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AGI – Aifa comunica che si è concluso anticipatamente, dopo l’arruolamento di 126 pazienti (un terzo della casistica prevista), lo studio randomizzato per valutare l’efficacia del tocilizumab, somministrato in fase precoce, nei confronti della terapia standard in pazienti affetti da polmonite da Covid-19 di recente insorgenza che richiedevano assistenza ospedaliera, ma non procedure di ventilazione meccanica invasiva o semi-invasiva”.

Lo studio – interamente realizzato in Italia – “non ha mostrato alcun beneficio nei pazienti trattati né in termini di aggravamento (ingresso in terapia intensiva) né per quanto riguarda la sopravvivenza. In questa popolazione di pazienti in una fase meno avanzata di malattia lo studio può considerarsi importante e conclusivo, mentre in pazienti di maggiore gravità si attendono i risultati di altri studi tuttora in corso”.

Dei 126 pazienti randomizzati, tre sono stati esclusi dalle analisi perché hanno ritirato il consenso. L’analisi dei 123 pazienti rimanenti ha evidenziato una percentuale simile di aggravamenti nelle prime due settimane nei pazienti randomizzati a ricevere tocilizumab e nei pazienti randomizzati a ricevere la terapia standard (28.3% verso 27.0%).

Nessuna differenza significativa è stata osservata nel numero totale di accessi alla Terapia Intensiva (10.0% verso il 7.9%) e nella mortalità a 30 giorni (3.3% verso 3.2%). “Nell’ambito del trattamento dei pazienti con Covid-19 – conclude l’Aifa il tocilizumab si deve considerare quindi come un farmaco sperimentale, il cui uso deve essere limitato esclusivamente nell’ambito di studi clinici randomizzati”.

Lo studio, promosso dall’Azienda Unità sanitaria Llcale-IRCCS di Reggio Emilia (Principal Investigators i professori Carlo Salvarani e Massimo Costantini), è stato condotto con la collaborazione di 24 centri.

AGI – Mentre veniva operato per ridurre i sintomi del Parkinson, il paziente compilava il cruciverba, una sua passione, e collaborava con i medici. L’intervento è stato effettuato ieri l’altro all’ospedale di L’Aquila, nel reparto di neurochirurgia, tramite l’applicazione neurostimolatore dotato di tecnologia per la lettura dell’attività cerebrale delle strutture profonde dell’encefalo per la DBS (Deep Brain Stimulation).

Si tratta della cosiddetta neurochirurgia funzionale, una tecnica che l’ospedale aquilano pratica da oltre un anno. Sul paziente operato, abruzzese, le terapie farmacologiche non davano più risposte, di qui la necessità di sottoporlo alla stimolazione cerebrale profonda che consente di ridurre i sintomi della malattia, facendo diminuire il tremore e la rigidità e, più in generale, migliorando le abilità manuali e la qualità di vita.

L’intervento è stato eseguito dal neurochirurgo Francesco Abbate, coadiuvato dal suo collega Francesco Di Cola, mentre il monitoraggio intraoperatorio, con la valutazione clinica, è stato possibile grazie ai neurologi Patrizia Sucapane, Davide Cerone, Nicola Modugno e all’anestesista Donatella Trovarelli.

La procedura adottata prevede l’utilizzo di neuro-stimolatore che eroga corrente elettrica e, attraverso dei sottili elettrodi posizionati nei nuclei profondi del cervello, genera impulsi capaci di ‘liberare’ la corteccia cerebrale motoria, migliorando i sintomi della malattia.

“Questi trattamenti”, dichiara il manager Roberto Testa, “rappresentano un’eccellenza a disposizione non solo dell’Abruzzo ma anche delle Regioni limitrofe e contribuiranno ad elevare il livello di qualità della nostra azienda”. Finora con la neurochirurgia funzionale sono stati compiuti circa 30 interventi ma quello di giovedì scorso è stato particolarmente importante perché l’ospedale di L’Aquila, tra i primi in Italia, ha utilizzato un generatore di nuova concezione.

Il nuovo dispositivo è l’unico sistema di stimolazione cerebrale profonda a essere dotato di tecnologia per la lettura dell’attività cerebrale delle strutture profonde dell’encefalo. È in grado di rilevare, in tempo reale, l’attività dei neuroni cerebrali direttamente dagli elettrodi impiantati mentre viene somministrata la terapia (stimolazione elettrica) a pazienti con Parkinson.

Ciò consente il tracciamento dell’attività cellulare e la possibilità di regolare le impostazioni di stimolazione. Il raggiungimento di questi traguardi è stato possibile grazie alla consolidata collaborazione tra i reparti di Neurochirurgia, Neurologia e Neuroradiologia, diretti, nell’ordine, da Alessandro Ricci, da Carmine Marini e da Carlo Masciocchi. Nella neurochirurgia funzionale rientrano interventi di stimolazione cerebrale profonda, neuromodulazione spinale e sacrale, chirurgia della spasticità e dell’epilessia, effettuati grazie alla collaborazione di Mauro Marrelli. 

AGI – È riuscito all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù il trapianto di midollo per il bimbo di 6 anni, affetto da leucemia linfoblastica acuta, che, nel mese di marzo, era risultato positivo al nuovo coronavirus con tutta la famiglia (mamma e papà). Lo comunica l’ospedale in una nota aggiungendo che “per favorire l’eliminazione del virus, il bambino era stato ricoverato al Centro Covid di Palidoro e sottoposto in via compassionevole al trattamento con plasma ottenuto da un soggetto guarito dall’infezione virale. Una volta negativizzato, è stato possibile eseguire l’atteso trapianto con le cellule staminali emopoietiche prelevate dal papà, anche lui nel frattempo guarito dal virus. Ora il bambino sta bene, non ha avuto complicanze e verrà sottoposto ai normali controlli post-trapianto. 

Nell’ottobre 2019, la famiglia arriva in Italia da Londra, dove risiede, per curare al Bambino Gesù una recidiva della malattia da cui il piccolo e’ affetto, la leucemia linfoblastica acuta. “È necessario un trapianto di midollo – afferma ancora l’ospedale – e l’équipe del Dipartimento di Oncoematologia e Terapia Cellulare e Genica dà il via al programma di terapie preparatorie: il bambino viene sottoposto a chemio e immunoterapia per abbassare la ‘carica’ della malattia sino alla soglia che consente al trapianto di avere le migliori probabilità di successo, ovvero di guarire definitivamente dalla leucemia. Nel corso dei mesi, durante i quali si alternano assistenza a domicilio e trattamenti in ospedale, le cure producono l’effetto sperato e si avvicina il momento del trapianto.

Non avendo trovato un donatore compatibile, si decide di procedere con il trapianto di cellule staminali emopoietiche da genitore. A marzo 2020, in piena pandemia, i genitori del bambino vengono sottoposti alle indagini necessarie per stabilire quale sarà il candidato alla donazione di midollo. Nella serie di esami è previsto anche lo screening per il COVID-19. Bambino e genitori risultano positivi al test: papà e figlio sono asintomatici, la mamma con lievi sintomi (pauci-sintomatica). Per procedere con il trapianto bisogna però attendere che tutti siano negativi, in particolare il piccolo paziente che ha le difese immunitarie già compromesse dalla leucemia. Al tempo stesso, è necessario rispettare il programma di intervento per scongiurare una nuova recidiva del tumore.

Per dare al bambino delle ‘armi’ in più per eliminare virus e per ridurre il rischio di complicanze indotte dall’infezione virale, mettendo in circolo una carica di anticorpi ‘forti’, si opta per l’infusione di plasma iperimmune. Ottenuta l’autorizzazione per uso compassionevole dal Comitato Etico del Bambino Gesù e il nulla osta del Centro Regionale Sangue, il trattamento viene effettuato il 9 maggio nel Centro Covid di Palidoro (dove il piccolo era stato ricoverato in via precauzionale). Il trattamento è stato reso possibile grazie alla collaborazione sviluppata con l’Ospedale Spallanzani (per il reclutamento del donatore di plasma con il migliore titolo di anticorpi neutralizzanti, cioè in grado di prevenire il legame di proteina spike di SARS-CoV-2 al suo recettore presente sulle cellule umane) e l’Ospedale San Camillo (per la raccolta del plasma tramite aferesi, inattivazione – procedura con cui vengono bloccati gli eventuali patogeni presenti – e congelamento).

Nel frattempo, anche il papà del bambino, donatore di midollo prescelto, risulta finalmente negativo al tampone e tutto è pronto per procedere con gli ultimi controlli prima del trapianto.Il 29 maggio, nella sede del Bambino Gesù del Gianicolo, al bambino vengono infuse le cellule staminali del papà, appositamente manipolate per eliminare i linfociti T alfa/beta+, cellule pericolose per l’organismo del ricevente. Si tratta della tecnica messa a punto dall’équipe del professor Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-ematologia e Terapia Cellulare e Genica e sviluppata nell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede con la più ampia casistica al mondo (circa 700 i trapianti da genitore effettuati sino ad oggi) su bambini affetti da leucemie e tumori del sangue. Il piccolo ora è in ottime condizioni generali, non ha avuto complicanze post-trapianto, le cellule del papà si stanno moltiplicando e si avvia verso la guarigione completa. Con le metodiche di manipolazione cellulare attualmente disponibili, la percentuale di guarigione con il trapianto di midollo da uno dei 2 genitori è sovrapponibile a quella ottenuta utilizzando un donatore perfettamente idoneo”.

“Questo caso è la dimostrazione – commenta il professor Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Oncoematologia e Terapia Cellulare e Genica del Bambino Gesù e professore di Pediatria alla Sapienza Università di Roma – di come la collaborazione tra centri di eccellenza presenti nella regione Lazio, improntata allo scrupolo rispetto delle corrette procedure cliniche e scientifiche, consenta di ottenere le risposte piu’ efficaci per i pazienti anche in tempi di pandemia. Voglio ringraziare personalmente i colleghi dell’Ospedale Spallanzani, in particolare il professor Giuseppe Ippolito, e i colleghi dell’Ospedale San Camillo, con cui abbiamo il piacere di condividere questo risultato positivo”. 

AGI – “Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità stabiliscono che i tamponi devono essere eseguiti sui sintomatici e sui loro contatti, e per quanto ne sappiamo il virus è contenuto nelle secrezioni mucose degli asintomatici in quantità simili ai pazienti in cui la malattia si manifesta” Lo ha detto all’AGI il virologo Giorgio Palù, professore emerito di Microbiologia dell’università di Padova, commentando le dichiarazioni di Maria Van Kerkhove, epidemiologa specializzata in malattie infettive emergenti presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui il contagio da parte degli asintomatici è da considerarsi meno probabile. 

“Inizialmente il contagio veniva attribuito solo ai sintomatici, poi studi internazionali hanno dimostrato che anche gli asintomatici possono contagiare le persone con cui entrano in contatto, da qui la necessità di eseguire tamponi alla popolazione sintomatica e non”, ricorda l’esperto, sottolineando poi che la contagiosità dipende dalla carica virale.

“Il principio che vale per tutte le malattie contagiose o communicable, per dirlo in inglese, che si tratti di un microbo, un virus, un parassita o una tossina, è che le probabilità di manifestazione patologica da parte di un agente trasmissibile dipendono dalla concentrazione microbica. Lo sosteneva anche l’alchimista svizzero Paracelso, ‘Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non sit’, Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”, commenta ancora Palù.

“Pensiamo di aprire una lattina in cui è contenuta la tossina botulinica: gli effetti che ne deriveranno dipendono ovviamente dalla quantità di sostanza tossica. Con i virus possiamo ragionare allo stesso modo”, spiega l’esperto, specificando che attualmente sono pochi gli studi ad aver analizzato i livelli di carica virale in maniera diffusa e che la letteratura a riguardo si compone solo di piccoli studi, per cui saranno necessarie ulteriori indagini per comprendere i meccanismi alla base di questi fenomeni di contagio.

“La letteratura scientifica ci dice che gli asintomatici possono contagiare e diffondere l’infezione. Per questo stiamo facendo il possibile proprio per identificare e isolare tutti i casi, sintomatici e non, ma ad ogni modo la capacità di contagio dipende dalla carica virale”, conclude Palù. 

L’evoluzione di Sars-CoV-2 nelle diverse parti del mondo è caratterizzata da alti livelli di omoplasia, si starebbe cioè adattando all’uomo. Sono queste alcune delle conclusioni di uno studio che è stato pubblicato sulla rivista Infection, Genetics and Evolution da un gruppo di ricercatori guidato da Francois Belloux, dell’Istituto di Genetica dell’University College di Londra.

I ricercatori  hanno analizzato 7666 sequenze di Sars-CoV-2 provenienti da numerosi paesi di varie aree geografiche e hanno osservato almeno 198 mutazioni emerse in modo indipendente (omoplasie).

Che cosa è l’omoplasia

Quasi l’80% delle mutazioni ricorrenti ha prodotto cambiamenti a livello di proteine, suggerendo un possibile adattamento in corso di SARS-CoV-2. A far propendere verso un adattamento del virus il fatto che le mutazioni si siano concentrate in almeno 4 siti specifici di cui uno è la proteina Spike, quella che il virus usa per agganciarsi alle cellule umane. “Il fatto che in questi siti ci siano più di 15 mutazioni, può indicare un’evoluzione convergente e sono di particolare interesse nel contesto dell’adattamento della SARS-CoV-2 all’ospite umano”si legge nell’articolo. 

“L’evoluzione del virus – spiega Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta – sarebbe caratterizzata da omoplasia, ovvero il fenomeno per cui un virus muta in modo ‘indipendentemente simile’ nelle diverse aree geografiche senza un progenitore comune”, scrive Silvestri su Facebook, spiegando che la presenza di omoplasia tanto marcata porterebbe evidenza scientifica, “indiretta ma solidissima”, a favore dell’ipotesi di un rapido, progressivo e convergente adattamento del virus all’ospite umano

. “Siccome i dati globali sulla letalità cruda di COVID-19 indicano che questa diminuisce col tempo in ogni sito epidemico, e siccome la maggior parte degli adattamenti virus-host vanno nella direzione di una ridotta patogenicità, è plausibile avallare l’ipotesi che tale pattern di mutazioni porterà a un fenotipo virale a virulenza attenuata”, prosegue l’esperto.

Cosa c’entra l’omoplasia con i pipistrelli e gli uccelli

“Questo lavoro è interessante e il fenomeno a cui si fa riferimento è ben noto, si tratta di ‘convergenza evolutiva’ ed è un comportamento comune tra i virus”, commenta Giuseppe Novelli, genetista presso l’Università di Roma Tor Vergata.

“L’omoplasia riguarda sostanzialmente il fatto che nell’evoluzione alcune strutture biologicamente diverse, come le ali dei mammiferi, ad esempio i pipistrelli, e le ali degli uccelli, raggiungono lo stesso scopo, anche se provengono geneticamente da condizioni differenti. L’omoplasia è quindi una sorta di convergenza evolutiva di una diversa origine biologica”, continua Novelli.

“Il virus cerca di raggiungere l’omoplasia mutando, e soprattutto ricombinandosi per conservare determinate mutazioni che consentono la convivenza con l’ospite il più a lungo possibile. Questo è ciò che sta accadendo, ma non è nulla di anomalo, è un comportamento normale per i virus”, conclude il genetista. 

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non raccomanda l’uso di guanti da parte delle persone in pubblico come misura preventiva per impedire la diffusione del coronavirus. Come sottolinea l’organizzazione in una sezione del sito, rispondendo a una domanda sulla necessita’ di usarli quando si va a fare la spesa, “indossare guanti in spazi pubblici non sostituisce la necessità per l’igiene delle mani, né offre alcuna misura aggiuntiva di protezione contro il Covid-19 rispetto all’igiene delle mani”.

Per l’Oms, “i guanti non offrono una protezione totale contro la contaminazione delle mani”, perché il virus può passare “attraverso piccoli difetti dei guanti stessi o durante la loro rimozione”; cos come è possibile, con le mani guantate, passare il coronavirus “da una superficie all’altra” o contagiarsi “toccandosi il viso.

Soprattutto in ambito assistenziale, ma anche nella comunità, lavarsi le mani correttamente impedisce la trasmissione dei microrganismi responsabili di molte malattie infettive, dalle più frequenti come l’influenza e il raffreddore, a quelle più severe come le infezioni correlate all’assistenza (ICA).

In particolare, durante l’emergenza pandemica da Cobvid-19 è di cruciale importanza lavarsi correttamente le mani, a casa, nei luoghi di cura, in comunità, al fine di evitare il contagio con il coronavirus SARS-Cov-2, ridurre la sua trasmissione e limitare il rischio di co-infezione con altri microrganismi.

Come bisogna lavarsi le mani

Il ministero della Salute ha pubblicato un vademecum su come lavare le mani per garantire un’adeguata pulizia e igiene attraverso un’azione meccanica. Per l’igiene delle mani è sufficiente il comune sapone. In assenza di acqua si può ricorrere ai cosiddetti igienizzanti per le mani (hand sanitizers), a base alcolica.

Se si usa il sapone è importante frizionare le mani per almeno 40-60 secondi. Se il sapone non è disponibile usare una soluzione idroalcolica per almeno 20-30 secondi.

I prodotti reperibili in commercio per la disinfezione delle mani in assenza di acqua e sapone (presidi medico-chirurgici e biocidi autorizzati con azione microbicida) vanno usati quando le mani sono asciutte, altrimenti non sono efficaci.

Perché è meglio non abusare dei gel igienizzanti

È importante non abusare di questi prodotti, in quanto il loro uso frequente e prolungato potrebbe favorire nei batteri lo sviluppo di resistenze nei confronti di alcune sostanze contenute nelle soluzioni, oltre a indebolire le difese naturali della cute, aumentando il rischio di contrarre infezioni.

Quando bisogna lavarsi le mani?

È importante lavarsi le mani: prima di toccarsi occhi/naso/bocca (per es., per fumare, usare lenti a contatto, lavare i denti, etc.) di mangiare, di assumere farmaci o somministrare farmaci ad altri. Prima e dopo aver maneggiato alimenti, soprattutto se crudi aver usato i servizi igienici, aver medicato o toccato una ferita aver cambiato il pannolino di un bambino aver toccato una persona malata aver toccato un animale.

Dopo aver frequentato luoghi pubblici (negozio, ambulatorio, stazione, palestra, scuola, cinema, bus, ufficio, etc.) e, in generale, appena si rientra in casa aver maneggiato la spazzatura, aver utilizzato soldi, aver toccato altre persone.

Cosa sono le Ica e come si prendono

L’igiene delle mani svolge un ruolo fondamentale per la nostra salute e quella delle altre persone anche e soprattutto negli ambienti assistenziali. Le ICA sono un problema globale che colpisce circa il 7-10% dei pazienti, a seconda del Paese.

In Italia si stima che il 5-8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione ospedaliera (fonte Istituto Superiore di Sanità). Non tutte le ICA sono prevenibili, ma si stima che almeno la metà potrebbero essere evitate.

 

AGI – La app Immuni per la tracciabilità dei contatti Covid positivi, è da oggi in sperimentazione in 4 regioni (Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia). Matteo Salvini ha confermato che non la scaricherà: “Gli italiani chiedono garanzia totale sulla protezione e la tutela della riservatezza dei loro dati: quindi, fino a che non ci sarà questa garanzia totale io non scarico assolutamente nulla”, ha detto. 

Più di due milioni di italiani, però, l’hanno già scaricata, come ha confermato il ministro per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, Paola Pisano.

Perché, dice Pisano, bisogna scaricarla

“L’app serve per notificare ai cittadini che sono stati esposti ad un rischio di contagio da Coronavirus, è stata sviluppata nel massimo rispetto della privacy, garantisce l’anonimato, è gratuita e non prevede la geolocalizzazione. Consiglio di scaricarla: è utile in questo momento di ripresa delle attività per muoversi in sicurezza, tutelare noi stessi e impedire la nascita di nuovi focolai”.

Leggi anche: Perché la polemica sulla prtivacy è senza senso

SI tratta insomma, ha spiegato, di uno “strumento digitale importante per proteggere noi stessi e le persone che ci sono care. Un aiuto per muoversi con più sicurezza in questo momento di ripresa, riducendo possibili nuovi focolai sul territorio”.

Risolti i problemi con Honor e Huawei

Ed è nuovamente disponibile su tutti gli smartphone Huawei sul Google Play Store. A confermarlo l’azienda cinese: Immuni funziona e può essere scaricata sul Huawei P20, P20 Pro e sul Huawei P30 e P30 Pro e su tutti gli altri smartphone del colosso cinese e su quelli del brand collegato Honor, che poggiano sulla piattaforma di Mountain View.

Dal giorno del debutto di Immuni sulla piattaforma di Google molti utenti avevano iniziato a segnalare nelle recensioni dell’app sul Google Play Store alcuni problemi di funzionamento con diversi dispositivi Huawei (e Honor)

Appena l’app veniva messa in background, la funzione delle “notifiche di esposizione al COVID-19” veniva disattivata. Per questo motivo Bending Spoons, Google e Huawei si erano messi a lavoro e per risolvere il problema. Il problema di compatibilità tra l’app Immuni e gli smartphone Huawei era causato dalla funzione “Risparmio energetico“.

I dispositivi dell’azienda cinese  hanno una funzione che tende a disattivare automaticamente tutte le app presenti in background in modo da aumentare la durata della batteria. Questo portava lo smartphone a “spegnere” il Bluetooth e conseguentemente anche l’app Immuni e il sistema di notifiche di esposizione al Covid-19. La risoluzione del problema era iniziata venerdì scorso, quando Immuni era tornata scaricabile su alcuni modelli di smartphone Huawei.

La app Immuni – il funzionamento a pieno regime su scala nazionale è previsto per il 15 giugno – “è stata scaricata da 2 milioni di italiani”, ha detto nei giorni scorsi il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri che lo ha definito uno strumento “molto utile”. 

L’ok del Garante della privacy

Ma a dare il via libera oggi all’applicazione di fatto è stato il parere positivo del Garante della privacy, giunto nel primo pomeriggio. Sulla base della valutazione d’impatto trasmessa dal ministero, l’autorità presieduta da Antonello Soro ha ritenuto che “il trattamento di dati personali effettuato nell’ambito del Sistema può essere considerato proporzionato, essendo state previste misure volte a garantire in misura sufficiente il rispetto dei diritti e le libertà degli interessati, che attenuano i rischi che potrebbero derivare da trattamento”.

Il lancio del sito Immuni.Italia.it

Ottenuto l’ok, è stato lanciato il sito Immuni.Italia.it, portale ufficiale dell’applicazione. A stretto giro l’app è comparsa sugli store di Apple e Google, che coprono circa il 99% degli smartphone in Italia, ma disponibile in un primo momento solo tramite download diretto dal sito ufficiale

. In una nota il ministero dell’innovazione ha precisato l’obiettivo principale dell’app: “Dotarsi da adesso dell’app permetterà di risalire ai contatti che possono aver esposto una persona al rischio di contagio. I servizi sanitari regionali potranno gradualmente attivare gli avvisi dell’app. A cominciare saranno da lunedi’ 8 giugno le Regioni Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia”.

Ma nella nota si precisa anche che l’applicazione “non è direttamente scaricabile via email o tramite Sms”, un richiamo all’altra notizia di giornata: la diffusione di una falsa email, un sito clonato e un file malevolo che, giocando sull’attesa per l’App Immuni, ha diffuso in Italia un ransomware, un virus che ‘prende in ostaggiò pc o smartphone e poi chiede un riscatto.

Come funziona l’app Immuni

Immuni rispetta i principi e le caratteristiche emerse finora: non utilizza dati personali; non traccerà gli spostamenti, ma solo i contatti tra smartphone (scambiandosi dei codici); non sarà obbligatorio scaricarla, né usarla; i dati raccolti potranno essere condivisi solo previa autorizzazione del possessore dello smartphone; tutti i dati raccolti e condivisi con il server centrale (gestito da Sogei), dovranno essere cancellati entro dicembre 2020.

Il progetto, spiega il dicastero guidato da Paola Pisano, nasce dalla collaborazione tra presidenza del Consiglio dei ministri, ministro della Salute, ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, Regioni, Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e le società pubbliche Sogei e PagoPa. “Base di lavoro per la realizzazione dell’app”, ricordano, è “il codice messo gratuitamente a disposizione dello Stato da parte della società Bending Spoons. Il sistema è stato sviluppato anche grazie a un’approfondita interlocuzione con il Garante per la protezione dei dati personali e riservando massima attenzione alla privacy”.

Sulla privacy, nodo centrale dell’app, si precisa che “Immuni è stata progettata e sviluppata ponendo grande attenzione alla tutela della privacy. I dati, raccolti e gestiti dal Ministero della Salute e da soggetti pubblici, sono salvati su server che si trovano in Italia. I dati e le connessioni dell’app con il server sono protetti”. Oltre a Apple e Google, il ministero fa sapere che si sta lavorando per “permettere di scaricare Immuni anche da AppGallery al piu’ presto”. Questo consentirà l’utilizzo anche per gli utenti di smartphone Huawei, il colosso cinese della tecnologia”. 

@arcangeloroc

AGI – Biotecnologi, reumatologi, ortopedici, urologi, oculisti, pediatri ed altri specialisti insieme per combattere l’alcaptonuria, una malattia genetica ereditaria, la prima scoperta al mondo alla fine dell’ottocento.

Una malattia considerata rarissima, 63 casi nel nostro Paese, uno ogni 900 mila-1 milione di abitanti. Ma a Siena una task force formata da ricercatori da una parte e da specialisti che lavorano in ospedale sui casi concreti dall’altra sta cercando soluzioni per combattere questa patologia invalidante, provocata da un difetto di un gene che produce un enzima non ben funzionante e, per questo, non un grado di ‘digerire’ completamente un aminoacido, formando dei “depositi scuri” tossici, così li chiamano i ricercatori, che si depositano sui tessuti danneggiandoli.

Nel mirino di questo ‘killer, principalmente le articolazioni, ma problemi ma anche a carico del cuore e dei reni .

“Questo pigmento – spiega Annalisa Santucci, direttrice del dipartimento di eccellenza di biotecnologie, chimica e farmacia dell’università di Siena – distrugge i tessuti in particolare quello connettivo e le cartilagini. Quindi i pazienti iniziano ad avere dolori molto invalidanti e le articolazioni distrutte devono essere sostituite con protesi all’anca, ginocchio, femore e spalla. Per quanto riguarda i danni al cuore, dobbiamo sostituire le valvole aortica o mitralica”.

La fascia d’età più colpita è quella tra i trenta e i quaranta anni, ma questa patologia può essere anche scoperta precocemente nei bambini, nei figli di portatori sani o con un genitore malato.

Da un punto di vista clinico, nei bimbi la malattia si scopre quando nelle urine che si depositano sui pannolini si trovano questi depositi tossici che, per questo, hanno un colore più scuro.

A Siena la particolare equipe sta lavorando su un terreno di ricerca multidisciplinare. Tra queste, anche l’unita’ operativa di pediatria diretta da Salvatore Grosso o con il reparto di reumatologia diretto da Bruno Frediani. E, grazie a questa ricerca, Siena è diventato uno dei punti di riferimento a livello internazionale con pazienti che arrivano da ogni dove per avviare “un percorso diagnostico-terapeutico assistenziale”.

“Noi siamo – dice la professoressa Santucci – il gruppo più importante al mondo che studia i meccanismi molecolari di questa patologia. Una decina di anni fa sono stata coinvolta da un network internazionale per lavorarci. Gli unici biochimici del gruppo siamo noi perché gli altri sono dei clinici. Mentre stavamo facendo le nostre ricerche sperimentali di laboratorio ho anche fondato a Siena insieme alla professoressa Silvia Sestini l’associazione nazionale dei pazienti l’Aimaku che ha iniziato a raccogliere in tutta Italia ammalati e che è un importante punto di riferimento”.

Il lavoro svolto finora comunque sta già dando dei risultati. “La terapia ideale- precisa il professor Frediani – sarebbe quella di sostituire il gene che provoca l’alterazione dell’enzima alterato che porta alla produzione dei depositi tossici. Ma ancora non è possibile”.

L’alternativa è cercare di ridurre la produzione dell’acido. Un aiuto quindi potrebbe arrivare da un farmaco che è stato sperimentato clinicamente, nell’ambito di un progetto europeo, su un totale di circa 150 pazienti, numero tutto sommato consistente per una malattia rarissima, i cui risultati definitivi si avranno quest’anno.

Sarebbe un segnale importante, per chi studia le malattie rare, che sull’Alcaptonuria si arrivasse ad un punto fermo. Il Professor Frediani conclude che “Un’altra possibilità terapeutica – prosegue Frediani – è di utilizzare farmaci che combattono l’infiammazione indotta dalla presenza cronica del pigmento ocronotico e da un’altra sostanza, l’amiloide, che proprio il gruppo della professoressa Santucci ha trovato nell’alcaptonuria. Questa malattia rarissima è perciò un modello di studio per tante altre malattie rare”. 

AGI – Perché il coronavirus in alcuni casi provoca trombosi che possono essere fatali? Una scoperta tutta italiana, e più precisamente fatta da ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, permette di fare un importante progresso nelle nostre conoscenze sul Covid-19. Il lavoro è stato accettato il 26 maggio dall’American Journal of Hematology ed è già disponibile sul sito della rivista.

“Sapevamo che l’infezione da Covid-19 determina una grande propensione a sviluppare trombosi venose e arteriose anche mortali in una percentuale di pazienti che arriva fino al 50% – afferma Carlo Gambacorti-Passerini, professore di Ematologia e direttore della Clinica Ematologica dell’Università, presso l’Ospedale San Gerardo di Monza -. Rimaneva però ignoto cosa causasse questo fenomeno”.

Cos’è il marcatore sFlt1

I ricercatori si sono concentrati su un marcatore chiamato sFlt1, prodotto quasi esclusivamente dalle cellule endoteliali, quelle cioè che tappezzano la superficie interna dei vasi e che hanno il compito di evitare l’innesco della coagulazione. I valori di sFlt1 e, in particolare il rapporto tra sFlt1 e PlGF (un fattore di crescita per le cellule endoteliali), si innalzano fino a 5 volte durante il ricovero dei pazienti.

Perché si determina una trombosi

“Questo innalzamento avviene molto presto, nei giorni immediatamente successivi al ricovero”, aggiunge Andrea Carrer, dirigente medico Ematologia al San Gerardo. “Questa situazione non si verifica in altre condizioni patologiche, per esempio non avviene in pazienti affetti da polmonite Covid-19 negativi, e ha come unico precedente una malattia della gravidanza nota come ‘preeclampsia’ in cui l’elevato rapporto sFlt1/PlGF determina trombosi sia a livello della placenta che in altri organi”, osserva Valentina Giardini, dirigente medico ostetrico della Fondazione Mamma e Bambino, sempre situata all’interno del San Gerardo.     

L’importanza dei farmaci anticoagulanti

Ma la conseguenza più importante è che questa alterazione chiama in causa la molecola che il virus utilizza per entrare nelle cellule, nota come ACE2. Il fatto che ACE2 venga soppressa dopo l’entrata del virus causa questo aumento di sFlt1 e, quindi, suggerisce che Covid-19 infetti direttamente le cellule endoteliali, almeno nei pazienti che sviluppano complicanze trombotiche.

Questo fatto, assieme alla precocità di alterazione del rapporto sFlt1/PlGF, oltre a chiarire il meccanismo di azione del virus, offre una razionale per l’utilizzo precoce di farmaci anticoagulanti (come l’eparina) e di altri farmaci quali aspirina o sartanici, in grado di bloccare l’aumento di sFlt1. “Questi risultati richiederanno conferma tramite studi prospettici – conclude il professor Gambacorti-Passerini – ma la loro rapida diffusione potrà permettere un trattamento più razionale ed efficace di questa nuova malattia”. 

AGI – “Fu Charles Darwin a servirsi per la prima volta di quella metafora – l’albero della vita – per illustrare la storia dell’evoluzione” scrive su TuttoLibri de La Stampa David Quammen, l’autore del fortunatissimo “Spillover”, il libro su nuovi, strani virus e altri patogeni che emergono nelle specie animali e infettano gli esseri umani, che sulle colonne dell’inserto culturale del quotidiano torinese illustra i contenuti del suo nuovo libro dal titolo “L’albero intricato” nel quale svela i segreti del Dna umano. 

“Nell’albero di Darwin, e in tutti quelli venuti dopo per oltre cent’anni” scrive Quammen “i rami che rappresentano le diverse linee di creature si dipartono da un unico tronco, divergendo e dispiegandosi verso l’esterno man mano che crescono” ma lo scrittore afferma anche che “non potevo prevedere” che il successivo libro che avrebbe scritto avrebbe anche esaminato “le ragioni per le quali il suo albero della vita era sbagliato – o perlomeno, parzialmente sbagliato – e drasticamente incompleto”. Nel suo percorso, Quammen s’è imbattuto in studi e studiosi che “hanno cominciato a mettere in discussione l’albero della vita di Darwin”.

Nell’articolo, Quammen racconta l’incontro con Ford Doolittle, il massimo teorico di questi studi che dicono che i rami dell’albero della vita, “o perlomeno alcuni di essi, erano intrecciati, che si incrociavano tra loro tramite quello strano processo, il trasferimento genico orizzontale”, che null’altro è” spiga Quammen, che “uno spostamento laterale di materiale genetico da una linea di creature viventi in un’altra”.

Ovvero? Ovvero, spiega lo scrittore-scienziato, “il patrimonio ereditario viene trasmesso in linea verticale, dai genitori alla prole – è questa l’opinione canonica. Ma non sempre le opinioni canoniche sono corrette. Effettivamente, il patrimonio ereditario di solito viene trasmesso in linea verticale, ma non sempre. Uno spostamento laterale di geni può introdurre nei genomi nuove e significative opportunità – come nel caso del gene ‘sincitina-2′, che è entrato a far parte del genoma dei mammiferi attraverso un episodio di infezione virale, poi si è evoluto lentamente, è stato cooptato e ha cominciato a produrre una particolare membrana che si trova tra il feto e la placenta materna”. “Quel gene derivato da un virus, la sincitina-due – assicura Quammen – è oggi fondamentale per portare felicemente a termine la gravidanza negli esseri umani”.

Conclude Quammen, al quale, dice, questo nuovo libro è costato 5 anni della sua vita, che “adesso siamo in grado di vedere che alcuni di quei rami convergono, un ramo cresce lateralmente e si fonde con un altro. L’albero è intrecciato. Come recita il sottotitolo del mio libro, si tratta di una nuova e radicale storia della vita”. “È stata una sfida nuova per me, ma si è trattato di un gran bel viaggio”, conclude, augurandosi che lo sia anche per i lettori.

 

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