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Con l’estate arriva il caldo, con il caldo si accende l’aria condizionata in appartamenti, negozi e uffici, in Giappone invece arriva il Cool Biz. Come scrive Il Foglio “qualche giorno fa, durante l’ultimo Consiglio dei ministri, il primo ministro giapponese Shinzo Abe e il resto del governo si sono presentati alla stampa in maniche di camicia – la camicia kariyushi, quella tradizionale di Okinawa”, ma il suo non è un atto di ribellione ai severi usi e costumi nipponici, ma semplicemente l’apertura della stagione, l’inaugurazione del piano per la protezione dell’ambiente adottata dal governo del primo ministro giapponese Junichiro Koizumi attraverso il Ministero dell’ambiente nel 2005, al fine di contrastare i cambiamenti ambientali mediante la promozione dell’informalità nell’abbigliamento durante l’estate.

Appunto, il Cool Biz, espressione che riporta ai termini “Cool”, che letteralmente si traduce con “fresco” ma è ormai diventato un neologismo anche italiano per riferirsi a qualcosa “alla moda”, e “Biz” riferito naturalmente al “Business”. Nuova stagione nuovo dress code, quindi abiti più leggeri in ufficio in modo tale da poter mantenere la temperatura dei condizionatori d’aria non più bassa dei 28 gradi suggeriti dal governo dopo l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto.

Il governo giapponese ce l’ha messa tutta per convincere gli impiegati di tutto il paese a seguire il consiglio, ci ha provato anche con spot promozionali, canzoncine e un’intera campagna intitolata “Senza cravatta, senza giacca” (「ノーネクタイ・ノー上着), ma senza ottenere risultati ancora oggi accettabili, come prosegue Il Foglio infatti “gli uomini giapponesi continuano a sentire l’obbligo sociale di usare l’abito blu o nero e la cravatta anche con 40 gradi all’ombra, le donne completi simili, tutti uguali: colori pastello, capelli in ordine, giacca e camicetta coordinate, scarpe col tacco”.

Era andata decisamente meglio alla fine degli anni ’70, alla fine della crisi petrolifera, quando il governo Ōhira propose i cosiddetti “abiti a basso consumo di energia”, che nient’altro erano se non abiti con maniche più larghe. Eppure la misura, per quanto possa sembrare stravagante e non vada molto a genio a molti giapponesi che pur di salvare l’immagine sociale affrontano il caldo estivo con giacca e cravatta, secondo i dati offerti dal sito guidable.co, “più di 2.2 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio sono state evitate proprio grazie a questa iniziativa”.

L’ultima stella di Wall Street  una società che produce cibo vegetariano che imita per aspetto, consistenza e sapore la carne, venduto nei supermercati negli stessi banchi della carne. Analisti e investitori si sono convinti che fra la popolazione americana la scelta di diete vegetariane registrerà una fortissima crescita nei prossimi anni, di conseguenza si sono buttati a mani basse a comprare le azioni della prima società specializzata in questo business.

Si chiama Beyond Meat (letteralmente: oltre la carne), è sbarcata il 2 maggio sul listino del Nasdaq, e in poco più di un mese ha registrato un rialzo del 390%. Giovedì, in particolare, quando il fondatore e Ceo Ethan Brown ha annunciato i risultati del primo trimestre e soprattutto le ottime prospettive per l’intero 2019, superiori alle attese del mercato, il titolo è balzato del 20%.

La californiana Beyond Meat ha reso noto un obiettivo di ricavi per l’intero 2019 pari a 210 milioni di dollari, in crescita del 140% sul 2018.  Brown ha aggiunto che a fine anno Beyond Meat dovrebbe raggiungere il pareggio a livello di Ebitda (margine operativo lordo). Il primo trimestre si è chiuso con ricavi pari a 40,2 milioni di dollari, in crescita del 215%, e una perdita netta di 6,6 milioni.

Approdata in Borsa all’inizio di maggio dopo un’Ipo (Initial public offering) a 25 dollari, l’azione era già schizzata nel primo giorno di quotazione a 46 dollari per poi triplicare nei successivi tre giorni. Adesso è scambiata a 123,5 dollari. Con questi dati Beyond Meat si è già aggiudicata l’alloro di matricola con la migliore performance del 2019.

La capitalizzazione di Borsa ha raggiunto lo strabiliante valore di 5,9 miliardi di dollari, una cifra incredibile se rapportata al fatturato (28 volte). Numeri che rispecchiano la convinzione degli investitori che sempre più nella popolazione americana si radicheranno scelte alimentari che escludono la carne (vegetariani), che rifiutano qualsiasi alimento di origine animale, compresi latte, uova e formaggi (vegani), o di persone che a casa loro non mangiano carne me se la trovano nel piatto a cena da amici o al ristorante non la rifiutano (flexitariani).

Da notare che fra i felici finanziatori iniziali dell’impresa di Ethan Brown compare anche Bill Gates. Ken Goldman e James Allen, due analisti di JP Morgan, hanno scritto il 28 maggio scorso un report in cui affermano che nei prossimi 15 anni le vendite di “carne vegetale” potranno superare i 100 miliardi di dollari, e se così fosse, affermano, il fatturato di Beyond Meat potrebbe arrivare a 15 miliardi di dollari. Ma il loro entusiasmo è già stato scavalcato dalla realtà, visto che il loro report si concludeva con un target price di 97 dollari, ormai superato dalle quotazioni ufficiali.

Kevin Grundy, analista di Jefferies, dice che Beyond Meat potrebbe salire di un altro 30% se dovesse andare in porto una partnership con Mc Donald’s, di cui si vocifera negli ambienti finanziari. L’accordo con il gigante del fast food sarebbe la mossa che potrebbe mettere Beyond Meat al riparo dai rischi della concorrenza.

Per ora a fare hamburger e salsicce a base di piselli, riso, olio di cocco, fagioli, amido di patate, estratto di mela, lecitina di girasole, olio di canola e altri vegetali (niente soia e niente glutine) sono principalmente in due: Beyond Meat e Impossible Foods. Ma le cose cambieranno dopo che arriveranno sul mercato le polpette e le bistecche vegetali annunciate dal colosso Nestlé. Inoltre si sa che i grandi nomi del fast-food americano come Burger King, Kfc e Del Taco si stanno attrezzando per non restare indietro rispetto alla crescente richiesta di cibo vegetariano.

Per non parlare di Tyson Foods, colosso americano da 48 miliardi di dollari di fatturato, secondo produttore al mondo di carne di pollo, manzo e maiale, che ha accompagnato come finanziatore lo sviluppo di Beyond Meats, ma ha deciso di vendere la sua quota poco prima dell’Ipo per essere libera di fare concorrenza con una sua linea di prodotti vegetariani.

Fino al 2016 Vito Perrone e Lorenzo Ciglioni lavoravano per Expedia, poi l’intuizione vincente: creare una startup per aiutare i brand di moda a vendere di più e meglio sui principali marketplace online. È così che nasce Yocabè, con l’obiettivo in pratica di diventare per la moda quello che Venere.com è stato per il turismo.

Sarà poi l’ingresso in Pi Campus, la mini Silicon Valley romana, ad aiutare i tre  a definire meglio il loro business. Oggi Yocabè sta rivoluzionando il mondo della distribuzione del fashion online e ha appena chiuso un round di finanziamento da 600.000 euro. Nel settore del fashion i grandi marketplace come Amazon, Zalando, Privalia, La Redoute, Otto, eBay producono tra il 50% e il 70% del totale delle vendite e i loro clienti sono sempre più fedeli, portando ad una continua erosione di share dai retailer tradizionali offline.

Insomma, per i marchi del fashion non è più un’opzione vendere online, è una necessità. E possono farlo perseguendo due strade: vendere al retailer online, oppure vendere ai clienti dei retailer online. La prima opzione è molto più simile come modello alla tradizionale vendita all’ingrosso e sta diventando sempre più costosa per i brand a causa di margini sempre meno vantaggiosi e policy di prezzo che rischiano di generare attrito con la vendita tradizionale.

La startup ha creato la piattaforma tecnologica e l’infrastruttura necessarie a valorizzare l’immagine del brand e dei suoi prodotti sui retailer online, per gestire l’allocazione dell’inventario e la distribuzione globale e per definire i margini e i volumi di vendita nel rispetto delle policy dei brand. Sono già tante le aziende che collaborano con Yocabè per vendere online: Diadora, Carrera Jeans, Refrigiwear, Invicta, Meltin’Pot e molti altri più o meno noti, ma che rappresentano eccellenze italiane nel loro settore di riferimento.

La società opera sui marketplace di tutta Europa, ma anche di Usa, Canada e Messico, crescendo del 100% anno su anno. Fino ad oggi ha gestito oltre 130.000 ordini, chiudendo il 2018 con un transato di quasi 3 milioni di euro e con l’obiettivo di arrivare a 30 milioni entro la fine del 2021. Nei prossimi mesi, Yocabè avrà oltre 30 negozi sui principali marketplace delle cinque principali nazioni europee e, a seguire, sui principali marketplace del Nord America. Dal 2020 invece inizierà l’espansione in Asia e Medio Oriente.

Ogni anno, in Italia, aprono quasi 10 mila nuovi locali. Secondo i dati Unioncamere del 2016 si tratta di piadinerie, caffè, pizzerie, ristoranti, bistrò, osterie: l’ospitalità nel nostro Paese ha assunto forme varie, mutuando dall’etnico al tradizionale per adattarsi a qualunque disponibilità economica, perché i 12 milioni di italiani che mangiano fuori casa spendono, secondo la Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe), circa 76 miliardi di euro ogni anno. Sempre secondo i dati Unioncamere, però, circa la metà di questi nuovi locali supera il terzo anno di vita. Ed è per dare un impulso a quelle nuove aperture (o cambi di gestione) di qualità che è nato il premio The Fork, che ogni anno va a caccia dei migliori esordi per segnalarli.

Il premio, consegnato durante un galà nel ristorante romano di Antonello Colonna, funziona così: 71 top chef, quali Berton, Bottura, Cannavacciuolo, Cracco, Oldani selezionano le novità più interessanti dell’attuale panorama gastronomico che il pubblico ha poi votato, giungendo così a una Top 10  che mette d’accordo critica, stelle della cucina e voto popolare. La Top 10 evidenzia anche i trend gastronomici dell’estate 2019 ovvero convivialità e ricerca, attenzione ai lievitati, cucina della memoria, ecosostenibilità, cibo come ponte tra culture e multisensorialità.

il ristorante più votato dell’edizione 2019 è il milanese L’Alchimia (Milano) voluto da Alberto Tasinato. Due locali distinti e un unico ingresso, a sinistra il Lounge Bar e a destra il ristorante aperto tutti i giorni sia a pranzo sia a cena. La cucina proposta dallo chef Davide Puleio punta a una creatività che risulti comprensibile a tutti, ma al tempo stesso intrigante e contemporanea. L’Alchimia è stato proposto dagli Chef Andrea Berton e Antonino Cannavacciuolo e rientra nella tendenza a luoghi che mettono al centro un nuovo concetto di convivialità.

  • Salvo (Napoli): consigliato dallo chef Pietro Leemann, è una nuova pizzeria della  Riviera di Chiaia, uno dei quartieri storici più amati di Napoli, aperta da Francesco e Salvatore Salvo. Forti del successo del loro locale a San Giorgio a Cremano, i due fratelli hanno portato nel cuore della città partenopea la loro proposta fatta di pizze classiche, montanare, pizze moderne, ripieni e percorsi degustazione. La qualità degli ingredienti scelti, l’attenzione a farine e lievitazione, la tecnica acquisita grazie a una lunga tradizione di famiglia sono i tratti distintivi di questo nuovo indirizzo per la pizza a Napoli. L’attenzione ai lievitati è il leitmotiv di questo ristorante.
  • Rimessa Roscioli (Roma): un’istituzione che dal 2018 ha subito una trasformazione, che non è passata inosservata anche agli occhi di Roy Caceres, chef di Metamorfosi che lo ha consigliato. Cucina a vista, tavoli sociali, bancone in stile giapponese dove si può mangiare e bere scegliendo da una carta ricca di proposte enologiche e gastronomiche che vengono direttamente dalla dispensa Roscioli. Convivialità e ricerca sono le parole d’ordine di questo ristorante.
  • Seu Pizza Illuminati (Roma): consigliato dallo chef Gianfranco Pascucci, a Porta Portese è un nuovo progetto firmato fa Pier Daniele Seu. Forte del successo riscontrato nello spazio del Mercato Centrale, e col supporto della compagna Valeria Zuppardo e dell’amico Gabriele Bonci, Pier Daniele ha finalmente uno spazio dove dare vita al suo ideale di pizza “illuminata”: una pizza alta con cornicioni vaporosi e ampie alveolature con topping sia “old school” sia creativi.  Anche qui tornano la ricerca e l’importanza data alle lievitazioni.
  • Pianoalto Cucina e Terrazza (Roma): consigliato dallo chef Francesco Apreda è il nuovo progetto gastronomico targato dal quartetto femminile di Pianostrada. Un cocktail bar con una terrazza mozzafiato che si affaccia su Roma in uno dei suoi quartieri più suggestivi, Testaccio. L’arredamento ha un tocco retrò e non mancano fiori e piante ad animare lo spazio disposto su due piani. Focacce, panini, piatti che entrano nella definizione del comfort food e proposte più innovative si abbinano a cocktail interessanti e una buona scelta di vini.
  • Luciano, Cucina Italiana (Roma): consigliato dallo chef Antonello Colonna, è un Ristorante – pastificio nel centro di Roma situato a Campo de’ Fiori. Lo Chef Luciano Monosilio propone una cucina italiana conviviale e autentica con grande attenzione alle materie prime. Luciano Monosilio è stato per anni associato alla sua Carbonara inserita nel menu del ristorante Pipero. Ora, alle redini della sua realtà imprenditoriale, punta sulla pasta e suoi sapori tradizionali, familiari. Quindi grande spazio ai primi con i classici della romanità, ma largo anche alle paste contemporanee come i “Rigatoni con salsiccia, broccoletti e spuma di pecorino”, e poi le “Polpette di bollito”, il “Vitello tonnato”, il “Galletto Arrosto” e il “Babà con la crema”. La cucina della memoria si mescola con la ricerca.
  • Zia (Roma): Trastevere è un quartiere storicamente vocato alla ristorazione turistica, con alcune piccole “oasi” gastronomiche di alto livello. Tra queste c’è Zia Restaurant. Consigliato da Anthony Genovese (chef de “Il Pagliaccio”), Zia è il locale dal design moderno ed essenziale, di Antonio Ziantoni, già allievo dello stesso Genovese. Il menù propone una cucina moderna dove ingredienti e tecniche di cottura tradizionali si sposano alla perfezione a idee innovative e divertenti.
  • Badalì Osteria (Firenze): consigliato da Maria Probst e Cristian Santandrea, si trova appena fuori dai circuiti turistici, lontano dalla cultura massificata e dalle cucine d’élite. La sua proposta affonda “nella terra” la creazione dei piatti, enfatizzando le materie prime trattate. Guardando al passato, tralasciando la ricerca dell’innovazione a tutti i costi, propone un’esperienza nella memoria gastronomica collettiva, attraverso l’uso di ingredienti esclusivamente stagionali, con il minimo impatto sull’ambiente. Menzione d’onore per la brace a legna, che ogni giorno cuoce bistecca alla fiorentina e molto altro.
  • Sestogusto (Torino): il sesto gusto, secondo i ricercatori, è la sensibilità della bocca al sapore dei carboidrati, che ci fa provare un grande amore per la pizza, il pane e tutti gli impasti a base di grano. Lo stesso amore che ci spinge a esplorare combinazioni nuove partendo dai cibi più genuini, attraverso le specialità delle regioni d’Italia e del mondo. Massimiliano Prete da anni sperimenta i modi migliori di combinare la grande tradizione della pizza e la precisione della pasticceria, testando sempre nuovi impasti e combinazioni. Una scommessa vinta se il ristorante è consigliato anche dallo chef Ugo Alciati.
  • Condividere (Torino): consigliato dallo chef Moreno Cedroni, Condividere esalta la dimensione umana tipica della convivialità mediterranea: mangiare insieme intorno allo stesso tavolo, nelle domeniche in famiglia. ll progetto ha l’obiettivo di combinare l’eccellenza gastronomica all’allegria che caratterizza lo stare a tavola tutto italiano. Il menù è il risultato di un lungo percorso che parte dagli albori della cucina italiana e mediterranea. Lo studio e la ricerca hanno guidato lo chef Federico Zanasi, con la guida di Ferran Adrià, lungo sentieri meno battuti, con l’obiettivo di creare un’esperienza autentica, comprensibile e proiettata al futuro.

Roma piange il dio del tennis, uscito di scena, con un forfait che ha raggelato i suoi fan più del gelo artico degli ultimi giorni romani, quando tutti aspettavano come una manna dal cielo il suo match contro Tsitsipas e già speravano di vederlo in semifinale, e poi in finale e domenica, chissà, trionfare del torneo romano che non ha mai vinto in vita sua. L’illusione però è durata una sola giornata, quella di giovedì 16 maggio, quando per celebrare il ritorno del divino al Foro, orfano dei suoi divini colpi da tre anni, si erano viste scene da delirio collettivo. 

“Roger Forever”. Lo striscione inquadrato sui grandi schermi che sovrastano il Centrale quando Sua Maestà il tennis ha fatto il suo ingresso in campo contro il brasiliano Joao Sousa sintetizzava il sentimento che alberga nell’animo dei suoi sudditi adoranti.

Più di Springsteen

Il campione svizzero ad agosto soffierà su 38 candeline, il suo tempo fatalmente stringe, i suoi adoratori lo vorrebbero in campo per sempre e intanto hanno reso omaggio al suo ritorno a Roma, dopo tre anni di assenza, con un tifo che più adorante non si può. 

Fatto di “ole” che si alzano ad ogni drop-shot e ad ogni vincente, cartelli che recitano semplicemente “Roger” (in fondo basta la parola), “Federer sei un mito”,  cappellini con il logo cult R.F.,  urla, piedi battuti forsennatamente sugli spalti del Grandstand, quando in serata, il dio Federer, dopo aver battuto Sousa sul Centrale, è uscito vittorioso anche da un match al cardiopalma contro Borna Coric, annullando due match ball al tie break del terzo, con la folla in delirio che si è poi accalcata per fotografarlo fuori dal campo, come se fosse Bruce Springsteen all’uscita da un concerto.

C’è pure chi aveva appositamente prolungato le ferie, come nel caso di Piero e Rossella, impiegati torinesi quarantenni che, raccontano all’AGI, si erano presi una giornata libera dal lavoro mercoledì, ma anziché farsi rimborsare il biglietto per il match bloccato dalla pioggia, hanno telefonato ai loro uffici, riuscendo a strappare un’altra giornata libera da dedicare al dio del tennis.

Ci sono stati anche momenti di tensione, poco prima dell’ingresso in campo di Roger: un gruppone di spettatori  che per via del complicato incastro tra match rinviati e ordinari, biglietti e ingressi di questo supergiovedì di recupero, sarebbe potuto entrare sul Centrale soltanto dopo le 13,(dal match successivo a quello di Federer, quello relativo alle partite degli ottavi di finali) a forza di grida (con tanto di “ladri-ladri”) che disturbavano la fine dell’incontro precedente, quello tra la Osaka e la Cibulkova,  sono riusciti a prendere posto sugli spalti. 

Entra lui, si sente lei

Alle 12, quando  il re del tennis è entrato in campo con la sua t-shirt verde acqua e il passo elegante, il primo grido “Roger ti amoooo”  (a cui ha fatto da contorno un’altra voce femminile che ha urlato “Pure iooooo”) è arrivato da una bella ragazza con i lunghi capelli castani sormontati dal cappellino rosso targato R.F., che sventolava una maglietta bianca dove con le sue mani aveva dipinto sul davanti la scritta “Born to love Roger” e dietro “Kiss me Roger”.

La sua, racconta all’AGI Lucrezia Rinaldi, 18 anni, da Senigallia, detta “Rogerina”, è la storia di un amore incondizionato per il campione.

È arrivata a Roma “da sola” a inizio torneo, con la benedizione dei comprensivi genitori e dei professori del suo liceo (studia Scienze Umane) che ormai si sono arresi alla sua passione.

Ha comprato in fretta i biglietti quando ha saputo che Roger aveva deciso di venire a giocare a Roma: “Quando me lo hanno detto ho pianto di commozione” racconta, mostrando il video di lei in lacrime: “L’ho postato sul gruppo Instagram “Chiamarsi Roger “ e ha totalizzato, finora, 30 mila visualizzazioni”. Ovviamente i gruppi federeriani sui social li frequenta tutti, da “Roger Federer Army” a “Roger Federer Italia” e, racconta, ne ha anche creato uno suo “My Roger’s Life”.

La sua passione, racconta, è nata da una folgorazione televisiva, che l’ha poi avvicinata anche al tennis giocato (è una terza categoria): “Avevo 5 anni, l’ho visto giocare in tv e me ne sono innamorata. E da allora non ho mai perso una sua partita, andrò anche a Basilea. Adesso metto la sveglia di notte quando il fuso orario dei suoi tornei lo impone e salto la scuola quando gioca al mattino”.

Il primo selfie non si scorda mai

Il suo, chiarisce è però un amore platonico: “amo il suo gioco, la sua eleganza, il suo modo di comportarsi e di affrontare la vita.  E non sono gelosa della sua Mirka, credo che sia una brava persona che lo fa stare bene”.

Oggi però, racconta, “è il loro anniversario”: sono passati esattamente quattro anni da quando è riuscita a scattarsi un selfie con lui, aspettandolo per sei ore davanti al suo hotel romano.

La sua, ammette ridendo, è una passione quasi borderline con lo stalking. In questi giorni sta dormendo da una sua amica a Pomezia, un po’ fuori Roma e nella giornata romana di Federer è svegliata alle 5 per essere al Foro Italico alle 7 e 30 e aspettare l’allenamento di Federer con Cilic.

“Non ci hanno permesso di vederlo, era a porte chiuse, però all’ingresso giocatori sono riuscita a dargli una lettera, che ho scritto prima di partire.  Ci mostra l’incipit in italiano (“è una lingua più dolce, spero che qualcuno nel suo team gliela traduca”).

Recita: “Martedì alle 7,30 prenderò il treno con una piccola valigia, mille pensieri, senza nessuno ma solo con un sogno nel cuore: te”.

Lucrezia era decisa a non schiodare da Roma finché Roger non fosse uscito dal torneo. E’ pronta a farsi la tatuare la sua data di nascita sul braccio sinistro e, con i soldi che sta mettendo da parte lavorando nella pizzeria di sua zia, “comprerò una stella del cielo e le darò il suo nome”.

Il fatale ritiro del suo idolo non vuole neanche ipotizzarlo ancora: “Mi si spezza il cuore solo a pensarci. Già sto male quando perde, non esco la sera, non parlo per giorni”. Arrivata da sola a Roma, Lucrezia che ha stretto nervosamente la sua maglietta adorante tra le mani fino al quinto vincente match point di Federer e si è alzata in piedi quando il numero tre del mondo ha chiuso il match per 6/4-6/3, ha trovato qui altri ammalati di morbo federeriano.

Accanto a lei erano seduti Davide e Bianca, 30 anni originari di Bergamo che ora vivono a Roma. Lui, racconta, ha trasmesso alla fidanzata la sua passione, sono andati spesso a vedere il campione anche a Basilea.

Hanno conosciuto Lucrezia “Rogerina” davanti all’hotel de Russie dove il campione alloggia a Roma, hanno sostato lì per ore ad aspettarlo. Bianca e Davide hanno anche cercato di prenotare un tavolo alla Taverna Trilussa, dove, sapevano che il campione, appassionato di quel ristorante, avrebbe cenato.

“Non ci siamo riusciti, ma dopo l’incontro serale di Fognini siamo andati davanti al ristorante ad aspettarlo. Dovremo stare attenti a non esagerare sennò ci prenderanno davvero per stalker”, ride. 

 

La cotta degli americani per lo Spritz pare sia sull’orlo del tracollo. Un articolo del New York Times demolisce categoricamente il long drink così popolare nel Nord-est dell’Italia e ain molti altri posti del mondo. “L’Aperol Spritz non è un buon drink”, scrive il quotidiano statunitense, sostenendo che sia adatto giusto a dissetare dopo una partita di calcio durante una calda giornata estiva “ma – aggiunge – non è un complimento”.

You may not want to hear this … but the Aperol spritz is not a good drink https://t.co/YCRASRduVb

— The New York Times (@nytimes)
9 maggio 2019

 

Il sapore che lascia in bocca lo Spritz ricorderebbe vagamente quello di uno sciroppo e il successo oltreoceano sarebbe dovuto essenzialmente ad una corposa campagna pubblicitaria da parte della Campari, che ha acquistato il marchio nel 2003. Un successo reale, come documentato anche da Agi lo scorso dicembre, specie tra i millenials, ma che sarebbe riduttivo attribuire ad una geniale mente del marketing.

L’Aperol Spritz sbarca a Wall Street e conquista l’America. Ma il New York Times lo stronca e scrive che non è un buon aperitivo https://t.co/CqWMI1RWK4

— Il Foglio (@ilfoglio_it)
10 maggio 2019

 

A leggere l’articolo del New York Times sale dal profondo del cuore, sulle note dell’inno di Mameli, una sorta di furioso nazionalismo, lo Spritz col passare del tempo è diventato il simbolo del post lavoro, della liberazione dallo stress da ufficio, un sapore che sa di libertà. Per fortuna la rabbia scema quando ci si imbatte in un altro articolo, quello di una rivista specializzata americana, Grub Street, che raccoglie reazioni all’articolo del New York Times da parte degli stessi americani; e più che reazioni trattasi di una vera e propria web crociata nel nome dello Spritz, roba da far gonfiare il petto, da far correre per le strade in lacrime, a proposito di partite di calcio, come Grosso o Tardelli, con la volontà di far sapere al mondo che quella genialata di cocktail è italiano.

pic.twitter.com/XFd900Lgb0

— J O S H U A O W E N (@JoshuaOwen)
9 maggio 2019

 

Anche se in realtà, noi italiani lo Spritz lo abbiamo solo istituzionalizzato, perché pare che l’ideazione della bevanda sia da attribuire, come si legge sul sito winepoint.it, ai militari austriaci di stanza in Veneto ed in Friuli durante la dominazione asburgica a cavallo tra il ‘700 e l‘800. “L’idea originale era quella di allungare il vino veneto con l’acqua per abbassare il tenore alcolico. I vini veneti, troppo alcolici per i palati austriaci abituati a vini più leggeri, venivano allungati con acqua frizzante o selz. Il termine “spritz” si pensa infatti che derivi dal verbo austriaco “spritzen” che significa infatti “spruzzare”, quasi a mimare il gesto del versare acqua frizzante.

Wrong. pic.twitter.com/HwwoK9BeIs

— Kate E. Jamieson (@kateejamieson)
10 maggio 2019

 

Lo spritz come cockatil (come lo conosciamo noi oggi) nasce invece intorno al 1920 in Veneto nell’area compresa tra Padova e Venezia, unendo al vino e all’acqua frizzante l’Aperol, che fu presentato proprio alla fiera di Padova nel 1919. Diventa sempre più famoso ed acquista grande popolarità, in particolare nel Nord Italia, a partire dagli anni ’70 per poi raggiungere una fama europea a partire dal 2008 tanto da venire inserito negli elenchi dell’IBA (International Bartenders Association)”.

“L’aperitivo zuccherino è abbinato a prosecco di bassa qualità, acqua di soda e una fetta d’arancia fuori misura”

New York Times

 

Sul New York Times si legge che ciò che rende lo Spritz un pessimo cocktail sarebbe il prosecco e l’usanza di utilizzarne sempre marche scadenti, forse a New York, ci viene il dubbio, perché da queste parti, non parliamone nello specifico nel Nord-Est italiano, abbiamo una lunga e gloriosa tradizione che impedisce moralmente di bere prosecco di scarsa qualità. Non sarà mica allora che i Newyorkesi si sentono invasi e battuti proprio in casa? Ma questi sono dilemmi da affrontare proprio sorseggiando uno Spritz; e ridendone con gli amici.    

Dopo aver imparato a guidare un’auto, tradotto in musica il canto delle balene e completato una delle più celebri sinfonie incompiute, l’intelligenza artificiale ha creato la sua prima collezione di moda.

Huawei ha usato i chipset e gli algoritmi montati sul suo ultimo smartphone top di gamma, il P30, per “Fashion Flair”, un progetto sperimentale con lo scopo di dimostrare che la tecnologia, combinata all’estro creativo umano, può dare vita ad una collezione di moda originale e unica partendo dagli input generati dall’Intelligenza Artificiale.

“Fornendo i parametri base per la realizzazione di un abito, come colore, lunghezza, volume e texture, l’Intelligenza Artificiale è ora in grado di fornire uno spunto creativo ai designer da cui partire per poi realizzare le loro creazioni” spiega Isabella Lazzini, Marketing & Retail Director Huawei CBG Italia, “La tecnologia e gli smartphone sono parte delle nostre vite, perché quindi non farli diventare un’ulteriore fonte di ispirazione? Noi, con il progetto “Fashion Flair” ci siamo riusciti e ne siamo entusiasti.”

Insieme ad un’equipe di sviluppatori italiani, Huawei ha creato l’app “Fashion Flair” che è stata addestrata con decine di migliaia di iconiche immagini di moda degli ultimi 100 anni e uno specifico set di scatti tratti dalle ultime collezioni di Annakiki. L’applicazione, utilizzando la doppia unità di calcolo neurale (NPU) presente all’interno dei dispositivi, è così in grado di creare una proposta di outfit seguendo gli input e i filtri impostati dal designer.

Una volta rielaborate queste informazioni, l’applicazione restituisce una serie di proposte di outfit, potenzialmente infinite, che rappresentano un punto di partenza da cui iniziare il disegno di un capo, uno spunto ulteriore per il processo creativo dell’artista, che lo completerà poi con il suo  tocco.

Partner del progetto è Anna Yang, Creative Director, nonchè fondatrice e volto del brand Annakiki, che nelle ultime 5 stagioni è stata una presenza regolare nel calendario ufficiale della Fashion Week di Milano.

“Co-creare insieme è stato per me estremamente stimolante e sono certa che in futuro la tecnologia giocherà un ruolo sempre più distintivo anche nel mondo della moda, aprendo scenari completamente nuovi che oggi possiamo solo immaginare”, dice Anna Yang, Dalla contaminazione e delle diversità nascono ricchezza, innovazione, nuove mode e stili che possono interpretare e raccontare il futuro. Perché non lasciarsi contaminare anche da ciò che può fare una macchina e incorporare la proposta dell’Intelligenza Artificiale all’interno del processo creativo che porta alla definizione di un look?”.

“Le immagini sintetiche generate dall’app rappresenteranno opzioni stilisticamente coerenti con il contenuto degli esempi utilizzati per l’addestramento del software, ma con caratteristiche di originalità rispetto a questi ultimi. In altre parole, le immagini generate dalla rete possono considerarsi a tutti gli effetti nuova informazione inventata dalla rete neurale artificiale” spiega Davide Bacciu, Professore del dipartimento di Computer Learning dell’Università di Pisa e membro del Comitato Direttivo dell’Associazione italiana per l’intelligenza Artificiale (AIXIA). “In questo scenario di grande interesse, “Fashion Flair” si caratterizza come il primo esempio (pubblico) di una rete neurale artificiale che viene utilizzata interattivamente da una stilista per ideare e, in ultimo, realizzare un capo di moda.”

Parte dei proventi della vendita della collezione  saranno utilizzati per finanziare un progetto speciale a supporto dei giovani talenti di una delle principali accademie di Fashion Design italiane: Huawei promuoverà l’incontro fra moda e tecnologia mettendo Fashion Flair a disposizione degli studenti, che potranno trarre ispirazione dagli output dell’applicazione e co-creare outfit originali ed inediti.

Il desiderio di Meghan Markle di partorire a casa rischia di sfumare: con già una settimana di ritardo rispetto alla data prevista per la nascita del baby Sussex, la moglie del principe Harry potrebbe essere costretta a sottoporsi a un parto indotto in clinica se non ci dovessero essere novità nelle prossime 48 ore.

Lo riferisce l’informatissimo tabloid britannico Daily Mail, precisando che è sempre più probabile per la duchessa di Sussex il ricovero al Frimley Park Hospital nel Surrey, a 25 chilometri da Frogmore Cottage dove i duchi si sono trasferiti di recente.

Meghan a 37 anni è considerata una primipara attempata e quindi, superata la data prevista del parto, dopo un certo periodo di tempo, è d’obbligo l’intervento dei medici. Nel caso, risulterebbe inutile l’organizzazione per la nascita dell’erede a casa, come Meghan sembra preferire: fonti hanno riferito che un’infermiera ha visitato Frogmore Cottage la settimana scorsa e un team al femminile è in attesa. 

Dimenticate gli appuntamenti clandestini, scordatevi le fughe d’amore: lo smart working conquista il mercato degli hotel di giorno.

A confermarlo è DayBreakHotels, la start up che permette di prenotare stanze e servizi di hotel extralusso solo di giorno che, numeri alla mano, ha una clientela business che rappresenta il 35% di tutte le prenotazioni. Una percentuale che è destinata a crescere se si pensa che solo nel primo trimestre 2019 ha registrato un trend in aumento del 30% rispetto agli stessi mesi del 2018. 

Numeri in crescita che rispondono a una domanda legata alla ricerca di soluzioni per un lavoro elastico e flessibile ma al tempo stesso elegante e comodo. Ecco allora che le meeting room con una camera a disposizione o le suite con la work station rappresentano le scelte migliori per i business traveller.

Tra le città in cui il servizio business di DBH è più utilizzato troviamo Milano, Bologna e Torino, ma anche in Veneto si registrano punte interessanti, in particolare a Verona, Treviso e Padova.

Una tendenza, quella intercettata da DayBreakHotels, che trova riscontro nei dati italiani sullo smart working: in Italia ci sono 480 mila lavoratori “smart”, con un incremento del 60% dal 2013 a oggi, che lavorano principalmente in grandi aziende. 

Lvmh, il gruppo leader al mondo nell’industria del lusso, sconfigge il timore di un rallentamento degli acquisti da parte dei clienti cinesi e corre in Borsa segnando il nuovo massimo storico a 346 euro per chiudere a 344,95 (+4,61%). Il gruppo parigino ha diffuso i risultati del primo trimestre 2019 che evidenziano un’accelerazione della crescita, nettamente superiore alle attese degli analisti.

I ricavi sono saliti del 16% a 12,5 miliardi di euro. Il raffronto a parità di perimetro, cioè al netto di acquisizioni, dismissioni e dell’effetto cambi, è un incremento dell’11%, in accelerazione dal +9% del trimestre precedente. La banca francese Société Générale ha alzato la raccomandazione a Buy (comprare) da Hold (tenere in portafoglio), sottolineando il brillante comportamento di Lvmh rispetto ai concorrenti.

Guidata dal presidente e amministratore delegato Bernard Arnault (che è anche il principale azionista), Lvmh è definita una “conglomerata” del lusso che possiede un impressionante elenco di marchi: da Louis Vuitton (borse e valigie) a Christian Dior (abbigliamento), da Moet et Chandon (champagne) all’italiana Bulgari (gioielli), senza dimenticare Sephora, Givenchy, Celine Tag Heuer, l’italiana Fendi e molti altri brand noti a livello internazionale.

La spinta maggiore alla crescita dei ricavi nei primi tre mesi dell’anno e’ venuta dalla pelletteria, con una buona performance anche dalle aziende delle bevande alcoliche. In un report di Rbc Capital Markets si legge che Lvmh continua a essere una società attraente per gli investitori dato che vanta una leadership in diversi mercati, una forte diversificazione delle sue attività, un ottimo management e una presenza geografica ben diffusa a livello mondiale. Nel mondo del lusso i clienti cinesi, vuoi quelli che acquistano in territorio cinese, vuoi quelli che acquistano nei negozi di tutto il mondo, rappresentano circa un terzo del fatturato complessivo.

Da qui il timore che il recente rallentamento dell’economia cinese abbia ripercussioni sui risultati dei “big” del settore. Lvmh non ha diffuso uno spaccato dei risultati Paese per Paese, ma ha segnalato “una buona crescita” in tutte le regioni. I risultati positivi di Lvmh trascinano al rialzo anche gli altri titoli del lusso. A Piazza Affari Moncler sale dell’1,7%, Ferragamo +4,38%, Brunello Cucinelli +1,34%. Con il balzo di oggi la capitalizzazione di Borsa di Lvmh sale a 175 miliardi di euro, ben pi del doppio del suo principale concorrente, il gruppo francese Kering (67,4 miliardi di euro) che possiede marchi come Gucci, Yves Saint Laurent, Bottega Veneta e Puma. Kering ha guadagnato il 2,23% alla Borsa di Parigi. Dal punto di vista della capitalizzazione, i campioni italiani del lusso sono ben distanziati: Moncler vale in Borsa 9,5 miliardi di euro, Ferragamo 3,3 miliardi, Brunello Cucinelli 2,1 miliardi. 

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