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Lui, che è di Bitonto, all’università di Bari si è laureato con grande passione in Lettere, e pure con la lode, quando era ventenne, scappando dalle aule di Giurisprudenza dove, racconta all’Agi, il padre l’aveva spinto ad iscriversi, convinto che “una laurea in Legge, un tozzo di pane e mezzo sigaro non si rifiutano nessuno”.

Macché studi giuridici: Michele Mirabella torna all’Università di Bari per prendersi, a 75 anni e grazie al suo glorioso impegno medico televisivo, una laurea honoris causa in Medicina.

Gli viene consegnata con tutti gli onori del caso, nell’Aula magna del Policlinico universitario barese dal Rettore Antonio Felice Uricchio e dal presidente della scuola di Medicina Loreto Gesualdo.

Una volta incamerato il diploma la lectio magistralis, con il titolo “La lunga vita di Elisir” (lo storico programma con cui ha cominciato ad occuparsi di salute in tv, prima di approdare, sempre su Raitre, a Tutta salute).

Al centro della lectio il rapporto tra medicina e comunicazione. Per lui non è il primo discorso accademico, visto che nel 2001 l’università di Ferrara l’aveva premiato con un’altra laurea honoris causa, in Farmacia.

A questo punto non è semplice inquadrarlo: Mirabella, nato come regista di opere di Brecht, Shakespeare, Goldoni, poi attore, autore, star della tv e della radio, docente, farmacista, ora è pure medico ad honorem.

Racconti come è arrivato dal palcoscenico e dal grande schermo alla Medicina, il suo habitat televisivo da 23 anni.

“Quando da Bari mi sono trasferito a Roma andai a lavorare in Rai, allo studio di nuovi format. Elisir stato il frutto di una felice collegialità: l’intuizione di un programma dedicato alla salute era stata dell’allora capostruttura Lucia Restivi, oggi in pensione e la perfezionammo io e Patrizia Belli, che oggi purtroppo non c’è più”.

La vera novità di Elisir fu la sua collocazione, nella domenica sera di Raitre. Espugnammo un fortino. In realtà non avevo pensato affatto di diventarne il protagonista in video, ma l’allora direttore generale Gianni Locatelli mi disse: “Lo puoi condurre solo tu”.

“Fu un trionfo: facevamo il 13 per cento di share, una media altissima per Raitre. Ma oggi non sfigurano neanche quelli di “Tutta salute” che, in onda quotidianamente al mattino, viaggia su una media del 7 per cento”.

Ha recitato a fianco di Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”, di Carlo Verdone e, tra l’altro, di Paolo Villaggio in “Fantozzi”, la sua carriera di attore la rimpiange?

“Ma no, quella strada la presi per curiosità e per fame, l’ispirazione era il mutuo da pagare. Con Troisi ho passato dei momenti meravigliosi ma io mi sento soprattutto un regista prestato alla medicina, che in tv ha fatto anche tanto altro, a partire da “La storia siamo noi”.

“Adesso, “Tutta salute” di Raitre e “Life”, la trasmissione radiofonica del weekend di Radiouno a parte, guido la stagione lirica del teatro di Verbania e dirigo la Cavalleria rusticana che andrà in scena al Petruzzelli di Bari”.

Come ha interagito la sua nota ipocondria con 23 anni di trasmissioni mediche e con il suo status ad honorem di farmacista e medico?

“All’inizio di Elisir vivevo dei drammi.  Mi bastava citare una patologia in trasmissione, dire ad esempio “tasso di incidenza della micosi” per sentirmi tutti i sintomi e le loro varianti, compresa la versione più rara”.

“Mi è capitato pure di sentirmi incinto quando parlavamo dei segni di riconoscimento della gravidanza”.

“Poi proprio grazie alla competenza che mi ha dato Elisir mi sono placato, al massimo ho scomodato il dottor Carlo Gargiulo con qualche telefonata notturna in cerca di rassicurazioni per i miei sintomi”.

Tentazioni di autocurarsi andando a cercare sintomi e patologie sul web le ha mai avute?

“No, quello dell’autocura sul web oggi è un problema che si aggiunge ai problemi”.

“Gli italiani sono avidi di informazioni sulla salute e si abbeverano alla giungla di informazioni del web, attribuendo qualche volta la stessa autorità di Lance ai siti e anche a post insulsi e incivili, a partire da quelli che si oppongono ai vaccini, sui quali decide lo Stato”.

 

Ridotto in maniera significativa il rischio di shock anafilattico per i bambini affetti da allergie gravi: è l’effetto di un farmaco per migliorare il controllo dell’asma allergico che si è rivelato capace di innalzare una barriera protettiva anche contro l’anafilassi, la forma più grave di allergia alimentare. La scoperta è stata fatta dai ricercatori allergologi dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù che hanno osservato le reazioni a vari allergeni alimentari in un gruppo di bambini durante il trattamento con il farmaco omalizumab.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Allergy and Clinical Immunology: in practice. Le malattie allergiche sono le patologie croniche più diffuse nella popolazione dopo l’artrosi/artrite e l’ipertensione arteriosa. L’allergia alimentare, in particolare, colpisce 5 bambini su 100, con un picco nei primi 3 anni di vita. Questa forma di allergia è scatenata dalle proteine contenute in alcuni cibi che – per un errore del sistema immunitario – vengono riconosciute come minacce, innescando la reazione infiammatoria.

In circa il 40 per cento dei casi l’allergia alimentare è associata ad asma allergico grave che pregiudica la crescita dei polmoni e riduce la qualità di vita. L’anafilassi è la forma più grave di allergia alimentare. In età pediatrica ha una prevalenza compresa tra l’1 ed il 3 per cento dei casi di allergia alimentare ed è 10 volte più frequente tra i bambini che tra gli adulti.

I sintomi della reazione allergica agli alimenti si sviluppano molto rapidamente: basta l’ingestione, il contatto, o la semplice inalazione di minute quantità dell’alimento “incriminato” per creare immediatamente orticaria, edema e gonfiore del volto, prurito e gonfiore delle estremità, rinite, congiuntivite, mancanza di fiato, tosse convulsa.

Altrettanto velocemente, in circa 3 casi su 100, i sintomi di una manifestazione allergica alimentare progrediscono fino ad arrivare alla riduzione della pressione arteriosa e allo shock anafilattico. I bambini con allergia alimentare associata ad asma allergico grave corrono un rischio maggiore di andare incontro allo shock anafilattico. I ricercatori del Bambino Gesù, diretti da Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede, hanno studiato un gruppo di 15 bambini e ragazzi, di eta’ compresa tra i 6 e i 18 anni, affetti da asma allergico grave associato a forme complesse di allergia alimentare (reazione immediata a 2 o più alimenti).

Come agisce il farmaco

Lo studio è durato quasi 3 anni: in questo periodo sono state osservate le reazioni a vari allergeni alimentari prima e dopo l’avvio del trattamento con omalizumab, un principio attivo utilizzato per la cura dell’asma allergico grave persistente. Il farmaco agisce direttamente contro le immunoglobuline E (IgE), che sono all’origine delle crisi asmatiche, prevenendo l’attacco infiammatorio. Di documentata efficacia sul fronte dell’asma allergico e dell’orticaria cronica, fino a oggi gli effetti dell’omalizumab su altre forme di allergia erano stati scarsamente indagati.

Lo studio del Bambino Gesù ne ha dimostrato le ricadute positive anche sull’allergia alimentare severa, cioè sul livello di tollerabilità degli allergeni alimentari durante il trattamento per l’asma grave. I 15 pazienti arruolati nella ricerca manifestavano reazioni allergiche immediate a 37 alimenti. L’80% di loro aveva già affrontato episodi di anafilassi. I ricercatori hanno effettuato il test dei livelli di reattività per 23 diversi alimenti (compresi latte, uova, grano, nocciola) prima e dopo l’inizio del trattamento con omalizumab.

Dal confronto dei dati è emerso un innalzamento della soglia di tolleranza agli allergeni (si è passati da una soglia media iniziale di 460 mg di proteine a 8.192 mg) che ha ridotto sensibilmente il rischio di shock anafilattico in caso di contatto involontario con i cibi “proibiti”. Nel periodo di osservazione, infatti, il numero di reazioni all’ingestione accidentale di allergeni è sceso da 47 a 2 episodi registrati. Grazie all’azione protettiva del farmaco, oltre il 70% degli alimenti testati (15 su 23) è stato reintrodotto in sicurezza nella dieta dei bambini, senza necessità di procedure di immunoterapia orale. I restanti cibi sono stati quasi del tutto tollerati.

In base al giudizio di genitori e pazienti, espresso tramite un questionario, la qualità della vita è aumentata mediamente del 40%. “Lo studio ci ha permesso di capire che con l’omalizumab l’allergia alimentare smette di essere pericolosa e che dosi di cibo prima molto rischiose possono essere tollerate, pressoché azzerando il rischio di shock anafilattico”, spiega Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia del Bambino Gesù.

“Con la somministrazione del farmaco il bambino guadagna uno stato di tolleranza che gli permette di respirare, mangiare ed entrare in contatto con gli allergeni, anche i più pericolosi per lui, senza averne danno. I risultati della nostra ricerca aprono ora la strada a studi prospettici sull’opportunità di utilizzare il trattamento anche per casi selezionati di pazienti con allergia alimentare non che non abbiano asma”.

Schiacciare un pisolino pomeridiano è in grado di ridurre la pressione sanguigna tanto quanto i farmaci. Dopo aver riposato per un’ora a mezzogiorno, i livelli di pressione arteriosa si riducono in media di 5 punti, un effetto simile all’assunzione di farmaci o alla riduzione di sale nella dieta. Questo potrebbe portare a una maggiore riduzione del rischio di attacco di cuore.

Lo ha scoperto uno gruppo di medici dell’Asklepieion General Hospital di Voula (Grecia) in uno studio presentato all’American College of Cardiology a New Orleans. I ricercatori hanno monitorato 212 persone con una pressione arteriosa sistolica media di 130 mm/HG, un livello considerato poco sano. Ebbene, hanno rivelato che coloro che fanno un sonnellino durante il giorno beneficiano di una riduzione di 5 mm/HG della loro pressione sanguigna.

“Il sonno di mezzogiorno sembra abbassare i livelli di pressione sanguigna con la stessa intensità di altri cambiamenti dello stile di vita”, sottolinea Manolis Kallistratos, autore dello studio. “Ad esempio, la riduzione di sale e alcol può abbassare i livelli di pressione sanguigna di 3-5 mm/Hg”, aggiunge. La somministrazione di farmaci a bassa dose di solito abbassa i livelli di pressione sanguigna di 5-7 mm/Hg.

“Questi risultati sono importanti perché un calo della pressione sanguigna di soli 2 mm / Hg può ridurre il rischio di eventi cardiovascolari come l’infarto fino al 10 per cento”, dice Kallistratos. “Sulla base dei nostri risultati, se qualcuno ha il lusso di fare un pisolino durante il giorno, potrebbe anche avere benefici per la pressione alta”, aggiunge. 

Per gli oltre 300 milioni di persone che soffrono di depressione (stime della Organizzazione Mondiale della Sanità) c’è una nuova speranza: l’esketamina, una molecola specchio dalla ketamina. La casa farmaceutica Janssen, del gruppo Johnson e Johnson, ha messo a punto uno spray nasale che promette di rivoluzionare il trattamento di uno dei disordini mentali più diffusi al mondo.

 

Gli Usa hanno approvato l’esketamina, l’Europa la sta valutando

La Food and Drug Administration (Fda), l’ente statunitense che si occupa di farmaci, ha appena approvato l’uso dello Spravato, lo spray nasale prodotto dalla Janssen. Potrà essere assunto, in combinazione con un altro antidepressivo, soltanto dai pazienti che hanno già provato senza successo almeno altri due farmaci tradizionali, e sono cioè le persone con depressione resistente al trattamento.

“A causa del rischio dei gravi effetti indesiderati provocati dalla somministrazione di Spravato – sedazione, difficoltà nell’attenzione, nel giudizio e nel pensiero – e dal potenziale di abuso e uso improprio del farmaco, lo Spravato potrà essere somministrato soltanto in studi medici certificati dove l’operatore sanitario potrà monitorare il paziente”, si legge sul sito della Fda. Dopo l’uso, i pazienti “dovranno essere tenuti sotto osservazione medica per almeno due ore” e non potranno guidare mezzi e macchinari per il resto della giornata.

Dopo gli Stati Uniti, il medicinale potrebbe presto arrivare anche in Europa. Il dossier, fa sapere l’Agenzia italiana del farmaco, è infatti in valutazione all’Ema (l’Agenzia europea per i medicinali). Se dovesse arrivare il via libera, cosa comunque non automatica né scontata dopo l’okay americano, il dossier verrebbe poi valutato singolarmente dai Paesi membri.

 

La ketamina, un anestetico diventato famoso come droga

Grave sofferenza, scarso rendimento al lavoro e a scuola, difficoltà in famiglia e, nel peggiore dei casi, suicidio: la depressione, per quanto diffusa e conosciuta, in molti casi non viene trattata: succede una volta su due, riporta l’Oms. Ogni anno 800 mila persone decidono di togliersi la vita.

Il disturbo, secondo le linee guide del massimo organismo della sanità internazionale, può essere affrontato sia con trattamenti psicologi che con cure farmacologiche di antidepressivi. Ne esistono una ventina circa e quelli più utilizzati, i cosiddetti inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri) e gli antidepressivi triciclici, lavorano sulla serotonina (il cosiddetto “ormone del buonumore”, un neurotrasmettitore che viene stimolato da questo tipo di farmaci).

Il nuovo farmaco della Janssen, invece, agisce sui neuroni, sulla scia di alcuni studi degli anni ‘90 secondo i quali la depressione avrebbe a che fare con problemi di questo genere: “L’esketamina è un modulatore del recettore del glutammato – si legge sul sito ufficiale – pensato per aiutare a ripristinare le connessioni sinaptiche nelle cellule cerebrali nelle persone con grave disturbo depressivo”. Il suo nome richiama chiaramente quello della ketamina: anche lei, che nell’immaginario collettivo è la droga psichedelica per eccellenza, in verità nasceva come anestetico. Era il 1970. Poi, proprio osservando la sua azione sul sistema glutammatergico, è venuta l’idea di sperimentarlo come farmaco contro la depressione.

“Con alte dosi di ketamina è possibile far addormentare una persona e toglierle le tonsille – spiegava Gerard Sanacora, docente dell’univesità di Yale, in un’intervista di giugno 2018 – ma in quantità minori ha effetti dissociativi, in particolare per quanto riguarda cognizione e percezione”. Per usi medici somministrati in via endovenosa, spiegava Sanacora, il quantitativo si limitava a “0,5 milligrammi per chilo”. Gli effetti? “Percezioni alterate per quanto riguarda i sensi, dalla vista all’udito”, ma anche un beneficio per i pazienti.

 

Pro e contro del farmaco

Il farmaco della Janssen non viene somministrato con iniezione in vena ma per via nasale come spray. Come previsto dalle norme americane, lo Spravato è stato oggetto di quattro diversi studi per accertare benefici e rischi. Nonostante l’approvazione della Fda, alcuni rimangono scettici: lo stesso Sanacora, riporta Bloomberg, riconosce come vi sia un potenziale beneficio perché il farmaco pare funzionare per alcuni pazienti che non hanno ottenuto sollievo dai trattamenti convenzionali, ma rimangono da studiare le conseguenze a lungo termine.

Uno degli aspetti più interessanti dell’esketamina sarebbe la sua capacità di agire più velocemente dei Ssri, una caratteristica che potrebbe giocare un ruolo importante nei casi a rischio suicidio, ma può avere anche effetti negativi sul sistema cardiocircolatorio. Senza considerare che lo sviluppo di nuovi farmaci dipende dal modo in cui si ritiene che funzioni il disturbo: a proposito della depressione, conclude Bloomberg, non c’è ancora totale accordo. Di certo c’è che le cause sono diverse e hanno a che fare con fattori sociali, psicologici e biologici.

Il 6 marzo l’Aspirina compie 120 anni e nonostante l’età è ancora il più comune antinfiammatorio in commercio. Dell’Aspirina non ricordiamo nemmeno il principio attivo (l’acido acetilsalicilico), la chiamiamo semplicemente con il suo nome di battesimo. L’assumiamo – non sempre in modo corretto – in caso di raffreddore, febbre, dolori mestruali e non solo. Ha inoltre un effetto protettivo su cuore e circolazione. E a pochi giorni dal suo compleanno, una ricerca italiana finanziata da Airc e da fondazione Cariplo, pubblicata sulla rivista British Journal of Cancer, conferma un’ipotesi che circola da tempo: i Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei di cui fa parte anche l’Aspirina, contrastano lo sviluppo di diversi tipi di neoplasie maligne, quali quelle del colon-retto, del seno e dell’ovaio.

Breve storia dell’aspirina

I primi studi sull’aspirina risalgono al 1828. Si legge sul sito Educational.Rai che nel 1828 il chimico italiano, Raffaele Piria, scoprì l’acido salicilico e nel 1853 Charles Frédéric Gerhardt, un chimico francese, produsse l’acido acetilsalicilico, anche se in forma impura, con gusto sgradevole e spesso con riflessi negativi sulla mucosa gastrica. Il merito di aver ideato un farmaco ben tollerato dai pazienti, e avente gli stessi effetti, va appunto a Felix Hoffmann, che può essere definito il vero e proprio inventore dell’Aspirina.

Nel 1897 un giovane chimico della Bayer, Felix Hoffmann, iniziò a condurre degli studi per trovare  un composto efficace e tollerabile, per alleviare i dolori reumatici del padre, che non tollerava il salicilato di sodio. Hoffmann tentò di nobilitare l’acido salicilico per migliorarne la tollerabilità e riuscì nel suo intento mediante l’acetilazione, cioè attraverso la combinazione di acido salicilico con acido acetico.

Il 10 agosto 1897 descrisse nelle sue note di laboratorio l’acido acetilsalicilico (ASA), da lui sintetizzato in forma chimicamente pura e stabile. Prima della sua registrazione, l’ASA fu sottoposto a sperimentazione clinica, una prassi fino ad allora sconosciuta. I risultati furono così positivi che la direzione dell’azienda non esitò ad avviare la produzione del farmaco. Il 1 febbraio 1899 venne depositato il marchio Aspirina che un mese dopo, il 6 marzo, fu registrato nella lista dei marchi di fabbrica dell’Ufficio Imperiale dei Brevetti di Berlino.

7 cose sull’Aspirina

Il nome deriva da un fiore –  Il nome è formato dal prefisso “a-“ per il gruppo acetile, con “spir-“ dal fiore Spiraea, da cui deriva l’acido salicilico, e col suffisso “-in”, usato generalmente per i farmaci all’epoca.

Fin sulla luna – Il 12 luglio 1969, l’astronauta americano Neil Armstrong diventa il primo uomo a poggiare piede sulla luna. Per il suo viaggio il dottor Charles Berry, direttore sanitario dell’Ente Aeronautico e Spaziale Statunitense (NASA), aveva inserito nell’armadietto dei medicinali di primo soccorso del modulo lunare Apollo XI anche l’Aspirina. La Bayer commentò: “Non ci sono dubbi che l’Aspirina verrà utilizzata per sempre come rimedio universale”.

La più usata del secolo scorso – L’Aspirina è il farmaco più venduto del Novecento. Si stima che ogni anno ne vengano consumate circa 40.000 tonnellate e fa parte dei farmaci considerati indispensabili dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La concorrenza nel primo dopoguerra – Anche se il nome Aspirin fu inizialmente il marchio commerciale coniato dalla Bayer, l’azienda perse il diritto ad usarlo in molte nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale. Sul mercato apparvero quindi aspirine prodotte da numerose case farmaceutiche.

Un nome globale – Attualmente, “aspirina” è un nome comune in:

  • Australia,
  • Argentina,
  • Francia,
  • India,
  • Irlanda,
  • Nuova Zelanda,
  • Pakistan,
  • Filippine,
  • Sudafrica,
  • Regno Unito,
  • Stati Uniti.

Vietata ai bambini – L’Aspirina non deve essere somministrata a bambini e adolescenti, perché causa di aumento del rischio di sviluppo della sindrome di Reye: una malattia grave caratterizzata da encefalopatia acuta e da steatosi epatica. Al suo posto vengono usati il paracetamolo o i FANS non salicilati, come l’ibuprofene​

La leggenda napoletana – Secondo una storia diffusa nella città di Napoli, il nome “Aspirina” deriva da “Aspreno”, uno dei santi protettori della città partenopea, il cui culto è rimasto in voga fino agli anni ’20 del secolo XX. Infatti, prima dell’uso tradizionale della compressa, buona parte della popolazione afflitta da mal di testa si recava nella chiesa omonima, sita nei pressi di Piazza della Borsa, ove inseriva il cranio ben rasato in una piccola teca in cui erano conservate le reliquie del Santo. Si narra, allora, che, in una sua visita alla città, l’allora amministratore delegato dell’azienda Bayer, in visita nel capoluogo partenopeo, udì questa storia e al rientro in Germania diede alla molecola brevettata il nome che derivava da “Aspreno”, Aspirina, appunto.

Su richiesta dei consumatori, i fast food propongono alternative al classico hamburger-patatine con una crescente offerta di piatti “salutari”, ma non fatevi ingannare da insalate e panini vegetariani. Negli ultimi 30 anni i menù sono sempre più calorici, salati e le porzioni sempre più abbondanti. A lanciare l’allarme è il ‘Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics’, in una nuova analisi dei ricercatori della Boston University che ha dimostrato come tra il 1986 e il 2016 antipasti, contorni e dessert siano aumentati significativamente in porzioni, calorie e sale.

Una ricerca della Boston University

Per farlo hanno passato in rassegna i dati raccolti dalla guida ‘The Fast Food Guide’, informazioni online dei dieci fast-food più popolari negli Stati Uniti. Numeri alla mano, in 30 anni, la quantità media degli antipasti è aumentata di 39 grammi, 90 calorie e contiene 13,8% di sale in più. Stesso trend per il contorno classico, le patatine, con 42 calorie e 12% di sodio in più. Ancora peggio con i dolci, le cui porzioni sono più grandi di 72 grammi, con un’aggiunta di 186 calorie. Nel contempo, precisano i ricercatori, la varietà dei piatti nei menù è aumentata del 226%, ma queste nuove alternative tendono anche ad essere meno salutari di quelle disponibili tre decenni fa.

In 4 dei 10 ristoranti presi in esame dallo studio, erano disponibili informazioni sul contenuto di calcio e ferro: il primo è aumentato significativamente in antipasti e dessert, mentre i livelli di ferro sono aumentati solo nei dessert. “Il cambiamento dei livelli di calcio e ferro, in particolare i dessert, è un aspetto positivo poiché questi nutrienti sono importanti per la salute delle ossa e prevengono l’anemia”, scrivono i ricercatori, sottolineando tuttavia che ci sono fonti migliori per poterli assumere, che non arrivano da cibi con un così alto contenuto di calorie e sale. 

Il 40% degli americani sono obesi

“Il nostro studio offre alcuni spunti su come il cibo dei fast food contribuisca ad aggravare i problemi di salute cronici più costosi e letali negli Stati Uniti, tra cui l’obesità e le patologie cardiache” ha spiegato Megan A. McCrory, ricercatrice dell’Università di Boston e co-autrice della nuova ricerca. Negli Stati Uniti il 40% degli adulti soffre di obesità, una condizione che colpisce anche la popolazione più giovane; secondo fattore di rischio della disabilità e quarta causa di rischio morte. “Alcune di queste catene sono più sane di altre, ma le calorie, le porzioni e il contenuto di sodio nel complesso sono peggiorati nel tempo e rimangono a livelli elevati” ha ribadito la McCrory.

“Abbiamo bisogno di trovare strategie migliori per aiutare le persone a consumare meno calorie e sodio nei ristoranti fast-food”, concludono gli autori. Tra le possibili soluzioni, la ricerca suggerisce l’offerta di menù in quantità più ridotte e l’indicazione più chiara delle calorie per ogni piatto. Secondo l’ultimo rapporto dei ‘Centers for Diseases Control’, un americano su due va tutti i giorni al fast-food per un pasto o almeno uno spuntino.

In Italia monitoraggio calorie 

In Italia invece, più che monitorare l’andamento quantitativo e calorico dei pasti consumati nei fast food, gli studi si concentrano sulla trasparenza delle informazioni fornite ai consumatori e fanno confronti tra le varie catene. Del resto su ogni singola confezione di molti brand è possibile leggere le specifiche dei vari prodotti che compongono i menù. Il classico pasto con panino, patatine e bibita delle firme presenti nel Paese fornisce in media circa mille calorie.

Il nodo non riguarda l’apporto calorico ma bensì le quantità di proteine, grassi, zuccheri e sale contenuti da quei prodotti. Ad esempio uno dei panini più amati dagli italiani, il Big Mac, fornisce 509 calorie, di cui 27 g di proteine – il 53% del fabbisogno medio quotidiano di un adulto – 36 g di grassi di cui 10 saturi, 42 g di carboidrati – solo il 16% del nostro fabbisogno – e ben 2,3 g di sale, il 38% delle dosi da non superare in una giornata. Il classico bicchiere di Coca Cola alla spina contiene 160 calorie con 42 g di carboidrati e altrettanti di zuccheri, quindi da solo copre il 47% del nostro fabbisogno quotidiano di zuccheri.

A confronto il menù base delle catene di pizza – una fetta di pizza margherita e una Coca Cola – raggiunge al massimo 535 calorie per le porzioni più abbondanti. Per fare il confronto, un piatto di pasta al pomodoro contiene circa 350 calorie e una quantità considerevole di grassi in meno.

Due milioni di ‘junk food lover’

Un recente rapporto Censis ha rivelato che in Italia quasi due milioni di persone seguono cattive abitudini alimentari, definendosi ‘junk food lover’. Nel 2017 McDonald’s Italia ha visto i ricavi crescere del 10,63%, a circa 1,2 miliardi di euro, con circa il 9% di visite di clienti in più nei suoi 557 punti vendita.

“La buona dieta italiana – si legge nel rapporto – spiega molto del basso tasso di obesità degli italiani. Se adottassimo il modello alimentare degli Usa, nei prossimi anni il numero di obesi potrebbe salire di oltre 15 milioni di persone”. Tuttavia oggi un italiano su dieci è obeso e uno su tre è in sovrappeso.

I consigli dei dietologi e Yazio

Tra i consigli dei dietologi per chi non può fare a meno di un pasto al fast-food: dire no a patatine – del resto la porzione ideale secondo una ricerca di Harvard è di solo sei – e bibite gassate e zuccherate, riducendo così l’apporto di 350 calorie. Al posto del panino i bocconcini di pollo e bevande light, evitando di aggiungere snack e dolci. Altrimenti menù e dolce vanno divisi in due per dimezzare le calorie assunte.

In nostro soccorso ora c’è anche Yazio, una app che offre un conteggio automatico delle calorie dei cibi che scegliamo per i nostri pasti. Tra gli obiettivi alimentari che possiamo selezionare sull’app c’è anche quello di evitare di consumare pasti veloci e calorici per almeno un mese, con tanto di countdown. Anche perché diversi studi hanno dimostrato che il ‘junk food’ agisce sul nostro cervello come una sorta di droga: più ne mangiamo e più ne vorremmo mangiare.

Così i nutrizionisti invitano i consumatori a prendere conoscenza delle calorie contenute in ogni menu e le percentuali di grassi e zuccheri apportati in un solo pasto. L’obiettivo è quello di arrivare a considerare il fast food come uno strappo alla regola e non un comfort food da concederci ogni volta che siamo tristi, abbiamo fretta o non abbastanza budget per andare al ristorante.

Chiedono al Parlamento una moratoria per la tecnologia 5G, il wireless di quinta generazione perché “privo di studi preliminari sul rischio per la salute pubblica”, che vengano avviate al più presto ricerche “indipendenti, di lungo termine e a largo raggio (non solo sui soggetti ‘sani’)”, hanno lanciato da mesi una campagna di sensibilizzazione sul tema, le cui risorse sono state raccolte con una campagna di crowdfunding.

Sono i cittadini di Alleanza Stop 5G, gruppo che ha raccolto l’adesione del magazine Terra Nuova, di Oasi Sana, dell’Associazione italiana elettrosensibili, dell’Associazione elettrosmog Volturino, dell’Istituto Ramazzini, dell’Associazione obiettivo sensibile, dei comitati Oltre la MCS e No Wi-Fi Days, dell’equipe che ha realizzato il docufilm Sensibile.

Leggi anche: Il dossier di Agi sul 5G

Il gruppo ha anche consegnato al Parlamento una petizione con 11 mila firme. ‘Per scongiurare – si legge – l’invasione di milioni di nuove mini-antenne a microonde millimetriche su tutto il territorio nazionale e l’innalzamento dei limiti di legge per l’irradiazione elettromagnetica’. “Non è un’associazione, ma un gruppo sostenuto dal mensile Terra Nuova, dalle associazioni e dai firmatari della petizione” hanno spiegato dall’Alleanza. Uno dei membri, Fiorella Belpoggi, Direttrice dell’area ricerca del Centro per la Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, è stata ascoltata come esperta ricercatrice in Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera, in merito all’indagine conoscitiva sulle nuove tecnologie delle telecomunicazioni, con particolare riguardo alla transizione verso il 5G e alla gestione dei Big Data.

Per sabato poi il gruppo ha organizzato “#Stop5G, emergenza politica di precauzione”, convegno sul tema in programma a Vicovaro, a 30 chilometri da Roma. 

Introduzione senza cautela

Fiorella Belpoggi ha spiegato che “l’introduzione senza cautela del 5G, nonostante gli allarmi, sembra non aver insegnato nulla ai governi rispetto alle lezioni del passato: i governi dovrebbero prendere tempo in attesa di valutazioni accurate sulla pericolosità di questa tecnologia innovativa con studi sperimentali appropriati. L’Istituto Ramazzini – ha aggiunto – ha ancora in essere l’apparato espositivo utilizzato per studiare le frequenze del 3G e si rende disponibile a condividere la propria struttura con le parti interessate, cittadini, istituzioni e industria. Si tratta a questo punto solo di volontà politica, agire per garantire la salute pubblica sarebbe solo un fatto di democrazia”.

Gli studi sul 2G e 3G

Nel 2018, ha ricordato Belpoggi, sono stati pubblicati due studi molto importanti sul tema. Negli Usa settemila topi da laboratorio sono stati sottoposti per tutta la vita a radiazioni corrispondenti all’intensità solo del 2G e 3G. Nello stesso tempo, l’Istituto Ramazzini di Bologna ha portato avanti la stessa ricerca, usando frequenze più basse. Entrambi gli studi, “a 10 mila km di distanza”, sono arrivati alle stesse conclusioni. “Come negli Usa, abbiamo constatato un aumento ‘statisticamente rilevante’ del numero dei tumori, schwannomi in particolare, al cervello e al cuore – ha spiegato – bisogna agire in fretta, fermare l’avanzata del 5G e informare adeguatamente la popolazione sui rischi”.

Leggi anche: Il 5G più utile sarà quello meno spettacolare

Uno tsunami elettromagnetico

“Il 5G prevede una copertura dell’intero territorio nazionale nel 98% del suolo pubblico: non solo smart city, ma anche parchi, aree naturali, zone rurali e perfino centri con scarsa densità abitativa” ha spiegato Maurizio Martucci, autore del libro “Manuale di autodifesa per elettrosensibili” (Terra Nuova Edizioni) e portavoce dell’Alleanza. Ha parlato di “tsunami elettromagnetico”. Oltre ai “24 mila hot spot wifi pubblici e alle attuali 60 mila stazioni radio base (le antenne di telefonia mobile spesso sui tetti dei palazzi, sistemi 2G, 3G e 4G), col 5G sarà installato un imprecisato numero di mini-antenne a microonde millimetriche, quantificabili persino in milioni se diffuso dai nuovi lampioni della luce LED, riconvertiti in ripetitori wireless. E c’è anche il progetto del wifi dallo spazio, dai tombini dei marciapiedi (lo smart pavement in sperimentazione a Reggio Calabria) e la messa in orbita di droni satellitari (in sperimentazione a Torino)”.

Si tratta di “una infrastruttura tecnologica di avanguardia per l’irradiazione di radiofrequenze totalmente inesplorate e senza uno studio preliminare sul rischio sanitario ,che irradieranno costantemente tutta la popolazione, 24 ore al giorno, 7 giorni su sette, tutto l’anno”. Per Martucci “le conseguenze potrebbero portare a rivisitare i limiti soglia stabiliti per legge, portando gli attuali 6 V/m di campo elettrico al valore picco di 61 V/m, ovvero 110 volte in più della potenza oggi misurata”. Saremo immersi, secondo il giornalista, “in un brodo elettromagnetico senza precedenti per l’umanità”.

La risposta dei produttori, “nessuna prova che sia pericoloso”

Nulla prova che le onde millimetriche del 5G rappresentino un pericolo per la salute umana replica Zhang Wanchun, Senior Vice President e Responsabile Wireless Product di Zte, che al Mobile World Congress di Barcellona ha illustrato il funzionamento delle reti wireless messe a punto dal colosso cinese che in Italia ha in atto la sperimentazione della nuova tecnologia a L’Aquila e a Prato. “Abbiamo discusso a lungo con gli operatori e con le autorità locali” ha detto “la potenza del segnale del 5G E’ maggiore rispetto a quella delle 4G, ma non va confusa con la quantità di energia emessa. Le antenne 4G sviluppano 320 W di potenza, contro i 200 W delle antenne 4G. Il fatto che le antenne di ultima generazione sfruttino l’intelligenza artificiale e algoritmi più sofisticati permette di indirizzare meglio il segnale e di sfruttarlo al suo massimo”.

Secondo Zhang quello della sicurezza per gli organismi viventi rispetto alle radiazioni del 5G “semplicemente non è un tema”. “Lo abbiamo studiato a lungo con gli operatori di ogni Paese per essere sicuri di essere sempre all’interno dei parametri previsti da ogni singola legislazione, ma ciò non toglie che continueremo a monitorare lo sviluppo di questa tecnologia per garantire la sua sicurezza”.

Può sembrare un paradosso: le app, da sempre accusate di isolarci rispetto a chi ci circonda, possono aiutare alcuni bambini a rompere l’isolamento cui li costringe un handicap come la sordità. Una di queste è StorySign, progettata da Huawei per tradurre un testo scritto nella lingua dei segni (Lis).

Nasce da un’esigenza reale e molto importante, qualcosa che va ben aldilà del semplice “servizio” per migliorare la vita di un utente qualsiasi, in questo caso un bambino non udente. StorySign rende possibile creare un’esperienza condivisa tra chi ha la sfortuna di dover convivere con un handicap così grave e alienante, e chi gli sta accanto. La formazione di un ricordo anche, come quelli vissuti da tutti i bambini: il momento della fiaba con i genitori prima di addormentarsi. Un piacere ora possibile grazie alla tecnologia, che se da un lato rendendoci tutti connessi tramite un apparecchio contribuisce a isolarci, dall’altro riesce ancora ad unirci.

“Crediamo fortemente nel potere dell’Intelligenza Artificiale e nella differenza che la tecnologia può fare nel mondo”, dice Andrew Garrihy, CMO Huawei Western Europe, ma l’azienda cinese non si è fermata alle parole ed è passata direttamente ai fatti con StorySign.

Quanti genitori parlano la lingua dei sordi?

Le ricerche svolte da Huawei hanno portato alla luce dati allarmanti per quanto riguarda il rapporto tra genitori e figli non udenti; pare che solo il 48% dei genitori abbiano imparato il linguaggio dei segni, troppo pochi per permettere ai bambini di vivere un momento di gioia ed intimità insieme ai loro familiari. StorySign, sviluppata in partnership con l’Unione Europea Sordi, è stata lanciata a dicembre e ha già avuto un grande successo, anche per questo Huawei ha deciso di investire altri 500 mila dollari per mettere a disposizione altri quattro libri che si aggiungeranno al già disponibile “Tre piccoli coniglietti” di Beatrix Potter. A narrarli sarà sempre Star l’avatar animato concepito dall’azienda.

Al momento del lancio ufficiale della campagna, Huawei ha invitato a donare attraverso un’area dedicata a StorySign sul sito, devolvendo la cifra raccolta a sostegno di progetti sulla sordità infantile in Europa.

Ora, l’obiettivo di Huawei è quello di spingersi oltre, rendendo StorySign un progetto a lungo termine, capace di crescere nel tempo e di continuare ad aiutare sensibilmente la comunità dei non udenti. “La partnership tra StorySign e l’Unione Europea dei Sordi e l’Associazione Nazionale Sordi ha avuto un impatto positivo importante sulle famiglie con bambini non udenti in tutta Europa. Per questo siamo felici di continuare a collaborare con Huawei per supportare i futuri sviluppi di StorySign” commenta Mark Wheatley, Executive Director Unione Europea Sordi.

“L’app rappresenta uno strumento educativo innovativo, che non solo aiuta i bambini sordi a imparare a leggere in maniera divertente, ma ha il potere di insegnare la lingua dei segni anche ai genitori. Il risultato è uno strumento in grado di incentivare l’insegnamento della lingua dei segni, con effetti positivi non solo sulle famiglie con bambini non udenti ma su tutti gli appartenenti alla comunità che, grazie a StorySign, potranno sviluppare una conoscenza di base di tale lingua”. StorySign è disponibile gratuitamente per tutti i dispositivi Android, dal Play Store di Google e dalla AppGallery di Huawei, in 10 Lingue dei Segni differenti.

Oggi è la Giornata mondiale della sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo in cui chi ne è colpito fatica a capire i pensieri e le emozioni delle altre persone, con conseguente difficoltà a interagire. Fino a che punto lo spiega un utente su Twitter: “Dovreste pensare a noi Aspie come a robot da programmare. Più siete precisi con noi e più riuscite ad ottenere ciò che chiedete. Non è trattarci da deficienti: è parlare il nostro linguaggio”.

Ma non è solo questo: il più delle volte gli Asperger si sentono a disagio, incompresi, non comprendono le “regole delle società” e si comportano in modo bizzarro. Ma hanno anche un’intelligenza nella norma o superiore alla media. Tutto ciò che c’è da sapere sulla sindrome di Asperger.

Cos’è la sindrome di Asperger

La sindrome di Asperger (abbreviata in SA) è considerata un disturbo pervasivo dello sviluppo, imparentato con l’autismo, che tuttavia non presenta compromissione dell’intelligenza, della comprensione e dell’autonomia, a differenza delle altre patologie classificate in questo gruppo. Colpisce 6 persone ogni 10 mila. Per questa ragione è comunemente considerata un disturbo dello spettro autistico “ad alto funzionamento”.

Il termine fu coniato dalla psichiatra inglese Lorna Wing in una rivista medica del 1981 in onore di Hans Asperger, uno psichiatra e pediatra austriaco, il cui lavoro non fu riconosciuto fino agli anni novanta. Gli individui portatori di questa sindrome, la cui causa è ignota, presentano una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi ristretti. Diversamente dall’autismo, però, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo.

Gli Aspie geniali

Gli “Asperger” dimostrano spesso un talento non comune, hanno la capacità di essere molto sistematici e di applicarsi in maniera focalizzata ai propri compiti, e a questa loro caratteristica si potrebbero forse attribuire alcuni progressi significativi nell’arte e nella scienza, si legge sul Corriere. Tanto che secondo alcuni studi sarebbe possibile attribuire forme più o meno marcate di sindrome di Asperger a personaggi del calibro di Mozart, Alan Turing, Charles Darwin, Vincent van Gogh e soprattutto Albert Einstein, grande scienziato, capace di pensare in modo “diverso”, ma uomo considerato scarsamente capace di affetti personali profondi. E ancora, Friederich Nietzsche ed Ettore Maiorana.

Tra i personaggi famosi che hanno la sindrome di Asperger c’è anche Susanna Tamaro che lo definisce “la mia sedia a rotelle invisibile”. “Ai miei tempi – ha raccontato al Foglio – non si conosceva questo problema. Esistevano solo bambini obbedienti e disobbedienti, non c’erano altre categorie. Il mio sogno era di essere obbediente, io non volevo dar fastidio a nessuno, neanche ai miei due fratelli maschi. Volevo essere la più amata, la più obbediente, ma, avendo questo nemico nella testa che nessuno riusciva a mettere a fuoco, io per prima non mi comportavo da bambina obbediente. Avevo grandi attacchi di rabbia per la strada, mi spaventavano i rumori, la folla, gli avvenimenti inaspettati. In più non comunicavo con l’esterno, stavo per morire di peritonite perché non avevo detto che mi faceva male la pancia. Ho sempre sofferto tanto […]. Una ragazzina infelice, solitaria, totalmente incompresa, che a quindici anni, quindi nei primi anni Settanta, viene spedita in una casa famiglia, perché i Servizi sociali avevano deciso che non era più il caso di dormire a casa di sua madre. “Andavo a scuola, poi tornavo nella casa famiglia, dove vivevo in compagnia di borderline miei pari”.

Più di recente la diagnosi è stata formulata anche per Syd Barret, il “diamante pazzo” dei Pink Floyd che si isolò dal gruppo e visse come un eremita in balia dei suoi disturbi per oltre 40 anni, fino alla morte avvenuta nel 2006.

Perché si celebra oggi la giornata dedicata

La data scelta per focalizzare l’attenzione sulla sindrome coincide con quella di nascita di Asperger, nato a Vienna nel 1906. Asperger andò oltre gli studi di una pedata russa e formulò le sue teorie basandosi sull’osservazione del comportamento dei bambini ricoverati nell’ospedale in cui lavorava. Il medico notò in questi soggetti alterazioni importanti nella comunicazione e nel controllo delle emozioni, così come la tendenza a razionalizzare i sentimenti. Notò come l’empatia non fosse così matura come ci si potesse aspettare considerando le capacità intellettuali dei bambini.

Descrisse inoltre un sottogruppo di bambini con la tendenza ad avere problemi di comportamento, ciò che costituiva una delle ragioni principali per le quali questi bambini gli venivano segnalati. La loro comprensione sociale era limitata, avevano difficoltà a farsi degli amici e la tendenza a sentirsi infastiditi. Si riscontrava pure una preoccupazione egocentrica per un interesse o una tematica specifica che dominava i loro pensieri, ed i bambini necessitavano, per compiti di autonomia, maggior assistenza di quanto ci si potesse aspettare.

Hans Asperger osservò un’importante goffaggine nell’andatura e nella coordinazione ed un’estrema sensibilità di alcuni bambini a suoni o gusti particolari. Notò inoltre che alcuni genitori, in particolare i padri, sembravano condividere alcune caratteristiche della personalità con i loro figli. Scrisse che il quadro descritto fosse dovuto più a cause genetiche o neurologiche invece che a fattori psicologici o ambientali. E soprattutto distinse questo disturbo dalla schizofrenia.

Come riconoscere un bimbo Asperger

Ecco le principali caratteristiche dei bambini affetti dalla sindrome di Asperger:

  • Ritardo nella maturità sociale e nel pensiero sociale.
  • Difficoltà nel fare amicizie e spesso vittime di bullismo.
  • Difficoltà nel controllo e nella comunicazione delle emozioni.
  • Insolite capacità linguistiche che includono un ampio vocabolario e una sintassi elaborata ma in concomitanza con capacità di conversazione immature, prosodia insolita e tendenza ad essere pedanti.
  • Interessi insoliti per argomento o intensità.
  • Profilo insolito nelle difficoltà di apprendimento.
  • Necessità di assistenza nell’organizzazione e nell’auto-aiuto.
  • Goffaggine nel modo di camminare e nella coordinazione.
  • Sensibilità a suoni, sapori e consistenze specifiche o sensibilità tattili.

Al ristorante la mozzarella “è fresca” e il pesce è stato “pescato nella notte”. Al mercato, invece, l’insalata è “appena arrivata dal campo del contadino” e le uova “di giornata”. Eppure, stando all’ultimo rapporto sulle Agromafie di Coldiretti non è sempre vero. Molti sono i prodotti adulterati, dalla mozzarella sbiancata con la soda al pesce rinfrescato con acidi e acqua ossigenata, fino al miele ‘tagliato’ con lo sciroppo di mais. Come essere certi, allora, della qualità del cibo?

Tra non molto per essere sicuri della freschezza degli alimenti che mangiamo basterà avvicinarli a un cellulare. La spettroscopia farà il resto. Il progetto, della tedesca Osram Opto Semiconductors, una tra le aziende leader mondiali nel settore dell’illuminazione, è in fase di realizzazione. Ma di cosa si tratta?

Come funziona la spettroscopia mobile

La spettroscopia vicino all’infrarosso basata sulla tecnologia LED, detta NIRED,  sfrutta l’assorbimento caratteristico della luce di alcuni composti molecolari. Se un definito spettro luminoso è diretto verso un campione, dalla distribuzione della lunghezza d’onda della luce riflessa è possibile determinare la presenza e la quantità di alcuni ingredienti. È possibile, ad esempio, misurare il contenuto di acqua, grassi, carboidrati, zuccheri o proteine degli alimenti.

Ogni molecola assorbe la luce a diverse lunghezze d’onda specifiche. Questo spettro di assorbimento è unico e agisce come un’impronta digitale per una particolare molecola. Differenti gruppi funzionali assorbono caratteristiche frequenze della radiazione infrarossa. Utilizzando vari accessori di campionamento, gli spettrometri a infrarossi possono analizzare un’ampia gamma di tipi di campioni come gas, liquidi e solidi. I NIRED fungono da sorgente luminosa compatta per gli spettrometri.

Come si misura la freschezza dei cibi

Gli spettrometri compatti si collegano a database sul cloud per confrontare i dati rilevati con le specifiche di riferimento dei materiali. Analizzando lo spettro di assorbimento di un materiale sconosciuto e confrontando questa misura con un database di molecole note, è possibile determinare la presenza e la quantità di alcuni ingredienti, come la percentuale di cacao in una tavoletta di cioccolato. I consumatori, garantisce la società Osram, possono utilizzare il proprio smartphone per verificare la freschezza degli alimenti al supermercato, misurare le calorie dei propri pasti o verificare se un farmaco è valido e contiene gli elementi prescritti, semplicemente scansionando ogni articolo con il proprio smartphone.

I primi dispositivi che utilizzano questa nuova tecnologia NIRED sono già stati presentati al mondo consumer: un esempio è il micro-spettrometro SCiO, introdotto dalla startup israeliana Consumer Physics. Gestito dallo smartphone e collegato al cloud, questo dispositivo che utilizza i NIRED di Osram, assomiglia per forma e dimensioni a una scatola di fiammiferi.

Le altre applicazioni

La spettroscopia vicino all’infrarosso è solo agli inizi, saranno presto identificati nuovi campi di applicazione sia per i consumatori, sia per l’uso professionale. Nel settore professionale, ad esempio, la spettroscopia a infrarossi può aiutare ad implementare soluzioni di agricoltura intelligente. Gli agricoltori possono determinare il momento giusto per il raccolto semplicemente scansionando frutta, verdura o cereali con il NIRED e uno spettrometro installato in uno smartphone o tablet fornirà loro informazioni affidabili sul contenuto di zucchero, acqua, grassi e proteine.

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