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Le “cantine aperte” si sono evolute. Meglio, arricchite. E mietono appassionati visitatori. Tanti. È tempo di vendemmia, da qui almeno almeno a novembre. In alcune zone, specie della Sicilia, nel trapanese, si è già vendemmiato entro la prima settimana di agosto. E gli enoturisti sono ora in agguato. Pronti per fare le loro esperienze d’assaggio. Ma anche per andare oltre: fare l’esperienza tradizionale dell’uva, il taglio dei tralci, vendemmie in notturna, degustazioni e bagni letteralmente nel vino. Gli appuntamenti sono centinaia, da Nord a Sud dello Stivale, da Est a Ovest. E per averne un’idea basta dare uno sguardo al programma di Cantine Aperte in Vendemmia, iniziativa promossa dal Movimento Turismo del Vino.

Che annata sarà quella della vendemmia 2019 l’abbiamo visto solo pochi giorni fa: ci sarà una produzione ridotta del 16% rispetto al 2018, ma la qualità del vino sarà molto più elevata con punte di rara eccellenza in alcune regioni, in particolare. Ora non resta che organizzarsi e Andar per… vigne, che potrebbe essere un ottimo titolo da suggerire e aggiungere alla omonima collana edita da Il Mulino.

Gli appassionati del vino premono alle porte delle cantine e sono di anno in anno in aumento in una tendenza che ormai sta diventando esponenziale. Non manca infatti chi si organizza, e così come d’inverno si prende lo spazio per una “settimana bianca” sulla neve, così tra settembre e novembre prenota la propria “settimana verde”, tutta natura ed enologia, fatta di degustazioni e acquisti di bottiglie da portarsi poi a casa e consumare durante l’inverno. Quasi una mania, ormai.

E le cantine, di fronte a questa pressione, si organizzano a propria volta. Non solo aprono le loro porte per l’accoglienza e per festeggiare la vendemmia, ma organizzano anche corsi di degustazione, degustazioni guidate di vino e anche di altri prodotti della zona, come formaggi o salumi (accade soprattutto nel veronese anche se ormai la tendenza di unire la mescita alla degustazione dei prodotti avviene un po’ ovunque), tra cestini e pic-nic per rilassarsi un po’.

“La vendemmia diventa quasi un film ‘live’ alla tenuta Hofstätter di Tramin – Termeno (Bz) con il ‘Keller Kino’”, si può leggere ad esempio in un servizio sul Sole 24 Ore di domenica 15 settembre. Che cos’è il “Keller Kino”? Si tratta di un palcoscenico situato all’interno della cantina, in posizione sopraelevata, pronto ad accogliere gli enoappassionati “che potranno osservare dall’alto, con un calice in mano, alcuni momenti clou della produzione del vino”. Come l’arrivo dei grappoli raccolti a mano, la misurazione del grado zuccherino, la pigiatura. Il tutto “in diretta” mentre il team Hofstätter è all’opera per dare vita ai vini della nuova annata.

“Tra i momenti più emozionanti – si può leggere ancora – c’è la selezione manuale degli acini di Pinot nero: un lavoro delicatissimo, che impegna dalle 6 alle 8 persone per diverse ore, ma fondamentale per garantire la qualità dei single vineyard di questa azienda altoatesina”. Ma di particolarità simili se ne trovano a bizzeffe.

Così come le occasioni di questo genere. Ve ne sono centinaia lungo lo Stivale. C’è solo l’imbarazzo della scelta. E poiché è bene cominciare da piccoli a comprendere il valore culturale e sociale del vino, la bellezza della natura e la stagionalità dei prodotti, LaFattoria Tellus, a San Pietro a Montecchio, in Umbria, è il nuovo progetto di Famiglia Cotarella “dedicato ai bambini e alle loro famiglie”.

Fino alla fine di ottobre, questa “fattoria apre le porte al pubblico tutti i giorni – solo su prenotazione – per vivere l’esperienza della vendemmia, dalla raccolta manuale alla pigiatura in vasca con i piedi”. Il programma della giornata prevede anche una “colazione del contadino”, una “visita in cantina” per comprendere l’intero processo produttivo, un “pranzo in vigna” e “attività sportive” e “laboratoriali”.

Una fattoria didattica e al tempo stesso solidale: “Acquistando una bottiglia di Tellus Syrah – la cui etichetta reca i disegni realizzati proprio dai bambini durante i laboratori – sarà possibile sostenere il futuro Istituto dei trapianti e dei tumori infantili del Bambino Gesù di Roma”. E a breve verrà inaugurato, all’interno della tenuta, anche un parco giochi inclusivo per integrare bambini con disabilità. Ma è solo uno dei tantissimi esempi di iniziative possibili. E praticabili. 

Andare al mercato non è più sufficiente. Di città, rionale, di paese o di fiducia che sia, non basta più. La ristorazione punta in proprio. Così, ormai la tendenza degli chef di qualità è farsi l’orto in casa. O adiacente. Dietro o annesso al ristorante. Per controllare meglio la filiera. Km meno che zero. A un soffio. Più affidabile. Più comodo. Pronto all’uso, per prodotti dalla terra alla cucina, pronti ad esser lavorati quanto basta prima di passare alla pentola o al tegame.

Il principio che ispira gli chef è che nella propria cucina vogliono mettere i propri prodotti, le proprie essenze di sapori, colori, gusti. Offrendo al cliente la sensazione di attraversare l’orto, percorrerlo. Per poi ricordare un sapore preciso, una suggestione magari da ricordare. E anche dando all’avventore la garanzia di una genuinità certificata.

L’inclinazione a farsi l’orto in casa non è di oggi. Si dice che il primo in assoluto sia stato Enrico Crippa, tre stelle Michelin con il suo ristorante di Alba. Il quale ha avviato un orto a Barolo che ha fatto scuola. E che ha influenzato il suo discepolo, Christian Milone, che 2012 a Pinerolo, nella trattoria Zappatori dove poi è andato a lavorare, autonomizzandosi dal proprio Maestro, ha piantato i primi semi di verdure di vario ordine e tipo per poi cominciare a raccogliere i primi germogli l’anno successivo. Un vero e proprio genio della cucina del Sud come lo chef Don Alfonso Iaccarino sostiene infatti che la grande cucina si fa direttamente “nel campo”.

E se il terreno non è adiacente, lo chef illuminato o d’avanguardia preferisce comunque sapere da dove arriva il prodotto, da quale campo, da quale fattoria, conoscere i contadini che coltivano la terra creando così la propria “comunità” produttiva di cui potersi fidare e controllare il ciclo biologico delle stagioni.

Come la istrionica Cristina Bawerman, già regina di Glass Hostaria a Trastevere o ora di Romeo Chef & Baker e Giulietta Pizzeria nei 2 mila e 500 mq di un ex magazzino di Testaccio, che attinge i prodotti dalla fattoria di Fiorano della famiglia Antinori, a pochi chilometri da Roma nel bel mezzo del Parco Dell’Appia Antica. E nell’azienda aperta da Iaccarino, ad esempio, i clienti possono anche far acquisti di prodotti della terra, dall’olio al vino ai pomodori. Come dire? Orto e mangiato!

Ma c’è anche chi è andato oltre. E non si è fatto scoraggiare dall’asperità del terreno. Come i titolari del ristorante Mezza Pagnotta di via Rosario 9 a Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, venti, venticinque ospiti come massimo, che era una vecchia stalla. Un locale che s’affaccia in un’area paesaggistica tra le più affascinanti del paese, ma anche ostico, difficile, pietroso: le Murge. Coltivare qui un pezzetto di terra da coltivare per poi poter raccogliere scorzanera, borragine, aglio pelosetto, rucola sativa e malva non è affatto semplice. Ovvero ciò che la natura offre in maniera assolutamente va direttamente in tavola. Servito e anche riverito. Perché è ciò che il cielo manda in terra. Pranzi frugali ma appetitosi.

Con asparagi selvatici, cimamaredde, ovvero fiori che sanno di mostarda, o i lampastri che sono nientemeno che i cugici dei lampascioni, e poi l’aneto murgiano, l’iperico, l’origano, l’acino pugliese, timo, lattugaggio, l’issopo meridionale, gli asfodelini, i porracci selvatici, quindi i finocchi, finocchietti e finocchiacci… Tutta materia prima di una cucina molto spartana ma molto aromatica. Tutto questo a Mezza Pagnotta si mischia e si trasforma in ingrediente e cucina gourmet che chiama a sé l’accostamento giusto. È il tripudio della spontaneità della natura trasformato dalla sapienza umana in essenziale, singolare, alta cucina.

E poi c’è il caso di Christian Puglisi, giovane messinese ma danese di adozione, sous chef del Noma di René Redzepi, dopo esser passato per i fornelli  di Taillevent e la corte di elBulli di Fernand Adrià nel 2006. Il quale Puiglisi ha dato vita ad una Farm of Ideas & Seed Exchange a 45 minuti dalla capitale, Copenaghen, ovvero un’oasi felice che si estende per oltre 30 ettari di coltivazioni e allevamenti di animali, base multipla di prodotti da utilizzare nei cuoi cinque punti di ristoro, il Reastaurant Relae, Baest, Rudo, Manfreds, Mirabelle. Un ecosistema paradisiaco tra maiali di razza Mangalitza allo stato semibrado, allevamenti biologici di conigli, oche in libertà, duecento galline che danno in media 180 uova al giorno, oltre ad un’infinita vasrietà di verdure, ortaggi, serre e un ampio orto coltivato en plein air…

Da ultimo va citato anche il nuovo quanto recente esperimento-progetto di Gabriele Bonci, il panificatore romano, inventore della pizza al taglio, ribattezzato anche come il Michelangelo della Pizza, che ha deciso di trasferirsi a Careggine, nelle Alpi Apuane in Garfagnana, per sposare il Rifugio Alpi Apuane gestito dai tre ragazzi di Maestà della Formica e dar vita ad un nertwork di produttori, contadini, allevatori e bottegai della cosiddetta Lucca Biodinamica che è già punto di partenza e riferimento di uno snodo di eccellenze.

Orti, farm, aziende a controllo e a supporto diretto dei ristoranti, per poter così meglio diversificare in cucina. 

Come si è evoluta la tecnologia tessile? Negli ultimi anni i passi in avanti sono stati così giganteschi che aggiornare la manualistica in materia è stato quasi impossibile. Prova a fare il punto Paola Ungaro, autrice di “Tecnologia, innovazione e sostenibilità. Conoscere i materiali tessili” un testo in grado di fornire una rappresentazione organica e ragionata dell’evoluzione dei materiali e delle modalità per il loro trattamento con cui l’umanità ha sviluppato l’abbigliamento.

Avvalendosi di una pluridecennale esperienza come docente della materia, Paola Ungaro rende meno impegnativo e più coinvolgente lo studio e la comprensione, nonostante la vastità e la complessità dei temi trattati.  Arricchito da molte illustrazioni, il manuale propone un percorso attraverso fibre, filati e finissaggi che sono i cardini della materia tessile, la cui storia, come dà conto il testo, segue quella dell’umanità, riflettendone le trasformazioni, le evoluzioni economiche e i movimenti culturali.

Attualmente, i materiali tessili si stanno evolvendo e trasformando, attraverso l’affinamento dei processi produttivi e l’introduzione di nuove tecnologie e di nuove fibre in grado di adattarsi a inediti utilizzi.  Nel contempo, è divenuta centrale l’attenzione al tema della sostenibilità che coinvolge l’intera filiera tessile. Il testo contiene vari focus di approfondimento sulla sostenibilità, sull’innovazione e sugli “smart textile” e offre pertanto una panoramica aggiornata dei più recenti sviluppi del settore e delle sue prospettive.

Il manuale, che nasce come pubblicazione didattica destinata a tutte le Accademie e a tutti i corsi universitari di fashion design ma che vuol essere anche strumento culturale per tutti coloro che operano nel tessile o lo seguono con passione, è acquistabile solo sui siti  di Amazon, Mondadori e Feltrinelli.

 

 

 

 

Gli italiani amano il proprio animale domestico al punto da considerarlo un figlio. È così per il 71% degli intervistati per un sondaggio realizzato da Amazon in occasione del lancio del concorso Amazon Pet Star 2019. Lo studio, effettuato su 1500 proprietari di animali domestici in tutta Italia, ha rivelato che i proprietari di animali domestici farebbero di tutto pur di rendere felici i propri pet: il 64% degli intervistati dichiara di consentire al proprio animale da compagnia di dormire a letto di notte mentre, durante il giorno, i proprietari trascorrono in media 31 minuti a raccontare avventure e disavventure al proprio cucciolo. Un padrone su due, inoltre, rinuncerebbe alle vacanze per il proprio amico a quattro zampe. Esiste poi anche un piccolo gruppo disponibile a convivere con le allergie (15%) o a cambiare casa (13%) pur di renderlo felice.

Il compleanno dell’animale domestico diventa un momento di festa per 2 padroni su 3 e, tra questi, l’83% lo festeggia regalando cibo mentre il 55% regala dei giocattoli e il 18% fa creare una torta appositamente per il cucciolo di casa.

Quanto al costo, dipende da quanto è social l’amico peloso. I proprietari di animali domestici spendono in media 47,14 euro al mese per i propri amici a quattro zampe e uno su quattro (25%) paga un fotografo per avere uno scatto professionale con loro. Le fotografie diventano anche utili per i social media: il 16% ha creato un account ad hoc per il proprio amico a quattro zampe.

In cambio, assicurano i proprietari degli animali, salute e felicità. Dalla ricerca emerge, infatti, che il 90% degli intervistati è certo che l’affetto del proprio cucciolo abbia un’influenza positiva sulla propria salute mentale e il 57% ritiene che lo abbia riavvicinato al proprio partner o alla famiglia.

Ma quanti sono gli animali da compagnia in Italia? Circa 60 milioni in base alle stime dell’ultimo report di ASSALCO, l’Associazione Nazionale Imprese per l’Alimentazione e la Cura degli Animali da Compagnia, pubblicato nel 2018. In pratica, un italiano su tre possiede un compagno peloso. E i dati Eurispes, raccolti nel gennaio 2019, confermano questa tendenza, accennando anche all’aumento del numero di animali non convenzionali: non solo cani e gatti, dunque, ma anche animali esotici come uccelli, pesci, conigli e tartarughe. Dei quasi 60.500.000 di esemplari, insieme ai cani e ai gatti (circa 15 milioni in tutto), troviamo anche pesci (circa 30 milioni), piccoli mammiferi e rettili (poco più di 3 milioni) ed uccelli (quasi 13 milioni).

Niente più pozioni magiche per dimagrire, addio ai post che celebrano la chirurgia estetica. Instagram e Facebook hanno annunciato l’arrivo di restrizioni sui post che promuovono alcuni prodotti. Saranno rigide per gli under 18 e un po’ più morbide per i maggiorenni.

I minorenni (o almeno quelli che secondo i dati in possesso della piattaforma lo sono) non vedranno più comparire post promozionali che riguardano diete, pozioni detox e interventi estetici. Nei casi più discussi, quando i trattamenti pubblicizzati promettono risultati “miracolosi”, non ci sarà solo la barriera dell’età ma la rimozione. Il bando dovrebbe riguardare non solo i post sponsorizzati (cioè quelli per cui un’azienda paga Instagram per comparire nel flusso degli utenti) ma anche quelli in cui la promozione passa dagli influencer.

“Vogliamo che Instagram sia un posto positivo per tutti coloro che lo utilizzano e questa politica è parte del lavoro in corso per ridurre la pressione che le persone possono talvolta sentire a causa dei social media”, ha spiegato Emma Collins, responsabile delle politiche pubbliche di Instagram.

Le campagne contro integratori e diete

La “pressione” dell’estetica social sugli adolescenti (e non solo) è stata più volte sottolineata da Jameela Jamil. L’attrice, che ha rivelato di aver sofferto a lungo di disturbi alimentari, ha più volte criticato i post che promettono perdite di peso e le social-star che ne hanno dato visibilità, come Khloé Kardashian.

Jamil, che ha oltre 2,2 milioni di follower, ha anche fondato i_weigh, una comunità che punta “all’inclusione radicale” (anche ma non solo) di un’estetica fuori dai canoni. All’annuncio delle nuove linee guida, ha gioito in un lungo post: “Questa è una grande notizia. Stiamo cambiando il mondo insieme. Dopo urla e petizioni, siamo riusciti a catturare l’attenzione delle persone che sono ai vertici. Loro ci hanno ascoltato e vogliono proteggerci. E questo è solo l’inizio dei nostri sforzi”.

Jamil ha svelato di aver lavorato con Instagram e ringraziato la piattaforma per il suo impegno. Il risultato è arrivato “più velocemente di quanto mi aspettassi e ne sono orgogliosa”, ha sottolineato l’attrice. “Questa è una vittoria straordinaria che farà la differenza. Gli influencer devono essere più responsabili.

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

THIS IS HUGE NEWS. @i_weigh are changing the world together. After a bunch of shouting, screaming, and petitioning… we have managed to get the attention of the people at the top, and they have heard us and want to protect us. And this is just the beginning of our efforts. As of now, if you’re under 18, you will no longer be exposed to any diet/detox products, and for all other ages; all fad products that have bogus, unrealistic claims will be taken down and easy to report. I’ve been working with Instagram all year towards this, who were amazing to deal with, and they expressed that they passionately care about creating a safer space for us all online. This happened so much faster than I expected and I’m so proud and happy and relieved. WELL DONE to the many people who have been working towards this huge change. This is a mass effort. This is an extraordinary win that is going to make a big difference. Influencers have to be more responsible. ❤️

Un post condiviso da Jameela Jamil (@jameelajamilofficial) in data: 18 Set 2019 alle ore 10:08 PDT

 

Tra teoria e pratica 

Instagram ha spiegato di aver creato le linee guida con la collaborazione di “esperti esterni, per assicurare che le misure per limitare e rimuovere questi contenuti abbia un impatto positivo, garantendo al contempo libertà di espressione e discussione”. L’impatto non è ancora del tutto chiaro, perché sembra comunque ampia la discrezionalità nelle mani dei social. In casi come questo, già in passato, l’applicazione dei limiti si è rivelato molto più complessa della definizione dei confini. Facebook, ad esempio, vieta già le inserzioni che “promuovono la vendita o l’uso di integratori di dubbia sicurezza”, ma pur sempre “in base a quanto stabilito da Facebook, a sua esclusiva discrezione”.

Tra i casi citati “a titolo esemplificativo e non esaustivo”, il social network indica “anabolizzanti, chitosano, efedrina e ormoni della crescita”. L’intervento su integratori e diete è più ampio, sia per tipologia di prodotti sia per numero di aziende, influncer e utenti coinvolti. Proprio per questo la zona grigia potrebbe essere più estesa. Le vittime certe dovrebbero essere quei post che includono prezzi, codici sconto e offerte commerciali. Già più scivoloso è il territorio di quei contenuti che implicano un incentivo all’acquisto. Di certo però è un segnale, che coinvolge, ancor più di Facebook, una piattaforma che non vive solo di immagini ma anche di immagine.

Il 23 e 24 settembre, al Palazzo dei Congressi dell’Eur di Roma, va in scena il Roma Bar Show, l’evento internazionale dedicato al mondo del beverage. Per l’occasione verrà inaugurata TuDrink, l’app tutta italiana che nasce dall’intuizione di Alessandro Montemagno e Giampaolo Comida per rivoluzionare il mondo dei bar. L’idea di base è quella di strizzare l’occhio alla comunità di clienti da bar più esigenti in modo tale che, grazie ad un servizio di geolocalizzazione, non restino mai senza un bancone sotto il gomito e un buon drink tra le mani, anche quando magari sono fuori in vacanza o per lavoro in città che non conoscono. Ma poi il tutto si fa decisamente più interessante, tramite l’app si potrà ordinare un tavolo, avere agevolazioni o perfino offrire da bere al vicino di sgabello.

“Il nostro obiettivo – dicono i founder – è creare un network internazionale che possa connettere i locali migliori e i clienti più esigenti, divulgando una cultura che sposi la filosofia del bere bene, bevendo insieme”. Che siano birre, vini o cocktail, insomma, la parola d’ordine è una: qualità. Oggi TuDrink è presente su Roma, Milano e Torino dove aggrega i migliori locali delle città, ma sta già guardando a molte altre città italiane e europee.

Naturalmente è inevitabile anche una certa funzionalità per quanto riguarda i social, tramite l’applicazione infatti sarà possibile condividere con i propri amici non solo le classiche foto di cosa si sta consumando ma anche dei cosidetti “pacchetti beverini”, vere e proprie offerte convenienti solo per chi è in possesso dell’app. I locali che vogliono entrare a far parte del network possono candidarsi direttamente online inserendo i propri dati nell’apposito form presente sul sito www.tudrink.com.

Dopo aver arredato le case di tutto il mondo, Ikea punta ora a costruirle. Come? Alla sua maniera, ovviamente: in fabbrica, in modo rapido, a prezzi economici. Anzi, questa volta si spinge più in là: il futuro proprietario paga in base al proprio portafoglio. Se il piano andrà in porto, il colosso dell’arredamento low-cost realizzerà case a prezzi accessibili a Worthing, una città nel sud dell’Inghilterra, nell’ambito di una joint venture – BoKlok – con la società di costruzioni svedese Skanska. Il gruppo, il cui nome svedese significa “vivere in modo intelligente”, ha costruito oltre 11.000 case in Svezia, Finlandia e Norvegia. Quello di Worthing sarebbe il primo progetto nel Regno Unito dal fallimento di un esperimento simile durante la crisi finanziaria globale.

Il vantaggio di costruire una casa in fabbrica è duplice, sostengono gli addetti ai lavori: la rapidità permette sia di abbattere i costi sia di garantire in tempi brevi un tetto a chi è in difficoltà. Tamponando quella carenza abitativa che fa salire i prezzi.

La proposta di Worthing, che nei prossimi mesi sarà sottoposta a una valutazione finanziaria più rigorosa, rappresenta una soluzione nuova e alternativa a un’emergenza di abitazioni a prezzi accessibili.

Secondo il piano BoKlok dovrebbe costruire circa 160 case su terreni presi in leasing dal consiglio locale, di queste nuove costruzioni il 30% sarà destinato all’edilizia popolari. Il modello di pagamento è quello “Left to Live” di BoKlok, secondo cui ai residenti viene addebitato solo ciò che possono permettersi al netto delle imposte e delle spese di soggiorno.

I pagamenti – in genere circa un terzo degli utili netti mensili – hanno un’ipoteca di 25 anni. La costruzione dovrebbe iniziare nel gennaio 2021 e i primi residenti potrebbero trasferirsi già nell’aprile di quell’anno.

In questo progetto la matrice è quella di Ikea. L’approccio di BoKlok è fortemente basato sui metodi collaudati del colosso. “BoKlok è nato nel modo IKEA: grandi volumi, prezzi bassi”, si legge sulla Cnn. “La produzione industrializzata e i grandi volumi – in altre parole, la ripetizione – riducono i prezzi e permettono di risparmiare tempo nella pianificazione.”

L’impresa controlla anche l’intera catena di approvvigionamento, compresi l’acquisizione di terreni, la produzione in fabbrica, i lavori in loco, le vendite e il marketing. E questo aiuta a tagliare i costi.

Le alternative alla plastica potrebbero essere ugualmente inquinanti per i mari. È l’allarme lanciato da una Commissione parlamentare britannica che mette in guardia dall’adottare i materiali biodegradabili e compostabili come soluzione a tutto. Il problema sarebbe in primo luogo nelle maggiori emissioni di carbonio generate per produrli e poi nello smaltimento. Milioni di tonnellate di plastica si riversano negli oceani ogni anno, inquinando i nostri mari, sporcando le nostre spiagge e mettendo in pericolo la fauna selvatica. Per mettere un freno a questo fenomeno, aziende, consumatori e governi si stanno convertendo ai materiali alternativi, quali biodegradabili e compostabili.

Tuttavia, mette in guardia la Commissione per l’Ambiente, il cibo e le aree rurali, un uso indiscriminato di questi prodotti, invece di alleviare il problema dell’inquinamento, potrebbe avere ripercussioni ambientali ancor peggiori. La Commissione si rifà alla posizione dell’associazione ambientalista Green Alliance, che tempo fa aveva sollevato preoccupazioni circa l’evidenza che “le persone abbandonano con più facilità rifiuti biodegradabili nell’ambiente, il che peggiorerebbe ulteriormente l’inquinamento sulla terra e in mare”.

Il rapporto della Commissione, inoltre, ha rilevato come i consumatori siano confusi su come smaltire gli imballaggi compostabili, e ciò potrebbe comportare una contaminazione del riciclaggio e dei rifiuti. A questo si aggiunge il fatto che produrre questi materiali “comporta maggiori emissioni di carbonio”.  Il risultato è che “se un bicchiere biodegradabile finisce in mare,  crea alla fauna marina gli stessi problemi di uno di plastica”, ha sottolineato nel rapporto, Juliet Phillips, attivista della Environmental Investigation Agency.

“Sappiamo tutti che l’inquinamento da plastica dei nostri fiumi e mari è un grosso problema. Tuttavia, sostituire la plastica con altri materiali non è sempre la soluzione migliore, poiché tutti i materiali hanno un impatto ambientale”, ha affermato il parlamentare Neil Parish, presidente della commissione.

“Il timore della Commissione è che le materie plastiche compostabili siano state introdotte senza un’adeguata preparazione dei consumatori su come smaltirle. La sostituzione non è la risposta giusta e dobbiamo cercare modi per ridurre gli imballaggi monouso”, ha poi aggiunto.”Tutti gli imballaggi per alimenti e bevande, siano essi di plastica o di altro materiale, hanno un impatto ambientale”.

Secondo l’indagine 2019 di Save The Children, in Italia 3 ragazzi su 5 sono vittime di discriminazioni, vengono emarginati o derisi dai loro coetanei. E 9 su 10 sono testimoni diretti di episodi violenti contro i loro compagni. Ma perché si diventa bulli (a scuola)?

Sono solo 45 anni che gli psicologi se ne occupano: il bullismo inizia ad essere studiato nel 1973, grazie al norvegese Then Olwens (che, però, lo chiamò “mobbing”). Da allora i numeri sugli episodi di bullismo sono in costante aumento. Di questo comportamento sociale aggressivo è stato vittima anche il filosofo polacco Zygmunt Bauman, che ne aveva parlato nel suo “Nati liquidi”. Di questo atto violento Bauman è rimasto ferito “in modo costante, quotidiano. Durante tutti gli anni di scuola a Poznan, in Polonia. Ricordo di aver capito benissimo che essere vittima di bullismo era una questione di esclusione”.

Ma quei tempi sono lontani. Ora la situazione è, almeno in parte, diversa: l’aggressività tipica di questo atto prevaricatore ha mutato veste. “Fare il male – sottolinea Bauman – non richiede più motivazioni. Il male, il bullismo incluso, si è già considerevolmente spostato dalla classe delle azioni finalizzate a uno scopo all’ambito di un piacevole passatempo e intrattenimento ?». Pare di sì. Non è un caso se oggi, insieme al bullismo, si parla anche di cyberbullismo.

Il bullismo nasce nell’infanzia

Se le conseguenze di questo comportamento aggressivo, per le vittime, possono durare una vita intera, è bene ricordare che il bullismo, spesso, emerge nell’infanzia. “Per molto tempo – suggerisce Dorothy Espelage, professoressa di educazione all’Università della Carolina del Nord –  abbiamo pensato che ci fosse solo un tipo di bullo. Si trattava di un ragazzo altamente aggressivo con problemi di autostima. Problemi che potevano derivare da ripetuti episodi di violenza domestica vissuti oppure anche dall’assenza di attenzioni da parte della famiglia di origine”.

Due tipi di bulli

Se da una parte rimane l’idea del bullo come aggressore schietto e aperto, parallelamente è stato riconosciuto un altro profilo, più machiavellico. I bambini che rientrano in questa categoria tendono ad avere migliori capacità sociali. Sono spesso carismatici e apprezzati dagli insegnanti. Si tratta di giovani in grado di “accendere e spegnere” il loro atteggiamento prevaricatore per soddisfare le loro esigenze del momento.

“I bulli socialmente dominanti vogliono essere leader unici e incontrastati”, afferma Espelage. “La via attraverso cui soddisfano questa aspirazione implica spingere gli altri coetanei verso i punti più bassi della scala gerarchica all’interno di un determinato contesto sociale”.

Un comportamento che riguarda più il bullo che la vittime

Altre ricerche sostengono che il bullismo spesso riguarda più il “carnefice” piuttosto che le sue vittime. In uno studio condotto sui bambini in Italia e in Spagna, alcuni alunni hanno partecipato ad un test che richiedeva loro di proporre una riflessione su una situazione di bullismo. Una situazione in cui, però, dovevano assumere il punto di vita del bullo

I ricercatori hanno fornito ai bambini un questionario con il compito di classificare i colleghi coetanei come bulli, vittime o outsider. Dai risultati dello studio è emerso che i bambini identificati dai coetani come bulli erano più propensi a rispondere con dichiarazioni che si concentravano su come l’atto prevaricatore aveva colpito il bullo stesso (“Mi sentirei grande perché avrei ottenuto l’attenzione di altri bambini!”) o dichiarazioni che attestavano una mancanza di empatia (“Non mi sentirei in colpa perché non ci penserei” e “Mi sentirei indifferente perché la vittima non soffrirebbe”).

Dal bullismo al cyberbullismo

Negli ultimi anni il bullismo ha assunto nuove forme. Se una caratteristica “storicamente” considerata tipica del bullismo era l’aggressione ripetuta verso la vittima, il mondo online sta offuscando questa sua “cifra”. Tuttavia, c’è una tale mescolanza di elementi tra bullismo scolastico e cyberbullismo che alcuni ricercatori si sono spinti ad accorparli in un unico tipo di comportamento sociale aggressivo. D’altra parte, oggi quale bambino non ha un cellulare con sé in classe? Ne ha parlato anche la BBC

“Grazie alla mia ricerca ho scoperto che i bambini che si comportano da bulli a scuola spesso continuano a molestare le potenziali vittime anche nel mondo virtuale” suggerisce Calli Tzani-Pepelasi, docente di psicologia investigativa all’Università di Huddersfield. “Spesso il bullismo si muove attraverso i social media: in questo modo le azioni dei prevaricatori possono essere attestate da più persone. E i bulli, così, posso fregiarsi di un (falso) senso di fama e gloria”.

Cosa fare se tuo figlio è un bullo

Se si sospetta di avere a che fare con un figlio bullo, cercare di capire le motivazioni che lo spingono ad esercitare atti prevaricatori verso altri bambini può essere un buon primo passo per affrontare il problema.

“Mettiamo caso che dei genitori mi chiamino per raccontarmi che loro figlio è impegnato in comportamenti aggressivi di questo tipo. Io chiederei al bambino ‘OK, che cosa stai ottenendo da questo? Perché lo stai facendo? ‘”, suggerisce Espelage. “Potrebbe anche essere che loro figlio si trovi in una scuola dove questo è ciò che ci si aspetta che faccia”. Buona norma, per i gentiori, è riflettere e considerare se le proprie azioni possono condizionare e influenzare il figlio. “Gli atteggiamenti che i genitori manifestano ai figli possono plasmarli predisponendoli ad attivare strategie da bullo”, continua la studiosa.

Una possibile via per affrontare il problema del bullismo scolastico potrebbe essere costituire una rete di amicizie tale da favorire il sostegno e l’integrazione tra coetanei, avvicinando agli studenti più giovani quelli più grandi, che potrebbero indirizzarli a comprendere gli effetti che gli atti prevaricatori possono comportare. “I bambini più grandi potrebbero far capire ai più piccoli quali sono gli atteggiamenti che un alunno deve tenere a scuola”, dice Tzani-Pepelasi.

In ogni caso, vivere in un ambiente ascolastico in grado di garantire supporto e ascolto è importante anche per affrontare (e, soprattutto, prevenire) episodi di bullismo. “Gli insegnanti e in generale il personale scolastico devono dimostrare una forte persistenza e coerenza per affrontare il problema. Senza di loro, altrimenti, il sistema non può funzionare” sostiene Tzani-Pepelasi. Dello stesso parere è Espelage. “Quello che è emerso dalle nostre ricerche è che le scuole in cui si pone maggiore attenzione ai problemi di comunicazione e connessione tra i bambini, rinforzando il loro senso di appartenza a una comunità, registrano minori episodi di bullismo”.

Il bullismo e le molestie sessuali

Nel 2014 Espelage, in collaborazione a un team di ricercatori, ha pubblicato uno studio quinquennale che rilevava una relazione preoccupante tra bullismo e molestie sessuali. Dallo studio è emerso che il bullismo tra i bambini più piccoli spesso comporta insulti omofobi. Da qui, negli anni scolastici successivi, seguirebbero le molestie sessuali. Un ulteriore problema dipende dal fatto che gli alunni coinvolti in episodi di molestie sessuali – in veste di carnefice o vittima – spesso non sembrano capire le gravi ricadute di questi atti. “Il filo rosso di aggressività che congiunge il bullismo all’insulto omofobico prima e alla violenza sessuale poi è reale”, suggerisce Espelage.

Un bambino bullo non diventa per forza un adulto bullo

Sulla possibilità che un bambino che ha dato prova di atteggiamenti prevaricatori possa riproporli in età adulta, Espelage avanza due possibilità. “Per alcuni è possibile che ciò si verifichi, per altri no. In base alla mia esperienza posso dire che alcuni bulli “scolastici” entrano nel mondo del lavoro esercitando  professioni in cui quel tipo di comportamento è incentivato. Insomma, un alunno che ha manifestato aggressività sociale potrebbe scegliere di diventare poliziotto, professore o magari avvocato”.

Carnefici e vittime di bullismo: entrambi infelici

In ogni caso, i danni psicologici che si ripercuotono sulle vittime di bullismo spesso riguardano anche gli autori stessi dei comportamenti sociali prevaricatori attivati. A dirlo è uno studio del 2013 condotto dall’Association for Psychological Science.

Dai risultati delle ricerca è emerso che tanto i bulli quanto le loro vittime hanno maggiori probabilità di soffrire durante l’età adulta. Entrambi, dunque, avranno più probabilità di sperimentare fallimenti scolastici, ma anche di incorrere nella perdita del posto di lavoro.

Sarebbero altresì  più propensi a diventare tossicodipendenti e criminali, a differenza di quei giovani adulti che non hanno mai avuto a che fare direttamente con questo tipo di comportamento sociale aggressivo, né in veste di vittima né di carnefice.

Per gli amanti del genere, settembre non può che coincidere con la fashion week di Milano. Il momento in cui le più importanti firme dell’ambito della moda, settore dove l’Italia è leader, presenteranno le collezioni primavera/estate 2020.

Un settore particolarmente florido in un contesto, come sappiamo, abbastanza difficile. Un settore che assume mentre in altre direzioni i problemi legati alla disoccupazione dilagano. Già, infatti sono circa 11 mila le figure al momento ricercate in Italia in vista dell’importante evento che si svolgerà da martedì 17 a lunedì 23 settembre. A svelarlo una ricerca condotta da JobRapido, motore di ricerca di lavoro leader a livello mondiale.

Per lo più naturalmente sono figure che orbitano attorno al campo nella moda, la grande maggioranza delle quali specificatamente nell’industria dell’abbigliamento (quasi 5 mila), seguita da quella degli accessori (circa 2 mila) e delle calzature (poco meno di 800), ai quali si aggiungono i numeri significativi del retail di riferimento (3.500). Tutte posizioni che nella maggior parte dei casi sono ricercate su Milano, ma molte arrivano anche da Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna.

“Il comparto moda, con il fascino che lo caratterizza, si conferma in grado di attrarre talenti e assicurare un’ampia gamma di occasioni lavorative, dall’ambito creativo a quello delle professionalità sartoriali fino al retail di settore, solo per elencarne alcune”, commenta Filippo Meraldi, Vice President Marketing & Communication di Jobrapido.

“In un settore così particolare, dove le aziende sono sempre alla ricerca di persone in grado di fare la differenza, i servizi e le soluzioni di Jobrapido, come la Smart Intuition Technology™, facilitano l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, rendendo più efficace il processo di selezione e accrescendo le possibilità per chi è in cerca di trovare l’impiego più adatto alle proprie capacità ed esperienze”. In totale nel 2018 la moda ha dato lavoro a oltre 580 mila professionisti. 

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