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Promettono di stimolare corpo e mente. E lo fanno davvero. Per questo motivo, gli energy drink – Redbull, Monster e compagni, per intenderci – sono amati dai giovani, al punto che il 68% dei ragazzi tra i 10 e i 18 anni li beve con regolarità. Non solo: sono presenti anche tra le bevande che il 18% dei bambini tra i 3 e i 9 anni assume più di frequente. Ma i medici mettono in guardia: vanno consumati con moderazione perché sono un concentrato di zuccheri, caffeina e sostanze stimolanti. I più piccoli, poi, farebbero bene a starne alla larga.

I numeri

Secondo i dati pubblicati dall’Efsa (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare), nel gruppo 10-18 anni il consumo è molto elevato, con una media di 7 litri al mese. Ma anche gli adulti non scherzano: nella fascia 18-65 anni, infatti, oltre il 30% delle persone acquista spesso queste bevande.

La ricetta esplosiva

“Il loro ingrediente principale è l’acqua, alla quale vengono addizionati carboidrati (zuccheri), elettroliti (cioè minerali come il magnesio, il sodio e il potassio), vitamine, specie quelle del gruppo B, oltre a eccitanti ed energetici quali caffeina, guaranà, ginseng, taurina, carnitina e altri derivati di origine vegetale”, sostiene la dottoressa Elga Baviera, biologa esperta in sicurezza alimentare dello studio ABR di Roma – Alimenti e sicurezza.it. “Spesso contengono coloranti, conservanti e aromi di sintesi che ne fanno un prodotto ben poco naturale. Queste bevande, in prevalenza analcoliche, sono famose per i loro effetti stimolanti, energizzanti e di amplificazione delle prestazioni sportive e mentali (reali o, a volte, solo per via dell’effetto placebo). Ma attenti: non hanno niente a che vedere con gli sport drink, che hanno una formulazione diversa e servono a reintegrare le perdite idrosaline”.

L’altolà del Parlamento europeo

Per arginarne il consumo eccessivo, il Parlamento europeo ha proibito di inserire sugli energy drink contenenti zucchero e caffeina l’indicazione che siano in grado di aumentare la performance atletica o la concentrazione. “Questi prodotti, oltre a dosi massicce di zuccheri, dei quali la nostra alimentazione è fin troppo ricca, apportano quantità elevate di sostanze eccitanti come la caffeina, una cui smodata assunzione provoca sintomi come cefalea, insonnia e iperagitazione. Per di più, in combinazione con gli alcolici, abitudine sempre più diffusi tra i giovani, possono indurre depressione, alterazioni del ritmo cardiaco e della funzionalità renale", conclude la dottoressa Baviera.

A questo proposito un team di ricercatori canadese della University of Victoria ha condotto una ricerca pubblicata sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs e ha provato che mischiare alcolici con bevande energetiche a base di caffeina può anche aumentare il rischio di andare incontro a incidenti stradali o di assumere comportamenti più a rischio, ritrovandosi magari nel bel mezzo di una rissa.

I rischi per la salute

Tra i principali rischi effetti collaterali del consumo eccessivo c’è l'aritmia: un'anomalia nel battito cardiaco che può impedire al cuore di pompare abbastanza sangue al corpo, con conseguenze per il cervello, il cuore stesso e altri organi. E’ questo che è accaduto a Davis Cripe, studente americano di 16 anni, morto il 26 aprile durante una lezione in un liceo della Carolina del Sud.

Dall'autopsia, riporta Repubblica, non erano emersi problemi cardiaci precedenti e non era risultato che il ragazzo soffrisse di particolari patologie. "Questa non è un'overdose, abbiamo perso Davis per una sostanza del tutto legale – aveva spiegato il medico Watts – . Il nostro obiettivo è di far sapere alla gente, soprattutto ai nostri ragazzi che vanno a scuola, che queste bevande possono essere pericolose, e di stare molto attenti a quante ne assumono nell'arco della giornata".

Dipendenza, diabete e sovrappese

Secondo gli esperti, inoltre, un uso eccessivo potrebbe aumentare il rischio di patologie croniche e degenerative, e creare dipendenza psicologica. L'errore di fondo sta nel fatto che questi drink vengono pubblicizzati associati a un'immagine vincente, sia a livello di prestanza fisica che mentale.

In realtà gli esperti hanno sottolineato più volte che queste bevande hanno un alto contenuto di zucchero. Gli ultimi studi internazionali sugli energy drink hanno messo in correlazione il consumo di queste bevande con un più alto rischio di diabete di tipo 2, che colpisce prevalentemente adulti con problemi di peso. Ed espone i ragazzi alla carie con conseguente danneggiamento dei denti.

Gli zuccheri, tuttavia, non sono le uniche sostanze a finire sotto accusa. Fra i diversi studi anche un'analisi dell'Istituto superiore di sanità che parla di "pericolosità legata ai potenziali effetti negativi della caffeina sull’organismo" collegata a "una sindrome clinica riconosciuta dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”.

Ma qual è la dose da non superare?

Secondo la dottoressa Baviera, “la soglia di sicurezza giornaliera per un adulto è di 400 mg nel caso di una lattina da 250 ml di energy drink che contiene quasi 30 g di zucchero e 80-110 mg di caffeina, mentre per bambini e adolescenti è bene non superare la soglia di 3 mg/kg di peso corporeo. Una lattina di energy drink contiene quindi quasi tutta la dose giornaliera di caffeina per un ragazzo. Lo stesso vale per un adulto che ne consuma due o tre al giorno, oltre ai caffè abituali”, avverte l’esperta.

 

 

 

C'è un nuovo e promettente approccio che sembra in grado di ridurre significativamente il numero e la gravità degli attacchi di emicrania. Due studi clinici, condotti dai ricercatori britannici del King's College Hospital, hanno dimostrato che la terapia a base di anticorpi potrebbe aiutare a prevenire l'emicrania. In particolare, i ricercatori hanno scoperto che una sostanza chimica nel cervello, chiamata peptide correlato al gene della calcitonina (Cgrp), è coinvolta sia nel dolore che nella sensibilità al suono e alla luce nell'emicrania.

Ben quattro case farmaceutiche stanno lavorando allo sviluppo di anticorpi capaci di neutralizzare Cgrp. Alcuni funzionano attaccando direttamente Cgrp, mentre altri bloccano la parte di una cellula cerebrale con cui interagisce. Ora due studi clinici su due anticorpi sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Un anticorpo, l'erenumab prodotto da Novartis, è stato sperimentato su 955 pazienti con emicrania episodica, ovvero su coloro che soffrono di mal di testa per meno di 15 giorni al mese.

All'inizio dello studio i pazienti presentavano emicranie in media otto giorni al mese. Lo studio ha rilevato che il 50 per cento dei pazienti trattati con iniezioni di anticorpi ha beneficiato di un dimezzamento del numero di giorni al mese in cui soffrono di emicrania. Circa il 27 per cento ha beneficiato di un effetto simile senza trattamento, il che riflette il naturale andamento variabile della malattia.

Un altro anticorpo, il fremanezumab prodotto da Teva, è stato sperimentato su 1.130 pazienti con emicrania cronica, ovvero su coloro che soffrono di mal di testa per più di 15 giorni al mese. Circa il 41 per cento dei pazienti ha beneficiato di un dimezzamento del numero di giorni con emicrania rispetto al 18 per cento dei pazienti senza trattamento. Per i ricercatori questo nuovo approccio contro l'emicrania potrebbe avere un impatto enorme, considerato il numero elevato di persone costrette a convivere con il problema. Si stima che una persona su 7 in tutto il mondo sia costretto a convivere con attacchi regolari di emicrania. Il disturbo è fino a tre volte più comune nelle donne rispetto agli uomini. Ulteriori studi dovranno valutare gli effetti a lungo termine dell'approccio a base di anticorpi.

Gli uomini che diventano calvi o iniziano ad avere i capelli bianchi tra i 20 e i 30 anni d'età potrebbero essere più a rischio infarto. Almeno questo è quanto emerso da uno studio condotto dall'UN Mehta Institute of Cardiology and Research Centre a Gujarat, in India. I risultati, presentati in occasione della 69esima conferenza annuale della Società di cardiologia dell'India a Calcutta, dimostrano che perdere i capelli o il loro diventare grigi prima del 40esimo compleanno è associato a una probabilità di cinque volte maggiore di soffrire di problemi cardiaci.

Il destino della chioma pare addirittura rappresentare un fattore di rischio superiore all'obesità, che aumenta il rischio malattie cardiache precoci di "sole" 4 volte. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno confrontato i dati di 790 uomini con cardiopatia prima dei 40 anni d'età con i dati di 1.270 uomini sani della stessa età. Ai partecipanti sono stati dati dei punteggi in base all'aumento dei livelli di calvizia e di ingrigimento dei capelli.

Ebbene, i giovani con malattia cardiaca avevano molte più probabilità di soffrire di calvizie precocemente e di vedersi "ingrigire" altrettanto precocemente i capelli. Gli scienziati sospettano che la calvizie prematura o i capelli bianchi siano segnali che il corpo sta invecchiando troppo velocemente. Gli studiosi ritengono che l'eta' biologica di alcune persone aumenti più velocemente rispetto all'età reale. E questo accade quando il Dna inizia a deteriorarsi, danneggiando le cellule del corpo. Questo processo danneggia il cuore, così come i follicoli piliferi provocando calvizie o i capelli bianchi.

Osannato, poi messo all’indice e di nuovo apprezzato: è la parabola del caffè, che sta vivendo un nuovo momento d’oro negli studi dei medici. Secondo le ultime ricerche condotte da esperti e medici inglesi , l’abitudine a bere caffè è associata a un più basso rischio di sviluppare il diabete di tipo 2, sindromi metaboliche, calcoli renali e gotta. Ma c’è di più: la bevanda forse più amata al mondo – oltre 2 miliardi di persone lo assumono quotidianamente – riduce le probabilità di sviluppare alcune tipologie di cancro, morbo di Parkinson, depressione e Alzheimer. Una riabilitazione completa? Non proprio: gli studiosi hanno confermato alcuni problemi collegato all’assunzione del caffè. Soprattutto tra le donne in gravidanza che potrebbero riscontrare nascite pre termine, aborti e basso peso alla nascita.

Il segreto è nella giusta quantità

Cosa fare allora di fronte a una tazzina di caffè? Secondo i ricercatori chi inserisce quotidianamente una moderata quantità di caffè nella propria dieta ha più da guadagnare che da perdere in termini di salute.

Ma attenzione a tre cose. La prima: lo studio prende in esame solo il caffè. Se lo assumente con zucchero, e lo accompagnare con biscotti, pasticcini o torte, il quadro cambia radicalmente.
La seconda: la giusta quantità sono 3-4 tazze al giorno. Oltre diventa dannoso. La terza: il caffè preso in esame è quello americano, lungo e meno concentrato. Assai diverso, insomma, dall’espresso che nessuno sognerebbe mai di consumare a tazze.

Grazie alla stampante 3D è possibile ricreare delle piastre di titanio che permettono di ricostruire la mandibola anche nei casi dove questa, per effetto di gravi forme di tumore, è maggiormente deformata.

La nuova tecnica, messa a punto grazie a una collaborazione tra la Scuola di Specializzazione in chirurgia orale e maxillo-facciale, Policlinico S. Orsola di Bologna, diretta da Claudio Marchetti, ed Eos, il più importante fornitore di tecnologie a livello mondiale nel campo della stampa 3D che sono riuscite a mettere a punto una tecnologia innovativa che permette di ottenere importanti risultati, sia in termini di salute che di risparmio dei costi degli interventi.

"Questa tecnologia – ha spiegato Salvatore Battaglia, il chirurgo del Sant'Orsola che ha condotto gran parte degli interventi di sostituzione della mandibola – permette di ottenere dei grandi vantaggi sia per i pazienti che per le strutture ospedaliere". Questo delle tecnologie a stampa 3D per la ricostruzione della mandibola è, sotto il profilo chirurgico "un importante passo in avanti che abbiamo cominciato a sperimentare nel 2011 e che ormai è stato adottato in almeno una cinquantina di casi con risultati davvero importanti, soprattutto in termini di riscontro sulla salute dei pazienti" ha spiegato all'Agi Battaglia.

Uno degli aspetti maggiori di questa tecnica consiste nel fatto che la tecnologia ricostruttiva messa in campo permette una rimodellazione della mandibola del paziente quasi perfetta rispetto allo stato originale.

Si tratta di un punto davvero molto importante dal momento che la mandibola determina i lineamenti del paziente. "Il nostro approccio – spiega Battaglia – ci permette di ricostruire in maniera molto dettagliata il profilo del paziente, attraverso un processo che prevede prima una analisi con una TAC della mandibola da sostituire che poi viene rimodellata, non solo sulla base dei dati morfologici del paziente, ma anche con un database sul quale riusciamo a trovare le informazioni che ci permettono di arrivare al risultato finale".

Il modello viene così ricostruito prima graficamente e poi concretamente attraverso le stampanti 3D che producono le placche di titanio destinate ad essere impiantate chirurgicamente. Il margine di errore è di circa 0,2 millimetri. A provvedere alla parte della acquisizione dei dati necessari alla Stampa 3D è la tecnologia Eos.

"Sotto il profilo clinico – spiega Battaglia – il risultato è davvero incoraggiante". Intanto si riducono i tempi dell'intervento ricostruttivo, appena 30 minuti contro i 60 necessari per la terapia tradizionale, "e poi si riducono anche i tempi di follow-up ospedaliero del paziente (meno di 14 giorni contro i 17 degli interventi tradizionali e si riduce, anzi scompare anche il numero delle complicanze post-operatorie. Se prima su un campione di 20 pazienti avevamo due casi di complicazione, oggi su un campione analogo non abbiamo avuto nessun tipo di complicanze". La minor ospedalizzazione compensa i costi per la produzione delle protesi in titanio e consente un risparmio, si legge in una relazione elaborata da Battaglia pari a circa 2.500 euro per ciascun intervento. 

A seguito della globalizzazione e della crescente passione per i cibi provenienti dai Paesi lontani in Italia si stanno diffondendo moltissimi alimenti prima sconosciuti. Alcuni sono delle trovate commerciali, ben studiate per fare guadagnare chi le produce e/o commercializza, ma altri sono degli alimenti molto preziosi per la salute umana oltre che buoni. Non lasciatevi ingannare dal colore insolito: la farina blu è una preziosa alleata perla salute. Al punto che sta prendendo piede sempre di più, e non solo in Italia. Ma cos’è? E cosa la differenzia dalla 00?

La vera farina blu, spiega il sito Alimenti e Sicurezza, quella ricca di proprietà salutistiche, si ottiene dal Mais blu (antica varietà originaria del Centro America in passato molto diffusa tra le popolazioni Inca, Maya e Azteca). Attenzione a non confonderla con le farine blu raffinate, quelle 00, sempre più utilizzate nelle pizzerie per ottenere una pasta soffice che non si disgrega perché ricche di glutine e che lievita in tempi brevi.

Una preziosa alleata del cuore

La farina blu è ricca di fibre, di antiossidanti (polifenoli, ma soprattutto di antocianine) in brado di abbassare il colesterolo, di sali minerali (ferro, fosforo ed altri), vitamine (A, B1, PP, ecc.) e non è OGM (cioè non è un Organismo Geneticamente Modificato).

Grazie a questo mix di sostanze questa farina agisce positivamente sulla salute e in modo specifico sull’apparato cardio-circolatorio. Ma non solo: essendo integrale – spiega il sito Starbene, non crea picchi di glicemia è quindi consigliata a chi soffre di diabete e rappresenta inoltre un’ottima alternativa per i celiaci.

Solo business?

Birre, biscotti, pani, prodotti da forno: è un momento d’oro per i grani antichi. L’Italia – si legge su Bi Mag – vanta circa 500 varietà, divise tra tenero e duro, molte fino a qualche anno fa erano dimenticate. Oggi però, complice l’esplosione dell’ipersensibilità al glutine, tornano alla ribalta: Timilia, Russello, Perciasacchi, Senatore Cappelli. Ma è solo una moda? Franco Berrino, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, li benedice. “Alcuni lavori scientifici suggeriscono che la sostituzione dei prodotti a base di grani moderni con quelli antichi potrebbe esercitare azioni benefiche sulla colesterolemia, sullo stato infiammatorio, sul danno ossidativo. Questi effetti dipendono in gran parte dalla ricchezza di polifenoli in queste varietà di semi di cereali”.

 

 

Se siete tra quei genitori che ogni sera sono pronti a lanciarsi in lunga lotta pur di togliere il tablet dalle mani dei vostri figli, sappiate che la scienza è dalla vostra parte. Lo schermo di smartphone e tablet disturbano il sonno e riducono le ore di riposo. La notizia non è nuova, ma il nuovo studio condotto dall’università del Colorado-Boulder pubblicata sulla rivista Pediatrics va oltre e fissa alcune regole utili. In particolare, di 454 adolescenti presi in esame il 60% va a letto con il cellulare e il 45% lo usa come sveglia. Supera invece il 90% la percentuale di bambini e ragazzi tra i 5 e i 17 anni, oggetto di studio che vanno a letto più tardi e che dormono poco e male”.

Ma perché? Tre sono le principali cause secondo i ricercatori

  1. I contenuti sono troppo stimolanti, soprattutto se si tratta di videogiochi
  2. La luce e la lunghezza d’onda emanata dai dispositivi incide sui ritmi circadiani e sulla fisiologia del sonno, abbassando drasticamente il livello di melatonina del corpo (quello che ci dice quando andare a dormire, per dirla con parole povere).
  3. Il rimpicciolimento dello schermo dalla tv al cellulare) permette a bambini e ragazzi di vedere di nascosto una puntata della propria serie preferita quando dovrebbero dormire

I più piccoli sono ovviamente più a rischio “perché i loro occhi non sono completamente sviluppati e perché sono molto più sensibili agli stimoli esterni”. Su soggetti così giovani entrano in gioco fattori biologici, neuronali e ambientali. “La luce è il nostro orologio naturale”, spiega Monique LeBourgeois, professore associato del dipartimento di Fisiologia al CU Boulder e autrice dello studio.  “Quando la luce colpisce la nostra retina durante le ore serali, invia una cascata di segnali al sistema circadiano al fine di tenere a bada la melatonina e a ritardare il sonno”. “Sappiamo, inoltre, che i più giovani hanno pupille più grandi e quindi sono più vulnerabili”. Gli studiosi sottolineano che esposti alla stessa intensità di luce, adulti e bambini producono una risposta diversa, con i secondi che vedono crollo doppio di melatonina rispetto ai primi.

Per evitare problemi, gli autori dello studio di rimuovere rutti i dispositivi elettronici dalla stanza dei bambini, inclusa la tv, e di stabilire delle regole. In più sottolineano di educare i bambini all’importanza del sonno di qualità. Ecco di seguito le 3 regole auree per il buon sonno dei più piccoli.

  1. Limitare l’uso dei media prima di andare a letto
  2. Spegnere tutti i dispositivi elettronici e spostarli fuori dalla stanza da letto
  3. Sii un modello da seguire

Il caso della bambina milanese morta a Bergamo riporta sotto i riflettori la meningite: una malattia che non ha mai smesso di uccidere e di fare paura. L'incremento di nuovi casi negli ultimi due anni, a partire dal focolaio che si è sviluppato in Toscana, ha riportato al centro dell'attenzione una patologia che nella percezione comune sembrava pressoché scomparsa. E che invece continua a mietere vittime. Ma che cos'è, come si previene e, nel caso, quali sono i sintomi?

La meningite, si legge sulla scheda dell'Istituto Superiore di Sanità, è un'infiammazione delle membrane (le meningi) che avvolgono il cervello e il midollo spinale. La malattia è generalmente di origine infettiva e può essere virale, batterica o causata da funghi. La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell'arco di 7-10 giorni. La forma batterica, quella tornata a colpire in questi mesi, è più rara ma estremamente più seria, e può avere conseguenze fatali. Il Neisseria meningitidis (meningococco) alberga nelle alte vie respiratorie (naso e gola), spesso di portatori sani e asintomatici (2-30% della popolazione). È stato identificato per la prima volta nel 1887, anche se la malattia era già stata descritta nel 1805 nel corso di un'epidemia a Ginevra. Si trasmette da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie.

Dal contagio al decorso

Il meningococco è un batterio che risente delle variazioni di temperatura e dell'essiccamento. Dunque, fuori dell'organismo sopravvive solo per pochi minuti. La principale causa di contagio è rappresentata dai portatori sani del batterio: solo nello 0,5% dei casi la malattia è trasmessa da persone affette dalla malattia. Esistono 13 diversi sierogruppi di meningococco, ma solo sei causano meningite e altre malattie gravi: più frequentemente A, B, C, Y e W135 e molto più raramente in Africa, X. In Italia e in Europa, i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata. I malati di meningite o altre forme gravi sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall'inizio della terapia antibiotica specifica. La contagiosità è comunque bassa, e i casi secondari sono rari.

I rischi per chi è vicino ai malati

l meningococco può tuttavia dare origine a focolai epidemici. Per limitare il rischio di casi secondari, è importante che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi con antibiotici. Nella valutazione di contatto stretto (che deve essere fatta caso per caso) vengono tenuti in considerazione: i conviventi considerando anche l'ambiente di studio (la stessa classe) o di lavoro (la stessa stanza); chi ha dormito o mangiato spesso nella stessa casa del malato; le persone che nei sette giorni precedenti l'esordio hanno avuto contatti con la sua saliva (attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti, giocattoli); i sanitari che sono stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie del paziente (per esempio durante manovre di intubazione o respirazione bocca a bocca). La sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall'esordio dei sintomi del paziente.

Il periodo di incubazione è generalmente 3-4 giorni (da 2 fino a 10 giorni). Inoltre, bisogna considerare che il meningococco può causare sepsi meningococcica (un quadro clinico, talvolta molto severo, per la presenza del meningococco nel sangue con febbre alta, ipotensione, petecchie, insufficienza da parte di uno o più organi fino anche ad un esito fatale) che può presentarsi da solo o coesistere con le manifestazioni cliniche della meningite. I sintomi della meningite sono indipendenti dal germe che causa la malattia.

Riconoscere i sintomi

I sintomi più tipici includono: irrigidimento della parte posteriore del collo (rigidità nucale); febbre alta; mal di testa; vomito o nausea; alterazione del livello di coscienza; convulsioni. L'identificazione del microrganismo responsabile viene effettuata su un campione di liquido cerebrospinale o di sangue. Nei neonati, alcuni di questi sintomi non sono evidenti. Si può però manifestare febbre, convulsioni, un pianto continuo, irritabilità, sonnolenza e scarso appetito. Sul fronte della lotta al meningococco, sono attualmente disponibili vaccini polisaccaridici contro i sierogruppi A, C, Y e W 135, che però forniscono una protezione di breve durata ai soli soggetti di età maggiore di 2 anni, il vaccino coniugato contro il sierogruppo C (usato attualmente nei calendari vaccinali in Italia) e il vaccino coniugato contro i sierogruppi A, C, Y e W 135. È di recente introduzione (2014) sia nel mercato che nell'offerta vaccinale di alcune regioni un vaccino per prevenire le forme invasive da meningococco di sierogruppo B.

L’appuntamento annuale con il cambio dell’ora e con l’arrivo dell’inverno per molti è causa di malinconia. Ma c’è chi vive il passaggio in modo più serio e duraturo, al punto da ritrovarsi a fare i conti con una vera e propria “tristezza invernale” i cui sintomi toccano sia la sfera psicologica che quella fisica. In particolare, chi ne soffre lamenta mancanza di energia, problemi di sonno e mancanza di stimoli. Ma secondo il Guardian, per il 6% dei britannici e il 2-8% della popolazione dei Paesi più a nord, la “tristezza invernale” si fa sentire con sintomi talmente severi da rendere difficile a chi ne è affetto svolgere le normali funzioni o lavorare. Si tratta di una forma di depressione innescata dai cambi di stagione, chiamata appunto “disordine affettivo stagionale o Sad”.

Come riconoscerla

Oltre ad essere demotivati, le persone affette da questa particolare forma di Sad presentano vari sintomi che vanno dal bisogno di dormire tantissimo al desiderio incontenibile di carboidrati, che li porta poi a mettere su peso. Frequenti sono anche i sintomi opposti: difficoltà a prendere sonno o a fare un sonno rigenerante e perdita di appetito. Spesso confusa con una forma più leggera di depressione, la tristezza stagionale è una diversa espressione della stessa malattia. Non più lieve, né meno grave. Semplicemente diversa. “Le persone che ne soffrono sono malate proprio come i depressi cronici. Ed è importante ricordare che moltissime persone soffrono di quella che noi chiamiamo depressione subsindromica”.

Una persona su 10 ha il mal d’inverno

Secondo le stime, il 10-15% della popolazione soffre di ‘mal d’inverno’. Queste persone lottano per tutto l’autunno e l’inverno e lamentano gli stessi sin tomi dei depressi pur non essendo definiti ufficialmente tali. E nell’emisfero nord il tasso aumenta a uno su tre. Le più colpite sono le donne che rappresentano l’80% dei casi. La percentuale scende tra le più anziane.

Le cause risalgono all’era glaciale

Il dato ha portato i ricercatori a credere che una delle cause della depressione stagionale risieda nell’evoluzione. “Diecimila anni fa, durante l’era glaciale, gli ominidi avevano questa tendenza a rallentare con l’arrivo dell’inverno al fine di preservare l’energia. E questo era particolarmente utile per le donne in età riproduttiva perché la gravidanza era un evento molto impegnativo a livello fisico. Ma ora viviamo 24 ore al giorno e ci si aspetta il massimo rendimento da noi”, sostiene Robert Levitan, professore dell’Università di Toronto.

Ma anche la serotonina fa il suo

“Sappiamo già che la dopamina e la noradrenalina giocano un ruolo determinante nel modo in cui ci svegliamo al mattino e in cui il cervello si energizza”, spiega Levitan. In particolare è stato dimostrato che nelle persone affette da Sad “il livello di melatonina, che controlla il sonno, è rallentato al punto da inviare messaggi erronei al corpo sulle diverse fasi del giorno”. Fondamentale è anche “la serotonina, un neurotrasmettitore che regola l’ansia, la felicità e l’umore”.  Quando la luce diminuisce in inverno, anche il complesso sistema di interdipendenza degli ormoni ne risente. Al punto che uno dei nuovi metodi messi a punto per contrastare alcuni tipi di depressione consiste in una terapia a base di luce. 

Quasi 200mila casi l'anno solo in Italia, di cui il 20% non sopravvive, e 50mila persone che devono convivere con gravi disabilità. Sono i numeri dell'ictus, la terza causa di morte, la prima causa di disabilità nell'adulto e la seconda causa di demenza a livello mondiale, di cui oggi si celebra la giornata mondiale. Malgrado in Italia, come negli altri paesi europei, il tasso di mortalità sia diminuito negli anni, il nostro Paese rimane tra i più a rischio per questa patologia, come spiega Simona Giampaoli, del dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell'invecchiamento dell'Istituto Superiore di Sanità.

I rischi della dieta mediterranea

"L'Italia è un Paese ad elevato rischio di ictus – spiega l'esperta – sia per la sopravvivenza più elevata rispetto ad altri Paesi (l'ictus colpisce in età più avanzata rispetto alla cardiopatia ischemica), sia per alcune caratteristiche comportamentali". Nel mirino paradossalmente la dieta mediterranea, che da sempre la medicina indica come un regime alimentare sano ed equilibrato. Una dieta però, sottolinea Giampaoli, "caratterizzata da un elevato consumo di sale, fattore non indifferente nello sviluppo di ipertensione arteriosa, di malattie cardio-cerebrovascolari, di patologie renali, di tumori del tubo digerente, di osteoporosi". Inoltre, alcune condizioni che si ritrovano più frequenti in età avanzata sono riconosciute come predittori dell'ictus (per esempio, la fibrillazione atriale, l'ipertrofia ventricolare sinistra, lo spessore medio-intimale delle arterie, l'infarto del miocardio).

Ma il 50% degli eventi può essere prevenuto

Tutti fattori che è fondamentale conoscere, perchè l'ictus non è una condanna inevitabile: "La ricerca epidemiologica – conferma l'esperta – ha dimostrato che più del 50% degli eventi può essere prevenuto e, considerando le dimensioni epidemiologiche di questa patologia, l'impatto socio-economico e le sue conseguenze in termini di mortalità, disabilità e disturbi della capacità cognitiva, diventa fondamentale implementare azioni di prevenzione a livello di popolazione generale, sia sulle persone ad elevato rischio e su coloro che hanno già avuto un evento".

Allora cosa fare? "Per coloro che già hanno avuto un evento cardiovascolare o soffrono di episodi di fibrillazione atriale esistono oggi terapie molto efficaci che permettono di vivere con una buona qualità di vita; tutti questi trattamenti però sono più efficaci e ci permettono di vivere meglio se accompagnati da stili di vita sani. È stato osservato ad esempio che persone che hanno episodi di fibrillazione atriale, durante i mesi estivi registrano meno episodi, così come durante i fine settimana. Un andamento che rispetta l'aumento del movimento: in estate, come durante i fine settimana si tende a svolgere più attività fisica che durante la stagione invernale".

I trattamenti farmacologici non rappresentano, dunque, una alternativa agli stili di vita ma devono essere sempre accompagnati da un cambiamento di abitudini che tenda verso quelli più sane:

  • abolizione del fumo;
  • riduzione del consumo di bevande alcoliche (non più di un bicchiere di vino al giorno);
  • diminuzione del consumo di sale (facendo attenzione anche alla quantità contenuta negli alimenti preconfezionati)
  • riduzione dei grassi animali e colesterolo, in particolare di carni, burro, panna, formaggi e uova.

Quanta attività fisica?

Ma anche chi non ha mai avuto problemi di questa natura deve attenersi a semplici indicazioni: "L'attività fisica (nel senso di movimento quotidiano, camminata a passo svelto, andare in bicicletta, salire le scale a piedi) deve impegnare almeno 150 minuti a settimana, e nei bambini almeno 60 minuti al giorno; l'alimentazione deve essere varia e bilanciata con molta verdura e frutta, legumi, cereali integrali, pesce e poca carne, tutto in porzioni modeste".

Perchè ictus e stili di vita camminano a braccetto, specie con il boom di sovrappeso e obesità di questi ultimi decenni: "L'ictus, come gran parte delle malattie cronico-degenerative – spiega Giampaoli – riconosce una eziologia multifattoriale; è possibile valutare il proprio rischio di andare incontro a un evento cerebrale maggiore sulla base di otto fattori di rischio: età, sesso, pressione arteriosa sistolica, terapia antipertensiva, colesterolemia totale e HDL, abitudine al fumo e diabete. Esiste uno strumento, applicato in sanità pubblica, il punteggio individuale, che permette di sapere quante persone su 100 con le nostre stesse caratteristiche andranno incontro a un evento coronarico o cerebrovascolare maggiore nei prossimi 10 anni. Tuttavia, il punteggio individuale non permette di definire quali saranno queste persone".

Solo il 5-10% delle persone hanno uno stile di vita sano

Purtroppo le persone che adottano stili di vita sani "costituiscono un gruppo poco numeroso della popolazione generale (circa il 5-10%) e sono quelle che si ammalano di meno, hanno eventi meno gravi e dichiarano di avere una qualità di vita buona o eccellente in età avanzata". Il fenomeno non è da sottovalutare: se è vero, come riporta il Global Burden of Disease, che i decessi causati da ictus si sono ridotti negli ultimi 20 anni in tutti i paesi dell'Unione Europea, uno studio inglese realizzato dal King's College di Londra prevede un aumento del 34 per cento dell'incidenza della patologia nei prossimi 20 anni (dai 613.148 nuovi casi all'anno nel 2015 agli 819.771 nel 2035), a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. I costi collettivi dell'ictus sono valutati nello studio in 3,7 miliardi di euro, il 4 per cento della spesa sanitaria nazionale.

Le sei regioni italiane che hanno un programma di riabilitazione

Un terzo è rappresentato dalle spese di trattamento nella fase acuta. Gli altri due terzi sono costi generati dalla disabilità. Ci sono poi gli oneri che cadono sulle spalle delle famiglie. "È fondamentale che in Italia si arrivi ad avere un protocollo uniforme da seguire per la riabilitazione di pazienti post-ictus", è l'appello lanciato da Nicoletta Reale, presidente di Alice Italia Onlus. "La riabilitazione deve iniziare fin dalla fase di ricovero per poi proseguire in modo continuativo, senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali, in strutture idonee e nei distretti sanitari territoriali", sottolinea. Peccato che solo 6 regioni in Italia presentano percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali aggiornati e attivi per la riabilitazione di pazienti post-ictus. Sono Valle d'Aosta, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna e Marche. Per le altre la strada è ancora lunga.

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