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Il vaccino per la prossima influenza stagionale, in tempi di coronavirus, viene “raccomandato” e offerto gratuitamente a tutti i bambini da 6 mesi a 6 anni e alle persone sopra i 60 anni, oltre che a tutte le categorie a rischio e agli operatori sanitari.

È quanto prevede la circolare del ministero della Salute ‘Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2020-2021’, pubblicata oggi, secondo cui “nella prossima stagione influenzale 2020/2021, non è esclusa una co-circolazione di virus influenzali e SARS-CoV-2″.

Perché il vaccino antinfluenzale è importante contro il Covid-19

È importante che si vaccinino contro l’influenza in particolare i soggetti ad alto rischio di tutte le età, per semplificare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti, dati i sintomi simili tra Covid-19 e Influenza.

Vaccinando contro l’influenza, inoltre, si riducono le complicanze da influenza nei soggetti a rischio e gli accessi al pronto soccorso”. Quanto al tema specifico dei bambini da 6 mesi a 6 anni, per i quali fino allo scorso anno il vaccino era raccomandato solo in presenza di fattori di rischio, il documento sottolinea “l’opportunità di raccomandare la vaccinazione in questa fascia di età, anche al fine di ridurre la circolazione del virus influenzale fra gli adulti e gli anziani nell’attuale fase pandemica”.

Il vaccino viene inoltre offerto gratuitamente, come ogni anno, ai soggetti a rischio (malati cronici, operatori sanitari, forze di pubblica sicurezza) e agli over 65, ma “per la stagione 2020-2021, a causa dell’emergenza COVID-19, al fine di facilitare la diagnosi differenziale nelle fasce d’età di maggiore rischio di malattia grave, la vaccinazione antinfluenzale puo’ essere offerta gratuitamente nella fascia d’età 60-64 anni”.

Cosa deve fare chi sta a contatto con gli anziani

Il vaccino antinfluenzale sarà obbligatorio per gli operatori sanitari, ma anche per gli anziani ricoverati in Rsa. Nella circolare del ministero si sottolinea che “per quanto riguarda gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie che operano a contatto con i pazienti, e gli anziani istituzionalizzati in strutture residenziali o di lungo degenza, la vaccinazione e’ fortemente raccomandata nella prospettiva di una iniziativa legislativa che la renda obbligatoria”. 

Quando conviene vaccinarsi?

Quanto ai tempi, “vista l’attuale situazione epidemiologica relativa alla circolazione di SARS-CoV-2, si raccomanda di anticipare la conduzione delle campagne di vaccinazione antinfluenzale a partire dall’inizio di ottobre e offrire la vaccinazione ai soggetti eleggibili in qualsiasi momento della stagione influenzale, anche se si presentano in ritardo per la vaccinazione. Questo può essere particolarmente importante se si tratta di una stagione influenzale tardiva o quando si presentano pazienti a rischio”.

Dopo quanto tempo è attivo il vaccino?

La decisione di vaccinare “dovrebbe tenere conto del livello di incidenza della sindrome simil-influenzale nella comunità, tenendo presente che la risposta immunitaria alla vaccinazione impiega circa due settimane per svilupparsi pienamente. Al fine di ridurre l’impatto di una probabile co-circolazione di SARS-CoV-2 e virus influenzali nel prossimo autunno, e’ cruciale che le Regioni e Province Autonome avviino le gare per l’approvvigionamento dei vaccini anti-influenzali al piu’ presto basandole su stime effettuate sulla popolazione eleggibile e non sulle coperture delle stagioni precedenti”.

Quanti dovrebbero vaccinarsi?

Gli obiettivi di copertura, per tutti i gruppi target, sono il 75% come obiettivo minimo perseguibile e il 95% come obiettivo ottimale. Si raccomanda allo scopo “un tempestivo avvio di campagne di comunicazione (fondate su solidi modelli teorici di riferimento) che includano il più ampio spettro di destinatari (tutto il personale sanitario, con particolare attenzione agli operatori impegnati in contesti assistenziali a lungo termine; soggetti anziani; nuovi gruppi individuati nella campagna 2020/2021, tutti i gruppi a più elevato rischio di complicanze conseguenti a contagio influenzale) prevedendo messaggi rivolti alla popolazione generale e altri, più specifici, per gruppi omogenei”.

 

AGI – In occasione della Giornata mondiale della bicicletta che si celebra ogni anno il 3 giugno, Dottori.it,  ha chiesto a Guidalberto Guidi, cardiologo, medico dello sport e consulente per importanti società di assicurazioni e squadre di calcio della massima lega, alcuni consigli sui vantaggi dell’uso quotidiano della bicicletta. Questo anche in vista dell’incremento del suo utilizzo come mezzo di trasporto alternativo, incoraggiato dal bonus mobilità messo a disposizione dal Governo per chi acquista bici e monopattini elettrici. 

​”Usare la bici quotidianamente fa bene a tutti, compresi soggetti con patologie. L’attività aerobica che si pratica andando in bicicletta, e che coinvolge vaste aree muscolari, fornisce energia per tempi prolungati. Il consiglio di incrementarne l’uso – spiega il medico – è valido, oltre che per i soggetti sani, anche per quelli con patologie come l’ipertensione arteriosa, il sovrappeso, il diabete o il colesterolo elevato in cui questa attività si può integrare con una corretta terapia farmacologica”. 

Ecco per chi non è consigliabile

Andare in bicicletta è invece sconsigliato a persone con difficoltà di equilibrio perché più esposte al pericolo di cadere, a chi ha problemi respiratori cronici e ai giovani che sono soggetti allergici gravi. Questi ultimi infatti in alcuni periodi dell’anno possono soffrire di disturbi seri come l’asma, che va ad inficiare la resistenza fisica necessaria a pedalare.

I benefici per la salute

Per quanto riguarda l’apparato cardiovascolare uno dei primi fenomeni che si manifestano con lo sforzo fisico riguarda l’incremento della frequenza cardiaca con conseguente aumento della portata cardiaca e miglioramento della circolazione sanguigna e della pressione arteriosa. “Sul cuore l’attività aerobica eseguita anche andando in bici determina, come adattamento, un aumento di volume delle cavità cardiache”.  ​

Come prendere le ‘giuste misure’

Bisogna però prendere le giuste misure: per pedalare in maniera efficace e preservare i muscoli da affaticamenti precoci, il piede deve essere perfettamente parallelo al terreno e il tallone trovarsi in asse con il pedale. No quindi a posizioni che portino la gamba a spingere il pedale con la punta del piede o il tallone.  Determinante anche la lunghezza del telaio, cioè la distanza tra sella e manubrio: per prevenire fastidiosi mal di schiena è importante acquistare una bici confortevole e trovare il modello migliore che si adatti alla propria conformazione fisica.

I benefici per i bambini

Per quanto riguarda i bambini, dal punto di vista fisico, il vantaggio maggiore è l’apprendimento del coordinamento necessario a muovere il manubrio, a cambiare direzione e a stare in equilibrio. “Ciò contribuisce anche al raggiungimento di una capacità autonoma di movimento che risulta, in bicicletta, equilibrato ed armonioso. I più grandi sperimentano anche le possibilità del loro corpo, dunque capiscono fino a dove è possibile arrivare e quando iniziano, per esempio, a stancarsi. La bicicletta è un mezzo che i bambini guidano sì da soli, ma sempre accompagnati dagli adulti: a livello psicologico contribuisce così ad insegnare loro anche l’autonomia”.

“L’emergenza non è finita, il virus continua a circolare. Il ricordo dei morti deve essere sempre nei nostri cuori”. Lo ha detto Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello “Spallanzani” di Roma, intervenendo ad “Agora’” su Raitre. “Non è il momento di polemizzare – ha aggiunto – in ogni cosa detta c’è un pezzetto di verità ma le informazioni vanno lette nel loro complesso”. 

“Dobbiamo essere vigili perché questa operazione di ricostruzione della sanità, per la quale potremo avere tanti fondi, non si trasformi in un meccanismo terribile dove possano esserci ruberie e chi se ne approfitta: le emergenze sono il posto migliore perchè la gente si arricchisca” ha detto Ippolito.

“I cittadini” ha aggiunto Ippolito “devono garantirsi che non ci siano più ospedali senza personale: cacciamo fuori i raccomandati e, se possibile, cacciamo fuori la politica dalla sanità. Ridefiniamo un nuovo modello di servizio sanitario: o lo facciamo adesso o non lo faremo più, ci vorranno altre due generazioni “.

 

AGI – Duemila arance al giorno: è la ‘bomba’ di vitamina C che puo’ aiutare a sconfiggere i tumori, potenziando l’attività anticancro del sistema immunitario e rendendo più efficaci e meglio tollerate le immunoterapie a base di inibitori dei checkpoint, promettenti ma spesso gravate dalla comparsa di resistenze al trattamento e da un aumento del rischio di malattie autoimmuni.

Per essere utili però le mega-dosi di vitamina C, impossibili da assumere con alimenti o integratori per bocca, devono essere somministrate per via endovenosa per almeno due settimane: lo dimostra una ricerca pubblicata di recente su Science Translational Medicine dai ricercatori dell’Istituto di Candiolo, che è stata condotta su topolini con melanomi o tumori della mammella, al colon-retto o al pancreas, sottoposti o meno a immunoterapia oncologica.

Gli incoraggianti risultati riaccendono i riflettori sull’uso della vitamina C come anticancro, ma in maniera completamente nuova rispetto al passato e agli antipodi delle strategie ‘fai da te’ con integratori e supplementi.

“Dopo i dati positivi sull’aumento della sopravvivenza in pazienti con tumori trattati con vitamina C raccolti negli anni ’70 ma mai adeguatamente riprodotti e comprovati, gli studi sul ruolo di questa vitamina nel cancro sono stati a lungo abbandonati”, spiega Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare presso l’Istituto di Candiolo e professore ordinario del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino.

Di recente si è scoperto che la vitamina C somministrata per via orale non può essere assorbita dall’intestino a dosi tali da avere un effetto anticancro; così abbiamo deciso di testare mega-dosi iniettandole direttamente nel peritoneo di topolini affetti da diversi tumori solidi, cercando di capirne l’effetto sul cancro e sul sistema immunitario”.

I risultati mostrano innanzitutto che la vitamina C da sola ‘accende’ i linfociti T e li attiva a rispondere meglio contro il tumore, che così rallenta in maniera significativa la sua crescita. “Questo conferma che il possibile effetto anticancro della vitamina C è mediato dall’azione positiva che essa ha sul sistema immunitario”, osserva Federica Di Nicolantonio, professore associato all’Università di Torino e a capo del laboratorio di epigenetica del cancro presso l’Istituto di Candiolo.

“Abbiamo quindi cercato di capire se tale effetto si mantenga anche in caso di immunoterapia, co-somministrando la vitamina C assieme a due farmaci inibitori dei checkpoint, già approvati per la terapia di alcuni tumori ma gravati da frequenti effetti collaterali, come la comparsa di resistenze al trattamento o di malattie autoimmuni”.

I checkpoint sono infatti ‘freni molecolari’ che in condizioni normali controllano il sistema immunitario bloccando reazioni di difesa eccessive che danneggerebbero i tessuti o provocherebbero appunto malattie autoimmuni: sbloccarli attraverso gli inibitori è utile in caso di tumori, perché la risposta immune diventa così più incisiva e può avere la meglio sul cancro, ma è frequente la comparsa di reazioni autoimmuni che impongono lo stop alle cure.

“La contemporanea somministrazione delle mega-dosi di vitamina C ha potenziato l’effetto dell’immunoterapia con gli inibitori di checkpoint, rallentando la crescita dei tumori e addirittura portando alla regressione completa in alcuni animali con tumore al seno. Si tratta di risultati pre-clinici, ma se saranno confermati da successivi studi sull’uomo la ‘triplice terapia’ con vitamina C e i due inibitori di checkpoint potrebbe aprire la strada a nuove prospettive di cura nell’ambito delle terapie oncologiche integrate, rendendo le iniezioni endovenose di vitamina C ad alte dosi una strategia da abbinare all’immunoterapia”, conclude Bardelli. 

Si intitola “Effetto Quarantena. Chi siamo e cosa saremo nella stagione del Covid-19” ed è il libro che Luca Pani, psichiatra, già dg Aifa, professore ordinario di Farmacologia Clinica all’Università di Modena-Reggio Emilia e di Psichiatria all’Università di Miami, e Maria Elena Capitanio, giornalista e collaboratrice tra gli altri di Panorama e de il Giornale, hanno scritto nei giorni del lockdown. Un volume utile per aprire una finestra su di una riflessione psicosociale sugli effetti delle misure di contenimento volute dai governi a livello globale.

Firmato da uno delle più autorevoli voci della psichiatria mondiale e da una delle giornaliste più presenti sulla scena politica e sociale degli ultimi anni, il libro, edito da LSWR, già disponibile dal 15 maggio nella versione e-book su Amazon al prezzo di 4,90 euro, arrivato nelle librerie il 25 al costo di 9,90 euro. Il testo analizza e introietta gli effetti dell’emergenza Covid-19 cercando di delineare un percorso che conduca fuori dal tunnel. Quale mondo ci sta aspettando?

A questa domanda gli autori cercano di rispondere con esempi concreti, con ipotesi strutturate e modelli positivi, senza sminuire quello che verrà ricordato come uno dei periodi più bui del nostro secolo. La pandemia porterà con sé una crisi economica severa, la società cambierà volto, il modo di relazionarsi con gli altri muterà sensibilmente dando vita a quella che gli autori chiamano ‘una nuova grammatica della salute, della politica, della finanza, e, aspetto da non trascurare, anche dei sentimenti’

“Bisogna essere consapevoli – spiega il professor Pani – che ci troviamo nel mezzo di un evento darwiniano, inteso come incontro tra due popolazioni, quella umana e questa virale, che sino a pochi mesi fa non si conoscevano. Un consiglio che posso dare ai lettori, e non solo, è quello di usare il nostro istinto ma non troppo. Fatevi guidare dalla scienza ma rendetevi anche conto che ancora non abbiamo ancora tutte le informazioni che ci servirebbero per prendere decisioni logiche. Non mettete a rischio le persone che vi stanno vicino e i più deboli perché altrimenti la vostra sofferenza psichica aumenterà. Rispettate i fondamentali del cervello umano: fate attività fisica regolare, mangiate e dormite bene e ricordate che tutto questo passerà”.

Il libro è un giro del mondo in cento pagine che ripercorre i momenti salienti di questa pandemia: dalle prime avvisaglie allo stato di emergenza che mano a mano è stato proclamato in ogni angolo del pianeta; dalle comunicazioni frammentate che a inizio 2020 arrivavano dalla Cina fino alle solitarie sepolture di massa sull’isola di Hart Island a New York; dalla colonna di camion militari di Bergamo agli applausi e ai canti dai balconi. Un vademecum che regala non solo consigli, ma che per primo forse prova a ripercorrere la storia del Covid-19 attraverso tutti gli strati della società contemporanea. 

“Il lockdown – racconta Capitanio – per me è arrivato dopo aver subito stalking da un hater per tre mesi, quindi restare chiusa in casa mi ha costretto a fare i conti con le mie emozioni. La rabbia è stata la compagna delle prime settimane, poi è arrivata la tristezza e infine la speranza. È stato un vero e proprio viaggio che ho voluto approfondire a mo’ di inchiesta giornalistica per restituire al pubblico di lettori una guida utile ad affrontare la ripartenza. Una fase 2 che possa essere una rinascita, uno slancio a tagliare il superfluo e godere dell’essenziale, senza dimenticarsi che nella vita, è proprio vero, tutto passa e nulla si ripete, quindi è necessario avere anche la giusta dose di leggerezza e allegria. Il pensiero, poi, è andato a tutti gli operatori sanitari, per cui lo stress si è ripetuto ogni giorno, cronicizzandosi, e ai bambini e adolescenti, che sono stati i più penalizzati dalle misure di contenimento.”

Gli autori hanno deciso di devolvere i proventi del volume Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Il Covid-19 gli aveva ‘bruciato’ i polmoni ma è stato salvato da un trapianto record al Policlinico di Milano. Il giovane dal coronavirus. E’ la prima volta in Europa per un’operazione di questo tipo: negli stessi giorni un intervento analogo anche in Austria    

Francesco ha 18 anni, e li ha compiuti due settimane prima che in Italia esplodesse i coronavirus. La pandemia gli ha cambiato letteralmente la vita: perché anche se era giovane e perfettamente sano, il virus lo ha infettato e gli ha danneggiato irrimediabilmente i polmoni, ‘bruciando’ ogni capacità di respirare normalmente. A salvarlo è stato un trapianto record effettuato al Policlinico di Milano, con un percorso che prima di oggi era stato tentato solo in Cina, dove la diffusione del coronavirus ha avuto inizio. Il coordinamento operativo è stato assicurato dal Centro nazionale trapianti in sinergia con il Centro regionale trapianti della Lombardia e il Nord Italia transplant program. 

Questa storia inizia il 2 marzo scorso, quando Francesco – alto, in buona salute, senza alcuna patologia pregressa – sviluppa una febbre alta. Ci vogliono solo quattro giorni perché precipiti tutto: il 6 marzo viene ricoverato nella terapia intensiva realizzata alla tensostruttura dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano per l’aggravarsi delle sue condizioni, e solo due giorni dopo ha bisogno di essere intubato.

Intanto il virus non smette di fare danni, e compromette i polmoni del ragazzo così tanto che il 23 marzo i medici dell’Unità di Terapia Intensiva cardiochirurgica del San Raffaele lo devono collegare alla macchina ECMO per la circolazione extracorporea. Ma anche questo non basta più, e il virus colpisce ancora più duramente: ormai i suoi polmoni si sono compromessi irrimediabilmente, non si torna più indietro.

A metà aprile arriva il primo barlume di speranza: in un confronto con gli esperti della Chirurgia Toracica e Trapianti di Polmone del Policlinico di Milano, diretti da Mario Nosotti, si decide di tentare un’ultima risorsa, quella di donargli dei polmoni nuovi. Una cosa mai tentata finora, se non in pochi rari casi in Cina (e in un singolo caso a Vienna, eseguito anch’esso la scorsa settimana), e che gli stessi medici definiscono “un salto nel vuoto”.     

“Qui, oltre alle competenze tecniche – racconta il professor Nosotti, direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia toracica all’Università degli Studi di Milano – devo sottolineare la caparbietà e il coraggio dei colleghi del San Raffaele che, invece di arrendersi, ci hanno coinvolto in una soluzione mai tentata prima nel mondo occidentale. La nostra esperienza prende spunto da quella del professor Jing-Yu Chen dell’ospedale di Wuxi in Cina, che conosciamo personalmente e con quale abbiamo discusso alcuni aspetti tecnici, dal momento che per ovvi motivi si è trovato a fronteggiare il problema prima di noi”. ​

La strada da percorrere non è affatto semplice: gli ospedali sono impegnati con la pandemia e ogni procedura – anche la più banale – ha bisogno di attenzioni e cautele finora impensabili. Intanto gli esperti del Policlinico mettono in atto la strategia: i chirurghi toracici, insieme ai pneumologi, agli infettivologi, ai rianimatori, agli esperti del Centro Trasfusionale pianificano tutto nei minimi dettagli.     

Si mette in moto anche la macchina del Centro nazionale trapianti: l’intervento e le condizioni del paziente passano al vaglio della task force infettivologica che in questo momento ha il delicato compito di “proteggere” il sistema trapianti dal Covid-19 e, dopo la valutazione positiva, il giovane viene inserito in lista d’attesa urgente nazionale: è il 30 aprile.

Da Roma viene immediatamente attivata la ricerca degli organi e pochi giorni dopo sembra esserci un donatore disponibile, ma risulta quasi subito non idoneo. Intanto il ragazzo continua a peggiorare e “le sue riserve – commenta Nosotti – sembravano ormai prossime alla fine”. Ma poco meno di due settimane fa è arrivata la svolta tanto attesa: viene individuato un organo idoneo, donato da una persona deceduta in un’altra Regione e negativa al coronavirus, e viene immediatamente predisposto il prelievo e il trasporto dei polmoni a Milano.

“Nel frattempo – continua Nosotti – i colleghi del San Raffaele affrontavano la delicata fase di trasporto del paziente nella nostra sala operatoria dedicata agli interventi Covid”. Un trapianto è un intervento sempre delicato, ma lo è ancora di più quando tutto il personale della sala operatoria è pesantemente protetto dai dispositivi di protezione contro il virus, tra cui anche dei caschi ventilati, che impacciano i movimenti e affaticano gli esperti in modo importante: “tanto che avevamo programmato un cambio di equipe chirurgica, così come di quella anestesiologica ed infermieristica ad intervalli regolari in modo da permettere ai colleghi di riprendere fiato”. ​

L’intervento è stato complesso anche per i gravi danni provocati dal coronavirus: “I polmoni, infatti, apparivano lignei, estremamente pesanti e in alcune aree del tutto distrutti. E’ stato poi confermato all’esame microscopico un diffuso danno degli alveoli polmonari, ormai impossibilitati a svolgere la loro funzione, con note di estesa fibrosi settale”.     

L’operazione si conclude perfettamente, e dopo circa 12 ore viene scollegata la circolazione extracorporea: “Una cosa non del tutto comune, soprattutto considerando che il paziente era collegato alla ECMO da due mesi”. Nella delicata gestione post-operatoria è stato utilizzato anche il plasma iperimmune.

Oggi Francesco è sveglio, collaborante, segue la fisioterapia e viene lentamente svezzato dal respiratore. Ci vorrà ancora del tempo perché possa tornare a una vita il più possibile normale, ma forse il peggio è passato. Ora dovrà seguire una lunga riabilitazione, non tanto per l’infezione da coronavirus (dalla quale ormai è guarito), quanto per i 58 giorni che ha passato bloccato a letto, intubato e assistito dalle macchine.    

“Il nostro Ospedale è tra centri più importanti d’Italia per l’attività trapiantologica, sia come volumi sia come capacità di innovazione – spiega Ezio Belleri, direttore generale del Policlinico di Milano -. Nel 2019 abbiamo fatto ben 34 trapianti di polmone, siamo stati i primi a mettere in campo il ricondizionamento polmonare nel 2011, e il primo prelievo da donatore a cuore non battente nel 2014. Dall’inizio del 2020 abbiamo eseguito già 9 trapianti, di cui 4 durante la pandemia. Crediamo sia importantissimo divulgare la nostra esperienza, sicuri del fatto che possa servire da guida e ispirazione per i tanti casi che la pandemia ha generato. Poter rimediare ai danni polmonari da Covid-19 con il trapianto rappresenta un’opportunità in più per i tanti pazienti che sono stati colpiti duramente da questo coronavirus: è un percorso per nulla semplice, ma abbiamo appena dimostrato che si può portare a termine con successo”.     

“Riuscire a compiere quello che appare quasi un miracolo, in piena pandemia – conclude Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia – dimostra ancora una volta l’eccellenza della sanità lombarda. Esprimo a nome della Giunta e di tutti i lombardi le più vive congratulazioni a tutta l’equipe del Policlinico di Milano e al Centro Nazionale Trapianti, per essere stati pionieri di una pratica che potrà essere replicata in tutto il mondo, ma soprattutto per aver ridato la vita a questo giovane paziente, colpito in modo drammatico dal virus. A Francesco l’augurio più grande di tornare presto in forze”. 

Le mascherine di stoffa fatte in casa possono aiutare nella lotta alla pandemia da coronavirus bloccando fino al 99 per cento delle particelle infettive. Lo sostengono in un articolo pubblicato su Annals of Internal Medicine gli esperti della McMaster University in Canada, che hanno analizzato gli studi dell’ultimo secolo relativi all’uso e all’efficacia delle mascherine realizzate autonomamente.

“I dispositivi di stoffa, in particolare se realizzati con diversi strati di cotone, possono impedire il passaggio di virus e particelle. Non abbiamo ancora una prova diretta dell’efficacia delle mascherine non mediche, ma esistono evidenze convincenti della loro effettiva utilità nel ridurre la contaminazione dell’aria e delle superfici”, spiega Catherine Clase, docente di Medicina presso la McMaster University.

“L’assenza di prove a favore dell’efficacia delle maschere al di fuori dell’ambiente sanitario è ciò che ha reso le decisioni di salute pubblica sulla necessità dell’uso di tali dispositivi estremamente difficili e disparate nei vari paesi del mondo”, prosegue la ricercatrice, ricordando che il Centers for Disease Control and Prevention, l’istituto di sanità pubblica statunitense, sostiene l’uso di maschere di stoffa negli spazi pubblici.

“Secondo il nostro studio il tessuto può bloccare le particelle fino a cinque micrometri di diametro, questo significa che il materiale infettivo non penetra attraverso la mascherina, proteggendo il soggetto che la indossa dal pericolo esterno e impedendo la diffusione esterna di aerosol che potrebbero essere emessi dal soggetto stesso”, aggiunge ancora Clase.

Il suo team ha esaminato articoli e studi scientifici degli ultimi cento anni relativi all’utilità delle mascherine, trovando una serie di ricerche che ne avvalorano l’utilizzo. “La maggior parte degli articoli esaminati riguardava la capacità di filtrazione, cioè la possibilità di impedire la trasmissione di particelle espressa in percentuale.

Secondo uno studio del 1962, ad esempio, una mascherina a triplo strato, realizzata con doppio strato di mussola e strato interno di flanella, potrebbe ridurre la contaminazione superficiale fino al 99 per cento”, commenta l’autrice, aggiungendo che esperimenti del 2013 hanno dimostrato che un canovaccio può raggiungere un’efficacia del 72 per cento, mentre il tessuto usato per le magliette protegge solo per il 51 per cento.

“Un’analisi del 2020 sostiene l’utilità delle mascherine, specialmente se realizzate con più strati. Lo svantaggio di indossare diversi strati di stoffa sul viso però è quello di rendere più difficoltosa la respirazione, ecco perché i bambini al di sotto di due anni e i pazienti con patologie respiratorie non dovrebbero utilizzare mascherine”, aggiunge Clase, specificando che pur avendo il potenziale per bloccare le particelle virali, le mascherine fatte in casa non sostituiscono i dispositivi di protezione individuale certificati dal punto di vista medico.

“Ad ogni modo il materiale sanitario deve essere accompagnato da un corretto comportamento, dal controllo della distribuzione del materiale, messaggi chiari, istruzione pubblica e pressione sociale”, concludono i ricercatori. 

Il lockdown ha inciso radicalmente sulle nostre scelte e sui nostri comportamenti. Ma, oltre a impastare di più, come sono cambiate le abitudini alimentari?

Per rispondere a queste domande l’OERSA (Osservatorio sulle Eccedenze, sui Recuperi e sugli Sprechi Alimentari) del CREA Alimenti e Nutrizione ha condotto un’indagine nazionale, mediante un questionario appositamente messo a punto, con l’intento di documentare ed analizzare i mutamenti intercorsi nell’alimentazione quotidiana durante la quarantena.

Durante la quarantena, gli intervistati hanno dichiarato di aver aumentato il consumo di alimenti sani: verdura ( il 33%), frutta( il 29%), legumi ( il 26,5%), acqua (il 22%), olio extravergine d’oliva (il 21,5% ). Ma parallelamente, ben il 44,5% ha ammesso di aver mangiato più dolci e il 16% di aver bevuto più vino.

Questo periodo è stato, inoltre, l’occasione per sperimentare nuovi cibi (40%) e nuove ricette (31%), migliorando le proprie abitudini alimentari (24%) e maturando abitudini ecosostenibili (fare la raccolta differenziata 86%, conservare e consumare alcuni alimenti acquistati in eccesso 83%, oppure mangiare tutto, inclusi gli avanzi 80%).

Il 44% degli intervistati, infine, è aumentato di peso per il maggiore apporto calorico, correlato ad una minore attività fisica, che ha riguardato il 53% del campione. Dato che viene confermato dall’esigenza di mettersi a dieta, espressa in oltre il 37% dei casi. 

​“Pur con i limiti di un questionario auto-riferito e con un campione opportunistico – spiega Laura Rossi, ricercatrice CREA Alimenti e Nutrizione e coordinatrice OERSA – si può osservare che le limitazioni imposte dalla quarantena non hanno avuto effetti totalmente negativi sulla alimentazione e sullo stile di vita del campione in esame. A fronte dell’aumento di comfort food (dolci), abbiamo però anche maggiori quantità di frutta, verdura e soprattutto legumi. Si tratta in realtà di dati che sono in linea con quelli sulla spesa degli italiani nel primo trimestre del 2020. E che indicano che il tempo trascorso in cucina è stato orientato alla preparazione di piatti con ingredienti salutari. Tutto ciò ha favorito momenti di convivialità e di condivisione del pasto e ha portato inevitabilmente – complice l’ assenza di attività fisica – ad un impatto sul percezione del peso”.

“Più in generale – continua la Rossi – si conferma l’attenzione degli italiani ad una gestione attenta del cibo che va da evitare gli sprechi all’impegno nel fare la raccolta differenziata. L’approvvigionamento di cibo non sembra essere stato un problema e l’attitudine alla spesa si è rivolta anche verso alimenti nuovi, con un occhio fisso ai costi troppo alti. I bambini sono stati più coinvolti nelle attività della cucina, mentre per gli anziani si evidenzia una percezione di difficoltà nel fare la spesa”.

All’indagine hanno risposto circa 2900 persone, provenienti da tutte le regioni di Italia, di cui il 75 % costituito da femmine e il 25% da maschi. L’85% vive in famiglia e, di questi, il 22 % con bambini di meno di 12 anni, mentre l’11% vive da solo. La fascia di età più rappresentata è quella di 30-49 (38,6%) e 50-69 (36%) anni. I giovani tra i 18 e i 29 anni sono il 24%.  

Arrivano speranze sulle staminali cerebrali umane per il trattamento sperimentale della Sclerosi Multipla Secondaria Progressiva.

In occasione della Giornata mondiale sulla Sclerosi Multipla, che si celebra il 30 maggio, la Pontificia Accademia per la Vita dello Stato Vaticano e il suo presidente
monsignor Vincenzo Paglia annunciano con l’Associazione Revert Onlus e la Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza, Opera di San Pio da Pietrelcina la conclusione – per la prima volta al mondo – della sperimentazione clinica di Fase I che prevede il trapianto di cellule staminali cerebrali umane in quindici pazienti affetti da Sclerosi Multipla Secondaria Progressiva. La sperimentazione costituisce un primo passo verso lo sviluppo di un protocollo.

La sperimentazione, coordinata e finanziata dalla Fondazione e dall’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza e da Revert Onlus con il patrocinio della Fondazione Cellule Staminali di Terni è stata realizzata anche grazie alla collaborazione con l’Azienda Ospedaliera di Terni, l’Università di Milano Bicocca e l’Ospedale Cantonale di Lugano.
Nonostante l’emergenza Covid-19 i clinici, i responsabili della produzione del farmaco, i ricercatori, i neurologi e i neurochirurghi del team hanno unito i loro sforzi e sono riusciti a tutelare i pazienti e, allo stesso tempo, a non interrompere la sperimentazione. L’ultimo paziente è stato trattato il 20 maggio.

La sperimentazione di Fase I, autorizzata dalle competenti commissioni dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Aifa, dalla omologa svizzera Swissmedic e a livello europeo con numero di protocollo Eudract 2015-004855-37, è iniziata a gennaio 2018 con il ricovero del primo paziente e costituisce il primo passo verso lo sviluppo di un protocollo sperimentale per trattare i pazienti di Sclerosi Multipla con il trapianto di cellule staminali cerebrali umane di grado clinico. Scopo del trial è verificare la sicurezza del trattamento e le possibili azioni neurologiche. I quindici pazienti previsti nel protocollo sono stati suddivisi in quattro gruppi e trapiantati con dosi crescenti di cellule, gli ultimi sei hanno ricevuto il dosaggio più elevato (24 milioni di cellule).

Tutti i pazienti sono stati dimessi dopo 48 ore di osservazione in seguito al trapianto e non hanno manifestato effetti collaterali nell’immediato post-operatorio o nei mesi a seguire. Le equipe cliniche proseguiranno l’attività di monitoraggio per almeno un anno dopo l’intervento. Si stanno ora valutando eventuali effetti terapeutici.  “Siamo felici di annunciare questo importante traguardo nella sperimentazione in corso con cellule staminali cerebrali”, afferma Angelo Vescovi, direttore Scientifico dell’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e presidente dell’Advisory Board di Revert Onlus, nonché professore dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. “Aspettiamo adesso il follow-up a un anno e la sottomissione nei tempi più brevi possibili del protocollo per la Fase II in questa grave malattia”, aggiunge.

La sperimentazione è basata su dati scientifici che hanno avuto risonanza mondiale e che sono stati pubblicati nel 2003 sulla rivista Nature. Questo studio clinico di Fase I per la Sclerosi Multipla rappresenta la terza tappa di un percorso iniziato 12 anni fa con la creazione della banca mondiale di staminali del cervello umano – ancora oggi unica al mondo.  Lo studio è proseguito con il primo trapianto in diciotto pazienti con Sla nel 2012, la cui sperimentazione si è conclusa con successo nel 2015 e che vedrà a breve l’avvio di una Fase II. 

Le cellule staminali cerebrali umane usate nello studio sono scevre da qualsivoglia problematica etica legata alla loro origine, poiché derivate da gestazioni che si sono interrotte per cause naturali e prelevate attraverso biopsia cerebrale, in accordo alle stesse regole che disciplinano la donazione degli organi. E’ inoltre da sottolineare che le cellule utilizzate in questa sperimentazione sono le stesse già impiegate nella precedente sperimentazione Sla dal 2012 al 2015. La tecnica, per l’isolamento delle cellule staminali cerebrali umane è estremamente complessa e tutta italiana e permette di ottenere da un frammento di tessuto cerebrale una quantità pressoché illimitata di queste preziose cellule, sempre uguali negli anni per qualità e proprietà. E’ questo l’unico esempio al mondo di cellule staminali che sono divenute un vero e proprio farmaco cellulare stabile, riproducibile e con un comportamento prevedibile, che quindi permette interventi clinici che non sono possibili con cellule sempre diverse perché ogni volta isolate da diversi donatori – peraltro da materiale da aborto procurato – e quindi potenzialmente differenti nelle loro azioni biologiche e terapeutiche.  “Un fiore all’occhiello per il nostro paese”, afferma Vescovi, che aggiunge: “Rendiamo queste cellule disponibili per le attività di ricerca in tutto il mondo, in particolare ai gruppi di ricerca che al momento non possono implementare nuove sperimentazioni proprio per la mancanza di cellule appropriate. Tutto questo avverrà naturalmente in un regime not-for-profit, come è stato in tutti i nostri studi nei quali i pazienti non hanno dovuto sostenere spesa alcuna”.

Monsignor Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita ringrazia il direttore dell’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza “che da quasi trent’anni lavora con tenacia e determinazione per raggiungere nuovi traguardi nella medicina rigenerativa e dare una speranza in più a chi soffre di sclerosi multipla e altre malattie neurologiche. La ricerca di Revert – continua monsignor Paglia – e’ unica nel suo genere perché scevra da qualunque problematica etica e morale e questo ci rende ancora più fieri dei risultati ottenuti e ci fa guardare al futuro con maggiore ottimismo, sempre nel rispetto della vita. Il traguardo raggiunto, inoltre, dimostra che l’iniziativa non è stata estemporanea, ma è riuscita ad avere continuità negli anni, ampliandosi ora ad altre malattie neurologiche e alla valutazione di auspicabili effetti terapeutici standardizzabili. I malati meritano di avere risposte e opzioni di cura ed è solo un lavoro serio e costante che può soddisfare tutto ciò, con gratuità”.
Il risultato ottenuto a oggi nasce dalla collaborazione di un team affiatato di ricercatori e medici: ciascuno ha contribuito a una parte della sperimentazione. Per quanto riguarda la coltura cellulare, i ricercatori coordinati da Maurizio Gelati in questo ultimo periodo hanno dovuto anche affrontare le difficoltà di mantenere la Cell Factory, vale a dire il laboratorio di coltura cellulare, in condizioni ‘Covid-free’. 

Il responsabile clinico dello studio è il neurologo Maurizio Leone, coadiuvato da Cristina Spera, mentre il trapianto delle cellule nel paziente è stato eseguito dal neurochirurgo Carlo Conti e della sua equipe e gli studi neuroradiologici da Anna Simeone e Teresa Popolizio, coordinati da Claudio Gobbi.  Lo studio è stato monitorizzato da una commissione di esperti internazionali nel settore della neurologia, neurochirurgia, immunologia e biologia cellulare, così composta: Letizia Mazzini (Neurological clinic, Azienda Ospedaliero-Universitaria Maggiore della Carità, Novara), Brent Alan Reynolds (Department of Neurosurgery, University of Florida College of Medicine, McKnight Brain Institute, Gainesville, Florida, Usa), Giulio Maira (Clinical Institute Humanitas, Rozzano, Milano), Ruggero De Maria (Institute of General Pathology, Catholic University “Sacro Cuore”, Roma), Jens Wuerfel (MD-CEO-MIAC AG, Marktgasse 8, CH-4051 Basel), Emanuele Cozzi (Operative Unit of Clinical and Experimental Immunology of Transplants, Azienda Ospedaliera di Padova). La sperimentazione clinica di Fase I per la sclerosi multipla è stata interamente finanziata da Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo e da Revert Onlus con il contributo di: Fondazione Cellule Staminali e Aosp S. Maria di Terni e. A dare il via a questo progetto di sperimentazione con le cellule staminali, nel 1993, fu un finanziamento di ricerca finalizzata del ministero della Salute, allocato al laboratorio di Vescovi. L’associazione Revert Onlus ha poi adottato il progetto al termine di quel finanziamento e lo ha portato a fruizione grazie a un accordo ormai strategico con la Fondazione Casa Sollievo. È in piena crescita un progetto che si allargherà a breve alle terapie per il morbo di Parkinson, Huntington, Alzheimer e lesioni ischemiche. Parallelamente, è in preparazione una sperimentazione clinica di Fase I sulle lesioni spinali croniche ed è in fase di approvazione – si pensa entro il 2020 – una sperimentazione di Fase II con iniezione delle stesse cellule nel midollo spinale di pazienti Sla. A questo scopo, l’Irccs Casa Sollievo della Sofferenza ha reperito fondi europei con i quali ha realizzato un Istituto di Medicina Rigenerativa con enormi capacità produttive e d’intervento in quest’area.

Impedire l’infezione da coronavirus con composti e sostanze a base di marijuana. Questo è l’obiettivo di un gruppo di ricercatori canadesi dell’Università di Lethbridge ad Alberta, che, in uno studio pubblicato sulla rivista Preprints, e con la collaborazione degli esperti delle società Pathway Rx e Swysh Inc, hanno analizzato circa 400 diversi ceppi di cannabis e identificato una dozzina e che sembrano promettenti nel prevenire l’infezione da Sars-CoV-2.

“Gli estratti di cannabidiolo (CBD), il principale componente non psicoattivo della marijuana, potrebbero contribuire a ridurre del 70 per cento il numero di recettori cellulari utilizzati dal coronavirus per entrare nell’organismo”, spiega Igor Kovalchuk, CEO di Pathway Rx, precisando che sono però necessari ulteriori studi sull’argomento prima di adottare terapie a base di cannabis. Il team ha trattato dei modelli 3D di tessuto orale, polmonare e intestinale con un campione di estratti CBD da piante di Cannabis Sativa.

“Il livello di THC, il componente psicoattivo della sostanza, era molto basso, perciò non ci aspettavamo effetti collaterali. Abbiamo poi analizzato gli effetti degli estratti su ACE-2, il recettore che facilita l’ingresso del virus nell’organismo. Secondo i nostri risultati, alcuni campioni hanno ridotto il numero dei recettori del 73 per cento, e questo implica che la possibilità di contrarre il virus diventa molto piu’ bassa”, prosegue il CEO di Pathway Rx.

“Abbiamo esaminato anche altri recettori come TMPRSS2, che facilita la riproduzione delle celle infette, e i cannabinoidi sembrano effettivamente in grado di diminuire le possibilità di contagio. Dobbiamo sottolineare però che i prodotti a base di marijuana attualmente in commercio non sono progettati per prevenire l’infezione da Sars-CoV-2, quindi non basta assumere o consumare CBD per ottenere questi effetti”, ribadisce ancora Kovalchuk.

“Sono necessari ulteriori studi clinici. Data l’attuale situazione epidemiologica disastrosa e in rapido sviluppo, è necessario prendere in considerazione ogni possibile opportunità terapeutica. Se il nostro studio sarà confermato dai test, potremo pensare di utilizzare gli estratti di CBD nel collutorio, negli inalatori o in capsule gel. Sarebbe una soluzione efficace e a basso costo”, conclude l’esperto.

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