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(AGI) – Berlino, 1 giu. – I pazienti sottoposti a un intervento
chirurgico di bypass al cuore hanno piu’ probabilita’ di
sopravvivere se assumono statine. Lo ha dimostrato uno studio
della University of Wisconsin (Usa), presentato in occasione di
una conferenza dell’European Society of Anaesthesiology a
Berlino. I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 16mila
cittadini britannici con un’eta’ superiore ai 40 anni che hanno
subito un bypass al cuore negli ultimi 40 anni. Sono state
prese in considerazionie anche altre informazioni sulle
condizioni di salute dei pazienti, cosi’ come sui farmaci che
hanno assunto. Ebbene, dai risultati e’ emerso che i pazienti
che stavano assumendo le statine avevano il 67 per cento di
probabilita’ in meno di morire nei primi 30 giorni dopo
l’operazione. Maggiori benefici sono stati riscontrati nella
simvastatina, la statina piu’ comunemente utilizzata. Secondo i
ricercatori, le statine agirebbero riducendo l’infiammazione,
piuttosto che abbassando il colesterolo.

(AGI) – Londra, 1 giu. – Un gruppo di farmaci in fase di
sperimentazione contro il cancro potrebbe essere utilizzato
anche per il trattamento delle lesioni del midollo spinale.
Almeno e’ stato cosi’ nei topi, secondo uno studio
dell’Imperial College di Londra, pubblicato sulla rivista
Brain. I topi a cui sono stati dati i farmaci chiamati “nutlin”
hanno infatti recuperato piu’ movimento rispetto a quelli non
trattati. Al momento non ci sono trattamenti efficaci contro le
lesioni del midollo spinale. Il danno spesso e’ permanente
perche’ e’ molto difficile che i nervi spinali ricrescano.
Nella ricerca condotta su topi adulti, i farmaci tumorali sono
stati in grado di bloccare una particolare serie di proteine
che limitano la crescita dei nervi. Normalmente utilizzati per
sopprimere i tumori, nei topi con il midollo spinale
parzialmente reciso sono stati in grado di far ricrescere i
nervi nell’area interessata. Questo significa che il 75 per
cento dei topi e’ passato dall’essere paralizzato a riprendere
parte del movimento. “Abbiamo identificato un meccanismo che
controlla la rigenerazione dei nervi, e ci sono gia’ farmaci
sperimentali che interagiscono con questo percorso, suggerendo
l’opportunita’ di tradurre questi risultati in clinica”, ha
detto Simone di Giovanni, autore dello studio.

(AGI) – New York, 1 giu. – Le lenti a contatto possono
aumentare il rischio di sviluppare infezioni oculari,
trasferendo batteri dalla pelle agli occhi. Questo e’ quanto
emerso da uno studio del Langone Medical Center della New York
University, presentato al meeting annuale della American
Society for Microbiology a New Orleans. I ricercatori hanno
coinvolto nella ricerca 20 persone, di cui nove utilizzatori
quotidiani di lenti a contatti e 11 no. Dall’analisi genetica
dei batteri, i ricercatori hanno scoperto che l’ecosistema dei
batteri dei portatori delle lenti a contatto nell’occhio e’ a
quello della pelle. Questi risultati dovrebbero ora aiutare gli
scienziati a comprendere meglio il problema del perche’ i
portatori di lenti a contatto sono piu’ soggetti ad infezioni
oculari rispetto a chi non porta le lenti. “Quello che speriamo
e’ che i nostri esperimenti futuri – ha detto Maria Gloria
Dominguez-Bello, una delle autrici dello studio – mostreranno
se questi cambiamenti nel microbioma dell’occhio dei portatori
di lenti a contatto siano dovuti alle dita che toccano l’occhio
o dalla pressione diretta della lente che lo colpisce,
alterando il sistema immunitario dell’occhio”.

(AGI) – Milano, 29 mag. – Le donne che seguono una dieta
mediterranea riducono il proprio rischio di tumore
dell’endometrio (corpo dell’utero) di oltre il 50 per cento. La
conferma arriva da uno studio finanziato dalla Fondazione
Italiana per la Ricerca sul Cancro (FIRC) e pubblicato dal
British Journal of Cancer.
Un gruppo di ricercatori dell’IRCCS-Istituto di Ricerche
Farmacologiche “Mario Negri”, in collaborazione con
l’Universita’ di Milano, il Centro di Riferimento Oncologico di
Aviano, l’Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli e
l’Universita’ di Losanna, ha valutato in oltre 5.000 donne
italiane la relazione tra aderenza alla dieta mediterranea e il
rischio di sviluppare il tumore dell’endometrio. Per calcolare
un punteggio di aderenza alla dieta mediterranea sono state
considerate 9 componenti dietetiche: verdura e frutta, legumi,
cereali e patate, pesce e grassi polinsaturi, di cui A ricca
la dieta mediterranea; carne e latte e latticini di cui la
dieta mediterranea e’ povera; alcol di cui e’ tipico il consumo
moderato. Le donne che avevano una piu’ alta aderenza alla
dieta mediterranea presentavano una riduzione del rischio di
tumore dell’endometrio del 57 per cento rispetto a quelle che
avevano una bassa aderenza. All’aumentare dell’aderenza alla
dieta mediterranea aumentava la protezione sul tumore
dell’endometrio, suggerendo una causalita’ della relazione. Si
ritiene che contribuiscano agli effetti antitumorali di questa
dieta il suo alto contenuto in antiossidanti, fibre e grassi
polinsaturi. “Le nostre ricerche in questo campo – ha detto
Alessandra Tavani, del Dipartimento di Epidemiologia dell’IRCCS
Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, autore senior
dello studio – mostrano che per noi italiani aderire a uno
stile di dieta mediterranea permette di diminuire il rischio di
sviluppare non solo il tumore dell’endometrio, come mostrato da
questa ricerca, ma anche il rischio di tumori del cavo orale,
stomaco, fegato e pancreas, oltre che diminuire il rischio di
infarto miocardico, come abbiamo gia’ osservato in studi
analoghi”. (AGI)
.

(AGI) – Washington, 29 mag. – Il numero di decessi a causa del
cancro sono in aumento in tutto il mondo. Complice l’obesita’,
il fumo e un’aspettativa di vita piu’ lunga, il cancro e’
passato dal terzo al secondo posto come causa principale di
morte, dopo le malattie cardiache. Queste, in estrema sintesi,
le conclusioni dell’aggiornamento annuale del Global Burden of
Cancer, pubblicate sulla rivista JAMA Oncology. I ricercatori
hanno analizzato i registri sui tumori, cartelle cliniche,
rapporti post-mortem e altri fonti su 28 tipi di cancro in 188
paesi diversi. I nuovi dati mostrano che la percentuale di
tutti i decessi attribuibili al cancro sono aumentati dal 12
per cento nel 1990 al 15 per cento nel 2013. In particolare nel
2013 ci sono stati 14,9 milioni di nuovi casi di cancro, 8,2
milioni di morti e 196 milioni e 300mila anni di vita in buona
salute persi. Nei paesi piu’ sviluppati, a essere aumentati
maggiormente sono i casi di tumore al rene, mentre nei paesi in
via di sviluppo vi sono stati piu’ casi di tumore al seno. I
casi di tumore alla prostata negli uomini sono aumentati in
tutto il mondo, mentre nelle donne e’ cresciuto il numero di
casi di linfoma non-Hodgkin. Tra il 1990 e il 2013 il numero di
anni di vita in buona salute persi per colpa del cancro sono
aumentati del 29 per cento. Secondo i ricercatori sono cifre
“impressionanti” che dovrebbero allertare i governi e i
funzionari di sanita’ pubblica di tutto il mondo.
.

(AGI) – Roma, 29 mag. – Gli italiani non rinunciano alle
sigarette. Rimane praticamente invariato, infatti, il numero di
fumatori rispetto al 2014: circa 10,9 milioni, il 20,8% della
popolazione. E’ quanto si legge nel rapporto 2015 dell’Istituto
Superiore di Sanita’ in occasione della Giornata mondiale senza
tabacco. “Il dato oramai consolidato – spiega il Prof. Walter
Ricciardi, Commissario dell’ISS – e’ che la prevalenza di
fumatori in Italia da 8 anni a questa parte rimane pressoche’
invariata, stupisce pero’ che a fumare sia ancora uno sportivo
su dieci, segno che dobbiamo ancora molto insistere sulla
promozione dei corretti stili di vita soprattutto nei confronti
dei giovani”. “La situazione di stallo – spiega Roberta
Pacifici, Direttore dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga
dell’ISS – riguarda tutte le fasce di eta’. L’eta’ media di
questa popolazione rimane costante (44,7 anni) cosi’ come
l’eta’ in cui si accende la prima bionda (18 anni) e l’eta’
media in cui si smette (42 anni). Questo significa che tanti
giovani iniziano a fumare quanti adulti smettono, un chiaro
segnale che le strategie di intervento sulla prevenzione nei
giovani e di cessazione vanno ripensate”. L’analisi della
prevalenza del fumo di sigarette tra gli uomini e le donne di
varie eta’ mostra che la percentuale di fumatori e’ ancora
superiore a quella delle fumatrici in tutte le fasce di eta’.
Nella fascia di eta’ compresa tra i 25 e 44 anni si registra la
prevalenza maggiore di fumatori di entrambi i sessi (22,4%
delle donne e 30,7% degli uomini). Il consumo medio di
sigarette al giorno si conferma intorno alle 13 sigarette.
Oltre il 75% di fumatori, si legge nel rapporto, consuma piu’
di 10 sigarette al giorno: tale valore e’ in lieve aumento
rispetto al 2014. Soltanto il 16,7% dei fumatori consuma fino a
9 sigarette al giorno. Si inizia a fumare mediamente a 17,9
anni con un gap tra uomini e donne di circa due anni (17,0 anni
gli uomini, 19,1 le donne). Circa il 73,0% dei fumatori ha
iniziato a fumare tra i 15 e i 20 anni e il 12,9% anche prima
dei 15 anni. La motivazione principale all’iniziazione al fumo
di sigaretta rimane, costantemente nel tempo, l’influenza dei
pari. Si smette di fumare mediamente a 42,4 anni in entrambi i
sessi e principalmente per motivi di salute, ma anche per
motivi economici (gli uomini) o a seguito di una gravidanza (le
donne)”. Rispetto alla tipologia di prodotti del tabacco
acquistati si osserva quest’anno una conferma della percentuale
di fumatori che scelgono le sigarette fatte a mano (17,0%
contro il 18,0 del 2014 ed il 9,6% del 2013). I principali
consumatori sono i giovani maschi (fino a 25 anni).
.

(AGI) – Roma, 29 mag. – Crolla l’uso della sigaretta
elettronica in Italia: ormai solo un italiano su 100 la sceglie
rispetto alle sigarette tradizionali. E’ quanto si legge nel
Rapporto Annuale sul Fumo in Italia dell’Istituto Superiore di
Sanita’ in collaborazione con l’Istituto di Ricerche
Farmacologiche Mario Negri. “Gli utilizzatori – spiega il Prof.
Silvio Garattini, Direttore dell’Istituto Mario Negri – sono
passati dal 1,6% del 2014 all’1,1% del 2015 (nel 2013 erano il
4,2%)”. Coloro che usavano abitualmente sigarette elettroniche
nel 2013 erano circa 510 mila persone (l’1% della popolazione),
circa 255 mila (lo 0,5%) nel 2014 e circa 350 mila persone
(0,7%) nel 2015. I consumatori occasionali erano 1,6 milioni
nel 2013 (il 3,2% della popolazione), circa 550 mila (l’1,1%)
nel 2014 e 200 mila (lo 0,4%) nel 2015. Gli utilizzatori della
e-cig hanno mediamente 45 anni e sono soprattutto uomini
(63,2%). In aumento rispetto allo scorso anno la percentuale di
utilizzatori ultra 65-enni (12,2%). La e-cig piu’ utilizzata e’
quella contenente nicotina (60,8%) che viene acquistata
soprattutto presso i rivenditori specializzati (61,1%). Tra gli
utilizzatori della e-cig e’ aumentata quest’anno la percentuale
di chi ha dichiarato di aver smesso di fumare le sigarette
tradizionali (18,8% nel 2014, 30,1% nel 2015). Diminuisce
invece anche quest’anno la percentuale di chi dichiara di aver
ridotto leggermente o drasticamente il numero di sigarette
fumate (41,8% nel 2014, 37,7% nel 2015). In aumento la
percentuale di fumatori di e-cig che dichiara di non aver
modificato le proprie abitudini tabagiche, aggiungendo quindi
l’uso della e-cig allo stesso numero di sigarette tradizionali
fumate (25,1% nel 2014 33,5% nel 2015). L’86,0% degli ex
utilizzatori di sigaretta elettronica ne ha fatto uso al
massimo per 6 mesi. Altri dati, forniti dall’industria delle
e-cig, confermano la contrazione nell’utilizzo della sigaretta
elettronica: i punti vendita specializzati sono passati da
3.000 nel 2013 a 1.200 nel 2014.
.

(AGI) – New York, 29 mag. – Piu’ si e’ impulsivi e piu’ si e’
propensi al “binge eating” (abbuffate compulsive) quando ci si
ritrova ad affrontare sentimenti negativi. Almeno questo e’
quanto emerso da uno studio della Michigan State University
pubblicato sull’International Journal of Eating Disorders. Il
“binge eating” e’ il consumo incontrollabile di una grande
quantita’ di cibo in un breve periodo di tempo e dai risultati
dello studio sembra avere uno stretto legame con una
personalita’ impulsiva. Per arrivare a queste conclusioni i
ricercatori hanno intervistato 612 gemelli di sesso femminile,
di cui il 14 per cento tendeva al “binge eating”. Dall’analisi
delle risposte e’ emerso che le persone con questi problemi
alimentari, in genere, avevano la tendenza ad agire
impulsivamente di fronte a emozioni negative. “E’ possibile che
la relazione tra ‘binge eating’ e sentimenti negativi rifletta
carenze nel controllo del comportamento sul mangiare”, hanno
detto i ricercatori. “Mangiare troppo puA� invece rappresentare
una maggiore sensibilita’ agli effetti gratificanti del cibo”,
hanno aggiunto. I risultati dello studio potrebbero avere
implicazioni importanti per il trattamento di questo disturbo
dell’alimentazione.
.

(AGI) – Taormina, 28 mag. – Stanchezza e aumento di peso
apparentemente ingiustificato sembrano essere i sintomi piu’
frequenti dell’ipotiroidismo. Questo uno dei dati preliminari
emersi grazie alla campagna di sensibilizzazione “Tiroide in
Primo Piano”, promossa dalla Fondazione Cesare Serono, e
presentati oggi a Taormina dove e’ in corso il Congresso
Nazionale della Societa’ Italiana di Endocrinologia. Sul sito
tiroideinprimopiano.it sono stati infatti resi disponibili due
differenti questionari: uno rivolto a chi gia’ ha avuto una
diagnosi di una patologia della tiroide, ed un altro rivolto a
tutti gli utenti del web. Tra le evidenze preliminari emerse
dal questionario rivolto al paziente si registra che, in un
quarto dei casi, l’alterazione della funzione tiroidea non si
e’ manifestata con sintomi o segni, ma e’ stata individuata
grazie a ecografie o esami del sangue prescritti per motivi
diversi o per controlli di routine. Quando presenti, i sintomi
piu’ frequenti riportati dai pazienti sono stati l’astenia
(25,70 per cento), l’aumento di peso non giustificato da altre
cause (24,86 per cento), l’aumentata frequenza cardiaca (12,15
per cento) e il cambiamento nell’aspetto del collo (9,64 per
cento). La tiroidite e’ stata segnalata come causa piu’
frequente dell’alterata funzione tiroidea (69,63 per cento).
Per quanto riguarda l’iter diagnostico, i risultati hanno
evidenziato l’accesso a un percorso “tradizionale” che parte
dal medico di medicina generale e arriva allo specialista
endocrinologo – sebbene i tempi siano ancora in parte dilatati:
un quarto dei casi riportati ha richiesto oltre due anni per
giungere a una definizione diagnostica. (AGI)

(AGI) – Roma, 28 mag. – Identificata un’associazione tra un
particolare tipo di dislessia causata da un’alterazione di un
gene, il DCDC2, e un disturbo specifico della visione. Questo
e’ quanto emerso da uno studio condotto dall’Istituto di
neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) di
Pisa e dall’Universita’ di Pisa, in collaborazione con
l’Universita’ Vita-Salute San Raffaele di Milano e dell’Ircss
Medea. I risultati sono stati pubblicati sul The Journal of
Neuroscience. “Ad oggi la dislessia e’ diagnosticata solo
quando si evidenzia un ritardo dell’apprendimento e vengono
escluse altre cause”, ha detto Guido Marco Cicchini
dell’In-Cnr. “Questo rallenta molto, talvolta anche di anni,
ogni forma di intervento. Scoprire un marcatore genetico e
fisiologico – ha continuato – cambia radicalmente tale
prospettiva: in futuro, la diagnosi di questo tipo di dislessia
potrebbe essere piu’ semplice e molto piu’ precoce”. Il DCDC2
fa parte di una ristretta famiglia di geni collegati alla
dislessia. E’ giA� noto che il 20 per cento dei dislessici ha
un’alterazione in DCDC2, tuttavia il ruolo di questo gene
finora era rimasto oscuro. Nella ricerca gli autori hanno preso
in esame un gruppo di dislessici portatori di un’alterazione di
questo gene, dimostrando che sono ciechi al movimento di alcuni
stimoli visivi, quelli che di solito sono i piu’ visibili nei
soggetti normali. I ricercatori pisani e milanesi da oggi sono
piu’ vicini all’obiettivo di definire biomarker specifici e
terapie piu’ appropriate soprattutto nella dislessia associata
a mutazioni genetiche. Grazie al loro lavoro, possiamo
comprendere che un approccio multidisciplinare integrato alla
dislessia e’ necessario per avere diagnosi e terapie sempre
piu’ specifiche e risolutive. (AGI)

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