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L’allentamento delle misure di distanziamento sociale e di confinamento prese in Italia e l’apertura della fase due potrebbe far salire il numero dei decessi fino a settantamila persone entro il primo anno di epidemia e cioè, febbraio 2021, con un ulteriore strascico anche per l’anno prossimo.

In vista della prossima fine dei provvedimenti di lockdown e dell’avvio della fase 2, lo studio dell’Università di Trento appena pubblicato su Nature Medicine è una vera e propria doccia fredda, che però, ha spiegato all’AGI, Giulia Giordano, la ricercatrice che ha messo a coordinato la ricerca, può essere attenuata “a patto di una campagna a tappeto di tipo diagnostico (tamponi e test sierologici) in grado di individuare tempestivamente l’insorgenza di ogni nuovo focolaio”.

Questo modello considera otto fasi di infezione e differenzia le persone diagnosticate da quelle non diagnosticate e potrebbe fornire ai responsabili politici in Italia e altrove uno strumento con cui valutare le conseguenze di possibili strategie, tra cui blocco e distanziamento sociale, nonché test e tracciamento dei contatti. Lo studio mostra che le misure di allontanamento sociale adottate sono necessarie ed efficaci e dovrebbero essere prontamente applicate nella fase iniziale.

Le misure di blocco possono essere alleviate in sicurezza solo in presenza di test diffusi e tracciabilità dei contatti, suggeriscono i risultati. La fine della pandemia globale COVID-19 richiede l’implementazione di strategie multiple a livello di popolazione, ma l’efficacia di tali strategie e la loro capacità di “appiattire la curva” rimane incerta.

Un nuovo modello epidemiologico

Il nuovo modello epidemiologico per la pandemia di COVID-19, è chiamato “SIDARTHE”, e distingue tra casi rilevati (diagnosticati) e casi non rilevati (non diagnosticati) e tra diverse gravità della malattia. I ricercatori hanno diviso la popolazione in otto fasi della malattia: suscettibile (non infetto); infetto (asintomatico o con pochi sintomi, infetto, non rilevato); diagnosticato (infetto asintomatico, rilevato); malato (sintomatico infetto, non rilevato); riconosciuto (infetto sintomatico, rilevato); minacciato (infetto da sintomi potenzialmente letali, rilevato); guarito (recuperato); ed estinto (morto).

Gli autori hanno utilizzato i dati provenienti dall’Italia dal 20 febbraio 2020 (giorno 1) al 5 aprile 2020 (giorno 46) per mostrare come le restrizioni progressive, incluso il blocco più recente applicato dal 9 marzo 2020, abbiano influenzato la diffusione della pandemia in Italia. “Da un lato – ha spiegato Giordano – abbiamo cercato di riprodurre quello che è già successo. Utilizzando i dati fino ai primi di aprile, ci aspettavamo di arrivare al picco degli infetti effettivi – perché noi distinguiamo tra gli infetti che ci sono veramente e quelli che sono stati diagnosticati – intorno al 9-10 aprile. Come ci aspettavamo e poi è quello che sta succedendo in questi giorni, il picco degli infetti diagnosticati – continua – è arrivato in ritardo, una decina di giorni dopo, tra il 15 e il 20 aprile”.

Il lockdown non è l’unica contromisura

La ricercatrice e il suo team è andato oltre. “Abbiamo pensato a possibili scenari futuri – dice Giordano – sulla base delle misure adottate. Dallo scenario in cui il lockdown viene reso ancora più draconiano – alla ‘cinese’, con limitazioni più severe degli spostamenti – fino all’epidemia il nostro modello ci suggerisce un numero di morti vicino a quello a cui siamo arrivati adesso. Continuare con il lockdown consentirebbe lo spegnimento dell’epidemia nel giro di qualche mese. Invece allentando le misure di lockdown ci possiamo aspettare circa 70 mila morti solo nel primo anno”.

Conta che aumenterebbe anche l’anno successivo, stando allo studio. “Il nostro modello ci dice – spiega – che le misure adottate erano indispensabili e che allentarle potrebbe portare a una situazione disastrosa”. Ma c’è un altro messaggio la conta dallo studio. “In realtà, non abbiamo solo il lockdown come possibile contromisura. Un’altra – spiega Giordano – potrebbe essere quella di effettuare test sierologici e tamponi a tappeto sull’intera popolazione e un tracciamento accurato dei contatti, in modo da poter isolare qualunque focolaio emergente dal principio. Isolare infetti, fornire cure e arrestare la diffusione. Questa è l’unica possibilità se si vuole allentare il lockdown ed evitare la ripartenza dei focolai. Ma nel caso in cui non si faccia una campagna massiccia di test e le contromisure vengano allentate nel giro di un anno saremmo ancora nel pieno dell’epidemia”.

Il mondo spera, i mercati ci credono, gli scienziati ci puntano: e’ l’antivirale Remdesivir, un medicinale originariamente sviluppato per combattere l’ebola, che, stando a quanto comunica il portale sanitario Stat, dimostrerebbe una straordinaria efficacia nei confronti del coronavirus.

In particolare, i fari sono puntati sull’ospedale di Chicago: quasi tutti i 125 pazienti – di cui 113 gravi – curati ogni giorno con il Remdesivir sono stati dimessi nel giro di una settimana.

Anche se ancora non ci sono conferme indipendenti dei risultati, l’impatto sulle borse è stato immediato.Secondo l’analista Joshua Mahony di Ig, citato dal Guardian, “i risultati di Chicago hanno portato una nuova ondata di ottimismo sui mercati, molto vedono questo come un possibile inizio della fine della crisi da coronavirus”. L’ampiamente citato portale ‘Stat’ riferisce di una videoconferenza dell’università di Chicago – la cui veridicità è stata confermata dai partecipanti – nella quale si mostrano i risultati della somministrazione dell’antivirale: i pazienti trattati hanno rapidamente superato i classici sintomi del Covid-19, ossia la febbre e le affezioni dell’apparato respiratorio. Ma soprattutto, quasi tutti i soggetti sottoposti alla sperimentazione hanno potuto lasciare l’ospedale nel giro di sette giorni.

“Questa è una grande notizia, e sono stati solo due i decessi”, ha commentato Kathleen Mullane, la specialista esperta di virologia dell’Università di Chicago incaricata di supervisionare gli studi sul Remdesivir per l’ospedale della città americana.

Si esprime invece con cautela la stessa azienda farmaceutica Gilead Sciences, affermando che “stiamo ancora aspettando ulteriori dati dagli altri studi in corso”. È sempre ‘Stat’ ad affermare che la sperimentazione con il Remdesivir è in corso anche presso altre istituzioni sanitarie o scientifiche, ma sottolinea comunque che “c’è grande eccitazione” sulla vicenda.

Non è la prima volta che si parla del medicinale della Gilead come di una sostanza moto “promettente”. A quanto sottolinea Stat, si tratta di un farmaco che inibisce la replicazione del genoma dei cosiddetti virus a Rna, classe di virus a cui appartengono quelli della Sars, della normale influenza, dell’ebola, dell’epatite C e, appunto, del Covid-19.

Non a caso, l’Oms aveva posto già tempo fa il Remdesivir tra le priorità nella ricerca facendo in modo che venisse testato a livello mondiale come medicinale anti-coronavirus all’interno dei cosiddetti ‘Solidarity Studies”.

Questo mentre l’Agenzia europea per i medicinali (Ema, European Medicines Agency) ha raccomandato ad inizio aprile di ricorrere a questo antivirale come alternativa di cura per i malati più gravi. Tra gli altri, anche l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) “ha autorizzato il programma di uso compassionevole del medicinale antivirale Remdesivir nei soggetti con polmonite da Covid-19”, sottolineando che “tale programma e’ attivo in 10 studi clinici italiani”. Idem l’Istituto tedesco per i medicinali (Bfarm), che ha permesso di testare l’antivirale con i pazienti più gravi, pur aggiungendo sulla sua pagina Internet che “non è presente ancora una concessione ufficiale” con indicazioni mediche specifiche.

Anche gli analisti di Goldman Sachs consigliano prudenza agli investitori: il Remdesivir potrebbe rappresentare una ipotesi valida di cura contro il Covid, ma si tratta comunque finora della conclusione di un unico studio. A detta della banca d’affari americana, i dati riportati il 10 aprile dal New England Journal Medicine sono sicuramente “degni di nota” e dimostrano che il farmaco “ha un certo grado di attività clinica” ma si preferisce comunque attendere quelli definitivi degli ultimi test, previsti per la fine di questo mese (sui pazienti gravi) e a fine maggio (sui pazienti di moderata gravita’).

“Avvertiamo – dicono gli analisti – che questi dati non sono stati rilasciati o verificati da Gild” (ossia la Gilead Sciences Inc). Proprio perché intorno al farmaco si è creata una notevole animazione e molta aspettativa, si sono mosse anche altri analisti di primo piano: Michael J. Yee di Jefferies ritiene che le notizie in arrivo da Chicago siano da valutare positivamente, ma ipotizza che il titolo di Gilead torni a calare quando si comprenderà che non siamo ancora alla determinante “fase tre” della sperimentazione.

Per gli analisti di JPMorgan, l’esperienza clinica di Chicago “appare essere un altro momento incoraggiante, ma ancora largamente aneddotico”, benché si tratti di “un candidato farmaceutico di alto profilo” nella lotta alla pandemia. Nondimeno, proprio dal mondo della scienza arrivano voci ben più ottimiste. Tra le varie, uno studio approfondito sul Remdesivir lo sta conducendo l’immunologo tedesco Matthias Goette della University of Alberta in Canada, che ha pubblicato con il suo team uno studio sulla rivista specializzata Journal of Biological Chemistry: qui si afferma, in sostanza, che il farmaco inibisce con successo le polimerasi, che sono enzimi presenti in tutte le forme di vita e che permettono la riproduzione del patrimonio genetico.

Dice lo scienziato che “se finiscono nel mirino le polimerasi, il virus non puo’ diffondersi: pertanto si tratta di un approccio molto logico per i trattamento della malattia”. Secondo Goette, il Remdesivir “inganna” il coronavirus “imitando i suoi tasselli genetici” impedendo in questo modo la sua riproduzione. Se questa ipotesi dovesse essere confermata, suonerebbe come uno scacco matto alla pandemia. 

Starnuti a raffica e occhi gonfi sono in agguato. La primavera è sbocciata con tale forza che nell’aria abbondano anche i ‘soffioni’di graminacee, cipressi, noccioli e betulle. Siamo ufficialmente nel periodo in cui le allergie da pollini colpiscono alcuni milioni di persone, tra il 10 ed il 20% dei cittadini.

In questo momento particolare in cui imperversa il coronavirus il sovrapporsi delle patologie allergiche potrebbe complicare alquanto la diagnosi. Ma gli specialisti di Auxologico hanno fatto chiarezza su questo punto, e ci offrono una sorta di vademecum con le  principali differenze e le similitudini tra i sintomi delle allergie stagionali e la pandemia in corso.

Veniamo ai sintomi particolari e frequenti dovuti alle allergie da pollini. Eccoli: raffreddore “acquoso” e lacrimazione profusa che, al contrario, non sono tipiche dell’infezione da covid-19; mentre la congiuntivite e la tosse sono sintomi in comune. Altra differenza: nelle forme allergiche non si ha la febbre che è invece quasi costante nell’infezione virale. 

Gli esperti ricordano che la febbre è solo da infezione, non da allergia e quindi rappresenta un sintomo importante nella diagnosi differenziale. Ciò detto è sempre utile ricordare che esistono soggetti portatori del virus del tutto asintomatici. Questo ribadisce da un lato l’importanza di una corretta terapia per l’allergia e per l’asma allergico in particolare, dall’altro l’osservanza di tutte le norme comportamentali più volte segnalate dagli organi competenti per tutta la popolazione.   

Particolare attenzione deve averla chi soffre di asma. Sia chiaro, allergia e asma non sono fattori predisponenti all’infezione da Coronavirus, ma se si ha un’asma non controllata, una sovrainfezione sia di questo che di altri virus o da batteri può avere complicazioni.

Le abituali terapie con antistaminici e cortisonici nasali nelle forme rinitiche, opportunamente prescritte dagli allergologi, sono efficaci, assicurano gli esperti. Il problema è che il 50% degli allergici sono anche asmatici e questi pazienti spesso non seguono adeguatamente le terapie suggerite dagli pneumologi e allergologi, o le sospendono quando pensano di stare bene e non hanno evidenti sintomi. Ma è da ricordare che l’asma è una malattia cronica con una componente genetica e va quindi sempre adeguatamente trattata a seconda della gravità e dei valori della spirometria.

Nelle forme più lievi di asma e in assenza di esposizione agli allergeni è possibile utilizzare spray cortisonici aggiungendo spray contenenti anche un broncodilatatore all’inizio delle allergie.

Purtroppo solo una piccola percentuale dei pazienti allergici segue correttamente queste direttive e quindi, in questo periodo di esposizione ad allergeni stagionali, ci potrebbe essere una maggior necessità di differenziare i sintomi dell’allergia da quelli dell’infezione da Coronavirus o da altre infezioni virali più comuni e tutt’ora presenti da virus influenzale o da rinovirus.

Infine un suggerimento. La tanto ambita mascherina chirurgica torna doppiamente utile, usiamola: può diminuire l’inalazione di pollini, che sono ben più ‘grossi’ dei virus, e quindi diminuire le fastidiose conseguenze.

 

Dopo il dilemma dei tamponi, seguito da quello delle mascherine, ora è il turno dei cosiddetti test sierologici degli anticorpi. Ce ne sono centinaia, alcuni rapidi e altri detti “quantitativi”. Una vera e propria giungla in cui è difficile orientarsi. Entrambe le tipologie di test nascono con lo scopo di verificare tracce recenti o nuove di infezione da Covid-19, anche in caso di pazienti asintomatici.

I test rapidi, grazie ad una goccia di sangue, stabiliscono solo se la persona ha prodotto anticorpi e quindi è entrata in contatto con il virus. I test quantitativi, dove serve un prelievo, dosano invece in maniera specifica le quantità di anticorpi prodotti. In entrambi i casi i test sierologici vanno alla ricerca degli anticorpi (immunoglobuline) IgM e IgG. Le IgM vengono prodotte temporalmente per prime in caso di infezione. Con il tempo il loro livello cala per lasciare spazio alle IgG. Quando nel sangue vengono rilevate queste ultime, le IgG, significa che l’infezione si è verificata già da diverso tempo e la persona tendenzialmente è immune al virus.

Di test rapidi ne sono spuntati sul mercato ce ne sono oltre un centinaio, ma ci sono molti dubbi circa la loro affidabilità. “Questi test verificano la presenza di anticorpi che possono indicare che una persona è entrata in contatto con il virus, ma non rilevano e misurano gli anticorpi neutralizzanti, gli unici che quindi possono darci l’immunità”, spiega all’AGI Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli). “Questo li rende inaffidabili”, aggiunge.

Gli esami sierologici “quantitativi”, quelli effettuabili solo in laboratorio, sono invece molto più precisi. Anche in questo caso quelli attualmente disponibili sul mercato mondiale sono più di cento, ma non tutti sono stati validati. “Sono test che rilevano e quantificano la presenza di anticorpi neutralizzanti e sono certamente più affidabili di quelli rapidi”, spiega Clerici. “In Italia uno è già stato validato al Policlinico San Matteo di Pavia e ce ne sono almeno altri 3 in sperimentazione”.

Ma in alcune città italiane sono già diverse settimane che questi test vengono effettuati in laboratori privati. Discrepanza, questa, che renderà difficile avere un controllo epidemiologico dell’epidemia a livello nazionale. Senza contare ancora tutti i dubbi, scientificamente più che giustificati, circa la loro utilità e affidabilità. “Quando la ricerca degli anticorpi si effettua su un virus ancora poco conosciuto, c’è il rischio che i risultati siano inaffidabili”.

Per l’esperto non ha alcun senso, almeno in questo momento, pensare a un “patentino di immunità”. “La letteratura scientifica sull’argomento è troppo recente. Abbiamo solo alcune indicazione che a seguito dell’infezione si sviluppino gli anticorpi neutralizzanti, ma ci sono ancora molti interrogativi aperti: Quanto tempo dura l’immunità? Un mese o 4? Uno, 5 anni o tutta la vita? E quando compaiono questi anticorpi rispetto alla comparsa dei sintomi? E molte altre domande ancora”, conclude. 

L’aspirina è associata a una riduzione del rischio di tumore del colon-retto e altri tumori dell’apparato gastrointestinale, compresi alcuni che hanno una prognosi molto sfavorevole, come al pancreas e al fegato. Lo riporta l’analisi più ampia e completa ad oggi, pubblicata sulla rivista Annals of Oncology.

La ricerca, coordinata dall’Unità di Epidemiologia dei Tumori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, ha esaminato 113 studi osservazionali, pubblicati fino a marzo 2019, che hanno indagato la relazione tra aspirina e rischio di tumori del tratto digerente. Di questi, 45 riguardavano il tumore al colon-retto, per un totale di 156 mila casi. Oltre al tumore del colon-retto, sono stati considerati i tumori di testa e collo, esofago, stomaco, cardias, fegato e vie biliari, e pancreas.

“L’utilizzo regolare di aspirina, definito come l’assunzione di almeno una o due compresse a settimana – spiega Cristina Bosetti, capo dell’Unita’ di Epidemiologia dei Tumori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS – è associato a una riduzione significativa del rischio di sviluppare queste neoplasie, a eccezione di quelli della testa e collo. In particolare, l’utilizzo di aspirina è associato a una riduzione del rischio del 27 per cento di tumore del colon-retto (45 studi), del 33 per cento di tumore dell’esofago (13 studi), del 39 per cento di tumore del cardias (10 studi), del 36 per cento di tumore dello stomaco (14 studi), del 38 per cento di tumori epatobiliari (5 studi) e del 22 per cento di tumore del pancreas”.

Carlo La Vecchia, docente di Epidemiologia dell’Università degli Studi di Milano, aggiunge: “Sono previsti circa 175 mila decessi per tumore del colon-retto per il 2020 nell’Unione Europea, di cui circa 100 mila in persone di età compresa tra 50 e 74 anni. Ipotizzando che l’utilizzo regolare di aspirina nella popolazione in questa fascia di età aumenti dal 25 per cento al 50 per cento, vi potrebbe essere una riduzione di 5.000-7.000 decessi e di 12.000-18.000 nuovi casi di tumore del colon-retto. Le cifre corrispondenti per il tumore dell’esofago, stomaco e pancreas sarebbero di circa 3 mila decessi, e per il tumore al fegato di circa duemila decessi. Data la prognosi sfavorevole per questi tumori, il numero di nuovi casi sarebbe solo leggermente superiore a quello dei decessi”.

Per il tumore del colon-retto è stato analizzato l’effetto della dose e della durata. Il rischio di tumore si riduce all’aumentare della dose: un dosaggio compreso tra i 75 e 100 mg al giorno è associato a una riduzione del 10 per cento rispetto a chi non utilizza aspirina; un dosaggio di 325 mg al giorno è associato a una riduzione del 35 per cento e un dosaggio di 500 mg al giorno è associato a una riduzione del rischio del 50 per cento. Tuttavia, la stima del rischio calcolata per alte dosi di aspirina è basata su pochi dati e deve essere interpretata con cautela. Rispetto alle persone che non assumono regolarmente aspirina, il rischio di tumore del colon-retto è ridotto del 4 per cento dopo un anno di utilizzo, dell’11 per cento dopo tre anni, del 19 per cento dopo cinque anni e del 29 per cento dopo dieci anni.

“Le nostre osservazioni – conclude Bosetti – suggeriscono che dosi più elevate di aspirina siano associate a una maggiore riduzione del rischio di tumore del colon-retto. Tuttavia, la scelta della dose deve prendere in considerazione il potenziale rischio di sanguinamento gastrointestinale, così come di altre emorragie, che aumenta per dosaggi elevati. L’assunzione di aspirina per la prevenzione del carcinoma del colon-retto o di altri tumori gastrointestinali deve comunque essere effettuata dopo aver consultato un medico, che terrà conto del rischio individuale”.

“I conti li faremo alla fine, i dati fortunatamente sono in miglioramento, ma tante sono ancora le persone nei nostri ospedali. Le terapie intensive si riducono, ma sono ancora piene e le persone che escono hanno bisogno comunque di un lungo periodo di riabilitazione e probabilmente manterranno ‘cicatrici’ sui polmoni e altre problematiche per tutta la vita, e andranno seguite”. Lo ha detto l’assessore lombardo al Welfare, Giulio Gallera, parlando dell’emergenza coronavirus collegato con Mattino 5.

Dalla prossima settimana la Lombardia inizierà ad effettuare dei test sierologici per capire chi ha sviluppato gli anticorpi contro il coronavirus, ha aggiunto l’assessore lombardo: “È un test non rapidissimo, ma che ci consente di raddoppiare i numeri che abbiamo. Inizieremo in maniera selettiva tra operatori sanitari e cittadini che devono tornare al lavoro, 20 mila al giorno tra virologici e sierologici, inizieremo pian pianino, e speriamo di aumentare la capacità anche di questi test come numeri”.

Gallera ha quindi aggiunto: “Auspicheremmo di avere la possibilità di fare test velocissimi a tutti. Purtroppo tutti gli scienziati ci dicono che i test con la gocciolina di sangue, per ora, non hanno valore diagnostico. Questo test che si fa col prelievo del sangue, e non con la gocciolina, ha scopo di riscontrare se anticorpi sono immunizzanti, cioè se hanno bloccato e soffocato il virus. Se arrivassimo a test sierologici più veloci e affidabili saremmo i primi ad attivarli”.

“La Lombardia è stata l’epicentro di questa epidemia. Si sono ridotte drasticamente le previsioni più nefaste grazie al distanziamento sociale. I dati che avevamo i primi giorni, se non avessimo adottato alcuna misura, erano agghiaccianti” ha concluso Gallera, “Il fatto che la gente abbia fatto questo grosso sacrificio è servito tantissimo. Dobbiamo però ricominciare in modo graduale, qualche giorno in più per prepararci è necessario”

Circa l’80% dei pazienti con diagnosi di Covid-19 perde completamente l’olfatto e una percentuale ancora più elevata (88%) soffre di un certo grado di alterazione del gusto. E’ quanto emerge dal primo studio pubblicato finora sulla presenza di questi sintomi in pazienti con infezione da coronavirus lieve o moderata.

Le conclusioni dello studio sono state pubblicate sull’European Archives of Oto-Rhino-Laryngology e sono state condotte dal gruppo Young Investigators della International Federation of Otorhinolaryngology Societies (Yo-Ifos), con il sostegno della Società Spagnola per Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale (Seorl-Ccc) e altre società europee.

In totale, sono stati analizzati 417 pazienti provenienti da 12 ospedali in 4 diversi paesi (Spagna, Belgio, Francia e Italia). Tra le conclusioni, emerge che il 79% dei pazienti analizzati non presentava sintomi come ostruzione nasale o naso che cola, sintomi comunemente associati ad altre infezioni virali a livello nasale.

E’ inoltre significativa la maggiore propensione delle donne a soffrire di alterazioni dell’olfatto. Per quanto riguarda il gusto, l’88 percento dei pazienti ha riscontrato difficoltà nell’identificare aromi diversi come dolce, salato o amaro.

Come spiegato dal dottor Carlos M. Chiesa, coordinatore del gruppo di ricerca, i dati clinici provenienti dal continente asiatico hanno evidenziato come sintomi frequenti febbre, tosse, mancanza di respiro, secrezioni spesse, dolori muscolari o articolari, diarrea, mal di testa, mal di gola o naso che cola.

“Tuttavia, abbiamo visto come la diffusione di Covid-19 in Spagna e in Europa sia stata accompagnata da due nuovi sintomi come l’alterazione del senso dell’olfatto e del gusto”, ha spiegato.

Fino ad ora, sono state descritte solo alterazioni dell’olfatto associate all’infezione da altri virus, come il virus Epstein-Barr, la parainfluenza, il rinovirus o persino altri virus della famiglia dei coronavirus.

Esistono diverse ipotesi che potrebbero spiegare perché i pazienti nel continente europeo con il Covid-19 abbiano sviluppato sintomi o cambiamenti sensoriali nell’area del naso e della gola.

Questi includono la predisposizione alla malattia di alcuni individui o le mutazioni genetiche subite dal virus recentemente descritte da ricercatori italiani, ha sottolineato Pablo Parente, coordinatore del gruppo di lavoro sul Covid-19 e direttore delle relazioni internazionali al Seorl-Ccc.

Al momento, i risultati sono preliminari e non consentono ancora di comprendere appieno il significato di questo sintomo nella malattia o la percentuale di pazienti che sono riusciti a recuperare. “Tuttavia, il loro monitoraggio ci aiuterà

a raccogliere una maggiore quantita’ di dati per offrire informazioni corrette e verificate ai nostri pazienti”, ha affermato il dottor Christian Calvo.

 

Secondo un gruppo prestigioso di esperti, incaricato di una relazione sul Covid-19 per la Casa Bianca, la trasmissione del virus è possibile non solo attraverso starnuti o tosse ma anche solo parlando o, forse, persino respirando. Questo apre nuove scenario anche per l’utilizzo delle mascherine. E l’ex direttore dell’Oms, David Heymann, ha confermato alla Bbc che è in un corso una valutazione sulle direttive per le mascherine.

“Mentre l’attuale ricerca specifica sul coronavirus è limitata, i risultati degli studi disponibili sono coerenti con la trasmissione aerea del virus dalla respirazione normale”, si legge nella relazione scritta da Harvey Fineberg, presidente di un comitato composto con la National Academy of Sciences ed ex preside della Harvard School of Public Health, e indirizzata al comitato della Casa Bianca. Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, il virus si diffonde da persona a persona quando le persone si trovano a meno di due metri l’una dall’altra “attraverso goccioline respiratorie prodotte quando una persona contagiata tossisce o starnutisce”.

È vero – ha confermato Fineberg – la ricerca dimostra che anche le gocce aerosolizzate prodotte parlando o forse anche solo respirando possono diffondere il virus. La sua lettera alla Casa Bianca spiega che una ricerca in un ospedale in Cina mostra che il virus può essere sospeso nell’aria quando i medici e gli infermieri rimuovono gli equipaggiamenti protettivi, o quando i pavimenti vengono puliti o quando il personale si sposta.

Una ricerca dell’Università del Nebraska mostra che materiale genetico proveniente dal virus è stato trovato nelle stanze dei pazienti a più di un metro di distanza da loro, si legge ancora nella lettera. Fineberg ha affermato che è possibile che goccioline di coronavirus in aria possono restare sospese e potenzialmente contagiare altri che arrivano in un secondo momento. L’osservazione rimette in discussione anche l’uso delle mascherine, fino a qualche giorno fa per l’Oms le raccomandava solo ai malati e a chi si prende cura di loro. 

Fineberg ha invece affermato che la indosserà quando si recherà al supermercato. “Non indosserò una mascherina chirurgica, perché i medici ne hanno bisogno”, ha dichiarato Fineberg. “Ma ho una bella bandana in stile occidentale che potrei indossare. Ho delle opzioni piuttosto carine”, ha spiegato elencato tra le ipotesi una specie di passamontagna per coprire naso e bocca.

Anthony Fauci, super consulente della Casa Bianca sul coronavirus, ha dichiarato che è in corso di approfondita valutazione l’idea di raccomandare un ampio uso di mascherine negli Stati Uniti per prevenire la diffusione del Covid-19. Un gruppo di consulenti dell’Oms valuterà la distanza a cui si può propagare il virus e di conseguenza la necessità o meno di usare le mascherine.

Il presidente del gruppo, David Heymann, ex direttore dell’Oms, ha dichiarato alla Bbc News che la nuova ricerca potrebbe portare a un cambiamento nei consigli sulle mascherine. “L’Oms sta riaprendo la discussione esaminando le nuove prove per vedere se ci debba essere un cambiamento nel modo in cui consigliare le mascherine”.

Nei giorni scorsi, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, aveva riconosciuto la presenza di “un dibattito sull’uso della mascherine”, confermando tuttavia che l’Oms “le raccomanda per le persone malate e per chi si prende cura di loro”.

“In queste circostanze, le mascherine sono efficaci solo se combinate con altre misure protettive. L’Oms continua a raccogliere tutte le prove disponibili e continua a valutare l’uso potenziale delle mascherine in modo più ampio per controllare la trasmissione di Covid-19 a livello di comunità”, ha spiegato. “Stiamo continuando a studiare le prove sull’uso delle mascherine. La priorità dell’Oms è che gli operatori sanitari in prima linea siano in grado di accedere a dispositivi di protezione individuale essenziali, tra cui mascherine e respiratori medici”, ha aggiunto.

Per molti sono il futuro, anzi il presente: i laboratori privati sono pronti a partire a tappeto, Veneto e Lombardia aspettano solo il via libera, il Governo si aspetta risposte dai suoi scienziati per poter programmare la ripartenza, superando i ben più complessi tamponi. Ma I test sierologici, in grado di individuare in tempi rapidi se c’è stata risposta immunitaria a un’infezione (in questo caso ovviamente al coronavirus), e quindi non solo a stabilire chi è malato ma anche chi lo è stato, sono ancora inaffidabili, perchè troppe variabili sono ancora poco note sulla reazione del nostro organismo al virus. È la posizione dell’associazione microbiologi clinici (Amcli), che in un documento lancia l’allarme sull’attendibilità dei test, considerando rischioso al momento utilizzarli a fini clinici.

“La diagnostica molecolare è l’unico metodo, al momento, raccomandato per l’identificazione dei casi infettivi”, sottolineano gli esperti. Mentre “i test sierologici (per la rilevazione anticorpale o antigenica) saranno destinati a rivestire un ruolo importante nella ricerca e nella sorveglianza ma non sono, ad oggi, affatto raccomandati per l’individuazione dei casi”.

Domande senza risposta

Soprattutto perché ci sono molte domande ancora senza risposta: “I test che rilevano la presenza di antigeni virali sono in grado di individuare in modo elettivo e sistematico il virus, o possono determinare risultati falsamente negativi?”, si chiedono i microbiologi. “Esistono cross-reazioni con altri Coronavirus, responsabili di patologie diffuse e benigne, tali da determinare risultati falsamente-positivi?”.

E ancora: “A che distanza dalla comparsa dei sintomi è possibile identificare IgM nel siero dei pazienti? Per quanto tempo le IgM specifiche perdurano (IgM-positivo significa infezione recente o passata)?; Quando compaiono le IgG specifiche dopo la comparsa dei sintomi e a che distanza dalla scomparsa delle IgM (sieroconversione)?; Per quanto tempo le IgG specifiche perdurano nel tempo?; la presenza di IgM o IgG specifiche è sinonimo di protezione (attività neutralizzante)?

Pare evidente – sottolinea Amcli – che le risposte a tali quesiti non sono affatto di poco conto: il loro chiarimento serve a non fraintenderne il risultato, a condizione di rispondere correttamente ai quesiti diagnostici: la persona che ho davanti ha o non ha il virus SARS CoV-2? oppure ha un altro Coronavirus diverso da SARS CoV-2? è o non è guarita? è o non è in grado di infettare ancora i suoi contatti? È evidente che non si può correre il rischio di dare risposte errate, non interpretabili o di incerta interpretazione. D’altra parte i test di laboratorio che si utilizzano per la diagnosi di tutte le malattie infettive sanno rispondere a queste domande, e sono utilizzati solo quando a queste domande sanno effettivamente dare risposta”. 

I metodi di rilevazione

​Sono, ad oggi, disponibili test che utilizzano, per la rilevazione di anticorpi anti-SARS CoV-2, metodi in chemiluminescenza, in EIA ed in immunocromatografia: i primi due, quantitativi, comportano che siano effettuati in laboratorio; “il terzo, qualitativo – definibile “rapido” (tempi di risposta di circa 15 minuti) – potrebbe essere utilizzato anche in situazioni di reale emergenza, al di fuori del laboratorio. Questi ultimi sono però gravati da sensibilità e specificità variabile (in particolare per IgM) e sono assolutamente “operatore-dipendente” nella loro interpretazione, oltre a consentire una gestione assolutamente incontrollata del loro utilizzo se fossero licenziati per un utilizzo anche extra-ospedaliero”.

Il censimento dei test sierologici disponibili sul mercato mondiale annovera prodotti di più di 100 aziende, di molte delle quali è difficile, sottolineano tuttavia gli esperti, identificare produttore e distributore. “Le conoscenze attuali – fatti salvi alcune casistiche assai limitate e alcuni case report, certamente interessanti ma ancora solo aneddotici – confermano che la cinetica anticorpale del virus SARS CoV-2 è sconosciuta, sia in fase iniziale di COVID-19, sia in fase conclamata sia, da ultimo, dopo la risoluzione clinica della malattia”.

“Alcuni dati preliminari indicano che la comparsa degli anticorpi (IgM, IgG ed IgA) si sviluppa dopo diversi giorni dall’infezione (7-14, mediamente 10, tanto che sembrerebbe che solo il 20% dei soggetti malati presenti anticorpi dopo 4 giorni), che la positività non è rilevabile in tutti i pazienti ricoverati e che i dati (ancora pochi) nei pazienti clinicamente guariti non sono interpretabili”, prosegue l’associazione, “d’altra parte, dati di sieroprevalenza effettuati nei confronti del virus SARS hanno confermato la positività per IgG specifiche per un tempo limitato (2 anni), cui ha fatto seguito – a far corso dal terzo anno – dalla negativizzazione, lasciando immaginare la possibilità di reinfezioni dopo tale periodo dall’esposizione. D’altra parte, non sono neppure note le performance analitiche dei singoli kit diagnostici disponibili in commercio, la cui variabilità è verosimilmente estesa e comunque, certamente, da valutare”.

Quindi, in conclusione, “se i metodi biomolecolari si confermano ancora oggi fondamentali quali test diagnostici (meno per finalità epidemiologiche), quelli sierologici potranno essere utilizzati massimamente per valutazioni di sieroprevalenza (per le quali le tecnologie biomolecolari non risultano appropriate) e meno – se non in associazione sulla base di precisi e rigorosi algoritmi diagnostici – a fini clinici”. 

Le persone con diabete non hanno un rischio maggiore di contrarre il covid-19, ma hanno invece maggiori probabilità di sviluppare complicanze se si ammalano. È questo il messaggio contenuto in una lettera pubblicata sul Journal of Endocrinological Investigation da un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, autori di uno studio che aiuta a fare chiarezza su uno dei temi più sentiti tra le persone con diabete. 

In questi giorni i centralini delle società scientifiche di diabetologia sono sommersi di chiamate da parte di persone con diabete, spaventate rispetto al loro rischio contagio. Anche per questo motivo nei giorni scorsi le principali società scientifiche (Sid, Amd e Sie), hanno deciso di istituire un numero verde per dare risposte qualificate alle persone con diabete. E ora si aggiunge anche una nuova notizia rassicurante sul versante scientifico. I ricercatori padovani hanno dimostrato che le persone con diabete non sono ad aumentato rischio di infezione da Covid-19, ma i pazienti che contraggono l’infezione sono a maggior rischio di complicanze.  

I ricercatori dell’ateneo patavino hanno effettuato una metanalisi, combinando i dati riportati in 12 studi cinesi (su un totale di 2108 pazienti) e alcuni dati preliminari italiani. I risultati di questo studio evidenziano che, tra quanti avevano contratto l’infezione, la percentuale di soggetti affetti da diabete non era superiore rispetto alla prevalenza del diabete nella popolazione generale.

Pertanto, il diabete non sembra esporre ad un rischio aumentato di contrarre l’infezione da nuovo coronavirus. Le persone con diabete hanno normalmente un rischio maggiore di sviluppare complicazioni nel corso di qualunque malattia acuta, infezioni comprese. I risultati di questo studio confermano questa regola generale.

Tra le persone con infezione da Covid-19 con decorso sfavorevole, la prevalenza di persone con diabete è risultata maggiore. Quindi, in caso di infezione, le persone con diabete presentano, come atteso, un maggior rischio di complicanze. Va comunque sottolineato che i pazienti con andamento peggiore erano mediamente molto anziani e affetti anche da altre patologie. Pertanto, al momento, non è possibile stabilire quale sia il reale contributo del diabete nel determinare la prognosi dell’infezione da nuovo coronavirus e quali possano essere i meccanismi coinvolti.

Gli autori dello studio concludono dunque che “il diabete non aumenta il rischio di infezione da SARS-CoV-2, ma i medici devono essere a consapevoli del fatto che una maggiore attenzione va posta ai pazienti diabetici durante l’infezione”.

“Questo studio – commentano Francesco Purrello, presidente della Società italiana di diabetologia, Paolo Di Bartolo, presidente dell’Associazione medici diabetologi, e Francesco Giorgino, presidente della Società italiana di endocrinologia – aiuta a fare chiarezza rispetto al tema diabete e Covid-19 che sta ingenerando grande preoccupazione tra le persone affette da questa condizione cronica (in Italia 4 milioni). I risultati dimostrano chiaramente che le persone con diabete non sono ad aumentato rischio di contagio. Devono tuttavia essere prudenti, come e più del resto della popolazione, e seguire scrupolosamente le misure di prevenzione più volte ribadite dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità: distanziamento sociale – cioè stare a casa per quanto possibile, mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone, stare lontani da persone con sintomi respiratori (tosse, starnuti) – e lavare (o disinfettare) frequentemente le mani. Nel caso in cui una persona con diabete contragga l’infezione da Covid-19, i medici dovranno vigilare con maggiore attenzione, per gestire l’aumentato rischio di complicanze alle quali questa popolazione risulta esposta”. 

 

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