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AGI – “L’epidemia è ancora il nostro principale avversario. E dovremo chiedere ancora ai cittadini, straordinari fino ad oggi, di avere il massimo senso del rigore, del rispetto, dell’attenzione delle norme messe in campo”. Così il ministro della Salute, Roberto Speranza, intervenendo alla conferenza di presentazione del Programma nazionale esiti di Agenas. “Il virus è insidioso e complicato – ha aggiunto – e non lo si batte con le ordinanze o i dpcm. C’è bisogno di sentire il senso di una sfida collettiva”.

“La politica, le istituzioni hanno l’obbligo di dire sempre la verità, anche quando la verità può non portare consenso”. E ha avvertito Speranza “la verità è che le prossime settimane non saranno facili. So che è bello dire che si può riaprire tutto, che ormai siamo in una fase diversa, però dire queste cose significa assumersi delle responsabilità” ha spiegato Speranza.

E’ un momento molto delicato “l’epidemia è ancora molto forte e presente sui nostri territori – ha detto il ministro – da tutte le regioni arrivano segnalazioni della curva che risale: i numeri dei contagi nell’ultima settimana sono cresciuti in maniera significativa. Questo significa avere il coraggio di assumere decisioni coerenti rispetto alla sfida che abbiamo di fronte”

Per il ministro dela Speranza è importante “nei prossimi mesi tenere insieme due obiettivi che sembrano diversi tra loro: la lotta al Covid da una parte e programmare il Servizio sanitario nazionale del futuro dall’altra“. “Gestire l’oggi e progettare il futuro, con una visione che non guarda i prossimi mesi che sono quelli che ci preoccupano di più in questo momento, ma ai prossimi anni con le lenti di chi pensa che nel Ssn c’è la risorsa più preziosa che abbiamo: la possibilità di offrire le cure di qualità e universaliste a ogni cittadino del nostro paese”, ha osservato. “Questa è la sfida. In questa sfida c’è il Recovery, le risorse del Ssn, l’impegno delle regioni con cui dobbiamo lavorare gomito a gomito”

L’accelerazione della campagna di vaccinazione “presto ci offrirà una soluzione molto più forte, molto più significativa e di maggiore durata” – ha detto Speranza – e, “ci consentirà un po’ alla volta di uscire in modo più strutturale da questa vicenda”.

“Le prossime sono settimane in cui abbiamo una campagna di vaccinazioni da accelerare, che ha prodotto già uno sforzo in avanti significativo negli ultimi giorni. Abbiamo numeri che stanno andando nella direzione giusta, ma che dovranno ancora crescere” ha concluso.

AGI – Individuato il meccanismo responsabile delle complicanze trombotiche nei pazienti affetti da Covid-19. Lo ha annunciato un gruppo di ricercatori del Centro Cardiologico Monzino e dell’Università degli StuI di di Milano, guidati da Marina Camera, responsabile dell’Unità di Ricerca di Biologia Cellulare e Molecolare Cardiovascolare del Monzino e professore associato di Farmacologia presso l’ateneo milanese, in collaborazione con Gianfranco Parati e Martino Pengo dell’Istituto Auxologico Italiano di Milano e dell’Università di Milano Bicocca.

I risultati, pubblicati sul Journal of the American College of Cardiology: Basic to Translational Science, aprono la strada all’uso dei farmaci in grado di bloccare i trombi arteriosi, come la comune aspirina. Lo studio ha analizzato in 46 pazienti affetti da Covid-19, ricoverati presso l’Ospedale S.Luca, IRCCS Istituto Auxologico Italiano di Milano, lo stato di attivazione delle cellule del sangue, mediante analisi citofluorimetrica, e lo ha confrontato con quello di soggetti sani e di soggetti cardiopatici.

“I pazienti con forme gravi di polmonite da SARS-CoV-2 – spiega Camera – soffrono di ipossiemia non solo per l’infiammazione degli alveoli polmonari, ma anche per la presenza di micro e macro trombi nel sangue, che possono occludere i vasi polmonari. Nella prima fase del nostro studio abbiamo evidenziato come l’attivazione piastrinica presente in questi pazienti possa essere responsabile della formazione di questi trombi.

Quando l’organismo viene attaccato da agenti patogeni, come il SARS-CoV-2, attiva la sua risposta immunitaria rilasciando nel sangue delle proteine chiamate citochine infiammatorie, tra cui l’Interleukina-6. A volte, tuttavia, questa reazione può essere esageratamente violenta, e il rilascio di citochine eccessivo, tanto da dare luogo alla cosiddetta ‘tempesta citochinica‘.

In queste circostanze l’endotelio dei vasi sanguigni si attiva e, riducendo la produzione di prostaciclina e ossido nitrico, due importanti fattori anti-aggreganti, perde il controllo sulle piastrine. Anche i monociti e i granulociti circolanti si attivano e ognuna di queste cellule rilascia nel flusso sanguigno delle microvescicole che hanno un elevato potenziale protrombotico.

In questo contesto le numerose piastrine attivate si aggregano con i granulociti e monociti circolanti e, insieme con le microvescicole, concorrono alla formazione dei microaggregati che possono ostruire il microcircolo polmonare”. Parati aggiunge che “queste alterazioni possono tra l’altro contribuire alle importanti alterazioni della emodinamica polmonare che il gruppo di ricerca di Auxologico, in collaborazione con l’Ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo, ha recentemente descritto nei pazienti con gravi forme di Covid-19 (Sergio Caravita e coll.- European Journal of Heart Failure 2021)”.

Paola Canzano e Marta Brambilla, ricercatrici del Monzino e coautrici dello studio, osservano: “Nella seconda parte dello studio abbiamo riprodotto la massiccia attivazione piastrinica documentata nei pazienti Covid-19, mettendo in contatto cellule del sangue di soggetti sani con il plasma dei pazienti Covid-19. Abbiamo così dimostrato che le anomalie emostatiche causate dal SARS-CoV-2 non sono una conseguenza diretta del virus, ma hanno origine dalla tempesta di citochine, in particolare dell’eccesso interleukina-6″.

“Questo risultato – continua Camera – spiega perché il Tocilizumab, un anticorpo monoclonale diretto contro il recettore dell’interleukina-6, è in grado di evitare l’attivazione piastrinica. Pertanto, in un’epoca in cui si persegue il concetto di medicina personalizzata, il suo impiego è da riservare per quei pazienti che presentano elevati livelli di interleukina-6”.

“Il messaggio clinico più forte della nostra ricerca – conclude la ricercatrice – è che per tutti i casi di Covid-19 la terapia può essere ottimizzata inserendo l’anti-aggregante più noto e diffuso: l’acido acetilsalicilico, cioe’ l’Aspirina. I protocolli terapeutici attualmente in uso prevedono l’uso di Eparina, che è un anticoagulante, tipicamente indicato per il trattamento dei trombi venosi, derivanti per lo più dall’allettamento o dalla mancanza di movimento fisico.

L’attivazione piastrinica che abbiamo documentato nel nostro studio, e che è stata confermata anche in altri studi internazionali, suggerisce l’utilizzo specifico di un antiaggregante. L’analisi osservazionale pubblicata oggi si pone come razionale scientifico dei trial clinici attualmente in corso che stanno valutando l’efficacia degli antiaggreganti nel trattamento delle temibili complicazioni trombotiche dell’infezione da SARS-CoV-2″. 

AGI – Una molecola di Rna è in grado di limitare la capacità delle cellule di melanoma di formare metastasi e sviluppare farmacoresistenza. A dimostrare il ruolo di questa molecola “lunga” di Rna (long non-coding Rna) nella disseminazione metastatica del melanoma è stato un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia, guidati da Luisa Lanfrancone e Pier Giuseppe Pelicci. 

La molecola si chiama Tincr ed è in grado di limitare la capacità del melanoma di formare metastasi e di sviluppare resistenza alle nuove terapie. I risultati della ricerca sono pubblicati su Embo Reports. Il melanoma cutaneo è la forma più aggressiva di tumore della pelle a causa della particolare propensione delle sue cellule ad acquisire precocemente due proprietà: quella di invadere i tessuti circostanti e sviluppare metastasi in organi distanti, e quella di acquisire resistenza alle nuove terapie, tra cui farmaci molecolari e immunoterapia. 

“I long non-coding Rna sono delle molecole di oltre 200 nucleotidi – spiega Marine Melixetian, prima autrice dell’articolo – che hanno un ruolo in diversi processi fisiologici della cellula. Noi abbiamo scoperto che, nel melanoma in stadio precoce, lo ‘stato proliferativo’ delle cellule, cioè quello in cui esse si riproducono ma non formano metastasi, è mantenuto da un particolare long non-coding Rna, denominato Tincr. Quando Tincr è presente in alta concentrazione, come nei melanomi in stadio iniziale, le cellule proliferano ma il tumore non metastatizza; viceversa, quando la concentrazione di Tincr è bassa, le cellule diventano invasive e il melanoma metastatizza”.  

Esistono infatti due tipi di cellule del melanoma: cellule proliferanti e cellule invasive. Questi due tipi cellulari non sono determinati dalle alterazioni genetiche del melanoma, ma dai segnali che provengono dall’ambiente esterno, il cosiddetto micro-ambiente tumorale. La stessa cellula può passare da uno stato proliferativo a uno invasivo e viceversa. Nei melanomi in fase iniziale prevalgono le cellule proliferanti.

Durante la crescita del melanoma, alcune cellule proliferanti diventano invasive, si staccano dal tumore e migrano in tessuti lontani. Una volta che le cellule invasive hanno raggiunto i tessuti, rientrano in uno stato proliferativo e consentono quindi la crescita delle metastasi.

La storia del melanoma è quindi la storia di un continuo cambiamento delle proprietà delle sue cellule, un fenomeno chiamato “plasticità”: da proliferative, nel melanoma iniziale, a invasive, nel melanoma più avanzato che rilascia le prime cellule metastatiche, a proliferative di nuovo, nella metastasi che cresce. I ricercatori sono quindi andati oltre, e si sono chiesti se e come fosse possibile intervenire su questi passaggi di stato

AGI –  In Italia si stima che la cosiddetta ‘variante inglese’ del virus Sars-CoV-2 ha una trasmissibilità superiore del 37% rispetto ai ceppi non varianti, con una grande incertezza statistica (tra il 18% ed il 60%).  È quanto riporta l’Iss nella sua pagina con le Faq sulle varianti, aggiornata a oggi.

“Questi valori – scrive l’Istituto – sono in linea con quelli riportati in altri paesi, anche se leggermente più bassi, che induce a considerare l’opportunità di più stringenti misure di controllo che possono andare dal contenimento di focolai nascenti alla mitigazione”.

La stima è stata ottenuta da uno studio di ISS, Ministero della Salute, Fondazione Bruno Kessler, Regioni/PA.

Un altro studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato le varianti del virus SARS-CoV-2 inglese e brasiliana per la prima volta nelle acque di scarico italiane.

La ricerca, prima in assoluto sulle varianti in reflui urbani in Italia e tra le prime al mondo, è stata condotta dal gruppo di lavoro coordinato da Giuseppina La Rosa del Dipartimento Ambiente e Salute e da Elisabetta Suffredini del Dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità pubblica Veterinaria dell’ISS, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico della Puglia e della Basilicata.

I risultati dello studio dimostrano che le acque di scarico posso essere un utile strumento per valutare la circolazione delle varianti di SARS-CoV-2 nei centri urbani.

Per consentire uno screening rapido, pratico e semplice delle varianti circolanti nella popolazione italiana è stato sviluppato, infatti, un metodo che prevede l’amplificazione e il sequenziamento di una parte del gene S contenente specifiche mutazioni in grado di caratterizzarle.

Il metodo, testato inizialmente su campioni clinici (tamponi naso-faringei), è stato successivamente applicato all’analisi delle acque di scarico raccolte in fognatura prima dei trattamenti di depurazione.

L’esame di questa matrice ha individuato, per la prima volta in campioni ambientali, la presenza di mutazioni caratteristiche delle varianti UK e brasiliana in alcune aree del nostro paese dove la circolazione di tali varianti era stata accertata in campioni clinici di pazienti CoViD-19.

In particolare sono state individuate sequenze con mutazioni tipiche di variante brasiliana e inglese in reflui raccolti a Perugia dal 5 all’8 febbraio e mutazioni tipiche della variante spagnola in campioni raccolti da impianti di depurazione a Guardiagrele, in Abruzzo dal 21 al 26 gennaio 2021.

“I nostri risultati – sottolinea Luca Lucentini, direttore del Reparto Qualità dell’Acqua e Salute – confermano le potenzialità della wastewater based epidemiology, non solo per lo studio dei trend epidemici, come già dimostrato in precedenti nostre ricerche e ormai consolidato nella letteratura scientifica, ma anche per esplorare la variabilità genetica del virus”.

“Le prospettive sono promettenti – dice Lucia Bonadonna, direttore del Dipartimento Ambiente e Salute dell’ISS – in particolare se pensiamo che la sorveglianza sui reflui è applicata in diversi paesi europei, anche se non ancora per la ricerca delle varianti. L’importanza della sorveglianza ambientale è stata riconosciuta, grazie anche al contributo dei risultati italiani, nel Piano europeo contro le varianti del COVID-19 (Hera incubator), che mira a rafforzare le difese dell’Unione davanti al crescente numero di mutazioni del virus”.

AGI – La pandemia ha “contagiato” anche il sesso, provocando una vera e propria battuta d’arresto nella sfera intima di molte coppie. Sei uomini su 10, durante l’isolamento della scorsa primavera, hanno avuto disfunzioni sessuali, che, purtroppo, perdurano per il 24% anche se le restrizioni sono ora meno severe.

A segnalarlo è uno studio condotto online nel 2020 dalla Società Italiana di Andrologia (SIA), i cui primi risultati vengono diffusi oggi in occasione dell’avvio dell’iniziativa Keep in Touch 2021, un ciclo di incontri in diretta sul web per chiarire tutti i dubbi sulla salute maschile in tempo di pandemia.

Dopo la prima puntata dedicata alle disfunzioni sessuali, sono previsti altri 9 appuntamenti a cadenza quindicinale, il giovedì dalle 19 alle 20. “L’arrivo della pandemia ha riscritto in modo radicale la vita delle persone, impattando in maniera inevitabile anche sull’attività sessuale – osserva Alessandro Palmieri, presidente SIA e Professore di Urologia Università Federico II di Napoli – Sono stati molti i fattori che hanno messo a dura prova l’eros. A cominciare dall’ansia e dalla preoccupazione su ‘cosa accadrà’, la faticosa gestione della nuova vita per l’eccessiva vicinanza con il partner o, al contrario, per l’eccesso di distanza per le coppie non conviventi”.

“Per questo – precisa Palmieri – abbiamo deciso di indagare la soddisfazione sessuale degli italiani attraverso uno studio clinico condotto online durante il primo lockdown della scorsa primavera, coinvolgendo 2692 persone da tutte le Regioni. I dati raccolti mostrano che in quarantena il 59% degli uomini, ha avuto disfunzioni sessuali. Non abbiamo rilevato differenze in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto, le Regioni con il più alto tasso di casi di Covid-19, né fra il personale sanitario. La funzione sessuale è migliorata quando le restrizioni sono state allentate, ma il 24% degli uomini ha confermato di avere ancora difficoltà sessuali – sottolinea Palmieri – Numerose rilevazioni confermano anche una diminuzione dell’attività sessuale durante la quarantena, tanto che solo un uomo su cinque afferma di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-Covid e 8 su 10 ammettono di aver avuto un calo del desiderio.

Aggiunge Palmieri: “L’Istat ha inoltre stimato conseguenze sulla natalità che vedrà un nuovo crollo delle nascite: si stimano appena 408.000 nuovi nati, ancora peggio dei livelli già bassi del 2019, quando ci sono state solo 420.000 nascite. Per questo abbiamo deciso di programmare, a cadenza quindicinale, un ciclo di appuntamenti online di informazione”.

“Vogliamo essere vicini agli uomini e alle coppie in un momento che è tuttora di grave disagio, in cui la popolazione ha perso punti di riferimento e vive come ‘sospesa’: vogliamo portare nelle case degli italiani un dibattito fra i maggiori esperti di tematiche andrologiche molto sentite, in maniera semplice e fruibile da pc, tablet o smartphone in un comodo orario preserale. Sarà un momento in cui gli specialisti si spoglieranno dei panni dello scienziato che discute solo con i suoi pari per interagire con tutti i cittadini, rispondendo ai loro bisogni”, conclude Palmieri.

AGI – Presto potremmo avere a disposizione un test rapido in grado di rilevare le varianti di Sars-CoV-2 che presentano mutazioni pericolose.

A realizzarlo è stato un gruppo di ricercatori della Novozymes, azienda biotecnologica danese, coordinato da Stephanie Oerum.

Il test potrebbe migliorare notevolmente i sistemi di sorveglianza in tutto il mondo, aumentando le possibilità di contenere le nuove varianti prima che si diffondano ampiamente.

Il nuovo metodo di rilevamento richiede solo una piccola modifica ai test PCR già utilizzati per il coronavirus.

Sarà reso disponibile senza scopo di lucro, stando a quanto riporta il New Scientist. Il test può rivelare se il virus che infetta qualcuno ha una o più delle mutazioni chiave che caratterizzano le varianti emergenti temute.

“Quando si ha il risultato, si potrebbe dire, ‘sì, sei positivo al coronavirus e porti una variante problematicà”, dice Astrid Iversen dell’Università di Oxford, che sta collaborando con Novozymes.

La speranza è che le persone positive a una delle varianti temute prestino particolare attenzione nell’evitare di infettare gli altri, facilitandone anche il tracciamento. 

 “Questo è qualcosa che è assolutamente necessario”, continua Iversen. “Per il track and trace, non appena sai che una persona è positiva, devi sapere se porta una variante problematica, per impedire che quella variante si diffonda nella comunità”, aggiunge.

Al momento, l’unico modo affidabile per rilevare le varianti è sequenziare l’intero genoma del virus Sars-CoV-2, un processo costoso e lento.

Ci vuole circa una settimana nel Regno Unito, secondo Nick Loman dell’Università di Birmingham, che fa parte del Covid-19 Genomics UK Consortium che esegue il sequenziamento.

Il Regno Unito ha sequenziato più campioni di qualsiasi altro paese e recentemente ha aumentato ulteriormente i suoi sforzi. Ma sta ancora sequenziando solo il 15 per cento dei test positivi, il che significa che qualche caso “preoccupante” potrebbe sfuggire.

I test PCR sono più economici e veloci del sequenziamento. Il processo richiede poche ore, anche se possono essere necessari giorni prima che le persone ricevano i risultati. Il nuovo test richiede 30 minuti in piu’ di lavoro.

Gli studi iniziali suggeriscono che il metodo è estremamente accurato. Il team sta ora cercando di confermare i risultati testando campioni già sequenziati.

Questo processo dovrebbe essere completato in una settimana circa, dopodiché il team pubblicherà il protocollo completo.

AGI – Nel Regno Unito la vaccinazione contro il Covid-19 sta avendo un impatto “spettacolare” nella prevenzione delle forme gravi. Queste, in estrema sintesi, sono le conclusioni di una ricerca condotta dalla Public Health Scotland. I risultati hanno mostrato che, quattro settimane dopo la prima dose, i ricoveri ospedalieri sono diminuiti dell’85 per cento e del 94 per cento rispettivamente per i vaccini Pfizer e AstraZeneca.

Questi sono i primi dati sull’impatto della vaccinazione nel mondo reale nel Regno Unito, riportati in un articolo della BBC Online. In particolare, la ricerca mostra che tra gli ultraottantenni c’è stata una riduzione complessiva dell’81 per cento nel numero dei ricoveri in ospedale. I ricercatori non hanno esaminato l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione, cioè se le persone che sono state vaccinate lo hanno trasmesso o se l’immunità è diminuita nel tempo.

I dati preliminari del progetto EAVE II riguardano 1,14 milioni di vaccinazioni somministrate in Scozia tra l’8 dicembre e il 15 febbraio. Lo studio ha esaminato il numero di ricoveri per Covid in ospedale tra le persone vaccinate e lo ha confrontato con i ricoveri tra le persone non vaccinate. In totale, poco più di 8.000 persone sono finite in ospedale, ma solo 58 di loro erano state vaccinate almeno quattro settimane prima. Il ricercatore capo, Aziz Sheikh, ha detto che i risultati sono stati “molto, molto” impressionanti ed entrambi i vaccini hanno funzionato “in modo spettacolare”.

“Questi risultati sono molto incoraggianti e ci hanno dato ottimi motivi per essere ottimisti per il futuro”, dice. Le evidenze su entrambi i vaccini avevano suggerito che avrebbero avuto un impatto significativo nella prevenzione dei ricoveri. Ma negli gli studi sul vaccino Pfizer, per ottenere un buon risultato si prevedeva la somministrazione di una seconda dose dopo tre settimane.

Il Regno Unito ha adottato una nuova strategia che consiste nel ritardare di tre mesi la seconda iniezione di entrambi i vaccini, il che ha portato alcuni a chiedersi se l’approccio avrebbe fornito un’immunità sufficiente. Ebbene, i dati della nuova ricerca indicano che una prima dose di entrambi i vaccini impedisce alla maggior parte delle persone di ammalarsi gravemente. Ci sono ovviamente dei limiti.

Lo studio ha monitorato solo coloro che sono stati ricoverati in ospedale e se avevano ricevuto un vaccino o meno. Non ha considerato invece i morti per Covid nelle case di cura, per esempio. E non ha guardato alla trasmissibilita’, ma solo al rischio di ammalarsi gravemente. Altri studi simili sono in corso in tutto il Regno Unito, ma questi dati saranno visti come estremamente incoraggianti. 

AGI –  “È innegabile che la pandemia continui a generare a tutti i livelli e in tutte le fasce d’età insicurezze e stati d’ansia generalizzati che comportano insonnia, agitazione, pensieri sgradevoli, alle volte blocco del pensiero e dell’azione, ma questo non giustifica il ricorrere in maniera acritica a categorie di farmaci che possono essere utilizzati in modo inappropriato anche con  nefaste auto-terapie”.

Lo afferma il presidente dell’Ordine degli Psicologi del Fvg Roberto Calvani lanciando l’allarme sul trend in crescita di antidepressivi, ansiolitici e psicofarmaci in regione. 

Soprattutto gli under 40 – spiega – sembrano fra i più colpiti da ansie e senso di isolamento e smarrimento. In media si stima che ogni giorno vengano consumate 50 dosi di benzodiazepine per mille abitanti, poco meno per le dosi di antidepressivi: 40 al giorno per mille abitanti”.

“Anziché prendere le pastiglie per tentare di lenire queste sensazioni correlate al Covid, sarebbe più produttivo e sicuramente meno impattante sulla salute complessiva – afferma Calvani – consultare lo psicologo. Spesso i cittadini non ci pensano, eppure si sa che gli ansiolitici agiscono sul sintomo, non sulla paura e sulle altre componenti emotive. Gli psicologi intervengono alla radice del problema, evitando la strada farmacologica”.

AGI – A causa del Covid-19 potremmo aver perso a livello globale oltre 20,5 milioni di anni di vita, una media di 16 anni di vita persi per ogni morte. È la stima effettuata dai ricercatori del Center for Research in Health and Economics della Pompeu Fabra University di Barcellona, in Spagna. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports.

Gli anni di vita persi – cioè la differenza tra l’età di una persona alla morte e la sua aspettativa di vita – nei paesi pesantemente colpiti dalla pandemia possono essere da due a nove volte superiori agli anni di vita persi mediamente a causa dell’influenza stagionale.

I ricercatori sono riusciti a fare questo calcolo utilizzando i dati raccolti su oltre 1.279.866 decessi in 81 paesi, nonché i dati su aspettativa di vita e proiezioni sui decessi totali per Covid-19 di ogni Paese.

Gli anni perduti

Gli autori stimano che in totale 20.507.518 anni di vita potrebbero essere andati persi a causa di Covid-19 negli 81 paesi inclusi in questo studio, 16 anni per ogni singolo decesso.

Del totale degli anni di vita persi, il 44,9 per cento sembra essersi verificato in persone di età compresa tra i 55 e i 75 anni, il 30,2 per cento in persone di età inferiore a 55 anni e il 25 per cento in quelle di età superiore a 75 anni.

Nei paesi per i quali erano disponibili i dati dei decessi per sesso, gli anni di vita persi sono risultati il 44 per cento in più negli uomini rispetto alle donne.

Il raffronto con altre patologie

A differenza di altre cause comuni di morte, gli anni di vita persi associati a Covid-19 sono da due a nove volte di più degli anni di vita persi legati all’influenza stagionale e oltre il 35 per cento in più rispetto agli anni di vita persi attribuibili a patologie cardiache.

Gli studiosi precisano che i numeri possono essere sovrastimati o sottostimati a causa della difficoltà di registrare accuratamente i decessi correlati a Covid-19. 

AGI – Possibile il via libera all’uso del vaccino AstraZeneca fino ai 65 anni di età (attualmente è prescritto solo per gli under 55). Dalla riunione di oggi tra ministero della Salute, Aifa, Agenas e rappresentanti delle Regioni è emerso, a quanto si apprende, un sostanziale accordo sull’ipotesi di ampliare il range di età a cui viene consigliato il vaccino AstraZeneca.

Il ministero si è detto pronto a “fare ogni verifica sul piano scientifico e sulla base di evidenze, per capire se c’è la possibilità di ampliare il limite dell’età”, coinvolgendo anche il Consiglio Superiore di Sanità ma soprattutto la stessa Aifa, che già nel parere con cui approvava il vaccino per gli under 55 scriveva che “sulla base dei risultati di immunogenicità e dei dati di sicurezza, il rapporto beneficio/rischio di tale vaccino risulta favorevole anche nei soggetti di età più avanzata che non presentino specifici fattori di rischio”. 

Nei prossimi giorni, sempre a quanto si apprende, è prevista una nuova riunione della Commissione tecnico-scientifica di Aifa per un nuovo parere che espliciti la possibilità di somministrare il vaccino fino ai 65 anni, tenuto conto delle evidenze scientifiche e del rapporto costi/benefici.

Poi interverrà il ministero con un provvedimento formale, probabilmente una circolare, che sancisca ufficialmente l’estensione da 55 a 65 anni del limite massimo di età.

Da quel momento le Regioni potranno ampliare la platea dei vaccinandi (in genere categorie prioritarie come docenti e forze dell’ordine) arrivando sostanzialmente all’età della pensione, e impedendo quindi le disparità emerse in questi giorni proprio a causa del limite di età. 

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