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L’Agenzia europea per i medicinali, Ema, ha chiesto alle aziende di riesaminare, per precauzione, tutti i farmaci per la possibile presenza di nitrosammine e di testare tutti i prodotti a rischio. Nel caso in cui venissero rilevate nitrosammine, l’Ema raccomanda alle aziende di informare tempestivamente le autorità “affinché possano essere intraprese adeguate azioni normative”.

Le nitrosammine sono classificate come probabili agenti cancerogeni per l’uomo, il che significa che un’esposizione a lungo termine al di sopra di determinati livelli può aumentare il rischio di cancro. La loro presenza è il motivo per cui l’Aifa ha ritirato diversi prodotti a base di ranitidina. “Nel frattempo, la CHMP (Committee for Medicinal Products for Human Use) continuerà a valutare le conoscenze scientifiche disponibili sulla presenza di nitrosammine nei medicinali e consiglierà le autorità preposte alla regolamentazione sulle azioni da intraprendere nel caso in cui le aziende trovassero nitrosammine nei loro medicinali”, scrive l’Ema.

 “Ci aspettiamo di avere circa 6 milioni di influenzati, con un’incidenza leggermente inferiore rispetto agli scorsi anni”. Lo ha detto il virologo Fabrizio Pregliasco, ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano e direttore Sanitario I.R.C.C.S. Istituto Ortopedico Galeazzi.

Proprio oggi è stato isolato a Parma il primo virus dell’influenza stagionale in Italia. “A questi 6 milioni che saranno colpiti da ‘vera’ influenza – aggiunge Pregliasco – vanno poi aggiunti altri 8 milioni di cittadini che contrarranno gli altri virus simil-influenzali”.

L’influenza si distingue, infatti, da tutte le altre forme parainfluenzali per la presenza di tre caratteristiche: insorgenza brusca della febbre oltre i 38 gradi; presenza di almeno un sintomo sistemico (dolori muscolari/articolari); presenza di un sintomo respiratorio (tosse, naso che cola, congestione/secrezione nasale, mal di gola).

Nonostante quest’anno si stimi, dopo un biennio di forte incidenza, una stagione influenzale meno pesante per la popolazione generale e con dati nella media, i virus che colpiranno gli italiani saranno più insidiosi.

“Si sono diffuse due nuove varianti dei virus, H3N2 e H1N1, le quali, oltre ad avere una maggior capacità diffusiva, sono quelle forme influenzali che – soprattutto l’H1N1 nei bambini piccoli e l’H3N2 nei soggetti anziani e fragili – possono provocare maggiori severità e un piu’ alto rischio di complicanze”, continua Pregliasco. “Oltre a questi, saranno presenti anche i virus B/Colorado e A/Kansas che sono varianti già conosciute dalle precedenti stagioni”.

Il fenomeno dell’antibioticoresistenza, ossia la diffusione di ‘super-batteri’ resistenti a gran parte degli antibiotici conosciuti che prosperano grazie alla “selezione naturale” favorita dall’abuso di antibiotici, è un’emergenza globale, che va affrontata con un lavoro comune di tutti i soggetti coinvolti, ma anche con risorse adeguate. È la sintesi dell’intervento di Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, in audizione alla Commissione Affari Sociali della Camera.

“Ormai da molti anni a livello internazionale – ha ricordato l’esperto – è stato individuato questo tema come elemento di pericolo globale. L’Ue si è impegnata in maniera forte con un piano specifico dal 2011 in poi e con monitoraggi periodici. Un’emergenza ribadita anche lo scorso 14 giugno da un voto all’unanimità del consiglio europeo dei ministri della Salute, che hanno sottolineato l’importanza di un’azione sinergica, di un approccio one health, cioè affrontare il problema da tutti i punti di vista”.

Anche perché l’antibioticoresistenza, ha aggiunto Brusaferro, “non è solo un problema umano, non si risolve solo riducendo gli antibiotici all’uomo, ma riguarda anche il mondo veterinario, gli allevamenti, l’agricoltura, l’impatto ambientale”. Per affrontarlo servono risorse: “L’Ocse in un suo recente policy brief – ha detto il presidente dell’Iss – sottolinea che interventi anche molto contenuti di 2 o 3 dollari per persona per anno possono portare a salvare migliaia di vite umane, 9-10mila solo in Italia, e anche un ritorno economico”.

Proprio la scorsa settimana nella sede romana dell’Istituto “si sono riuniti rappresentanti di tutti i 28 paesi, con 40 partner, per fare il punto sugli obiettivi al 2020 e a che punto siamo”. L’Italia ha varato un piano nazionale considerato dagli esperti “tra i piu’ completi e ambiziosi, proprio perché affronta il problema con un approccio one health, in tutte le sue articolazioni, e coinvolge tutti gli attori, dall’ambiente agli aspetti economici e industriali. L’Italia ha degli elementi di positività: ci sono delle buone pratiche diffuse nel Paese, ci sono esperienze di successo nell’uso prudente dell’antibiotico, ci sono professionisti preparati. Dobbiamo fare in modo che le buone pratiche siano adottate anche in situazioni piu’ critiche, e che diventi una cultura diffusa”.

Il tema, infatti, è anche culturale: “L’antibiotico ha una valenza di sanità pubblica. Usarlo risolve i problemi dell’individuo ma impatta sull’ecosistema, presente e futuro. Si diffonde nell’ambiente. Deve essere usato con attenzione. Non può essere usato come si usa un integratore. Il punto culturale è che viene considerato come una panacea, come un’aspirina, e modificare questa percezione è molto complesso. Informare e formare è estremamente importante, ma è altrettanto importante che il cittadino riceva messaggi coerenti da tutti gli attori, dal medico al farmacista fino al vicino di casa”.

In ogni caso, ha concluso, “pur con un consumo di antibiotici significativamente diversi tra regioni si registra un trend generale al calo, si vede che la corretta informazione comincia a fare effetto”. L’ambizione dell’Italia, che in Europa è tra i paesi con la situazione più preoccupante. “È uscire dal colore rosso acceso nelle mappe europee sull’antibioticoresistenza e migrare verso arancione e auspicabilmente giallo e verde, con i paesi piu’ virtuosi. Raggiungere paesi come l’Olanda entro il 2021 lo ritengo improbabile, ma è realistico cercare di ottenere miglioramenti significativi”. 

L’Unione europea ha approvato per la prima volta un farmaco a base di cannabis: l’Epidiolex, indicato per  il trattamento di forme rare ma gravi di epilessia. Lanciato sul mercato USA nel 2018, oggi dunque potrà essere prescritto e anche in Europa (e in Italia), se i medici ritengono che aiuterà i malati. L’Epidiolex si presenta in forma liquida da assumere per bocca, come fosse uno sciroppo; contiene CBD purificato ed è privo di THC.

È stato testato in forme pediatriche di epilessia che non rispondono ai trattamenti tradizionali come la sindrome di Dravet e quella di Tourette, condizioni difficili da trattare che possono causare convulsioni multiple al giorno. Il farmaco, sviluppato da GW Pharmaceuticals, verrà utilizzato in combinazione con un altro farmaco per l’epilessia: il clobazam. In base alla normativa offlabel (L. 94/98), inoltre, il farmaco potrà essere utilizzato anche al di fuori delle indicazioni terapeutiche autorizzate se ne ricorrono le condizioni.

I suoi effetti positivi sulle due forme severe di epilessia, riporta Fanpage, sono stati raccontati da diversi studi clinici. L’ultimo è stato uno studio a lungo termine, condotto su 366 pazienti che sono stati seguiti per almeno 38 settimane ricevendo il farmaco con una dose di da 2,5 a 20 mg per chilogrammo di peso, al giorno, diminuendo o aumentando il dosaggio fino a 30 mg.

Secondo i risultati del lavoro pubblicato su Epilepsia, “La riduzione media nella frequenza delle crisi epilettiche variava dal 48% al 60%” e inoltre: “L’88% dei pazienti ha riportato un miglioramento delle condizioni generali secondo la scala Global Impression of Change”.

“Questo nuovo farmaco porterà speranza in alcune famiglie e l’approvazione dell’Ue sembra un paesso positivo. La cannabis terapeutica, tuttavia, rimane ancora un campo minato medico con molti ostacoli davanti”, ha commentato Ley Sander, direttore medico della Epilessia Society e professore di neurologia allo University College di Londra.

Intanto anche in Italia questo tipo di cure è già una realtà, ad esempio presso l’ospedale Gaslini di Genova, dove decine di bambini vengono trattati con CBD o con cannabis ad alto contenuto di questo cannabionide come la FM2, la cannabis prodotta presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, o le varietà Bediol e Bedrolite che importiamo dai Paesi Bassi.

Resta da capire se il costo del farmaco sarà coperto dal Sistema sanitario nazionale: secondo la previsione fatta dalla CNN durante il lancio del prodotto in USA, utilizzare l’Epidiolex potrebbe costare ai pazienti la cifra di 32.500 dollari all’anno. Un costo spropositato, ma che secondo l’azienda è in linea con i trattamenti tradizionali ad oggi in uso per queste patologie.

Quali sono i principali effetti collaterali dell’ Epidiolex? Stando alle indicazioni della ditta produttrice, i principali effetti collaterali principali sono: diarrea, debolezza, diminuzione dell’appetito, sonnolenza/stanchezza, eruzioni cutane, sonno disturbato (all’inizio del trattamento).

Quasi 3 milioni e mezzo di italiani (3.460.025, il 5,3% dell’intera popolazione) vivono dopo la diagnosi di cancro, cifra in costante crescita (erano 2 milioni e 244 mila nel 2006, 2 milioni e 587 mila nel 2010, circa 3 milioni nel 2015), grazie ad armi sempre più efficaci e alla maggiore adesione ai programmi di screening. In aumento anche la sopravvivenza: il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. Almeno un paziente su quattro, pari a quasi un milione di persone, è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può considerarsi guarito. Sono questi alcuni dati che emergono dal volume* ‘I numeri del cancro in Italia 2019’. 

“Nel maschio – spiega il professor Massimo Rugge, presidente Airtum – le migliori sopravvivenze si registrano per i tumori del testicolo, della prostata e della tiroide; nelle donne per le neoplasie della tiroide, della mammella e per il melanoma. Nel genere femminile, la sopravvivenza per tutti i tumori è più alta di quella della popolazione maschile: questo vantaggio di genere si mantiene anche nelle singole sedi e può essere associato alla diversa diffusione di screening specifici (mammella e utero) e alla maggior propensione del genere femminile a aderire ai programmi di prevenzione/screening”.

La sopravvivenza a 5 anni più alta si registra, per gli uomini, in Valle D’Aosta (61%), Emilia-Romagna e Toscana (56%) e, per le donne, in Emilia-Romagna e Toscana (65%). Nel 2016 (ultimo anno disponibile), nel nostro Paese, sono stati 179.502 i decessi attribuibili al cancro (100.003 uomini e 79.499 donne).

“I trend temporali – sottolinea Stefania Gori, presidente nazionale Aiom e Direttore dipartimento oncologico, Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar – indicano che, nel periodo 2003-2014, anche la mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi, come risultato di più fattori, quali la prevenzione primaria, in particolare la lotta al tabagismo, la diffusione degli screening su base nazionale, i miglioramenti diagnostici, i progressi terapeutici (chirurgici, farmacologici, radioterapici) e l’applicazione sempre più su larga scala di una gestione multidisciplinare dei pazienti oncologici. Proprio la prevenzione primaria, cioè l’adozione di uno stile di vita sano (no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante), è la migliore strategia per ridurre sia l’incidenza che la mortalità”.

Uno studio ha stimato i rischi attribuibili di morte per tumore legati allo stile di vita (fumo, alcol, eccesso ponderale, dieta e inattivita’ fisica) specifici per la popolazione italiana, evidenziando un rischio complessivo dal 37,9% al 43,8%, con una percentuale più alta negli uomini (46,7%) che nelle donne (26,8%).

“Il volume ‘I numeri del cancro in Italia 2019’ – dichiara Maria Masocco, responsabile dei sistemi di sorveglianza Passi e Passi d’Argento, coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità – contiene anche un’analisi degli stili di vita degli ultra 65enni che hanno ricevuto una diagnosi di tumore. I risultati sono preoccupanti. Le persone anziane che hanno avuto una diagnosi di tumore mantengono abitudini, quali fumo, abuso di alcol, sedentarietà o scarso consumo di frutta e verdura che rappresentano fattori di rischio per recidive tumorali o aggravanti della patologia stessa. Fra gli ultra 65enni che hanno avuto una diagnosi di tumore resta non trascurabile la quota di persone che si mantengono fumatori abituali (11%). Il 18% fa ancora un consumo di alcol rischioso per la salute (superando il limite indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per gli ultra 65enni di una unità alcolica al giorno) e il 40% dichiara di essere sedentario”.

La prima causa di morte oncologica in Italia è costituita dal carcinoma del polmone (33.838 decessi nel 2016), seguito da colon-retto (19.575), mammella (12.760), pancreas (12.049) e fegato (9.702). Il tumore del polmone (nel periodo 2003-2014) si conferma il primo big killer e mostra una tendenza in calo negli uomini (-1,6%) e in aumento nella popolazione femminile (+2,2%).

“In particolare nell’ultimo decennio per tutti i big killer oncologici (polmone, colon-retto, mammella), ma non solo, alla diagnosi morfologica – afferma Mauro Truini, Presidente Siapec-Iap – vengono associati i profili molecolari. Ciò ha consentito agli anatomo-patologi di identificare e perfezionare le classificazioni delle singole neoplasie. Un esempio è il cancro della mammella, che è oggi riconosciuto come una malattia eterogenea che comprende almeno 21 (isto)tipi invasivi diversi e che presenta sottotipi molecolari distinti. Sulla base di tali precise diagnosi morfologiche e molecolari, l’oncologo è in grado di adottare e modulare specifiche terapie più adatte per il singolo paziente. Inoltre, la collaborazione tra Airtum e Siapec-Iap, coniugando i dati di diagnosi istologica tradizionale e di cosiddetta ‘immunofenotipizzazione’ con i dati clinici dei registri tumori, ha permesso di derivare la classificazione molecolare del singolo tumore. Ciò ha consentito di avere un panorama dei tipi di cancro della mammella in Italia e quali sono gli organi bersaglio di metastasi a seconda delle caratteristiche del tumore stesso”. 

*Il volume è stato realizzato grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), dell’Associazione Italiana Registri Tumori (Airtum), di Fondazione Aiom, Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), Passi d’Argento e della Societa’ Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPEC-IAP).

I nuovi casi di tumore in Italia tendono a diminuire. Nel 2019 sono stimate 371 mila diagnosi (196.000 uomini e 175.000 donne), erano 373 mila nel 2018: 2.000 in meno in 12 mesi. “I dati (calcolati al netto dell’invecchiamento della popolazione: dati standardizzati), relativi ai trend temporali nel periodo 2003-2014, indicano – spiega Stefania Gori, presidente nazionale Aiom e direttore del dipartimento oncologico, Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar – che l’incidenza delle neoplasie è in riduzione in entrambi i generi”.

Le cinque diagnosi più frequenti sono quelle della mammella (53.500 casi nel 2019), colon-retto (49.000), polmone (42.500), prostata (37.000) e vescica (29.700). Sono questi alcuni dati che emergono dal volume* ‘I numeri del cancro in Italia 2019’.

In calo, in particolare, le neoplasie del colon-retto, dello stomaco, del fegato e della prostata e, solo negli uomini, i carcinomi del polmone. Che continuano, invece, ad aumentare fra le donne (+2,2% annuo), per la preoccupante diffusione dell’abitudine al fumo di sigaretta fra le italiane. In crescita anche il tumore della mammella e, in entrambi i generi, quelli del pancreas, della tiroide e i melanomi (soprattutto al Sud).  L’incidenza piu’ alta si registra in Friuli Venezia Giulia (716 casi per 100.000 abitanti), la piu’ bassa in Calabria (559 casi per 100.000 abitanti).

“Il tumore della mammella – aggiunge Stefania Gori – si conferma il più frequente nella popolazione, in crescita soprattutto nelle aree del Centro-Nord per l’estensione dei programmi di screening e della popolazione target (da 50-69 anni a 45-74): quest’ultimo però non costituisce un fenomeno negativo, perché vengono individuati in fase iniziale e con alte probabilità di guarigione molti tumori che, senza lo screening, sarebbero stati scoperti in stadio avanzato”.

Secondo Massimo Rugge, Presidente Airtum, “l’incidenza dei tumori maligni conserva differenze geografiche significative: decresce progressivamente dall’Italia del Nord a quella meridionale-insulare. Nel maschio, il tasso di incidenza standardizzato per tutte le neoplasie è più basso al Centro (meno 4%, rispetto al Nord) e ancor più basso al Sud (meno 14%); lo stesso andamento si conferma nel genere femminile (meno 5% nell’Italia centrale e meno 17% nell’Italia del Sud-insulare, rispetto al Nord). È verosimile attribuire tale situazione a fattori che agiscono in senso ‘protettivo’ (abitudini alimentari, vita riproduttiva, minore esposizione a fattori di rischio ambientale). Nel Meridione, tuttavia, la minore adesione agli screening oncologici non ha fatto rilevare quei benefici effetti della diagnosi precoce, che si registrano nel Settentrione. Nell’Italia meridionale-insulare, infatti, non si è osservata – prosegue – quella riduzione di incidenza e mortalità che, nel Nord, è stata documentata per i carcinomi per i quali sono attivi programmi di diagnosi precoce (mammella, colon-retto e cervice uterina)”. 

*Il volume è stato realizzato grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), dell’Associazione Italiana Registri Tumori (Airtum), di Fondazione Aiom, Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), Passi d’Argento e della Societa’ Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPEC-IAP)

Le particelle inquinanti dell’atmosfera superano la barriera placentare e, con tutta probabilità, arrivano al feto. È il risultato, preoccupante, di uno studio condotto dall’ Hasselt University, in Belgio, e pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communication. Secondo gli esperti, la ricerca è la prima prova del fatto che il nero carbonio inalato dalla mamma giunga fino alla placenta.

In particolare, in ogni placenta analizzata  – 28 mamme residenti in zone altamente inquinate si sono sottoposte all’indagine – gli studiosi hanno individuato migliaia di minuscole particelle per millimetro cubo di tessuto. Il rilevamento delle particelle sul lato fetale della barriera placentare suggerisce che è molto probabile che i feti siano esposti. L’equipe è al lavoro per individuare nero carbonio nel sangue fetale e per scoprire se queste particelle causano danni al DNA.

È già stato stabilito il collegamento tra l’esposizione agli agenti inquinanti della mamma e l’aborto, nascita pre-termine e basso peso alla nascita. Così come l’ipertensione e gli infarti durante la gravidanza sono stati collegati all’inquinamento domestico. Ma i ricercatori sospettano ora che possa esserci un legame diretto tra le particelle e il feto nella placenta, non solo quindi ‘mediato’ dall’infiammazione sviluppata dalla mamma.

“I nostri risultati dimostrano che la barriera placentare umana non è impenetrabile per le particelle”, ha dichiarato Andrew Shennan, professore di ostetricia presso il King’s College di Londra. I risultati, ha aggiunto, “destano preoccupazione” e “meritano ulteriori indagini”. “La placenta è l’interfaccia tra madre e bambino ed è la chiave per nutrire e supportare tutte le esigenze del bambino. Sia la funzione che la struttura della placenta sono importanti, non solo per la crescita e il benessere del bambino, ma anche per quello della madre”.

Un danno in questa fase determina tutta la vita, ha spiegato Tim Nawrot dell’Università Hasselt in Belgio, che ha guidato lo studio. “Questo è il periodo più vulnerabile durante il quale tutti gli organi sono in fase di sviluppo. Per proteggere le generazioni future, dobbiamo ridurre l’esposizione agli agenti inquinanti”.

Oltre alla placenta delle 28 future mamme, i ricercatori hanno anche esaminato la placenta di aborti spontanei scoprendo che le particelle inquinanti erano presenti anche nei feti di 12 settimane.

A livello globale c’è un’allarmante mancanza di conoscenza sulla demenza. Una vasta indagine ha rilevato che due persone su 3 sono convinte che la demenza sia una normale conseguenza dell’invecchiamento. È quanto emerge dal Rapporto Mondiale Alzheimer 2019 ‘L’atteggiamento verso la demenza’, pubblicato in occasione della XXVI Giornata Mondiale Alzheimer che si celebra oggi.

L’indagine, che ha coinvolto 70 mila persone in 155 Paesi del mondo, ha analizzato le convinzioni e i comportamenti diffusi nell’opinione pubblica nei confronti della malattia di Alzheimer e di tutti gli altri tipi di demenza. Dalla ricerca si evince come lo stigma verso la demenza impedisce alle persone di chiedere informazioni, supporto e assistenza medica che potrebbero migliorare notevolmente la durata e la qualità della vita per quella che è, a livello globale, una delle cause di morte a più rapida diffusione.

Secondo le previsioni, il numero delle persone con demenza è destinato a triplicare rispetto ai 50 milioni attuali, raggiungendo 152 milioni nel 2050. Sul fronte economico, il costo annuo della demenza supera attualmente i mille miliardi di dollari, cifra destinata a raddoppiare entro il 2030. La demenza, poi, è la quinta principale causa di morte a livello globale (dato del 2016, mente nel 2000 era la quattordicesima). In Italia la stima attuale delle persone con demenza è di 1.241.000. 

Il Rapporto ‘L’atteggiamento verso la demenza’ sottolinea quali siano le barriere principali alla ricerca di aiuto, consigli e assistenza: il 48% degli intervistati è convinto che la memoria di una persona con demenza non migliorerà mai, neppure con interventi medici, mentre 1 su 4 crede che non si possa fare nulla per prevenirla.

“Dal Rapporto – commenta Gabriella Salvini Porro, presidente Federazione Alzheimer Italia – emergono dati a dir poco allarmanti, che riguardano tutto il mondo, compresa l’Italia e non solo alcune zone. Certo, gli atteggiamenti variano a seconda delle fasce regionali, socioeconomiche e culturali, ma è indubbio che alcune convinzioni errate sulla demenza siano ancora radicate in maniera importante anche nella nostra opinione pubblica. Questa è l’unità di misura dello stigma presente nelle nostre comunità, che descrive anche la sfida che ci attende nel perseguire la lotta”.

E ancora: “Pensiamo per esempio al 60% degli intervistati che ritiene corretto non coinvolgere le persone con demenza: si tratta di discriminazione con una loro individualità e un loro vissuto costruito lungo una vita intera, al di la’ dell’etichetta della diagnosi. Un dato positivo e’ che almeno il 50% degli intervistati e’ convinto che lo stile di vita possa influire sulla riduzione del rischio di sviluppare una forma di demenza. Per aumentare questa percentuale – conclude – dobbiamo agire su tutti i fronti: sociale, assistenziale e medico”.

Dal Rapporto emerge, inoltre, come circa il 50% delle persone con demenza intervistate si senta ignorata dal personale sanitario (medici e infermieri), mentre il 33% crede che, se soffrisse di demenza, il personale medico non gli darebbe ascolto. Un dato interessante è che il 95% dei partecipanti ritiene che potrebbe sviluppare una demenza nel corso della sua vita e più di due terzi delle persone (69,3%) si sottoporrebbero a un test genetico per conoscere il loro rischio di svilupparla (anche se finora non esiste un trattamento in grado di modificare il decorso della malattia). Ciò significa che il timore di soffrire di demenza è diffuso a livello globale, ma la malattia è ancora scarsamente compresa.

Altro dato che colpisce è che anche il 62% del personale sanitario pensa ancora che la demenza sia conseguenza del normale invecchiamento. “Lo stigma – commenta Paola Barbarino, amministratore delegato di Adi – è il più grande limite alla possibilità delle persone di migliorare sensibilmente il loro modo di convivere con la demenza. A livello individuale, lo stigma può minare gli obiettivi esistenziali e ridurre la partecipazione ad attività sociali, peggiorando il benessere e la qualità della vita. A livello di società, lo stigma strutturale e la discriminazione possono influire sull’entita’ dei fondi da stanziare per la cura e l’assistenza. Auspichiamo – conclude – che i risultati ottenuti da questa ricerca possano dare il via a una riforma e a un cambiamento globale positivo”. 

Negli Usa sale a 530 il numero di casi di insufficienza respiratoria associata alle sigarette elettroniche, mentre si contano già 7 vittime dall’estate. L’ultima è avvenuta pochi giorni fa in California, dove era già morta un’altra persona. Le altre si erano verificate in Kansas, Illinois, Indiana, Minnesota e Oregon. Sono in dati aggiornati resi noti dal Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (C.D.C.) e riportati dal New York Times.

Anne Schuchat, vice direttore del centro, ha fatto sapere che gli esperti si aspettano altre morti per quella che definiscono “un’epidemia”. In pochi mesi centinaia di giovani – tutti svapatori –  sono arrivati in ospedale con fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva ma dottori e funzionari della sanità pubblica ammettono di non averne ancora individuato la causa esatta (o le cause).

Nel corso di una conferenza stampa, il C.D.C. fornito la prima istantanea della popolazione colpita: quasi i tre quarti sono maschi, i due terzi hanno tra i 18 e i 34 anni. Il 16% ha 18 anni o meno. “Più della metà dei casi ha meno di 25 anni”, ha detto Schuchat. I casi sono stati registrati in 38 stati. E all’inizio della settimana è emerso anche un primo caso in Canada: un adolescente dell’Ontario ricoverato in terapia intensiva, ora guarito. I primi risultati di un sondaggio annuale pubblicato mercoledì mostrano che lo svapo di adolescenti è raddoppiato dal 2017.

Ma cosa c’è dei pericoloso nell’alternativa più sana alla sigaretta? Lo svapo comporta l’inalazione via aerosol di sostanze. Ma per diventare inalabile, la nicotina (o il THC) devono essere miscelati con solventi che dissolvono e rilasciano la sostanza. I solventi, o oli, si riscaldano durante l’aerosol per diventare vapore. Ma alcune gocce d’olio possono rimanere nel dispositivo quando il liquido si raffredda e l’inalazione di tali gocce può causare problemi respiratori e infiammazione polmonare.

“L’inalazione di olio nei polmoni è estremamente pericolosa e può provocare la morte”, ha affermato Thomas Eissenberg, che studia i problemi legati allo svapo alla Virginia Commonwealth University. Quando gli oli vaporizzati entrano nei polmoni, questi li riconoscono come un oggetto estraneo e innescano una risposta immunitaria, causando infiammazione e accumulo di liquidi che possono causare polmonite lipoide.

Il C.D.C. ha ribadito che molte delle persone che si sono ammalate hanno utilizzato prodotti a base di THC, alcuni acquistati per strada, anziché dai rivenditori negli Stati in cui la marijuana ricreativa o medica è legale. Tuttavia, i funzionari hanno anche precisato di non avere ancora individuato una sostanza responsabile della sindrome respiratoria acuta in quanto alcuni  pazienti hanno riferito di usare THC, altri THC e nicotina mentre altri solo nicotina. Una parte degli ospedalizzati è, inoltre, attaccata al respiratore, rendendo impossibile avere un quadro completo.

“Abbiamo un disperato bisogno di fatti e prove”, ha detto Mitchell Zeller, direttore del centro per i prodotti al tabacco dell’F.D.A. Zeller ha spiegato che nei prodotti analizzati c’erano più composti utilizzati nelle miscele di svapo, che destano sospetto, tra cui la vitamina E, presente nella cannabis. Pur essendo il principale indiziato questa non sembra essere l’unico possibile responsabile.

Intanto, dopo il Michigan, anche lo stato di New York questa settimana ha messo al bando le sigarette elettroniche dietro proposta del governatore Andrew Cuomo. Entro due settimane le e-cig dovranno essere rimosse dagli scaffali. Le uniche a salvarsi dovrebbero essere quelle aromatizzate al tabacco e al mentolo. 

“Il problema non sono le sigarette elettroniche, ma cosa ci si mette dentro”, ha spiegato al Messaggero Fabio Beatrice, Direttore del centro antifumo San Giovanni Bosco di Torino. “Non a caso un articolo appena pubblicato dal New England Journal of Medicine ha visto che l’84% dei ricoverati per le e-cig aveva messo nel dispositivo oli a base di Thc, più altre sostanze tossiche non identificate. E’ chiaro che se ci si fa un aerosol di qualcosa di tossico si rischia. In Italia si vendono solo liquidi certificati, il mercato del ‘fai da tè non ha preso molto piede, e non a caso non abbiamo casi simili, al massimo qualche allergia”.

La prevalenza del diabete di tipo 2 negli adolescenti e nei giovani adulti (sotto i 40 anni) sta aumentando notevolmente. È l’allarme lanciato dagli esperti in occasione del 55esimo congresso della European Association for the Study of Diabetes (Easd), in corso a Barcellona. La Società italiana di diabetologia (Sid) stima che, negli ultimi 10 anni, la popolazione dei giovani con diabete di tipo 2 è raddoppiata, arrivando a interessare circa 150 mila soggetti. Non solo. L’insorgenza del diabete in giovane età è associata ad una più lunga esposizione alla malattia e ad un aumentato rischio di complicanze croniche, sia macro che micro-vascolari, legate ad un periodo maggiore di esposizione ad elevati livelli di glicemia.

Inoltre, si stanno accumulando prove del fatto che il diabete di tipo 2 a esordio giovanile abbia un fenotipo patologico più aggressivo, che porta allo sviluppo prematuro di complicanze, con effetti negativi sulla qualità della vita e effetti sfavorevoli sugli esiti a lungo termine.

“Il diabete di tipo 2 nei giovani – si legge in una nota della Sid – è associato a grave resistenza all’insulina e ad un progressivo deterioramento della funzione delle cellule beta pancreatiche. Contrariamente al diabete di tipo 2 adulto, il declino della funzione delle cellule beta nel diabete di tipo 2 giovanile è da tre a quattro volte più veloce e i tassi di fallimento terapeutico sono significativamente più alti nei giovani che negli adulti. Il diabete di tipo 2 a esordio precoce colpisce infine anche piu’ individui in eta’ lavorativa, accentuando gli effetti sociali avversi della malattia”.

Le opzioni terapeutiche per questa condizione sono fortemente ridotte, e gli studi disponibili ancora pochi. “Insieme alle modifiche dello stile di vita, di importanza capitale, la metformina – spiegano gli esperti – rimane la terapia di prima linea per gli adolescenti con diabete di tipo 2, sebbene la maggior parte progredisca rapidamente verso l’insuccesso del trattamento e la terapia insulinica.

Esiste un motivo in più per la prevenzione dell’obesita’ negli adolescenti e nei giovani: arrestare l’aumento del numero di giovani con diabete tipo 2. L’onere della prevenzione non ricade solo sui medici, ma inizia dalla famiglia, dalla scuola, dai responsabili delle politiche sanitarie, e coinvolge varie componenti della società, inclusa l’industria alimentare”. 

I nuovi farmaci

Non più solo il controllo della glicemia, ma anche proteggere le persone con diabete di tipo 2 da tutte le complicanze connesse alla malattia. Questo è uno dei temi affrontati in occasione del 55esimo congresso della European Association for the Study of Diabetes (Easd), in corso a Barcellona.

Negli ultimi 10 anni l’armamentario farmacologico per la cura del diabete mellito di tipo 2 si è arricchito di almeno 3 nuove classi di farmaci, a ciascuna delle quali sono riconducibili diverse molecole. Inoltre, negli ultimi 3-5 anni, i dati di numerosi studi clinici controllati hanno dimostrato che il trattamento con alcune di queste molecole è in grado, specialmente in soggetti già affetti da malattia cardiovascolare, di ridurre il rischio di sviluppare ulteriori eventi. Hanno mostrato queste potenzialità molecole appartenenti alla classe degli agonisti recettoriali del GLP-1 e alla classe degli inibitori del trasportatore renale del sodio e del glucosio (SGLT2 inibitori). 

“Nell’ambito del congresso dell’EASD – dice Agostino Consoli, presidente eletto della Societa’ Italiana di Diabetologia (SID) – vengono presentati ulteriori dati circa le proprietà di alcune molecole di queste classi e ulteriormente discussi dati che dimostrano come gli effetti di protezione cardiovascolare di un agonista recettoriale del GLP-1 a lunga durata di azione possano essere osservati non solo in soggetti diabetici già affetti da malattia cardiovascolare, ma anche in soggetti diabetici che non hanno ancora avuto eventi cardiovascolari maggiori, ma che sono ad alto rischio di svilupparli”.

Questo congresso porta quindi nuove acquisizioni e conoscenze sul trattamento del diabete mellito di tipo 2 con farmaci innovativi, che sempre piu’ si dimostrano preziosi ed in alcuni casi insostituibili per il trattamento corretto del diabete mellito di tipo 2.

“Purtroppo – conclude Consoli – in Italia l’utilizzo di questi farmaci innovativi e’ ancora largamente al di sotto di un livello ottimale; sono infatti attualmente utilizzati solo nell’8 per cento delle persone con diabete, secondo i dati dell’ultimo Rapporto ARNO (il prossimo rapporto ARNO, con gli ultimi dati sull’utilizzo dei farmaci anti-diabete in Italia sarà presentato a Bologna, il prossimo 20 novembre), e troppe persone con diabete sono ancora trattate con terapie che stanno rapidamente diventando obsolete.

Questo è sicuramente dovuto anche a ineludibili considerazioni di carattere economico. Ogni sforzo dovrebbe tuttavia essere fatto per coniugare appropriatezza e sostenibilità e garantire i benefici connessi ad un approccio moderno alla malattia diabetica al numero piu’ ampio possibile delle persone che di esso possano avvantaggiarsi”

 

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