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AGI –  “I vaccini e i farmaci contro il Sars-Cov-2 vanno considerati beni comuni, perché salveranno il mondo”. È risoluto il professor Stefano Vella, l’infettivologo docente di Salute globale all’Università Cattolica ed ex presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, consulente dell’Unitaid dell’Oms, rappresentante per l’Italia nel programma di ricerca Horizon della Commissione europea e tra i consiglieri del prossimo G20, il cui problema al momento è “di come aiutare i Paesi svantaggiati a uscire dalla pandemia”. 

Le informazioni di Vella dicono che “l’Institute for health metrics americano fa delle proiezioni drammatiche per il mondo e per l’Italia sui contagi e sui morti nei prossimi mesi” e che dunque “non ne siamo fuori per niente”, pertanto “bisogna ricordarsi soprattutto del terzo mondo”.

“I numeri dei singoli Paesi sono importanti”, spiega Vella, ma non va dimenticato che si tratta di “una pandemia globale e il virus non deve rimanere annidato da qualche parte per poi tornare”.

Pertanto, per evitarlo, “prima di tutto va ammesso che la pandemia non si è fermata, ma procede a ondate. Oltre a tenere duro con le misure, che sono economicamente disastrose e vanno spiegate di più, bisogna sapere che ne usciremo solo con dei vaccini per eliminare il virus in ogni angolo del pianeta”.

Quindi “la salute globale è proprio questo e il prossimo G20 sarà il luogo per affrontare l’argomento – assicura il professore – anche perché questo non è né il primo né l’ultimo virus del genere in un mondo sempre più popoloso, fittamente metropolitano e meno verde”.

AGI – Il vaccino sviluppato da Moderna e approvato ieri anche in Europa potrebbe proteggere da coronavirus fino a 2 anni. Lo ha affermato l’Ad della casa americana, Stephane Bancel, citato dalla Reuters. Bancel ha precisato che sono ancora necessari ulteriori dati per una valutazione definitiva.

In ogni caso, ha spiegato, “il decadimento degli anticorpi generati dal vaccino ha un andamento molto lento e quindi riteniamo che la protezione possa durare un paio d’anni”. Per l’Ad comunque “lo scenario da incubo descritto dai media in primavera sul rischio che i vaccini durassero solo un mese è, credo, escluso”. 

AGI –  “Si sta già correndo e adesso l’obiettivo è arrivare a completare il milione e 800 mila operatori sanitari, personale e ospiti delle Rsa entro fine febbraio”. In un’intervista a Il Fatto Quotidiano il professor Franco Locatelli – presidente del Consiglio superiore di sanità e ormai frontman del comitato tecnico scientifico a supporto del governo per l’emergenza coronavirus, indica l’obiettivo e per il momento si ritiene soddisfatto per il passo preso dalle strutture sanitarie nella campagna di vaccinazione.

Poi aggiunge: “Sento voci critiche, ma la mattina del 3 gennaio eravamo a 84 mila prime dosi somministrate e poi ne abbiamo raggiunte 190 mila in tre giorni. Siamo secondi in Europa dopo la Germania”.  

Poi Locatelli parla del “bellissimo regalo” della Befana, che riguarda l’approvazione per il secondo vaccino, quello di Moderna, e dice: “Abbiamo così già due vaccini dal profilo di sicurezza più che rassicurante e con un’efficacia importantissima”.

“Solo con Pfizer e Moderna – assicura Locatelli – arriveremo a 62 milioni di dosi nel 2021, la maggior parte delle quali nel primo semestre”, il che significa che “solo con questi due vaccini raggiungeremo quota 31 milioni di italiani immunizzati dopo prima e seconda dose”.

E sui ritardi della Lombardia il professore ragiona in questo modo: “Non voglio far alcun tipo di polemica, ma chiaramente la Lombardia ha margini di miglioramento. È anche vero che siamo solo all’inizio, le Regioni che hanno prestazioni migliori spero siano da stimolo” e “chi dice che non siamo partiti bene non fa i conti con una realtà che in questo momento ci vede secondi in Europa: mentre stiamo parlando abbiamo già raggiunto 272 mila prime dosi somministrate”, calcola Locatelli.

AGI – L’Agenzia europea per il farmaco (Ema) “ha raccomandato di concedere un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata del vaccino contro il Covid di Moderna. Lo scrive l’Ema in una nota che così da il via libera a un secondo vaccino contro il coronavirus.

Il comitato per i farmaci per uso umano (Chmp) dell’Ema ha valutato accuratamente i dati sulla qualità, sicurezza ed efficacia del vaccino e ha raccomandato per consenso la concessione di un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionale formale da parte della Commissione europea. Ciò garantirà ai cittadini dell’Ue che il vaccino soddisfa gli standard dell’Ue e mette in atto le salvaguardie, i controlli e gli obblighi per sostenere le campagne di vaccinazione a livello dell’Ue”. 

Il vaccino sviluppato da Moderna “ci fornisce un altro strumento per superare l’attuale emergenza” e la sua approvazione “è una testimonianza degli sforzi e dell’impegno di tutti i soggetti coinvolti” che arriva “a poco meno di un anno da quando la pandemia è stata dichiarata dall’Oms” ha detto la direttrice dell’Ema, Emer Cooke.

“Come per tutti i medicinali – ha aggiunto la direttrice – monitoreremo da vicino i dati sulla sicurezza e l’efficacia del farmaco per garantire una protezione continua dei cittadini Ue”. “Il nostro lavoro sarà sempre guidato dalle prove scientifiche e dal nostro impegno a salvaguardare la salute dei cittadini europei”, ha concluso. 

Come funziona il vaccino di Moderna

Come quello di Pfizer BioNTech, anche “mRNA1273”, il vaccino sviluppato da Moderna in collaborazione con il National Institute of Allergy and Infectious Diseases ‘(NIAID) diretto da Anthony Fauci, è a base di Rna.

Si tratta di una tecnologia particolarmente innovativa che vede il suo debutto ufficiale proprio con i vaccini anti Sars-CoV2 e che è stata inserita tra quelle finaziabili dal Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda).

Il vaccino contiene istruzioni genetiche per costruire una proteina del coronavirus, nota come spike. Quando viene iniettato nelle cellule, il vaccino fa sì che queste producano proteine che poi vengono rilasciate nel corpo e provocano una risposta dal sistema immunitario.

Nel corso delle sperimentazioni, che sono state condotte su un campione di 30.000 persone arruolate il 22 ottobre 2020 negli Stati Uniti, i ricercatori hanno somministrato due dosi di vaccino a distanza di 28 giorni l’una dall’altra.

Il vaccino ha dimostrato di essere molto efficace nel contrastare le infezioni da Sars-CoV 2 (il 94,5 per cento) e di inibire ogni forma grave della malattia con un’efficacia del 100 per cento.

Lo sviluppo del vaccino ha visto coinvolti due distinti gruppi di ricerca: uno pubblico, presso l’NIAD, guidato da Kizzmekia Corbett che ha messo a punto la strategia e ha caratterizzato sotto il profilo molecolare il target verso il quale rivolgere il vaccino – la proteina Spike del virus – e uno privato, presso la start-up biotecnologica Moderna guidato da Melissa Moore e con il contributo di Michelle Lynn Ann che ha permesso di mettere a punto gli algoritmi necessari per disegnare con precisione la molecola di Rna cuore del vaccino.

I primi decisivi test, quelli cioè che hanno valutato la sicurezza del vaccino sono stati invece condotti sotto la supervisione di un’altra donna, Lisa A. Jackson del Kaiser Permanente Health research Center di Washington. Il vaccino è attualmente autorizzato per la somministrazione in emergenza negli Stati Uniti, in Canada e in Israele. Il primo lotto clinico, finanziato dalla Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, è stato completato il 7 febbraio 2020, meno di un mese dopo la pubblicazione delle sequenze genetiche del virus Sars-CoV 2 da parte dei ricercatori cinesi ed e’ stato spedito al National Institutes of Health (NIH) il 24 febbraio, 42 giorni dalla selezione della sequenza.

La prima dose di vaccino è stata somministrata il 16 marzo, 63 giorni dalla selezione della sequenza, al primo volontario che ha partecipato allo studio di fase 1 condotto da NIAID. Quindi il 12 maggio la FDA ha concesso la designazione Fast Track del vaccino Moderna COVID-19 e il 29 maggio, è iniziato lo studio di fase II su pazienti due distinti coorti di pazienti: una con età tra i 18 e i 55 anni, (circa 300 persone) e una, sempre di 300 persone, di anziani con eta’ pari o superiore ai 55 anni.

L’8 luglio, lo studio di fase 2 ha completato l’arruolamento. I risultati delle sperimentazioni sono stati via via pubblicati sulla rivista peer review New England Journal of Medicine. Il 30 novembre Moderna ha annunciato l’analisi di efficacia primaria dello studio di fase 3 del vaccino condotto su 196 casi.

Lo stesso giorno ha anche reso noto di aver presentato istanza di autorizzazione all’uso di emergenza presso la FDA statunitense e un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionale (CMA) presso l’Agenzia europea per i medicinali.

Il 10 dicembre Moderna ha iniziato il reclutamento per la sperimentazione del vaccino anche per gli adolescenti con età compresa tra i 12 e i 18 anni. Il 18 dicembre la FDA ha autorizzato l’uso d’emergenza del vaccino Moderna Covid-19 in individui di età pari o superiore a 18 anni.

Il vaccino è stato ampiamente sostenuto dai fondi pubblici americani. In primo luogo dal programma Barda, che ha garantito una copertura di 955 milioni di dollari che sono andati a finanziare tutti i costi sostenuti per la sperimentazione a cui si aggiungono altri 1.525 milioni di dollari del governo federale per l’acquisto e la fornitura di 300 milioni di dosi di vaccino.

 

AGI – La prima ondata della pandemia da Covid-19, nell’inverno 2020, ha colpito in maniera più rilevante il Nord Italia rispetto al resto del Paese. La Lombardia, in particolare, è stata la regione con la maggiore diffusione. A maggio 2020 vi erano registrati 76.469 casi, pari al 36,9% del totale italiano di 207.428. Perché la distribuzione geografica dell’epidemia sia stata così irregolare è ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica. Ma un recente studio, condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), sedi di Lecce e Bologna, e dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente – Arpa Lombardia, dimostra che particolato atmosferico e virus non interagiscono tra loro. Pertanto, escludendo le zone di assembramento, la probabilità di maggiore trasmissione in aria del contagio in outdoor in zone ad elevato inquinamento atmosferico appare essenzialmente trascurabile. 

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Environmental Research, è stata condotta analizzando i dati, per l’inverno 2020, degli ambienti outdoor per le città di Milano e Bergamo, tra i focolai di Covid-19 più rilevanti nel Nord Italia. “Tra le tesi avanzate, vi è quella che mette in relazione la diffusione virale con i parametri atmosferici, ipotizzando che scarsa ventilazione e stabilità atmosferica (tipiche del periodo invernale nella Pianura Padana) e il particolato atmosferico, cioè le particelle solide o liquide di sorgenti naturali e antropiche, presenti in atmosfera in elevate concentrazioni nel periodo invernale in Lombardia, possano favorire la trasmissione in aria (airborne) del contagio”, spiega Daniele Contini, ricercatore di Cnr-Isac (Lecce). “È stato infatti supposto che tali elementi possano agire come veicolo per il SARS-CoV-2 formando degli agglomerati (clusters) con le emissioni respiratorie delle persone infette. In tal caso il conseguente trasporto a grande distanza e l’incremento del tempo di permanenza in atmosfera del particolato emesso avrebbero potuto favorire la diffusione airborne del contagio”.

La ricerca su Milano e Bergamo

Nella ricerca sono state stimate le concentrazioni di particelle virali in atmosfera a Milano e Bergamo in funzione del numero delle persone positive nel periodo di studio, sia in termini medi sia nello scenario peggiore per la dispersione degli inquinanti tipico delle aree in studio. “I risultati in aree pubbliche all’aperto mostrano concentrazioni molto basse, inferiori a una particella virale per metro cubo di aria”, prosegue Contini. “Anche ipotizzando una quota di infetti pari al 10% della popolazione (circa 140.000 persone per Milano e 12.000 per Bergamo), quindi decupla rispetto a quella attualmente rilevata (circa 1%), sarebbero necessarie, in media, 38 ore a Milano e 61 ore a Bergamo per inspirare una singola particella virale. Si deve però tenere conto che una singola particella virale può non essere sufficiente a trasmettere il contagio e che il tempo medio necessario a inspirare il materiale virale è tipicamente tra 10 e 100 volte più lungo di quello relativo alla singola particella, quindi variabile tra decine di giorni e alcuni mesi di esposizione outdoor continuativa. La maggiore probabilità di trasmissione in aria del contagio, al di fuori di zone di assembramento, appare dunque essenzialmente trascurabile”.

“Per avere una probabilità media del 50% di individuare il SARS-CoV-2 nei campioni giornalieri di PM10 a Milano sarebbe necessario un numero di contagiati, anche asintomatici, pari a circa 45.000 nella città di Milano (3,2% della popolazione) e a circa 6.300 nella città di Bergamo (5,2% della popolazione)”, sottolinea Vorne Gianelle responsabile Centro Specialistico di Monitoraggio della qualità dell’aria di Arpa Lombardia. “Pertanto, allo stato attuale delle ricerche, l’identificazione del nuovo coronavirus in aria outdoor non appare un metodo efficace di allerta precoce per le ondate pandemiche”. “La probabilità che le particelle virali in atmosfera formino agglomerati con il particolato atmosferico pre-esistente, di dimensioni comparabili o maggiori, è trascurabile anche nelle condizioni di alto inquinamento tipico dell’area di Milano in inverno”, conclude Franco Belosi, ricercatore Cnr-Isac di Bologna.

AGI – È possibile, grazie all’analisi genetica, prevedere la gravità di una particolare forma di leucemia. A scoprirlo un gruppo di ricercatori della Fondazione Tettamanti che hanno lavorato in collaborazione con l’Università di Milano Bicocca e altri centri clinici italiani che hanno realizzato uno studio esaminando retrospettivamente i dati di pazienti di centri dell’Associazione Italiana Emato-Oncologia Pediatrica (AIEOP). I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Blood.

I ricercatori sono riusciti a individuare due geni, chiamati NUTM1 e PAX5, che possono aiutare a prevedere la gravità di una particolare forma di leucemia linfoblastica acuta che insorge nei bambini con meno di un anno di età. Si tratta di un tumore del sangue che origina da un tipo particolare di globuli bianchi, i linfociti, ed è definita “acuta” perché caratterizzata da un’elevata aggressività. In questa patologia un linfocita B o T immaturo va incontro a una trasformazione tumorale: i processi di maturazione che portano al linfocita “adulto” si bloccano e la cellula comincia a riprodursi più velocemente invadendo il sangue e raggiungendo anche i linfonodi, la milza, il fegato e il sistema nervoso centrale.

La leucemia linfoblastica acuta è il tumore più frequente in età pediatrica, costituendo in questa fascia di eta’ l’80% delle leucemie e circa il 25% di tutti i tumori diagnosticati tra 0 e 14 anni. La massima incidenza si registra tra i due e i cinque anni, per poi calare con l’aumentare dell’età.

“Aver individuato la presenza del gene PAX5 fuso con altri nei casi con prognosi più difficile – ha spiegato Giovanni Cazzaniga, responsabile dell’unità di ricerca ‘Genetica della leucemia’ della Fondazione Tettamanti e ricercatore di genetica medica all’Università di Milano Bicocca – ci indica una nuova strada terapeutica: esistono infatti nuovi farmaci sperimentali che agiscono proprio su di esso”.

“Tra questi – ha aggiunto – in particolare, vi è un inibitore delle chinasi che ha già dimostrato il suo effetto antitumorale e antiangiogenico in numerose forme tumorali. Inoltre, abbiamo uno strumento in più che ci aiuta a capire quando utilizzare le terapie più avanzate, come ad esempio l’immunoterapia, impiegandole per i casi più difficili, cioè quelli in cui non è presente il gene NUTM1 fuso con altri. Questa scoperta ci dice inoltre quanto sia importante identificare e riconoscere diversi sottotipi genetici che permettono di modificare le terapie in funzione del diverso rischio di ricaduta di malattia, anche se si tratta ancora di un risultato di laboratorio e non di uno strumento disponibile nella pratica clinica”.  

La leucemia linfoblastica acuta può essere di tipo B o di tipo T a seconda del tipo di cellule del sistema immunitario che si ammalano. Una forma rara di leucemia linfoblastica acuta insorge nei bambini prima del compimento di un anno di vita. Questa forma è tradizionalmente suddivisa in due sottotipi, quello con un riarrangiamento del gene MLL (cioè il gene è ‘rotto’ e posizionato in un punto “errato” del cromosoma) e quello privo di tale alterazione (‘MLL-germline’).

Ad oggi i bambini con la forma MLL-germline sono tutti curati con la stessa terapia, non particolarmente intensiva. Lo studio si è concentrato su questa ultima forma poiché sino ad oggi le conoscenze dei meccanismi biologici e delle alterazioni genetiche alla base della malattia sono abbastanza approfondite nei pazienti più grandi ma praticamente assenti in questa fascia di età. Un ulteriore spunto per questa ricerca è stata la recente scoperta che il gene NUTM1 è presente in forma alterata in casi di questa malattia con prognosi particolarmente positiva.

Partendo da questa informazione, i ricercatori hanno voluto analizzare completamente il patrimonio genico delle cellule malate per scoprire se vi fossero altre situazioni di questo tipo. Sono stati quindi analizzati 30 casi seguiti in centri AIOEP tra il 2006 e il 2019. Dalle analisi genetiche è emerso che nella forma MLL-germline di leucemia linfoblastica acuta è frequente la presenza di geni fusi con altri, cioè l’unione accidentale del loro DNA che può verificarsi durante la loro traslocazione da un punto all’altro del genoma.

In 22 casi su 30 erano presenti fusioni di geni. Le fusioni del gene NUTM1 erano le più frequenti con 9 casi (30%) e avevano come partner di fusione i geni ACIN1 (5 casi), CUX1 (2), BRD9 (1) and ZNF618 (1). In questi casi si e’ registrata una sopravvivenza libera da malattia a tre anni del 100%. Anche le fusioni del gene PAX5 erano ricorrenti con 6 casi (20%) e avevano come partner i geni DNAJA1 (3 casi), FBRSL1 (1), MBNL1 (1), GRHPR (1). In questi bambini invece la sopravvivenza libera da malattia a tre anni era solo del 25%. 

AGI – Dopo il via libera al vaccino di Pfizer/Biontech in Europa, di quello AstraZeneca nel Regno Unito e in Argentina e del BBIBP-CorV, quello prodotto dal Beijing Biological Products Institute (Sinopharm) che ha ricevuto il via libera condizionato per il commercio dalla National Medical Products Administration (NMPA), l’agenzia del farmaco cinese, ora si attende per il prossimo 6 gennaio il verdetto del Comitato di valutazione dei farmaci ad uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea del farmaco (EMA) sul vaccino “mRNA-1273” di Moderna.

L’Ema, dopo le pressioni del Governo tedesco e le sollecitazioni della Commissione Europea, ha infatti deciso di anticipare proprio al 6 gennaio prossimo, la riunione che era inizialmente prevista per il 12 gennaio. Un eventuale via libera al vaccino di Moderna si aggiungerebbe a quelle già ottenute a dicembre dalla Food and Drugs Administration (FDA) e dall’agenzia di regolamentazione Health Canada. In attesa del verdetto dell’Ema, la Commissione Europea ha esercitato l’opzione per l’acquisto di ulteriori 80 milioni di dosi di “mRNA-1273” per gli Stati membri dell’Unione Europea, portando le dosi totali acquistate di mRNA-1273 di Moderna a 160 milioni.

Saranno sufficienti a vaccinare, al momento non più di 80 milioni di cittadini europei, dal momento che questo vaccino per essere efficace, richiede due dosi a distanza di qualche settimana.

In una situazione di stallo per quanto riguarda il mercato europeo è invece il vaccino di AstraZeneca, “Covid-19 AstraZeneca”, che ha appena ricevuto il via libera da parte della Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (MHRA), l’autorità inglese di controllo del farmaco. In una nota diffusa ieri sera, l’Ema ha spiegato di aver acquisito fin qui già molti dati sul candidato vaccino prodotto anche in collaborazione con la Advent (Gruppo IRBM di Pomezia, Roma), sul quale è in atto la cosiddetta “rolling review”, una sorta di valutazione progressiva che avviene a mano a mano che arrivano i dati.

Finora, fanno sapere all’Ema, “sono state valutate alcune prove sulla sicurezza e l’efficacia provenienti da un’analisi aggregata dei dati clinici ad interim di quattro studi clinici in corso nel Regno Unito, Brasile e Sud Africa. L’ultimo pacchetto clinico è stato ricevuto il 21 dicembre ed è attualmente in fase di valutazione. Il CHMP ha già valutato i dati di studi di laboratorio (dati non clinici) e sta attualmente valutando i dati sulla qualità del vaccino (sui suoi ingredienti e sul modo in cui è prodotto)”.

I dati non sono però sufficienti, secondo gli esperti dell’agenzia del farmaco europea a “supportare il rigore richiesto per un’autorizzazione condizionata all’immissione in commercio e ciò è stato richiesto all’azienda”.

Si tratta dunque di una richiesta autorizzativa diversa da quella ottenuta dalla MHRA inglese che invece ha approvato un via libera al vaccino AstraZeneca in un contesto di uso di emergenza, in cui vengono valutati rischi e benefici derivanti dall’utilizzo del vaccino.

“Ulteriori informazioni – spiegano all’Ema dagli studi clinici in corso sono attese anche a partire da gennaio. I dati provvisori di un ampio studio in corso negli Stati Uniti sono previsti per il primo trimestre del 2021”.

Difficile, a questo punto immaginare che AstraZeneca possa ricevere tempestivamente il via libera in Ue e che l’azienda possa consegnare già entro i primi mesi del nuovo anno i vaccini opzionati dalla Commissione e dagli Stati membri, tra cui l’Italia, per il quale, il vaccino AstraZeneca, è determinante. Secondo il piano nazionale infatti, nel nostro paese sono attese più di 16 milioni di dosi del vaccino di Oxford, su un totale di oltre 28 milioni di dosi attese.

C’è anche un secondo vaccino che potrebbe non arrivare in tempo in Italia. Si tratta di quello prodotto dall’azienda tedesca Curevac, che secondo il piano messo a punto dal Commissario Arcuri, dovrebbe fornire poco più di due milioni di dosi entro il prossimo mese di marzo. Il vaccino è però ancora in sperimentale e soli il 21 dicembre scorso l’azienda ha fatto sapere di aver arruolato altri 3.600 volontari per lo studio di fase III grazie ad un coinvolgimento di tutto il personale della Clinica medica di Magonza in Germania.

Per far fronte a questo deficit nelle scorte vaccinali europee, lunedì la presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen, ha annunciato l’acquisto di ulteriori 100 milioni di dosi del vaccino prodotto da Pfizer/Biontech  che andranno ad integrare parzialmente le scorte destinate ai paesi membri.

Anche dalla Cina arrivano importanti novità sul fronte della corsa ai vaccini. Oggi la National Medical Products Administration (NMPA), l’agenzia del farmaco cinese ha  rilasciato un’autorizzazione condizionata per il commercio al vaccino “BBIBP-CorV” prodotto dal Beijing Biological Products Institute, uno dei due vaccini che fanno capo al gruppo Sinopharm.

Il via libera arriva in vista delle vacanze del Capodanno Lunare previsto per l’11 febbraio, data entro la quale la Cina vuole iniziare a lanciare un’ampia campagna di immunizzazione della popolazione. Su questa strada però è arrivata come una doccia fredda la notizia che un altro produttore cinese di vaccini, Sinovac, ha ritardato la presentazione dei dati per il rilascio dell’autorizzazione condizionata al commercio per il suo “Coronavac”. Il ritardo è dovuto alla necessità di dover uniformare i dati sperimentali ottenuti nel corso di diversi trial che sono stati realizzati in Brasile, Indonesia, Cile e Turchia.

“I risultati della fase III rivelano che abbiamo raggiunto un numero di efficacia superiore a quanto necessario”, ha detto a BioWorld Dimas Covas, direttore dell’Istituto Butantan, l’istituo brasiliano che si occupa di gestire la sperimentazione del Brasile nel paese sudamericano. “Ora, l’idea è di rendere questi dati compatibili con i risultati dei test clinici dello stesso vaccino che vengono effettuati in altri paesi”.

Il ritardo nella presentazione dei dati potrebbe far slittare di qualche settimana l’autorizzazione da parte delle autorità cinesi e anche di quelle brasiliane che puntano molto su questo vaccino per contrastare la pandemia nel loro paese. Nonostante gli alti e i bassi dei diversi processi regolatori, sono ormai diversi i paesi che hanno iniziato le loro campagne di vaccinazioni. Israele è quello che ha avviato con maggiore determinazione la campagna che, al 30 dicembre ha già raggiunto il 9,8 per cento della popolazione con un totale di circa 794.000 dosi che hanno permesso  di immunizzare una quota consistente – circa un terzo – della popolazione con età superiore a 60 anni. 

AGI –  Due medici infettivologi, un operatore socio-sanitario, una biologa e un’infermiera.

Sono i primi cinque operatori sanitari sanitari dell’Istituto Nazionale di Malattie Infettive ‘Lazzaro Spallanzani’ che domani in occasione del V-Day per primi riceveranno a Roma il vaccino anti Covid-19 della Pfizer-Biontech. Lo ha reso noto l’Unità di crisi della Regione Lazio.

I nomi sono quelli di Alessandra Vergori (medico infettivologa), Alessandra D’Abramo (medico infettivologa), Omar Altobelli (operatore socio sanitario – OSS), Maria Rosaria Capobianchi (biologa, microbiologia e virologia) e Claudia Alivernini (infermiera). 

Tra i cinque spicca il nome di Maria Rosaria Capobianchi: direttrice del Laboratorio di virologia dell’INMI Spallanzani, a febbraio scorso insieme a Francesca Colavita e Concetta Castilletti, componenti del suo gruppo di ricerca, ha isolato il Sars-CoV-2, dando un forte, fondamentale contributo al lavoro della ricerca nel mondo su questo specifico terreno. 

AGI – Usano la stessa tecnologia e hanno registrato la stessa percentuale di risposte positive nei test, 95 per cento, ma i vaccini Pfizer e Moderna, che hanno ottenuto il via libera, hanno anche alcune differenze. La prima riguarda lo stato di conservazione: il vaccino Pfizer ha bisogno di essere conservato a meno 94 gradi Farehneit (-70 gradi Celsius). Per questo la casa farmaceutica spedisce le scatole con le dosi assieme a ghiaccio secco e dotate di sensori Gps.

Quello di Moderna resta stabile a una temperatura che varia tra i 2 e gli 8 gradi Celsius per il breve periodo (30 giorni) fino a -20 se vanno tenuti nel congelatore per sei mesi.

Diversi anche i costi: ogni dose di Pfizer costa circa venti dollari, quelle di Moderna fino a 25 dollari. Il primo è stato autorizzato su persone dai 16 anni di età in su. Il secondo, dai 18. Simili anche i possibili effetti collaterali, dal mal di testa alla febbre ai dolori muscolari e brividi di freddo, ma nel caso del vaccino Moderna si verificano solo con la seconda dose.

AGI – E’ possibile trattare i tumori con flash di luce molto intensi. Uno studio condotto dall’Istituto nazionale di ottica (Cnr-Ino), in collaborazione con l’Istituto di fisiologia clinica (Cnr-Ifc) del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa e con l’Unità operativa di fisica sanitaria dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana (Aoup), ha dimostrato in laboratorio la somministrazione, in profondità, di radiazione ad alto rateo di dose, utilizzando fasci di elettroni di alta energia prodotti con acceleratori di nuova concezione basati su laser intensi.

Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, apre la strada a nuovi e più efficaci protocolli in radioterapia, anche basati sul cosiddetto “effetto flash”, che prevede la somministrazione della dose terapeutica in un’unica sessione e in tempi molto brevi e porterebbe a equivalenti effetti sul tumore e a un minor danno ai tessuti sani. Lo studio è il frutto di uno sviluppo condotto per circa due anni presso il Laboratorio di laser intensi del Cnr di Pisa.

“Ad oggi, la pratica radioterapica contro i tumori, si è sempre ispirata al principio guida della somministrazione graduale con il cosiddetto frazionamento”, spiega Luca Labate del Cnr-Ino e primo firmatario dello studio. “Ma studi recenti mostrano che questo principio guida potrebbe non essere ottimale, aprendo così approcci di ricerca e di sperimentazione rivoluzionari, ai quali il nostro studio basato sull’uso di acceleratori laser-plasma contribuisce”. 

La possibilità di uno sviluppo della radioterapia in questa direzione richiede un notevole balzo tecnologico nella generazione di radiazioni ionizzanti per uso medico. Se si esclude il trattamento di tumori superficiali, la somministrazione di dosi terapeutiche di radiazione in regime “flash”, tipicamente di decine di Gray (1 Gray = 1 J/kg) in una frazione di secondo, è ben oltre la portata delle attuali macchine radiogene per uso ospedaliero.

Gli acceleratori laser sviluppati al Cnr di Pisa e impiegati per questo studio sono tra i più promettenti per raggiungere le dosi “flash” in profondità e i principali laboratori internazionali sono impegnati a raggiungere questi obiettivi.

 Il responsabile di Cnr-Ino sezione di Pisa, Leonida Gizzi sottolinea: “Il nostro lavoro è finalizzato a sviluppare una nuova generazione di acceleratori di elettroni che si basano su processi fisici innovativi. Insieme ai colleghi del Cnr-Ifc ed Aoup stiamo già impiegando prototipi di questi acceleratori per studi di laboratorio, in vista di una traslazione nella pratica clinica, che aprirebbe la strada a nuovi e più efficaci protocolli di cura. Infatti, se la radioterapia flash sarà confermata e approvata per l’uso ospedaliero, i presidi sanitari dovranno dotarsi di nuove macchine in grado di erogare radioterapia in regime flash, attualmente non disponibili, se non a livello sperimentale, e per il solo trattamento superficiale. Si apre quindi una fase cruciale di sviluppo che vedrà il Cnr al centro di collaborazioni multidisciplinari con la partecipazione di aziende di alta tecnologia”.

“L’innovazione finalizzata alla cura del paziente, specie ma non solo nel campo biotecnologico, rappresenta da sempre un obiettivo primario di Ifc – dichiara il direttore del Cnr-Ifc Giorgio Iervasi – da portare avanti in un’ottica traslazionale, multidisciplinare e di integrazione dei saperi. Con queste premesse la radioterapia flash costituisce una sfida scientifica di tale rilevanza ed impatto sanitario e sociale alla quale Ifc è orgoglioso di collaborare”.

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