Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI –  Le precauzioni adottate per prevenire la diffusione della pandemia da nuovo coronavirus hanno ridotto anche l’incidenza di altre malattie respiratorie comuni.

A sottolinearlo è uno studio pubblicato sulla rivista Open Forum Infectious Diseases, condotto dagli scienziati del Boston Medical Center (BMC), che hanno rilevato una riduzione dell’80 per cento dei casi di influenza e altre infezioni respiratorie virali durante la pandemia rispetto agli anni precedenti.

Questo evidenzia come le misure di salute pubblica utilizzate per prevenire la trasmissione di Covid-19, come l’uso di mascherine, il distanziamento sociale e la frequente igiene delle mani, siano utili anche per ridurre il rischio di altre infezioni. 

“Sappiamo che gli agenti patogeni che provocano infezioni respiratorie si diffondono attraverso il contatto ravvicinato – afferma Manish Sagar, del BMC – volevamo esplorare in che modo le misure attuate per il nuovo coronavirus avessero rallentato il diffondersi di altre patologie”.

Il team ha analizzato tutte le infezioni virali respiratorie documentate ospedaliere e ambulatoriali presso il Boston Medical Center tra il primo gennaio 2015 e il 25 novembre 2020, suddividendo lo scorso anno in due periodi, dal primo gennaio al 10 marzo, e dall’11 marzo al 25 novembre, in modo da differenziare i momenti caratterizzati dall’attuazione di misure di prevenzione.

Gli scienziati riportano che a seguito dell’implementazione delle norme di sicurezza sanitaria la rilevazione di virus respiratori era dell’80 per cento meno elevata rispetto agli stessi periodi negli anni precedenti.

La ripresa graduale delle attività a Boston, inoltre, avvenuta intorno al 20 luglio 2020, è stata associata a un aumento del rilevamento delle infezioni da rinovirus.

“I risultati del nostro studio – conclude Sagar – possono essere particolarmente utili per lo sviluppo di strategie di prevenzione in contesti in cui le infezioni respiratorie sono particolarmente pericolose, ad esempio gli ambienti in cui si ritrovano persone anziane o immunodepresse”.

AGI – Quali sono i parametri parametri per valutare i pazienti Covid a casa,  quando è corretto ospedalizzare, quali sono i trattamenti antivirali da utilizzare, se è utile l’uso della idrossiclorochina o clorochina; e ancora, se è corretta la profilassi antitrombotica a casa, l’uso degli integratori e quando è corretto l’uso degli antibiotici.

Per i pazienti meno gravi

Queste le indicazioni contenute in un vademecum  per fornire indicazioni sulle cure a domicilio dei pazienti di Covid-19, colpiti in forma lieve o moderata, realizzato dalla Simg, la  Società italiana di medicina generale e delle cure primarie, in collaborazione con la Simit, Società italiana di malattie infettive e tropicali. 

“È necessario utilizzare indicazioni semplici e comprensibili sulla base delle evidenze scientifiche disponibili e delle raccomandazioni ufficiali del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità. Per questo la Simg propone una ‘expert opinion’ – ha sottolineato Claudio Cricelli, presidente della Simg – anche se oggi conosciamo meglio questo virus e possediamo strumenti utili a identificare i soggetti che possano più facilmente sviluppare una forma aggressiva della malattia, è necessario utilizzare indicazioni semplici e comprensibili sulla base delle evidenze scientifiche disponibili e delle raccomandazioni ufficiali del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità”. 

I consigli

Questo il vademecum preparato dalla Società italiana di medicina generale:

    Come possono i medici identificare i pazienti Covid-19 asintomatici, lievi, moderati o gravi? Secondo l’Oms, il caso di Covid-19 asintomatico è definito come una persona con
un test di amplificazione degli acidi nucleici (Naat) positivo per Sars-CoV-2 in assenza di sintomi. Il paziente sintomatico lieve soddisfa invece la definizione di caso di Covid-19 senza evidenza di polmonite virale o ipossia.

    Quali pazienti Covid-19 potrebbero essere trattati a casa? I pazienti asintomatici o quelli con malattia lieve o moderata senza fattori di rischio per evoluzione sfavorevole (inclusi età superiore a 60 anni, fumo, obesità, malattie
cardiovascolari, diabete mellito, malattia polmonare cronica, malattia renale cronica, immunosoppressione e cancro) possono non richiedere intervento medico in urgenza o ricovero ospedaliero e potrebbero essere sufficientemente
assistiti presso il loro domicilio.

    Come gestire la febbre nei pazienti Covid-19 a casa? L’Oms raccomanda che i pazienti Covid-19 ricevano un trattamento per la febbre e dolore associato all’infezione. Il paracetamolo è suggerito come una scelta sicura e raccomandabile per la gestione precoce e domiciliare dello stato febbrile nei pazienti Covid-19. I farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), inclusi l’acido acetilsalicilico e l’ibuprofene, sono risultati efficaci nel trattamento della sindrome simil-influenzale Covid-19 correlata ed inoltre dimostrano un potenziale beneficio nel contrastare la tempesta citochinica proinfiammatoria generata dall’infezione con conseguente riduzione del rischio di peggioramento delle manifestazioni respiratorie.

   Quali parametri clinici dovrebbero essere valutati a casa? La pulsossimetria domiciliare, valutata a riposo e dopo sforzo (test del cammino o della sedia), è un modo sicuro e non invasivo per valutare la saturazione di ossigeno nel sangue. La frequenza respiratoria è un altro parametro facilmente valutabile a casa. La tachipnea è un termine usato per definire la respirazione rapida e superficiale, che non deve essere confusa con l’iperventilazione, che si verifica quando il respiro di un paziente è rapido ma profondo. La tachipnea negli adulti è definita dalla presenza di più di 20 atti respiratori/minuto, considerando che 10-20 atti respiratori/minuto rappresentano il limite della norma.

   Quando un paziente Covid-19 dovrebbe essere ospedalizzato? Il ricovero è necessario quando i segni vitali diventano instabili ma anche quando la SpO2 diminuisce rapidamente, cioè entro 2 ore. I pazienti scarsamente
sensibili alla somministrazione di O2 dovrebbero essere urgentemente ricoverati in ospedale, se fattibile. La decisione di ricoverare un paziente Covid-19
dipende anche dall’impossibilità di fornire un’adeguata assistenza domiciliare a causa delle condizioni socio-familiari di base. 

   Quale trattamento antivirale potrebbe essere utile a casa per i pazienti con Covid-19 da lieve a moderato? La somministrazione di terapia antivirale non è raccomandata a domicilio. Data l’evidenza di inefficacia lopinavir/ritonavir non è raccomandato per il trattamento di pazienti con Covid-19.

   È utile somministrare idrossiclorochina o clorochina per il trattamento domiciliare dei pazienti Covid-19? Alcuni autori hanno suggerito l’uso di idrossiclorochina o clorochina per la prevenzione o il trattamento domiciliare precoce dei pazienti Covid-19. Tuttavia, in una recente revisione sistematica e meta-analisi di studi randomizzati controllati, non è stata trovata alcuna prova dell’efficacia dell’idrossiclorochina o della clorochina.

   La profilassi antitrombotica è giustificata per i pazienti Covid-19 a casa? Covid-19 è una malattia particolarmente debilitante, anche per i pazienti con sintomi lievi, pertanto, i pazienti sono spesso costretti a letto per diverse settimane, con un rischio maggiore di eventi tromboembolici. L’eparina può proteggere l’endotelio, probabilmente riducendo il livello dei biomarcatori infiammatori, e può prevenire la disfunzione polmonare micro e macrocircolatoria e possibilmente limitare il danno d’organo. Pertanto, i pazienti Covid-19 costretti a letto con sintomi respiratori acuti potrebbero essere trattati con Ebpm a casa per prevenire il tromboembolismo polmonare.

   Quando è utile somministrate gli steroidi a casa per i pazienti Covid-19? L’Oms raccomanda l’uso di steroidi nel Covid-19 solo per malattia severa ed è contraria al suo utilizzo su pazienti Covid-19 non gravi. La maggior parte dei pazienti Covid-19 a casa non è grave, quindi l’uso di steroidi a domicilio è limitato.

    Quando è indicato somministrare antibiotici ai pazienti Covid-19 a casa? Gli antibiotici non dovrebbero essere prescritti a casa a meno che non vi sia un forte sospetto clinico di una superinfezione batterica durante il corso
di Covid-19, come evidenziato da una ricomparsa di febbre dopo un periodo di defervescenza e/o evidenza radiologica di polmonite di nuova insorgenza e/o evidenza microbiologica di infezione batterica.

    Integratori alimentari: sono efficaci per prevenire o curare Covid-19? In uno studio prospettico osservazionale, la carenza di vitamina D è stata riscontrata essere più frequente nelle forme severe di Covid-19 tali da richiedere il ricovero in terapia intensiva. Pertanto, alcuni autori hanno suggerito l’uso della vitamina D con l’obiettivo di prevenire o trattare il Covid-19 ma sono necessari ulteriori studi, inclusi studi randomizzati controllati, per valutare l’efficacia della supplementazione di vitamina D sul decorso clinico di Covid-19. 

AGI – Al via in Italia le prime somministrazioni degli anticorpi monoclonali contro il Covid. Tra i primi a partire l’istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, che ha annunciato oggi l’avvio del trattamento a persone in fase iniziale di malattia che non necessitano di ricovero in ospedale, ma con particolati condizioni di aumentato rischio di peggioramento clinico, in base al programma del ministero della Salute, dell’Aifa e della Regione Lazio.

Al momento gli unici anticorpi monoclonali in commercio sono il cocktail della Regeneron e il farmaco di Eli Lilly. Il Regen-Cov è il cocktail di anticorpi monoclonali reso celebre per essere stato usato anche dall’ex presidente Usa, Donald Trump. Prodotto dal casa farmaceutica americana Regeneron, è basato sugli anticorpi casirivimab e imdevimab.

Il primo è stato isolato in un paziente di Singapore e il secondo è stato ottenuto in laboratorio inserendo la proteina spike del coronavirus nell’organismo di un topo modificato genericamente. Secondo i risultati della ricerca sarebbe in grado di ridurre la carica virale in modo significativo e ridurre del 50 per cento il rischio di contrare l’infezione. 

Questo ha aperto alla possibilità di usare questo cocktail come “vaccino passivo”, in attesa di una maggiore disponibilità dei vaccini antiCovid. I dati indicano che il farmaco può allo stesso tempo ridurre la carica virale dei soggetti infetti.

Il Bamlanivimab è l’anticorpo monoclonale autorizzato per l’uso di emergenza come trattamento per i pazienti ad alto rischio, con Covid-19 da lieve a moderato, negli Stati Uniti e in altri paesi nel mondo.

Prodotto da Eli Lilly and Company, gli studi mostrano un’efficacia del 72 per cento nel ridurre il rischio di ospedalizzazione per i pazienti con sintomatologia moderata. Bamlanivimab ed etesevimab è la combinazione di anticorpi targata Eli Lilly che gli studi indicano essere in grado di ridurre il rischio di ricovero e morte per Covid-19 del 70 per cento.

I due monoclonali sono stati testati in pazienti ad alto rischio con recente diagnosi di Covid-19. Dai risultati emerge che sono anche in grado di ridurre la carica virale e accelerare la risoluzione dei sintomi.

Anche AstraZeneca si è impegnata nello studio degli anticorpi monoclonali ed ha realizzato l’AZD7442, una combinazione a lunga durata d’azione (Long Acting AntiBody, LAAB) che imitano gli anticorpi naturali e hanno il potenziale per trattare e prevenire la progressione della malattia in pazienti potenzialmente infettati dal virus.

Potrebbe essere usato come intervento preventivo in ambienti pericolosi come comunità, ospedali, case di riposo, studentati perché il vantaggio è che ti dà anticorpi immediati.

Infine, la Toscana Life Sciences ha realizzato il Monoclonal Antibody Discovery Lab a Siena.

I ricercatori sotto la supervisione di Rino Rappuoli hanno selezionato gli anticorpi di persone guarite dalla malattia provocata dal coronavirus. È stato poi isolato quello più potente sulla base del quale è stato creato il farmaco. 

AGI – Secondo gli esperti della World Sleep Society (Wss), insonnia, disturbi del sonno e cattivo riposo notturno sono responsabili di problemi di salute del 45% della popolazione mondiale. In media, in quasi tutti i Paesi, tra 10 e 15% della popolazione nazionale è affetta da patologie del sonno mentre un altro 30% circa riferisce una sensazione di riposo non riparatore e di stanchezza al risveglio.

La situazione, secondo medici e psicologi, è ulteriormente peggiorata a causa della pandemia di Covid-19, dei lockdown e delle restrizioni sanitarie che da marzo 2020 hanno modificato stile e ritmi di vita. Eppure un sonno ottimale favorisce anche un miglior funzionamento del sistema immunitario, cruciale per non contrarre il virus e altre malattie.

Come spiegano gli studiosi della Wss, le alterazioni del sonno hanno conseguenze psicologiche e psichiatriche molto negative, quali l’aumento dell’ansia e dello stato depressivo. Sulla salute del corpo umano, sono un fattore di rischio aumentato di sovrappeso, obesità, ipertensione, diabete ed alcune forme di cancro, soprattutto del seno e della prostata.

Una ricerca della Clinica universitaria di Navarra, in Spagna, ha anche evidenziato l’incidenza del cattivo sonno sull’insorgere del morbo di Parkinson: il 33% dei pazienti con disturbi del riposo notturno lo sviluppano entro 5 anni e più del 75% entro 10 anni.

Migliorare la qualità del sonno è possibile con terapie farmacologiche, che però devono essere sempre prescritte da uno specialista. Prima di arrivare ai medicinali, la Società mondiale del sonno propone una serie di consigli utili. Tra i principali suggerimenti c’è quello di rispettare orari fissi sia per andare al letto che per alzarsi, riposare in media tra 7 e 8 ore a notte, non dormire troppo, non pensare di compensare nei week-end il sonno perso durante la settimana.

Possono poi contribuire alla regolarità del sonno i pasti a orari regolari, una buona programmazione delle attività della propria giornata per non arrivare alla sera troppo stanchi, l’esposizione ai raggi del sole soprattutto nelle ore mattutine, l’evitare i dispositivi elettronici nelle ore serali e prima di andare al letto, e l’attività fisica troppo pesante, la moderazione nei consumi di fumo e alcool, e infine l’evitare pasti pesanti, zuccheri, bevande gassate e caffeina dal tardo pomeriggio in poi. In piena pandemia rispettare questi consigli può sembrare più complicato: ma gli esperti consigliano di continuare ad imporsi un ritmo di vita regolare nonostante lockdown e telelavoro.

Concretamente si tratta di rispettare gli orari in cui uno va normalmente a dormire e si alza, non passare tutta la giornata davanti al pc, ritagliarsi momenti di pausa per fare esercizi di respirazione, lettura di libri, passeggiate nei pressi della propria abitazione, attività sportive, preparazione dei pasti e cura del proprio corpo.

AGI – Tutto è pronto allo Spallanzani per iniziare la somministrazione degli anticorpi monoclonali anti-Covid, secondo il programma del ministero della Salute, Aifa e Regione Lazio. 

Tali farmaci saranno somministrati a persone con diagnosi di Covid-19, in fase iniziale di malattia che non necessitano di ricovero in ospedale, ma con particolati condizioni di aumentato rischio di peggioramento clinico.

I pazienti verranno individuati dai medici di pronto soccorso o dai medici curanti a domicilio e inviati al centro di somministrazione territorialmente più vicino.

“Lo Spallanzani è pronto a mettere a disposizione della popolazione a rischio questo nuovo presidio di cura”, si legge in una nota. 

AGI – “Il vaccino AstraZeneca è efficace e sicuro, quindi bisogna continuare a usarlo“. Lo ha affermato a SkyTg24 Marco Cavaleri, responsabile della Strategia vaccini dell’Ema. “Il nostro comitato di farmacovigilanza ha guardato tutti i dati che abbiamo a disposizione riguardo alla sicurezza di questo vaccino – ha spiegato Cavaleri – inclusi questi eventi tromboembolici che si sono verificati, ma che in effetti sono molto rari”.

“Stiamo parlando di un numero di casi inferiore a quelli che ci saremmo aspettati – ha aggiunto – se le campagne vaccinali non fossero in corso, nella popolazione in generale. Essendo casi molto rari non sono stati ancora discussi nel dettaglio, prima di far questo è impossibile dire che abbiamo un problema con questo vaccino”.

Cavaleri ha aggiunto che “la settimana prossima ci sarà una riunione del nostro comitato di farmacovigilanza, dopo che tutti i casi cumulativi sono stati analizzati. Abbiamo cercato di avere tutte le informazioni, inclusa l’autopsia, così da avere un quadro completo”.

Nel Regno Unito, che è il paese che ha vaccinato di più con AstraZeneca con undici milioni di dosi – ha concluso – non hanno visto niente di allarmante o preoccupante su questo fronte”. 

Nuovo taglio alle spedizioni di dosi

Intanto AstraZeneca ha annunciato un nuovo taglio nelle consegne previste di vaccino anti-Covid all’Ue, citando problemi di produzione e restrizioni alle esportazioni. La società anglo-svedese si è detta “rattristata” per la carenza nelle spedizioni pianificate di vaccini Covid-19 nell’Unione europea, “nonostante lavori instancabilmente per accelerare la fornitura”.

La società aveva già lanciato l’allarme, imputando il taglio a “una produzione più bassa del previsto” ma sperava di compensare facendo affidamento alla sua rete globale. “Sfortunatamente, le restrizioni all’export ridurranno le forniture nel primo trimestre e probabilmente nel secondo”.

AstraZeneca ha ribadito la “collaborazione con la Commissione europea e Stati membri”, e si è detta “fiduciosa che la produttività nella sua catena di approvvigionamento in Europa continuerà a migliorare”. 

AGI – “L’insonnia è una delle conseguenze della situazione che stiamo vivendo ormai da più di un anno. A causa della pandemia si è verificato un aumento dei disturbi del sonno di circa il 40 per cento“. Lo afferma Eleonora Iacobelli, presidente Eurodap (Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico) e responsabile Trainer Bioequilibrium, che punta i riflettori su questa problematica in vista della Giornata Mondiale del Sonno che si celebra il prossimo 19 marzo.

“Da una ricerca condotta da Bioequilibrium su quasi 843 persone è emerso che l’84 per cento ritiene che la qualità del proprio sonno incida fortemente sul livello energetico giornaliero”, prosegue Iacobelli. “Infatti, l’83 per cento riferisce di sentirsi stanco durante il giorno; il 75 per cento di avere difficoltà a rilassarsi e il 63 per cento di dormire meno di sette ore a notte”.

Nel nostro paese si stima che ci siano circa 12mila persone che soffrono di insonnia, un problema che può seriamente compromettere la qualità di vita. Da gennaio c’è stato un boom di acquisti di prodotti che favoriscono il sonno. Stando alle stime di Federsalus, c’è stato un aumento del 28,8 per cento. Secondo gli esperti, si può parlare di insonnia quando il disturbo si verifica almeno tre volte a settimana per un periodo di almeno 3 mesi.

I sintomi principali dell’insonnia sono: difficoltà ad addormentarsi, frequenti e prolungati risvegli notturni, risveglio precoce al mattino e difficoltà a riaddormentarsi. L’insonnia è un’alterazione del sonno da non sottovalutare, poiché può compromettere le normali abitudini di vita, causando un senso di malessere generale, maggiore affaticabilità e irritabilità, diminuzione della capacità di concentrazione, mal di testa, sintomi gastrointestinali, formicolii e stati tensivi.

La buona notizia è che ci sono delle soluzioni. Certamente i farmaci, ma anche una serie di cambiamenti comportamentali e rimedi naturali. Iacobelli quindi suggerisce alcune buone pratiche per l’igiene del sonno: mantenere una routine fissa di quando andare a dormire e quando svegliarsi. In tal modo il nostro orologio biologico si abituerà allenando il nostro corpo a quando sia il momento di rilassarsi e quando ci si deve attivare per affrontare la giornata. Mantenere una corretta alimentazione mangiando leggero e almeno 2-3 ore prima di coricarsi (tempo di digerire al meglio).

Evitando anche cibi grassi e/o speziati che potrebbero disturbare il sonno. Fare attività fisica o anche un bagno caldo almeno 2-3 ore prima di andare a letto. Alcuni studi hanno dimostrato che il repentino abbassamento della temperatura corporea, che si ha quando si terminano queste attività, favorirebbe il sonno profondo. Ma se questi “comportamenti virtuosi” non dovessero bastare, ci sono anche alcuni rimedi naturali: dalla melatonina alla passiflora, dalla valeriana e dal tiglio fino al luppolo, l’escolzia, il salice e il magnesio.

AGI –  Non era iniziata benissimo la storia del vaccino AstraZeneca, con il clamoroso caso della prima dose che per errore è stata somministrata dimezzata durante il grande studio di Oxford sull’efficacia del siero, scoprendo peraltro, del tutto casualmente, che con mezza dose e poi un richiamo a dose intera l’efficacia era superiore.

E non di poco: il 90% contro il 62% della canonica doppia dose, che è stata comunque la soluzione adottata dall’Ema perché questo prevedevano i protocolli di studio. Un percorso accidentato, irto di ostacoli e di polemiche, fino alle decisioni a catena di diversi stati europei (Italia inclusa) di sospendere due lotti per gravi eventi avversi, soprattutto di origine trombotica. 

Una storia iniziata con grandi speranze: sono gli scienziati di Oxford, insieme ai ricercatori di AstraZeneca che quasi subito puntano su questa strada, a sviluppare per primi un vaccino contro il Covid addirittura ad aprile 2020, a nemmeno due mesi da Codogno: la fase I inizia il 23 aprile, è un processo rapido perchè, a differenza di Pfizer e Moderna, non si tratta di un vaccino di ultimissima generazione a Rna messaggero, ma usa un “classico” adenovirus, ossia un virus inattivato di gorilla, per fare da tramite nel trasportare nell’organismo le informazioni genetiche necessarie a sviluppare le difese immunitarie contro le spike del Sars-Cov.2.

Il 28 maggio scatta la fase 2, ed è lì che si verifica il caos con la prima dose dimezzata. A fine dicembre l’ammissione dell’azienda che è stato un errore, ma “un errore utile”.

Altro tema controverso, che creerà non pochi problemi nei mesi successivi, la scarsità di soggetti anziani coinvolti negli studi clinici, che non consentirebbe una valutazione completa dell’efficacia (e dei rischi) sulle persone più fragili.

Finalmente, il 30 dicembre, quello di AstraZeneca diventa comunque il primo vaccino autorizzato contro il Covid nel continente europeo: il via libera arriva dalla Gran Bretagna, che punta tutto sul vaccino sviluppato in casa (in collaborazione con la startup Irbm di Pomezia, alle porte di Roma). 

Si attende solo il via libera dell’Ema, l’agenzia regolatoria europea, che a fine anno ha già approvato Pfizer, il vaccino a mRna che ha dato ottimi risultati in fase di studio con un’efficacia ben superiore alle attese, oltre il 90%. L’Italia punta molto sul siero di AstraZeneca, atteso in oltre 40 milioni di dosi entro settembre di quest’anno.

L’Ema valuta già da settimane, è la cosiddetta “rolling review”, ossia un’analisi dei dati a studi in corso, ma di fronte alle pressioni per emulare subito la decisione di Londra replica duramente che i dati non sono sufficienti a “supportare il rigore richiesto per un’autorizzazione condizionata all’immissione in commercio e ciò è stato richiesto all’azienda”. 

Il 29 gennaio la svolta: l’Ema finalmente approva il vaccino, dai 18 anni in su, sottolineando di aver “valutato a fondo i dati sulla qualità, sicurezza ed efficacia” garantendo che il vaccino “soddisfa gli standard dell’Ue”.

Una notizia attesa ma dal sapore agrodolce: sono già iniziate infatti a trapelare dichiarazioni preoccupanti dell’azienda su una riduzione delle dosi pattuite con l’Europa, tanto che Ursula von der Leyen scrive un tweet gelido: “La commissione europea ha approvato la commercializzazione del vaccino di AstraZeneca. Mi aspetto che l’azienda fornisca le 400 milioni di dosi concordate”.

Così non sarà: ai Paesi dell’Unione le dosi arrivano con il contagocce, con riduzioni-monstre anche di ben oltre la metà. All’Italia, ad esempio, sono arrivate 1,5 milioni di dosi in questo primo trimestre contro i 5 milioni previsti.

Ma questa è un’altra partita, una sorta di Risiko che ha coinvolto i Paesi anche nel blocco dell’export (come fatto dall’Italia, capofila in Europa) verso altri continenti.

L’iter comunque prosegue, e il 30 gennaio, 24 ore dopo l’Ema, arriva il via libera dell’Aifa. Anche questo piuttosto sofferto: dopo una lunga riunione della Commissione tecnico-scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco, il documento prodotto “raccomanda l’utilizzo preferenziale” del farmaco sui soggetti di età inferiore ai 55 anni. 

“I dati degli studi registrativi del vaccino AstraZeneca – scrive l’Agenzia – mostrano un livello di incertezza nella stima di efficacia nei soggetti sopra i 55 anni, in quanto tale popolazione (nella quale tuttavia si è osservata una buona risposta anticorpale) era scarsamente rappresentata”.

Significativamente, per i più anziani (e i soggetti fragili) su suggerisce un “utilizzo preferenziale” dei vaccini a mRna, come quelli di Pfizer e Moderna. Successivamente, anche su richiesta del ministro Speranza, l’Aifa rivaluta la decisione aprendo anche agli over 55 senza fattori di rischio, da cui la circolare del ministero (del 17 febbraio) che fissa il tetto a 65 anni.

Ma non basta: è presto evidente che in questo modo, somministrando i vaccini a mRna agli over 80 e AstraZeneca agli under 65, si crea un “buco” di 15 anni, in cui le persone tra i 65 e gli 80 anni non sanno letteralmente quale vaccino toccherà a loro.

Impasse sbloccata, dopo mille discussioni, solo tre giorni fa, l’8 marzo: una nuova circolare del ministero stabilisce che il vaccino potrà essere somministrato a tutti i soggetti sopra i 18 anni, a eccezione dei pazienti identificati “come estremamente vulnerabili in ragione di condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici o per patologia concomitante che aumenti considerevolmente il rischio di sviluppare forme fatali di COVID-19”.

“Ulteriori evidenze scientifiche resesi disponibili – si legge nella circolare ministeriale – non solo confermano il profilo di sicurezza favorevole relativo al vaccino in oggetto, ma indicano che, anche nei soggetti di età superiore ai 65 anni, la somministrazione del vaccino di AstraZeneca è in grado d’indurre significativa protezione sia dallo sviluppo di patologia indotta da SARS-CoV-2, sia dalle forme gravi o addirittura fatali di COVID-19”.

Poi, negli ultimissimi giorni, la doccia fredda, con un lotto ritirato in 5 Paesi europei per gravi eventi avversi (ancora da verificare, però, la correlazione con il vaccino) e un altro lotto bloccato dall’Aifa in Italia per lo stesso motivo. La presidente von der Leyen ha comunicato che l’Ema ha avviato una ulteriore review accelerata. 

 

 

 

AGI – Due porzioni di pesce azzurro ogni settimana possono ridurre il rischio di decesso legato all’insorgenza di malattie cardiovascolari. A questa conclusione giunge uno studio, pubblicato sul Journal of American Medical Association Internal Medicine, condotto dagli scienziati della McMaster University, che hanno esaminato i dati di oltre 190 mila persone provenienti da 58 Paesi per correlare il consumo di pesce alle condizioni di salute. “Abbiamo osservato dei benefici significativi – sostiene Andrew Mente della McMaster University – ma è noto da tempo che gli acidi grassi omega-3 siano positivi per l’organismo”.

Il team ha raccolto i dati relativi a diversi studi precedenti, considerando un totale di 191.558 persone provenienti da tutto il mondo, 51 mila delle quali avevano sviluppato disturbi cardiaci. I partecipanti sono stati monitorati per oltre nove anni, in cui sono stati analizzati i rapporti sul consumo di pesce e di altri alimenti. Stando ai dati del gruppo di ricerca, le morti improvvise e i tassi di mortalità complessivi erano rispettivamente del 21 e del 18 per cento più bassi tra i consumatori di almeno due porzioni di pesce azzurro ogni settimana.

 “Chi assumeva almeno 175 grammi di pesce a settimana – riporta lo scienziato – era anche associato a un rischio inferiore del 16 per cento di subire un ictus o un infarto. Mangiare pesce può infatti aiutare a combattere le malattie cardiovascolari e le condizioni cliniche associate a disturbi cardiaci o dei vasi sanguigni”. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, infatti, le malattie cardiovascolari in generale rappresentano la prima causa di morte a livello globale, provocando circa 17,9 milioni di vittime ogni anno.     

“Sardine, sgombro, merluzzo, salmone, tonno, e tutte le varietà di pesce ricche di omega-3 possono portare a benefici a livello cardiaco, oculare e cerebrale – sostiene il ricercatore – l’acido docosaesaenoico, o DHA, della categoria degli omega-3, in particolare, è fondamentale per la crescita e lo sviluppo dell’organo cerebrale, tanto che costituisce circa il 14 per cento degli acidi grassi nel cervello umano”.

Gli autori precisano che non sono stati notati miglioramenti significativi tra coloro che assumevano più di 175 grammi di pesce a settimana. “Sulla base di questi dati – osserva Victoria Taylor, dietista presso la British Heart Foundation, che non è stata coinvolta nello studio – due porzioni di pesce a settimana sembrerebbero rappresentare la quantità minima di pesce necessaria per ottenere il massimo beneficio dalle proprietà nutritive dell’alimento”.     

“Salmone e tonno non sono propriamente pesci azzurri – commenta Mente – ma sono assimilabili alla categoria per via delle proprietà nutritive”. Gli studiosi aggiungono che i benefici sono stati osservati indipendentemente dalla modalità di conservazione dell’alimento. “Fresco, congelato o in scatola, il pesce è fondamentale per la salute cardiovascolare – precisa Taylor – che sia bianco o grasso, inoltre, il pesce rappresenta un’ottima fonte di proteine ed è un’alternativa preferibile alla carne rossa e lavorata”.

“La dieta mediterranea – conclude Mente – ricca di verdura, frutta, legumi, noci, fagioli, cereali e pesce, rappresenta una delle abitudini alimentari più sane, in grado di ridurre il rischio di problemi legati a ipertensione, colesterolo alto e malattie cardiache”.

AGI – “Con 240mila dosi di vaccini somministrate al giorno ritorneremo allo stile di vita pre pandemico in 7-13 mesi“. È quanto ha annunciato Gianni Rezza, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, illustrando in Senato il modello matematico sull’impatto della campagna vaccinale. 

Secondo Rezza, “quello di cui c’è sicuramente bisogno è una fortissima accelerazione della campagna vaccinale. Se riuscissimo a fare 300-350mila vaccinazioni al giorno, a dare una accelerazione al piano, noi riusciremmo a vaccinare tante persone entro breve tempo, che sarebbe la migliore cosa perché nel momento in cui chiediamo sacrifici alle persone dobbiamo dare anche la speranza ai cittadini”. 

Rezza ha, inoltre, spiegato che “ieri c’è stata la prima riunione con la Commissione salute delle Regioni e io spero di andare in Conferenza Stato-Regioni entro dopodomani, con nuove raccomandazioni sui gruppi a cui dare con priorità la vaccinazione anti Covid, che potrebbero includere i caregiver, i genitori dei bambini immunodepressi, così come gli ospiti delle comunità- carceri, le strutture per malati mentali e persone portatrici di handicap”. 

Flag Counter