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C’è un improvviso e repentino contrordine sugli effetti della cannnabis cosiddetta “commestibile”. O anche light, leggera. O, ancor meglio, legale, o per uso terapeutico. Quella con la concentrazione dei principi attivi di THC ridotta e assai temperata. Perché, “a parità di concentrazione dei principi attivi – THC e CBD – fa male almeno quanto quella che si fuma e forse anche di più”. Lo rileva, e al tempo stesso lo rivela, uno studio appena pubblicato su Annals of Internal Medicine, studio che dimostrerebbe che in Colorado, dove la cannabis è legale, “ci sono stati più casi di intossicazione acuta, più disturbi psichiatrici e più problemi cardiovascolari in chi faceva uso di prodotti commestibili rispetto a chi fumava cannabis”, come si può leggere nell’edizione del Corriere della Sera del 15 aprile.

Ormai anche in Italia sono sempre più frequenti i negozi dove chiunque può liberamente acquistare “cioccolato, biscotti, dolcetti, gomma da masticare, birra e ogni genere di prodotto a base di cannabis”. Una recente indagine , per esempio, ne ha censiti nel corso del 2018 ben 713, in crescita del 75% rispetto all’anno precedente.

Un business in crescita, come osservava lo scorso 11 febbraio un’edizione dedicata (“Cannabis, corsa all’oro verde”) di Affari&Finanza, il supplemento economico e finanziario de la Repubblica del lunedì. “Basti pensare  – si legge – che i numeri dell’ultimo rapporto Arcview Market Research e Bds Analytics spiegano che “nel 2018 la spesa globale di cannabis legale ha superato i 12 miliardi di dollari mentre nel 2017 era stata di 9,5 miliardi e nel 2022 potrebbe toccare i 31 miliardi di dollari, una crescita media del 27%”.

Insomma, nel giro di poco tempo decine di Paesi hanno deciso di legalizzare la cannabis terapeutica, che contiene dosi limitate di THC e cannabidiolo, e così la grande corsa all’oro verde è potuta cominciare.

Secondo il Corriere, il business è tuttavia “sostenuto anche dall’idea, abbastanza diffusa, che i prodotti commestibili a base di cannabis facciano meno danni che non fumarla o aspirarne i vapori”. Ma è davvero così? Il punto è che tutto “dipende dal fatto che se uno la fuma o ne aspira i vapori comincia ad avvertirne gli effetti in un paio di minuti, e sopra una certa soglia – che varia molto da un individuo all’altro – c’è un campanello d’allarme (disturbi gastrointestinali, nausea e vomito) e si smette”. “Dimmi che cannabis usi e ti dirò che rischi corri”, avvertiva con questo titolo un articolo di la Repubblica già il 15 febbraio di un anno fa.

Mentre la cannabis presa per bocca – si legge ancora sul quotidiano di via Solferino – si assorbe invece lentamente ed entrano in gioco diversi fattori, se lo stomaco è pieno o no, ad esempio, e in cosa è sciolta (con il cioccolato l’assorbimento è più rapido che con la gomma da masticare).

Quel che non funziona, però, è che chi cerca la cannabis lo fa per sentirsi rilassato, spensierato e un po’ più ‘social’, con biscotti e cioccolato “all’inizio non prova niente, pensa di non averne assunta e ne cerca dell’altra”. Ma “nel frattempo la sostanza si accumula e quando si avvertono i primi disturbi potrebbero già essere quelli di un’intossicazione”.

Secondo l’articolo, di questo fenomeno se ne sono accorti per primi al pronto soccorso di uno degli ospedali dell’Università del Colorado: “I medici hanno notato qualcosa che a prima vista pareva molto strano, quasi paradossale: quei ragazzi (ma anche gli adulti) che arrivavano dopo aver assunto cannabis per bocca sembravano stare peggio di chi la marijuana l’aveva fumata o inalata. A dirla tutta, rispetto a chi la fumava, quelli che avevano mangiato biscotti o dolcetti alla cannabis erano una piccola minoranza – uno su dieci – ma sembrava che i disturbi più gravi si concentrassero proprio su di loro. A questo punto i medici hanno deciso di analizzare 10.000 pazienti arrivati al pronto soccorso per abuso di alcol e cannabis. Le analisi hanno dimostrato che in 3.000 di loro i disturbi erano riconducibili solo e soltanto alla cannabis”.

Non solo: gli unici morti di cannabis – perlomeno in Colorado – “si sono registrati fra coloro che l’avevano presa per bocca”. “Si tratta di casi rari d’accordo – precisa il Corriere – ma qualche volta si trattava di morti violente dovute al fatto che chi abusa di questi prodotti può avere sindromi psichiatriche acute, imprevedibili e difficili da controllare”, conclude l’articolo.

Il punto vero di tutta questa faccenda, è che sappiamo ben poco di cosa ci sia davvero in questi prodotti. Lo sapevate per esempio che il THC non è distribuito allo stesso modo in un biscotto o in un pasticcino? Può perciò capitare “di assumere tutta quella che c’è con un morso solo (è soltanto una curiosità, ma la dice lunga su quanta poca uniformità ci sia in queste preparazioni)”.

Esistono due singole molecole che svolgono una funzione chiave nel regolare il modo con cui il metabolismo dell’organismo umano si adatta agli stimoli che riceve dall’ambiente. A scoprirle è stata Simona Pedrotti, del gruppo di ricerca guidato da Davide Gabellini all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano che ha pubblicato sulla rivista su Science Advances i risultati delle sue ricerche. 

Si tratta di un lavoro che ha molta importanza nella comprensione dei processi legati al metabolismo e dunque, anche alle cosiddette malattie metaboliche e all’obesità. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre 600 milioni di persone al mondo soffrono di obesità – una vera e propria pandemia globale – e hanno per questo un maggiore rischio di sviluppare patologie come il diabete, l’ipertensione o il cancro. 

La genetica spiega solo una frazione dei casi: la malattia è infatti per lo più dovuta a stili di vita poco sani, come la sedentarietà o una dieta ipercalorica; è ancora poco chiaro tuttavia come questi stili di vita influenzino cellule e tessuti a livello molecolare, dando origine alla condizione patologica. 

I ricercatori hanno dimostrato in laboratorio che spegnendo l’attività di questi enzimi nelle cellule di grasso dei topi si osserva un maggiore consumo di energia, una migliore tolleranza al glucosio e la riduzione del tessuto adiposo. I due enzimi hanno in particolare il ruolo di frenare il metabolismo di questo tessuto e lo fanno in risposta a cambi della temperatura o della dieta. 

Nei modelli sperimentali in cui questi enzimi vengono silenziati, o bloccati attraverso l’uso di farmaci, i ricercatori hanno infatti osservato un aumento della respirazione mitocondriale – il consumo di energia – una migliore tolleranza agli zuccheri e una riduzione del tessuto adiposo bianco.

“Le cellule di grasso bruno in cui questi enzimi vengono silenziati non solo si attivano per dare il loro contributo al consumo di energia dissipando calore attraverso la respirazione dei mitocondri”, spiega Simona Pedrotti. “Ma rilasciano una serie di ormoni con cui mettono in moto tutto l’organismo. Tra le altre cose spingono alcune cellule di grasso bianco a comportarsi come cellule di grasso bruno, amplificando così il consumo di energia”. 

I risultati, seppur ancora preliminari e ottenuti su modelli animali, suggeriscono che questi enzimi potrebbero costituire in futuro dei target terapeutici per l’obesità, capaci – se opportunamente disattivati – di favorire l’accelerazione del metabolismo. 

“È importante però ricordare che si tratta di enzimi che svolgono funzioni diverse, e spesso fondamentali, in tessuti diversi. Esistono già dei composti in grado di interferire con la loro attività, ma per evitare gravi effetti secondari bisogna trovare il modo di veicolare questi composti in modo mirato ai tessuti che ci interessano, come il grasso bruno, risparmiando gli altri”, ha concluso Davide Gabellini.

Stimolare una posizione precisa del centro di memoria del cervello con impulsi elettromagnetici migliora la memoria degli anziani. Sono questi gli importanti risultati riportati nel corso di una sperimentazione effettuata dai ricercatori della Northwestern Medicine che sono stati pubblicati sulla rivista Neurology.

“La memoria delle persone anziane è migliorata al punto da non poter più distinguere tra i loro livelli e quelli di un gruppo di giovani. Sono migliorati sostanzialmente”, ha detto Joel Voss, professore associato alla Northwestern University Feinberg School of Medicine che ha guidato le ricerche.

Si tratta di un nuovo studio che mostra la potenziale efficacia della stimolazione magnetica transcranica (TMS) che in questo caso è stata usata per attivare una reazione da parte dell’ippocampo, la regione del cervello che si atrofizza quando le persone invecchiano, provocando una perdita della memoria.

L’ippocampo “è la parte del cervello che collega due cose non correlate insieme in un ricordo, come il posto in cui hai lasciato le tue chiavi o il nome del tuo nuovo vicino”, ha spiegato Voss. La stimolazione è intervenuta indirettamente proprio su questa area del cervello. Al termine i risultati sono sembrati molto incoraggianti, e ora il gruppo di ricerca punta a condurre nuovi esperimenti su pazienti con lieve deficit cognitivo, nella fase iniziale della malattia di Alzheimer. 

Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo per la fine della stagione influenzale che migliaia di italiani si ritrovano di nuovo ko. Sono all’incirca 200 mila i connazionali a letto con febbre, mal di gola, raffreddore, diarrea, vomito.

“Perché se anche quest’ultima stagione influenzale si sta chiudendo, i virus non scompaiono”, dice all’AGI Giovanni Maga direttore del laboratorio di Virologia Molecolare presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Cnr di Pavia. “Durante tutto l’anno circolano costantemente molti altri patogeni virali, che normalmente danno infezioni caratterizzate da una intensità e gravità minori di quelli influenzali, ma pur sempre responsabili di sintomi molto fastidiosi e, in presenza di altre patologie, anche potenzialmente pericolosi”, spiega l’esperto.

“Si tratta soprattutto di virus che colpiscono il tratto gastro-intestinale, come i rotavirus e i norovirus, e i più a rischio sono i bambini”, sottolinea Maga, secondo il quale questi patogeni sarebbero i principali responsabili di epidemie negli ambienti scolastici. “Danno febbre, nausea, vomito e possono causare gastroenteriti acute. Ma sono presenti anche virus – spiega l’esperto – che interessano il tratto respiratorio, come l’adenovirus e i coronavirus; e il cosiddetto virus respiratorio sinciziale, che causa starnuti, mal di gola, tosse e mal di testa. Ma possono portare a complicanze come bronchiti e polmoniti”.

Allerta dell’Agenzia del Farmaco su alcuni antibiotici di uso comune, quelli contenenti fluorochinoloni (ciprofloxacina – levofloxacina – moxifloxacina – pefloxacina – prulifloxacina – rufloxacina – norfloxacina – lomefloxacina) e chinoloni.

 “Sono state segnalate con gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici – scrive l’Aifa in una comunicazione ai medici – reazioni avverse invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti, principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso. Di conseguenza, sono stati rivalutati i benefici ed i rischi di tutti gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici e le loro indicazioni nei paesi dell’UE. I medicinali contenenti cinoxacina, flumechina, acido nalidixico e acido pipemidico verranno ritirati dal commercio”.

L’agenzia raccomanda di non prescrivere questi medicinali “per il trattamento di infezioni non gravi o autolimitanti (quali faringite, tonsillite e bronchite acuta); per la prevenzione della diarrea del viaggiatore o delle infezioni ricorrenti delle vie urinarie inferiori; per infezioni non batteriche, per esempio la prostatite non batterica (cronica); per le infezioni da lievi a moderate (incluse la cistite non complicata, l’esacerbazione acuta della bronchite cronica e della broncopneumopatia cronica ostruttiva – BPCO, la rinosinusite batterica acuta e l’otite media acuta), a meno che altri antibiotici comunemente raccomandati per queste infezioni siano ritenuti inappropriati; ai pazienti che in passato abbiano manifestato reazioni avverse gravi ad un antibiotico chinolonico o fluorochinolonico”.

Si chiede inoltre di prescrivere questi medicinali “con particolare prudenza agli anziani, ai pazienti con compromissione renale, ai pazienti sottoposti a trapianto d’organo solido ed a quelli trattati contemporaneamente con corticosteroidi, poiché il rischio di tendinite e rottura di tendine indotte dai fluorochinoloni può essere maggiore in questi pazienti. Dev’essere evitato l’uso concomitante di corticosteroidi con fluorochinoloni”.

Inoltre i pazienti vanno informati “d’interrompere il trattamento ai primi segni di reazione avversa grave quale tendinite e rottura del tendine, dolore muscolare, debolezza muscolare, dolore articolare, gonfiore articolare, neuropatia periferica ed effetti a carico del sistema nervoso centrale, e di consultare il proprio medico per ulteriori consigli”.

Per 99 anni ha vissuto con gli organi invertiti ma non se ne è mai accorta. A scoprirlo sono stati, per caso, gli studenti di anatomia della Oregon Health and Science University di Portland.

Rose Marie Bentley era una delle pochissime persone che nascono con il “situs inversus“, una condizione congenita in cui gli organi si formano in posizione speculare rispetto alla normalità, come davanti a uno specchio. Prima di andarsene, Rose, morta quasi centenaria per cause naturali, aveva deciso di donare il suo corpo all’università per aiutare la ricerca. Lo stesso aveva fatto il marito.

Una fortuna per il gruppo di futuri dottori, che hanno potuto esaminare di persona l’anatomia di una persona così rara da trovare. “Credo – ha detto alla Cnn il professor Cameron Walker, docente di anatomia all’ateneo di Portland – che le probabilità di trovare un’altra persona come Rose Marie siano una su 50 milioni. Non penso che nessuno di noi dimenticherà quello che ha visto”.

L’arteria di destra del cuore era, in realtà, a sinistra. Lo stomaco, invece che a sinistra, era a destra, mentre il fegato risultava a sinistra. Questo “ribaltamento” degli organi colpisce un bambino ogni ventiduemila: solo tra il 5 e il 13 per cento supera i 5 anni di vita. Finora erano state due le persone che avevano vissuto più a lungo: un ragazzo di 13 anni e un uomo di 73. La vita della signora Bentley è sempre corsa parallela alla scienza. “Mia madre – ha raccontato la maggiore delle figlie, Patti Helig, 78 anni – sarebbe voluta diventare un’infermiera, ma non ne ha mai avuto la possibilità. Lo ha fatto solo come ausiliaria volontaria durante la seconda guerra mondiale. Era una sopravvissuta al vaiolo, tutte le volte che qualcuno la cercava per farsi raccontare la sua storia, era emozionata”.

Il fatto di avere gli organi in posizione opposta non ha mai rappresentato un problema né le ha causato fastidi. Solo al momento di essere operata di appendicite, il chirurgo lasciò una nota per dire che l’appendice non era dove si aspettava di trovarla. Ma la cosa non ebbe seguito. 

Dopo aver guadagnato più di quattro miliardi di dollari dalla vendita di un farmaco a base di oppioidi, che generava dipendenza, avrebbero scoperto un nuovo filone per gli affari: vendere i farmaci per curare la dipendenza. Sarebbe questo il piano messo in piedi dalla famiglia Sackler, proprietaria da generazioni della Purdue Pharma, l’industria farmaceutica che ha costruito le sue fortune recenti dalla vendita dell’OxyContin, un analgesico più potente della morfina, che provoca dipendenza.

E’ quanto emerge, secondo il New York Times, dall’inchiesta che la Procura dello Stato di New York ha aperto per fare luce sul giro di società, tra cui alcune off-shore, in cui i ricavi della famiglia, circa 13 miliardi di dollari, sono finiti in questi anni. I Sackler sono una storica famiglia di Brooklyn, formata da medici, studiosi e filantropi: tra i beneficiari delle loro ricche donazioni, il MoMa di New York, al punto che un’ala del museo d’arte contemporanea porta il nome della famiglia.

Ma nel campo degli affari i Sackler hanno mostrato un altro volto: come risulterebbe da alcuni documenti in mano alla procura, riuniti sotto il nome di “Tango Project“, l’azienda era consapevole di fare affari sfruttando la dipendenza che i loro stessi farmaci inducono nei pazienti: “Trattamento del dolore e dipendenza sono naturalmente legati”, si legge nel documento. Lo schema prevedeva la diffusione del farmaco per lenire i dolori e poi, generando dipendenza del paziente, immettere sul mercato un altro farmaco per lenire la dipendenza.

Nel mirino ogni tipo di paziente, dalla “donna di cinquant’anni con dolori cronici alla schiena – si legge in un documento interno – all’atleta di diciotto anni reduce da infortunio, dal più ricco al più povero”. Gli avvocati della famiglia hanno negato qualsiasi intento da parte dei Sackler di voler monetizzare gli effetti collaterali dei farmaci, contestando l’ipotesi di aver volutamente favorito il fenomeno della dipendenza per accrescere gli affari.

Da quando l’OxyContin è uscito sul mercato, più di 200 mila americani sono morti per overdose legata alla prescrizione di oppioidi, un dato inquietante che – secondo quanto racconta il New York Times – poteva rivelarsi cattiva pubblicità per il prodotto. La strategia sarebbe stata quella di dare la colpa ai pazienti. “Dobbiamo martellare in ogni maniera chi ne fa abuso – avrebbe affermato Richard Sackler, rivolgendosi ai suoi dipendenti – loro sono i colpevoli e il problema. Sono criminali imprudenti”. 

La notte tra il 1 e il 2 aprile una luce blu ha illuminato i monumenti più famosi d’Italia per accendere simbolicamente i riflettori sull’autismo.

Si celebra oggi la 12iesima Giornata mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, un disturbo complesso e multifattoriale, identificato per la prima volta nel 1943 dallo psichiatra austriaco Leo Kanner.

Secondo l’Osservatorio nazionale che fa capo all’Istituto superiore di sanità l’autismo colpisce in Italia un bambino ogni 77, i maschi 3 o 4 volte più che le femmine.

I numeri sono in aumento ma più che per un aumento dei casi, per un aumento delle diagnosi, dovuto a una maggiore consapevolezza e sensibilizzazione sul disturbo.

Da cosa dipende? È collegato ai vaccini? Si guarisce? Ecco cos’è e cosa non è l’autismo.

Cos’è?

Il termine “autismo” – si legge sul sito dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù – indica un insieme di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA o, in inglese, ASD, Autistic Spectrum Disorders), che comprendono tutta una serie di disturbi del neuro sviluppo, determinati da un’alterata organizzazione del cervello, il cui esordio avviene nei primi tre anni di vita.

Come si manifesta?

Secondo quanto riporta il sito “Portale autismo”, i bambini con autismo hanno difficoltà a comunicare, a comprendere il pensiero altrui ed hanno una difficoltà ad esprimersi con parole o attraverso la gestualità e i movimenti facciali.

Oltre a soffrire di una ipersensibilizzazione nei confronti di rumori e suoni, i bambini autistici possono essere soggetti a movimenti del corpo ripetitivi e stereotipati, come dondolio, auto stimolazione o battito di mani.

Inoltre, possono avere risposte insolite alle persone, attaccamenti agli oggetti, resistenza al cambiamento nella loro routine, o comportamento aggressivo o autolesionista.

A volte possono sembrare non notare persone, oggetti o attività nell’ambiente circostante. Alcuni bambini con autismo possono anche sviluppare crisi epilettiche. In alcuni casi, questi attacchi possono essere assenti inizialmente per verificarsi in adolescenza.

Da cosa è causato?

I bambini autistici “nascono con questo disturbo e i genitori non ne hanno alcuna responsabilità”, spiega ancora l’ospedale pediatrico.

Si tratta di una malattia a genesi multifattoriale che può essere associata a condizioni cliniche molto diverse, tra cui:
– epilessia;
– alterazioni a carico del Sistema Nervoso Centrale (malformazioni, sclerosi tuberosa, encefaliti, etc.);
– fattori genetici (sindrome dell’X-fragile, anomalie del cromosoma 22 etc.);
– patologie metaboliche (fenilchetonuria).

Come si diagnostica?

Gli accertamenti prevedono esami di laboratorio e strumentali che identifichino le possibili cause biologiche dei disturbi dello spettro autistico:

– esame neurologico

– visita genetica (cariotipo e analisi molecolare X-Fragile, etc)

– visita audiologica con esame della funzione uditiva

– EEG di veglia e sonno

– screening metabolico

– RMN encefalo

– Ulteriori accertamenti di laboratorio e strumentali in relazione alla specifica condizione clinica.

Cosa c’entrano i vaccini?

Nulla. Tra i più comuni falsi miti c’è quello che i vaccini, e in particolare il vaccino combinato contro morbillo-parotite-rosolia, possano causare l’autismo.

Tutto inizia nel 1998 quando un medico inglese, il dottor Andrew Wakefield, pubblica un articolo sulla rivista scientifica Lancet teorizzando un legame tra il vaccino trivalente e l’insorgenza di malattie intestinali e autismo.

I dati pubblicati da Wakefield hanno avuto grande risonanza nel pubblico, il che ha causato una consistente riduzione della vaccinazione per morbillo parotite e rosolia nel Regno Unito e in Europa, aprendo conseguentemente le porte a nuove epidemie.

Di fatto:

• Un grande numero di studi, tutti condotti in maniera rigorosa, ha confutato senza eccezioni i risultati del primo lavoro di Wakefield smentendo l’associazione tra vaccini e autismo.

• Nel 2004 è stato dimostrato un importante conflitto di interessi: Wakefield aveva ricevuto dei finanziamenti da persone che si occupavano di cause giudiziarie per danni da vaccino.

• Successivamente, a seguito della verifica di queste accuse, Wakefield è stato radiato dall’albo dei medici e l’articolo è stato ritirato dalla rivista.

• È stato ripetutamente dimostrato che l’autismo è una malattia multifattoriale che insorge già durante la vita intrauterina: i vaccini – ripetiamo – non c’entrano proprio nulla.

È vero che il latte causa l’autismo?

Sulla genesi dell’autismo da tempo sono state formulate numerose ipotesi secondo le quali la causa della patologia risiederebbe nell’assunzione di specifiche sostanze alimentari che influirebbero sul normale sviluppo neurologico del bambino.

In particolare, alcuni autori sostengono che allo sviluppo dell’autismo contribuisca l’esposizione a metalli tossici, come ad esempio il mercurio o il piombo, introdotti nell’organismo attraverso il cibo.

Secondo altri, i danni cerebrali associati al disturbo sarebbero causati da un aumento della permeabilità dell’intestino e da un conseguente malassorbimento di alcune proteine, come la gliadina (componente del glutine) e la caseina.

“Sebbene suggestive, tali ipotesi sono prive di fondamento”, spiega Stefano Vicari, responsabile di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. “Oggi non esistono evidenze scientifiche della correlazione tra l’assorbimento del glutine e della caseina e la sintomatologia autistica, né dell’efficacia delle diete di privazione come trattamento dei sintomi o delle problematiche comportamentali”.

“Nonostante ciò, e malgrado le indicazioni contenute nelle Linee Guida per il trattamento dell’autismo, alcuni settori della medicina alternativa propongono diete “speciali” che rischiano di sostituirsi ai percorsi terapeutici realmente efficaci”.

“È  importante che i genitori siano dettagliatamente informati dell’infondatezza di questi interventi, dei loro potenziali danni per la salute – come le carenze nutrizionali – e dei costi elevati dei cibi speciali e dei controlli specialistici”.  

Quali terapie sono più adatte?

La scelta della terapia va formulata in base alle esigenze e alle difficoltà del bambino e dovrebbe essere avviata precocemente per avere maggiori chance di successo. 

Nel 2011 l’Istituto Superiore di Sanità ha elaborato la Linea Guida per il Trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti.

I trattamenti più efficaci sono:
– Programmi psicologici e comportamentali strutturati (Applied Behavioral Analysis – ABA, Early Intensive Behavioural Intervention – EIBI, Early Start Denver Model –ESDM) mirati a modificare i comportamenti del bambino per favorire un miglior adattamento alla vita quotidiana.
– Interventi mediati dai genitori: i genitori sono guidati dai professionisti per apprendere e applicare nella quotidianità le modalità di comunicazione più adatte per favorire lo sviluppo e le capacità comunicative del figlio.

Cosa fa la scuola?

Gli insegnanti hanno un ruolo di primo piano nel processo di inclusione dei bambini autistici nella società, ma la scuola italiana è ancora troppo impreparata nel fronteggiare il problema.

La carenza di insegnanti specializzati all’interno della scuola è confermata anche dai dati.

Secondo l’Istat nell’anno scolastico 2017-2018, a fronte di oltre 43 mila alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado con un disturbo dello sviluppo (quasi il doppio rispetto ai 22 mila dell’anno scolastico 2013-2014), nel 13% delle scuole italiane nessun insegnante per il sostegno ha frequentato un corso specifico.

Cosa fa la Asl?

Secondo le stime per assistere i propri bimbi, le famiglie spendono in media tra i 1000 e i 2000 euro al mese per tutta la vita.

Purtroppo, non tutte le aziende sanitarie offrono sostegno ai genitori e anche quando il servizio è previsto, le liste d’attesa lunghissime non consentono di intervenire precocemente. 

Cosa c’entra con l’autismo la sindrome di Asperger?

La sindrome di Asperger (abbreviata in SA) è considerata un disturbo pervasivo dello sviluppo, imparentato con l’autismo, che tuttavia non presenta compromissione dell’intelligenza, della comprensione e dell’autonomia, a differenza delle altre patologie classificate in questo gruppo.

Colpisce sei persone ogni 10 mila. Per questa ragione è comunemente considerata un disturbo dello spettro autistico “ad alto funzionamento”.

Si ritiene che ne soffrano o ne abbiano sofferto Mozart, Alan Turing, Charles Darwin, Vincent van Gogh e Albert Einstein. E oggi Greta Thunberg, la 16enne attivista svedese per l’ambiente, ispiratrice del movimento FridaysforFuture, eletta donna dell’anno in Svezia, tra i 25 teenager più influenti del 2018 secondo Time e indicata per il Premio Nobel per la Pace. 

Non c’è alcuna relazione tra il fatto di non avere figli e l’incidenza del cancro al seno. E’ categorico Matteo Lambertini, oncologo presso l’Ospedale San Martino Genova e professore aggiunto all’Università di Genova, selezionato a giugno 2018 per la seconda volta tra i migliori giovani ricercatori oncologici del mondo a Chicago.

 “Sulla correlazione tra fattori riproduttivi, come ad esempio avere figli o allattare, e tumore, esistono effettivamente dei dati”dice, “Soprattutto per quanto riguarda il tumore della mammella. Ma non esiste alcun rapporto causa-effetto”. L’oncologo fa così chiarezza sulla polemica riguardante una delle relatrici del Congresso delle famiglie di Verona. Babette Francis, fondatrice dell’organizzazione Endeavour Forum, avrebbe sostenuto la tesi per cui “il cancro colpisce le donne che non fanno figli”, sostenendo che “se non avete figli avete un rischio parecchio più alto di ammalarvi di cancro al seno”.

Il professor Lambertini, contattato da Tpi, fa una premessa: “E’ importante chiarire che il tumore non è una malattia che ha una causa precisa. Ad esempio, il fumo è uno dei fattori di rischio per lo sviluppo del tumore al polmone. Ma non tutte le persone che fumano sviluppano il tumore al polmone e, viceversa, ci sono persone che non fumano, ma sviluppano ugualmente questa patologia. In altre parole, non è vero che se fumo sviluppo il tumore al polmone. E questo è ancora meno vero per i fattori riproduttivi. Infatti, mentre il fumo è un fattore di rischio importante, nel senso che l’80 per cento dei tumori ai polmoni sono collegati al fumo di sigarette, per quanto riguarda i fattori riproduttivi, la loro correlazione col rischio di sviluppo del tumore è comunque minima”, sottolinea il professore.

“In particolare” spiega Matteo Lambertini “quello che sappiamo sui fattori riproduttivi è che effettivamente avere avuto una gravidanza, a lungo termine, diventa un fattore protettivo verso il rischio di sviluppare il tumore della mammella, quindi le donne che hanno avuto una gravidanza hanno un rischio minore di svilupparlo, rispetto a donne che non hanno mai avuto figli. Lo stesso è vero per l’allattamento: una donna che allatta al seno ha un rischio inferiore di sviluppare il tumore alla mammella. Ma stiamo parlando di un rischio, non è vero che una donna che non ha figli sviluppa un tumore della mammella. Assolutamente no”.

E’ vero quindi che avere una gravidanza protegge dal tumore alla mammella? “In realtà il discorso è un po’ più complesso” chiarisce l’oncologo “Con gli ormoni della gravidanza, per qualche anno, le donne hanno all’inizio un rischio più elevato di sviluppare un tumore della mammella e col tempo invece, molti anni dopo aver avuto un figlio, si crea questo effetto protettivo. Di recente è stato pubblicato uno studio su questo, ma sono notizie che conosciamo già da 25 anni”.

Secondo la scienza, quindi, dopo aver avuto dei figli il rischio di tumore alla mammella sale per alcuni anni, ma a lungo termine aver avuto una gravidanza diventa un fattore protettivo per questo tipo di tumore. Il professor Lambertini spiega che bisogna comunque tenere in considerazione la relazione con gli altri fattori di rischio. “Anche per il fumo, che come dicevo è un fattore di rischio molto più importante rispetto ai fattori riproduttivi, non c’è un rapporto causa-effetto con l’insorgenza del tumore, perché per questa malattia non funziona così. Ci sono una serie di fattori che, tutti insieme, determinano il rischio di sviluppare un tumore”. 

Stavolta ci sono tutte le premesse giuste per arrivare a dare concretezza al Piano Nazionale Malattie Rare. Si tratta di una occasione unica, importante da cogliere, per corrispondere alle attese delle persone che vivono con una malattia rara e che aspettano risposte almeno ad una parte dei loro bisogni.

Gli esperti ci sono, e sono pronti. A fine febbraio infatti, il Ministro della Salute, Giulia Grillo ha nominato un gruppo di esperti che dovrà lavorare alla stesura e alla elaborazione del nuovo Piano Nazionale Malattie Rare (PNMR).

Se si procede velocemente si può ragionevolmente pensare che di qui a qualche mese potremmo avere il nuovo piano.

Due milioni di persone coinvolte

Quello vecchio, il primo ad essere stato approvato in Italia dal Ministero della Salute, era stato infatti articolato per il periodo 2013 -2016, ed era ormai scaduto da quasi tre anni e per di più era rimasto largamente inattuato.

Non c’è dunque bisogno di inventarsi chissà cosa di nuovo, le linee d’azione erano già state tracciate e visto che non sono state attuate che in minima parte basta apportare qualche aggiornamento e soprattutto indicare obiettivi ed azioni concrete da fare.

Oltre agli esperti però occorre trovare anche i soldi necessari a sostenere questo settore che coinvolge direttamente, o indirettamente, quasi 2 milioni di persone.

Recentemente, nel corso del convegno organizzato al Senato dal Movimento 5 Stelle “Malattie rare: confronto, ascolto, azione”, ho lanciato un appello a promuovere un confronto tra tutte le parti interessate e lavorare in direzione del finanziamento del nuovo Piano Nazionale delle Malattie Rare.

Il primo Piano Nazionale Malattie Rare non aveva finanziamenti, e questo è probabilmente uno dei motivi principali per cui è di fatto rimasto inattuato.

Bisogna fare in modo che questo secondo piano abbia un destino diverso: bisogna dotarlo di risorse economiche.

I soldi, si sa, sono importanti e il settore delle malattie rare ha già subito, per effetto della modifica delle tutele dei farmaci orfani in Legge di Bilancio, un taglio di quasi 100 milioni di euro l’anno. Questa riduzione delle risorse destinate a sostenere i farmaci, non è compensata dai 4 milioni in più che sono stati invece destinati per promuovere lo screening neonatale (emendamento Leda Volpi).

Si tratta certo di un intervento graditissimo ma per un importo che non può, da solo, compensare l’altra perdita di fondi: ai malati rari mancano ancora oltre 90 milioni di euro l’anno solo per stare nelle condizioni del 2018.

Forse non cade nel vuoto

Perché dunque non approfittare del secondo Piano Nazionale Malattie Rare, per ridare qualcosa al settore? Il piano nazionale malattie rare ha bisogno di finanziamenti e il settore tutto ha bisogno di investimenti, sarebbe un’azione salutata con grande favore, e nel corso del convegno questa opinione l’hanno già espressa tutti i rappresentanti delle maggiori federazioni di pazienti.

La stessa senatrice Paola Binetti, presidente dell’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare ha sottolineato che “un piano senza fondi finirebbe per essere nuovamente e solo una bella dichiarazione di intenti”.

Sarebbe anche l’occasione per promuovere un tavolo di confronto che veda presenti le Istituzioni, i pazienti, ma anche le aziende e tutti gli stakeholder che a vario titolo hanno a cuore i malati rari, anche perché poi per applicare il Piano Nazionale Malattie Rare servirà la fattiva collaborazione di tutti.

Questo mio appello non sembra essere caduto nel vuoto. Al convegno era infatti presente il Senatore Pierpaolo Sileri  che oltre ad essere medico e ricercatore, presiede la Commissione Sanità del Senato, e può farsi promotore di un percorso partecipato come quello da noi proposto. Per questa ragione, a lui abbiamo chiesto pubblicamente di farsi garante di questo percorso. Ci ha fatto molto piacere accogliere la sua disponibilità. Ora speriamo di poter presto cominciare a vedere i primi risultati concreti: i malati hanno bisogno di risposte.   

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