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Per la maggioranza degli italiani che hanno finito le vacanze nel weekend appena trascorso, il ritorno nelle case lasciate vuote per molto tempo può nascondere pericoli in dispensa o nel frigorifero: il grande caldo che mette a rischio la conservazione degli alimenti con il pericolo di fastidiose intossicazioni alimentari. È quanto afferma la Coldiretti che, in occasione del controesodo, ha stilato un manuale di ‘sopravvivenza a tavola’ per il rientro delle ferie con l’obiettivo di aiutare a fare le verifiche necessarie a garantire l’integrità dei cibi che si portano a tavola, a partire dal controllo delle date di scadenza.

Una particolare attenzione deve essere riservata alla verifica di freezer e congelatore per sincerarsi che non vi siano state interruzioni del funzionamento. La prova che ci sia stata interruzione del freddo è data dallo sviluppo di ghiaccio sulle confezioni esterne di surgelati o anche della carne, a quel punto è quindi consigliabile non consumare i prodotti interessati. All’interno del frigorifero – continua la Coldiretti – vanno eliminate le confezioni già aperte di latte, succhi di frutta o conserve come pure quelle di tonno e sottoli se l’olio non copre integralmente il prodotto.

Anche le vaschette di yogurt che si presentano gonfie in modo anomalo sono pericolose perché possono essersi verificate fermentazioni indesiderate. Eliminare in ogni caso gli omogeneizzati già aperti ed anche i salumi già affettati che presentano segni di ossidazione come pure gli eventuali “avanzi” dimenticati alla partenza. Un consiglio che a maggior ragione va seguito se i prodotti già aperti sono stati lasciati fuori dal frigorifero di casa.

Occhio anche all’eventuale sviluppo di muffe su formaggi o salumi e per tutti gli alimenti in scatola con le confezioni integre, collocati sia fuori che dentro il frigo, prima di un eventuale consumo vanno sempre verificate le date di scadenza e il periodo consigliato per il consumo. La frutta e verdura deve essere controllata eliminando i pezzi avariati che fanno marcire anche gli altri. Nei legumi già sgusciati potrebbero nascondersi insetti mentre nelle confezioni già aperte la perdita di fragranza per biscotti o snack sta a significare l’assorbimento di umidità.

Anche il portapane va controllato perché il permanere di residui o briciole può favorire le formiche o scarafaggi che spesso si annidano anche nella spazzatura se non è stata eliminata prima delle vacanze. La presenza di insetti che si manifestano con larve o minuscole farfalline può riguardare anche le confezioni già aperte di riso o pasta sulla quale si possono sviluppare muffe.

L’aumento delle temperature, aggravato dal disboscamento e dallo sfruttamento eccessivo di terreni e risorse idriche, rappresenta una grave minaccia alla sicurezza alimentare dell’umanità. E una dieta che faccia meno ricorso a carne e latticini potrebbe aiutare a far fronte alla crisi. È questo il punto centrale del nuovo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), approvato a Ginevra dalle delegazioni di 195 paesi e pubblicato l’8 giugno.

Il Focal Point IPCC per l’Italia ha elaborato un paper con i punti essenziali del rapporto, che qui sintetizziamo con una serie di domande e risposte.

 

1) Qual è il contributo del settore agro-forestale ai cambiamenti climatici?

● Il territorio è sia una fonte che un sink (“pozzo”) di gas serra (GHG) e svolge un ruolo chiave nello scambio di energia, acqua e aerosol tra la superficie terrestre e l’atmosfera.

● Circa il 23% delle emissioni di gas serra di origine umana proviene da agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo (AFOLU). Le emissioni sono prevalentemente dovute alla deforestazione, parzialmente compensate da imboschimenti e rimboschimenti e da altri usi del suolo. L’agricoltura è responsabile di circa la metà delle emissioni di metano indotte dall’uomo ed è la principale fonte di protossido di azoto, due gas ad effetto serra molto potenti.

● Allo stesso tempo, la biosfera terrestre assorbe quasi il 30% delle emissioni antropogeniche di CO2 grazie ai processi naturali. Tuttavia, questa funzione è vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici (ad es. a causa dell’aumento della siccità e degli incendi) e ad altre pressioni ambientali e umane.

● Infine i cambiamenti di uso del suolo modificano le proprietà biofisiche della superficie terrestre (bilancio energia e acqua), che portano ad ulteriori variazioni di  temperatura e precipitazioni a scala locale.

 

2) Quanto il sistema di produzione alimentare contribuisce ai cambiamenti climatici?

● Il sistema alimentare globale, che include tutte le emissioni generate lungo l’intera filiera dalla produzione fino al consumo, contribuisce per circa il 25-30% delle emissioni antropogeniche di gas serra. Dal 1960 il consumo di calorie pro capite è aumentato di circa un terzo, il consumo di carne è raddoppiato. L’uso di fertilizzanti chimici è aumentato di nove volte e le aree naturali convertite in agricoltura sono 5,3 milioni di km2, corrispondenti a poco meno della superficie di tutta l’Europa continentale (esclusa la Russia Europea) con un consumo idrico per l’irrigazione pari al 70% del consumo umano totale di acqua dolce. Allo stesso tempo, lo spreco alimentare pro capita è aumentato del 40% e corrisponde attualmente al 25-30% del cibo prodotto, che contribuisce all’ 8–10% delle emissioni del sistema alimentare.

● Per limitare l’innalzamento della temperatura globale a 2°C, è necessario un cambiamento diffuso delle abitudini alimentari verso diete a basse emissioni di carbonio, che prevedono un consumo maggiore di vegetali e frutta, e una sostanziale riduzione di consumi di carni rosse. Queste diete hanno anche notevoli vantaggi in termini di salute. Il potenziale di riduzione di gas serra dal cambio di alimentazione è elevato: una transizione diffusa a diete più sane potrebbe liberare un’area da 4-25 MKm2 al 2050 e avrebbe un potenziale di riduzione pari a  1.8-3.4 Gt CO2eq all’anno al 2030, una riduzione di emissione confrontabile alle emissioni generate dalla deforestazione mondiale.

● A livello mondiale, attualmente 821 milioni di persone sono denutrite (una persona su 10) mentre 2 miliardi sono invece affette da obesità (2,5 persone su 10).

 

3) A quali rischi  sono esposti gli ecosistemi terrestri a causa dei cambiamenti climatici?

● ll rapporto mostra che i cambiamenti climatici aggravano le pressioni esistenti sulle risorse terrestri, sui servizi ecosistemici e sulla biodiversità dallo sfruttamento delle risorse terrestri e d’acqua dolce, il quale non ha precedenti negli ultimi decenni.

● La temperatura dell’aria sulle terre emerse è aumentata più rapidamente della media globale e ha raggiunto circa 1,5°C in più rispetto all’era preindustriale (quasi il doppio del tasso di aumento della temperatura media globale, che considera anche gli oceani).    

● Sono stati già osservati gli impatti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi naturali terrestri, il degrado del permafrost, la desertificazione, il degrado del territorio ed impatti sulla sicurezza alimentare. I cambiamenti climatici aumentano il tasso e l’entità del degrado del suolo in corso attraverso due fattori principali: aumento della frequenza, intensità e/o quantità di forti precipitazioni e aumento dello stress da calore. Il riscaldamento globale futuro aggraverà ulteriormente i processi di degrado attraverso inondazioni e più frequenti fenomeni siccitosi, aumento dell’intensità dei cicloni e innalzamento del livello del mare con effetti differenziati a seconda della gestione del territorio.  La distribuzione di parassiti e patologie cambierà, influenzando negativamente la produzione agricola in molte regioni.

● In particolare, nella regione del Mediterraneo, la diminuzione osservata e prevista delle precipitazioni annuali a causa dei cambiamenti climatici è accompagnata da un aumento dell’intensità delle precipitazioni con conseguente erosione del suolo.

 

4) Quali sono i rischi per la sicurezza alimentare? 

● L’aumento delle temperature sta influenzando la produttività agricola a latitudini più elevate, aumentando le rese di alcune colture (mais, cotone, grano, barbabietole da zucchero), mentre rese di altre colture (mais, grano, orzo) sono in calo nelle regioni a latitudine inferiore. Il riscaldamento, aggravato dalla siccità, ha causato una riduzione della produttività nell’Europa meridionale. Il cambiamento climatico sta minacciando la sicurezza alimentare nelle zone aride del pianeta, in particolare in Africa, e nelle regioni montuose dell’Asia e del Sud America.

● In futuro il cambiamento climatico avrà un ulteriore impatto sulla resa agricola, la qualità e l’offerta di cibo, con un possibile aumento dei prezzi alimentari. E’ previsto un aumento fino al 23% per il 2050 rispetto agli scenari senza cambiamento climatico.

● Se da un lato un aumento contenuto della concentrazione della CO2 atmosferica  potrebbe migliorare la produttività delle colture, dall’altro diminuisce la qualità nutrizionale di alcuni alimenti (ad esempio, il grano coltivato a concentrazioni di CO2 in atmosfera maggiori di circa il 32-42% rispetto alle attuali si può avere il 5,9-12,7% di proteine in meno, 3,7–6,5% in meno di zinco e 5,2–7,5% in meno di ferro).

 

5) Quali sono le regioni più a rischio?

● Gli impatti futuri dei cambiamenti climatici possono variare significativamente da una regione all’altra. Si prevede che i raccolti diminuiranno con l’aumento delle temperature, soprattutto nelle regioni tropicali e semi-tropicali. Molto probabilmente l’aridità aumenterà in alcune zone dell’Asia meridionale centrale e orientale, e dell’Africa occidentale, dove risiede circa la metà delle popolazioni più vulnerabili, con gravi rischi per la sicurezza alimentare e conseguente aumento dei fenomeni migratori. Gli effetti dipenderanno principalmente dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dalla riduzione dei terreni disponibili per la produzione agricola.

● Anche la regione del  Mediterraneo ha subito una riduzione di produttività agricola dovuta all’aumento dell’intensità delle precipitazioni e dell’aridità, e si prevede che questo trend aumenterà nel futuro.

 

6) Quali sono le possibili soluzioni per mitigazione ed adattamento?

● La mitigazione e l’adattamento sono due facce della stessa medaglia nelle politiche di gestione territoriale e ambientale, e l’una non può prescindere dall’altra. Soprattutto quando si parla di mitigazione, è fondamentale assicurare la resilienza degli ecosistemi agricoli e forestali per garantire la permanenza del carbonio stoccato e preservare la capacità di assorbimento di CO2 di questi sistemi. Ad esempio attività di rimboschimento dovrebbero essere associate a misure di protezione dagli incendi boschivi in aree ad alto rischio.

● Esistono molte strategie efficaci di gestione del territorio a basso/medio costo, che coinvolgono la gestione della filiera alimentare e la gestione del rischio, e allo stesso tempo contrastano il cambiamento climatico, il degrado del suolo e promuovono la sicurezza alimentare.

● La maggior parte di queste strategie può essere applicata senza incorrere nel rischio di aumentare la competizione per l’uso della terra, offrendo potenzialmente molteplici vantaggi. Ad esempio, il cambiamento della dieta alimentare, la riduzione degli sprechi e delle perdite alimentari possono ridurre la pressione sulle risorse, contribuendo allo sradicamento della povertà e al miglioramento delle condizioni di salute e igiene con un potenziale di mitigazione di 0.7–8,0 GtCO2-eq anno-1 per il cambiamento a diete a basso consumo di carne, mentre la  riduzione dei rifiuti alimentari e agricoli  può ridurre le emissioni di 0,8–4,5 CO2-eq anno-1

● La gestione del territorio presenta numerose sfide che toccano diversi ambiti fondamentali per la vita umana e dell’ambiente in cui viviamo. Le azioni di mitigazione e adattamento devono considerare le condizioni locali, la varietà di interessi contrastanti e i limiti fisici ambientali. Pacchetti di misure e politiche integrate e coerenti per la gestione climatica e del territorio supportati, ad esempio, da approcci partecipativi e strumenti di valutazione delle prestazioni, presentano un notevole potenziale per un uso efficiente delle risorse, amplificando la resilienza sociale, il restauro ecologico e l’impegno sul territorio delle parti interessate.    

● La protezione delle foreste e la riduzione del degrado forestale è l’opzione di mitigazione che ha il potenziale più elevato anche in termini di benefici ambientali e sociali (0.4–5.8 GtCO2-eq yr-1).

● Il potenziale totale di mitigazione delle attività agricole e zootecniche è stimato in 1,5–4,0 GtCO2eq all’anno entro il 2030 a prezzi che vanno da 20-100 USD / tCO2eq, attuando misure con notevoli sinergie tra adattamento e mitigazione. L’aumento della sostanza organica dei suoli aumenta la capacità di stoccaggio di CO2 atmosferica (mitigazione), migliorando la capacità di ritenzione idrica dei suoli (adattamento).

● Molti modelli climatici fanno affidamento ad azioni di mitigazione che prevedono rimboschimenti e diffusione di colture bioenergetiche su larga scala, associate a sistemi di cattura e stoccaggio di carbonio (BECCS). L’attuazione di queste misure su larga scala, può aumentare il rischio di competizione per l’uso della terra con altri usi (es. Produzione agricola). Aumentare l’estensione e l’intensità della produzione di biomassa attraverso, ad esempio, l’aumento dell’uso di fertilizzanti, dell’irrigazione o dell’utilizzo di monocolture, può provocare impatti negativi come il degrado ambientale. D’altra parte, quando vengono attuate rispettando i criteri di sostenibilità ambientale e sociale, le produzioni di bioenergia su scala locale, come anche le attività di rimboschimento di aree degradate, possono portare notevoli benefici per il ripristino e restauro ambientale di zone marginali.

 

7) L’assorbimento di CO2 degli ecosistemi terrestri può contrastare il cambiamento climatico?

● È indubbio che la gestione del territorio e del sistema alimentare abbia potenzialità di mitigazione. D’altra parte le concentrazioni di gas serra in atmosfera sono tali che, solo attuando tagli rapidi e profondi delle emissioni in tutti i settori, si può raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature a 2℃ rispetto all’era pre-industriale.

● Queste riduzioni devono essere necessariamente accompagnate da cambiamenti comportamentali ed alimentari e da una gestione sostenibile del territorio che massimizzi i benefici di mitigazione, adattamento, biodiversità e contrasto al degrado del suolo.

Si chiama Salt, è una megattera che vive nel mare al largo della costa del Massachusetts e potrebbe aiutare la ricerca a trovare un modo di sconfiggere il cancro. Era il 2011 quando un team di scienziati a bordo della nave da ricerca Shearwater, capitanato da Jooke Robbins, direttore della ricerca delle megattere presso il Center for Coastal Studies di Provincetown, nel Massachusetts, riuscì a prelevare un campione di pelle di Salt per metterlo a disposizione di un team supportato dall’Arizona Cancer Evolution Center (ACE) dell’Arizona State University, che otto anni dopo, lo scorso maggio, ha pubblicato sul Molecular Biology and Evolution i risultati:  Salt e altri cetacei – il gruppo di mammiferi che comprende balene, delfini e focene – hanno sviluppato modi intelligenti per affrontare il cancro, tra cui una serie di geni che sopprimono il tumore.

Nemmeno la dottoressa Robbins, come ammette a Quartz, poteva mai aspettarsi un riscontro del genere: “Non pensavo anni fa che una delle cose che avremmo studiato con questa popolazione sarebbe stata il cancro. È inaspettato e molto prezioso, ma non lo avrei mai pianificato”. Inaspettato sì, ma non del tutto inedito, tecnicamente questo modo diverso che hanno i tumori di agire sulle cellule degli animali rispetto a come si muovono nel nostro organismo è chiamato Peto’s Paradox, in onore dell’epidemiologo britannico Richard Peto, che negli anni ‘70 fece notare come ci fosse una sorta di selezione naturale per la soppressione del cancro, per fare un esempio: gli esseri umani vivono molto più a lungo dei topi pur essendo molto più grandi, avendo quindi più cellule a rischio cancerogeno, eppure uomini e topi prendono il cancro in percentuali simili.

Scrive Quartz: “Nel 2011, i ricercatori dell’ACE, insieme agli scienziati di altre 11 istituzioni in tutto il mondo, hanno iniziato a notare come il paradosso di Peto si manifesta nei genomi delle megattere confrontando le informazioni nei geni di Salt con quelle di altri cetacei. Secondo i risultati, le parti del genoma di una balena che determinano come e quando una cellula si divide si sono evolute rapidamente e coincidono con il periodo in cui quegli animali sono cresciuti arrivando alle loro attuali enormi dimensioni”.

Nel 2015 la guida dell’ACE è passata nelle mani di Marc Tollis, un biologo della School of Informatics, Computing e Cyber ​​Systems della Northern Arizona University, che si è prefissato la missione di riuscire ad isolare uno di questi “supergeni” che sviluppano i grandi mammiferi per soffocare il cancro e metterlo nel corpo di un essere vivente più piccolo, prima i topi, poi gli umani. Una pista perfettamente battibile che conferma altri studi su questo gene capace di ciò che al momento la ricerca considererebbe un vero e proprio miracolo.

Nel 2012 infatti Joshua Schiffman, un oncologo pediatrico dell’Università dello Utah, ha iniziato a studiare le difese del cancro negli animali dopo aver appreso che avevano copie extra di un gene capace di combattere i tumori; lo stesso gene che mancava ai suoi pazienti con sindrome di Li-Fraumeni, un raro disturbo ereditario che predispone i malati allo sviluppo del cancro. Tre anni dopo, siamo dunque nel 2015, lo stesso Schifman firmerà un articolo all’interno del Journal of American Medical Association dove conferma che questo gene capace di schiacciare il tumore innesca una sorta di morte cellulare “programmata” che di fatto evita il sopraggiungere del cancro, viene chiamata apoptosi: cioè quando una cellula si divide e subisce un qualche tipo di danno al DNA, ad esempio da agenti chimici, la cellula tenterà di ripararsi o autodistruggersi per impedire alle mutazioni di diffondersi ad altre cellule.

“Le persone sono intelligenti, ma la natura è molto più intelligente – ha detto Schiffman – La natura ha capito le soluzioni ad alcuni dei nostri problemi di salute in centinaia di milioni di anni di evoluzione”. Ventidue delle 90 specie di cetacei esistenti al mondo hanno avuto il proprio genoma sequenziato e aggiunto al database del National Center for Biotechnology Information, un’archiviazione che grazie alle nuove tecnologie si fa sempre più semplice ed economica.

Gli scienziati hanno anche sequenziato i genomi di tutte e tre le specie di elefanti vivi oggi, il problema potrebbe sorgere nel momento in cui verrà a mancare la materia prima; in pratica il segreto per metterci alle spalle una delle più mortifere piaghe della storia dell’uomo potrebbe risiedere nel DNA di una specie che l’uomo giorno dopo giorno sta sterminando. Le creature diventano più difficili da trovare e le normative che le proteggono diventano più rigide, ritardando la ricerca di anni. Hal Whitehead, uno specialista cetaceo della IUCN da dichiarato che “le specie che sono state colpite nel modo peggiore sono quelle con il contatto più stretto con gli umani”.

I risultati delle ricerche suggeriscono che da qualche parte, nascondendosi nel codice genetico e nella storia evolutiva dei grandi mammiferi, potrebbe esserci un nuovo trattamento del cancro per l’uomo. Ma se i ricercatori hanno ragione, la finestra per studiare queste megafauna potrebbe chiudersi mentre gli umani continuano a minacciare la popolazione degli animali e la biodiversità dei loro habitat. Secondo Cristiana Pașca Palmer, segretaria esecutiva della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, l’impatto della perdita di habitat e specie sulla ricerca medica in senso lato è ancora sconosciuto, “Davvero, quando agiamo per preservare la biodiversità, stiamo agendo per preservare noi stessi”.

L’Ebola potrebbe presto diventare una malattia “prevenibile e curabile”. Le speranze arrivano da uno studio su due farmaci che ha mostrato tassi di sopravvivenza significativamente migliorati, pari al 90% dei casi  L’annuncio arriva dall’Us National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid). Nella Repubblica democratica del Congo, una delle zone maggiormente soggette ai focolai del virus che finora ha ucciso almeno 1.800 persone, sono state infatti testate quattro terapie.

Anthony Fauci, direttore dell’istituto Nazionale di Allergie e Malattie infettive degli Stati Uniti che ha co-condotto il processo, ha accolto positivamente la svolta. “Diminuisce in modo significativo la mortalità associata all Ebola”, ha detto alla BBC.

Two of the four #Ebola drugs being tested in #DRC, have been shown to be more effective. They are the ones that will be used with future patients https://t.co/Jcq97oP55t pic.twitter.com/H96wcwG2CI

— World Health Organization (WHO) (@WHO)
August 12, 2019

L’uso dei trattamenti in questione sarà ora allargato a tutti i pazienti colpiti nel paese africano. I farmaci, battezzati Regn-Eb3 e mAb114, agiscono contro il virus Ebola neutralizzando il suo impatto sulle cellule umane. “Si tratta di una buona notizia – ha detto ancora Fauci – perché parliamo dei primi risultati positivi ottenuti dalle terapie anti-Ebola. Ora, prima di esultare, occorre vedere come reagiscono sul campo. Per ora è una sperimentazione”.

Le quattro terapie fanno parte della ricerca ‘Palm’, The Pamoja Tulinde Maisha la cui sperimentazione è iniziata il 20 novembre scorso proprio nella Repubblica democratica del Congo. Da allora sono stati interessati 681 pazienti su un totale di 725 arruolati nei centri specialistici di Beni, Katwa, Butembo e Mangina. 

I casi di morbillo nel mondo sono quasi triplicati nei primi sette mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2018. A rivelarlo è l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Finora quest’anno sono stati segnalati 364.808 casi di morbillo in tutti e cinque i continenti, rispetto ai 129.239 dei primi sette mesi dell’anno precedente.

Questi numeri sono “i piu’ alti (registrati) dal 2006”, ha detto ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’Oms, Christian Lindmeier. Dati che sono particolarmente preoccupanti poiché si ritiene che solo uno su 10 casi reali di morbillo nel mondo sia segnalati in tutto il mondo.

Secondo le ultime raccomandazioni proposte dal documento: “Tutti i soggetti sopra i 6 mesi di vita devono essere protetti dal morbillo prima di recarsi in un’area in cui circola il virus”. Chiunque abbia dei dubbi sul prioprio stato di vaccinazione viene invitato a consultare il proprio specialista. “I viaggiatori devono vaccinarsi almeno 15 giorni prima di una partenza”.

Protracted #measles outbreaks are occurring even in countries & regions with high overall vaccination rates. High national coverage can mask stark gaps & disparities between communities, geographic areas, & age-groups.
https://t.co/u3TPesxLJB pic.twitter.com/GO2o3f04Jp

— World Health Organization (WHO) (@WHO)
August 13, 2019

 

Il morbillo, che è altamente contagioso, può essere prevenuto con un vaccino a due dosi, ma la stessa Oms, negli ultimi mesi, ha lanciato l’allarme per il calo dei tassi di vaccinazione. La Repubblica Democratica del Congo, il Madagascar e l’Ucraina hanno registrato il maggior numero di casi.

Il Madagascar, che ha registrato 127.500 casi solo nella prima metà di quest’anno, è riuscito a dimezzare i sondaggi grazie ad una campagna nazionale di vaccinazione d’emergenza, ha sottolineato l’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite. I casi di morbillo sono aumentati in tutto il mondo, con l’Africa che ha registrato un balzo del 900%, mentre nel Pacifico occidentale l’aumento è stato del 230%.

Angola, Camerun, Ciad, Kazakistan, Nigeria, Filippine, Sudan, Sudan del Sud e Thailandia hanno registrato tutti gravi focolai della malattia. Gli Stati Uniti hanno registrato 1.164 casi finora quest’anno, rispetto ai 372 di tutto il 2018, il numero piu’ alto mai registrato in un quarto di secolo. E nel 2019 in Europa quest’anno sono stati registrati quasi 90.000 casi, ben al di sopra degli 84.462 dell’anno scorso. 

Lunghe ore di attesa al Pronto Soccorso? Un’esperienza che abbiamo avuto senz’altro in molti. Talvolta forse anche giustificata ai nostri occhi dal fatto che ci sono davanti a noi casi effettivamente molto gravi e urgenti. In altri casi, senz’altro, la nostra percezione è di una fatica e difficoltà organizzativa della struttura che pare non essere adeguata o in grado di gestire gli afflussi in modo efficace.

Cambiare il volto del Pronto Soccorso in Italia è l’ambizione della riforma recepita di recente dalla Conferenza Stato-Regioni. Grazie ad alcuni accorgimenti, già in vigore e dunque dimostratisi efficaci in diverse realtà italiane, i reparti di medicina d’urgenza dei nostri ospedali potrebbero alleggerirsi del sovraccarico cronico di accessi. Tra le novità principali, la rivoluzione dei codici colori, trasformati in numeri dall’1 al 4 (oggi identificati dal rosso al bianco) con l’aggiunta di un quinto per le non urgenze e l’imposizione di un tetto massimo di attesa per ogni tipologia.

Con questo nuovo schema prima di essere convocati per la visita e iniziare il trattamento, si dovrebbe aspettare ad esempio per un codice giallo (urgenza ma non emergenza) non più di un quarto d’ora. Quando, invece, oggi con lo stesso codice si è costretti in alcuni casi a pazientare anche 7-8 ore in più. Lo dicono i numeri dell’Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che ogni anno monitora lo stato di salute del sistema di assistenza e cure.

Gli ultimi dati disponibili, pubblicati sul sito dell’Agenzia, sono quelli relativi al 2017 e descrivono una situazione chiara: nei nostri Pronto soccorsi non si fa che aspettare, dopo la registrazione per la visita, e poi ancora per i risultati degli esami. Eppure, in molti, anzi troppi scelgono di recarvisi in ogni caso, anche quando non ce ne sarebbe il bisogno. I cosiddetti codici bianchi, assegnati ai pazienti che dovrebbero rivolgersi ai medici di altre sedi, rappresentano più di un decimo degli accessi annuali. E con questo peso in più, i reparti d’urgenza finiscono con l’entrare in affanno.

Quanto dura l’attesa al pronto soccorso

I dati del programma nazionale esiti, la piattaforma aggiornata anno dopo anno dall’Agenas e consultabile liberamente online previa registrazione, devono essere letti con estrema cautela. Ad esempio, i minuti di attesa per un codice giallo risultano molto diversi tra le varie strutture. Ma queste differenze potrebbero essere spiegate in alcuni casi con eventi extra ordinari e imprevedibili, che non c’entrano con il buon funzionamento degli ospedali.

Così i 543 minuti, oltre 8 ore, che hanno messo l’Istituto ortopedico Galeazzi spa di Milano davanti a tutti gli altri potrebbero essere stati causati, ad esempio, da un picco di influenze nella stagionale invernale. E lo stesso vale per Il Centro traumatologico ortopedico di Torino (514), il Presidio ospedaliero cervello di Palermo (433) o il Presidio ospedaliero nord di Latina (422). Così a scendere anche per gli altri ospedali d’Italia, le cui attese possono essere individuate con una semplice ricerca nella tabella di seguito.

Stando alle definizioni ufficiali dell’Agenzia, per “attesa” s’intende il tempo che passa tra la registrazione al triage e la prima visita da parte del medico o di un infermiere specializzato. I minuti indicati in precedenza rappresentano appunto il tempo entro il quale il 95% dei pazienti in codice giallo viene sottoposto a visita. Si tratta, insomma, di un limite massimo o un tetto, oltre il quale ha aspettato di più soltanto il restante 5% dei degenti.

Attenzione: questo dato non è da confondere con l’attesa media a cui normalmente si potrebbe andare incontro. Innanzi tutto, essendo dati del 2017, non riflettono gli andamenti del Pronto Soccorso in tempo reale. Poi, è vero che sono dati reali perché raccolti in tutti gli ospedali e non solo a campione. Ma la raccolta di questi dati non è fatta per stilare una graduatoria.

Al contrario, serve per capire dove ci sono delle criticità e per individuare quali possono essere le cause dietro a situazioni croniche di ritardo, che possono quindi essere migliorate, e quali invece derivino da situazioni eccezionali, come appunto il caso di un Pronto Soccorso preso d’assalto durante un picco di epidemia di influenza o altra emergenza sanitaria, non facilmente prevedibile e senz’altro più complessa da gestire per qualunque ospedale.

Per facilitare un’informazione in tempo reale ai cittadini, consentendo loro di recarsi in ospedale consapevoli sullo stato della coda in un certo momento, conviene scaricare delle app specifiche come Salutile della Regione Lombardia, quando disponibili, o collegarsi ai portali messi a disposizioni dalle Regioni come “Pronto soccorso Lazio”.

Le permanenze che vanno oltre le 24 ore

Le ore che si trascorrono dopo il triage non sono le uniche che il paziente è tenuto a sopportare. Succede spesso, infatti, che superato il primo scoglio, quando finalmente si viene convocati per iniziare il trattamento, cominci una nuova estenuante trafila. Questo perché se il numero degli accessi al Pronto soccorso è elevato, quasi certamente lo sarà pure quello degli esami diagnostici e delle analisi che si svolgono all’interno del reparto.

Il rischio concreto, quindi, è quello di dover aspettare ancora molto prima di capire se nelle proprie condizioni si possa tornare a casa o se, invece, si renda necessario il ricovero. L’arco temporale che abbraccia complessivamente l’esperienza al Pronto soccorso dalla registrazione alle dimissioni o al ricovero si chiama “permanenza” e per i motivi appena spiegati, ma anche per la particolarità delle condizioni del paziente, può spingersi fino a diversi giorni. Per fortuna, però, nella maggioranza dei casi (93%) termina prima di 12 ore e solo in limitate circostanze si attesta tra le 12 e le 24 ore (4,2%) o supera la giornata (2,8%).

Le nuove linee guida in materia, d’altronde, non vietano che si arrivi a lunghe permanenze, anche giornaliere. L’importante è che restino al di sotto delle 36 ore, un limite in realtà oggi non sempre rispettato. Prendendo di nuovo in considerazione i codici gialli, infatti, in alcune strutture il tempo di permanenza nel 2017 ha superato addirittura i quattro giorni. Si tratta del Presidio Ospedaliero Cervello di Palermo (6310 minuti) già citato, l’Ospedale degli infermi di Rivoli a Torino (6152), il Policlinico di Torvergata a Roma (6144), l’Ospedale Mauriziano Umberto I di Torino (6060). Il Policlinico di Torvergata è anche quello con la proporzione più elevata di permanenze superiori alle 24 ore (17,6%), seguito dal Presidio ospedaliero San Filippo Neri (17,5%) e dall’Azienda ospedaliera Sant’Andrea (16,9%), tutti ospedali della capitale.

Quanto pesano sul Pronto soccorso i codici bianchi

Se queste ore trascorse in sala d’attesa oppure in barella non hanno un solo responsabile, almeno una delle cause è piuttosto evidente: l’eccesso dei codici bianchi. Ossia quei pazienti che pur non avendo la necessità di recarsi in Pronto soccorso perché non presentano delle urgenze, lo fanno in ogni caso perché non possono o non vogliono rivolgersi al proprio medico di base, non si sentono sufficientemente sicuri del consiglio di una guardia medica oppure perché pensano in questo modo di saltare le lunghe liste d’attesa per le visite specialistiche.

Con il risultato che oggi una persona su dieci che arriva al Pronto soccorso non è nel posto più adatto alle sue cure. Precisamente, i codici bianchi nel 2017 sono stati il 12,97% del totale, una percentuale che si conferma simile a quella degli anni precedenti. La situazione in generale per tutte le tipologie sembra da anni quasi cristallizzata. I codici rossi, cioè i degenti in pericolo di vita per fortuna costituiscono la minoranza con appena l’1,72% dei casi su oltre 20 milioni di accessi. La maggioranza è rappresentata dai codici verdi (62,92%), i pazienti dalle cure differibili perché non mostrano lesioni vitali. E nel mezzo ci sono i codici gialli, che per la parziale compromissione delle funzioni principali sono delle urgenze (21,6%).

I codici bianchi non pesano, però, allo stesso modo su tutto il territorio nazionale. Pur essendo un fenomeno trasversale da nord a sud, in alcune regioni è un fatto evidente e netto, in altre quasi trascurabile. Una facile elaborazione sui dati di Agenas ci suggerisce che in Liguria (52,3%), Valle D’Aosta (44,8%) e Veneto (39,3%) un paziente su tre viene classificato al Pronto soccorso con un codice bianco. Cosa che non succede nella Provincia Autonoma di Bolzano (3,2%), in Puglia 4,1%) e in Lazio (4,2%) dove le percentuali sono di gran lunga inferiori.

Questo uso spasmodico del Pronto soccorso, è evidente, tradisce delle lacune nell’assistenza primaria territoriale. L’Agenas svolge, infatti, quest’attività di monitoraggio proprio per capire in quali realtà siano localizzate le criticità più acute per poter procedere al miglioramento. Che si realizza, sia con un intervento diretto sul funzionamento della medicina d’urgenza, come quello appena effettuato con questa riforma, sia col potenziamento del sistema di assistenza primaria sul territorio, per garantire cure adeguate anche in altre sedi.

La riforma dovrebbe dunque dare maggiori certezze in termini di aspettativa dell’attesa prima della visita e poi della permanenza nella struttura. E le nuove pratiche dovrebbero consentire anche alle strutture stesse di distinguere tra le situazioni croniche, dove i ritardi sono probabilmente associabili più a una difficoltà organizzativa o alla scarsità di risorse, e quelle che invece vedono picchi di attesa determinati da situazioni eccezionali.

Va ricordato in ogni caso che i dati e il monitoraggio vanno sempre giudicati sulla base di molteplici fattori anche di contesto, tra i quali ad esempio la popolazione di riferimento, l’accessibilità di un ospedale per la popolazione stessa con mezzi pubblici o meno, l’insieme delle prestazioni che quell’ospedale offre rispetto a un altro e via dicendo.

Migliorare la gestione del Pronto Soccorso di molti dei nostri ospedali è senz’altro utile per riuscire a rispondere in modo efficace a quelle che sono le reali emergenze e per distinguerle da trattamenti che possono essere eseguiti al di fuori della struttura del Pronto Soccorso. Il nodo però rimane secondo alcuni comunque quello delle risorse, come ricorda sul suo sito la Società Italiana di Medicina d’Urgenza, che sottolinea che mancano oggi oltre 2000 medici e 10 mila infermieri e che “se non si procederà a una trasformazione organizzativa complessa dell’emergenza, la riforma rischia di rimanere lettera morta”.

“L’occasione fa l’uomo ladro”, recita un vecchio proverbio. E in estate di occasioni ce ne sono davvero tante, almeno dal punto di vista sessuale. “Non è un caso se nel periodo successivo alle vacanze, si registra il picco di pazienti che accedono ai servizi per le infezioni sessualmente trasmissibili”, dice all’AGI Roberta Rossi, psicologa e sessuologa, presidente della Federazione italiana di sessuologia scientifica.

“L’estate è per tutti un momento di svago e spensieratezza: aumentano i viaggi, le vacanze e di conseguenza le conoscenze, le relazioni con persone nuove, e perché no, anche i rapporti occasionali che facilmente contribuiscono alla diffusione delle malattie sessuali, se avvengono senza l’uso delle giuste precauzioni”. Si stima che in Italia un ragazzo su 10 non usa il preservativo. E, in estate, aumentando le opportunità di avere rapporti sessuali occasionali, aumentano anche le probabilità di essere contagiati.

“Le infezioni sessualmente trasmissibili sono provocate da microbi di diversa natura, quali batteri, nel caso della sifilide o la gonorrea, funghi nel caso della candida, virus come il papilloma virus, l’HIV o le epatiti”, spiega Rossi. “La percezione del rischio di queste patologie è sempre più bassa – continua – ed inoltre anche la poca informazione e assenza di un’educazione alla sessualità contribuiscono alla diffusione di comportamenti sessuali disfunzionali; una maggiore diffusione di informazioni e di attività di prevenzione potrebbero di gran lunga ridurre la probabilità di contrarre infezioni, e non solo quelle pericolose e maggiormente conosciuta, come l’HIV e le epatiti, ma anche quelle infezioni a volte asintomatiche come la clamidia, che se trascurata e non trattata adeguatamente, può danneggiare la fertilità della donna”.

Aumenta l’incidenza del tumore del colon retto nei giovani. È l’allarme lanciato dalla Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige), sulla base dei risultati di uno studio statunitense effettuato su circa 500 mila uomini e donne che dimostra, accanto ad una riduzione dell’incidenza del cancro del colon-retto nei soggetti di età pari o superiore ai 55 anni (merito dei programmi di screening), un aumento di questo tumore al di sotto dei 50 anni con un picco di aumento soprattutto nella fascia di età compresa tra i 20 e i 29 anni.

“Risultati analoghi – riferisce la Sige – sono emersi da uno studio condotto in 20 paesi europei tra 188 mila giovani adulti, che dimostra un aumento dell’incidenza del cancro del colon retto nella fascia tra i 20 e i 39 anni. Conferme arrivano anche dal nostro paese: uno studio condotto di recente a Milano dimostra un aumento dell’incidenza di questa forma tumorale nei soggetti al di sotto dei 50 anni nel periodo compreso tra il 1999 e il 2015”.

In Italia l’implementazione degli esami di screening per il cancro del colon-retto ha dimostrato di essere in grado di ridurre l’incidenza e la mortalità nelle popolazioni screenate, quelle tra i 50 e i 69 anni. “Ma non è il caso di cantare vittoria – afferma Luigi Ricciardiello, professore associato di Gastroenterologia dell’Università di Bologna, Chairman del Research Committee, United European Gastroenterology – il tumore del colon retto resta, tuttavia, uno dei grandi big killer: secondo dati Aiom-Airtum nel 2018 nel nostro paese sono circa 28.800 i nuovi casi di colon retto negli uomini e 22.500 nelle donne”.

Tra le possibili cause della comparsa di questa forma tumorale in età sempre più giovane sono stati invocati uno stile di vita errato, l’aumento di prevalenza dell’obesità giovanile e un elevato consumo di carni rosse. Un’indagine realizzata in Italia nel 2016 da “OKkio alla salute” (“Sistema di Sorveglianza nazionale sullo stato ponderale e i comportamenti a rischio nei bambini” dell’Istituto Superiore di Sanità) tra i bambini di 8-9 anni, ha registrato una prevalenza di sovrappeso e obesità più elevata al Centro-Sud.

La media italiana rivela che il 21,3 per cento dei bambini è in sovrappeso, il 7,2 per cento obeso e l’1,2 per cento affetto da obesità grave. “Alla luce di questi dati epidemiologici relativi all’obesità in età infantile e ‘precoce’ adolescenziale e dal possibile legame causale tra obesità e carcinoma del colon retto al di sotto dei 50 anni di età è fondamentale puntare su programmi di prevenzione dell’obesità mirati ai giovani e ai giovanissimi”, dice la Sige.

Secondo il presidente della Sige Domenico Alvaro “a scendere in campo per queste iniziative devono essere non solo le società scientifiche ma anche le scuole, dove sono diventanti improcrastinabili programmi educazionali volti ad insegnare ai nostri bambini ed adolescenti i corretti stili di vita oltre che le nozioni basilari di come si possono prevenire malattie ad alto impatto sociale”.

Il volanesorsen, un farmaco innovativo, riduce il rischio pancreatite acuta nei pazienti che, a causa della sindrome iperchilomicronemica, hanno alti livelli di trigliceridi. A dimostrarlo è stato uno studio internazionale, a cui ha partecipato l’Università Sapienza di Roma. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. La sindrome iperchilomicronemica è una rara malattia genetica causata da un grave deficit nel sistema enzimatico che riguarda lo smaltimento dei trigliceridi nel sangue, soprattutto quelli che si formano dopo un pasto. È caratterizzata da livelli molto alti di trigliceridi (tipicamente 2000-3000 mg/dl, rispetto a livelli normali inferiori a 150 mg/dl) e si accompagna a un elevato rischio di pancreatite acuta, una complicanza che oltre a causare la distruzione del pancreas espone chi ne è colpito al pericolo di morte.

Il volanesorsen permette di ottenere una significativa riduzione della trigliceridemia. In particolare, l’azione del farmaco si basa sul blocco dell’espressione genica di una proteina che ostacola il metabolismo dei trigliceridi e la cui neutralizzazione è in grado di attivare la degradazione di questi grassi dal sangue. Nel corso della somministrazione, i pazienti che hanno ricevuto il farmaco con iniezioni sottocute una volta alla settimana hanno visto ridursi la trigliceridemia del 77 per cento dopo solo 3 tre mesi, e questa riduzione si manteneva fino alla fine dello studio. Inoltre, nella maggior parte dei pazienti tali valori scendevano al di sotto del livello di rischio di pancreatite.

“Il nostro lavoro – spiega Marcello Arca, uno degli autori dello studio della Sapienza – ci permette di essere ottimisti su una cura per una malattia così rara e finora considerata ‘orfana’. Il farmaco deve essere usato da mani esperte perché può dare origine a qualche effetto avverso che però nel corso del nostro anno di studio si e’ dimostrato controllabile. Aspettiamo fiduciosi l’esame dell’Agenzia italiana del farmaco per la prescrizione in Italia”. I risultati, che hanno ottenuto una prima approvazione da parte della Agenzia europea del farmaco (Ema), aprono la strada a possibili cure e creano le basi per le prime e innovative terapie.

Sbarca in Italia la prima terapia a base di cellule CAR-T, che manipola geneticamente le cellule del sistema immunitario per renderle in grado di individuare e contrastare efficacemente le cellule tumorali. Novartis e AIFA hanno infatti raggiunto il primo, e ad oggi unico, accordo per dare il via all’accesso a tisagenlecleucel (Kymriah) su tutto il territorio italiano.

Il farmaco intreccia le tre tecnologie più d’avanguardia in campo oncologico: immunoterapia, terapia cellulare e terapia genica. Tisagenlecleucel è l’unico CAR-T a essere indicato in bambini e ragazzi con Leucemia Linfoblastica Acuta (LLA) a cellule B e in adulti con Linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL), che siano diventati resistenti alle altre terapie, o nei quali la malattia sia ricomparsa dopo una risposta ai trattamenti standard. Una nuova occasione per questi pazienti con forme aggressive di tumori ematologici per i quali non vi sarebbero più altre opzioni di cura.

Un’innovazione a 360 gradi. Si tratta infatti di un “trattamento vivo”, una immunoterapia cellulare autologa, prodotta a partire dai linfociti T del paziente, riprogrammati per identificare ed eliminare le cellule esprimenti CD19, in modo altamente personalizzato. Tisagenlecleucel è infatti in grado di restituire al sistema immunitario del paziente, attraverso un processo altamente personalizzato per ogni individuo, la sua naturale capacità di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali. Con tecniche di ingegneria genetica si inserisce un gene nei linfociti T che così esprimeranno il recettore chimerico per l’antigene (CAR -Chimeric Antigen Receptor).

Chimerico perché, come la chimera, la figura mitologica formato da parti del corpo di animali diversi, tisagenlecleucel è costituito da porzioni di molecole diverse: un anticorpo che, come un radar, riconosce l’antigene da aggredire (il CD19) e porzioni co-stimolatorie (4-1BB) che attivano il linfocita contro quel bersaglio. Così il linfocita T diventa un’arma potentissima che intercetta le cellule tumorali distruggendole. È proprio il dominio co-stimolatorio 4-1BB ad assicurare l’espansione dei linfociti ingegnerizzati e la loro sopravvivenza, garantendone a lungo la permanenza nel corpo del paziente. Inoltre, induce una maggior differenziazione delle cellule CAR-T in linfociti T della memoria, così che all’azione antitumorale persistente si affianca un’attività di immunosorveglianza nei confronti delle cellule cancerose.

Il rivoluzionario meccanismo di azione di questo trattamento fa in modo che possano essere curati i pazienti con leucemia a cellule B e DLBCL refrattari e/o recidivanti che non rispondono più alle terapie standard. L’efficacia di tisagenlecleucel è infatti dimostrata solo per queste forme particolari di Leucemia e Linfoma giunte ad uno stadio finora considerato non curabile. L’utilizzo di tisagenlecleucel per altre tipologie tumorali è ancora in fase di ricerca e come tale non ci sono dati a supporto per il suo utilizzo al di fuori di tali indicazioni se non all’interno di studi clinici.

La leucemia linfoblastica acuta è la forma di tumore più frequente nei bambini e tisagenlecleucel rappresenta ora una speranza di cura per quei bambini che non avrebbero altre opzioni terapeutiche a disposizione. “Al valore scientifico di questa assoluta novità terapeutica si aggiunge il valore clinico perché la sua efficacia è profonda e duratura, anche in pazienti molto fragili” – spiega Andrea Biondi, direttore della Clinica pediatrica dell’Università Milano Bicocca presso la Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma all’Ospedale San Gerardo d Monza, l’unico centro in Italia a sperimentare tisagenlecleucel in ambito pediatrico e che ad oggi ha trattato dieci bambini.

“Tisagenlecleucel rappresenta una reale opportunità per questi pazienti e per le loro famiglie, dato che ha dimostrato un tasso di remissione globale dell’81%, con una risposta dal carattere completo e una sopravvivenza libera da recidiva duratura al follow-up, in oltre il 55% dei casi”. È bene sottolineare che siamo solo all’inizio di una nuova pagina della medicina: gestione del profilo di tollerabilità del trattamento, sostenibilità della produzione e del sistema, sono elementi che rendono necessario continuare ad investire in questo settore da tutti gli attori coinvolti nel Sistema”.

Considerando i tempi tecnici necessari per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’accordo con AIFA, presumibilmente il trattamento sarà disponibile dal prossimo settembre. L’iter prevede inoltre che le Regioni identifichino i centri ematologici autorizzati a erogare il trattamento, centri che saranno opportunamente qualificati sulle procedure necessarie a somministrare tisagenlecleucel a cura di Novartis, in linea con le richieste dell’Agenzia Europea (EMA).

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