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Non è andato a buon fine il primo tentativo di trapianto facciale in Italia, effettuato nei giorni scorsi al S.Andrea di Roma. Le condizioni generali della paziente permangono buone e non ci sono preoccupazioni per la sua vita, riferiscono i medici, ma in considerazione del permanere della sofferenza del microcircolo, a causa di un sospetto rigetto, si è deciso di procedere alla ricostruzione temporanea del volto con tessuti autologhi della paziente, in attesa di una eventuale ulteriore ricostruzione con tessuti facciali da nuovo donatore. Il prossimo bollettino medico è previsto intorno alle ore 12.00 di domani, 25 settembre.

Ci sono complicazioni nel primo trapianto sperimentale di faccia effettuato in Italia, all'ospedale Sant'Andrea di Roma. Secondo quanto si apprende ci sarebbero state complicazioni nell'attecchimento del lembo trapiantato: non arriva sangue, il microcircolo non si è attivato. La paziente comunque non è in pericolo di morte.

L'intervento, compiuto il 22 settembre, "è tecnicamente riuscito", ma durante la notte tra il 23 e il 24 per "sospetto rigetto" ci sono verificate delle complicazioni. E' la stessa azienda ospedaliero-universitaria Sant'Andrea di Roma a renderlo noto, tramite un bollettino medico.

"Le condizioni generali della paziente sono buone – recita il bollettino – e non ci sono preoccupazioni per la sua vita. L'intervento chirurgico è tecnicamente riuscito e le anastomosi sono pervie, tuttavia i tessuti trapiantati hanno manifestato, durante la notte scorsa, segni di sofferenza del microcircolo per sospetto rigetto, nonostante il cross-match negativo tra donatore e ricevente. Per prevenire ulteriori rischi si sta prendendo in considerazione, come previsto dal protocollo, la possibilità di una ricostruzione temporanea con tessuti autologhi della paziente nell'attesa di una ulteriore ricostruzione con un nuovo donatore".

 

Ti sconto l'assicurazione sulla vita se in cambio fai esercizio fisico. E' la proposta di alcune compagnie, tra le quali l'americana John Hancock Insurance. Una possibilità offerta dalla tecnologia. E in particolare da smartwatch e bracciali per il fitness.

Sono i dispositivi indossabili, infatti, a fornire le prove dell'attività fatta dagli assicurati. Le compagnie ci guadagnano perché avere clienti in salute significa, in media, che avranno vite più lunghe. Ricevono quindi premi più a lungo e passa più tempo prima di dover sborsare la cifra assicurata.

Ghiotti incentivi

La salute, però, potrebbe non essere un incentivo sufficiente per i clienti. Ecco perché John Hancock ha studiato una serie di incentivi. Chi accetta di indossare un bracciale intelligente, paga premi ridotti e ha sconti sui prodotti di alcune società e su alcune piattaforme online. Un altro incentivo riguarda la possibilità di avere un dispositivo gratuito.

John Hancock offre di finanziare l'acquisto, tra gli altri, di Apple Watch e Fitbit. Se il cliente fa sport e raggiunge gli obiettivi del suo allenamento, paga rate minime o nulle. Se invece si dimostra pigro, il prezzo sale, fino a quindici dollari al mese. In sostanza, quindi, mantenersi in forma permette di avere gratis smartwatch che costano qualche centinaio di dollari e di risparmiare sui premi.

Dati a go-go

In cambio, le compagnie assicurative come John Hancock possono contare su un altro vantaggio. Oltre a un flusso di denaro più duraturo, ottengono dati. Informazioni sensibili, perché riguardano la salute, rilevate (potenzialmente) 24 o ore su 24. Non è necessario indossare sempre lo smartwatch. Quando si slaccia il cinturino, si deve però attivare il gps dello smartphone per provare che si sta correndo al parco o si stanno facendo esercizi in palestra.

John Hancock ha spiegato a Quartz che i dati non sono condivisi o venduti a terze parti. Restano solo a disposizione della società. Che, a quanto pare, non avrebbe avuto rimostranze dei clienti sulla privacy. Forse perché custodire dati sensibili non è una novità per le compagnie assicurative. Ci sono anche altre società, come United Healthcare e la startup Oscar, che utilizzano gli orologi intelligenti in cambio di condizioni più favorevoli.

Sarà questo il futuro delle assicurazioni sulla vita? Possibile, anche perché – come dimostra l'elettrocardiografo mondato sull'Apple Watch 4 – i nuovi wearable iniziano a puntare non solo sul benessere ma anche sulla sanità. Tuttavia, questo tipo di contratti non è adatto a tutti. Tendono infatti a escludere o penalizzare chi ha problemi tali da ridurre la sua capacità di muoversi, come impedimenti fisici e depressione.

E' tecnicamente riuscito l'intervento di trapianto della faccia eseguito su una donna di 49 anni presso l'Azienda ospedaliero-universitaria Sant'Andrea.

Alle 5 di domenica mattina, dopo 27 ore, si è conclusa l'operazione in cui si sono alternate in sala equipe di chirurghi, anestesisti e infermieri strumentisti. La donna, sottoposta a terapia immunosoppressiva antirigetto, è in coma farmacologico indotto ed è in isolamento in terapia intensiva in prognosi riservata. La paziente era affetta da neurofibromatosi di tipo I, una malattia genetica che causa gravi manifestazioni sulla pelle, negli occhi e nervose.

Il trapianto multitessuto, con pelle, fasce muscolari e cartilagine ha richiesto tre anni di preparazione, da parte dell'organizzazione e del personale. La donatrice è una 21enne morta in un incidente stradale che ha donato anche fegato e reni.

Nel mondo sono già stati realizzati una cinquantina di trapianti di faccia, in Europa una decina e la maggior parte di questi in Francia.

È in corso dalle prime ore di questa mattina all'ospedale Sant'Andrea un intervento senza precedenti in Italia e con pochi precedenti al mondo. Al tavolo operatorio dell'azienda ospedaliero-universitaria romana l'equipe chirurgica sta eseguendo un eccezionale intervento di trapianto di faccia che darà un volto nuovo a una paziente 49enne sfigurata da una malattia neurodegenerativa congenita.

Il trapianto, realizzato anche grazie alla collaborazione di un'equipe specialistica di Zurigo, segue un primo intervento di prelievo multiorgano compiuto dopo la morte cerebrale di una paziente vittima di un incidente stradale.

Un'operazione sperimentale

Il protocollo è altamente sperimentale – conta pochi precedenti nel mondo – ed è realizzato sotto la guida del Centro nazionale Trapianti (Cnt). Una opzione chirurgica ricostruttiva che il Sant'Andrea offre a pazienti che presentano complessi difetti di faccia cui le tecniche chirurgiche tradizionali non sempre garantiscono risultati funzionali ed estetici soddisfacenti. Una procedura volta a migliorare la qualità di vita del paziente e facilitarne il reinserimento sociale, quando neoplasie, attacchi di animale, malattie neurodegenerative, ustione o traumi hanno determinato gravi malformazioni del volto.

La paziente è affetta da neurofibromatosi di tipo I, una malattia genetica che interessa manifestazioni a livello cutaneo, oculare e nervoso. Le equipe per il prelievo del tessuto facciale da donatore deceduto e per il successivo trapianto sono dirette da Fabio Santanelli di Pompeo, responsabile dell'Unità operativa di chirurgia plastica del Sant'Andrea di Roma, e dal Benedetto Longo, che fa parte della stessa unità. Alla famiglia della donatrice, una ragazza di 21 anni deceduta in un incidente stradale, "va il ringraziamento della rete trapianti", si legge nella nota del Cnt.

"Nel mondo sono stati realizzati una cinquantina di trapianti di faccia, in Europa una decina e la maggior parte di questi in Francia", leggiamo su Repubblica, "l'intervento si concluderà stasera e solo dopo sarà possibile capirne l'esito, visto l'elevato livello di complessità. Anche la ministra della Salute Giulia Grillo segue con attenzione gli eventi ma non rilascerà dichiarazioni fino al termine del'operazione".

I precedenti

"Era il 2005 quando una donna francese di 38 anni è diventata la prima ad avere parte della faccia ricostruita, e da allora ne sono seguite una cinquantina. Il team di ricercatori che nel novembre del 2005 ha operato Isabelle Dinoire ad Amiens, nel nord del Paese, ha battuto sul tempo quello della Cleveland Clinic statunitense, che all'epoca era in attesa di un donatore", si legge su Tgcom24, "l'anno successivo fu un team cinese ad aggiudicarsi il secondo posto, dopo un'operazione su un trentenne che era stato attaccato da un orso. In questo caso oltre a naso e bocca furono impiantati sull'uomo, che è morto due anni più tardi, anche guancia e sopracciglio destro. Entrambi gli interventi sono stati poi celebrati da un articolo pubblicato da Lancet nel 2008".

"Infine, fra gli interventi estremi, a Parigi, a febbraio, un uomo ha ricevuto il suo terzo volto", prosegue la testata, "dopo il rigetto cronico del trapianto al quale si era sottoposto nel 2010, per la prima volta al mondo gli è stato reso un secondo viso. L'operazione è stata effettuata all'ospedale Georges Pompidou dall'equipe del professor Laurent Lantieri, pioniere del trapianto di faccia".

È uno dei più grandi crucci dei ricercatori e dei neurologi e nessuno lo nega: non siamo ancora in grado di rispondere all’incedere dell’Alzheimer. La malattia, che colpisce 44 milioni di persone nel mondo è al momento priva di una risposta terapeutica adeguata. Ogni anno il 21 settembre si celebra la Giornata mondiale della Malattia di Alzheimer che in Italia fa registrare circa un milione di casi.

Per l'Italia, Paese più vecchio al mondo con il Giappone, le demenze rappresentano un problema medico-sociale ogni giorno più grande. "Ciò vale in particolar modo per l'Alzheimer, senza dubbio la forma di demenza più prepotente e violenta, sia sotto il profilo epidemiologico, sia per l'impatto sulla qualità di vita dei pazienti e dei loro familiari. Questa patologia – spiega Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva – oggi interessa quasi il 5 per cento degli over-65, ma secondo le proiezioni elaborate dall'ISTAT per Italia Longeva, nel 2030 la percentuale si triplicherà e saranno colpiti dalla malattia ben oltre 2 milioni di pazienti, in prevalenza donne".

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Ma anche se attualmente non esistono trattamenti per fermarne la progressione, sono disponibili farmaci che possono curare i sintomi della demenza. Oggi ci si concentra, infatti, soprattutto sulla prevenzione del morbo di Alzheimer e sulla ricerca di trattamenti più efficaci.
 

Malattia dalle cause ignote  

La malattia fu descritta per la prima volta nel 1906 dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer. Attualmente la maggior parte degli scienziati ritiene che a determinarla non sia un'unica causa, ma di una serie di fattori. Anche se il principale fattore di rischio è l’età, l’Alzheimer non è l’inevitabile conseguenza dell’invecchiamento, ma una condizione vera e propria con caratteristiche cliniche specifiche che richiedono specifici interventi diagnostici, terapeutici e riabilitativi.  

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I sintomi e l'evoluzione della malattia

Nei pazienti affetti da Alzheimer, le cellule cerebrali nell'ippocampo – una parte del cervello associata a memoria e apprendimento – sono spesso le prime a essere danneggiate. Questo spiega perché la perdita di memoria e in particolare la difficoltà nel ricordare informazioni recentemente apprese, rappresenta spesso il primo sintomo della malattia. In generale, le cellule cerebrali subiscono un processo degenerativo che le colpisce in maniera progressiva e che porta successivamente a disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale e progressiva perdita di autonomia definita appunto “demenza”.

A tali deficit si associano spesso problemi psicologici e comportamentali come depressione, incontinenza emotiva, agitazione, vagabondaggio, che rendono necessario un costante accudimento del paziente.È un universo parallelo all’insegna della sofferenza quotidiana: per i malati e per le famiglie, costrette a farsene carico.

Le prospettive terapeutiche   

La Società Italiana di Neurologia e la SINdem (Associazione aderente alla SIN per le demenze), sono in prima linea per la ricerca dei meccanismi che attivano la malattia e delle nuove terapie. Durante lo scorso anno sono stati interrotti alcuni studi promettenti su nuove terapie, perché non rilevavano una sufficiente efficacia. 

“Dopo il fallimento delle terapie somministrate nella fase di demenza conclamata – dichiara Carlo Ferrarese, Presidente SINDEM, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza – le sperimentazioni cliniche attuali sono rivolte alla prevenzione della malattia”.

“Dati più recenti – prosegue Ferrarese – indicano che agendo nelle fasi iniziali di declino di memoria, quelle chiamate declino cognitivo lieve o Mild Cognitive Imparment (MCI), gli stessi farmaci potrebbero rallentare la progressione verso la demenza conclamata, perché si sono dimostrati efficaci nel bloccare i meccanismi biologici della malattia. Alla base del morbo di Alzheimer vi è l’accumulo progressivo nel cervello della proteina chiamata beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose ed i loro collegamenti”.

Cercare di prevenire 

Nell’attesa dei risultati di queste terapie sperimentali, previsti per i prossimi anni, altri studi recenti indicano che vi sono efficaci strategie per ridurre la probabilità di ammalarsi in soggetti anziani normali o che presentano iniziali sintomi di decadimento cognitivo.

Studi recenti hanno dimostrato, infatti, che la prevenzione dei noti fattori di rischio vascolare, come ipertensione, diabete, obesità, fumo, vita sedentaria, è in grado di ridurre l’incidenza di demenza: adottare adeguati stili di vita (attività fisica regolare, alimentazione ricca di sostanze antiossidanti come la dieta mediterranea) e tenere sotto controllo le patologie vascolari può già oggi essere consigliato come la migliore strategia per ridurre il rischio di demenza. Recenti studi sperimentali su modelli animali, inoltre, hanno avvalorato l’ipotesi che l’attività fisica in particolare, sia in grado di favorire la produzione di nuove cellule cerebrali, sostituendo quelle degenerate attraverso la produzione di fattori neurotrofici.

"Chat Yourself", la memoria di riserva

In attesa di cure efficaci contro l’Alzheimer, una strada percorribile nelle prime fasi dopo la diagnosi è quella di sfruttare le risorse della tecnologia. Una proposta concreta di utilizzo sociale dell’innovazione tecnologica arriva da Chat Yourself, la ‘memoria di riserva’ a portata di smartphone in qualunque momento della giornata. Sviluppato su Messenger, Chat Yourself è in grado di memorizzare tutte le informazioni relative alla vita di una persona, restituendole su richiesta all’utente, che ha anche la possibilità di impostare notifiche personalizzate (ad esempio per ricordare di prendere i medicinali).

 

In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, prevista per il 21 settembre, il Gruppo Korian, leader europeo nei servizi per l’invecchiamento di qualità, ha promosso una campagna di sensibilizzazione nazionale per raccontare la malattia “invisibile” attraverso storie di vita reale. Per spezzare l’indifferenza, dal 21 settembre al 21 ottobre i familiari dei malati verranno invitati a raccontare la loro esperienza diretta all’interno delle strutture Korian e su www.spezzalindifferenza.it. Aneddoti, ricordi ed episodi verranno, inoltre, arricchiti dalle foto scattate con Polaroid che ritrarranno i malati con i loro cari. E non finisce qui:in ogni struttura verranno selezionati i cinque racconti più significativi, che verranno inseriti in una rubrica dedicata all’interno del portale Spezzalindifferenza.it.

Un test genetico in grado, con una minuscola quantità di Dna, di scovare migliaia di mutazioni tumorali per identificare con precisione, nel 90% dei casi, il farmaco migliore per ciascun paziente e alzare sensibilmente le possibilità che la terapia funzioni. Ma anche un follow up continuo, per facilitare la reperibilità del farmaco individuato qualora non fosse immediatamente disponibile nel nostro Paese o venisse utilizzato per altre patologie.

E' il 'pacchetto' messo a punto dalla società Oncologica, con sede a Cambridge ma con il co-fondatore e direttore scientifico italiano, il biologo molecolare Marco Loddo. Nelle scorse settimane Oncologica ha siglato un accordo commerciale con Trepi Medica srl, per facilitare la diffusione presso le strutture sanitarie e gli oncologi italiani del nuovo metodo.

"Il futuro nell'oncologia di precisione – spiega Loddo all'Agi – e noi siamo in grado, a oggi, di analizzare 505 geni, con un plateau di 770 possibili farmaci biologici e immunoterapici che selezioniamo in base all'esito del test per curare ogni tumore solido. Numeri che ovviamente sono in continua evoluzione. Bastano 5 nanogrammi di DNA e RNA della biopsia per l'analisi, ed è possibile così individuare il farmaco biologico migliore per quella particolare mutazione. Se si pensa che per i tumori in stadio avanzato, farmaci mirati in studi clinici di fase I hanno una risposta del 30% paragonati alla chemio che dà il 4% di risposta, si capisce quanto si alzino le possibilità se invece di praticare solo la terapia standard, i protocolli generici, si aggiunga anche una cura mirata che colpisca il target molecolare individuato".

La sfida è scoprire il farmaco migliore

Ovviamente non tutte le mutazioni genetiche sono ancora mappate, per questo nel 10% dei casi non si trova il farmaco giusto, ma in nove casi su dieci il test Oncofocus promette di fare centro.  "Garantendo inoltre – aggiunge Loddo – un network di supporto al paziente e all'oncologo per mettere a punto la terapia migliore". Il problema, infatti, non è tanto individuare quale farmaco funziona meglio, ma metterlo a disposizione del paziente: "A volte il farmaco individuato non è ancora autorizzato dall'Aifa – spiega Loddo – in altri casi dobbiamo utilizzarlo 'off label', ossia per uno scopo diverso da quello per cui è autorizzato attualmente. Oppure non è ancora concluso l'iter clinico, ma l'efficacia è già comprovata: in questo caso chiediamo l'uso compassionevole".

Un'altra possibilità è a volte offerta tramite inserimento in studi clinici con accesso garantito al farmaco. Il test, che attualmente è a carico del paziente, costa 2.000 euro. "Il problema è culturale – sottolinea Pierluigi Renzi, amministratore unico di Trepi medica – e oggi gli oncologi tendono a fare il test solo dopo i protocolli terapeutici standard. A volte è troppo tardi, arriviamo quando il tumore è troppo avanzato. L'ideale è riuscire a usare Oncofocus in una fase più precoce, affinché le terapie mirate siano realmente efficaci. Il nostro compito è divulgare queste nuove possibilità presso strutture sanitarie e oncologi, creare un network di medici e sensibilizzare i pazienti".

Un problema sociale

Ovviamente servirebbe anche l'intervento pubblico: non a caso i vertici di Oncologica sono stati già ricevuti al ministero della Salute per capire come semplificare e ottimizzare i trattamenti. Al momento il punto di riferimento è a Villa Benedetta, a Roma, dove è coinvolto nell'iniziativa l'oncologo Giovanni Palazzoni: "Qui facciamo consulenze per i pazienti che vogliono informarsi sulla possibilità del test – spiega – anche se purtroppo le difficoltà ci sono, soprattutto come detto di tipo culturale e burocratico. Più della metà dei pazienti riusciamo effettivamente a seguirli, per gli altri è ancora troppo complessa la reperibilità del farmaco, oppure è troppo tardi perché lo stadio della malattia é avanzato. L'ideale, ma è un problema sociale, socio-sanitario e culturale, anche tra gli oncologi, sarebbe che il test venisse effettuato già in fase precoce, e si stabilisse fin da subito una terapia genetica mirata che coadiuvi quella standard. 

I ricercatori dell'Università Campus Bio-Medico di Roma hanno scoperto e dimostrato, per la prima volta, il ruolo decisivo di una molecola lipidica, la resolvina D1, nell'insorgenza dell'insufficienza cardiaca cronica, patologia grave che si manifesta con l'impossibilità del cuore di pompare adeguatamente il sangue. Una malattia che in Italia rappresenta la seconda causa di ricovero, dopo il parto, colpisce il 10 per cento della popolazione over 75 – nonchè l'1,2 per cento dei soggetti tra 18 e 40 anni- e si manifesta in un quarto dei pazienti con infarto entro quattro anni dall'evento.

La malattia si scopre con l'elettrocardiogramma e la visita cardiologica, ma viene certificata dall'eco-cuore, che quantifica la (ridotta) capacità di contrazione del muscolo cardiaco. A quel punto, il rischio di episodi di scompenso e' sempre dietro l'angolo, fino alla necessita' urgente di un trapianto. Gli scienziati sono stati in grado di evidenziare la ridotta presenza della resolvina D1 nel sangue dei malati.

Uno studio interdisciplinare effettuato su lievito di birra Saccharomyces cerevisiae (S. cerevisiae) ha condotto alla scoperta di tre geni che portano l'informazione genetica necessaria alla fabbricazione di altrettante proteine, la cui mancanza o difetto potrebbe essere la causa di malattie neurodegenerative nell'uomo. Alla ricerca, che ha utilizzato come strumento d'indagine il Tellurito di potassio, un composto la cui tossicità è collegata a malattie quali l'Alzheimer e il Parkinson, hanno partecipato tra l'altro ricercatori dell'Istituto di bioscienze e biorisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbr) e del gruppo di ricerca dell'Università del Salento diretto da Pietro Alifano. Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports.

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