Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Tamponi, test rapidi e test sierologici. Queste le diverse armi per la caccia al virus. Ciascuna con vantaggi e svantaggi.

Il tampone nasofaringeo è un esame che serve per ricercare il virus e quindi per diagnosticare l’infezione in atto. E’ considerato lo standard per individuare gli infetti. Gli esami vengono eseguiti dai laboratori del servizio sanitario nazionale selezionati. Il tampone si effettua tramite una specie di cotton fioc nella gola e nel naso della persona che consente il prelievo delle secrezioni respiratorie. Il campione viene analizzato per riconoscere l’Rna del virus e i risultati sono pronti, in genere, dalle 24 alle 48 ore dopo.

Invece i test rapidi, come quelli che la Regione Lazio ha deciso di adottare negli aeroporti, si effettuano sempre con un tampone ma danno risposta nel giro mezz’ora o meno. Sono i cosiddetti antigenici perché cercano le proteine del virus, cioè gli antigeni, sempre nelle secrezioni respiratorie. Non sono considerati affidabili al 100 per cento, ma sono utili per effettuare screening di massa piuttosto veloci o comunque per individuare le persone infette che presentano un’alta carica virale, e come tali sono stati validati dall’ospedale Spallanzani.

Ci sono poi test rapidi al polpastrello, i cosiddetti “pungidito”, che analizzano una gocciolina di sangue e danno il risultato in 15 minuti. Ce ne sono di diversi tipi in quasi tutti i laboratori privati, ma non sono validati e l’affidabilità è molto variabile.

Invece, i test sierologici non servono a diagnosticare il Covid-19, tuttavia può dirci se una persone è positiva o lo è stata in passato. Questi test consistono nel rilevare la presenza nel sangue di anticorpi (immunoglubuline IGG e IGE) eventualmente sviluppati da chi è entrato a contatto con il virus.

Si tratta di un esame del sangue piuttosto semplice e i risultati potrebbero essere pronti in meno di mezz’ora. Il test viene fatto anche in laboratori privati, ma in caso di positività bisogna fare comunque il tampone per vedere se l’infezione è ancora in atto.

Il test per la conferma della malattia è attualmente a carico del Sistema sanitario nazionale ed è organizzato dalla ASL o dall’ospedale. Il test sierologico non è dirimente per la diagnosi di infezione in atto, in quanto l’assenza di anticorpi non esclude la possibilità di un’infezione in fase precoce, con relativo rischio che un individuo, pur essendo risultato negativo al test sierologico, risulti contagioso.

È iniziata allo Spallanzani la sperimentazione del vaccino italiano contro il Covid-19. Alle 8.30 è stata inoculata la prima dose al primo dei 90 volontari selezionati. “Il vaccino italiano sarà pubblico e a disposizione di tutti coloro che ne avranno bisogno” ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, in una conferenza stampa. “La Regione” ha aggiunto “seguirà passo dopo passo il processo di sperimentazione per arrivare prima possibile alla distribuzione del vaccino. Crediamo molto nel vaccino bene comune, per questo abbiamo finanziato questo progetto pubblico. Da oggi inizia una fase storica della ricerca: è un bellissimo traguardo che la scienza e la medicina italiane hanno raggiunto”.

“Rinnovo un appello alla responsabilità delle persone. Non è corretto che ancora una volta si scarichino sul personale sanitario i pericoli del coronavirus. Stiamo facendo di tutto per incentivare il filtro per individuare i positivi, ma senza il senso di responsabilità di tutti non ce la faremo mai. Rischiamo di tornare indietro. Servono dunque comportamenti responsabili che non significa non vivere” ha aggiunto.

A ricevere la prima dose è stata una donna di 50 anni. “Mi auguro che la mia disponibilità possa essere d’aiuto per salvare vite e che le persone siano sempre più responsabili per non mettere a rischio se stesse e gli altri” ha detto.

Come funziona la sperimentazione

Il vaccino è realizzato, prodotto e brevettato dalla società biotecnologica italiana ReiThera. Il volontario ha ricevuto tramite iniezione intramuscolare la dose di vaccino e iniziato l’iter che lo porterà nei prossimi mesi a sottoporsi a una serie di ravvicinati controlli periodici che serviranno ai ricercatori per verificare la sicurezza e la tollerabilità, nonché eventuali effetti collaterali.

La sperimentazione, messa a punto da un team di ricercatori e clinici dello Spallanzani in collaborazione con ReiThera, sarà effettuata su novanta volontari suddivisi in due gruppi per età: 45 tra i 18 e i 55 anni, altrettanti di età superiore ai 65 anni. Ciascun gruppo sarà suddiviso in tre sottogruppi da 15 persone, a ciascuna delle quali verrà somministrato un diverso dosaggio del preparato vaccinale.

Una parte della sperimentazione sarà effettuata presso il Centro Ricerche Cliniche – Policlinico G.B. Rossi di Verona. Se i primi risultati della fase 1 saranno positivi, entro la fine dell’anno potranno prendere il via le fasi 2 e 3, che saranno condotte su un numero maggiore di volontari anche in paesi dove la circolazione del virus è più attiva.

Quella di oggi è una tappa importante di un percorso iniziato nello scorso marzo, grazie all’impegno del Ministero della Ricerca Scientifica e la Regione Lazio che, d’intesa con il Ministero della Salute, hanno deciso di finanziare il progetto con 8 milioni di euro (di cui 5 a carico della Regione e 3 del Mur), individuando nell’INMI “Lazzaro Spallanzani” di Roma e nel Consiglio Nazionale delle Ricerche i partner operativi per la realizzazione della sperimentazione.

Il vaccino di ReiThera ha superato i test preclinici effettuati sia in vitro che in vivo su modelli animali, che hanno evidenziato la forte risposta immunitaria indotta dal vaccino e il buon profilo di sicurezza, ottenendo successivamente l’approvazione della fase 1 della sperimentazione sull’uomo da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco e del Comitato Etico Nazionale per l’Emergenza Covid-19.

Come funziona il vaccino

Il vaccino GRAd-COV2 utilizza la tecnologia del “vettore adenovirale non-replicativo”, ovvero incapace di produrre infezione nell’uomo. Il vettore virale agisce come un minuscolo “cavallo di Troia”, che induce transitoriamente l’espressione della proteina spike (S) nelle cellule umane. Questa proteina è la “chiave” attraverso la quale il coronavirus, legandosi ai recettori ACE2 presenti all’esterno delle cellule polmonari, riesce a penetrare ed a replicarsi all’interno dell’organismo umano. La presenza della proteina estranea innesca la risposta del sistema immunitario contro il virus.

Chi ha prodotto il vaccino

ReiThera Srl, società con sede a Castel Romano, ideatrice del vaccino, è stata costituita nel 2014 da un gruppo di ricercatori italiani che avevano ideato l’utilizzo dell’adenovirus dello scimpanzé come “navicella” su cui innestare il materiale genetico necessario per realizzare vaccini contro malattie infettive come Epatite C, malaria, virus respiratorio sinciziale, ed Ebola.

Sulla base di questa esperienza, ReiThera ha recentemente sviluppato il nuovo vettore virale, GRAd32, isolando un adenovirus di gorilla che negli studi preclinici ha indotto una forte risposta immunitaria, sia umorale che cellulare, contro le proteine veicolate, dimostrando inoltre un buon profilo di sicurezza.

Attraverso tecniche sofisticate questo virus, assolutamente innocuo per l’uomo, è stato modificato per azzerarne la capacità di replicazione; successivamente è stato inserito al suo interno il gene della proteina S del SARS-CoV-2, il principale bersaglio degli anticorpi prodotti dall’uomo quando il coronavirus penetra nell’organismo.

Una volta iniettato nelle persone, questo virus modificato, o meglio la proteina S che trasporta, provocherà la risposta del sistema immunitario dell’organismo, ovvero la produzione di anticorpi in grado di proteggere dal virus SARS-CoV-2. Altri vaccini basati su vettori adenovirali ricavati dai primati sono già stati valutati in trial clinici di fase 1 e 2 per candidati vaccini di altre malattie infettive, dimostrando di essere sicuri e di generare risposte immunitarie consistenti anche con una singola dose di vaccino.

Altro che rimedi per lo stress e l’ansia, la ‘mindfulness’ e altri tipi di meditazione possono addirittura peggiorare queste comuni condizioni. Secondo la prima revisione sistematica sull’argomento, circa una persona su 12 che prova la meditazione sperimenta un effetto negativo indesiderato, di solito un peggioramento della depressione o dell’ansia, o addirittura l’insorgenza di queste condizioni per la prima volta.

“Per la maggior parte delle persone funziona bene, ma senza dubbio è sovrastimato e non è universalmente benevolo”, afferma Miguel Farias dell’Università di Coventry nel Regno Unito, uno dei ricercatori dietro il lavoro.

Esistono molti tipi di meditazione, ma uno dei più popolari è la mindfullness, in cui le persone prestano attenzione al momento presente, concentrandosi sui propri pensieri e sentimenti o sulle sensazioni esterne. È raccomandato da diversi organismi del Servizio Sanitario Nazionale nel Regno Unito come un modo per ridurre le ricadute della depressione nelle persone che hanno sperimentato la condizione più volte.

L’entusiasmo per la meditazione può in parte derivare da una crescente consapevolezza degli effetti collaterali dei farmaci antidepressivi e dalle difficoltà che alcune persone hanno nello smettere di prenderli. Ci sono state alcune segnalazioni di persone che hanno sperimentato una salute mentale peggiore dopo aver iniziato la meditazione, ma non è chiaro quanto spesso ciò accada.

Il team di Farias ha setacciato riviste mediche e ha trovato 55 studi rilevanti sull’argomento. Una volta che i ricercatori hanno escluso quelli che avevano deliberatamente deciso di trovare effetti negativi, hanno calcolato la prevalenza delle persone che hanno subito danni all’interno di ogni studio e quindi hanno calcolato la media, aggiustata per la dimensione dello studio, un metodo comune in questo tipo di analisi.

In questo modo hanno scoperto che circa l’8 per cento delle persone che provano la meditazione sperimentano un effetto indesiderato. “Le persone hanno sperimentato qualsiasi cosa, da un aumento dell’ansia fino agli attacchi di panico”, afferma Farias. Hanno anche trovato casi di psicosi o pensieri suicidi. La cifra dell’8 per cento potrebbe essere una sottostima, poiché molti studi sulla meditazione registrano solo gravi effetti negativi o non li registrano affatto, secondo i ricercatori. 

AGI – Eseguito al centro trapianti del Policlinico di Catania, in collaborazione con l’Azienda ospedaliera Cannizzaro, il primo trapianto di utero in Italia. L’equipe composta dai professori Pierfrancesco e Massimiliano Veroux, Paolo Scollo e Giuseppe Scibilia ha effettuato il delicato intervento su una paziente di 29 anni alla quale è stato trapiantato l’organo.

La donna, siciliana, è in buone condizioni di salute. La notizia è stata diffusa dal presidente della Regione Nello Musumeci che ha detto: “È un motivo di grande orgoglio per la sanità di tutto il nostro Paese. La testimonianza stessa di un miracolo ‘umano’ che restituisce vita grazie al gesto di estrema generosità di una donatrice. Ai medici e a tutti i professionisti impegnati in questa impresa, i complimenti ed il ringraziamento di tutto il governo regionale e del popolo siciliano”.

L’intervento grazie a una donatrice

Quello eseguito al Centro trapianti del Policlinico di Catania, in collaborazione con l’Azienda ospedaliera Cannizzaro, è il primo trapianto di utero avvenuto in Italia. L’intervento è stato realizzato con un protocollo approvato dal Centro nazionale trapianti nel giugno 2018, in seguito al parere positivo del Consiglio superiore di sanità, come previsto dalla normativa vigente per i trapianti sperimentali. La paziente che ha ricevuto il trapianto, spiega il Cnt in una nota, è una donna di 29 anni affetta da sindrome di Rokitansky, una rara patologia congenita a causa della quale la donna era nata priva di utero. L’intervento è stato eseguito da un’equipe chirurgica composta dai professori Pierfrancesco e Massimiliano Veroux, Paolo Scollo e Giuseppe Scibilia.

In questo momento le condizioni della paziente sono buone e vengono strettamente monitorate. Sarà necessario attendere alcuni giorni per una valutazione effettiva della piena riuscita del trapianto. A donare l’organo è stata una donna di 37 anni, deceduta per arresto cardiaco improvviso, che aveva espresso in vita il proprio consenso alla donazione al momento del rinnovo della carta d’identità. La donatrice aveva avuto in passato gravidanze terminate con parto naturale. L’utero è stato prelevato una volta terminato il prelievo di tutti gli altri organi ritenuti idonei alla donazione e trasportato con un volo aereo a Catania.

Il processo di donazione è stato coordinato dal Centro nazionale trapianti, dal Centro regionale della Sicilia e da quello della Toscana, regione di provenienza della donatrice. La ricerca di una donazione di utero era stata avviata nel giugno 2019: in questi 14 mesi c’erano state altre segnalazioni di donatrici potenziali ma finora nessuna si era concretizzata.

L’obiettivo è arrivare a una gravidanza

Il protocollo sperimentale ha come obiettivo l’esito positivo di una gravidanza della paziente trapiantata. Il primo passo è la riuscita del trapianto dell’organo da un punto di vista funzionale; successivamente, almeno un anno dopo l’intervento, una volta stabilizzato il quadro clinico della paziente, verrà avviato un percorso di procreazione medicalmente assistita. Se la gravidanza procederà positivamente, si arriverà al parto tramite taglio cesareo.

A nascita avvenuta, si procederà alla rimozione chirurgica dell’utero, per evitare che la donna debba rimanere sottoposta ulteriormente alla terapia immunosoppressiva necessaria a evitare il rigetto dell’organo. Secondo i criteri definiti dal protocollo, le potenziali candidate al trapianto sono donne con età compresa tra i 18 e i 40 anni con anamnesi negativa per patologie oncologiche, assenza di pregresse gravidanze a termine con esito positivo, affette da patologia uterina congenita (sindrome di Rokitansky) o acquisita (atonia uterina postpartum). La paziente che ha ricevuto il trapianto è stata selezionata in base alle caratteristiche di compatibilità con la donatrice ed era inclusa in una lista d’attesa di 16 donne giudicate idonee da un’equipe multidisciplinare.

La sperimentazione italiana prevede che le donatrici siano donne decedute tra i 18 e i 40 anni con assenza di pregressi tagli cesarei ed esclude per ora la donazione da vivente. In base alle informazioni disponibili in letteratura scientifica, finora sono circa 70 i trapianti di utero eseguiti nel mondo, ma l’80% è stato realizzato grazie a donazioni da vivente. Attualmente i bambini nati dopo un trapianto da donatrici decedute sono tre: uno in Brasile e due negli Stati Uniti.

Il commento dei medici

“Questo primo trapianto di utero arriva al termine di un lungo e complesso percorso partito da Catania e che ha coinvolto l’intera Rete trapiantologica – spiega il direttore del Centro nazionale trapianti Massimo Cardillo – sia nella fase di valutazione e approvazione del protocollo, sia nel reperimento dell’organo. Si tratta di un evento storico per la trapiantologia italiana e per il Servizio sanitario nazionale, che ancora una volta dimostra il proprio livello di eccellenza sotto il profilo scientifico e organizzativo. Un ringraziamento particolare, oltre che all’equipe catanese, va alla memoria della donatrice, una giovane donna scomparsa improvvisamente che aveva scelto in vita di voler compiere un gesto di generosità del quale hanno beneficiato ben sei persone”.

“E’ motivo di grande orgoglio che un intervento così eccezionale sia stato realizzato in Sicilia”, dichiara il coordinatore del Centro regionale trapianti Giorgio Battaglia. “La nostra regione, come tutto il Meridione, soffre ancora di un gap nei confronti delle regioni del Centro-Nord sia rispetto all’attività di trapianto che soprattutto al numero delle donazioni di organi. Il trapianto di utero è la testimonianza che anche nel Sud c’è una sanità di grandissimo valore e ripaga il lavoro di potenziamento della rete trapiantologica siciliana che stiamo portando avanti con l’impegno di tutti i professionisti del Centro regionale”.

AGI – Test per la ricerca del coronavirus per chi rientra in Italia da Spagna, Grecia, Croazia e Malta. Il governo si appresta a varare un’ordinanza per rallentare il contagio nel Paese. Nel giorno in cui si registra un ulteriore aumento del numero di malati, Roberto Speranza presenta ai presidenti di regione le ipotesi allo studio e il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, auspica una condivisione del piano che dovrà essere messo in atto – afferma – già dalle prossime settimane.

Tre le possibili soluzioni: sottoporre chi rientra a test antigene nei luoghi in cui arrivano (nei porti o negli aeroporti, ad esempio), introdurre l’obbligo di presentare un certificato di test negativo fatto nelle 72 ore precedenti o, infine, imporre ai cittadini di comunicare il rientro alla Asl di appartenenza per effettuare un tampone nelle 48 ore successive. Una decisione si troverà nei prossimi giorni.

Il governo, ha sottolineato Boccia, “vuole assicurare la massima sicurezza. La proposta che facciamo alle Regioni è di rendere il servizio sanitario territoriale, già molto rafforzato dall’impegno comune, in grado di garantire tamponi a chi rientra dall’estero, con i risultati entro 48 ore”. Per il titolare degli Affari regionali “la sicurezza di tutti i cittadini è la priorità assoluta; dobbiamo restare il Paese più sicuro al mondo sul piano sanitario”, ha aggiunto auspicando “che ci possa essere con le Regioni una condivisione del metodo da utilizzare”.

E proprio dai governatori sono già arrivati i primi commenti favorevoli. Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, al termine della riunione ha sottolineato: “E’ stato recepito l’allarme che abbiamo lanciato. Sono d’accordo con l’idea di potenziare il monitoraggio su chi entra in Italia da aree a rischio, ma ritengo che ciò debba avvenire di pari passo con il blocco degli ingressi irregolari. Sarebbe infatti difficilmente giustificabile imporre il tampone a chi va in vacanza in Croazia e al contempo tollerare ingressi di migranti senza alcun controllo”. Favorevoli al piano del governo – viene riferito – anche il Veneto e l’Emilia Romagna che erano pronte a varare provvedimenti simili in autonomia 

AGI – Pur senza essere stata a contatto con il virus, una buona parte della popolazione potrebbe avere cellule immunitarie in grado di riconoscere SARS-CoV-2, il che forse potrebbero portare a un vantaggio nel combattere l’infezione.

Questa l’ipotesi di un articolo di sintesi, pubblicato sulla rivista Nature Reviews Immunology dagli esperti del Center for Infectious Disease and Vaccine Research presso La Jolla Institute for Immunology, secondo cui alcune persone potrebbero presentare un grado di protezione sconosciuto.

“Quello che abbiamo scoperto – spiega Alessandro Sette del Center for Infectious Disease and Vaccine Research – è che circa il 50 percento dei soggetti che non sembravano essere stati esposti al virus presentava una certa reattività delle cellule T, quelle che l’organismo produce a seguito di un’infezione per fare in modo di riconoscere lo stesso agente patogeno in futuro”.

Il team ha confrontato campioni di sangue prelevato da pazienti COVID-19 con campioni prelevati a San Diego tra il 2015 e il 2018. “Avevamo la certezza – continua Shane Crotty, collega e coautore di Sette – che i pazienti degli anni scorsi non fossero stati esposti a SARS-CoV-2, eppure circa la metà dei campioni presentava reattività”.

Pubblicato in prima revisione sulla rivista Cell a fine giugno, lo studio degli esperti, che potrebbe implicare una predisposizione all’immunità per una percentuale significativa della popolazione, sembra essere ora confermato da altre ricerche, condotte in laboratori differenti in altre parti del mondo, con tecniche diverse e variazioni nelle metodologie.

Il ruolo delle cellule T

“Una possibile spiegazione – aggiunge Sette – è che questo riconoscimento da parte delle cellule T potrebbe essere dovuto in parte all’esposizione di uno dei quattro coronavirus circolanti noti, causano il raffreddore comune in milioni di persone ogni anno. Si tratta di un dibattito ancora aperto, stiamo lavorando per avere risposte”.

Gli esperti precisano che il ruolo delle cellule T nei confronti dell’infezione dovuta a SARS-CoV-2 deve essere ancora esplorato a fondo. “Non sappiamo ancora – osserva Crotty – se il riconoscimento da parte delle cellule T sia positivo o meno, ma pensiamo che sia ragionevole ipotizzare che possa portare a una maggiore efficienza del sistema immunitario”.

Secondo il ricercatore, infatti, questo potrebbe portare a sviluppare sintomi meno gravi. “Non sorprende – commenta Arturo Casadevall, direttore del Dipartimento di Microbiologia molecolare e immunologia della Johns Hopkins School of Public Health – perché i coronavirus sono correlati tra loro, e ogni anno ci imbattiamo in un nuovo ceppo. È altamente probabile che le cellule T abbiano imparato a reagire a questa famiglia di virus. Quello che è fondamentale scoprire riguarda gli effetti di questa reattività”. 

Casadevall ha esplorato l’idea del motivo per cui l’infezione da SARS-CoV-2 si manifesti in modi così disparati nella popolazione, discutendo i risultati in un articolo pubblicato su Bloomberg.com. “Una delle variabili – spiega il direttore del Dipartimento di Microbiologia molecolare e immunologia della Johns Hopkins School of Public Health – è la storia immunologica, che riguarda il trascorso sanitario del paziente, malattie, infezioni, vaccini, disturbi patologici e tutti i fattori che influenzano le reazioni immunitarie. Tra le poche cose che abbiamo scoperto di COVID-19 è che le problematiche più serie derivano dalla risposta immunitaria, la cosiddetta ‘tempesta di citochine’, per cui non sappiamo ancora se la reattività delle cellule T sia da considerarsi positivamente o meno, e neanche se sia la stessa per ogni individuo”.

Risultati ancora preliminari

L’esperto sottolinea infatti che, se per alcuni l’azione delle cellule T potrebbe portare a sviluppare COVID-19 in forma lieve o asintomatica, per altri potrebbe provocare una reazione immunitaria eccessiva. “I dati sono ancora in qualche modo preliminari – afferma Sette – ma sembra che la risposta immunitaria dipenda dal sistema immunitario innato, non dalle cellule T”. Gli sforzi per la vaccinazione, sottolineano gli autori, dovranno tenere conto di queste scoperte.

“Quello che sappiamo – commenta Bruce Walker, direttore del Ragon Institute of Massachusetts General Hospital, MIT e Harvard – è che la maggior parte dei vaccini che utilizziamo si basa sulla produzione di anticorpi, ma in questo caso le cellule T potrebbero attenuare la malattia e rendere le infezioni asintomatiche, invece di attaccare l’agente patogeno prima che la malattia si diffonda nell’organismo”.

Immunità di gregge più vicina del previsto

Gli esperti sostengono che tutto questo suggerisce anche che l’immunità di gregge potrebbe essere raggiunta più precocemente del previsto. “Se buona parte della popolazione presenta già un livello interessante di immunità – interviene John Ioannidis, docente di Medicina, epidemiologia e salute presso la Stanford University – sarà necessario raggiungere una percentuale di contagio molto ridotta. In altre parole, se esiste un’immunità di gregge, essa muterà in base alla velocità con cui il virus si diffonde attraverso diverse comunità e popolazioni”.

Sette e Crotty sottolineano che l’argomento solleva più domande di quante risposte riesca a fornire. “Sappiamo che i coronavirus circolanti comuni (CCC) – spiegano gli scienziati – si presentano con una certa ciclicità, che differisce in base alle diverse aree geografiche. La verità è che non sappiamo ancora cosa accadrà nel prossimo futuro”.

“Tutti vorrebbero una risposta semplice – conclude Casadevall – ma ci sono troppe variabili che non conosciamo e che si combinano in modi imprevedibili e sono influenzate dalla storia del paziente, dalla sua alimentazione, dal momento in cui avviene l’infezione, dalle reazioni immunitarie e così via. Ci sono tanti interrogativi irrisolti”.

AGI – Dimostra una “forte risposta immunitaria” il vaccino contro il Covid-19 in via di sviluppo dalla Johnson & Johnson. I dati, pubblicati su Nature, rivelano che il vaccino sperimentale, basato su vettori derivati da adenovirus di serotipo 26 (Ad26) ha indotto una forte risposta immunitaria come provato dagli “anticorpi neutralizzanti”, riuscendo a prevenire infezioni successive e proteggendo completamente o quasi completamente dal virus i polmoni di primati non umani (NHPs) nello studio pre-clinico. In forza di tali dati, un trial clinico first-in-human di fase 1/2 per il candidato vaccino su volontari sani è stato ora avviato negli Stati Uniti e in Belgio. “Siamo felici di questi dati pre-clinici, perché mostrano che il nostro vaccino candidato contro il SARS-CoV-2 ha dato luogo ad una forte risposta anticorpale e ha fornito una protezione completa o quasi completa con una singola dose”, ha sottolineato Paul Stoffels, M.D., Vice Presidente del Comitato Esecutivo e Chief Scientific Officer di Johnson & Johnson, “i risultati ci incoraggiano mentre progrediamo nello sviluppo del nostro vaccino, e in parallelo potenziamo la produzione, avendo iniziato un trial di fase 1/2a in luglio con l’intenzione di passare ad una sperimentazione di fase 3 in settembre”.

Gli studi pre-clinici sono stati condotti da ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) in collaborazione con le Janssen Pharmaceutical Companies di Johnson & Johnson e altri, nell’ambito della collaborazione in essere per accelerare lo sviluppo di un vaccino anti SARS-CoV-2. Negli studi i ricercatori hanno prima immunizzato i primati non umani con una serie di prototipi di vaccino, per poi infettarli con il SARS-CoV-2. Gli scienziati hanno scoperto che, dei sette prototipi di vaccino testati nello studio, l’Ad26.COV2.S (indicato come Ad26-S.PP nell’articolo su Nature) induceva i livelli più elevati di anticorpi neutralizzanti contro il SARS-CoV-2. Il livello anticorpale era correlato al livello di protezione, a conferma di precedenti osservazioni, proponendosi come potenziale biomarcatore della protezione vaccinale.

I sei soggetti cui era stata somministrata una singola immunizzazione con Ad26.COV2.S non avevano virus rilevabile nel tratto respiratorio inferiore dopo l’esposizione al SARS-CoV-2, e solo in uno dei sei il tampone nasale ha rilevato livelli molto bassi del virus in due momenti temporali. “Mentre combattiamo collettivamente questa pandemia, rimaniamo profondamente dediti al nostro scopo di fornire al mondo un vaccino sicuro ed efficace. I nostri risultati pre-clinici ci danno motivo di essere ottimisti nell’avviare i trial clinici first-in-human, e siamo entusiasti di affrontare la prossima fase della ricerca e sviluppo di un vaccino anti COVID-19. Sappiamo che, se avremo successo, questo vaccino sarà in grado di essere rapidamente sviluppato, prodotto su larga scala e portato in tutto il mondo” ha affermato Mathai Mammen, M.D., Ph.D., Responsabile Globale Janssen Research & Development, Johnson & Johnson. 

Il vaccino, su cui si concentrano molte speranze perchè è tra i pochi, al momento, a dimostrare una chiara efficacia anche con singola dose, sarà parzialmente prodotto anche in Italia. Lo aveva annunciato il 6 luglio il ministro della Salute Roberto Speranza. Il confezionamento del farmaco sarà completato nei laboratori dell’azienda Catalent di Anagni, in provincia di Frosinone. La stessa dove si “infialeranno” (ossia si confezioneranno le singole dosi), sempre ovviamente se saranno supererati tutti i test di efficacia e sicurezza, le 400 milioni di dosi di vaccino prodotto da AstraZeneca dopo essere stato messo a punto dall’Università di Oxford. “Sono belle notizie – aveva commentato Speranza – che testimoniano come l’Italia e le sue eccellenze scientifiche e produttive siano al centro della sfida mondiale per il nuovo vaccino”. 

AGI – “Sto lavorando ad grande piano su alcuni assi fondamentali, serve una cifra dai 20 miliardi in su se vogliamo fare un’azione vera e reale di cambiamento copernicano sul nostro sistema sanitario nazionale”. Lo ha annunciato a Radio 24 il ministro della Salute, Roberto Speranza. 

Dove si interverrà? Speranza ha specificato che gli “ambiti sono vari. Noi abbiamo bisogno di un grande investimento sulla sanitaà digitale, tema sul quale l’Italia è in ritardo. Abbiamo bisogno di investire sulla sanitaàdel territorio, sui presidi ospedalieri. C’è poi il tema enorme – ha proseguito il ministro – che riguarda la nostra capacità come paese di attrarre gli straordinari investimenti che si fanno a livello globale sull’industria farmaceutica, e c’è anche un grande tema tra sanità e ambiente. Io penso che – ha sottolineato Speranza – dobbiamo lavorare a un grande piano di rilancio del nostro Ssn e della nostra sanità pubblica”.

Quali risorse usare? “A me vanno bene il Mes, il Recovery Fund, le risorse prese con le nostre aste ordinarie” ha dichiarato il ministro – quello che non può accadere è che le risorse non arrivino. Penso che se c’è una stagione in cui arrivano nuove risorse, il Servizio sanitario nazionale deve essere il primo capitolo da finanziare”. 

Uno studio realizzato da un’equipe di ricercatori torinesi apre nuove prospettive per l’approccio ai malati con tumore del colon retto. La ricerca “EGFR blockade reverts resistance to Krasg 12C inhibition in colorectal cancer”,  pubblicata sulla rivista scientifica “Cancer Discovery”, è stata condotto da un team internazionale guidato da Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di oncologia molecolare all’IRCCS Candiolo e docente del Dipartimento di oncologia dell’università di Torino e coordinato da Sandra Misale, attualmente ricercatrice associata al “Memorial Sloan Kettering Cancer Center” di New York.

Il team ha esaminato su modelli cellulari gli effetti di “AMG510”, un farmaco sperimentale contro il cancro che agisce da inibitore del gene “KRAS G12C”.  “Si tratta – spiegano i ricercatori –  di uno dei geni mutati più comuni nei tumori umani, come il cancro ai polmoni, al colon-retto e al pancreas ed è stato considerato incurabile per decenni, fino al recente sviluppo di una nuova classe di inibitori covalenti, tra cui il promettente AMG510, capaci di inibire una delle versioni mutanti del KRAS, la G12C”.

“L’utilizzo dell’inibitore AMG510 del gene KRAS G12C, seppur in una fase ancora sperimentale, – si dice ancora – ha mostrato risultati promettenti sui pazienti colpiti da cancro ai polmoni. Tuttavia, per i pazienti affetti da cancro al colon-retto i risultati sono stati meno positivi”.  

“In questo lavoro, abbiamo cercato di comprendere i meccanismi alla base delle differenze di lignaggio nelle cellule del cancro ai polmoni e del cancro al colon-retto – dichiara Sandra Misale – I dati ci dicono che, nonostante ospitino la stessa mutazione, ci sono differenze intrinseche nel manifestarsi tra i due tipi di cancro, che si traduce in sensibilità diverse dell’inibizione del gene KRAS G12C. Queste scoperte hanno una rilevanza immediata per i pazienti affetti da cancro al colon-retto con un tumore causato dalla mutazione del gene KRAS G12C”.

 Alla base di questa differenza ci sono vari livelli di attivatori del gene KRAS nei due diversi tipi di tumore. Attaccando i recettori del fattore di crescita epidermico con medicinali mirati, i ricercatori hanno dimostrato che “i modelli di cancro al colon-retto trattati con inibitori del gene KRAS G12C possono bloccare la proliferazione e indurre la morte delle cellule tumorali. Questi medicinali mirati – anticorpi monoclonali – sono già approvati per il trattamento di altri sottotipi di cancro al colon-retto”.

Il gruppo di ricerca ha testato questa combinazione farmacologica in modelli preclinici derivati da pazienti affetti da cancro al colon-retto, fra cui organoidi tumorali, riscontrando una riduzione della crescita del cancro ed, in alcun i casi, una  completa regressione del tumore.​  Nel futuro, grazie a questo studio sperimentale, che necessita di conferme sull’uomo, si potrebbero aprire nuove prospettive per l’approccio ai malati con tumore del colon-retto. 

Mal comune, nessun gaudio. Immuni non ha sfondato, ma negli altri Paesi le applicazione per il tracciamento dei contagi non vanno molto meglio (salvo che in Australia). Secondo una stima di Sensor Tower, sono state installate solo dal 9,3% dei cittadini.

Il dato riguarda i Paesi oltre i 20 milioni di abitanti nei quali il governo ha raccomandato di scaricare un’app. L’Italia è quinta tra i 13 Stati analizzati: Immuni sarebbe stata scaricata dal 7,2% dei cittadini sopra i 14 anni.

Non ci sono numeri magici, ma

I Paesi presi in considerazione da Sensor Tower mettono insieme una popolazione di 1,9 miliardi di persone. Vuol dire che a utilizzare app per il tracciamento dei contagi sono quasi 173 milioni di cittadini. Amesh Adalja, ricercatore del Johns Hopkins University Center for Health Security, ha affermato che non ci sono numeri magici e che non è possibile definire solo da una percentuale il successo o l’insuccesso di un’app.

Al di là di ogni ragionevole dubbio, però, la media del 9,3% è quantomeno deludente (per non dire insufficiente). Come molte medie, però, nasconde risultati molto diversi e mescola casi in cui l’adozione è stata soddisfacente con altri in cui è stata quasi nulla. Con l’Italia a metà strada.

Il caso australiano

L’unica promossa sembra essere l’Australia. COVIDSafe è stata installata da 4,5 milioni di persone, pari al 21,6% della popolazione. Più di un australiano su cinque ha scaricato l’app. Ha giocato a favore il fatto di essere stata pubblicata in tempi brevi: è disponibile dal 26 aprile.

Da quel momento è rimasta in vetta alla classifica delle app gratuite più scaricate sugli iPhone australiani per 24 giorni. Vuol dire che per quasi un mese ha avuto più download di TikTok o Zoom. E ancora oggi è in testa nella categoria “Salute e Fitness”.

La Germania corre

Seconda, per quota di adozione, è Hayat Eve Sıgar, app installata dal 17.3% dei cittadini turchi (poco più di 11 milioni di persone). Terza la tedesca Corona-Warn-App: è stata scaricata dal 14,4% dei cittadini ma, sottolinea Sensor Tower, è quella che si è diffusa più in fretta: è stata infatti lanciata solo il 15 giugno, cioè una settimana dopo l’inizio della sperimentazione di Immuni.

Ma rispetto all’app italiana ha un tasso di adozione doppio. A conferma che la rapidità di rilascio è stata importante, ma non è stata tutto. In India non sono stati sufficienti neppure gli obblighi per far decollare l’applicazione Aarogya Setu, installata dal 12,5% dei cittadini. Vista la popolazione, in termini assoluti l’India è il Paese che ha raccolto più utenti: 127,6 milioni. Un numero che dovrebbe essere integrato – anche se con effetti limitati dalle app locali, rese disponibili solo in alcuni Stati.

Sud-Est asiatico a zero

Le app di Perù (adottata dal 6,8% dei cittadini), Giappone (5%) e Arabia Saudita (4,9%) hanno registrato percentuali di adozione inferiori rispetto a Immuni. Più indietro ancora l’app francese (ferma al 3,1%) e l’indonesiana PeduliLindungi (al 2,3%). La media è poi ulteriormente appesantita da Thailandia, Vietnam e Filippine, dove l’adozione non arriva all’1%. Al di là delle posizioni in classifica e dei numeri virgola, c’è poco da stare allegri. Visto che si tratta di una pandemia, nessuno è al sicuro fino a quando non lo sono tutti.   

Flag Counter