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Una piattaforma digitale gratuita che mette in comunicazione da remoto i professionisti della sanità con i pazienti e che consente di effettuare video appuntamenti: uno spazio progettato per i chi ha bisogno di continuare ad avere accesso all’assistenza sanitaria.

Sullo sfondo l’emergenza Coronavirus e gli obblighi imposti per arginare il contagio. La piattaforma si chiama Care Connect, l’ha sviluppata KRY, un’azienda svedese nata nel 2015 che si occupa di sanità digitale. La piattaforma da ieri è disponibile anche in Italia (dopo Francia, Germania, UK, Svezia e Norvegia), proprio nel giorno in cui il Ministero dell’Innovazione ha invitato enti ed organizzazioni pubbliche e private a sottoporre soluzioni tecniche di tele assistenza per pazienti, sia per patologie legate al Covid-19, sia per altre patologie di carattere cronico. 

1,6 milioni gli appuntamenti digitali

Basata a Stoccolma, fondata da Fredrik Jung Abbou, Joachim Hedenius, Johannes Schildt, Josefin Landgård, KRI ha raccolto dalla sua costituzione 219 milioni di euro di finanziamenti, grazie al sostegno di investitori tecnologici europei, come Index Ventures, Accel e Creandum. La compagnia dichiara che la piattaforma ha fornito dal suo lancio 1,6 milioni gli appuntamenti digitali ai medici in tutta Europa. La società “lavora in partnership con le autorità sanitarie nazionali e locali per fornire capacità aggiuntive ai servizi di assistenza primaria – ha spiegato il CEO Johannes Schildt – nel Regno Unito, ad esempio, lavoriamo con diversi gruppi di Commissione per l’assistenza sanitaria nazionale (NHS Care Commissioning Group) per fornire cure primarie “digital first” a 3 milioni di pazienti. In risposta diretta a COVID-19, offriamo gratuitamente il nostro servizio”.

Il caso Italia

L’Italia è uno dei paesi più colpiti dalla pandemia e con un numero sempre maggiore di pazienti in auto-isolamento. Per Johannes Schildt la piattaforma, “completamente criptata” in termini di tutela dei dati sensibili, ha l’obiettivo di “soddisfare la crescente domanda dei pazienti di avere un servizio di consulenza e guida sanitaria a distanza e non pesare ulteriormente sugli operatori sanitari, ora più che mai, sotto pressione. L’uso della piattaforma va anche beneficio dei medici che hanno bisogno di continuare a vedere i loro pazienti da remoto, offrendo un’opzione semplice e sicura come i video appuntamenti, senza costi aggiuntivi. L’estensione del nostro servizio in Italia – ha spiegato – è un passo ovvio. È urgente che i medici continuino a visitare i pazienti, sia che siano affetti da Coronavirus, ma anche da altri problemi sanitari.

Soluzione digitale per la pandemia

“Abbiamo lanciato Care Connect di KRY in risposta alla crescente richiesta da parte dei medici di una soluzione digitale per la pandemia COVID-19 – ha aggiunto Schildt – per i medici che hanno bisogno di continuare a vedere i loro pazienti, questo offre un’opzione semplice e sicura per la progettazione di appuntamenti video, senza costi aggiuntivi”.

Non solo Coronavirus

“Per molti pazienti che si auto isolano a casa, urge il bisogno di accedere alla sanità anche per altre esigenze oltre al coronavirus – ha detto anche Annette Alaeus, responsabile delle malattie infettive di KRY – con gli ospedali che dirottano le risorse verso la cura dei pazienti affetti da COVID-19, Care Connect di KRY garantirà a chi si trova a casa la possibilità di rimanere in contatto con medici in grado di fornire loro cure specifiche, questo è vitale per chi soffre di patologie croniche come il diabete, e per assicurare che la nostra popolazione possa rimanere in salute il più a lungo possibile”.

Dottoressa Gatti, la Lombardia è l’epicentro di questa emergenza sanitaria perché più esposta di altre aree del Paese all’inquinamento atmosferico dell’aria prodotto dalle industrie, dai riscaldamenti e dal traffico delle auto. È plausibile?
“Si, è plausibile. È stato detto che molte persone per lo più anziane (la media è 80 anni) sono morte non di coronavirus ma con il virus. Persone già debilitate, cioè con patologie anche innescate da inquinamento ambientale, non disponevano più di un sistema immunitario efficiente. Ricordo che al momento non ci sono medici capaci di diagnosticare una patologia da polveri. In un progetto Europeo (DIPNA) di nanotossicologia, noi abbiamo già dimostrato che cellule attaccate da nanopolveri non hanno più un sistema di difesa capace di reagire”.

Antonietta Gatti è una fisica, tra i maggiori esperti di tossicità delle nanoparticelle a livello internazionale. Ha guidato il laboratorio dei biomateriali del dipartimento di neuroscienze all’università di Modena e Reggio Emilia, ed è stata consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito. È a lei che si devono gli studi decisivi sulle morti (di tumore) dei militari italiani tornati dai Balcani, fu  lei – nel 2004 – a trovare le nanoparticelle nei tessuti degli agnelli malformati nati in Sardegna vicino al Poligono Interforze di Salto di Quirra. Nanoparticelle prodotte dall’esplosione di proiettili e granate. Ha firmato decine di pubblicazioni e articoli scientifici.

Dottoressa Gatti, le polveri sottili presenti nell’aria possono compromettere le difese dell’organismo umano ‘attaccato’ dal coronavirus?
“È già stato dimostrato dalla Scuola di Leuven (Belgio) che polveri nanometriche (0.1micron), se arrivano agli alveoli, passano la barriera polmonare in 60 secondi e in un’ora possono arrivare a fegato e reni e da lì raggiungere tutti i siti del corpo, nessuno escluso. Questo fatto è noto dagli scienziati, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già stimato in 7.000.000 ogni anno le morti per patologie polmonari, cardiovascolari e cerebrali dovute all’inquinamento. E’ ovvio che, in un sistema già compromesso dalle polveri ambientali che sono responsabili di uno stato infiammatorio, un ulteriore insulto, per di più infettivo, può accelerare la morte”.

Questa relazione tra ‘efficacia’ del virus e smog non è stata ancora scientificamente dimostrata, ma se esistesse questa relazione, perché città inquinate come New Delhi è stata colpita finora solo marginalmente dal Covid-19
“Per prima cosa, c’è da chiedersi quali valutazioni siano state fatte sulla popolazione. C’è da considerare che la massima parte dei portatori del virus è perfettamente asintomatica e, dunque, sfugge alla rilevazione. Poi, non sappiamo se in un futuro vicino possa scatenarsi anche là un’epidemia. Ci può essere, però, anche un’alta, spiegazione. Il virus non resiste a temperature superiori a meno di una trentina di gradi, cioè è sensibile al calore e si denatura, non si replica e muore”.

Il tema della relazione tra virus e inquinamento atmosferico sta guadagnando attenzione da parte dei media e della comunità scientifica in questi giorni di emergenza sanitaria.  La Società italiana di medicina ambientale, l’Università Aldo Moro di Bari e l’Alma Mater di Bologna hanno appena pubblicato un ‘position paper’ su questo tema. “Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione – si legge – vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5) (1, 2). Nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico”.

I dodici ricercatori che hanno firmato il paper ricordano alcuni precedenti:

(2010) l’influenza aviaria può essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportano il virus. I ricercatori hanno dimostrato che vi è una correlazione di tipo esponenziale tra le quantità di casi di infezione (Overall Cumulative Relative Risk RR) e le concentrazioni di PM10 e PM2.5 (μg m-3) (4)

(2016) esiste una relazione tra la diffusione del virus respiratorio sinciziale umano (RSV) nei bambini e le concentrazioni di particolato. Questo virus causa polmoniti in bambini e viene veicolato attraverso il particolato in profondità nei polmoni. La velocità di diffusione del contagio (Average RSV positive rate %) è correlata alla concentrazione di PM10 e PM2.5 (μg m-3) (5).

(2017) il numero di casi di morbillo su 21 città cinesi nel periodo 2013-2014 varia in relazione alle concentrazioni di PM2.5. I ricercatori dimostrano che un aumento delle concentrazioni di PM2.5 pari a 10 μg/m3 incide significativamente sull’incremento del numero di casi di virus del morbillo (6). I ricercatori suggeriscono di ridurre le concentrazioni di PM2,5 per ridurre la diffusione dell’infezione.

(2020) uno dei maggiori fattori di diffusione giornaliera del virus del morbillo in Lanzhou (Cina) sono i livelli di inquinamento di particolato atmosferico (7). In relazione all’evidenza che l’incidenza del morbillo sia associata all’esposizione a PM2.5 ambientale in Cina, i ricercatori suggeriscono che politiche efficaci di riduzione dell’inquinamento atmosferico possono ridurre l’incidenza del morbillo.

Il grafico evidenzia una relazione lineare (R2=0,98), raggruppando le Province in 5 classi sulla base del numero di casi infetti (in scala logaritmica: log contagiati), in relazione ai superamenti del limite delle concentrazioni di PM10 per ognuna delle 5 classi di Province (media per classe: media n° superamenti lim PM10/n° centraline Prov.)  Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento da PM10 dei territori, coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali. (Fonte: Sima)

La relazione tra i casi di COVID-19 e PM10 suggerisce un’interessante riflessione sul fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia. (Fonte: Sima)

Dottoressa, l’inquinamento dell’aria è un vettore di trasmissione che può favorire la diffusione di un virus?
“L’aria è piena di polveri come ben sappiamo dai valori delle centraline dell’ARPA e i limiti di legge sono ripetutamente superati anche molto abbondantemente. Quelle controllate sono polveri di dimensione 10-2,5 micron, ma ci sono anche polveri ben sotto il micron: Polveri che hanno dimensioni comparabili con quelle di un virus. Una interazione non è solo possibile, ma è probabile. La creazione di un’entità organica-inorganica, una volta nel corpo umano, non è facilmente debellabile. Questa interazione può capitare anche dentro gli alveoli già pieni di polveri. Su questi substrati il virus può replicarsi facilmente”.

Che idea si è fatta di questo virus sotto il profilo molecolare? Perché è così letale rispetto ad altri coronavirus?
“La creazione di un’entità organico-inorganico non è debellabile con i normali farmaci. Da anni noi stiamo studiando questa nano-bio-interazione di nanoparticelle con proteine del corpo umano e abbiamo identificato queste nuove entità organiche-inorganiche nel sangue di pazienti con patologie come, ad esempio, la leucemia. Questo virus attacca i polmoni, e quelli degli anziani, dei fumatori e di chi ha altre patologie come, ad esempio, il diabete, che hanno capacità di difesa che, in alcuni casi, possono rivelarsi insufficienti”.

Il contrasto al contagio attraverso l’isolamento delle persone ha prodotto effetti in Cina, non ancora in Italia. È così che si ‘spegne’ un virus, impedendogli di diffondersi? È giusta questa strategia sostenuta dalla totalità dei virologi?
“Ogni epidemia ha una fase ascendente che può essere anche rapida ed una fase discendente. Si può cercare di arginare l’infezione isolando la gente sana da quella malata, così si evita il contagio. Purtroppo, non abbiamo altre armi di difesa. In questo mondo così globalmente interagente un battere d’ali in un punto si ripercuote anche a grandi distanze, tanto da diventare un temporale in un punto lontano. Il problema è che anche l’economia seguirà questo andamento”.

La comune influenza contagia e uccide migliaia di persone ogni anno ed è in piedi la discussione su quanto questa infezione sia peggiore di altre. Lo è?
“Influenze che esitavano in polmoniti erano già presente da ottobre scorso in Italia. Basta chiedere ai medici di famiglia e agli ospedali. Ogni anno l’influenza fa parecchie migliaia di morti, stimate in 20.000 /anno. Basta controllare le statistiche dell’Istituto Superiore di Sanità”.

Il paper curato dalla Sima e dalle università di Bologna e Bari è una base di lavoro che andrà sviluppata. Sebbene, leggiamo ancora, “tali analisi sembrano dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 Febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo. A questo proposito è emblematico il caso di Roma in cui la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane senza però innescare un fenomeno così virulento. Oltre alle concentrazioni di particolato atmosferico, come fattore veicolante del virus, in alcune zone territoriali possono inoltre aver influito condizioni ambientali sfavorevoli al tasso di inattivazione virale. Il gruppo di lavoro sta approfondendo tali aspetti per contribuire ad una comprensione del fenomeno più approfondita”.

La ricerca farmacologica mondiale è in queste settimane impegnata nelle cure per i malati di coronavirus: centinaia di migliaia di casi in tutto il mondo vengono trattati con farmaci già utilizzati per affrontare altre patologie, con successi più o meno evidenti.

Dopo la smentita da parte dell’Agenzia europea del farmaco del fatto che il popolare antinfiammatorio Ibuprofene possa addirittura provocare un peggioramento dei sintomi, la conferma più recente riguarda invece un antimalarico, l’idrossiclorochina, “sdoganata” addirittura dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mentre le autorità sanitarie cinesi hanno parlato di un farmaco utilizzato in Giappone per curare l’influenza che sarebbe efficace anche nei pazienti di coronavirus. Si tratta del favipiravir (nome commerciale Avigan), sviluppato da una controllata di Fujifilm: i risultati dei trattamenti su 340 pazienti a Wuhan e Shenzen sono “incoraggianti”.

L’Agenzia italiana del farmaco ha in corso una procedura rapida di approvazione per i medicinali utilizzati “off label” nei protocolli adottati nell’emergenza dagli ospedali, e per le sostanze che si stanno sperimentando come i farmaci a base di remdevisir e tocilizumab. Quest’ultima, sperimentata con successo all’Ospedale Cotugno di Napoli su due pazienti in terapia intensiva per effetto di una polmonite scatenata dal coronavirus, è una molecola pensata per combattere l’artrite reumatoide prodotta da Roche che è stata autorizzata anche in Cina.

Il farmaco è stato in grado di contrastare la risposta autoimmune scatenata dal virus e responsabile della sindrome respiratoria acuta che colpisce le persone infette da coronavirus. Un’altra ricerca riguarda lo sviluppo di molecole in grado di inibire l’attacco del virus rendendolo meno offensivo. Mentre per curare i primi due casi dei coniugi cinesi a Roma, allo Spallanzani hanno utilizzato due farmaci antivirali: il lopinavir/ritonavir e il remdesivir.

I due primi farmaci vengono somministrati congiuntamente per potenziare gli effetti che hanno sull’organismo e vengono utilizzati per la terapia anti HIV negli adulti e nei bambini di età superiore almeno ai due anni. Il secondo farmaco che è stato somministrato ai due pazienti è invece il remdesivir. È più sperimentale e fu prodotto da Gilead per contrastare il virus di Ebola e Marburg.

Sviluppato molto velocemente per poter essere impiegato nell’epidemia di Ebola del 2013-2016 in Africa Occidentale, è stato poi utilizzato nel corso dell’epidemia di Ebola del 2018 in Congo dove è stato dichiarato inefficace dai funzionari sanitari. Ora lo si riprova, visto che in fase sperimentale si era dimostrato attivo nei confronti dei virus Sars e Mers, della stessa famiglia del Covid-19.

Ancora, in Giappone si sta sviluppando un farmaco usando parti del sistema immunitario prelevate dal plasma delle persone contagiate dal nuovo coronavirus e poi guarite, per trasferire gli anticorpi. La società che la sta studiando, Takeda, chiamera’ il trattamento TAK-888 e ha precisato che potrebbe essere utilizzato solo da un numero esiguo di malati. E sarà indirizzata ai pazienti che hanno una malattia grave.

I trattamenti a base di cellule staminali rappresentano una ulteriore strada percorribile per combattere le infezioni causate dal nuovo coronavirus. Le sperimentazioni cliniche basate sull’uso delle cellule staminali condotte fino ad oggi in Cina sono almeno 14. Studi condotti sugli animali avevano suggerito che queste preziose cellule potessero riparare il grave danno d’organo causato dal Sars-CoV-2. Inoltre, alle MSC è stata associata una forte capacità di modulare l’attività del sistema immunitario.

I pesci oggi corrono rischio di infezione circa 283 volte maggiore rispetto a 40 anni fa. Questo è quanto sostengono i ricercatori dell’Università di Washington, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Global Change Biology. Lo studio si basa sull’analisi della presenza del parassita Anisakis tra il 1978 e il 2015.

“Abbiamo raccolto dati riportati su 123 diverse ricerche che indagano riguardo il numero medio di parassiti trovati su 56.778 pesci appartenenti a 215 specie. I risultati indicano che rispetto a 40 anni fa i pesci di oggi sono colpiti mediamente 283 volte più frequentemente”, afferma Chelsea Wood dell’Università di Washington.

“L’Anisakis inizia il suo ciclo vitale nell’intestino dei mammiferi marini, viene escreto poi tramite le feci e infetta i pesci, i piccoli crostacei, o le larve dei krill, di cui i pesci si nutrono, provocando delle cisti nel proprio tessuto muscolare. I mammiferi marini si nutrono poi dei pesci infetti e il ciclo ricomincia”, spiega il ricercatore.

“Consumare pesci infetti crudi, affumicati o congelati in modo improprio può portare gli esseri umani a contrarre il parassita, che non prolifera nell’intestino umano, ma può provocare una reazione immunitaria, che a sua volta può portare a problemi intestinali, come nausea, vomito o diarrea”, sostiene ancora Wood, sottolineando che la pericolosità è comunque molto bassa.

“Io continuo a mangiare sushi, so che gli chef sanno individuare e rimuovere i parassiti. Non sappiamo da cosa derivi l’aumento della presenza di Anasakis, ma potrebbe essere collegato all’innalzarsi della temperatura del mare”, conclude Wood, sperando di riuscire in futuro di contribuire a ridurre il numero di parassiti presenti nel sushi e nel pesce che mangiamo abitualmente.

Sono immagini scioccanti quelle diffuse dai ricercatori dell’Istituto nazionale di malattie infettive Spallanzani di Roma in uno studio che verrà pubblicato sull’International Journal of Infectious Diseases (immagini diffuse con l’esplicito consenso della figlia dei due coiniugi). Sono le radiografie e le immagini della Tac dei polmoni appartenenti alle prime due persone risultate infette in Italia, due turisti cinesi in vacanza, e che dimostrano quanto può essere devastante il nuovo coronavirus.

I due pazienti, un uomo di 67 anni e una donna di 65, erano in forma e in salute. Seguivano solo una terapia orale per tenere a bada l’ipertensione. Dopo aver riscontrato problemi respiratori e febbre, la coppia è stata sottoposta a test di laboratorio che hanno confermato l’infezione con il virus SARS-COV-2. Entrambi i pazienti hanno continuato ad aggravarsi fino a sviluppare la sindrome da distress respiratorio dell’adulto (ARDS).

Ci sono voluti solo quattro giorni per arrivare all’insufficienza respiratoria e due giorni dopo entrambi i pazienti respiravano solo grazie a un ventilatore. Le prime radiografie effettuate sui pazienti mostrano “opacità del vetro smerigliato”.

Immagine pubblicata dal Journal of Infectious Diseases (credit: Science Direct)

In pratica, gli spazi aerei nei loro polmoni si erano riempiti di liquido, generalmente pus, sangue o acqua. L’opacità del vetro smerigliato è spesso associata all’ispessimento o al gonfiore dei tessuti molli, noto come consolidamento. È stato anche visto un fenomeno chiamato “pavimentazione pazza”, che indica un ispessimento del setto e del setto intralobulare, che può inibire le prestazioni. I pazienti con Covid-19 hanno mostrato sacche piene di liquidi o muco nei polmoni, che possono peggiorare progressivamente con lo sviluppo della malattia.

Lo studio ha anche scoperto che i vasi sanguigni che trasportano il sangue dal cuore ai polmoni per ossigenarsi si stavano allargando. Questa condizione, nota come ipertrofia, riduce lo spazio per l’aria, causando difficoltà respiratorie e problemi respiratori. È probabile che questo segno sia correlato all’iperemia – eccesso di sangue nei vasi polmonari – causato dall’infezione virale.

“I modelli polmonari in entrambi i pazienti sono caratterizzati da ipertrofia dei vasi polmonari, che sono aumentati di dimensioni, in particolare nelle aree con danno interstiziale più pronunciato”, spiegano i ricercatori.

“Questa nuova evidenza radiologica suggerisce un diverso modello di coinvolgimento polmonare rispetto a quelli osservati nelle altre infezioni note gravi causate da coronavirus (Sars e Mers)”, aggiunge. I ricercatori affermano i loro risultati concordano con quelli precedenti, ma la presenza di infiltrati polmonari – una sostanza anormale che si accumula gradualmente all’interno delle cellule o dei tessuti corporei – potrebbe descrivere un predittore precoce della compromissione polmonare. 

C’è da dire, per completezza, che sono oggi pochi i malati di coronavirus che arrivano a questo stato di cose. Oggi in Italia sono in terapia intensiva il 6,6 per cento dei malati, e molti guariscono, proprio come è successo ai due cittadini cinesi. Dunque anche uno stato così avanzato di danneggiamento dell’attività polmonare in presenza di ventilatori e letti per la terapia intensiva può essere reversibile.

È una delle domande che tutti si pongono, quando ci si avventura fuori di casa magari per fare la spesa o comprare un giornale. C’è il rischio di essere contagiati dalle superfici dove il virus eventualmente si posa?

Purtroppo la risposta è sì: dopo mesi dal passaggio del coronavirus nell’uomo iniziano a essere pubblicati i primi dati circa la resistenza su diverse tipologie di superfici, che confermano sostanzialmente quanto già sapevamo sugli altri coronavirus, quello della Sars in particolare.

I primi studi, ricorda il virologo Roberto Burioni che al tema ha dedicato un focus sul suo sito Medical Facts, “sono stati quelli relativi alla contaminazione ambientale delle stanze in cui erano stati ricoverati pazienti affetti da COVID-19, la malattia che il nuovo virus causa.

Avevamo sottolineato – spiega – come tracce importanti di virus fossero presenti non tanto nell’aria, quanto piuttosto sulle varie superfici della stanza di degenza. Per quanto importante e utile, quello studio aveva, però, un limite tecnico: veniva ricercato il patrimonio genetico del virus e non la presenza di particelle virali integre. Questo dettaglio non è di poco conto, in quanto solo particelle virali integre sono in grado di infettare se entrano in contatto con il nostro organismo. In altre parole, il virus era sicuramente presente su varie superfici nelle stanze di degenza, ma non si poteva essere sicuri se esso potesse essere anche infettivo”.

La svolta però è arrivata di recente da uno studio condotto negli Usa, dove i ricercatori hanno valutato non solo la capacità del virus di permanere nel tempo su varie tipologie di superfici ma, cosa ancora più importante, ne hanno valutato la conseguente capacità di infettare. “Questo è molto importante – sottolinea Burioni – in quanto confermerebbe come un modo importante di trasmissione del virus sia quello “indiretto” attraverso le nostre mani. Tocchiamo superfici contaminate e, inavvertitamente, ci infettiamo portando le mani alla bocca, nel naso o negli occhi”.

Ed ecco i risultati: gli scienziati hanno messo una quantità nota di virus (grazie al suo isolamento in laboratorio) su diverse tipologie di superfici. In particolare ne hanno analizzato quattro: rame, cartone, acciaio inossidabile e plastica. Sono andati, poi, a verificare come la capacità infettante del virus cambiasse col passare delle ore. Tutto condotto a temperatura ambiente (21-23°C con umidità relativa del 40%), condizioni che potremmo tranquillamente paragonare a quella delle nostre case. Ne è emerso che i materiali più “inospitali” per il virus sono  il rame e il cartone con un dimezzamento della capacità infettiva in meno di due ore per il primo materiale e entro 5 ore abbondanti nel caso del secondo.

Un abbattimento completo dell’infettività è stato osservato rispettivamente dopo le 4 ore per il rame e le 24 ore per il cartone. Più lunga la persistenza sulle altre due superfici. Sull’acciaio inossidabile la carica infettante risultava dimezzata solo dopo circa 6 ore, mentre ne erano necessarie circa 7 per dimezzarla sulla plastica. Questo dato si associava a un tempo decisamente più lungo, rispetto ai primi due materiali, per osservare un completo azzeramento dell’infettività: almeno 48 ore per l’acciaio e 72 per la plastica. Il rischio, quindi, diminuisce notevolmente al passare delle ore ma non si annulla se non dopo qualche giorno.

“Il dato è importante – conclude il virologo – ma ancora preliminare e da confermarsi con altri esperimenti. In ogni caso, e a maggior ragione, noi continuiamo con il solito mantra: isolamento sociale (nostro), massima igiene delle mani e delle superfici (ricordiamo che il virus è completamente inattivato da acqua e sapone e da altri detergenti) e evitiamo di  toccarci (e farci toccare) il viso. Avremo modo di rifarci quando tutto questo sarà finito”. 

Da inizio marzo, il governo ha approvato una serie di provvedimenti per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus in Italia. Una delle misure più restrittive, imposta su tutto il territorio nazionale, riguarda gli spostamenti delle persone: senza una valida ragione, giustificata da motivi di lavoro  o per ragioni di salute o per altre necessità, è richiesto e necessario restare a casa.

È la prima volta che nella storia della Repubblica italiana viene adottata una misura di tale portata, che ha – e avrà – grosse conseguenze non solo sull’economia del Paese, ma anche sulla vita sociale dei cittadini italiani.

In particolare, che cosa dicono gli scienziati a proposito degli impatti psicologici di questa forma di semi-isolamento sulle popolazioni colpite dal coronavirus? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sulla questione, che oltre all’Italia e alla Cina, ormai sta coinvolgendo diversi Paesi europei, come la Spagna.

Un cambio di stile di vita e la paura

“L’impatto più grosso è che ci viene chiesto un radicale cambiamento dello stile di vita quotidiano, dove ci viene chiesto paradossalmente non di fare più cose, come la società moderna ci ha abituati a fare, generando il cosiddetto “stress per le tante cose da fare”, ma di non fare, di “restare a casa””, ha spiegato a Pagella Politica Gianluca Castelnuovo, professore ordinario di Psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano.

Tutto questo può avere delle conseguenze sul piano psicologico per le persone, a cominciare dal nostro rapporto con la paura.

“In questo contesto di incertezza e di preoccupazione, la paura può essere funzionale, perché si può trasformare in attivazione e maggiore attenzione, per esempio per rispettare i protocolli di igiene, come lavarsi le mani e indossare i dispositivi di protezione individuale”, ha chiarito Castelnuovo. “I problemi possono però verificarsi in quelle persone che hanno maggiori difficoltà a gestire l’ansia, in cui questo stato può diventare disfunzionale”.

Che cosa ci dicono a proposito i precedenti della Sars e di altre epidemie?

Quali sono i precedenti…

Il 26 febbraio scorso, la prestigiosa rivista scientifica The Lancet ha pubblicato uno studio, realizzato da sette ricercatori del Dipartimento di psicologia medica dell’università britannica King’s College di Londra, dedicato proprio agli impatti psicologici della quarantena da coronavirus, suggerendo alcuni accorgimenti da prendere.

Seguendo le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), gli scienziati non hanno condotto un vero e proprio esperimento, che avrebbe richiesto tempi più lunghi, ma hanno fatto una panoramica della letteratura scientifica (quella che in gergo specialistico si chiama review) in materia di quarantena per trarre delle conclusioni applicabili alla pandemia da Covid-19.

In totale, i ricercatori hanno trovato sul tema 3.166 pubblicazioni scientifiche, da cui hanno selezionato oltre 20 studi, condotti in dieci Paesi diversi – dalla Cina al Canada, passando per la Liberia e il Senegal – e dedicati alle misure di quarantena messe in campo dal 2003 in poi per contrastare la diffusione di malattie come la Sars, l’Ebola o l’influenza pandemica H1N1.

… e che cosa ci dicono

Chiariamo subito che questi precedenti sono basati su numeri più ristretti a quelli di cui sentiamo parlare in questi giorni (lo studio più grande usa un campione di oltre 6.200 persone, quello più piccolo 10), e non per tutti ci sono dati precisi (per esempio, per alcuni studi non è disponibile sapere la durata dell’isolamento).

In ogni caso, come hanno rilevato i ricercatori su The Lancet, queste ricerche ci permettono di trarre alcune conclusioni utili – pur con alcuni limiti, come vedremo meglio più avanti – per comprendere e ridurre l’impatto psicologico della quarantena forzata sulle persone.

Una ricerca pubblicata nel 2004 ha mostrato che 338 membri di uno staff medico a Taiwan, messi in quarantena durante l’epidemia della Sars, hanno rilevato nei giorni immediatamente successivi alla fine dell’isolamento disturbi acuti da stress e una maggior propensione a vivere stati d’ansia e di insonnia.

Un altro studio, uscito nel 2009 e sempre relativo all’epidemia della Sars, ha evidenziato come in un campione di oltre 500 dipendenti di un ospedale cinese la quarantena abbia aumentato la probabilità di mostrare sintomi da stress post-traumatico. Un’evidenza, questa, raccolta anche da un’altra ricerca, uscita nel 2013, che ha avuto per oggetti i bambini e i loro genitori sottoposti a quarantena o altre misure di isolamento.

Nella popolazioni analizzate dopo giorni di quarantena, “gli studi riportano in generale sintomi psicologici come disturbi emotivi, depressione, stress, disturbi dell’umore, irritabilità, insonnia e segnali di stress post-traumatico”, scrivono i ricercatori del King’s College, che hanno anche cercato di capire, dalla letteratura disponibile sul tema, se ci fossero delle caratteristiche individuali o demografiche che “facilitassero”, in un certo senso, l’insorgere di questi sintomi.

Qui le evidenze raccolte con il metodo scientifico sono ancora meno chiare. Un punto fermo sembra comunque essere che tra i soggetti più colpiti ci siano proprio i medici e gli staff ospedalieri, così come i soggetti in giovane età.

“Un rischio nel futuro prossimo è che passata questa crisi potremmo trovarci molti casi di burnout tra il personale che era in prima linea nel contrastare l’emergenza coronavirus”, ha evidenziato Castelnuovo.

Come hanno sottolineato quattro ricercatori cinesi in una lettera pubblicata da The Lancet il 4 marzo scorso, si sa comunque ancora poco sugli impatti psicologici (e fisici) che i periodi di quarantena possono avere sui bambini, che in queste settimane sono costretti a restare in casa, lontani dalla scuola.

Altre fasce della popolazioni più a rischio, come evidenziano i Centers for disease control and prevention statunitensi (Cdc), sono gli anziani, i cittadini con malattie croniche e le persone che già soffrono di disturbi mentali, anche lievi.

Che cosa peggiora la quarantena

Altre evidenze scientifiche portano a ipotizzare il rafforzamento, sotto quarantena, di diversi stressor, ossia di quegli stimoli esterni che sono fonte di stress. Tra questi, gli stressor più diffusi sono la durata della quarantena, la paura di essersi contagiati (e anche quella di poter contagiare gli altri, in particolare i famigliari), la noia, la frustrazione e l’essere privi di beni necessari, non solo alimentari o per la salute, ma anche immateriali, come quelli legati all’informazione.

“La mancanza di chiarezza, in particolare sui diversi livelli di rischio, ha portato i partecipanti allo studio a temere il peggio”, scrivono gli studiosi del King’s College, commentando una ricerca pubblicata nel 2017 e relativa all’epidemia di Ebola in Africa occidentale, scoppiata tra il 2014 e il 2016.

Esistono poi degli stressor che aumentano di molto il rischio di mostrare difficoltà psicologiche una volta finita la quarantena. In particolare, i ricercatori si sono concentrati sul quantificare gli effetti causati dalle perdite economiche e dallo stigma sociale che vivevano i soggetti isolati una volta liberi.

Tra le evidenze scientifiche, risulta per esempio che chi ha livelli di reddito più bassi mostra una necessità di supporto maggiore, sia economico che psicologico, durante e dopo i periodi di quarantena.

“Non vanno inoltre sottovalutati i problemi legati ai disturbi alimentari”, ha sottolineato Castelnuovo. “Il rischio in questo periodo di semi-isolamento è quello di badare più alla quantità del cibo, che alla qualità. Questo contesto può essere utile per rigustare il piacere del cibo, mangiando lentamente e a piccole dosi, associandola anche a un po’ di attività fisica, rispettando sempre le regole, dal momento che non viviamo in un regime di coprifuoco”.

Che cosa possiamo fare

Come sottolineano gli stessi ricercatori, la review uscita su The Lancet ha diversi limiti, anche se ad oggi resta la pubblicazione scientifica più dettagliata su questo tema, per lo meno legata alla diffusione del nuovo coronavirus.

Nello specifico, gli studi da cui sono state tratte le evidenze viste sopra sono stati condotti per lo più su un ristretto campione di persone, e in pochi casi c’è stato un confronto diretto tra soggetti isolati e soggetti non isolati.

In ogni caso, questa review fornisce una base scientifica a quello che già il buon senso sembra suggerire: i periodi di quarantena possono avere effetti psicologici profondi e duraturi, soprattutto sulle fasce della popolazione più deboli.

Secondo i ricercatori, è possibile rendere i periodi di isolamento “più tollerabili per il maggior numero di persone possibile”, seguendo una serie di accorgimenti.

Una delle misure necessarie da adottare da parte di un governo è quella di spiegare con chiarezza che cosa sta succedendo, garantendo una comunicazione istituzionale trasparente e rinforzando il senso di altruismo nella cittadinanza.

“È necessario però non travolgere i lettori con le notizie angoscianti, ma comunicare le buone notizie, per esempio i casi di persone guarite dopo aver contratto il nuovo coronavirus”, ha spiegato Castelnuovo. “Un ulteriore aiuto poi, in un’epoca in cui sono fortemente criticate e demonizzate, può arrivarci dalle tecnologie, che grazie alle videochiamate permettono a chi è isolato di avere un contatto sociale più solido di quello coltivato solo con dei messaggi”.

Un discorso diverso vale per chi non vive da solo e magari in questi giorni è obbligato a condividere gli spazi domestici con dei famigliari.

“In questi casi è fondamentale strutturare la giornata, dividere i tempi e gli spazi in base a schemi e ritmi, rassicurando in particolare i bambini”, ha sottolineato Castelnuovo. “Questo periodo di semi-isolamento è troppo lungo per essere lasciato al caso, serve organizzazione del proprio tempo, con ampi margini dedicati non a semplici passatempi, ma alle proprie passioni personali e ai propri talenti”.

Inoltre, un altro elemento molto importante, che ha un impatto significativo sulla dimensione psicologica dei cittadini, è quello di garantire con facilità l’accesso a beni primari, come quelli alimentari, e a consulenze di supporto psicologico.

Il progetto “Solidarietà digitale”, promosso dal governo per permettere a imprese e associazioni di fornire servizi gratuiti alla cittadinanza, va anche in questa direzione. Sul sito ufficiale dell’iniziativa, è possibile consultare i servizi gratuiti offerti da diverse realtà che si occupano, per esempio, di organizzare colloqui psicologici in videochiamata.

Inoltre, come spiega il Ministero della Salute, “è disponibile un servizio di supporto psicologico per affrontare le emozioni durante il momento difficile di questa emergenza”, chiamando il numero verde 800.06.55.10 (attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7).

Conclusione

Da diversi giorni, la popolazione italiana sta vivendo una forma di semi-isolamento forzato, a causa dell’emergenza coronavirus, una situazione già vissuta da Paesi come la Cina e più recentemente avviata anche da Stati europei come la Spagna.

Una delle questioni più pressanti in questo momento – oltre ai risvolti economici dell’emergenza – riguarda gli impatti psicologici dell’isolamento sui cittadini.

In base a esperienze di quarantene passate, gli scienziati suggeriscono che lunghi periodi di isolamento possano portare a sintomi psicologici come disturbi emotivi, depressione, stress, disturbi dell’umore, irritabilità, insonnia e segnali di disturbi da stress post-traumatico.

Ma come ha sottolineato Gianluca Castelnuovo, professore ordinario di Psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano, questo periodo di radicale cambiamento dello stile di vita quotidiano può diventare anche un’opportunità per ripensare al nostro rapporto con le nostre passioni e con il cibo, e non solo una fonte di preoccupazioni.

Entro la fine del mese il numero dei posti letto in terapia intensiva nelle terapie intensive italiane dovrebbe salire a circa 6100 unità con un incremento di circa il 20 per cento del totale. Sono le stime raccolte da Agi dalla varie Regioni italiane. Si tratta solo di un primo parziale risultato che mostra bene la corsa che gran parte delle Regioni stanno facendo per allestire nuovi posti di terapia intensiva per far fronte all’emergenza coronavirus.

Come infatti ormai è ampiamente dimostrato sono proprio ventilatori, macchine per la respirazione artificiale e sistemi di isolamento biologico la linea di difesa più efficace contro il virus. In media, stando ai dati della Protezione civile un italiano ogni dieci italiani infettati dal virus finisce poi con lo sviluppare infezioni gravi dell’apparato respiratorio tale da metterne a rischio la sopravvivenza. Per questo è necessario ricorrere a questo particolare tipo di terapia, a cui, e lo dimostrano anche i casi di cronaca come per esempio quello del paziente 1 di Lodi, occorre sottoporsi per periodi anche molto lunghi di tempo.

Per questo, al primo posto degli interventi previsti dal nuovo decreto di spesa del governo c’è il potenziamento dei servizi di terapia intensiva. Prima dell’inizio della crisi, secondo i dati del Prontuario statistico nazionale, in Italia c’erano 5090 posti letto in totale tra strutture pubbliche e private con un rapporto di 12 a 1 in favore del Servizio Pubblico. Ora, secondo la circolare emanata dal Ministero della Salute lo scorso 4 marzo, il numero dei posti letto dei reparti di terapia intensiva nei diversi ospedali deve aumentare del 50 per cento, ovvero di altri 2500 unità circa.

Di questi, secondo i dati raccolti da AGI almeno 1210 nuovi posti dovrebbero essere disponibili già a partire dalla fine del mese con diverse regioni che hanno già completato una prima fase di potenziamento. Come per esempio la Lombardia, che è passata da circa 900 a 1067 nell’arco di poche settimane, o come l’Emilia Romagna che ha allestito già altri 211 posti di terapia intensiva portando il totale dei letti disponibili a circa 650.

Si tratta di numero importanti ai quali si aggiungono i 153 ulteriori posti che il Lazio ultimerà nelle prossime due settimane nei diversi centri della Regione incluso il nuovo Columbus Covid-19 Hospital della Columbus i cui costi sono stati sostenuti dall’Eni, che entro dieci giorni sarà completato con una dotazione complessiva di 74 posti letto singoli e 59 posti letto di terapia intensiva, interamente dedicato ad accogliere e trattare pazienti con Coronavirus Covid-19. Interventi importanti in questo senso sono stati messi in atto anche al Sud, in Campania dove la Regione ha già provveduto ad ampliare di altre 80 posti le terapie intensive e in Puglia dove l’aumento dei posti letto in terapia intensiva già realizzato è di 209 unità.

Secondo le stime elaborate da Giuseppe e Andrea Remuzzi per l’Istituto Mario Negri di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi di Bergamo,  pubblicate sulla rivista The Lancet, entro la metà di aprile, quando si prevede possa esserci il picco dell’epidemia di coronavirus, il fabbisogno di posti letto in terapia intensiva potrebbe salire a circa 4000 unità. Si tratta di un numero importante tenuto conto che non tutti i posti letto disponibili in Italia sono dedicati a pazienti affetti da coronavirus.

Inoltre occorre considerare che dalle esperienze fin qui acquisite, i tempi di ricovero dei pazienti con coronavirus nei reparti di terapia intensiva sono molto più lunghi della media: 30 giorni circa, contro  14. Ogni anno i 5090 posti letto di rianimazione sono occupati con un tasso del 48,4 per cento. Questo significa che, sperando che tutti i posti siano sempre in perfetta efficienza e immediatamente utilizzabili, oltre al fabbisogno ordinario si possono avere circa 2.500 posti letto per la terapia dei pazienti affetti da coronavirus, ai quali si aggiungerebbero i nuovi posti che sono stati realizzati dalle Regioni in queste settimane.

Il totale sarebbe intorno ai 3.700 posti letto disponibili. La stima elaborata dall’AGI potrebbe essere errata per difetto e i numeri dei posti letto effettivamente disponibili potrebbero essere anche un po’ di più di quelli fin qui elaborati, avvicinandosi così alla soglia delle 4000 unità. “Ci rendiamo conto – conclude Giuseppe Remuzzi – che è molto verosimile che a questo numero di posti letto di terapia intensiva non si possa arrivare. Una percentuale speriamo significativa di pazienti accederà alla terapia intensiva, gli altri saranno trattati con supporti respiratori meno invasivi. Questa è una grossa sfida per l’Italia, perché ora ci sono poco più 5.200 posti letto in terapia intensiva in totale.

Teniamo conto poi che abbiamo solo poche settimane per l’approvvigionamento di personale, attrezzature tecniche, e materiali. Sappiamo che il governo è al lavoro per approvare una legge che consentirà al servizio sanitario di assumere 20.000 medici e infermieri e di fornire altri 5.000 ventilatori agli ospedali italiani. Queste misure rappresentano un passo nella giusta direzione, ma il nostro modello ci dice che devono essere attuate con urgenza, nel giro di pochi giorni”.

La Gran Bretagna punta sulla “immunità di gregge” per superare la pandemia di nuovo coronavirus. Sir Patrick Vallance, il primo consigliere scientifico del governo, ha spiegato che l’obiettivo è creare “un’immunità di gregge” prima del prossimo inverno. Vallance ha avvertito che il Covid-19 è destinato a diventare “molto probabilmente un virus annuale, un’infezione stagionale annuale”, di qui la necessità di scaglionare nel tempo le misure più restrittive.

E affinché il Paese possa godere dell’immunità di gregge dev’essere contagiato il 60 per cento della popolazione. La sua dichiarazione ha suscitato non poche polemiche. Ma cos’è l’immunità di gregge? “Per le malattie che si trasmettono da persona a persona, le vaccinazioni non solo proteggono i vaccinati, ma anche le persone che non possono essere vaccinate (perché non ancora in età raccomandata, perché non rispondono alla vaccinazione o perché presentano controindicazioni)”, riporta l’Istituto superiore di sanità (Iss) italiano.

“Questo avviene grazie all’immunità di gregge per cui, se la percentuale di individui vaccinati all’interno di una popolazione è elevata si riduce la possibilità che le persone non vaccinate (o su cui la vaccinazione non è efficace) entrino in contatto con il virus e, di conseguenza, si riduce la trasmissione dell’agente infettivo. Questo significa che se vengono mantenute coperture sufficientemente alte si impedisce al virus di circolare fino alla sua scomparsa permanente”, aggiunge.

Tuttavia, riporta Sky News, Sir Patrick Vallance ha affermato che un vaccino contro il coronavirus efficace non sarà prodotto in tempo per l’attuale epidemia. Pertanto, in assenza di un programma di vaccinazioni di massa, affinché la popolazione del Regno Unito ottenga l’immunità di gregge, un numero sufficiente di persone dovrà contrarre il virus e guarire. Dovrebbero quindi avere molte meno probabilità di ottenere il virus – e meno probabilità di diffonderlo – rispetto a prima. Questo può essere descritto come “vaccino della natura”.

Al momento, è probabile che ogni persona che viene contagiata dal coronavirus lo trasmetta a 2,4/3 persone. La maggior parte delle persone avrà solo una malattia “lieve” da Covid-19, secondo Sir Patrick. Considerato il dato del 60% della popolazione del Regno Unito, che conta 66,4 milioni, significa che circa 40 milioni di persone dovrebbero essere contagiati. I dati finora disponibili suggeriscono che 32 milioni, o l’80%, di loro avrebbe sintomi lievi; ma circa otto milioni di persone potrebbero diventare casi gravi o critici e necessitare di cure in ospedale.

Il principale vantaggio dell’immunità di gregge è che riduce la diffusione di un virus. Pertanto, coloro che sono più vulnerabili al Covid-19 – come gli anziani o i portatori da patologie pregresse – possono essere isolati dal rischio della malattia durante il picco dell’epidemia di coronavirus. Isolando dunque i più vulnerabili a breve termine – mentre il resto della popolazione accumula immunità e, successivamente, la diffusione del virus rallenta – dovrebbe significare che avranno molto meno probabilità di contrarre il Covid-19 nel lungo-termine. Tuttavia, al momento non è noto quanto tempo occorrerà per contagiare il 60% della popolazione, dato che la cifra non è stata ancora raggiunta in nessun Paese. 

“Subito la sperimentazione del Tocilizumab nei casi di gravi polmoniti da Covid-19”. A parlare è il farmacologo Giuseppe Nisticò, docente dell’Università di Roma Tor Vergata, per oltre 10 anni membro italiano del comitato scientifico e del consiglio d’amministrazione dell’Ema, l’agenzia europea del farmaco. “I risultati incoraggianti ottenuti all’ospedale Cotugno di Napoli – dice all’AGI – su due pazienti affetti da gravi polmoniti da coronavirus a seguito di trattamento sperimentale con il Tocilizumab, farmaco impiegato nel trattamento dell’artrite reumatoide, dovrebbero indurre il ministero della Salute e l’Aifa a concedere immediatamente l’autorizzazione per un “clinical trial” più allargato per valutare ni tempi brevi la sua efficacia e tollerabilità”.

“Ci sono basi razionali – spiega ancora Nisticò – per tale autorizzazione. Infatti, il Tocilizumab è un anticorpo monoclonale, cioè una proteina che, con alcune sequenze di aminoacidi, si può ancorare alla proteina “Spike” del coronavirus. Con tale meccanismo – aggiunge – il farmaco può bloccarne la replicazione o arrestare la sua virulenza. Era stato già documentato che il Tocilizumab è un farmaco capace di bloccare la liberazione massiva della citochina IL6, indotta dal coronavirus a livello cellulare e così prevenire i suoi effetti letali”. 

La richiesta è sostenuta anche da Paolo Ascierto, presidente Fondazione Melanoma e direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto tumori Pascale di Napoli, che insieme all’ospedale Cotugno, centro di riferimento regionale per l’emergenza coronavirus e specializzato in malattie infettive, ha curato il trattamento dei primi due pazienti in Italia con il farmaco off laber, seguendo prassi già sperimentate in Cina.

“In 24 ore la terapia ha evidenziato ottimi risultati e stiamo valutando proprio oggi l’opportunità di estubare uno dei due malati, perché le sue condizioni sono migliorate”, annuncia Ascierto. Inoltre, oggi il Tocilizumab, che può essere impiegato nella polmonite da Covid-19 solo off label, cioè al di fuori delle indicazioni per cui è registrato, sarà somministrato ad altre due persone ricoverate a Napoli. Altri malati hanno già ricevuto la terapia anche nei centri di Bergamo, Fano e Milano.

“Abbiamo stabilito un vero e proprio ponte della ricerca con i colleghi cinesi, che avevano già osservato un miglioramento nei malati trattati in questo modo – spiega Gerardo Botti, direttore scientifico del Pascale – solo la collaborazione internazionale consentirà di mettere a punto armi efficaci contro il Covid-19. I risultati positivi di Tocilizumab devono essere validati, per questo serve uno studio multicentrico a livello nazionale”.

“La nostra esperienza più che decennale nell’utilizzo dell’immunoterapia nei pazienti oncologici ci ha condotto allo scambio di informazioni con la Cina cinesi, in particolare con Wei Haiming Ming del First Affiliated Hospital of University of Science and Technology of China”, dice Ascierto. Dopo il confronto con i ricercatori cinesi, è stata costituita task force a Napoli guidata, oltre che da Ascierto, da Franco Buonaguro (direttore Biologia Molecolare e Oncogenesi virale del Pascale) e da Vincenzo Montesarchio (direttore Oncologia dell’Azienda Ospedaliera dei Colli).

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