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Un uomo è morto a New York dopo che la sua gola e l'esofago sono andati in necrosi per l'abuso di cocaina. Secondo quanto riporta il New York Post, l'uomo, un 50enne della Pennsylvania, è stato portato al pronto soccorso da un amico dopo che per tre volte aveva vomitato sangue. I medici hanno scoperto che la sua gola e l'esofago erano in necrosi avanzata, fatto che attribuiscono all'uso continuo di cocaina e di alcol (circa 4-5 lattine di birra al giorno, secondo quanto ha riferito colui che lo ha soccorso). 

L'uomo, arrivato in ospedale privo di conoscenza, è stato rianimato e gli è stato somministrato un inibitore della pompa protonica via endovena, ma 12 ore dopo il ricovero è morto. Secondo fonti sanitarie, la necrosi dell'esofago e della gola è una malattia causata da agenti chimici estremamente poco frequente, al punto che quello della Pennsylvania è il quarto caso conosciuto in tutto il mondo. 

Mettendo da parte le suggestioni letterarie come quella del Ritratto di Dorian Gray, il cui protagonista rimane giovane lasciando a un suo ritratto il compito di invecchiare per lui, nel mondo gli studiosi si interrogano su quale sia la correlazione tra l’età anagrafica e quella percepita. Perché secondo numerosi studi un legame c’è, e sarebbe essenziale per capire la ragione per la quale alcune persone sembrano fiorire con il passare degli anni, mentre altre no.

“La misura in cui gli anziani si sentono molto più giovani di quanto non siano può influenzare importanti decisioni su quello che faranno nella loro quotidianità come nella vita”, ha detto Brian Nosek all'Università della Virginia, citato dalla Bbc in un approfondimento sul tema. Ma il rapporto tra l’età percepita e quella anagrafica potrebbe anche essere determinante nell’esaminare le condizioni di salute di una persona. Secondo uno studio pubblicato dall’American Psychological Association, potrebbe essere possibile predire le condizioni di salute di un individuo conoscendone l’età soggettiva. Compreso il rischio di morte.

Un nuovo approccio agli studi sull'invecchiamento

Questo nuovo approccio alle fasi dell’invecchiamento ha avuto inizio tra gli anni ‘70 e ‘80, per poi sfociare in una più massiccia produzione di ricerche negli ultimi dieci anni. In uno studio pubblicato nel 1989 e disponibile nella US National Library of Medicine, per esempio, si legge che “i risultati di una ricerca condotta tra 188 uomini e donne tra i 14 e gli 83 anni d’età, hanno rivelato che individui ‘teenager’ sono caratterizzati da una maggiore età soggettiva, mentre nei primi anni dell’età adulta gli adulti manifestano un’età percepita più coerente con quella reale”. Lo studio prosegue aggiungendo che “intorno alla mezza età e oltre, gli individui riportano una più giovane età percepita e le donne manifestano una più giovane età rispetto agli uomini in questa fase della vita”.

Oltre alle condizioni di salute, è generalmente accettato che l’età percepita possa influenzare anche la personalità degli individui. Con l’avanzare degli anni infatti si tende a essere meno estroversi o inclini a fare nuove esperienze, a meno che non ci si percepisca più giovani “dentro”. La percezione di essere più giovani rispetto alla propria età anagrafica sembra anche ridurre il rischio di depressione o disturbi mentali. Ma questo si traduce anche in una migliore salute fisica, che aiuta a prevenire il rischio di demenza o di dover ricorrere a delle cure mediche. La gran parte delle persone si sente di otto anni più giovane rispetto alla propria età, secondo uno studio condotto dal ricercatore dell’Università di Montpellier, Yannick Stephan. E chi percepisce di avere tra gli 8 e i 13 anni in più rispetto a quelli reali, incorre in un maggiore rischio di morte tra il 18 e il 25 per cento.

Uno studio condotto da Brian Nosek e Nicole Lindner, dell’Università della Virginia, ha investigato la relazione tra l’età percepita e quella reale nell’arco di una vita. Gli studiosi hanno rivelato che i giovani si sentono più vecchi di quanto non siano fino a circa i venticinque anni. Da questa età in poi la percezione di essere più giovani di quanto non dica la carta d’identità aumenta velocemente: a 30 anni il 70 per cento del campione si sente più giovane di quanto non sia. “Per la gran parte delle persone – scrivono Nosek e Lindner – l’età soggettiva sembra assimilabile a quella di Marte, dove dieci anni terrestri corrispondono a 5,3 anni marziani”.

Ci sono certi argomenti sui quali l’italiano duro e puro non vuole essere nemmeno sfiorato. Tra questi, certamente al primo posto, c’è il cibo. È con questa tenera malinconia che si può giustificare il caos creato da una bufala che circola non solo in rete ma anche su parecchie prime pagine di giornali italiani.

Bufala secondo la quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità stia programmando un processo a tre eccellenze della nostra cultura gastronomica: olio, parmigiano e prosciutto crudo. Ma riavvolgiamo il nastro.

A quanto pare tutto parte da una relazione, nello specifico un documento chiamato Time to Deliver, un semplice studio, prassi per quanto riguarda l’Oms, un’agenzia dell’Onu che, per costituzione, ha come obiettivo “il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute”, dove si suggerisce, in sintesi, una regolamentazione per quanto riguarda il commercio di cibi considerati poco salutari.

Come scrive Il Post nel suddetto documento “si consiglia in modo vago ai governi nazionali di collaborare coi produttori di 'bevande non alcoliche e cibo' per quanto riguarda 'l’etichettatura e la regolamentazione della commercializzazione' di quei prodotti. Il documento dice poi che i governi dovrebbero 'limitare la commercializzazione di prodotti non salutari (quelli contenenti una quantità eccessiva di zuccheri, sale, grassi saturi e trans) ai bambini'. In un ultimo punto, la commissione dell’OMS dice che 'incentivi e disincentivi fiscali dovrebbero essere presi in considerazione per incentivare stili di vita salutari, promuovendo il consumo di prodotti sani e limitando la commercializzazione, la disponibilità e il consumo di prodotti non salutari'. In una nota, poi, si parla vagamente della possibilità di migliorare le indicazioni sulle etichette per indicare la quantità di sale nei prodotti”. Stop.

Se la vista non ci tradisce, nessun accenno a olio, parmigiano e prosciutto crudo. Nessun riferimento, in realtà, ad alcun prodotto specifico, né italiano né estero.

Eppure il Sole24Ore, il primo a riportare la notizia, martedì titola in prima pagina “Onu, agroalimentare sotto accusa. Parmigiano e olio come il fumo". L’attacco dell’articolo, poi, è ancora più inquietante, un vero colpo al cuore per il nostro sensibile, italico, orgoglio nazionale “il parmigiano reggiano, il Prosciutto di Parma, ma anche la pizza, il vino e l’olio d’oliva. Tutti rischiano di fare la fine delle sigarette: tassati, e con tanto di immagini raccapriccianti sulle confezioni per ricordare che “nuocciono gravemente alla salute”.

Nel pezzo nessun riferimento ad atti ufficiali, ma tutto sarebbe stato dedotto dalla lettura del documento succitato. La notizia inizia furiosamente e giustamente a girare, essendo clamorosa (qualora fosse vera ovviamente) e arrivando da fonte senza dubbio autorevole; così tutti i giornali seguono a ruota, e in men che non si dica le nostre eccellenze della gastronomia, nell’immaginario comune, si ritrovano sul banco degli imputati.

Non importa l’immediata smentita di Francesco Branca, direttore del dipartimento di nutrizione dell’OMS: "Le notizie di bollini neri dell’Oms su tale o tale alimento non sono corrette, l‘Oms non criminalizza determinati alimenti ma raccomanda politiche che promuovano un consumo parsimonioso degli alimenti che hanno alti contenuti di sodio, zuccheri o grassi saturi. Tra le misure suggerite" continua Branca "un’etichettatura dei prodotti in grado di fornire chiare informazioni sul loro contenuto" e aggiunge "anche le politiche dei prezzi possono essere utili: in particolare, se prodotti non sani sono disponibili a prezzi bassi è più alta la probabilità che il loro consumo aumenti".

Come funziona lo spiega bene Valigia Blu che riporta il portale Epicentro dell'Istituto Superiore di Sanità, secondo cui nel rapporto Time to Deliver sono elencate sei raccomandazioni, tra cui la numero 4 ("collaborate and regulate") al punto E chiede di considerare l'introduzione di incentivi e disincentivi fiscali per incoraggiare stili di vita salutari, scoraggiando la commercializzazione, la disponibilità e il consumo dei prodotti non salutari. "È un'affermazione abbastanza generica. In ogni caso, anche in questo punto, non si parla né di formaggi né di prosciutti italiani, né si prende di mira qualsiasi altro prodotto Made in Italy" scrive Valigia Blu che tuttavia rileva come in un'altra pagina del documento si parla di "front-of-pack labelling", cioè della etichettatura dei prodotti alimentari (in quel punto viene suggerita allo scopo di scoraggiare il consumo di sale).

In alcuni Paesi, ricorda il sito, sono state introdotte etichettature cosiddette "semaforo". Le etichette nutrizionali, che tutti vediamo sui prodotti, indicano il valore energetico e la quantità di carboidrati, proteine, grassi, sali minerali, vitamine contenuti in un alimento. Le "etichette semaforo" sono chiamate così perché aggiungono un colore alle informazioni nutrizionali. Verde, giallo o rosso, a seconda che la quantità dei nutrienti che è opportuno limitare (come gli zuccheri e il sale) sia bassa, media o alta. In Francia è stato adottato il Nutri-Score, un sistema di etichettatura che utilizza cinque colori, ognuno associato alla lettera A, B, C, D o E. A ogni prodotto vengono assegnati un colore e una lettera, in base a un punteggio che considera la quantità dei diversi nutrienti contenuta in quel prodotto. In Italia di recente si è aperto un dibattito sull'opportunità di introdurre etichettature nutrizionali di questo tipo e sulla loro utilità per i consumatori. 

Niente di clamoroso. Niente che possa considerarsi fuori dai binari della normale attività dell’Oms. Nessuna guerra, soprattutto, ai prodotti italiani. Ma ormai il sasso è finito nel lago e le onde si propagano. La fake news è ufficiale: l’Onu ha intenzione di trattare i vanti della nostra tavola come le sigarette, timbrandoli con quelle foto agghiaccianti per dissuadere il più possibile dall’acquisto.

Apriti cielo. La rete rumoreggia furiosamente. Come si permettono? Toccateci tutto ma non il parmigiano. Affogateci nell’olio. Imbalsamateci nel crudo di Parma. Anche il nostro ministro dell’Interno, che su altre questioni ha mostrato orgogliosamente un certo cinismo, dal suo profilo Facebook tuona “All’Onu sono matti, giù le mani dai prodotti italiani”.

Si unisce al coro di polemiche anche il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio che commenta “Se così fosse siamo alla pazzia pura. Ritengono che facciano bene alla salute prodotti come la Coca Cola o altri perché light e poi ci condannano il Parmigiano o altri prodotti dell’enogastronomia italiana. Su questo faremo una battaglia molto dura”.

Nel frattempo ci prova, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sempre sentita dal Post, a ribadire che nessuno sta raccomandando l’uso di “etichette raccapriccianti” né tassazioni speciali; e in ogni caso non ci sarà nessuna imposizione. Persino Riccardo Deserti, direttore del Consorzio del Parmigiano Reggiano, è intervenuto in difesa dell’Oms dichiarando, dopo la lettura del documento Time to Deliver come “risulta evidente che l’Oms non ha messo sotto accusa le eccellenze italiane, né tantomeno il Parmigiano Reggiano”.

Ma ormai la bufala veleggia spensierata di bacheca in bacheca. Ma il tutto, ripetiamo, va preso con un sorriso; il cibo e la nazionale di calcio sono, senza timore di smentita, gli unici due argomenti che ci tengono uniti come popolo. E pazienza se a metterci tutti dalla stessa parte, stavolta, è stata una bufala.   

 

Il mondo è pieno di 'fake science'. Centinaia di migliaia di scienziati in tutto il mondo hanno pubblicato studi su riviste che si autodefiniscono scientifiche e che non compiono i controlli di accuratezza e qualità indispendabili in questi casi. 

Decine di giornalisti dei media in Europa, Asia e Stati Uniti hanno analizzato 175.000 articoli scientifici pubblicati da cinque delle più grandi piattaforme pseudo-scientifiche del mondo, tra cui l'indiana Publishing Group o la turca World Academy of Science, Engineering and Technology (Waset).

Errori in malafede 

Oltre a non far rivedere gli articoli ad altri esperti o redattori della riviste, si fanno pagare per pubblicarli e accettano ricerche firmate da dipendenti di aziende farmaceutiche, ma addirittura anche 'studi' sul cambiamento climatico che promuovono discutibili teorie.

A realizzare l'inchiesta è stato un pool internazionale di giornalisti investigativi (composto da redattori di New Yorker, Le Monde, Indian Express e dell'agenzia coreana Newstapa) che ha scoperto, ad esempio, che alcuni editori inviano email mirate a quegli scienziati che devono pubblicare il maggior numero possibile di articoli per ottenere promozioni e arricchire il loro curriculum.  

Sebbene l'esistenza di queste riviste pseudo-scientifiche su Internet non sia nuova e siano state messe in guardia sia le università ch ei centri di ricerca, la loro rapida crescita è impressionante: il numero di pubblicazioni è triplicati dal 2013 gli scienziati coinvolti sono circa 400 mila scienziati

L'allarme dei Nobel

Secondo Ferid Murad, vincitore nel 1998 del Nobel per la Medicina, è in giovco la credibilità della scienza. Randy Schekman, un biologo statunitense che è stato tra i vincitori del premio Nobel nel 2013, si è detto sconvolto per il fatto che ci siano scienziati disposti a pubblicare su tali riviste. "Questo genere di cose deve essere fermato", ha detto Robert Huber di Monaco, che ha ricevuto il Nobel nel 1988. "Se c'è un sistema e chi vi partecipa non è semplicemente tratto in inganno, ma ne approfitta, deve essere fermato ", ha detto Stefan Hell, premio Nobel per la chimica.

Queste pubblicazioni contribuiscono alla produzione e alla diffusione della "fake science" perché non rispettano gli standard di base del controllo di qualità. Solo in Germania, oltre 5.000 scienziati – compresi quelli che percepiscono finanziamenti pubblici – hanno pubblicato i loro articoli su queste riviste.

Gli editori sotto accusa hanno sostenuto che un gruppo di scienziati è incaricato di verificare l'accuratezza dei documenti, ma l'inchiesta ha mostrato che gli articoli sono stati pubblicati entro pochi giorni dall'invio senza alcun controllo.

In un caso, un articolo del Journal of Integrative Oncology affermava che uno studio clinico aveva mostrato che l'estratto di propoli era più efficace della chemioterapia nel trattamento del cancro del colon-retto. Lo studio era fasullo e gli autori erano affiliati a un centro di ricerca che non esiste, ha riferito Le Monde. L'articolo è stato cancellato non appena i giornalisti hanno cominciato a fare domande, ma una versione archiviata è ancora disponibile online.

Omics, che ha pubblicato la rivista in questione, afferma di aver pubblicato oltre 1 milione di articoli ed è attualmente oggetto di indagine da parte della Federal Trade Commission degli Stati Uniti per presunte dichiarazioni fraudolente, riporta l'Indian Express. Un portavoce ha negato qualsiasi illecito e ha difeso l'integrità delle pubblicazioni. Peccato però che alcuni dei giornalisti coinvolti nell'inchiesta siano riusciti a pubblicare studi totalmente infondati e a partecipare a conferenze scientifiche.

Mettere al mondo più bambini può essere molto gratificante per una donna. Ma potrebbe non esserlo per la sua salute. Uno studio condotto dalla Seoul National University, pubblicato sulla rivista Neurology, ha scoperto che le donne che danno alla luce 5 o più bambini hanno maggiori probabilità di ammalarsi di Alzheimer.

Come gli scienziati hanno raggiunto questa conclusione

A rischio sono anche le donne che hanno abortito, volontariamente o meno. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno combinato i dati di due studi indipendenti che hanno coinvolto un totale di 3.549 donne con un'età media di circa 71 anni. Le partecipanti hanno fornito informazioni sulla loro storia riproduttiva e i ricercatori ne hanno monitorato la salute dopo una media di 46 anni dal loro primo parto. Durante quel periodo, i partecipanti hanno fatto dei test sulla memoria e sulle capacità di pensiero per vedere se avevano sviluppato la malattia di Alzheimer o il suo precursore, un lieve deterioramento cognitivo.

In totale, 118 donne si sono ammalate di Alzheimer e 896 donne hanno sviluppato un lieve deterioramento cognitivo. Ebbene, le donne che avevano dato alla luce cinque o più bambini avevano il 70 per cento di probabilità in più di sviluppare la malattia di Alzheimer rispetto alle donne che hanno dato alla luce un numero inferiore di figli. Delle 716 donne con cinque o più bambini, 59 hanno sviluppato la malattia di Alzheimer, rispetto alle 53 delle 2751 donne con meno figli. I risultati sono rimasti gli stessi dopo che i ricercatori hanno preso in considerazione altri fattori. Non solo.

La differenza nella probabilità di sviluppare l'Alzheimer

I risultati hanno evidenziato che le donne che avevano avuto un aborto avevano circa la metà delle probabilità di sviluppare l'Alzheimer. Delle 2375 donne che hanno avuto un aborto, infatti, 47 hanno sviluppato la malattia di Alzheimer, rispetto a 71 delle 1.174 donne che non hanno mai avuto un aborto. Nei test sulla memoria e sulla capacità di pensiero, le donne che avevano cinque o più figli hanno ottenuto punteggi più bassi rispetto alle donne che avevano meno figli. Secondo i ricercatori, queste differenze potrebbero essere dovute agli ormoni. "E' possibile che l'aumento modesto dei livelli di estrogeno nel primo trimestre di gravidanza rientri nell'intervallo ottimale per proteggere le capacità di pensiero", spiega l'autore dello studio Ki Woong Kim. "Se questi risultati verranno confermati in altre popolazioni, e' possibile arrivare allo sviluppo di strategie ormonali per la malattia di Alzheimer", conclude. 

Esiste una nuova malattia che colpisce il sistema immunitario e che è legata ad una mutazione genetica. A scoprirla un team di ricercatori italiani del Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi dell'Università di Milano, in collaborazione con il Boston Children's Hospital e la Harvard Medical School. In un articolo apparso sulla rivista Journal of Clinical Investigation, i ricercatori hanno spiegato infatti di aver individuato la sindrome legata a questa specifica mutazione come una vera e propria nuova malattia che hanno denominato "sindrome dell'iper TH-17".

La malattia colpisce i soggetti portatori di una mutazione di un recettore "P2X7R" che interferisce con la risposta immunitaria. I ricercatori hanno dimostrato per la prima volta il ruolo di questo recettore nel controllo dei linfociti T durante l'attivazione del sistema immunitario in condizioni di normalità, scoprendo come la sua mutazione, che interessa circa il 2 per cento della popolazione, si associa ad una alterazione della sua funzione che conduce ad una malattia immunologica vera e propria finora sconosciuta.

La mutazione del recettore P2X7R blocca il processo che regola la risposta immunitaria dell'organismo agli agenti esterni, determina lo sviluppo di linfociti T dannosi portando ad uno stato di fragilità del sistema immunitario che puo' avere conseguenze importanti soprattutto per pazienti già a rischio come i trapiantati, nei quali puo' condurre a rigetto d'organo, o con malattie a patogenesi immunologica, come il diabete. "Questa mutazione assume una rilevanza per la nostra salute importantissima" afferma Paolo Fiorina, Professore Associato di Endocrinologia all'Università Statale di Milano e Direttore del Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di Tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi. Sarà necessario effettuare ulteriori studi per determinare la rilevanza della mutazione del recettore P2X7 nei soggetti diabetici e non trapiantati per capire l'associazione con lo sviluppo di eventi immunologici.

"Questo è un altro successo del Centro di Ricerca Pediatrica-Romeo ed Enrica Invernizzi che si aggiunge a quelli già recentemente presentati – commenta il direttore Gian Vincenzo Zuccotti – Questo Centro nato da cosi' poco ma che sta facendo cosi' tanto in termini di ricerca deve diventare un punto di riferimento per la ricerca scientifica in Italia, un polo all'avanguardia anche per la scoperta e la diagnosi di nuove malattie". 

Un nuovo brevetto, nato dalla collaborazione tra la startup modenese Aferetica e la società americana CytoSorbents, punta ad aumentare la disponibilità di organi trapiantabili e il successo dei trapianti. Presentato nei giorni scorsi durante il Congresso mondiale dei trapianti a Madrid, PerLife – questo il nome del nuovo macchinario -, è il primo sistema che integra funzioni di purificazione e ricondizionamento di rene e fegato.

Ottimizzazione della vitalità e delle funzionalità degli organi che si rendono disponibili: grazie a questa nuova invenzione medico-scientifica le due aziende intendono aumentare le probabilità che un trapianto vada a buon fine, riducendo al contempo le probabilità di rigetto da parte del nuovo ospite dell’organo. Il nuovo sistema è attualmente in corso di certificazione europea e potrà essere lanciato durante il 2019.

Un lavaggio per rendere l'organo come nuovo

Una volta che l’organo viene prelevato dal donatore, questo viene sottoposto a un lavaggio a temperature controllate (tra i 4 e i 37 gradi) e purificato attraverso l’assorbimento di molecole implicate nei processi di deterioramento. Questo intervento potrà contribuire al trapianto di organi “marginali”, generalmente considerati inutilizzabili e quindi scartati. Nello stesso tempo sono incrementate le probabilità che il trapianto vada a buon fine e l’organo non venga rigettato.

Anche se in aumento, i trapianti di organi non sono ancora sufficienti a soddisfare la richiesta. Nel 2016 sono stati 135.860, con un aumento del 7% rispetto all’anno precedente. Ma questi hanno coperto solo il 10 per cento delle necessità. Anche in Italia, nonostante gli enormi progressi degli ultimi anni, solo un terzo dei pazienti in lista di attesa accede ogni anno al trapianto di organi, secondo i dati forniti da Aferetica.

“Con PerLife pensiamo di compiere il passaggio dalla fase pionieristica a quella della clinica per tutti – ha commentato Mauro Atti, amministratore delegato di Aferetica -. Il sistema è stato sviluppato e messo a punto in circa quattro anni di lavoro. L’elemento chiave dell’integrazione del filtro PerSorb, applicazione innovativa di Cytosorbents, è stato il risultato della partnership annunciata circa dieci mesi fa. Siamo davvero entusiasti del riscontro della comunità medico-scientifica, in occasione della presentazione al Congresso mondiale dei Trapianti di Madrid”.

Questa innovazione non costituisce solo un progresso dal punto di vista tecnologico nell’ambito della sanità, ma anche una importante opportunità di crescita per Mirandola, dove ha sede Aferetica e dove sarà prodotto il macchinario PerLife. “In questi anni Aferetica ha certamente consolidato e incrementato” – prosegue Atti – l’attività di ricerca e sviluppo propria da Start Up innovativa. L’elemento che la contraddistingue a livello nazionale, è che Aferetica ha voluto e saputo integrare la ricerca sul ‘core business’ del futuro, con attività di sviluppo e commercializzazione, a più corto termine, realizzate grazie alla rete del Distretto Mirandolese e al network internazionale di Ricerca dedicato”. 

E' un medicinale, serve a curare sindromi che portano a violente crisi epilettiche e deriva dalla marijuana. Si chiama Epidiolex e per le droghe leggere potrebbe essere la porta di accesso al mondo delle sostanze legali. In 30 dei 50 Stati Uniti è già arrivata per scopi medici e il 25 giugno l’Autorità statunitense per gli alimenti e i medicinali (Fda, Food and Drug Administration) ne ha approvato l'utilizzo per il trattamento della sindrome di Lennox-Gastaut e per la sindrome di Dravet. Condizioni cliniche che si possono manifestare fin dalla più tenera età (l’Fda ne approva l’uso anche su bambini di due anni), e che possono dare crisi epilettiche anche di diversi giorni.

Prodotto dalla britannica GW Pharmaceuticals, questo medicinale è ricavato dal cannabidiolo (Cbd), uno dei due principali componenti della marijuana insieme al tetraidrocannabinolo (Thc), sostanza responsabile degli effetti psicotropi tipicamente collegati all’utilizzo di questa droga.

Il cannabidiolo apre le porte ai derivati della marijuana: totalmente assente sul mercato fino a cinque anni fa, nel 2017 il Cbd ha generato un mercato di oltre 162 milioni di euro negli Stati Uniti. Giro d’affari che si stima crescerà del 700 per cento entro due anni.

A rendere così attrattivo il cannabidiolo è il fatto che la sua assunzione non genera lo “sballo” tipico della marijuana, lasciando posto ad altri effetti benefici quali il controllo di ansia e dolore e il trattamento dello stress post-traumatico. Ma il suo impiego si estende al trattamento di dolori mestruali, insonnia e nausea. Secondo uno studio riportato dalla Cnn, questo principio attivo potrebbe anche aiutare a curare i danni cerebrali derivanti dall’uso di oppioidi.

Oggi in molti Stati americani è possibile beneficiare degli effetti del Cbd sorseggiando una tazza di caffè o facendo un bagno caldo. L’offerta è vasta e va dai cocktail che contengono questo principio attivo alle creme per massaggi. Ovviamente è possibile assumere il Cbd anche tramite pastiglie o fumandolo.

 

Finding that chill #CBDLatte

A post shared by DOMINGO RODRIGUEZ (@domingii) on Jun 1, 2018 at 8:29am PDT

Negli Stati Uniti la marijuana è individuata dalle leggi federali come droga di “categoria 1” secondo l’Atto sulle sostanze controllate. Legge firmata dal presidente Richard Nixon nel 1970 secondo la quale questa droga sarebbe soggetta ad alte possibilità di abuso e quindi equiparata a droghe ben più problematiche come l’eroina, l’Lsd e l’ecstasy. Eppure sono ormai trenta gli Stati che ne ammettono l’uso per ragioni mediche. Mentre con l’ingresso del Vermont nella squadra, sono nove gli Stati americani nei quali è legale l’uso della marijuana per scopi ricreativi (più l’area metropolitana di Washington DC). Secondo un sondaggio pubblicato a gennaio dall’Università di Harvard, l’85 per cento dei cittadini statunitensi sarebbe a favore della legalizzazione della marijuana per scopi medici. 

È oggi disponibile anche in Italia atezolizumab, la prima immunoterapia anti-PD-L1 sviluppata da Roche e approvata da AIFA per il trattamento in monoterapia di pazienti adulti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) localmente avanzato o metastatico, precedentemente sottoposti a chemioterapia. La pubblicazione della determina AIFA del 14 luglio in Gazzetta Ufficiale rende di fatto atezolizumab, anticorpo monoclonale pensato per interferire con la proteina PD-L1, ora prescrivibile nel nostro Paese.

Il tumore al polmone, di cui la tipologia NSCLC rappresenta l'85% dei casi, rimane, ancora oggi, una delle neoplasie più complesse che gli oncologi si trovano ad affrontare, responsabile ogni anno di 1.6 milioni di decessi al mondo. Atezolizumab rappresenta una vera e propria rivoluzione nel campo delle immunoterapie: la molecola ha ottenuto lo status di Farmaco Innovativo dall'AIFA, grazie ai dati dello studio di fase II POPLAR e dello studio di fase III OAK che hanno mostrato come sia in grado di assicurare una maggiore sopravvivenza rispetto al trattamento con docetaxel.

"Atezolizumab rappresenta un'evoluzione nell'ambito degli anticorpi monoclonali, classe di farmaci che ha rivoluzionato la pratica clinica dei tumori, essendo il primo anti PD-L1 con un'elevata componente di innovazione biotecnologica" spiega Fortunato Ciardiello, Professore Ordinario di Oncologia Medica e Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli e, attualmente, Past President di ESMO (European Society for Medical Oncology).

Il fast food toglie il fiato. Letteralmente. Secondo un recente studio condotto dai ricercatori dell’università del Sichuan (Cina), l’accoppiata hamburger, patate fritte, salse e bibite gassate aumenta in misura importante il rischio di provocare danni al sistema respiratorio. Che si sommano ai già accertati rischi di sviluppare diabete e obesità.

La premessa

Secondo gli studiosi, la prevalenza di asma e malattie atopiche come eczema (dermatite atopica), rinite allergica (febbre di polline) e rinocongiuntivite è drasticamente aumentata negli ultimi decenni. I fattori che ne hanno determinato l’aumento rimangono poco chiari. Ma ciò che è cambiato è l’introduzione anche in Asia di cibi prettamente americani: quelli da fast food, carichi di carboidrati raffinati, sodio, zuccheri, colesterolo, additivi come conservanti e coloranti, con alte concentrazioni di grassi saturi

Mai tre volte a settimana

I ricercatori hanno analizzato 16 studi svolti in precedenza su questo tema arrivando a una conclusione: mangiare tre volte a settimana cibi carichi di grassi nocivi e zuccheri aumenti i casi di asma, respiro sibilante e molte altre malattie allergiche come l’eczema e la rino-congiuntivite. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Respirology

“Indipendente dal reddito”

Per la ricerca, il coordinatore Gang Wang e i suoi colleghi, hanno sfruttato banche dati aggiornate al febbraio 2018. Il loro studio è più che altro il risultato di un’associazione relativa alla dose, motivo per cui – sostiene lo studioso – “Sono necessari ulteriori studi per confermare le relazioni osservate in questa analisi e per identificare potenziali associazioni causali tra il consumo di fast food e le malattie allergiche”. L’impennata del rischio di malattie respiratorie, poi, è indipendente dal reddito dei consumatori, che può fare la differenza tra una dieta più o meno salutare, sui controlli medici e in generale sulla qualità della vita. 

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