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Sbalzi d’umore, vampate, aumento di peso. La manopausa è lo spauracchio di ogni donna che si ritrova catapultata in un periodo di transizione con disturbi reali e tante fake news. Proprio allo scopo di informare al meglio le donne sulla gestione di questa tappa obbligatoria l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha istituito la giornata mondiale della menopausa, che cade oggi. Ecco allora cosa e cosa si può fare per vivere al meglio il cambiamento.

Cos’è la menopausa

La menopausa, sottolinea sul suo sito il ministero della Salute, “non è una malattia ma un momento fisiologico della vita della donna che coincide con il termine della sua fertilità. Tuttavia in questo periodo della vita alcune donne accusano dei disturbi per i quali esistono cure e rimedi utili a garantire loro comunque una buona qualità di vita”.

In genere il passaggio si verifica tra i 45 e i 55 anni di età, ma non sono rare menopause precoci e tardive. Già alcuni mesi prima della cessazione delle mestruazioni si osservano alterazioni del ciclo mestruale (mestruazioni ravvicinate e abbondanti oppure più distanziate tra di loro). Nello stesso periodo le ovaie cessano la loro attività e, di conseguenza, diminuisce nel sangue la quantità degli estrogeni, cioè di quegli ormoni prodotti.

Aumenta il rischio patologie

La diminuzione degli estrogeni può provocare alcuni disturbi e sintomi, sia di natura neurovegetativa (vampate di calore, sudorazioni profuse, palpitazioni e tachicardia, sbalzi della pressione arteriosa, disturbi del sonno, vertigini, secchezza vaginale e prurito genitale), sia di natura psicoaffettiva (irritabilità, umore instabile, affaticamento, ansia, demotivazione, disturbi della concentrazione e della memoria, diminuzione del desiderio sessuale). 

Le conseguenze più importanti del calo degli estrogeni sono l’aumento del rischio cardiovascolare (infarto cardiaco, ictus cerebrale, ipertensione), le patologie osteoarticolari, in particolare l’aumento dell’incidenza dell’osteoporosi.

Fino alla menopausa, infatti, le donne hanno un rischio cardiovascolare inferiore a quello degli uomini perché gli estrogeni prodotti dalle ovaie garantiscono una minore quantità di colesterolo nel sangue. Le malattie cardiovascolari rappresentano, inoltre, la principale causa di morte per la donna in menopausa, superando di gran lunga tutte le forme di neoplasie, compreso il cancro della mammella.

Occhio a ciò che si mangia

Nella scelta degli alimenti è bene privilegiare quelli integrali, poiché più ricchi di fibra alimentare, vitamine e sali minerali. Il principio guida deve essere la varietà con moderazione, tagliando fuori i grassi in eccesso e i cibi troppo salati, bevendo almeno 25 ml di acqua per kg corporeo e privilegiando le spezie.

Per quanto riguarda il trattamento dei sintomi, è essenziale identificare una terapia appropriata e personalizzata in base alle esigenze della donna. Tra le varie terapie utili a risolvere i sintomi connessi alla menopausa, la terapia ormonale sostitutiva può essere d’aiuto e, contemporaneamente, proteggere nei confronti dell’osteoporosi e delle malattie cardiovascolari, se somministrata correttamente, dopo un accurato esame clinico della paziente.

Il decalogo per stare bene in Menopausa

Secondo quanto riporta il settimanale IoDonna, la European Menopause and Andropause Society ha riassunto in dieci punti le linee guida che medico e paziente devono seguire per permettere alle donne di vivere gli anni dalla menopausa in poi in modo sano:

1. Verificare tutta la situazione clinica ai primi sintomi insieme al proprio medico
2. Fare la prima diagnosi in base all’età (più di 45 anni) e all’irregolarità del ciclo; se necessario, eseguire anche dosaggi ormonali
3. Prevedere un probabile andamento della menopausa
4. Consigliare un sano stile di vita (smettere di fumare, fare attività fisica, seguire una dieta sana e mirata)
5. Trattare i sintomi, quando la qualità di vita è compromessa, con terapie ormonali o non ormonali
6. Attenuare i disturbi dell’apparato genitale, come la secchezza, con prodotti per uso locale o sistemico
7. Tutelare le ossa con le terapie specifiche
8. In donne con disturbi ovarici, suggerire la terapia ormonale fino all’età naturale della menopausa
9. Considerare la contraccezione fino a quando la menopausa sarà definitiva
10. Seguire negli anni la salute globale della donna

Per la prima volta una paziente affetta da una malattia rara è stata curata grazie a un farmaco messo a punto su misura solo per lei per curare la sua malattia. A riuscire in questa impresa i ricercatori del Boston Children’s Hospital che hanno descritto i risultati delle loro attività di ricerca in un articolo pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine.

Il caso è quello di una bambina di sei anni affetta da una malattia rara – il morbo di Batten – che danneggia le cellule cerebrali e porta il paziente alla morte. I ricercatori, guidati dal neurologo Timothy Yu, hanno messo in atto nei riguardi della bambina un approccio completamente nuovo.

Hanno prima di tutto esaminato il suo DNA alla ricerca della singola mutazione genetica che è responsabile della malattia e poi, dopo averla individuata, hanno anche costruito il farmaco che ha permesso di correggere gli effetti indotti dalla specifica mutazione. Il farmaco è stato chiamato “Milasen” in onore della bambina per la quale è stato progettato Mila Makovec che ora ha otto anni e sembra stare decisamente meglio.

Dopo un anno di trattamento “non si sono verificati eventi avversi gravi e il trattamento è stato associato alla riduzione obiettiva delle convulsioni (determinata mediante elettroencefalografia e segnalazione dei genitori). Questo studio offre un possibile modello per il rapido sviluppo di trattamenti personalizzati per il paziente” si legge nell’articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica.

Gioire ma anche essere cauti e non generare false aspettative. E’ il monito che arriva da Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore dell’Osservatorio Malattie Rare, a proposito del caso di Mila, “per quanto in questo caso non si possa parlare di una cura risolutiva” – grazie al “lavoro congiunto della ‘The Mila’s Miracle Foundation’, voluta dai suoi genitori, e della ricerca, che non si è tirata indietro di fronte ad una sfida difficile”.

“Nelle malattie rare” commenta Ciancaleoni Bartoli “il ruolo delle associazioni e delle fondazioni che sostengono e danno impulso alla ricerca è cruciale, e andrebbe sempre agevolato. In questo specifico caso è stata seguita una strada nuova, di estrema personalizzazione: è indubbiamente un successo di cui gioire, ma è anche bene essere cauti”.

“Non bisogna generare nei pazienti l’aspettativa che per ciascuno di loro possa esserci una terapia ad hoc, magari costruita in un anno e non testata su animali. La speranza è importante, ma bisogna evitare di aprire la strada a false aspettative e a chi di queste potrebbe approfittare”, ha concluso Ciancaleoni Bartoli.

Il caso è considerato dai ricercatori come un possibile modello per il trattamento di altri soggetti con determinate mutazioni della malattia. Si stima che potrebbe essere valido per il 10 per cento di tutti i casi di malattie ereditarie del sistema nervoso centrale. Tuttavia, a causa dei rischi del trattamento, che includono i potenziali effetti collaterali del farmaco e la procedura che lo trasporta nel liquido spinale, i ricercatori del Boston Children’s Hospital, scrivono che l’approccio dovrebbe essere preso in considerazione solo per le malattie cerebrali o neurologiche potenzialmente letali senza disponibilità di trattamento.

Anche se i ricercatori hanno spiegato di non essere al lavoro su altri casi con diverse condizioni, un’associazione di pazienti ha annunciato pubblicamente che il team di Yu ha progettato un farmaco per un bambino con atassia-telangiectasia, un disturbo neurodegenerativo, e sperava di iniziare a curarla in autunno. 

In un editoriale che accompagna il documento del gruppo di Yu apparso sulla rivista, alcuni funzionari della Food and Drug Administration (FDA) hanno evidenziato che questi studi su un singolo paziente noti come “n di uno” perché c’è solo un paziente sollevano questioni scientifiche ed etiche. Ad esempio, i regolatori devono decidere quanti dati di laboratorio sono necessari per mostrare che il trattamento potrebbe funzionare e come misurare se sta effettivamente aiutando il paziente. La FDA, che ha incontrato la madre di Mila insieme al dottor Yu per discutere di questi problemi a maggio, prevede di continuare a parlare con ricercatori, gruppi di pazienti, aziende e altri soggetti nei prossimi mesi. Un portavoce della FDA ha affermato che l’agenzia spera di pubblicare bozze di linee guida per testare terapie personalizzate come gli oligonucleotidi entro il prossimo anno. 

Al bando tutte le sponsorizzazioni media delle poco sane bevande zuccherate. L’applicazione messa in campo dalla ricca città stato orientale “riguarderà tutte le piattaforme di stampa”, ha puntualizzato Edwin Tong del Ministero della Salute di Singapore. “La decisione – ha ricordato il politico in una conferenza stampa di giovedì scorso – è stata presa dopo una consultazione pubblica condotta sotto forma di sondaggio”.

Quali i prodotti a rischio

Bevande analcoliche, succhi di frutta ma anche yogurt e caffè istantaneo sarebbero gli interessati dal nuovo regolamento restrittivo. Il ministero della Salute ha annunciato che “continuerà a raccogliere il feedback dei consumatori e dell’industria nei prossimi mesi, prima di annunciare ulteriori dettagli sull’attuazione dell’applicazione prevista per il prossimo anno”.

Divieti ma anche obblighi

Oltre al divieto di pubblicità, il ministero ha annunciato che le bevande zuccherate dovranno presentare un’etichetta nutrizionale con codice frontale per indicare proprietà nutritive e contenuto dolcificante del prodotto.
Tong ha ricordato che le due misure sono solo i primi passi negli sforzi in cui Singapore si sta impegnando per combattere il diabete. Altre due proposte, tra cui la possibilità di introdurre un’accisa o un divieto assoluto sulle bevande ad alto contenuto di zucchero, sono pronte per essere analizzate. “Vogliamo trovare misure che siano sostenibili nel lungo termine, che diano forma non solo al comportamento di consumo di mercato ma che influiscano anche sull’offerta del prodotto in questione”, ha continuato Tong.

Il sondaggio e il beneplacito dei produttori della Coca cola

Prima di annunciare il nuovo regolamento, lo scorso anno il Ministero della Salute aveva avviato una consultazione pubblica proprio sulla riduzione del consumo di bevande zuccherate. Il risultato? Il 70% degli intervistati aveva sostenuto l’istituzione di norme pubblicitarie per indirizzare le scelte dei consumatori verso prodotti più sani.

Il ministero ha poi esortato i produttori di bevande a riformulare la composizione dei loro prodotti senza alterarne il gusto. Coca-Cola ha risposto accogliendo le nuove misure proposte da Singapore.
“Stiamo investendo nell’innovazione per lanciare nuove bevande a basso contenuto di zucchero e senza zucchero. E questo perché mentre una quantità moderata di zucchero va bene, riteniamo che troppo non vada bene per nessuno”.

Una guerra al diabete

Come noto, un consumo elevato di bevande zuccherate viene infatti associato ad una maggiore incidenza di obesità ma anche a incorrere in un maggiore rischio di sviluppare malattie croniche come diabete e malattie cardiache. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i consumatori regolari di una o due lattine di bevande zuccherate al giorno presentano il 26% di probabilità in più di sviluppare il diabete di tipo 2.

Si stima, inoltre che l’incidenza mondiale dell’obesità sia quasi triplicata rispetto al 1975. E a Singapore, in particolare, il tasso di obesità della popolazione è in aumento dagli anni ’90. In aggiunta, secondo la Fondazione Internazionale del Diabete, nella città-stato quasi 1 adulto su 7 soffre di questa malattia cronica.

Con oltre 33 mila nuovi casi diagnosticati ogni anno, i tumori del sangue si collocano al quinto posto della classifica dei più frequenti nel nostro Paese ma i passi avanti della ricerca confermano terapie salvavita efficaci. Infatti se da una parte i nuovi dati di ricerca epidemiologica registrano nuovi casi di linfomi, mielomi e leucemie, dall’altra la mortalità è in costante riduzione. Questo grazie a nuove terapie tra cui i nuovi farmaci e le CAR-T cell. È quanto emerso dal 47 Congresso nazionale della Società Italiana di Ematologia SIE al via a Roma fino al 9 ottobre presso il Marriott Park Hotel.

“Il Congresso SIE rappresenta l’evento più sentito dagli ematologi italiani; ogni due anni, i maggiori esperti nazionali e internazionali del settore si confrontano per discutere le principali e più diffuse tipologie di tumori del sangue e i progressi, i nuovi obiettivi e gli scenari terapeutici della disciplina”, ha dichiarato Paolo Corradini Presidente della Società Italiana di Ematologia e Direttore Divisione di Ematologia Fondazione INT, Cattedra di Ematologia Università degli Studi di Milano.

“Il mondo delle malattie del sangue è stato rivoluzionato dalla possibilità di curare alcune patologie del sangue – soprattutto quelle neoplastiche – senza chemioterapia, in primis grazie alle CAR-T cell. I dati consolidati a medio-lungo termine mostrano infatti che il 50% di pazienti con Leucemia Linfoblastica Acuta (LLA) e il 35% di Linfomi non Hodgkin Diffusi a Grandi Cellule B (DLBCL) hanno un controllo duraturo della malattia che potrebbe corrispondere a guarigione”.

Ma si tratta di una terapia destinata a pazienti selezionati. In particolare ad oggi le CAR-T sono state approvate in Italia per l’utilizzo nei pazienti affetti da Leucemia Linfoblastica e Linfomi ad alto grado che non hanno risposto o hanno avuto delle ricadute dopo aver ricevuto le terapie convenzionali per queste patologie (chemio e radioterapia).

“In base ai criteri stabiliti da AIFA – ha proseguito Corradini – a oggi sono qualificati 5 centri lombardi (Ospedale San Raffaele, Ospedale Humanitas, Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Pediatria dell’Ospedale San Gerardo di Monza e la Fondazione IRCCS INT di Milano), 1 del Lazio e 1 della regione Emilia-Romagna; è in corso la qualificazione per la regione Piemonte, Veneto e Toscana”.

Altro tema al centro del 47 Congresso SIE la leucemia mieloide acuta. “Negli anni la ricerca ha fatto passi importanti in questo campo, anche se forse minori rispetto ad altre patologie ematologiche”, ha dichiarato Emanuele Angelucci, Vice Presidente della Società Italiana di Ematologia e Direttore di Ematologia e Programma Trapianti dell’IRCCS Ospedale Policlinico dell’ospedale San Martino di Genova.

“Oggi riusciamo a guarire circa il 50% degli adulti, mentre i risultati sono molto più deludenti negli anziani. Un grande passo in avanti è stato l’utilizzo di donatori familiari non completamente compatibili (aploidentici) che permette di trovare un donatore per circa il 90% dei pazienti candidati al trapianto di cellule emopoietiche allogeniche. La leucemia mieloide acuta rimane la maggiore indicazione oggi al trapianto. Fa eccezione la leucemia acuta promielocitica in cui abbiamo tassi di guarigione di circa il 90%”.

Nell’ambito dei linfomi non Hodgkin, aggressivi e indolenti, un nuovo armamentario terapeutico è rappresentato dagli anticorpi bispecifici. “Nei primi studi di fase I-II, questi anticorpi hanno mostrato interessanti risultati clinici sia nei linfomi diffusi a grandi cellule e anche nei linfomi follicolari ricaduti o refrattari a diverse linee di chemio-immunoterapia”, ha illustrato Pier Luigi Zinzani Professore Ordinario di Ematologia, Istituto di Ematologia “L. e A. Seragnoli” – Università degli Studi di Bologna.

“Questa loro efficacia è accompagnata da un discreto profilo di tossicità e inoltre la gestione/somministrazione di questi farmaci può essere svolta in regime di day hospital”. “Un’altra nuova opzione terapeutica nello stesso gruppo di pazienti – ha proseguito Zinzani – linfomi diffusi a grandi cellule e linfomi follicolari ricaduti/refrattari, è rappresentata da un nuovo “checkpoint inhibitor” macrofagico: l’anticorpo anti CD47 in combinazione con il rituximab. Il meccanismo di questo anticorpo sfrutta il riconoscimento e l’attivazione nei confronti della cellula linfomatosa da parte del sistema immunitario del paziente. I risultati preliminari sono molto incoraggianti e con una tossicità veramente bassa”.

Assolti per insufficienza di prove: considerando tutte le ricerche svolte in materia, non ci sono abbastanza dati per condannare gli smartphone come responsabili di un calo della fertilità maschile. Il verdetto arriva dagli esperti della Società Italiana di Andrologia (SIA), che in occasione dell’ultimo congresso nazionale hanno rivalutato tutti gli studi condotti finora sull’argomento giungendo alla conclusione che non ci siano per ora abbastanza prove per ‘inchiodare’ i cellulari come colpevoli di minacciare la fertilità.

Le ricerche hanno fornito dati contrastanti e molti degli allarmi arrivano da indagini condotte su modelli animali che non rispecchiano cio’ che avviene nell’uomo: servono perciò ulteriori studi, ma nel frattempo gli andrologi stilano le regole per un utilizzo nella massima sicurezza.

“Le onde elettromagnetiche emesse dai telefonini sono radiazioni non ionizzanti a bassa frequenza: non possono rompere direttamente i legami molecolari del DNA ma possono comunque avere effetti biologici negativi, tanto che l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) le classifica come potenzialmente cancerogene – spiega Alessandro Palmieri, presidente SIA e professore dell’Università Federico II di Napoli – Sulla fertilità maschile e i cellulari esistono numerosi studi, ma poche evidenze conclusive: per questo abbiamo deciso di rivalutare tutti i dati a oggi a nostra disposizione, così da dare indicazioni sulla base delle prove scientifiche più solide”. 

Gli andrologi hanno tenuto conto degli studi sperimentali, che sono stati condotti su modelli animali in vivo e in vitro, delle revisioni degli studi osservazionali condotti sull’uomo e dell’unica metanalisi sul tema, che ha incluso appena dieci ricerche molto diverse fra loro.

“Dagli studi emerge che le onde elettromagnetiche dei cellulari potrebbero dare interferenze di natura termica sull’asse che dall’ipotalamo va alle gonadi; sempre per il calore generato dalla batteria, possono danneggiare l’apparato genitale maschile se vi vengono tenuti molto vicino perché, com’è noto, i testicoli sono molto sensibili all’ipertermia. I bambini, per le loro caratteristiche anatomiche, sono ancora più vulnerabili – interviene Fabrizio Palumbo, responsabile scientifico SIA – Tutto ciò emerge dai modelli animali in vitro, ma è molto meno chiaro quali siano le conseguenze sulla fertilità quando si passa ad analizzare che cosa accade nell’uomo”.

Le cinque regole degli andrologi per l’uso corretto dello smartphone 

  1. Non portare il telefono nella tasca anteriore dei pantaloni. 
  2. Telefonare e navigare online quando si è in condizioni di ottima ricezione del segnale, così da ridurre l’emissione di onde dallo smartphone. 
  3. Non appoggiare il telefono in grembo quando si è seduti, si è alla guida, al ristorante e così via. 
  4. Non utilizzare sistemi commerciali per ridurre l’esposizione alle onde, perché non ce ne sono di efficacia dimostrata. 
  5. Limitare l’uso dello smartphone ai bambini prima dei dieci anni.

“I dati disponibili sono contrastanti – riprende Palmieri – Alcune ricerche segnalano effetti negativi sulla conta, la motilità e la morfologia degli spermatozoi, ma altre non indicano una correlazione. Il problema maggiore è l’eterogeneità degli studi, condotti su popolazioni diverse e in condizioni differenti di esposizione, in termini di durata, da pochi minuti fino a 16 ore, e frequenze delle onde elettromagnetiche testate: anche l’unica metanalisi sull’argomento non consente di arrivare a risultati conclusivi al di là di ogni dubbio. Per questo non è ancora possibile dare una risposta certa e a oggi non abbiamo evidenze inconfutabili che vi sia una correlazione fra l’uso dello smartphone e un calo della fertilità; nonostante ciò, visti i dati che suggeriscono un possibile impatto negativo, riteniamo opportuno invitare tutti gli uomini a un utilizzo cauto del cellulare e abbiamo perciò stilato cinque semplici regole da seguire per non andare incontro a rischi”, conclude Palmieri.

Al momento nel mondo i bambini obesi sono 150 milioni, entro il 2030 potrebbero arrivare ad essere 250 milioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità si era prefissa l’obiettivo di non aumentare l’obesità infantile dal 2010 al 2025, ma pare che solo un paese su dieci raggiunga il 50% di probabilità di farcela.

I dati raccolti nel primo Atlante sull’obesità infantile sono allarmanti, l’incremento supera il 60%. Sempre secondo lo studio, ci sono altissime probabilità che i bambini che oggi sono obesi domani diventeranno adulti obesi e, di conseguenza, a serio rischio di malattie cardiache e diabete di tipo 2. Ma non è solo una questione di salute, nell’Atlante viene esplicitamente dichiarato che “Il continuo aumento dell’obesità infantile travolgerà i servizi sanitari di molti paesi. Questo aumento mostra un grave fallimento del governo nel rispettare e proteggere i diritti dei nostri figli in buona salute”.

I numeri d’altra parte parlano chiaro: entro il 2030 in Cina ci saranno quasi 62 milioni di bambini obesi di età compresa tra i 5 e i 19 anni, 27 milioni in India e 17 milioni negli Stati Uniti. Ma l’obesità sta danneggiando le prospettive di salute anche per quanto riguarda i paesi più poveri: la Repubblica Democratica del Congo avrà 2,4 milioni di bambini con obesità e la Tanzania e il Vietnam ne avranno 2 milioni ciascuno.

In Ucraina il 26% dei bambini è obeso, nelle Isole Cook il 40,7% dei bambini dai 5 ai 19 anni è obeso e negli Stati Uniti un adolescente su cinque è obeso. Tim Lobstein, uno degli autori del rapporto, ha dichiarato: “Quello che stiamo vedendo è una marea crescente che non è stata affrontata sufficientemente bene nel mondo politico”.

È verso la politica che adesso si punta il dito: i governi non fanno abbastanza per scoraggiare l’acquisto di cibo spazzatura. “Ascoltare queste cifre che peggiorano e peggiorano – prosegue Lobstein – potrebbe annoiare, ma non fare nulla costerà molto di più che fare seri interventi sul mercato per ridurre la commercializzazione globale di bevande analcoliche e alimenti ultraelaborati”.

Louise Baur, consulente pediatra e responsabile della salute dei bambini e degli adolescenti presso l’Università di Sydney, fa risalire il problema agli anni ’80: “Quello che stavamo vedendo era l’ascesa di cibi pronti, un trasporto più motorizzato e meno attivo, un minor numero di bambini in bicicletta e a piedi, l’ascesa di attività sedentarie e l’uso di schermi da parte dei bambini. Il mondo è così diverso. Abbiamo visto cambiare i quartieri. Gli ambienti urbani hanno perso ‘camminabilità’ e spazi verdi. Le macchine ci governano”.

Il problema è iniziato nei paesi più ricchi ma si è diffuso ovunque, “In Cina, Vietnam, San Paolo, – conclude la Baur – vediamo auto e moto ovunque e nessuno andare in bicicletta o camminare”. Affermazioni che confermano l’opinione dell’OMS: “L’obesità era uno dei problemi più palesemente visibili e tuttavia più trascurati della salute pubblica”.

Nessuno stop all’uso del glifosato. A stabilirlo, il primo ottobre, la Corte di Giustizia Ue. A riaprire il caso è stata la causa presentata dal Tribunale penale di Foix (Francia) dopo la protesta dei “Mietitori volontari anti ogm dell’Ariège”.

Il gruppo ambientalista era stato accusato di aver danneggiato dei bidoni di Roundup, contenente glifosato, nella città di Pamiers. Da qui è seguita la domanda di chiarimenti alla Corte Ue da parte della giustizia francese sulla validità della normativa europea inerente l’utilizzo dell’erbicida.

La decisione della Corte Ue

A Lussemburgo i giudici hanno passato in rassegna vari elementi della normativa. Dalla valutazione dei rischi derivanti dall’uso dei prodotti fitosanitari, alla procedura che prevede test e studi forniti dal richiedente di un’autorizzazione per l’immissione sul mercato, fino alla verifica di tali elementi da parte delle autorità competenti e l’accesso pubblico ai documenti. Il risultato? Non sussiste alcun elemento capace d’inficiare la liceità dell’uso del glifosato.

Glifosato: di cosa si tratta

Erbicida più utilizzato al mondo – conta quasi 5 miliardi di dollari di vendite – il glifosato è un diserbante non selettivo, dunque una molecola che elimina indistintamente tutte le erbe infestanti. Introdotto nel 1974, dalla sua immissione nel mercato ne sono state spruzzate sui campi milioni di tonnellate. Si tratta di un prodotto economico e semplice da utilizzare.

La molecola viene sintetizzata negli anni Cinquanta nei laboratori della Cilag. Vent’anni dopo, nei laboratori della Monsanto (colosso Usa di recente acquistato dalla tedesca Bayer) è scoperta la sua azione come erbicida ad ampio spettro.

L’industria, così, lo brevetta e lo commercializza con il nome di Roundup. La sua diffusione diventa capillare con gli anni Novanta, periodo in cui la Monsanto inizia a introdurre sul mercato le prime colture geneticamente modificate, come la soia, resistenti al potente erbicida.

Dal 2001 il brevetto scade, e il glifosato viene utilizzato da molte aziende nella formulazione di diserbanti utilizzati non solo in agricoltura, ma anche nei prodotti per il giardinaggio e soprattutto per la manutenzione del verde. Quindi per liberare marciapiedi, autostrade e binari ferroviari dalle erbe infestanti.

Le controversie sull’uso dell’erbicida

Nel 2017, il Guardian scopre che molte pagine del rapporto scritto quell’anno dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che aveva valutato i rischi dell’uso del glifosato, erano sono stati copiati dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione da parte delle aziende che lo producono. 

Una questione ancora più antica

Nel 2015, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che fa parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), inserisce il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene”, quindi nel gruppo 2A. Questa sezione, subito precedente a quella che include agenti accertati come cancerogeni, riguarda le emissioni ad alte temperature di fritture, carni rosse, steroidi ed esposizioni a sostanze chimiche utilizzate nell’attività di parrucchiere. In tutto 81 agenti “con sufficiente evidenza di cancro negli animali e limitata negli uomini”.

Nel novembre 2015 l’EFSA invece pubblica una valutazione del glifosato che contrasta con la conclusione della IARC: il glifosato non sarebbe genotossico (vale a dire non danneggerebbe il DNA) e non rappresenterebbe un rischio di indurre nell’uomo il cancro. Il problema è che, come suddetto, le valutazioni dell’EFSA sembrano essere state copiate da quelle dei produttori del glifosato (ovviamente interessati a proporre il loro prodotto come “innocuo” per salute e ambiente).

Il linfoma non-Hodgkin

Un tumore associato al glifosato sarebbe il linfoma non-Hodgkin. Il rischio sarebbe significativamente maggiore per chi è esposto in modo diretto all’erbicida. Quindi, sarebbe un problema per gli agricoltori. Studi dello IARC su animali e su cellule evidenzierebbero un’azione mutagenica indotta dall’erbicida: un’azione, quindi, potenzialmente cancerogena.

A maggio 2016 e a marzo 2017 altre due agenzie internazionali (il gruppo FAO/OMS sui pesticidi e l‘Agenzia europea per le sostanze chimiche, l’Echa) si sono espresse per la non cancerogenicità della sostanza. E lo stesso hanno fatto nel frattempo agenzie sanitarie di diversi altri paesi: Canada, Australia, Giappone, Nuova Zelanda. L’Echa ha comunque ribadito la possibilità che il glifosato causi danni agli occhi e sia tossico per flora e fauna negli ambienti acquatici. Dunque, potrebbe portare alla contaminazione di acqua e cibo.

Pareri contrastanti: perché?

Le agenzie Iarc e Efsa operano con procedure rigorose e stringenti ma tra loro diverse. Per legge – Regolamento Europeo 1107/2009 –, inoltre, l’onere della prova spetta alle industrie produttrici: sono loro a dover produrre studi e ricerche per dimostrare che la sostanza che vogliono commercializzare non nuoce alla salute.

Si tratta di analisi finanziate dall’industria ma redatte in centri di ricerca certificati, e secondo linee guida internazionali. Iarc nelle sue valutazioni per classificare le sostanze cancerogene non ha fatto riferimenti a questi studi, ma solo a quelli pubblicati su riviste scientifiche, mentre Efsa deve necessariamente fare riferimento a entrambe.

La divergenza di vedute, dunque, deriva da un lato dal fatto che Iarc e Efsa hanno analizzato studi diversi e applicato differenti analisi statistiche e dall’altro dal fatto che mentre le analisi dell’Efsa riguardano la molecola del glifosato in quanto tale, gli studi presi in considerazione dallo Iarc riguardano anche i prodotti immessi sul mercato, che contengono in aggiunta altre sostanze.

Il caso italiano

In Italia il glifosato è vietato? Il Decreto ministeriale 9 agosto 2016 del ministero della Salute non mette al bando i prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosato. Semplicemente, ne modifica le condizioni d’impiego. Ad oggi, le limitazioni sull’uso dell’erbicida riguardano:

  • l’uso non agricolo su suoli che presentano una percentuale di sabbia superiore all’80%, nelle aree vulnerabili, nelle zone di rispetto e nelle aree frequentate dalla popolazione quali parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative, cortili e aree verdi all’interno di plessi scolastici, aree gioco per bambini e aree adiacenti alle strutture sanitarie;
  • l’uso in antecedente la raccolta teso solo a ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.

Per tutti gli altri casi, invece, i prodotti fitosanitari contenenti il potente erbicida continuano a essere autorizzati e ampiamente utilizzati.

“Le donne non dovrebbero delegare totalmente il piacere al proprio partner, ma devono per prima porre attenzione alle proprie esigenze. È così che l’incontro con l’altro/a può diventare più soddisfacente”. È questo uno dei messaggi centrali che Roberta Rossi, psicoterapeuta, sessuologa e presidente della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, lancia alle donne nel suo ultimo libro intitolato “Vengo prima io” (Fabbri Editori).

Più di 350 pagine dedicate al piacere femminile, una sorta di dialogo a distanza schietto e ricco di spunti nel quale un argomento tanto intimo e così spesso trascurato si spoglia dei pregiudizi e dei luoghi comuni e diventa il fulcro dal quale ripartire per imparare a godere pienamente il sesso.

Il ruolo dell’orgasmo

“Oggi di orgasmo femminile ne sappiamo tutto e di più”, spiega all’AGI Rossi. “Sappiamo che ce ne sono di vario tipo, con modalità e stimolazioni diverse. Ma dobbiamo fare attenzione – continua – perché tutto questo rischia di ridurre la sessualità alla ricerca dell’orgasmo a tutti i costi. La sensazione orgasmica è sì legata al tipo di stimolazione ma anche molto al contesto, alla disponibilità mentale e alla possibilità di lasciarsi andare”. Perdere di vista questo concetto è all’origine di molti errori comuni.

“Ad esempio quello di pensare che la penetrazione sia l’unica modalità – dice l’esperta – che decreta l’orgasmo nella coppia. La sessualità è variegata e riportare tutta alla penetrazione alza il rischio della performance e riduce la variabilità delle sensazioni. Altro errore comune è considerare che l’orgasmo sia l’obiettivo dell’incontro sessuale. In questo modo è tutto finalizzato alla fine, in una corsa che rischia di non far assaporare il viaggio verso il piacere. È bene tenere a mente che se ci sono dei problemi si possono affrontare e non necessariamente rinunciare alla sessualità”.

Il sesso oggi e nel passato

Rispetto al passato, secondo Rossi, la cultura della sessualità femminile è molto cambiata. “In realtà, sta cambiando”, precisa. “Intanto abbiamo un cambiamento nei ruoli, meno rigidi tra maschile e femminile, che vedono una maggiore interscambiabilità, e questo accade anche nella sessualità.

Oggi le donne – prosegue – sono più libere di essere protagoniste nel sesso, la diffusione della contraccezione ha dato una spinta decisamente diversa alla espressione della sessualità femminile, anche se i trend ultimi segnano un utilizzo di contraccettivi decisamente basso rispetto ad altre nazioni europee. Ma sono anche in parte cambiati i rapporti sessuali, non più solo penetrazione ma anche rapporti orali e anali, anche se dobbiamo registrare anche qui una minore protezione dalle malattie sessualmente trasmissibili. Un modo di vivere la sessualità ‘senza pensieri’, che a volte rischia di crearne degli altri.

Il ruolo della consapevolezza contro i tabù

Ribadisco che la consapevolezza è la parola chiave: conoscere, avere gli strumenti e saperli come utilizzare, perché il benessere sessuale rimanga tale”. Nonostante questo, ci sono ancora molti tabù, come la masturbazione. “La conoscenza del corpo attraverso la masturbazione è tutt’oggi un grande tabù. Le ragazze ma anche le donne mature – dice Rossi – condividono in parte questo limite, derivante da un diktat culturale che vede la masturbazione come un qualcosa di peccaminoso o non adatto alle donne. La masturbazione è invece un modo per scoprire se stesse e avere un bagaglio da condividere quando e se ci sarà una coppia, ma solo e sempre se lo vogliamo: non deve diventare un altro dovere”.

Ma ci sono tabù che sono crollati, come i porno per le donne. “L’ultimo rapporto Censis Bayer – dice Rossi – ha decisamente sdoganato la pornografia nel mondo femminile, è diventato un modo per condividere e per visionare anche da sole senza sentirsi ‘diverse’.

Consideriamo che si sta ampliando una pornografia al femminile che ha alcune connotazioni diverse rispetto al classico porno, meno genitalità, donne più attive, una storia sullo sfondo, realizzata da registe donne che hanno una visione leggermente più sfumata e meno da impatto visivo”. Per gli uomini può sembrare difficile riuscire a orientarsi nell’universo complesso della sessualità femminine. “In realtà, la sessualità è una dimensione complessa della vita maschile e femminile. Solo che oggi – spiega l’esperta – sulla donna ancora oggi pesano vincoli e tabù culturali che la costringono in un’area più ristretta.

Una questione di anatomia

Inoltre l’anatomia femminile non aiuta: i genitali sono interni, più nascosti, quindi più soggetti a fantasie di inadeguatezza o di evitamento. Gli uomini d’altro canto pagano altri prezzi: il dover dimostrare, essere sempre all’altezza della situazione, un pesante fardello anche su di loro. Ritengo quindi che una maggiore consapevolezza del nostro essere sessuati e sessuali possa aiutare entrambi i generi nella scoperta del corpo e del piacere”.

Un consiglio per gli uomini che voglio soddisfare le donne? “L’ABC dell’orgasmo femminile è ascoltarle, riconoscerle come persone uniche, sperimentare insieme e il rispetto. Leggere il libro insieme potrebbe essere un’altra idea, per poi parlare e discutere del contenuto”.

 

Sono anni che gli scienziati si interrogano sulle origini dell’orgasmo femminile. O meglio sulle motivazioni biologiche che spingono le donne a raggiunge l’apice del piacere. Ora uno studio condotto dall’Università di Vienna suggerisce una nuova ipotesi e cioè che l’orgasmo femminile sia evoluto nei primi esseri umani per indurre l’ovulazione durante un rapporto sessuale.

Secondo questa tesi, descritta sulla rivista Pnas, gli orgasmi erano una volta di vitale importanza per innescare l’ovulazione, cioè quando la femmina rilascia un ovulo, durante l’atto sessuale. In molti animali, come i conigli, i furetti, i gatti e i cammelli, funziona ancora così, poiché l’ovulazione avviene durante il sesso.

Tuttavia, questo non accade negli esseri umani o nelle grandi scimmie che, invece, ovulano una volta sola in un ciclo regolare, che è di circa 28 giorni nell’uomo, ogni 29 giorni negli oranghi e fino a ogni 37 giorni negli scimpanzè. Ma gli scienziati suggeriscono che un tempo, durante una prima fase dell’evoluzione, l’ovulazione nell’uomo veniva innescata da un orgasmo femminile durante il sesso.

“L’esistenza dell’orgasmo femminile e’ intrigante per due motivi: da un lato, l’orgasmo femminile non e’ necessario per il successo riproduttivo femminile e, dall’altro, questo riflesso neuroendocrino è troppo complesso per essere un incidente evolutivo”, spiegano i ricercatori. Con “neuroendocrino” gli studiosi si riferiscono a una combinazione di stimolazione dei nervi e produzione di ormoni.

Per testare la loro teoria i ricercatori hanno trattato i conigli femmina, che ovulano durante il sesso, con fluoxetina, un farmaco noto per inibire l’orgasmo. Hanno così scoperto che, dopo il trattamento, i conigli avevano il 30 per cento in meno di probabilità di ovulare rispetto ai conigli non trattati. Mentre non è noto l’esatto meccanismo che innesca l’ovulazione nei conigli, i ricercatori suggeriscono che poiché quando si ferma l’orgasmo si riduce anche l’ovulazione, l’orgasmo potrebbe quindi avere un ruolo nel rilascio degli ovuli. In conclusioni, gli autori dello studio ritengono che l’orgasmo induceva l’ovulazione e che questo sia “un meccanismo che esiste ancora in molti animali ma che ha perso il suo ruolo in altri”.

Per gli studiosi lo studio fornisce appunto evidenze sperimentali che vanno in questa direzione. “Questa scoperta aiuta a interpretare aspetti della sessualita’ femminile altrimenti difficili da spiegare, come il basso tasso di orgasmo femminile durante il rapporto sessuale”, dicono i ricercatori. Studi precedenti hanno suggerito che i cambiamenti evolutivi hanno anche reso piu’ difficile per le donne raggiungere l’orgasmo.

Il clitoride, che per la maggior parte delle donne è quello che ha bisogno di essere stimolato per raggiungere l’orgasmo, si è spostato nel tempo in una posizione meno centrale, quindi non riceve più la stimolazione diretta durante la penetrazione.

Sostanze tossiche o cancerogene in un campione su cinque di inchiostro usato per tatuaggi. È quanto emerso da un controllo del Comando dei carabinieri per la Tutela della Salute che, d’intesa con il ministero della Salute, opera un costante monitoraggio sulla regolarità e l’innocuità dei prodotti a base di inchiostro utilizzati per la realizzazione di tatuaggi.

In particolare, spiega una nota, si è recentemente concluso uno specifico servizio di controllo in campo nazionale sulla commercializzazione di inchiostri e tintura usate per i tatuaggi, ispezionando l’intera filiera distributiva, al fine di verificare la qualità e la sicurezza di tali prodotti presenti nel mercato nazionale. Le attività, preliminarmente pianificate a livello centrale, hanno interessato il controllo di 117 aziende dedite ad attività nel settore, come centri di tatuaggio, importatori, produttori e distributori nazionali di pigmenti, prelevando nel contempo 100 campioni di inchiostri per tatuaggio, inviati ai laboratori per la ricerca di sostanze chimiche, quali ‘ammine aromatiche’ e ‘idrocarburi policiclici aromatici (IPA)’.

Le analisi sui campioni, svolte dal laboratorio accreditato dell’ARPA Piemonte, hanno rilevato la non conformità di 22 campioni per presenza sopra i limiti di legge delle predette sostanze, considerate potenzialmente tossiche o cancerogene.

A seguito dei risultati analitici, il ministero della Salute ha disposto i conseguenti provvedimenti urgenti, rivolti a tutti i soggetti appartenenti alla filiera (importatori, distributori ed utilizzatori), relativi al divieto di vendita e di utilizzo, di ritiro/richiamo dalla rete commerciale nonché all’obbligo di informare i soggetti che si sono sottoposti a tatuaggio circa la pericolosità dei prodotti, mediante sistemi di rintraccio dei clienti o altri metodi ritenuti efficaci.

Inoltre, nel corso dei controlli, sono state contestate 31 infrazioni nei confronti dei responsabili di esercizi commerciali e di centri di tatuaggio dovute a mancanze autorizzative dei locali o degli attestati di formazione degli operatori, carenze igieniche e strutturali delle aree adibite all’applicazione del tatuaggio, detenzione di prodotti privi di etichettatura o contenenti sostanze ed inchiostri non idonei e privi delle necessarie garanzie di sicurezza, sequestrando 248 confezioni di tinture e pigmenti.

Il monitoraggio segue temporalmente un precedente servizio di controllo conoscitivo, svolto tra il 2014 ed il 2015 nell’ambito di un protocollo di collaborazione con il Dicastero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, che aveva evidenziato 97 campioni di pigmenti per tatuaggi, su 318 oggetto di prelievo, con criticità circa la sterilità, a causa di contaminazioni microbiche e fungine non compatibili con il commercio e l’impiego di tali prodotti, in considerazione peraltro della destinazione e della prolungata permanenza nell’area sottocutanea delle persone.

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