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AGI – Ben 8 europei su 10 ritengono che l’abbronzatura sia attraente e quasi altrettanti (73%) affermano che l’abbronzatura è salutare, secondo un nuovo studio presentato al 31° Congresso dell’Accademia Europea di Dermatologia e Venereologia e pubblicato su Reports and Proceedings.

Questo nonostante decenni di campagne di sensibilizzazione che collegano l’eccessiva esposizione al sole al cancro della pelle e all’invecchiamento in molti paesi.

I risultati del sondaggio, condotto da La Roche-Posay Laboratoires e IPSOS, su 17.000 persone provenienti da 17 paesi, tra cui 6.000 persone provenienti da Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Italia e Russia, hanno rilevato che il mito dell’ “abbronzatura sana” è ancora molto viva in Europa e in altri paesi.

Altri miti includevano la convinzione che la protezione solare non fosse necessaria con tempo nuvoloso e che non fosse necessaria la protezione solare se eri già abbronzato.

Le persone intervistate da paesi non europei, tra cui Nord e Sud America, Africa, Oceania e Asia, erano leggermente meno entusiaste dell’abbronzatura rispetto agli europei, con il 67% che affermava che un’abbronzatura era attraente e il 59% che credeva che un’abbronzatura fosse salutare.

Sebbene il 92% degli europei fosse consapevole dei rischi di invecchiamento della pelle posti dal sole (86% fuori dall’Europa), l’84% di loro ha ammesso di non proteggersi tutto l’anno (79% fuori dall’Europa). Commentando i risultati, il ricercatore capo Thierry Passeron ha dichiarato: “Questa ricerca mostra quanto sia radicato il mito dell’abbronzatura “sana”, anche in coloro che hanno già subito danni solari o hanno sviluppato il cancro della pelle”.

“Dobbiamo sensibilizzare sul danno alle cellule della pelle causato dall’esposizione al sole, che può portare al fotoinvecchiamento e al cancro della pelle. Ciò è particolarmente importante in Europa, dove la protezione solare appare più inadeguata rispetto ad altri paesi” ha aggiunto il Prof. Thierry Passeron.

Il sondaggio ha anche rivelato che solo il 56% degli europei sa che la protezione solare è utile quando il tempo è nuvoloso (contro il 64% al di fuori dell’Europa) e 1 su 4 (24%) pensa che sia sicuro uscire senza protezione solare quando già abbronzato (vs 21% fuori dall’Europa).

Solo 1 europeo su 10 (10%) ha affermato di aver utilizzato abitualmente o spesso tutte le forme di protezione solare, come applicare la protezione solare, stare all’ombra, indossare un cappello e indumenti protettivi tutto l’anno, rispetto al 14% tra quelli al di fuori di Europa.

È necessario proteggere la propria pelle tutto l’anno, anche in condizioni climatiche nuvolose, dicono gli esperti. Una volta applicata la protezione solare, deve essere riapplicata ogni 2 ore per garantire una protezione sufficiente. Altre misure come indossare occhiali da sole, cappello e indumenti protettivi e cercare l’ombra quando è possibile, sono anche abitudini chiave di fotoprotezione”, ha commentato il Prof. Thierry Passeron.

Secondo le ultime stime, circa l’1,7% degli adulti in Europa ha il cancro della pelle (circa 7,3 milioni di persone). L’esposizione al sole ai raggi ultravioletti (UV) è anche responsabile di oltre l’80% dei segni visibili del fotoinvecchiamento, come linee e rughe.

AGI – Una colazione abbondante in vista di una lunga giornata di ‘ristrettezze’ potrebbe non essere la soluzione migliore per l’obiettivo dieta. A sostenerlo sono gli scienziati dell’Università di Aberdeen, che hanno pubblicato uno studio sulla rivista Cell Metabolism rendendo noti i risultati del loro lavoro.

Il team, guidato da Alexandra Johnstone, ha valutato la veridicità della credenza comune secondo cui per dimagrire sarebbe necessario puntare su una colazione abbondante, in modo da accumulare energie sufficienti per affrontare la giornata.

I ricercatori hanno reclutato 16 uomini e 14 donne in sovrappeso per misurare il loro metabolismo durante un dato arco di tempo. I volontari sono stati divisi in modo casuale in due gruppi che assumevano quantitativi calorici più elevati durante la mattina o alla fine della giornata.

Le diete suggerite, che sono state seguite per quattro settimane, erano isocaloriche e prevedevano il 30 per cento di proteine e pari quantità di carboidrati e grassi. Nel periodo di washout, i gruppi hanno invertito il regime alimentare.

Nel complesso, i ricercatori hanno scoperto che il dispendio energetico e la perdita di peso totale erano gli stessi. I soggetti hanno perso in media poco più di 3 kg durante ciascun periodo.

Stando a quanto emerge dall’indagine, quindi, il momento della giornata in cui si consuma il pasto più abbondante non influenza il modo in cui l’organismo metabolizza le calorie. Una colazione abbondante, però, riportano gli autori, sembra contribuire a ridurre il senso di fame.

“Ci sono molti miti sulla nutrizione che non hanno fondamento scientifico – spiega Johnstone – i nostri risultati potrebbero essere utili per aiutare le persone a stabilire un regime alimentare appropriato da seguire per perdere peso. È importante sottolineare che, quando si tratta di dieta, è difficile individuare un percorso universale, perché ogni organismo è a sé e risponde in modo singolare. Nei prossimi studi sulla nutrizione sarà importante valutare questi aspetti”.

AGI – Il grasso saturo nel cioccolato è nocivo come il grasso nella carne? La domanda se la pone il New York Times nella sua sezione dedicata al Food, osservando anche che il consumo di cioccolato fondente è incoraggiato per i suoi benefici per la salute. Tuttavia un contenuto di cacao compreso tra il 75% e il 90% rileva nell’etichetta che accompagna la confezione un’elevata quantità di grassi saturi. Fanno bene o fanno male? È dannoso più o memo di quello contenuto nella carne?

La risposta scientifica l’ha data la dottoressa Alice Lichtenstein, direttrice del Cardiovascular Nutrition Laboratory presso il Jean Mayer USDA Human Nutrition Research Center on Aging presso la Tufts University, secondo la quale “il grasso nel cioccolato non affatto è dannoso come il grasso nella carne” perché “viene dal burro di cacao ed è composto da parti uguali di acido oleico, un grasso monoinsaturo salutare per il cuore che si trova nell’olio d’oliva, e acidi stearico e palmitico”. 

E gli acidi stearico e palmitico “sono forme di grasso saturo, che è stato collegato a malattie cardiache, ma l’acido stearico non aumenta il colesterolo e il grasso palmitico costituisce solo un terzo del grasso del cioccolato” mentre il manzo ha proporzionalmente più grasso palmitico.

Inoltre, seguita la professoressa sul quotidiano americano, “la fava di cacao è anche ricca di flavonoidi, nutrienti presenti in molti frutti e ortaggi che proteggono le piante dalle tossine e che, come antiossidanti, riparano i danni cellulari dei radicali liberi”. E “i flavonoidi nel cacao e nel cioccolato, chiamati flavanoli, possono anche abbassare la pressione sanguigna, migliorare la circolazione al cervello e al cuore e ridurre la probabilità che le piastrine si coagulino”. Diverso, invece, il discorso per il cioccolato al latte.

Ma una raccomandazione della dottoressa Lichtenstein è comunque di “non mangiare il cioccolato pensando che sia un alimento salutare” perché “i benefici in esso contenuti, noti come sostanze fitochimiche, sono presenti in molti alimenti vegetali e il cioccolato è ricco di calorie. Un termine di paragone? In uno studio sulla memoria è stato calcolato che gli anziani “consumavano l’equivalente di 300 grammi di cioccolato fondente al giorno, che in genere conterrebbe circa un giorno di calorie” mentre una porzione fatta d tre quadrati – 30 grammi – di cioccolato Lindt’s Excellence Dark Noir con il 70% di cacao “contiene 170 calorie e 12 grammi di grassi, di cui 7 grammi sono grassi saturi”.

Pertanto, la considerazione finale della dottoressa Lichtenstein è che è “improbabile che qualcuno possa consumare abbastanza cioccolato fondente su base regolare per avere un effetto biologico e continuare a seguire una dieta adeguata”. Quindi, meglio forse evitare…e “se proprio a qualcuno piace il cioccolato, dovrebbe mangiare una quantità da piccola a moderata di qualunque cioccolato preferisca”.

AGI – Da un fondamentale studio scientifico dell’istituto di ricerca Altamedica, che sarà presentato al congresso della Società Italiana di Genetica Umana, emerge che chi ha già contratto il virus non ha più bisogno di vaccino. 

“Ovviamente può accadere che di nuovo si contagi – sottolinea il professor Claudio Giorlandino, direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca Altamedica – ma non può mai ammalarsi di Covid. Questo come per ogni influenza stagionale. Nessun soggetto che ha superato l’infezione è mai finito in un reparto di rianimazione a causa del Covid”. 

Lo studio è stato eseguito dai ricercatori dell’istituto Altamedica con una metodica unica, la citometria a flusso sui linfociti B di memoria. Da questa ricerca emerge che la memoria immunologica per il SARS-CoV-2 permane a lungo, indefinitamente. 

“Lo studio sperimentale, eseguito su un numero considerevole di soggetti che hanno contratto l’infezione, dimostra riferisce Giorlandino – che i linfociti B sono pronti a riattivarsi immediatamente allorché vengano nuovamente a contatto con il virus, trasformandosi in plasmacellule che poi genereranno gli anticorpi specifici. Ovviamente non vi è paragone sulla efficacia della immunità naturale rispetto a quella modesta e limitata post-vaccinale. I vaccini sono attivi soltanto contro una parte del virus, la proteina spike, mentre gli anticorpi naturali sono attivi contro tutto il virus e quindi non temono varianti”.

E aggiunge: “Sappiamo poi che il virus non è più aggressivo come prima della variante Omicron e tutte le varianti che si sono susseguite conservano la ‘resistenza’ allo splitting della proteina di aggancio cellulare, la Spike.

Infatti, è noto che il SARS per infettare i polmoni, deve subire una divisione dalla suddetta spike. Divisione che avviene per meccanismi enzimatici (detti TMPRESS2) presenti sulle cellule polmonari, tali varianti non sono splittabili.

Da allora, infatti la quasi totalità dei decessi riferiti dai media non avvengono a causa del Covid, ma per cause diverse in soggetti che sono solo positivi al tampone. Sulla base di questo l’esecuzione di una quarta dose di vaccino è totalmente inutile”.

Conclude Girlandino: “L’idea poi che chi si sia vaccinato sviluppi semmai una malattia inferiore non è più attuale.

Verosimilmente corretta nel 2020 oggi è il virus stesso che, come è sotto gli occhi di tutti, ha perso virulenza soprattutto nei non vaccinati. I nuovi vaccini Pfizer che l’industria statunitense sta cercando di introdurre con la modificazione dell’RNA attivo contro alcune nuove (ma oramai anche esse inattuali) varianti omicron risultano destituiti di utilità.

Innanzitutto, perché il virus, come detto, ha perso la sua pericolosità, l’aggressione dei polmoni, e poi perché le varianti si susseguono incessantemente e possono essere contrastate solo da chi ha acquisito, con l’infezione, l’immunità naturale contro tutto il virus, indipendentemente dalle varianti che interessano solo piccole pari di esso.

Per chi è solo protetto dal vaccino rischierà questa rino-faringo-tracheite. Infatti, la tecnologia di questi vaccini statunitensi arriva sempre molto più tardi delle mutazioni della proteina virale che vogliono contrastare”.

AGI – New York City è stata l’epicentro di un focolaio di una vecchia malattia che ha creato nuovo caos, il vaiolo delle scimmie, racconta il New York Times. “Tutto cominciò con un brufolo dall’aspetto strano, una strana eruzione cutanea seguita da un’improvvisa sensazione di stanchezza nel bel mezzo di una calda giornata estiva. Il dottore rimase perplesso, disse che non era un grosso problema, ma forse lo identificò subito”. Il risultato è stato che in tutti gli Stati Uniti ben presto sono stati identificati 18 mila casi di vaiolo a fine agosto, di cui 3 mila solo nella Grande Mela, “per lo più tra uomini che hanno rapporti sessuali con uomini”.

Per arginare l’infezione sono state distribuite diverse quantità di un farmaco antivirale efficace chiamato tecovirimat, o Tpoxx, ed è stato fatto uno sforzo per vaccinare migliaia di persone più a rischio, ciò che ha portato per alcuni ad un’attenuazione dei sintomi. “Ma non per tutti – precisa il giornale – lesioni infette e altre complicazioni trascinano ancora oggi alcuni pazienti in ospedale. Anche chi ha sintomi lievi è costretto a isolarsi in casa per settimane, lontano dalla famiglia, dagli amici e dagli animali domestici. Molti tra coloro che si riprendono si portano dietro ferite psicologiche o affrontano la condanna sociale. Altri rimangono profondamente frustrati dalla risposta lenta della sanità pubblica che ha lasciato tanti abbandonati a se stessi”.

Anche perché il vaiolo delle scimmie i diffonde principalmente attraverso uno stretto contatto fisico, compreso il contatto sessuale, sebbene possa diffondersi anche tramite lenzuola o altri materiali utilizzati da una persona infetta, si legge ancora.

Le vittime vere e proprie della malattia non sono state molte. Tuttavia, più d’una dozzina di persone in tutto il mondo sono morte quest’anno a causa del vaiolo. E quel che resta da capire è se il vaiolo delle scimmie viene sradicato a New York City oppure diventa una malattia endemica. In genere, i pazienti affetti da vaiolo delle scimmie possono venire ricoverati in ospedale per una serie di complicazioni, solitamente legate a lesioni o gonfiore alla gola o al retto, ciò che può rendere difficile mangiare, bere o andare in bagno.

“I honestly feel like my own doctor. They just left this all on us, to figure out what to do.”
“They were in hazmat suits. It just felt very sci-fi.”
“I can’t tell you the amount of times I’ve cried.”

Read seven people’s experiences with monkeypox: https://t.co/Q69OSwVGPX

— The New York Times (@nytimes)
August 31, 2022

Il quotidiano racconta sette storie di dolore, paura, condanna sociale di persone che hanno accettato di parlare per mettere a conoscenza il grande pubblico su cos’è questo virus in modo da aiutare tutti a potersi difendere, cautelare, tra sintomi che sono di per sé devastanti, la frustrazione per non aver trovato immediata assistenza e gli sforzi per aiutarsi l’un con l’altro nel momento in cui medici e funzionari pubblici non sapevano che fare e dire dimostrando di non avere risposte da dare al virus.

Le storie

Dominic Faison, 35 anni, il capo della sezione di New York della House of Ebony, il suo gruppo, o famiglia, nella scena delle sale da ballo della città che competono tra loro, una sottocultura LGBTQ prevalentemente nera e latina di danza e moda assai conosciuta negli ultimi anni attraverso programmi televisivi come “Pose” e “Legendary”, si è ripetuto: “Non possiamo salvare tutti. Ma se riusciamo a salvare la maggioranza, o almeno una, è un passo”.

E si è dato da fare per far conoscere il suo caso. Brian Rice ha ricevuto invece la sua prima dose di vaccino contro il vaiolo delle scimmie il 13 luglio. Otto giorni dopo, ha riscontrato una lesione vicino ai suoi genitali. La lesione però è cresciuta. Lunedì 25 luglio erano iniziati nuovi sintomi: dolore, prurito e gonfiore del pene, oltre a secrezione. Il personale medico gli ha fatto il tampone e ha inviato il campione per il test, ma poiché lo stato di HIV del signor Rice lo poneva in una categoria ad alto rischio, gli è stato detto di iniziare immediatamente a prendere Tpoxx. “Ero pietrificato”, racconta. Quando Rice è tornato a casa, ha spostato le sue cose nella stanza degli ospiti della casa che condivide con suo marito, Jason, a Cliffside Park, NJ. Ha iniziato a usare il bagno degli ospiti e ha messo separato gli asciugamani per uso personale tenendo il suo cane a debita distanza, con sgomento e smarrimento dell’animale.

Invece ogni giorno alle 18, Jeffrey Galaise, che lavora per il Dipartimento dell’Istruzione di New York City, ha acceso la sua webcam e avviato una conversazione Zoom con alcuni amici malati a un gruppo di supporto online per dozzine di persone affette da vaiolo delle scimmie. Persone che avevano poche risorse, scarso sostegno sociale e nessuna idea di cosa potesse riservare loro il futuro. 

“Ma tutti avevano bisogno di qualcuno con cui parlare. “Non posso dire quante volte ho pianto”, ha precisato Galaise. La gravità di tutto ciò è così complessa: “La mia routine era fondamentalmente quella di riempire la vasca da bagno, cercare di andare in bagno mentre nel frattempo piangevo, urlavo, mi gettavo per terra, poi saltavo direttamente dentro la vasca perché ero così incredibilmente pruriginoso e provavo così tanto dolore per lo stimolo di dover andare al bagno senza mai riuscirci”.

AGI – Tre pillole in una per prevenire le ricadute da infarto. È nata la “polipillola”, che è composta da aspirina, atorvastatina e ramipril. Perché quando una persona ha un infarto, documenta il Paìs, ciò che accade nel corpo è che un’arteria del cuore si ostruisce a causa della formazione di un trombo. 

“Questi vasi sanguigni, pertanto, sono come una specie di tubo attraverso il quale circola il sangue e sostanze come il colesterolo tendono ad accumularsi sulle pareti di queste arterie creando una specie di placca (aterosclerosi) che, una volta rotta, viene a contatto con il sangue e forma dei coaguli che interrompere la corretta circolazione del sangue al cuore”. 

Per questo motivo, i cardiologi di solito prescrivono un antiaggregante piastrinico, come l’aspirina, ai pazienti con infarto per prevenire nuovi trombi; ma anche una statina, per aiutare a controllare i livelli di colesterolo e stabilizzare le placche di aterosclerosi; e, in alcuni casi, un antipertensivo. Insomma, almeno tre pillole, se non di più. Dipende da caso a caso, perché ogni paziente è un caso a sé.

La “polipillola” riunisce l’antiaggregante piastrinico, l’aspirina e antipertensivo e migliora l’aderenza al trattamento e riduce del 24% il rischio di nuovi gravi problemi cardiovascolari, come ictus o altro attacco cardiaco in questo gruppo di pazienti. 

Lo ha reso noto il cardiologo Valentín Fuster presso il National Center for Cardiological Research (CNIC) e pubblicato i risultati dello studio suo e del su team venerdì sul New England Journal of Medicine. La pillola, ideata 15 anni fa da Fuster per facilitare il follow-up della terapia, riduce del 33% le morti cardiovascolari.

Tuttavia tutto ha avuto inizio nel 2007, quando Fuster s’è reso conto che “l’aderenza ai farmaci nelle malattie cardiovascolari era molto bassa”. Meno del 50% dei pazienti con una malattia cronica assume i farmaci correttamente, stimano gli esperti.

Quindi proprio a causa della complessità del trattamento con più pillole e della scarsa aderenza ad essa, è nata l’idea di sviluppare tre pillole in una, la polipillola appunto.

Fuster ha presentato i risultati della sua ricerca al Congresso Europeo di Cardiologia a Barcellona. Lo sviluppo della polipillola è molto difficile e secondo l’azienda farmaceutica Ferrer, che ha partecipato allo sviluppo del farmaco, la pillola ha iniziato a essere disponibile già nel 2008, ma è stato solo nel 2014 che l’Agenzia spagnola per i medicinali ha dato il via libera a distribuirlo in Spagna e nel 2015 ha iniziato ad essere commercializzato.

L’incidenza economica della polipillola, che guarda ai paesi disagiati

Ed è da allora che i ricercatori hanno già iniziato a lavorare sull’idea di misurare il successo della loro strategia di prevenzione secondaria (dopo l’infarto) in termini di salute e hanno avviato lo studio Secure.

Hanno studiato cioè quasi 2.500 persone con infarto di età superiore a 75 anni o superiore a 65 con qualche fattore di rischio (diabete, insufficienza renale o precedente ictus, tra gli altri), che sono stati divisi in due gruppi, uno dei quali ha ricevuto la polipillola mentre l’altro il trattamento standard (con pillole separate). E li hanno seguiti per una media di tre anni.

Sottolinea Fuster: “Abbiamo esaminato la coincidenza di morte cardiovascolare, infarto, evento cerebrovascolare e rivascolarizzazione urgente. Tutto era più basso nel gruppo polipill. Le curve tra i gruppi iniziano a separarsi dal primo momento e sono ancora separate a quattro anni di distanza. Se proseguissimo con lo studio, le curve sarebbero probabilmente ancora più lontane”, sottolinea Fuster. 

Il rischio di questi eventi cardiovascolari è stato ridotto del 24% tra coloro che assumevano la polipillola rispetto al gruppo che ha ricevuto il trattamento separato. Le morti cardiovascolari, in particolare, sono state ridotte del 33%: da 71 pazienti nel gruppo di trattamento abituale a 48 nel gruppo polipillola.

Tuttavia il medico è soddisfatto a metà, perché a suo avviso – dice rammaricandosi – la pillola, sebbene migliori i risultati sulla salute, non è una panacea. Ci sono altri rischi che possono continuare a giocare contro, ammette, perché i pazienti continuano a soffrire di obesità, diabete di tipo II, ipertensione o altre condizioni cliniche di rischio per problemi cardiovascolari. 

“Circa il 10% o il 15% dei pazienti con infarto soffre di un altro problema cardiovascolare tra tre e cinque anni dopo l’infarto”, afferma il cardiologo.

Secondo l’Oms, infatti, le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte nel mondo. Circa 18 milioni di persone nel mondo muoiono ogni anno a causa di questo tipo di malattia.

Controindicazioni? Una delle argomentazioni che la comunità scientifica ha avanzato contro la polipillola, scrive il Paìs, “è che le linee guida cliniche per il trattamento dei pazienti dopo un infarto richiedono una medicina altamente personalizzata, adeguando le dosi e le cure alle esigenze specifiche di ciascun paziente, cosa non fattibile nella pratica con le dosi fisse imposte dalla polipillola”.

Ma José María Castellano, direttore scientifico della HM Research Foundation e coautore del rapporto, difende i vantaggi del farmaco.

Ultima annotazione: con questo progetto, Fuster ha sempre messo in luce la prospettiva sociale con cui è stato concepito: il cardiologo guarda ai Paesi più disagiati, dove questo farmaco “sarebbe più economico e l’aderenza molto maggiore”

AGI – È stata la scoperta e la tendenza degli anni recenti. Che gode di ottima stampa, anche se è un sistema di allenamento che si è sviluppato agli inizi del Novecento. Stiamo parlando del pilates, ovvero un metodo di controllo volontario della mente sul resto delle strutture corpo, inclusi organi e viscere. 

Una pratica che aveva tra le sue grandi virtù la capacità di giovare a tutti: uomini, donne, anziani, donne incinte, contusi e che le mamme potevano praticare con i loro bambini”, scrive il Paìs.

Ebbene, diverse ricerche scientifiche supportano la validità di questo metodo e i suoi benefici per la salute, in quanto è stato dimostrato che migliora la forza e la flessibilità muscolare, riduce il dolore cronico e allevia l’ansia e la depressione.

Ma ha una controindicazione, rispetto a quel che invece tutti credono: non serve per perdere peso, obiettivo e motivo vero per cui in molti lo praticano. Tant’è che nei lunghi mesi del lockdown pandemico ancora una volta il pilates è stato segnalato tra le pratiche preferite, grazie alla sua efficacia nel mettere in armonia il corpo e la mente.

Uno strumento anche di rilassamento, tanto più nei giorni dell’ansia da contagio e da reclusione. Come pratica, poi, “il Pilates non ha seguaci o praticanti, ma militanti”, annota il Paìs, secondo cui uno dei rischi che l’ha sempre accompagnato è stata la sua “morte per eccesso di successo”, in quanto chi si accede a questa pratica a volte vi arriva sulla base di aspettative troppo elevate o del tutto sbagliate. 

“E no, il pilates non è per tutto”. Ovvero, “non è un esercizio cardiovascolare e il grasso viene bruciato a livello globale in tutto il corpo, quindi uno degli obiettivi più ricercati, il six pack che richiede anche un adeguamento della dieta, non verrà raggiunto”, afferma Diego Jerez, personal trainer indipendente.

Infatti, “il pilates ti insegna qualcosa di molto più importante: le regole d’uso del tuo corpo, ma non serve a dimagrire o ad avere la pancia piatta”, aggiunge. “Chi impara a muovere il corpo potrà sedersi per terra a giocare con i nipoti a 80 anni, chi no si infortuna a 40. Se con il pilates si ottengono risultati estetici è perché ‘sano è bello’, ed è una conseguenza, ma non l’obiettivo della pratica”, assicura Alberto Segovia, insegnante di Pilates, sei ore di pratica quotidiana, fondatore della piattaforma Pilatesk4k.

Scrive il Paìs: “Contro ogni previsione, alcuni anni fa si cominciò a prevedere la Pilatespocalisse (neologismo per indicare un’ipotetica apocalisse del Pilates). Questa teoria sosteneva che le classi stavano diventando vuote a causa del progresso di discipline con più trasporto e divertimento come Zumba, spinning o Cross Met”.

Joseph Pilates, storia e metodo del fondatore di una disciplina del corpo

Del resto il fondatore di quella che poi è diventata una disciplina, un metodo, oltre che una ginnastica, non era un medico. Joseph Pilates era un ginnasta tedesco e amante della boxe, ed è noto che lavorasse in un circo e addestrasse agenti di Scotland Yard. 

Sopravvissuto alla guerra ed emigrato negli Stati Uniti, pubblicò nel 1934 “La tua salute: un sistema di esercizi correttivi che rivoluziona l’intero campo dell’Educazione Fisica”, un libro di poco più di 60 pagine che è considerato il manifesto del “metodo Pilates”

“In 10 sessioni ti senti meglio, in 20 stai meglio e in 30 hai un corpo completamente nuovo”. A Giuseppe Pilates è infatti attribuita proprio questa frase che oggi presiede all’ingresso di molti studi nel mondo.

Insomma, “Josep Pilates ha fatto quello che poteva con ciò che era noto ai suoi tempi e la maggior parte delle sue posture è invecchiata bene, altre no. La scienza ha dimostrato che la colonna vertebrale non è progettata per muoversi troppo e le posture che hanno comportato la sovramobilizzazione della parte bassa della schiena sono state adattate”, spiega ancora Alberto Segovia.

Perciò il pilates “insegna qualcosa di molto più importante: le regole d’uso del corpo, ma non serve a dimagrire o ad avere la pancia piatta”, aggiunge.

E ci sono anche persone che “si aspettano risultati immediati ma siamo di fronte a un metodo di autocoscienza corporea che richiede tempo. Non abbiamo idea di come ci muoviamo”, dice Elena Briceño insegna Pilates da 17 anni, viene dal mondo della danza, la quale ha visto come le persone vivono lontano dai loro corpi fino all’inizio dei primi problemi. 

“Poi scoprono anche muscoli che non avevano mai avvertito e considerato”, racconta l’insegnante.

Negli anni ’90, il Pilates era la procedura migliore contro gli infortunati considerata come tale dagli esperti di aerobica degli anni ’80 alla ricerca di un allenamento a basso impatto. Madonna e Uma Thurman sono state due famosissime star entusiaste sostenitrici.

 

AGI – Un esercizio al giorno toglie il medico di torno. Più e meglio della mela. Lo consiglia il sistema sanitario britannico che sta per avviare uno studio per valutare i risultati della prescrizione sportiva e il suo impatto sulla riduzione dell’onere delle cure. Lo rende noto il Paìs che in un approfondito servizio scrive che se “l’esercizio fisico fosse una pillola, non ci sarebbe medico che non la prescriverebbe”. 

Gli effetti sono più che benefici: “Riduce il rischio di mortalità per tutte le cause, cardiopatia ischemica, malattie cerebrovascolari, ipertensione, cancro del colon e della mammella, diabete di tipo 2, sindrome metabolica, obesità, osteoporosi, sarcopenia, dipendenza funzionale e cadute negli anziani, deterioramento cognitivo, ansia e depressione”. Insomma, questo e anche altro con pochissimi effetti collaterali se la dose di esercizio è adeguata e commisurata alla persona che lo pratica.

Secondo il Guardian, però, l’idea in sé “è che i medici di base si occupino di prescrivere gli sport all’interno di un programma di attività che non prevedono l’assunzione di farmaci e il cui obiettivo è di ridurre il carico sul sistema” sanitario complessivo. Meno problemi fisici, meno cure e meno spesa sanitaria, anche se si sa che non è certo la prescrizione e il consiglio di un medico a fare sport o un minimo di esercizio fisico perché il paziente lo faccia.

Ad ogni modo, anche se lo studio del sistema sanitario britannico e non è né avviato né tantomeno concluso, ciò che è già certo è che “i benefici dell’attività fisica sono così dimostrati che non vi è alcun dibattito possibile sulla sua idoneità”, chiosa il Paìs. 

Insomma, è possibile discutere quanto, come e quale tipo è adatto a ciascuna persona, “ma è sicuro dire che la maggior parte della popolazione trarrebbe beneficio dall’aumento del tempo dedicato all’esercizio fisico”.

Secondo un sondaggio Ipsos la Spagna “è il quarto Paese con le persone più sedentarie in Europa (15%) e l’attività media è di 5,2 ore settimanali, rispetto alle 6,1 dell’Europa e delle 12,8 dei Paesi Bassi, che sono al vertice della classifica. 

Ciò che non è così chiaro è il ruolo che i medici possono avere e se prescrivere l’esercizio nel corso di una visita medica è il modo più efficace. Al contrario, Fernando Rodríguez Artalejo, professore di sanità pubblica all’Università Autonoma di Madrid che ha pubblicato numerosi studi sulle abitudini di vita, assicura che le valutazioni sulle prescrizioni sociali (che vanno dallo sport alle attività nei centri diurni per anziani) sono scarse.

Investiti nella ricerca 12,7 milioni di sterline 

Cambiare stile di vita è poi molto complicato, tant’è che si è visto che “bisogna agire su molte leve”. Dice il docente: “In un precedente studio britannico, si è visto che quando i pazienti venivano indirizzati a palestre e piscine pubbliche, non c’era alcun miglioramento nell’attività fisica”, afferma Rodríguez Artalejo perché avere le infrastrutture, ragiona, di per sé “è una condizione necessaria, ma non affatto sufficiente”.

Lo studio britannico del sistema sanitario, che partirà nel corso di quest’anno, ha un budget di 12,7 milioni di sterline (circa 15 milioni di euro). Artalejo, pur essendo scettico sul cambiamento delle abitudini dei pazienti, ritiene che sia qualcosa a cui prestare attenzione e da cui si possono trarre conclusioni applicabili anche alla Spagna: “Grazie agli inglesi impariamo molte cose, perché investono molto di denaro a sostegno dei servizi sociali. Potremo sapere se funziona, in chi lo fa, qual è il livello di prescrizione sociale adeguato e se è giustificato dai costi”.

Nel Regno Unito esistono già altre linee di ricerca simili, come quella particolare in cui si studia se può migliorare la salute dei pazienti, specialmente la salute mentale, prescrivendo il contatto con la natura. Esistono già diverse indagini con risultati promettenti in questo senso, che mostrano molti benefici del contatto con ambienti verdi e dell’esposizione alla luce naturale. 

In Australia, l’anno scorso è stato lanciato un programma di prescrizione di attività fisica nel parco in coordinamento con i consigli locali, che comprende oltre 450 attività all’aperto nei fine settimana. “Perché è di scarsa utilità prescrivere l’esercizio senza altre misure complementari che ne facilitino l’esercizio”, conclude il quotidiano.

AGI – Sale la preoccupazione nel mondo per la diffusione del vaiolo delle scimmie, con l’Italia che registra già 714 casi confermati e, oggi, il primo decesso, un italiano a Cuba. Si tratta di un’infezione zoonotica (trasmessa dagli animali all’uomo) causata da un virus della stessa famiglia del vaiolo (Poxviridae) ma che si differenzia da questo per la minore trasmissibilità e gravità della malattia che provoca.

Il nome, spiega l’Iss nella scheda sulla patologia sul suo portale Epicentro, deriva dalla prima identificazione del virus, scoperto nelle scimmie in un laboratorio danese nel 1958. È diffuso in particolare tra primati e piccoli roditori, prevalentemente in Africa.

Nelle aree endemiche è trasmesso all’uomo attraverso un morso o il contatto diretto con il sangue, la carne, i fluidi corporei o le lesioni cutanee di un animale infetto. Il virus è stato identificato per la prima volta come patogeno umano nel 1970 nella Repubblica Democratica del Congo.

Dall’inizio di maggio sono circa 20mila i casi di Mpx in Europa. La maggior parte dei casi è stata identificata nei maschi tra 18 e 50 anni, principalmente in Msm (men who have sex with men). Particolari pratiche sessuali hanno facilitato la trasmissione del Mpx tra gruppi Msm con partner multipli, tuttavia, ammonisce l’Iss, potenzialmente sono possibili casi di trasmissione in altri gruppi di popolazione.

In base alle evidenze riportate la probabilità che il Mpx si diffonda in network di persone che hanno partner sessuali multipli è considerata alta, mentre quella di diffusione nella popolazione generale è molto bassa.

Il virus non si trasmette facilmente da persona a persona

La trasmissione umana avviene principalmente tramite il contatto con materiale infetto proveniente dalle lesioni cutanee o con oggetti contaminati (lenzuola, vestiti), oppure il contatto prolungato faccia a faccia (attraverso droplets respiratori).

Nell’epidemia in corso, i dati finora disponibili e la natura delle lesioni in alcuni casi suggeriscono che la trasmissione possa essere avvenuta durante rapporti intimi.

Quali sono i sintomi?

Nell’uomo la patologia si presenta con febbre, dolori muscolari, cefalea, rigonfiamento dei linfonodi stanchezza e manifestazioni cutanee quali vescicole, pustole, piccole croste. La malattia generalmente si risolve spontaneamente in 2-4 settimane con adeguato riposo e senza terapie specifiche; possono venir somministrati degli antivirali quando necessario.

Fino a questo momento la maggior parte dei casi ha avuto sintomi lievi con un decorso benigno. Tuttavia, il vaiolo delle scimmie può causare una malattia più grave soprattutto in alcuni gruppi di popolazione particolarmente fragili quali bambini, donne in gravidanza e persone immunosoppresse.

La vaccinazione contro il vaiolo delle scimmie

Quanto al vaccino, è possibile che le persone che sono state vaccinate contro il vaiolo (vaccinazione abolita in Italia nel 1981) siano a minor rischio di infezione con il monkeypox per la similitudine del virus del vaiolo.

Al momento la vaccinazione è offerta ad alcune categorie di persone più a rischio: personale di laboratorio con possibile esposizione diretta a orthopoxvirus. E persone gay, transgender, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (MSM), che rientrano nei seguenti criteri di rischio: storia recente (ultimi 3 mesi) con più partner sessuali, partecipazione a eventi di sesso di gruppo, partecipazione a incontri sessuali in locali/club/cruising/saune, recente infezione sessualmente trasmessa (almeno un episodio nell’ultimo anno), abitudine alla pratica di associare gli atti sessuali al consumo di droghe chimiche (Chemsex).

Le raccomandazioni prevedono di restare a casa a riposo qualora insorga la febbre e di rivolgersi al medico di fiducia in caso di comparsa di vescicole o altre manifestazioni cutanee. Come prevenzione, è importante evitare il contatto stretto con persone con sintomi (febbre, rigonfiamento dei linfonodi, lesioni cutanee in particolare vescicole o croste). Questo comportamento è utile a prevenire non solo il monkeypox ma anche altre infezioni.

Secondo l’ultima circolare del ministero della Salute “I contatti devono essere monitorati almeno quotidianamente per l’insorgenza di segni/sintomi riferibili a MPX per un periodo di 21 giorni dall’ultimo contatto con un paziente o con i suoi materiali contaminati durante il periodo infettivo. Segni/sintomi includono mal di testa, febbre, brividi, mal di gola, malessere, astenia, mialgia, mal di schiena, eruzione cutanea e linfoadenopatia. I contatti devono monitorare la loro temperatura due volte al giorno. I contatti asintomatici non devono donare sangue, cellule, tessuti, organi, latte materno o sperma mentre sono sotto sorveglianza. Durante i 21 giorni di sorveglianza i contatti di caso MPX devono evitare contatti con persone immunodepresse, donne in gravidanza e bambini di età inferiore ai 12 anni”.

AGI – Sperimentata una pillola efficace contro i sintomi del lupus e la progressione di questa malattia autoimmune che attacca gli organi e può essere fatale. La sperimentazione è condotta nei laboratori della azienda farmaceutica Bristol-Myers Squibb Company. “Ad oggi, poche terapie hanno avuto successo, ma crediamo che il nostro composto potrebbe essere un trattamento efficace per il lupus“, afferma Alaric Dyckman, Direttore scientifico della Bristol-Myers Squibb Company.

La malattia colpisce 5 milioni di persone in tutto il mondo, secondo la Lupus Foundation of America.

I sintomi includono eruzioni cutanee, affaticamento estremo, dolore, infiammazione e deterioramento degli organi, come i reni e il cuore, che possono portare alla morte.

Ad oggi, non esiste una cura per il lupus, quindi i trattamenti attuali mirano a limitare i danni e migliorare i sintomi. Gli studi clinici sono alla fase 2, testati sui topi di laboratorio. I ricercatori presenteranno i loro risultati alla riunione autunnale dell’American Chemical Society (ACS). 

Il lupus si sviluppa quando il sistema immunitario attacca i tessuti del corpo. Anni fa, i ricercatori hanno iniziato a sospettare che questo processo coinvolgesse i recettori toll-like (TLR) 7 e 8, che sono proteine cellulari che attivano il sistema immunitario quando rilevano l’RNA virale o identificano erroneamente l’RNA di una persona come una minaccia.

“I dati genetici e le valutazioni dei trattamenti iniettabili hanno suggerito che TLR7 e 8 potrebbero essere bersagli farmacologici per il lupus. Ciò che mancava era la capacità di bloccare direttamente questi recettori con piccole molecole che potevano essere assunte per via orale”, afferma Dyckman.

Quindi, nel 2010, lui e altri scienziati del Bristol Myers Squibb hanno deciso di sviluppare tali composti. I ricercatori BMS hanno modificato le strutture dei colpi iniziali per ridurre l’interazione con altri recettori, migliorare la potenza e consentire il dosaggio orale.

Il composto risultante, “afimetoran”, si lega ai TLR target, inibendone il funzionamento per ottenere un’attività benefica. Come l’anifrolumab, interferisce con l’interferone e, come il belimumab, controlla i danni causati dai linfociti B iperattivi. Inibisce anche la produzione di più citochine proinfiammatorie che causano molti danni ai tessuti nel lupus.

“Con afimetoran, non solo potremmo prevenire lo sviluppo di sintomi simili al lupus nei topi prima dell’insorgenza della malattia, ma potremmo effettivamente invertire i sintomi e prevenire la morte negli animali che erano a pochi giorni dalla morte“, afferma Dyckman. “Non avevamo visto quell’inversione con altri meccanismi che avevamo valutato, quindi eravamo particolarmente entusiasti di questa scoperta”.

Sono stati completati gli studi clinici di fase 1 di afimetoran per valutare la sicurezza nelle persone sane e fare luce sul comportamento del composto nel corpo. Gli studi hanno mostrato che una dose orale bassa, una volta al giorno, potrebbe bloccare quasi completamente la segnalazione attraverso TLR7/8.

E ora e’ in corso uno studio di fase 2 per testarne l’efficacia nei pazienti con lupus. A causa della sua modalità d’azione, dice Dyckman, può funzionare anche in altri disturbi autoimmuni, come la psoriasi o l’artrite. 

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