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AGI – La risposta anticorpale al vaccino anti-Covid-19 è migliore nelle donne, nei soggetti più giovani, non fumatori e in assenza di patologie ad alto rischio di eventi cardio-vascolari e si mantiene anche dopo sei mesi dalla prima dose.

Questi, in estrema sintesi, i risultati di uno studio dell’Università Sapienza di Roma, presentati ieri presentato nel corso dell’assemblea della Facoltà di Medicina e odontoiatria. I risultati sono focalizzati sulla risposta anticorpale a distanza di 2 e 6 mesi dalla seconda dose di vaccino Pfizer-Biontech in 2065 operatori sanitari.

La ricerca, promossa e incentivata direttamente dalla rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, e dal direttore generale dell’Azienda ospedaliera universitaria Policlinico Umberto I, Fabrizio d’Alba, ha messo in evidenza che a distanza di 2 mesi dalla seconda dose di vaccino, solo lo 0,14 per cento (3 soggetti) dei soggetti ha mostrato una insufficiente risposta anticorpale.

Il titolo degli anticorpi anti-S TrimericS ha mostrato valori mediani più alti nelle donne rispetto agli uomini e nei soggetti più giovani, riducendosi con l’età fino a livelli mediani nei soggetti sopra i 60 anni.

Inoltre, la presenza di patologie concomitanti, ad alto rischio di eventi cardiovascolari, come ipertensione, diabete e dislipidemia correlava con un più basso titolo di anticorpi. Anche il fumo sembra essere un importante determinante della risposta anticorpale. Infatti, i soggetti fumatori presentavano una risposta anticorpale significativamente più bassa rispetto ai non fumatori. 

A distanza di 6 mesi dalla prima dose di vaccino, il titolo di anticorpi si è ridotto di circa il 75 per cento ma, la maggior parte dei soggetti mostrava ancora una buona risposta anticorpale: passando dalla mediana a 2 mesi di 626 AU/ml a quella a 6 mesi di 147 AU/ml. Inoltre, solo lo 0,8 per cento (12 soggetti) mostrava una risposta anticorpale insufficiente.  Il sesso è l’età si confermavano, anche dopo 6 mesi dalla somministrazione del vaccino, determinanti della risposta anticorpale con una più marcata riduzione dei livelli di anticorpi negli uomini e nei soggetti più anziani.

Lo studio prevede ulteriori analisi dei dati allo scopo di individuare i determinanti indipendenti della risposta anticorpale ed è prevista la valutazione della risposta alla somministrazione della terza dose che è già in corso presso l’Azienda Ospedaliera-Universitaria Policlinico Umberto I.

“Il monitoraggio clinico post vaccinazione rappresenta una fase importante della ricerca medica e i risultati dell’indagine che stiamo conducendo ci permettono di associare il tipo di riposta anticorpale con variabili importanti come l’età, il sesso, la presenza di comorbidità e gli stili di vita”, sottolinea la rettrice Polimeni.

“Sapienza ancora una volta mette le proprie risorse a servizio della società civile, anche grazie alla disponibilità del personale sanitario che ha colto l’importanza di questo studio: la valutazione della quantità e qualità della risposta immunitaria indotta dalla vaccinazione consente di valutare l’efficacia protettiva del vaccino”, aggiunge.

“Questo importante lavoro scientifico – dichiara d’Alba  – aggiunge un tassello importante a quanto l’Università ed il Policlinico stanno facendo a sostegno della salute pubblica nell’ ambito della Campagna nazionale di vaccinazione contro Covid-19. L’imponente macchina organizzativa messa in campo per la campagna di vaccinazione che vede i professionisti tutti schierati a difesa della salute pubblica e le significative evidenze scientifiche emerse dal monitoraggio post- vaccinazioni confermano come la sinergia tra Università e Policlinico rappresenti un valore aggiunto ineguagliabile in tema di ricerca scientifica e presa in carico dei cittadini”.

AGI – E’ stato pesante l’impatto del Covid sulla malattia oncologica, poichè si è ridotto il numero degli screening tumorali, a causa delle difficoltà di sottoporsi ai controlli.

“A marzo e aprile 2020, a causa dell’esplosione dell’emergenza Covid, si è verificata la sospensione degli screening”, conferma Paola Mantellini, Direttrice dell’ONS, l’Osservatorio nazionale screening.

“Un’indagine condotta dall’ONS ha quantificato il ritardo accumulato nel 2020 rispetto al 2019 in termini di inviti, test e mesi standard. La riduzione degli inviti è stata pari al 33% per lo screening cervicale, al 31,8% per quello colorettale e al 26,6% per quello mammografico. La riduzione degli esami è stata pari al 45,5% per lo screening colorettale (-1.110.414 test), al 43,4% per quello cervicale (-669.742), al 37,6% per le mammografie (-751.879). Complessivamente – sottolinea Mantellini – sono stati eseguiti circa 2 milioni e mezzo di screening in meno“. 

Questo è accaduto perchè “la paura del contagio ha avuto un peso determinante sulla partecipazione ai programmi di prevenzione. I mesi di ritardo sono stati pari a 5,5 per lo screening colorettale, a 5,2 per quello cervicale e a 4,5 per le mammografie. Sono state stimate anche le diagnosi mancate: oltre 3.300 per il tumore del seno, circa 1.300 per il colon-retto (e 7.474 adenomi avanzati in meno) e 2.782 lesioni precancerose della cervice uterina. È importante sottolineare – conclude Mantellini – che, per tutti e tre i programmi, nell’autunno 2020 alcune Regioni sono riuscite ad erogare più test rispetto al 2019, mettendo in evidenza una notevole capacità strategico-organizzativa”.

Anna Sapino, presidente Siapec-Iap, (Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica) evidenzia 
l’impatto dell’infezione da SARS-CoV-2 sugli interventi chirurgici dei tumori della mammella e del colon-retto: “Per il tumore della mammella, il numero di casi operati nel 2020 è risultato inferiore del 12% (-805 casi) rispetto al 2019, e questa riduzione si è osservata per le neoplasie di tutte le dimensioni, in particolare per quelle più piccole. Vi è stato un aumento significativo dei tumori del seno pT2 (compresi tra 2 e 5 cm), a fronte della diminuzione di quelli più piccoli (pT1, tra 1 e 5 mm)”. 

“Anche per il colon-retto – prosegue Sapino – si è registrata una riduzione dei casi operati nel 2020, inferiore del 13% (-464 casi) rispetto al 2019, con un calo particolarmente marcato per i tumori in situ, mentre si è registrato un aumento significativo delle neoplasie con perforazione del peritoneo. I risultati di questa indagine – conclude la presidente Siapec- Iap – fanno emergere, in generale e per entrambe le patologie, una diminuzione dei tumori in situ caratterizzati da alte probabilità di guarigione (-11% per la mammella, -32% per il colon-retto), che può essere la conseguenza della temporanea riduzione degli screening oncologici nel 2020”. 

Secondo Diego Serraino, direttore Registro Tumori del Friuli-Venezia Giulia, “gli effetti del ritardo sulla diagnosi precoce sono al momento difficilmente quantificabili. Le conseguenze cliniche, in particolare un possibile avanzamento dello stadio al momento della diagnosi, possono essere maggiori per lo screening mammografico e quello colorettale, come emerso dall’indagine condotta da SIAPEC. È stato stimato che il 52% delle donne italiane cui è stato diagnosticato un tumore siano guarite o destinate a guarire. Tra gli uomini, tale percentuale è più bassa (39%) a causa della maggior frequenza di neoplasie a prognosi più severa. La frazione di guarigione supera il 75% per il cancro della prostata e, in entrambi i sessi, per quello della tiroide e i melanomi”.

AGI – L’uso delle sigarette elettroniche non aiuta a smettere di fumare, ma provoca ricadute frequenti. A dichiararlo, uno studio condotto dall’Università della California San Diego e dall’UC San Diego Moores Cancer Center, pubblicato su JAMA Network.

La ricerca va in direzione contraria alle dichiarazioni di molti centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie che evidenziano i benefici del passaggio allo svapo di sigarette elettroniche per ridurre o smettere di fumare.

“I nostri risultati suggeriscono che le persone che hanno smesso di fumare e sono passate alle sigarette elettroniche hanno aumentato il rischio di una ricaduta al fumo nell’anno successivo di 8,5 punti percentuali rispetto a coloro che hanno smesso di usare tutti i prodotti del tabacco”, ha affermato il primo autore John P. Pierce, della Herbert Wertheim School of Public Health e UC San Diego Moores Cancer Center.

Ai fini dello studio, i ricercatori hanno utilizzato i dati dello studio longitudinale PATH (Population Assessment of Tobacco and Health) rappresentativo a livello nazionale, condotto dal National Institute on Drug Abuse (NIDA) e dal FDA Center for Tobacco Products.

Inoltre, i ricercatori hanno eseguito due indagini su 13.604 fumatori tra il 2013 e il 2015 per esplorare i cambiamenti nell’uso di 12 prodotti del tabacco. Al follow-up a un anno, il 9,4% dei fumatori aveva smesso e di questi il 62,9% è rimasto senza tabacco, mentre il 37,1% era passato a un’altra forma di consumo di tabacco. Di questi, il 22,8% ha iniziato a usare le sigarette elettroniche.

Al secondo follow-up annuale, gli autori hanno confrontato gli ex fumatori che erano senza tabacco con quelli che erano passati alle sigarette elettroniche o ad altri prodotti del tabacco. Gli individui che sono passati a qualsiasi altra forma di consumo di tabacco, comprese le sigarette elettroniche, avevano maggiori probabilità di ricaduta rispetto agli ex fumatori che avevano smesso di fumare, per un totale di 8,5 punti percentuali.

Tra i recenti ex fumatori che si sono astenuti da tutti i prodotti del tabacco, il 50% ha smesso di fumare per 12 o più mesi al secondo follow-up e si è ritenuto che avesse smesso con successo di fumare; questo rispetto al 41,5% dei recenti ex fumatori che sono passati a qualsiasi altra forma di consumo di tabacco, comprese le sigarette elettroniche.

Secondo lo studio, le persone che cambiavano avevano maggiori probabilità di ricadere nel fumo, ma avevano anche maggiori probabilità di tentare di smettere di nuovo e di smettere di fumare per almeno tre mesi al secondo follow-up.

È necessario un ulteriore sondaggio di follow-up per identificare se questi risultati danno nuove informazioni sulle abitudini dei fumatori oppure sono un passaggio intermedio verso lo smettere di fumare definitivamente, hanno affermato i ricercatori.

AGI – Una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista Jama Network Open e coordinata dal Dipartimento di Psicologia di Sapienza, in collaborazione con il Santa Lucia IRCCS di Roma e con l’Università dell’Aquila, ha studiato per la prima volta in Italia gli effetti del lavoro a turni nel personale infermieristico italiano sulla base della rotazione oraria o antioraria dei turni. Lo studio ha coinvolto 144 infermieri provenienti da 5 ospedali del Centro e Sud Italia, seguiti da luglio 2017 a febbraio 2020.

In particolare l’obiettivo dei ricercatori è stato quello di verificare se il personale infermieristico che lavora in turni con rotazione antioraria (pomeriggio-mattino-notte) subisca conseguenze peggiori, rispetto a chi turni con un regime orario (mattino-pomeriggio-notte). In altre parole, si vuole chiarire meglio una conoscenza implicita diffusa, ma ancora poco supportata sperimentalmente.

Per fare ciò, sono state considerate la sonnolenza e l’affaticamento percepito alla fine di un turno, misurando parallelamente la performance psicomotoria degli operatori sanitari.

Non si tratta del primo lavoro di questo gruppo di ricerca che, sotto la guida di Luigi De Gennaro della Sapienza, da anni studia le conseguenze del lavoro a turni nel personale infermieristico italiano.

In un primo studio era stato dimostrato che il turno notturno si associa sia all’aumento di sonnolenza e fatica, che a consistenti riduzioni della performance in compiti di vigilanza psicomotoria. In un successivo studio si dimostrava che negli infermieri una cattiva qualità del sonno, alla quale sono esposti tutti i lavoratori a turni, finisce per peggiorare ulteriormente le performance psicomotorie notturne.

“Abbiamo ipotizzato – spiega Luigi De Gennaro del Dipartimento di Psicologia della Sapienza, coordinatore del lavoro – che la rotazione antioraria dei turni (BRS, backward-rotating shift) fosse associata a stanchezza e sonnolenza maggiori e, soprattutto, a ridotte misure comportamentali di attenzione costante”.

Coerentemente con questa ipotesi, lo studio ha dimostrato un cospicuo peggioramento in tutte le dimensioni misurate, nel personale infermieristico che lavora in regime di turno antiorario. In conclusione, tutti i turnisti hanno un peggioramento di sonnolenza, fatica percepita e vigilanza psicomotoria associata al turno notturno, ma quelli inquadrati in un regime antiorario vanno incontro a un’amplificazione di queste conseguenze negative.

Le implicazioni di tale studio possono aprire delle prospettive potenzialmente innovative per l’organizzazione lavorativa in ambito ospedaliero, nella direzione di spingere le aziende ospedaliere a riconvertire il regime di turnazione, quando antiorario.

“Certamente questa è una prima auspicabile conseguenza del nostro studio – aggiunge De Gennaro. – Ma l’obiettivo più ambizioso è di ridurre le conseguenze negative dei turni notturni, per qualsiasi regime di turnazione, e a tal fine stiamo pianificando uno studio ancora più ambizioso che utilizzi occhiali per fototerapia da far indossare al personale infermieristico durante il turno notturno”.

In considerazione del fatto che sempre più segmenti del mondo del lavoro sono organizzati H-24, è importante sensibilizzare sulla cosiddetta “sindrome dei turnisti”, ovvero sulle conseguenze negative dei turni, al fine di introdurre contromisure basate su solide evidenze empiriche che riducano tali effetti negativi.

AGI – Dopo un anno dal ricovero per Covid in terapia intensiva, i pazienti riescono a recuperare le loro funzioni anche se per alcuni si fa ancora fatica a riprendere una forma fisica ottimale.

Sono questi i risultati dello studio pubblicato lo scorso 29 settembre sulla prestigiosa rivista britannica Thorax, frutto della collaborazione tra il Centro di Ricerca Universitario “Alessandra Bono” dell’Università degli Studi di Brescia e il Centro per il follow-up dei pazienti dimessi dalla terapia Intensiva dell’ASST Spedali Civili di Brescia. 

Si tratta dei primi dati al mondo sugli esiti nei pazienti con sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) associata a Covid 19, ad un anno dalla terapia intensiva.

Lo studio riporta gli esiti di 114 pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto associato a Covid-19 valutati a 3, 6 e 12 mesi dopo la dimissione dall’unità di terapia intensiva con valutazione dei disturbi fisici, mentali e cognitivi (perdita di massa e forza muscolare, complicanze neuro-psicologiche, dolore ed altre condizioni patologiche).

L’esame della forza muscolare (handgrip test) ha evidenziato miglioramenti significativi nel tempo.

Non così il test del cammino di 6 minuti, una test di resistenza fisica, che si ferma in media all’80% del valore predetto, e l’affaticamento grave percepito da un terzo dei pazienti.

L’indipendenza nelle attività della vita quotidiana è stata raggiunta dal 98% a 3 mesi.

I disturbi della memoria e altre alterazioni cognitivo (28% a 3 mesi) sono migliorate nel tempo, a differenza dei sintomi di depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico, presenti nel 9%, 10% e 4% a 3 mesi. 

“Ad un anno dalla dimissione dalla terapia intensiva – spiega Nicola Latronico dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione 2, autore dello studio e Coordinatore del Centro di Ricerca “Alessandra Bono” – i primi dati al mondo in pazienti con insufficienza respiratoria grave associata a Covid-19 dimostrano un ottimo recupero in termini di qualità di vita, ritorno al lavoro, indipendenza nelle attività quotidiane, stato cognitivo e mentale.

La funzione fisica misurata in modo oggettivo sia in termini di forza muscolare che di endurance rimane compromessa in modo significativo; tuttavia, gli esiti sono meno gravi rispetto a pazienti con ARDS di gravità clinica sovrapponibile ricoverati in epoca pre-Covid-19, a sostegno del fatto che la cura dei pazienti è stata di elevata qualità nonostante i numeri impressionanti della pandemia”. 

Con questo studio, il neonato il Centro di Ricerca Universitario si propone di promuovere la ricerca e la disseminazione di conoscenze sulla Sindrome Post-Terapia Intensiva, una sindrome ancora oggi ampiamente inesplorata.

L’acronimo del Centro di ricerca Universitario “Alessandra Bono” è LOTO (LOng Term Outcome): il nome è ispirato ad un fiore che con la sua forza emerge dal fango per mostrarsi in tutta la sua bellezza; il miglior augurio possibile per coloro devono riemergere dall’esperienza drammatica della malattia critica.

AGI – L’organo cerebrale umano è associato a una firma unica che cambia costantemente nel tempo e puo’ essere rilevata in meno di due minuti. Questo affascinante risultato emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, condotto dagli scienziati della Swiss National Science Foundation (SNSF) e della Scuola Politecnica Federale di Losanna. Il team, guidato da Enrico Amico, ha esaminato le reti e le connessioni all’interno del cervello, in particolare i collegamenti tra le varie aree, allo scopo di ottenere informazioni sui meccanismi alla base delle funzioni cerebrali. “Abbiamo utilizzato le scansioni a risonanza magnetica – spiega l’autore – misurando l’attività cerebrale in un determinato periodo di tempo”. Il gruppo di ricerca ha generato grafici e matrici per rappresentare la variazione dell’attività cerebrale dei partecipanti, tramite una mappa, chiamata connettoma, in grado di ricostruire la rete neurale.

“I connettomi – continua Amico – cambiano in base all’attività svolta e alle parti del cervello coinvolte. Già da qualche anno è stato dimostrato che questi schemi possono essere associati in modo relativamente semplice a un determinato individuo, noi abbiamo cercato di stabilire il tempo minimo necessario per questa scansione”. Stando ai risultati degli scienziati, basta un minuto e 40 secondi per riconoscere la firma cerebrale e rilevare dati utili.

“Le informazioni necessarie per l’elaborazione di un’impronta digitale cerebrale – sottolinea Amico – possono essere ottenute in tempi molto brevi. Il prossimo step sarà quello di confrontare le impronte digitali cerebrali dei pazienti sani con quelle di persone con morbo di Alzheimer. Sulla base delle scoperte iniziali, direi che le caratteristiche che rendono unica un’impronta digitale cerebrale scompaiano costantemente con il progredire della malattia, è come se una persona con demenza iniziasse a perdere la sua identità cerebrale”.

“Il nostro lavoro – conclude Amico – rappresenta un piccolo passo verso la comprensione di ciò che rende unico il nostro cervello. Il ritorno pratico delle informazioni che scopriremo è praticamente illimitato. Siamo davvero entusiasti di questi risultati preliminari e affascinati dalle prospettive future”. 

AGI – L’aria inquinata uccide. Secondo l’OMS, ogni anno nel mondo sono almeno 4,2 milioni i decessi (per ictus, infarto, BPCO e tumore del polmone) attribuibili all’inquinamento dell’aria.

E se è abbastanza intuitivo che la riduzione dell’aspettativa di vita possa essere legata ad un aumento di malattie dell’apparato respiratorio, meno chiari sono i meccanismi che legano l’inquinamento atmosferico alle patologie cardiovascolari, e in particolare al rischio di infarto miocardico e di arresto cardiaco.

Ma uno studio appena pubblicato su JACC Cardiovascular Imaging dalla cardiologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS ha individuato alcuni di questi meccanismi causali. In particolare è stata evidenziata un’associazione tra i livelli di esposizione alle polveri fini (PM2,5) e la presenza di placche aterosclerotiche più infiammate ed aggressive, cioè pronte a causare un infarto per rottura di placca, il peggiore tra i vari meccanismi che portano all’infarto.

“La nostra ricerca – spiega il primo autore dello studio, il dottor Rocco A. Montone, cardiologo interventista e di terapia intensiva cardiologica, presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – ha preso in esame 126 pazienti con infarto miocardico, sottoposti ad Optical Coherence Tomography (OCT), un’indagine con uno speciale microscopio che permette di visualizzare le placche coronariche direttamente dall’interno dei vasi”.

Le caratteristiche delle placche rilevate all’OCT, sono state quindi correlate con la precedente esposizione, per un periodo di almeno due anni, a vari inquinanti ambientali (PM2,5, PM10, monossido di carbonio), desunti dai dati delle centraline di rilevamento della qualità dell’aria, poste in prossimità della residenza dei pazienti. 
 “Questo studio – prosegue il dottor Montone – ha dimostrato per la prima volta che i pazienti che respirano a lungo aria inquinata, in particolare il particolato fine, che penetra in profondità nei polmoni (PM2,5) soprattutto respirando dalla bocca, presentano placche aterosclerotiche coronariche più ‘aggressive’ e prone alla rottura (sono più ricche di colesterolo e hanno un cappuccio fibroso più sottile).

E infatti, nelle persone esposte ad elevati livelli di PM2,5, il fattore scatenante dell’infarto, risulta essere più spesso la rottura della placca aterosclerotica; le loro placche appaiono più ‘infiammate’ (cioè infiltrate da macrofagi) ed è presente anche un maggior livello di infiammazione sistemica, testimoniato dall’aumento dei livelli di proteina C reattiva (PCR) nel sangue”.

Questo studio, osservazionale e preliminare, rappresenta la prima indagine condotta ‘in vivo’ nell’uomo ad aver individuato un nesso patogenetico tra esposizione a lungo termine all’inquinamento ambientale e meccanismi di vulnerabilità e instabilità della placca coronarica, nei pazienti con infarto miocardico acuto.

“L’importanza di questi risultati è duplice – commenta il dottor Montone – da una parte ribadiscono l’importanza di adottare comportamenti individuali e politiche volte a contenere l’inquinamento dell’aria; dall’altra, una migliore comprensione dei meccanismi patogenetici alla base degli infarti correlati all’esposizione all’aria inquinata, potrebbe aprire la strada a terapie mirate, volte a minimizzare gli effetti negativi dell’inquinamento.

“Negli ultimi anni – commenta il professor Filippo Crea, Direttore UOC di Cardiologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Ordinario di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università Cattolica ed editor in chief di European Heart Journal – diversi studi hanno suggerito che l’inquinamento ambientale contribuisca ad aumentare il rischio di eventi cardiovascolari. La nostra ricerca ci permette di compiere un passo in avanti nella comprensione dei meccanismi patogenetici che legano l’inquinamento ambientale all’aumentato rischio di infarto miocardico. In particolare, il nostro lavoro dimostra che un ruolo cruciale è svolto ancora una volta da un’aumentata risposta infiammatoria sia a livello di placca coronarica, che sistemica”.

AGI – L’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, ha autorizzato per la commercializzazione nell’Ue del Trodelvy, un farmaco per il trattamento del carcinoma mammario avanzato che allunga la vita della paziente di quasi sei mesi.

Il Trodelvy può essere utilizzato in persone con carcinoma mammario non resecabile – che non può essere rimosso chirurgicamente – e carcinoma mammario triplo negativo con precedenti terapie sistemiche, spiega l’Ema in una nota.

Si stima che dal 10 al 15% dei pazienti con questo tipo di cancro risponda alla chemioterapia e che il tempo senza che la malattia peggiori sia solo di due o tre mesi, quindi “c’è una grande necessità medica insoddisfatta di nuovi trattamenti che migliorino le prospettive per i pazienti”, ha affermato l’Ema.

L’Agenzia europea ha spiegato di aver seguito un programma accelerato per “consentire un accesso più rapido” al nuovo farmaco. La raccomandazione si basa su uno studio su 529 persone che avevano avuto una ricaduta dopo almeno due chemioterapie per il cancro al seno.

La metà dei pazienti ha ricevuto due iniezioni di Trodelvy, mentre l’altro 50% ha ricevuto un trattamento a scelta del medico utilizzando farmaci come eribulina, vinorelbina, gemcitabina o capecitabina. La sopravvivenza per i pazienti con il Trodelvy è stata di 11,8 mesi, quasi sei mesi in più rispetto a quelli che hanno ricevuto il trattamento scelto dal medico.

Inoltre, il tempo in cui le persone colpite hanno vissuto senza che la loro malattia peggiorasse e’ aumentato di circa tre mesi. Gli effetti indesiderati piu’ comuni di Trodelvy negli studi clinici sono stati diarrea, nausea, neutropenia, affaticamento, alopecia, anemia, vomito, costipazione, diminuzione dell’appetito, tosse e dolore addominale.

AGI – Si apre ufficialmente in Italia la stagione influenzale, per la quale c’è molta attesa sui numeri dell’epidemia dopo la sostanziale sparizione del virus lo scorso inverno. L’Istituto Superiore di Sanità riferisce che sono stati identificati due casi sporadici di influenza di tipo A/H3 nel Nord del nostro Paese in due bambini.

Come da protocollo operativo della rete di sorveglianza InfluNet & CovidNet per la stagione 2021-2022, la sorveglianza virologica sarà effettuata a partire dalla 46a settimana 2021, che inizia lunedì 18 ottobre. Queste le caratteristiche dei casi isolati: un caso di virus influenzale A/H3 identificato a Varese e confermato presso l’Università di Milano in un bambino con sintomatologia influenzale; un caso di virus influenzale A/H3 identificato presso l’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino in un bambino con un quadro di polmonite.

Sono in corso le conferme virologiche da parte del laboratorio di riferimento nazionale dell’ISS sul secondo caso identificato a Torino. La vaccinazione antinfluenzale, ricorda l’Iss, è il mezzo più efficace e sicuro per prevenire la malattia e ridurne le complicanze.

Il periodo indicato per la vaccinazione antinfluenzale è quello autunnale a partire dal mese di ottobre. Intanto, come detto, partono il 18 ottobre le attività stagionali del sistema nazionale di sorveglianza integrata dell’influenza InfluNet, secondo quanto stabilito dal “Protocollo operativo InfluNet & CovidNet”.

Il documento fissa, come ogni anno, l’inizio e la fine della rilevazione epidemiologica rispettivamente alla 42sima settimana del 2021 e alla 17sima settimana del 2022. Per quanto riguarda le attivita’ di monitoraggio virologico, l’inizio è previsto per la 46sima settimana del 2021 (15 novembre 2021) e si protrarranno fino alla 17sima settimana del 2022. L’analisi dei dati sarà effettuata dall’Iss. 

L’influenza è potente quando trova degli organismi non pronti a difendersi. Quest’anno sarà più grave perché da due anni non abbiamo modo di entrare in contatto con l’influenza”. Risponde così il virologo Matteo Bassetti alla domana posta nel corso del format “I Lunatici” su Rai Radio2.

Su di noi l’influenza fa male – spiega – perché per due anni i nostri anticorpi non l’hanno vista e non avendola vista non si sono rafforzati. Attenzione, quando arrivera’. Bisogna mettere in atto anche qui una importante campagna vaccinale. Il vaccino ci aiuta a difenderci meglio dall’influenza in un caso su due”. 

Articolo aggiornato alle ore 14,00

AGI – Il lockdown ha messo a dura prova la libido degli italiani. Oltre il 35% ha riportato un cambiamento nell’attività sessuale durante i mesi di lockdown nazionale, con l’8% che ha aumentato e ben il 27% che ha diminuito tale attività.

È quanto emerge dal primo studio condotto in Italia su un campione rappresentativo della popolazione adulta e pubblicato in questi giorni sulla rivista Journal of Epidemiology.

In particolare, tra le persone confinate sotto lo stesso tetto tra marzo e maggio 2020, una coppia su cinque ha dichiarato un calo dell’attività sessuale rispetto alle abitudini pre-lockdown. Il calo è stato maggiore per gli uomini, specialmente i più giovani, i soggetti più istruiti, e quelli che vivono in condizioni abitative più precarie.

“Se l’interruzione degli spostamenti e l’obbligo di distanziamento sociale hanno soprattutto limitato la vita sessuale dei single, la paura del contagio, i sentimenti generalizzati di ansia e di tristezza, la presenza dei bambini a casa sono tra i probabili fattori alla base di questo importante decremento nei partner conviventi”, commenta Andrea Amerio, ricercatore psichiatra dell’Università di Genova e primo autore dello studio.

Lo studio è frutto del lavoro di un consorzio multidisciplinare che coinvolge psichiatri, psicologi, esperti di sanità pubblica e biostatistici dell’Istituto Superiore di Sanità, delle Università di Genova e di Pavia, dell’Istituto Mario Negri, dell’ISPRO e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi.

Le nostre analisi si basano su un campione rappresentativo di oltre 6.000 soggetti che stiamo seguendo nel tempo – specifica Silvano Gallus, ricercatore del Mario Negri e coordinatore del consorzio -. Queste analisi ci permetteranno di capire come gli stili di vita e le abitudini degli italiani si siano modificate e si stiano continuando a modificare a seguito dell’esperienza pandemica vissuta”.

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