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(AGI) – Washington, 18 giu. – Troppo esercizio fisico puo’
avvelenare il sangue. Piu’ precisamente la partecipazione a
gare estreme di resistenza, come una maratona di 24 ore, puo’
causare il rilascio di batteri intestinali nel flusso
sanguigno, portando a gravi infezioni. Almeno questo e’ quanto
emerso da uno studio della University of Monash (Australia)
pubblicato sull’International Journal of Sports Medicine. I
ricercatori hanno coinvolto persone che hanno preso parte a una
maratona di 24 ore. “I campioni di sangue prelevati prima e
dopo gli eventi, comparati con quelli di un gruppo di
controllo, hanno dimostrato – ha spiegato Ricardo Costa, autore
dello studio – che l’esercizio fisico per un periodo di tempo
prolungato provoca cambiamenti nella parete intestinale. In
questo modo i batteri naturalmente presenti nell’intestino,
noti come endotossine, vengono dispersi nel sangue. Questo poi
innesca una risposta infiammatoria in tutto il corpo con gravi
conseguenze per la salute. Quasi tutti i partecipanti avevano
marcatori del sangue identici ai pazienti ricoverati per
avvelenamento. “Questo perche’ le endotossine batteriche che si
infiltrano nel sangue a seguito di un esercizio estremo
attivano le cellule immunitarie del corpo”, ha detto Costa.
Tuttavia, gli atleti ben allenati, cioe’ che seguono un
programma costante per affrontare gare estreme, sviluppano una
serie di meccanismi immunitari per contrastare la reazione
infiammatoria del corpo senza effetti collaterali. Questo
significa che risultano protetti contro l’eventuale
avvelenamento del sangue.

(AGI) – Washington, 17 giu. – Le donne sotto stress cronico e
con sintomi depressivi evidenti, hanno livelli
significativamente piu’ bassi di klotho, un ormone che regola
l’invecchiamento e migliora la cognizione. Lo hanno scoperto i
ricercatori della Universita’ della California di San Francisco
che hanno pubblicato i risultati della loro ricerca sulla
rivista Translational Psychiatry. Lo studio e’ il primo a
dimostrare una relazione tra influenze psicologiche e klotho,
un ormone che svolge una varieta’ di funzioni nel corpo. “I
nostri risultati suggeriscono che klotho, che oggi sappiamo e’
molto importante per la salute, potrebbe essere un legame tra
stress cronico e la malattia e la morte prematura”, ha detto
l’autore principale, Aric Prather. “Dal momento che il nostro
studio e’ osservazionale, non possiamo dire che lo stress
cronico direttamente causato dai livelli di Klotho piu’ bassi,
ma la nuova connessione apre vie di ricerca che convergono con
l’invecchiamento, la salute mentale e le malattie legate
all’eta”’. Gli scienziati sanno che, quando la produzione
dell’ormone klotho e’ interrotta, si promuovono sintomi di
invecchiamento, come indurimento delle arterie e la perdita di
muscoli e ossa, mentre quanto la concentrazione dell’ormone e’
piu’ abbondante, gli animali vivono piu’ a lungo. I ricercatori
hanno ipotizzato che livelli piu’ bassi di klotho potrebbero
contribuire a stress e depressione, in quanto Klotho agisce su
una varieta’ di percorsi cellulari, molecolari e neurali che
portano a stress e depressione. (AGI)

(AGI) – Berlino, 17 giu. – Gli scienziati della
Ruhr-Universita’ Bochum hanno messo a punto un modello di topo
per la Atassia spinocerebellare 6 (SCA6). SCA6 e’ caratterizzata
da deficit di movimento ed  causata da alterazioni genetiche
simili a quelle e’della Chorea di Huntington. Il modello di topo
sara’ utilizzato per studiare i meccanismi della malattia. Gli
esperimenti suggeriscono che una compromissione del modo di
sbattere gli occhi potrebbe essere un sintomo precoce della
malattia. Il team del Dipartimento di Zoologia e Neurobiologia
ha pubblicato i loro dati in “The Journal of Neuroscience”.
SCA6 o atassia spinocerebellare tipo 6 e’ un disturbo del
movimento, che si traduce nella perdita di un particolare tipo
di neuroni nel cervelletto chiamate cellule di Purkinje. Questi
neuroni elaborano le informazioni sensoriali per coordinare i
movimenti. La malattia ha un esordio tardivo e si sviluppa nel
secondo periodo della vita. I pazienti sono spesso costretti
alla sedia a rotelle e non sono disponibili terapie. “Per
capire, come la malattia nasce e progredisce e di sviluppare
nuove strategie terapeutiche, era importante stabilire un nuovo
modello di topo”, spiega Melanie Mark, un neuroscienziato della
Ruhr-Universita’ Bochum. (AGI)

(AGI) – Washington, 17 giu. – Sono i livelli di cortisolo nel
sangue a determinare i ritardi di apprendimento e di sviluppo
cognitivo dei bambini poveri. Lo hanno scoperto alcuni
ricercatori dell’Universita’ di Rochester che hanno pubblicato i
risultati delle loro ricerche sulla rivista Child Development.
Che i bambini provenienti dalle fasce piu’ deboli della societa’
avessero problemi di apprendimento e sviluppo cognitivo, era un
fattore gia’ noto. Nessuno conosceva pero’ quale fosse, dal
punto d vista biologico il meccanismo che determinasse questa
forma di gap sociale e cognitivo. I ricercatori guidati da
Jennifer H. Suor hanno monitorato un gruppo di 201 famiglie
monogenitoriali con figli di due anni di eta’ e li hanno seguiti
fino al compimento del quarto anno. In questo periodo,
attraverso campionamenti della saliva, i ricercatori hanno
misurato i livelli di cortisolo dei bambini. Inoltre hanno
seguito, attraverso specifiche interviste anche l’esposizione
dei bambini a forme di stress, come per esempio la violenza
domestica. ”Nel complesso, abbiamo trovato tre profili di
cortisolo tra i bambini, che sono stati classificati come
elevati, moderata e bassa,’ spiega Suor. ‘Abbiamo scoperto che
i livelli di cortisolo dei bambini sono rimasti relativamente
stabili nei tre anni. E abbiamo scoperto che l’esposizione a
specifiche forme di avversita’ famigliari quando i bambini hanno
due anni determina a sua volta i ritardi cognitivi a quattro
anni di eta”’. Dallo studio e’ emerso che circa il 30 per cento
dei bambini osservati ha mantenuto livelli di cortisolo
relativamente piu’ elevati nel corso dei tre anni, il 40 per
cento dei bambini ha mantenuto livelli di cortisolo piu’ bassi,
mentre il resto ha avuto livelli moderati. I bambini con
entrambi i livelli superiori e inferiori avevano sperimentato
instabilita’ familiare. Inoltre, i bambini con il modello di
cortisolo piu’ alto avevano sperimentato interazioni piu’ severe
e piu’ insensibili con gli operatori sanitari (ad esempio le
madri che hanno avuto difficolta’ a essere in sintonia con le
esigenze dei loro figli). Lo studio ha anche scoperto che i
bambini con i profili di cortisolo relativamente piu’ elevati e
piu’ bassi avevano livelli significativamente piu’ bassi di
funzionamento cognitivo all’eta’ di quattro anni. I bambini con
un profilo di cortisolo moderato sono stati esposti a livelli
relativamente minori di avversita’ famigliari all’eta’ di due
anni e ha avuto il piu’ alto capacita’ cognitive all’eta’ di
quattro anni. (AGI)

(AGI) – Roma, 17 giu. – Occorre mettere in atto fin da subito
un piano nazionale della cronicita’ all’interno del qual far
fronte alle esigenze sollevate dagli oltre tre milioni di
italiani con diagnosi di tumori. E’ questo l’appello lanciato
oggi a Roma dalla Fondazione “Insieme contro il Cancro” che ha
presentato nella Sala Marconi della Radio Vaticana il libro “Il
male incurabile”. “Le neoplasie – ha detto il presidente
Francesco Cognetti – devono essere incluse in questo documento.
Il 57% degli uomini e il 63% delle donne guariscono. Nel 2014
sono stati registrati in Italia 365.500 nuovi casi (circa 1000
al giorno), di cui 196.100 (54%) negli uomini e 169.400 (46%)
nelle donne. Dal 1990 a oggi la mortalita’ e’ diminuita del
20%. E in alcuni casi i tempi di sopravvivenza sono molto
cresciuti – spiega Cognetti -. Infatti per alcuni tumori
possiamo parlare di cronicizzazione. Con terapie di
combinazione, come e’ stato fatto con l’HIV o il diabete, siamo
in grado di rendere il cancro una malattia con cui il paziente
puo’ convivere. Oggi le neoplasie non sono ancora state
inserite fra le patologie croniche, ma credo che nei prossimi
anni vi entreranno di diritto. Se si considera l’impatto dei
tumori nell’Unione europea e nel resto del mondo, e’ difficile
pensare che il ‘problema cancro’ sia poco rilevante, sia in
termini epidemiologici che finanziari. I media dovrebbero
essere fedeli testimoni non solo dei cambiamenti in atto e dei
progressi della ricerca, ma anche del livello di percezione
della malattia da parte dei cittadini. Per questo, nella
seconda parte del volume, ci siamo rivolti ai direttori di 15
testate giornalistiche italiane, per capire come il tema cancro
oggi venga affrontato dai media. Serve un patto fra clinici,
giornalisti e Istituzioni per trasmettere a tutti i cittadini
informazioni e messaggi corretti, con un’attenzione particolare
anche alla prevenzione. Perche’ il 40% dei tumori puo’ essere
prevenuto seguendo uno stile di vita sano”.” Oggi in Italia
vivono circa tre milioni le persone con una diagnosi di tumore.
Un vero e proprio esercito di pazienti, le loro necessita’
spaziano dall’accesso alle terapie piu’ efficaci, alle visite
di controllo (follow up), alla preservazione della fertilita’,
fino al reinserimento sociale e lavorativo. Per questo – spiega
Cognetti -‘serve quanto prima un “Piano nazionale della
cronicita’”, in cui devono essere inclusi anche i tumori, vista
la dimensione quantitativa dei malati oncologici che
sopravvivono alla fase acuta della patologia”.(AGI)
.

(AGI) – Washington, 17 giu. – Una nuova classe di farmaci
contro l’emicrania sporadica e cronica sta attirando
l’attenzione dei medici che si occupano di questa malattia e
che si sono riuniti al convegno annuale della America Headache
Society a Washington. Ad attirare l’attenzione dei medici ci
sarebbero dei nuovi farmaci che promettono anche di prevenire
lo sviluppo dell’emicrania. Si tratta di farmaci chiamati
‘calcitonina gene related peptide (CGRP)’, un tipo di anticorpi
monoclonali, che stanno mostrando risultati promettenti nel
trattamento dell’emicrania episodica ad alta frequenza e
emicrania cronica. “Questo sviluppo e’ un momento di
trasformazione nel trattamento dell’emicrania,”, ha detto Peter
J. Goadsby, presidente del programma scientifico del convegno
scientifico annuale della American Headache Society. Goadbsy e’
Capo del UCSF Centro Cefalee, e uno dei maggiori esperti di
trattamento mal di testa del mondo. “Non c’e’ dubbio che
abbiamo bisogno di qualcosa di meglio”, ha detto. “In effetti,
per la prevenzione abbiamo davvero bisogno di qualcosa
progettato specificamente per l’emicrania”, ha detto. “Fino ad
ora, i pazienti con emicrania hanno avuto poca scelta per il
trattamento preventivo. Adesso quattro aziende farmaceutiche
stanno mostrando risultati positivi su nuove molecole che sono
in fase di sperimentazione attiva”.(AGI)
.

(AGI) – Washington, 16 giu. – I ricercatori stimano che quasi
la meta’ (il 48,5 per cento) dei quasi 346.000 decessi per 12
tipi di cancro tra gli adulti con eta’ superiore ai 35 anni nel
2011 erano attribuibili al fumo di sigaretta. I dati sono
pubblicati sulla rivista JAMA Internal Medicine. Gli autori,
guidati da Rebecca L. Siegel, MPH, della American Cancer
Society, Atlanta, hanno utilizzato i dati del 2011 National
Health Interview Survey, Cancer Prevention Study III. Lo studio
stima che 167.805 dei 345.962 morti per tumore negli Usa nel
2011, sono attribuibili al fumo. Le piu’ grandi proporzioni di
decessi attribuibili al fumo sono state per i tumori del
polmone, bronchi e trachea (125.799, pari cio’ all’80,2 per
cento) e della laringe (2.856, 76,6 per cento). Circa la meta’
delle morti per tumori del cavo orale, dell’esofago e della
vescica urinaria erano attribuibili al fumo. “Il fumo di
sigaretta continua a causare numerosi morti per tumori multipli
nonostante mezzo secolo di prevalenza decrescente. Il continuo
progresso nella riduzione della mortalita’ per tumore, cosi’ come
i decessi da molte altre gravi malattie, richiede un controllo
piu’ completo del tabacco, tra cui il supporto per chi intende
smettere” conclude lo studio. (AGI)

(AGI) – Londra, 16 giu. – Nella polpa dell’avocado e’ presente
una molecola che puo’ essere impiegata per contrastare la
leucemia mieloide acuta (AML). A scoprirla Paul Spagnuolo
dell’Universita’ di Waterloo che ha pubblicato i risultati
delle sue ricerche sulla rivista Cancer Research. La molecola
sembra essere in grado di intervenire proprio nei meccanismi di
esordio della malattia e cioe’ all’interno delle cellule
staminali leucemiche. “La cellula staminale e’ davvero la
cellula che guida la malattia”, ha detto il professor
Spagnuolo. “Le cellule staminali sono in gran parte
responsabili della malattia in via di sviluppo, e sono il
motivo per cui molti pazienti affetti da leucemia sviluppano
recidiva. Abbiamo eseguito molti cicli di test per determinare
come funziona questo nuovo farmaco a livello molecolare e
abbiamo confermato che esso si rivolge in modo selettivo le
cellule staminali, lasciando illese le cellule sane”. Il
farmaco sviluppato da Spagnuolo e’ stato battezzato Avocatin B
e ci vorra’ ancora del tempo prima che arrivi sul letto dei
pazienti, ma sono in corso i primi preparativi per arrivare al
piu’ presto a una sperimentazione di fase 1. (AGI)

(AGI) – Milano, 16 giu. – La cardiologia ha un ruolo
fondamentale per migliorare ed estendere l’efficacia delle cure
anticancro. Lo conferma uno studio dell’Istituto Europeo di
Oncologia appena pubblicato su Circulation, prestigiosa rivista
scientifica in campo cardiovascolare. Un gruppo di medici dello
IEO e del Centro Cardiologico Monzino ha scoperto che la
cardiotossicita’ da antracicline – farmaci chemioterapici
utilizzabili contro molti tumori pediatrici e dell’adulto, in
particolare i tumori del seno e i linfomi – non e’
irreversibile. Viene messa quindi in discussione l’arcaica
convinzione che questa forma di cardiopatia non sia curabile,
dimostrando che, se la diagnosi e’ precoce e il trattamento
cardiologico e’ tempestivo, e’ possibile ottenere un completo
recupero della funzione cardiaca. “La cardiotossicita’ da
antracicline – spiega Daniela Cardinale, direttore dell’Unita’
di Cardioncologia IEO e primo autore del lavoro – e’ una
temibile complicanza dei trattamenti antitumorali che puo’
pesare negativamente sulla prognosi del paziente oncologico
indipendentemente dal problema tumorale di base. Ancora oggi e’
considerata irreversibile perche’ ritenuta poco responsiva ai
farmaci cardiologici”. Lo studio prospettico, condotto allo IEO
e’ durato 19 anni e ha coinvolto 2.625 pazienti trattati con
antracicline. L’incidenza della cardiotossicita’ e’ stata del
9% e si e’ evidenziata nella quasi totalita’ dei casi (98%)
durante i primi 12 mesi dalla fine del trattamento
antitumorale. Un attento monitoraggio della funzione cardiaca
durante questo periodo ha consentito la diagnosi e il
trattamento precoce di questa forma di cardiopatia, permettendo
di ottenere la normalizzazione della funzione cardiaca nella
maggioranza dei casi (82%). “Questi risultati – continua la
Cardinale – scardinano l’antica convinzione che la
cardiotossicita’ da antracicline sia una patologia
irreversibile e mettono in discussione l’attuale
classificazione che distingue la cardiotossicita’ in due
diverse entita’, precoce e tardiva, a seconda del tempo di
insorgenza dei sintomi dello scompenso cardiaco
(rispettivamente entro un anno e dopo un anno dalla fine della
chemioterapia). Al contrario, la cardiotossicita’ sembra invece
essere un fenomeno unico e continuo, che inizia con una
disfunzione cardiaca asintomatica che se non diagnosticata e
non trattata, puo’ evolvere verso allo scompenso cardiaco
conclamato. Quindi un monitoraggio cardiologico esclusivamente
basato sui sintomi puo’ far perdere l’opportunita’ di una
diagnosi e un trattamento in una fase in cui la
cardiotossicita’ e’ ancora reversibile”. “Non esistono linee
guida sul monitoraggio cardiologico dei pazienti oncologici
basate su reali evidenze scientifiche – commenta Carlo Cipolla,
Direttore della Divisione di Cardiologia dello IEO, fondatore e
primo Presidente dell’International Cardioncology Society,
oltre che coautore della pubblicazione. “Questo studio
prospettico fornisce per la prima volta dati oggettivi utili a
delineare indicazioni piu’ precise, dirette sia ai cardiologi
che agli oncologi, per la sorveglianza cardiologica del
paziente sottoposto a trattamento antitumorale”. Come
sottolineano John D. Goarke e Anju Nohria del Dana Farber
Institute di Boston nel loro editoriale su Circulation, che
elogia il lavoro italiano: “La speranza e’ che questo studio
possa ispirare altri alla valutazione sistematica della
funzione cardiaca nei pazienti oncologici asintomatici. I
cardioncologi hanno la responsabilita’ di spingere la ricerca
clinica in questa direzione, di fronte ad una popolazione
crescente di persone che hanno, o hanno avuto, una forma di
tumore e presentano un maggior rischio, a causa delle terapie
anticancro, di sviluppare malattie cardiovascolari”.

(AGI) – Londra, 16 giu. – I farmaci anti-infiammatori non
steroidei (Fans), comunemente assunti per alleviare ad esempio
il mal di schiena o contro l’infiammazione, possono ridurre
significativamente la fertilita’ di una donna. Almeno questo e’
quanto emerso in uno studio della University of Baghdad (Iraq),
presentato in occasione del congresso annuale dell’European
League Against Rheumatism. Per arrivare a queste conclusioni i
ricercatori hanno analizzato gli effetti di tre tipi di farmaci
– diclofenac, naprossene e etoricoxib – sulla fertilita’ di 39
donne affette da mal di schiena. Dai risultati e’ emerso che
solo dal sei al 27 per cento delle donne ovulava, a seconda del
tipo di farmaco assunto. “Dopo solo sei giorni di trattamento
abbiamo osservato un calo significativo dei livelli di
progesterone, un ormone essenziale per l’ovulazione”, hanno
spiegato i ricercatori. Per questo, secondo gli studiosi, i
medici dovrebbero avvisare le donne dei possibili effetti sulla
fertilita’ dei farmaci anti-infiammatori non steroidei. E
ipotizzano un eventuale uso di questi farmaci come
contraccettivo. (AGI)

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