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L’Italia si conferma primo Paese in Europa per numero di morti legati all’antibiotico-resistenza: in tutto, su 33 mila decessi dei Paesi Ue, 10 mila vittime ogni anno per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, si registrano in Italia. In occasione della Settimana mondiale per l’uso consapevole degli antibiotici, dal 18 al 24 novembre, l’Istituto superiore di sanità (Iss) ha voluto ricordarlo, per incentivare la lotta a questo fenomeno.

Durante il 39° Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacologia (SIF), in corso da oggi fino a sabato, a Firenze, è stata dedicato più di un intervento al tema, in particolare “Antimicrobial Resistance: a Worldwide Emergency”. I batteri, con il passare del tempo, si sono “incattiviti”, sono cioè diventati più aggressivi e meno suscettibili agli antibiotici, perché le medicine prodotte per debellarli sono sempre meno efficaci.

Perché questa ribellione?

Semplice selezione naturale: “A forza di consumare e/o disperdere nell’ambiente antibiotici – spiega il farmacologo dell’Università di Trieste e Consigliere SIF Gianni Sava – i batteri hanno cominciato a sviluppare difese nei confronti di questo continuo bombardamento farmacologico”. I sopravvissuti, una volta acquisite nel proprio DNA le difese, le hanno, a loro volta, passate alle generazioni successive creando una generazione di super-batteri.

Ma perché tutta questa dispersione di antibiotici?

“In parte l’abbiamo spiegato: ne vengono consumati, e dunque prescritti, troppi, cioè anche quando non servono – continua Sava – inoltre, in parte ingeriamo, ogni giorno, antibiotici, a nostra insaputa con l’alimentazione”. Ma non solo. “Vengono dagli allevamenti intensivi, dove si ricorre, per l’appunto agli antibiotici, per contrastare le infezioni legate alla promiscuità degli animali. Questi farmaci vengono spesso somministrati anche a scopo preventivo, nonostante il bestiame non sia malato e nonostante esista una normativa che vieta l’abuso degli antibiotici negli allevamenti”.

Ed ecco quindi che altri antibiotici finiscono nella catena alimentare e poi nel nostro piatto. A fare due conti, in Italia, ben il 50% dell’utilizzazione globale degli antibiotici avviene nel settore veterinario, per allevare polli, tacchini e suini, e noi assumiamo quindi questi farmaci dalla carne.

Il nostro Paese si deve adeguare meglio al piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza, spiega Sava, così come l’aveva scritto nel 2017 il ministro della Salute: “L’Italia da questo punto di vista è stata meno efficiente rispetto alla maggior parte dei Paesi Ocse”.

La soluzione è nella ricerca

È necessario quindi escogitare nuove molecole, efficaci, e ci deve pensare la ricerca. “Attualmente abbiamo meno 100 farmaci in studio dedicati alle malattie infettive e ciò non ci conforta – ammette il professore –. Ma pensiamo alla biologia molecolare, che non segue la strada della farmaceutica classica e batte nuove vie: per esempio puntando a disinnescare il batterio con “proiettili” speciali chiamati anticorpi monoclonali”.

Intanto però bisogna imparare a utilizzare con criterio gli antibiotici che già esistono. È infatti facile che si ricorra al farmaco di testa propria, con dosaggi e tempistiche sommarie, quando si è influenzati, senza sapere che gli antibiotici non curano l’influenza: “Influenza e raffreddori sono causati dai virus e gli antibiotici non servono quindi a nulla. Inoltre attenzione a saltate il giorno e le dosi di trattamento, perché queste interruzioni spontanee o l’assunzione di quantità farmacologiche inadeguate, oltre a compromettere l’efficacia della cura, facilitano lo sviluppo di batteri duri a morire”.

Il ciclo di terapia va quindi seguito e completato, come da prescrizione. Sospendere il farmaco non appena si avverte un miglioramento è sbagliato: i batteri potrebbero non essere stati debellati del tutto, ma ridotti in numero da non causare sintomi (da cui il miglioramento percepito) per poi tornare a mordere con maggiore violenza, grazie alla tregua che gli abbiamo concesso.

Un’ultima cosa, infine: “Affidarsi ai test diagnostici rapidi come il tampone faringeo, capace di rivelare se è davvero necessario iniziare un trattamento e con quale tipo di antibiotico”. Mai scordare, inoltre, il lavaggio delle mani: è l'”antibiotico” più potente

Sono quasi mezzo milione gli italiani già colpiti dall’influenza stagionale, che ha avuto, come previsto, un esordio aggressivo: l’incidenza a questo punto della stagione, pari a 2,38 casi per mille, è infatti superiore a tutte le incidenze degli ultimi 15 anni, eccetto la stagione 2009-2010, quella dell’influenza A.

Secondo i dati dell’ultimo bollettino di sorveglianza InfluNet dell’Istituto Superiore di Sanità nell’ultima settimana sono stati messi ko da febbre e dolori articolari 143 mila italiani, portando il totale dall’inizio dell’epidemia a 482 mila malati. ​In tutte le Regioni italiane il livello di incidenza è sotto la soglia basale tranne in Piemonte, Lombardia e Abruzzo. ​

Nella fascia di età 0-4 anni l’incidenza è pari a 5,08 casi per mille assistiti, nella fascia di età 5-14 anni a 2,11 nella fascia 15-64 anni a 2,35 e tra gli individui di età pari o superiore a 65 anni a 1,36 casi per mille assistiti.

 “Il numero di casi di influenza, pur rimanendo a livelli base, è superiore a quello di tutte le stagioni precedenti, esclusa la stagione della pandemia 2009-2010”. Lo ha detto all’AGI Giovanni Maga, direttore del laboratorio di Virologia Molecolare presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Cnr di Pavia. “Non è al momento prevedibile se questo trend si manterrà, nel qual caso potremmo avere un’influenza più aggressiva rispetto alla stagione precedente, o se invece si normalizzerà su valori più usuali nelle prossime settimane”, dice l’esperto.

“Probabilmente si entrerà nella piena attività nelle prossime 2-3 settimane. È difficile prevedere – spiega Maga – quando ci sarà il picco epidemico, che potrebbe arrivare già nelle prime settimane di gennaio”.

Nella scorsa stagione il picco si è registrato tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. “Il consiglio è comunque quello di vaccinarsi, anche perché i primi dati proveniente dagli USA indicano una presenza importante di virus influenzali di tipo B, insieme ai classici A/H1N1 e A/H3N2”. 

“Tutti i ceppi attualmente circolanti – conclude Maga – sono comunque coperti dai vaccini, in particolare da quelli quadrivalenti. La raccomandazione alla vaccinazione è particolarmente importante per le persone sopra i 65 anni, i bambini (sopra i 6 mesi), le donne in gravidanza, gli operatori sanitari e dei servizi essenziali. Oltre naturalmente alle persone affette da patologie croniche cardiovascolari o polmonari, che possono essere aggravate, anche con esiti fatali, da un’infezione influenzale”.

Raggomitolarsi sotto uno spesso piumone nelle prossime notti di inverno potrebbe non essere così innocuo come molti pensano. Almeno non dopo che un gruppo di medici dell’Aberdeen Royal Infirmary, in Scozia, ha segnalato per la prima volta un caso di “polmonite da piumino”, un’infiammazione polmonare causata dall’inalazione di polvere dalle piume che imbottiscono coperte e cuscini. Gli esperti esortano i colleghi a rimanere in allerta nel caso in cui i pazienti si presentassero con un’inspiegabile difficoltà respiratoria. 

I medici, citati dal Guardian, ritengono che forma di polmonite da ipersensibilità dipenda da una risposta immunitaria. I sintomi includono sudorazione notturna, tosse secca e respiro corto: un’esposizione ripetuta può anche creare cicatrici irreversibili ai polmoni. “Agli operatori sanitari viene generalmente insegnato a chiedere ai pazienti con sintomi respiratori se hanno animali domestici a casa, come gli uccelli. Ma secondo la nostra esperienza, di solito non si estende all’esposizione alle piume di piumoni e cuscini”, scrivono i ricercatori. “Questa è un’omissione importante poiché l’uso della biancheria da letto non sintetica è comune”, aggiungono. 

Owen Dempsey, autore dello studio riportato dal BMJ Case Reports, ha specificato che non bisogna affatto buttare via piumone e cuscini, ma prendere nota di eventuali problemi respiratori quando si passa dalla biancheria da letto sintetica a una in piuma. Perché, se anche i medici hanno documentato solo un caso, molti altri potrebbero passare inosservati.

Il primo caso documentato riguarda un uomo di 43 anni, non fumatore, che è andato dal medico dopo aver trascorso ben 3 mesi con affanno, affaticamento e malessere. I sintomi erano dovuti a un’infezione del tratto respiratorio inferiore, ma dopo un breve miglioramento ha iniziato nuovamente a peggiorare. “Due mesi dopo l’insorgenza dei sintomi, non ero in grado di stare in piedi o camminare per più di qualche minuto alla volta senza sentirmi come se stessi per svenire”, racconta il paziente.

I risultati degli esami del sangue dell’uomo erano normali, così come l’esito della radiografia al torace. Tuttavia, continuava a essere senza fiato e il medico di famiglia gli ha raccomandato una visita specialistica. Così è arrivato a Dempsey che ha approfondito la situazione personale dell’uomo. Grazie a questo, ha appreso che il paziente era passato di recente dalla biancheria da letto sintetica a quella in piuma. Così gli è stato consigliato di abbandonare la biancheria da letto in piuma, controllare il camino, verificare la presenza di muffe e così via.

Test successivi hanno mostrato che l’uomo aveva anticorpi insolitamente alti nei confronti di particolari proteine degli uccelli, inclusi piccioni e pappagalli. Inoltre, ulteriori scansioni hanno mostrato segni nei polmoni che suggerivano una polmonite da ipersensibilità, mentre la sua funzione polmonare era significativamente compromessa. Ma entro un mese da quando ha tolto il piumone dal letto, ha mostrato segni chiari di miglioramento e, con un successivo ciclo di steroidi, si è ripreso completamente in 6 mesi. Da qui la diagnosi di “polmonite da piumino“.

Secondo i medici, è una condizione che rientra in un raro sottogruppo di “polmoniti da allevatore di uccelli”, causata dall’esposizione a piume ed escrementi. Altre forme di polmonite da ipersensibilità includono la “polmonite da contadino”, la “polmonite da cornamusa”, ecc., che riflettono la vasta gamma di attività che sono state collegate alla respirazione di sostanze che possono causare gravi infiammazioni polmonari. 

In Italia il cancro del pancreas è la quarta causa di morte per tumore: ogni anno si ammalano circa 13.500 persone, nel 2016 i decessi per questo tipo di tumore sono stati più di 12.000 e sappiamo che questo numero è destinato ad aumentare. Per oltre la metà dei pazienti la diagnosi avviene tardivamente, quando la malattia è in stadio metastatico, ecco perché, pur avendo un’incidenza relativamente bassa (rappresenta circa il 3% dei tumori maligni), l’impatto sui pazienti e le loro famiglie è devastante: la sopravvivenza a 5 anni è pari all’8%.1

“La ‘fatica di decidere’ è l’espressione che meglio cattura lo stato d’animo di chi si trova ad affrontare questo tipo di malattia, completamente impreparato, indipendentemente da grado di istruzione o status sociale – spiega Piero Rivizzigno, Presidente Associazione Codice Viola – Il nostro sforzo è quello di alzare l’attenzione su questa patologia che allo stato attuale può considerarsi una vera emergenza sanitaria che mette a rischio la vita dei pazienti, non solo perché ha la peggiore prognosi fra tutti i tumori solidi, ma anche perché ci sono purtroppo un numero limitato di protocolli di cura e centri ospedalieri non sufficientemente specializzati per una presa in carico efficace del paziente”.

La chemioterapia è, insieme alla chirurgia, la più importante arma a disposizione contro il tumore del pancreas. Due recenti studi indipendenti hanno dimostrato l’efficacia di una nuova associazione di quattro farmaci, PAXG (cisplatino, nab-paclitaxel, capecitabina, gemcitabina), che è stata approvata da AIFA a giugno 2019.

In uno studio randomizzato di fase II la quadruplice combinazione ha ottenuto un miglioramento significativo della sopravvivenza (sopravvivenza a 1 anno 62%, sopravvivenza a 2 anni 24%), rispetto allo schema a due farmaci AG (nab-paclitaxel e gemcitabina).

“La commissione Tecnico-Scientifica di AIFA ha autorizzato lo schema a inizio giugno 2019 e ci auguriamo che venga presto pubblicato in Gazzetta Ufficiale per poterlo utilizzare al più presto nella pratica clinica – spiega Michele Reni, Direttore del Programma Strategico di Coordinamento Clinico, Pancreas Center, IRCCS Ospedale S. Raffaele, Milano – Questo cocktail di farmaci ha infatti degli indubbi vantaggi clinici, richiede solo 2 accessi ospedalieri mensili anziché 3 e, rispetto allo schema attuale, ha anche un costo inferiore di circa il 15%. Non ultimo, lo schema é adatto anche per i pazienti con mutazione BRCA, consentendo di poter somministrare il platinante, ritenuto attualmente necessario per questi pazienti, senza rinunciare al nab-paclitaxel.”

“Oltre alle nuove opzioni terapeutiche che sono di fondamentale importanza per i pazienti è necessaria tuttavia una rivalutazione più strutturale dei modelli organizzativi e di cura per migliorare il livello di adeguatezza degli ospedali italiani, anche per quanto riguarda il trattamento chirurgico al quale è associata ancora una notevole incidenza delle recidive e della mortalità ad un anno.” – precisa Rivizzigno. La chirurgia per il tumore del pancreas può essere molto utile, ma anche molto dannosa, se l’ospedale non è adeguato.

Un nuovo studio ha evidenziato che ci sono 300 ospedali in Italia (il 77% delle strutture che eseguono resezioni pancreatiche) che realizzano in media solo 3 operazioni al pancreas all’anno, troppo poche considerando che si tratta di uno degli interventi piu’ complessi di tutta la chirurgia addominale. “Se l’ospedale non ha l’esperienza sufficiente, il paziente potrebbe non ricevere un trattamento adeguato” – commenta Gianpaolo Balzano, Responsabile dell’Unità Funzionale di Chirurgia Pancreatica, Pancreas Center, IRCCS Ospedale S. Raffaele, Milano e autore dello studio – Il rischio più grave è la mortalità operatoria: lo studio ha evidenziato che in quei 300 ospedali la mortalità per resezione pancreatica è superiore al 10%, quindi 3 volte più alta rispetto ai centri con maggiore esperienza, dove si attesta al 3.1%. In alcuni ospedali questo rischio può essere addirittura superiore al 20 o 25%. 4 C’è poi un altro rischio, meno evidente ma altrettanto grave per il paziente, cioè che non vengano prese le decisioni corrette, come per esempio operare un paziente che non dovrebbe essere operato, non arrivare alla diagnosi in tempi adeguati o non gestire adeguatamente la chemioterapia”.

“Le principali minacce per l’Italia sono le morti per inquinamento atmosferico, le ondate di calore e la riduzione del potenziale di resa delle colture“. Lo ha detto all’AGI Marina Romanello della University College London, una delle autrici del report pubblicato su The Lancet.

“Dagli anni ’60, il potenziale di resa delle colture per il mais si è ridotto del 10,2 per cento, quello per il grano invernale è diminuito del 5 per cento, il potenziale del grano primaverile si è ridotto del 6 per cento, quello della soia è diminuito del 7 per cento e il potenziale di resa del riso è diminuito del 5 per cento”, riferisce la scienziata, secondo la quale i numeri parlano chiaro.

 “L’Italia è esposta a livelli molto elevati di inquinamento atmosferico, che portano a circa 46.000 decessi prematuri a causa dell’esposizione al PM2,5. E’ il più alto tasso di mortalità d’Europa – riferisce Romanello – e l’undicesimo più alto del mondo e ha causato una perdita di 20,2 milioni di euro in Italia”.

Aggiunge la scienziata: “Inoltre, l’invecchiamento della popolazione italiana pone anche un rischio elevato di soffrire degli effetti negativi dell’esposizione a ondate di calore estreme, che colpiscono in particolare le persone di età superiore ai 65 anni. L’esposizione al calore ha portato anche a oltre 1,7 milioni di potenziali ore di lavoro globali perse nel 2017, il 67 per cento delle quali è andato perso nel settore agricolo”. 

Il motore di ricerca più usato al mondo punta ai dati sanitari per diventare anche il più usato in ambito sanitario. Una collaborazione tra Google e Ascension, una delle più grandi catene di ospedali degli Stati Uniti, sta raccogliendo e digitalizzando i dati sanitari di decine di milioni di pazienti in più di ventuno stati USA.

Il progetto si chiama “Nightingale” e il suo obiettivo sarebbe di raccogliere risultati di laboratorio, diagnosi e informazioni ospedaliere dei pazienti di oltre 2.600 strutture all’interno di un unico archivio, secondo documenti riservati citati dal Wall Street Journal. Il problema è che né i pazienti né il personale ospedaliero sarebbero stati informati del processo di archiviazione, che da questa estate ha subito una forte accelerazione. Le informazioni includono dati personali dei pazienti (nome, cognome, data di nascita) e sarebbero accessibili ad almeno 150 dipendenti di Google, secondo alcune fonti.

“At least 150 Google employees already have access to much of the data on tens of millions of patients, according to a person familiar with the matter and the documents.” https://t.co/T4DjaRU4Ov

— The Tor Project (@torproject)
November 11, 2019

La scoperta della collaborazione tra le due aziende ha sollevato pareri critici anche da parte dei dipendenti di Ascension, perplessi dal modo in cui i dati sono raccolti e condivisi, “sia dal punto di vista tecnologico che etico”, riporta il Journal. Tuttavia, l’intero procedimento sembra legittimo anche dagli esperti di privacy, in quanto conforme alla legge federale sulla portabilità dei dati sanitari del 1996, che consente agli istituti ospedalieri di condividere informazioni sanitarie con dei partner commerciali fintanto che queste sono utilizzate “esclusivamente per aiutare l’entità coinvolta a portare avanti le sue funzioni mediche”, come precisa Google in una nota stampa.

Le informazioni raccolte sono effettivamente utilizzate in parte per progettare nuovi software, caratterizzati da processi di machine learning e dall’impiego di intelligenze artificiali. Basate principalmente sull’impiego di grandi fonti di dati, queste tecnologie permettono di avanzare ipotesi diagnostiche basate su ricorrenti schemi statistici, migliorando così l’efficienza delle strutture sia dal punto di vista medico sia da quello economico.

“Migliorare definitivamente i risultati, riducendo i costi e salvando vite”: così il presidente dei servizi cloud di Google, Tarik Shaukat, aveva definito le iniziative dell’azienda Alphabet (proprietaria del motore di ricerca) nell’ambito sanitario. Ed è proprio sotto la sua divisione che attualmente si svolge l’operazione “Nightingale”. Ma oltre gli obiettivi di efficienza nell’ambito sanitario, il progetto solleva anche seri problemi dal punto di vista della riservatezza di informazioni così sensibili, che potrebbero essere utilizzate per scopi estranei a quello medico, per esempio profilando lo stato di salute di un utente anche per finalità commerciali.

Sebbene per ora non ci sia prova di ciò, anche le altre principali aziende tecnologiche hanno intrapreso la medesima strada: da Amazon ad Apple, gli investimenti nella capitalizzazione dei dati sanitari sono stati in costante crescita, proporzionalmente all’affinamento delle tecnologie di machine learning.

Un quadro nel quale Google ha la possibilità di avvantaggiarsi delle informazioni dei pazienti di Ascension, creando un “motore di ricerca omnicomprensivo per aggregare informazioni eterogenee di pazienti e strutture ricettive in un unico posto”, scrive il Journal, evidenziando l’interesse comune di Google e di Ascension. Eduardo Conrado, vice presidente esecutivo dell’azienda, ha commentato: “Con la continua e rapida evoluzione dell’ecosistema sanitario, anche noi dobbiamo evolverci per far meglio incontrare i bisogni e le aspettative di chi serviamo [i pazienti, ndr] così come quelle dei fornitori di prestazioni sanitarie”.

Ma a preoccupare ulteriormente sono anche i potenziali rischi che corrono i dati archiviati. In un contesto di crescente fragilità dei sistemi informatici, neanche Google ha dimostrato di essere immune dall’esposizione non autorizzata di informazioni personali. L’anno scorso l’azienda aveva scelto di non rivelare pubblicamente che, a causa di una vulnerabilità, i dati personali di migliaia di utenti del defunto social network Google Plus erano stati oggetto di una diffusione non autorizzata. L’episodio portò – o quantomeno contribuì – alla chiusura della stessa piattaforma. Mentre a settembre l’azienda aveva dovuto pagare una multa di 170 milioni di dollari per aver illecitamente acquisito informazioni di minorenni per finalità commerciali.  

Contattata da Agi, Google ha precisato che l’accordo sul trattamento di dati sanitari effettuato in collaborazione con la catena ospedaliera Ascension ne esclude l’utilizzo per finalità di marketing. Pur all’insaputa di pazienti e medici, l’acquisizione sembra essere consentita anche dalle leggi federali statunitensi, che permettono il trattamento e la condivisione di dati dei pazienti con il solo scopo di sviluppare miglioramenti utili all’offerta sanitaria.

Come chiarisce il presidente della divisione Cloud di Google, Tariq Shaukat, “Si tratta di una pratica standard nel settore sanitario, dal momento che i dati dei pazienti sono frequentemente utilizzati dai sistemi elettronici che infermieri e medici usano per fornire loro le cure. Per essere chiari: sotto questo accordo, i dati di Ascension non possono essere utilizzati per alcun altro scopo se non quello di fornire i servizi che offriamo sotto il medesimo accordo, e i dati dei pazienti non saranno combinati con alcun altro dato degli utenti di Google”. 

Riguardo la vulnerabilità di Google Plus, precedentemente riportata dal Wall Street Journal e richiamata da Agi, Google precisa che nomi, indirizzi email, occupazioni, età e genere degli utenti non sono stati diffusi, pur essendo stati esposti a causa di una vulnerabilità. Come già chiarito da Google in un precedente blogpost, non c’è alcuna prova dell’abuso di tali informazioni. 
 

La scuola è iniziata da pochi mesi ma già insegnanti e genitori registrano casi di bambini e adolescenti colpiti da emicrania con aura. Questa particolare forma della malattia presenta sintomi come disturbi della vista, formicolii, difficoltà motorie e di linguaggio. Colpisce oltre il 5% dei giovanissimi italiani e ne rende difficile la vita quotidiana, in particolare quella scolastica, limita l’apprendimento oltre ad essere responsabile di molte assenze.

“Il mal di testa non è solo un problema dell’adulto – afferma il prof. Cristiano Termine, docente di Neuropsichiatria Infantile dell’Università dell’Insubria – La patologia si manifesta con attacchi dolorosi, spesso bilaterali e più brevi. Nel periodo che va da settembre a giugno i nostri ambulatori e studi si affollano di piccoli pazienti che non riescono più a svolgere le normali mansioni scolastiche a causa del dolore. Spesso siamo costretti ad intervenire in ritardo perché i genitori si rivolgono allo specialista solo quando la patologia non permette piu’ di studiare con serenità. Invitiamo quindi tutti a non sottovalutare il disturbo e a rivolgersi tempestivamente ad un medico in caso di ripetuta comparsa dei sintomi”.

Per trovare un rimedio efficace e privo di effetti collaterali è stato condotto uno studio in cinque centri italiani (La Sapienza Sant’Andrea di Roma, Ospedale Gaslini di Genova, Ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna, Ospedale Businco di Cagliari e l’Ospedale Universitario di Sassari). È stato utilizzato per 16 settimane un prodotto naturale combinando tre diverse sostanze: due piante, la griffonia (o fagiolo africano), il partenio (una pianta molto diffusa in Italia) più magnesio, chiamato Aurastop.

“È una cura che ha una dimostrata sicurezza e soprattutto non presenta effetti collaterali rilevanti – aggiunge l’esperto -. Il trattamento con il prodotto ha dimostrato di ridurre del 50% il numero di episodi di mal di testa. Il nutraceutico deve essere assunto, per avere un effetto terapeutico, due volte al giorno. In particolare riscontriamo come i genitori siano più propensi e contenti di utilizzare un nutraceutico rispetto ad un farmaco tradizionale il quale va somministrato per molti mesi. Viene quindi considerato come una cura piu’ leggera e meno invasiva. Questo favorisce l’aderenza alla terapia che rappresenta un grande problema quando bisogna trattare il mal di testa. Spesso, infatti, questo disturbo non viene considerato come una vera e propria malattia”.

L’emicrania risulta in forte crescita in tutti i Paesi Occidentali e questo fenomeno interessa anche i giovanissimi. “I primi episodi si registrano sempre prima in quanto l’adolescenza e’ piu’ precoce rispetto al passato – conclude il prof. Termine – Diagnostichiamo emicrania con aura anche in bambini di 11 o 12 anni. Lo sviluppo precoce sta determinando un aumento dell’incidenza della malattia. Prima della puberta’ colpisce in egual misura sia i maschi che le femmine. Dopo la comparsa del menarca le più interessate sono invece le giovanissime. Per questo è importante avere a disposizione diverse opzioni terapeutiche. Prodotti sicuri e di origine alimentare come Aurastop rappresentano quindi un’interessante alternativa. Le sue grandi potenzialità devono essere approfondite con ulteriori studi clinici”.

Per le donne obese, ben più che per gli uomini, è questione di cervello. Soltanto nei soggetti di sesso femminile un elevato indice di massa corporea (Bmi) è associato a un aumento del metabolismo cerebrale nella corteccia orbito frontale (la parte anteriore dell’emisfero cerebrale, prevalentemente a destra) e a una connettività neurale particolare: nei circuiti cerebrali legati al controllo e alla decisione si riscontra una ridotta connettività, che invece risulta aumentata nei circuiti legati alla gratificazione e alla ricompensa.

È quanto emerge da uno studio, recentemente pubblicato su Aging, dai ricercatori dell’IRCCS Policlinico San Donato, dell’Universita’ Vita-Salute San Raffaele, dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e dell’Università degli Studi di Milano, che ha analizzato i correlati metabolici del cervello rispetto a diversi livelli di Bmi, in un gruppo di 222 soggetti anziani.

I risultati, ottenuti tramite Pet con fluoro deossi-glucosio, mostrano un legame, presente solo nei soggetti di sesso femminile, tra alto indice di massa corporea, alterato metabolismo cerebrale e connettività neurale, che indica un forte effetto di genere nel sovrappeso e nell’obesità in donne con età media di 74 anni. Oltre all’aumentato metabolismo della corteccia orbitofrontale (prevalentemente nell’emisfero anteriore destro), sono stati riscontrati aumenti di connettività nella corteccia frontopolare e nell’insula destra.

Mentre la prima è una regione chiave per la motivazione e il controllo delle funzioni complesse, come il comportamento orientato agli obiettivi, la seconda è associata ai processi di ricompensa legati al piacere di alimentarsi: si tratta di regioni del cervello coinvolte in maniera cruciale nella regolazione della cosiddetta “fame edonica”.

“Sappiamo già da tempo che l’obesità differisce nelle donne e negli uomini per diversi aspetti: la prevalenza dell’obesità è più elevata nelle donne (38,3 per cento) rispetto agli uomini (34,3 per cento), indipendentemente dall’età anagrafica e dall’etnia”, spiega Livio Luzi, responsabile dell’area di Endocrinologia e Malattie Metaboliche dellIRCCS Policlinico San Donato e professore ordinario di Endocrinologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano.

“Queste differenze di genere, rispecchiate anche nella composizione corporea, sono dovute a una molteplicità di fattori: ormonali, ambientali e anche dietetici, dato che sia i modelli alimentari sono diversi tra i sessi, sia il desiderio di cibo e la risposta cerebrale al tipo di gusto esperito. Anche se la spiegazione di queste diversità – continua – è ancora oggetto di studio, le ragioni più probabili sono da imputare anche agli effetti degli ormoni sessuali nella risposta del cervello al cibo.

I dati analizzati in questo lavoro fanno pensare che l’esposizione a stimoli alimentari appetibili veda i maschi più efficaci delle femmine nel limitare l’assunzione di cibo. Per le donne in sovrappeso sarebbe materialmente più difficile esercitare un controllo inibitorio della fame e del comportamento alimentare”.

I dati dello studio dovranno essere confermati in una popolazione di donne obese giovani. “Tuttavia la differenza di genere dimostrata qui nell’associazione tra BMI e metabolismo cerebrale – dice Luzi – ci porta a diverse considerazioni per la pratica medica e la politica sanitaria: considerando che i meccanismi neurofisiologici attraverso i quali riceviamo gratificazione dal cibo sono diversi, la cura e la prevenzione dell’obesità dovranno in futuro essere modulate in maniera conforme a queste differenze, per offrire a ciascuno una soluzione più appropriata ed efficace per il controllo dell’alimentazione”.

Gli scienziati annunciano di aver scoperto un nuovo ceppo dell’Hiv, il virus che provoca l’Aids, come non avveniva da 19 anni. Lo studio, pubblicano sul Journal of Acquired Immune Deficiency Syndrome, rivela come questo ceppo sia della famiglia M, la stessa che ha provocato la pandemia. Si tratta del primo nuovo ceppo identificato da quando nel 2000 sono state fissate le linee guida per la classificazione dei sottotipi.

È il decimo ceppo del gruppo M. “Questa scoperta ci ricorda come per porre fine alla pandemia si debba considerare questo virus in continua trasformazione ed utilizzare le più avanzate tecnologie e risorse per monitorare la sua evoluzione”, ha detto in una nota una delle autrici della ricerca, Carole McArthur, dell’università del Missouri, a Kansas City.

Anthony Fauci, direttore dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive, ha assicurato che gli attuali trattamenti per l’Hiv sono efficaci contro questo ceppo. “Non c’è motivo di farsi prendere dal panico o addirittura preoccuparsene”, ha affermato Fauci. “Non molte persone ne sono infette. Questo è un valore anomalo”.

Secondo l’Abbott Laboratories, che ha condotto la ricerca insieme all’Università del Missouri, sono solo tre le persone contagiate da questo nuovo ceppo. La versione del gruppo M del virus dell’Hiv è responsabile del 90% dei 37,9 milioni di contagi attuali, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità. Unaids stima che nel 2016 circa 1,8 milioni di persone sono state infettate. Affinché gli scienziati possano stabilire che si tratta di un nuovo sottotipo, tre casi devono essere rilevati in modo indipendente.

I primi due casi di questo nuovo ceppo sono stati trovati nella Repubblica Democratica del Congo nel 1983 e nel 1990. Il terzo campione, riscontrato sempre in Congo, è stato raccolto nel 2001 come parte di uno studio volto a prevenire la trasmissione del virus da madre a figlio.

Giovannino è un bimbo di 4 mesi affetto da una malattia genetica rara e incurabile, la “Ittiosi Arlecchino”, che colpisce una persona su un milione e trasforma la pelle del neonato, squamosa e simile a quella dei pesci, in una sorta di corteccia dura, che si spacca al minimo movimento e che necessita di continue cure. Quando il piccolo è nato i genitori hanno deciso di non occuparsene, lasciandolo all’ospedale Sant’Anna di Torino che da allora è diventata la sua casa. Solitamente i neonati colpiti dalla malattia muoiono nelle prime settimane, ma Giovannino continua a lottare nel reparto di terapia intensiva diretto da Daniele Farina.

“È un bimbo sveglio che sorride e ama essere portato in giro – spiega il medico -. Nelle ultime ore sono giunte molte telefonate di famiglie disposte ad adottarlo, ma occorre essere consapevoli che il piccolo necessita di molte cure, la pelle si spacca facilmente e deve essere trattata almeno tre volte al giorno con olio e crema idratante. Il rischio di contrarre infezioni è molto alto”.

Bambini con la Ittiosi Arlecchino in Italia ne nascono uno ogni due anni e mezzo e l’ultimo caso al Sant’Anna risale a oltre trent’anni fa. “Stiamo girando le tante richiesta di adozione alla Casa dell’affido del Comune che farà le proprie valutazioni – conclude Farina – di certo si è attivata una catena di solidarietà che ha sorpreso tutti”.

Cos’è l’ittiosi Arlecchino

L’ittiosi arlecchino è una malattia genetica rara che affligge all’incirca un neonato su un milione. Viene chiamata così a causa delle placche di tipo squamoso e secco e di forma quadrangolare che si formano sulla pelle del neonato: la cute si ispessisce e si irrigidisce, la naturale elasticità cutanea viene persa per cui la pelle va a formare una specie di corazza che puo’ arrivare a gradi di rigidità tali da impedire qualsiasi movimento. Colpisce in genere tutto il corpo per la sua intera superficie.

Questo significa che a essere coinvolte possono essere anche le labbra e le palpebre, ad esempio, che si rovesciano verso l’esterno, o anche le orecchie. In genere, i neonati con ittiosi arlecchino non sopravvivono che pochi giorni per le difficoltà respiratorie, infezioni batteriche e difficoltà di nutrizione. In seguito all’affinamento di cure intensive neonatali adeguate, si è ottenuta la sopravvivenza di alcuni pazienti i quali manifestano successivamente sintomi dermatologici simili a quelli delle persone affette da forme severe di Eritrodermia Ittiosiforme Congenita non bollosa (CIE), cioè pelle arrossata e desquamante ma senza vesciche.

Contro questa malattia non c’è cura. Somministrare sistemicamente retinoidi durante la fase più acuta (l’immediato post-partum) consente, pur senza aver debellato la patologia, di averne una sintomatologia più blanda. La causa genetica è una alterazione del gene ABCA 12 del cromosoma 2. Questo gene, oltretutto, è coinvolto anche nella ittiosi lamellare, forma assai meno grave di quella arlecchino. La scoperta della causa genetica consente nell’immediato di fare diagnosi sul Dna fetale, tipicamente nel secondo trimestre di gravidanza.  

La proposta del Cottolengo di Torino

La Piccola Casa della Divina Provvidenza, conosciuta come Cottolengo, si è resa disponibile ad accogliere Giovannino. Don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo, ha scritto una lettera indirizzata direttamente al bimbo: “Quando questa mattina abbiamo letto la tua storia, così breve ma già così importante, ci è venuto subito, nel cuore il desiderio di accoglierti tra noi”.

E ancora: “Sai, don Giuseppe Cottolengo ha voluto una casa proprio per quanti fanno fatica a trovarne una perché la loro situazione di vita o di salute era particolarmente difficile”, prosegue la lettera. “E così vogliamo continuare a fare anche noi. Sai, alcuni pensano ancora a casa nostra come un luogo dove abita gente che e’ bene non mostrare in giro, o che è segregata chissà in che modo”, scrive don Carmine al piccolo.

“In realtà, sempre di più la Piccola Casa che, se sarà necessario, è disposta ad essere la tua casa, sta modulando risposte diverse a domande diverse. C’è chi ha bisogno di una struttura sanitaria, chi ha bisogno di una casa di cura o di assistenza perché non autosufficiente, chi di una scuola, chi di una casa famiglia, chi di una comunità di accoglienza”.

“Anche per te, caro Giovannino, vorremmo pensare un’accoglienza degna del valore infinito della tua esistenza”, conclude il padre generale del Cottolengo, “con tutto ciò che sarà necessario e nelle modalità che richiede una situazione così particolare come la tua: insomma una casa con persone che ti vogliono bene e si prendono cura di te fino a quando sarà necessario. Se poi ci sarà una famiglia, con un papà e una mamma che vorranno essere tuoi genitori, saremo contenti di affidarti a loro”.

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