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Tra una ventina d’anni più della metà della carne che finirà nei nostri piatti non sarà di origine animale. Crescerà in vasi o arriverà da piante che avranno lo stesso sapore della carne che consumiamo da secoli. 

Lo rivela uno studio della società di consulenza internazionale AT Kearney sulla base di una serie di interviste a professionisti del settore alimentare, di studi sull’impatto ambientale della produzione di carne convenzionale, della crescente attenzione dei consumatori al benessere degli animali e dei cambiamenti nei gusti alimentari.

Ad oggi è ancora un mercato emergente. Eppure crescono in modo esponenziale gli investimenti dell’industria alimentare nel settore della carne vegana in sostituzione di quella animale. Così il rapporto stilato dalla AT Kearney rivela che nel 2040 almeno nel 60% dei casi la gente consumerà non più carne da animali allevati e poi abbattuti ma bensì prodotti con lo stesso sapore che cresceranno in vasi o, comunque, di origine vegetale.

 

“L’industria del bestiame su larga scala è ormai vista da molti come un male inutile. Con i vantaggi della nuova carne vegana in sostituzione e della carne coltivata rispetto alla produzione convenzionale, la conquista di ampie quote di mercato è solo una questione di tempo” riferisce il rapporto rilanciato dal quotidiano britannico ‘The Guardian’. In base allo studio della AT Kearney, tra 21 anni, il 35% della carne sarà coltivata e per il 25% si tratterà di prodotti vegani di sostituzione. 

Oggi circa la metà delle colture mondiali sono destinate all’alimentazione del bestiame e solo il 15% delle calorie contenute nelle piante vengono consumati dall’uomo come carne. Nuovi metodi di produzione della carne, ad esempio coltivata in vaso, e cibi di sostituzione vegani consentiranno invece di conservare i tre quarti delle calorie in entrata. 

Al di là della salute umana, nel cambiamento alimentare epocale che si sta profilando entrano anche in gioco ‘incentivi’ ambientali sulla scia della crescente consapevolezza della crisi del clima in atto, della distruzione degli ecosistemi per produrre carne ma anche dell’inquinamento di fiumi e oceani.

 

Un trend in forte crescita che fa già gola a molte aziende, in particolare alcune firme tra cui Beyond Meat, Impossible Foods e Just Foods, che stanno utilizzando ingredienti vegetali per produrre hamburger sostitutivi, uova strapazzate e altri cibi con grande potenziale sui mercati. Numeri alla mano, al momento del lancio lo scorso maggio l’azienda Beyond Meat aveva un capitale di 240 milioni di dollari e da allora le sue azioni sono più che raddoppiate.

Nell’ultimo periodo, valuta la AT Kearney, più di 1 miliardo di dollari è stato investito nel settore dei prodotti vegani, anche da parte di società in posizione dominante sul mercato della carme convenzionale.

Alcune aziende stanno già puntando sulla coltura di cellule animali per produrre carne vera senza dover allevare e uccidere animali, ma finora questi cibi sostitutivi non sono ancora arrivati nei piatti dei consumatori. Per gli esperti è solo una questione di tempo in quanto nei prossimi anni la carne coltivata avrà la stessa consistenza e lo stesso gusto di quella tradizionale, spingendo la gente a optare per quest’ultimo prodotto. 

“Lo slittamento verso stili di vita flessibili, vegetariano e vegano, è innegabile: molti consumatori stanno riducendo il loro consumo di carne come risultato di un processo di consapevolezza sul benessere degli animali e dell’ambiente” analizza Carsten Gerhardt, partner della società di consulenza.

E il rapporto della AT Kearney prevede che, dopo aver assaggiato questi prodotti animali coltivati, anche i carnivori più accaniti si convertiranno in quanto conserveranno le stesse abitudini alimentari di prima, godendo dello stesso gusto, ma contribuendo al drastico calo del costo ambientale ed animale. Sondaggi realizzati negli Stati Uniti, in Cina e in India rivelano che i potenziali consumatori riusciranno a superare preconcetti e barriere in termini di abitudini e gusti per passare a prodotti più sostenibili.

Inoltre, secondo gli esperti, nella fase di transizione verso la coltura di carne in vasi, l’apporto di prodotti sostitutivi vegani sarà decisivo. Rosie Wardle della Jeremy Coller Foundation, un’organizzazione filantropica specializzata su sistemi alimentari sostenibili, si spinge anche oltre: “Dalla bistecca ai frutti di mare, esiste un’ampia gamma di prodotti che offrono modelli di consumo di proteine sostenibili. Un passaggio già in atto tra consumatori, imprenditori ed investitori che mostra come le previsioni del 60% potrebbero anche essere sottostimate”.

Tuttavia i produttori di carne non si danno per vinti. “Innovazione e nuove tecnologie per coltivare la carne in laboratorio offrono certamente prospettive interessanti. Crediamo, però, che ci sia ancora un grande potenziale per l’allevamento di bestiame producendo cibo sicuro, tracciabile e a buon prezzo. Continueremo a farlo fin quando ci saranno richieste da parte dei consumatori” replica il portavoce della ‘National Farmers’ Union’ britannica.

Scoperta dai ricercatori dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa una proteina che disabilita la crescita di cellule malate e impedisce la formazione di nuovi vasi sanguigni che nutrono i tumori solidi.

Lo studio che ha portato a questa scoperta, validata senza condurre test su animali, è stato pubblicato sulla rivista internazionale “Biochimica et Biophysica Acta – Molecular Basis of Disease”.

“Si tratta di un nuovo tassello utile a comprendere lo sviluppo dei tumori solidi – spiega una nota – cioè la parte maggiore di quelli che colpiscono gli esseri umani, e con cui si aggiunge un nuovo elemento alla possibilità di aggredire il tumore. Studi più approfonditi potranno verificare la possibilità di arrivare ad applicazioni terapeutiche”.

Dalla ricerca è emerso come colpendo una proteina, peraltro già nota ai ricercatori italiani e detta MICAL2, sia possibile disabilitare la risposta delle cellule verso un attore di crescita tumorale che si chiama VEGF (fattore di crescita dell’endotelio vascolare) e che rappresenta il principale bersaglio delle attuali terapie anti-angiogeniche, ovvero anti tumorali.

Le cellule tumorali sono infatti particolarmente resistenti e versatili: la capacità di indurre neo-angiogenesi, cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni verso il tumore, è un assodato segno distintivo – cosi’ lo definiscono i ricercatori – delle cellule tumorali. Anche se la dimostrazione per adesso è limitata all’ambito sperimentale, l’inattivazione della proteina MICAL2 nelle cellule endoteliali (quel tipo di cellule che tappezza dall’interno i vasi sanguigni) è in grado di ridurne vitalità e prestazioni funzionali, bloccando in prospettiva la capacità di formazione di nuovi vasi sanguigni associati al tumore, e dunque, lo sviluppo del tumore solido.

“Da molti anni – commenta Debora Angeloni, biologa molecolare della Scuola Sant’Anna – la ricerca mira a coniugare alle terapie antitumorali, farmaci ad azione anti-angiogenica. I farmaci attuali però continuano a presentare effetti collaterali, efficacia temporanea e problemi di resistenza primaria. Occorre pertanto identificare nuovi bersagli terapeutici, cioè nuovi componenti presenti in modo anomalo nella cellula malata rispetto a quella normale, la cui inattivazione permetta di recuperare la normalità”.

La ricercatrice ha poi ricordato come le MICAL siano una famiglia unica di proteine e come abbiano la capacità di modificare una componente importante del citoscheletro, cioè di quella sorta di impalcatura della cellula che le permette di interagire con le cellule circostanti, di aderire ad una superficie e di muoversi, e rappresentano candidati promettenti per questo ruolo di nuovo bersaglio: “Questa scoperta è stata sostenuta grazie anche alle donazioni liberali di numerosi cittadini e di associazioni come il Lions Club International, Distretto 108LA, Toscana. A tutti loro va il nostro ringraziamento per il generoso sostegno e la garanzia del nostro massimo impegno nel portare avanti queste ricerche”.

Chi ha la mano con un sesto dito ha una marcia in più. Lo sostiene Andrea Serino, neuroscienziato dell’Università di Losanna, a conclusione del suo studio sulla polidattilia, un’anomalia genetica caratterizzata da dita in soprannumero nelle mani o nei piedi.

Chi nasce con un dito in più collocato tra il pollice e l’indice è più bravo a manipolare gli oggetti e può svolgere con una sola mano compiti che normalmente ne richiederebbero due. Insomma, si legge su Focus che riprende le parole del ricercatore – è come se possedesse mani “potenziate”.  

“Da tempo la fantascienza ipotizza la possibilità di migliorare le capacità motorie di questa preziosa parte del nostro corpo”, spiega Serino, “ma nessuno aveva mai indagato scientificamente questioni fondamentali come la possibilità per il cervello di controllare eventuali arti aggiuntivi. E le persone con sei dita, che quindi si trovano ad avere qualcosa in più fin dalla nascita, sono il modello ideale per questo tipo di ricerche”.

Serino, insieme ad alcuni colleghi di Friburgo e Londra, ha messo a confronto le abilità di persone che presentano questa particolare forma di polidattilia e quelle di persone con mani a cinque dita.  Lo studio ha dimostrato che il dito soprannumerario ha muscoli propri (la mano a sei dita ha quindi in totale più muscoli e nervi) che lo muovono anche in modo indipendente, oltre che in perfetta coordinazione con le altre dita.

Inoltre, nel cervello, esiste un’area dedicata della corteccia motoria che controlla i movimenti di quel dito in più. “E questo senza che il movimento totale della mano ne risulti rallentato o danneggiato in qualsiasi modo, anzi. Il che significa che anche il cervello, in un certo senso, è ‘potenziato’”, aggiunge Serino.

Cos’è e come si manifesta

La polidattilia – si legge sul sito Scienza e salute –  interessa lo 0,2% della popolazione mondiale. Si può presentare da sola o in concomitanza con altre anomalie genetiche, come la Sindrome di Down, la Sindrome di Patau o altre. L’anomalia alle dita si presenta solitamente ai piedi, quasi sempre con lo sviluppo di sei dita, definito esadattilia.

I sintomi della polidattilia sono dunque la presenza di più dita nelle mani o nei piedi e questa anomalia può verificarsi in modalità diverse. Quando la polidattilia si presenta sulle mani, solitamente si manifesta come un mignolo in più. Nella maggior parte dei casi il dito è una piccola escrescenza carnosa, ma talvolta può formarsi come un dito intero, completo di ossa e funzionante. 

Normalmente, le dita in più vengono rimosse alla nascita. Fino ad alcuni anni fa si interveniva dopo il secondo anno di vita, ma oggi, grazie all’avanzamento delle tecniche chirurgiche, si preferisce effettuare l’intervento fra i 6 e 18 mesi di età. La ricerca, tuttavia, dimostra che, nel caso siano ben sviluppate, sarebbe meglio valutare la possibilità di lasciarle al loro posto.

Durante lo studio, infatti, le persone con 6 dita hanno svolto diversi compiti con una o due mani (riconoscere la forma di un oggetto, piegare un tovagliolo, allacciare le scarpe e comporre sulla tastiera determinate sequenze in risposta alle richieste di un videogioco).

Nel frattempo, per confronto, uomini e donne con 5 dita erano invitati a fare le stesse cose. Risultato: chi possedeva il sesto dito tra pollice e indice svolgeva alcuni compiti più velocemente, altri con più precisione. Il dito soprannumerario infatti, in questa particolare conformazione della mano è in parte opponibile (come il pollice) e questo dà all’arto grande versatilità. “Nelle persone esaminate erano presenti movimenti unici che coinvolgono pollice, indice e il dito in più, movimenti non possibili alle mani a 5 dita”, conclude Serino.

“Sicuramente i soggetti con 6 dita sono avvantaggiati nel suonare strumenti musicali. Tra l’altro, una delle persone che abbiamo testato gioca come portiere in Brasile e sostiene di essere forte perché ha le mani più grandi ed afferra meglio il pallone”.

I polidattili più famosi

            •          Hrithik Roshan, attore di Bollywood.

            •          Antonio Alfonseca, un giocatore della Major League Baseball.

            •          Hound Dog Taylor, chitarrista blues.

            •          Gary Sobers, giocatore di cricket indiano 

            •          Gemma Arterton, attrice britannica

            •          Carlo VIII, Re di Francia dal 1483 al 1498

            •          Toyotomi Hideyoshi, samurai, militare e politico giapponese, 

            •          Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII

            •          Robert Chambers, giornalista e scrittore scozzese 

FederAnziani ha pubblicato un decalogo con i consigli per gestire meglio afa e alte temperature. Con una raccomandazione importante: “non lasciateli soli”. In attesa dell’aumento delle temperature, e dell’entrata dell’estate nella sua fase più calda, è necessario mantenere alta l’attenzione sui rischi per la salute dei più deboli.

Le 10 regole da seguire

  1. Non uscire nelle ore più calde della giornata, ovvero dalle 12 alle 17.
  2. Bere almeno un litro e mezzo di liquidi al giorno, in modo da reintegrare le perdite quotidiane di sali minerali. Evitare bevande alcoliche, gassate, troppo zuccherate e troppo fredde. Non eccedere con caffè o tè.
  3. Consumare pasti leggeri. Preferire pasta, frutta, verdura, gelati alla frutta. Evitare cibi grassi e piccanti.
  4. Arieggiare l’ambiente dove si vive, anche con l’uso di un ventilatore, evitando di esporsi alla ventilazione diretta.
  5. Tenere il capo riparato dal sole.
  6. Indossare abiti leggeri, non aderenti, di colore chiaro e tessuti naturali perché le fibre sintetiche ostacolano il passaggio dell’aria.
  7. Non esporsi al sole in modo prolungato. Se, in seguito a un’eccessiva esposizione, dovesse insorgere mal di testa, fare impacchi con acqua fresca per abbassare la temperatura corporea.
  8. Non restate all’interno di automobili parcheggiate al sole.
  9. Non interrompere le terapie mediche, ne’ sostituire i farmaci che si assumono abitualmente, di propria iniziativa. Consultare sempre il medico per ogni eventuale modifica delle cure che si stanno seguendo.
  10. Se è possibile, è consigliabile andare in vacanza in località collinari o termali.

Il presidente Roberto Messina ha voluto aggiungerne un’altra. L’undicesima e non meno essenziale regola è: non lasciateli soli. “Questo invito è valido sempre, ma a maggior ragione in questo periodo dell’anno in cui le condizioni climatiche rendono loro la vita più difficile. Bussate alla loro porta, ogni tanto, per sentire se hanno bisogno di qualcosa, perché a loro é impedito uscire di casa per gran parte della giornata a causa dell’eccessiva calura. E se potete, portateli in vacanza con voi. Date loro una mano per vivere un’estate serena e assicuratevi che seguano le regole fondamentali del nostro decalogo salva-vita”. 

I farmaci biotecnologici, a differenza dei tradizionali che derivano da sintesi chimica, sono prodotti da sorgenti biologiche, utilizzando organismi viventi attraverso processi di produzione biotecnologica molto complessi.

Nel 1982 si cominciò a produrre il primo farmaco biotecnologico, l’insulina ricombinante, che ha rivoluzionato la cura di milioni di diabetici. Oggi questa tipologia di farmaci favorisce un maggiore accesso alle cure e offre nuove possibilità di trattamento per molte gravi malattie. Anche i vaccini sono da considerarsi farmaci biologici/biotecnologici.

Nonostante l’ampia diffusione e l’importanza che gli stessi rivestono per la cura di importanti malattie, sia di origine genetica che rara, questi farmaci sono ancora poco conosciuti ad un pubblico più ampio rispetto ai soli addetti ai lavori e ai pazienti che ne usufruiscono.

Per questo Cittadinanzattiva si è fatta promotrice, con il supporto non condizionato di Assobiotec e la collaborazione di numerose società scientifiche ed associazioni di pazienti, di una campagna di informazione dal titolo evocativo “Ehi, Futura” che è stata presentata a Roma l’11 giugno.

L’impegno per l’accesso all’innovazione in ambito farmacologico è una delle sfide più importanti per il nostro servizio sanitario. La ricerca sta facendo passi da gigante soprattutto verso la personalizzazione delle cure, nel campo della diagnosi e della terapia, ma non è scontato che i suoi risultati raggiungano chiunque ne abbia bisogno. Per Cittadinanzattiva è di primaria importanza far sì che le nuove opportunità di cura siano rispettose dei diritti dei cittadini, in termini di equità nell’accesso, qualità e sicurezza.

Con la campagna “Ehi, Futura” Cittadinanzattiva vuole diffondere l’informazione sulle opportunità offerte dai farmaci biotecnologici, affinché i cittadini possano saperne di più e superare le difficoltà di accesso a questi farmaci che ancora caratterizzano diverse aree del nostro Paese. E, a livello più generale, vuole restituire ai cittadini, come già avvenuto con “Rompi la trasmissione” sul tema dei vaccini, una rinnovata fiducia nella scienza e nell’innovazione e il diritto a poter godere dei benefici ad esse connesse.

Fra i principali strumenti della campagna, un sito web dedicato, un leaflet di informazione ai cittadini da oggi disponibile, oltre che sul sito web della campagna, anche sul sito istituzionale di Cittadinanzattiva e i video-spot.

In programma, inoltre, ad ottobre due incontri di piazza a Lamezia Terme e Ancona per fare informazione di prossimità ai cittadini, in un linguaggio semplice e diretto, attraverso la realizzazione di un micro-villaggio che prevede anche uno spazio ad hoc destinato ai bambini sul tema della scienza e della innovazione.

Grazie al lavoro congiunto con medici e organizzazioni scientifiche, si passerà inoltre, dopo l’estate, ad una fase di approfondimento che porterà alla realizzazione di un ulteriore materiale divulgativo destinato ai pazienti che già utilizzano farmaci biotecnologici per fornire loro informazioni specifiche e orientarli sui loro diritti.

Maggiori informazioni sul progetto sono disponibili qui

Medicinali, prodotti di lusso, alimenti, elettronica: la contraffazione nell’Unione Europea registra una crescita grazie ai social network e alle nuove vie commerciali con l’Asia, favorendo soprattutto la criminalità organizzata.

A rivelarlo è la prima edizione della Valutazione delle minacce dei reati contro la proprietà intellettuale, realizzata da Europol in collaborazione con l’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale (Euipo), secondo cui “oltre alle tradizionali categorie di abbigliamento, calzature e prodotti di lusso contraffatti, esiste un commercio crescente di prodotti falsificati che possono potenzialmente nuocere alla salute umana”. Tra questi, spicca “il commercio di medicinali contraffatti per il trattamento di malattie gravi, che sembra essere in aumento”.

“Questa valutazione delle minacce rappresenta un quadro ben preciso della portata e dell’estensione della contraffazione e della pirateria nell’UE, e dei danni che possono essere causati alle attività commerciali legittime e ai consumatori”, ha dichiarato Christian Archambeau, direttore dell’Euipo. ”Mediante la nostra collaborazione con l’Europol, intendiamo sostenere gli sforzi delle autorità di contrasto nella loro lotta contro la criminalità nel campo della PI, in particolare nell’ambiente online»

Annual reports, environmental policy, financial information… The EUIPO’s Transparency Portal gives you easier access to documents relating to our key areas of activity: https://t.co/QPdUreVO9v pic.twitter.com/ZZXjwlE96M

— European Union Intellectual Property Office (@EU_IPO)
6 giugno 2019

Come si legge nel rapporto, nel periodo tra il 2015 e il 2017 “le merci contraffatte e usurpative potevano rappresentare fino al 6,8 per cento delle importazioni dell’UE, per un totale di 121 miliardi di Euro”, ma negli ultimi anni tale importo è “aumentato in modo significativo”.

Gradualmente diminuito dal 2013 è invece il numero annuo di sequestri di merci contraffatte, “sebbene il numero dei beni sequestrati e il loro valore stimato siano calati a un ritmo inferiore, con una ripresa temporanea nel 2015 e 2016”, si legge nel rapporto. Proprio questo andamento decrescente, per l’Europol, sarebbe indice di un aumento dell’efficacia delle operazioni, che tuttavia devono fare i conti con un sempre maggiore traffico tramite “piccoli colli”, spediti direttamente all’utente finale e più difficilmente intercettabili.

“Spesso i contraffattori utilizzano rotte commerciali complesse per trasportare le proprie merci dal paese di produzione verso i mercati di destinazione – si legge nel rapporto -. Sebbene la spedizione di merci contraffatte verso l’UE avvenga ancora in gran parte in carichi alla rinfusa attraverso il trasporto merci, negli ultimi anni si è registrato un forte aumento del trasporto espresso”, conseguenza dell’espansione di mercati online.

Questi mercati ricorrono sempre più al crescente numero di collegamenti ferroviari tra la Cina e l’UE per offrire ai contraffattori la possibilità di diversificare le rotte e i modi di trasporto. “La maggior parte dei prodotti contraffatti proviene ancora dalla Cina, ma per alcune categorie specifiche di prodotti anche altri paesi giocano un ruolo significativo”.

“Questa relazione mostra chiaramente che la pirateria e la contraffazione non sono reati senza vittime. I gruppi di criminalità organizzata che producono e vendono tali beni non hanno alcuna considerazione della qualità, che assai spesso presenta rischi per la salute e la sicurezza”, precisa il direttore esecutivo dell’Europol, Catherine De Bolle.

“Assieme agli Stati membri e ai partner dell’UE, l’Europol s’impegna al fine di fermare le reti criminali dietro a questo commercio illegale e pericoloso. La sicurezza e la salute dei consumatori europei rivestono la massima importanza per noi.”

Ma oltre alla contraffazione di prodotti fisici, le organizzazioni concentrano la loro analisi anche sulla pirateria e sui beni immateriali: “La crescita di internet ha offerto ai contraffattori opportunità uniche per sviluppare la pirateria, la vendita e la distribuzione di libri, giochi, film e musica non autorizzati”, si legge nel rapporto. “I proprietari di queste piattaforme generano profitti grazie alla pubblicità digitale, nella quale spesso compaiono messaggi pubblicitari tradizionali di marchi importanti. In molti casi, questi siti web sono

utilizzati anche per prendere di mira i consumatori con tentativi di phishing o per la diffusione di malware”. Ulteriore mercato della pirateria poi risulta essere quello fondato sulla tecnologia IPTV (Internet Protocol Television – Televisione via internet), che consente  la trasmissione in chiaro di trasmissioni normalmente sottoposte ad abbonamento da server esteri, con gravi perdite per le aziende televisive.

Scarica qui il rapporto
 

*L’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) è un’agenzia decentrata dell’UE, con sede centrale ad Alicante (Spagna). L’Ufficio gestisce la registrazione dei marchi dell’Unione europea (MUE) e i disegni e modelli comunitari registrati (DMC) e svolge attività di cooperazione con gli uffici di proprietà intellettuale (PI) nazionali e regionali dell’UE. L’EUIPO svolge ricerche e attività per combattere la violazione dei diritti di proprietà intellettuale tramite l’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale

Il 30 per cento delle donne con un cancro al seno non può togliersi la parrucca dopo le cure. Con gravi ripercussioni sulla qualità della loro vita. Per questo la Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse (Sidemast) ha finanziato uno studio multicentrico italiano, iniziato a gennaio 2018, che seguirà l’evoluzione dei capelli nel tempo su un campione di 100-150 donne sottoposte a chemioterapia per cancro della mammella.

Lo studio avrà una durata approssimativa di 2 anni e ha lo scopo di indagare le cause dell’alopecia e le possibili cure. In particolare, l’obiettivo è quello di capire come prevenire o curare la forma di alopecia permanente. Sebbene, infatti, i grandi progressi terapeutici abbiano reso il cancro una malattia curabile e l’87 per cento dei pazienti sia vivo a 5 anni dopo la terapia, il 90 per cento delle donne con cancro alla mammella curate con alcune tra le più usate chemioterapie è colpito da alopecia temporanea. E in un 30 per cento dei casi i capelli non ricrescono più.

L’alopecia permanente inoltre interessa anche i bambini: il 10 per cento dei piccoli colpiti da leucemia resteranno con pochi capelli per tutta la vita, uno stigma evidente anche se superano la malattia. Una prospettiva per i pazienti oncologici che sopravvivono in grado di peggiorare in modo pesante la loro qualità di vita. Di alopecia da farmaci si parlerà durante il congresso mondiale di Dermatologia a Milano. “Le ricadute psicologiche per una donna costretta a indossare parrucche o foulard per tutta la vita o per un lungo lasso di tempo, sono molto pesanti”, spiega Bianca Maria Piraccini, professore associato in dermatologia presso il dipartimento di Medicina specialistica, diagnostica e sperimentale dell’Università di Bologna. “Secondo uno studio americano, il 4 per cento delle pazienti con diagnosi di cancro della mammella sotto i 35 anni rifiuta la chemioterapia, accettando di mettere a rischio la vita, per paura di guardarsi allo specchio e vedersi calva”.

Un problema molto serio che finora non è stato sufficientemente considerato, la cosa fondamentale era salvare la vita. Ma oggi va rivalutato alla luce dei successi dell’oncologia. Sidemast ha promosso un trial denominato “Alopecia permanente da chemioterapici”, uno studio interventistico sperimentale senza farmaco che si focalizza sulle caratteristiche epidemiologiche, cliniche, dermoscopiche, istopatologiche e sulla microscopia confocale.

“Alla ricerca partecipano pazienti di sesso femminile, osservate prima, durante e dopo la chemioterapia. Vogliamo capire come prevedere i casi di alopecia permanente, come prevenirla e offrire le soluzioni terapeutiche più adeguate”, dice Piergiacomo Calzavara-Pinton, presidente Sidemast.

Oltre 200.000 italiani non sanno di essere affetti da Epatite C e il nostro Paese è tra quelli in Europa con il maggior numero di persone esposte al virus. L’Italia ha raggiunto il primo obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) della riduzione al 65% delle morti da Epatite C ma è ancora lontana da quello dell’eradicazione del virus entro il 2030.

È quanto emerso oggi a Roma durante i lavori di “L’Europa e l’Italia nell’obiettivo dell’eradicazione dell’infezione da HCV”, svoltisi all’Auditorium “Cosimo Piccinno” del Ministero della Salute. Durante l’evento, promosso dall’Osservatorio Sanità e Salute in collaborazione con ONDE – Osservatorio Nazionale per i diritti dei Malati, sono stati analizzati i risultati ottenuti nella lotta alle malattie del fegato indotte dal virus C (HCV) dopo l’introduzione dei farmaci antivirali ad azione “diretta”.

“Oggi, grazie alla nuova terapia antivirale IFN-free (DAA) è possibile guarire nel 95% dei casi, ma, purtroppo, la maggior parte dei pazienti affetti da Epatite C non ne è a conoscenza o non si cura sistematicamente. Infatti attualmente sono stati avviati solo 170 mila trattamenti antivirali a fronte dei 240 mila previsti per il triennio 2017-2019-ha dichiarato il prof. Gian Ludovico Rapaccini, direttore U.O. Medicina Interna e Gastroenterologia della Fondazione Policlinico Gemelli e Coordinatore Scientifico dell’evento – Bisogna puntare molto sull’informazione e la prevenzione.

I pazienti che non seguono adeguatamente le cure o non sono a conoscenza di essere affetti da HCV e quindi non sono trattati per tempo rischiano la degenerazione della patologia sino alla cirrosi epatica o al tumore al fegato, due delle principali complicazioni con conseguente aumento dei costi sanitari e sociali per il trattamento della patologia in stato avanzato”.

“In un momento in cui stiamo affrontando il tema della terapia antivirale per il virus dell’epatite C e allarghiamo lo spettro di intervento, è importante far emergere le oltre 200 mila persone stimate che possono essere anche ignare di essere affetti da tempo da un virus oggi eliminabile nel 95% dei casi attraverso una terapia orale, non tossica, della durata di poche settimane”. ha aggiunto Gloria Taliani, professore ordinario di Malattie Infettive alla Sapienza di Roma, in rappresentanza della Simit Società Italiana Malattie infettive e tropicali

L’Osservatorio Sanità e Salute ha individuato 4 azioni da mettere in campo con urgenza per provare a invertire il trend. Innanzitutto il proseguimento della sorveglianza dei pazienti che hanno risposto al trattamento antivirale ma con cirrosi, al fine di cogliere in fase del tutto iniziale l’eventuale evoluzione in carcinoma epatocellulare. Un aspetto fondamentale da tenere in considerazione è l’attività di prevenzione attraverso una sorveglianza stretta delle popolazioni a rischio di reinfezione (tossicodipendenti “attivi”, popolazione carceraria, pazienti coinfetti con HIV ecc.).

Molto importanti anche il proseguimento dello screening per la presenza dell’infezione (come di altre patologie) nei soggetti migranti che pervengono nel nostro continente. Infine c’è emersione del “sommerso”: l’identificazione, cioè, dei soggetti portatori, anche inconsapevoli, del virus dell’Epatite C al fine di eradicare completamente l’infezione dalle nostre popolazioni.

“È evidente che quest’ultimo è l’obiettivo più difficile da conseguire, richiede le maggiori risorse economiche e una capillare attività per la quale sarà fondamentale la collaborazione con i medici sul territorio. Peraltro, sul medio e lungo periodo, tale obiettivo avrà sicuramente un bilancio economico positivo: la scomparsa di una infezione, con relative patologie, dalle nostre popolazioni determinerà la possibilità di non dover più assistere decine/centinaia di migliaia di pazienti con i relativi costi dovuti a visite ambulatoriali, esami di laboratorio e strumentali, ricoveri, trattamento delle complicanze della cirrosi fino alla necessita’ di ricorrere al trapianto di fegato”, ha concluso il senatore Cesare Cursi, presidente dell’Osservatorio Sanità e Salute.

Usciranno dalla sartoria del carcere di San Vittore e saranno a disposizione delle donne in cura all’Istituto nazionale per i tumori, nella stessa Milano: sono turbanti colorati, trasformati in accessori alla moda e nel simbolo di un’alleanza fra detenute e malate.

Il progetto si chiama “La vita Sotto il turbante” ed è nato dalla collaborazione tra l’associazione Go5-Per mano con le donne, una Onlus dedicata alle pazienti del reparto di Ginecologia Oncologica dell’Istituto dei Tumori di Milano, e la Cooperativa Alice per Sartoria SanVittore.

L’idea è venuta alle volontarie di Go5 e si è poi concretizzata fino ad ottenere, grazie all’attenzione dell’assessorato alle Politiche Sociali, il patrocinio del Comune di Milano e della Camera Penale di Milano. Circa un anno fa la stilista di Sartoria SanVittore, Rosita Onofri, ha studiato un modello semplice e innovativo, costruito con tessuti naturali e abbinati a stoffe colorate provenienti da India, Marocco, Mauritania. 

Dopo essere stati testati dalle stesse pazienti che hanno suggerito qualche ritocco, nei mesi scorsi ha preso il via la produzione dei turbanti “made in carcere”: le detenute hanno confezionato capi che saranno disponibili dietro una donazione con lo scopo di raccogliere fondi da destinare alla ricerca scientifica per la diagnosi precoce del tumore ovarico.

Allo stesso tempo, commissionando i turbanti a Sartoria SanVittore si potrà offrire lavoro a coloro che, pur lontane da casa, con il loro stipendio cercano di sostenere il bilancio familiare. L’iniziativa, inoltre, propone un messaggio di solidarietà tra donne che soffrono, seppure per motivi diversi. Il turbante infatti, può portare le donne che si trovano in carcere fuori dalla cella, consentendo loro di instaurare un dialogo, sebbene ideale, con la città e e anche tra le carcerate e le pazienti.

“Il cancro è uno dei tabù della nostra società – spiega in una nota Francesco Raspagliesi, direttore dell’Unità di Oncologia Ginecologica della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – e rappresenta simbolicamente l’aspetto oscuro della vita. Nonostante i fantastici progressi della terapia, sono ancora gli insuccessi che colpiscono maggiormente l’attenzione e ne definiscono l’immagine pubblica”.

 

Ha proprietà anti-tumorali, anti-ossidanti, antimicrobiche, antifungine e immunostimolanti. Regala, inoltre, un buon sapore ai cibi al punto di essere una delle spezie principe dei piatti indiani. Basterebbe questo a spiegare perché sempre più persone scelgono di inserire la curcuma nella loro alimentazione, sotto forma di polvere o di integratori.

Il Ministero della Salute mette in guardia chi sceglie questa seconda soluzione: alcuni integratori a base di curcuma sono accusati di provocare una forma particolare di epatite (colestatica acuta, non infettiva e non contagiosa). Finora si sono registrati 16 casi mentre prosegue di pari passo l’indagine da parte del Ministero per individuare da dove possa essere partita la contaminazione. Nel frattempo, le autorità invitano i consumatori a sospenderne momentaneamente l’utilizzo.

I 21 integratori da evitare

Questa la lista dei prodotti da non usare: 

Curcuma Piperina Abbè Roland prodotta da Studio 3  Farma s.r.l.
ArtDol Naturetica, in confezione da 30 tavolette (32,85 grammi) – lotto 18N142  con scadenza 12/2022 – prodotto da Naturetica Bielli S.a.s.
Curcuma Max Naturetica, in confezione da 30 capsule (19,5 grammi) – lotto 181214 con scadenza 12/2022 –  prodotto da Naturetica Bielli S.a.s.
Curcuma Max Naturetica, in confezione da 60 capsule (39 grammi) – lotto 181210 con scadenza 12/2022 – Naturetica Bielli S.a.s.
Good Joint Benessere Pharma, in confezione da 120 compresse (96 grammi) – lotto 190503 con scadenza 05/2023 prodotto da Benessere Pharma S.r.l.
Versalis – lotto I 0187 con scadenza 01/2022 – Geofarma s.r.l. – prodotto da Labomar s.r.l.
Rubigen curcuma e piperina – lotto 250119 – Naturfarma
Curcumin+piperin – Vegavero – prodotto da Vanatari International GMBH, Berlino
Tendisulfur Forte bustine – Laborest Italia s.r.l. prodotto da Nutrilinea s.r.l.
Cartijoint Forte – lotto 24/18 – Fidia Farmaceutici s.p.a. prodotto da Sigmar Italia s.p.a.
Curcuma liposomiale più pepe nero – lotto 1810224, scadenza 10/21, prodotto da Laboratories Nutrimea con sede e stabilimento di produzione rue des Petits Champs 20, FR 75002, Parigi
Curcuma 95% Maximum – lotto 18L264, scadenza 10/2021, prodotto da Ekappa Laboratori s.r.l. per conto di Naturando s.r.l.
Curcuma complex – B.A.I. aromatici per conto di Vitamin shop
Tumercur – Sanandrea
MOVART – lotto M70349scadenza 08/2019 – Scharper S.p.A., Farmaceutici Procemsa spa Nichelino
Curcuma Meriva 95% 520mg Piperina 5 mg – Farmacia dr. Ragazzi, Malcontenta
Curcuma “Buoni di natura” – Terra e Sole
Curcumina Plus 95% – lotto 18L823 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina 95% Kline – lotto 18M861 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina Plus 95% piperina linea@ – lotto 2077-LOT 19B914 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina Plus 95% piperina linea@ – 18c590 – NI.VA prodotto da Frama

 

Come si ottiene (e si assume) la curcuma

La polvere di curcuma, spiega il sito Alimenti e Sicurezza, si ottiene dal rizoma (radice ingrossata con funzione di riserva) della specie Curcuma, pianta coltivata in India e nel Sud-Est asiatico, Cina e Perù. È una molecola abbastanza stabile e per tale motivo può essere usata per gli alimenti trattati termicamente. Le specifiche JECFA definiscono la curcumina come la molecola attiva estratta solamente da substrati naturali, anche se può essere prodotta sinteticamente (non utilizzata come additivo alimentare).

La curcuma si ottiene per estrazione (solventi di estrazione: etilene acetato, acetone, diossido di carbonio, diclorometano, n-butanolo, metanolo, etanolo, esano, propan-2-olo – Reg. 231/2012) dai rizomi della Curcuma longa L. e successiva cristallizzazione dell’estratto.

Nonostante i numerosi benefici apportati, il suo scarso assorbimento, la sua insolubilità e la rapidità di eliminazione, hanno portato i ricercatori a cercare delle soluzioni che potessero aumentarne la biodisponibilità. Una di queste soluzioni prevede l’utilizzo dell’alcaloide piperina, cui si deve il sapore piccante del pepe nero, il quale è in grado di aumentare la biodisponibilità favorendone l’impiego clinico.

Il boom degli integratori

Secondo uno studio di Federsalus, l’Associazione Nazionale Produttori e Distributori di prodotti salutistici, l’Italia è al primo posto dei mercati europei per dimensioni e crescita di uso di integratori. Nel 2018 sono state 226 milioni le confezioni vendute, per un consumo pro capite di 7 scatole. Il valore di mercato del comparto è di 3,3 miliardi, mentre l’utilizzo degli integratori coinvolge il 65% della popolazione italiana (32 milioni di persone).

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