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Gli italiani non mangiano più il pesce azzurro. addio ad alici e sgombri, quindi e, di conseguenza, a uno dei cibi più sani che il nostro mare ha da offrire. Gli acquisiti, secondo i dati di Coldiretti Impresapesca, sono crollati del 5% per le sarde e del 10% per le alici fino al 15% per lo sgombro.

Il rapporto ‘SOS pesce italiano’ elaborato dall’associazione sulla base di dati relativi al primo quadrimestre del 2019 dell’Ismea mostra che il consumo pro capite degli italiani è di circa 28 kg di pesce all’anno, superiore alla media europea, ma decisamente basso se confrontato con quello di altri Paesi che hanno un’estensione della costa simile, come ad esempio il Portogallo, dove se ne mangiano quasi 60 kg, praticamente il doppio.

Non a caso il pesce rappresenta solo la sesta voce di spesa nel carrello alimentare delle famiglie italiane per un valore che nel 2018 è stato di 488 euro, sostanzialmente sui livelli di dieci anni fa, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat. E intanto la flotta peschereccia italiana è scesa a quota 12 mila imbarcazioni, il 35 per cento in meno rispetto agli anni ’80.

Ma in realtà a subire un netto calo sono anche gli acquisti di pesce bianco con la riduzione dei consumi che coinvolge soprattutto le triglie, in calo del 14,2%, i merluzzi – 4,3%, le sogliole -3,6%, e le orate -2,1% mentre in controtendenza le spigole in aumento del 6,1%. In forte crescita è invece la domanda dei molluschi, dai polpi (+18,6%) alle seppe (+10,6%) fino alle vongole (+25,6%). Un fenomeno che si spiega soprattutto con gli effetti del cambiamento degli stili di vita e la nuova tendenza da parte dei consumatori a preferire tipologie di pescato più facile da utilizzare in cucina, meglio se privo di spine o comunque semplice da pulire, oltre che dal sapore più delicato.

Questo trend è sostenuto anche dalla produzione dell’acquacoltura, dalle spigole alle orate. Ma ormai nei laghetti artificiali italiani si produce persino il caviale Made in Italy che nel giro di pochi anni ha conquistato i mercati di tutto il mondo, a partire da quello russo, patria delle pregiate uova, per un valore delle esportazioni che nel 2018 ha raggiunto il valore di oltre 20 milioni di euro, in crescita del 32%. 

Ma la diminuzione del consumo di pesce azzurro impatta direttamente anche sulla salute degli italiani, visto che questo tipo di prodotti ittici ha importanti caratteristiche nutrizionali, essendo il più ricco in assoluto per contenuto di Omega3, che proteggono il cuore, sostengono il metabolismo e combattono l’invecchiamento. Mangiare pesce, soprattutto azzurro, fa bene a tutte le età e nelle diverse fasi della vita, dall’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta, alla gravidanza e menopausa, fino alla terza età, al punto che molte raccomandazioni internazionali e nazionali ne consigliano il consumo almeno 2 volte a settimana.

Come riconoscere il prodotto appena pescato? Innanzitutto è preferibile acquistarlo, laddove possibile, direttamente dal produttore che ne garantisce la freschezza, verificando anche sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere la zona di pesca. Occorre poi controllare che la carne abbia una consistenza soda ed elastica, che le branchie abbiano un colore rosso o rosato e siano umide e gli occhi non siano secchi o opachi, mentre l’odore non deve essere forte e sgradevole. Per molluschi e mitili, è essenziale che il guscio sia chiuso, mentre per i gamberi serve verificare che non abbiano la testa annerita. Meglio, infine, non scegliere i pesci già mutilati della testa e delle pinne. 

Furono i salinari, che lavoravano per lunghi mesi immersi nel sale e nel fango delle saline cervesi, a rendersi conto delle sue straordinarie proprietà, nei primi anni del ‘900. Un’intuizione destinata a portare i suoi frutti  sfociata nel tempo nella nascita del primo stabilimento termale di Cervia che oggi conta più di 30 mila visitatori l’anno, 20 consulenti medici e 120 dipendenti in totale. L’unico luogo, in Italia, dove si può trovare un limo in tutto e per tutto paragonabile, come efficacia terapeutica, a quello famoso del Mar Morto, e dove  nella nuova piscina di acqua madre – come nella nota località tra Israele e Giordania –  si può leggere il giornale galleggiando in acqua, perché non si va a fondo.

Nella salina di Cervia, il fango si forma attraverso un processo piuttosto lungo, durante il quale subisce varie trasformazioni. Fondamentale, la fase di “stagionatura”: lasciato sedimentare per anni in acqua ipertermale, il limo viene raccolto tra ottobre e novembre e stoccato nelle fangaie dove viene lasciato maturare, per essere finalmente utilizzato due anni dopo. Opportunamente filtrato, il Fango Liman ha un effetto benefico sulle artrosi diffuse, problemi dermatologici, osteoporosi e poliartrosi.  

La psoriasi, in particolare,  è trattata attraverso una terapia fangobalneoterapica naturale. Uno studio condotto dalla struttura termale in collaborazione con l’Unità Operativa di Dermatologia e l’Unità Operativa di Biostatistica dell’Azienda USL della Romagna, con l’autorizzazione del Comitato Etico, conferma i benefici dei trattamenti termali in fase di remissione della psoriasi, per potenziare e prolungare gli effetti dei trattamenti farmacologici assunti in fase acuta.

“L’acqua della nuova piscina – spiega Alessandro  Zanasi, direttore dello stabilimento di Cervia, medico specializzato in malattie dell’appartato respiratorio e idrologo – ha una concentrazione ipertonica che corrisponde a 8 volte quella del mare, uguale a quella del Mar Morto. Abbiamo condotto  uno studio da due anni a questa parte sulla psoriasi con l’ospedale di Ravenna con un centinaio di pazienti, verificando come già dopo tre mesi si avevano dei risultati incoraggianti”. 

Aggiunge Zanasi: “Nella psoriasi abbiamo una iperproduzione,  quindi con un meccanismo di scrub noi togliamo ciò che è in eccesso: nelle altre dermatosi,  ad esempio nella foruncolosi,  abbiamo dei risultati ottimi. La balneoterapia viene associata alla fangoterapia,  utilizziamo  la nostra acqua anche per la formazione dei fanghi: questi fanghi vengono poi  posizionati sulle  parti da trattare.   Unendo l’effetto di fango e sole, si ottengono risultati estremamente positivi. I  vantaggi del Mar Morto sono risaputi,  il modello di Cervia può essere esportato,  ma ancora siamo pochi ad utilizzarlo. La psoriasi è invalidante per chi ce l’ha – conclude Zanasi – perché queste persone conducono una vita normale, ma esteticamente la patologia crea un forte imbarazzo”.

Generosi, in crescita rispetto all’anno scorso ma sempre pochi rispetto alla domanda: sono i donatori di sangue che oggi celebrano la giornata a loro dedicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dopo anni di trend negativo, riporta Fatto Quotidiano, nel 2018 i donatori di sangue sono stati 1,6 milioni (quasi tutti iscritti alle associazioni di volontari), cioè uno 0,2 per cento in più rispetto al 2017.

Identikit del donatore italiano

La maggior parte dei donatori è avanti con l’età. Il 25 per cento ha tra i 36 e 45 anni; mentre il 29 per cento tra i 46 e 55. Quelli dai 18 ai 25 ormai stanno sparendo dal 2013. Lo scorso anno sono risultati poco più di 210 mila (erano 237mila nel 2013), appena il 12 per cento del totale. Quelli nella fascia 26-35 invece rappresentano il 17 per cento (290 mila contro i 333 mila del 2013).

Sempre meno anche i nuovi donatori, ovvero quelli che per la prima volta e una volta soltanto durante l’anno hanno donato il sangue. Il numero è sceso del 3,7 per cento (circa 371mila). Tra le regioni che hanno registrato un incremento maggiore di donazioni la provincia autonoma di Bolzano (+8,7%), la Lombardia (+7,1%) e il Lazio (+1,9%). Ma è il Friuli Venezia-Giulia ad avere il rapporto tra donatori e abitanti più alto: 39,5 ogni mille. La carenza di nuovi donatori si è registrata principalmente in Campania (-6,7%), Abruzzo (-4,7%), Calabria (-4,6%) e Sardegna (-4%). Del sangue donato hanno beneficiato 630 mila trasfusi per un totale di quasi tre milioni di trasfusioni.

Autosufficienti, ma non basta

La quantità raccolta di plasma (840 mila chilogrammi, quattromila in più rispetto al 2017) ci consenta ancora l’autosufficienza, fissata al 70 per cento, in linea con gli obiettivi del Programma nazionale plasma che prevede una totale autonomia solo a partire dal 2024. Oggi il restante lo acquistiamo soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Germania dove il plasma viene ceduto dietro un compenso. All’estero, infatti, i donatori vengono pagati a ogni prelievo di sangue. Da noi non è necessario, riporta Il Giornale, oltre a essere vietato per legge. “I volontari ci sono comunque, anche senza ricompensa, in nome di un altruismo che, una volta tanto, racconta il volto di un’Italia sana”.

Quanto vale?

Il business della donazione del sangue è enorme ma, a differenza di altri Paesi europei, è gestito interamente a livello pubblico e tracciabile in ogni sua tappa. A conti fatti, una trasfusione costa 400 euro: 180 euro per produrre un’unità di globuli rossi e per acquistare la sacca per la raccolta, che da sola vale circa 20 euro. E poco più di 200 euro occorrono per sostenere le spese relative a medici, infermieri e materiale necessario al prelievo, dalle garze sterili alle siringhe. Significa che in un anno investiamo oltre un miliardo di euro per gestire le entrate e le uscite dalla banca delle sacche, “società” di cui tutti (da donatori o riceventi) prima o poi potremmo avere un’“azione”.

Negli Stati Uniti il sangue è un prodotto commerciale come gli altri: si vende e si compra al pari di qualsiasi altro bene, plasma in particolare. Le aziende farmaceutiche lo acquistano per lavorarlo e per rimetterlo sul mercato sotto forma di farmaci, gli emoderivati. E lo stesso avviene in Germania, in Repubblica Ceca, in Austria, legittimamente. In Italia invece il sangue è proprietà delle Regioni. Non viene venduto ma al massimo ceduto da una regione all’altra, o da un ospedale all’altro, a seconda delle esigenze e delle quantità raccolte. Beninteso, lo scambio delle sacche non è regolato da semplice spirito di solidarietà e mutuo aiuto.

Quanto costa il mio sangue?

Esiste un tariffario, approvato dal ministero della Salute, che fissa i prezzi di ogni elemento di sangue nel momento in cui viene ceduto da una regione all’altra. “I globuli rossi valgono 181 euro a sacca, il plasma da aferesi (cioè estratto dal sangue intero) 171 euro, le piastrine hanno prezzi che variano da 19 a 418 euro, i linfociti 478 euro. Ovviamente il rimborso per la cessione sale se in ballo ci sono le cellule staminali da aferesi, in cui valore è pari a 668 euro per ogni unità. Il tariffario a cui le regioni si affidano per regolare lo scambio del sangue stabilisce anche le tariffe standard per i trattamenti: il lavaggio manuale delle cellule costa 27 euro, il processo di congelamento e scongelamento va da 148 a 246 euro”

Quando è nata, a meno di 6 mesi di gestazione, la piccola Saybie pesava quanto una mela ed entrava nel palmo di una mano. Come un personaggio di una favola. E come la migliore delle storie, la bimba (che viene chiamata con uno pseudonimo) ha avuto il suo lieto fine: non solo è sopravvissuta più di quella manciata di ore previste dai suoi medici, ma ha lottato per mesi fino a quando, qualche giorno fa, con un peso di 2,3 chilogrammi è stata dichiarata fuori pericolo e in grado di tornare a casa con la sua mamma e il suo papà.

Nata nel dicembre 2018 all’ospedale Sharp Mary Birch di San Diego, in California, con 245 grammi di peso Saybie è la bimba più piccola prematura mai venuta al mondo (e sopravvissuta). “Continuavo a dire che non sarebbe sopravvissuta”, ha dichiarato la madre, che ha scelto di rimanere anonima. Ma fortunatamente, la piccola, che non presentava gravi danni né ai polmoni né al cuore, ce l’ha fatta. Saybie, infatti, fa sapere l’ospedale “non ha sofferto nessuna delle difficoltà tipiche dei bambini prematuri, come emorragia cerebrale, problemi ai polmoni e/o cardiaci”.

La madre di Saybie, riporta l’Huffington Post, ha dato alla luce la bambina con cesareo di emergenza tre mesi prima del previsto, dopo aver ricevuto la diagnosi di preeclampsia, una complicanza della gravidanza che causa ipertensione e può rivelarsi fatale per mamma e nascituro. La nascita pretermine era necessaria – scrive l’ospedale -,la bambina non stava crescendo e la vita della madre era a rischio immediato”.

Il neonatologo Paul Wozniak, scrive Il Giornale, ha lavorato per stabilizzarla prima che potesse essere trasferita all’unità di terapia intensiva neonatale (NICU). La sua crescita era parecchio problematica, i medici la consideravano un “mini prematuro” ovvero un bambino nato prima di 28 settimane. I bambini, di solito, nascono attorno a 40 settimane. E se nelle gravidanze a termine, lo sviluppo viene completato nella pancia della mamma, i nati prematuri completano il loro sviluppo fuori. Per questo la loro sopravvivenza è una grande sfida, ma lo è ancora di più per bambini cosiddetti “mini prematuri”. Probabilmente, nella prima infanzia sarà sotto osservazione con dei follow up.

Prima di Saybie,  il record era detenuto da una bambina tedesca, nata nel 2015 con un peso di 252 grammi. Mentre all’inizio dell’anno, un bambino giapponese di 268 grammi, ha battuto il record tra i maschietti. “È importante che la gente sappia che anche i bambini nati premature e sottopeso possono tornare a casa sani e in forze”, ha dichiarato Takeshi Arimits, neonatologo dell’ospedale universitario Keio di Tokyo, dove il bebè era stato ricoverato. I nati al di sotto del chilo di peso hanno alte probabilità di sviluppare problemi respiratori o malattie infettive a causa dello scarso sviluppo degli organi, riporta Japan Times. E il tasso di sopravvivenza, si legge su Asianews, è molto inferiore per i maschietti, tanto che solo 4 tra tutti i prematuri da record sono maschi. Secondo gli esperti questo potrebbe dipendere in parte dallo sviluppo dei polmoni, più lento nei neonati di sesso maschile. 

I forzati della sanità a pagamento. Sono 19,6 milioni gli italiani che nell’ultimo anno, per almeno una prestazione sanitaria essenziale prescritta dal proprio medico, hanno provato a prenotare nel Servizio sanitario nazionale e poi, constatati i lunghi tempi d’attesa, hanno dovuto rivolgersi alla sanità a pagamento, privata o intramoenia.

In 28 casi su 100 i cittadini, avuta notizia di tempi d’attesa eccessivi o trovate le liste chiuse, hanno scelto di effettuare le prestazioni a pagamento (il 22,6% nel Nord-Ovest, il 20,7% nel Nord-Est, il 31,6% al Centro e il 33,2% al Sud). È quanto emerge dal IX Rapporto Rbm-Censis presentato oggi al “Welfare Day 2019”, una grande indagine su un campione nazionale di 10.000 cittadini maggiorenni statisticamente rappresentativo della popolazione.

I numeri del rapporto parlano chiaro: transitano nella sanità a pagamento il 36,7% dei tentativi falliti di prenotare visite specialistiche (il 39,2% al Centro e il 42,4% al Sud) e il 24,8% dei tentativi di prenotazione di accertamenti diagnostici (il 30,7% al Centro e il 29,2% al Sud). I Lea, a cui si ha diritto sulla carta, in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica. Che costringe gli italiani, sottolinea il rapporto, a “surfare” tra pubblico e privato a pagamento per avere le prestazioni necessarie.

Il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico, infatti, ne ha effettuata almeno un’altra nella sanità a pagamento: il 56,7% delle persone con redditi bassi, il 68,9% di chi ha redditi alti. E sono 13,3 milioni le persone che a causa di una patologia hanno fatto visite specialistiche e accertamenti diagnostici sia nel pubblico che nel privato, per verificare la diagnosi ricevuta (una caccia alla “second opinion”). Combinare pubblico e privato è ormai il modo per avere la sanità di cui si ha bisogno.

Oltre a tentare di prenotare le prestazioni sanitarie nel sistema pubblico e decidere se attendere i tempi delle liste d’attesa oppure rivolgersi al privato, di fronte a una esigenza di salute stringente, molti cittadini si sono rassegnati, convinti che comunque nel pubblico i tempi d’attesa sono troppo lunghi. Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico. È capitato al 38% delle persone con redditi bassi e al 50,7% di chi ha redditi alti. Ancora una volta: tutti, al di là della propria condizione economica, sono chiamati a mettere mano al portafoglio per accedere ai servizi sanitari necessari.

Tra una ventina d’anni più della metà della carne che finirà nei nostri piatti non sarà di origine animale. Crescerà in vasi o arriverà da piante che avranno lo stesso sapore della carne che consumiamo da secoli. 

Lo rivela uno studio della società di consulenza internazionale AT Kearney sulla base di una serie di interviste a professionisti del settore alimentare, di studi sull’impatto ambientale della produzione di carne convenzionale, della crescente attenzione dei consumatori al benessere degli animali e dei cambiamenti nei gusti alimentari.

Ad oggi è ancora un mercato emergente. Eppure crescono in modo esponenziale gli investimenti dell’industria alimentare nel settore della carne vegana in sostituzione di quella animale. Così il rapporto stilato dalla AT Kearney rivela che nel 2040 almeno nel 60% dei casi la gente consumerà non più carne da animali allevati e poi abbattuti ma bensì prodotti con lo stesso sapore che cresceranno in vasi o, comunque, di origine vegetale.

 

“L’industria del bestiame su larga scala è ormai vista da molti come un male inutile. Con i vantaggi della nuova carne vegana in sostituzione e della carne coltivata rispetto alla produzione convenzionale, la conquista di ampie quote di mercato è solo una questione di tempo” riferisce il rapporto rilanciato dal quotidiano britannico ‘The Guardian’. In base allo studio della AT Kearney, tra 21 anni, il 35% della carne sarà coltivata e per il 25% si tratterà di prodotti vegani di sostituzione. 

Oggi circa la metà delle colture mondiali sono destinate all’alimentazione del bestiame e solo il 15% delle calorie contenute nelle piante vengono consumati dall’uomo come carne. Nuovi metodi di produzione della carne, ad esempio coltivata in vaso, e cibi di sostituzione vegani consentiranno invece di conservare i tre quarti delle calorie in entrata. 

Al di là della salute umana, nel cambiamento alimentare epocale che si sta profilando entrano anche in gioco ‘incentivi’ ambientali sulla scia della crescente consapevolezza della crisi del clima in atto, della distruzione degli ecosistemi per produrre carne ma anche dell’inquinamento di fiumi e oceani.

 

Un trend in forte crescita che fa già gola a molte aziende, in particolare alcune firme tra cui Beyond Meat, Impossible Foods e Just Foods, che stanno utilizzando ingredienti vegetali per produrre hamburger sostitutivi, uova strapazzate e altri cibi con grande potenziale sui mercati. Numeri alla mano, al momento del lancio lo scorso maggio l’azienda Beyond Meat aveva un capitale di 240 milioni di dollari e da allora le sue azioni sono più che raddoppiate.

Nell’ultimo periodo, valuta la AT Kearney, più di 1 miliardo di dollari è stato investito nel settore dei prodotti vegani, anche da parte di società in posizione dominante sul mercato della carme convenzionale.

Alcune aziende stanno già puntando sulla coltura di cellule animali per produrre carne vera senza dover allevare e uccidere animali, ma finora questi cibi sostitutivi non sono ancora arrivati nei piatti dei consumatori. Per gli esperti è solo una questione di tempo in quanto nei prossimi anni la carne coltivata avrà la stessa consistenza e lo stesso gusto di quella tradizionale, spingendo la gente a optare per quest’ultimo prodotto. 

“Lo slittamento verso stili di vita flessibili, vegetariano e vegano, è innegabile: molti consumatori stanno riducendo il loro consumo di carne come risultato di un processo di consapevolezza sul benessere degli animali e dell’ambiente” analizza Carsten Gerhardt, partner della società di consulenza.

E il rapporto della AT Kearney prevede che, dopo aver assaggiato questi prodotti animali coltivati, anche i carnivori più accaniti si convertiranno in quanto conserveranno le stesse abitudini alimentari di prima, godendo dello stesso gusto, ma contribuendo al drastico calo del costo ambientale ed animale. Sondaggi realizzati negli Stati Uniti, in Cina e in India rivelano che i potenziali consumatori riusciranno a superare preconcetti e barriere in termini di abitudini e gusti per passare a prodotti più sostenibili.

Inoltre, secondo gli esperti, nella fase di transizione verso la coltura di carne in vasi, l’apporto di prodotti sostitutivi vegani sarà decisivo. Rosie Wardle della Jeremy Coller Foundation, un’organizzazione filantropica specializzata su sistemi alimentari sostenibili, si spinge anche oltre: “Dalla bistecca ai frutti di mare, esiste un’ampia gamma di prodotti che offrono modelli di consumo di proteine sostenibili. Un passaggio già in atto tra consumatori, imprenditori ed investitori che mostra come le previsioni del 60% potrebbero anche essere sottostimate”.

Tuttavia i produttori di carne non si danno per vinti. “Innovazione e nuove tecnologie per coltivare la carne in laboratorio offrono certamente prospettive interessanti. Crediamo, però, che ci sia ancora un grande potenziale per l’allevamento di bestiame producendo cibo sicuro, tracciabile e a buon prezzo. Continueremo a farlo fin quando ci saranno richieste da parte dei consumatori” replica il portavoce della ‘National Farmers’ Union’ britannica.

Scoperta dai ricercatori dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa una proteina che disabilita la crescita di cellule malate e impedisce la formazione di nuovi vasi sanguigni che nutrono i tumori solidi.

Lo studio che ha portato a questa scoperta, validata senza condurre test su animali, è stato pubblicato sulla rivista internazionale “Biochimica et Biophysica Acta – Molecular Basis of Disease”.

“Si tratta di un nuovo tassello utile a comprendere lo sviluppo dei tumori solidi – spiega una nota – cioè la parte maggiore di quelli che colpiscono gli esseri umani, e con cui si aggiunge un nuovo elemento alla possibilità di aggredire il tumore. Studi più approfonditi potranno verificare la possibilità di arrivare ad applicazioni terapeutiche”.

Dalla ricerca è emerso come colpendo una proteina, peraltro già nota ai ricercatori italiani e detta MICAL2, sia possibile disabilitare la risposta delle cellule verso un attore di crescita tumorale che si chiama VEGF (fattore di crescita dell’endotelio vascolare) e che rappresenta il principale bersaglio delle attuali terapie anti-angiogeniche, ovvero anti tumorali.

Le cellule tumorali sono infatti particolarmente resistenti e versatili: la capacità di indurre neo-angiogenesi, cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni verso il tumore, è un assodato segno distintivo – cosi’ lo definiscono i ricercatori – delle cellule tumorali. Anche se la dimostrazione per adesso è limitata all’ambito sperimentale, l’inattivazione della proteina MICAL2 nelle cellule endoteliali (quel tipo di cellule che tappezza dall’interno i vasi sanguigni) è in grado di ridurne vitalità e prestazioni funzionali, bloccando in prospettiva la capacità di formazione di nuovi vasi sanguigni associati al tumore, e dunque, lo sviluppo del tumore solido.

“Da molti anni – commenta Debora Angeloni, biologa molecolare della Scuola Sant’Anna – la ricerca mira a coniugare alle terapie antitumorali, farmaci ad azione anti-angiogenica. I farmaci attuali però continuano a presentare effetti collaterali, efficacia temporanea e problemi di resistenza primaria. Occorre pertanto identificare nuovi bersagli terapeutici, cioè nuovi componenti presenti in modo anomalo nella cellula malata rispetto a quella normale, la cui inattivazione permetta di recuperare la normalità”.

La ricercatrice ha poi ricordato come le MICAL siano una famiglia unica di proteine e come abbiano la capacità di modificare una componente importante del citoscheletro, cioè di quella sorta di impalcatura della cellula che le permette di interagire con le cellule circostanti, di aderire ad una superficie e di muoversi, e rappresentano candidati promettenti per questo ruolo di nuovo bersaglio: “Questa scoperta è stata sostenuta grazie anche alle donazioni liberali di numerosi cittadini e di associazioni come il Lions Club International, Distretto 108LA, Toscana. A tutti loro va il nostro ringraziamento per il generoso sostegno e la garanzia del nostro massimo impegno nel portare avanti queste ricerche”.

Chi ha la mano con un sesto dito ha una marcia in più. Lo sostiene Andrea Serino, neuroscienziato dell’Università di Losanna, a conclusione del suo studio sulla polidattilia, un’anomalia genetica caratterizzata da dita in soprannumero nelle mani o nei piedi.

Chi nasce con un dito in più collocato tra il pollice e l’indice è più bravo a manipolare gli oggetti e può svolgere con una sola mano compiti che normalmente ne richiederebbero due. Insomma, si legge su Focus che riprende le parole del ricercatore – è come se possedesse mani “potenziate”.  

“Da tempo la fantascienza ipotizza la possibilità di migliorare le capacità motorie di questa preziosa parte del nostro corpo”, spiega Serino, “ma nessuno aveva mai indagato scientificamente questioni fondamentali come la possibilità per il cervello di controllare eventuali arti aggiuntivi. E le persone con sei dita, che quindi si trovano ad avere qualcosa in più fin dalla nascita, sono il modello ideale per questo tipo di ricerche”.

Serino, insieme ad alcuni colleghi di Friburgo e Londra, ha messo a confronto le abilità di persone che presentano questa particolare forma di polidattilia e quelle di persone con mani a cinque dita.  Lo studio ha dimostrato che il dito soprannumerario ha muscoli propri (la mano a sei dita ha quindi in totale più muscoli e nervi) che lo muovono anche in modo indipendente, oltre che in perfetta coordinazione con le altre dita.

Inoltre, nel cervello, esiste un’area dedicata della corteccia motoria che controlla i movimenti di quel dito in più. “E questo senza che il movimento totale della mano ne risulti rallentato o danneggiato in qualsiasi modo, anzi. Il che significa che anche il cervello, in un certo senso, è ‘potenziato’”, aggiunge Serino.

Cos’è e come si manifesta

La polidattilia – si legge sul sito Scienza e salute –  interessa lo 0,2% della popolazione mondiale. Si può presentare da sola o in concomitanza con altre anomalie genetiche, come la Sindrome di Down, la Sindrome di Patau o altre. L’anomalia alle dita si presenta solitamente ai piedi, quasi sempre con lo sviluppo di sei dita, definito esadattilia.

I sintomi della polidattilia sono dunque la presenza di più dita nelle mani o nei piedi e questa anomalia può verificarsi in modalità diverse. Quando la polidattilia si presenta sulle mani, solitamente si manifesta come un mignolo in più. Nella maggior parte dei casi il dito è una piccola escrescenza carnosa, ma talvolta può formarsi come un dito intero, completo di ossa e funzionante. 

Normalmente, le dita in più vengono rimosse alla nascita. Fino ad alcuni anni fa si interveniva dopo il secondo anno di vita, ma oggi, grazie all’avanzamento delle tecniche chirurgiche, si preferisce effettuare l’intervento fra i 6 e 18 mesi di età. La ricerca, tuttavia, dimostra che, nel caso siano ben sviluppate, sarebbe meglio valutare la possibilità di lasciarle al loro posto.

Durante lo studio, infatti, le persone con 6 dita hanno svolto diversi compiti con una o due mani (riconoscere la forma di un oggetto, piegare un tovagliolo, allacciare le scarpe e comporre sulla tastiera determinate sequenze in risposta alle richieste di un videogioco).

Nel frattempo, per confronto, uomini e donne con 5 dita erano invitati a fare le stesse cose. Risultato: chi possedeva il sesto dito tra pollice e indice svolgeva alcuni compiti più velocemente, altri con più precisione. Il dito soprannumerario infatti, in questa particolare conformazione della mano è in parte opponibile (come il pollice) e questo dà all’arto grande versatilità. “Nelle persone esaminate erano presenti movimenti unici che coinvolgono pollice, indice e il dito in più, movimenti non possibili alle mani a 5 dita”, conclude Serino.

“Sicuramente i soggetti con 6 dita sono avvantaggiati nel suonare strumenti musicali. Tra l’altro, una delle persone che abbiamo testato gioca come portiere in Brasile e sostiene di essere forte perché ha le mani più grandi ed afferra meglio il pallone”.

I polidattili più famosi

            •          Hrithik Roshan, attore di Bollywood.

            •          Antonio Alfonseca, un giocatore della Major League Baseball.

            •          Hound Dog Taylor, chitarrista blues.

            •          Gary Sobers, giocatore di cricket indiano 

            •          Gemma Arterton, attrice britannica

            •          Carlo VIII, Re di Francia dal 1483 al 1498

            •          Toyotomi Hideyoshi, samurai, militare e politico giapponese, 

            •          Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII

            •          Robert Chambers, giornalista e scrittore scozzese 

FederAnziani ha pubblicato un decalogo con i consigli per gestire meglio afa e alte temperature. Con una raccomandazione importante: “non lasciateli soli”. In attesa dell’aumento delle temperature, e dell’entrata dell’estate nella sua fase più calda, è necessario mantenere alta l’attenzione sui rischi per la salute dei più deboli.

Le 10 regole da seguire

  1. Non uscire nelle ore più calde della giornata, ovvero dalle 12 alle 17.
  2. Bere almeno un litro e mezzo di liquidi al giorno, in modo da reintegrare le perdite quotidiane di sali minerali. Evitare bevande alcoliche, gassate, troppo zuccherate e troppo fredde. Non eccedere con caffè o tè.
  3. Consumare pasti leggeri. Preferire pasta, frutta, verdura, gelati alla frutta. Evitare cibi grassi e piccanti.
  4. Arieggiare l’ambiente dove si vive, anche con l’uso di un ventilatore, evitando di esporsi alla ventilazione diretta.
  5. Tenere il capo riparato dal sole.
  6. Indossare abiti leggeri, non aderenti, di colore chiaro e tessuti naturali perché le fibre sintetiche ostacolano il passaggio dell’aria.
  7. Non esporsi al sole in modo prolungato. Se, in seguito a un’eccessiva esposizione, dovesse insorgere mal di testa, fare impacchi con acqua fresca per abbassare la temperatura corporea.
  8. Non restate all’interno di automobili parcheggiate al sole.
  9. Non interrompere le terapie mediche, ne’ sostituire i farmaci che si assumono abitualmente, di propria iniziativa. Consultare sempre il medico per ogni eventuale modifica delle cure che si stanno seguendo.
  10. Se è possibile, è consigliabile andare in vacanza in località collinari o termali.

Il presidente Roberto Messina ha voluto aggiungerne un’altra. L’undicesima e non meno essenziale regola è: non lasciateli soli. “Questo invito è valido sempre, ma a maggior ragione in questo periodo dell’anno in cui le condizioni climatiche rendono loro la vita più difficile. Bussate alla loro porta, ogni tanto, per sentire se hanno bisogno di qualcosa, perché a loro é impedito uscire di casa per gran parte della giornata a causa dell’eccessiva calura. E se potete, portateli in vacanza con voi. Date loro una mano per vivere un’estate serena e assicuratevi che seguano le regole fondamentali del nostro decalogo salva-vita”. 

I farmaci biotecnologici, a differenza dei tradizionali che derivano da sintesi chimica, sono prodotti da sorgenti biologiche, utilizzando organismi viventi attraverso processi di produzione biotecnologica molto complessi.

Nel 1982 si cominciò a produrre il primo farmaco biotecnologico, l’insulina ricombinante, che ha rivoluzionato la cura di milioni di diabetici. Oggi questa tipologia di farmaci favorisce un maggiore accesso alle cure e offre nuove possibilità di trattamento per molte gravi malattie. Anche i vaccini sono da considerarsi farmaci biologici/biotecnologici.

Nonostante l’ampia diffusione e l’importanza che gli stessi rivestono per la cura di importanti malattie, sia di origine genetica che rara, questi farmaci sono ancora poco conosciuti ad un pubblico più ampio rispetto ai soli addetti ai lavori e ai pazienti che ne usufruiscono.

Per questo Cittadinanzattiva si è fatta promotrice, con il supporto non condizionato di Assobiotec e la collaborazione di numerose società scientifiche ed associazioni di pazienti, di una campagna di informazione dal titolo evocativo “Ehi, Futura” che è stata presentata a Roma l’11 giugno.

L’impegno per l’accesso all’innovazione in ambito farmacologico è una delle sfide più importanti per il nostro servizio sanitario. La ricerca sta facendo passi da gigante soprattutto verso la personalizzazione delle cure, nel campo della diagnosi e della terapia, ma non è scontato che i suoi risultati raggiungano chiunque ne abbia bisogno. Per Cittadinanzattiva è di primaria importanza far sì che le nuove opportunità di cura siano rispettose dei diritti dei cittadini, in termini di equità nell’accesso, qualità e sicurezza.

Con la campagna “Ehi, Futura” Cittadinanzattiva vuole diffondere l’informazione sulle opportunità offerte dai farmaci biotecnologici, affinché i cittadini possano saperne di più e superare le difficoltà di accesso a questi farmaci che ancora caratterizzano diverse aree del nostro Paese. E, a livello più generale, vuole restituire ai cittadini, come già avvenuto con “Rompi la trasmissione” sul tema dei vaccini, una rinnovata fiducia nella scienza e nell’innovazione e il diritto a poter godere dei benefici ad esse connesse.

Fra i principali strumenti della campagna, un sito web dedicato, un leaflet di informazione ai cittadini da oggi disponibile, oltre che sul sito web della campagna, anche sul sito istituzionale di Cittadinanzattiva e i video-spot.

In programma, inoltre, ad ottobre due incontri di piazza a Lamezia Terme e Ancona per fare informazione di prossimità ai cittadini, in un linguaggio semplice e diretto, attraverso la realizzazione di un micro-villaggio che prevede anche uno spazio ad hoc destinato ai bambini sul tema della scienza e della innovazione.

Grazie al lavoro congiunto con medici e organizzazioni scientifiche, si passerà inoltre, dopo l’estate, ad una fase di approfondimento che porterà alla realizzazione di un ulteriore materiale divulgativo destinato ai pazienti che già utilizzano farmaci biotecnologici per fornire loro informazioni specifiche e orientarli sui loro diritti.

Maggiori informazioni sul progetto sono disponibili qui

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