Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Il cancro della prostata è in aumento, ed è diventato il tumore più frequente in Europa tra gli uomini: viene diagnosticato ogni anno a circa 450 mila uomini. È anche la seconda causa di morte per cancro negli uomini, dopo aver superato quello del colon retto: parliamo di 107 mila decessi nel 2018.

La sua prevalenza supera ormai i 2,5 milioni di casi. Si stima che, sempre in Europa, un uomo su sette svilupperà un cancro prostatico prima dell’età di 85 anni.

I danni della diagnosi tardiva

Numeri che si sviluppano anche in termini economici: il risparmio di un trattamento rispetto a quello necessario per una diagnosi ad uno stadio tardivo è enorme. Basti pensare che il costo di un trattamento chirurgico robot assistito, uno dei più utilizzati, è pari a 15 mila euro per paziente, mentre i costi di trattamento di una neoplasia avanzata e resistente alla castrazione possono essere stimati per paziente in circa 140.000 euro/anno.

Sono questi i nuovi numeri sul tumore della prostata – che fanno riferimento al 2018 – appena pubblicati sul ‘White Paper’ dell’European Association of Urology (EAU), e destinati alle Istituzioni sanitarie dell’Unione Europa. Sono stati diffusi in occasione del lancio della terza edizione dell’Urology Week europea che si svolgerà in tutti Paesi dell’UE dal 21 al 25 settembre 2020. In Italia l’iniziativa sarà curata dalla Societa’ Italiana di Urologia (SIU, siu.it) attraverso i propri canali web e social.

“Per ottenere una strategia efficiente ed efficace che porti al risparmio di vite umane e a una migliore qualità di vita dei pazienti, è necessario un approccio basato sull’ integrazione delle risorse disponibili a livello europeo – spiega Walter Artibani, Segretario Generale SIU – a livello globale, gli uomini muoiono sei anni prima delle donne, e una delle principali ragioni è la scarsa informazione e consapevolezza sulla loro reale condizione di salute. Non a caso solo il 48% di tutti gli uomini in Europa è consapevole del rischio di cancro prostatico e dell’importanza del test del PSA. Questo il motivo dell’importanza dell’iniziativa europea, che coinvolge società scientifiche nazionali, medici e personale sanitario, pazienti e loro familiari, politici e istituzioni: diffondere la consapevolezza e l’importanza delle patologie urologiche tra la popolazione generale”.

“Questa iniziativa europea e’ un’opportunita’ ideale per educare la popolazione sull’importanza delle patologie dell’apparato urologico e genitale maschile e sul prendere seriamente in considerazione i sintomi parlandone con un Urologo – sottolinea Rocco Damiano, professore di Urologia presso Università di Catanzaro e responsabile della comunicazione SIU – Diventa imperativo quindi diffondere il ‘mantra’ del non soffrire in silenzio, ma agire per migliorare la qualità di vita con l’aiuto dell’Urologo. La diagnosi precoce del cancro prostatico salva vite umane, incrementa la qualità di vita dei pazienti e riduce i costi futuri per il sistema sanitario. Prima si agisce e migliori sono i risultati. Il più importante fattore nella selezione del miglior trattamento terapeutico resta la definizione dello stadio e dell’aggressività della malattia, oltre all’aspettativa di vita ed alle preferenze individuali sulla qualità di vita”.

“È sbagliato soffrire in silenzio”

Durante l’Urology Week La SIU metterà dunque a disposizione dei cittadini italiani i propri canali web & social per ricevere richieste e domande. Fornendo al contempo materiali e informazioni utili”. “Sono ormai infiniti gli studi pubblicati con rilevante evidenza dei benefici della diagnosi precoce nel cancro prostatico – continua il professor Damiano – per questo è importante che i programmi di salute pubblica dell’Unione Europea promuovano la consapevolezza dei benefici correlati alla diagnosi precoce. Raccomandazioni chiave indirizzate all’Unione Europea sono già contenute in un ‘white paper’ prodotto dall’Associazione Europea di Urologia (EAU). Ma ora e’ necessario che l’Health programme 2021-2027 della EU supporti un’ampia campagna informativa e di consapevolezza sul cancro della prostata nella popolazione maschile”.

Solo incrementando il numero di uomini bene informati si assicurera’ una migliore prevenzione, cura, e qualita’ di vita. A costi sostenibili: il risparmio di un trattamento immediato rispetto a quello necessario per una diagnosi ad uno stadio tardivo è enorme. Basti pensare che il costo di un intervento chirurgico robot assistito, uno dei più utilizzati per la malattia localizzata, è pari a 15.000 euro per paziente, mentre i costi per pazienti con neoplasia avanzata e resistente alla castrazione possono essere stimati in circa 140.000 euro/anno a paziente.

“Per questo l’Unione Europea deve diventare promotrice di trattamenti standardizzati e di alta qualità e multidisciplinari. Solo uniti e’ possibile favorire il progresso nella diagnosi e nella cura nel cancro della prostata in tutta l’Unione Europea. Gli Urologi italiani sono pronti a fare la loro parte sostenendo presso la Commissione Europea per la Salute tutte le iniziative per una maggiore consapevolezza delle patologie urologiche nella popolazione generale”.

AGI – Analizzando il sangue dei pazienti si possono ottenere informazioni utili a capire preventivamente se l’infezione di Sars CoV2 può dare luogo a forme asintomatiche o, al contrario, far venire la malattia Covid-19.

Lo studio “Covid-Ip”, condotto da un team internazionale guidato da Adrian Hayday del King’s College e del Francis Crick Institute di Londra con la partecipazione di Francesca Di Rosa dell’Istituto di biologia e patologia molecolari del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Ibpm), pubblicato su Nature Medicine, ha identificato alcune alterazioni immunologiche che potranno essere sfruttate per identificare mediante un esame del sangue i pazienti destinati ad aggravarsi. Un punto di forza dello studio è l’uso di un test per analizzare nel sangue il ciclo cellulare dei linfociti T, cellule fondamentali della risposta immunitaria specifica.

“Qualche anno fa abbiamo ideato un test che ci ha consentito di scoprire che nel sangue di topolini vaccinati ci sono linfociti T proliferanti in fase di duplicazione del DNA. Lo studio riguardava allora un vaccino sperimentale in collaborazione con la ditta Reithera”, spiega Di Rosa. “Oggi, nel nuovo studio Covid-Ip, il test ci ha consentito di identificare alcuni sotto-tipi di linfociti T proliferanti nei pazienti più gravi e di avere informazioni dettagliate sul loro ciclo cellulare, ovvero l’insieme degli eventi compresi tra la formazione di una cellula e la sua divisione in due”.

La proliferazione si accompagna ad una marcata diminuzione nel sangue dei linfociti T nei pazienti Covid-19 più gravi. “Questi risultati aprono la strada a una migliore comprensione delle funzioni dei linfociti T in questa malattia. In particolare, le alterazioni dei linfociti T potrebbero riflettere la capacità del virus Sars-Cov-2 di tenere sotto scacco la risposta immunitaria, nonostante quasi tutti i pazienti abbiano anticorpi specifici nel sangue, prodotti dai linfociti B. I linfociti T e B sono le cellule del sistema immunitario che si occupano di mediare la risposta specifica contro un agente patogeno, infatti in presenza di uno stimolo i linfociti si attivano e si riproducono velocemente per fronteggiarlo. Nel Covid-19 la risposta dei linfociti T appare disregolata”, prosegue la ricercatrice del Cnr-Ibpm.

“Altro elemento correlato con la gravità del decorso clinico è la notevole riduzione dei granulociti basofili e delle cellule dendritiche plasmacitoidi. Inoltre, è stato dimostrato che l’aumento dei livelli di una triade di molecole – chemochina IP-10, interleuchina-10 e interleuchina-6 – è un segnale premonitore dell’aggravarsi della malattia più attendibile di quelli finora analizzati (proteina C-reattiva, ferritina, D-dimero)”.

Le potenziali implicazioni di questo studio, condotto su 63 pazienti ricoverati con Covid-19 presso gli ospedali Guy’s e St Thomas’ di Londra, appaiono interessanti. “Se confermate in un numero più elevato di pazienti, queste informazioni potranno rivelarsi utili a scopi prognostici, consentendo di prevedere quali siano i pazienti maggiormente a rischio di aggravarsi e di mettere così in atto tempestive e adeguate misure”, conclude Di Rosa. 

Non solo se, ma anche quanto. Un nuovo test di A. Menarini Diagnostics per la ricerca dell’antigene è in grado non solo di individuare, in 12 minuti, se un paziente è positivo al COVID-19, ma anche di dare un’indicazione sulla sua carica virale, così da identificare subito i pazienti maggiormente infettivi e più a rischio.

Questi test si differenziano da quelli in biologia molecolare perché, anche se il mezzo utilizzato per prelevare il campione è sempre il tampone nasofaringeo, i test antigenici non ricercano il materiale genetico del virus, ma rilevano la presenza dell’antigene e quindi di un’eventuale infezione, attraverso la ricerca di proteine specifiche del virus.  E lo fanno attraverso una strumentazione facile da trasportare e di semplice utilizzo, più veloce, meno costosa e con risultati altrettanto affidabili.

Come la piattaforma Point of Care AFIAS, distribuita da A. Menarini Diagnostics in Italia e in altri Paesi europei, che può essere utilizzata in contesti operativi decentralizzati rispetto al laboratorio analisi, quali pronto soccorso, aeroporti o sedi in cui c’è la necessità di avere un primo risultato affidabile in poco tempo.

Sono attualmente disponibili due modelli: AFIAS 1, che consente di eseguire un test alla volta, e AFIAS 6 che permette l’esame di 6 campioni contemporaneamente. Con la medesima piattaforma è possibile, inoltre, eseguire anche i test sierologici, rilevando la presenza e la quantità di anticorpi IgM e IgG da un campione di sangue del paziente.

Con l’utilizzo di AFIAS 6, per esempio, tre pazienti possono avere contemporaneamente, in 12 minuti, i risultati del test sierologico e antigenico. “E’ estremamente importante fornire test affidabili che consentano uno screening su larga scala e un rapido rilevamento di casi positivi per contenere la diffusione del COVID-19” – ha dichiarato Fabio Piazzalunga, Global Head di A. Menarini Diagnostics – “In definitiva, la vita e le economie saranno vincolate sempre più anche alla disponibilità e all’efficienza di questi strumenti diagnostici”.

Come funziona la piattaforma AFIAS?

L’operatore sanitario preleva il campione dal paziente con un tampone nasofaringeo e, attraverso una serie di passaggi, lo inserisce all’interno della piattaforma AFIAS che, in caso di infezione, rileverà la presenza dell’antigene tramite una reazione biochimica che mostrerà un segnale fluorescente. Questo segnale ha un grado di sensibilità elevato che permette non solo di rilevare l’eventuale presenza del virus, ma anche di fornire all’operatore una indicazione della carica virale del paziente esprimendo un valore numerico; infatti, tanto più intensa sarà la fluorescenza, quanto più alta sarà la carica virale. La stessa strumentazione AFIAS può essere utilizzata, con una diversa applicazione, per l’indagine sierologica misurando la quantità di anticorpi IgM e IgG presenti nel sangue del paziente.

Il procedimento è il medesimo, differisce solo la tipologia del campione da analizzare che, in questo caso, verrà raccolto tramite digito puntura (prelievo capillare) o attraverso un prelievo venoso.

AGI – Il virus non fa sconti, nemmeno ai più piccoli, che quest’anno fanno il loro primo ingresso nella scuola d’infanzia senza la rassicurante presenza della mamma o del papà. Le regole del distanziamento anti-Covid rendono impossibile per molti istituti accogliere i genitori all’interno degli istituti. E il problema non è da poco, soprattutto adesso, ha spiegato all’AGI Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva. “Il bambino di due anni e mezzo o tre, che inizia a frequentare la materna, cambia ogni riferimento, si trova catapultato in un ambiente nuovo e ha bisogno di tempo per sentirsi al sicuro”.

Un cambiamento improvviso, di impatto, è traumatico per il bimbo che “si sente così disperso e dislocato, in un ambiente in cui dovrebbe sentirsi al sicuro. Avere vicino una persona che conosce bene gli permette di muoversi a suo agio. L’inserimento – ha continuato Pellai – funziona un po’ come una pompa di benzina. Il bambino che viene accompagnato dall’adulto di riferimento fa il pieno di sicurezza e pian piano si stacca. Va a giocare, poi sente di nuovo il bisogno di sicurezza e torna dalla mamma, per poi allontanarsene di nuovo. Sa che e’ lì”.

“Quando sarà pronto resterà a scuola per tutto il giorno. Ma è una separazione da costruire nel tempo e in modo competente“. Quest’anno questo passaggio graduale “sarebbe ancora più importante”, ha sottolineato lo psicoterapeuta. “Per un bambino il volto è l’elemento chiave per riconoscere la persona a cui si affida”. “Se il maestro è uno sconosciuto non può rappresentare una figura di attaccamento”.

Cosa si può fare per rendere emotivamente meno faticoso questo passaggio al piccolo alunno? “Laddove possibile, bisognerebbe organizzare l’inserimento all’aperto. Con la maestra che a distanza di qualche metro si mostra prima senza mascherina” in modo da emanare un’immagine più rassicurante.

“L’educatore – ha consigliato ancora Pellai – potrebbe anche inviare ai genitori qualche giorno prima dell’inizio della scuola un video di presentazione, per farsi conoscere”. Quanto alle mamme e ai papà “potrebbero raccontare una favola che anticipi ai figli cosa avverrà a scuola”. 

AGI – Negli ultimi anni l’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento dei tumori, raggiungendo sorprendenti risultati clinici, anche nelle neoplasie polmonari. La buona notizia è che una discreta percentuale di pazienti con tumori del polmone, che in precedenza avevano una prognosi infausta, rispondono all’immunoterapia con inibitori di PD-1/PD-L1 e diventano lungo sopravviventi. Purtroppo però questo non accade in tutti i casi perché una parte non trascurabile di pazienti non beneficia del trattamento.

Un recente studio del team guidato da Marcello Maugeri-Saccà, oncologo presso la Divisione di Oncologia Medica 2 dell’ IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, pubblicato su Annals of Oncology (rivista ufficiale dell’European Society for Medical Oncology, ESMO), rivela che un sottogruppo di pazienti con adenocarcinomi polmonari, che presentano mutazioni contemporanee nei geni KEAP1, PBRM1, SMARCA4 e STK11, è particolarmente svantaggiato perché ha un basso indice di sopravvivenza ed è resistente alla immunoterapia. Si tratta del 10 per cento di tutti i soggetti con adenocarcinoma polmonare, un numero importante se si considera che in Italia le nuove diagnosi all’anno sono circa 42mila.

L’identificazione a priori dei pazienti cosiddetti non-rispondenti può permettere da un lato di evitare di sottoporli inutilmente a una terapia per loro inefficace e con effetti collaterali talvolta pericolosi, dall’altro di studiare i meccanismi di resistenza. La chiave di volta per l’individuazione di pazienti con tumore del polmone non rispondenti a immunoterapia è nell’assetto di alterazioni molecolari presenti in tumori particolarmente aggressivi: scoprire quali esse siano è la grande sfida del momento.

È in tale direzione che va il lavoro dell’equipe multidisciplinare coordinata da Maugeri-Saccà dell’Istituto Regina Elena con la collaborazione del Polo Oncologico Sapienza. Lo studio esplora da un lato le risposte cliniche di centinaia di pazienti trattati, sia in Italia che in altre parti del mondo, con immunoterapia anti-PD-1 o anti-PD-L1, dall’altro dati genomici e immunologici di caratterizzazione dei loro tumori. “Perché questi tumori siano immunologicamente ‘freddi’ e non rispondano all’immunoterapia nonostante mostrino un livello mutazionale alto – dichiara Maugeri-Saccà – è sorprendente. Questo ci deve far riflettere su quanto dobbiamo ancora capire e studiare. Siamo tuttavia fiduciosi nell’aiuto delle tecnologie genomiche e nella capacità crescente di integrarli con i dati clinici”. 

AGI – Grazie all’impiego di un modello d’Intelligenza Artificiale in grado di simulare alcune funzioni del cervello umano, sono stati chiariti alcuni meccanismi alla base dello sviluppo iniziale della malattia di Alzheimer, la più comune causa di demenza. Ad annunciarlo è stato un gruppo di ricercatori dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e dell’Irccs Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed.

I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Alzheimer’s Disease. Alcuni studi, condotti presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, l’Irccs Fondazione S. Lucia di Roma e l’Università di Sheffield (UK), avevano recentemente mostrato come il malfunzionamento di una piccola area situata in profondità nel cervello, l’area tegmentale ventrale (VTA), potesse essere uno dei primissimi eventi associati alla malattia di Alzheimer.

La VTA è composta prevalentemente da neuroni che producono dopamina, un neurotrasmettitore molto importante per la regolazione dell’umore e della motivazione. Basandoci sui risultati ottenuti in questi studi, abbiamo simulato al computer i processi patologici che si innescano nelle primissime fasi della malattia”, spiegano Daniele Caligiore e Massimo Silvetti del Cnr-Istc.

I due colleghi dell’Università Campus Bio-Medico e del Neuromed, Marcello D’Amelio e Stefano Puglisi-Allegra, sottolineano l’importanza del lavoro per la comprensione delle possibili cause dell’Alzheimer: “Questo lavoro ha consentito di chiarire come la degenerazione iniziale della VTA alteri a cascata la funzione di altri circuiti neuromodulatori, causando inizialmente sintomi simili alla depressione (tipici delle prime fasi della malattia) e favorendo in seguito l’accumulo di proteine neurotossiche che caratterizza la malattia (placche extra-cellulari di Beta-amiloide e grovigli intracellulari della proteina Tau), con conseguente distruzione di neuroni in aree del cervello funzionali alla memoria e ad altre funzioni cognitive”.

Il sistema d’Intelligenza Artificiale usato dai ricercatori è stato in grado di fornire una teoria unificante, capace di spiegare molti dati relativi alla malattia di Alzheimer, delineando uno schema interpretativo che consente di far combaciare i molti tasselli di questo complesso puzzle. “Essendo l’attività dei neuroni della VTA legata alla gestione delle emozioni e dello stato motivazionale, la nostra scoperta evidenzia l’importante ruolo dello stato psicologico del paziente, suggerendo come la riduzione della motivazione e la graduale perdita di interessi, fenomeni spesso sottostimati dai pazienti e dai loro familiari, possano accelerare l’avanzamento della malattia”, conclude il Gianluca Baldassarre, coordinatore del team del Cnr-Istc.

La ricerca apre una nuova strada alla diagnosi precoce e allo sviluppo di terapie da attuare nella fase iniziale della malattia, per riuscire a rallentare, se non addirittura a bloccare, la degenerazione di aree del cervello coinvolte nella produzione e nell’utilizzo della dopamina.

AGI – Le persone con bassi livelli di vitamina D potrebbero avere fino al 60 per cento di probabilità in più di risultare positive al coronavirus. A rivelarlo uno studio pubblicato sul Journal of American Medical Association Network Open e condotto dagli esperti dell’Università di Chicago, che hanno esaminato la relazione tra i livelli di vitamina D e la possibilità di contrarre COVID-19.

Gli scienziati sottolineano che ciò non implica che la vitamina D può rappresentare una protezione efficace contro COVID-19, ma la differenza del 60 percento nei tassi di test positivi suggerisce che potrebbe avere qualche effetto.

“La vitamina D – spiega David Meltzer dell’Università di Chicago – svolge un ruolo importante nel sistema immunitario, assicurando la salute delle cellule T e dei macrofagi, che combattono le infezioni”. L’esperto sottolinea che studi precedenti hanno evidenziato un legame tra livelli più bassi di vitamina D e tassi più elevati di malattie respiratorie, come asma, tubercolosi o infezioni virali che compromettono i polmoni.

“Saranno necessari test clinici – continua lo scienziato – per dimostrare questi risultati. Secondo i nostri dati, tuttavia, la vitamina D, pur non rappresentando una garanzia come protezione dal coronavirus, sembra essere collegata a una minore probabilità di infezione in forma grave“.

L’autore aggiunge che la vitamina D viene assorbita dalla luce solare. “I livelli più alti di melanina – prosegue il ricercatore – sono associati a una maggiore difficoltà di assorbire la vitamina D, per cui abbiamo voluto verificare la correlazione tra la tonalità della pelle e l’incidenza di coronavirus”.

Il progetto ha coinvolto quasi 500 persone, il 68 percento delle quali non aveva la pelle bianca. Stando ai risultati del team, il 25 percento dei soggetti presentava livelli piu’ bassi di vitamina D. “Tra coloro che avevano tassi più elevati di vitamina D – osserva ancora l’autore – il 12 per cento è risultato positivo al coronavirus, mentre nel gruppo dei partecipanti con livelli più bassi la percentuale saliva al 19 percento”.

Uno studio inglese pubblicato il mese scorso sembrava invece suggerire l’inesistenza di una correlazione tra la vitamina D e la possibilità di contrarre il coronavirus. “I campioni utilizzati nel nostro studio – precisa Meltzer – risalgono a poche settimane prima della diffusione della pandemia, mentre lo studio inglese si basava sui dati conservati nella biobanca del Regno Unito, raccolti tra i dieci e i 14 anni prima che lo studio fosse condotto”.

Il ricercatore sottolinea che uno studio randomizzato potrebbe dirimere la questione e verificare il ruolo della vitamina D. Gli esperti della Mayo Clinic, un’organizzazione non-profit per la pratica e ricerca medica statunitense, raccomandano di assumere almeno 600 unità di vitamina D, prendendo il sole o assumendo integratori.

“Vi sono eccezioni – precisa Meltzer – chi soffre di disturbi renali potrebbe sperimentare sovraccarichi e danneggiare i reni. Saranno necessari ulteriori indagini per stabilire la giusta quantità di vitamina D da assumere. È importante rispondere agli interrogativi ancora irrisolti per cercare di contrastare le disparità etniche che osserviamo nella curva di contagi, la sola vitamina D non rappresenta certamente un fattore influente al 100 percento, ma potrebbe svolgere un ruolo nell’organismo che ancora non comprendiamo”.

 

AGI – Le tinture per capelli potrebbero non essere correlate con una maggiore incidenza della maggior parte dei tipi di cancro, anche se con alcune eccezioni. Questo è quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista British Medical Journal e condotto dagli esperti del Dipartimento di epidemiologia presso l’Università di medicina di Vienna, che hanno seguito 117.200 donne statunitensi per 36 anni.

“Si tratta del più grande studio condotto finora sull’argomento – dichiara Eva Schernhammer, capo del Dipartimento di epidemiologia presso l’Università di medicina di Vienna – che ha coinvolto infermiere americane in un’analisi specifica dei dati di uno studio di coorte. I nostri dati mostrano che la colorazione regolare dei capelli non ha avuto effetti significativi sulla maggior parte dei tipi di cancro, ma abbiamo evidenziato alcune potenziali pericolosità”.

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ha classificato l’esposizione professionale alle tinture per capelli come probabilmente cancerogena per l’uomo, come ad esempio per le categorie professionali dei parrucchieri, mentre non può è stato classificato l’uso personale delle tinture per capelli.

“Le prove epidemiologiche finora erano tutt’altro che conclusive – aggiunge l’esperta – per cui vi era preoccupazione per queste sostanze. Volevamo fare chiarezza”. Il team ha esplorato il legame tra l’uso personale di tinture per capelli permanenti e il rischio della maggior parte dei tumori e della mortalità correlata al cancro. “Sembra esistere un’associazione positiva – precisa la ricercatrice – per il rischio di carcinoma a cellule basali, e per il carcinoma mammario aggressivo. Abbiamo tuttavia rintracciato prove di eterogeneità dovuta al colore naturale dei capelli”.

L’autrice aggiunge che i risultati sembrano suggerire un aumento del rischio di linfoma di Hodgkin nelle donne con capelli naturalmente scuri e un rischio più elevato di carcinoma basocellulare in chi aveva i capelli naturalmente chiari.

“Il presente studio prospettico – commenta Schernhammer – potrebbe rassicurare riguardo la possibilità che l’uso personale di tinture per capelli non sia associato a un aumento del rischio di cancro o mortalità. Abbiamo trovato una correlazione positiva per il rischio di alcuni tumori, ma i nostri risultati si riferiscono solo alle donne statunitensi dalla pelle bianca”. L’esperta sottolinea che questi dati potrebbero non estendersi ad altre popolazioni.

“Saranno necessarie ulteriori ricerche – conclude Schernhammer – per estendere i risultati a popolazioni, genotipi e suscettibilità differenti, compresa la distinzione tra l’uso personale e quello professionale. Le stime dovranno essere interpretate alla luce della totalità delle prove”.

AGI – “L’uso dei guanti è sconsigliato. Paradossalmente, può aumentare il rischio contagio”. Lo ha ribadito all’AGI il virologo Fabrizio Pregliasco, docente dell’Università degli Studi di Milano. “Innanzitutto i guanti possono dare un falso senso di sicurezza e, quindi, indurre le persone a fare meno attenzione ad altre misure importanti per la prevenzione del contagio, come il lavaggio delle mani”, dice l’esperto.

“A usare i guanti, invece, dovrebbero essere gli operatori sanitari, non solo perché esposti maggiormente al rischio contagio durante l’esercizio della loro professione, ma anche perché sanno bene come vanno utilizzati” spiega Pregliasco.

“Più che saperli indossare, bisogna saperli togliere”, precisa ancora. “Se non vengono tolti con attenzione si rischia di rimanere contagiati” conclude.

Nessun patentino di immunita ma “un importante valore epidemiologico per capire la suscettibilità di una categoria” rispetto al contagio da coronavirus. È in questo modo che – secondo Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Famiglia – bisogna invogliare gli insegnanti a sottoporsi allo screening con il test pungidito, da fare dal proprio medico di base.

Scotti ne ha parlato con l’AGI precisando in che termini ancora un 30% di quelli contattati dai dottori non hanno accettato di farlo: “Abbiamo un gruppo di sorveglianza di circa mille medici, standardizzati per età, genere e pazienti, che fanno le rilevazioni con valore statistico. I colleghi si sono attenuti agli elenchi di pazienti risultati personale docente e non docente della scuola e li hanno contattati d’iniziativa. La risposta è stata il diniego nel 30% dei casi”. Tuttavia “la maggior parte delle volte il no è arrivato da pazienti, professori o bidelli, che erano ancora in vacanza”. Un gap che dunque “contiamo di recuperare entro lunedì”.

La questione importante, però, è comunicare bene il valore di questa indagine: “Si può dire che con questo screening di massa si mette la scuola in sicurezza?”, si domanda Scotti. “Bisogna spiegare come: non lo si può vendere come un percorso di sicurezza individuale, dicendo che una volta testato l’insegnante non infetta. Piuttosto, è necessario spiegare che sottoponendosi al sierologico si dà la possibilità di raccogliere dati per comprendere su larga scala il comportamento di una determinata categoria”.

Ovvero capire quanto gli insegnanti siano esposti al rischio, e quanti possano essere considerati soggetti fragili. “In questo modo sarà più facile elaborare modelli e prendere decisioni per il futuro”, conclude Scotti.

Flag Counter