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Il Piave, fiume Sacro alla Patria e corso d’acqua che ha fatto grande Venezia tra ‘400 e ‘500, è il grande protagonista di un percorso di 220 km il percorso, in gran parte ciclabile (solo alcuni tratti sono ancora in fase di completamento e tabellazione). Partendo dalle sorgenti del Piave, in provincia di Belluno, la ciclabile ti porta fino al mare Adriatico, vicino Jesolo in provincia di Venezia. Un percorso che va dai 1.700 metri di quota al livello del mare. Il progetto, nato grazie ai finanziamenti dei Consorzi Bim Piave di Belluno, Treviso e Venezia, consente al turista-ciclista (ma volendo anche ai gruppi di turisti escursionisti) di immergersi in un panorama misto tra cultura, enogastronomia tipica delle zone che saranno percorse e natura. Chi non teme il freddo del Piave, potrà assaporare le acque gelide del fiume, limpide e cristalline, in un panorama da sogno. Insomma, in questo modo il turista potrà interagire con gli aspetti peculiari del territorio, vivendo un’esperienza di viaggio unica e allo stesso tempo personalizzabile a seconda degli interessi e questo anche grazie all’ospitalità sviluppata con il ConsorzioDmo Dolomiti della Provincia di Belluno, il Consorzio Dolomiti Prealpi, il Consorzio Promozione Turistica Marca Treviso, il GAL Alta Marca eCycling in the Venice Garden.

Il Piave rappresenta infatti un viaggio nella Storia, ma anche il luogo geografico dove le terre del Nord incontrano quelle del Sud, segnando il passaggio dal microclima artico a quello mediterraneo. Il suo corso ha visto dialogare gli instancabili navigatori veneziani con gli orgogliosi popoli stanziali stabilitisi lungo il fiume, innescando dinamiche culturali di notevole interesse e sviluppando delle vere e proprie economie che nei secoli hanno unito la biodiversità alpina e lagunare. Non solo, il Piave rappresenta un filo conduttore dinamico che lega anche due siti della WHL Unesco: le “Dolomiti” e “Venezia e la sua Laguna”. Ambienti morfologicamente lontani, ma fortemente legati dal punto di vista della genesi geomorfologica.

Se il percorso di Santiago de Compostela riprende il cammino dei pellegrini medievali, quello del Piave ripercorre le rive del fiume Sacro alla Patria, dove gli eserciti di diverse nazionalità hanno combattuto e cambiato il corso della Storia con musei, il Piave e la Grande Guerra, Castelli Torri e Abbazie, le Chiese Affrescate, i Grandi Capolavori del Piave, gli Opifici Storici, le Ville, i paesaggi del Piave.

E così, pedalando e optando per una breve deviazione si può incontrare e visitare (previa prenotazione), Villa Gaggia che sorge su un crinale, in località Socchieva, che digrada verso il fiume Piave, proprio sul confine tra il comune di Belluno e quello di Sedico. Eretta probabilmente nel Seicento, venne ampiamente rimaneggiata a partire dal secolo successivo aggiungendo l'edificio che dà le spalle alla collina a sinistra del corpo centrale. In origine la villa fu costruita dalla nobile famiglia Pagani, ma nei primi decenni del XX secolo venne acquistata e ristrutturata dall'ingegnere Achille Gaggia. Villa Gaggia è famosa per aver ospitato numerose figure di spicco della politica internazionale come l'inglese Lord Eden e il re d'Egitto nel 1927, ma è celebre in particolare per il famoso "Incontro di Feltre" – così chiamato perchè doveva originariamente svolgersi nella città – tra Hitler e Mussolini avvenuto il 19 luglio 1943, pochi giorni prima dell'arresto del Duce.

Più avanti, nella zona di Trichiana, si potà visitare il sito di Casteldardo che ancora oggi conserva una torre di segnalazione, la cui prima fondazione risale forse al periodo romano e che venne inserita in epoca medievale nella struttura più ampia di un castello di cui si conservano solo le memorie.

Questo antico baluardo ha svolto un importante compito difensivo durante tutta la storia del territorio e le frequenti dispute ed invasioni per il suo possesso. Un particolare discorso merita il comune di Feltre: il paese è arroccato su un piccolo colle. Il suo centro storico, sopratutto per chi vi giunge per la prima volta, costituisce una scoperta entusiasmante per la sorpresa di trovare in un contesto alpino e dolomitico una città d'arte di così elevato pregio.

Ovviamente non si può tralasciare il percorso del vino: da Valdobbiadene a Vidor con i suoi prosecchi e i Cartizze Docg, il tutto accompagnato dai piatti tipici delle zone che andrete a visitare. Una particolare attenzione ai vari tipi di formaggi, ce ne sono per tutti i gusti.

 

L'Osteria francescana di Massimo Bottura è il miglior ristorante al mondo: ha riconquistato il primo posto della classifica dei migliori ristoranti del mondo, piazzandosi davanti a El Celler de Can Roca di Girona,
in Catalogna, e a Mirazur di Mauro Colagreco a Mentone, in Francia.

Alla cerimonia di premiazione dei World's 50 Best Restaurants a Bilbao, nei Paesi Baschi, lo chef emiliano si è ripreso lo scettro che lo scorso anno gli era stato tolto dall'Eleven Madison Park di Daniel Humm, ristorante di lusso di New York. Il ristorante, situato in una stradina di Modena, aveva vinto lo scettro anche nel 2016.

Nella classifica dei 50 locali top votati da 1.040 esperti divisi in 26 aree geografiche, Enrico Crippa con il suo Piazza Duomo (Alba) ha perso una posizione rispetto al 2017 ed è scivolato al 16mo posto. In crescita, invece, i fratelli Alajmo con Le Calandre a Rubano (Padova), 23esimi, e Niko Romito con il Reale a Castel di Sangro (L'Aquila), 36esimo.

Appassionato e amante dell'arte, Bottura gioca con la tradizione, sperimenta ingredienti e tecniche e ha reinventato i piatti che sono alla base della cucina mediterranea a cominciare dalla lasagna. Ma ha anche creato una fondazione Food for Soul per 'mense comunitarie' che servono pasti a senzatetto e a persone in condizioni di vulnerabilità; e dopo Milano, Bologna, Modena, Londra e Rio de Janeiro, a marzo ha inaugurato un refettorio per i senzatetto anche a Parigi, in Francia.

Bottura ha ritirato il premio sul palco con la moglie di origine americana, Lara Gilmore: ha ringraziato non solo il suo staff e Modena, ma anche l'Italia tutta; e ha aggiunto che gli chef e tutti nel settore della ristorazione devono rendersi conto che hanno il potere di cambiare il mondo. "Ho intenzione di utilizzare questa vetrina per rendere ancora più forte i cambiamenti ci stanno per essere", ha aggiunto nella conferebnza stampa vittoria. "Nutrire il pianeta. Combattere gli sprechi. La scorsa settimana Henry Kissinger mi ha chiesto un selfie. E' incredibile. Dobbiamo coinvolgere tutta la comunita' degli chef … Puntando i riflettori si deve rendere visibile l'invisibile e' estremamente importante".

Ma vincere l'ambita classifica è anche un affare. Come ricorda l'agenzia Bloomberg, il sito web di El Celler de Can Roca primo in cima alla lista, nel 2013 registrò 12 milioni di visitatori e il ristorante dovette assumere tre persone in più solo per respingere le richiesta ai tavoli. Rene Redzepi del Noma raccontò, a sua volta, che avrebbe potuto riempire il suo ristorante per 15 anni con le richieste di prenotazione che ricevette il giorno in cui vinse il premio, nel 2010. 

Articolo aggiornato alle ore 17.17 del 12 giugno 2018.

Saranno contente di saperlo soprattutto le 'fashion addicted'. È un'esclusiva di Christian Louboutin la famosa suola rossa delle scarpe, sogno segreto – per il loro prezzo – di ogni donna che ami passeggiare sui tacchi a spillo. Le più sincere ammetteranno che sono scomodissimi ma è anche vero che sono un segno distintivo di grande sensualità. Ciò significa che quelli appunto con la suola rossa non potranno essere d’ora in poi prodotti a buon mercato e resteranno appunto un tabù per chi non investe nell'alta moda.

Le calzature, rese famose anche grazie al personaggio di Emily Blunt, l'assistente di Miranda nel celebre "Il diavolo veste Prada", sono peraltro amatissime dalle star e infatti sono spesso intraviste in occasione di kermesse super vip come Festival di Cannes e il suo celebre red carpet. Da allora sono stati moltissimi i tentativi di imitazione.

Invece, d’ora in poi sarà più raro incrociarle, con buona pace della vanità femminile. Questo perché, appunto, lo stilista francese ha annunciato oggi che la Corte di Giustizia Europea gli ha dato ragione: si tratta di un dominio la caratteristica del colore rosso delle sue ambitissime scarpe e non solo la forma. "Il colore rosso applicato sulla suola della scarpa da donna con tacco alto è un marchio, come ha sottolineato Christian Louboutin per molti anni. La Maison Christian Louboutin accoglie calorosamente questo giudizio", questo il commento a caldo dello stilista parigino.

Si mette così la parola ‘the end’ ad una querelle giudiziaria durata anni. L’ultima parola, prima di oggi, era del tribunale dell’Aia secondo cui invece le celebri suole rosse non facevano parte del ‘brand’ ed erano quindi commerciabili.  Si tratta di una sentenza storica, visto che finora Louboutin continuava ad affermare che laccare la parte inferiore dei suoi tacchi vertiginosi con un rosso molto particolare – il numero di colore 18.1663TP della cartella colori Pantone – rimanesse una sua esclusiva. Nel 2010 lo stilista lo aveva depositato definendo il suo marchio sia per il criterio della forma sia appunto anche per il colore.

Ma una società olandese, la Van Haren, ha pensato bene nel 2012 che tale combinazione fosse contraria alla legislazione europea sui marchi e quindi ha avviato la commercializzazione delle scarpe con la suola scarlatta rivendicandone il diritto a farlo. Louboutin ha dal canto suo denunciato la società ai tribunali olandesi per contraffazione. Il caso è finito quindi al Tribunale di primo grado dell'Aia che ha deciso di sottoporre alla Corte di giustizia Ue il giudizio preliminare per l'interpretazione della legislazione europea in materia: in linea generale si ritiene che la registrazione di un marchio costituito da una forma tridimensionale o da un colore possa essere respinta.

Tuttavia, era stata data la parola alla Corte per stabilire "se il colore rosso della suola dia un valore sostanziale al prodotto" e se quindi la nozione di forma vada limitata alle sole caratteristiche tridimensionali di un prodotto (come il contorno, la dimensione e il volume) o riguardi anche altre caratteristiche, come il colore. Secondo la Corte, la determinazione del

significato di "forma" deve essere stabilita sulla base del  significato abituale di quest’ultimo nel linguaggio corrente: in questo senso, non risulta che un colore in sé, senza delimitazione nello spazio, possa costituire una forma. Insomma, la suola rossa delle Louboutin non è un marchio di forma, in quanto non è costituito "esclusivamente dalla forma". Ma in questo caso, "l'applicazione di un colore in una posizione specifica di un prodotto costituisce un marchio distinto e tutelabile".

Non è la prima volta che Louboutin abbia fatto ricorso alla carta bollata per 'difendere' le sue scarpe, e gli altri casi si sono pero' risolti a suo favore. Ad esempio, a Parigi lo stilista si è opposto alla società di pelletteria Kesslord che  offriva modelli con suola rossa e la Corte d'Appello di Parigi gli ha dato ragione, condannando Kesslord a pagare 7.500 euro al designer francese e alla sua compagnia. Anche negli Stati Uniti, era stata data ragione a Louboutin in un processo di appello contro Yves Saint Laurent. Ed invece lo stilista francese, un anno fa, ebbe torto nei confronti della catena spagnola Zara. Fu anche durante questa disputa che la casa francese aveva rafforzato i suoi criteri per definire meglio – e proteggere – il suo marchio, depositandolo di nuovo. E ci è riuscito. 

Saranno contente di saperlo soprattutto le 'fashion addicted'. Non è un'esclusiva di Christian Louboutin la famosa suola rossa delle scarpe, sogno segreto – per il loro prezzo – di ogni donna che ami passeggiare sui tacchi a spillo. Le più sincere ammetteranno che sono scomodissimi ma è anche vero che sono un segno distintivo di alta sensualità. Ciò significa che quelli appunto con la suola rossa potranno essere d’ora in poi prodotti più a buon mercato e diventeranno accessibili anche a chi abitualmente non investe i suoi risparmi nell'alta moda.

Le calzature, rese famose anche grazie al personaggio di Emily Blunt, l'assistente di Miranda nel celebre "Il diavolo veste Prada", sono peraltro amatissime dalle star e infatti sono spesso intraviste in occasione di kermesse super vip come Festival di Cannes e il suo celebre red carpet. D'ora in poi, invece, sarà più frequente incrociarle, con buona pace della vanità femminile.

Questo perché, appunto, lo stilista francese non ne ha l'esclusiva: oggi la Corte di Giustizia europea gli ha dato torto, sentenziando che non si tratta di un dominio la caratteristica del colore rosso delle sue ambitissime scarpe e mettendo così fine ad una querelle giudiziaria durata anni. In questo modo, lo stilista incassa una sconfitta storica, nonostante continui ad affermare che laccare la parte inferiore dei suoi tacchi vertiginosi con un rosso molto particolare – il numero di colore 18.1663TP della cartella colori Pantone – resti una sua invenzione.

Nel 2010 lo stilista lo aveva depositato definendo il suo marchio sia per il criterio della forma sia appunto anche per il colore. Ma una società olandese, la Van Haren, ha pensato bene nel 2012 che tale combinazione fosse contraria alla legislazione europea sui marchi e quindi ha avviato la commercializzazione delle scarpe con la suola scarlatta rivendicandone il diritto a farlo.

Louboutin ha dal canto suo denunciato la società ai tribunali olandesi per contraffazione. Il caso è finito quindi al Tribunale di primo grado dell'Aia che ha deciso di sottoporre alla Corte di giustizia Ue il giudizio preliminare per l'interpretazione della legislazione europea in materia: in linea generale si ritiene che la registrazione di un marchio costituito da una forma tridimensionale o da un colore possa essere respinta.

Tuttavia, era stata data la parola alla Corte per stabilire "se il colore rosso della suola dia un valore sostanziale al prodotto" e se quindi la nozione di forma vada limitata alle sole caratteristiche tridimensionali di un prodotto (come il contorno, la dimensione e il volume) o riguardi anche altre caratteristiche, come il colore. Secondo la Corte, la determinazione del significato di "forma" deve essere invece stabilita sulla base del significato abituale di quest’ultimo nel linguaggio corrente: in questo senso, non risulta che un colore in sé, senza delimitazione nello spazio, possa costituire una forma.

Insomma, la suola rossa delle Louboutin non è un marchio di forma, in quanto non è costituito "esclusivamente dalla forma". Vale a dire, "l'applicazione di un colore in una posizione specifica di un prodotto costituisce un marchio distinto e tutelabile".

Non è la prima volta che Louboutin abbia fatto ricorso alla carta bollata per 'difendere' le sue scarpe, e gli altri casi si sono però risolti a suo favore. Ad esempio, a Parigi lo stilista si è opposto alla società di pelletteria Kesslord che  offriva modelli con suola rossa e la Corte d'Appello di Parigi gli ha dato ragione, condannando Kesslord a pagare 7.500 euro al designer francese e alla sua compagnia. Anche negli Stati Uniti, era stata data ragione a Louboutin in un processo di appello contro Yves Saint Laurent. Ed invece lo stilista francese, un anno fa, ebbe torto nei confronti della catena spagnola Zara. Fu anche durante questa disputa che la casa francese aveva rafforzato i suoi criteri per definire meglio – e proteggere – il suo marchio, depositandolo di nuovo. Fino al colpo di scena di oggi.

Un progetto innovativo di valorizzazione del territorio e di integrazione sociale e lavorativa per creare una nuova linea di prodotti d’abbigliamento e accessori legata al viaggio, nata dall’incontro tra le giovani donne vittime di violenza e sfruttamento e il mondo della scuola, con il supporto di artisti, professionisti della moda e della comunicazione è stato presentato da Beawarenow e dall'Ambasciata degli Stati Uniti.

'Journey with new hope', creato in collaborazione con il Centro d'accoglienza "Casa Rut", è stato realizzato a Caserta ed è un progetto di empowerment femminile realizzato grazie al contributo di Gucci attraverso l’iniziativa “Gucci Up” un programma virtuoso che attraverso il recupero e valorizzazione degli scarti di produzione supporta progetti sociali, rivolti alla formazione e al reinserimento lavorativo di persone svantaggiate sul territorio.

'Journey with new hope' è stato illustrato durtante un dibattito con la senatrice Valeria Fedeli, Tiziana Bartolini, direttrice di "Noi Donne", Blessing Okeidon, testimone e autrice del libro “Il coraggio della libertà”, Suor Rita Giarretta, responsabile del Centro di Accoglienza “Casa Rut” e Gloria Berbena, Ministro Consigliere per gli Affari Pubblici dell'Ambasciata degli Stati Uniti.

Severo ma gentile. Improbabile vederlo lanciarsi nelle sfuriate di Carlo Cracco, ma bisogna vedere se avrà lo stesso dente avvelenato mostrato da Antonia Klugmann nelle prime puntate della settima stagione di MasterChef. Fatto sta che la squadra di giudici del talent show dedicato alla cucina torna a essere tutta al maschile, con l'ingresso di Giorgio Locatelli, che il Corriere definisce 'lo chef delle star'.

I fan più fedeli del programma ricorderanno il suo accento vagamente inglese — nonostante l’origine italiana — quando a febbraio fu ospite della settima edizione. Affiancherà i confermatissimi giudici Bruno Barbieri, Joe Bastianich e Antonino Cannavacciuolo in onda da gennaio del prossimo anno. "Ho trascorso tre quarti della mia carriera all’estero e ho sempre pensato che sarei stato considerato solo per il mio lavoro fuori dai confini italiani : uno chef d’oltralpe", racconta Locatelli. "Far parte di MasterChef è quindi per me il riconoscimento più grande, quello di essere considerato Ambasciatore della cucina italiana anche nel mio paese. E poi sono felice perché so che mia mamma sarà contentissima di sapere che sono un MasterChef e che potrà guardarmi in televisione".

Chi ha seguito la puntata in cui è stato giudice-ospite, oltre a ricordare la sua sogliola con macedonia di verdure, di certo ricorda quanta gentilezza ha avuto nei confronti dei concorrenti, anche quelli che erano stati pessimi esecutori della sua ricetta: "La assaggio per rispetto a te che hai lavorato, ma ha un aspetto pessimo" aveva detto, come riporta Repubblica.

Cinquantacinque anni, di Corgeno di Vergiate – sulla sponda varesina del Lago Maggiore – e londinese d’adozione, è stato il primo chef italiano a conquistare all’estero una stella Michelin con un ristorante italiano, ricorda La Stampa, la sua Locanda Locatelli a Londra. 

Una carriera 'oltralpe'

Locatelli vive e lavora a Londra dal 1986, dove è arrivato per inseguire il suo sogno, che ha raggiunto rimanendo legato fortemente alla tradizione gastronomica italiana, coniugandola al tempo stesso con quelle internazionali, grazie ad una continua ricerca e alla scelta di fornitori giusti che ogni giorno gli offrono l’eccellenza dei prodotti italiani.

La sua carriera d’oltremanica inizia al Savoy Hotel di Anton Edelmann. Dopo una parentesi parigina di 3 anni al Laurent e al Tour D’Argent, Giorgio Locatelli ritorna nella capitale britannica e lavora al ristorante “Zafferano”, che con lui guadagna una Stella Michelin nel 1995. L’anno della realizzazione del suo sogno professionale è però il 2002 quando insieme a sua moglie Plaxy apre Locanda Locatelli, nella centralissima Seymour Street, un luogo intimo che vuole rappresentare la cucina italiana nel Regno Unito. A pochi mesi dall’apertura arriva una stella Michelin che non ha più perso. Giorgio Locatelli è proprietario anche di Ronda Locatelli, ristorante all’interno dell’hotel e resort 5 stelle Atlantis The Palm di Dubai: un’ulteriore conferma della sua fama mondiale e una conquista per la cucina italiana.

Nel 2014 il ristorante a causa di una fuga di gas che ha causato un'esplosione, ha dovuto chiudere per alcuni mesi. Questo è stato un momento di svolta: su consiglio di sua moglie Locatelli ha iniziato a partecipare come giudice a diversi cooking show (Bake Off Rival, The Big Family Cooking Showdown). Tra i numerosi libri che portano la sua firma si ricordano il libro di ricette “Made In Italy, Food & Stories” (2008) e “Made in Sicily” (2011), considerato ad oggi il libro sulla cucina siciliana scritto in inglese migliore al mondo.

Ci sono gli influencer, e poi ci sono gli influser. Da una parte c’è Chiara Ferragni dall’altra “gli anticipatori di consumi” e di mode. Sono aggiornatissimi su tutte le novità e le diffondono su internet ma non ci mettono la faccia.

Non hanno accordi con i brand, ma conoscono i prodotti e il più delle volte li hanno acquistati e usati prima di tutti. Queste alcune delle caratteristiche degli “influser”, termine coniato da Doxa e Influse per indicare alcuni gruppi di persone più inclini a recepire le novità prima degli altri.

Il concetto si rifà alle teorie del sociologo americano Everett M. Rogers che nel 1962 pubblicò il libro “Diffusion of Innovations” nel quale affrontò la questione per la prima volta.

Pochi gli “anticipatori” italiani

Doxa ha realizzato una doppia indagine: una quantitativa, volta a passare al setaccio usi e costumi degli italiani fronte novità per circoscrivere una sottopopolazione di persone con buone probabilità di possedere le caratteristiche dell’”influser”, l’altra qualitativa, condotta sugli individui maggiormente aderenti al profilo degli “anticipatori di consumi”, con l’obiettivo di tracciarne l’identikit psicosociale e determinare macro caratteristiche di personalità e dunque di comportamento.

Dalla ricerca è emerso che sono pochi gli italiani con le caratteristiche dell’”influser” secondo la segmentazione elaborata dall’Influser Detector, lo strumento sviluppato dallo psicologo Simone Crisciani per Influse che permetterà di introdurre una nuova metrica di misurazione qualitativa dell’audience.

“La stragrande maggioranza degli intervistati, pari al 57% del totale, sono al più ‘curiosi’, ossia in equilibrio perenne tra passato e futuro” precisa Vilma Scarpino, amministratore delegato di Doxa. “Si tratta di persone che si aprono alle novità, ma solo se convinte che possano migliorarne la vita”. Seguono gli “esploratori” pari al 18% del totale. Attenti a come cambia la società, si sforzano di captare le novità in arrivo.

L’altro zoccolo duro pari al 17% è fatto dagli “osservatori”: sono incuriositi dal progresso, ma sanno apprezzare (e molto) il tempo in cui vivono. “In questa prima fase, l’Influser Detector ci ha rivelato che appena il 4% degli intervistati ha un profilo corrispondente a quello dell’influser” riassume Gianmaria Padovani, co-founder di Influse insieme a Cubica S.r.l. E ne traccia l’identikit: “Si tratta di individui che stanno con altre persone perché il loro senso di identità è intimamente legato alla sensazione di appartenenza a un gruppo e allo scambio che questo comporta”.

Chi può essere influser

La buona notizia è che si può essere influser a qualsiasi età, indipendentemente dalle condizioni socioeconomiche e dall’appartenenza geografica. Altro punto importante: tutti gli influser hanno diversi hobby e sono soliti coltivare interessi diversi, che esplorano attivamente e con continuità. Al primo posto c’è la tecnologia, elemento centrale del loro mondo. Seguono il mondo food, i viaggi e l’intrattenimento (con un focus su cinema, film e serie TV e concerti).

Il Web è la loro casa

Tra i canali d’informazione più utilizzati dagli influser, Internet risulta in maniera significativa il principale strumento di interfaccia con il mondo. Gli influser, in particolare quelli più giovani, sono estremamente a loro agio sul web, per loro online e offline sono la stessa cosa: Internet è uno strumento quotidiano, semplice e pratico, usato in primis per visitare i social network e relazionarsi con le community online. Del resto è proprio online che i più scovano le novità, individuano i trend futuri, tracciano un profilo dei consumi che verranno. E se ne fanno in definitiva portavoce. In modo naturale. Ricorrendo al buon vecchio passaparola. 

Piano editoriale e storytelling non sono più affare soltanto dei giornali. Anche i ristoranti devono oramai occuparsi di raccontare una storia, di sviluppare un’idea, di esporla ai propri clienti attraverso grandi (e piccoli) dettagli disseminati nel proprio locale.

“Non riguarda soltanto i grandi ristoranti e gli chef stellati: anche una semplice gastronomia, oltre a offrire qualità deve saperla raccontare ai clienti. Tutto comincia con un concept”, racconta Desirèe Nardone, la direttrice di Food Genius Academy, la scuola di formazione in ambito food&beverage con sedi a Milano e Bologna. “Significa scegliere il tema attorno a cui costruire la propria attività, e una volta partorita l’idea si passa all’allestimento”.

Le sedie da scegliere e gli ingegneri del menù

Può sembrare una scelta banale, ma non lo è: anche la sedia sulla quale far sedere i clienti può far la differenza nel tipo di messaggio che il ristorante comunica ai propri avventori. “Per tutto quello che riguarda l’allestimento facciamo affidamento su architetti”, prosegue Nardone. Solo a quel punto tocca al menù: si tratta di una vera e propria costruzione, al punto che questa fase prende il nome di “menù engineering”, ingegneria del menù.

La scelta dei piatti dipende dal locale: quelli più tradizionali tendono a proporre una carta strutturata, i locali più trendy puntano maggiormente su tapas, cioè piccole porzioni, piattini che consentano un semplice assaggio. Oggi, in ogni caso, si va sempre di più verso un menù ristretto: poche pietanze, niente menù strabordanti di proposte. La ragione è anche economica, perché pochi piatti ben selezionati consentono di ridurre le scorte in magazzino. C’è persino un numero preciso di piatti che il menù perfetto dovrebbe avere: “Sedici, cioè quattro scelte per ogni portata: antipasto, primo, secondo e dolce”.

La consulenza dura mesi, altrimenti meglio desistere

Una consulenza ben fatta non è questione di poco tempo. “I nostri specialisti seguono il cliente per un periodo che può durare dai tre ai sei mesi”, spiega Nardone. Spesso in questo lasso di tempo le società che si occupano di assistere i ristoranti si occupano anche di trovare chef, caposala e tutto il personale. “Se ci si affida a un consulente ma non si segue scrupolosamente le indicazioni il rischio è di fallire velocemente”. A Milano, dove dopo l’Expo del 2015 il numero di attività è aumentato vertiginosamente, ma non solo. “In Italia oggi ci sono 190 mila ristoranti, ma quattro su dieci chiudono nel giro di pochi mesi, alcuni anche prima di novanta giorni dall’inaugurazione”.

Una delle ultime consulenze di Nardone è stata per un locale che offre cucina macrobiotica, l’espressione della cultura cinese dell’equilibrio tra forze antagoniste, il famoso concetto di yin e yang, il bianco e il nero. Sono oramai finiti i tempi delle osterie veraci, delle trattorie senza fronzoli? “Secondo me no – conclude Nardone -. Amo i ristoranti anni ‘80, quelli dove il cameriere non versa neppure il vino al cliente, ma non c’è contrapposizione tra le due offerte. L’Italia ha una lunga tradizione nella ristorazione, è giusto che ci sia varietà".

Che tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini potesse nascere un’intesa, TvBoy lo aveva intuito già lo scorso 23 marzo, quando li ha ritratti avvinghiati in un bacio appassionato sui muri di Roma, nei pressi del Parlamento. L’opera, intitolata “Amor populi”, è stata subito rimossa ma ciò non è bastato a cancellarla dalla memoria, al punto che quel bacio è ormai diventato il simbolo del governo giallo-verde che i due leader stanno mettendo in piedi.

Che sia un’immagine potente non stupisce, dopotutto il suo autore non è certo un novellino. Una prova su tutte? E’ soprannominato il Banksy​ italiano della street art. Ma chi è davvero Tv Boy? Dietro lo pseudonimo dedicato a uno dei suoi primi personaggi si nasconde Salvatore Benintende, artista neo-pop nato a Palermo il 16 luglio del 1980. Poco dopo la sua nascita, i genitori si trasferiscono a Novate Milanese.

La nascita di “TvBoy”

A 16 anni fa il suo esordio sulla scena dell'arte urbana con i primi graffiti tradizionali e i primi esperimenti di lettering sotto lo pseudonimo di “Crasto”. Nel 1999 si iscrive alla Facoltà di Design Industriale di Bovisa Politecnico di Milano e nel 2002 frequenta per un anno la Facoltà di Belle Arti di Bilbao.

Al suo rientro in Italia dopo l'esperienza di studio nella capitale basca la Facoltà di Design di Milano ospita una mostra, nella quale compare per la prima volta il personaggio di “Tvboy”: bambino ispirato allo stile dei cartoon con la faccia dentro uno schermo televisivo.

In quell'occasione utilizza come supporto dei vecchi televisori abbandonati, dipingendo sugli schermi i volti di amici e personaggi dello spettacolo con la tecnica dello stencil. A partire da quella mostra, che riscuote un discreto successo fra gli studenti della facoltà, la definizione di “the tvboy”, il ragazzo della televisione, si aggiunge nella firma dell'artista al nome di Crasto, diventando così “Crasto the tvboy”. Nel periodo tra il 2003 il 2004 Tvboy diffonde le proprie opere nelle principali città italiane, come Milano, Firenze e Roma, e poi internazionali.

La consacrazione

Nel 2004 si laurea in Disegno Industriale con specializzazione in Graphic Design presso il Politecnico di Milano e subito dopo visita Barcellona per la prima volta, restando colpito e affascinato dalla vivace scena artistica della capitale catalana. Nel 2005 Tvboy si trasferisce definitivamente a Barcellona, dove tuttora risiede e ha il proprio studio di design. 

Gli anni successivi sono quelli della consacrazione con opere e mostre in tutto il mondo da Verona a Beirut fino a L’Avana, passando per Berna. Nel 2008 il marchio Tvboy viene registrato a livello nazionale e internazionale, e l’artista dà il via a una serie di collaborazioni con diversi brand commerciali per lo sviluppo di capi di abbigliamento e accessori, ma anche nel settore delle automobili, degli elettrodomestici, della scolastica e dell'editoria, come Fiat, Nescafè, la Rinascente, Seven, Cosimo Panini.

A chi si ispira

Lo stile di TvBoy è influenzato sensibilmente dal movimento della Pop Art statunitense, in particolare da Andy Warhol, Roy Lichtenstein e Keith Haring, e da quella italiana, attraverso le opere di Mario Schifano. TvBoy trae ispirazione anche dai fumetti, dai manga giapponesi e dai comics americani. Per i critici sono evidenti le affinità con i Peanuts di Charles Schulz e con Calvin & Hobbes di Bill Watterson, ma anche con la corrente giapponese del Kawaii e con la subcultura Otaku, soprattutto con lo stile sviluppato nella factory Kaikaii Kiki dell'artista Takashi Murakami.

Il bacio e le altre opere ‘scomode’

Il bacio tra Salvini e Di Maio non è l’unica delle opere di TvBoy ad essere cancellate dai muri perché ritenute inappropriate. Prima dei due politici ad andare via con un colpo di vernice era stato Papa Francesco, ritratto a Pompei con un cartello con l’immagine di un cuore arcobaleno, simbolo dell’orgoglio gay, e la scritta “Love wins. Stop homophobia!”. La scelta del luogo non è casuale: il 30 giugno l’antica città campana ospiterà il Gay Pride.

Tra le provocazioni di TvBoy è finita anche Giorgia Meloni ritratta con in braccio un bimbo africano. All’opera è toccata la stessa sorte degli altri murales ma lei, leader di FdI e soggetto della creazione, non ha apprezzato la rimozione e in post su Instagram ha definito il murale “una bella opera d'arte. Da mamma e da militante, non mi stancherò mai di difendere la solidarietà dalla speculazione, il rispetto dell'altro dal buonismo cinico e corrotto dei soliti noti. P.S. Mi dispiace che invece di coprire scarabocchi di ogni genere, il murale sia stato coperto a tempo di record”.

TvBoy, il writer che ci mette la faccia

A differenza di Banksy e di altri colleghi writer, TvBoy non ci pensa minimamente a nascondere la sua vera identità. E il motivo lo ha spiegato lui stesso in un’intervista a Quotidiano.net: “Mi interessa il messaggio, più che creare un alone di mistero su di me. Sanno chi sono e io so che faccio. E proprio per questo, sapendo di giocare sul crinale tra ciò che è legale e ciò che invece viene considerato illegale, mi sono affidato a uno studio di avvocati. Sono loro che mi difendono quando arrivano le multe. Ma resto libero di fare la mia arte. E di provocare, senza nascondermi”. 

 

Oggi, 7 maggio, si festeggia la giornata mondiale della lentezza. Per molti potrà solo rappresentare una data sul calendario, ormai tempestato di giornate dedicate ai temi più svariati, ma in realtà, lo stress che la vita odierna ci impone è un fattore che influisce sullo stato psicofisico, alterando i nostri rapporti con le persone. Secondo uno studio dell’Università della California, pubblicato ad aprile, cedere allo logorio della vita moderna porta anche ad ammalarsi di più. E anche in Italia sono nate diverse associazioni che cercano di combattere questo fenomeno attraverso campagne di sensibilizzazione e informazione, oltre che con iniziative specifiche in occasione di giornate come questa. Una delle realtà più strutturate e fortunate è certamente “L’arte del vivere con lentezza”, progetto nato nel 1999 tra Pavia e Milano e diventato associazione nel 2005. Oggi ne fanno parte moltissime persone, provenienti dai settori professionali più disparati: “siamo operai, artigiani, insegnanti, infermieri, cassiere, giornalisti, giardinieri, casalinghe, fotografi, studenti, preti, progettisti”. Tutti accomunati dal desiderio di riprendere il controllo della propria vita e di riposarsi dalla corsa a perdifiato che la tecnologia e i ritmi lavorativi del nuovo millennio hanno imposto alla quotidianità.

14 “Comandalenti” da rispettare per vivere meglio

Sul loro sito esiste un vero decalogo da seguire per rallentare i ritmi e fare pace con il proprio corpo e il proprio spirito. Li hanno chiamati – comandalenti – e sono consigli, semplici da seguire, per cambiare stile di vita senza stravolgere le giornate e rinunciare a quello che si è costruito, con fatica, negli anni. Eccoli.

1) Svegliarsi 5 minuti prima del solito per farsi la barba, truccarsi o far colazione senza fretta e con un pizzico di allegria.

2) Se siamo in coda nel traffico o alla cassa di un supermercato, evitiamo di arrabbiarci e usiamo questo tempo per programmare mentalmente la serata o per scambiare due chiacchiere con il vicino di carrello.

3) Se entrate in un bar per un caffè: ricordatevi di salutare il barista, gustarvi il caffè e risalutare barista e cassiera al momento dell’uscita (questa regola vale per tutti i negozi, in ufficio e anche in ascensore)

4) Scrivere sms senza simboli o abbreviazioni, magari iniziando con caro o cara…

5) Quando è possibile, evitiamo di fare due cose contemporaneamente come telefonare e scrivere al computer… se no si rischia di diventare scortesi, imprecisi e approssimativi.

6) Evitiamo di iscrivere noi o i nostri figli ad una scuola o una palestra dall'altra parte della città

7) Non riempire l'agenda della nostra giornata di appuntamenti, anche se piacevoli, impariamo a dire qualche no e ad avere dei momenti di vuoto.

8) Non correte per forza a fare la spesa, senz'altro la vostra dispensa vi consentirà di cucinare una buona cenetta dal primo al dolce.

9) Anche se potrebbe costare un po' di più, ogni tanto concediamoci una visitina al negozio sottocasa, risparmieremo in tempo e saremo meno stressati.

10) Facciamo una camminata, soli o in compagnia, invece di incolonnarci in auto per raggiungere la solita trattoria fuori porta.

11) La sera leggete i giornali e non continuate a fare zapping davanti alla tv.

12) Evitate qualche viaggio nei week-end o durante i lunghi ponti, ma gustatevi la vostra città, qualunque essa sia.

13) Se avete 15 giorni di ferie, dedicatene 10 alle vacanze e utilizzate i rimanenti come decompressione pre o post vacanza.

14) Smettiamo di continuare a ripetere:"non ho tempo". Il continuare a farlo non ci farà certo sembrare più importanti.

Un’azione concreta (e un hashtag) per oggi

Il tempo è un elemento che dovremo sempre più proteggere e preservare. E che dovremo poter donare agli altri. Così, nella giornata mondiale della lentezza, è stato lanciata l’iniziativa #donoiltempo per provare a far dimenticare alle persone i propri incessanti desideri e doveri per dedicare un’azione nei confronti degli altri. l’invito è quello di raccontare, con un video, una foto o semplicemente una frase, l’impegno verso il prossimo. Quello che, tutti gli effetti, è un esperimento di cittadinanza attiva a chilometro zero.

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