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Nell’ospedale di Mineola, Long Island, un adolescente è attaccato al respiratore. E dovrà restarci a lungo, se tutto andrà bene. È arrivato al pronto soccorso con una crisi respiratoria, vomito e vertigini. I medici hanno trattato i sintomi e lo hanno stabilizzato, ma ora brancolano nel buio.

“Hanno ricercato infezioni, batteri. Qualsiasi cosa. Ma è tutto negativo. Siamo senza speranza. I dottori devono riuscire a capire cosa lo sta uccidendo lentamente”, ha dichiarato il papà del ragazzo al New York Times. Come lui, 215 persone sono finite in ospedale in queste condizioni. Tutti giovanissimi, tutti svapatori. “Sta diventando un’epidemia”, ha commentato Melodi Pirzada, capo di pneumologia pediatrica all’NYU Winthrop Hospital.

Il trattamento è reso più difficile dal fatto che i pazienti non sanno (o in alcuni casi fingono in non sapere) cosa hanno inalato. Gli investigatori sanitari cercano di capire se nella fornitura di prodotti da svapo, è stata riscontrata una particolare tossina o sostanza. Se le persone hanno riutilizzato le cartucce contenenti prodotti contaminanti o se la sindrome è causata da un fattore comportamentale, come l’uso pesante di sigarette elettroniche, lo svapo di marijuana o una combinazione.

Le ipotesi più accreditate sono che, attraverso le vendite online, si stiano diffondendo sostanze dannose all’insaputa degli acquirenti o che i malori siano dovuti a cocktail confezionati in maniera estemporanea da consumatori spregiudicati. Per il presidente della American Vaping Association, il cartello che produce dispositivi e ricambi, è plausibile che i disturbi respiratori denunciati siano causati dall’aggiunta di droghe sintetiche o di cannabis, mixati illecitamente nei composti.

Venerdì, i Centers for Disease Control and Prevention hanno fatto appello agli adolescenti e ai consumatori in generale, chiedendo loro di smettere di comprare cannabis da strada e prodotti per sigarette elettroniche, e di non modificare i dispositivi per svapare le sostanze adulterate.

Il dispositivo di svapo ha introdotto un cambiamento radicale nel modo in cui le persone consumano nicotina o marijuana, inalando ingredienti vaporizzati. Lo svapo, infatti, funziona riscaldando il liquido e trasformandolo in vapore per essere inalato. In generale, le sigarette elettroniche (e-cig) sono considerate meno dannose delle sigarette tradizionali, che agiscono attraverso la combustione del tabacco che rilascia nei polmoni migliaia di sostanze chimiche, molte delle quali cancerogene.

Ma lo svapo ha i suoi limiti: per diventare inalabile, la nicotina o il THC, il principio attivo della marijuana, devono essere miscelati con solventi che dissolvono e rilasciano la sostanza. I solventi, o oli, si riscaldano durante l’aerosol per diventare vapore. Ma alcune gocce d’olio possono rimanere nel dispositivo quando il liquido si raffredda e l’inalazione di tali gocce può causare problemi respiratori e infiammazione polmonare.

“L’inalazione di olio nei polmoni è estremamente pericolosa e può provocare la morte”, ha affermato Thomas Eissenberg, che studia i problemi legati allo svapo alla Virginia Commonwealth University. Quando gli oli vaporizzati entrano nei polmoni, questi li riconoscono come un oggetto estraneo e innescano una risposta immunitaria, causando infiammazione e accumulo di liquidi che possono causare polmonite lipoide.

Non solo. Molti ingredienti di svapo non sono elencati sui prodotti. Secondo i funzionari per la sanità dello Stato di New York,  in molti dei casi registrati nello Stato un elemento comune è stato l’aver inalato olio di vitamina E. Non è noto come sia stato utilizzato, ma la vitamina E è talvolta pubblicizzata come integratore nell’olio di cannabidiolo, che non è progettato per lo svapo.

L’epidemia da sindrome respiratoria acuta associata allo svapo, osserva il NYT, ha messo in crisi due industrie emergenti: quella sigarette elettroniche e quella cannabis legale, entrambe nate come alternativa più salutare al vizio del fumo e degli antidolorifici. Ora un sottoinsieme di questi prodotti sta causando una grave malattia polmonare che persino le sigarette, sebbene letali a lungo termine, non causano nei giovani. Lobbisti e funzionari di entrambe le industrie puntano il dito contro i prodotti non regolamentati.

 

Sono 68.694 gli aspiranti camici bianchi che in tutta Italia affrontano le prove per l’ingresso alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Dopo l’aumento di circa il 20% dei posti a disposizione (1.800), fortemente voluto dal ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, quest’anno si è registrato un aumento di 1.689 iscrizioni rispetto al 2018. Ma il lieto fine, e quindi l’iscrizione, riguarderà poco più di un aspirante su 6.

I posti a disposizione sono – secondo i dati ufficiali del Miur – 11.568 per Medicina e 1.133 per Odontoiatria. I candidati devono rispondere in 100 minuti a 60 quesiti che da quest’anno sono più di cultura generale che di logica. Ad annunciarlo è stato il Miur lo scorso aprile, spiegando che si puntava ad avere prove più vicine alla sensibilità e alla preparazione dei candidati. Quindi, più domande di cultura generale, coerenti con quanto studiato durante l’ultimo anno della scuola secondaria, e meno quesiti di logica.

I quesiti di cultura generale, dunque, passano da 2 a 12 (con una diminuzione da 20 a 10 di quelli di logica) e fanno riferimento, in particolare, all’ambito storico, sociale e istituzionale, letterario. Ci sono anche domande relative all’area di Cittadinanza e Costituzione. Si parte da testi di saggistica scientifica, autori classici o contemporanei, da testi di attualità comparsi sui quotidiani, riviste anche specialistiche. In coerenza con il lavoro preparatorio fatto dagli studenti durante l’ultimo anno della scuola secondaria. Se è il giorno delle selezioni in lingua italiana dei futuri medici, il 12 settembre ci saranno quelle in lingua inglese. Mentre il 4 sarà la volta dei test di Veterinaria e il 5 di Architettura. Seguiranno le Professioni Sanitarie, l’11 settembre, e Scienze della Formazione Primaria il 13. I test per le Professioni Sanitarie (laurea magistrale), invece, si svolgeranno il 25 ottobre prossimo.

Cosa guida gli aspiranti medici? 

E’ la passione che spinge gli studenti italiani a tentare i test. Secondo una ricerca del portale Skuola.net, effettuata alla vigilia dell’appuntamento, su 1.600 aspiranti matricole che si cimenteranno con l’accesso programmato, il 75% degli aspiranti camici bianchi è spinto dalla passione. Quasi irrilevanti le prospettive occupazionali (prioritarie per il 12%) e di guadagno (determinanti per l’8%). Su questo aspetto lo scarto con altre facoltà a numero chiuso è evidente: prendendo in considerazione l’intero campione – che comprende anche chi si cimenterà con le altre prove d’accesso nazionali – il peso della passione si ferma al 66%, rimontata dalla dimensione lavorativa (15%).

L’augurio di Bussetti

 “Un grande in bocca al lupo ai ragazzi che affronteranno i test di ingresso per le facoltà di Medicina e Chirurgia e Odontoiatria” scriveva lunedì su Facebook il ministro Bussetti. “Questo Ministero è riuscito con impegno e determinazione ad aumentare i posti a disposizione per i nostri giovani studenti. Lo avevamo promesso e l’abbiamo fatto. Così come abbiamo aumentato i contratti delle specializzazioni mediche per dare ai nostri laureati l’opportunità concreta di completare il proprio percorso formativo, offrendo loro la possibilità di cominciare a esercitare la professione”. Bussetti, infine, ribadisce che  “l’Italia ha bisogno di medici. In questi mesi abbiamo lavorato avviando un percorso per colmare questo vuoto. Ci siamo sempre mossi – conclude – nell’interesse dei giovani e del Paese”.

Uno speciale gel di calcio e fosfato potrebbe proteggere lo smalto dentale e così prevenire il problema delle carie e dunque delle otturazioni (che spesso si perdono). Così si legge nello studio “Repair of tooth enamel by a biomimetic mineralization frontier ensuring epitaxial growth” pubblicato sulla rivista ‘Science Advances‘.

L’idea e la creazione di questo prodotto, in grado di spingere i denti ad autoripararsi, è del team di ricercatori guidato da Ruikang Tang dell’Università cinese di Zhejiang. L’esperimento è stato portato avanti su denti rovinati da acidi e poi ricoperti da questo gel. I denti sono stati immersi per 48 ore in una soluzione liquida che ricorda quella presente nella bocca.

Durante questo lasso temporale il gel ha stimolato la crescita del nuovo smalto, con livelli di calcio e fosfato simili a quelli naturali. “Questo perché probabilmente nel normale sviluppo dentale, la formazione dello smalto è costituita da una presenza disordinata di particelle di calcio e fosfato, proprio come nel gel che incoraggia la sua crescita”, dice Tang.

Il nuovo rivestimento dentale è 400 volte più sottile rispetto a uno smalto non danneggiato. Ma, come ricorda Tang, il gel può essere applicato più volte per portare a termine lo strato di ricostruzione.

“Altri gruppi – dice Tang – hanno cercato di riparare lo smalto dentale con miscele di calcio e fosfato che contenevano, però, particelle troppo grandi per poter aderire al dente, impedendo così la sua ricostruzione”. Il team ora sta testando il gel sui denti dei topi. Ora bisogna capire se le sostanze chimiche ivi contenute sono sicure. Poi si potrà pensare a testare il prodotto sugli esseri umani. “E capire se è utile e funzionale nell’ambiente della bocca. Anche quando, cioè, le persone mangiano e bevono”, sottolinea Tang.

Il matrimonio fa bene al cervello. Uno studio della Michigan State University, pubblicato sulla rivista The Journals of Gerontology: Series B, ha scoperto che le persone sposate hanno meno probabilità di soffrire di demenza quando invecchiano. Al contrario, le persone divorziate, specialmente gli uomini, hanno circa il doppio delle probabilità rispetto alle persone sposate di sviluppare la demenza.

Per arrivare a questi risultati i ricercatori hanno coinvolto sia persone sposate, che celibi, separate, divorziate, conviventi e vedove, per un totale di oltre duemila soggetti di età superiore ai 52 anni d’età. Tra questi, i divorziati avevano il più alto rischio di demenza.

“Questa ricerca è importante perché il numero di adulti non sposati negli Stati Uniti continua a crescere, poiché le persone vivono più a lungo e le loro storie coniugali diventano più complesse”, ha detto Hui Liu, che ha coordinato lo studio. “Lo stato civile è un fattore di rischio/protezione sociale importante, ma trascurato per la demenza”, aggiunge.

I ricercatori hanno anche scoperto che le diverse risorse economiche spiegano solo in parte il rischio di demenza più elevato tra gli intervistati divorziati, vedovi e non sposati, ma non sono stati in grado di spiegare il perché sembrerebbe esserci un rischio maggiore nei conviventi.

Inoltre, fattori legati alla salute, come cattive abitudini e condizioni croniche, hanno leggermente influenzato il rischio tra divorziati e sposati, ma non sembrano influenzare altri stati coniugali. “Questi risultati saranno utili per i responsabili delle politiche sanitarie e i professionisti che cercano di identificare meglio le popolazioni vulnerabili e di progettare strategie di intervento efficaci per ridurre il rischio di demenza”, conclude Liu.

Dopo le vacanze estive ben un italiano su 10 si trova ad affrontare la cosiddetta sindrome da rientro. “Si tratta di un malessere reale che causa una serie di fastidiosissimi sintomi: mal di testa, fiacchezza, sonno, stordimento, irritabilita’”, spiega all’AGI la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, direttore scientifico di Bioequilibrium e presidente di Eurodap, Associazione europea disturbi da attacchi di panico.

È un malessere passeggero, ma che potrebbe nascondere qualcosa di più. “Quando il rientro dalle vacanze ci mette in crisi, dovremmo chiederci quanto la vita di tutti i giorni, lavoro, relazioni, routine, siano soddisfacenti”, dice Vinciguerra. “Lo stacco dalla quotidianità, dai doveri e dalle responsabilità è doveroso, ma quando al ritorno dalle vacanze ci sentiamo più stressati di quando siamo partiti è decisamente un campanello d’allarme”.

Ma la maggior parte delle volte la “sindrome di rientro” si supera dopo qualche giorno, meglio e più velocemente se si seguono alcuni semplici consigli. “Rituffarci immediatamente in ritmi frenetici, scadenze, traffico e routine quotidiana non è mai una buona idea”, sottolinea ancora l’esperta.

“Molto meglio sarebbe tornare in città un paio di giorni prima di ricominciare a lavorare, ci potrebbe aiutare a sentirci meno stressati e più energici. Tornare immediatamente sui libri o al lavoro – continua – e avere poco spazio da dedicare a noi stessi, può tradursi in un malessere fisico generalizzato reale che renderà ancora più difficile il ritorno alla vita frenetica di ogni giorno”.

La prima regola è riprendere gradualmente, quindi evitare di rientrare dalle vacanze all’ultimo minuto. Fare attività fisica è il secondo passo. “Non ha benefici solo sul corpo, ma serve a diminuire lo stress e a mantenere il buon umore poiché stimola la produzione di endorfine”. Può essere d’aiuto stare all’aria aperta. “Si può ad esempio approfittare delle belle giornate di fine estate per uscire la sera e ritrovarsi con gli amici. Così facendo si prolungherà lo spirito vacanziero”, dice Vinciguerra.

È fondamentale non rinunciare al sonno, ma dormire almeno 7-8 ore a notte, e seguire un regime nutrizionale senza eccessi ma anche senza sottoporsi subito a diete rigide. Secondo l’esperta, durante la giornata bisogna rispettare i propri ritmi, concedendosi frequenti pause.

“Un buon trucco potrebbe essere quello di porsi degli obiettivi semplici arrivando con gradualità ai progetti più complessi”. Per i bambini la “sindrome da rientro” può essere più difficile da affrontare: “I più piccoli dovrebbero avere la possibilità di riadattarsi gradualmente agli orari ed alle regole di tutti i giorni poiché non si può pretendere che non soffrano di stress da rientro se dopo un periodo cosi’ lungo senza restrizioni, li catapultiamo nella vita frenetica di tutti i giorni”

A Roma il Fentanyl non è arrivato, ma c’è poco da festeggiare. Il rischio che la potentissima droga, che in Usa ha finora ucciso più della guerra in Vietnam, prenda piede anche in Italia è elevato. A lanciare l’allarme è Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini, Agenzia Nazionale di Croce Rossa Italiana per le tossicodipendenze. E lo fa in occasione della giornata mondiale sull’overdose che si celebra il 31 agosto.

“In genere tutto quello che prende piede negli Stati Uniti, tutte le mode, dalla minigonna in poi, dopo poco tempo arrivano anche in Italia. Ma l’arrivo di questa droga è qualcosa di drammatico”, spiega Barra all’Agi. L’ultima vittima celebre è lo chef italiano trapiantato a New York Andrea Zamperoni, ma in totale il Fentanyl ha ucciso in Usa 200 mila persone dal 2014.

“Vista l’emergenza Fentanyl, che negli Stati Uniti ha fatto impennare i morti per overdose, a Villa Maraini ci siamo organizzati prima degli altri, e da gennaio scorso attraverso l’Unità di Strada che opera a Roma (Tor Bella Monaca e Stazione Termini), dopo ogni intervento in overdose, effettuiamo un test per verificare se il paziente si è iniettato l’eroina sintetica, riscontrando fino ad oggi zero casi, ma il monitoraggio proseguirà perché ci aspettiamo che arrivi anche qui”, commenta Barra.

Che cos’è e quali sono i suoi effetti

È un oppiaceo sintetico ma non nasce come droga a scopo ricreativo. Sintetizzato per la prima volta nel 1960 da Paul Janssen, il Fentanyl – riporta Wired – è un antidolorifico molto potente che viene usato per la gestione del dolore, specialmente quello oncologico, mentre in combinazione con altre sostanze viene impiegato per l’anestesia.

I Centers for disease control and prevention (Cdc) americani lo definiscono da 50 a 100 volte più potente della morfina, mentre l’European monitoring centre for drugs and drug addiction gli attribuisce una potenza almeno 80 volte superiore alla morfina. Il farmaco magico, però, è finito presto nel commercio illegale, venduto come sostituto economico dell’eroina.

“Chi lo assume non cerca lo sballo”, spiega Barra. “I principali acquirenti americani sono persone che lo hanno assunto per un periodo dietro prescrizione medica per alleviare il dolore e ne è diventato dipendente. Poi ci sono i membri della middle class che preferiscono acquistarlo illegalmente perché è più economico”. C’è poi chi non sa nemmeno di assumerlo perché è stato utilizzato per potenziare altre droghe, tra cui l’eroina.

“Quando parliamo di Fentanyl non ci riferiamo a una realtà univoca. Si possono ottenere molecole diverse appartenenti tutti alla famiglia dei fentanili. Parliamo però sempre di un antidolorifico potentissimo, al punto che chiamarlo “antidolorifico è riduttivo. Non si può prescrivere il Fentanyl per un male al ginocchio perché c’è il rischio che le persone più disponibili ne diventino dipendenti. Che è quello che è accaduto”. 

Come uccide il Fentanyl

Non è l’unico antidolorifico a creare dipendenza, è ‘solo’ il più pericoloso. Uccide con solo 1 milligrammo per inalazione o anche per contatto. In Usa la dipendenza da oppiacei è stata dichiarata emergenza nazionale dal presidente Donald Trump. Secondo le autorità Usa i farmaci oppiacei hanno provocato 400.000 morti per overdose dal 1999 al 2017.

La situazione in italia

Nell’ultima relazione del Dipartimento antidroga italiano non c’è quasi traccia del Fentanyl. I sequestri si contano sulle dita, ma non per questo possiamo sentirci tranquilli. “Arriverà” commenta Barra “ma abbiamo un antidoto – il naloxone – che è capace di resuscitare le persone come Lazzaro. È così che dobbiamo prepararci”.

E poi cambiando strategia. “Le morti per overdose hanno registrato un trend ascensionale, soprattutto per il ritorno dell’eroina. C’è una nuova giovanissima generazione che ne fa uso come facevano i genitori 30-40 anni fa. Bisogna essere aggressivi perché non si può aspettare che il tossicomane vada a curarsi perché chi lo fa è  già a buon punto”.

Una cosa però Barra vuole importarla dagli Stati Uniti: la nuova politica “diversion and deflection”, in  base alla quale “le forze dell’ordine invece di trasformare il tossico in un carcerato lo avviano in un processo terapeutico presso centri appositi. Noi vogliamo importare questa strategia in tutto il mondo e in Italia”.

“È una materia che va maneggiata con cura”, conclude Barra. “I politici dovrebbero prendere questi fenomeni molto sul serio. Finora se ne sono fregati perché la droga non porta voti. Porta disperazione e morte. Basti pensare che a Villa Maraini gli ostacoli sono rappresentati proprio dalla Regione Lazio e dalla Asl, che ci proibiscono di usare altri farmaci, mentre il metadone, che è autorizzato, non lo rimborsano o lo fanno con grandi ritardi. Aspettiamo ancora quello di maggio”. 

Il 29 agosto, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha diffuso una nota intitolata “la regione europea perde terreno nell’eliminazione del morbillo”, in cui vengono riportati due dati preoccupanti, uno relativo al 2018 e uno al 2019.

Perché la situazione è in peggioramento? E qual è la situazione in Italia? Andiamo a vedere i dettagli.

Aumentano i Paesi in cui il morbillo non è debellato

Su 53 Stati che fanno parte della “regione europea” che cita l’Oms, nel 2018 quattro di loro (Regno Unito, Grecia, Repubblica Ceca e Albania) hanno perso lo status di Paesi in cui il morbillo è stato debellato. Si considera debellata la trasmissione endemica del morbillo non in assenza totale di casi, ma quando non si sono verificate trasmissioni a catena del virus del morbillo, all’interno del Paese preso in considerazione, per tre anni di fila.

Due Stati (Svizzera e Austria) hanno invece ottenuto lo status di Paesi in cui il morbillo è stato debellato, non avendo avuto trasmissioni endemiche negli ultimi 36 mesi.

Nella classificazione dell’Oms ci sono poi due categorie intermedie: quella degli Stati che non hanno avuto trasmissioni endemiche negli ultimi 12 mesi e quella degli Stati che non ne hanno avute negli ultimi 24 mesi.

Come si vede nel grafico, nel 2017 la situazione complessiva era di 37 Paesi su 53 in cui il morbillo è stato debellato, 5 in cui non si sono verificate trasmissioni endemiche negli ultimi 24 mesi, uno in cui non se ne sono verificate negli ultimi 12 mesi e 10 in cui invece si registrano trasmissioni endemiche.

Nel 2018, invece, la situazione è cambiata così: gli Stati in cui il virus del morbillo si considera debellato sono 35, in uno non si registrano casi negli ultimi 24 mesi e in uno negli ultimi 12 mesi. Sono invece saliti a 16 i Paesi in cui ci sono state trasmissioni endemiche.

Aumentano i casi di morbillo nel 2019

La seconda notizia allarmante diffusa dall’Oms nella sua nota di agosto è che «l’aumento registrato nel 2018 è proseguito nel 2019, con circa 90 mila casi riportati nella prima metà dell’anno. Questo numero è già superiore a quello registrato per l’intero 2018 (84.462 casi)».

Andando a vedere i dettagli, vediamo che la maggioranza di questi 90 mila casi del primo semestre del 2019 sono concentrati in un solo Stato, l’Ucraina (54.246, contro i 53.218 dell’intero 2018). Seguono in classifica, ma a grande distanza, il Kazakhstan (8.855), la Georgia (3.874), la Russia (2.902) e la Turchia (2.391).

Secondo un’esperta dell’Oms, Kate O’Brien, intervistata dalla Bbc, la responsabilità di questo peggioramento nella lotta al morbillo – patologia che può essere anche letale – è soprattutto della disinformazione sui vaccini.

E l’Italia?

L’Italia, con 1.332 casi endemici (e un decesso) nei primi sei mesi del 2019, arriva nona su 53 Stati, dietro – oltre agli Stati già citati – a Kyrgyzstan, Macedonia e Francia. Nell’intero 2018 nel nostro Paese i casi di morbillo erano stati 2.686 (con nove decessi) e l’Italia era il quinto Paese con più casi in assoluto dietro Ucraina, Serbia, Israele e Francia.

Se invece che al numero assoluto di casi di morbillo guardiamo al tasso di incidenza sulla popolazione residente, ovviamente la posizione di un Paese popoloso come l’Italia (22,47 casi ogni milione di abitanti nel primo semestre del 2019) migliora notevolmente, passando dal nono al ventiduesimo posto.

Dalla scheda dell’Oms dedicata al nostro Paese si vede come l’Italia sia considerato – negli anni 2016 e 2017, e alla luce dei dati sopra citati probabilmente lo sarà anche nel 2018 – uno Stato dove il morbillo è endemico.

La grande impennata nel numero di casi, come si vede nel grafico, si è avuta nel 2017, quando il totale dell’anno è arrivato a 4.828 casi endemici (con un’incidenza di 89,1 casi per milione di abitanti, il doppio di quella di 45,3/1 milione relativa al 2018).

L’effetto del decreto Lorenzin

A giugno 2017, durante la scorsa legislatura, per far fronte all’emergenza morbillo e non solo, è stato varato un decreto legge – noto col nome dell’allora ministro della Salute, Beatrice Lorenzin – che ha reso obbligatorie una serie di vaccinazioni, pena l’esclusione dei bambini non vaccinati dalle scuole.

Andiamo a vedere se, guardando alle coperture vaccinali relativa al morbillo, si può dire che abbia funzionato o meno.

Mettiamo allora a confronto i dati relativi al 2016 – coperture vaccinali a 24 mesi, coorte 2014 – e i più recenti, relativi al 2018, sempre riferiti alle coperture vaccinali a 24 mesi, coorte 2016.

La copertura del morbillo è passata dall’87,26% al 93,22%, quasi 6 punti percentuali in più. Nonostante questo miglioramento, l’Italia ha comunque fallito l’obiettivo di raggiungere l’immunità di gregge per il morbillo, fissata dall’Oms al 95%.

Possiamo dunque dire che il decreto Lorenzin stia funzionando, ma che ci sia ancora della strada da fare.

Conclusione

Il morbillo si sta diffondendo in maniera preoccupante in Europa. Aumentano i Paesi in cui si trasmette endemicamente nel 2018 rispetto al 2017, e aumenta il numero totale di casi di morbillo nel 2019 rispetto al 2018. La situazione peggiore si registra in Ucraina, ma sono numerosi i Paesi in cui la situazione è grave.

L’Italia, che appartiene alla categoria dei Paesi dove il morbillo si trasmette endemicamente, è in via di miglioramento rispetto al picco del 2017. Grazie, con ogni probabilità, al decreto Lorenzin, c’è stato un aumento significativo della copertura vaccinale (+6 punti percentuali) ma ancora non è stata raggiunta l’immunità di gregge, fissata dall’Oms al 95% per il morbillo.

 

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

L’omosessualità dipende da un mix di fattori genetici e ambientali, in modo simile ad altri tratti umani. Non esiste infatti un singolo gene legato all’omosessualità, ma ci sono migliaia di varianti genetiche ognuna della quali ha un piccolo effetto. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio internazionale coordinato dallo scienziato italiano Andrea Ganna che lavora presso il Broad Institute di Harvard. Per arrivare a questi risultati, pubblicati sulla rivista Science, i ricercatori hanno esaminato i dati relativi a 470 mila persone conservati nella biobanca britannica UK Biobank e nella statunitense 23andMe.

Gli studiosi non sono riusciti a trovare tra le varianti genetiche modelli che potrebbero essere utilizzati per prevedere o identificare in modo significativo il comportamento sessuale di una persona. Nel loro studio, solo cinque varianti genetiche sono risultate “significativamente” associate all’omosessualità e sembra siano coinvolte anche altre migliaia di varianti che nel loro insieme hanno solo piccoli effetti e non possono essere considerati predittivi.

Alcune di queste varianti sono collegate ai percorsi biologici relativi agli ormoni sessuali e all’olfatto e questo fornisce indizi sui meccanismi che influenzano l’omosessualità. “Anche se abbiamo trovato particolari varianti genetiche legate all’omosessualità – spiegano i ricercatori – anche combinate insieme gli effetti sono molto piccoli (inferiori all’1 per cento)”. È probabile quindi che ci siano migliaia di altri geni legati in qualche modo al comportamento sessuale. Secondo i ricercatori, la genetica da sola non spiegherebbe comunque la variabilita’ del comportamento sessuale umano.

L’uso prolungato del cellulare può generare disturbi soprattutto per gli adolescenti. Secondo i dati recenti lo smartphone viene usato in media 5 ore al giorno. “Questo uso intensifica – spiega Giovanni Battista Tura, responsabile di Psichiatria dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia – l’accelerazione fra intenzione e azione, fra richiesta e soddisfacimento della stessa”.

“Positivo, tutto ciò, per alcuni versi, negativo se non ci consente più di filtrare, attendere, decidere, procrastinare, rimandare, sostanzialmente pensare. Tutto ciò può diventare – sottolinea il medico – il presupposto per percorsi di sofferenza psichica di diversa natura: se l’artificiale sostituisce il reale, quando poi il reale ti interpella con le sue istanze complete, se non sei allenato, scappi, vai in ansia, ti deprimi. Un circolo vizioso, in cui causa ed effetto si mescolano, in cui determinanti e risultato si confondono”.

Secondo Tura, il discorso diventa più preoccupante se riferito agli adolescenti “perché – spiega – si sommano due variabili che diventano fattori di moltiplicazione: da un lato l’elevata fruizione di questo strumento tipico della fascia adolescenziale, dall’altro il delicato e fragile percorso di identificazione e di adultizzazione in corso, in cui ogni variabile in campo ha un valore specifico elevato, e più queste variabili sono disequilibranti, innaturali e decontestualizzate con il fisiologico crescere, più sono a rischio di generare malessere e reali disturbi”. 

La listeriosi, tornata a far parlare di sé dopo i numerosi casi in Spagna, è un’infezione causata dal batterio Listeria monocytogenes, generalmente dovuta all’ingestione di cibo contaminato e pertanto classificata fra le malattie trasmesse attraverso gli alimenti.

“Nei Paesi occidentali, la malattia si sta rivelando sempre più un importante problema di sanità pubblica”, si legge sul sito Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss).  “Seppur relativamente rara, infatti, si può manifestare con un quadro clinico severo e tassi di mortalità elevati soprattutto in soggetti fragili quali neonati, anziani, donne gravide e adulti immuno-compromessi. Inoltre, negli ultimi anni, si sono verificate frequenti epidemie, soprattutto in seguito alla distribuzione di cibo contaminato attraverso le grandi catene di ristorazione”, aggiunge.

Il batterio che causa la listeriosi è ubiquitario, molto diffuso nell’ambiente e si trova comunemente nel suolo, nell’acqua, nella vegetazione e nelle feci di numerose specie animali, senza che questi mostrino sintomi apparenti. Può contaminare qualunque livello della catena di produzione e consumo degli alimenti. Può crescere e riprodursi a temperature variabili da 0 a 45 C, tende a persistere nell’ambiente e quindi essere presente anche in alimenti trasformati, conservati e refrigerati.

Gli alimenti principalmente associati all’infezione da listeriosi comprendono: pesce, carne e verdure crude, latte non pastorizzato e latticini come formaggi molli e burro, cibi trasformati e preparati (pronti all’uso) inclusi hot dog, carni fredde tipiche delle gastronomie, insalate preconfezionate, panini, pesce affumicato.

Più raramente le infezioni possono verificarsi attraverso il contatto diretto con animali, persone o l’ambiente contaminato. La listeriosi può assumere diverse forme cliniche, dalla gastroenterite acuta febbrile più tipica delle tossinfezioni alimentari, che si manifesta nel giro di poche ore dall’ingestione, a quella invasiva o sistemica. Le donne in gravidanza di solito manifestano una sindrome simil-influenzale con febbre e altri sintomi non specifici, come la fatica e dolori.

Tuttavia, le infezioni contratte in gravidanza possono comportare serie conseguenze sul feto (morte fetale, aborto, parto prematuro, o listeriosi congenita). In adulti immuno-compromesse e anziani, la listeriosi può causare meningiti, encefaliti, gravi setticemie. Queste manifestazioni cliniche sono trattabili con antibiotici, ma la prognosi nei casi piu’ gravi è spesso infausta. L’incubazione media è di 3 settimane (ma può prolungarsi fino a 70 giorni).

La migliore strategia di lotta alla listeriosi passa attraverso una efficiente prevenzione, che si può facilmente attuare applicando le generali norme di igiene e attenzione previste per tutte le altre tossinfezioni alimentari: dalla cottura completa dei cibi al lavaggio accurato delle verdure prima di consumarle, dalla separazione delle carni crude dalle verdure e dai cibi cotti e pronti al consumo fino alla scelta di prodotti lattiero-caseari pastorizzati.

È bene inoltre lavare scrupolosamente le mani e gli utensili da cucina dopo aver maneggiato alimenti crudi e consumare in tempi brevi alimenti deperibili. Data la sua natura batterica, il trattamento della malattia passa attraverso una terapia antibiotica, sia per gli adulti che per i bambini. Una cura antibiotica somministrata precocemente a una donna incinta può prevenire la trasmissione della malattia al feto. 

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