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AGI – Quattro Regioni in rosso, le confermate Campania, Puglia e Val d’Aosta e la novità Sardegna, tutte le altre in arancione, comprese Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Toscana e Calabria che potrebbero scendere dal rosso alla fascia con minori restrizioni. Sono queste le indicazioni emerse dai nuovi dati di monitoraggio settimanale della Cabina di Regia.

La Sardegna, a quanto si apprende, passerebbe in rosso per via di un indice Rt schizzato negli ultimi giorni sopra la soglia di 1,25: non a caso è stata nelle ultime settimane, seguite all’esperimento della prima (e finora unica) zona bianca, tra le Regioni con gli aumenti più consistenti (fino al +92% di media mobile settimanale), con diversi focolai.

Mentre la Calabria dovrebbe tornare dal rosso all’arancione proprio grazie a un Rt che sarebbe tornato sotto la soglia dell’1,25 già da una settimana. Infine Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Toscana tornano in arancione grazie all’incidenza scesa sotto i 250 casi settimanali per diecimila abitanti. A differenza di Puglia (258) e Val d’Aosta (416), che infatti restano in rosso con la Campania, che dovrà comunque aspettare almeno un’altra settimana con un Rt sotto 1,25, essendo stata “retrocessa” in rosso solo 7 giorni fa. 

Nell’ultima settimana “si osserva una diminuzione del livello generale del rischio, con quattro Regioni (Liguria, Puglia, Toscana e Valle d’Aosta) che hanno un livello di rischio alto”. E’ quanto si legge nella bozza del report settimanale di monitoraggio del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di sanità. 

Quindici Regioni hanno una classificazione di rischio moderato (di cui quattro ad alta probabilità di progressione a rischio alto nelle prossime settimane) e una Regione (Veneto) e una Provincia Autonoma (Bolzano) hanno una classificazione di rischio basso

Quanto all’indice Rt, in lieve calo a 0,92, mentre 8 Regioni sono ancora su un valore superiore a 1: Basilicata, Campania, Liguria, Puglia, Sardegna (con il valore più alto, schizzato a 1,54, ben oltre la soglia di 1,25 che fa scattare la zona rossa), Sicilia, Toscana e Val d’Aosta.

Tra queste, due Regioni (Sardegna e Valle d’Aosta) hanno una trasmissibilità compatibile con uno scenario di tipo 3. Sei Regioni hanno una trasmissibilità compatibile con uno scenario di tipo 2. Le altre Regioni hanno una trasmissibilità compatibile con uno scenario di tipo uno. 

Ancora in discesa, anche se lenta, l’incidenza dei casi Covid in Italia. “Per la terza settimana consecutiva l’incidenza scende lentamente – 210,8 per 100.000 abitanti (29/03/2021-04/04/2021) vs 232,74 per 100.000 abitanti (22/03/2021-28/03/2021), dati flusso ISS – restando quindi elevata e ancora ben lontana dai livelli (50 per 100.000) che permetterebbero il completo ripristino sull’intero territorio nazionale dell’identificazione dei casi e tracciamento dei loro contatti”. 

Rimane alto ed in aumento il numero di Regioni che hanno un tasso di occupazione in terapia intensiva e/o aree mediche sopra la soglia critica: 15 Regioni contro le 14 della settimana precedente. Il tasso di occupazione in terapia intensiva (41%) ed in aree mediche (44%) a livello nazionale rimangono al di sopra la soglia critica.

Secondo il report, “il forte sovraccarico dei servizi ospedalieri, l’incidenza ancora troppo elevata e l’ampia diffusione di alcune varianti virali a maggiore trasmissibilità richiedono l’applicazione di ogni misura utile al contenimento del contagio”. Viene, inoltre ribadito che “è fondamentale che la popolazione eviti tutte le occasioni di contatto con persone al di fuori del proprio nucleo abitativo che non siano strettamente necessarie”. 

AGI – Anche se lievi le infezioni Covid-19 possono avere un impatto a lungo termine. Uno studio del Danderyd Hospital e del Karolinska Institutet in Svezia ha scoperto che otto mesi dopo una forma lieve di Covid-19, una persona su dieci presenta ancora almeno un sintomo da moderato a grave che viene percepito negativamente per l’impatto sulla propria vita lavorativa, sociale o domestica. I sintomi a lungo termine più comuni sono perdita dell’olfatto, del gusto e stanchezza. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista JAMA.

Dalla primavera del 2020, i ricercatori hanno condotto il cosiddetto studio Community con lo scopo di esaminare l’immunità dopo Covid-19. Nella prima fase dello studio sono stati raccolti campioni di sangue da 2.149 dipendenti del Danderyd Hospital, di cui circa il 19 per cento aveva anticorpi contro SARS-CoV-2.

Da allora sono stati raccolti campioni di sangue ogni quattro mesi e i partecipanti allo studio hanno risposto a questionari riguardanti i sintomi a lungo termine e il loro impatto sulla qualità della vita. Nel terzo follow-up nel gennaio 2021, il team di ricerca ha esaminato i sintomi “auto-segnalati” a lungo termine e il loro impatto sulla vita lavorativa, sociale e domestica per i partecipanti che avevano avuto un’infezione Covid-19 lieve almeno otto mesi prima.

Questo gruppo era composto da 323 operatori sanitari (83 per cento donne, età media 43 anni) ed è stato confrontato con 1.072 operatori sanitari (86 per cento donne, età media 47 anni) che non hanno avuto Covid-19 durante il periodo di studio.

I risultati mostrano che il 26 per cento di coloro che avevano precedentemente avuto Covid-19, rispetto al 9 per cento nel gruppo di controllo, aveva almeno un sintomo da moderato a grave che è durato più di due mesi e che l’11 per cento, rispetto al 2 per cento nel gruppo di controllo gruppo, ha avuto almeno un sintomo con impatto negativo sulla vita lavorativa, sociale o domestica che è durato almeno otto mesi.

“Abbiamo studiato – spiega afferma Charlotte Thalin, medico specialista e capo ricercatore per lo studio Community presso il Danderyd Hospital e il Karolinska Institutet – la presenza di sintomi a lungo termine dopo Covid-19 lieve in un gruppo relativamente giovane e sano di individui che lavorano, e abbiamo scoperto che i sintomi predominanti a lungo termine sono la perdita dell’olfatto e del gusto. Affaticamento e problemi respiratori sono anche più comuni tra i partecipanti che hanno avuto Covid-19 ma non si sono verificati nella stessa misura.

Tuttavia, non vediamo una maggiore prevalenza di sintomi cognitivi come affaticamento cerebrale, problemi di memoria e concentrazione o disturbi fisici come dolori muscolari e articolari, palpitazioni cardiache o febbre a lungo termine”. Lo studio Community continuerà ora, con il prossimo follow-up che avrà luogo a maggio, quando si prevede che un’ampia percentuale di partecipanti allo studio sarà vaccinata. Oltre al monitoraggio dell’immunità e del verificarsi di reinfezioni, sono previsti diversi altri obiettivi riguardanti il post-Covid. “Tra le altre cose, studieremo più da vicino la perdita dell’olfatto e del gusto associata a Covid-19 e indagheremo se il sistema immunitario, inclusa l’autoimmunità, gioca un ruolo nel post-Covid”, afferma Thalin.

AGI – Identificati i microRNA necessari alla sopravvivenza delle cellule staminali tumorali, che contribuiscono alla crescita dei tumori al seno e alla ricomparsa del tumore dopo il trattamento. Bloccare questi microRNA sarebbe sufficiente per rendere le cellule staminali più vulnerabili ad alcuni farmaci. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio firmato dai ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e dell’Università Statale di Milano. Lo studio, sostenuto dalla Fondazione AIRC, è stato pubblicato sulla rivista Journal of Cell Biology.

Il lavoro si inserisce negli studi condotti da Francesco Nicassio, coordinatore del Center for Genomic Science (CGS) dell’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia a Milano. In uno studio precedente, infatti, Nicassio e il suo gruppo avevano individuato un altro microRNA, il miR-34a, svelandone il ruolo inibitorio della proliferazione delle cellule staminali tumorali. Diversamente dai miR-146a/b, il miR-34a non è presente nelle cellule staminali ma al contrario viene espresso dalle cellule più differenziate della mammella, che quindi non hanno più le proprietà staminali.

Questa ultima ricerca introduce ulteriori elementi di comprensione delle componenti genetiche del cancro e apre a nuove possibilità per l’applicazione terapeutiche dell’RNA non codificante – obiettivo al centro della “RNA-initiative” di IIT (iRNA@IIT), di cui Nicassio è membro. Molti tumori, tra cui il tumore della mammella, contengono una piccola popolazione di cellule staminali tumorali, considerate il cuore alla base dello sviluppo del tumore. Le cellule staminali tumorali sono spesso resistenti alle radio- e chemioterapie, e quindi possono sopravvivere ai primi cicli di trattamento e promuovere la ricomparsa del tumore e le metastasi.

Nel cancro al seno, ad esempio, i tumori contenenti un numero relativamente elevato di cellule staminali tumorali hanno una prognosi molto più sfavorevole rispetto ai tumori con un numero inferiore di cellule staminali. Riuscire a colpire queste cellule può quindi essere cruciale per il trattamento efficace del cancro al seno e di altri tipi di tumore. Tra le molecole che potrebbero avere un ruolo importante nella biologia delle cellule staminali vi sono i microRNA, scoperti negli ultimi decenni. A dispetto della loro ridotta dimensione, queste molecole controllano il destino e l’identità delle cellule regolando i livelli di centinaia di RNA “messaggeri” più lunghi che codificano per proteine.

“Il nostro obiettivo – spiega Nicassio – è identificare i microRNA necessari al mantenimento di cellule staminali tumorali e che possono rappresentare potenziali bersagli terapeutici nel cancro al seno“. Aggiunge Chiara Tordonato, ricercatrice presso IEO e Università di Milano, e prima autrice del lavoro: “Abbiamo identificato due microRNA strettamente correlati, miR-146a e miR-146b, presenti nelle cellule staminali della mammella e anche nelle cellule staminali del cancro al seno. I livelli di questi due microRNA tendono a essere molto elevati nei tumori al seno più aggressivi, i quali presentano un alto numero di cellule staminali tumorali”.

“Abbiamo ipotizzato -continua – che i miR-146a/b potessero essere necessari per mantenere il pool di cellule staminali tumorali. E’ stato sufficiente distruggere questi due microRNA nelle cellule tumorali derivate da pazienti per ridurre la capacita’ di tali cellule di formare nuovi tumori”. Nicassio e colleghi hanno determinato che i miR-146a/b regolano centinaia di RNA messaggeri, controllando così numerosi processi cellulari come il metabolismo e la replicazione del DNA.

“Alcuni dettagli molecolari – dice Nicassio – restano ancora da determinare, ma i nostri risultati mostrano chiaramente che la riduzione dei livelli di miR-146a/b rappresenta un approccio potenzialmente in grado di superare alcune forme di farmacoresistenza in ambito clinico, smascherando una ‘vulnerabilità nascosta’ del tumore che può essere sfruttata per lo sviluppo di nuove terapie in grado di colpire le cellule staminali del cancro”.

L’eliminazione di miR-146a/b dalle cellule staminali tumorali potrebbe alterare questi processi in modi che rendono le cellule più vulnerabili alla chemioterapia. Infatti, i ricercatori hanno scoperto che la riduzione dei livelli di miR-146a/b ha reso le cellule staminali del cancro al seno oltre 20 volte più sensibili al metotrexato, migliorando significativamente la capacità di questo inibitore metabolico di limitare la crescita del tumore. 

AGI – Una bimba nata con l’intestino al posto di un polmone, a causa di una rarissima e grave forma di ernia diaframmatica, è stata salvata dai medici dell’ospedale Regina Margherita di Torino, grazie ad un intervento chirurgico a cui ha fatto seguito un trapianto di fegato.

Una storia iniziata alla ventesima settimana di gestazione, quando un’ecografia riscontra nel feto la presenza di un’ernia diaframmatica congenita, una rara malformazione in cui l’intestino può spostarsi nel torace e compromettere il normale sviluppo dei polmoni.

La mamma viene quindi presa in carico dall’équipe di diagnostica prenatale dell’ospedale Sant’Anna e la gravidanza viene monitorata sino alla nascita della bimba, avvenuta nel novembre 2019. La piccola viene ricoverata nella Rianimazione pediatrica dell’ospedale Regina Margherita, e dopo due giorni di trattamento intensivo, si sottopone a un delicato intervento chirurgico di correzione dell’ernia diaframmatica.

La comparsa di altre problematiche prolungano la permanenza in Rianimazione fino al marzo 2020 e rendono poi necessaria una lunga degenza al reparto di Pneumologia pediatrica. Nel corso dei mesi la situazione respiratoria si complica ulteriormente perchè la piccola sviluppa una malattia epatica colestatica che determina l’abnorme ingrossamento del fegato, con effetto compressivo sul torace.

Si giunge cosí alla decisione di inserire la bimba in lista d’attesa per un trapianto di fegato, che si presenta da subito ad altissimo rischio. L’attesa di un organo idoneo si prolunga per mesi, durante i quali la piccola contrae e supera l’infezione da Covid-19.

Grazie al Coordinamento regionale trapianti del Piemonte, nel novembre 2020 arriva il fegato ideale, proveniente da un donatore reduce anch’egli da Covid. Si procede così al trapianto, eseguito all’ospedale Molinette. Tra qualche giorno finalmente arriverà il momento della dimissione, dopo un ricovero che dal giorno della nascita è durato un anno e cinque mesi. 

AGI – E’ ormai cosa nota che gli spazi “verdi” migliorano il benessere della popolazione. Ma ora spunta una novità: i benefici di vivere negli spazi “blu” – cioé quelli vicino all’acqua ossia coste, laghi, fiumi e canali  – sono gli stessi, dal punto di vista sia fisico sia mentale.
E’ il risultato di uno studio condotto da cinque ricercatori dell’Università di Glasgow, “Meccanismo dell’impatto degli spazi blu sulla salute umana” che analizza secondo un criterio anche meramente statistico come vivere vicino al blu sia benefico, non soltanto perché è meno evidente l’inquinamento atmosferico.

Più attività fisica e interazione sociale

Il blu infatti intensifica sia l’attività fisica, sia l’interazione sociale: le persone che vivono vicino all’acqua hanno un minor rischio di morte prematura e anche un minor rischio di obesità. In generale, hanno una migliore salute sia fisica ed anche mentale. 
    Troppo spesso, ricordano i ricercatori, vengono sottolineati gli effetti negativi degli spazi blu e dei pericoli che comportano per la salute: ad esempio, l’aumento del rischio di inondazioni e livelli più elevati di trasmissione di malattie attraverso l’esposizione a diversi microbi.

Ma gli effetti sulla salute sono di gran lunga superiori: gli spazi blu vanno considerati “preziosi servizi ecosistemici, hanno un ruolo sia estetico che ecologico e possono essere utilizzati per la regolazione del microclima urbano”. 

La differenza con il ‘verde’

Ad oggi, si legge nel rapporto, “pochi studi distinguono tra spazi verdi e blu, poiché lo spazio blu è spesso trattato come una componente intrinseca dei parchi e degli ambienti naturali. Tuttavia, gli spazi blu sono entità indipendenti e c’è bisogno di essere considerati separatamente e non solo come una sottocategoria degli spazi verdi”.

Più in generale, i dati statistici confermano che i disturbi di salute mentale sono più frequenti in aree con una maggiore densità di popolazione.

Il sovraffollamento, l’inquinamento, la violenza urbana e la mancanza di una rete sociale possono essere tutti fattori che contribuiscono all’insorgenza di un certo tipo di disturbi.

Di conseguenza, gli ambienti naturali sono stati a lungo visti come una grande risorsa: la vicinanza con la natura rende le persone meno stressate, e il loro umore e la loro salute mentale migliorano.

Meno stress e ansia

Quindi sicuramente anche gli spazi “blu” influenzano la vita delle persone in quanto è stato dimostrato che abbassano lo stress e l’ansia.     Analizzando le reazioni delle persone, anche attraverso la realtà virtuale, i ricercatori hanno appurato che è anche il colore blu che viene visto come toccasana per il malumore e lo stress. 

Perché allora si è meno esposti a rischi di morte prematura?

Semplicemente perché, spiega il rapporto, essere meno nervosi e non essere sottoposti a stress o depressione, riduce il rischio di malattie cardiovascolari che oggigiorno è una delle cause di morte più frequenti. Di conseguenza, avere lo stato d’animo sereno ci induce a muoverci anche di più (per questo, abbiamo anche meno rischio di diventare obesi) e ad interagire socialmente.  

L’esperienza dei canali vittoriani

Gli studiosi di urbanistica lo sanno bene, ed infatti, ricorda Michael Georgiou, uno dei ricercatori autori dello studio, in un articolo citato dal World Economic Forum, sperimentano i modi possibili per portare i corsi d’acqua vicino ai centri urbani. Durante l’epoca vittoriana, i canali nel Regno Unito erano molto importanti per l’economia in quanto permettevano il commercio e aiutavano i lavoratori a spostarsi.

Ed ora, rileva Georgiou, “c’è ancora un’enorme rete di queste vie d’acqua in molte città del Regno Unito, ma pochissime di esse sono in uso”.
    Ad esempio, ci sono più canali a Birmingham che a Venezia. Ma l’accesso ad essi è spesso bloccato da alti edifici o recinzioni, e non sono sfruttati a pieno. Anzi, se abbandonati, possono anche causare problemi ambientali, come l’inquinamento da rifiuti di plastica, che può ridurre la biodiversità e danneggiare la fauna selvatica. Per questo, in molte zone del Regno Unito come ad esempio in Scozia, si stanno cercando molti modi per riqualificarli.

AGI – I linfociti T, globuli bianchi specializzati nel riconoscimento delle cellule infette, possono rimanere attivi contro il nuovo coronavirus nonostante l’insorgenza delle varianti. A rivelarlo uno studio pubblicato sulla rivista Open Forum Infectious Diseasese condotto dagli scienziati del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), della Johns Hopkins University School of Medicine, della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health e della società ImmunoScape.

Il gruppo di ricerca, guidato da Andrew Redd del NIAID, ha raccolto campioni di sangue da 30 partecipanti che avevano contratto il ceppo originario di Sars-Cov-2, valutando la capacità dei linfociti T di riconoscere tre varianti del virus, B.1.1.7, identificata per la prima volta nel Regno Unito, B.1.351, rilevata in Sud Africa e B.1.1.248, osservata in Brasile.

Gli scienziati spiegano che i ceppi variati presentano mutazioni in punti diversi, specialmente nella regione della proteina spike, per cui esiste la preoccupazione che il sistema immunitario non riconosca le varianti del virus.

Sebbene i dettagli sui livelli esatti e sulla composizione delle risposte anticorpali e dei linfociti T necessari per ottenere l’immunità a Sars-Cov-2 siano ancora sconosciuti, gli autori ipotizzano che una risposta forte e ampia da parte di anticorpi e linfociti T sia fondamentale.

Gli studiosi hanno determinato che le risposte delle cellule T specifiche per Sars-Cov-2 sono rimaste in gran parte invariate per tutte le mutazioni nelle varianti studiate. Il gruppo di ricerca sottolinea che sarà opportuno condurre studi più ampi, ma che questo lavoro suggerisce che la risposta delle cellule T potrebbe non essere influenzata dalle mutazioni delle varianti e dovrebbe offrire protezione contro i ceppi mutati.

Per una risposta ottimale potrebbero essere indispensabili risposte multivalenti delle cellule T e degli anticorpi neutralizzanti, per cui la scienza dovrà monitorare l’ampiezza, l’entità e la durata dei linfociti T specifici per Sars-Cov-2 per valutare l’eventualità di predisporre vaccinazioni di richiamo. 

AGI –  Si emettono più aerosol pericolosi con tosse, starnuti e respiro affannoso che tramite l’ossigenoterapia. Lo evidenziano in un articolo pubblicato sulla rivista Anesthesia gli scienziati del Royal Infirmary of Edinburgh, dell’Università di Sydney, dell’Università del New South Wales e del Royal United Hospitals Bath, che hanno sollevato una serie di preoccupazioni per la salvaguardia della salute di operatori sanitari nei reparti ospedalieri.

Il team ha valutato la quantità di particelle respiratorie prodotte dalle terapie con ossigeno necessarie per i pazienti con Covid-19 in forma grave per stabilire se le precauzioni di routine implementate nelle varie corsie siano o meno sufficienti.

Gli scienziati hanno scoperto che le terapie con ossigeno non sono associate a una produzione maggiore di aerosol da parte dei pazienti, mentre le attività respiratorie come tosse e starnuti espongono gli operatori a un rischio più elevato di infezione

Gli autori hanno coinvolto dieci volontari sani per misurare la quantità di aerosol prodotti con e senza supporto respiratorio. Gli esperti sottolineano che questo piccolo studio potrebbe in parte contribuire a spiegare il motivo per cui il personale impiegato nei reparti in cui è necessaria la sola mascherina chirurgica sia legato a tassi di infezione e ospedalizzazione doppi o tripli rispetto agli operatori che si occupano delle terapie intensive, dove i dispositivi di protezione individuale utilizzati sono più completi ed efficaci.

Il team ha misurato il respiro di dieci volontari sani, raccogliendo quasi tutte le particelle espirate, il che ha consentito un confronto tra le quantità di aerosol generate dalle attività respiratorie normali o aumentate, come tosse, starnuti e respiro affannoso, e le stesse attività eseguite durante la somministrazione di ossigeno.

Gli scienziati hanno scoperto che la tosse e gli starnuti aumentano di oltre 100 volte la quantità di aerosol emessi, ma le particelle non sono aumentate nel secondo scenario, anzi, tosse e starnuti sembravano meno impattanti dal punto di vista degli aerosol quando i partecipanti ricevevano ossigenoterapia. 

Questo studio, scrivono i ricercatori, evidenzia la necessità di proteggere il personale sanitario esposto alle emissioni di aerosol da parte di pazienti ospedalizzati per Covid-19 e ricoverati in tutti i reparti.

“Più del 90 per cento del numero totale di particelle prodotte dai partecipanti era costituito da aerosol di piccole dimensioni – afferma Nick Wilson del Royal Infirmary of Edinburgh – che possono viaggiare per lunghe distanze, eludere le mascherine chirurgiche e raggiungere le cavità polmonari. Questo solleva preoccupazioni sulla sicurezza di chi si trova a contatto con i pazienti Covid-19”.

“Tosse e respiro affannoso sono manifestazioni comuni della malattia da nuovo coronavirus – aggiunge Euan Tovey dell’Università di Sydney e coautore di Wilson – e sono associati a una produzione di aerosol molto più significativa rispetto a quella tipica dei pazienti trattati con ossigenoterapia”.

Gli esperti osservano che le mascherine chirurgiche non rappresentano pertanto una protezione adeguata, per cui potrebbe essere necessario utilizzare respiratori aderenti specializzati, come le maschere N95 o FFP3, e aumentare la possibilità di ventilazione interna.

“Il nostro studio ha implicazioni anche oltre l’ambiente ospedaliero – sostiene Guy Marks dell’Università del New South Wales, terza firma dell’articolo – questi dati rafforzano infatti l’importanza del distanziamento e di una corretta ventilazione nei luoghi chiusi e nei trasporti”.

“I nostri risultati – conclude Tim Cook del Royal United Hospitals Bath – supportano la rivalutazione delle linee guida dedicate al personale ospedaliero, ai pazienti e agli operatori sanitari che lavorano a contatto con Covid-19”.

AGI – Via libera alle vaccinazioni anche nelle farmacie italiane. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato il protocollo con le Regioni e i farmacisti per far partire in sicurezza le somministrazioni anche in tutte le farmacie. 

“La campagna di vaccinazione è la vera chiave per chiudere questa stagione così difficile – ha sottolineato il ministro Speranza – oggi facciamo un altro importante passo avanti per renderla più veloce e capillare”.

Come si svolgeranno le somministrazioni in farmacia

Percorsi differenziati, preferibilmente “in apposita area esterna”, congrui intervalli tra un appuntamento e l’altro, un addetto al primo soccorso sempre presente, mascherine Ffp2 obbligatorie per i farmacisti e per i pazienti.

La vaccinazione in farmacia vede la luce con l’accordo quadro firmato oggi tra Governo, Regioni, Federfarma e Assofarm.

Come funzionerà? Anzitutto, i farmacisti verranno formati specificamente, attraverso un corso obbligatorio dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il vaccino si somministrerà “seguendo percorsi in apposita area esterna, pertinenziale alla farmacia”, oppure, se compatibili con le misure di sicurezza, “anche in area interna, purché sia separata dagli spazi destinati all’accoglienza dell’utenza e allo svolgimento delle attività ordinarie”, un’area che deve essere sempre “opportunamente arieggiata”. È comunque possibile la sommministrazione anche a farmacia chiusa. 

Il vaccino si somministra solo dopo compilazione del consenso informato del paziente, e “in ogni farmacia con dipendenti è presente un addetto al primo soccorso opportunamente formato“.

Le dosi le distribuiranno le Asl alle singole farmacie, e il criterio delle inoculazioni non cambia: prenotazione ed esecuzione dei vaccini “verranno eseguite, da parte delle farmacie, secondo i programmi di individuazione della popolazione target previamente definiti dalle autorità sanitarie competenti e seguendo i correlati criteri di priorità”.

Esclusa la possibilità di vaccinazione in farmacia per “soggetti ad estrema vulnerabilità” o con precedenti di gravi reazioni allergiche o anafilattiche. Come detto, sono prescritte mascherine FFP2/KN95 e camice monouso per il farmacista.

Dopo il vaccino, il farmacista deve assicurare la permanenza e il monitoraggio del soggetto vaccinato per 15 minuti dopo l’inoculazione. Il paziente che si reca in farmacia non deve aver avuto negli ultimi 14 giorni contatti con malati Covid, e ovviamente non deve avere la febbre sopra 37,5.

Obbligatorie mascherina FFP2, igiene delle mani e controllo della temperatura. Alle farmacie viene riconosciuta una remunerazione di 6 euro per ogni singolo inoculo vaccinale

 

 

AGI – Arriverà tra meno di un mese in Europa, il 19 aprile, il vaccino Johnson & Johnson, già approvato le scorse settimane da Ema e Aifa.

Si tratta del quarto siero anti Covid che sbarca nell’Unione Europea dopo Pfizer, Moderna e AstraZeneca. Una new entry molto attesa, anche perché il vaccino è monodose, al contrario di quelli attualmente in uso che necessitano di richiamo: all’Italia stando agli accordi europei spettano 7,3 milioni di dosi nel secondo trimestre e 15,9 nel terzo.

Il 1 marzo era stato già approvato negli Usa, dove l’Fda aveva confermato “la sicurezza e l’efficacia della dose singola del vaccino contro il coronavirus di Johnson & Johnson, in particolare contro i casi gravi”.

Inoltre, già a luglio scorso, uno studio pubblicato su ‘Nature’ rivelava che questo vaccino, basato su vettori derivati da adenovirus di serotipo 26 (Ad26), aveva indotto una “forte risposta immunitaria” come provato dagli anticorpi neutralizzanti, riuscendo a prevenire infezioni successive e proteggendo completamente o quasi completamente dal virus i polmoni di primati non umani (NHPs) nello studio pre-clinico.

Era stato grazie a questi dati che era stato poi avviato un trial clinico su volontari sani negli Stati Uniti e in Belgio. 

Lo scorso gennaio sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine i dati dello studio di fase 1/2a che hanno mostrato che, dopo una singola vaccinazione, gli anticorpi neutralizzanti contro COVID-19 sono stati rilevati in oltre il 90% dei partecipanti allo studio al 29° giorno e nel 100% dei partecipanti di età compresa tra i 18 e i 55 anni al 57° giorno.

Per quanto riguarda lo studio clinico di Fase 3 ENSEMBLE, i risultati  hanno rilevato una riduzione del 67% del numero di casi di COVID-19 sintomatici dopo 2 settimane nelle persone che hanno ricevuto il vaccino (116 casi su 19.630 persone) rispetto alle persone a cui è stato somministrato placebo (348 su 19.691). Ciò significa che il vaccino ha avuto un’efficacia del 67% .  

Si tratta di un vaccino che utilizza appunto un adenovirus, cioè un virus “del raffreddore” delle scimmie, inattivato, che serve per trasportare nell’organismo le informazioni genetiche utili a sviluppare la difesa contro le spike, ossia le “coroncine” che il virus utilizza per attaccare le cellule. 

L’adenovirus trasmette il gene SARS-CoV-2 nelle cellule della persona vaccinata. Le cellule possono quindi utilizzare il gene per produrre la proteina spike.

Il sistema immunitario della persona riconoscerà la proteina spike come estranea e produrrà anticorpi e attiverà le cellule T (globuli bianchi) per bersagliarla. Successivamente, se la persona entra in contatto con il virus SARS-CoV-2, il sistema immunitario della persona riconoscerà la proteina spike sul virus e sarà pronto a difendere il corpo da essa.

Il siero della Johnson & Johnson è prodotto in diversi Paesi: parte dal New Jersey e arriva in Belgio, passando dall’Olanda e dall’Italia. Il quartier generale della multinazionale farmaceutica è a New Brunswick, nella piana industriale dello Stato del New Jersey, a meno di 80 chilometri da New York, ma è tra Massachusetts e Europa che il vaccino è nato. 

Tre sono i luoghi chiave: il centro di ricerca Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, dove i ricercatori hanno lavorato in sinergia con quelli del centro vaccini Janssen Pharmaceutical di Beerse, in Belgio, e del Centro biologico Janssen di Leiden, in Olanda, a cinquanta chilometri da Amsterdam.

In questo triangolo si sono concentrate le tre fasi obbligatorie di sperimentazioni del vaccino sui volontari. Ma la seconda fase, quella operativa, ha visto l’allargamento della rete di produzione. Per aumentare la produzione l’azienda americana ha stretto dal 2020 una partnership con la Catalent, che ha sede in New Jersey.

L’accordo prevede che una parte della produzione dei vaccini venga fatta in Usa e in Italia, nello stabilimento di Anagni della Catalent, in provincia di Frosinone. Un altro accordo, per la produzione quinquennale di vaccini, è stato siglato con la Emergent BioSolutions, i cui stabilimenti si trovano in Maryland.

La società farmaceutica francese Sanofi ha inoltre offerto a J&J il proprio stabilimento di Marcy l’Etoile per la produzione del vaccino Janseen (controllata J&J) ad un ritmo di 12 milioni di dosi al mese. 

AGI –  Alcune terapie antibiotiche ad ampio spettro, come vancomicina e streptomicina, alterano sensibilmente le funzioni del sistema immunitario intestinale, aumentando il rischio di sviluppare malattie infiammatorie e diminuendo l’efficacia delle terapie anticancro. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio condotto dal gruppo di ricercatori del dipartimento di Oncologia sperimentale dell’Istituto europeo di oncologia, coordinati da Federica Facciotti e Francesco Strati. I risultati della ricerca sono pubblicati sulla rivista Microbiome.

“La nostra scoperta – dice Facciotti – ha un grande valore clinico per la prevenzione e la cura di malattie importanti come le malattie infiammatorie croniche intestinali quali la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa, che, oltre ad avere di per sé un impatto negativo sulla qualità di vita, sono collegati ad un aumentato rischio individuale di sviluppare tumori del colon.

I dati epidemiologici hanno già evidenziato il legame fra l’uso di antibiotici ad ampio spettro e rischio aumentato di sviluppare funzioni aberranti del sistema immunitario. Noi abbiamo approfondito il perché e lo abbiamo dimostrato in modelli sperimentali di malattia.

In sintesi la terapia antibiotica infrange i meccanismi di compensazione fra microbiota e sistema immunitario, privando l’organismo delle più efficaci barriere naturali contro diverse patologie dell’apparato digerente, incluso il cancro al colon”.

Gli antibiotici, come è noto, vengono utilizzati per combattere le infezioni batteriche; tuttavia la loro azione distruttiva non si limita esclusivamente ai batteri patogeni per cui sono destinati, ma si estende indiscriminatamente ai microbi “buoni”, fra cui quelli che risiedono nel nostro intestino e che formano il microbiota.

Danneggiando la biodiversità del microbiota, gli antibiotici compromettono l’equilibrio (omeostasi) tra il microbiota e il sistema immunitario, diminuendo di fatto la capacità del colon di controllare stati infiammatori o di resistere all’invasione di nuovi batteri patogeni.

L’alterazione del microbiota (disbiosi) a opera degli antibiotici compromette infatti la normale funzionalità dei linfociti T nella mucosa intestinale e delle cellule iNKT (Invariant Natural Killer T), queste ultime particolarmente sensibili alla composizione del microbiota intestinale.

“Gli antibiotici – continua Strati – hanno diversi meccanismi di azione e per questo possono alterare diversamente il microbiota in seguito al loro utilizzo. Abbiamo scoperto che l’uso di vancomicina e streptomicina modifica il microbiota al punto da favorire l’aumento di microorganismi con caratteristiche pro-infiammatorie, compromettendo la corretta funzionalità del sistema immunitario. L’uso di metronidazolo, invece, ha mantenuto la capacità del sistema immunitario di controllare l’infiammazione intestinale favorendo l’espansione di specie microbiche con proprietà anti-infiammatorie, nonostante il suo uso abbia comunque alterato la composizione del microbiota intestinale”.

Aggiunge Facciotti: “Negli ultimi anni si è apito che l’alterazione del microbiota intestinale a causa dell’utilizzo degli antibiotici rende le terapie anticancro meno efficaci proprio perché indebolisce le funzioni del sistema immunitario, che sono invece fondamentali nel successo delle terapie oncologiche. In questo momento in laboratorio stiamo studiando come le alterazioni del microbiota in pazienti di cancro al colon contribuiscano a rendere difettivo il sistema immunitario e quindi diminuire la capacità dei pazienti di combattere efficacemente i tumori del colon-retto. Il nostro prossimo passo è quindi quello di trovare dei sistemi per riportare il microbiota alterato ad uno stato di normalità ad esempio attraverso la dieta o con la somministrazione di batteri ‘buoni’, in modo da sostenere le funzioni anti-tumorali del sistema immunitario”. 

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