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AGI – Via libera dall’Agenzia italiana del Farmaco all’immissione in commercio del vaccino anti-Covid di Pfizer-Biontech. Lo hanno comunicato in una conferenza stampa il presidente Giorgio Palù e il direttore generale Nicola Magrini.

“Il vaccino non ha controindicazioni assolute, non sono richieste accortezze particolari per sottopopolazioni specifiche, nè gli anziani, nè per altre categorie specifiche – ha spiegato Magrini – chi ha disturbi della coagulazioni non ha controindicazioni al vaccino. La gravidanza e l’allattamento di non sono controindicazioni. Al momento, per i prossimi mesi, non e’ prevista la prenotazione per vaccinarsi ma solo a chiamata per le categorie giudicate a rischio”. 

Nel corso della conferenza stampa è stato spiegato che il vaccino è somministrabile a tutti dai 16 anni  in su e”anche per la categoria colpita da sclerosi multipla non vi è una controindicazione alla vaccinazione”.  

“Oggi abbiamo un vaccino con un margine di sicurezza intorno al 95%, elevatissimo – ha detto il presidente Aifa Palù, – avessimo vaccini con questa efficacia… Il 100% in natura non esiste”, ha aggiunto. 

“Si inizierà la vaccinazione domenica 27 dicembre con un piccolo gruppo di operatori sanitari – ha spiegato Nicola Magrini – si tratta di gruppo limitato poi passeremo a vaccinare tutti gli operatori per gennaio, e le Rsa. Successivamente verranno vaccinate le popolazioni indicate a rischio dal ministero della Salute”. 

“La piattaforma di questo vaccino del tipo mRna è facilmente modulabile, quindi nel caso il virus evolvesse in maniera tale di superare le difese immunitarie si può correggere – ha sottolineato Giorgio Palù  – direi che questa piattaforma ha un vantaggio su quelle piu’ tradizionali – ha concluso – è una piattaforma che permette di essere modulata”.

AGI – Sulla variante del Covid-19 isolata prima in Inghilterra e ora anche in Italia sembrano tutti d’accordo: è preoccupante, ma l’efficacia dei vaccini non dovrebbe essere compromessa.

Dopo l’allarme scattato per l’aumento vertiginoso dei contagi in Gran Bretagna, medici, scienziati e virologi si dicono “in apprensione”. “Se è vero che la variante determina una maggiore diffusione, la conseguenza sarà all’inizio un aumento di contagi, poi di ricoveri in terapia intensiva e infine di morti”  afferma in un’intervista al Corriere della Sera Massimo Antonelli, direttore della rianimazione del Policlinico Gemelli e componente del Comitato tecnico scientifico. “Ci sarebbe un ulteriore pressione sugli ospedali” anticipa Antonelli, che sarà uno dei primi medici italiani a ricevere il vaccino, forse già il 27 dicembre, “Fortunatamente, a giudicare dai dati disponibili, l’efficacia di questi vaccini non dovrebbe essere compromessa ma ci vorranno mesi prima di avere una percentuale di popolazione immune e quindi poterci ritenere al sicuro”, 

“Chi ha visto il Covid-19 da vicino non può tirarsi indietro”, aggiunge. Al momento “gli ospedali tengono, siamo però molto preoccupati per le prossime settimane. Se l’indice di trasmissione del virus non scende rischiamo una nuova crisi”.  Anche la virologa Paola Stefanelli, dell’Istituto superiore di sanità, conferma a la Repubblica che nel caso inglese “si tratta di una variante, un ceppo che ha diverse mutazioni nel suo genoma e alcune riguardano anche la proteina spike, una di quelle che si agganciano al sistema immunitario dell’uomo” anche se non è affatto “escluso che un virus faccia delle mutazioni” perché “sempre del coronavirus sono state identificate varie varianti, come quella spagnola, che però non sono state associate a cambiamenti di virulenza e letalità”. 

​Quindi, aggiunge, “vedremo se, a parte il quadro inglese, la variante avrà quello che si chiama successo biologico, cioè se le mutazioni la renderanno più capace di sopravvivere. Altre varianti del passato sono scomparse”. 

Riguardo il vaccino, secondo Stefanelli “al momento non c’è alcuna evidenza scientifica di un’inefficacia (di fronte alla mutazione, ndr) e non siamo nemmeno in grado di dire che un vaccino possa funzionare meglio di un altro”.
In un’intervista a La Stampa, invece, il professor Giorgio Palù, virologo dell’università di Padova e presidente dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, dice apertamente che “non ci sono prove che questa mutazione renda il virus più letale o gli consenta di sfuggire ai vaccini” e che tutta questa agitazione per la variante inglese del virus “non è giustificata dai dati scientifici: si tratta di sequenze genomiche, ma non c’è dietro alcuna biologia”. 

Un quadro, dunque, “figlio di una visione allarmistica della pandemia” perché “finora nessuna di queste mutazioni è stata correlata con un aumento della virulenza, cioè con una capacità del virus di fare più male, di uccidere di più”. E conferma: “Bisogna arrivare a una immunizzazione tra il 65% e il 70% della popolazione, è l’unico modo per proteggere dall’infezione anche chi non si vaccina”. 

In un’intervista a Il Sole 24 Ore l’epidemiologo Massimo Ciccozzi, responsabile dell’unità di Statistica medica ed epidemiologia dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, usa persino toni rassicuranti: “Non dobbiamo avere paura delle mutazioni. È attraverso le mutazioni che si favorisce l’adattamento del virus all’uomo. E questa che arriva dalla Gran Bretagna non è la prima”, dice. 

“Al momento si ipotizza una maggiore velocità nel contagio, che è quello che preoccupa maggiormente, ma non ci sono riscontri su una minore risposta del vaccino. Dobbiamo fare una sorveglianza molecolare e aspettare le prove di laboratorio”, puntualizza. Quindi conclude: “Questo è un Coronavirus e le mutazioni sono assai più lente perché il genoma è molto più grande di quello dell’influenza. Anche se la mutazione interviene sul genoma, sulla proteina Spike, non agisce sulla superficie e quindi non inficia l’efficacia vaccinale”. 

A Il Fatto Quotidiano, Federico Giorgi, genetista all’Università di Bologna e co-autore di uno studio specifico sul caso, dichiara che “si sta studiando questa mutazione del SarsCov2 (la M501Y) da ottobre. Circolava già in Usa e Australia, oltre che nel Regno Unito” e che la mutazione in oggetto è la quarta attualmente più diffusa nella proteina Spike. 

Sull’efficacia dei vaccini Giorgi non ha dubbi. “La proteina spike è costituita da 1.250 mattoncini, gli amminoacidi” spiega, “e la mutazione M501Y rappresenta un solo mattoncino. In genere non basta a rendere inefficace un vaccino”. 
Mentre in un’intervista al quotidiano Domani, il professor Massimo Galli, del Sacco di Milano dichiara: “Davanti alla mutazione del genoma di un virus nessuno può dire con certezza se i vaccini appena scoperti saranno utili oppure no, ma stavolta dico – con il beneficio del dubbio – che sono moderatamente ottimista” e “ci sono buone possibilità che la profilassi in arrivo proteggerà anche dal ceppo inglese”.

AGI – Sono in arrivo nuovi farmaci altamente innovativi, in grado di controllare i livelli di colesterolo troppo alti anche nei pazienti ‘critici’ che non riescono ad abbassarli con le statine anche se ben tollerate o in chi non può assumerle per gli effetti collaterali. Una grande rivoluzione che potrebbe salvare in futuro diecimila vite l’anno da infarti o ictus per colesterolo ‘cattivo’. La buona notizia arriva dagli esperti, riuniti al congresso in modalità digitale della Società Italiana di Cardiologia che annunciano che le due nuove molecole saranno disponibili in Italia già dal 2021 in ragione dei nuovi dati di efficacia fatti registrare in due studi già pubblicati sul New England Journal of Medicine.  

Delle oltre 224.000 morti cardiovascolari che si registrano ogni anno in Italia, quasi 50.000 sono imputabili al mancato controllo del colesterolo. Un pericolo molto serio, se si considera che l’80% di oltre un milione di pazienti a più alto rischio, nonostante gli attuali standard di cura disponibili, presentano valori molto al di sopra di quelli consigliati dalle più recenti linee guida europee. Un problema sanitario che rischia di aggravarsi anche per i controlli di routine saltati a causa della pandemia     

“Il colesterolo –  afferma Ciro Indolfi, Presidente SIC – rappresenta uno tra i più importanti fattori di rischio cardiovascolare, responsabile di 47.000 decessi l’anno con una spesa sanitaria che arriva a 16 miliardi di euro per costi diretti e indiretti. Tenere più basso il livello di colesterolo ‘cattivo’ fa ridurre i rischi di infarto e ictus e la conseguente mortalità”.    L’evento chiave dell’inizio dell’aterosclerosi è infatti l’accumulo di colesterolo nelle arterie che rendendole rigide e ristrette, finisce per ostruire il flusso del sangue, aumentando così  il rischio di infarto e ictus.

“Quando si è sani – aggiunge Indolfi – una dieta ricca di vegetali e povera di grassi e l’attività fisica possono essere sufficienti a proteggersi. Ma, una volta che il processo di ‘indurimento’ delle arterie è avanzato, ricorrere ai farmaci è la sola opportunità per prevenire le complicanze più gravi come l’insorgenza di infarti o ictus”. 

“Più di un milione di italiani sono a rischio altissimo di eventi cardiovascolari – sottolinea Pasquale Perrone Filardi, presidente eletto SIC – di questi solo il 20% raggiunge gli obiettivi raccomandati dalle linee guida internazionali che hanno abbassato i valori di riferimento al di sotto 55 mg/dl. E’ quanto emerge dallo studio Da Vinci, un trial europeo che ha coinvolto circa 6.000 pazienti, di cui 300 italiani, in cui la metà dei soggetti arruolati aveva avuto un infarto nel 22% dei casi e un ictus e nel 40% erano anche pazienti diabetici”.

AGI – Tre Regioni (Lazio, Liguria e Veneto) sono classificate a rischio Alto. Tredici Regioni/PA sono classificate a rischio Moderato, di cui 2 (Marche e PA Trento) hanno una probabilità elevata di progredire a rischio alto nel prossimo mese nel caso si mantenga invariata l’attuale trasmissibilità.

Cinque Regioni sono classificate a rischio Basso. È quanto si afferma nel report relativo al monitoraggio settimanale dell’Istituto Superiore di Sanità e ministero della Salute. “L’incidenza in Italia rimane ancora troppo elevata e l’impatto dell’epidemia è ancora sostenuto nella maggior parte del Paese – sottolinea il report –  tale situazione non permette un allentamento delle misure adottate nelle ultime settimane e richiede addirittura un rafforzamento delle stesse in alcune aree del Paese”.

L’allarme per le feste 

“È complesso prevedere l’impatto che potrebbe avere il periodo di feste natalizie, tuttavia le aumentate mobilità e interazione interpersonale tipica della socialità di questa stagione potrebbero determinare un aumento rilevante della trasmissione di SARS-CoV-2 – si legge nel report –  questo comporterebbe un conseguente rapido aumento dei casi a livelli potenzialmente superiori rispetto a quanto osservato a novembre in un contesto in cui l’impatto dell’epidemia sugli operatori sanitari, sui servizi e sulla popolazione è ancora molto elevato”.

Le Regioni sono invitate pertanto ad “elevare le misure di mitigazione in base al proprio livello di rischio“, la popolazione “a limitare, anche durante il periodo festivo, le interazioni con persone non conviventi a quelle strettamente necessarie escludendo in particolare episodi di convivialità in ambienti aperti e chiusi. Si incoraggia la popolazione ad evitare situazioni in cui non sia possibile rispettare le misure di distanziamento previste e di adottare con rigore l’utilizzo appropriato delle mascherine e l’igiene delle mani”. 

“Si osserva per la prima volta un segnale di controtendenza nella trasmissibilità rispetto alla settimana precedente nell’intero Paese – evidenzia il report –  con ritorno di tre Regioni ad una trasmissibilità compatibile con uno scenario di tipo 2 (Lazio, Lombardia e Veneto). Questo si realizza in un contesto europeo caratterizzato da un nuovo aumento nel numero di casi in alcuni paesi Europei (es. nel Regno Unito, in Olanda e in Germania) e una mancata diminuzione dei casi con stabilizzazione della curva epidemica in altri (es. in Francia e Spagna)”. 

Nella settimana di monitoraggio – si legge ancora nel  report Iss-ministero della Salute – si continua ad osservare nella maggior parte delle Regioni/PPAA un rischio Moderato o Alto con cinque Regioni/PA a rischio Basso di una epidemia non controllata e non gestibile. In particolare, 3 Regioni (Lazio, Liguria e Veneto) sono classificate a rischio Alto.

Nessuna di queste è stata classificata a rischio Alto per 3 o più settimane consecutive. Tredici Regioni/PA sono classificate a rischio Moderato, di cui 2 (Marche e PA Trento) hanno una probabilità elevata di progredire a rischio alto nel prossimo mese nel caso si mantenga invariata l’attuale trasmissibilità. Cinque Regioni sono classificate a rischio Basso.

Tutte le Regioni/PPAA, tranne 3, hanno un Rt puntuale compatibile con uno scenario di tipo 1. Le rimanenti Regioni hanno un Rt puntuale compatibile con uno scenario tipo 2 (Lazio, Lombardia e Veneto).
Si osserva ancora nella maggior parte delle Regioni/PPAA un impatto elevato della epidemia. Al 15 dicembre, 16 Regioni/PPAA avevano superato almeno una soglia critica in area medica o TI (vs 18 Regioni/PPAA la settimana precedente).

Le terapie intensive

Il tasso di occupazione dei posti letto in Terapia Intensiva ed Aree Mediche supera ancora le soglie critica di occupazione a livello nazionale. Complessivamente, il numero di persone ricoverate in terapia intensiva è in diminuzione da 3.345 (08/12/2020) a 3.003 (15/12/2020); anche il numero di persone ricoverate in aree mediche è diminuito passando da 30.081 (08/12/2020) a 27.342 (15/12/2020).

Sebbene si osservi una diminuzione dell’incidenza a livello nazionale negli ultimi 14 gg (374,81 per 100.000 abitanti nel periodo 30/11/2020-13/12/2020 vs 454,70 per 100,000 abitanti nel periodo 23/11/2020-06/12/2020, dati flusso ISS), il valore è ancora lontano da livelli che permetterebbero il completo ripristino sull’intero territorio nazionale dell’identificazione dei casi e tracciamento dei loro contatti. Questo approccio ha mostrato i primi segni di criticità quando il valore a livello nazionale ha superato i 50 casi per 100.000 in sette giorni. 

AGI – Una nuova terapia potrebbe fermare la progressione di una delle forme più aggressive di tumore del seno, grazie alla “riorchestrazione” del sistema immunitario. A metterla a punto è stato un gruppo di ricercatori del laboratorio di emato-oncologia dell’Istituto Europeo di Oncologia, coordinato da Francesco Bertolini, Paolo Falvo e Stefania Orecchioni.

I risultati della ricerca, sostenuta anche da Fondazione Airc, sono stati pubblicati sulla rivista Cancer Research. I ricercatori hanno dimostrato, in modelli sperimentali di tumore del seno triplo negativo, che la somministrazione sequenziale a dosaggi adattati di due chemioterapici, ciclofosfamide e vinorelbina, attiva le cellule immunitarie (APC e linfociti T) e ottimizza l’efficacia degli anticorpi anti-PD-1, quelli responsabili dello sblocco dei “freni” del sistema immunitario.

La terapia con anticorpi monoclonali anti-PD-1 ha rivoluzionato nell’ultimo quinquennio la terapia di alcuni tipi di tumore, come il melanoma e il carcinoma del polmone, anche se si è rivelata efficace in un numero limitato di pazienti”, spiega Bertolini.

Questi anticorpi ‘risvegliano’ le cellule del sistema immunitario che le cellule neoplastiche avevano ‘addormentato’, rendendole capaci di controllare la crescita neoplastica. In alcuni pazienti e in alcuni tipi di tumore – continua – questo meccanismo non risulta però efficace perché il sistema immunitario non è in grado di ‘riorchestrarsi’ e di attaccare le cellule tumorali. La vinorelbina a basso dosaggio attiva le ‘antigen presenting cells’ (cellule che presentano l’antigene) o APC: si tratta di cellule specializzate nel raccogliere pezzi di proteine di agenti infettivi o anomale, come quelle tumorali, e presentarli alle altre consorelle dell’orchestra immunitaria, sollecitando l’attacco contro la neoplasia. La ciclofosfamide a dosaggio settimanale è a quel punto in grado di far esprimere alle cellule T del sistema immunitario il fattore di trascrizione tcf1, che le ‘risintonizza’, rendendole capaci di attaccare vigorosamente le cellule neoplastiche, grazie alle istruzioni date dalle APC e al segnale di ‘risveglio’ dettato dagli anticorpi anti-PD-1″.

Nei due modelli sperimentali di cancro mammario triplo negativo, la terapia intermittente con i due farmaci è stata in grado di controllare la crescita del tumore sia a livello locale che metastatico. “Il punto di forza della nostra ricerca è che si può passare subito alle sperimentazioni cliniche”, dice Bertolini. “I farmaci utilizzati nello studio sono infatti noti e disponibili. Si tratta quindi di valutare il dosaggio piu’ efficace nelle pazienti”, conclude. 

AGI –  Nei bambini allergici all’uovo non è necessario, nella maggioranza dei casi, eliminare dalla dieta tutti gli alimenti contenenti uovo. Anzi, mantenere un’assunzione regolare di “uovo cotto in matrice di frumento”, come ad esempio i comuni biscotti all’uovo, facilita l’attivazione dei meccanismi immunologici alla base dello sviluppo della tolleranza all’alimento. E’ quanto ha dimostrato uno studio dei ricercatori della Clinica Pediatrica dell’Irccs Materno Infantile “Burlo Garofolo” di Trieste, pubblicato sulla rivista scientifica del Karolinska Institute di Stoccolma, “Acta Pediatrica”.

Anche se la maggioranza dei bambini allergici crescendo acquisisce spontaneamente la tolleranza all’uovo, una percentuale minore continua ad avere reazioni anche in età adulta. “Con l’intento di migliorare la qualità di vita accelerando l’acquisizione di tolleranza e cercando di indurre la guarigione – spiega Egidio Barbi, direttore della Clinica Pediatrica e co-autore dello studio condotto, tra gli altri, da Laura Badina e Irene Berti della Allergologia dell’Istituto – la scienza medica ha sviluppato protocolli di ‘desensibilizzazione orale’, ovvero assunzione progressiva di minime quantità dell’alimento offendente poi incrementate gradualmente”.

In questo studio sono stati seguiti per un quadriennio 86 bambini tra i 3 e gli 8 anni, allergici all’uovo con reazioni sistemiche significative. La ricerca ha dimostrato che, senza dover passare da una “desensibilizzazione” con l’uovo fresco, si può inserire nella dieta l’uovo “cotto in matrice di frumento” migliorando la prognosi.

L’uovo dei biscotti tollerato in un’alta percentuale di bambini allergici

Lo studio ha confermato che l’uovo dei biscotti e’ tollerato in un’alta percentuale di bambini allergici e può essere da subito introdotto nella dieta. Inoltre è stato riscontrato un miglioramento dei parametri immunologici nei bambini che assumono regolarmente i biscotti all’uovo simile a quanto si registra nella desensibilizzazione orale con l’uovo puro. Dopo un anno di assunzione regolare di uovo “cotto in matrice di frumento”, tutti gli 86 bambini sono stati sottoposti a un “test di scatenamento” con uovo fresco: in circa il 60% il test e’ risultato negativo. “Si tratta – conclude Barbi – di una prova concettuale di importante significato clinico, facilmente applicabile su vasta scala”.   

AGI – Da un tumore del seno individuato in fase iniziale si può guarire. Basti pensare che la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è superiore all’87%. Questo significa che gli screening, con una mammografia ogni 2 anni estesi a tutte le donne tra i 50 e i 69 anni, l’autopalpazione fin da ragazze e uno stile di vita sano sono davvero fondamentali.

Una dieta a basso contenuto calorico, povera di grassi, zuccheri, carni rosse, e più ricca di fibre e vegetali “attivata” da regolare esercizio fisico, di tipo aerobico, già da soli contribuiscono a ridurre di circa il 40% il rischio di sviluppare un tumore del seno.

Migliorano anche le opportunità offerte dalle cure sempre più personalizzate: dalla chirurgia, con o senza successiva radioterapia, alle terapie adiuvanti (chemioterapia, ormonoterapia, terapie biologiche) che hanno l’obiettivo di prevenire il possibile rischio di ripresa di malattia. Informazione su prevenzione e cura sono al centro anche del quinto nuovo Quaderno di Fondazione Aiom, dedicato al carcinoma mammario in fase iniziale (cui seguirà la prossima settimana quello sul tumore del seno metastatico).

“Il quinto Quaderno è dedicato al tumore del seno iniziale, la più diffusa neoplasia femminile con 54 mila nuovi casi nel 2020, che scoperti in fase molto precoce possono avere una storia di cura ed evoluzione sensibilmente migliore”, spiega Stefania Gori, presidente di Fondazione Aiom e direttore del Dipartimento oncologico Ircss Sacro Cuore Don Calabria, Negrar di Valpolicella.

“Occorre tuttavia perfezionare la conoscenza della malattia fra le donne, spesso imputata solo a eventi non modificabili, ovvero età, assetto genico, fattori riproduttivi quali l’inizio e il termine del ciclo mestruale e il numero di figli avuti. Mentre vi è scarsa consapevolezza sull’adozione, in ogni fase di malattia, di comportamenti sani, dieta a basso contenuto calorico e di tipo mediterraneo, attività fisica che possono abbassare anche il rischio di sviluppo di una recidiva. Misure che fanno la differenza sul tumore del seno, oggi sempre più curabile, con una sopravvivenza dell’87% a 5 anni e un costante calo della mortalità dello 0,8% ogni anno”.

“Un valore aggiunto alla prevenzione – continua Foglietta – è oggi rappresentato dall’ampio ventaglio terapeutico a nostra disposizione: dalla chirurgia che consente di togliere e in gran parte dei casi di guarire la malattia, alla radioterapia, fino alle terapie mediche adiuvanti, ovvero la chemioterapia, l’ormonoterapia e le terapie biologiche. Queste ultime svolgono un ruolo molto importante e ‘precauzionale’ nei confronti della malattia, contribuendo a eradicare eventuali micrometastasi rimaste occulte al momento dell’intervento, ma anche contenendo il rischio di tornare a ammalarsi di tumore del seno. Inoltre abbiamo l’opportunità di poter scegliere, definire e modulare le terapie, impiegandole singolarmente, in maniera complementare o alternata fra loro, laddove sia necessario un trattamento combinato, rendendole ancora più efficaci perché mirate ai fattori biologici e molecolari del tumore, alle necessità e stile di vita della paziente”.

AGI –  È sceso ancora l’indice di contagio Rt in Italia, passando da 0,91 a 0,82. È  quanto emerge dal report settimanale di monitoraggio di ministero della Salute e Iss. “Nel periodo 18 novembre – 1 dicembre 2020 – si legge nel report – l’Rt medio calcolato sui casi sintomatici è stato pari a 0,82 (range 0,76 – 0,91). Si riscontrano valori di Rt puntuale inferiore a 1 in 20 Regioni. Di queste, 19 hanno un Rt puntuale inferiore a uno anche nel suo intervallo di credibilità maggiore, indicando una diminuzione significativa nella trasmissibilità”.

L’indice di contagio Rt è superiore a 1 solo nel Molise, con 1.45. Questo l’elenco dell’indice Rt delle altre regioni: Abruzzo, 0.8; Basilicata, 0.65; Calabria, 0.64; Campania, 0.71; Emilia Romagna, 0.81; Friuli Venezia Giulia, 0.97; Lazio, 0.67; Liguria, 0.63; Lombardia, 0.82; Marche, 0.8; Piemonte, 0.64; provincia autonoma di Bolzano, 0.67; provincia autonoma di Trento, 0.91; Puglia, 0.8; Sardegna, 0.7; Sicilia, 0.68; Toscana, 0.76; Umbria, 0.66; Valle d’Aosta, 0.6; e Veneto, 0.91. 

“Per la terza settimana consecutiva, l’incidenza (dati flusso ISS) calcolata negli ultimi 14 giorni è diminuita a livello nazionale – si legge nel report – Questi dati sono incoraggianti e confermano l’impatto delle misure di mitigazione realizzate nelle ultime settimane; queste si accompagnano con una diminuzione nelle ospedalizzazioni in area medica e in terapia intensiva; tuttavia, la pressione sui servizi ospedalieri è ancora molto elevata”.

Nella settimana di monitoraggio “si continua ad osservare una riduzione generale del rischio, con la maggior parte delle Regioni a rischio Moderato e due a rischio Basso”.  In particolare, 14 Regioni sono classificate a rischio Moderato di una trasmissione di SARS-CoV-2.

Di queste, nessuna ha una probabilità elevata di progredire a rischio alto nel prossimo mese nel caso si mantenga invariata l’attuale trasmissibilità. Due Regioni sono classificate a rischio Basso (Basilicata e Molise) e 5 a rischio Alto (Emilia Romagna, Trento, Puglia, Sardegna e Veneto).

Due delle cinque Regioni classificate a rischio Alto (Puglia e Sardegna) sono state classificate a rischio Alto e/o equiparate a rischio Alto per 3 o più settimane consecutive; “questo prevede specifiche misure da adottare a livello provinciale e regionale – rileva il report – in base al documento “Prevenzione e risposta a Covid-19: evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunno-invernale””. 

“L’epidemia in Italia seppur mantenendosi grave a causa di un impatto elevato sui servizi assistenziali, continua a mostrare una riduzione nella trasmissibilità rispetto alla settimana precedente e questo è un segnale di efficacia delle misure di mitigazione introdotte. In tutte le Regioni/PPAA la trasmissibilità è compatibile con uno scenario tipo 1”.

“Si osserva, anche – prosegue il report – una riduzione nel numero di Regioni/PPAA dove l’impatto della epidemia sui servizi sanitari assistenziale è ancora alto. Al giorno 08/12/2020, 16 Regioni/PPAA avevano superato almeno una soglia critica in area medica o TI (vs 18 Regioni/PPAA la settimana precedente). Il tasso di occupazione dei posti letto in Terapia Intensiva ed Aree Mediche supera ancora le soglie critica di occupazione a livello nazionale”.

Complessivamente, il numero di persone ricoverate in terapia intensiva “è in diminuzione da 3.663 (01/12/2020) a 3.345 (08/12/12); anche il numero di persone ricoverate in aree mediche è diminuito passando da 32.811 (01/12/2020) a 30.081 (08/12/2020)”.

Sebbene si osservi “una diminuzione significativa dell’incidenza a livello nazionale negli ultimi 14 giorni (454,70 per 100.000 abitanti nel periodo 30/11/2020-06/12/2020 vs 590.65 per 100,000 abitanti nel periodo 23/11/2020-29/11/2020, dati flusso ISS), il valore è ancora molto elevato”. 

“Questa settimana si osserva una leggera diminuzione dell’incidenza dei casi di Covid-19 a livello nazionale, però l’incidenza rimane elevata intorno ai 450 casi per 100mila abitanti. Addirittura in alcune aree del Paese, in controtendenza, si nota un aumento dell’incidenza stessa”. Ha sottolineato Giovanni Rezza, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, commentando  il report settimanale.

“Rimane al di sopra della soglia critica il tasso di occupazione sia in area medica che in terapia intensiva – ha detto Rezza – quindi nonostante una leggera diminuzione dell’Rt, che si fissa intorno a 0.82, è necessario che i cittadini continuino a mantenere dei comportamenti estremamente prudenti evitando in modo particolare aggregazioni e al tempo stesso le amministrazioni locali devono vigilare e mantenere alto il livello di allerta”.

AGI – Esiste un effetto stagionale estremamente significativo nella diffusione e gravità del Covid-19 in Italia. Il rapporto tra terapie intensive e casi attivi e quello tra decessi e casi attivi si sono rivelati massimi all’inizio di aprile mentre all’inizio di agosto hanno raggiunto valori quasi 20 volte minori rispetto al mese primaverile.

A dimostrarlo è un lavoro che si basa su una analisi quantitativa dei dati, firmato tra gli altri da Antonio Coviello e dall’associato Renato Somma dell’Istituto di ricerca su innovazione e servizi per lo sviluppo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iriss).

“Dopo i drammatici picchi di contagio e decessi dei mesi iniziali dell’epidemia, a partire da maggio il decorso della malattia è stato estremamente più mite. Questa osservazione – che insieme al calo drastico dei contagi nei mesi estivi di giugno e luglio ha dato adito ad accese dispute, tra chi sosteneva la necessità di mantenere alto il livello di precauzione e chi, al contrario, sosteneva il depotenziamento del virus – è stata per la prima volta quantificata statisticamente a livello nazionale”, osserva Coviello.

“Lo studio ha analizzato in maniera sistematica, da aprile ad agosto 2020, il rapporto tra terapie intensive e casi attivi e quello tra decessi e casi attivi. Due indicatori – continua – estremamente significativi nello studio dell’aggressività della malattia. Entrambi questi rapporti calano bruscamente a partire da maggio e, all’inizio di agosto, raggiungono valori quasi 20 volte minori rispetto al picco di inizio aprile”.

L’articolo, pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, in collaborazione con Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Facoltà di Medicina dell’Università di Napoli Federico II, Dipartimento Ambiente della Regione Puglia e New York University, ed è firmato anche da Giuseppe De Natale, Vito Marchitelli, Lorenzo De Natale, Claudia Troise, Karen Holmberg.

“Questi rapporti, sebbene influenzati dal continuo aumento dei tamponi, a un’analisi statistica accurata risultano comunque significativamente minori nei mesi estivi in cui, oltre a essere drasticamente diminuiti i contagi, anche il decorso della malattia è stato molto più mite”, prosegue Somma.

“Questo effetto è in totale contrapposizione con quanto prevedevano, a maggio, i gruppi internazionali di epidemiologia – aggiunge – che arrivavano ad ipotizzare migliaia di decessi giornalieri ed oltre 150.000 pazienti bisognosi di terapie intensive entro luglio, dopo le riaperture totali effettuate in Italia dall’inizio di giugno”.

Il calo estivo è attribuito, nello studio, a due fattori fondamentali. “L’effetto fortemente sterilizzante dei raggi solari ultravioletti sul virus e la nota stagionalità della risposta immunitaria, che in estate è più efficace e meno infiammatoria. Nella fase grave, Covid-19 si comporta essenzialmente come una malattia auto-immune, in cui i danni maggiori agli organi bersaglio, in primis i polmoni, sono generati dalla risposta infiammatoria del sistema immunitario nota come tempesta di citochine”, spiega Lorenzo De Natale dell’Università di Napoli.

E poi, continua il ricercatore, “la marcata stagionalità della pandemia, dimostrata per l’Italia, sembra comune agli altri paesi europei e potrebbe spiegare la letalita’ molto bassa riscontrata in paesi caldi e soleggiati, anche in presenza di condizioni igieniche e sistemi sanitari peggiori che nei paesi nord-occidentali”.

Infine, il lavoro analizza i trend di contagi in Italia nel periodo da fine agosto a fine ottobre, “confermando l’effetto di mitigazione estivo con l’osservazione che da settembre, assieme ai contagi, sono risaliti anche i rapporti tra terapie intensive e casi attivi e tra decessi e casi attivi, nonostante il numero di tamponi costantemente in crescita”, dice Coviello: “Poiché andiamo incontro all’inverno, bisogna utilizzare adeguate misure di contenimento finché la vaccinazione non eliminerà il problema”, conclude.

AGI –  Si chiama TMEM41B, o transmembrana 41 B, ed è una proteina che potrebbe fungere da bersaglio nelle future terapie contro il nuovo coronavirus.

L’incoraggiante ipotesi è il risultato di uno studio, pubblicato sulla rivista Cell, condotto dagli esperti della New York University Langone Health, della Grossman School of Medicine, della Rockefeller University e del Perlmutter Cancer Center, che hanno rivelato una potenziale debolezza nel virus SARS-CoV-2, TMEM41B, che sembra necessaria per la riproduzione del virus.

“Questa proteina potrebbe essere fondamentale per la replicazione del materiale genetico – afferma John. T. Poirier New York University Langone Health – per cui potrebbe fungere da bersaglio nelle future terapie sviluppate specificatamente per Covid-19”.

Il team ha confrontato il modo in cui il nuovo coronavirus si riproduce nelle cellule infette con le modalità di replicazione di altri agenti patogeni, come quello responsabile della febbre gialla, della malattia di Zika e altri coronavirus associati al comune raffreddore.

“I nostri studi rappresentano la prima evidenza del fatto che questa proteina potrebbe essere essenziale per la replicazione virale – riporta lo scienziato – il primo passo fondamentale per affrontare la pandemia è infatti quello di mappare il panorama molecolare e valutare i potenziali mezzi a nostra disposizione per combattere le infezioni.

Il confronto tra il nuovo coronavirus e gli agenti patogeni noti potrebbe rivelare la presenza di strutture comuni e ci consentirebbe di realizzare un catalogo che sarebbe utile anche in caso di future epidemie”. 

I ricercatori hanno utilizzato lo strumento di modifica genetica CRISPR per inattivare ciascuno degli oltre 19 mila geni nelle cellule umane infettate dai vari agenti patogeni. “Il nostro lavoro – dichiara l’autore – ha portato all’identificazione di oltre un centinaio di altre proteine che potrebbero anche essere studiate come potenziali bersagli farmacologici“.

Confrontando gli effetti molecolari di ogni processo di inibizione sulla capacità di replicazione del virus, il team ha scoperto 127 caratteristiche molecolari presenti in SARS-CoV-2 e altri coronavirus, come reazioni biologiche, percorsi coinvolti nella crescita cellulare, nella comunicazione tra unità biologiche o nei mezzi che consentono il legame con altre cellule.

“TMEM41B – sottolinea Poirier – è stata l’unica caratteristica molecolare che si è distinta tra le due famiglie di virus studiate. È interessante sottolineare che le mutazioni o le alterazioni in TMEM41B sono comuni tra le popolazioni asiatiche orientali, ma non in Europa o in Africa.

Saranno necessari ulteriori studi prima di ipotizzare il legame di questo fatto con la sproporzione dei numeri relativi ai contagi e ai casi gravi di Covid-19 nelle varie zone del mondo”.

“Abbiamo scoperto che le cellule con queste mutazioni erano del 50 per cento meno suscettibili alla famiglia di virus a cui appartiene SARS-CoV-2 rispetto a quelle senza mutazione – conclude l’autore – anche in questo caso sarà necessario approfondire le ricerche, ma speriamo che il nostro lavoro possa rappresentare un modello di studio per il futuro delle indagini relative alle epidemie virali. Speriamo di individuare il ruolo preciso di TMEM41B nella replicazione di SARS-CoV-2 e studiare percorsi per potenziali bersagli farmacologici simili”.

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