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Non diminuiscono negli italiani le abitudini nocive per la salute come fumosedentarietà e alimentazioni scorrette, ma in Italia si muore sempre meno, grazie soprattutto ai miglioramenti nell’assistenza sanitaria e ai traguardi della medicina moderna. Siamo, insomma, tra i Paesi più longevi, ma anche con più anni da vivere con malattie croniche e disabilità: la speranza di vita in buona salute è peggiore che in altri Paesi europei. 

È quanto emerge dal XVI rapporto Osservasalute, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica presso la sede di Roma. Gli italiani, sottolinea il documento, sono ancora troppo in sovrappeso e il grande problema per il presente e per il futuro sono le cronicità, che assorbono l’80% della spesa sanitaria. 

La domanda di visite specialistiche, di giornate di degenza e di assistenza domiciliare, si legge ancora, è destinata a impennarsi nel prossimo decennio. Un dato rilevante per la salute degli italiani è rappresentato dalla forte riduzione della mortalità prematura (indicatore del Sustainable Development, Goals delle Nazioni Unite – calcolato rispetto alle principali cause di morte della fascia di età 30-69 anni) diminuita, dal 2004 al 2016, del 26,5% per gli uomini e del 17,3% per le donne. 

In generale, in poco più di 30 anni, il tasso standardizzato di mortalità totale si è ridotto di oltre il 50% nel periodo 1980-2015 ed il contributo delle malattie cardiovascolari è stato quello che più ha influito sul trend in discesa della mortalità (nello stesso periodo la mortalità per malattie ischemiche del cuore si è ridotta di circa il 63% e quella delle malattie cerebrovascolari di circa il 70%). 

I costi della cattiva salute

L’Italia è sempre più vecchia, dunque (nel 2017, gli ultra 65enni erano oltre 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione totale) e gravata da malattie croniche la cui gestione incide per circa l’80% dei costi sanitari. 

Nel 2017 – si legge nel rapporto – il costo medio annuo grezzo della popolazione in carico ai medici di medicina generale del network HealthSearch affetta da almeno una patologia cronica è stato di 708 euro. Sono presenti differenze di genere nei costi generati per il SSN; infatti, i pazienti uomini affetti da almeno una patologia cronica hanno generato un costo medio annuo superiore a quello delle donne (738 euro contro 685 euro). I costi medi annui sostenuti dal SSN per i pazienti cronici aumentano progressivamente al crescere dell’età, raggiungendo il picco nelle fasce di età 80-84 anni (1.129 euro) e 75-79 anni (1.115 euro), per poi calare leggermente nelle classi di età successive.

Dal lato dell’assistenza primaria, i dati raccolti dai medici di medicina generale riferiscono che mediamente in un anno si spendono 1.500 euro per un paziente con uno scompenso cardiaco congestizio, in ragione del fatto che questi pazienti assorbono il 5,6% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 4% delle richieste di visite specialistiche e il 4,1% per le prescrizioni di accertamenti diagnostici. Circa 1.400 euro annui li assorbe un paziente affetto da malattie ischemiche del cuore, il quale è destinatario del 16% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 10,6% delle richieste di visite specialistiche e del 10,1% degli accertamenti diagnostici.

Quasi 1.300 euro – precisa il rapporto – vengono spesi per un paziente affetto da diabete tipo 2, il quale assorbe il 24,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 18,5% delle richieste di visite specialistiche e il 18,2% degli accertamenti diagnostici. Un paziente affetto da osteoporosi costa circa 900 euro annui, poiché è destinatario del 40,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 35,0% delle richieste di visite specialistiche e del 32,0% degli accertamenti diagnostici.

Costa, invece, 864 euro un paziente con ipertensione arteriosa che assorbe mediamente in un anno il 68,2% di tutte le prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 52,2% delle richieste di visite specialistiche e il 51,7% degli accertamenti diagnostici.

Crema solare, raccomandano i medici, a protezione dai quei raggi che, si sa, è un attimo che ti arrostiscano. Ma una crema solare basterà davvero come protezione dal sole estivo? Ma, soprattutto, in che modo la crema interagisce con il corpo? Essendo, appunto, una crema, classificata, tra l’altro, come cosmetico, nessuno ha mai pensato all’impatto con la pelle. 

Oggi – è questa la notizia – la Food and Drug Administration rende noti i dati di una sperimentazione che dimostrerebbe come tutti quei prodotti chimici fotoprotettivi con i quali viene creata la protezione solare, interagendo con la pelle delle persone, potrebbero essere assorbiti nel flusso sanguigno e creare qualche problema, anche grave in alcuni casi, come scompensi ormonali o addirittura potrebbero finire con l’attaccare il sistema riproduttivo.

Il guaio è che fino ad oggi nessuno si è mai posto il problema, fin da quando Eugène Schueller fondatore della L’Oreal, nel 1936, decide di inserirsi nel mercato, anche se il primo utilizzo di massa, la vera mania della crema solare, si diffonde con la seconda guerra mondiale, e non era nemmeno una crema solare ma si chiamava RED VET PET, ed era un prodotto veterinario.

Tutto inutile in realtà, quei soldati non lo sapranno mai, ma solo nel 1950 il prodotto cambia, utilizzando filtri solari finalmente adeguati. “Tutti hanno sempre pensato che, poiché sono destinati a lavorare sulla superficie della pelle, non verranno assorbiti, ma succederà”, afferma Theresa Michele, direttore della divisione FDA dei farmaci non soggetti a prescrizione medica e coautore della FDA studio finanziato.

Il suo team ha scoperto che solo poche ore dopo l’applicazione della crema solare i prodotti chimici fotoprotettivi si sono infiltrati nel flusso sanguigno e raggiungere concentrazioni superiori alla soglia di tossicologia della FDA,  una soglia che vuol dire rimettersi a lavoro con ulteriori test di sicurezza.

Il test è andato più o meno così: 12 uomini e 12 donne sono stati chiamati ad utilizzare quattro protezioni solari diverse, a libera scelta tra due spray, una crema e una lozione; il prodotto andava spalmato su almeno il 75% della pelle, più o meno la stessa percentuale di corpo che esponiamo ogni estate al sole, alla fine, qualche ora dopo l’applicazione, i ricercatori hanno raccolto il sangue e tirato giù i dati.

Così la scoperta: quegli agenti chimici davvero entrando in contatto con la pelle poi proseguono fino al sangue, non si è ancora capito se facciano bene o male, ma è così, e questa è già di per sé una notizia. “Potrebbe non esserci nulla, e sarebbe grandioso – dice Kanade Shinkai, un dermatologo della University California San Francisco e redattore capo della JAMA Dermatology – Ma il problema è che semplicemente non lo sappiamo”.

Nel tentativo di porre fine alla situazione di stallo, il Congresso ha approvato il Sunscreen Innovation Act nel 2015. Come parte di tale sforzo, a febbraio la FDA ha annunciato che stava modificando il modo in cui l’agenzia regola i filtri solari, per “tenere il passo con la scienza in evoluzione”.

Per dimostrare che sono sicuri ed efficaci, la FDA sta ora chiedendo, ai produttori di creme solari statunitensi, di presentare ulteriori dati che misurano come questi ingredienti vengono assorbiti dal flusso sanguigno. Se non assorbono al di sopra della soglia tossicologica, nessun problema. Ma se lo fanno, la FDA vuole vedere più test – valutare il rischio di cancro e danni ai sistemi riproduttivo ed endocrino, roba standard di sicurezza dei farmaci.

Torna l’“Emergenza sorrisi”,  la campagna per donare un futuro ai bambini affetti da gravi malformazioni facciali. Dal 21 aprile al 11 maggio è possibile offrire il proprio contributo per sostenere i medici volontari della Onlus che operano in 23 tra i Paesi più poveri del mondo per donare una chance a quei bambini il cui futuro è compromesso dalle malformazioni. Per farlo è sufficiente inviare un sms al 45594, oppure effettuare una chiamata da rete fissa al 45594 per donare 5 o 10 Euro.

“I bambini che nascono con gravi malformazioni facciali, in contesti svantaggiati, vengono allontanati dal resto della comunità, spesso segregati, emarginati, esclusi da ogni rapporto sociale”, spiega all’Agi Fabio Massimo Abenavoli, dottore e presidente della Onlus. Basti pensare che in molti Paesi dell’Africa i bambini con la labio-palatoschisi sono considerati maledetti, in Uganda sono denominati “Ajok”, ovvero “perseguitati da Dio”. Tra i problemi più trattati, oltre alla palatoschisi, ci sono il labbro leporino, le malformazioni del volto, gli esiti di ustioni, i traumi di guerra, le cataratte e altre patologie invalidanti nei Paesi in Via di Sviluppo.

In 12 anni di missioni chirurgiche, i medici di “Emergenza Sorrisi” hanno operato 4.863 bambini, e conosciuto e visitato 11.000 bimbi per cui era difficile anche compiere i più piccoli e naturali gesti come nutrirsi, parlare, respirare, sorridere. “Per questi bambini e per le loro famiglie iniziare a sorridere vuol dire avere futuro. Emergenza Sorrisi apre loro le porte di un mondo più sereno, con la possibilità di ripartire da zero, di lasciarsi alle spalle il dolore: una vera e propria rinascita”, spiega Abenavoli.

La raccolta fondi serve proprio a finanziare le prossime missioni. “Il nostro è un impegno a tutto tondo. Non operiamo soltanto, ma ci impegnammo per formare nel modo migliore i medici – alcuni dei quali vengono anche in Italia a seguire corsi e aggiornamenti- e per mettere in piedi una rete di supporto. Perché è vero che le operazioni sono risolutive ma è anche vero che questi  bimbi poi vanno seguiti da dentisti, otorini. Lo scopo è replicare ovunque la stessa organizzazione e far sì che questi dottori lavorino da soli”. Nei suoi 12 anni di vita, infatti, la onlus ha sviluppato un vero e proprio modello di assistenza e aiuto per le popolazioni di molti Paesi dell’Africa e del medio Oriente, spesso luoghi di partenza di costanti flussi migratori verso l’Europa.

Non solo. “La nostra missione è anche quella di sensibilizzare. In Belìn, ad esempio, dobbiamo affrontare il problema delle spose bambine, una pratica che ha ripercussioni sia sul piano culturale (non vanno più a scuola), sia su quello medico. Le ragazze hanno il loro primo figlio da giovanissime, il tasso di mortalità è alto, così come quello delle malformazioni neonati”.

Tutti i numero dell’Ong

  • 375 i medici e gli infermieri volontari della onlus
  • 11.000 i pazienti visitati
  • 4.863 sono gli interventi chirurgici realizzati
  • 580 i medici locali professionisti coinvolti nei corsi di formazione per un totale di 4.000 ore erogate
  • 369 i volontari italiani (di cui 170 medici)
  • 12 anni di missioni chirurgiche in Paesi dell’Africa e del medio Oriente

“Con una quantità sufficiente di burro, qualsiasi cosa è buona”, diceva la famosa cuoca statunitense Julia Child e come lei devono pensarla in molti oggi, visto che questo alimento sta vivendo una vera e propria rinascita con boom di vendite in tutto il mondo. Per molto tempo accantonato nel frigo, a favore di altri condimenti più magri, il burro è riuscito a conquistare il palato dei cinesi – tradizionalmente poco amanti del latte e dei prodotti caseari – al punto che la Cina si è posizionata tra i principali importatori.

Il burro è tornato così prepotentemente sulle tavole che negli ultimi anni alcuni Paesi, dalla Francia alla Norvegia, dal Canada al Sudafrica, sono rimasti a secco di scorte. Ma cosa c’è dietro il rinnovato amore? Di sicuro tre fattori hanno contribuito alla sua ascesa, si legge su Quartz: il contraccolpo subito dalle carni processate, la popolarità di alcuni chef celebri che ne fanno uso e le ricerche mediche che mettono in  dubbio il legame tra grassi saturi e problemi cardiaci. Mentre medici e nutrizionisti non sono ancora propensi a considerarlo un cibo salutare, c’è consenso sul fatto che il segreto è nel consumo moderato. Ma quanto se ne consuma? Ecco alcuni numeri.

I numeri del burro

  • 8,2 kg: E’ il consumo pro-capite di burro in Francia, Paese leader, nel 2016
  • 2,3 miliardi di dollari: Il valore di burro salpato nel 2017 dai porti della Nuova Zelanda, il primo esportatore
  • 82%: Quantità minima di grasso di latte richiesto in Europa per il burro
  • 80%: Quantità minima di grasso di latte richiesta negli Usa
  • 2:1: Il rapporto di farina e burro in un croissant
  • 60 dollari: Il prezzo di 1 libbra (450 grammi) di burro in serie limitata del top brand Animal Farm Butter, nel Vermont.

In Italia

Rispetto ai cugini europei gli italiani consumano davvero poco burro: solo 2 kg pro-capite all’anno. Tuttavia, secondo gli ultimi dati del 2018 di Coldiretti, il 2017 ha segnato la riscossa del burro, con un aumento del 12,5% della spesa nel carrello delle famiglie italiane. L’impennata è dovuta in parte al riconoscimento di positive proprietà da parte di recenti studi scientifici che hanno fatto cadere pregiudizi nei confronti di un prodotto che viene oggi percepito come più naturale e salutare di altri. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati Ismea che evidenziano una decisa inversione di tendenza negli acquisti per uno dei condimenti più tradizionali della dieta degli italiani.

 

 

(FOTO: JEAN PAUL CHASSENET / MOOD4FOOD / FOODCOLLECTION)

 

“Il burro – aveva spiegato Coldiretti – sta riacquistando popolarità ed è tornato ad essere uno dei grassi più usati in cucina per i suoi molti suoi punti di forza: a differenza delle margarine non è un prodotto chimico, è meno calorico degli oli, non è idrogenato ed è ricco di nutrienti come il calcio, sali minerali, proteine del latte e la vitamina A, senza contare che è un prodotto del tutto naturale e senza conservanti”. E in più, fattore da non sottovalutare, è più economico dell’olio”. A spingere la domanda del burro anche la scelta di un numero crescente di industrie alimentari di orientarsi verso prodotti “olio di palma free” che hanno avuto un incremento record delle vendite del 17,6% nel 2017 sulla base delle elaborazioni Coldiretti sui dati dell’Osservatorio Immagino.

L’economia del burro

La recente crisi del burro non è dovuta solo a un’aumento della domanda. Dietro ci sono anche l’aumento dei prezzi, la diminuzione nella produzione di latte, ma anche (nel caso della Francia) i problemi tra produttori e rivenditori. La produzione di latte in Europa è diminuita a partire dal 2016 a causa delle cattive rese delle colture foraggere per alimentare gli allevamenti e per le condizioni meteorologiche sfavorevoli. Non solo. Per produrre il burro serve un sacco di latte. Con 100 litri di latte si producono solo 4.5 chili di burro. Il prodotto necessita di tanto latte e duro lavoro, e di conseguenza il prezzo dovrebbe essere più alto di quello cui viene venduto. 

Il medico, nell’esercizio di una attività diagnostica o terapeutica, può lecitamente compiere atti che incidono sulla sfera della libertà sessuale di un paziente solo se abbia acquisito un consenso esplicito e informato dello stesso o se sussistano i presupposti dello stato di necessità. Altrimenti il professionista deve immediatamente fermarsi in caso di dissenso del paziente.

È sulla base di questo principio che la terza sezione penale della Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso della procura generale di Torino, ha annullato con rinvio alla Corte di appello una sentenza di assoluzione dall’accusa di violenza sessuale di C.G., medico di Novara che era stato denunciato da tre donne che, a sorpresa e senza spiegazioni, erano state sessualmente “stimolate” dal ginecologo che “avrebbe agito con la sola consapevolezza e volontà di curarle, ritenendo che il loro consenso alla particolare manovra fosse implicito o, addirittura, non necessario perché l’atto era dovuto”. 

Oggi è la 25esima giornata mondiale dell’asma. L’iniziativa è promossa dalla Global Initiative for Asthma (Gina), un’organizzazione internazionale che riunisce le associazioni impegnate a sensibilizzare i cittadini, migliorare l’assistenza ai malati e offrire supporto a familiari, amici e operatori sanitari su una patologia ancora troppo sottovalutata con pesanti conseguenze in termini di mortalità e di costi.

Solo in Italia si contano circa 3 milioni di asmatici, mentre in Europa sono oltre 30 milioni. E se per l’Oms nel mondo sono tra i 100 e il 150 milioni a soffrire di questa patologia, per Gini sono addirittura 300 milioni.

Di certo c’è che il numero è in costante aumento. Ma cos’è? Da cosa è provocata e come si cura?

Cos’è l’asma

L’asma è malattia complessa che si manifesta attraverso una infiammazione cronica delle vie aeree.

“L’infiammazione – si legge sul sito dell’Istituto superiore di sanità, Epicentro, – genera un aumento della responsività bronchiale che, a sua volta, causa episodi ricorrenti (i cosiddetti ‘attacchi d’asma’) di crisi respiratorie, respiro sibilante, senso di costrizione toracica e tosse.

Durante gli attacchi, che possono essere improvvisi o graduali, peggiorano i sintomi e la funzionalità respiratoria.

Se non trattati in modo adeguato, gli attacchi possono essere anche molto gravi e addirittura fatali.

180 mila morti all’anno

Le morti associate alla malattia, sempre secondo i dati dell’Oms, sono circa 180 mila ogni anno.

L’Istat fa sapere che in Italia, i decessi collegati sono due ogni 3 giorni (circa 500 morti all’anno).

Nel 50% degli adulti e nell’80% dei bambini malati di asma, prevale la forma allergica, mediata dalla risposta dovuta alle IgE.

Sempre in Italia, si stima che ogni anno circa nove milioni di persone si ammalano di allergie respiratorie derivanti dalla presenza di pollini nell’aria e quattro milioni di essi ricorrono a cure.

Ad oggi il 15-20 percento della popolazione italiana soffre di allergie, soprattutto tra i giovani.

L’Italian study on asthma in young adults (Isaya), un’indagine multicentrica condotta tra il 1998 e il 2000 su nove città italiane su 3.000 persone tra i 20 e i 44 anni, ha permesso di evidenziare una notevole differenza delle manifestazioni asmatiche sul territorio nazionale.

La malattia è più presente nelle zone mediterranee che in quelle continentali e la sua prevalenza cresce all’aumentare della temperatura media e al diminuire dell’escursione termica. 

Una patologia in aumento

A preoccupare gli esperti è il rapido incremento di persone che contraggono l’asma: nell’Europa occidentale sarebbe raddoppiato in numero di persone asmatiche.

Negli Stati Uniti, secondo l’Oms, il numero di asmatici è aumentato del 60% dall’inizio degli anni ’80 mentre sono raddoppiati i morti, che ora sono 5mila all’anno (il tasso di mortalità era del 8,2 per 100mila persone nel 1975-79, salito al 17,9 per 100mila nel 1993-95).

Il National institute of health (Nih) americano stima che a fine anni ’90, ci fossero 17 milioni di asmatici negli Usa, pari al 6,4% della popolazione, con 4.8 milioni di bambini ammalati.

Ma perché accade? Esistono diverse interpretazioni sul perché di questo incremento.

Secondo l’Oms, l’aumento dei casi di asma è del 50% ogni decennio, e sembra quasi sicuramente essere correlato ai fenomeni di urbanizzazione, soprattutto quando questo significa un aumento di densità di persone nelle periferie degradate.

C’è quindi una crescente tendenza a vivere gran parte del tempo in ambienti chiusi con poca circolazione di aria, più esposti alla polvere e agli acari e inseriti in situazioni urbane dall’elevato tasso di inquinamento.

Secondo i Cdc, sono soprattutto le popolazioni a basso reddito e le etnie che vivono in condizioni più disagiate a sperimentare una maggiore prevalenza e mortalità dovuta all’asma, probabilmente anche per il ritardato o limitato accesso al trattamento.

Un’altra possibile spiegazione è che d’altra parte il livello di igiene cui si sono abituate le ricche società del nord del mondo, abbia in qualche modo influito sulla capacità del sistema immunitario inducendo una maggiore risposta allergica.

Sull’incremento dell’incidenza dell’asma sembrano però pesare anche altri elementi, come l’aumento dell’obesità e il ridotto esercizio fisico.

Come si cura

L’asma, ricorda l’ISS, è una malattia cronica per la quale non esiste oggi alcun trattamento risolutivo.

È possibile, però, controllarne il decorso, riducendo gli attacchi d’asma e le loro conseguenze, come i sibili e la tosse, e le difficoltà respiratorie.

La cura è soggettiva: i farmaci possono essere somministrati in forme diverse, dallo spray alle pillole, ma la corretta terapia è necessariamente individuale e quindi un piano di controllo dell’asma va messo a punto a seconda del tipo e della ricorrenza degli attacchi nei diversi pazienti.

Si può fare sport?

Secondo FederAsma, la federazione italiana dei pazienti, “anche con l’asma è possibile fare una vita normale e un’attività fisica a livello agonistico, ne sono testimoni i campioni dello sport che pur convivendo con l’asma, hanno ottenuto grandi risultati nel nuoto, nello sci, nell’atletica. L’unica condizione è affrontare in modo serio questa patologia, che a volte si tende a sottovalutare”.

Per questi motivi è importante “portare informazioni sulle terapie possibili – continua la onlus sul sito Pagine Mediche– che oggi sono sempre più personalizzate, sugli stili di vita salutari, sui fattori di rischio come il fumo, l’inquinamento, gli allergeni ambientali indoor”.

Farro e frumento duro sono stati selezionati in maniera indipendente l’uno dall’altro mentre il grano tenero è frutto di un incrocio tra un frumento duro (e non un farro) e Aegilops tauschii (una pianta erbacea) e, solo successivamente, dal frumento tenero si evolve il frumento spelta che, di conseguenza, è il frumento di più recente origine.

Sono queste le principali conclusioni cui è giunto uno studio condotto da un consorzio internazionale di ricercatori che ha avuto come obiettivo decifrare il DNA delle varie specie di frumento per capirne la storia evolutiva piuttosto complessa che ha caratterizzato questo gruppo di piante da cui dipende gran parte dell’alimentazione dell’umanità. 

Unici italiani che hanno partecipato alla ricerca, quelli del CREA, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Il consorzio internazionale, finanziato dal progetto europeo WHEALBI, ha parzialmente risequenziato per la prima volta ben 500 linee di frumento, per capire come 10.000 anni di selezione naturale, adattamento all’ambiente e selezione umana hanno portato oggi al cereale più coltivato al mondo, così come lo conosciamo.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nature Genetics” è firmato da oltre 29 autori di 8 diversi paesi, tra cui, appunto, due ricercatori italiani, Alessandro Tondelli e Luigi Cattivelli, del CREA Genomica e Bioinformatica, che hanno organizzato la caratterizzazione di campo ed analizzato i relativi dati di tutti frumenti utilizzati nel lavoro.

Il grano tenero ha un “supergenoma” – responsabile della sua straordinaria capacità di adattamento ambientale – e si è evoluto tramite due eventi di ibridazione naturali. Il primo, circa mezzo milione di anni fa, da cui si sono originati tutti i frumenti duri, è il risultato di un incrocio tra due specie di frumento selvatico: una del genere Aegilops, oggi probabilmente estinta, e il Triticum urartu.

Il secondo, risale a circa 10.000 anni fa, e coinvolge un discendente del primo incrocio e un altro frumento selvatico (Aegilops tauschii) ed è proprio allora che ha origine il grano tenero. I ricercatori hanno sequenziato parzialmente il genoma dei circa 500 frumenti che rappresentano la diversità genetica globale dei frumenti (monococchi, farri, duri, teneri, spelta, moderni, antichi, popolazioni locali, coltivati e selvatici) per capire da quale frumento antico, selvatico, monococco o farro derivano i geni che abbiamo nei frumenti moderni e come sono giunti sino a noi.

In generale, viene confermato quanto già noto sulla storia evolutiva dei frumenti, anche se si chiariscono alcuni dettagli sinora molto controversi. E’ emerso che il farro ed il frumento duro sono stati selezionati a partire dai farri selvatici in parallelo ed indipendentemente l’uno dall’altro e non uno successivamente all’altro (il farro coltivato dal farro selvatico e poi il duro a partire dal farro coltivato), come si era sempre creduto.

Allo stesso modo, il frumento tenero deriva da un incrocio tra un frumento duro (e non un farro) e A. tauschsii e, solo successivamente, dal frumento tenero si evolve il frumento spelta che, di conseguenza, è il frumento di più recente origine. Infine, un’analisi accurata dei frumenti teneri moderni suggerisce una suddivisione genetica tra i frumenti dei paesi dell’Europa occidentale e quelli dell’Europa orientale, un effetto collaterale della guerra fredda, che ha bloccato per decenni lo scambio di germoplasma tra paesi NATO e Paesi del patto di Varsavia.

“Abbiamo individuato i geni che hanno reso e rendono differente una varietà o una popolazione locale di grano tenero dall’altra – spiega Luigi Cattivelli, uno dei due autori italiani della ricerca nonché direttore del CREA Genomica e Bioinformatica – un risultato importante che ci permette di conoscere a fondo la biodiversità e quindi di preservarla al meglio, fornendoci anche un prezioso patrimonio di informazioni genetiche da utilizzare per migliorare in modo sostenibile una coltura che costituisce l’alimento base per oltre un terzo della popolazione umana mondiale”. 

Sono circa 169 milioni i bambini che tra il 2010 e il 2017 non hanno ricevuto la prima dose di vaccino contro il morbillo. Nei primi tre mesi del 2019, nel mondo sono stati segnalati più di 110.000 casi di morbillo – circa il 300% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – e circa 110.000 persone, molte delle quali bambini, ne sono morte nel solo 2017, con un incremento del 22% rispetto all’anno precedente.

Sono i dati che emergono da uno studio condotto dall’Unicef su dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Due dosi di vaccino contro il morbillo sono essenziali per proteggere i bambini dalla malattia. Tuttavia, a causa della mancanza di accesso, di sistemi sanitari inadeguati, della noncuranza e, in alcuni casi, della paura e dello scetticismo sui vaccini, la copertura globale della prima dose di vaccino per il morbillo nel 2017 era dell’85%, un dato rimasto relativamente costante nell’ultimo decennio nonostante la crescita demografica. La copertura globale per la seconda dose è molto più bassa, al 67%. L’Oms raccomanda una soglia del 95% di copertura vaccinale per raggiungere la cosiddetta “immunità di gregge”.

I 10 Paesi ad alto reddito dove i bambini non hanno ricevuto la prima dose di vaccino contro il morbillo tra il 2010 e il 2017 

  1. Stati Uniti: 2.593.000
  2. Francia: 608.000
  3. Regno Unito: 527.000
  4. Argentina: 438.000
  5. Italia: 435.000
  6. Giappone: 374.000
  7. Canada: 287.000
  8. Germania: 168.000
  9. Australia: 138.000
  10. Cile: 136.000

Secondo gli ultimi dati, nei Paesi ad alto reddito, la copertura della prima dose è del 94%, per la seconda è del 91%. Gli Stati Uniti sono in cima alla classifica dei Paesi ad alto reddito con il maggior numero di bambini che non hanno ricevuto la prima dose di vaccino tra il 2010 e il 2017, più di 2,5 milioni di bambini. Seguiti da Francia e Regno Unito con rispettivamente oltre 600.000 e 500.000 bambini non vaccinati nello stesso periodo. L’Italia è al quinto posto con 435.000 bambini non vaccinati.

Nei Paesi a basso e medio reddito, la situazione è critica. Nel 2017, per esempio, la Nigeria aveva il numero più alto di bambini sotto 1 anno che non aveva ricevuto la prima dose di vaccino, circa 4 milioni, seguita da India con 2,9 milioni, Pakistan e Indonesia con 1,2 milioni ciascuno ed Etiopia con 1,1 milioni.

I livelli di copertura mondiale per la seconda dose di vaccino contro il morbillo sono anche più allarmanti. Dei 20 paesi con il maggior numero di bambini non vaccinati nel 2017, 9 non hanno introdotto la seconda dose. 20 paesi dell’Africa subsahariana non hanno introdotto la seconda dose necessaria nel programma nazionale di vaccinazione, esponendo oltre 17 milioni di neonati all’anno a un rischio più alto di morbillo durante la loro infanzia.

La crescita del numero di bambini non vaccinati ha creato un percorso verso focolai di morbillo che oggi colpiscono diversi paesi del mondo.

“Il terreno per le epidemie di morbillo cui stiamo assistendo oggi è stato gettato anni fa”, ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell’Unicef. “Il virus del morbillo troverà sempre bambini non vaccinati. Se vogliamo seriamente evitare la diffusione di questa pericolosa ma prevenibile malattia, dobbiamo vaccinare ogni bambino, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri. Il morbillo è ancora troppo contagioso”, ha dichiarato Fore. “È importante non solo ampliare la copertura ma anche mantenere i tassi di vaccinazione alle dosi più adatte per creare un ombrello di immunità per tutti.”

Oggi è la Giornata mondiale contro la meningite, un’infezione grave che può uccidere in sole 24 ore. Oppure causare sordità, perdita della vista, paralisi, perdita degli arti, danni agli organi e al cervello. Ogni anno la malattia colpisce 2,8 milioni di persone mentre in Italia sono oltre 1.000 quelle che la contraggono. La meningite può colpire chiunque, ma è più frequente tra neonati e tra bambini nei primi anni di vita e nelle persone che hanno il sistema immunitario non funzionante a dovere (anziani e malati). Cos’è e come difendersi.

La meningite, si legge sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, è un’infiammazione delle membrane (le meningi) che avvolgono il cervello e il midollo spinale. La malattia è generalmente di origine infettiva e può essere virale, batterica o causata da funghi. La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell’arco di 7-10 giorni. La forma batterica (argomento di queste pagine) è più rara ma estremamente più seria, e può avere conseguenze fatali.

I sintomi

Per quanto riguarda i sintomi questi sono indipendenti dal germe che causa la malattia. I sintomi più tipici includono:

  • irrigidimento della parte posteriore del collo (rigidità nucale)
  • febbre alta
  • mal di testa
  • vomito o nausea
  • alterazione del livello di coscienza
  • convulsioni.

Nei neonati, alcuni di questi sintomi non sono evidenti. Si possono però manifestare febbre, convulsioni, un pianto continuo, irritabilità, sonnolenza e scarso appetito.

La diagnosi

L’evidenza diagnostica, riporta il sito Prevenzione Meningite, viene raggiunta mediante analisi di una piccola quantità di liquido cerebrospinale prelevato mediante puntura lombare. Tale manovra non comporta rischi per il paziente, poiché il midollo spinale nell’adulto non oltrepassa i limiti della prima vertebra lombare. La natura e la gravità dell’infezione può essere stabilita identificando la natura e la quantità dei microrganismi patogeni. Se la meningite è di origine virale, i pazienti sono gravemente malati per alcuni giorni senza per questo perdere conoscenza, e se sottoposti a trattamento antibiotico, di solito si ristabiliscono entro una settimana. Se gli organismi patogeni sono di origine tubercolare, la guarigione richiede un tempo notevolmente più lungo. Inizialmente, i sintomi si limitano a malessere generale, mal di capo e irrequietezza; vengono colpiti anche alcuni nervi craniali.

Come proteggersi

Un’indicazione per evitare di contrarre la meningite è quella di evitare i luoghi sovraffollati, ma l’unica arma davvero efficace sono i vaccini. In Italia ci sono 3 tipi vaccini che permettono di difendersi:

  • Il vaccino coniugato contro l’Haemophilus influenzae tipo b, che viene somministrato di routine a tutti i bambini che iniziano il ciclo vaccinale (è incluso nel vaccino esavalente che viene abitualmente somministrato nel primo anno di vita)
  • Il vaccino eptavalente coniugato contro lo Pneumococco che è in grado di proteggere contro i 7 tipi di Pneumococco più diffusi e responsabili del 70-80% delle meningiti da pneumococco
  • Il vaccino coniugato contro il Meningococco diretto contro il tipo C, responsabile del 30-50% delle meningiti da meningococco

I casi in Italia

Ogni anno in Italia più di mille persone contraggono la meningite e di queste circa una ogni due viene colpita da meningite meningococcica. In particolare, i sierogruppi B e C sono particolarmente diffusi nel nostro Paese. Secondo i dati epidemiologici dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), la meningite meningococcica provoca il decesso nell’8-14% dei pazienti colpiti. In assenza di cure adeguate, il tasso di mortalità sale addirittura al 50%.

Quanto al sierotipo B, oltre ad essere particolarmente aggressivo con altissima letalità, è responsabile da solo di circa l’80% dei casi in età pediatrica, con una massima incidenza soprattutto nel primo anno di vita, tra il 4° e l’8° mese. Se si considera invece la situazione epidemiologica a livello mondiale, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ogni anno si verificano 500 mila casi di meningite meningococcica, di cui circa 50 mila letali.

Inoltre, il 5-10% delle persone che contraggono l’infezione muore nonostante la malattia venga diagnosticata in tempo e si riceva un trattamento appropriato. Per quanto riguarda il sierotipo B del meningococco, si stima che nel mondo si verifichino ogni anno tra i 20 mila e gli 80 mila casi, con un tasso di letalità medio del 10%.

 

Una ragazza di 23 anni, violinista, affetta da neoplasia cerebrale frontale sinistra a basso grado di malignità, è stata sottoposta nei giorni scorsi al ‘SS. Annunziata’ di Taranto ad un intervento di craniotomia ed asportazione della neoplasia in “awake surgery”, cioè a paziente sveglia. La chirurgia a paziente sveglio viene utilizzata prevalentemente per rimuovere i tumori localizzati vicino alle aree del linguaggio o ad altre aree critiche.

Per minimizzare i potenziali danni alle funzioni cerebrali, provocati dalla chirurgia, l’equipe del reparto di Neurochirurgia del nosocomio tarantino decide che non solo la paziente sarà sveglia durante l’operazione, ma suonerà anche il violino, in condizione vigile e collaborativa. Si tratta, in assoluto, del primo intervento del genere concepito in Sud Italia. Pochissimi altri ne sono stati effettuati nel nostro Paese.

Il reparto coinvolto è la Neurochirurgia, già punto di riferimento nazionale per interventi in awake surgery. L’intervento, durato oltre 5 ore, è stato effettuato dal direttore dell’Unita’ Operativa Complessa, dott. Giovanni Battista Costella, e dal dott. Nicola Zelletta, con la fondamentale collaborazione dell’anestesista, dott. Angelo Ciccarese. L’equipe era completata dai dottori Gounaris e Cantone.

Si conversa con il paziente spiegando cosa accade

La metodica chirurgica adottata dall’equipe, implementata dall’ausilio di dispositivi di ultima generazione come il neuronavigatore ed il monitoraggio neurofisiologico di cui dispone il reparto, ha permesso di rimuovere la neoplasia situata in area funzionale, eloquente del parenchima cerebrale, evitando danni neurologici, soprattutto disturbi della parola, cognitivi ed evitare difficoltà nella coordinazione dei gesti.

Stimolando nella fase operatoria specifiche zone cerebrali, sono stati evocati disturbi sensitivi complessi. “Questa tecnica – ha dichiarato il dott. Costella – è particolarmente indicata nei casi in cuiè necessario rimuovere lesioni localizzate in zone critiche. Certo al paziente è richiesta collaborazione e la procedura nel complesso non è una esperienza semplice, ma in sala operatoria c’è un’equipe altamente preparata e un team multidisciplinare composto da anestesisti, neuropsicologi e neurofisiologi oltre che personale infermieristico appositamente addestrato. Sembra surreale ma si fa conversazione con il paziente spiegando cosa si sta facendo in modo da tranquillizzarlo il più possibile e monitorare la situazione in maniera più attenta”.

Esprime enorme soddisfazione ed orgoglio Stefano Rossi, direttore dell’Asl Taranto: “questo innovativo intervento di neurochirurgia è la dimostrazione che nei nostri ospedali si riesce a fare, come in molti casi quotidiani meno noti, medicina di alta specializzazione. A livello scientifico parliamo di un intervento senza precedenti, sia per la sua esecuzione tecnica che per il decorso post operatorio”.

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