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AGI – I risultati di un nuovo sondaggio dell’Accademia europea di dermatologia e venereologia (Eadv) presentato al Simposio di primavera dell’Eadv mostrano che l’1,71 per cento della popolazione europea adulta ha riferito di avere il cancro della pelle, il che significa che si stima che circa 7.304.000 europei siano affetti dalla malattia.

Questo sebbene il cancro della pelle sia il cancro più prevenibile, poiché per la maggior parte dei casi è generato dai danni dei raggi ultravioletti del sole. I dati dello studio mostrano anche che il controllo dei nei o lo screening per un eventuale cancro della pelle sono stati i motivi principali per cui i pazienti hanno consultato un dermatologo negli ultimi 12 mesi, con oltre un quinto (22,3 per cento) degli appuntamenti con uno specialista della pelle presi per controllare un neo o una lesione.

I risultati del sondaggio “Burden of Skin Disease” (Bosd) dell’Eadv su 44.689 adulti provenienti da 27 Paesi indicano la necessità di “un’espansione dell’educazione sul cancro della pelle in tutta Europa per aiutare la popolazione a fare scelte più sicure relative alla loro salute cutanea”, secondo quanto riferito dai principali dermatologi dell’organizzazione.

Delle persone intervistate, lo 0,6 per cento ha riportato una diagnosi di melanoma, la forma più letale di cancro della pelle. Tuttavia, i carcinomi dei cheratinociti, che includono i carcinomi a cellule basali e squamocellulari, sono di gran lunga i più diffusi tra tutti i tumori e quelli in più rapido aumento con un’incidenza che dovrebbe aumentare di oltre il 40 per cento fino al 2040.

Marie-Aleth Richard, professoressa presso l’Ospedale universitario di La Timone, Marsiglia e membro del consiglio EADV che ha guidato l’indagine, ha affermato che i risultati “dimostrano la necessità di agire per prevenire il cancro della pelle, che ha una buona prognosi se diagnosticato precocemente”.

Richard ha affermato di ritenere che il sondaggio “sottolinei la necessità di una migliore consapevolezza sul cancro della pelle”. “Il cancro della pelle fa parte del 40 per cento dei tumori prevenibili e la cui incidenza potremmo ridurre considerevolmente se fornissimo un’istruzione piu’ coerente e diffusa alla popolazione“, ha aggiunto. 

AGI – I farmaci antiinfiammatori alleviano il mal di schiena a breve termine, ma potrebbero bloccare la guarigione della lesione e quindi causare un dolore peggiore a lungo termine. A dirlo è uno studio condotto dalla McGill University di Montreal e pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine.

Luda Diatchenko e i suoi colleghi hanno studiato 98 persone che avevano recentemente sviluppato dolore lombare. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue e li hanno analizzati per vedere quali geni erano attivi nelle cellule immunitarie. In coloro il cui dolore è diminuito nei tre mesi successivi, un tipo di cellula immunitaria infiammatoria, i neutrofili, ha mostrato livelli di attività più elevati rispetto alle persone il cui dolore persisteva.

Ciò suggerisce che alcune cellule infiammatorie possono aiutare le persone a superare il dolore, un processo che potrebbe essere interrotto dai farmaci antinfiammatori. Il mal di schiena è una delle condizioni più comuni in tutto il mondo, a soffrirne sono quattro persone su cinque, ma le cause non sempre sono chiare.

Poiché gli antidolorifici oppioidi possono creare dipendenza, i medici possono invece prescrivere farmaci antinfiammatori. I due farmaci analizzati sono chiamati desametasone e diclofenac e sono comunemente usati per il mal di schiena. I farmaci possono interferire con i normali processi del corpo per la guarigione del tessuto danneggiato, suggerisce la ricerca in fase iniziale. Ma l’idea non è stata ancora testata in uno studio randomizzato, che fornisce il miglior tipo di prova medica.

“L’infiammazione è dolorosa, ma questa infiammazione è necessaria affinché il nostro corpo risolva il dolore”, afferma Diatchenko. “La risoluzione del dolore è un processo attivo che richiede l’attivazione dei neutrofili”. Per vedere davvero se i farmaci antinfiammatori fanno persistere il mal di schiena, avremmo bisogno di uno studio randomizzato che confronti diversi tipi di antidolorifici, afferma Gene Feder, un medico di Bristol nel Regno Unito, specializzato nel trattamento del mal di schiena. “Per cambiare il mio comportamento di prescrizione, vorrei davvero assistere a un processo umano. Questo mi lascia con molta incertezza”.

AGI – Tra i tanti problemi causati dal Covid-19 ce ne è uno che, nelle fasi acute della malattia, quando si è tutti presi dalle complicanze respiratorie o di altra natura, può passare inosservato. Sta però emergendo chiaramente che il Covid-19 dà molto spesso problemi di perdita di capelli, addirittura una persona su tre di quelle che hanno contratto il virus presenta una perdita di capelli e soffre di una forma più o meno grave di alopecia, a distanza di due-tre mesi dall’infezione.

Ne ha parlato Alfredo Rossi, docente di dermatologia all’Università La Sapienza, al congresso della Società italiana di medicina estetica (Sime) che si apre oggi a Roma. Il Covid, ha spiegato Rossi, può provocare un massivo rilascio di citochine proinfiammatorie, che induce non solo una cospicua caduta di capelli (telogen effluvium), ma anche un’infiammazione che, in alcuni casi, può portare ad una fibrosi del cuoio capelluto.

A questo va sommato, come importante causa di perdita di capelli, lo stress causato dal cambiamento delle abitudini di vita, la paura di ammalarsi, l’isolamento, magari anche la perdita del lavoro e crisi economica, la malattia o la perdita di persone care che hanno caratterizzato la vita di molti in questi anni di pandemia.

Ma c’è di più. Nella maggior parte il telogen effluvium è reversibile entro sei mesi dall’evento stressante. Chi però ha già una predisposizione all’alopecia androgenetica, dopo l’infezione da Covid-19 potrebbe osservare una ricrescita di capelli più sottili o più radi di prima.

In questi casi è opportuno e d’aiuto rivolgersi a uno specialista. Infine, con la campagna vaccinale su larga scala sono emerse altre forme di alopecia legate all’attivazione del sistema immunitario, indotta dalla vaccinazione. In particolare, sono state osservate forme di patologie autoinfiammatorie del cuoio capelluto (alopecia areata, lichen plano pilare, lupus eritematoso discoide e follicolite decalvante) sia insorte de novo, che come riacutizzazione.

Ricorrere tempestivamente ad un trattamento è fondamentale per la risoluzione del problema. Per individuare i rimedi più utili è consigliabile una visita specialistica tricologica con esame tricoscopico, che consenta un’accurata valutazione dello stato di salute del cuoio capelluto e dei capelli, per poi capire se e con quali misure terapeutiche intervenire.

“Il Covid ha segnato la vita di tutti noi – commenta Emanuele Bartoletti, presidente della SIME – Cute, capelli e annessi ne hanno risentito in maniera ovviamente più visibile rispetto ad altri organi. Questo Congresso sarà l’occasione per fare il punto della situazione su come correggere, ma soprattutto prevenire questi aspetti collaterali della malattia”. 

AGI – Il 53 per cento dei pazienti affetti da fibromialgia ha problemi significativi sul lavoro. Questo è uno dei dati emersi da una ricerca, presentata oggi a Roma durante il sesto convegno nazionale del Comitato Fibromialgici Uniti (CFU). Il lavoro ha stimolato la nascita dell’Osservatorio Salute e Benessere sul Luogo di Lavoro. L’occasione è la Giornata Mondiale della malattia, identificata con un fiocco viola.

Secondo i calcoli di CFU i fibromialgici in Italia 2 milioni, circa il 3 per cento della popolazione. La ricerca, durata 3 anni, su 1179 persone, aveva tra i suoi obiettivi di individuare sia i fattori facilitatori e quelli che costruiscono una barriera, in alcuni casi molto alta, ad una vita lavorativa soddisfacente e produttiva.

“È la presenza di barriere che ostacolano il ‘funzionamento’ che determina lo status di ‘disabilita” e non la condizione in se'”, spiega Barbara Suzzi, Presidente del Comitato Fibromialgici Uniti. “Non si tratta di uno stratagemma semantico ma della definizione ufficiale dell’ICF (International Classification of Functioning disability and health). Se un cieco lavorasse al buio non sarebbe una situazione per lui disabilitante, mentre lo sarebbe per una persona vedente, ecco, questo esempio serve per comprendere come il contesto sia fondamentale”, aggiunge.

In molti casi nascondono la malattia per non essere giudicati, etichettati, marginalizzati. Il livello di benessere sul lavoro purtroppo non è alto. Solo il 14 per cento degli intervistati ne è soddisfatto. Il 53 per cento ha riferito problemi significativi, il 16 per cento non ci va volentieri mentre il 17 per cento manifesta un vero e proprio stato di ansia con preoccupazione di perderlo.

Il livello di mansioni non rappresenta un vantaggio: anche il 60 per cento degli imprenditori ha problemi che li hanno costretti a cambiare anche drasticamente la quantità di ore lavorate o il tipo di attività. Il 69 per cento degli insegnanti ha problemi pratici ma teme meno di perdere il lavoro per le maggiori tutele offerte dall’impiego pubblico.

La stanchezza è riferita dal 93 per cento dei lavoratori, tristezza e umore instabile rappresentano il 55 per cento. Difficoltà legate ad orario, assenze e ritmi di lavoro sono state abbastanza bilanciate: in 467 hanno trovato accoglimento e soluzione e in 492 casi invece non sono state risolte.

Il lavoro di ricerca si è concentrato anche sui cosiddetti “accomodamenti ragionevoli”, ossia le soluzioni per modificare gli ambienti di lavoro, renderli inclusivi e permettere anche a chi ha una malattia cronica di essere produttivo, sostenersi, mantenere un ruolo sociale.

Sono così definiti ai sensi della Convenzione Onu e della Direttiva Europea 2000/78/CE che vuole favorire le pari opportunità sul luogo di lavoro. Nel caso della fibromialgia si tratta di sedie, postazioni, illuminazione, possibilità di fare pause anche brevi.

Nei questionari è emerso che sulla qualità del lavoro incidono fattori diversi ed eterogenei: strumenti ma anche mansioni, postazioni, livello di partecipazione, qualita’ delle relazioni. Mentre durante i focus group sono emerse le criticità: il mix di malattia invisibile (il dolore non si vede), richiesta di malattia, mansioni impossibili da svolgere e mancato riconoscimento da parte del SSN, fanno si che il soggetto fibromialgico sia considerato “improduttivo”.

“È un eufemismo per dire che alla persona con fibromialgia sono attribuiti: debolezza, scarsa volontà, mancanza di senso di responsabilità, inaffidabilità”, dice Suzzi. “Si tratta di una forma di stigma a tutti gli effetti. Inoltre nella scelta tra un dipendente sano e uno con fibromialgia – continua – per il quale il datore di lavoro non gode di vantaggi fiscali, come quelli per le categorie protette, è quest’ultimo a farne le spese. Ma anche quando la persona protetta riesce a mantenere il posto di lavoro, ciò ha un prezzo elevatissimo su salute e qualità di vita”. In alcuni casi i pazienti assumono farmaci che interferiscono con lucidità e capacità di concentrazione, soffrono di emicranie e hanno esigenze speciali per ciò che riguarda la temperatura degli ambienti. 

AGI – Per i consumatori sia di sigarette tradizionali che di sigarette elettroniche non si riduce il rischio di malattie cardiovascolari rispetto alle persone che fumano solo sigarette tradizionali. A rilevarlo, una nuova ricerca pubblicata oggi su Circulation, la rivista dell’American Heart Association, condotta dalla Boston University School of Public Health.

È confermato da molti studi che il fumo di sigaretta tradizionale contribuisca ad un’ampia gamma di gravi patologie: quasi un decesso su 5 negli Stati Uniti ogni anno è attribuito al fumo di sigaretta e all’esposizione al fumo passivo, secondo la Heart Disease and Stroke Statistic – 2022 Update dell’American Heart Association.

Le sigarette elettroniche, che contengono molte sostanze chimiche tossiche, stanno diventando sempre più popolari come un altro modo per le persone di consumare nicotina. “Il fatto che il duplice uso, utilizzando sia sigarette tradizionali che sigarette elettroniche, abbia un rischio di malattie cardiovascolari simile al solo fumo di sigarette è una scoperta importante poiché molti americani stanno assumendo sigarette elettroniche nel tentativo di ridurre il fumo per ciò che percepiscono è un rischio inferiore“, ha affermato Andrew C. Stokes, corrispondente e autore senior dello studio e assistente professore nel dipartimento di salute globale presso la Boston University School of Public Health.

Per esaminare la relazione tra le malattie cardiovascolari, l’uso di sigarette elettroniche e il duplice uso di sigarette tradizionali e sigarette elettroniche, i ricercatori hanno esaminato i dati dello studio sulla valutazione della popolazione del tabacco e della salute (Path), uno studio rappresentativo a livello nazionale sull’uso di prodotti a base di nicotina raccolte dal 2013 al 2019.

Lo studio su 24 mila persone

Lo studio si è concentrato su più di 24 mila adulti, di cui il 50% aveva 35 anni o meno e il 51% erano donne. I partecipanti sono stati classificati come fumatori se avevano fumato più di 100 sigarette tradizionali nella loro vita. I fumatori di sigarette elettroniche sono stati identificati dall’autosegnalazione da parte dei partecipanti durante qualsiasi round della raccolta dei dati.

Le classificazioni di gruppo erano: 1) nessun uso corrente di sigaretta elettronica o fumo di sigaretta tradizionale (14.832 persone, questo gruppo potrebbe includere ex fumatori o ex utenti di sigarette elettroniche); 2) uso esclusivo di sigaretta elettronica (822 persone); 3) solo uso di sigaretta tradizionale (6.515 persone); 4) doppio uso sia di sigarette tradizionali che di sigarette elettroniche (1.858 persone).

La ricerca ha rilevato più di 1.480 casi di qualsiasi malattia cardiovascolare e più di 500 casi di infarto, insufficienza cardiaca o ictus. Rispetto alle persone che fumavano solo sigarette tradizionali, le persone che fumavano sia sigarette tradizionali che sigarette elettroniche non avevano differenze significative nel rischio di malattie cardiovascolari né per il rischio di infarto, insufficienza cardiaca o ictus.

Secondo i dati, il 62% delle persone che usavano solo sigarette elettroniche e il 54% dei doppi utenti aveva meno di 35 anni, rispetto al 51% dei partecipanti classificati come non utilizzatori che non fumavano sigarette tradizionali o non usavano sigarette elettroniche.

I ricercatori hanno notato che, rispetto all’esclusivo fumo di sigaretta tradizionale, l’uso esclusivo di sigarette elettroniche era associato a eventi di malattie cardiovascolari autoriferiti inferiori del 30%-40%, sebbene l’associazione fosse significativa solo per qualsiasi esito cardiovascolare, che include condizioni come il cuore congenito malattia o miocardite e non specificamente per infarto, insufficienza cardiaca o ictus (15 eventi segnalati da utilizzatori di sigarette elettroniche contro 242 segnalati da fumatori di sigarette).

I ricercatori sottolineano che, sebbene lo studio Path fornisca dati longitudinali essenziali sull’uso delle sigarette tradizionali ed elettroniche, i dati sono autoriportati, la durata dello studio è breve e il tasso di eventi è ancora basso, soprattutto nei giovani.

Poiché l’uso della sigaretta elettronica è ancora relativamente nuovo, non esiste ancora un solido ‘corpus’ di prove a lungo termine per determinare l’eventuale rischio dell’utilizzo di questi prodotti nel tempo, quindi attendono con impazienza ulteriori dati da questo e altri studi in corso, avvertono i ricercatori. 

AGI – Il meccanismo della ‘ricompensa’ abitua i bambini a mangiare verdure. E’ questo il segreto svelato dai ricercatori dell’Institute for Food, Health & Safety by Design, Maastricht University Campus Venlo, nei Paesi Bassi. I risultati della ricerca verranno presentati al prossimo European Congress on Obesity (Eco). Si sa che le abitudini alimentari sane riducono il rischio di obesità, di malattie cardiovascolari e di cancro, ma ai bambini piccoli spesso non piace mangiare le verdure, come molti genitori sanno.

“E’ importante iniziare a mangiare verdure fin dalla giovane età – afferma la ricercatrice Britt van Belkom, del programma Youth, Food & Health presso l’Institute for Food, Health & Safety by Design, Maastricht University Campus Venlo, nei Paesi Bassi – sappiamo da ricerche precedenti che i bambini piccoli in genere devono provare un nuovo ortaggio da otto a dieci volte prima che gli piaccia e così abbiamo esaminato se chiedere ripetutamente ai bambini di provare alcune verdure li avrebbe resi più disposti a mangiare le loro verdure. Ci interessava anche sapere se fornire una ricompensa divertente avrebbe fatto la differenza”.

La sperimentazione

Ai fini della ricerca, sono stati testati 598 bambini (1-4 anni) degli asili nido del Limburgo, nei Paesi Bassi, che hanno preso parte al programma ‘The Vegetable Box’. La ricercatrice van Belkom e i suoi colleghi li hanno assegnati casualmente a uno dei tre gruppi: ‘esposizione/ricompensa’, ‘esposizione/nessuna ricompensa’ o ‘controllo’ (‘nessuna esposizione/nessuna ricompensà). Ai primi due gruppi è stata data la possibilità di provare una gamma di verdure ogni giorno in cui hanno frequentato il loro asilo nido per tre mesi.

I membri del gruppo ‘ricompensa’ hanno ricevuto ricompense divertenti e non alimentari, come un adesivo o una corona giocattolo, quando hanno provato alcune verdure. La conoscenza delle verdure e la disponibilità ad assaggiarle è stata misurata all’inizio e alla fine dello studio.

La conoscenza è stata misurata mostrando loro 14 diverse verdure e chiedendo loro quante potevano riconoscere.

Le verdure sul menu

Le 14 verdure erano:

  • pomodoro
  • lattuga
  • cetriolo
  • carota
  • peperone
  • cipolla
  • broccoli
  • piselli
  • cavolfiore
  • funghi
  • fagiolini
  • cicoria
  • zucca
  • asparagi

Il consumo è stato misurato dando ai bambini la possibilità di assaggiare piccoli bocconcini di sei verdure (pomodoro, cetriolo, carota, peperone, ravanello e cavolfiore) e contando quanti erano disposti ad assaggiare.

Al pre-test nel gruppo di controllo i bambini potevano identificare circa 8 verdure e dopo il test questa capacità è aumentata a circa 10. Per i gruppi ‘esposizione/nessuna ricompensa’ ed ‘esposizione/ricompensà, al pre-test i bambini potevano identificare circa 9 verdure e dopo circa 11. Per la disponibilità a provare le verdure, il punteggio massimo era 12. Al pre-test erano disposti a provare circa 5-6 verdure in tutti i gruppi.

Questa è diminuita nel gruppo di ‘controllo’, è rimasta invariata nel gruppo ‘esposizione/nessuna ricompensà ed è aumentata verso 7 nel gruppo ‘esposizione/ricompensa’.

Offrire regolarmente verdure ai bambini nei centri diurni aumenta significativamente la loro capacità di riconoscere le varie verdure, ma gratificare i bimbi per averle assaggiate sembra anche aumentare la loro disponibilità a provare verdure diverse, affermano i ricercatori, i quali sottolineano che il tipo di ricompensa è, tuttavia, molto importante: dovrebbe essere divertente ma non dovrebbe trattarsi di cibo. 

AGI – In Italia si stima che ci siano 6 milioni di persone, ossia il 12% della popolazione, che soffrono di emicrania, una specifica tipologia di cefalea che si caratterizza per un dolore pulsante con intensità moderata-severa che, spesso, si localizza nella metà della testa e del volto. Si tratta di una patologia talmente debilitante che è stata identificata dall’OMS come la malattia che causa maggiore disabilità nella fascia di età tra 20 e 50 anni, ossia nel momento della vita in cui siamo più produttivi.

Numeri ed effetti importanti, quindi, che sono al centro della settimana nazionale del mal di testa, che parte e oggi e si concluderà la prossima domenica. L’iniziativa è promossa dalla Società italiana di neurologia (Sin) e dalla Società italiana per lo studio delle cefalee (Sisc) che hanno organizzato una campagna di sensibilizzazione “social” rivolta alla popolazione dal titolo “Mettiamoci la faccia”.

Nel corso della settimana, coloro che soffrono di mal di testa sono invitati a registrare un breve video di massimo un minuto contenente una domanda sulla patologia a cui risponderà uno degli esperti della SIN o della SISC. L

‘obiettivo per questa edizione è quello di fare informazione su temi suggeriti dai pazienti stessi, proprio per cercare di colmare le lacune informative che ancora esistono intorno a questa malattia. La risposta video sarà pubblicata, insieme alla domanda, sui profili social istituzionali Sin e Sisc. I video devono essere inviati a social@neuro.it. Il mal di testa è una delle patologie più diffuse del nostro pianeta.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la cefalea colpisce 1 persona su 2 con episodi che si verificano almeno una volta l’anno. Si tratta di patologia che riguarda anche i più giovani: oltre il 40 per cento dei ragazzi è colpito da cefalea mentre 10 bambini su 100 soffrono di emicrania, la forma comune di cefalea primaria.

Due tipi di cefalee

Esistono due grandi categorie: le cefalee primarie sono disturbi a se stanti non legati ad altre patologie e sono le più frequenti, mentre le cefalee secondarie dipendono da altre patologie, come, ad esempio, cefalea da trauma cranico e/o cervicale, da disturbi vascolari cerebrali (come l’ictus), da patologie del cranio non vascolari (come tumori cerebrali, ipertensione o ipotensione liquorale).

A loro volta, le cefalee primarie comprendono l’emicrania, la cefalea di tipo tensivo, la cefalea a grappolo e si distinguono per la tipologia del dolore, l’intensità, la collocazione nella testa, la durata, la frequenza e gli altri sintomi concomitanti.

I sintomi dell’emicrania

L’emicrania si caratterizza per un dolore pulsante con intensità moderata-severa che, spesso, si localizza nella metà della testa e del volto. Il paziente non riesce a svolgere nessuna delle attività quotidiane perché ogni azione aggrava il dolore e, a volte (emicrania con aura), gli attacchi vengono preceduti da disturbi neurologici come, ad esempio, sintomi visivi. La crisi si manifesta solitamente insieme ad altri disturbi come vomito e intolleranza alla luce e ai rumori e può durare da alcune ore a 2-3 giorni.

Due terzi dei pazienti emicranici sono donne. La cefalea di tipo tensivo, invece, presenta una intensità lieve-moderata, di tipo gravativo o costrittivo (classico cerchio alla testa) della durata di alcuni minuti o ore o anche alcuni giorni, non aggravata dalle attività fisiche usuali e non associata, in genere, a nausea o vomito.

È la forma più frequente di cefalea con una prevalenza di circa l’80 per cento. Fattori di predisposizione genetica possono avere una certa influenza nello sviluppo della cefalea tensiva così come fattori ambientali tra cui lo stress, l’affaticamento, cattive posture o riduzione delle ore di sonno.

Infine, la cefalea a grappolo provoca attacchi dolorosi più brevi (1-3 ore) molto intensi e lancinanti che si susseguono 1 o più volte al giorno per un periodo di tempo di circa 2 mesi (grappolo), alternati a periodi senza dolore. L’area interessata è quella oculare e, al contrario delle altre due forme, la cefalea a grappolo colpisce prevalentemente gli uomini. In genere gli episodi si ripetono ciclicamente con una cadenza stagionale o di 1/2 periodi all’anno.

Diagnosi precoce

Contro il mal di testa la diagnosi precoce è fondamentale perchè può davvero cambiare la progressione della malattia, poiché evita importanti conseguenze quali la cronicizzazione del disturbo e l’abuso di farmaci. Iniziative come la Giornata del Mal di Testa servono proprio a informare il paziente e i suoi familiari per renderli consapevoli delle azioni da intraprendere per contrastare la malattia e non rimanerne schiacciato.

“Grazie alla scoperta del meccanismo da cui si genera il dolore emicranico – commenta Paolo Calabresi, presidente della Ssic – sono ormai entrate nella pratica clinica le nuove terapie a base di anticorpi monoclonali che stanno facendo registrare un importante cambio di passo nel trattamento della prevenzione dell’emicrania poiché queste terapie riducono il numero di attacchi nella forma episodica e risultano efficaci anche nelle forme più gravi come l’emicrania cronica e quella resistente ad altri farmaci usati in precedenza. A fronte di tutti questi benefici, inoltre, si verifica un numero molto scarso di effetti collaterali”. 

AGI – Valter Longo della USC Leonard Davis School of Gerontology sta dedicando la propria vita agli studi sulla longevità e sulla nutrizione per raggiungere il traguardo di una vita longeva e in salute. In una nuova revisione della letteratura, appena pubblicata su Cell, effettuato in collaborazione con Rozalyn Anderson dell’Università del Wisconsin descrive la “dieta della longevità”, come un approccio basato su vari aspetti, che vanno dalla composizione degli alimenti alle calorie assunzione, alla durata e alla frequenza dei periodi di digiuno. 

Longo e Anderson hanno esaminato centinaia di studi sulla nutrizione, le malattie e la longevità negli animali da laboratorio e nell’uomo e li hanno combinati con i propri studi sui nutrienti e sull’invecchiamento. L’analisi ha incluso diete popolari come la restrizione delle calorie totali, la dieta chetogenica ricca di grassi e povera di carboidrati, le diete vegetariane e vegane e la dieta mediterranea. 

“Abbiamo esplorato il legame tra nutrienti, digiuno, geni e longevità in specie a vita breve e abbiamo collegato questi collegamenti a studi clinici ed epidemiologici su primati e umani, compresi i centenari”, ha detto Longo. “Adottando un approccio multisistema e multipilastro basato su oltre un secolo di ricerca, possiamo iniziare a definire una dieta di longevità che rappresenti una solida base per la raccomandazione nutrizionale e per la ricerca futura”.

L’articolo includeva anche una revisione di diverse forme di digiuno, tra cui una dieta a breve termine che imita la risposta al digiuno del corpo, il digiuno intermittente (frequente e a breve termine) e il digiuno periodico (due o più giorni di digiuno o diete che imitano il digiuno più di due volte al mese).

Oltre a esaminare i dati sulla durata della vita da studi epidemiologici, il team ha collegato questi studi a specifici fattori dietetici che influenzano diversi percorsi genetici di regolazione della longevità condivisi da animali e esseri umani che influenzano anche i marcatori di rischio di malattia, inclusi i livelli di insulina, proteina C-reattiva, insulina -come il fattore di crescita 1 e il colesterolo. 

I risultati sostengono che le caratteristiche chiave della dieta ottimale sembrano essere l’assunzione di carboidrati da moderata ad alta da fonti non raffinate, proteine ​​​​basse ma sufficienti da fonti in gran parte di origine vegetale e grassi vegetali sufficienti per fornire circa il 30% del fabbisogno energetico.

Idealmente, i pasti della giornata dovrebbero avvenire tutti entro una finestra di 11-12 ore, consentendo un periodo giornaliero di digiuno, e un ciclo di 5 giorni di una dieta a digiuno o che imita il digiuno ogni 3-4 mesi può anche aiutare a ridurre la resistenza all’insulina, pressione sanguigna e altri fattori di rischio per le persone con aumentato rischio di malattie, ha aggiunto Longo.

La formula della dieta ideale

Il ricercatore americano ha descritto come potrebbe essere la dieta per la longevità nella vita reale: “Molti legumi, cereali integrali e verdure; pesce; niente carne rossa o carni lavorate e carni bianche molto basse; basso contenuto di zuccheri e cereali raffinati; discreta quantità di noci e olio d’oliva e un po’ di cioccolato fondente”.

Il prossimo passo nella ricerca sulla dieta della longevità sarà uno studio su 500 persone che si svolgerà nel sud Italia, ha detto Longo. La dieta della longevità presenta somiglianze e differenze con le diete in stile mediterraneo spesso analizzate nelle “zone blu” di super invecchiamento, inclusa la Sardegna il Cilento, in Italia; Okinawa, Giappone; e Loma Linda, California.

Le diete comuni in queste comunità note per un numero elevato di persone di età pari o superiore a 100 anni sono spesso in gran parte a base vegetale o a base di pesce e sono relativamente povere di proteine. La dieta della longevità messa a punto da Longo rappresenta un’evoluzione di queste “diete centenarie”, ha spiegato, che aggiunge la raccomandazione di limitare il consumo di cibo a 12 ore al giorno e di avere diversi brevi periodi di digiuno ogni anno.

Oltre alle caratteristiche generali, la dieta della longevità dovrebbe essere adattata agli individui in base al sesso, all’età, allo stato di salute e alla genetica, ha osservato Longo. Ad esempio, le persone di età superiore ai 65 anni potrebbero aver bisogno di aumentare le proteine ​​per contrastare la fragilità e la perdita di massa corporea magra, poiché gli studi di Longo hanno dimostrato che quantità proteiche più elevate erano migliori per le persone di età superiore ai 65 anni ma non ottimali per le persone di età inferiore ai 65 anni, ha affermato. Per questo è importante collaborare con un operatore sanitario specializzato in nutrizione per iniziare un percorso di cambiamento, ricordano gli autori.

AGI – Sulla base della determinazione Aifa pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 20 aprile 2022 è ora divenuto operativo il protocollo d’intesa per rendere disponibile e facilmente accessibile su tutto il territorio nazionale l’antivirale orale Paxlovid, che potrà essere distribuito attraverso la rete delle 19 mila farmacie italiane. Le farmacie erogheranno gratuitamente il Paxlovid, autorizzato per il trattamento precoce del Covid-19, nella modalità della distribuzione per conto (DPC), dietro presentazione di apposita ricetta medica.

 “Ringraziamo il ministro della Salute, Roberto Speranza, e l’Aifa per la fiducia riposta nelle farmacie – afferma il presidente di Federfarma nazionale, Marco Cossolo – questa decisione semplifica l’accesso ai farmaci antivirali per il trattamento del Covid-19 e apre una fase nuova nel contrasto alla pandemia, che incardina sul territorio le attività di prescrizione e dispensazione di questi medicinali, con il pieno coinvolgimento dei medici di medicina generale e dei farmacisti”.

“Le farmacie dimostrano, ancora una volta, di operare con grande senso di responsabilità nei confronti della collettività e hanno sempre risposto puntualmente ai nuovi bisogni di salute emersi nelle varie fasi della pandemia – prosegue Cossolo – ora sono pronte a garantire gratuitamente la dispensazione del Paxlovid, per assicurare la tempestività del trattamento con gli antivirali orali, rivelatasi fondamentale per il buon esito della cura”.

“La distribuzione in farmacia dei farmaci innovativi – aggiunge il segretario nazionale di Federfarma, Roberto Tobia – è connaturata alla specifica professionalità del farmacista, che svolge un importante ruolo nel monitoraggio dell’aderenza alla terapia e nell’attività di farmacovigilanza proprio grazie all’esclusivo rapporto quotidiano di fiducia e prossimità con il cittadino”. 

AGI – Sono 74 i casi di epatite acuta infantile segnalati nel Regno Unito e in Irlanda, caratterizzati da sintomatologia grave ma privi di un’eziologia nota. Riportati sul sito ufficiale dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms), questi episodi si sono verificati in Regno Unito, in Irlanda e in Spagna, e l’ente internazionale conferma che sono state avviate le indagini per ricostruire le motivazioni alla base delle manifestazioni acute di epatite.

Il 5 aprile l’International Health Regulations (IHR) National Focal Point (NFP) per il Regno Unito ha notificato all’Oms dieci casi di epatite acuta grave, con eziologia sconosciuta in bambini clinicamente sani provenienti dalla Scozia centrale. I pazienti avevano un’età compresa tra gli 11 mesi e i cinque anni.

Tra i sintomi più comuni, gli esperti segnalavano ittero, diarrea, vomito e dolore addominale. Nell’arco di tre giorni, il numero di episodi simili in tutto il regno Unito è salito a 74. Sono stati esclusi ceppi virali associati all’epatite A, B, C, D, ed E. Alcuni casi hanno richiesto il trasferimento a reparti epatici pediatrici specializzati e sei bambini sono stati sottoposti a trapianto di fegato.

Secondo i dati aggiornati all’11 aprile non si sono verificati decessi, ma l’ente internazionale avverte che, visto il tasso di contagio, potrebbero emergere nuovi casi. Nel frattempo, sebbene sia stato rilevato un possibile collegamento epidemiologico, l’eziologia di queste epatiti è ancora considerata sconosciuta e rimane oggetto di indagine attiva.

A livello internazionale, sono stati segnalati meno di cinque episodi simili in Irlanda, e tre casi in Spagna. Sono in corso ulteriori approfondimenti da parte delle autorità sanitarie nazionali, che avranno lo scopo di individuare il momento del contagio in modo da ottimizzare le strategie di prevenzione.

“Il Regno Unito – si legge sul sito dell’Oms – ha segnalato un recente aumento significativo e inaspettato dei casi di epatite acuta grave di eziologia sconosciuta nei bambini piccoli. Sebbene il potenziale ruolo dell’adenovirus e/o di SARS-CoV-2 nella patogenesi di questi casi rappresenti un’ipotesi, è necessario proseguire gli studi e individuare i fattori infettivi e non infettivi da considerare per valutare e gestire correttamente il rischio”.

L’Organizzazione mondiale della sanità aggiunge che potrebbero emergere nuovi episodi, visto il tasso di insorgenza di queste epatiti, per cui è fondamentale indirizzare gli sforzi per individuare possibili cause scatenanti. “Identificare l’eziologia di queste epatiti rappresenta una priorità assoluta – prosegue l’Oms – eventuali collegamenti epidemiologici tra i casi potrebbero fornire indicazioni utili a rintracciare l’origine della malattia. Nel frattempo sconsigliamo l’introduzione di limitazioni ai viaggi internazionali. Le informazioni attualmente disponibili non giustificano un aumento delle restrizioni”. 

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