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Il mondo ci si rivolterà contro, pensare di violare i limiti di utilizzo di un materiale come la plastica pensando di allontanarlo dalla nostra vita per sempre una volta gettato nei rifiuti è pura follia. Ed oggi la scienza lo dimostra. Secondo una ricerca pubblicata su Enviromental – science & technology – ogni anno ingeriamo circa 32.000 microplastiche. Pro capite. Sì, esatto: 32 mila microscopici pezzetti di plastica finiscono nel nostro corpo, e gli unici che possiamo incolpare siamo noi, sono tutti minuscoli pezzi dei nostri rifiuti finiti in mare o nell’aria e che noi poi riportiamo a casa bevendo, mangiando o anche solo respirando.

Un articolo di Quartz, per esempio, ci spiega come circa 2000 microplastiche l’anno finiscano nel nostro organismo tramite il normalissimo sale da cucina. Un capitolo della suddetta ricerca infatti è dedicato ad uno studio fatto su 39 marche diverse di sale proveniente da 21 paesi diversi del mondo. Il risultato è sconvolgente, su 39 marche solo tre sono risultate prive di microplastiche, per l’esattezza un raffinato sale marino proveniente da Taiwan, un raffinato sale roccioso cinese e un sale marino non raffinato in Francia.

Il resto, un disastro. Sali marini, sali di roccia, sali di lago, tutti pieni di plastica. Ma come ci finisce la plastica nel nostro sale da cucina? Semplice. Il sale, chiaramente quello marino e di lago, non è altro che ciò che resta dall’evaporazione dell’acqua. Viene poi raccolto, impacchettato e venduto. Ed è l’acqua in questione a riportare in casa nostra i residui di quella plastica con la quale ogni giorno noi avveleniamo mari, fiumi e laghi del nostro pianeta.

Quella della plastica nel sale è una costante che ritorna con tale regolarità che gli scienziati ormai analizzano il sale per misurare l’inquinamento delle acque in diversi luoghi del mondo senza doversi muovere dall’ufficio. La brutta notizia è che stiamo parlando, appunto, di circa il 6% della plastica che noi ingeriamo ogni anno, l’80% invece proviene dall’aria, la inaliamo tutti i giorni dentro e fuori casa, secondo la ricerca in questione non possiamo evitarlo. Imponente anche la quantità di plastica che ingeriamo bevendo birra o mangiando pesce, insomma, quando utilizziamo un cm di plastica in più, sappiate che è solo questione di tempo prima che ritorni a farsi vivo, invisibile, da noi, anzi, dentro di noi.     

L’alcol è la sostanza psicotropa che miete più vittime in termini di dipendenza, rispetto a fumo, droghe sintetiche e cocaina. Rappresenta, infatti, il primo fattore di rischio per la salute in Europa, insieme al fumo e all’ipertensione. Dal 2008 al 2017 ci sono state in Italia 435 mila morti causate dall’alcol, per patologie alcol-correlate, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, incidenti domestici, omicidi o suicidi legati allo stato di alterazione psicofisica. E' la fotografia scattata dal Rapporto Eurispes-Enpam ‘Indagine sull’Alcolismo in Italia. Tre percorsi di ricerca’.

Si beve ovunque, a qualunque ora, sempre più lontano dai pasti e soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Oltre sei italiani su dieci mettono l’alcol in relazione alla convivialità, al relax, al piacere e alla spensieratezza (63,4%), mentre solo un quarto lo associa a concetti negativi, come la fuga dai problemi, la perdita di controllo e il pericolo (25,6%). 

A 11 anni la prima bevuta 

Allarmante il ‘debutto’ alcolico sempre più precoce: più della metà dei ragazzi ha bevuto il primo bicchiere tra gli 11 e i 14 anni (52,8%). Oltre la metà dei giovani (11-19 anni) beve “qualche volta” (51,6%), mentre l’8,2% lo fa “spesso”.  In particolare, tra i 15-19enni la percentuale di chi beve “qualche volta” sale al 65% e solo due su dieci sono astemi. Un terzo degli intervistati ha giocato con gli amici a chi beve di più (33,1%) e una identica percentuale rivela di aver visto un amico o un conoscente riprendersi o farsi riprendere in video mentre beveva.

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La birra è in cima ai desideri dei giovanissimi, seguono il vino, poi shottini e superalcolici. Il consumo è sempre più extracasalingo, indipendente dal pasto e legato a momenti di divertimento e allo “sballo”: il 28,6% beve al pub, il 21,4% in discoteca, solo due su dieci bevono a tavola.

Insomma, il drink alcolico è considerato una sorta di “rito di passaggio sociale” che caratterizza la fine dell’infanzia. E il tradizionale divario tra i due sessi risulta oggi assai più contenuto rispetto al passato. Infine, secondo i dati dell’indagine, oltre la metà dei minori ha acquistato alcolici (54,4%) nonostante la legge italiana lo vieti e obblighi il venditore a chiedere un documento d’identità. Di questi, oltre un quinto dichiara che non gli è stato mai chiesto il documento al momento dell’acquisto (21,7%).

L’uso è tra prime cause di morte tra i giovani

In Italia – rivela il rapporto – l’uso di sostanze alcoliche è tra le prime cause di morte tra i giovanissimi, spesso in seguito a incidenti stradali. Il 40% degli intervistati maggiorenni ammette di essersi messo alla guida dopo aver bevuto in modo eccessivo, a cui si aggiunge un decimo dei giovanissimi. Inoltre, il 30% dei ragazzini tra gli 11 e i 14 anni dichiara di aver viaggiato su un mezzo guidato da qualcuno che aveva bevuto alcolici.

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Interrogati sul tasso alcolemico consentito dalla legge per guidare, i due terzi degli italiani non sono stati in grado di rispondere correttamente, così come i tre quarti dei giovanissimi. Più di otto italiani su dieci ritengono che lo Stato abbia fatto poco per contrastare il fenomeno dell’alcolismo (84,1%); tuttavia, una maggioranza non schiacciante (60%) si dice favorevole ad una regolamentazione del consumo, a fronte di numerose voci contrarie.

Per 7 medici su 10 dipendenza legata a ‘sballo’

Il consumo eccessivo di alcol non appartiene a nessuna particolare tipologia di paziente ma “attraversa” l’intera società. In generale, emerge una scarsissima correlazione tra emarginazione sociale e alcolismo e per oltre sette medici su dieci, le motivazioni di chi ha dipendenza da alcol sono legate alla ricerca di divertimento e di “sballo”. Quattro medici su dieci ritengono infatti che gli alcolisti non possono essere categorizzati (39,4%), mentre per tre su dieci si tratta di persone depresse o in difficoltà (31,8%), secondo il 23,5% sono, invece, soggetti socialmente inseriti e solo il 5,3% li identifica come persone sbandate.

Altro che fumo e droga, l'acol crea più dipendenza

Un approccio culturale a cui contribuirebbero in modo determinante i media con i messaggi che veicolano. Il mondo medico sottolinea il primato dell’alcol per diffusione rispetto alle altre sostanze psicotrope e il suo impatto deleterio rispetto alla salute. Nove medici su dieci indicano l’alcol come la sostanza che miete più vittime in termini di dipendenza, rispetto a fumo, droghe sintetiche e cocaina. Il rapporto tra alcol e guida si conferma uno dei nodi cruciali del problema. Al  fronte di ciò, il tema dell’alcolismo viene percepito dai cittadini italiani maggiorenni come problema sociale in modo meno netto rispetto a trent’anni fa (oggi lo ritiene un problema rilevante il 35,4% rispetto al 66% del 1984, anno della prima indagine Eurispes).

Emergono, però, frequenti eccessi nel consumo. Alla metà degli intervistati capita, infatti, di eccedere con l’alcol, anche se “qualche volta” (47,7%), ovvero il 14% in più rispetto al 2010 (22esimo Rapporto Italia, Eurispes). E lo fa per diverse ragioni: il 28% per “piacere” (nel 2010 la quota era del 49,4%), un quarto per “stare meglio con gli altri” (il 12,1% in più rispetto al 2010), il 23,7% per “rilassarsi” (l’8,8% in più rispetto al 2010), il 9,2% per “affrontare una situazione complicata” (contro il 2,6%), il 2,2% per “reagire a un insuccesso” (contro l’1,2%).

Le donne senza sintomi e non a rischio di tumore all'ovaio non devono sottoporsi allo screening. La raccomandazione arriva dalla US Preventive Services Task Force (USPSTF) e fa seguito a una revisione delle prove sui benefici e sui rischi dello screening per il carcinoma ovarico in donne asintomatiche che non sono a rischio elevato. Si tratta di un aggiornamento dalle indicazioni del 2012, secondo il quale non ci sono prove sufficienti sul legame tra screening e riduzione di questo tumore, anzi il rischio in alcuni casi è di provocare possibili danni, legati a interventi chirurgici non necessari.

Data la mancanza di beneficio sulla mortalità dello screening e i danni da moderati a sostanziali che potrebbero derivare da risultati di test di screening falsi positivi e successivo intervento chirurgico, l'USPSTF afferma con moderata certezza che i danni dello screening per il carcinoma ovarico superano i benefici e il rapporto rischio /beneficio è negativo sottoponendosi allo screening.

Proprio il tumore all'ovaio è uno dei temi principali del Congresso europeo di oncologia (ESMO), che si tiene a Monaco di Baviera (19-23 ottobre) e che riunisce oltre 27 persone tra specialisti, associazioni, esperti del settore, nel corso del quale saranno presentati anche diversi studi del nuovo approccio 'real life' cioe' su pazienti della vita 'reale'. Le sperimentazioni, infatti, coinvolgono pazienti selezioni, con l'obiettivo di testare efficacia e sicurezza di farmaci fino all'approvazione.

"Negli studi di tipo 'real life', invece, ci sono criteri di inclusione meno rigidi e si va a vedere ciò che accade davvero nella pratica clinica. La vita reale è diversa rispetto a quei pazienti dei trial ufficiali, che hanno criteri stringenti", spiega il professor Sandro Pignata, direttore dell'Unità di oncologia medica uroginecologica, presso l'Istituto Tumori Fondazione Pascale di Napoli. "Gli studi registrativi dei farmaci includono il 3% della popolazione che si vede in realtà negli ospedali, quindi una popolazione molto selezionata", prosegue l'esperto. "Con le ricerche in 'real life' vogliamo ribaltare questa proporzione e avere una risposta chiara su tutti, a prescindere da variabili come l'età o malattie concomitanti".

Per questo è stato condotto uno studio prospettico su una efficace molecola contro il tumore dell'ovaio, prodotta da Pharmamar (Trabectedina), in combinazione con doxorubicina liposomale pegilata (PLD) nei pazienti platino sensibili con recidiva di tumore ovarico indipendentemente dall'uso di antiangiogenico. Lo studio, di cui il prof. Pignata è coordinatore internazionale e che viene presentato all' Congresso ESMO, ha coinvolto 224 pazienti in 'real life' di 50 Centri europei (dalla Francia alla Spagna alla Germania), tra cui 18 strutture di tutta la penisola (da Milano a Napoli da Aviano a Bari, da Torino a Roma a Brindisi) per un totale di 96 pazienti in Italia.

"I risultati sono positivi soprattutto per due motivi – sottolinea l'oncologo – sia per l'efficacia paragonabile se non migliore rispetto agli studi che hanno portato alla registrazione del farmaco sia per l'inclusione di pazienti in più linee di trattamento. Significa che nel tempo è migliorata la pratica clinica e la gestione della terapia e dei pazienti. Molti continuano la cura senza problemi, poiché sono stati minimizzati anche gli eventuali effetti collaterali". I risultati dello studio, infatti, suggeriscono che la trabectedina più PLD è efficace nella recidiva del tumore dell'ovaio, indipendentemente dall'uso precedente di antiangiogenici. 

Scoperto dai ricercatori dell'Università di Padova un nuovo gene coinvolto nella cardiomiopatia aritmogena, responsabile di morte improvvisa di giovani atleti. Si tratta di una malattia ereditaria, che interessa 1 persona ogni 5000 e provoca due morti all'anno ogni 100 mila persone sotto i 35 anni di età.

Per questa malattia, nota al grande pubblico per avere colpito atleti e calciatori famosi, non esiste, a tutt'oggi, una cura. Il gruppo di ricercatori coordinato dalla Prof.ssa Alessandra Rampazzo del Dipartimento di Biologia dell'Università di Padova, è riuscito a scoprire un nuovo gene coinvolto nella cardiomiopatia aritmogena, il gene che produce la proteina "zonula occludens-1".

Come ci si è arrivati

Studi precedenti condotti dal medesimo gruppo dell'Università di Padova avevano già portato all'identificazione di 6 geni associati alla morte improvvisa giovanile. "Questa scoperta è stata fatta partendo da una famiglia affetta da cardiomiopatia aritmogena – spiega la professoressa Alessandra Rampazzo -, in cui si era manifestato un caso di morte improvvisa giovanile. Escluse tutte le cause genetiche fino ad ora note, nel nostro laboratorio la dottoressa Marzia De Bortoli e le colleghe Giulia Poloni e Martina Calore hanno sequenziato tutte le parti del Dna che portano l'informazione genetica in un soggetto malato della famiglia e, partendo da oltre 10.000 varianti genetiche rare, sono arrivate ad identificare il gene responsabile della malattia in questa famiglia".

Non una cura, ma prevezione

La conferma del risultato è arrivata poi con il riscontro di una seconda mutazione trovata in un individuo appartenente ad un'altra famiglia, ma affetto dalla stessa patologia e di altre 2 mutazioni in due soggetti olandesi, diagnosticati e studiati nell'Academic Medical Center di Amsterdam. Questo gene produce la proteina "Zonula occludens-1", che ha un ruolo molto importante per la formazione di giunzioni comunicanti, giunzioni che permettono il passaggio di piccoli ioni tra cellule cardiache vicine e quindi l'accoppiamento elettrico.

L'importanza della scoperta è duplice in quanto ha un impatto sia scientifico che clinico. Da un lato apre la strada all'individuazione di nuovi geni e alla comprensione dei meccanismi con cui si instaura e si sviluppa la malattia, dall'altro rappresenta un importante passo avanti nella prevenzione della morte improvvisa giovanile grazie all'individuazione dei soggetti a rischio, che vengono sottoposti a controlli cardiologici accurati ed a terapie farmacologiche preventive.

Rischio microbiologico per salmonella. Questo il motivo che ha spinto il Ministero della salute a diffondere un avviso di richiamo di un lotto di lotto di barrette proteiche Protein+ White 31% a marchio +Watt per la presenza di Salmonella spp, riscontrata in alcuni campioni del prodotto. Le barrette richiamate sono quelle al gusto crema e limone, vendute in confezioni da 40 grammi, con il numero di lotto 770317, con scadenza dell'01/2019.

Le barrette proteiche richiamate sono state prodotte dall’azienda Nutravant, in uno stabilimento nella zonda industriale di Monopoli (BA). A scopo precauzionale e al fine di garantire la sicurezza dei consumatori, Giovanni D'Agata, presidente dello Sportello dei Diritti”, raccomanda a coloro che hanno acquistato il prodotto medesimo lotto di appartenenza, di non consumarlo. 

Ma il ministero della Salute ha messo i consumatori in guardia anche da un lotto di croissant a lievitazione naturale con crema al latte a marchio Bauli Spa. Come si legge nel comunicato pubblicato sul sito del dicastero, il prodotto in questione è è venduto in confezioni da 300 grammi, con il numero di lotto LA8312BR e la data di scadenza 30/11/2018. I croissant richiamati sono stati prodotti per Bauli Spa nello stabilimento di Castel D’Azzano, in provincia di Verona. 

Infine il ministero ha diffuso in giornata un terzo avviso di richiamo di un lotto della salsiccia sfusa stagionata per la presenza di Salmonella spp, riscontrata in alcuni campioni. Il salame richiamato è quelle con il numero di lotto 29/2018, con termine di scadenza minima del 15/10/2018. Le salsicce sono state prodotte da una macelleria in uno stabilimento di Spoleto, Perugia.

 

Non avrei mai immaginato che esperimenti eseguiti nell’estate del 2008, volti a testare in laboratorio un nuovo approccio per rigenerare il cuore dopo un infarto, mi avrebbero indotto, dopo 8 anni di studi, a coniare la parola “ristoceutica” un neologismo  sincratico da ristorazione e nutraceutica. La ristoceutica, per la prima volta celebrata alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in occasione della Notte Europea dei Ricercatori in Toscana 2018, è una nuova linea di ricerca che vuole utilizzare le più recenti biotecnologie per generare un pasto funzionale ovvero un’associazione di diversi alimenti funzionali che migliorano lo stato di salute dell’uomo grazie al loro contenuto in composti biologicamente attivi.

Chi è il ristoceuta

Il ristoceuta è lo scienziato che si lascia contaminare da diverse conoscenze provenienti dal mondo della biomedicina e delle biotecnologie, come da quello delle agrobioscienze e delle scienze dell’alimentazione. Egli dovrà saper dialogare con i medici e i produttori agroalimentari e si dovrà dedicare allo studio:

  • dell’interazione tra diversi alimenti funzionali (al fine di favorire sicure sinergie piuttosto che pericolosi antagonismi),
  • degli effetti delle tecniche di conservazione e cottura sui composti nutraceutici presenti negli alimenti funzionali (al fine di mantenerne le concentrazioni efficaci), 
  • delle interazioni tra i nutraceutici epigeneticamente attivi degli alimenti funzionali e i farmaci o le comorbidità degli individui.

I ricercatori del Trancrilab dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa hanno dimostrato che i composti biologicamente attivi e commestibili, come il beta-glucano d’orzo, i sulforafani delle crucifere, i polifenoli, come quelli dell’ olio extravergine d’oliva, del cacao, delle mele del Casentino o del pomodoro nero, gli omega-3 del pesce azzurro o delle noci, i microRNA delle bacche d’uva Sangiovese e l’acido lipoico del grano antico biofortificato con ferro e zinco mediano reazioni chimiche dose-dipendenti a livello del DNA e/o degli istoni che favoriscono l’espressione di geni protettivi negli organi vitali, come il cuore e il cervello.

I menù funzionali

In occasione di RistoHealth, il primo showcooking funzionale che ha visto la ristoceutica trasferirsi dai laboratori ai fornelli della notte europea dei ricercatori, il professore di cucina Innocente Galluzzi dell’IPSSEOA di Polignano a Mare, insieme ai suoi collaboratori, ha fatto toccare con mano, e non solo, un gustoso menù funzionale che attinge alle più recenti scoperte scientifiche. Come hanno testimoniato i membri del panel test, che hanno esplorato in anteprima i nuovi piatti composti fino a 8 alicamenti, un menù funzionale che tutela la salute è ricco di sapori, odori, consistenze e colori, pur non richiedendo un surplus di calorie.

Gli effetti cardioprotettivi dell'acido ialuronico, butirrico e retinoico

Ma torniamo a quel caldo agosto del 2008, quando tutti i laboratori del mondo testavano l’effetto terapeutico delle cellule staminali nei cuori infartuati. E’ un giorno di agosto quello in cui mi accingo a osservare gli effetti cardioprotettivi della somministrazione di un triestere di acido ialuronico, butirrico e retinoico. La risonanza magnetica cardiaca, dopo 4 settimane dall’infarto, rivelava che il cuore trattato non si era scompensato e presentava una cicatrice molto più piccola di quella di un cuore non trattato, senza ricorrere al trapianto di cellule staminali.

Per la prima volta, quella notte, osservai gli effetti cardioprotettivi di composti simili a quelli che ritroviamo in alimenti convenzionali, come l’acido butirrico contenuto nel grasso del latte o sintetizzato dal microbiota a partire dalle fibre alimentari e l’acido retinoico dei vegetali a colorazione giallo-arancione, e che sono sintetizzati esclusivamente dal nostro corpo, come l’acido ialuronico, dopo l’ingestione di cibi ricchi di magnesio (tuberi amidacei, mandorle), zinco (ostriche, frutti di mare, carne rossa, cereali biofortificati), isoflavonoidi (legumi vari, finocchio) e vitamina C (peperoncino, melograno, cedro, limone, arancia, bergamotto).

Nel 2008, quel cocktail di composti da me somministrati avevano favorito un’aumentata espressione di fattori di crescita cardioprotettivi in modo epigenetico ovvero aumentando i livelli di acetilazione degli istoni della cromatina. Una novità che sorprese me e scandalizzò la maggior parte dei membri della comunità scientifica dei cardiologi di ieri, nonostante alcuni cardioscienziati, che non scoraggiavano pubblicamente i numerosi test clinici con le cellule staminali, iniziavano a dedicarsi ad un approccio stem cell-free lontano dai riflettori congressuali.

Oggi la cardioprotezione da inibitori delle istondeacetilasi, anche quelli commestibili, è stata verificata nei laboratori di tutto il mondo e si è guadagnata la fiducia della comunità dei cardiologi americani e dell’impresa farmaceutica, mentre la cardioepigenetica continua ad attrarre gli interessi di migliaia di ricercatori in tutto il mondo.

Il programma di nutraceutical discovery 

Quello studio, pubblicato sul prestigioso The Journal of Biological Chemistry con un titolo coraggioso, mi incoraggiò nel 2011 ad attivare un programma di nutraceutical discovery avente come obiettivo la scoperta di naturali inibitori delle istondeacetilasi ad azione cardioprotettiva, come il beta-glucano d’orzo, capaci di agire direttamente sulle cellule del cuore, anche se veicolati da alimenti che possono arricchire il menù di casa nostra, di una scuola o di un ospedale, ma anche quello di un buon ristorante, come la pasta fatta con farina di orzo beta.

Come si dice dalle mie parti, “dove c’è gusto non c’è perdenza” anche se costa tanto sacrificio.

Nel 2018 in Italia verranno diagnosticati 373.300 nuovi casi di tumore, 194.800 riguarderanno gli uomini e 178.500 le donne, con un aumento in termini assoluti di 4.300 diagnosi rispetto al 2017.

Sono questi alcuni dei dati che emergono dall'ottava edizione del volume 'I numeri del cancro in Italia 2018', frutto della collaborazione tra l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), l'Associazione Italiana Registri Tumori (Airtum), la Fondazione Aiom e Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia). Ogni giorno circa 1.000 persone ricevono una nuova diagnosi.

In aumento la sopravvivenza

Nel 2018, sono quasi 3 milioni e quattrocentomila (3.368.569) gli italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore, che rappresentano il 6% dell'intera popolazione italiana (uno su 19): un dato in costante aumento – spiega Tgcom 24 – Ma le percentuali sulla sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi fotografano un Paese spaccato in due: al Nord si registrano i tassi migliori, in particolare nelle prime tre posizioni si collocano:

  • Emilia-Romagna, Toscana (56% uomini e 65% donne in entrambe le Regioni) 
  • Veneto (55% e 64%).

In coda invece il Sud con:

  • Sicilia (52% uomini e 60% donne),
  • Sardegna (49% e 60%)
  • Campania (50% e 59%).

Differenze che possono essere spiegate soprattutto con la scarsa adesione in queste aree ai programmi di screening che consentono di individuare la malattia in stadio iniziale, quando le possibilità di guarigione sono più alte, e con la preoccupante diffusione in queste Regioni di fattori di rischio come fumo, sedentarietà ed eccesso di peso.

"Nel nostro Paese – afferma Stefania Gori, presidente nazionale Aiom e direttore dipartimento oncologico, Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar – ogni giorno circa 1.000 persone ricevono una nuova diagnosi. Negli uomini, continua il calo dei tumori del polmone e della prostata e nelle donne dell'utero e dell'ovaio. Nella popolazione generale, diminuiscono le neoplasie dello stomaco e del colon-retto.

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Crescono però quelle del pancreas, della tiroide e il melanoma, e, nelle donne, i tumori della mammella e del polmone, quest'ultimo per la sempre maggiore diffusione dell'abitudine al fumo nella popolazione femminile. I tumori – continua la Presidente Gori – non solo sono curabili ma anche guaribili, grazie a terapie sempre più efficaci e alle campagne di prevenzione. Il 27% dei pazienti vivi dopo la diagnosi torna ad avere (dopo un periodo di tempo diverso in base al tipo di tumore, al sesso, all'età di insorgenza) la stessa aspettativa di vita della popolazione generale: nel 2010 erano 704.648, nel 2018 sono 909.514, con un incremento del 29%".

Le differenze regionali

Secondo la pubblicazione i tumori colpiscono meno nel Meridione, infatti il tasso d'incidenza è più basso del 13% tra gli uomini e del 16% tra le donne al Sud rispetto al Nord. Le tre Regioni con il più alto numero di diagnosi stimate nel 2018 sono Lombardia (64.200), Lazio (33.850) e Veneto (31.850). "Le stime dei casi attesi – afferma Lucia Mangone, presidente Airtum – sono importanti anche a livello regionale, perché i servizi diagnostici e terapeutici devono essere programmati su questi ordini di grandezza.

Oggi in Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. Il nostro Paese, se valutato nel complesso, presenta un quadro di sopravvivenza pari o superiore alla media europea, ma, scendendo nel dettaglio regionale, la residenza diventa un determinante prognostico importante che indica una disomogeneità nell'accesso a programmi di diagnosi precoce e a cure di alta qualità, con una discriminazione dei cittadini del Meridione purtroppo ancora presente, sebbene la tendenza sia in miglioramento rispetto al passato".

I dati sulla mortalità

Inoltre nel Sud, dove gli screening oncologici sono ancora poco diffusi, non si registra la riduzione della mortalità e dell'incidenza dei tumori della mammella, del colon-retto e della cervice uterina, osservata invece nelle altre Regioni in cui l'adesione a questi programmi è più alta. Nel 2015 (ultimo anno disponibile) nel nostro Paese sono stati 178.232 i decessi attribuibili al cancro. La prima causa di morte oncologica è costituita dal carcinoma del polmone – si legge su Repubblica.it –  (33.836 decessi nel 2015), seguito dal colon-retto (18.935), mammella (12.381), pancreas (11.463) e fegato (9.675).

Seguire la dieta mediterranea può aiutare a prevenire la depressione, ma servono ancora maggiori evidenze. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di una revisione di 41 studi condotta dall'University College London. I risultati, pubblicati sulla rivista Molecular Psychiatry, dimostrerebbero che una dieta a base di frutta, verdura, cereali, pesce, noci e olio d'oliva, ma non con troppa carne o latticini, ha benefici in termini di umore.

Finora ci sono prove che hanno evidenziato che gli alimenti che consumiamo possono fare la differenza nel ridurre il rischio di depressione, anche se non ci sono ancora prove cliniche concrete. Spiegare il perché di questo legame tra umore e cibo è complicato. Ci sarebbero infatti molti altri fattori che possono essere coinvolti.

Più felici, più sani

Essere depressi può causare perdita di appetito e qualcuno che si sente giù potrebbe non prendersi cura di se stessi così bene. Le persone felici, invece, possono avere maggiori probabilità di condurre stili di vita più sani. Senza studi strettamente controllati, non è quindi chiaro quanto grande possa essere l'impatto della dieta mediterranea. "Sono necessarie più prove", dice Naveed Sattar, professore di medicina metabolica all'Università di Glasgow.

"L'unico modo per dimostrare se il legame (tra dieta mediterranea e rischio depressione, ndr)è autentico, consiste nel condurre ampi studi randomizzati su persone a rischio di depressione, il che richiederebbero uno sforzo considerevole, ma sembrano utili da condurre", aggiunge. 

Si torna a parlare di vaccini obbligatori e la linea del governo cambia ancora. Dopo l’approvazione definitiva del decreto “Milleproroghe” (con lo slittamento a marzo 2019 dell’obbligo di presentare la documentazione ufficiale e dunque la possibilità di fornire un’autocertificazione) siamo in attesa di un nuovo disegno di legge dedicato che introdurrebbe una sorta di “obbligo flessibile”. 

Il ministro della Salute Giulia Grillo – si legge sul Corriere della Sera – ha assicurato che è già "depositato al Senato un ddl che supererà il decreto Lorenzin, un decreto emergenziale che non dà un quadro strutturale al Paese sulle politiche vaccinali".

Obbligo per il morbillo e non per esavalente

"Noi non siamo contro i vaccini" ma per "utilizzare lo strumento dell'obbligo in maniera intelligente, obbligando i cittadini laddove è necessario, sicuramente per il morbillo. A differenza di altre patologie, dove è sufficiente la raccomandazione, come fanno altri Paesi, ad esempio per l'esavalente". Ha spiegato durante la trasmissione L'Aria che Tira su La7, la ministra .
Che poi ha aggiunto: "Noi ci siamo opposti al decreto Lorenzin, non perché siamo contro ai vaccini, su questo qualcuno ha fatto un po’ di confusione ma siamo favorevoli ai vaccini". Secondo la ministra l'obbligo vaccinale è sufficiente solo per il morbillo, mentre "per altre patologie è sufficiente la raccomandazione, per esempio per l'esavalente. Su quegli altri vaccini, anche obbligatori prima del decreto Lorenzin ma 'in forma leggera' è possibile secondo noi è possibile tornare a un pre-Lorenzin. Mantenendo però alta l'attenzione sul morbillo, che è il vero problema di questo Paese".

In Italia 2.029 casi di morbillo nei primi 6 mesi del 2018

Va ricordato  – spiega Repubblica – che il morbillo è stata una delle malattie infettive che più ha preoccupato la Ue negli ultimi anni con un picco di casi registrati in diversi Paesi, tra cui l'Italia. Tant'è che nel primo semestre del 2018 si contano già 2.029 casi di infezione nel nostro Paese. Sono solo sette gli Stati europei ad aver superato i mille casi. Un dato eloquente, ma anche incoraggiante rispetto al boom dell'anno scorso, quando da gennaio a luglio si contarono addirittura 4.080 infezioni.

Finora l'89,4% dei casi si e' verificato in 7 Regioni:

  • Sicilia (1.066),
  • Lazio (204),
  • Calabria (144),
  • Lombardia (131),
  • Campania (128),
  • Emilia Romagna (77)
  • Toscana (64).

La Regione Sicilia ha riportato l'incidenza più elevata (422 casi per milione di abitanti). Sono stati segnalati 4 decessi che si aggiungono ai 4 segnalati nel 2017. Nel 91,3% dei casi chi si è preso il morbillo era non vaccinato al momento del contagio, mentre il 5,4% aveva effettuato una sola dose. E che il morbillo non sia uno scherzo lo conferma il fatto che quasi metà dei malati, il 48,9%, ha sviluppato almeno una complicanza; il 59,5% dei casi totali e' stato ricoverato. Infine sono stati segnalati 87 casi tra operatori sanitari, di cui 41 complicati (47,1%).

Cosa prevede oggi la legge

Questi i principali contenuti della legge Lorenzin sui vaccini approvata in via definitiva a luglio 2017, e tutt'ora in vigore, con l'aggiunta dell'emendamento al Milleproroghe che proroga al marzo 2019 l'obbligo di presentazione del certificato vaccinale. Ecco i 10 punti chiave del provvedimento.

1) Vengono dichiarate obbligatorie per legge, secondo le indicazioni del Calendario allegato al Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente (eta' 0-16 anni) e in riferimento alla coorte di appartenenza, dieci vaccinazioni.

  • a) anti-poliomelitica;
  • b) anti-difterica;
  • c) anti-tetanica;
  • d) anti-epatite B;
  • e) anti-pertosse;
  • f) anti Haemophilusinfluenzae tipo B;
  • g) anti-morbillo;
  • h) anti-rosolia;
  • i) anti-parotite;
  • l) anti-varicella.

Per queste ultime quattro è prevista una valutazione fra due anni per l'eventuale eliminazione dell'obbligo. Non saranno dirimenti per l'iscrizione a scuola, ma saranno offerti gratuitamente (con un'offerta "attiva", vale a dire con chiamata dalle Asl), i vaccini contro meningococco B, meningococco C, pneumococco e rotavirus (i primi due in origine erano previsti nel decreto come obbligatori). Sarà possibile procedere alla vaccinazione monocomponente per chi risulti già immunizzato per alcuni di questi vaccini. Per tutti gli altri sarenno suffucenti 2 punture: sei vaccini possono essere somministrati insieme, con l'esavalente (anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus Influenzae tipo b), e altri quattro possono essere somministrati con il quadrivalente (anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella).

2) Tali vaccinazioni possono essere omesse o differite solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate e attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Se un bambino ha già avuto le patologie indicate deve farsi attestare tale circostanza dal medico curante che potrà anche disporre le analisi del sangue per accertare che abbia sviluppato gli anticorpi.

3) In caso di violazione dell'obbligo vaccinale ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale e ai tutori è comminata la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro. Le sanzioni vengono irrogate dalle Aziende sanitarie. I genitori a cui l'Asl contesta la mancata vaccinazione possono provvedere entro il termine indicato a mettersi in regola. In origine la norma prevedeva anche la segnalazione al tribunale dei minori per l'eventuale perdita della patria potestà, passaggio cancellato in commissione.

4) Non possono essere iscritti agli asili nido ed alle scuole dell'infanzia, pubbliche e private, i minori che non abbiano fatto le vaccinazioni obbligatorie. In tal caso, il dirigente scolastico segnala, entro 10 giorni, alla Azienda sanitaria competente il nominativo del bambino affinché si adempia all'obbligo vaccinale. Il genitore può anche autocertificare l'avvenuta vaccinazione e presentare successivamente copia del libretto. Chi è in attesa di vaccinare il bambino può comunque iscriverlo, presentando copia della prenotazione dell'appuntamento presso la azienda sanitaria locale.

5) Anche nella scuola dell'obbligo, i minori che non sono vaccinabili per ragioni di salute sono di norma inseriti dal dirigente scolastico in classi nelle quali non sono presenti altri minori non vaccinati o non immunizzati.

6) L'Agenzia del farmaco è coinvolta sul fronte della farmacovigilanza: predisporrà una relazione annuale con i dati degli eventi avversi associabili alla vaccinazione. Relazione che verrà trasmessa dal ministro al Parlamento. Stretta anche sui prezzi dei vaccini: dovranno essere sottoposti alla negoziazione obbligatoria dell'Aifa. Infine, la stessa Agenzia è sempre parte in giudizio in tutte le controversie riguardanti presunti danni da vaccinazioni e somministrazione di presunti farmaci non oggetto di sperimentazione.

7) I vaccini potranno essere prenotati anche in farmacia, gratuitamente. I genitori potranno invece recarsi all'Asl per ricevere informazioni sulle modalità e i tempi di vaccinazione dei propri figli.

8) Istituita l'Anagrafe nazionale vaccini, nella quale sono registrati tutti i soggetti vaccinati e da sottoporre a vaccinazione, le dosi ed i tempi di somministrazione e gli eventuali effetti indesiderati. Inoltre viene istituita una Unità di crisi permanente, promossa dal ministero della Salute, per monitorare l'erogazione del servizio e prevenire eventuali criticità.

9) Il ministero della Salute ha avviato una campagna straordinaria di sensibilizzazione per la popolazione sull'importanza delle vaccinazioni per la tutela della salute. Nell'ambito della campagna, i ministeri della Salute e dell'Istruzione hanno promosso, dall'anno scolastico 2017/2018, iniziative di formazione del personale docente ed educativo e di educazione delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti sui temi della prevenzione sanitaria e in particolare delle vaccinazioni, anche con il coinvolgimento delle associazioni dei genitori e le associazioni delle professioni sanitarie.

10) Saltata, per assenza di coperture, l'obbligatorietà anche per operatori sanitari e scolastici, questi dovranno comunque presentare nei luoghi in cui prestano servizio una autocertificazione attestante la propria "situazione vaccinale". 

L’80% del pesce che mangiamo proviene dall’estero, i dati Istat elaborati da Coldiretti pubblicati dalla Stampa parlano chiaro: nei mari italiani vengono pescate ogni anno 180 mila tonnellate di pesce, ma le importazioni ammontano a più di un milione; il calcolo risulta facile anche a chi non mastica troppo la matematica.

Spagna, Paesi Bassi e Grecia sono i Paesi sul podio, mentre il 40% del pesce che arriva sulle nostre tavole viene da nazioni extracomunitari. Ma il dato più preoccupante è che la maggior parte del pesce che importiamo – la stragrande parte sarebbe più corretto dire – non sarebbe fresco. Non solo: è di infima qualità e in molti casi non è nemmeno il pesce che crediamo di mangiare. Famosi stanno diventando i casi di pesci venduti e spacciati per altri: Pangasio del Mekong spacciato per cernia; halibut per sogliola, squalo smeriglio al posto del pescespada. Per non parlare del filetto di brosme, ottima controfigura del baccalà; del pesce ghiaccio che diventa bianchetto o del pagro con la maschera che indossa i panni del dentice rosa.

Sicuri di quello che mangiate?

In questo senso, secondo Coldiretti, i pericoli maggiori provengono dai ristoranti dove, sempre stando ai dati Istat, consumiamo il 50% del pesce che mangiamo. Tutto ciò senza considerare la percentuale di pesce surgelato che viene venduto come fresco o quello estero spacciato come nazionale. Le irregolarità infatti hanno numeri impressionanti: nel solo 2017 le Capitanerie di porto hanno effettuato 21.112 verifiche lungo tutta la filiera, rilevando 2.814 illeciti, più del 13%.

La Stampa cita un focus dei Nas che conferma le irregolarità, che però non sono solo sull’import: dal gennaio 2017 al giugno 2018 su 2.476 controlli effettuati sono state riscontrate 697 situazioni di 'non conformità', circa il 27% (ristorazione esclusa), con 310 mila kg di prodotti sequestrati e 70 strutture chiuse.

Le irregolarità penali (237 i denunciati) vanno dalla tentata frode in commercio (pesce congelato venduto come fresco o in cattivo stato di conservazione) fino alle lesioni per aver somministrato ai clienti prodotti infestati dalla larva dell’anisakis o contaminati da istamina, sostanza che si sviluppa nel pesce vecchio o mal conservato e che può provocare una reazione allergica nota come “sindrome sgombroide”.

Niente allarmismi

Ma Giuseppe Palma, medico veterinario nonché segretario generale di Assoittica, associazione che riunisce un centinaio di aziende del settore, sempre sentito da La Stampa, tenta di ridimensionare eventuali allarmismi: “Non esiste Paese al mondo in cui ci sia maggior qualità dei controlli. Io dico sempre che i sequestri ci sono perché ci sono gli accertamenti. Un rischio reale non c’è. Tutta l’Europa importa; il pesce importato offre maggiori varietà, servizio e prezzi calmierati. Uno dei problemi principali non è la mancanza di pesce nostrano, ma che sono cambiate le abitudini alimentari degli italiani. Il pesce fresco va pulito, puzza, va consumato in fretta, e il consumatore si rivolge sempre di più verso un prodotto con servizio: pulito e sfilettato”.

Nel frattempo la flotta di pescherecci italiani scende vertiginosamente (da 18.000 a 12.500 negli ultimi 25 anni) e dal 1993 le importazioni sono cresciute dell’84%, in pratica un mercato rifondato. Tonino Giardini, direttore generale di Coldiretti Impresa Pesca, sostiene che “tutto è cambiato alla fine degli anni ’80, quando ci si è resi conto che le risorse ittiche non erano inesauribili”, da allora, per evitare lo spopolamento del mare, problema gravissimo specie nel Mediterraneo dove le specie a rischio sarebbero circa il 70%, si è attuato un fermo barca, che ancora oggi, da Roma a Brindisi e dal Tirrenio e lo Ionio tengono i pescatori sulla terra ferma. Successivamente sono arrivati gli incentivi alla rottamazione dei pescherecci, che solo nell’ultimo anno hanno tolto dal mare 220 imbarcazioni".

I limiti della nobile battaglia della sostenibilità

Ma la nobile e opportuna ricerca della sostenibilità ambientale presenta anche un aspetto poco considerato secondo Luigi Giannini, presidente della Federpesca: “La situazione odierna è inaccettabile, frutto di un’operazione fallimentare che promana l’Unione Europea per incentivare in ogni modo l’abbandono del settore. Così ci ritroviamo a proteggere il nasello e il gambero del Canale di Sicilia mentre magari Tunisia ed Egitto li pescano al posto nostro”. Una soluzione potrebbe arrivare dall’acquacoltura, settore in cui l’Italia, per esempio per quanto riguarda trote e vongole, è il primo produttore europeo, il secondo dopo la Cina per il caviale.

Pier Antonio Salvador, presidente dell’Associazione Piscicoltori Italiani dice: “Dobbiamo solo rassicurare i consumatori che mangiare i prodotti di acquacoltura è sicuro perché i mangimi sono sottoposti a controlli severissimi”. Dati comunque molto preoccupanti quelli diffusi dall’Istat, tecnicismi a parte anche incredibili considerati i più di 8mila km di coste vantati dall’Italia. Di certo il problema parrebbe prima aggravarsi che risolversi.

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