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La fame continua a mietere vittime tra i bambini: 3 milioni solo nel 2017 con altri 200 milioni che soffrono di malnutrizione. Ma se questo dato del rapporto Unicef “Diamogli peso” dovrebbe muovere a compassione i Paesi più ricchi, ce n'è un altro che li riguarda direttamente: il numero di bambini sovrappeso si fa sempre più preoccupante.

Nel 2000 i bambini del mondo (sotto i 5 anni) con qualche tacca in più sulla bilancia erano poco più di 30 milioni; 17 anni dopo superano i 38 milioni: il 5,6% della popolazione infantile mondiale, un bambino su tre per quanto riguarda l’Europa.

E in Italia? Il rapporto ci dice che dal 1975 al 2016 il numero di bambini e adolescenti obesi è triplicato. Questa percentuale non è dovuta soltanto alla cattiva alimentazione, motivo per cui, tra l’altro, e non è complesso intuirne le motivazioni, cresce in quasi tutti i Paesi industrializzati. E' la vita sedentaria a favorire il consumo di zuccheri e grassi e per dimostrarlo l'Unicef  fa riferimento ai dati Istat, che  dicono che circa la metà (48,8%) dei bambini tra i 3 e i 5 anni fanno una vita troppo sedentaria. Un dato che poi arriva al 20,8% (percentuale comunque altissima) intorno alla maggiore età.

E' un aspetto della malnutrizione che rappresenta il nucleo del problema alimentazione per ciò che riguarda un Paese ad alto reddito come il nostro. Un rapporto col cibo sbagliato oggi per un bambino, potrebbe significare il verificarsi di disturbi alimentari molto più seri in età adolescenziale.

Disturbi che, in questo momento, a livello internazionale, colpiscono il 7,1% dei maschi e il 13,4% delle femmine tra i 9 e i 14 anni. Puntualizza Francesco Samengo, Presidente dell’Unicef Italia: “Quando si parla di malnutrizione il nostro immaginario ci porta direttamente a situazioni legate ai Paesi più poveri. Infatti, uno dei maggiori problemi per l’infanzia nel mondo è quello dei bambini malnutriti a causa della sotto-alimentazione. Tuttavia, malnutrizione non significa solo non avere da mangiare a sufficienza, ma anche mangiare in modo errato o malsano. Per questo, attraverso questo rapporto, vogliamo mettere in luce anche il problema dell’obesità infantile che sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria epidemia. Infine, grazie al contributo di esperti, vogliamo presentare altri due aspetti legati alla questione della cattiva alimentazione, in particolare nel nostro paese. Il primo è quello della sicurezza alimentare: anche in Italia bambini e bambine che vivono nei nuclei familiari più poveri non hanno accesso a fonti di cibo sicure e sufficienti. Il secondo è quello dei disordini alimentari, che porta alla luce una forma crescente di disagio tra gli adolescenti e presta il fianco ad una serie di altre problematiche quali quelle del bullismo legato all’immagine fisica”.

 

Monococco, khorasan, amaranto, quinoa, sorgo, miglio, farro e teff sono solo alcuni dei popolari grani antichi arrivati a noi da tempi e paesi lontani e che, oggi, arricchiscono gli scaffali e i menù di tutto il mondo. Un vero esempio d’integrazione senza gommoni che continua ancora nel 2018. Basti sapere che è in arrivo dall’ Africa Occidentale il grano antico fonio (Digitaria exilis) , una pianta erbacea della savana priva di glutine, come il miglio, l’amaranto, la quinoa, il grano saraceno e il riso.  Ingredienti di un mercato di nicchia in netta espansione che è esploso nel 2010 e ha visto un incremento delle vendite del 269% dopo soli 12 mesi. Numerose sono le evidenze scientifiche che dimostrano i benefici di una dieta integrata con i grani antichi, anche sotto forma di pane e pasta, a tal punto da essere paragonati a elisir protettori poiché riducono il rischio di malattie croniche, come quelle cardiovascolari. E parliamoci chiaro: qui le bufale non c’entrano nulla.

Le certezze sono poche

Ma è notizia di questi giorni che il potere salutistico dei grani antichi sembrerebbe essere decaduto a seguito di accurate analisi di laboratorio, le stesse che anzitempo li hanno definiti i più efficaci tutori della biodiversità, rispetto ai grani moderni (o grani “migliorati”).

Negazionismo, revisionismo o fretta? Oggi esistono poche certezze alimentari basate sull’evidenza scientifica e una di queste riguarda l’assunzione quotidiana di grani integrali, e non raffinati, che aiuta a prevenire la mortalità da malattie cardiovascolari.  Partendo da questa pietra miliare, lo studio made in Italy, pubblicato dal giornale canadese Food Research International, opera delle distinzioni tra genotipi antichi e moderni coltivati in Italia. Gli autori dimostrano che farine integrali ottenute da genotipi antichi di grano duro (ad esempio, Russello, Etrusco, Dauno III e Senatore Cappelli) contengono quantità di proteine e glutine più alte di quelle dei genotipi moderni (ad esempio Sfinge, L14 e PR22D89), nonostante l’indice di glutine (che misura la forza del glutine) sia più basso. Non tutti i grani antichi, però, sono uguali.

Nuove fonti di proteine

Sebbene gli antichi Perciasacchi e Dauno III abbiano livelli di glutine e indice di glutine analoghi a quelli del moderno L14, essi detengono la più alta concentrazione di proteine. Una dote nutrizionale da non disprezzare, soprattutto in tempi in cui si propongono grilli e cavallette come nuove sorgenti naturali di proteine commestibili per un pianeta affollato.

Gli autori, ricreando in modo artificiale il normale processo di digestione, hanno osservato che le gliadine e le glutenine (proteine tipiche del grano) di alcuni frumenti antichi (come il Russello) generano quantità di peptidi immunogenici e tossici simili a certi grani moderni (come la Sfinge), nonostante tutte le altre varietà antiche integrali analizzate abbiano un potenziale immunogenico superiore a quello delle varietà moderne. Secondo i quotidiani, tutto ciò si tradurrebbe in un maggior rischio per i consumatori di entrare a far parte di quell’1% della popolazione affetta da celiachia (grave malattia infiammatoria dell’intestino) oppure di quel 6-8% di individui intolleranti al glutine ma non celiaci

Anche qui il clima è fondamentale

È tanto il clamore suscitato da questo studio in vitro, sebbene alcuni studi clinici, forse meno noti al pubblico, abbiano dimostrato che i celiaci tollerino meglio il glutine dell’antico monococco rispetto al riso (notoriamente senza glutine) e i grani moderni siano più ricchi di Glia-alfa9 , una proteina tossica del glutine. Al fine di aiutare a comprendere meglio il tutto, nonostante gli studi discordanti allontanino, per il momento, sentenze definitive, non va dimenticato che la scarsità delle piogge e le alte temperature ambientali durante il periodo di riempimento del grano, potrebbero contribuire a far elevare i livelli di glutine e delle sue proteine tossiche (come le gliadine omega-5), indipendentemente dal genotipo.

Fattori che andrebbero considerati quando si selezionano i grani da utilizzare in una dieta. Sebbene l’argomento sia controverso, non abbiamo abbastanza prove per ignorare che i livelli di glutine tossico nei grani possano dipendere dalla loro coltivazione. Ma i grani antichi possono essere discriminati tout court sulla base del loro rapporto glutine-gliadine, nonostante alcuni di loro ne siano privi per natura?

Nel 2012, le analisi del sangue di volontari sani, reclutati come gruppo controllo, avevano rivelato livelli di anticorpi anti-glutine più alti dei celiaci.   Un’evidenza che ha fomentato lo scetticismo degli scienziati sul ruolo assoluto del glutine alimentare nell’innescare la celiachia o il danno infiammatorio della barriera intestinale, a tal punto da indurli a chiamare, per la prima volta, sul banco degli imputati il glutine non alimentare contenuto nelle plastiche, in alcuni farmaci, integratori vitaminici, cibo per animali, plastiline e negli apparecchi ortodontici . Ma questa è un’altra storia.  

Questioni di amido

Oltre al glutine, i meno noti Fodmap, cioè i polimeri oligosaccaridi a catena corta del fruttosio, galatto-oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e alditoli (come sorbitolo, mannitolo, xilitolo e maltitolo) fermentabili, sembrerebbero non essere privi di colpe.

Come cambia il contenuto in fibre, carboidrati e amido nei grani antichi rispetto a quelli moderni? In questo ci viene in aiuto lo studio italiano . Emerge, infatti, che le farine integrali dei grani antichi e moderni analizzati hanno lo stesso contenuto in fibre alimentari, solubili e insolubili. I carboidrati e l’amido totale, invece, sono più alti nelle farine integrali “moderne”, sebbene quelle “antiche” contengano maggiori quantità di amido resistente ovvero non digeribile da parte delle alfa-amilasi dell’intestino tenue. L’amido resistente, come tutte le fibre solubili, contribuisce a rimodellare il microbiota intestinale favorendo un aumento dei Bacteroidetes, batteri del colon che, fermentando le fibre solubili, generano gli stessi acidi grassi a catena corta (propionato, acetato, idrossibutirrato) tipici del digiuno, e dalle straordinarie proprietà epigenetiche nel favorire l’espressione di geni protettivi , anche prima di un intervento chirurgico.

Ed ecco che i ricercatori italiani aggiungono un dato d’interesse ristoceutico. Dopo la cottura, le percentuali di amido resistente nella pasta integrale fatta con farina “antica” si riducono da oltre il 6% a quasi il 2%, mentre aumentano fino all’1,7% nella pasta integrale “moderna”. I dati presenti nell’articolo, però, non permettono di accertare quanto amido resistente residuo sia stato gelatinizzato ovvero reso digeribile, anche se il raffreddamento della pasta lo renderebbe nuovamente fermentabile.

Battaglie del grano

Nell’attesa di nuovi studi clinici e meccanismi più chiari, la guerra dei grani non sembra trovare pace. Nel 2018, infatti, la stessa rivista canadese (Food Research International)  ha pubblicato i risultati di uno studio, condotto da un altro gruppo di ricercatori italiani, che suggerisce come gli effetti anti-infiammatori dei grani antichi siano dovuti a una migliore interazione tra vari composti chimici (molti ancora trascurati) diversi dalle proteine .

Mentre la ricerca va avanti, è importante ricordare che i grani antichi di oggi sono molto diversi dal frumento della dieta dell’Uomo di Altamura o degli abitanti dell’Impero Romano, perché, sebbene siano sopravvissuti alla Battaglia del Grano del ventennio fascista e alla Rivoluzione Verde degli anni ‘60 , hanno subìto spontanei adattamenti di tipo genetico all’ambiente e alle tecniche di coltivazione (come l’uso di fertilizzanti azotati).  Nonostante questa eredità, i grani antichi, più ricchi di micronutrienti (come zinco, magnesio, ferro, calcio), alcune vitamine (come l’acido folico), polifenoli e carotenoidi, potrebbero subire la castrazione genetica dei peptidi più immunogenici della gliadina usando tecnologie di ingegneria genetica, che interferiscono con  l’espressione del suo RNA.

Ma sarà davvero necessario? Al nuovo anno l’ardua sentenza.

Rintracciare le cause della "lenta ma progressiva diminuzione della quantità e della qualità dello sperma, in termini di mobilità e morfologia" è l'obiettivo del nuovo studio di Institut Marquès volto a sfatare il mito che riconosce come cause tradizionalmente collegate all’infertilità maschile lo stress, i pantaloni attillati e gli alcolici. Il team di ricerca della clinica ha individuato nelle sostanze chimiche tossiche a cui gli uomini sono esposti – quotidianamente, a partire dal grembo materno – il reale fattore di rischio per il peggioramento della qualità spermatica.

Esame del seme gratuito a partire dai 18 anni

Il centro internazionale di riproduzione assistita offre a tutti i romani maggiorenni l'opportunità di testare la qualità dei loro spermatozoi gratuitamente e in modo anonimo. "Questo genere di informazioni potrà aiutarli, se necessario, ad affrontare eventuali alterazioni seminali mediante una diagnosi precoce" spiega Marisa López-Teijón, direttrice dell'Istituto. A preoccupare gli esperti sono proprio le caratteristiche morfologiche degli spermatozoi – forma e struttura – insieme alla capacità di muoversi correttamente attraverso il tratto riproduttivo femminile (motilità).

Lo stato della fertilità maschile in Italia

In 6 casi su 10 di coppie che ricorrono a trattamenti di riproduzione assistita sono state rilevate alterazioni dello sperma più o meno gravi. L'Italia è il paese con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo – nel 2017 si sono registrate 7,6 nascite ogni 1.000 abitanti – e con un tasso di fertilità in calo: si parla di 1,34 figli per donna nell'ultimo anno.

Gli accertamenti finora condotti da Institut Marquès sui campioni a disposizione hanno dimostrato che, oltre ai fattori genetici come l'età e la storia medica (come le malattie o la chirurgia), la fertilità maschile può essere influenzata negativamente da sostanze tossiche ambientali che sono spesso sconosciute alla popolazione. È confermata, inoltre, una minore qualità dello sperma nelle aree in cui la presenza di sostanze chimiche è più elevata.

Sostanze chimiche tossiche dannose a partire dal grembo materno

Si tratta di prodotti chimici da composti organici persistenti (chiamati COP) comunemente usati nell'industria, nell'agricoltura e in casa. Possono interferire con lo sviluppo dei testicoli e compromettere la capacità riproduttiva.

Il primo contatto con questi prodotti chimici tossici comincia all’inizio della vita – si legge in una nota della clinica – poiché essi arrivano dal sangue materno, attraverso la placenta, all'embrione. Il tipo di tossine e la quantità dipenderanno dai livelli di sostanze tossiche presenti nell’organismo della madre. Queste sostanze sono molto resistenti alla biodegradazione, sono presenti negli alimenti e nell'ambiente, si accumulano nel corpo, specialmente nel grasso, e l’organismo degli esseri umani e degli animali non è in grado di eliminarle.

Il peggioramento della qualità dello sperma dovuto alle sostanze tossiche si sta verificando sia nelle aree industrializzate sia nelle zone rurali a causa del contatto con i pesticidi, pertanto esistono ampie variazioni geografiche. Per prenotare l’esame basta accedere al portale www.lesostanzetossichehannorottolepalle.it, compilare un questionario e scegliere giorno e ora per la consegna del campione di sperma. Dopo aver analizzato il campione, uno specialista fornirà una relazione completa di persona, via telefono o skype.

La cannabis terapeutica può ridurre i sintomi della spasticità, principale causa di disabilità in chi soffre di malattie del motoeneurone come la Sclerosi laterale amiotrofica-SLA. Lo dimostra uno studio pubblicato su Lancet Neurology da un gruppo di ricercatori italiani, fra cui Gabriele Mora, neurologo, direttore scientifico dell’IRCCS Maugeri di Milano e responsabile del Centro SLA di quell’istituto. La ricerca è stata finanziata dalla Fondazione Italiana di Ricerca per la Sclerosi Laterale Amiotrofica (AriSLA), ed è stata svolta fra il gennaio del 2013 e il dicembre del 2014.

Lo studio – doppio cieco

Lo studio è stato condotto su un campione 59 pazienti. "A 29 di questi veniva somministrato il farmaco derivato dalla Cannabis sativa, gli altri 30, contemporaneamente, ricevevano, con le stesse modalità, un placebo – spiega il neurologo Mora – “ed essendo in 'doppio cieco' medici e pazienti non sapevano chi era in trattamento e chi in placebo". Venti dei pazienti totali erano appunto fra quelli seguiti del Centro milanese della Maugeri.

“Abbiamo somministrato per 6 settimane cannabinoidi in spray che contenevano una stessa parte di tetraidrocannabinolo (THC) e di cannabidiolo (CBD) e i pazienti potevano accedere liberamente, secondo la loro tolleranza, a 12 spruzzi giornalieri”. In una seconda fase, a entrambi i gruppi è stato somministrato il farmaco. La cannabis illegale “fumata” ha un rapporto di 17 a 1 fra THC e CBD mentre quella “light” alla base di alcuni alimenti e integratori autorizzati non contiene affatto THC.

Un farmaco sicuro

Lo studio, aggiunge Mora, "ha documentato una riduzione del dolore causato dalla rigidità, dagli spasmi, e una migliore qualità del sonno". Un trattamento che, aggiunge il neurologo, "è stato abbastanza ben tollerato: nessuno l’ha interrotto, non ci sono stati eventi avversi gravi, e gli effetti collaterali sono stati molto modesti in termini di spossatezza, vertigini, sonnolenza. Un farmaco sicuro secondo tutte le scale adottate, dalla Ashworth, che misura il livello di spasticità, al test del cammino, agli altri indici relativi ad altri parametri vitali". 

“Si tratta di uno studio importante, visto che, malgrado i progressi della terapia genica, a oggi, dobbiamo occuparci soprattutto della sintomatologia di questa malattia: dalla disfagia, ossia la difficoltà nella deglutizione, alla conseguente scialorrea, emissione di saliva in eccesso,  alla ventilazione polmonare, alla labilità emotiva. Per un paziente che, in una certa fase del decorso, diventa immobile in un letto”, ha concluso Mora, “che la qualità del sonno migliori è certamente importante”.

Lo scienziato cinese che ha suscitato forti critiche per la nascita di due gemelle con Dna alterato, ha annunciato una sospensione degli esperimenti. "Devo presentare le mie scuse per la diffusione inaspettata dei risultati", ha affermato He Jiankui, alla platea di una conferenza a Hong Kong, sottolineando che "la sperimentazione clinica è stata messa in pausa a causa della situazione attuale".

Intanto "un'altra potenziale gravidanza" realizzata con embrioni dai geni alterati è nella sua fase iniziale, ha detto He, citato da Bbc e Bloomberg. 

He Jiankui si è scusato per la divulgazione della scoperta ma ha difeso il proprio progetto. Parlando allo Human Genome Editing Summit, la conferenza che si tiene a Hong Kong sulle alterazioni del Dna, lo scienziato ha rivelato che lo "studio è stato sottoposto a una rivista scientifica per la revisione", senza specificare quale rivista, e ha confermato che la Southern University of Science and Technology di Shenzhen, nel sud-est della Cina, presso cui lavorava fino a febbraio scorso prima dell'inizio del periodo di congedo non pagato, non era al corrente dello studio che stava conducendo.

He ha poi difeso la sua ricerca, di cui si è detto "fiero", e che ritiene possa proteggere le due bambine, Lulu e Nana, secondo i nomi di fantasia date a loro, dal contrarre il virus dell'Hiv, che provoca l'Aids. Lo scienziato cinese ha spiegato in un video la metodologia, noto in campo medico come Crispr-Cas9 per l'alterazione del Dna, che ha attirato molte critiche da parte degli stessi scienziati cinesi, 122 dei quali hanno denunciato la mossa di He come l'apertura di un "vaso di Pandora" da richiudere "prima che sia troppo tardi".

Sulle affermazioni del ricercatore di Shenzhen hanno aperto inchieste anche la Commissione Nazionale per la Sanità cinese e il ministero della Scienza e della Tecnologia cinese: il vice ministro, Xu Nanping, si è detto "scioccato" ieri dalle affermazioni del professore associato, ribadendo che esperimenti di questo tipo sono vietati in Cina dal 2003.

 

L’incidenza delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino è in netto aumento. E si espande, per condizioni non ancora scientificamente certe, non solo nei Paesi storicamente interessati, come Europa e Nord America, ma soprattutto nei nuovi Paesi sviluppati. Un'emergenza che non trova riscontro, al momento, in un'adeguata assistenza nei confronti del paziente, tra terapie non adeguate, notevole impatto sulla qualità di vita e costi sempre maggiori per la spesa pubblica. Per cercare di far fronte a questo gap divulgativo e scientifico, si terrà da giovedì 29 novembre sino al 1 dicembre a Firenze, presso il Convitto della Calza, il IX Congresso Nazionale IG-IBD (Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease, ossia Gruppo Italiano per lo studio delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali), organizzato dalla società scientifica IG-IBD.

La malattia delle economie che crescono

Oltre cinquecento gli specialisti partecipanti, provenienti da tutta Italia. Le principali tematiche del programma scientifico del Congresso comprendono i nuovi dati di epidemiologia e decorso clinico in Europa e nel mondo, il trattamento di queste patologie tra passato, presente e futuro, le controversie nelle diverse strategie di trattamento. Focus anche su medicina personalizzata, prevenzione delle infezioni e gestione di situazioni speciali, in particolare la gestione dei pazienti con storia oncologica.

"Le malattie infiammatorie croniche intestinali sono in aumento ovunque nel mondo, soprattutto nei Paesi dalle economie in maggiore crescita, come la Cina e l’India – spiega il Prof. Alessandro Armuzzi, Segretario Generale IG-IBD, Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – Università Cattolica, Roma – Le IBD vengono attualmente considerate come malattie globali, mentre solo 30 anni fa erano per lo più localizzate in Europa e Nord America. In questi ultimi anni si sono maggiormente diffuse, proprio per via dell'industrializzazione e della globalizzazione. A contribuire fortemente è la componente ambientale, che agisce in maniera ancora ignota, e che, insieme alla predisposizione genetica, determina ad un certo punto della vita di un individuo una risposta immunologica abnorme nell'intestino. Ma se influisca maggiormente il cibo, l'inquinamento o qualche altro fattore, ancora non si sa".

In Italia i casi sono 200 mila

Si stima che oltre 5 milioni di persone nel mondo siano affette da malattie infiammatorie croniche dell'intestino, di cui circa 1.6 milioni nel Nord America e quasi 3 milioni in Europa, con un'incidenza media intorno ai 20 casi per 100.000 abitanti, ed una prevalenza media intorno ai 250 casi per 100.000 abitanti, rispettivamente. In Italia, pur mancando dati epidemiologici nazionali, vengono stimate oltre 200mila persone affette da colite ulcerosa o malattia di Crohn.

Circa il 50% dei pazienti con malattia di Crohn e fino al 20% dei pazienti con colite ulcerosa, inoltre, necessitano di intervento chirurgico entro 10 anni dalla diagnosi. Confermata, inoltre, una qualche predisposizione familiare nello sviluppo della malattia; infatti, un paziente su cinque ha uno o più parenti stretti affetti da malattia di Crohn o colite ulcerosa.

Pazienti sempre più giovani

Negli ultimi anni, inoltre, si è riscontrato un rapido e progressivo aumento dei casi a esordio in età pediatrica, con alcuni molto precoci, quelli definiti "very early onset", che possiamo vedere dai 2 di età anni in su.

"In Italia – spiega il Prof. Armuzzi – manca ancora un registro nazionale, quindi le cifre non sono certificate. Si può però dire che il 40% di questi 200mila casi è affetto dalla malattia di Crohn, mentre il restante 60% da colite ulcerosa. Le malattie infiammatorie croniche intestinali hanno il picco di incidenza tra i 20 e i 30 anni di età. Nel 20% della popolazione italiana le malattie infiammatorie croniche intestinali esordiscono in età pediatrica, provocando un decorso più aggressivo. La gestione di questi casi richiede un'attenzione notevole: i bambini affetti potrebbero rischiare di incorrere in un ritardo di crescita, ma anche in ricoveri ospedalieri ed interventi chirurgici".

Donazione di sangue “volontaria obbligatoria” nelle scuole. Con questo ossimoro il vicepremier, Matteo Salvini, ha annunciato di essere già al lavoro col ministro dell’Istruzione per promuovere la cultura del dono tra gli studenti. “Perché se li becchi a 18 anni – ha spiegato – poi te li tieni per i successivi 40 anni”. 

Cosa voglia dire "volontaria e obbligatoria" non è stato chiarito dal ministro, che ha avanzato la proposta durante la conferenza stampa per la firma del protocollo d'intesa fra l'associazione Donatorinati Polizia e Vigili del Fuoco. 

Per il ministro dell'interno la donazione del sangue è anche “una questione di sicurezza nazionale, perché se non lo raccogli lo compri ed in altri Paesi non ci sono i controlli rigorosi presenti in Italia”. Salvini ha quindi ribadito l’intenzione “di far sì che milioni di ragazzi che potrebbero donare lo facciano. La paura dell’ago – ha aggiunto – fa ridere. Anche io ce l’ho”.

La risposta delle associazioni di volontariato

La proposta di Salvini non pare destinata ad andare lontano – spiega Repubblica – non foss'altro che per la sua incostituzionalità. Avis, Civis e Cns (Centro Nazionale Sangue), con un comunicato congiunto si sono comunque premurate di rispondere. 

"Lascia perplessi l’ipotesi dell’obbligatorietà, anche se probabilmente si è trattato solo di una 'provocazione' durante la conferenza stampa, che condividiamo come obbligatorietà di corretta informazione e formazione ai giovani, a partire dalle scuole di ogni ordine e grado, sulla donazione biologica". "Siamo convinti – continua la nota – che si possa e si debba continuare a lavorare insieme sulla promozione di un gesto importantissimo, ma che deve sempre attenere a una motivazione personale di solidarietà".

Chi può donare

Ecco i requisiti richiesti per poter donare:

  • avere un'età compresa tra i 18 e i 65 anni (tra i 65 e i 70 anni la donazione è a discrezione del medico)
  • peso non inferiore ai 50 chilogrammi
  • stile di vita e stato di salute buoni

Principali criteri di sospensione dalla donazione

  • 4 mesi: dopo piercing, tatuaggi, rapporti sessuali a rischio non reiterati (occasionali, promiscui), interventi chirurgici maggiori, agopuntura, endoscopie (es. gastroscopia, colonscopia).
  • 6-12 mesi: dopo il rientro da viaggi in zone dove esiste il rischio di contrarre malattie infettive tropicali.
  • 6 mesi: dopo il parto.
  • Periodi differenti: per vaccinazioni, patologie infettive, assunzione di medicine.
  • Esclusione permanente: positività per test HIV, epatite B e C, malattie croniche.

Leggi anche: Salute: in Italia 1,7 mln donatori di sangue, pochi giovani 

Il Dna diventa moneta. Nebula Genomics vuole essere il “primo mercato online dei geni”. A definirlo così sono i fondatori della startup: George Church, Dennis Grishin e Kamal Obbad. Funziona così: la società sequenzia l'intero genoma gratis o per pochi dollari. Gli utenti, in cambio, decidono di mettere a disposizione di università e case farmaceutiche il proprio corredo genetico e altri dati sanitari.

Risparmiano, in alcuni casi guadagnano e ricevono informazioni sulla propria salute senza spendere nulla. La loro moneta non è nel portafogli ma ce l'hanno nel sangue.

Come funziona Nebula Genomisc

Nebula Genomisc è stata fondata nel 2016 ed è appena stata lanciata. Ha già raccolto 4,3 milioni di dollari da importanti venture capital, tra i quali Khosla Ventures. La genomica ha un impatto potenzialmente enorme sulla medicina, perché permette di avere terapie personalizzate, in base ai propri geni. “La tecnologia per rendere possibile tutto questo esiste già – spiegano i fondatori sul sito della startup – ma manca l'accesso ai dati su larga scala”. E senza informazioni (tante informazioni) non ci sono casi sufficienti per creare un archivio. Perché? Un po' per i costi necessari per sequenziare il Dna (che però sono già in netto calo), ma soprattutto perché – secondo Nebula Genomics – “i consumato sono riluttanti e preoccupati per la propria privacy”.

La piattaforma punta a sciogliere entrambi i nodi: il primo con un sistema di incentivi, il secondo usando la blockchain (il registro distribuito nato con Bitcoin) e la crittografia per gestire le informazioni. Partiamo da qui. Nebula Genomics non archivia le informazioni, a meno che non sia l'utente (spinto dalle ricompense) a volerlo. È il cliente a scegliere dove custodire il Dna: sul proprio dispositivo o su un servizio in cloud. La startup non ha un proprio “caveau” genetico (cioè non ha un server centrale). Solo dopo esplicito consenso, le informazioni saranno condivise con ricercatori e imprese. Resteranno anonime e non potranno essere scaricate dalla piattaforma. Per farlo serve un registro distribuito, la blockchain, accessibile (dietro specifiche autorizzazioni) sia a chi fornisce geni sia a chi intende studiarli.

Il baratto genico: chi ci guadagna e come

A chi conviene? Nebula Genomics guadagna facendo da intermediario. Università e case farmaceutiche potrebbero avere accesso a un serbatoio capiente e diversificato quanto mai prima, ottenendo informazioni che oggi è difficile reperire. Gli utenti ottengono una mappatura di geni completa. È la base per conoscere dettagli sulla propria salute. Non saranno però immediatamente disponibili. Ed è qui che si inserisce il sistema di ricompense.

Gli utenti riceveranno token (gettoni digitali) se, oltre al proprio Dna, decideranno di rivelare altre informazioni sanitarie, preziose per individuare una relazione tra geni e malattie. Ad esempio, potrebbero dire se hanno il diabete o l'artrite. I gettoni guadagnati possono essere spesi per avere servizi aggiuntivi e “acquistare informazioni”. Tradotto: ti consegno i miei dati e in cambio mi dici (gratis) se rischio di sviluppare cancro o Alzheimer. Un baratto genico. La startup sta valutando se concedere un'altra opzione: convertire i gettoni digitali in dollari. In pratica (anche se indirettamente) le case farmaceutiche pagherebbero in contanti per comprare Dna.

La differenza con i servizi attuali

Già oggi ci sono società che mappano il genoma umano. La più nota è 23andMe, guidata da Anne Wojcicki, ex moglie del fondatore di Google Sergey Brin e sorella sorella di Susan, ceo di YouTube. Anche 23andMe usa i dati come merce, condividendoli su esplicito consenso degli utenti. Qual è la differenza con Nebula Genomics? La prima è tecnica: la startup offre una mappatura completa del genoma, mentre la maggior parte di servizi simili ne cattura solo una parte. “È la stessa differenza che c'è – spiegano i fondatori – tra leggere un libro intero e cercare di capirlo scorrendo solo una pagina”.

Le altre distinzioni riguardano costi e dati. I test di 23andMe sono sempre a pagamento. Le informazioni ottenute possono essere girate ai clienti, sempre in forma anonima. Nebula Genomics sottolinea che, al contrario delle società esistenti, “non possiede i dati e non li vende”. È vero che non ha una propria cassaforte ma un registro distribuito ed è vero che guadagna offrendo un servizio. La differenza è però, nella prassi, piuttosto sottile. La vera novità è un'altra: la startup offre ricompense e rende più esplicito e trasparente l'accordo con gli utenti.

Il rischio di chiusura dell’Ebri, l’istituto di ricerca fondato e fortemente voluto da Rita Levi Montalcini, sembra scongiurato. Il governo ha promesso di intervenire con un emendamento, dopo che i vertici dell'istituto scientifico con un appello al presidente della Repubblica hanno fatto notare la mancanza, per la prima volta in 10 anni, del contributo straordinario nella legge di Stabilità. 

L’importanza del contributo

La mancata riconferma del contributo straordinario renderebbe impossibile all’entemantenere la struttura con cui portare avanti i progetti in corso, con conseguenze quali la restituzione dei finanziamenti ricevuti dall’estero, il licenziamento dei ricercatori, l’interruzione di dottorati di ricerca e delle tesi di laurea, e i mancati rinnovi di borse di studio per i giovani ricercatori. Attraverso i brevetti e con i finanziamenti competitivi ottenuti dalle istituzioni internazionali e dalla Commissione Europea l’Ebri si autofinanzia, coprendo però solo metà del fabbisogno. Attualmente la rete delle collaborazioni scientifiche con i centri di ricerca internazionali comprende: Londra, Cambridge, Edimburgo, Dresda e Jena, Aarhus, Salamanca e Madrid, Bordeaux, Karolinska Institute, Vienna, Hebrew University, Mc Gill University, New York University. 

Di cosa si occupa l’Ebri

L’Ebri (l'European Brain Research Institute ) è stato costituito nel 2002, per volontà del premio Nobel Rita Levi-Montalcini e risponde alla necessità di avere in Italia un centro in cui condurre ricerche di natura fondamentale sul cervello con l’obiettivo di individuare nuove strategie terapeutiche per malattie neurodegenerative, come l’alzheimer, e per altri gravi disturbi del sistema nervoso.  Negli ultimi anni hanno fatto parte del comitato scientifico dell’ente ben cinque Premi Nobel. Rappresenta una assoluta eccellenza nelle ricerche sulla malattia di alzheimer, per la quale oggi non c’è una cura. Il Nerve Growth Factor (NGF), la scoperta che ha dato il Nobel alla Montalcini e sul quale Ebri è leader mondiale, rappresenta una nuova speranza terapeutica per il trattamento della malattia di Alzheimer. Ebri ha sviluppato una variante del NGF, la cosiddetta forma ‘painless NGF’, che ha enormi potenzialità per il trattamento dell’alzheimer e di numerose altre patologie. I ricercatori dell’istituto scientifico hanno poi sviluppato anticorpi terapeutici contro le due proteine killer della malattia, la proteina Tau ed i cosiddetti oligomeri di Ab.

Neurologo: “E’ chiudere le porte alla speranza”

Per il professor Leandro Provinciali, neurologo ed ex presidente della Società italiana di neurologia (Sin) “rischiare la chiusura di un ente così importante per la ricerca su questo tipo di malattie è come chiudere le porte alla speranza.  Le malattie neurodegenerative non vanno sottovalutate perché colpiscono un numero molto alto di persone, di più di quelle che vengono colpite da forme tumorali e da malattie cardiocircolatorie”.  

L’appello al presidente Mattarella

 “Rivolgiamo un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché intervenga con la Sua autorevolezza affinché il Parlamento discuta ed approvi un emendamento alla legge di bilancio che mantenga in vita l’Ebri (European Brain Research Institute”. E’ l’appello di Antonino Cattaneo e Giuseppe Nisticò, rispettivamente presidente e direttore Generale della Fondazione Ebri al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Nel corso di questi anni l’ente di ricerca ha raggiunto importanti traguardi scientifici, diventando un fiore all’occhiello delle ricerche sul cervello, a livello nazionale ed internazionale. Nuovi approcci terapeutici per la malattia di Alzheimer e per altre gravi patologie neurologiche sono nati dalle nostre ricerche. Sulla base dei risultati raggiunti e di una progettualità innovativa, l’Ebri ha conquistato prestigiosi finanziamenti internazionali competitivi, dall’Alzheimer Association Usa ed inglese, alla Comunità Europea. Paradossalmente, nonostante questi successi, i giovani ricercatori non possono partecipare ai bandi per accedere ai fondi di ricerca del ministero dell’Istruzione o del ministero della Salute. I nostri ricercatori sono ‘invisibili’ per il sistema della ricerca nazionale.  Conoscendo la sensibilità del Presidente per il problema della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica, rivolgiamo questo appello, affinché la sopravvivenza stessa dell’Ebri non sia messa a repentaglio”. Il professor  Giuseppe Nisticò, direttore generale dell’Ebri, ha poi sottolineato che “nonostante questi successi, oggi l’ente vive una fase delicata in quanto dovrebbe essere assicurata dal governo la continuità dei finanziamenti necessari per condurre le ricerche già approvate dalla Commissione Europea e da altri prestigiosi organismi internazionali. Sarebbe insensato, per la nostra società, dopo lo straordinario impegno da noi profuso per trovare risorse private per la realizzazione dei laboratori di avanguardia dell’Istituto Rita levi-Montalcini, disperdere questo capitale di conoscenza e sviluppo, nato dalla volontà e dalla visione del nostro premio Nobel, e valorizzato e sviluppato dai nostri giovani ricercatori che lo Stato considera invisibili. Per questi motivi ci appelliamo al presidente della Repubblica, che ha già dimostrato concretamente di avere a cuore i problemi della ricerca e dei giovani ricercatori, perché sensibilizzi il Parlamento e le Istituzioni affinché venga garantita la continuità dei finanziamenti per mantenere in vita l’Istituto creato e voluto da Rita Levi-Montalcini, unico premio Nobel in Medicina del nostro Paese negli ultimi 40 anni”.

La rassicurazione del Governo

“Siamo fiduciosi e confidiamo nella promessa che autorevoli fonti governative ci hanno fatto”, ha dichiarato all’Agi il professor Antonino Cattaneo, presidente Ebri. “Al momento è solo una promessa, ma non abbiamo motivo di credere che non sia mantenuta”. 

L’hanno definita come una delle più grandi epidemie del nostro secolo. I numeri parlano chiaro: secondo le stime dell’International Diabetes Federation, nel 2017 si contavano nel mondo circa 425 milioni di persone con diabete. E si prevede che nel 2030 saranno molti di più, all’incirca 552 milioni. In Italia è diventata già un’emergenza. La Società italiana di diabetologia  stima che nel nostro paese ci siano circa 4 milioni di persone con diabete, a cui bisogna aggiungere un altro milione che ancora non sa di essere malato e altri 7 milioni di italiani in condizione di pre-diabete, vicini quindi alla completa manifestazione della malattia. 

Ma anche se sappiamo che per il diabete c'è una predisposizione genetica, numerosi studi scientifici hanno ormai dimostrato che le persone “a rischio”" possono ridurre le probabilità di ammalarsi con stili di vita corretti. In particolare, secondo gli esperti per prevenire il diabete, senza fare sacrifici inutili, basta seguire almeno 20 regole di base.

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1) Dire addio a bibite gassate e zuccherate, merendine e alimenti da fast food. Mentre alimenti ricchi di fibre (frutta, verdura, legumi, cereali integrali) contribuiscono a tenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue.

2) Se si è in sovrappeso, perdere anche solo cinque chili può ridurre in maniera significativa il rischio di contrarre il diabete, migliorando il benessere generale dell’organismo.

3) Numerosi studi suggeriscono che le vitamine C e K e il magnesio possono limitare la probabilità di ammalarsi di diabete di tipo 2. Particolarmente consigliati ananas, verdure a foglia verde scuro e avocado.

4) Trenta minuti al giorno di esercizio fisico sono sufficienti per tenere sotto controllo il peso corporeo e la glicemia.

5) Mangiare legumi e pesce perchè hanno meno grassi rispetto alla carne e aiutano a ridurre il rischio di diabete

6) Limitare quanto più possibile i consumo di formaggi.

7) Consumare con molta moderazione insaccati e carni rosse. Mangiare troppo grassi saturi aumenta le probabilità di ammalarsi.

8) Non fumare e non sottoporsi al fumo passivo protegge dal pericolo di ammalarsi di diabete.

9) Fare attività fisica, anche moderata. Basta infatti anche una passeggiata di 30 minuti circa al giorno per ridurre il rischio.

10) Bere caffè. Studi scientifici hanno dimostrato che le contiene molecole bioattive contenute in questa bevanda aiutano a regolare i livelli di zucchero nel sangue.

11) Va bene mangiare cioccolato, ma meglio quello fondente.

12) Sì alla pasta, ma a dosi moderate. In generale, i carboidrati non sono vietati ma è preferibile optare per quelli integrali.

13) Consumare olio extravergine d’oliva, ma senza esagerare con la quantità.

14) Evitate il vino o al massimo consumare uno o due bicchieri al giorno. Vietati i liquori.

15) Se si ha la glicemia compresa tra 100 e 125 mg/dl, andrebbe rimisurata ogni 6-12 mesi.

16) Se si ha un genitore o un fratello con diabete di tipo 2, bisogna cominciare a misurare la glicemia una volta l’anno, dopo i 30 anni d’età.

17) Se si hanno spesso infezioni genitali o urinarie o della cute o molte carie, meglio misurare la glicemia.

18) Chi ha più di 45 anni, dovrebbe misurare la glicemia e se è del tutto normale ripeterla entro i prossimi tre anni.

19) Le donne in gravidanza dovrebbero stare più attente alla dieta per evitare di esporre il nascituro a eventuali rischi da adulto.

20) Consultare il medico in presenza di particolari sintomi, come eccessiva sete o fame, frequente bisogno di urinare, perdita drastica di peso, vista annebbiata ed estremità intorpidite.

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