme che dicono che in alcune zone i ristoranti non possono aprire, incidendo così negativamente su una ristorazione di un certo livello”.

Pranzare e cenare nei ristoranti dei grandi alberghi, spesso un concentrato di chef stellati, va molto di moda, “ma si tratta di una tendenza e di una competizione non equilibrata, poco seria”, s’inserisce Sbraga, “perché questi ristoranti si avvalgono di una struttura forte alle spalle, che data dall’albergo, e il loro scopo principale è di attirare clienti per il pernottamento, quindi sono optional, più che doversi reggere autonomamente e in maniera autosufficiente”. Sono degli attrattori di turismo. E infatti i recenti dati Istat dicono che turismo e ristorazione ci hanno messo al riparo e salvati dalla deflazione.

Il caso Roma

Poi, però, nell’andamento del settore in sé e rimandando alla segnalazione di Puntarella Rossa, esiste anche un “caso Roma”. Che è un caso a parte, perché qui il mercato della ristorazione di alta qualità è più difficile e complicato. “c’è meno spinta”. Perché i consumi alimentari dei romani non sono quelli tipici metropolitani. “Il livello della Capitale è molto diverso da quello di Milano” osserva il capo dell’Ufficio studi Fipe. Nel senso che è “più promettente, di dimensione internazionale e di status”.

Roma è in declino? “Qualche problemino ce l’ha”, risponde Sbraga. “Qui la ristorazione di livello incontra più difficoltà che a Milano. È più proiettata su un livello normale, il livello che funziona è ancora quello della trattoria”. Poi Roma è anche complicata perché semmai “è più facile fare una ristorazione informale, non impegnativa. In pochi metri quadrati si fa tutto ma questo porta anche ad una dequalificazione della città, basta dare un’occhiata alle condizioni del centro storico…” dice il dirigente della Federazione pubblici esercizi. Come dire? A Roma basta un buco. A volte non ci sono nemmeno i servizi igienici adeguati. La sala e il servizio in sala sono quel che sono… etc, etc. Torna un vecchio tema, che si trascina dalla fine degli anni Ottanta: la generale inadeguatezza del servizio di ristorazione della Capitale.

Ma poi, cambiano i ritmi di vita, i luoghi di consumo, gli stili alimentari, ma un punto fermo rimane: la passione degli italiani per ristorante e buona cucina non passa. Anzi, se si guarda ai dati 2019 si può notare come la ristorazione stia conoscendo una stagione molto dinamica e in evoluzione. Gli italiani investono di più sul cibo, lo fanno in maniera più mirata, ricercando la miglior qualità dei prodotti locali e un servizio attento alla sostenibilità ambientale. In genere, dappertutto. Tranne che a Roma, città in declino.

Il nuovo parco tematico Legoland Water Park Gardaland aprirà al pubblico il 28 maggio 2020.

Dopo aver varcato la grande onda di mattoncini Lego del portale di ingresso, l’attenzione degli ospiti sarà catturata dal River Adventure, un corso d’acqua che attraverserà gran parte dell’area del Parco Acquatico e che si potrà percorrere a bordo di  mattoncini Lego galleggianti. Il percorso attraverserà una grotta dall’ambientazione sottomarina e costeggerà la Miniland, l’area che ospita un centinaio di monumenti iconici italiani tutti realizzati con mattoncini Lego, dal Duomo di Milano al Colosseo, passando per la Torre di Pisa e la Basilica di San Marco.

Beach Party è un’attrazione con aree gioco su più livelli e scivoli colorati per i bambini con i cannoni che sparano acqua da ogni angolo e un grande secchio posizionato sulla torre,

L’area Lego Creation Island sarà dedicata al momento del gioco attraverso la creatività e la scoperta: per i più piccoli la costruzione di barche personalizzate con i mattoncini da mettere in acqua per farle galleggiare per tutto il percorso. 

Duplo Splash è un’attrazione pensata per piccoli che vengono incoraggiati ad imparare attraverso il gioco e ad approcciarsi ai primi scivoli: in questa zona i bambini e le loro famiglie potranno divertirsi a scoprire tutti gli animali acquatici che popolano i diversi luoghi del pianeta, dalla giungla alle regioni polari.

Sugli scivoli di Jungle Adventures discese adatte a tutta la famiglia: a corpo libero, con gommone, a cielo aperto o al buio, ognuno troverà lo scivolo perfetto su cui avventurarsi.

L’attrazione Pirate Bay, con la sua grande piscina, sarà infine il luogo ideale per tutta la famiglia per nuotare, rinfrescarsi o rilassarsi. L’ingresso alla vasca graduale permetterà ai bambini di avventurarsi in acqua e divertirsi giocando con i personaggi Lego fino a conquistare la fortezza dei pirati.

Contemporaneamente ai lavori per la realizzazione dell’area, Gardaland sta selezionando oltre 50 figure professionali da assumere per la gestione del parco.

In particolare, si stanno ricercando 40 assistenti bagnanti, deputati a ricoprire un ruolo molto importante all’interno della struttura: dovranno infatti monitorare l’area o l’attrazione a loro assegnata, supervisionare e assistere i bagnanti per garantirne la sicurezza e agire prontamente in tutte le situazioni. Per questo ruolo Gardaland ricerca sia figure già in possesso del brevetto di assistenza ai bagnanti sia candidati da formare; questi ultimi potranno infatti conseguire il brevetto grazie ad un accordo stretto da Gardaland con la Federazione Italiana Nuoto. Non mancheranno poi addetti alla gestione del negozio e alla ristorazione.

 

 

La parola chiave di questi anni Venti del terzo millennio è: intolleranze. Non politiche, sociali o ideologiche, bensì alimentari. Che sono sempre più diffuse e in aumento tra la popolazione. Ciò che per esempio sta creando un grande scompiglio tra i tavoli e le cucine dei ristoranti, mettendo in crisi chef stellati e non, costretti a fare i salti mortali pur di soddisfare le esigenze di una clientela sempre più esigente e quanto più variegata nelle richieste specifiche. Ciò che comporta una drastica quanto repentina riconsiderazione e revisione dei menù.

È sempre più frequente, ormai, imbattersi nello chef o nel cameriere che – nel raccogliere l’ordinazione – si rivolga al cliente chiedendo: “C’è qualcuno che ha qualche intolleranza?” Oppure: “Intolleranze particolari?” Come se si trattasse di una variazione sul teme e sul menù del giorno. E di fatto lo è. Come chi, di fatto, pretende di ordinare melanzane alla parmigiana “senza formaggio”. Impossibile.

Quel che fa impressione non è il caso singolo ma ormai la mole, la particolarità e la personalizzazione delle richieste: “Potrei avere della pasta senza glutine?” O, ancora: “E di grano saraceno?” Per non respingere la clientela gli chef devono essere disponibili a qualsiasi variazione dell’ultima ora. Ma per affrontarla si devono organizzare, preparare con ingredienti alternativi dando fondo alla fantasia.

Le categoria delle intolleranze è varia. Ci sono le intolleranze al glutine e ai cereali; alle carni bianche e rosse; a ortaggi, tuberi, funghi e legumi; a pesce e crostacei; alla frutta, secca o alle spezie; poi ci sono le intolleranze al lattosio, all’uovo, al lievito, al miele, alla caffeina ma anche alla teina, quelle più comuni e diffuse. Quindi le intolleranze particolari, rare e specifiche, difficili da poter raccogliere in una catalogazione precisa. E sono l’incubo d’ogni chef. L’imprevisto. E imprevedibile.

Intolleranze e allergie crescono di anno in anno, anche se sono cose assai differenti tra loro. Si verificano per cause diverse, come il mutare delle condizioni ambientali o climatiche. Per lo smog. L’umidità. Le nebbie. E per il regredire delle nostre difese generali. Secondo le statistiche si sono triplicate negli ultimi 40 anni.

Negli anni Ottanta ne soffriva il 2,9% della popolazione mentre oggi la percentuale è salita al 12,7 (ricerche su dati Istat). Oltre 300 mila sono allergici al latte, 1,1 milioni al lattosio, 3 milioni al glutine, oltre 300 mila sono celiaci. Poi ci sono 5 milioni di allergici al Nichel, metallo contenuto in vari alimenti, e oltre 100 mila che non tollerano gli additivi alimentari. Le intolleranze, tuttavia, non sono malattie vere e proprie ma sono un problema sociale che il mondo della ristorazione fatica a recepire. Perché più spesso si tratta di casi di persone che necessitano di cucine dedicate ancor prima che di piatti in modo da evitare eventuali contaminazioni.

Tanto che nel 2017 a Roma è nato Bollino Blu, un progetto per ristoranti a prova di allergie per corsi ad hoc per chef e ristoratori: ovvero, lezioni per cuochi salutistici, vegetariani, vegani, celiaci, diabetici, perché la percentuale delle persone che sono allergiche o intolleranti a qualcosa oscilla tra il 10 e il 15%.

L’11 ottobre 2018, a Basiano, nei pressi di Milano, è stata invece inaugurata l’Accademia del Mondo delle intolleranze, il cui scopo è proporre corsi di cucina per inventare piatti saporiti e menù sofisticati per cuochi amatoriali e professionisti. Questa scuola di cucina sui generis è di fattoi parte integrante di una realtà più ampia, quella dell’associazione omonima Il Mondo delle Intolleranze, fondata nel 2012.

Gli chef che operano nell’Accademia portano come proprio patrimonio la cottura sottovuoto a bassa temperatura, tecnica utilizzata nei ristoranti stellati e poco conosciuta, con istruzioni dalla scelta dei sacchetti a quella della macchina per il sottovuoto oppure l’alta cucina senza glutine dell’Aic, che rivela invece tutti i segreti dei fornelli  “no glutine”.

Non mancano poi le prese di posizione di chef che ritengono che le intolleranze siano invenzioni o vezzi dei clienti “alla moda”; ci sono poi quelli che alle intolleranze non si piegano, indisponibili a soggiacere alle sollecitazioni, rifiutandole decisamente. Come dire: “o così o Pomì” per dirla con la nota rèclame delle passate. Niente compromessi. Gli ingredienti son questi e non si cambiano.

Atteggiamento consono ai principali chef, specie se stellati, che considerano pranzi e cene come esperienze d’eccellenza, viaggi nel gusto che si possono intraprendere solo sulla base sulla base di quegli ingredienti e che non possono comportare variazioni o sostituzioni al tema di base. Infine, ci sono che organizzati a fronteggiare alle richieste con prodotti parte del prontuario delle intolleranze redatto dal ministero della Salute o dalle Asl.

Ma in genere, quest’ultimi, sarebbero “cuochi da trattoria, non chef, marcando netta la distinzione. Anche se Coldiretti assicura che in Italia si spendono ogni anno in prodotti gluten free  ben 320 milioni di euro mentre sono saliti al 58% i ristoranti che propongono ricette senza glutine.

La creatività in cucina oggi è alle stelle. E le stelle, specie se Michelin, premiano la creatività in cucina. Ma come si tutela l’ingegno tra i fornelli? Meglio, come si difende l’originalità di una ricetta, la sua unicità e, dunque, anche la sua irripetibilità? E come si difende la bellezza di piatti che ormai sono sempre più assimilabili a quadri, a opere d’arte, a vere e proprie pennellate d’artista?

È sempre più concreta la tendenza degli chef famosi e non ad affidare le proprie creazioni alla tutela del diritto d’Autore (n. 633/1941) o al copyright. A difendere con i denti e con le unghie l’originalità delle proprie ricette evitando così piratesche imitazioni e repliche, come quelle subite a suo tempo dal Maestro Gualtiero Marchesi con, ad esempio, uno dei suoi piatti più famosi – Riso, oro e zafferano -, che un suo allievo poi distaccatosi dalle cucine del Gran Maestro dei fornelli tentò con scarso successo di replicare, discostandosi un po’ e sostituendo il riso Carnaroli con il Basmati. E oggi questo primo piatto è tutelato dalla Fondazione che porta il suo nome, in base alle leggi del diritto d’Autore.

Così gli studi professionali degli avvocati sono dovuti transitare o trasferirsi dalla sale d’incisione musicale o dalle redazioni delle case editrici, dagli studi di scrittori, poeti, sceneggiatori e dalle sale di produzione cinematografica alle cucine di ristoranti, grandi alberghi e trattorie per estendere la propria consulenza anche in materia gastronomica e verosimilmente allargando di gran lunga lo spettro della propria clientela. Complice il sempre più diffuso interesse che a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta e poi sull’onda degli show televisivi s’è manifestato per il mondo dell’alta cucina, tra innovazione e arte. In questo modo la tutela dei processi alimentari finisce per riguardare di sicuro proprio o anche gli chef più innovativi, creatori di nuove tecniche e sofisticarti abbinamenti. Tutti generi che possono tranquillamente esser brevettati.

Un caso tra tutti? Ad esempio quello della pizza al vapore di Massimiliano Alajmo, ricetta prodotta dopo ben due lustri di ricerche, prove e sperimentazioni e tutelata da un brevetto a partire dall’anno 2017. E se la cottura a vapore non è in assoluto una novità, la peculiarità di questa ricetta è racchiusa tutta nel suo grado di innovazione al punto tale da esser riuscito – Alajmo con i suoi avvocati – spuntarla nel poterla brevettare. E là dove c’è creatività e valore artistico coniugati e congiunti opera la tutela del diritto d’Autore tramite l’articolo 2 e l’ausilio dei commi 4, 5 e 10.

Di primo acchito l’accostamento tra i piatti e le opere d’arte non è per tutti così immediato e pure scontato ma da quando esiste il virtuale Chef Museum – dove i piatti degli chef sono esposti in una carrellata al pari di opere d’arte vere e proprie – la consapevolezza e il valore del contenuto nel suo contesto si accresciuta vieppiù.

E in materia c’è anche una recente giurisprudenza: una sentenza del Tribunale di Milano (n. 9763 del 10.07.2013) e un’altra della Corte di Cassazione (n. 18220/19) che ha letteralmente cambiato l’approccio del diritto d’Autore tra pentole e fuochi riconoscendo al creatore d’opera il suo sforzo creativo. Tuttavia c’è anche chi non si scompone, come lo chef pluristellato Enrico Bartolini (8 stelle Michelin, di cui 3 al ristorante del Mudec di Milano) che recentemente si è così espresso: “Sino ad oggi non mi sono attivato in alcun modo per tutelare i piatti, ho provato a farlo sul nome e sul brand, ma con esiti negativi. Quindi ho pensato che se un piatto o una ricetta in cui noi, come team, ci sentiamo riconoscibili viene copiato, è più un problema di chi copia che così facendo arricchisce la nostra comunicazione e il nostro marketing”.

Potenza, sicurezza e consapevolezza della forza del proprio essere creativo. Erga omnes.

Carlo Verdone l’aveva ipotizzato nel film “L’amore è eterno finchè dura” e l’aveva chiamata la “teoria degli istrici”: insieme ma non troppo vicini. Insomma, la domanda è: la convivenza è l’idea migliore per far funzionare una relazione?

Lucy Beresford, psicoterapeuta, conduttrice, ma soprattutto autrice del libro “Happy Relationships”, analizza da vicino la situazione. Secondo lei le relazioni LAT (Living apart together) permettono “un equilibrio tra indipendenza e impegno emotivo”. Ma è proprio l’indipendenza il problema, secondo la Beresford la trappola è dietro l’angolo, convivere non significa essere salvati, o perlomeno non esserlo regolarmente.

“Emotivamente, – scrive l’autrice – dobbiamo essere resilienti. È l’opposto della co-dipendenza e del collasso con il tuo partner. Vivere insieme può rendere più facile trovare lo spazio di respiro in una relazione, ma sostenere una rete di supporto e perseguire interessi esterni può creare lo stesso senso di spazio e individuazione in una dinamica convivente”.

Insomma chi convive con il proprio partner va bene, chi non ci convive va bene lo stesso. Beresford pensa anche che gli scenari LAT mostrino un sano realismo lontano dalla tradizionale “fiaba di matrice amorosa”, inutile comportarsi come fossimo protagonisti di una commedia amorosa anni ’90, la realtà è tutt’altra ed è bene esserne consapevoli.

Contro la Bereford si schiera Simon Duncan, professore emerito di politica sociale all’Università di Bradford, che riguardo le relazioni LAT ha scritto “Reinventare le coppie”, che va molto più cauto riguardo definizioni definitive circa il cosa va e non va nella convivenza, più che altro cosa è giusto e cosa sbagliato. “Spesso – scrive Duncan – la scelta di vivere separati può essere una “preferenza negativa”, una scelta per preservare la relazione quando vivere insieme è insopportabile”.  

Via dalla pazza folla! Lontano dal rumore. Dagli assembramenti. Dalla musica a tutto volume. Rifuggendo i grandi schermi che inondano di immagini e suoni. Via dai luoghi dove necessita alzare la voce anziché  poter parlare normalmente. Socializzare. Scambiarsi pensieri. Idee. Sensazioni. Impressioni. Raccogliere i propri pensieri. Leggere, buttar giù appunti, scrivere. Nel silenzio. O, al massimo, nel parlottìo. Ma a bassa voce. Un semplice rifugio, un bisogno diffuso. E al tempo stesso una tendenza. Ma dove trovarli, nelle città? O nei paesi? Come individuarli dei locali simili?

A questo ci hanno pensato Francesca Silvestri e Valerio Corvisieri. Editrice indipendente, lei, storico con diversi saggi e articoli al proprio attivo, lui. Toscana che vive a Perugia, Francesca, romano trasferitosi in Toscana da una ventina d’anni, Valerio. Che spiega: “Il paradosso cui siamo giunti è che un tempo, quando si era in strada e si voleva parlare tranquilli con qualcuno, si diceva ‘andiamo dentro’; oggi, se sei in un locale, si dice ‘andiamo fuori’, perché dentro, per farsi sentire, bisogna gridare”. L’esempio è efficace, l’approccio filosofico molto semplice.

Perciò Francesca e Valerio, sollecitati anche da amici e conoscenti a mettere insieme un elenco di luoghi tranquilli dove poter pensare, sono rimasti fulminati quando, durante un incontro la scrittrice Dacia Maraini, invitata a presentare il libro su Luisa Spagnoli di Corvisieri, ha rievocato con nostalgia gli anni ’50 e ’60, l’età d’oro dei bar e dei caffè letterari, dando così vita a una comune riflessione sulla difficoltà di poter comunicare dentro i locali per come sono concepiti oggi. Ed stata la scintilla che ha dato il là a “Locali per pensare”. Prima una pagina Facebook, poi un sito per mettere “in rete” i locali che adottano questa filosofia, che ha un suo statuto rigoroso.

Per far parte di questa “rete”, i locali devono garantire d’essere “No musica ad alto volume”, “No maxischermo, tv, video con diffusione sonora costante, per eventi sportivi”.. Devono poi mettere a disposizione uno spazio minimo e utile per socializzare, il locale dev’essere “in sintonia con il territorio, con spazi per sedere intorno a un tavolo o parlare uno di fronte all’altro”. Devono offrire la possibilità di ospitare eventi culturali, giochi di ruolo e altre iniziative “per pensare” (l’opzione è facoltativa), offrire sorrisi e gentilezza a chi entra (facoltativo); per i ristoranti il menù deve essere “alla carta, di filiera corta e stagionale” (facoltativo) mentre per i bar è preferito il servizio al tavolo. Gradita è l’esposizione di libri, opere artistiche o altri oggetti “per pensare”. Un decalogo ferreo.

Sul sito ci si iscrive per due possibili forme di adesione: gratuita (Basic) o a pagamento (Plus, dai 50 ai 100 euro l’anno). Il sito e la pagina Facebook fanno da vetrina che promuove le iniziative culturali dei locali stessi. Come presentazioni di libri. Dibattiti. Reading e tutto ciò che chiama alla riflessione e non alla dispersione del pensiero o del dialogo. I locali che hanno aderito da aprile sono 86, coprendo 19 regioni. Cinque i locali che hanno optato per la formula Plus, tra bar, caffetterie, sale da tè, circoli culturali, enoteche, librerie e bistrot.

L’esigenza di potersi raccogliere sta diventando ormai un’esigenza sociale che coinvolge sempre più larghi , tanto che persone attente come il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti o come il professor Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, si sono accorti subito di questo fenomeno e l’hanno segnalato in modi diversi. Nicoletti con una videoanalisi sul sito de La Stampa ricorda che caffè, trattorie, osterie, enoteche, ristoranti “hanno rappresentato per tutto il ‘900 i luoghi privilegiati in cui si incontravano e si confrontavano gli intellettuali che hanno contribuito alla nascita di nuove correnti di pensiero, espressione artistica, evoluzione sociale”, Crepet dedicando l’incipit di un capitolo del suo nuovo libro, Libertà (Mondadori), in cui osserva che “si tratta di un’urgente occasione per riflettere sulla nocività di un lento, implacabile avvelenamento” dato da “il rumore che ha invaso ogni angolo e momento della nostra quotidianità” (…), un’invasione di chiasso che sembra escogitata proprio per inibire il sorgere di qualsivoglia pensiero, critica, ironia, autoironia, senza i quali non c’è, né ci sarà libertà vera”. E nel ricordare gli incontri spiati da giovane al Caffè Canova di Piazza del Popolo a Roma, tra Fellini e Mastroianni, scrive: “Ho spesso immaginato che La dolce vita sia nata anche grazie a quei tavolini (…), non un pensatoio separato dal mondo, ma un luogo di passaggio, come dovevano essere i pensieri di quei due grandi artisti”.

Hanno raccontato bene e in maniera molto suggestiva cosa hanno rappresentato i locali nello spirito di quegli anni, lo sceneggiatore e regista Ugo Pirro in Osteria dei pittori e l’attrice Paola Pitagora in Fiato d’artista, dieci anni a Piazza del Popolo (entrambi Sellerio). E, per dirla con il poeta Tonino Guerra, “bisogna creare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima”. Un’esigenza sempre più urgente.

Cambiare modo di alimentarsi. È la scommessa per il prossimo futuro. Meglio, a partire dal gennaio. Per una questione che riguarda non solo strettamente la salute ma, al tempo stesso, anche l’impatto ambientale. Ne va della sopravvivenza di ciascuno di noi, intesi come singoli, ma anche della nostra Terra, intesa come collettività di donne e uomini. La quale Terra, per altro, come recitava un vecchio slogan ambientalista “è l’unica che abbiamo”. Quindi non sprechiamola. E difendiamola.

L’operazione “rigenerativa” scatterà pertanto già nel prossimo 2020, quindi tra poche settimane, e secondo gli esperti di Whole Food Market, la società americana acquistata da Amazon nel 2017, i trend del prossimo anno sono racchiusi in dieci grandi linee guida o filoni. E qui non si parla tanto di chef quanto di ingredienti. Ovviamente, buoni per essere utilizzati da tutti gli chef del mondo che vorranno attenersi a questo “manuale della cucina sana” quanto morigerata nelle combinazioni più diverse, originali e fantasiose.

E se si parla di prodotti, di ingredienti alla base di una cucina sostenibile, non si può che partire gioco forza dalla terra, intesa come suolo da coltivare: applicando quella che viene definita come agricoltura rigenerativa, in grado di recuperare i terreni esausti, quindi di restituirci super farine, di farci apprezzare sapori e gusti particolari, anche di Paesi a noi lontani, come l’Africa Occidentale ad esempio, inducendo un tipo di coltivazione in grado di migliorare la biodiversità nel suo complesso.

Perciò il 2020 sarà innanzitutto l’anno delle farine alternative e dei prodotti da forno. E ci sarà un sostanziale incremento – perché il mercato al consumo lo richiede – dell’uso di farine, diverse da quelle di tipo tradizionale come lo è, ad esempio, la farina di teff (senza glutine, è ottenuta dai minuscoli semi di un cereale originario dell’Etiopia e dell’Eritrea) o la farina derivante dalla frutta come la banana, il cavolfiore o di tigernut, che deriva dalle nocciole, ovvero zigolo dolce, tubero originario della Spagna, ma anche super farine, forti di fibre e proteine in genere.

Il trend cibo 2020 contempla perciò i sapori africani, che vedono l’uso sempre maggiore di Moringa, tamarindo, sorgo, fonio, teff, miglio, prodotti di base della cucina di Paesi come Niger, Senegal, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria. Approdano pertanto sulle nostre tavole piatti tipici come il pollo yassa o il riso jollof.

Non si faranno mancare gli snack vegani o snack da frigo, freschi, morbidi e anche dolci come le barrette di granola. Perché la dieta vegana ormai sta facendo proseliti e impazza, insieme all’alimentazione di tipo vegetariano, nell’idea di ridurre il più possibile il consumo di carne anche per favorire il minor impatto sull’ambiente: cioè, meno carne ma di migliore qualità. Da allevamenti biologici, certificati o riconosciuti. Comunque garantiti.

Oltre la soia, andranno molto anche i prodotti vegetali in genere, con i fagioli verdi, i semi di canapa, quelli di zucca, di avocado, di anguria e l’alga clorella dorata. Non mancheranno le uova e i latticini vegetali, la salsa tahini. Tutti gli zuccheri alternativi con riduzioni sciroppose di frutta, il burro derivato da ogni genere di seme.

Quindi la tendenza 2020, in fatto di alimentazione, contempla anche i surrogati di carne con sostituti a base vegetale, che è anche stato uno degli argomenti tra i più discussi di questo anno 2019 che ci lasciamo alle spalle. E non mancano le esperienze concrete come dimostra l’hamburger vegetale ideato, messo in produzione e in commercio con successo da Burger King.

Bene, ma la vera tendenza delle tendenze gastronomiche del 2020 – nell’ambito del quadro appena delineato – sarà quella del healthy bowl. Ovvero il piatto unico,  che consolida il timido approccio avviato già l’estate scorsa con quella che è stata definita la “ciotola sana”, con dentro tutto, per un pasto completo, leggero, nutriente e saziante. Ma soprattutto gustoso.

Una soluzione che per altro va incontro alle esigenze di stili di vita in forte trasformazione dentro un mondo, stretto o costretto in tempi di vita e tempi di lavoro in continua mutazione e sempre più compressi. Dove slow e fast sono alternative di vita nette, che si contrastano e si combattono in duelli all’ultimo sangue.

Cosicché gli healthy bowl sono oggi anche il risultato di un matrimonio esclusivo quanto perfetto tra salute, gusto e bellezza insieme. Con alimenti naturali, biologici, ricchi di carboidrati a basso indice glicemico e a lento rilascio di energia, grassi buoni e fibra, con cereali integrali ma anche verdura, con largo uso di curcuma e utilizzo di avocado, che contribuiscono tutti insieme a mantenere in forma e allo stesso tempo in salute. E si possono preparare in casa come ordinare al ristorante o nei negozi dedicati.

Miss Mondo 2019 è Toni-Ann Singh, studentessa giamaicana di psicologia incoronata a Londra nel corso di una cerimonia. “Credete in voi stesse“, ha twittato la 23enne dopo l’elezione, rivolgendosi “a tutte le ragazze di St.Thomas, in Giamaica, e a tutte le ragazze del mondo”.

To that little girl in St. Thomas, Jamaica and all the girls around the world – please believe in yourself. Please know that you are worthy and capable of achieving your dreams. This crown is not mine but yours. You have a PURPOSE. pic.twitter.com/hV8L6x6Mhi

— Toni-Ann Singh (@toniannsingh)
December 14, 2019

“Dovete avere un obiettivo”, ha aggiunto. A Singh la corona è stata consegnata dalla messicana Vanessa Ponce, Miss Mondo 2018. 

Nel 1971 Sue Coppard è costretta a trasferirsi dalla campagna in città, precisamente Londra. Ma il suo cuore rimane lì nei campi, a quella vita fatta di cose semplici, di cibo genuino, lontano dal caos della metropoli, così si impone ogni fine settimana di tornare a lavorare nella propria fattoria, rivedendo il concetto stesso di lavoro nei campi, considerandola una vera e propria vacanza. Anzi, fa di più, decide di pubblicare un annuncio per cercare tutti coloro i quali hanno voglia di evadere dal traffico di Londra per un weekend e accompagnarla nel vivere questa esperienza. È così che nasce “World-Wide Opportunities on Organic Farms”, un’organizzazione che mette in contatto fattorie biologiche di 120 paesi con volontari di tutto il mondo che hanno voglia di prestare il proprio supporto nelle più svariate attività di campagna in cambio di ospitalità.

Un modo diverso di considerare la vacanza, non di certo quella più adatta per chi è abituato o pretende hotel di lusso, ma una vera e propria esperienza che coinvolge il pubblico più disparato: dagli adolescenti alle famiglie. Come scrive businessinsider.com, per quanto riguarda il nostro paese l’iscrizione all’associazione costa appena 35 euro e le possibilità sono davvero infinite: vuoi lavorare in una fattoria a Paro, in Bhutan? Puoi. Vuoi allevare bovini Dorper e Bonsmara a Koes, in Namibia? Puoi. Hai sempre sognato di coltivare pesche, grano, mais, quinoa e asparagi a San Ignacio, nella regione di Chalatenango a El Salvador? Puoi farlo. Per te è pronto un alloggio e una famiglia che ti insegnerà un mestiere che ti occuperà poche ore della giornata, il resto potrai occuparlo per conoscere la cultura locale e tenerti lontano da tutto, spesso Internet compreso.

Il sito consiglia comunque come prima vacanza di scegliere un’azienda del proprio paese, l’Italia tra l’altro è uno dei luoghi più richiesti da “woofers” esteri, le attività sono anche in questo caso innumerevoli e i posti, ovviamente della profonda provincia, incantevoli. Come racconta si può leggere sul sito initalia.virgilio.it “In Toscana, ad esempio, a Castagneto Carducci, in provincia di Livorno, Bridget e i suoi figli Ester e Remo, gestiscono l’azienda con l’aiuto di amici e wwoofer.

Generalmente hanno bisogno di aiuto nell’orto, nel frutteto e nell’oliveto, ma anche di altri lavori agricoli. In un’azienda a 7 km da Urbino, Carlo e Gigia, allevano invece bovini, suini, conigli e pollame a uso familiare, e vi si svolgono lavori prettamente agricoli. Tanti gli indirizzi utili per chi vuole apprendere i segreti della permacultura, tra cui spicca “La Tabacca”, una casa rurale immersa tra i castagni del Parco del Beigua, sulle alture genovesi, gestita dall’associazione ambientalista “Terra! Onlus”, che in estate organizza campi di lavoro per offrire un’esperienza unica a contatto con la natura”.

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