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(AGI) – Londra, 6 mag. – Combattere il fuoco con il fuoco. E’
cosi’ che un gruppo di ricercatori della Loyola University
Health System nell’Illinois (Usa) e’ riuscito a battere il
Clostridium difficile, un batterio responsabile di un infezione
che puo’ essere mortale. Il C. difficile rappresenta un grave
problema negli ospedali di tutto il mondo. Esso e’ la causa di
all’incirca 29mila morti all’anno negli Stati Uniti. Questo
batterio e’ in grado di “invadere” l’intestino quando un ciclo
di antibiotici elimina i batteri che normalmente vivono li’.
Per battere il C. difficile servono ancora piu’ antibiotici, ma
questo innesca una sorta di circolo vizioso che lascia
nuovamente l’intestino vulnerabile. I sintomi dell’infezione,
come diarrea e febbre, sono causati dalle tossine rilasciate
dal batterio. Ora pero’ i ricercatori hanno somministrato, in
uno studio pubblicato sul Journal of the American Medical
Association, a 173 pazienti spore di C. difficile che non
producono tossine. Questi batteri “buoni” vanno a occupare gli
spazi dell’intestino “invasi” dal “cattivo” C. difficile il 69
per cento delle volte. Tra questi pazienti, solo uno su 50 si
ritrova a dover affrontare un’altra infezione. Mentre, nei casi
in cui i batteri non sono riusciti a colonizzare l’intestino o
nel caso in cui i pazienti hanno ricevuto un placebo, una
persona su 3 ha riportato nuovamente i sintomi dell’infezione.
“Quello che stiamo facendo e’ stabilire una competizione con il
ceppo tossico originale”, ha detto Dale Gerding, che ha
partecipato allo studio. “Sono entusiasta di questo e siamo in
attesa di iniziare la fase 3 del trial”, ha concluso. (AGI)

(AGI) – Roma, 6 mag. – La ricerca biomedica contro la distrofia
muscolare di Duchenne avanza e si avvicina a un nuovo
importante traguardo: una terapia piu’ mirata, con ridotti
effetti collaterali rispetto al trattamento attualmente in uso.
A indicare la via e’ uno studio pubblicato su EBioMedicine,
finanziato da Telethon e condotto da Antonio Musaro’ (Istituto
Pasteur a Fondazione Cenci Bolognetti e Sapienza Universita’ di
Roma) in collaborazione con Fabrizio De Benedetti dell’Ospedale
pediatrico Bambino Gesu’. La distrofia muscolare di Duchenne e’
una patologia genetica ereditaria che si manifesta
nell’infanzia ed e’ causata dall’assenza di distrofina, una
proteina essenziale per la stabilita’ e l’integrita’ dei
muscoli durante le fasi di contrazione e rilasciamento. “Uno
degli eventi patogenetici associati alla distrofia – ha
spiegato Musaro’ – e’ l’instaurarsi di un’infiammazione cronica
che porta all’alterazione morfologica e funzionale del muscolo.
Oggi, l’unica terapia disponibile consiste nella
somministrazione di agenti anti-infiammatori e
immunosoppressivi (i glucocorticoidi). Questi farmaci
migliorano la qualita’ della vita dei giovani pazienti,
riducendo il rischio di scogliosi, stabilizzando la
funzionalita’ polmonare e prolungando la possibilita’ di
camminare. Purtroppo, pero’, la continua somministrazione di
glucocorticoidi puo’ causare molteplici e gravi effetti
collaterali: atrofia muscolare, ritardo nella crescita,
cataratta, osteoporosi e ipertensione”. I ricercatori romani
hanno studiato una possibile alternativa terapeutica che possa
contrastare la risposta infiammatoria cronica e rafforzare i
muscoli in caso di distrofia: “In una prima fase sperimentale,
condotta sia su modello animale della malattia sia su pazienti,
abbiamo osservato che alla distrofia, e in generale
all’infiammazione cronica, si associano alti livelli di una
proteina pro-infiammatoria chiamata interleuchina 6 (IL-6). Al
contrario, in condizioni non patologiche, i livelli circolanti
di IL-6 sono molto bassi”. Il passo successivo e’ stato quindi
di verificare se inibendo l’attivita’ di IL-6 si potesse
migliorare lo stato di salute del topo distrofico. “I risultati
sono stati molto incoraggianti – ha continuato Musaro’ –
interrompendo la cascata di eventi patologici indotta dal
legame dell’IL-6 con il suo recettore, e’ possibile contrastare
i segni del declino muscolare. Gli inibitori farmacologici
dell’attivita’ di IL-6 sono sicuri, hanno ridotti effetti
collaterali e recentemente sono stati approvati per il
trattamento di bambini affetti da una grave forma di artrite.
Nei topi distrofici, la loro somministrazione determina la
drastica riduzione della degenerazione muscolare e
dell’infiammazione cronica. Cio’ si accompagna a una migliore
performance muscolare, a una maggiore resistenza al danno
causato dall’esercizio fisico e al mantenimento della riserva
di cellule staminali del muscolo a meno sollecitate a correre a
riparare i tessuti danneggiati”. Lo studio fornisce quindi
informazioni fondamentali che potrebbero avere un impatto quasi
immediato sullo sviluppo di una terapia piu’ mirata e sicura
contro la distrofia muscolare di Duchenne. (AGI)

(AGI) – Topeka, 6 mag. – Fare una camminata veloce potrebbe
migliorare l’efficacia dei trattamenti contro il cancro. Almeno
secondo uno studio della Kansas University, secondo il quale un
esercizio fisico moderato aumenta l’apporto di ossigeno al
tumore, rendendolo meno aggressivo. “L’esercizio puo’ alterare
in modo permanente l’ambiente all’interno del tumore”, ha
confermato Brad Behnke, autore dello studio. Lo scienziato ha
spiegato che quando un tumore e’ ipossico o ha bassi livelli di
ossigeno e’ spesso molto aggressivo, mentre invece l’ossigeno
aiuta a distruggere le cellule tumorali. Per questo l’esercizio
fisico, secondo il nuovo studio, sarebbe in grado di offrire un
importante supporto alle terapie: favorendo l’afflusso di
ossigeno verso il tumore puo’ di fatto indebolirlo. Per i
ricercatori, pero’, sarebbe l’esercizio a moderata intensita’ a
produrre gli effetti piu’ vantaggiosi: troppo poco non ha
effetto e troppo intenso puo’ avere effetti collaterali.
“L’esercizio fisico viene spesso prescritto per migliorare gli
effetti collaterali del trattamento del cancro, ma e’ anche
utile quello che l’esercizio fa all’interno del tumore stesso”,
ha concluso Behnke. (AGI)

(AGI) – Roma, 5 mag. – Nonostante si tratti di farmaci
assolutamente equivalenti agli originatori, gli esiti di
mercato dei generici non hanno ancora raggiunto il loro massimo
potenziale: ad oggi rappresentano poco piu’ del 13% della spesa
farmaceutica di classe A. E’ quanto emerge dallo studio
realizzato da Nomisma per conto di Assogenerici, dal titolo “Il
sistema dei farmaci generici in Italia. Scenari per una
crescita sostenibile”. L’analisi ha avuto l’obiettivo quello di
indagare il funzionamento del sistema dei farmaci generici in
Italia e di individuare elementi di base per uno sviluppo del
comparto per la fase di crescita del Paese. Sviluppo che deve
tenere conto dell’esigenza di crescita industriale del Paese e,
contemporaneamente, di razionalizzazione della spesa
farmaceutica senza impattare negativamente sulla qualita’ delle
cure.E’ stata realizzata un’analisi a piu’ livelli: partendo
dallo studio dello “stato di fatto” odierno, sono state
avanzate alcune ipotesi e simulazioni di scenario sul futuro
prossimo andando a misurare il potenziale di sviluppo
industriale che le imprese produttrici di farmaci generici
potrebbero generare nei prossimi anni, individuando quali
azioni potrebbero favorire questo processo di crescita. Dal
punto di vista dell’impatto, uno degli effetti dei generici e’
una contrazione della spesa pubblica a fronte di un aumento
delle confezioni vendute, poiche’ l’introduzione di un farmaco
generico porta a una riduzione del prezzo per confezione pari
mediamente al 60% ad un anno dall’ingresso sul mercato. Oltre
al risparmio pubblico, particolare rilevanza ha quello privato:
se i pazienti sostituissero tutti i farmaci utilizzati con i
rispettivi generici al prezzo piu’ basso sarebbe possibile
ottenere oltre 1,4 miliardi di euro di risparmi privati, a
parita’ di confezioni vendute. Questo porterebbe ad un
incremento dei consumi in altri settori dell’economia che,
nell’ipotesi massima, sarebbe di circa 700 milioni di euro.
Effetti ugualmente rilevanti sono esercitati sul tessuto
produttivo: tra 2005 e 2013 il comparto dei generici ha
attivato investimenti, valore aggiunto e occupazione in misura
relativamente maggiore rispetto al settore di riferimento,
mostrando come i possibili impatti positivi possano andare ben
oltre un semplice effetto di razionalizzazione della spesa
pubblica. Quale scenario per il futuro? Il risparmio pubblico
che sara’ ottenibile semplicemente grazie al processo di
genericazione sara’ di oltre 1,1 miliardi di euro tra il 2015 e
il 2020. Il dato certo – secondo Nomisma – e’ che tra 2015 e
2020 andranno in scadenza brevettuale prodotti che valgono, a
livello nazionale, oltre 2,1 miliardi di euro. Quanto questo
potenziale mercato e’ aggredibile dalle imprese di generici?
secondo Nomisma gli esiti industriali di questo processo
potranno essere molto differenti a seconda degli orientamenti
di policy adottati. In uno scenario base, senza interventi
(SCENARIO 1) il processo di genericazione attiverebbe nel
periodo 2015-2020 un turnover manifatturiero cumulato di 87
milioni di euro e produrrebbe 4.361 posti di lavoro addizionali
(diretti ed indiretti). Nell’ipotesi in cui, attraverso ad
esempio un provvedimento di manufacturing provision che
permetta alle imprese di generici di produrre anche prima della
scadenza brevettuale con l’obiettivo di migliorare il
time-to-market e di esportare in quei paesi in cui i brevetti
sono gia’ scaduti (SCENARIO 2) il turnover manifatturiero
potenziale arriverebbe ad oltre 175 milioni di euro e
produrrebbe 8.721 posti di lavoro addizionali. In aggiunta
all’ipotesi di manufacturing provision, se i trend di
acquisizione di quote di mercato e andamento dei prezzi dei
generici in Italia si allineassero a quelli di altri grandi
mercati europei (SCENARIO 3), ad esempio attraverso il
superamento di alcuni ostacoli specifici al mercato italiano
(quali gli elementi di patent linkage, i meccanismi di payback,
i pattern prescrittivi consuetudinari), il turnover
manifatturiero potenziale sarebbe di oltre 319 milioni di euro
e i posti di lavoro addizionali 15.851.I dati raccolti hanno
messo bene in luce la necessita’ di guardare e di programmare
lo sviluppo del comparto nei prossimi anni attraverso un’ottica
di politica industriale ancor prima che di spesa pubblica.
Attraverso una politica industriale mirata sarebbe infatti
possibile favorire una maggiore crescita della produzione
industriale farmaceutica in Italia ed in Europa, con
conseguente attivazione di investimenti e occupazione,
miglioramento della percezione dei generici e maggiori risparmi
privati, incremento della competitivita’ delle nostre imprese,
in un contesto di sistema produttivo Italian-based,
territoriale e trasparente

(AGI) – Perugia, 5 mag. – Si chiama ‘APOTECAchemo’, ed e’ un
robot per la preparazione sicura e controllata delle
chemioterapie che e’ in grado di dosare i farmaci
personalizzati con assoluta precisione, assicurando i massimi
livelli di sicurezza per pazienti oncologici ed operatori di
farmacia. La nuova tecnologia e’ stata presentata questa
mattina dall’Azienda Ospedaliera di Perugia.”Il sistema di cui
dispone la farmacia dell’Azienda Ospedaliera, grazie al robot
APOTECAchemo, rappresenta una garanzia di totale sicurezza per
tutti i pazienti oncologici che ogni anno vengono curati
nell’ospedale di Perugia – ha detto Alessandro D’Arpino,
responsabile del laboratorio di galenica clinica del Santa
Maria della Misericordia -. Viene inoltre garantita la
tracciabilita’ del percorso di preparazione del farmaco e la
tecnologia che adottiamo ci permette di contenere gli sprechi
per farmaci notoriamente di elevato costo”. Sulla sicurezza per
paziente ed operatore della farmacia si sono soffermati il
direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliera di Perugia Manuela
Pioppo e il direttore della struttura di oncologia medica Lucio
Crino’. La prima ha ricordato il recente accreditamento
ottenuto dalla farmacia dell’Azienda Ospedaliera, a conferma
della bonta’ delle procedure adottate; il secondo ha
sottolineato come “l’errore umano e’ possibile, mentre con
l’utilizzo del robot questa eventualita’ viene annullata”.
Secondo quanto riferisce una nota dell’Azienda Ospedaliera la
nuova apparecchiatura effettuera’ a regime fino a 30.000
preparazioni all’anno, che saranno utilizzate anche dalla
struttura di Oncoematologia pediatrica diretta da Maurizio
Caniglia. “La macchina rispetto all’uomo non prevede pause – ha
detto il direttore generale Walter Orlandi -, e dunque puo’
essere utilizzata a pieno regime specialmente laddove ci sia
una sintonia tra piu’ centri della Regione che possono
usufruire del servizio”.(

(AGI) – Verona, 5 mag. – Per piu’ di cento pazienti italiani
affetti da Fibrosi Cistica (FC) si apre oggi una nuova
prospettiva: e’ disponibile il primo farmaco in grado di agire
efficacemente sulle cause della malattia e non solo sui
sintomi. Vertex Pharmaceuticals (Italia) Srl ha infatti
annunciato che l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha
approvato ivacaftor per i pazienti italiani affetti da FC, di
eta’ pari o superiore ai 6 anni che abbiano una delle seguenti
mutazioni di ‘gating’ (classe III) nel gene CFTR: G551D,
G1244E, G1349D, G178R, G551S, S1251N, S1255P, S549N o S549. La
determinazione di autorizzazione all’immissione in commercio
relativa a KALYDECO e’ stata pubblicata sulla G.U. della
Repubblica Italiana il 04/05/2015, e’ quindi effettiva dal 5
maggio 2015. Ivacaftor e’ il primo farmaco a trattare la causa
alla base della malattia in questi pazienti. La FC e’ una rara
malattia genetica causata da una proteina CFTR mancante o
difettosa, derivante da mutazioni nel gene CFTR. Nelle persone
con le mutazioni sopra indicate, il nuovo farmaco aiuta la
proteina difettosa CFTR a funzionare piu’ regolarmente. In
Italia sono poco piu’ di cento i pazienti che presentano queste
mutazioni e che potranno beneficiare del farmaco. “Ivacaftor
nelle persone con FC ed almeno una mutazione con difetto di
‘gating’ apre un nuovo capitolo nella terapia di questa
malattia – spiega Carlo Castellani, Presidente della Societa’
Italiana Fibrosi Cistica, medico e genetista del Centro Fibrosi
Cistica di Verona – Per la prima volta e’ disponibile una
terapia che non agisce sulle manifestazioni cliniche ma
piuttosto all’origine del meccanismo patogenetico, migliorando
la performance della proteina difettosa. Per la FC si tratta
di un momento chiave, molto atteso dai malati, dalle loro
famiglie e da tutti gli operatori sanitari coinvolti
nell’assistenza e nella cura. La Societa’ Italiana Fibrosi
Cistica, insieme alla Lega Italiana Fibrosi Cistica e alla
Fondazione per la ricerca sulla Fibrosi Cistica si sono
adoperate perche’ tutti i pazienti con mutazioni ‘gating’
avessero accesso a questo nuovo approccio terapeutico. Si apre
ora una doverosa fase di monitorizzazione dei risultati che
otterremo. Ci auguriamo che gli ottimi risultati fin qui
ottenuti siano mantenuti nel tempo, e che nuove terapie siano
presto disponibili per i pazienti che, non avendo le mutazioni
su cui agisce ivacaftor, non possono per ora accedere a questo
trattamento”. “Il farmaco, gia’ utilizzato presso il nostro
centro con procedura di uso compassionevole, ha mostrato
risultati sorprendenti – spiega il Prof. Baroukh Maurice
Assael, Direttore del Centro Fibrosi Cistica dell’Azienda
Ospedaliera di Verona – Abbiamo ottenuto risposte cliniche
rapide e durature in termini di migliore nutrizione, aumento di
peso, miglioramento della funzione respiratoria, riduzione del
fabbisogno di ossigeno, riduzione del fabbisogno di altre
terapie”. ”Le mutazioni ‘gating’ sono piu’ frequenti nel Sud
Italia – spiega il Dr. Vincenzo Carnovale, responsabile del
Centro di riferimento Fibrosi Cistica dell’Adulto,
dell’Universita’ Federico II di Napoli – e il farmaco potra’
ora essere prescritto a piu’ di 100 pazienti gia’ diagnosticati
in Italia. Il nostro e’ stato il primo centro italiano a
utilizzare ivacaftor, per uso compassionevole, offrendolo a 4
pazienti, sui quali abbiamo ottenuto ottimi risultati.
Dopo due-tre settimane di trattamento e’ stata ottenuta la
normalizzazione del test del sudore, grazie al ripristino della
funzione proteica. Si tratta di un farmaco di facile
somministrazione per il paziente e di facile gestione per il
clinico: e’ costituito da compresse da ingerire durante i
pasti, due volte al giorno. Gli effetti collaterali riscontrati
sono blandi, nessun paziente ha dovuto interrompere il
trattamento a causa di essi. Ora, con l’approvazione in Italia,
potremo trattare presso il nostro centro ben 16 pazienti. I
pazienti saranno monitorati attentamente, come previsto da
AIFA, con il supporto di uno specifico registro. Si tratta di
un’operazione importante, gia’ attuata per i pazienti che hanno
ottenuto accesso al farmaco attraverso l’uso compassionevole,
che ora sara’ standardizzata e rendera’ disponibili dati di
grande utilita’ per il futuro. KALYDECO e’ un farmaco costoso –
conclude Carnovale – che pero’ ha dimostrato di cambiare
radicalmente la qualita’ di vita dei pazienti”. (AGI)

(AGI) – Washington, 5 mag. – Esiste un legame tra il diabete e
il morbo di Alzheimer. A scoprirlo un gruppo di ricercatori
della Washington University School of Medicine di St. Louis che
hanno pubblicato una ricerca sulla rivista The Journal of
Clinical Investigation. “I nostri risultati suggeriscono che il
diabete, o altre condizioni che rendono difficile controllare i
livelli di zucchero nel sangue, possono avere effetti nocivi
sulla funzione del cervello e aggravare malattie neurologiche
come il morbo di Alzheimer”, ha detto l’autrice Shannon
Macauley. “Il legame che abbiamo scoperto noi potrebbe portare
a futuri obiettivi di trattamento in grado di ridurre questi
effetti”. Le persone con diabete non possono controllare i
livelli di glucosio nel sangue. Molti pazienti usano insulina o
altri farmaci per mantenere i livelli di zucchero nel sangue
sotto controllo. Per capire come elevati livelli di zucchero
nel sangue possono influenzare il rischio di malattia di
Alzheimer, i ricercatori hanno infuso glucosio nel sangue dei
topi allevati per sviluppare una condizione di simile a quella
del morbo. In giovani topi senza placche amiloidi nel cervello,
raddoppiando i livelli di glucosio nel sangue si e’ verificato
un aumento dei livelli di beta amiloide nel cervello del 20 per
cento. Quando gli scienziati hanno ripetuto l’esperimento in
topi anziani che gia’ avevano sviluppato placche cerebrali, i
livelli di beta amiloide sono aumentati del 40 per cento.
“Questa osservazione apre una nuova strada di esplorazione di
come la malattia di Alzheimer si sviluppa nel cervello, cosi’
come offre un nuovo bersaglio terapeutico per il trattamento di
questa malattia neurologica devastante”, ha detto
Macauley.(AGI)

(AGI) – Toronto, 5 mag. – Scoperto un modo per disarmare il
virus dell’HIV delle sue difese contro il sistema immunitario.
A scoprirlo un gruppo di ricercatori del CHUM Research Centre,
affiliato alla University of Montreal che in un articolo
pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of
Sciences. I ricercatori, tra cui Andres Finzi e Jonathan
Richard, sono riusciti a scoprire una molecola che agisce come
una sorta di apriscatole. In pratica riesce ad aprire il guscio
protettivo del virus, quello che di fatto lo rende
inattaccabile dalle cellule del sistema immunitario umano, e ne
espone le parti interne, che sono invece vulnerabili all’azione
dei linfociti. La molecola in questione si chiama JP-III-48 ed
� in grado di agganciarsi al virus e di farlo aprire ”come un
fiore” ha spiegato Richard, principale autore della
ricerca.(AGI)

(AGI) – Los Angeles, 4 mag. – Scoperto uno dei meccanismo
biologici chiave dell’invecchiamento umano. A definire e
mettere in luce questo delicato processo biologico un gruppo di
ricercatori del SalK Institute di La Jolla in California, che
hanno pubblicato i risultati della loro ricerca sulla rivista
Science. Nello studio, gli scienziati del Salk Institute e
dell’Accademia Cinese delle Scienze hanno scoperto che le
mutazioni genetiche alla base della sindrome di Werner, una
malattia che porta all’invecchiamento precoce e alla morte,
provocano il deterioramento di fasci di DNA noti come
eterocromatina. La scoperta, resa possibile da una combinazione
di tecnologie di cellule staminali d’avanguardia e di editing
genetico, potrebbe portare allo sviluppo di nuovi modi per
contrastare questi danni, e quindi, anche l’invecchiamento. La
sindrome di Werner e’ una malattia genetica che induce le
persone a invecchiare piu’ rapidamente del normale. Essa
colpisce circa una ogni 200.000 persone negli Stati Uniti. Le
persone con la sindrome soffrono per malattie legate all’eta’
che si sviluppano in maniera precoce nei primi anni di vita,
tra cui la cataratta, il diabete di tipo 2, l’indurimento delle
arterie, l’osteoporosi e il cancro, e la maggior parte muoiono
entro i 40 o al massimo 50 anni di eta’. La malattia e’ causata
da una mutazione al gene WRN, che genera la proteina WRN. Studi
precedenti hanno mostrato che la forma normale della proteina
e’ un enzima che mantiene la struttura e l’integrita’ del DNA
di una persona. Quando la proteina e’ mutata, come nella
sindrome di Werner, si interrompe la replicazione e riparazione
del DNA e anche l’espressione dei geni. “I nostri risultati
mostrano che la mutazione del gene che causa la sindrome di
Werner ha effetti diretti nella disorganizzazione della
eterocromatina, e che questa interruzione del normale
assemblaggio del DNA e’ un fattore chiave di invecchiamento”,
spiega Juan Carlos Izpisua Belmonte, uno dei principali autori
della ricerca.
.

(AGI) – Bruxelles, 4 mag. – Un sistema di riabilitazione
domiciliare aiuta i pazienti colpiti da ictus a recuperare il
controllo sulle attivita’ quotidiane sequenziali, come ad
esempio la preparazione del te’. E’ questo l’obiettivo del
progetto COGWATCH, finanziato dall’Unione Europea, uno dei
pochi focalizzati sul recupero delle funzioni cognitive. Gli
scienziati impegnati in COGWATCH hanno personalizzato un
prototipo che aiuta i pazienti colpiti da ictus a preparare una
tazza di te’, un’operazione quotidiana sequenziale complessa.
Il sistema e’ formato da due tablet, uno per il paziente e uno
per il medico, e da sensori collegati al fondo di oggetti come
la tazza, la lattiera e il bollitore che tracciano il movimento
degli oggetti, mentre una videocamera registra dall’alto
l’intero processo. Sul tablet il paziente puo’ scegliere
un’azione, ad esempio la preparazione di una tazza di te’ con
latte e zucchero. Si attiva successivamente un sistema di
riconoscimento dell’azione che riceve le informazioni dai
sensori e le confronta con lo schema di operazione
corrispondente ai passaggi per la preparazione di una tazza di
te’ con latte e zucchero. Se il paziente compie un errore nella
preparazione del te’, il sistema induce a compiere l’azione
corretta utilizzando una combinazione di video, audio, testo o
vibrazioni, per suggerire il passaggio giusto. “Dal punto di
vista del paziente – ha spiegato Alan Wing, coordinatore del
progetto e docente presso la facolta’ di psicologia
dell’Universita’ di Birmingham – e’ come se ci fosse qualcuno
accanto pronto a dire cosa fare, ma che consente di agire
autonomamente se il paziente vuole essere indipendente”. Per
testare il sistema, i ricercatori hanno svolto uno studio
randomizzato con 30 pazienti. Rispetto al gruppo di controllo,
i partecipanti che avevano ricevuto le istruzioni utilizzando
il sistema COGWATCH hanno evidenziato miglioramenti
statisticamente significativi nell’esecuzione della
preparazione del te’: hanno compiuto il 54 per cento di errori
in meno e hanno mostrato una riduzione del 20 per cento del
tempo impiegato per preparare una tazza di te’. Oltre ad
aiutare i pazienti colpiti da ictus a riacquistare autonomia,
il sistema COGWATCH potrebbe anche consentire agli
ergoterapeuti di lavorare con un numero superiore di pazienti o
di sviluppare maggiormente le capacita’ di ciascun paziente. Il
sistema fornisce gia’ informazioni utili sull’esecuzione delle
operazioni del paziente nel corso del tempo.
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