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AGI – Non molti sanno che da anni gli storioni sono una specie in estinzione e non sono più pescati nel Mar Caspio o nel Mar Nero, dove ormai ne restano davvero pochi. Sono invece allevati in diversi paesi del mondo con culture e controlli sanitari differenti, quindi oggi le origini del caviale sono molte e rappresentano filosofie produttive alquanto diverse. Tra questi paesi primeggia l’Italia con gli standard qualititativi tra i più alti e i controlli più rigidi.

Mentre l’immaginario del caviale è ancora legato alla Russia e all’Iran, tra i grandi esportatori oggi è presente anche la Cina che, come per moltissimi altri prodotti, detiene il record produttivo. La cosa curiosa è che, mentre la maggior parte degli italiani ritiene ancora il caviale un prodotto russo o iraniano, il nostro Paese esporta il miglior caviale del mondo, e importa il prodotto cinese che giunge qui a prezzi molto bassi. Non a caso esiste un comitato che tiene periodicamente un incontro a porte chiuse in cui si decidono i trend del mercato. Le discussioni sono principalmente sulle quantità disponibili e le tipologie di caviale che verranno immesse sul mercato, ma soprattutto sui trend delle produzioni proveniente dalla Cina.

Non per questo il caviale al dettaglio costa meno, nella vendita finale e al ristorante generalmente non viene specificata l’origine del prodotto che quindi viene venduto a normali prezzi di mercato, approfittando della scarsa competenza del consumatore. il caviale è un cibo fatto esclusivamente con uova di storione e sale, le uova di altri pesci sono solo succedanei, ne imitano la forma, il colore (vengono spesso colorate artificialmente), ma non possono imitarne il sapore ineguagliabile. 

Come riconoscere il caviale

La confezione è sigillata da una bandella non rimovibile che contiene l’etichetta imposta dalla CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Flora and Fauna), la quale riporta attraverso una serie di codici alcune informazioni importanti. Il primo codice di tre lettere indica la specie di storione dal quale è prodotto il caviale, la lettera C indica che gli storioni provengono da acquacoltura, il terzo codice di due lettere è fondamentale perché indica il codice ISO del paese di provenienza del caviale. IT dimostra l’origine italiana.

Poi segue l’anno di produzione, ma purtroppo i criteri imposti dalla CITES sono piuttosto bizzarri e questo anno corrisponde alla produzione solo quando il caviale arriva direttamente dal produttore primario, mentre in caso di riconfezionamento da parte di altri soggetti, viene riportato solo l’anno dell’ultimo confezionamento che può non coincidere con la data di produzione. Anche per questo è preferibile acquistare da produttori che allevano gli storioni, producono e confezionano direttamente il caviale, così è conservato meglio e offre una maggiore tracciabilità al consumatore.

Come è nato il caviale ‘italiano’?

Già negli Anni ‘70 Rodolfo Giaveri fonda un allevamento di anguille, in quanto il terreno dove nasce la proprietà è ricchissimo di risorgive; l’acqua purissima nonchè l’ecosistema, altrettanto ricco del territorio, come meglio poteva essere utilizzato, se non per un allevamento ittico? Creando un ambiente ideale per i pesci, senza contare il vantaggio di poter utilizzare esclusivamente acque purissime che sgorgano all’interno degli impianti stessi: un ambiente chiuso perfettamente controllabile in ogni suo aspetto, condizione invidiabile per una produzione di alta qualità alla quale già si puntava fin dall’inizio.

In seguito Giaveri, ha l’intuizione di cominciare ad allevare le specie di storioni, quando la pesca di questi ultimi (si trovavano in natura), fu totalmente bloccata con l’introduzione dello storione tra le specie in via di estinzione protette dal CITES. Gli allevamenti erano inizialmente destinati solo alla pesca sportiva o per la carne, ma dopo il cambiamento dello scenario internazionale del mondo del caviale, Giaveri inizia le prime collaborazioni e ben presto diventa leader del settore per la produzione del caviale.

Oggi Caviar Giaveri è condotta da Jenny, Giada e Joys Giaveri, 3 giovani imprenditrici che, con grande passione, continuano la tradizione di famiglia a fianco del padre ed è attualmente il parco storioni più vario del mondo dove si allevano ben dieci diverse specie, il che permette di scegliere tra una ricca varietà di tipi di caviale eco–sostenibile.

Come vengono allevati gli storioni?

Grazie alla realizzazione di un efficiente sistema di acquacoltura moderna con un impianto all’avanguardia, ogni esemplare è accudito e seguito in ogni fase della sua crescita: ogni aspetto è curato minuziosamente per ricreare il miglior habitat (lo storione è specie protetta e l’allevamento ne tutela la sopravvivenza), garantendo il massimo rispetto per l’equilibrio dell’ecosistema.

L’alimentazione, la temperatura dell’acqua, le condizioni di ogni storione, sono monitorati 24 ore su 24, 7 giorni su 7 da sistemi computerizzati e dal vigile controllo di personale esperto. Gli elevati standard raggiunti permettono di avere la tracciabilità totale del caviale prodotto.

Tra le fasi più importanti per ottenere un buon caviale è quella della crescita del pesce, quando gli equilibri della specie devono essere rispettati e l’ambiente dove gli esemplari vivono deve essere il più simile possibile a quello naturale. Servono molti anni per la maturazione del pesce, che comporta un ciclo produttivo estremamente lungo, dai 7 ai 20 anni e oltre, a seconda della specie allevata. 

Un processo meticoloso, un rituale che si perpetua per mantenere elevati standard di eccellenza, nel tempo. Dopo il ciclo di allevamento che può durare decenni, si procede con la fase di selezione degli esemplari che hanno maturato le uova, attraverso uno screening che avviene senza l’uso di metodi invasivi, con l’impiego di un ecografo.

Grazie a questa tecnologia e all’esperienza pluridecennale, l’operatore riesce a individuare con precisione la qualità dell’uovo e a valutare quindi, caso per caso, se selezionare o meno il pesce per la fase successiva di produzione del caviale.  La successiva trasformazione non può migliorare nulla, è però essenziale nel preservare e tutelare al massimo la qualità naturale.

Come viene prodotto il caviale

Ottenute uova brillanti e pure come perle, si procede alla delicata fase di salatura, che segue il metodo russo Malossol (poco sale) e prevede un rituale tramandato dalla tradizione russa e una ricetta segreta di Caviar Giaveri appresa grazie ai workshops aziendali con esperti salatori iraniani e russi.

La selezione delle uova avviene a mano con assoluto rigore e precisione, come il confezionamento.  Il tutto in ambiente controllato e certificato secondo i più rigidi standard internazionali come IFS FOOD. Ognuna delle fasi di lavorazione delle uova avviene in una “camera bianca” con aria pura dove accedono solo le persone autorizzate.

Una volta salate le uova vengono inscatolate e lasciate maturare nelle originali e tradizionali scatole blu con l’elastico rosso da 1/1,7 kg: si crea così un naturale sottovuoto che permette la lunga maturazione e conservazione del prodotto. Entro i primi due mesi il caviale ha un gusto quasi impercettibile: le uova sono morbide e delicate, la salatura non si è ancora completata penetrando perfettamente in tutto il prodotto, ed è ancora in atto il lento rilascio degli oli e dei liquidi dell’uovo.

Dopo il secondo mese, il caviale comincia ad acquisire un gusto elegante e vellutato. Dal terzo mese si percepiscono netti tutti i sapori, la consistenza dell’uovo è fragrante: sono quindi evidenti le qualità superbe di questo cibo.  La seconda linea di lavorazione è quella dello storione che utilizza il pesce per avviarlo al settore della ristorazione: la carne dal sapore delicato viene distribuita in tranci da cuocere al forno o al cartoccio, tartare e carpacci. Oppure più facilmente il pesce viene trasformato in gustosi e versatili filetti in olio d’oliva, ricchi di Omega3 e consigliati come sostituti dei pesci troppo inquinati dai metalli pesanti.

La terza linea di lavorazione utilizza invece le uova, che vengono prima sgranate con particolari tecniche manuali e poi passate alla fase di lavaggio e di minuziosa pulizia da ogni impurità. Da sempre vi è un forte impegno a rendere il percorso produttivo più rispettoso per l’ambiente, risparmiando risorse energetiche e idriche utilizzando energia certificata proveniente da fonti rinnovabili: un’importante scelta di responsabilità nei confronti del pianeta e delle generazioni future.

Giaveri vende quasi il 90% del suo caviale all’estero. I principali Paesi d’esportazione sono Francia, Germania, Inghilterra, USA, Brasile, Canada, Sud Africa, Oriente (Giappone, Thailandia, Korea, Hong Kong), Medio Oriente e Australia. Anche il mercato italiano è in forte crescita

Com’è andata durante la pandemia?

Durante la pandemia i buongustai non hanno rinunciato al caviale: c’è stato un forte sviluppo dell’e-commerce grazie alle nuove abitudini d’acquisto, si è accentuato l’interesse del consumatore finale a comprare direttamente dal produttore.   

AGI – La rafia diventa protagonista delle serate estive. La casa di moda Souldaze Collection di Domitilla Mattei, stilista e snowboarder romana che utilizza solamente tessuti italiani naturali e riciclati, in occasione del Phygital Sustainability Expo 2021 in programma il 5 luglio a Roma, primo evento in Italia dedicato alla transizione ecosostenibile della moda e del design, presenterà in anteprima un capo della sua nuova collezione estiva 2022, un abito lungo e fluttuante ispirato allo stile africano, creato con tessuti naturali di recupero italiano stampato in seta o in viscosa, che si fondono con la rafia, materiale grezzo naturale decorativo. Un capo elegante e sfizioso che rappresenta in pieno il lato femminile di Souldaze Collection.

Le collezioni estive di Souldaze Collection da sempre puntano su completi, giacche e pantaloni rigorosamente in tessuti naturali e riciclati, sui toni del bianco, verde, salvia pensati per durare, senza mai diventare noiosi. Fondato sei anni fa, Domitilla Mattei ha declinato il suo marchio in creazioni casual-eleganti versatili che si possano indossare a tutte le ore del giorno e in tutte le situazioni: dall’ufficio, all’aperitivo alle serate, e ora in epoca di pandemia e smart working, anche in conference call.

“Per me è un grande piacere che Souldaze Collection sia stata selezionata per partecipare a un evento di questa portata, interamente dedicato alla moda ecologica e che si terrà a Roma, città dove sono nata e dove Souldaze ha sede. Il Phygital Sustainability Expo è sicuramente un passo importante per sensibilizzare l’attenzione all’ambiente e alla sostenibilità anche nella moda nel nostro Paese”, ha commentato la stilista Domitilla Mattei.

AGI – In fondo, a un certo punto della vita, lo abbiamo sognato po’ tutti: mollare la scrivania, i capi, i colleghi, il traffico, lo stress, lo smart working che tanto smart non è, chiudere baracca, insomma, per andarsene in giro per il mondo, in fuga da ritmi sempre più asfissianti.

C’è chi ci è riuscito davvero, e pure sul mezzo che più simboleggia l’idea di libertà, una barca a vela, trasformandosi da impiegata della ditta di famiglia in una donna finalmente ‘Scalza, spettinata, abbronzata’ titolo del libro (Giulio Perrone editore) in cui Raffaella Marozzini, romana, neocinquantenne, racconta il suo mezzo giro del mondo interrotto dal Covid: cinque anni tra dalla Grecia a Australia, più di15mila miglia tra due oceani, atolli, delfini, mareggiate e incontri che nutrono l’anima condivisi con il suo compagno Giovanni, un collaudato amore a distanza Roma-Livorno uscito indenne da una prova che sarebbe stata complicata per chiunque, un avvio di convivenza sui 12 metri del loro Obiwan, omaggio all’Obi-Wan Kenobi il guerriero jedi di “Guerre Stellari”.

Vivere a contatto con il mare, era, fin dall’adolescenza e dall’imprinting di un corso di vela, l’obiettivo di Marozzini, assecondato con uscite in barca, un diploma da istruttrice e, quindi con un’attività di noleggio barche, tappa intermedia tra il lavoro ventennale nella ditta di famiglia e il giro del mondo. La sua svolta esistenziale la racconta così: “In sei mesi ho lasciato il lavoro in ufficio, ho svuotato e dato in affitto la mia casa, venduto macchina e scooter e mi sono trasferita a bordo da Giovanni, insegnante di yoga, che già ci viveva per più di metà dell’anno”.

Il libro, dedicato a velisti, appassionati di viaggi e a tutti quelli che sognano ad occhi aperti, è nato quasi come terapia letteraria all’astinenza da mare, scoppiata ferocemente quando il Covid ha interrotto il viaggio di Raffaella e Giovanni, a metà del loro giro del mondo: “A gennaio 2020 avevamo portato la barca a terra in Australia ed eravamo andati prima a Roma a visitare i parenti e quindi in Nuova Zelanda”. Erano lì quando i confini si sono chiusi, rendendo impossibile raggiungere l’Australia e rimettere a mare la barca: “Siamo rimasti bloccati per sei mesi in Nuova Zelanda, e una volta a corto di soldi abbiamo deciso di tornare in Italia”.

Ora lavorano su una barca altrui in Toscana, in attesa di riprendere il loro viaggio e la loro Obiwan, ormai casa, chiarisce, visto che le loro sono affittate, proprio per potersi permettere la nuova vita. Il libro è corredato da un Qr Code che porta a un video suddiviso in capitoli che seguono l’indice del libro, in modo che il lettore possa seguire la rotta vedendo anche foto e video dei luoghi raccontati. Tutti da sogno, dai Caraibi alle Galapagos, dalle Fiji alle isole Cook, e arricchiti da personaggi che nel tragitto casa-ufficio raramente si incontrano, o dei quali non ci accorge causa immersione nei propri smartphone.

Le immersioni, in mare e nelle vite degli altri, invece qui sono tante: “Quello che ci ha davvero colpiti nel nostro viaggio è stato soprattutto il rapporto con le persone” racconta Marozzini all’AGI. Su un atollo della Polinesia hanno conosciuto un uomo che, stile Tom Hanks in ‘Cast away’ vive da solo raccogliendo cocco, in un ristorantino di Capoverde  una signora dimessa con le sportine della spesa che una volta indossata la sua camicia porpora e afferrato il microfono si è trasformata in una wonder woman del canto. E poi ad Almerimar l’incontro con Carlo protagonista di quaranta traversate atlantiche e un giro del mondo in solitario, uno dei tanti italiani conosciuti per mare: ‘Quando abbiamo deciso di compiere il giro del mondo ci sentivamo fighi, pensavamo di fare qualcosa di unico ma ci siamo resi presto conto che le persone che affrontano questa scelta di vita sono tante e non è neanche un’impresa da supereroi: la maggior parte degli equipaggi è formata da coppie di coniugi anche parecchio avanti negli anni”.  Rare crisi di nostalgia di casa a parte  (“nel mezzo di una tempesta nel Pacifico ho rimpianto il divano cittadino”), un’altra vita, insomma, è possibile.

AGI – La stagione balneare è iniziata e, insieme alla voglia di mare, c’è anche la necessità di rispettare le nuove norme ed evitare gli assembramenti. Gli stabilimenti balneari sottostanno a precise regole e devono tener conto in primis del distanziamento, determinando così una diminuzione dell’offerta a fronte di un aumento sicuro della domanda, dovuto anche alle mancate partenze per l’estero degli italiani.

Esiste una app che si ripropone di risolvere ansie e problemi logistici: Riva Booking, in versione iOs e Android, è stata ideata per facilitare le prenotazioni di lettini e ombrelloni, ma anche degli altri servizi offerti dagli stabilimenti: tavolo al ristorante, parcheggio, sport acquatici, giornata in barca, ingresso piscina e qualsiasi altro servizio offerto dal beach club.

Secondo una ricerca della società XChannel, l’87% degli italiani nell’estate 2021 ha deciso di passare le vacanze nel Belpaese e, secondo un sondaggio condotto su un campione di 500 persone, il 93% di queste teme file e affollamenti: ecco quindi che le prenotazioni digitali diventano uno strumento fondamentale per godere al meglio di tutti i servizi che gli operatori turistici offrono.

Con quasi 500 beach club all’attivo in 11 regioni – Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Molise, Liguria, Puglia, Sardegna, Sicilia e Toscana – e molti altri stabilimenti balneari in via di affiliazione, individuare il luogo ideale per le proprie vacanze estive e pianificare ogni singola giornata in tutta sicurezza non è mai stato così facile.

“Riva Booking funziona come le prenotazioni delle poltrone quando si vuole andare al cinema, o come i servizi di booking negli hotel: un metodo semplice e funzionale che, infatti, sta riscuotendo successo tra molti beach club – diceYor Balini, CEO di Riva Booking, che insieme a Diana Danza e Ottavio Di Paolo l’ha ideata – Da aprile a oggi, sono decine gli stabilimenti che ogni settimana entrano nel nostro network”.

Il funzionamento è  semplice: basta selezionare la località scelta per la propria vacanza, indicare tra le strutture presenti sull’app quella preferita, selezionare i servizi – lettino, ombrellone, sdraio, food, ecc – e procedere con il pagamento (sul quale Riva Booking applica una piccola commissione).

In questo modo, con pochi tap, ognuno può pianificare la propria giornata al mare in totale relax, senza lo stress di svegliarsi presto per garantirsi un posto in spiaggia, cercare parcheggio o, banalmente, fare la fila per compilare le schede con i propri dati personali che, in epoca Covid, è obbligatorio fornire. Gli operatori del settore affiliati, dal canto loro, hanno a disposizione uno strumento per la gestione delle presenze, riducendo drasticamente le code e le attese all’ingresso. Non solo: in questo modo Riva Booking solleva gli stabilimenti dall’onere di conservare i documenti cartacei con i dati personali degli ospiti.

AGI – La filtrazione a freddo è un metodo che è già una tendenza, utilizzato anche per la spremitura dell’olio, l’estrazione dei succhi di frutta o le cold brew nel mondo del caffè. Il processo di filtrazione a freddo avviene alla fine di quello di maturazione della birra ed insieme servono ad eliminare per precipitazione e filtrazione, alcune sostanze ed il lievito rimasto in sospensione rendendo la birra quindi, quindi, più ‘’pulita”. Più la temperatura è bassa più questo processo è efficace. Nel caso della Birra Moretti Filtrata a Freddo questo processo avviene ad una temperatura di -1°C aiutando così ad ottenere una notevole pulizia organolettica.

Birra Moretti ha appena immesso sul mercato una lager dal moderato tasso alcolico (4,3%) derivata da un processo di filtrazione a freddo, grazie al quale la birra viene portata fino a -1 prima di passare il filtro, per esaltarne al meglio le caratteristiche. La temperatura è un agente importante, responsabile della “pulizia” della birra sia nella fase di maturazione che di filtrazione.

Il design è diverso rispetto alle altre birre della casa: una bottiglia di vetro trasparente con un formato inedito: 55 cl per la grande distribuzione e 30 cl per ristoranti, hotel e bar.

La ricetta della nuova  Moretti filtrata a freddo prevede l’utilizzo di due luppoli differenti. Da una parte un luppolo, aggiunto ad inizio bollitura per regalare a questa birra un’amarezza delicata e dall’altra, un luppolo ricco di oli essenziali, inserito a fine bollitura per donare una profumazione particolarmente floreale.

Si presenta con un colore brillante, luminoso dalla tonalità paglierina. È una birra che al naso ha una grande aromaticità e freschezza, nella quale si percepiscono eleganti note erbacee e di fiori bianchi. Al palato è morbida e piena, con una delicata nota amara che dona equilibrio e profondità gustativa. Ha una grande facilità di bevuta, pur mantenendo struttura e corposità date da uno speciale processo appositamente creato per ottenere una ricchezza gustativa.

Crea una buona armonia con piatti dai gusti bilanciati e delicati. Ideale quindi da abbinare con paste con sughi bianchi a base di pesce e verdure (ad esempio, la classica zucchine e gamberetti), insalate mediterranee (con pollo, uova, tonno, ecc.), focacce con formaggi a pasta morbida, quindi piatti che siano saporiti ma non particolarmente intensi. Ha una buona frizzantezza e cremosità, che permette di sgrassare, con una struttura e un equilibrio che non mascherano il piatto. Quanto ai dolci, si abbina bene ad esempio con la crostata di frutta.

Birra Moretti ha deciso di far produrre, ad hoc, un vetro flint, acromatico e trasparente, appositamente trattato. In questo modo si garantisce una protezione dai raggi UV equivalente a quella di un vetro verde ma, essendo la bottiglia trasparente, permette di ammirare da subito il prodotto, preservandone comunque la stabilità. Senza opportuni trattamenti, il vetro non è adatto a proteggere la birra da uno dei suoi nemici principali, la luce: quando i raggi UV colpiscono la bevanda innescano una reazione nelle molecole presenti nella birra alterandone l’aroma.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2021 il Consorzio del Prosciutto di San Daniele omaggia il fiume Tagliamento, uno degli ultimi corsi d’acqua europei a conservare le condizioni idrologiche naturali e la morfologia originaria, a canali intrecciati, che cambia a seconda delle condizioni meteorologiche e del volume d’acqua trasportato.

Definito il “re dei fiumi alpini”, il Tagliamento scorre per 170 chilometri, attraversando il Friuli- Venezia Giulia dal Passo della Mauria fino al Mare Adriatico e costeggiando la città di San Daniele. Risalendo il corso del fiume, le brezze salmastre adriatiche incontrano quelle fredde provenienti dalle Alpi Carniche, generando condizioni ambientali uniche. Sono proprio questi fattori a influire sul livello di umidità e sulla naturale regolazione della temperatura, conferendo unicità al peculiare microclima delle colline di San Daniele.

Insieme all’accurata selezione della materia prima e a una tecnica di lavorazione millenaria, l’irripetibile microclima del territorio concorre a creare il gusto inimitabile del San Daniele DOP. Il Disciplinare di produzione del Prosciutto di San Daniele e il dispositivo normativo alla base della DOP, infatti, riconoscono al fiume Tagliamento un ruolo essenziale nella stagionatura del Prosciutto di San Daniele e nel conferimento dei tratti aromatici che lo caratterizzano. Alla luce dell’indispensabile contributo apportato, il Consorzio del Prosciutto di San Daniele è da sempre schierato a favore della tutela del fiume friulano.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2021 il Consorzio ha deciso di tenere vivo il tema della tutela delle fonti idriche e contrastare interventi invasivi ad opera dell’uomo all’interno del Tagliamento. È proprio grazie alla natura incontaminata del fiume che, su proposta del Wwf European Alpine Programme, si sta discutendo della possibilità di candidare il Tagliamento a patrimonio mondiale dell’Unesco, massimo riconoscimento di tutela del patrimonio culturale e naturale di tutto il mondo.

Il Consorzio ha attuato numerose attività nell’ambito del controllo dello spreco e la tutela delle acque, tra cui il servizio di smaltimento delle acque reflue. Anche attraverso un attento uso di tecniche per la depurazione delle acque si registra un continuo miglioramento dei reflui. Vengono trattati circa 300.000 metri cubi l’anno e, grazie alla tecnologia impiegata, è possibile monitorare costantemente la qualità dell’acqua e l’impatto sull’ambiente.

“Il Consorzio del Prosciutto di San Daniele si prodiga da sempre per la tutela del fiume Tagliamento e la salvaguardia di tutto l’ecosistema del territorio – dichiara Mario Emilio Cichetti, Direttore Generale del Consorzio – impegnandosi verso una gestione sempre più sostenibile della filiera del Prosciutto, con l’obiettivo di tutelare le risorse naturali, l’ambiente e l’unicità che distingue il nostro prodotto in tutto il mondo”.

AGI – La novità dell’anno saranno i costumi da bagno da uomo realizzati con la plastica delle bottigliette recuperate nel mar Mediterraneo, che andranno ad arricchire la collezione femminile tutta fibre naturali e tessuti riciclati da avanzi di produzione. C’è tanta passione ecologica dietro il marchio “Souldaze” (letteralmente, dall’inglese, “stordimento dell’anima”) nome scelto dalla designer Domitilla Mattei, 36 anni “pensando soprattutto al benessere interiore” come racconta all’Agi “assicurato da abiti realizzati con un basso impatto ambientale”.

Se cotone biologico, lino e lane sono a chilometro zero, recuperati nella capitale e venduti, oltre che online, in uno show-room ai Parioli, Mattei è invece cittadina del mondo, oltre che donna dai tanti talenti. Prima di dedicarsi a Souldaze aveva un marchio specializzato in costumi femminili, ma nasce come arredatrice di interni e continua ad associare al suo lavoro da designer quello di insegnante di snowboard, in Svizzera, a Verbier: “Il mio amore per la natura nasce dalla mia passione sportiva” racconta all’Agi da Verbier, che a differenza delle stazioni sciistiche nostrane quest’anno ha aperto regolarmente i suoi impianti (tenendo chiusi, però ristoranti e rifugi).

“Lo snowboard è il mio dispensatore di benessere, una carezza per l’anima che trasferisco nelle mie collezioni”. Mattei che qualche anno fa ha disegnato anche, in edizione limitata, una collezione per The Blonde Salad di Chiara Ferragni, ha declinato il suo marchio ‘Souldaze’, fondato sei anni fa, in creazioni casual-eleganti versatili “che si possano indossare a tutte le ore del giorno, dall’ufficio, all’aperitivo alle serate, e ora in epoca di pandemia e smart working, in conference call”. 

La collezione estiva punta su completi giacche e pantaloni (o gonne) rigorosamente in tessuti naturali e riciclati, sui toni del bianco, verde, salvia “pensati per durare, senza mai diventare noiosi, con un quid in più”. Anche i prezzi, chiarisce, sono in linea con la filosofia del marchio, “con un massimo di 350 euro per un cappotto di lana e cachemire”.  All’homewear, imperativo categorico modaiolo dettato dalla stagione pandemica, la stilista-snowborder amante della vita all’aria aperta non si è piegata. Ma sta cominciando ad accarezzare invece, l’idea di una linea da yoga. Per accarezzare meglio l’anima.

AGI – L’alta moda di Giorgio Armani Privé arriva domani a Milano, a Palazzo Orsini. L’evento esclusivo che da sempre si tiene a Parigi, due volte l’anno, a gennaio e a luglio a Parigi, nel calendario dell’Haute Couture, ha cambiato sede e data, per volontà dello stilista.

Dalle passerelle di Parigi a quelle di Milano

Un modo simbolico per dimostrare la sua vicinanza all’Italia e Milano duramente colpite dalla pandemia. Risale a maggio, ai primi mesi difficili del lockdown, l’annuncio di Armani di voler trasferire la sfilata dalla storica sede parigina in via Borgonuovo.

Per Sala un atto d’amore per la città

Un gesto molto apprezzato anche dal sindaco di Milano Giuseppe Sala che volle ringraziare pubblicamente “re Giorgio”, come lo definì, con gratitudine per questo “atto d’amore per la città”. I numeri ancora alti del contagio hanno imposto però nuove modifiche ai programmi iniziali del brand, facendo annullare il fashion show aperto al pubblico.   

Sfilata in streaming su Armani.com

“A causa dell’emergenza in corso, non sarà possibile tenere l’evento precedentemente annunciato”, hanno comunicato dalla maison. “Con rammarico, contrariamente ai desideri di Giorgio Armani, la prossima sfilata di Armani Privé si svolgerà a porte chiuse, a Milano, senza pubblico”.

La sfilata è prevista per le ore 19:00 e sarà trasmessa in live streaming sui canali social media del marchio. 

Vi ha ricordato qualcuno Michelle Obama avvolta nel maxicappotto bordeaux indossato su pantaloni e maglia dello stesso colore alla cerimonia d’insediamento di Biden? Ma Nicole Kidman alias Grace Fraser naturalmente, con i lunghi cappotti da urlo (e pure dello stesso colore di quello dell’ex first lady) sfoggiati in ‘The Undoing’. Sono i protagonisti, come e a questo punto più della star, della serie HBO/Sky che sta tenendo incollati al video e ai siti le spettatrici fashion victim, considerando che il motore di ricerca  specializzato Stylight ha rilevato un aumento del 60 per cento di clic per i cappotti simili a quelli indossati dalla Kidman nelle sue camminate a Central Park e nelle vie di Manhattan.

Tocca infatti accontentarsi di banali imitazioni per impossessarsi del cappotto superstar della serie ad alta tensione psicologica, quello verde oliva lungo fino ai polpacci, di velluto ma dall’effetto pelliccia di astrakan, stile impero. Lo ha creato con le sue mani la stylist della serie Signe Sejlund, a questo punto più star della Kidman, che intervistata in tutto il mondo ha spiegato la filosofia del successo dei suoi look, fuori e dentro la tv: “Tutte le donne sognano un cappotto che le faccia sentire protette, sicure e allo stesso tempo eleganti: io non ho fatto che portarli sullo schermo”.

Volendosi accontentare della sciarpa di cachemire con cui Kidman accompagna il cappotto verde, invece, è rintracciabile l’originale di Etro. E sempre che si trovi il coraggio di mettere su fisici mediterranei i modelli indossati dall’inarrivabile stangona australiana, anche gli altri cappotti, sebbene personalizzati per  lei con qualche sapiente ritocco dalla Sejlund, sono in commercio: quello a vestaglia bordeaux è di Max Mara (e anche in saldo sul sito di e commerce insieme ad altri abiti della serie) il cappotto floreale sul beige con cintura sul vitino da vespa  è targato Etro.

Cappotti a parte, l’abito da urlo della serie è senz’altro quello lungo e  plissettato  con scollatura verticale sul davanzale, un po’ da antica greca, che Kidman-Fraser indossa nella serata di gala da cui si dipana il giallo che coinvolge suo marito Hugh Grant. E’ una creazione di Givenchy e sui siti di e-commerce è in vendita alla modica cifra di settemila dollari, sconto del trenta per cento compreso.

AGI – Cresce come destinazione di raccolta per il tartufo la regione Molise, configurandosi sempre piu’ la nuova meta dei cavatori e degli appassionati. Una tendenza, ancora non chiaramente emersa, ma che “rischia”, nel lungo termine, di fare ombra anche alla piu’ nota e famosa Alba in Piemonte: ad oggi, infatti, il Molise possiede il 40% della raccolta nazionale di tartufo e l’80% della produzione va all’export. Un dato economico poco conosciuto e con un valore molto importante perché può contare su un prodotto molto pregiato che poche altre regioni possono avere: il Molise è infatti lontano da ogni infiltrazione ed inquinamento industriale.

È il trend di mercato che registra e comunica “MoliseFood”, progetto di promozione di qualità enogastronomica e turistica finalizzato a far conoscere il “Made in Molise”, con sviluppo occupazionale nei prossimi mesi: possibilità che potrà dare una boccata d’ossigeno all’economia regionale e nazionale in questo periodo di emergenza sanitaria causata dal Covid-19.

Il progetto imprenditoriale “MoliseFood”, nato due anni fa con il coinvolgimento di circa 20 aziende agricole e un paniere di prodotti di eccellenza enogastronomica e identitari della regione, puo’ contare su un attuale piano di sviluppo che vede tre store enogastronomici aperti a Roma e un quarto in dirittura di arrivo nella zona Parioli della Capitale, con l’obiettivo di espandersi in Italia (Milano, Bologna), Europa (già attivo un punto vendita in Spagna, a Siviglia) e negli Stati Uniti, senza dimenticare il mercato cinese, nel rispetto delle norme che regolano l’emergenza sanitaria.

Dal report di “MoliseFood” emerge che nel territorio molisano la produzione di tartufo è di 50 quintali tra bianchetto e altri, mentre è tra i 30 e 70 quintali quella di bianco. Quella di tartufo nero estivo è di 300 quintali all’anno. Dal punto di vista territoriale, il tartufo bianco è molto frequente nelle vallate umide situate nelle zone più interne di Isernia e Campobasso. In particolare, le zone più note per la presenza di tartufo bianco sono Carovilli, S. Pietro Avellana e Capracotta, nella provincia di Isernia, e Bojano nella provincia di Campobasso.

Nelle zone più asciutte del Molise si raccoglie invece lo scorzone, tartufo con forma globosa, con l’esterno detto scorza nera con verruche a forma di piramidi rigate in maniera trasversale. La polpa varia dal colore nocciola chiaro al bruno ed è attraversata da numerose venature bianche. Nella stessa zona di trova anche l’Uncinato, tartufo di colore nero con verruche a forma di piramide, la polpa è inizialmente biancastra poi diventa di colore nocciola e infine brunastra.

Un trend in continua crescita e “buona parte degli 87 ristoratori di origine molisana che operano a Roma – riferisce Francesco Caterina, direttore generale di MoliseFood – ha scelto i nostri negozi per acquistare il tartufo”.
 

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