Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – L’acqua di fusione nell’Atlantico settentrionale, ovvero un’importante corrente oceanica caratterizzata da un flusso in direzione nord di acqua salina calda che si riversa negli strati superficiali dell’Atlantico, in contemporanea a un flusso in direzione sud di acqua fredda, potrebbe provocare grandi ondate di calore estive in Europa. Lo rivela lo studio degli scienziati del National Oceanography Centre, pubblicato sulla rivista ‘Weather and Climate Dynamics dell’European Geosciences Union’. In questo scenario assumono un ruolo anche precipitazioni, che aumentano a causa dell’atmosfera più calda, contribuendo a portare più acqua dolce nell’Atlantico settentrionale, dove diluisce la salinità dell’oceano e rende l’acqua meno densa. Gli scienziati hanno scoperto che l’aumento delle acque di fusione nell’Atlantico settentrionale può innescare una catena di eventi che portano a estati europee più calde e secche. I risultati suggeriscono che è possibile prevedere il clima estivo europeo con mesi o anni di anticipo, a causa dei livelli più elevati di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale.

“Mentre il Regno Unito e l’Europa settentrionale hanno sperimentato un clima insolitamente fresco e umido nell’estate 2023, la Groenlandia ha vissuto un’estate eccezionalmente calda, che ha portato a un maggiore apporto di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale”, ha detto Marilena Oltmanns, ricercatrice presso il National Oceanography Centre e autrice principale dello studio. “Sulla base della catena di eventi identificata, le condizioni oceano-atmosfera preannunciano per quest’anno un’estate insolitamente calda e secca sull’Europa meridionale – ha aggiunto – a seconda del percorso dell’acqua dolce nell’Atlantico settentrionale, ci aspettiamo anche un’estate calda e secca nell’Europa settentrionale entro i prossimi cinque anni. Saremo in grado di stimare con esattezza la possibilita’ di un’estate calda e secca nell’Europa settentrionale nell’inverno precedente al suo verificarsi”.

Lo scioglimento dei ghiacci marini e glaciali e’ una fonte crescente di acqua dolce per l’Atlantico settentrionale e i cambiamenti nella quantità di ghiaccio marino possono interrompere la normale circolazione oceanica, influenzando il clima globale. Secondo lo studio, con il velocizzarsi dello scioglimento dei ghiacci le future ondate di calore e la siccita’ in Europa diventeranno più intense. Il riscaldamento dell’Europa in seguito al forte rilascio di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale si aggiungerà al riscaldamento già in atto dovuto ai cambiamenti climatici, provocando uno spostamento dei modelli meteorologici. “I nostri risultati dimostrano l’importanza delle osservazioni oceaniche, per garantire che i modelli climatici catturino tutti i processi fisici necessari per fare previsioni meteorologiche accurate – ha affermato Oltmanns – lo studio compie un passo avanti nel miglioramento dei modelli, che consentirà alle industrie e alle parti interessate di pianificare in anticipo le condizioni meteorologiche specifiche, come ad esempio l’adattamento dei metodi agricoli per una maggiore resilienza, la previsione del consumo di carburante e la preparazione per gli eventi di inondazione”. 

AGI – La stimolazione sensoriale, tramite effetti visivi generati con la luce e il suono alla frequenza del ritmo cerebrale gamma di 40 Hz, ha ridotto la progressione della malattia di Alzheimer e facilitato il trattamento dei sintomi sia in volontari umani che in topi di laboratorio. Lo dimostra un nuovo studio condotto dai ricercatori del Picower Institute for Learning and Memory del MIT, pubblicato su Nature. Gli scienziati, utilizzando un modello murino affetto dalla malattia, hanno scoperto un meccanismo chiave che potrebbe contribuire a rallentare l’Alzheimer: l’eliminazione delle proteine amiloidi, segno distintivo della patologia, attraverso il sistema glinfatico del cervello, una rete “idraulica, scoperta di recente, parallela ai vasi sanguigni del cervello.

 

“Da quando abbiamo pubblicato i primi risultati nel 2016, le persone mi hanno chiesto come funziona, perché 40 Hz e perché non qualche altra frequenza”, ha detto Li-Huei Tsai, professore di neuroscienze Picower, direttore del Picower Institute e della Aging Brain Initiative del MIT e autore senior dello studio. “Si tratta di domande molto importanti che abbiamo risolto dopo un duro lavoro in laboratorio”, ha continuato Tsai. La ricerca descrive una serie di esperimenti, guidati da Mitch Murdock, quando era dottorando in Brain and Cognitive Sciences al MIT, che dimostrano che, quando la stimolazione sensoriale gamma aumenta la potenza e la sincronia a 40 Hz nel cervello dei topi spinge un particolare tipo di neuroni a rilasciare peptidi. I risultati dello studio suggeriscono, inoltre, che questi brevi segnali proteici guidano processi specifici che promuovono una maggiore eliminazione dell’amiloide attraverso il sistema glinfatico. “Non abbiamo ancora una mappa lineare dell’esatta sequenza di eventi che si verifica”, ha affermato Murdock, che è stato supervisionato congiuntamente da Tsai e dal coautore e collaboratore, Ed Boyden, Y. Eva Tan Professor of Neurotechnology al MIT, membro del McGovern Institute for Brain Research e membro affiliato del The Picower Institute. “Ma, i risultati dei nostri esperimenti supportano questa via di eliminazione attraverso le principali vie glinfatiche”, ha proseguito Murdock. Poiché ricerche precedenti hanno dimostrato che il sistema glinfatico è un condotto chiave per l’eliminazione dei rifiuti cerebrali e può essere regolato dai ritmi cerebrali, il gruppo di ricerca di Tsai e Murdock ha ipotizzato che potrebbe contribuire a spiegare le osservazioni precedenti del laboratorio secondo cui la stimolazione sensoriale gamma riduce i livelli di amiloide nei topi modello affetti da Alzheimer.

 

Lavorando con topi “5XFAD”, modello genetico dell’Alzheimer, Murdock e i coautori hanno replicato i risultati precedenti del laboratorio, secondo cui la stimolazione sensoriale a 40 Hz aumenta l’attività neuronale nel cervello e riduce i livelli di amiloide. Poi, hanno cercato di misurare se ci fosse un cambiamento correlato nei fluidi che scorrono attraverso il sistema glinfatico per rimuovere i rifiuti. In effetti, hanno misurato un aumento del liquido cerebrospinale nel tessuto cerebrale dei topi trattati con stimolazione sensoriale gamma, rispetto ai controlli non trattati. Gli scienziati hanno anche misurato un aumento della velocità di uscita del liquido interstiziale dal cervello. Inoltre, nei topi trattati con i raggi gamma è stato registrato un aumento del diametro dei vasi linfatici che drenano i fluidi e un maggiore accumulo di amiloide nei linfonodi cervicali, che sono il sito di drenaggio di questo flusso. Per capire le ragioni di questo aumento del flusso di fluidi, la squadra di ricercatori si è concentrata sul canale idrico dell’acquaporina 4, chiamato AQP4, delle cellule astrocitarie, che consente alle cellule di facilitare lo scambio di fluidi glinfatici. Bloccando la funzione dell’APQ4 con una sostanza chimica, si è impedito alla stimolazione sensoriale gamma di ridurre i livelli di amiloide e di migliorare l’apprendimento e la memoria dei topi. E quando, come ulteriore prova, gli scienziati hanno usato una tecnica genetica per interrompere l’AQP4, anche questa ha interferito con la clearance dell’amiloide guidata dai raggi gamma.

 

Oltre allo scambio di fluidi, promosso dall’attività dell’APQ4 negli astrociti, un altro meccanismo con cui le onde gamma promuovono il flusso glinfatico è l’aumento della pulsazione dei vasi sanguigni vicini. Diverse misurazioni hanno mostrato una maggiore pulsatilità arteriosa nei topi sottoposti a stimolazione sensoriale gamma rispetto ai controlli non trattati. Una delle migliori fra le nuove tecniche per tracciare il modo in cui una condizione, come la stimolazione sensoriale gamma, influisca su diversi tipi di cellule, è quella di sequenziare il loro RNA per seguire i cambiamenti nell’espressione genetica. Utilizzando questo metodo, la squadra di Tsai e Murdock ha osservato che la stimolazione sensoriale gamma promuoveva effettivamente cambiamenti coerenti con l’aumento dell’attività AQP4 degli astrociti. I dati di sequenziamento dell’RNA hanno, inoltre, rivelato che, in seguito alla stimolazione sensoriale gamma, un sottogruppo di neuroni, chiamati interneuroni, ha registrato un notevole aumento nella produzione di diversi peptidi. Ciò non sorprende, in quanto è noto che il rilascio di peptidi dipende dalle frequenze del ritmo cerebrale, ma è comunque degno di nota perché un peptide in particolare, il VIP, è associato a benefici contro l’Alzheimer e contribuisce alla regolazione delle cellule vascolari, del flusso sanguigno e della clearance glinfatica. Cogliendo questo intrigante risultato, il gruppo di scienziati ha eseguito dei test che hanno rivelato un aumento del VIP nel cervello dei topi trattati con i raggi gamma. I ricercatori hanno anche impiegato un sensore di rilascio di peptidi e hanno notato che la stimolazione sensoriale gamma determinava un aumento del rilascio di peptidi dagli interneuroni che esprimono il VIP. Infine, per scoprire se il rilascio di peptidi stimolato dai raggi gamma avesse mediato la clearance glinfatica dell’amiloide, la squadra di ricerca ha condotto un altro esperimento. Gli scienziati hanno prima spento chimicamente i neuroni VIP, poi hanno esposto i topi alla stimolazione sensoriale gamma, scoprendo che non vi era più alcun aumento della pulsatilità arteriosa e anche la clearance dell’amiloide, stimolata dai raggi gamma, non era più presente. “Pensiamo che siano coinvolti molti neuropeptidi”, ha commentato Murdock. “Una nuova importante direzione per la ricerca del laboratorio sarà quella di determinare quali altri peptidi o altri fattori molecolari possono essere guidati dalla stimolazione sensoriale gamma”, ha aggiunto Tsai. “Sebbene, questo lavoro si concentri su quello che probabilmente è un meccanismo importante, ovvero la clearance linfatica dell’amiloide, con cui la stimolazione sensoriale gamma aiuta il cervello, probabilmente non è l’unico processo di fondo che conta –  hanno sottolineato Tsai e Murdock -. Gli effetti di eliminazione mostrati in questo studio si sono verificati piuttosto rapidamente, ma negli esperimenti di laboratorio e negli studi clinici sono state necessarie settimane o mesi di stimolazione sensoriale gamma cronica per avere effetti duraturi sulla cognizione”. Con ogni nuovo studio, tuttavia, gli scienziati imparano di più su come la stimolazione sensoriale dei ritmi cerebrali possa aiutare a trattare i disturbi neurologici.

AGI – Un gruppo di ricercatori avrebbe individuato il meccanismo che porta il troppo stress a essere un importante fattore di rischio nello sviluppo del cancro. Nello specifico lo stress farebbe sì che alcuni globuli bianchi chiamati neutrofili formino strutture appiccicose simili a reti che rendono i tessuti corporei più suscettibili alle metastasi. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato su “Cancer Cell” a firma di un gruppo di ricercatori a guida del Cold Spring Harbor Laboratory (CSHL). Il team è arrivato alla scoperta imitando lo stress cronico in topi malati di cancro. Il team ha scoperto che gli ormoni dello stress chiamati glucocorticoidi agivano sui neutrofili. Questi neutrofili “stressati” formavano strutture simili a ragnatele chiamate NET (trappole extracellulari dei neutrofili) . Le NET si formano quando i neutrofili espellono il DNA. Normalmente possono difenderci dai microrganismi invasori. Tuttavia, nel cancro, le NET creano un ambiente favorevole alle metastasi. Per confermare che lo stress innesca la formazione delle NET, portando ad un aumento delle metastasi, il team ha eseguito tre test. Innanzitutto, ha rimosso i neutrofili dai topi utilizzando anticorpi. Successivamente, in un altro gruppo di topi, ha iniettato un farmaco che distrugge le NET. Infine, ha analizzato dei topi i cui neutrofili non potevano rispondere ai glucocorticoidi. Ciascun test ha portato risultati simili. Il team ipotizza che futuri farmaci che prevengono la formazione delle NET potrebbero apportare benefici ai pazienti il cui cancro non ha ancora metastatizzato. Tali nuovi trattamenti potrebbero rallentare o addirittura arrestare la diffusione del cancro. 

AGI – L’uso di antidepressivi durante la gravidanza potrebbe avere impatti sullo sviluppo cerebrale del bambino e contribuire al rischio che la prole sperimenti problemi di salute mentale. Questo allarmante risultato emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications, condotto dagli scienziati dell’Anschutz Medical Campus dell’Università del Colorado. Il team, guidato da Won Chan, ha valutato l’effetto della fluoxetina, un principio attivo presente in farmaci come Prozac e Sarafem, prescritti per il trattamento di depressione. Questi medicinali, spiegano gli esperti, agiscono alterando i livelli di serotonina nel cervello e il gruppo di ricerca ha scoperto che gli effetti derivanti dall’assunzione di queste sostanze può ripercuotersi sullo sviluppo della corteccia prefrontale.

 

“Sebbene sia noto che la serotonina svolga un ruolo importante nello sviluppo della corteccia prefrontale – afferma Chan – non conosciamo in dettaglio i meccanismi associati a queste dinamiche. La corteccia prefrontale è la regione del cervello più evoluta ed è legata alla cognizione. Il nostro lavoro dimostra che la serotonina influenza direttamente le connessioni sinaptiche eccitatorie di questa regione”. Quando queste connessioni vengono interrotte, continuano gli studiosi, aumenta il rischio che si sviluppino vari disturbi di salute mentale. “La fluoxetina – aggiunge Chan – attraversa la placenta ma passa anche nel latte materno. Abbiamo scoperto inoltre che questo principio attivo può influenzare il modo in cui le connessioni individuali tra i neuroni cambiano e si adattano, contribuendo alla capacità del cervello di apprendere e adattarsi”.

 

“Questi risultati – commentano gli scienziati – potrebbero essere molto importanti per la progettazione di nuove terapie per i disturbi dello sviluppo neurologico che coinvolgono la disregolazione della serotonina. Nei prossimi step, cercheremo di indagare meglio sull’impatto della fluoxetina nei pazienti adolescenti. Nel frattempo, è importante che gli operatori sanitari siano coinvolti nel processo decisionale relativo all’assistenza personalizzata per le donne incinte, che dovrebbero essere consapevoli del rapporto rischi/benefici derivanti dall’assunzione di questi farmaci”.

AGI – “I maggiori progressi nelle cure per i tumori pediatrici si registrano in campo ematologico, dove raggiungiamo dei picchi del 90 per cento di guarigioni”. A dirlo all’AGI è Paolo Viti, presidente di Fiagop, la Federazione italiana associazioni genitori e guariti oncoematologia pediatrica che, in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro Pediatrico, ha promosso il convegno ‘Rete Nazionale Tumori Rari criticità e prospettive per l’oncoematologia pediatrica’, presso la Sala della Regina di Montecitorio. “Nella media complessiva – ha specificato ancora Viti -, gli ultimi progressi scientifici hanno consentito di far crescere fino all’80 per cento il tasso di guarigione, tanto che si stima che oggi nel nostro Paese vi siano almeno 50mila persone guarite da tumore pediatrico”.

La giornata è stata istituita nel 2002 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei tumori infantili e per esprimere sostegno a bambini e adolescenti malati di cancro e alle loro famiglie. “In Italia sono circa 1.500 i bambini che ricevono una diagnosi di malattia oncologica ogni anno, a cui si aggiungono circa 900 adolescenti – ha spiegato il presidente Fiagop intervenendo nel corso del convegno. Viti ha sottolineato che – “accanto a centri ospedalieri d’eccellenza, vaste aree del territorio nazionale non dispongono di strutture per la cura dei tumori pediatrici. In considerazione dei numeri relativamente piccoli di tali malattie, è comprensibile che non tutte le terapie possano essere erogate presso tutti i distretti, ma una buona organizzazione della Rete Nazionale dei Tumori Rari potrà tutelare la qualità delle cure e anche la qualità della vita di pazienti e famiglie”.

 

 

Presenti al convegno il vicepresidente della Camera, Giorgio Mule’, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, e il ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli, oltre a numerosi medici ed esperti. Parallelamente all’iniziativa a Montecitorio, Fiagop organizzerà in tutta Italia, fino a domenica 18, altre due attività di sensibilizzazione. La prima è ‘Diamo radici alla speranza, piantiamo melograni’, che prevede la messa a dimora di centinaia di piccole piante di questo arbusto da frutto, come simbolo della vita e della solidarietà, presso parchi pubblici, giardini di ospedali e istituti scolastici. La seconda iniziativa di Fiagop è invece ‘Ti voglio una sacca di bene’, che ha lo scopo di promuovere la donazione di sangue e piastrine e che verrà organizzata presso i centri trasfusionali degli ospedali di varie città italiane grazie al servizio di centinaia di volontari. Il bambino leucemico, come quello in terapia per un tumore, è infatti a rischio di infezioni per la riduzione dei globuli bianchi, ma soprattutto di emorragie per l’abbassamento delle piastrine e di gravi anemie. Si rendono allora necessarie trasfusioni di sangue, che deve quindi essere sempre disponibile. 

 

AGI – Il segreto per una tazza di tè perfetta sembra risiedere nei microbi presenti nelle radici del tè stesso. A scoprirlo uno studio della Fujian Agriculture and Forestry University di Fujian, in Cina, pubblicato su sulla rivista Current Biology. Generalmente si pensa che il complesso sapore di una tazza di tè di qualità dipenda dalle varietà di tè utilizzate per produrlo ma, ora i ricercatori hanno dimostrato che non è proprio così: modificando l’insieme dei microbi presenti nelle radici del tè hanno reso un tè di buona qualità ancora migliore. “Grazie alla microbiomica sono state identificate significative disparità nelle comunità microbiche, in particolare nei microrganismi legati al metabolismo dell’azoto, nelle radici di piante di tè di diversa qualità”, ha spiegato Tongda Xu, della Fujian Agriculture and Forestry University di Fujian, in Cina. “In particolare – ha continuato Xu – grazie all’isolamento e all’assemblaggio di una comunità microbica sintetica dalle radici di piante di tè di alta qualità, siamo riusciti a migliorare notevolmente il contenuto di aminoacidi in diverse varietà di piante di tè, con conseguente miglioramento della qualità del tè”. La Cina è ricca di risorse genetiche per la coltivazione delle piante di tè. Tuttavia – hanno dichiarato i ricercatori – migliorare la qualità del tè attraverso metodi di selezione genetica molecolare è stata una sfida”. Vi è da sempre molto interesse nel trovare altri modi per modificare e migliorare il tè, forse anche con l’uso di agenti microbici. Studi precedenti hanno dimostrato che i microbi del suolo, che vivono nelle radici delle piante, influenzano il modo in cui i nutrienti vengono assunti e impiegti dalle piante. Nel nuovo studio, gli scienziati volevano saperne di più su come i microbi delle radici influenzano la qualità del tè. La squadra dii ricerca ha scoperto che i microbi presenti nelle radici del tè influiscono sull’assorbimento di ammoniaca, che a sua volta influenza la produzione di teanina, fondamentale per determinare il gusto del tè. Il gruppo di scienziati ha anche osservato variazioni nei microbi che colonizzano le diverse varietà di tè. Confrontando i tipi di tè con diverse quantità di teanina, i ricercatori hanno identificato una serie di microbi che sembravano promettenti per alterare il metabolismo dell’azoto e aumentare i livelli di teanina. Gli scienziati hanno poi costruito una comunità microbica sintetica, denominata SynCom, che rispecchiava fedelmente quella trovata in associazione con una varietà di tè ad alto contenuto di teanina, chiamata Rougui. Quando hanno applicato SynCom alle radici del tè, hanno rilevato un aumento dei livelli di teanina. I microbi hanno anche permesso all’Arabidopsis thaliana, una pianta comunemente usata negli studi biologici di base, di tollerare meglio condizioni in cui si verifica una scarsità di azoto. “L’aspettativa iniziale per la comunità microbica sintetica derivata dalle radici di piante di tè di alta qualità era di migliorare la qualità delle piante di tè di bassa qualità”, ha spiegato Wenxin Tang, coautore dello studio. “Tuttavia, con nostro grande stupore, abbiamo scoperto che la comunità microbica sintetica non solo migliora la qualità delle piante di tè di bassa qualità, ma alza anche il livello qualitativo di alcune varietà di tè – ha proseguito Tang -. Inoltre, questo effetto è particolarmente pronunciato in condizioni di suolo a basso contenuto di azoto”. I risultati suggeriscono che le comunità microbiche prodotte sinteticamente potrebbero migliorare il tè, soprattutto se coltivato in condizioni di terreno carente di azoto. Poiché le piante di tè richiedono molto azoto, la scoperta potrebbe contribuire a ridurre l’uso di fertilizzanti chimici e a migliorare la qualità delle piante di tè. Lo studio potrebbe avere importanti implicazioni per le colture agricole in generale. “Sulla base dei nostri attuali risultati sperimentali, l’inclusione della comunità microbica, SynCom21, non solo ha migliorato l’assorbimento dell’azoto ammoniacale in diverse varietà di tè, ma ha anche potenziato l’assorbimento dell’azoto ammoniacale in Arabidopsis thaliana – ha evidenziato Xu -. Questo suggerisce che la funzione di promozione dell’assorbimento dell’azoto ammonico di SynCom21 può essere applicabile a diverse piante, comprese altre colture. Ad esempio potrebbe consentire la coltivazione di riso con qualità migliori, tra cui un maggior contenuto di proteine”. Ora, gli scienziati intendono ottimizzare ulteriormente SynCom e valutarne l’uso in prove sul campo. La squadra di ricerca intende, inoltre, approfondire le proprie conoscenze su come i microbi delle radici influenzino altri metaboliti secondari delle piante di tè.

AGI – Solo 4 casi al mondo, il primo in Italia: nata 36 anni fa con il cuore senza un ventricolo diventa mamma di due gemelli. L’evento eccezionale è accaduto a Roma grazie alla determinazione della giovane donna e al lavoro congiunto degli specialisti dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù – che l’hanno assistita sin da bambina per la grave cardiopatia congenita – e del Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, dove è stato eseguito il parto cesareo. Mamma e bambini, un maschietto e una femminuccia, stanno bene: “Sapevo di correre tanti rischi con il mio cuore a metà, ma volevo diventare mamma. La nascita dei gemelli è stata un’emozione indescrivibile”. La mamma dei gemellini è nata con il cuore privo del ventricolo destro, la porzione di muscolo cardiaco che spinge il sangue verso i polmoni per ossigenarsi. Si tratta di una cardiopatia congenita complessa che richiede una serie di interventi correttivi entro i primi anni di vita.

 

Nel caso specifico, la paziente del Bambino Gesù è stata sottoposta all’età di 4 anni a un’unica operazione per costruire un sistema di circolazione alternativo, detto di Fontan, che porta il sangue dalle vene cave direttamente ai polmoni, senza passare per il cuore. Questa condizione sottopone l’organismo a un costante superlavoro: la circolazione sostenuta da un solo ventricolo richiede, infatti, terapie e controlli serrati per tutto l’arco della vita; nel 5% dei casi si arriva al trapianto. Al Bambino Gesù c’è una squadra di specialisti che si prende cura, per continuita’ terapeutica, di bambini con una malattia del cuore diventati maggiorenni. Grazie ai progressi della cardiochirurgia pediatrica, gli adulti nati con una cardiopatia (identificati con l’acronimo ACHD, Adults with Congenital Heart Disease) oggi sono sempre più numerosi.

 

Pur tenendo sotto controllo la malattia, non possono considerarsi del tutto guariti. Per questo motivo necessitano di un’assistenza specifica.

Nell’ambito di questa attività è presente da tempo un gruppo multidisciplinare delle due Istituzioni chiamato GUCH (Grown Up Congenital Heart) che si occupa della gestione delle gravidanze delle pazienti cardiopatiche (tramite incontri pre e post concezionali e documenti clinico-assistenziali condivisi), della programmazione del parto (timing e modalità) e del follow-up post gravidanza. Del gruppo fanno parte l’èquipe dell’Unità Operativa di Cardiologia del Congenito Adulto dell’Ospedale Bambino Gesù guidata dal dottor Gianfranco Butera, insieme al team di Medicina e Chirurgia Fetale e Perinatale diretto dal professor Leonardo Caforio; per l’Università Cattolica del Sacro Cuore – Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS il gruppo di cardiologi è coordinato dai professori Massimo Massetti e Antonio Amodeo e il gruppo dei ginecologi dal professor Antonio Lanzone. Nel mondo si contano solo 4 casi di parto gemellare da mamma con il cuore univentricolare e circolazione di Fontan. In caso di cardiopatie congenite così complesse, infatti, la gravidanza sottopone l’intero organismo a stress e rischi maggiori: aumentano volume del sangue e attività cardiaca; organi come fegato, reni e intestino possono andare in sofferenza. Tuttavia, in mancanza di altre complicanze, secondo le indicazioni dei protocolli internazionali in materia, è possibile intraprendere il percorso della maternità. E’ il caso della mamma dei gemellini che, sotto stretto controllo medico, ha portato a termine – primo caso in Italia – una gravidanza senza problemi. La nascita dei due gemelli, entrambi di 1,4 kg di peso, è avvenuta tramite taglio cesareo presso il Gemelli alla 34esima settimana di gravidanza, con qualche giorno di anticipo sul termine previsto. Dopo appena dieci giorni di ricovero, mamma e bambini sono potuti tornare a casa. 

 

 Racconta la mamma: “Sapevo di correre dei rischi con il mio cuore speciale, un cuore a meta’, ma sono molto determinata e desideravo tanto essere madre. In questa avventura sono stata seguita passo dopo passo dai medici del Bambino Gesu’ e del Policlinico Gemelli. Grazie a loro ho avuto una gravidanza e un parto bellissimi e la nascita dei miei bambini e’ stata un’emozione indescrivibile. Alle donne che vivono la mia stessa situazione vorrei dire di non avere paura e di affidarsi a centri specializzati per realizzare il sogno della maternita’”. (A

 

AGI – Consumare una dose di cannella, equivalente ad un cucchiaino, due volte al giorno riduce il rischio di contrarre il diabete di tipo 2 in soggetti a rischio. A rivelarlo un nuovo studio dell’Università della California, Los Angeles, pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition. L’esplosione, prevista dagli esperti, dei casi di diabete di tipo 2 sarà in gran parte determinata dall’espansione dell’ampiezza del girovita. Uno studio, pubblicato l’anno scorso sul Journal of the American Heart Association, ad esempio, ha rilevato che l’incidenza dell’obesità è legata a circa il 30 – 53% dei nuovi casi di diabete di tipo 2, negli Stati Uniti. Secondo le stime dei Centers for Disease Control and Prevention, quattro americani su dieci sono obesi e il tasso è in aumento. Tra marzo 2020 e marzo 2021, ad esempio, il numero è incrementato del 3%. L’aumento del diabete di tipo 2 potrebbe essere dovuto a fattori dietetici, in quanto le abitudini alimentari americane prevedono un’alimentazione ricca di zuccheri e di alimenti raffinati, noti fattori di rischio per la patologia del diabete. Secondo il nuovo studio, una dose di cannella, assunta due volte al giorno, potrebbe prevenire il diabete nei soggetti più vulnerabili. I ricercatori californiani hanno scoperto che la cannella abbassa i livelli di zucchero nel sangue. La spezia, originaria dello Sri Lanka, contiene cinnamaldeide e catechine che aiutano a stabilizzare i livelli di glucosio nel sangue, suggerendo che il consumo di circa un cucchiaino di questa dolce spezia può ridurre significativamente i livelli di zucchero nei soggetti affetti da prediabete, prevenendo potenzialmente la comparsa del diabete vero e proprio. Nel prediabete, il glucosio nel sangue è superiore ai livelli salutari, ma non è abbastanza elevato da poter emettere una diagnosi di diabete. Gli zuccheri nel sangue cronicamente elevati, che derivano dall’incapacità dell’organismo di convertire il glucosio in energia, possono provocare una serie di complicazioni potenzialmente letali, tra cui malattie cardiache e gravi infezioni. Per lo studio, gli scienziati hanno reclutato 18 adulti sovrappeso o obesi, con diagnosi di prediabete, che sono stati sottoposti a una dieta “beige”, ovvero ricca di carboidrati semplici come pane bianco e pasta, ma priva di verdure, per un mese. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: la metà ha assunto due volte al giorno una capsula placebo e l’altro gruppo una capsula contenente un cucchiaino di cannella. I ricercatori hanno monitorato i livelli di zucchero nel sangue dei partecipanti utilizzando i monitor continui del glucosio, che si attaccano al braccio dell’utente con un adesivo e utilizzano un piccolo ago appena sotto la pelle, e hanno scoperto che coloro che avevano assunto la cannella avevano livelli di zucchero nel sangue significativamente più bassi e picchi di glucosio minori, rispetto a coloro che avevano ricevuto il placebo. I ricercatori hanno scoperto che la cannella ha abbassato in modo sostanziale i livelli di glucosio nel sangue di adulti in sovrappeso o obesi con prediabete. “La cannella, ampiamente disponibile e a basso costo, può contribuire a un migliore controllo del glucosio se inserita nel contesto di una dieta salutare, in persone che hanno prediabete legato all’obesità”, hanno dichiarato i ricercatori. Tuttavia, i ricercatori non coinvolti nello studio hanno avvertito che sono ancora necessari esperimenti più ampi. “Sebbene la coorte dello studio sia stata scelta per esplorare gli effetti della cannella sulla regolazione del glucosio in individui con prediabete e obesità, la sua applicabilità a un gruppo demografico più ampio richiede cautela”, ha detto Kelsey Costa, dietista e consulente nutrizionale di Diabetes Strong, che non ha partecipato allo studio. “L’esiguità del campione limita la solidità delle conclusioni e riflette la necessità di studi più ampi e rappresentativi”, ha continuato Costa. Secondo le stime, il numero di persone affette da questa patologia sarà più che raddoppiato entro il 2050, rispetto al 2021. “La cannella – ha spiegato Costa – potrebbe aver abbassato i livelli di glucosio grazie ai suoi alti livelli di polifenoli e composti, come la cinnamaldeide e le catechine; questi composti naturali aumentano la capacità dell’insulina di entrare in contatto con le cellule, spingendole ad assumere il glucosio in modo più efficace”. “Inoltre – ha proseguito l’esperta – riducono infiammazioni dannose e aiutano il fegato a immagazzinare il glucosio in eccesso sotto forma di glicogeno per il futuro fabbisogno energetico”. I ricercatori hanno anche suggerito che la cannella potrebbe favorire la crescita di batteri sani nel microbioma intestinale, che potrebbero, a loro volta, influenzare i livelli di glucosio. La squadra di ricerca ha ammesso che lo studio presenta dei limiti, in particolare la dimensione ridotta del campione. “Il piccolo numero di partecipanti studiati potrebbe non essere rappresentativo di tutta la popolazione con prediabete e obesità”, hanno precisato gli autori. “Tuttavia – hanno concluso i ricercatori – la dimensione relativamente piccola del campione ha fornito una potenza statistica sufficiente per rilevare una differenza significativa tra gli interventi con cannella e placebo in quasi 700 giorni di osservazioni ripetute”. 
 

AGI – Gli uomini che affrontano un percorso di trattamento per cancro alla prostata e seguono una dieta alimentare a base vegetale sembrano riscontrare un rischio inferiore di disfunzione erettile, incontinenza urinaria e altri effetti collaterali comuni. A riportarlo uno studio, pubblicato sulla rivista Cancer, condotto dagli scienziati della New York University Grossman School of Medicine e della Harvard TH Chan School of Public Health. Il team, guidato da Stacy Loeb, ha considerato le informazioni raccolte nell’ambito dell’Health Professionals Follow-Up Study, un’indagine in corso iniziata nel 1986 e sponsorizzata dalla Harvard Chan School. Questo progetto, che comprende informazioni su oltre 50 mila professionisti sanitari di genere maschile, è stato ideato per comprendere meglio la correlazione tra alimentazione e rischi cardiaci, oncologici e malattie gravi. Nell’ambito del lavoro, gli esperti hanno valutato oltre 3.500 voci relativi ai pazienti con tumori alla prostata. Dopo aver suddiviso il campione di riferimento in cinque gruppi distinti in base al quantitativo di proteine animali e vegetali consumate, gli autori hanno scoperto che i partecipanti che assumevano principalmente frutta, verdura, cereali e noci riportavano problematiche con una frequenza inferiore. In particolare, chi seguiva una dieta a base vegetale sembrava avere punteggi dall’8 all’11% più elevati per il benessere sessuale, del 14% per la funzione urinaria e fino al 13% per la salute ormonale. 

“I nostri risultati – riporta Loeb – offrono speranza a coloro che cercano modi per migliorare la qualità della vita dopo aver subito interventi chirurgici, radioterapia e altri trattamenti per il cancro alla prostata. Aggiungere frutta e verdura al proprio regime alimentare è un approccio semplice ed efficace per i pazienti”. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, il cancro alla prostata è una delle forme più comuni e mortali di neoplasia. Precedenti ricerche dello stesso team avevano dimostrato che una dieta a base vegetale può ridurre il rischio di sviluppare masse tumorali prostatiche. Altre indagini hanno suggerito che l’alimentazione povera di proteine animali e’ associata a una probabilità inferiore di disfunzione sessuale. In questo lavoro, gli studiosi hanno valutato la frequenza di sintomi come incontinenza, difficoltà a mantenere l’erezione, problemi intestinali, umore e altre condizioni di salute associate agli effetti collaterali dei trattamenti per il cancro alla prostata. Gli scienziati hanno preso in considerazione anche altri fattori impattanti come peso corporeo, livelli di attività fisica praticata e abitudini comportamentali. L’analisi ha dimostrato che il consumo di elevate quantità di qualsiasi alimento a base vegetale era collegato a una migliore salute sessuale, intestinale e psicologica. “Questi risultati – conclude Loeb – si aggiungono al corpus di evidenze che dimostrano i benefici derivanti dall’impiego di diete a base vegetale a scapito delle proteine di origine animale. Dato che il campione della nostra indagine era limitato a operatori sanitari di origine caucasica, nei prossimi step dobbiamo espandere la ricerca a un gruppo più diversificato di pazienti, considerando anche diversi stadi di progressione del cancro”. 

AGI – Un innovativo test delle urine potrebbe rappresentare un metodo semplice, economico e non invasivo per identificare la presenza di cancro ovarico in fase iniziale. A svilupparlo uno studio, presentato al 68° incontro della Biophysical Society, e condotto dagli scienziati della Virginia Commonwealth University. Il team, guidato da Joseph Reiner, ha sviluppato un approccio diagnostico per rilevare neoplasie nelle ovaie. Ricerche precedenti, spiegano gli autori, avevano dimostrato che le urine delle persone affette da tumore alle ovaie sono ricche di peptidi, molecole non semplici da individuare con metodi convenzionali. Per superare le difficoltà attuali, gli scienziati hanno sviluppato un test basato sui nanopori. L’idea di fondo dell’esame prevede il passaggio delle molecole attraverso un minuscolo poro e la misurazione dei cambiamenti nella corrente elettrica mentre il campione di urina attraversa i nanopori. Gli studiosi hanno impiegato nanoparticelle d’oro, alle quali i peptidi, se presenti nell’urina, possono legarsi e dar forma a una firma unica. “Il nostro metodo – commenta Reiner – permette di identificare simultaneamente più peptidi. Nelle prove cliniche ne abbiamo riconosciuti 13, compresi quelli associati a LRG-1, un biomarcatore trovato nei pazienti con cancro ovarico”. Nella maggior parte dei casi, quando i tumori vengono rilevati nelle fasi iniziali, sottolineano gli esperti, il tasso di sopravvivenza a cinque anni dei pazienti migliora del 50-75 per cento. “Abbiamo imparato a distinguere tra le varie firme dei vari peptidi – conclude Reiner – e ora sappiamo potrebbero essere utilizzate per il nostro schema di rilevamento. Il nostro obiettivo finale è quello di sviluppare un test che, in combinazione con altre informazioni, possa facilitare l’individuazione del cancro ovarico in stadio iniziale”. 

 

Flag Counter