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Allarme sanità. “Giovani medici subito in corsia” titola in apertura di prima pagina la Repubblica, che per il secondo giorno consecutivo indica l’emergenza del momento: ovvero, “Sarà un’estate da codice rosso per la sanità, mancano 8.000 medici nelle corsie italiane”, tanto che ieri consigliava con una certa dose di ironia: “State sani, se potete”.

Oggi il quotidiano di Largo Fochetti a Roma torna sull’argomento anche con un’intervista al ministro della Salute Giulia Grillo che sottolinea come il settore sanitario sia “asfittico anche nelle zone migliori” ciò che comporta che si debba investire anche se “ci vorranno anni, in ogni caso, per aggiustare i guasti”. E poi aggiunge: “Bisogna alzare gli stipendi di chi è negli ospedali pubblici per evitare le fughe. Incentivi a chi sceglie specialità trascurate come anestesia”.

Il punto è che la situazione è arrivata ad un livello di guardia ormai insostenibile in quanto “pensionamenti e ferie costringono gli ospedali da Nord a Sud a ridurre i ricoveri e gli interventi” denuncia il quotidiano in quella che si prefigura come una vera e propria campagna giornalistica in solitaria, che ha questo incipit: “L’Italia è senza medici”.

Tanto che per l’emergenza ospedaliera “e con l’inizio del periodo di ferie estive nelle corsie ritorna l’ipotesi di utilizzare i camici bianchi militari per aiutare le regioni in difficoltà”. Oltre a precettare, forse, anche i giovani laureati. Ma il ricorso alle divise verdi dei militari ha sollevato una risposta piccata dell’Assessore alla Sanità del Lazio Alessio D’Amato, che così si è espresso: “Non è possibile che ogni volta che vi sono dei problemi vengono chiamati in causa i militari, prima per le buche di Roma, ora per le carenze di organico. La strada maestra deve essere quella di tornare a investire sul Servizio sanitario pubblico”. E il suo presidente e segretario del Pd Nicola Zingaretti ha chiesto più investimenti sulla sanità e “50 milioni subito per le scuole di formazione dei giovani medici laureati”.

“I problemi ci sono in mezza Italia e per risolverli in molti potrebbero rendere subito operativa una misura prevista dal Decreto Calabria voluto dalla ministra Grillo” si legge ancora. Anche se “il problema delle carenze non riguarda tutte le specialità, alcune hanno difficoltà molto maggiori di altre. Si tratta appunto dell’emergenza-urgenza, dell’anestesia e rianimazione, della chirurgia generale e anche della medicina interna. Per questo le regioni chiedono che le Università bandiscano più posti nei settori in crisi e meno in altri, dove praticamente non ci sono difficoltà di organico”. Adesso, comunque, a preoccupare di più le regioni sono i pronto soccorso, già di per sé congestionati. I giovani non scelgono questa specializzazione perché è molto faticosa e con pochi sbocchi di carriera, si può leggere nel servizio giornalistico.

E sul punto di come fronteggiare la crisi, la ministra Grillo sostiene che “il Decreto Calabria appena adottato permette di far lavorare i medici che frequentano l’ultimo anno della specializzazione, se questa dura 4 anni, o gli ultimi due, se dura 5. Serve a dare una boccata d’ossigeno alle Regioni e a far entrare i giovani nel servizio sanitario con tutele reali. Poi abbiamo sbloccato, anche se non del tutto, il turn over ossia le assunzioni in tutte le Regioni, anche in piano di rientro, cioè le più colpite dal blocco di oltre 10 anni fa”

“I medici in meno in questo settore sono circa duemila su ottomila – spiega Carlo Palermo del sindacato dei medici ospedalieri Anaao – La sofferenza è maggiore al centro-sud, dove ci sono ospedali con dotazioni organiche inferiori del 30% rispetto al 2009”. Questa la situazione, mentre il quotidiano romano dedica anche un articolo a “I dottori con il trolley. Un turno a Bologna e uno sull’Appennino” a dimostrazione di come il personale medico si debba dividere tra zone diverse per coprire le carenze di personale. Per chi si sposta in montagna in genere c’è un super-bonus da 250 euro al giorno mentre chi fa la notte dopo il lavoro in città prende 60 euro l’ora.

Su 10 persone a cui viene consigliato l’utilizzo degli integratori alimentari, 8 seguono il suggerimento di medici o farmacisti. Preferiti dai soggetti in età attiva (il 63% dei 35-64enni), sono ormai una componente stabile delle strategie individuali per assicurarsi una buona salute. E il loro valore sociale fa decollare il mercato (3,3 miliardi di euro nel 2018: +126% dal 2008) e l’occupazione del settore (+44% in tre anni).

Lo rivela il Censis, che ha reso noti i risultati di una ricerca (“Il valore sociale dell’integratore alimentare”) presentata oggi a Roma. Sono esattamente 32 milioni gli italiani che consumano integratori alimentari. Lo fanno abitualmente più di 18 milioni (tutti i giorni o qualche volta alla settimana) e più di 4 milioni qualche volta al mese.

Li utilizzano maggiormente le persone in età attiva (il 62,8% degli utilizzatori ha tra 35 e 64 anni) e le donne (il 60,5%). Sono numeri che descrivono un consumo di massa trasversale rispetto a genere, età, livello di scolarità, territorio di residenza, condizione economica. Ad accomunare le scelte di usare gli integratori alimentari da parte di tante persone diverse è il contributo che viene da questi prodotti per la prevenzione e la tutela della salute.

Il consiglio di medici e farmacisti

Consigliati da medici e farmacisti. Il 57,3% degli italiani ha ricevuto il consiglio di utilizzare integratori alimentari. Tra questi, l’82,4% ha ricevuto il suggerimento da un medico (un medico di medicina generale o uno specialista) o da un farmacista. Per il restante 17,6% il consiglio arriva da canali diversi: familiari, amici, web, tv, riviste. Nel 2018 il 95% del mercato passa da farmacie (86%) e parafarmacie (9%), il residuale 5% dalla grande distribuzione organizzata. L’uso degli integratori alimentari non è l’esito di pulsioni consumiste, ma una tendenza diffusa ispirata dall’obiettivo della prevenzione e della tutela della salute, in cui il medico e il farmacista sono spesso riconosciuti come riferimenti nella scelta e nell’utilizzo.

Il 74% degli italiani (l’80% tra i laureati, il 76,9% tra le donne, il 75,1% tra i 35-64enni) che hanno utilizzato integratori alimentari ne valuta positivamente le conseguenze sul proprio organismo. Solo l’1,7% lamenta esiti non positivi. Chi ha assunto integratori alimentari ha registrato effetti positivi in linea con gli obiettivi attesi. Importante è la funzione svolta dagli integratori per la prevenzione. Il 58,1% di chi assume integratori gode di uno stato di salute ottimo o buono. Gli integratori alimentari diventano così una componente stabile di strategie individuali, con il riferimento del medico o del farmacista in gran parte dei casi, per assicurarsi una buona salute.

Il decollo del settore

In Italia il mercato degli integratori alimentari ha realizzato nel 2018 un valore di 3,3 miliardi di euro. Siamo al primo posto come quota del mercato europeo (23%), seguiti da Germania (13%), Francia (9%) e Regno Unito (8%). Il settore cresce grazie alla propensione degli italiani a consumare con responsabilità e con grande attenzione agli impatti sulla salute.

Questo è il trend sociale che spiega il successo del settore: il valore dei consumi è cresciuto del 126% negli ultimi dieci anni (periodo 2008-2018), a fronte di una riduzione dello 0,8% dei consumi complessivi delle famiglie. Gli addetti del settore sono aumentati del 43,9% nel giro di tre anni (periodo 2014-2017), mentre nell’economia complessiva si registrava solo un +5,3% di occupati.

L’export del settore è lievitato del 48,5% negli anni 2014-2017 a fronte del +12% riferito al totale del sistema economico. Se l’economia italiana stenta a ripartire, il settore degli integratori alimentari invece decolla, perché intercetta una nuova attenzione sociale, orientata dai professionisti della salute, a fare prevenzione nella vita quotidiana.

Il “vaccino contro lo stress” a lungo teorizzato potrebbe trovare la sua chiave di volta nei batteri che vivono nella sporcizia. Questa la teoria di Christopher Lowry, professore di fisiologia presso l’Università del Colorado Boulder e del suo team di ricerca, che nel 2018 hanno pubblicato uno studio secondo cui il Mycobacterium vaccae – questo il nome scientifico del “batterio dello sporco” – è in grado di diminuire il carico di stress nei topi.

Lo studio

Secondo quanto riportato da Psychology Today, i ricercatori hanno iniettato il Mycobacterium vaccae nei roditori prima di esporli a un evento stressante. Hanno notato così che in questo modo riuscivano a prevenire il disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

Lo studio ha spianato la strada alla comprensione dell’effetto ma perché ciò accade è rimasto un mistero. Fino a oggi. Quest’anno Lowry e il suo team hanno pubblicato un nuovo studio che spiega come i ricercatori abbiano identificato e isolato un acido grasso (noto anche come lipide) nel batterio che sembra responsabile degli effetti. Facendo un ulteriore passo avanti, il team è stato anche in grado di sintetizzare chimicamente il lipide per analizzare punto per punto come interagisce con le cellule immunitarie. “Sapevamo che funzionava, ma non sapevamo perché”, ha detto Lowry in un comunicato stampa. “Questo nuovo studio aiuta a chiarirlo.”

Come funziona

Secondo quanto scoperto dai ricercatori, il lipide si lega con i recettori all’interno delle cellule immunitarie e blocca alcune sostanze chimiche che causano l’infiammazione. Quando gli scienziati hanno “pretrattato” le cellule con il lipide e tentato di stimolare una risposta infiammatoria, hanno scoperto che le cellule erano resistenti agli effetti. In altre parole, le cellule sono state efficacemente vaccinate contro l’infiammazione. “Sembra che questi batteri abbiano un asso nella manica “, ha detto Lowry.

Cosa significa questo per noi? Si tratta di una scoperta fondamentale per trasformare in realtà il sogno di un vaccino anti-stress. Non solo. Il lipide potrebbe diventare il punto focale per lo sviluppo di farmaci in grado di trattare il PTSD e di indebolire altri tipi di reazioni infiammatorie.

L’uso massiccio dello smartphone fa crescere uno spuntone osseo dietro il cranio. Non a tutti, sia beninteso. Ma a qualcuno sì, ed è la dimostrazione che il nostro scheletro continua ad evolversi adattandosi allo stile di vite dell’uomo. È la teoria, ripresa dal settimanale Newsweek, del dottor David Shahar, scienziato ed ex clinico della University of The Sunshine Coast, Australia. Intervistato dalla BBC, Shahar ha spiegato di aver analizzato le radiografie del cranio delle persone per 20 anni e negli ultimi 10 ha notato il manifestarsi sempre più spesso di una protusione in zona occipitale una volta definita rara.  

Lo studio

Questo spuntone fu studiato per la prima volta dallo scienziato francese Paul Broca nel 1885 “ma non se ne curò molto”. Finché non ha colpito l’interesse di Shahar, che nel suo studio pubblicato nel Journal of Anatomy nel 2016 affronta in dettaglio la questione insieme al suo coautore. I due esperti spiegano di aver aveva notato tempo prima delle protuberanze occipitali esterne nei raggi X di pazienti relativamente giovani. E così sono andati a fondo esaminando 218 radiografie del rachide cervicale laterale di persone di età compresa tra i 18 e i 30 anni, in cui appare la protuberanza. Tra tutti, il 41% presentava lo spuntone, nel10% dei casi lungo almeno 20 mm. Era più comune negli uomini che nelle donne, il 67% contro il 20%. Il più lungo misurava 35,7 mm in un uomo e 25,5 mm in una donna.

Lo studio sostiene che i casi di osteofita – questo il nome tecnico – che spuntavano dalla protuberanza occipitale esterna di persone giovani sono rari nella letteratura medica, mentre sono relativamente comuni nelle persone anziane, ma più raramente in zona occipitale.

Non avveniva già con i libri?

Secondo Shahar questa incidenza potrebbe essere dovuta al sempre maggiore uso di smartphone e dispositivi da tenere in mano sin dalla prima infanzia. Il problema risiede nel fatto che mentre usiamo cellulari e tablet il nostro collo lavora per mantenere ila testa in equilibrio. L’assunzione di questa posizione in misura prolungata spinge il corpo a produrre un nuovo osso per aumentare la superficie che regge il cranio.

Ma non lo facevamo già con i libri? La postura sbagliata non è un’invenzione del 21esimo secolo. Già con i libri l’uomo trascorreva del tempo col capo chino. Qual è allora la differenza? Il tempo. Nel 1973, riporta la BBC, prima dell’invenzione delle altre forme di intrattenimento, un americano leggeva in media 2 ore al giorno. Oggi le persone trascorrono più di 4 ore al cellulare. 

Il divieto di fecondazione eterologa, l’obbligo di impiantare al massimo tre embrioni e tutti insieme, il divieto di accesso alle tecniche (e conseguentemente alla diagnosi preimpianto) alle coppie fertili, il divieto di selezione degli embrioni in caso di patologie genetiche: sono questi i principali punti della legge 40 sulla fecondazione assistita che sono stati smantellati dalle sentenze dei tribunali.

Quindici anni di decisioni dei giudici di ogni grado hanno di fatto “smantellato” i capisaldi della legge. A partire dal primo: il ricorso alla fecondazione assistita è consentito solo per le coppie infertili, così recitava l’articolo 1. Due sentenze, dei tribunali di Roma (2014) e Milano (2015), sollevano questione di legittimità costituzionale in base alla presunta disparità che questa norma introduce a svantaggio delle coppie fertili.

I ricorsi delle coppie non sterili

Sullo stesso argomento i tribunali di Salerno e Cagliari hanno accolto i ricorsi di coppie non sterili, il primo, nel 2010, ammettendo per la prima volta in assoluto alle tecniche di Pma (acronimo di Procreazione Medicalmente Assistita) una coppia non sterile. E sempre questo principio viene ritenuto discriminatorio dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che nel 2012 si pronuncia favorevolmente rispetto al ricorso Costa-Pavan.

Demolito anche l’articolo che vieta il ricorso alla fecondazione eterologa: la Consulta nel 2014 dichiara l’illeggittimità costituzionale del divieto, sostenendo che è discriminatorio per le coppie in cui uno dei due è totalmente sterile, e che potrebbero sperare in una gravidanza solo con i gameti di un donatore. Mentre il tribunale di Firenze nel 2012 solleva questione di legittimità costituzionale sul divieto assoluto di revoca del consenso alla Pma dopo l’avvenuta fecondazione dell’ovulo.

Il capitolo embrioni

Capitolo a parte quello sugli embrioni, che costituisce la seconda parte della legge: il tribunale di Firenze nel 2012 ricorre ancora alla Consulta sul divieto assoluto di ricerca clinica e sperimentale sull’embrione, mentre è la Consulta stessa a dichiarare illegittimo uno dei passaggi più contestati della legge, quello che vincola la produzione di embrioni “ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre”. La Consulta nel 2009 sancisce che il trasferimento degli embrioni nell’utero debba essere effettuato senza pregiudizio per la salute della donna, aprendo di fatto alla possibilità della crioconservazione degli embrioni stessi, in origine vietata dalla legge, se il medico ritenesse che un immediato impianto fosse a rischio per la donna.

Nel novembre 2015 nuova sentenza: non è reato, scrive la Consulta, la “selezione degli embrioni” anche nei casi in cui questa sia “esclusivamente finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili rispondenti ai criteri di gravità” stabiliti dalla legge sull’aborto. Nel marzo 2016 infine i giudici costituzionali hanno dichiarato inammissibile la questione di legittimità sul divieto di utilizzare gli embrioni ‘scartati’ perché “malati o non biopsiabili” per la ricerca scientifica sulle staminali embrionali, chiedendo (per ora invano) al Parlamento di legiferare. Oggi è arrivato un nuovo pronunciamento della Consulta secondo cui non viola la Costituzione il divieto per le coppie omosessuali di accedere alle tecniche di fecondazione assistita.

Gli italiani non mangiano più il pesce azzurro. addio ad alici e sgombri, quindi e, di conseguenza, a uno dei cibi più sani che il nostro mare ha da offrire. Gli acquisiti, secondo i dati di Coldiretti Impresapesca, sono crollati del 5% per le sarde e del 10% per le alici fino al 15% per lo sgombro.

Il rapporto ‘SOS pesce italiano’ elaborato dall’associazione sulla base di dati relativi al primo quadrimestre del 2019 dell’Ismea mostra che il consumo pro capite degli italiani è di circa 28 kg di pesce all’anno, superiore alla media europea, ma decisamente basso se confrontato con quello di altri Paesi che hanno un’estensione della costa simile, come ad esempio il Portogallo, dove se ne mangiano quasi 60 kg, praticamente il doppio.

Non a caso il pesce rappresenta solo la sesta voce di spesa nel carrello alimentare delle famiglie italiane per un valore che nel 2018 è stato di 488 euro, sostanzialmente sui livelli di dieci anni fa, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat. E intanto la flotta peschereccia italiana è scesa a quota 12 mila imbarcazioni, il 35 per cento in meno rispetto agli anni ’80.

Ma in realtà a subire un netto calo sono anche gli acquisti di pesce bianco con la riduzione dei consumi che coinvolge soprattutto le triglie, in calo del 14,2%, i merluzzi – 4,3%, le sogliole -3,6%, e le orate -2,1% mentre in controtendenza le spigole in aumento del 6,1%. In forte crescita è invece la domanda dei molluschi, dai polpi (+18,6%) alle seppe (+10,6%) fino alle vongole (+25,6%). Un fenomeno che si spiega soprattutto con gli effetti del cambiamento degli stili di vita e la nuova tendenza da parte dei consumatori a preferire tipologie di pescato più facile da utilizzare in cucina, meglio se privo di spine o comunque semplice da pulire, oltre che dal sapore più delicato.

Questo trend è sostenuto anche dalla produzione dell’acquacoltura, dalle spigole alle orate. Ma ormai nei laghetti artificiali italiani si produce persino il caviale Made in Italy che nel giro di pochi anni ha conquistato i mercati di tutto il mondo, a partire da quello russo, patria delle pregiate uova, per un valore delle esportazioni che nel 2018 ha raggiunto il valore di oltre 20 milioni di euro, in crescita del 32%. 

Ma la diminuzione del consumo di pesce azzurro impatta direttamente anche sulla salute degli italiani, visto che questo tipo di prodotti ittici ha importanti caratteristiche nutrizionali, essendo il più ricco in assoluto per contenuto di Omega3, che proteggono il cuore, sostengono il metabolismo e combattono l’invecchiamento. Mangiare pesce, soprattutto azzurro, fa bene a tutte le età e nelle diverse fasi della vita, dall’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta, alla gravidanza e menopausa, fino alla terza età, al punto che molte raccomandazioni internazionali e nazionali ne consigliano il consumo almeno 2 volte a settimana.

Come riconoscere il prodotto appena pescato? Innanzitutto è preferibile acquistarlo, laddove possibile, direttamente dal produttore che ne garantisce la freschezza, verificando anche sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere la zona di pesca. Occorre poi controllare che la carne abbia una consistenza soda ed elastica, che le branchie abbiano un colore rosso o rosato e siano umide e gli occhi non siano secchi o opachi, mentre l’odore non deve essere forte e sgradevole. Per molluschi e mitili, è essenziale che il guscio sia chiuso, mentre per i gamberi serve verificare che non abbiano la testa annerita. Meglio, infine, non scegliere i pesci già mutilati della testa e delle pinne. 

Furono i salinari, che lavoravano per lunghi mesi immersi nel sale e nel fango delle saline cervesi, a rendersi conto delle sue straordinarie proprietà, nei primi anni del ‘900. Un’intuizione destinata a portare i suoi frutti  sfociata nel tempo nella nascita del primo stabilimento termale di Cervia che oggi conta più di 30 mila visitatori l’anno, 20 consulenti medici e 120 dipendenti in totale. L’unico luogo, in Italia, dove si può trovare un limo in tutto e per tutto paragonabile, come efficacia terapeutica, a quello famoso del Mar Morto, e dove  nella nuova piscina di acqua madre – come nella nota località tra Israele e Giordania –  si può leggere il giornale galleggiando in acqua, perché non si va a fondo.

Nella salina di Cervia, il fango si forma attraverso un processo piuttosto lungo, durante il quale subisce varie trasformazioni. Fondamentale, la fase di “stagionatura”: lasciato sedimentare per anni in acqua ipertermale, il limo viene raccolto tra ottobre e novembre e stoccato nelle fangaie dove viene lasciato maturare, per essere finalmente utilizzato due anni dopo. Opportunamente filtrato, il Fango Liman ha un effetto benefico sulle artrosi diffuse, problemi dermatologici, osteoporosi e poliartrosi.  

La psoriasi, in particolare,  è trattata attraverso una terapia fangobalneoterapica naturale. Uno studio condotto dalla struttura termale in collaborazione con l’Unità Operativa di Dermatologia e l’Unità Operativa di Biostatistica dell’Azienda USL della Romagna, con l’autorizzazione del Comitato Etico, conferma i benefici dei trattamenti termali in fase di remissione della psoriasi, per potenziare e prolungare gli effetti dei trattamenti farmacologici assunti in fase acuta.

“L’acqua della nuova piscina – spiega Alessandro  Zanasi, direttore dello stabilimento di Cervia, medico specializzato in malattie dell’appartato respiratorio e idrologo – ha una concentrazione ipertonica che corrisponde a 8 volte quella del mare, uguale a quella del Mar Morto. Abbiamo condotto  uno studio da due anni a questa parte sulla psoriasi con l’ospedale di Ravenna con un centinaio di pazienti, verificando come già dopo tre mesi si avevano dei risultati incoraggianti”. 

Aggiunge Zanasi: “Nella psoriasi abbiamo una iperproduzione,  quindi con un meccanismo di scrub noi togliamo ciò che è in eccesso: nelle altre dermatosi,  ad esempio nella foruncolosi,  abbiamo dei risultati ottimi. La balneoterapia viene associata alla fangoterapia,  utilizziamo  la nostra acqua anche per la formazione dei fanghi: questi fanghi vengono poi  posizionati sulle  parti da trattare.   Unendo l’effetto di fango e sole, si ottengono risultati estremamente positivi. I  vantaggi del Mar Morto sono risaputi,  il modello di Cervia può essere esportato,  ma ancora siamo pochi ad utilizzarlo. La psoriasi è invalidante per chi ce l’ha – conclude Zanasi – perché queste persone conducono una vita normale, ma esteticamente la patologia crea un forte imbarazzo”.

Generosi, in crescita rispetto all’anno scorso ma sempre pochi rispetto alla domanda: sono i donatori di sangue che oggi celebrano la giornata a loro dedicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dopo anni di trend negativo, riporta Fatto Quotidiano, nel 2018 i donatori di sangue sono stati 1,6 milioni (quasi tutti iscritti alle associazioni di volontari), cioè uno 0,2 per cento in più rispetto al 2017.

Identikit del donatore italiano

La maggior parte dei donatori è avanti con l’età. Il 25 per cento ha tra i 36 e 45 anni; mentre il 29 per cento tra i 46 e 55. Quelli dai 18 ai 25 ormai stanno sparendo dal 2013. Lo scorso anno sono risultati poco più di 210 mila (erano 237mila nel 2013), appena il 12 per cento del totale. Quelli nella fascia 26-35 invece rappresentano il 17 per cento (290 mila contro i 333 mila del 2013).

Sempre meno anche i nuovi donatori, ovvero quelli che per la prima volta e una volta soltanto durante l’anno hanno donato il sangue. Il numero è sceso del 3,7 per cento (circa 371mila). Tra le regioni che hanno registrato un incremento maggiore di donazioni la provincia autonoma di Bolzano (+8,7%), la Lombardia (+7,1%) e il Lazio (+1,9%). Ma è il Friuli Venezia-Giulia ad avere il rapporto tra donatori e abitanti più alto: 39,5 ogni mille. La carenza di nuovi donatori si è registrata principalmente in Campania (-6,7%), Abruzzo (-4,7%), Calabria (-4,6%) e Sardegna (-4%). Del sangue donato hanno beneficiato 630 mila trasfusi per un totale di quasi tre milioni di trasfusioni.

Autosufficienti, ma non basta

La quantità raccolta di plasma (840 mila chilogrammi, quattromila in più rispetto al 2017) ci consenta ancora l’autosufficienza, fissata al 70 per cento, in linea con gli obiettivi del Programma nazionale plasma che prevede una totale autonomia solo a partire dal 2024. Oggi il restante lo acquistiamo soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Germania dove il plasma viene ceduto dietro un compenso. All’estero, infatti, i donatori vengono pagati a ogni prelievo di sangue. Da noi non è necessario, riporta Il Giornale, oltre a essere vietato per legge. “I volontari ci sono comunque, anche senza ricompensa, in nome di un altruismo che, una volta tanto, racconta il volto di un’Italia sana”.

Quanto vale?

Il business della donazione del sangue è enorme ma, a differenza di altri Paesi europei, è gestito interamente a livello pubblico e tracciabile in ogni sua tappa. A conti fatti, una trasfusione costa 400 euro: 180 euro per produrre un’unità di globuli rossi e per acquistare la sacca per la raccolta, che da sola vale circa 20 euro. E poco più di 200 euro occorrono per sostenere le spese relative a medici, infermieri e materiale necessario al prelievo, dalle garze sterili alle siringhe. Significa che in un anno investiamo oltre un miliardo di euro per gestire le entrate e le uscite dalla banca delle sacche, “società” di cui tutti (da donatori o riceventi) prima o poi potremmo avere un’“azione”.

Negli Stati Uniti il sangue è un prodotto commerciale come gli altri: si vende e si compra al pari di qualsiasi altro bene, plasma in particolare. Le aziende farmaceutiche lo acquistano per lavorarlo e per rimetterlo sul mercato sotto forma di farmaci, gli emoderivati. E lo stesso avviene in Germania, in Repubblica Ceca, in Austria, legittimamente. In Italia invece il sangue è proprietà delle Regioni. Non viene venduto ma al massimo ceduto da una regione all’altra, o da un ospedale all’altro, a seconda delle esigenze e delle quantità raccolte. Beninteso, lo scambio delle sacche non è regolato da semplice spirito di solidarietà e mutuo aiuto.

Quanto costa il mio sangue?

Esiste un tariffario, approvato dal ministero della Salute, che fissa i prezzi di ogni elemento di sangue nel momento in cui viene ceduto da una regione all’altra. “I globuli rossi valgono 181 euro a sacca, il plasma da aferesi (cioè estratto dal sangue intero) 171 euro, le piastrine hanno prezzi che variano da 19 a 418 euro, i linfociti 478 euro. Ovviamente il rimborso per la cessione sale se in ballo ci sono le cellule staminali da aferesi, in cui valore è pari a 668 euro per ogni unità. Il tariffario a cui le regioni si affidano per regolare lo scambio del sangue stabilisce anche le tariffe standard per i trattamenti: il lavaggio manuale delle cellule costa 27 euro, il processo di congelamento e scongelamento va da 148 a 246 euro”

Quando è nata, a meno di 6 mesi di gestazione, la piccola Saybie pesava quanto una mela ed entrava nel palmo di una mano. Come un personaggio di una favola. E come la migliore delle storie, la bimba (che viene chiamata con uno pseudonimo) ha avuto il suo lieto fine: non solo è sopravvissuta più di quella manciata di ore previste dai suoi medici, ma ha lottato per mesi fino a quando, qualche giorno fa, con un peso di 2,3 chilogrammi è stata dichiarata fuori pericolo e in grado di tornare a casa con la sua mamma e il suo papà.

Nata nel dicembre 2018 all’ospedale Sharp Mary Birch di San Diego, in California, con 245 grammi di peso Saybie è la bimba più piccola prematura mai venuta al mondo (e sopravvissuta). “Continuavo a dire che non sarebbe sopravvissuta”, ha dichiarato la madre, che ha scelto di rimanere anonima. Ma fortunatamente, la piccola, che non presentava gravi danni né ai polmoni né al cuore, ce l’ha fatta. Saybie, infatti, fa sapere l’ospedale “non ha sofferto nessuna delle difficoltà tipiche dei bambini prematuri, come emorragia cerebrale, problemi ai polmoni e/o cardiaci”.

La madre di Saybie, riporta l’Huffington Post, ha dato alla luce la bambina con cesareo di emergenza tre mesi prima del previsto, dopo aver ricevuto la diagnosi di preeclampsia, una complicanza della gravidanza che causa ipertensione e può rivelarsi fatale per mamma e nascituro. La nascita pretermine era necessaria – scrive l’ospedale -,la bambina non stava crescendo e la vita della madre era a rischio immediato”.

Il neonatologo Paul Wozniak, scrive Il Giornale, ha lavorato per stabilizzarla prima che potesse essere trasferita all’unità di terapia intensiva neonatale (NICU). La sua crescita era parecchio problematica, i medici la consideravano un “mini prematuro” ovvero un bambino nato prima di 28 settimane. I bambini, di solito, nascono attorno a 40 settimane. E se nelle gravidanze a termine, lo sviluppo viene completato nella pancia della mamma, i nati prematuri completano il loro sviluppo fuori. Per questo la loro sopravvivenza è una grande sfida, ma lo è ancora di più per bambini cosiddetti “mini prematuri”. Probabilmente, nella prima infanzia sarà sotto osservazione con dei follow up.

Prima di Saybie,  il record era detenuto da una bambina tedesca, nata nel 2015 con un peso di 252 grammi. Mentre all’inizio dell’anno, un bambino giapponese di 268 grammi, ha battuto il record tra i maschietti. “È importante che la gente sappia che anche i bambini nati premature e sottopeso possono tornare a casa sani e in forze”, ha dichiarato Takeshi Arimits, neonatologo dell’ospedale universitario Keio di Tokyo, dove il bebè era stato ricoverato. I nati al di sotto del chilo di peso hanno alte probabilità di sviluppare problemi respiratori o malattie infettive a causa dello scarso sviluppo degli organi, riporta Japan Times. E il tasso di sopravvivenza, si legge su Asianews, è molto inferiore per i maschietti, tanto che solo 4 tra tutti i prematuri da record sono maschi. Secondo gli esperti questo potrebbe dipendere in parte dallo sviluppo dei polmoni, più lento nei neonati di sesso maschile. 

I forzati della sanità a pagamento. Sono 19,6 milioni gli italiani che nell’ultimo anno, per almeno una prestazione sanitaria essenziale prescritta dal proprio medico, hanno provato a prenotare nel Servizio sanitario nazionale e poi, constatati i lunghi tempi d’attesa, hanno dovuto rivolgersi alla sanità a pagamento, privata o intramoenia.

In 28 casi su 100 i cittadini, avuta notizia di tempi d’attesa eccessivi o trovate le liste chiuse, hanno scelto di effettuare le prestazioni a pagamento (il 22,6% nel Nord-Ovest, il 20,7% nel Nord-Est, il 31,6% al Centro e il 33,2% al Sud). È quanto emerge dal IX Rapporto Rbm-Censis presentato oggi al “Welfare Day 2019”, una grande indagine su un campione nazionale di 10.000 cittadini maggiorenni statisticamente rappresentativo della popolazione.

I numeri del rapporto parlano chiaro: transitano nella sanità a pagamento il 36,7% dei tentativi falliti di prenotare visite specialistiche (il 39,2% al Centro e il 42,4% al Sud) e il 24,8% dei tentativi di prenotazione di accertamenti diagnostici (il 30,7% al Centro e il 29,2% al Sud). I Lea, a cui si ha diritto sulla carta, in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica. Che costringe gli italiani, sottolinea il rapporto, a “surfare” tra pubblico e privato a pagamento per avere le prestazioni necessarie.

Il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico, infatti, ne ha effettuata almeno un’altra nella sanità a pagamento: il 56,7% delle persone con redditi bassi, il 68,9% di chi ha redditi alti. E sono 13,3 milioni le persone che a causa di una patologia hanno fatto visite specialistiche e accertamenti diagnostici sia nel pubblico che nel privato, per verificare la diagnosi ricevuta (una caccia alla “second opinion”). Combinare pubblico e privato è ormai il modo per avere la sanità di cui si ha bisogno.

Oltre a tentare di prenotare le prestazioni sanitarie nel sistema pubblico e decidere se attendere i tempi delle liste d’attesa oppure rivolgersi al privato, di fronte a una esigenza di salute stringente, molti cittadini si sono rassegnati, convinti che comunque nel pubblico i tempi d’attesa sono troppo lunghi. Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico. È capitato al 38% delle persone con redditi bassi e al 50,7% di chi ha redditi alti. Ancora una volta: tutti, al di là della propria condizione economica, sono chiamati a mettere mano al portafoglio per accedere ai servizi sanitari necessari.

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