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Esiste una proteina, che ha per nome una sigla quasi impronunciabile, che si sta confermando come una molecola chiave per comprendere le malattie del cuore. Si tratta della proteina ‘PCSK9‘. Con due diversi studi, i ricercatori Centro Cardiologico Monzino e dall’Università degli Studi di Milano, sono infatti riusciti a comprendere che questa proteina è implicata anche nell’attivazione e nell’aggregazione delle piastrine, all’origine dei processi trombotici che scatenano infarti e ictus, e persino nella calcificazione della valvola aortica. Si tratta di due funzioni che si aggiungono a un altra già nota, e cioè quella legata alla ipercolesterolemia, che fanno di questa molecola una delle più interessanti per la salute dell’intero sistema cardiocircolatorio. I risultati delle due ricerche sono stati pubblicati sulla rivista JACC (Journal of the American College of Cardiology). 

A guidare il team di ricerca guidati da Marina Camera, responsabile dell’Unità di ricerca di Biologia cellulare e molecolare cardiovascolare presso il Cardiologico Monzino e professoressa di farmacologia presso l’Università degli Studi di Milano, insieme a Paolo Poggio, dell’Unità per lo studio delle patologie aortiche, valvolari e coronariche dell’IRCCS milanese. Con gli inibitori di PCSK9, anticorpi monoclonali in grado di disattivare questa proteina, è stato possibile contrastare con successo l’ipercolesterolemia, fino a raggiungere una riduzione del colesterolo LDL del 60-70%, in particolare nelle forme più severe e resistenti al trattamento con i farmaci tradizionalmente in uso e nei pazienti trattati si è ottenuta una riduzione del rischio del 15% di eventi come infarto e ictus.

D’altra parte è stato riscontrato che i soggetti che geneticamente hanno livelli ridotti di PCSK9 sono protetti dall’incidenza di eventi cardiovascolari. “Questi dati – sottolinea la professoressa Marina Camera – ci hanno spinto a ipotizzare che i benefici in termini di eventi cardiovascolari prevenuti bloccando PCSK9 potessero dipendere non soltanto dalla riduzione di colesterolo ottenuta. Abbiamo pensato che potesse esserci di più, che l’azione di questa proteina potesse estendersi oltre il metabolismo dei lipidi, e così abbiamo iniziato a cercare”.

Si era già osservato, del resto, che un elevato livello di PCSK9 nel sangue fosse un predittore di eventi cardiovascolari nei pazienti con malattia coronarica e con fibrillazione atriale. E uno studio genomico aveva rilevato una correlazione tra alti livelli di PCSK9 e la presenza di stenosi calcifica della valvola aortica. “Abbiamo così avviato nei nostri laboratori studi in vitro ed ex vivo con esiti sorprendenti”, dichiara Marina Camera. “È emerso infatti che PCSK9 ha un ruolo cruciale nell’attivazione delle piastrine umane, nella loro capacità di aggregarsi formando i trombi che, a loro volta, provocano infarti e ictus” – spiega la professoressa. “Questo potrebbe essere pertanto uno dei meccanismi responsabili della maggior incidenza di eventi cardiovascolari riscontrati nei pazienti affetti da patologia coronarica e fibrillazione atriale”.

Ma c’è di più. “I nostri dati hanno evidenziato l’esistenza di un effetto diretto di PCSK9 sullo sviluppo e la progressione della stenosi calcifica della valvola aortica, ed è un’osservazione che ci entusiasma profondamente incoraggiandoci a proseguire su questa linea di ricerca” – spiega Paolo Poggio. “Vogliamo ricordare che negli ultimi decenni tutti gli sforzi fatti per mettere a punto una terapia medica in grado di prevenire o fermare la progressione della malattia non hanno portato i risultati sperati. Per i malati di stenosi valvolare aortica attualmente le prospettive terapeutiche sono l’intervento chirurgico o percutaneo. Per questa ragione guardiamo con speranza alla prospettiva che l’inibizione di PCSK9 possa rappresentare una nuova possibilità terapeutica: significherebbe segnare una svolta nel trattamento di questa malattia degenerativa che è piuttosto comune nella popolazione anziana. Nei paesi sviluppati la stima raggiunge il 7% negli over 65 ed è un numero in crescita considerando l’invecchiamento della popolazione” – chiarisce il ricercatore.

“I risultati ottenuti sono solo un punto di partenza – conclude Marina Camera – dovremo infatti avviare nuovi studi clinici, e abbiamo la necessità e il desiderio di comprendere quali siano i meccanismi molecolari che stanno alla base dei fenomeni osservati. Per il momento ciò che ci sembra davvero evidente è che questa proteina gioca un ruolo nella nostra salute cardiovascolare che si estende ben oltre il controllo del colesterolo agendo su molteplici fronti, e apre davanti a noi scenari di prevenzione e cura davvero promettenti”.

Rivedere non solo la norma sull'Ires ma anche quella sui farmaci orfani. Lo hanno chiesto oltre 50 associazioni di malati rari in un appello lanciato al ministro della Salute, Giulia Grillo, in cui si dichiarano "colpiti due volte dalla Legge di bilancio".

“Un colpo terribile”

"L'anno appena concluso con l'approvazione della Legge di bilancio sarà ricordato dai malati rari più per le delusioni e le mancanze che per le conferme e gli obiettivi raggiunti", scrivono. "Siamo stati colpiti dalla norma che penalizza alcune importanti realtà del terzo settore – continuano – attraverso l'aumento della tassazione Ires che, da quanto previsto, raddoppierebbe dal 12 al 24 per cento per gli istituti di assistenza sociale, società di mutuo soccorso, enti ospedalieri, di assistenza e beneficenza, corpi scientifici, fondazioni e associazioni scientifiche”.

Leggi ancheCos’è cambiato per i farmaci orfani con la legge di bilancio

“Questo per noi è un colpo terribile perché, in un settore così povero di ricerca e specifica assistenza come quello delle malattie rare, queste realtà non profit sono davvero una spina dorsale”, si legge nella lettera, “Come se non bastasse siamo stati e saremo ulteriormente penalizzati dalla modifica della norma che tutelava tutti i farmaci orfani esonerandoli dal pagamento del payback: una misura di incentivo adottata in tutta Europa e attuata da anni nel nostro Paese".

I timori delle associazioni

Le associazioni temono che la penalizzazione economica di questi farmaci possa avere forti ripercussioni, sia nella disponibilità dei farmaci stessi, sia nella possibilità per le aziende di sostenere – come avviene oggi – programmi di assistenza e supporto che concorrono a migliorare la nostra qualità di vita.

"Attraverso la Legge di bilancio – spiegano le associazioni – sembra quasi si siano inopinatamente puniti tutti i soggetti che aiutano noi malati rari: le associazioni e le aziende che ricercano e producono farmaci di nicchia. Non ci aspettavamo questo da Lei e dal Movimento che ha fatto della tutela degli ultimi una bandiera; siamo davvero sorpresi e amareggiati. Forse non è stato un effetto voluto, vogliamo credere che non fossero queste le intenzioni verso di noi quanto piuttosto un grave errore dovuto alla concitazione che c'è stata intorno alla Legge di Bilancio". Per questo i pazienti chiedono al ministro e al Governo di rivedere la norma sull'Ires e quella sui farmaci orfani.

Un reagente chimico, brevettato ed unico al mondo, per la diagnostica rapida in oncologia capace di ridurre tempi (da tre giorni a due ore) e costi dei test tumorali: è stato inventato da un ex dottorando dell’università di Bologna ed attualmente è utilizzato anche sui pazienti dell’ospedale Bellaria, centro di eccellenza a livello europeo in ambito oncologico.

Timido all’apparenza ma sicuro delle proprie idee, lo startupper ‘sfuggito’ quasi per caso ad una carriera accademica si chiama Enrico Di Oto, bolognese di 35 anni fondatore ed amministratore delegato di “Oncology and Cytogenetic Products – OaCp”, società spin-off dell’Alma Mater, nata ufficialmente a fine giugno 2017 dopo essere stata ‘concepita’ in vari incubatori d’impresa tra l’Italia, la Silicon Valley, l’Irlanda fino alla Cina. 

La ‘miccia’ imprenditoriale, racconta lo statupper all’Agi, è stata accesa nel 2013 proprio al Bellaria dove l’allora dottorando, laureato in biologia (con specializzazione in patologia clinica) era tirocinante.

Come è nata l’idea del reagente superveloce?

“Mentre lavoravo all’ospedale Bellaria come dottorando, il mio responsabile disse che era necessario fare un maggior numero di test diagnostici in meno tempo ed a parità di costo, questo per uniformarsi ad una nuova direttiva del Sistema sanitario regionale. L’unica soluzione presente sul mercato era troppo costosa quindi io ed una mia collega abbiamo lavorato in laboratorio per un anno e mezzo.  Alla fine siamo riusciti a sviluppare una serie di miscele chimiche che semplicemente vengono aggiunte nel corso delle normali procedure dei test diagnostici e consentono di ridurre del 97 per cento i tempi per l’ottenimento del risultato: da tre giorni lavorativi a poco più di due ore. Inoltre, si ha una riduzione del costo che può arrivare fino al 60%. Questo crea un beneficio sia ai pazienti e sia al Sistema sanitario”.

In quale ambito della diagnostica oncologica si applica il vostro test?

“Il paziente sa già di avere un tumore perché è già stato refertato. Il nostro reagente si applica nella diagnostica di secondo grado mirata a capire, attraverso un esame sulle cellule del dna, la tipologia e la gravità del tumore ed il percorso da seguire: una terapia mirata, la cosiddetta targeted therapy, oppure una cura classica come la chemioterapia. Il brevetto è stato depositato nel febbraio 2014”.

Che cosa l’ha spinta a non pubblicare lo studio scegliendo invece di fondare una start up?

“La scelta era tra una carriera universitaria, tramite la pubblicazione scientifica dei risultati della ricerca oppure il ‘salto nel burrone’ come aspirante startupper. Il sistema più efficiente per veicolare una tecnologia, secondo me è andare sul mercato. Pubblicare avrebbe significato avere solo una ‘coccarda’ da ricercatore. Ma questa scoperta sarebbe rimasta sulla carta”.

Ci sono state delle validazioni scientifiche?
“Si nel corso del dottorato abbiamo applicato un controllo-studio molto ampio. Ovvero, casi già testati con la metodica standard sono stati esaminati una seconda volta con il test rapido. I dati sono risultati completamente sovrapponibili. I risultati sono stati depositati insieme al brevetto”.

Chi sono i vostri clienti?
“Noi lavoriamo tramite distributore all’estero e direttamente in Italia. I nostri referenti principali sono gli ospedali. L’Azienda Usl di Bologna è un nostro cliente. All’ospedale Bellaria, ad esempio, alcuni test oncologici vengono eseguiti con uno dei nostri prodotti. Abbiamo, inoltre, già avviato contatti con strutture sanitarie di diverse città italiane: Padova, Verona, Cuneo, Torino, Parma. Per quanto riguarda l’estero stiamo promuovendo i nostri prodotti in Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Austria, Lettonia, Libano, Emirati, Arabia Saudita”.

La vostra start up è stata selezionata in Italia e all’estero da diversi programmi di accelerazione imprenditoriale

“Si questo è stato fondamentale per imparare come affrontare il mercato, per costruirsi un network di relazioni e per ottenere finanziamenti. Il primo step è stato l’Unibo Launch Pad poi abbiamo trascorso tre settimane in Silicon Valley con il Tvlp Istitute. Molto intensi, infine, sono stati i quattro mesi nel 2016 a Cork, in Irlanda, insieme ad altre 11 start up selezionate, a livello mondiale, dal capital venture Sosv che ha finanziato OaCp, complessivamente, con 250mila euro”

Qual è la vostra strategia per il futuro?

“Stiamo cercando dei finanziamenti per consolidare lo sprint su ricerca e sviluppo. Nei prossimi cinque anni, l’obiettivo è diventare appetibili per una delle grandi multinazionali nostre competitor in modo da essere acquisiti”. 

Nell’ultimo periodo sui giornali e soprattutto in alcune trasmissioni televisive si è parlato molto di una dieta ormai popolare basata, come molte altre, sul basso consumo di carboidrati, identificati come causa di molte malattie.

La proposta raccomanda di eliminare i carboidrati e di assumere costosi integratori a base di spezie commercializzati tramite la società Life-120. Integratori che servirebbero per fornire i nutrienti necessari che l’alimentazione moderna non è in grado di dare. C’è però chi non è per niente convinto, a riguardo.

La dieta, su cui già ha preso posizione il ministro Giulia Grillo, viene stroncata anche dalla Fnomceo, la federazione degli ordini dei medici, che le dedica una scheda sul portale anti-bufale 'dottoremaèveroche'.

Nessuna garanzia di longevità

"La riconsiderazione del ruolo dei carboidrati nella dieta – ammettono i medici – e la riduzione del loro consumo è una prospettiva interessante su cui, soprattutto negli Stati Uniti, si discute da tempo anche in ambienti scientificamente qualificati. Le perplessità nascono però quando queste indicazioni giungono da persone che non hanno alcuna specifica competenza in materia e, soprattutto, possono avere un interesse personale nel commercializzare i prodotti suggeriti. Inoltre, nessuna evidenza scientifica assicura di vivere fino a 120 anni seguendo lo stile di vita proposto da questi regimi alimentari".

Cosa dice l’Oms

Invece, ricorda Fnomceo, l'Oms "ha delineato delle linee guida per una sana alimentazione, basandosi su revisioni sistematiche della letteratura mondiale condotte da esperti senza alcun tipo di conflitti di interesse. Queste linee guida hanno indicato che un apporto variabile dal 50 al 75% di calorie da carboidrati per lo più complessi (amido), contenuti in cereali integrali, legumi, vegetali e frutti interi, aiuta a prevenire le malattie cardiovascolari, il diabete e la condizione di prediabete.

È risultato anche che i migliori modelli alimentari al mondo sono:

  • la dieta mediterranea (58-60% delle calorie da carboidrati),
  • la dieta DASH (55-56,5 % da carboidrati),
  • le diete vegetariane (56-75% calorie da carboidrati),
  • la dieta tradizionale degli abitanti delle isole di Okinawa (>75% da carboidrati).

Da questi studi viene fuori come le proposte dietetiche che indicano i carboidrati come dannosi per il nostro organismo siano in contrasto con la prevalente base di evidenze disponibili in letteratura".

Dieta sana, dieta italiana

Inoltre, nel 2018 il Ministero della Salute ha diffuso delle linee guida per una sana alimentazione italiana. Nel documento si raccomanda di consumare più cereali, legumi, ortaggi e frutta perché apportano carboidrati ma anche vitamine, minerali e altre sostanze di grande utilità per una buona salute; di limitare la quantità di grassi e di zuccheri e di prestare attenzione alla qualità degli alimenti; di utilizzare poco sale; e soprattutto di variare spesso le scelte a tavola perché è il modo più semplice e sicuro per garantire, in misura adeguata, l’apporto di tutte le sostanze nutrienti indispensabili al nostro organismo.

I disturbi alimentari sono in allarmante aumento e l'età di esordio più frequente per anoressia e bulimia è tra i 15 e i 25 anni. Ma sono in crescita i casi dagli 11/12 anni. Rifiuto del cibo o, al contrario, grandi abbuffate restano i problemi più frequenti, ma ad essere in aumento è anche è anche la risposta maschile della vigoressia (fenomeno in aumento anche nelle donne).

La causa? Un profondo disagio personale che trasforma la voglia di essere magri e "belli" in una patologia, aggravata dall'utilizzo dei social, che consentono ai loro utenti di crearsi dei profili online, utilizzati in questo caso per mettersi in mostra in una vetrina cui tutti hanno libero accesso e, dunque, facilitano confronti con modelli di bellezza irraggiungibili. A lanciare l'allarme è Annalisa Venditti, psicologa esperta dei disturbi del comportamento alimentare presso il Gruppo INI (Istituto Neurotraumatologico Italiano).

Anoressiche, poi bulimiche, poi obese

"I disturbi dell’alimentazione sono diversi – spiega Venditti -. L'anoressia e bulimia, legate al controllo del peso (nel primo caso una restrizione patologica alimentare che porta ad un forte dimagrimento e nel secondo con mangiate incontrollate a cui seguono condotte compensative quali vomito, abuso di lassativi/diuretici e sport estremo), sono i più diffusi, soprattutto per le donne, che più spesso tendono a seguire modelli di bellezza estetica. Stanno però aumentando le forme miste, in cui si passa dall'anoressia nervosa alla bulimia nelle diverse fasi della vita, e il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), una sorta di bulimia senza comportamenti di compenso che porta frequentemente all’obesità: è stimato che circa il 30 per cento degli obesi sia affetto da questo disturbo".

In generale, i disturbi alimentari colpiscono più le donne (soprattutto per anoressia e bulimia) e l'esordio è più frequente nell'adolescenza. 'L’età si sta abbassando, già con l'ingresso nella scuola media ci si sente donne, ci si trucca, si utilizzano i cellulari come vetrina e c'è il desiderio di essere belle", dice Venditti.

Condizionamenti familiari

"Ma il problema è aumentato anche negli uomini, sempre più attenti al fisico: la vigoressia, o anoressia reversa, è una forma di dismorfismo corporeo che porta la persona ad una continua ossessione per il tono muscolare, l'allenamento, la massa magra, una dieta ipocalorica e iperproteica, uno stile alimentare dannoso per ottenere un fisico pompato, a cui spesso si aggiunge l'uso di sostanze illegali per raggiungere tale obiettivo", aggiunge. I fattori di rischio sono diversi. "I bambini nascono sani con bisogni di fame e sazietà che fanno regolare il peso – osserva Venditti, responsabile del Corso "Per dimagrire fai pace con il cibo" che si tiene in questi giorni presso la struttura Villa Alba di Roma del Gruppo INI -. Poi subentrano tutta una serie di condizionamenti, ad esempio familiari”.

Ci sono famiglie “che elogiano troppo la magrezza, che mettono i figli a dieta da piccoli. Decidono gli altri cosa mangiare, iniziano i divieti e il cibo diventa un nemico".

I campanelli d'allarme sono tanti. "Un improvviso controllo estremo del cibo con paura di ingrassare (con crisi eccessive se non si riescono a rispettare le regole imposte), difficoltà a mangiare con gli altri, bassa autostima, attività fisica eccessiva, scomparsa di grandi quantità di cibo e ritrovamento di cibo in posti anomali (camera da letto, armadi, cassetti per bulimia e binge eating), rituali alimentari particolari, estrema selettività alimentare, problemi gastrointestinali, tanto per fare alcuni esempi dei campanelli d'allarme", conclude Venditti.

Un cocktail di farmaci epigenetici e immunoterapici nella lotta contro il tumore. Ma soprattutto un mix farmacologico in grado di 'risvegliare' il sistema immunitario e metterlo nelle condizioni di riconoscere la malattia, anche quando questa si 'nasconde'. Questo l'obiettivo di una ricerca che si sta portando avanti a Siena nel centro di immunoncologia dell'Azienda ospedaliera universitaria, grazie a uno studio della Fondazione Nibit (Network italiano per la bioterapia dei tumori), presentato, anche se in fase sperimentale a Chicago al congresso annuale dell'American association for cancer research.

Cos'è l'epigenetica 

La ricerca ha lo scopo di capire gli effetti della combinazione di un farmaco epigenetico e di un farmaco immunterapico nel trattamento di un melanoma in metastasi. Uno studio completamente italiano e anche supportato dall'associazione italiana per la ricerca sul cancro. "Per capire occorre comprendere cosa è l'epigenetica" – spiega Alessia Covre chimico farmaceutico coordinatore dei laboratori di ricerca preclinica del centro di immunoncologia senese. 

"L'epigenetica è una scienza relativamente nuova (che si affianca alla genetica) che provoca cambiamenti a livelli del Dna non imputabili a modificazioni della sequenza dello stesso. Le mutazioni del Dna sono irreversibili mentre quelle dell'epigenetica sono delle modificazioni chimiche dello stesso Dna ma reversibili. Per cui con l'utilizzo di farmaci epigenetici si è in grado di far regredire il fenomeno che noi osserviamo. Le modificazioni epigenetiche avvengono normalmente nel nostro organismo e sono dinamiche e vengono sfruttate molto dal tumore. E' stato visto recentemente che attraverso queste modificazioni il tumore è in grado di nascondersi dal sistema immunitario".

Il che ovviamente lo rende meno attaccabile ai tentativi tradizionali di cura. Aggiunge Covre. "Faccio un esempio. Il tumore esprime normalmente degli antigeni espressi solo da lui che quindi il sistema immunitario riconosce e li distrugge. E questo capita normalmente. Succede quando il sistema immunitario è molto forte". Ma non accade sempre, perché per diverse ragioni ci sono meccanismi che consentono al tumore di impedire agli antigeni di esprimersi per cui il sistema immunitario non riconosce la malattia.

"Lavorando in questa struttura del policlinico – sottolinea la dottoressa – abbiamo possibilità di avere a disposizione molti pazienti per cui studiamo le caratteristiche del tumore trattandolo con farmaci epigenetici e le eventuali modificazioni. Ma cerchiamo anche di capire quali sono le modificazioni epigenetiche che avvengono nel tumore che non risponde ad un trattamento di immunoterapia. Il nostro focus su tali modificazioni è capire il loro ruolo, soprattutto quando il sistema immunitario non è più in grado di riconoscere il tumore. Su questo tipo di strategia sono dodici anni che sto lavorando. Ciò che abbiamo visto è che trattando le cellule del melanoma – ma lo abbiamo fatto su qualsiasi tipo di tumore, con farmaci epigenetici , si era in grado di far esprimere solo dal tumore e non dai tessuti sani, delle molecole dove il sistema immunitario le riconosce".

Lo studio sui topi

Con passare del tempo si sono fatti passi avanti passando dallo studio in vitro all'utilizzo dei topi . "Un volta osservate in vitro tutte queste evidenze, in laboratorio, – aggiunge la ricercatrice- abbiamo pensato di utilizzarli. L'idea è stata quella di rendere più aggredibile il tumore dal sistema immunitario provandolo su questi animali, lavorando per anni in fase preclinica. Abbiamo modificato l'immunogenicità del tumore e tolto il freno al sistema immunitario permettendogli di produrre linfociti (i globuli bianchi che l'organismo utilizza per combattere le malattie ndr).

Abbiamo visto che i topi trattati con questa combinazione avevano una riduzione del volume tumorale significativamente diversa da quelli trattati con i singoli agenti riducendo la crescita tumorale dell'80%. Anni di esperienze in vitro e anni di esperienze in vivo ci hanno fatto decidere di portare queste nostre esperienze in clinica, puntando sullo studio denominato Nibit -M4, il primo sul melanoma in cui i pazienti vengono trattati con il farmaco epigenetico per rendere più visibile il tumore. Abbiamo lavorato su 19 pazienti. I dati sono ancora preliminari e non sono ancora stati pubblicati. Quello che possiamo dire e' che la combinazione del farmaco epigenetico di seconda generazione, la guadecitabina con l'anticorpo anti CTLA4 è tollerata". Lo studio continua ovviamente. "Ora stiamo cercando – precisa Covre- di aumentare le risposte del sistema immunitario".

Con i dolciumi della calza della Befana si conclude il tour de force enogastronomico delle Feste che ha portato aumenti di peso fino a 2 chili per effetto del consumo di circa 15-20 mila chilocalorie. È quanto stima la Coldiretti in occasione dell'Epifania che "tutte le feste si porta via" lasciando però a molti uno sgradito ricordo. La tradizione della calza appesa secondo Coldiretti/Ixè in più di una famiglia su tre (36%) ha portato nelle case l'ultima razione di cioccolata, caramelle e carbone dolce che tentano grandi e piccini dopo che dalle tavole degli italiani sono già spariti 70 milioni di chili tra pandori e panettoni, sessantotto milioni di bottiglie di spumante, tonnellate di pasta, 6,5 milioni di chili tra cotechini e zamponi e frutta secca, pane, carne, salumi, formaggi e dolci per un valore complessivo vicino ai 4,5 miliardi di euro, solamente tra il pranzo di Natale e i cenoni della Vigilia e di Capodanno.

L'effetto del maggior consumo di cibi calorici abbinato a bevande alcoliche è aggravato dal fatto che – sottolinea la Coldiretti – l'abbuffata per le festività è stata anche accompagnata spesso dalla sospensione delle attività sportive e da una maggiore sedentarietà con le lunghe soste a tavola con parenti e amici che hanno ridotto il movimento fisico e favorito l'accumulo di peso. Con l'inizio del nuovo anno la perdita di peso diventa dunque un obiettivo prioritario per il 47% degli italiani che secondo Coldiretti/Ixè sono attenti alla dieta per mantenersi in forma.

I cibi per tornare in forma

Per aiutare le buone intenzioni la Coldiretti ha stilato una lista dei prodotti le cui proprietà terapeutiche e nutrizionali sono utili per disintossicare l'organismo e per accompagnare il rientro in salute alla normalità dopo gli stress dei viaggi e dei banchetti natalizi. In questa stagione – continua la Coldiretti – tra la frutta da non dimenticare ci sono arance, mele, pere e kiwi mentre per quanto riguarda le verdure quelle particolarmente indicate sono spinaci, cicoria, radicchio, zucche e zucchine, insalata, finocchi e carote.

Tutte le insalate e le verdure vanno condite – sottolinea la Coldiretti – con olio d'oliva, ricco di tocoferolo, un antiossidante che combatte l'invecchiamento dell'organismo e favorisce l'eliminazione delle scorie metaboliche, e abbondante succo di limone che purifica l'organismo dalle tossine, fluidifica e pulisce il sangue, è un ottimo astringente e cura l'iperacidità gastrica.

Le arance – informa la Coldiretti – sono una notevole fonte di vitamina C che migliora il sistema immunitario e aiuta a fronteggiare l'influenza che ha già portato 1,5 milioni di italiani negli ambulatori, favorisce la circolazione, ossigena i tessuti e combatte i radicali liberi. Le mele per il loro modesto apporto calorico e per la prevalenza del potassio sul sodio sono capaci di svolgere un'azione antidiarroica e di regolare la colesterolemia. Ancora, le pere che oltre ad avere un buon potere saziante, contenendo zuccheri semplici come il fruttosio, fibra, molta acqua e poche calorie, sono adatte per chi soffre di intestino pigro.

I kiwi ricchi di vitamina C, fosforo e potassio sono particolarmente indicati per migliorare il funzionamento dell'intestino, i semini neri in esso contenuti, infatti, ne stimolano le contrazioni. Tutta la verdura a foglie verde scuro come spinaci e cicoria – continua la Coldiretti – contiene acido folico, gruppo vitamine B, essenziale nella formazione dei globuli rossi del sangue per la sua azione sul midollo osseo. A

Ancora, l'insalata conferisce volume e potere saziante con un apporto calorico estremamente limitato ed assicura anche un certo contributo di vitamine, calcio, fosforo e potassio. Le carote sono ricche di vitamina A, indispensabile per la salute degli occhi e della pelle, i finocchi, risultano ottimi per combattere la nausea, la digestione difficile e la stitichezza. Nella dieta non vanno trascurati piatti a base di legumi (fagioli, ceci, piselli e lenticchie) perché contengono ferro e sono ricchi di fibre che aiutano l'organismo a smaltire i sovraccarichi migliorando le funzionalità intestinali ma – conclude la Coldiretti – sono anche una notevole fonte di carboidrati a lento assorbimento, che forniscono energia che aiuta a combattere il freddo e il gelo che attanaglia la Penisola.

"L'influenza di quest'anno colpirà circa 5 milioni di persone e il picco è atteso per la fine di gennaio". Lo afferma Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università degli studi di Milano e direttore sanitario degli Irccs Galeazzi di Milano. "La stagione è ancora nella fase iniziale – spiega Pregliasco all'AGI – complici le temperature miti delle festività che hanno fatto spostare in avanti l'inizio dell'epidemia vera e propria. Fino ad ora hanno lavorato alla grande i virus simil influenzali, sollecitati dagli sbalzi termici, ma il clima rigido di questi giorni sta scatenando la vera influenza. Ad oggi – annota il virologo – sono un milione e mezzo gli italiani colpiti, piu' di 250 mila circa nell'ultima settimana".

La curva epidemica è alla terza settimana di crescita, rispetto all'anno passato la crescita è più lenta e l'incidenza dei casi piu' bassa ma gli esperti potranno regolarsi meglio dopo il 7 gennaio, quando riapriranno le scuole e il virus si diffonderà in maniera più rapida. L'anno scorso era circolato molto un virus di tipo B, quest'anno invece prevalgono due virus: l'A-H3N2, particolarmente rischioso per gli anziani e l'A-H1N1, diffuso maggiormente al Sud.

"Sono virus che mettono a rischio anche i bambini, perché il loro organismo non è mai entrato in contatto con essi e quindi non sono immunizzati", spiega Pregliasco. Quest'anno, comunque, l'ondata influenzale si presenta più leggera rispetto a quella del 2017-2018 e l'impatto della malattia potrebbe essere ridotto dall'elevato numero di vaccini richiesti, al punto che molte Asl hanno esaurito le scorte.

"La stagione passata è stata la peggiore degli ultimi 15 anni – sottolinea il virologo – con 8 milioni e mezzo di persone a letto, 160 casi di morte diretta per polmonite grave, e circa 10 mila persone decedute per complicanze a livello cardiaco e respiratorio". Non dimentichiamo, dice, che l'influenza è una malattia banale, ma colpisce molti soggetti e tra questi anche persone fragili, per cui si verificano casi di morte. Come curarsi quando appaiono i classici sintomi delle ossa rotte, febbre e tosse? Ricordarsi prima di tutto che la malattia è contagiosa e si trasmette facilmente.

"Esistono antivirali – ricorda Pregliasco – ma utilizziamoli solo in casi gravi. Altrimenti suggerisco l'automedicazione responsabile, seguendo le indicazioni contenute nella scheda tecnica dei farmaci, per attenuare i sintomi ma non azzerarli. Gli antipiretici non sono curativi, riducono solo il fastidio. Se però li assumiamo in dosi massicce facciamo il gioco del virus, perché la febbre è una risposta immunitaria buona dell'organismo e dobbiamo ascoltarla".

Se la febbre non passa, oppure passa e poi ricomincia, questo può essere il segnale di un'infezione batterica e quindi è opportuno rivolgersi subito al medico di famiglia. Bene assumere i probiotici, la vitamina B e la C perché aiuta a rinforzare le difese immunitarie. E naturalmente attenzione agli sbalzi termini che ci predispongono al contagio.

Evitare un'alimentazione eccessiva di carne rossa, sostituendola con proteine alternative, potrebbe evitare milioni di decessi l'anno soprattutto nei paesi più ricchi. È quanto sostiene un paper pubblicato dal World Economic Forum il quale sottolinea peraltro che una diversa strategia di approvigionamento di cibo potrebbe anche ridurre drasticamente le emissioni di gas serra. Il Wef cita una ricerca condotta dalla Oxford Martin School secondo la quale gli sforzi per sostituire la carne e in particolare la carne bovina potrebbero offrire enormi benefici per la salute umana e l'ambiente.

L'organizzazione, famosa per il meeting di Davos che si tiene ogni anno e che riunisce i big del pianeta, sostiene che il 2,4% dei decessi potrebbe essere evitato a livello globale se si riducesse il consumo di carne. Nei paesi più ricchi, tale percentuale sale al 5%. Non è specificato quante persone si stima che muoiano ogni anno per cause legate all'alimentazione basata eccessivamente sul consumo di carne, né quali malattie comporti, ma il Wef sostiene che ridurlo "potrebbe prevenire milioni di morti non necessari all'anno".

Considerato l'aumento demografico, visto che la popolazione mondiale raggiungerà i 50 miliardi verso il 2050, bisogna tenere a mente che la domanda di carne e' destinata a continuare a crescere. Per questo motivo, "sarà impossibile soddisfare in modo sostenibile la futura domanda mondiale di carne", ha dichiarato il direttore generale del WEF Dominic Waughray.

Come è stato realizzato lo studio

Il rapporto ha analizzato 13 fonti di proteine, tra cui carne di manzo, maiale e pollo, insieme a frutta e verdura come fagioli, proteine non animali trasformate come il tofu e nuovi prodotti, compresi gli insetti. In sintesi, secondo il rapporto, il passaggio dalla carne a proteine alternative potrebbe avere sia un effetto negativo che un effetto positivo sull'assunzione di sostanze nutritive (a seconda dei paesi) ma nel complesso, l'aumento del consumo di proteine alternative offre sicuramente dei miglioramenti per la salute.

Fagioli, micoproteine e piselli potrebbero cioè aiutare a ridurre i tassi di mortalità fino al 7%. Da un punto di vista ambientale, la produzione di carne bovina rappresenta da sola un quarto di tutte le emissioni di gas serra legate all'alimentazione: il paper sottolinea che un'impennata della domanda di proteine potrebbe esercitare un'enorme pressione sull'ambiente a meno che non vengano trovate strade alternative. L'allevamento del bestiame rappresenta una tripla minaccia per l'atmosfera terrestre, poiché gli animali producono enormi quantità di gas metano ad effetto serra, insieme alla perdita di foreste che assorbono il carbonio che vengono abbattute per le aree di pascolo.

Per non parlare delle enormi quantità di acqua necessarie a sostenere il bestiame. "Le prove sono chiare, il nostro sistema alimentare deve essere trasformato per il bene del nostro pianeta e per il futuro del genere umano", ha dichiarato in una nota il capo del WEF International Marco Lambertini. "Siamo l'ultima generazione che può fare qualcosa a riguardo prima che il sistema crolli", ha aggiunto.

I consumi di carne nel mondo

Nel Pianeta, ci sono ovviamente dei distinguo: ad esempio il consumo di carne è in aumento in Asia, ma ancora inferiore rispetto all'Europa e al Nord America. Ci sono delle eccezioni come in Cina, dove si incoraggia a mangiare meno carne e anzi ci si è posto l'obiettivo di ridurne il consumo del 50% entro il 2030. Tradizionalmente, però, in Cina si consuma più pollo e maiale rispetto alla carne rossa. In sintesi, ridurre il consumo di carne otterrebbe effetti più positivi nei paesi ad alto reddito dove c'è invece più bisogno di ricorrere alle fibre.

La questione diventa invece delicata per i paesi a basso reddito in quanto la carne spesso fornisce sostanze nutritive comunque molto importanti, come il ferro, e ridurne il consumo potrebbe comportare un altro tipo di problemi. Per questo motivo, l'auspicio è che l'accesso alle proteine alternative sia possibile anche per le popolazioni più povere, visto che attualmente hanno un costo elevato. Ma in futuro, sostiene il paper, l'industria della carne e quella delle proteine alternative coesisteranno e, di conseguenza, ci sono grandi opportunità per le sinergie.

La raccomandazione è appunto quella che nel discutere della necessità di ridurre il consumo globale di carne, si metta in conto che non bisogna influire negativamente sui mezzi di sussistenza di alcuni dei paesi più poveri del mondo che dipendono su carne e bestiame. Le proteine alternative cioè dovrebbero essere accessibili a tutti.

È scontro tra la ministra della Sanità, Giulia Grillo, e l’Osservatorio delle malattie rare sulla legge di Bilancio e i cosiddetti farmaci orfani, medicine spesso costose ma necessarie alla prevenzione e al trattamento appunto delle malattie rare. Farmaci che secondo l’Osservatorio sarebbero stati esclusi da un principio di tutela che era stato introdotto nella precedente legislatura, sotto il Ministro Lorenzin. Si tratta di farmaci che nel 90% dei casi non hanno alternativa terapeutica e per produrre i quali servono investimenti ingenti da parte dei produttori, poco invogliati a fare ricerca visto il basso impatto commerciale. 

Cosa ha scritto l’Osservatorio

Scontro che è nato dopo un blog pubblicato dal direttore dell’Osservatorio, Ilaria Ciancaleoni Bartoli, sul sito dell’Agi. “Con l’ultima legge di Bilancio – ha scritto Ciancaleoni Bartoli – sono stati spazzati via sia il principio che i farmaci orfani, tutti, sono da tutelare, sia il principio di solidarietà per cui le big pharma aiutano le aziende impegnate nelle malattie rare. Si è infatti stabilito che gli orphan like e gli orfani che abbiano perso l’esclusività si tornino a pagare, liberando le Big Pharma da questo piccolo onere. Si parla di un totale di circa 200 milioni di euro ogni anno che vengono sottratti alle aziende che si occupano di malattie rare, denaro che finiva principalmente in ricerca, ma anche in progetti di aiuto ai pazienti.  200 milioni di euro che tornano nelle casse dello Stato e che servivano per far tornare i difficili conti della Legge di Bilancio? No, 200 milioni che vanno nelle casse di Big Pharma”.

Ancora il direttore dell’Omar: “Un regalo, sostanziale ma anche simbolico e significativo, del Governo alle grandi multinazionali del farmaco: difficile credere che un ministro del Movimento 5 Stelle abbia fatto questo, ma i fatti sono nel testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Se poi il Governo decidesse di tornare sui suoi passi, così come sembra che farà per la norma che penalizza il volontariato, ben venga: ma certo che il cattivo segnale ai malati rari è arrivato forte e chiaro”.

Ancora il direttore dell’Omar: “Un regalo, sostanziale ma anche simbolico e significativo, del Governo alle grandi multinazionali del farmaco: difficile credere che un ministro del Movimento 5 Stelle abbia fatto questo, ma i fatti sono nel testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Se poi il Governo decidesse di tornare sui suoi passi, così come sembra che farà per la norma che penalizza il volontariato, ben venga: ma certo che il cattivo segnale ai malati rari è arrivato forte e chiaro”

Leggi qui il post integrale.

La replica della ministra

Giulia Grillo ha scelto la sua pagina Facebook per contestare questa lettura dei fatti: “La legge di bilancio 2019 ha introdotto importanti novità nel settore farmaceutico, portando un meccanismo di EQUITÀ che prima, nella norma che regola i tetti di spesa sulla farmaceutica, non c’era. Il ripiano (cosiddetto payback) in caso di sforamento dei tetti di spesa programmati avverrà in base alla propria quota di fatturato e non attraverso metodi astrusi che hanno portato nel tempo a oltre 350 ricorsi e a un mancato incasso per le regioni di oltre 2,5 miliardi di euro solo per il periodo 2013-2017.

Giulia Grillo spiega che è stata introdotta una franchigia per “TUTTE le aziende (principio di progressività) e dunque i primi 3 milioni di euro di fatturato non partecipano al meccanismo di ripiano. Un vantaggio che agevolerà moltissime PMI del settore che rappresentano oltre il 90% del nostro sistema economico. Questo significherà maggiori opportunità di investimento in ricerca e sviluppo per molte più aziende rispetto a prima con ricadute positive per tutto il settore. Insomma, applicando il principio di progressività, CHI PIÙ FATTURA PIÙ PAGA, non faccio nessun “regalo a big pharma” come ha scritto qualcuno in modo FUORVIANTE E SCORRETTO, ma si applicherà un sistema decisamente più equo che in passato”.

Una polemica non politica

A stretto giro la replica dell’Osservatorio al post della ministra della Sanità. “La prima cosa che intendo precisare è che nel precedente post non c’è assolutamente un attacco politico, né al Ministro né, tantomeno, al Movimento 5 Stelle. Proprio durante la discussione della legge di Bilancio è stato reso merito dell’approvazione di un emendamento, proprio a firma M5S, sul tema dello screening neonatale, segno che verso queste forze politiche non c’è alcun pregiudizio. Per quanto riguarda, invece, la mancata approvazione del Piano Nazionale Malattie Rare e di alcuni atti necessari alla concreta applicazione dei nuovi LEA si tratta di fatti difficilmente contestabili”

Quella fatta da Ciancaleoni Bartoli vuole essere una critica su un atto specifico, “anche questo difficilmente contestabile: l’esclusione di ben 39 farmaci destinati ai malati rari da un principio di tutela che era stato introdotto nella precedente legislatura, sotto il Ministro Lorenzin. Si tratta di farmaci che nel 90% dei casi non hanno alternativa terapeutica.

Nella risposta del Ministro Grillo si fa confusione tra due cose differenti: uno è il meccanismo di equità “chi più fattura più paga” introdotto in questa legge di Bilancio, e con il quale si può anche essere d’accordo, altra cosa è l’esclusione di questi farmaci orfani da un principio di tutela precedentemente introdotto nel nostro Paese. Non era questa tutela la causa dei ricorsi che il Ministro cita, poiché questi riguardavano il principio stesso del Payback e non l’esclusione degli orfani”. 

Chi ci guadagna?

Ancora Ciancaleoni Bartoli: “Il danno prodotto al settore dei farmaci orfani è pari a circa 200 milioni l’anno: una cifra che non penalizzerà le aziende che fatturano di più, bensì un gruppo eterogeno di farmaci orfani che, per motivi ben diversi dal fatturato, non sono inclusi nella lista europea a cui il Ministro fa riferimento: lista che la Commissione Europea ha creato per tutt’altro uso. È dunque corretto dire, e non si tratta certo di disinformazione, che si è fatto un passo indietro sulla tutela dei farmaci orfani rispetto al passato, e che questo va a beneficio delle grandi aziende che prima ripianavano il debito al posto di questi 39 farmaci orfani. Senza che ci sia alcun beneficio per il Bilancio dello Stato”. 

Grillo assicura: “I pazienti prima di tutto”

La polemica non si ferma qui. Il Blog Delle Stelle pubblica la versione della ministra, che si conclude con un attacco frontale: “Chi racconta inesattezze su queste nuove regole, in realtà non lo fa a beneficio dei pazienti, ma lo fa per i super big del Pharma, quelli con i più grossi fatturati. È di ieri, per fare un esempio, la notizia che una delle più grandi aziende detentrice di brevetti di medicinali orfani (tra i quali un solo farmaco orfano che ha fatturato nel 2017 ben 193 milioni di euro) è stata acquisita per 74 miliardi di euro. Dunque nel nuovo sistema non c’è alcun intento punitivo per l’industria (ci mancherebbe!!!), ma un più giusto sistema di monitoraggi e pagamenti. Nessun diritto o agevolazione per i malati rari è stata toccata. I pazienti vengono prima di tutto”.

Binetti sottolinea: la legge di bilancio non aiuta i bambini con malattie rare

Nella polemica interviene anche Paola Binetti, presidente del gruppo interparlamentare sulle malattie rare. "La vigilia della Befana non sarà così bella e piena di speranza per i bambini che hanno una malattia rara e sono spesso alla ricerca di uno di quei farmaci che possa mutare la storia naturale della loro malattia", afferma, "La legge di bilancio quest'anno è stata particolarmente avara con loro e ha messo in moto un processo che disincentiva la ricerca di questi farmaci".

"Il ministro della Salute, Giulia Grillo cerca di contestare questa interpretazione dei fatti, sostenendo che la legge quest'anno ha innescato un meccanismo di equità che prima non c’era", prosegue Binetti, "In realtà quando si tratta di malattie rare e di farmaci orfani c'è un solo modo di intendere cosa sia equo e cosa non lo sia, ed è l'interesse di malati penalizzati da una ricerca avara di risultati e da una diagnosi che giunge sempre troppo tardi per garantire risultati positivi. Equità non è trattare in modo uguale aziende che uguali non sono. Una piccola azienda che faticosamente persegue obiettivi di nicchia, destinati ad un numero ridottissimo di pazienti, non può essere messa sullo stesso piano di una grande azienda, una multinazionale che distribuisce farmaci ben sperimentati su di un mercato in costante espansione".

!La vera equità è garantire la piccola azienda, sostenendola nella sua attività di ricerca e di distribuzioni di farmaci, non a caso definiti orfani, il cui costo non può essere calcolato sull'esiguo numero di pazienti a cui viene somministrato. E di conseguenza neppure i ricavi di queste piccole aziende possono essere minimamente paragonati a quelli delle grandi aziende", aggiunge.

Una questione controversa

Il team di fact checking di Agi (Pagella Politica) ha preso in carico la disputa e la valutazione delle due versioni e nei prossimi giorni pubblicherà un rapporto dettagliato sulla questione dei farmaci orfani e delle tutele previste nell’ultima legge di Bilancio.

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