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(AGI) – Londra, 4 giu. – Mangiare davanti alla tv o mentre si
gioca con lo smartphone ci spingerebbe a mangiare di piu’ e
quindi ad accumulare piu’ chili. Questo perche’ non si
presterebbe attenzione al cibo e, quando si e’ distratti, si
tenderebbe a consumare piu’ cibo. Lo hanno dimostrato una serie
di esperimenti condotti dalla University of Birmingham (Regno
Unito) e descritti dalla rivista Appetite. Nel primo
esperimento 39 giovani donne normopeso sono state divise in tre
gruppi: uno “ad alta distrazione”, un altro “a bassa
distrazione” e un gruppo “senza alcuna distrazione”. A ogni
persona e’ stato dato lo stesso pranzo per un totale di 400
calorie. Nel gruppo “ad alta distrazione”, le donne sono state
invitate a giocare al computer mentre mangiavano. I ricercatori
hanno detto loro che in caso di vincita avrebbero guadagnato
dei soldi. Nel gruppo “a bassa distrazione”, alle donne e’
stato detto semplicemente di mangiare mentre giocavano. Il
terzo gruppo ha mangiato e basta. Nel pomeriggio, ogni soggetto
ha avuto la possibilita’ di consumare dei biscotti. Ebbene, i
ricercatori hanno trovato una differenza significativa nel
consumo di biscotti fra i tre gruppi. Quelli del gruppo “ad
alta distrazione” hanno mangiato il 69 per cento in piu’ di
spuntini rispetto al gruppo “senza distrazioni”, e il gruppo “a
bassa distrazione” ha mangiato il 28 per cento in piu’ rispetto
al terzo gruppo. I ricercatori hanno poi condotto un secondo
esperimento molto simile al primo. Solo che questa volta la
distrazione non era un gioco ma la tv. In questo caso coloro
che hanno mangiato guardando la tv hanno consumato il 19 per
cento in piu’ di biscotti rispetto a coloro che hanno pranzato
senza distrazioni. In un terzo esperimento la distrazione
rappresentava una clip in cui una celebrita’ mangiava e i
soggetti dovevano immaginare di mangiare con essa. E anche in
questo caso, il gruppo distratto ha mangiato di piu’. “I
risultati suggeriscono che prestare attenzione quando si mangia
puo’ essere un bersaglio utile per controllare l’appetito”,
hanno concluso i ricercatori. (AGI)

(AGI) – Washington, 4 giu. – Un nuovo e rivoluzionario vaccino
potrebbe essere utilizzato contro l’artrite reumatoide,
“rieducando” il sistema immunitario in modo che non attacchi i
tessuti sani. A metterlo a punto e’ stato un gruppo di
ricercatori della University of Queensland in uno studio
pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine. Oltre
a essere un trattamento efficace, i ricercatori sperano di
poterlo usare per bloccare la malattia sul nascere o
addirittura nel prevenirla nei soggetti che hanno una storia
familiare di artrite reumatoide. Attualmente sono in corso dei
test sui pazienti. L’artrite reumatoide e’ una malattia che si
verifica quando il sistema immunitario attacca le articolazioni
per errore. Mentre i trattamenti attualmente disponibili sono
mirati contro i sintomi, il nuovo vaccino chiamato Rheumavax va
invece a intervenire sull’origine della malattia. In
particolare, il vaccino si rivolge a quel 70 per cento dei
pazienti portatori di anticorpi specifici, chiamati anti-Ccp,
che provocano l’artrite reumatoide “Ccp-positiva”. Questo
trattamento agisce rieducando il sistema immunitario in modo
che riconosca il tessuto sano, fermando il circolo vizioso
dell’infiammazione e del danno articolare. Il trattamento
consiste nel prelievo delle cellule immunitarie dal sangue di
un malato e nella loro “riprogrammazione” in modo che non
colpiscano il peptide naturale Ccp che viene identificato
erroneamente come “straniero”, con la conseguente produzione di
anticorpi e l’inizio dell’infiammazione. Lo studio condotto in
Australia ha per ora coinvolto 18 pazienti a cui sono state
dati all’incirca 5 milioni di cellule “rieducate”. I risultati
mostrano che questo vaccino ha smorzato la risposta
immunitaria, riducendo l’infiammazione delle articolazioni.

(AGI) – Washington, 4 giu. – La schizofrenia potrebbe essere
causata da mutazioni genetiche che alterano l’equilibrio
chimico nel cervello. Almeno questo e’ quanto emerso da uno
studio della Cardiff University (Regno Unito), pubblicato sulla
rivista Neuron. I risultati fornirebbero una forte evidenza
della causa della schizofrenia, una malattia che colpisce l’1
per cento della popolazione mondiale. Lo studio e’ stato
condotto su oltre 11mila pazienti con schizofrenia, i cui dati
genetici sono stati confrontati con quelli di 16.416 persone
senza la malattia. I ricercatori hanno rilevato che le persone
affette da schizofrenia hanno mutazioni nel loro Dna. Queste, a
loro volta, interferiscono con i geni coinvolti nella
trasmissione dei messaggi chimici in tutto il cervello. Questi
messaggi sono fondamentali per stimolare o inibire l’attivita’
delle cellule nervose. “Finalmente stiamo iniziando a capire
cosa va storto nella schizofrenia”, ha detto Andrew
Pocklington, autore dello studio. “Il nostro studio rappresenta
un passo significativo verso la comprensione della biologia
alla base della schizofrenia, una condizione incredibilmente
complessa”, ha concluso. (AGI)

(AGI) – New York, 4 giu. – I batteri responsabili di infezioni
comuni potrebbero anche innescare una delle malattie piu’
diffuse al mondo, ovvero il diabete di tipo 2. Un gruppo di
ricercatori della University of Iowa (Usa) ha scoperto che
l’esposizione al batterio Staphylococcus aureus provoca i
sintomi caratteristici del diabete nei conigli. Secondo quanto
riportato dalla rivista mBio l’esposizione prolungata a una
tossina prodotta dallo Staphylococcus aureus causa la
resistenza all’insulina, l’intolleranza al glucosio e
l’infiammazione sistemica. “In pratica, abbiamo riprodotto il
diabete di tipo 2 nei conigli semplicemente attraverso
l’esposizione cronica al superantigene dello stafilococco”, ha
spiegato Patrick Schlievert, autore dello studio. I risultati
suggeriscono che le terapie contro lo stafilococco potrebbero
rivelarsi un potenziale trattamento contro il diabete di tipo
2. L’obesita’ e’ un noto fattore di rischio per il diabete di
tipo 2. Ma essere obesi puo’ anche alterare il microbioma di
una persona, cioe’ l’ecosistema di batteri che colonizzano lo
stomaco, e incidere sulla salute. “Quello che stiamo scoprendo
e’ che, come le persone aumentano di peso, sono sempre piu’
suscettibili a essere colonizzate dai batteri dello
stafilococco”, ha detto Schlievert. “Le persone che vengono
colonizzate dai batteri dello stafilococco sono cronicamente
esposte ai superantigeni che i batteri producono”, ha aggiunto.
Lo studio ha scoperto che i superantigeni, ovvero le tossine
prodotte da tutti i ceppi di stafilococco, distruggono il
sistema immunitario. E sono anche responsabili degli effetti
letali di varie infezioni, come la sindrome da shock tossico,
la sepsi e l’endocardite. I ricercatori americani hanno trovato
che le tossine interagiscono con le cellule del grasso e il
sistema immunitario, causando l’infiammazione cronica
sistemica. Questa infiammazione, secondo gli studiosi, si
traduce, in resistenza all’insulina e altri sintomi del diabete
di tipo 2. I ricercatori hanno poi analizzato i livelli di
colonizzazione di stafilococco sulla pelle di 4 pazienti con
diabete. Si stima che l’esposizione ai superantigeni dei
batteri nelle persone fortemente colonizzate dallo stafilococco
e’ proporzionale alle dosi di superantigene che hanno causato
lo sviluppo dei sintomi del diabete nei conigli. “Penso che
abbiamo trovato un modo per intercedere e modificare il corso
del diabete”, ha detto Schlievert. “Stiamo lavorando su un
vaccino contro i superantigeni e crediamo che questo tipo di
vaccino possa prevenire lo sviluppo del diabete di tipo 2”, ha
aggiunto lo scienziato. I ricercatori stanno anche esaminando
la possibilita’ di usare un gel topico contenente gliecerolo
monolaurato, che al solo contatto uccide i batteri dello
stafilococco. Hanno anche in programma di verificare se questo
approccio migliorera’ i livelli di zucchero nel sangue nei
pazienti con prediabete. (AGI)

(AGI) – Roma, 4 giu. – Sono circa 30mila i decessi in Italia
che colpiscono ogni anno solo per quanto riguarda il
particolato fine (PM2,5). I circa 30mila decessi rappresentano,
incidenti esclusi, il 7% di tutte le morti. Sono questi i dati
piu’ rilevanti del progetto Ccm Viias (Valutaziine Integrata
dell’Impatto dell’Inquinamento Atmosferico sull’Ambiente e
sulla Salute) finanziato dal Centro Controllo Malattie del
Ministero della Salute e coordinato dal Dipartimento di
Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio con la
collaborazione di Universita’ e Centri di ricerca, presentati
questa mattina al Ministero della Salute. Per quanto riguarda i
mesi di vita persi, l’inquinamento accorcia mediamente la vita
di ciascun italiano di 10 mesi: 14 per chi vive al Nord, 6,6
per chi abita al Centro e 5,7 al Sud e isole. I dati, a pochi
giorni dalla risoluzione sull’inquinamento atmosferico adottata
dalla 68ma Assemblea Mondiale della Sanita’, dicono che il 29%
della popolazione italiana vive in luoghi dove la
concentrazione degli inquinanti e’ costantemente sopra la
soglia di legge, ma evidenziano anche considerevoli
disuguaglianze degli effetti sanitari dell’inquinamento sul
territorio italiano . E’ colpito maggiormente il Nord (per il
65% del totale), le aree urbane congestionate dal traffico e le
aree industriali. Anche la combustione di biomasse –
principalmente legno e pelle – e’ responsabile della maggiore
incidenza di morti e malattie per l’esposizione al particolato.
Altro dato che emerge e’ che il solo rispetto dei limiti di
legge salverebbe 11mila vite l’anno. (AGI)

(AGI) – Roma, 3 giu. – Ricercatori dell’Universita’ Cattolica
di Roma hanno scoperto che una molecola, l’ossido di azoto
(NO), aiuta il cancro del colon a crescere. Gli scienziati
hanno osservato che le cellule staminali malate presenti in
sede (da cui origina il tumore) producono ossido di azoto in
elevatissima quantita’ e che questo favorisce la progressione
della malattia. Inoltre esperimenti in vitro e in vivo hanno
dimostrato che interrompendo la produzione di NO si arresta la
progressione del cancro. I risultati dello studio sono stati
pubblicato sul The Journal of Pathology.L’ossido d’azoto (NO)
e’ un radicale libero che regola numerosi processi fisiologici
e patologici. In particolare, l’NO prodotto dall’enzima “iNOS”
e’ un importante mediatore dell’infiammazione e, a
concentrazioni costantemente elevate, favorisce la
trasformazione neoplastica, ovvero la trasformazione delle
cellule sane in cellule malate. Questo e’ uno dei motivi per
cui patologie infiammatorie croniche aumentano il rischio di
sviluppare tumori. Fino ad oggi, si riteneva che i macrofagi,
presenti nei siti infiammatori, fossero la principale fonte di
NO citotossico. “In questo studio, abbiamo dimostrato per la
prima volta che le cellule staminali tumorali del cancro del
colon sono in grado di produrre autonomamente elevati livelli
di ossido d’azoto, tramite l’attivita’ del loro enzima iNOS
endogeno, e che tali cellule dipendono proprio dall’NO per la
loro crescita e le loro proprieta’ tumori geniche, ha detto
Maria Ausiliatrice Puglisi, una delle autrici dello studio.
“Inoltre, abbiamo osservato che bloccando la produzione
endogena di NO nelle cellule staminali tumorali, tali cellule
perdono completamente le loro tipiche caratteristiche
tumorigeniche e di staminalita’”.

(AGI) – Como, 3 giu. – La depressione maggiore e il disturbo
bipolare sono causate da alterazioni degli equilibri lipidici
della membrana cellulare dei neuroni: e’ la tesi, affascinante,
al centro di una ricerca di tre scienziati – Massimo Cocchi,
docente di biochimica della nutrizione all’Universita’ di
Bologna e Direttore dell’ Istituto Paolo Sotgiu della Ludes di
Lugano , e Lucio Tonello e Fabio Gabrielli, docenti e
ricercatori presso l’Universita’ Ludes di Lugano – ripresa e
discussa l’altro giorno a Como, in un congresso sulle
neuroscienze aperto dal premio Nobel americano Kary Mullis. La
ricerca dei tre scienziati prende le mosse nel 2005, quando per
la prima volta un gruppo di 144 pazienti affetti da sintomi
clinici di depressione viene analizzato sotto il profilo della
composizione biochimica della membrana neuronale, attraverso
l’analisi delle composizione degli acidi grassi rilevabili
nelle piastrine, che sono considerate in letteratura come “gli
ambasciatori dei neuroni” perche’ ne riflettono in buona parte
le caratteristiche. Successivamente, i rilievi sono stati
confermati da una seconda serie di esperimenti. La diagnosi tra
le diverse sindromi depressive viene effettuata attualmente in
sede clinica, attraverso questionari e dialogo col paziente, ed
ha quindi margini di errore molto ampi, intorno al 60-70%.
Questo comporta gravi conseguenze di tipo terapeutico e pesanti
ricadute nell’ambito della salute pubblica che un approccio
biochimico, attraverso semplici analisi del sangue,
eliminerebbe. Secondo la metodica di Cocchi, Tonello e
Gabrielli, le risultanze delle analisi del sangue relative alla
presenza di tre acidi grassi – il palmitico, linoleico e
arachidonico – possono essere misurate con particolare
efficienza attraverso l’utilizzo di un software analitico, la
SOM (Self Organizing Map), che ha una capacita’ di valutazione
molto piu’ alta di quelle convenzionali. “Questa metodica
dignostica – spiega il professor Cocchi – riesce a valutare la
presenza degli acidi grassi critici nella mebrana cellulare,
che ne determina le viscosita’ e quindi l’ingresso della
serotonina nella cellula”. Si tratta di un sistema di diagnosi
a basso costo – un esame del sangue di questo tipo costa pochi
euro – che gli psichiatri potranno utilizzare al meglio per
diagnosticare la situazione dei loro pazienti e, in futuro,
curarne le sindromi con farmaci mirati e appropriati metodi
nutrizionali e con le giuste integrazioni lipidiche. “Il senso
del congresso di Como”, conclude Cocchi, “e’ stato quello di
riunire i massimi scienziati mondiali del settore per discutere
insieme un protocollo sperimentale che misuri la relazione tra
la composizione della membrana cellulare e i “disordini
dell’umore”.Gli esperimenti continuano, dunque: “E ne sta per
partire uno sugli embrioni di pollo”, racconta Cocchi,
“partendo dal dato che senza un 1% di acido linoleico nel
cervello, la gallina non produce uova. Si tratta di valutare
come la carenza di acido linoleico possa modificare la quota
piccolissima ma indispensabile, che e’ nel cervello di tutti
gli esseri viventi compreso l’uomo. Siamo alle soglie – in
questo connubio tra biochimica matematica e fisica – del
comprendere l’aspetto quantistico del cervello. Come e perche’,
cioe’, la funzionalita’ del cervello sia interpretabile in
chiave quantistica”. “Tutti gli scienziati concordano nel
considerare l’acido linoleico un fattore determinante per la
funzionalita’ cerebrale – conclude il ricercatore – e tutta la
letteratura scientifica dal ’29 ad oggi ha dimostrato che
quest’elemento e’ essenziale per vita, ma nessuno aveva mai
capito, dal 29 ad oggi, perche’ e’ essenziale. Siamo allora
andati a ricostruire le frazioni lipidiche dai batteri alle
piante, all’uomo e ad oggi possiamo ipotizzare che l’acido
linoleico sia una pietra miliare dell’evoluzione”.

(AGI) – Londra, 3 giu. – C’e’ una probabilita’ del 60 per cento
che il nostro spazzolino sia coperto di feci. E se si condivide
il bagno con altre persone, circa l’80 per cento delle feci non
appartiene a noi. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di
una ricerca che ha analizzato la diffusione di coliformi fecali
nei bagni comuni della Quinnipiac University in Connecticut. I
coliformi fecali sono batteri a forma di bastoncello presenti
nelle feci umane e possono raggiunger lo spazzolino da denti
tramite l’aria, quando ad esempio si tira lo sciacquone del
gabinetto. “La preoccupazione principale non e’ la presenza
della propria materia fecale sul proprio spazzolino da denti”,
ha detto Lauren Aber, una studentessa coinvolta nello studio
riportato dal quotidiano britannico Daily Mail. “Ma e’ che il
nostro spazzolino e’ contaminato da materia fecale di qualcun
altro, che contiene batteri, virus e parassiti che non fanno
parte della nostra flora”, ha aggiunto. I potenziali
microrganismi che possono contaminare lo spazzolino includono
batteri enterici e pseudomonadi. Questi possono portare a
diarrea, eruzioni cutanee e infezioni alle orecchie. Nello
studio sono stati analizzati tutti gli spazzolini da denti
delle persone che condividono un bagno, con una media di 9,4
occupanti per bagno. Ebbene, dai risultati e’ emerso che almeno
il 60 per cento degli spazzolini da denti sono stati
contaminati da feci. L’uso di collutori per decontaminare lo
spazzolino non ha fatto alcuna differenza e ne’ tanto meno
l’utilizzo dei “cappucci”. “Usando una copertura dello
spazzolino non lo protegge dalla crescita batterica, ma crea un
ambiente in cui i batteri sono piu’ adatti a crescere perche’
mantiene le setole umide e impedisce loro di asciugarsi”, ha
detto Aber. (AGI)

(AGI) – Washington, 3 giu. – Indossare i tacchi regolarmente
anche solo per tre anni puo’ provocare uno squilibrio dannoso
ai piedi. Almeno questo e’ quanto emerso da uno studio della
Hanseo University in Corea del Sud, pubblicato
sull’International Journal of Clinical Practice. I ricercatori
hanno esaminato l’effetto delle scarpe con i tacchi alti dai 10
centimetri o piu’ su 40 donne che le indossano regolarmente,
almeno tre volte a settimana. In particolare, gli studiosi
hanno misurato la forza delle caviglie delle donne e hanno
scoperto che due dei 4 muscoli principali diventano dominanti
gia’ dopo uno o massimo tre anni. “Questi risultati – hanno
detto i ricercatori – suggeriscono che, in un primo momento, i
tacchi alti possono rinforzare i muscoli della caviglia, ma
l’uso prolungato alla fine provoca uno squilibrio muscolare, un
fattore predittivo cruciale di infortunio della caviglia”. Tra
le conseguenze dell’uso prolungato dei “trampoli”, gli
scienziati hanno annoverato i piedi deformati, mal di schiena e
modelli malsani di camminata. (AGI)

(AGI) – New York, 3 giu. – Meno si dorme e piu’ si mangia. Lo
ha dimostrato uno studio della University of Nebraska (Usa),
pubblicato sul Journal of Health Psychology. Quando si e’
stanchi, vengono colpiti gli ormoni che controllano l’appetito
e cosi’ le persone percepiscono maggiormente la fame. Studi
precedenti hanno gia’ rilevato che, dopo una notte insonne, i
livelli di grelina, il cosiddetto “ormone della fame” che
stimola l’appetito, sono piu’ elevati. Questo coincide con
bassi livelli di leptina che invia segnali al cervello quando
si e’ pieni. Le persone stanche, inoltre, soffrono anche di
maggior stress emotivo e sono piu’ impulsive, e questo le porta
a “consolarsi” con il cibo. Secondo i ricercatori, si potrebbe
mangiare di piu’ anche per compensare la mancanza di energie.
“La comprensione dei meccanismi che legano la carenza di sonno
a una maggiore assunzione di cibo e’ importante per eventuali
interventi di prevenzione e trattamento contro condizioni di
salute croniche, come obesita’, diabete e malattie cardiache”,
hanno concluso i ricercatori. (AGI)

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