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(AGI) – New York, 22 mag. – Un antico rimedio cinese potrebbe
contribuire a combattere l’obesita’. Uno studio del Boston
Children’s Hospital e dell’Harvard Medical School, pubblicato
sulla rivista Cell, ha scoperto che l’estratto di vite “dio del
tuono” riduce l’appetito e ha fatto diminuire del 45 per cento
il peso corporeo di topi obesi. Il composto che aiuterebbe a
perdere i chili di troppo si chiama Celastrol e agisce
migliorando l’azione della leptina, l’ormone prodotto dalle
cellule del grasso che segnala al cervello quando il corpo ha
assunto tutto il “carburante” che gli serve. In altre parole e’
l'”interruttore dell’appetito”. Gli esseri umani e i topi
privati di leptina mangiano voracemente e diventano obesi e
questo suggerirebbe che un farmaco che agisce sull’ormone possa
essere una buona strategia per il trattamento contro
l’obesita’. Tuttavia, la leptina non riduce la fame o
l’assunzione del cibo nelle persone obese, portando molti
ricercatori a ipotizzare che l’insensibilita’ alla leptina
possa essere la causa principale dell’obesita’. Nonostante le
numerose ricerche, non si e’ riusciti a creare un farmaco
capace di eliminare la resistenza alla leptina. Nel nuovo
studio i ricercatori hanno scoperto che, trattando topi obesi
con Celastrol, e’ possibile ridurre dell’80 per cento
l’assunzione di cibo rispetto ai topolini non trattati. Alla
fine della terza settimana di studio, i topi trattati hanno
perso il 45 per cento del loro peso corporeo iniziale,
bruciando quasi interamente i depositi di grasso. Questa
significativa perdita di peso e’ addirittura superiore a quella
prodotta dalla chirurgia bariatrica, un’operazione allo stomaco
che aiuta i pazienti estremamente obesi a perdere peso.
Celastrol ha anche diminuito i livelli di colesterolo e ha
migliorato la funzione del fegato e del metabolismo del
glucosio che, insieme, possono tradursi in una riduzione del
rischio di sviluppare malattie cardiache, fegato grasso e
diabete di tipo 2. “Se Celastrol funziona negli esseri umani,
come ha fatto nei topi, potremmo avere un modo efficace per
trattare l’obesita’ e migliorare la salute di molti pazienti
che soffrono di obesita’ e di complicazioni a essa associati”,
ha detto Umut Ozcan, autore principale dello studio. Tuttavia,
lo scienziato invita alla cautela e ad aspettare ulteriori
studi con lo scopo di verificare la tossicita’ del composto.
“Celastrol si trova nelle radici di vite del ‘dio del tuono’ in
piccole quantita’ – ha precisato – ma le radici della pianta e
i fiori hanno molti altri composti. Di conseguenza, potrebbe
essere pericoloso per gli esseri umani consumare estratti di
vite del ‘dio del tuono’ per perdere peso”.
.

(AGI) – Londra, 21 mag. – Le donne incinte dovrebbero limitare
l’assunzione di paracetamolo, in quanto potrebbe danneggiare la
salute futura del bambino. L’assunzione prolungata del popolare
antidolorifico, infatti, potrebbe compromettere la fertilita’
del nascituro. A lanciare l’allarme e’ stato un gruppo di
ricercatori dell’Universita’ di Edimburgo in uno studio
pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine. Gli
scienziati hanno scoperto che il paracetamolo puo’ interrompere
la produzione di testosterone quando viene assunto per sette
giorni. Questo ormone ha un ruolo chiave nello sviluppo degli
organi riproduttivi maschili. In particolare, lo studio ha
messo in luce che le donne che assumono paracetamolo hanno piu’
probabilita’ di mettere al mondo bambini affetti da
criptorchidismo, un difetto che consiste nella mancata discesa
di uno o di entrambi i testicoli all’interno della sacca
scrotale, e questo puo’ portare a problemi riproduttivi in
futuro. Per capire il legame tra l’antidolorifico e questo
problema, gli scienziati hanno progettato un sistema per
simulare, in modo piu’ fedele possibile, la gravidanza. Visto
che gli esperimenti non potevano essere condotti su bambini nel
grembo materno, i ricercatori hanno studiato i topi a cui erano
stati impiantati pezzi di tessuto testicolare fetale umano ed
e’ stato dato loro del paracetamolo per sette giorni. Ebbene,
dall’analisi del sangue delle cavie sono stati rilevati livelli
molto piu’ bassi di testosterone rispetto ai topi che hanno
ricevuto placebo. Ma quando sono state somministrate dosi per
un solo giorno non e’ stato riscontrato alcun effetto. “Questo
studio si aggiunge alle evidenze esistenti secondo le quali
l’uso prolungato di paracetamolo in gravidanza puo’ aumentare
il rischio di problemi riproduttivi nei neonati maschi”, ha
detto Rod Mitchell, scienziato che ha guidato lo studio-
“Consigliamo alle donne incinte di seguire le correnti linee
guida che prevedono l’assunzione dell’antidolorifico alle piu’
basse dosi per il piu’ breve periodo di tempo”. ha aggiunto.

(AGI) – Washington, 21 mag. – Altro che Viagra. Gli uomini che
bevono una o due tazze di caffe’ al giorno hanno meno
probabilita’ di soffrire di disfunzione erettile. Uno studio
della University of Texas, pubblicato sulla rivista Plos One,
ha scoperto che la caffeina potrebbe essere uno “scudo” contro
l’impotenza maschile. In particolare, i ricercatori hanno
scoperto che gli uomini che assumono dagli 85 milligrammi ai
170 milligrammi di caffeina al giorno, l’equivalente di uno o
due tazze di caffe’, hanno il 42 per cento di probabilita’ in
meno di soffrire di disfunzione erettile. Mentre gli uomini che
consumano dai 171 ai 303 milligrammi di caffeina hanno il 39
per cento di rischio in meno. L’effetto non e’ stato annullato
neanche da altri fattori di rischio noti, come l’obesita’ o la
pressione alta. Gli unici che sembrano non beneficiare del
caffe’ sono gli uomini che soffrono di diabete. Per arrivare a
questi risultati i ricercatori hanno analizzato i dati di 3.724
maschi di eta’ superiore ai 20 anni. Ai partecipanti e’ stato
chiesto di riferire quanti caffe’ bevevano al giorno o quanta
caffeina hanno assunto da altre bibite (te’, energy drink, coca
cola, ecc.) . Ebbene, il rischio di sperimentare una
defaillance in camera da letto e’ risultato inferiore in chi ha
consumato una quantita’ di caffeina equivalente a 1-2 tazze di
caffe’ al giorno, Questo perche’, secondo i ricercatori, la
caffeina provoca una serie di effetti che aiutano a rilassare
le arterie del pene, aumentando cosi’ il flusso sanguigno.
“Anche se abbiamo visto una riduzione della prevalenza della
disfunzione erettile negli uomini obesi, sovrappeso e ipertesi,
questo non e’ successo negli uomini con diabete”, ha detto
David Lopez, autore principale dello studio. “Il diabete e’ uno
dei piu’ forti fattori di rischio per la disfunzione erettile,
per cui questa non e’ stata una sorpresa”, ha concluso.

(AGI) – Roma, 21 mag. – Una dieta ad alto indice glicemico
inattiva in parte l’insulina, l’ormone che regola la glicemia,
aumentando il rischio di obesita’, diabete e iniziali deficit
cognitivi. Questi i risultati preliminari di studi in corso
presso l’Universita’ Cattolica e il Policlinico Gemelli di
Roma, presentati oggi in occasione della “Giornata per la
ricerca”, dedicata quest’anno al tema “Il ruolo della
Nutrizione, dalla Prevenzione alla Cura”. Lo studio e’ ancora
in corso. “Con la biochimica clinica – ha riferito Claudio
Grassi, direttore dell’Istituto di Fisiologia Umana della
Cattolica -stiamo arruolando tutte le persone che per vario
motivo eseguono una curva glicemica, un esame che vede come
oscilla nel tempo la glicemia in risposta a ingestione di
zucchero. Ogni singolo paziente compila un complesso
questionario che ci permette di sapere l’esatta composizione
della sua dieta ed esegue una serie di test cognitivi”. Da
risultati preliminari sembra che le persone che seguono una
dieta ad alto indice glicemico abbiano gia’ piccoli deficit
cognitivi, di grado subclinico, ovvero “ai limiti della norma”.
Contestualmente, Grassi sta validando l’ipotesi su diversi
modelli sperimentali, cosa che permettera’ anche di capire i
possibili meccanismi molecolari coinvolti. Per valutare se i
processi molecolari indotti da una dieta ad alto indice
glicemico siano in qualche modo riconoscibili con un semplice
prelievo di sangue attraverso la ricerca di particolari
biomarcatori, alcuni pazienti saranno nuovamente visitati. Cio’
permetterebbe dei test di diagnosi precoce atti a fermare il
deterioramento cognitivo dieta-dipendente. “Il nostro ateneo –
ha spiegato Andrea Giaccari, dirigente Medico Endocrinologia e
Malattie del Metabolismo del Policlinico A. Gemelli – sta
sviluppando ricerche su come l’organismo umano sia in grado di
difendersi da un’alimentazione non corretta e come questa
capacita’ vari da individuo a individuo. Non a caso, anche a
parita’ di fattori di rischio (ad esempio condizione di
obesita’) solo alcune persone sviluppano alterazioni
metaboliche che portano al diabete”.

(AGI) – Roma, 21 mag. – L'”effetto Fluad”, il vaccino contro
l’influenza sospettato nei mesi scorsi di aver causato alcuni
decessi, allarme poi rientrato, ha spinto sotto il 50% la
copertura antinfluenzale nell’ultima stagione invernale (49% il
dato provvisorio del Ministero riferito agli over 65, che
scende al 13% per tutta la popolazione). Ma anche per le
vaccinazioni dell’infanzia ci sono segnali preoccupanti:
l’antipolio e’ scesa sotto il 95% (94,3% il dato parziale del
2014) e l’anti morbillo-rosolia-parotite (MPR) sotto il 90%
(87%). Piu’ incoraggianti e in controtendenza sono i dati
sull’antimeningite C (79,2%), antipneumococco (94,6%) e
anti-HPV (72,2% nella coorte del 2001). Sono questi i dati piu’
significativi presentati al Convegno Nazionale Castelbrando7 in
corso a Vittorio Veneto (20 e 21 maggio) che ha visto la
partecipazione di circa 400 igienisti provenienti da
tutt’Italia ed e’ stato organizzato dalla Societa’ Italiana di
Igiene, Medicina Preventiva e Sanita’ Pubblica (SItI). Il
Presidente della SItI Carlo Signorelli sottolinea la necessita’
di interventi energici e coordinati per recuperare la fiducia
della popolazione nell’ambito delle vaccinazioni: tra le
iniziative da implementare la formazione e la corretta
informazione del personale e della popolazione,
l’implementazione dei canali informativi scientifici, le
revisioni di alcune procedure e un’estensione dell’offerta
vaccinale. In questo senso la SItI e’ disponibile ad iniziative
come quella del portale vaccinarSi’ che ha superato un milione
di contatti in meno di due anni fornendo informazioni
aggiornate sulle pratiche vaccinali”. A riguardo l’Associazione
sportiva VaccinarSi’ sara’ presente oggi alla 12° tappa del
Giro d’Italia 2015 a Vicenza per una sfilata dimostrativa.
(AGI)

(AGI) – Roma, 21 mag. – Mangiare sano serve anche a prevenire e
aiutare la cura dei tumori. All’Universita’ Cattolica di Roma e
al Policlinico Gemelli sono stati condotti e sono ancora in
corso diversi studi su nutrizione e tumori. I principali
risultati sono stati presentati oggi al policlinico romano, in
occasione della “Giornata per la ricerca”, dedicata quest’anno
al tema “Il ruolo della Nutrizione, dalla Prevenzione alla
Cura”. Un gruppo di ricercatori della Cattolica e’ impegnato a
identificare specifici bersagli molecolari degli acidi grassi
omega-3, di cui sono ricchi pesci come il salmone e il pesce
azzurro, sulle cellule tumorali del cancro del colon e del
melanoma (tumore della pelle), nutrienti che potrebbero anche
contribuire a rallentare la crescita tumorale. Con queste
conoscenze in futuro tali nutrienti potrebbero essere impiegati
oltre che nella prevenzione, anche nella terapia dei tumori.
“Inoltre, diversi studi condotti presso i nostri laboratori,
anche in collaborazione con gruppi di ricerca internazionali,
hanno messo in luce una riduzione del 40 per cento del rischio
di tumore della bocca e della gola per chi assume alimenti che
contengono vitamine del gruppo B (quali carciofi, lattuga,
broccoli, ma anche legumi) e carotenoidi (per esempio carote,
peperoni, ma anche spinaci)”, ha spiegato Stefania Boccia,
direttore della Sezione di Igiene, Istituto di Sanita’
Pubblica. “Riguardo la ricerca clinica – ha continuato – studi
in corso presso l’Universita’ Cattolica stanno valutando
l’effetto protettivo di alcuni composti naturali ricchi di
agenti antiossidanti presenti nel te’, caffe’, vino rosso e
anche agrumi, nelle donne sottoposte a chemioterapia per
trattamento del carcinoma della mammella, cosi’ come l’effetto
protettivo rispetto alle enteriti di alcuni composti probiotici
nelle persone sottoposte a radioterapia per tumori del
distretto pelvico”. (AGI)

(AGI) – Firenze, 20 mag. – Aggiornare la mappatura delle
mutazioni genetiche per ampliare la lista di quelle che
potrebbero avere conseguenze sulla salute umana. E’ il compito
del software sviluppato dai ricercatori dell’Universita’ di
Firenze, in grado di identificare la presenza di mutazioni in
posizioni del Dna che fino a oggi non erano state riconosciute.
Lo studio coordinato da Alberto Magi, ricercatore del
Dipartimento di Medicina sperimentale e clinica, e da Gian
Franco Gensini, ordinario di Medicina interna, dell’ateneo
fiorentino, e’ stato pubblicato sulla rivista BMC Genomics. (
“Dal 2003, quando il progetto genoma umano ha rilasciato la
prima versione completa della sequenza delle basi azotate che
formano il DNA, tale mappa e’ diventata il punto di riferimento
per lo studio genetico delle malattie ereditarie e complesse”,
ha spiegato Magi. “Tuttora, per identificare le varianti
genetiche, le tecnologie di sequenziamento di nuova generazione
continuano a paragonare il genoma di un individuo con quello di
riferimento HGP. Elaborando i dati di migliaia di genomi di
individui considerati sani rispetto al genoma di riferimento,
sequenziati da vari consorzi di ricerca internazionali, – ha
continuato – abbiamo scoperto l’esistenza di oltre 100.000
errori nella sequenza prodotta da HGP che gli attuali metodi di
sequenziamento non avevano individuato: in altrettante
posizioni del DNA, la base azotata non coincide con quella
presente nei soggetti analizzati. Cio’ si deve principalmente a
errori di sequenziamento e a mutazioni presenti nel genoma dei
donatori utilizzati a suo tempo dal progetto genoma umano”. Per
correggere gli errori del genoma di riferimento, il gruppo
guidato da Magi ha sviluppato un software che consente di
identificare la presenza delle mutazioni genetiche. Il software
e’ stato testato per analizzare il sequenziamento di 15
individui affetti da melanoma uveale e ha identificato piu’ di
1500 mutazioni, correggendo il tiro delle altre rilevazioni
statistiche. “I risultati ottenuti grazie al nostro software
potranno contribuire ad aggiornare la mappa delle mutazioni
genetiche a disposizione della comunita’ scientifica.
L’inclusione di queste mutazioni – ha concluso Magi – nelle
analisi genetiche puo’ cambiare notevolmente l’identificazione
dei geni responsabili o associati a malattie ereditarie
complesse”. (AGI)

(AGI) – Roma, 20 mag. – In Italia si ammalano di gozzo,
malattia legata alla carenza di iodio, circa 6 milioni di
persone, piu’ del 10 per cento della popolazione. Nella
popolazione giovanile, il gozzo interessa almeno il 20 per
cento dei minori. Secondo le stime attuali, un neonato su 2-3
mila nasce con una forma di malattia tiroidea. In occasione
della settimana mondiale della tiroide (18/25 maggio), gli
esperti del Bambino Gesu’ fanno il punto sulla carenza
nutrizionale di iodio a tema della settimana di quest’anno – un
grave problema sanitario e sociale. “Il fabbisogno di iodio e’
particolarmente elevato per le donne in gravidanza e per i
bambini”, ha spiegato Marco Cappa, responsabile di
Endocrinologia del Bambino Gesu’. Lo iodio e’ un micronutriente
essenziale per il corretto funzionamento della tiroide, in
quanto costituente principale degli ormoni tiroidei. La carenza
di iodio e’ la causa principale del gozzo, cioe’ di un aumento
delle dimensioni della tiroide, della formazione di noduli e di
molti altri effetti dannosi sulla salute, indicati nel loro
insieme come disturbi da carenza iodica. La carenza di iodio
puo’ provocare inoltre gravi deficit cognitivi e psicomotori.
Purtroppo, in Italia la quantita’ di iodio presente negli
alimenti e’ molto bassa.”La somministrazione abituale di sale
iodato consente di raggiungere la quota minima di iodio che il
soggetto dovrebbe assumere giornalmente”, ha detto Cappa.
“Particolarmente sensibile al difetto di questo micronutriente
– ha aggiunto – e’ il cervello in eta’ fetale e neonatale, che
ha uno sviluppo incompleto in condizioni di carenza iodica”.
(AGI)

(AGI) – Roma, 20 mag. – In Italia il generale miglioramento
delle condizioni di salute della popolazione negli ultimi
decenni e’ testimoniato dall’aumento della longevita’. Si stima
che nel 2014 la speranza di vita sia pari a 84,9 anni per le
donne e 80,2 anni 207 per gli uomini, con un guadagno, rispetto
al 2000, di due anni per le donne e tre per gli uomini. E’
quanto riferisce il rapporto annuale Istat del 2015. Non si
sono, tuttavia, annullate le diseguaglianze territoriali e
socio-economiche nella salute, che mostrano ancora uno
svantaggio per chi ha una posizione sociale piu’ fragile,
soprattutto se risiede nelle aree del Mezzogiorno. La quota di
persone in cattive condizioni di salute oggettiva, vale a dire
che riferiscono di avere limitazioni funzionali, patologie
croniche gravi o invalidita’ permanenti, a parita’ di eta’, e’
del 17,7 per cento nel Centro-nord e del 20 per cento nel
Mezzogiorno.Le differenze geografiche – riferisce l’Istat –
sono ancora piu’ accentuate se si considera la popolazione
anziana: al Nord la quota si attesta al 49,9 per cento e nel
Mezzogiorno raggiunge il 58,2 per cento. Analoghe differenze
emergono per la salute percepita e la salute mentale. La
geografia delle condizioni di salute, letta mediante i gruppi
che tengono conto della struttura socio-demografica del
territorio, conferma complessivamente lo svantaggio del
Mezzogiorno. Per le condizioni di salute oggettiva della
popolazione di 25 anni e piu’, a parita’ di eta’ e dei
principali determinanti della salute, il rischio di cattiva
salute per chi risiede nei centri urbani meridionali, nelle
aree del Mezzogiorno interno e nell’altro Sud e’ lievemente
piu’ elevato rispetto a chi risiede nelle citta’ del
Centro-nord.


La geografia della salute percepita dai cittadini
evidenzia ancor piu’ lo svantaggio delle aree del Mezzogiorno
e, tra di esse, emerge nettamente una situazione peggiore nei
centri urbani meridionali, dove il rischio di cattive
condizioni di salute e’ del 50 per cento superiore rispetto
alle citta’ del Centro-nord. La situazione migliore si osserva
invece nella citta’ diffusa. Tra gli anziani il rischio di
cattive condizioni oggettive di salute e’ di circa un terzo
superiore per quelli residenti nei centri urbani meridionali e
nei territori del disagio rispetto a quanti vivono nelle citta’
del Centro-nord. Lo svantaggio si conferma anche rispetto alla
percezione della salute e dello stato mentale nei centri urbani
meridionali (rispettivamente +87 e +53 per cento) e nei
territori del disagio (rispettivamente +67 e +51 per cento)”.

(AGI) – Roma, 20 mag. – Le abitudini alcoliche dei papa’ prima
del consepimento possono incidere sull’esito della gravidanza e
silla salute del feto e del bambino. Lo ha scoperto l’Istituto
di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale
delle ricerche (Ibcn-Cnr), in collaborazione con il Centro di
riferimento alcologico della Regione Lazio, in un esperimento
descritto sulla rivista Addiction Biology. “Secondo i dati del
nostro esperimento l’esposizione paterna prenatale ad alcol e’
in grado di influenzare lo sviluppo dei piccoli e in
particolare il corretto funzionamento delle cellule del sistema
nervoso centrale”, ha spiegato Marco Fiore, ricercatore
dell’Ibcn-Cnr e coordinatore dello studio insieme al collega
d’Istituto Roberto Coccurello. “In particolare, l’alcol
inciderebbe sul fattore Ngf, scoperto da Rita Levi Montalcini
piu’ di cinquant’anni anni fa e che le e’ valso il premio Nobel
per la medicina nel 1986, elemento chiave per la sopravvivenza
e la funzionalita’ di diverse popolazioni cellulari neuronali e
non neuronali, e sul Bdnf, coinvolto prevalentemente nella
fisiopatologia cerebrale. Questi due fattori assieme – ha
continuato – costituiscono degli indicatori chiave del danno
indotto dall’intossicazione da alcol”. Ma come avviene questo
passaggio dal padre alcolista al figlio? “Sicuramente l’alcol
influenza il Dna paterno: direttamente tramite mutazioni,
oppure indirettamente tramite meccanismi epigenetici. Sono
aspetti ancora in fase di studio”, ha precisato Fiore. Il
lavoro e’ stato condotto somministrando al topino maschio
bianco di laboratorio l’equivalente di alcol corrispondente
nell’uomo adulto a un consumo cronico pluriennale. I topini
sono stati fatti poi accoppiare con delle femmine che non
avevano assunto alcol. “I risultati hanno inoltre dimostrato
che l’esposizione paterna e’ in grado di indurre nei figli una
maggiore sensibilita’ agli effetti gratificanti dell’alcol, che
potrebbe determinare nella vita adulta un maggior rischio di
abuso di questa sostanza”, ha concluso Coccurello. (AGI)

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