Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone
Cinque fra le più importanti statue maschili del patrimonio artistico italiano si illuminano di azzurro per la sensibilizzazione sul tumore alla prostata. Ha preso il via il 29 ottobre “Novembre Azzurro”, la prima campagna nazionale, organica e coordinata sul tema promossa da Europa Uomo, l’associazione italiana che da oltre 15 anni è impegnata nel campo dell’informazione sulle patologie prostatiche. “Fai luce su di te” è il claim della campagna – patrocinata dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità – che punta a promuovere maggior consapevolezza della malattia nell’universo maschile, e a fornire strumenti per affrontarla. 

Il carcinoma prostatico è divenuto, nell’ultimo decennio, la neoplasia più frequente nella popolazione maschile nei Paesi occidentali, e rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età. In Italia si stimano 458.000 persone con pregressa diagnosi di carcinoma prostatico, circa il 30% dei maschi con tumore; oltre 14 milioni di uomini sono a rischio per fascia d’età, familiarità o altri fattori, e solo per il 2018 sono stimate circa 35.000 nuove diagnosi, 100 nuovi casi al giorno (Fonte: Rapporto Aiom-Airtum 2018). 

La diagnosi precoce porta il 95% dei pazienti asintomatici a scoprire il tumore alla prostata con 10 anni di anticipo, aumentando notevolmente la possibilità di sconfiggerlo; secondo l’European Randomized study of Screening for Prostate Cancer (ERSPC) la prevenzione riduce del 20% il rischio di morte.  C’è un gap molto elevato tra gli uomini e le donne rispetto alla consapevolezza del rischio di sviluppare una patologia cancerogena e dell’importanza della prevenzione; tuttavia si possono riscontrare dei parallelismi tra il carcinoma alla prostata e quello al seno, entrambi legati a squilibri ormonali e dalla forte incidenza nella vita personale e sessuale dei pazienti. Si può quindi immaginare un ideale passaggio di testimone tra Ottobre Rosa – mese dedicato alla salute femminile – e Novembre Azzurro 

Gli appuntamenti della campagna

Per 5 settimane, dal 29 ottobre al 2 dicembre, la campagna coinvolgerà altrettante Regioni – Lazio, Calabria, Campania, Piemonte e Lombardia – con iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e distribuzione di materiale informativo, oltre a tavole rotonde presiedute da esperti del settore. Con il patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali, dal 29 ottobre al 4 novembre a Roma si illuminerà di azzurro la statua del Discobolo nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo; a Reggio Calabria (5-11 novembre) i Bronzi di Riace del Museo Archeologico Nazionale; a Napoli (12- 18 novembre) l’Ercole Farnese del Museo Archeologico Nazionale; a Torino (19–25 novembre) l’Atleta dei Musei Reali e a Milano (26 novembre- 2 dicembre) il Napoleone Bonaparte del Palazzo di Brera. 

“Abbiamo deciso – sottolinea Maria Laura De Cristofaro, Presidente di Europa Uomo – di parlare a tutti gli uomini attraverso il linguaggio dell’arte, scegliendo delle statue simbolo di virilità maschile. Il tumore alla prostata è una patologia che incide moltissimo sul vissuto, come il tumore al seno: ma se le donne sono più abituate ad occuparsi della propria salute e a parlare con i medici, gli uomini sono meno inclini alla prevenzione. La prostata non deve essere più un tabù e nell’uomo deve aumentare la consapevolezza che le buone abitudini sono alla base della conoscenza del proprio corpo. Con Novembre Azzurro, per la prima volta in Italia si organizza una campagna organica in 5 regioni, con particolare attenzione a quelle meridionali; il nostro obiettivo è di estenderla, entro il 2022, a tutto il Paese”.

Le tavole rotonde saranno presiedute da alcuni fra i massimi esperti del settore: Giuseppe Morgia dell’Università degli Studi di Catania (9 novembre a Reggio Calabria), Domenico Prezioso dell’Università Federico II di Napoli (12 novembre a Napoli), Paolo Gontero dell’Università degli Studi di Torino (21 novembre a Torino) e Riccardo Valdagni dell’Istituto Nazionale dei Tumori (26 novembre a Milano).

Saranno inoltre previste delle attività di crowdfunding per sostenere due progetti portati avanti da Europa Uomo. Il primo, di natura sociale, è l’estensione del programma “I Venerdì di Europa Uomo” alle città coinvolte in questa prima edizione della campagna: gli appuntamenti, già attivi a Milano, sono dedicati a chi è stato colpito dal tumore alla prostata e ai suoi familiari coinvolti in un percorso di sostegno. Il secondo è la promozione di uno studio rivolto al miglioramento del percorso diagnostico terapeutico, mediante un’indagine rivolta a un campione di pazienti colpiti da questa patologia: l’obiettivo è di rilevare quali sono i problemi che si incontrano durante l’iter diagnostico per migliorarne i punti deboli.

Il vademecum in 7 punti 

1)      Segui uno stile di vita sano: fai attività fisica ed evita di bere alcol e di fumare; segui una dieta bilanciata, riduci il consumo di carne rossa e bevande zuccherate.

2)     Informati correttamente sulla prostata e sulle patologie prostatiche in generale confrontandoti con il tuo medico.

3)      Parlane con la tua partner: la prostata non deve più essere un tabù.

4)   Controlla il valore del PSA dai 50 anni in poi quando fai l’esame del sangue. Se hai casi   in famiglia di tumore alla prostata, controlla il valore dai 40 anni.

5)       Fai la sorveglianza attiva in caso di diagnosi di tumore indolente.

6)    Tieni presente che in caso di tumore, puoi sempre scegliere tra la chirurgia e la radioterapia.

7)     Affidati sempre a una struttura dedicata con un team pluridisciplinare di professionisti. La multidisciplinarietà è fondamentale per superare la malattia.

E poi ci vengono a dire che con l’arte non si campa. La nuova frontiera della medicina proviene dal Canada e parrebbe sovvertire totalmente il significato letterale della suddetta affermazione. Dal primo novembre ogni dottore avrà la possibilità non di consigliare ma di prescrivere ai propri pazienti una bella visita al museo. Si chiamerà “The Art Hive” e rappresenterà un passo decisivo per quella che è chiamata arte-terapia, secondo la quale la visita di una mostra, il contatto con l’arte, la cultura, non sarebbe solo utile a chi soffre di disturbi psicologici ma anche a chi sta combattendo vere e proprie battaglie fisiche contro una malattia.

Un esperimento che durerà un anno

Come scrive la rivista online specializzata positizie.it “Ovviamente la prescrizione, ovvero la visita al museo, sarà totalmente gratuita per i pazienti e per il loro accompagnatore, più due minori di 17 anni, quindi un’intera famiglia, ogni medico avrà a disposizione 50 visite per altrettanti pazienti che ne potrebbero trarre beneficio”. Ancora si parla di un esperimento, il primo del genere al mondo, che sarà messo in atto per un intero anno; subito dopo aver analizzato i feedback da parte dei pazienti si deciderà se continuare o meno.

Le prove scientifiche a sostegno della terapia dell'arte

Un progetto che ha visto la luce grazie ad un accordo raggiunto fra il Museo delle Belle Arti di Montreal e l’Associazione dei Medici Francofoni Canadesi ed entrambe le parti sembrano entusiaste all’idea di portarlo a compimento; riguardo la parte medica Hélène Boyer, vicepresidente dei Medici francofoni del Canada, dice che “Ci sono sempre più prove scientifiche che la terapia dell’arte fa bene alla salute fisica. Aumenta il livello di cortisolo e di serotonina. Quando visitiamo un museo secerniamo ormoni e questi ormoni sono responsabili del nostro benessere” e le fa eco chi si occuperà della gestione artistica del progetto: Nathalie Bondil, direttore generale del Museo delle Belle Arti di Montreal “L’idea è quella di migliorare il ‘benessere emotivo’ dei pazienti facendo appello alla loro sensibilità artistica, la nuova frontiera della cultura nel ventunesimo secolo è fare quello che le attività fisiche hanno fatto per la salute dell’uomo nei secoli passati”.

Come ricorda il direttore del reparto educazione del Museum Of Fine Arts di Montréal Thomas Bastien, sono più di vent’anni che si studia il benessere fisico proveniente dal contatto con l’arte ma ora, dice, “abbiamo deciso di andare oltre”. Tra un anno sarà doveroso da parte dell’intera comunità scientifica andare a verificare quali sono stati gli effetti del progetto, anche da noi in Italia, che se davvero l’arte potesse farci sentire fisicamente meglio potremmo vivere tutti quanti in eterno, il nostro paese rappresenterebbe probabilmente la più grande fonte di eterna giovinezza del mondo; stona un po' scriverne proprio in questi giorni, all’indomani dell’uscita del rapporto Federculture, che ci dice che 38,5% degli adulti italiani non partecipa ad alcun tipo di attività culturale. Un disinteresse che potrebbe costarci molto caro. 

La quasi totalità dei cittadini che vivono in una città dell'Unione europea respira aria dannosa per la sua salute. È quanto si legge nel rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente (AEA) secondo cui il 95-98% delle persone che vivono nelle città dell'UE sono esposte a livelli di ozono superiori ai livelli stabiliti dalle linee guida emesse dalla World Heath Organization (WHO).

Secondo il rapporto dell'AEA intitolato "Air quality in Europe 2018", il trasporto su strada è una delle principali fonti di inquinamento atmosferico in Europa, in particolare di inquinanti nocivi quali il biossido di azoto e il particolato. Anche le emissioni provenienti dall'agricoltura, dalla produzione di energia, dall'industria e dai nuclei domestici contribuiscono a inquinare l'atmosfera. Il rapporto presenta gli ultimi dati ufficiali sulla qualità dell'aria comunicati nel 2016 da oltre 2 500 stazioni di monitoraggio presenti in tutta Europa ed evidenzia che "il settore agricolo è responsabile di oltre il 90% delle emissioni di ammoniaca nell'UE: l'ammoniaca contribuisce alla deposizione acida e all'eutrofizzazione, influenzando negativamente la qualità del suolo e dell'acqua. Inoltre reagisce nell'aria per formare particelle secondarie".

Secondo l'AEA "mentre altre emissioni sono diminuite, le emissioni di ammoniaca dall'agricoltura sono aumentate nel periodo 2013-2016". All'inizio di quest'anno, la Commissione europea ha confermato che avrebbe inviato Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Romania e Ungheria alla giurisdizione europea per non aver migliorato costantemente la qualità dell'aria. Spagna, Slovacchia e Repubblica Ceca sono state risparmiate ulteriori azioni legali, ma hanno avvertito che i loro sforzi sarebbero stati monitorati da vicino.

Altro dato allarmante di un'altra autorevole fonte: nove bambini su dieci respirano aria pericolosamente inquinata che ogni anno costa la vita a 600 mila bambini sotto i 15 anni. I numeri scioccanti emergono in questo caso da un rapporto dell'Organizzazione mondiale per la sanità (Oms). I dati dimostrano che in totale 1,8 miliardi di giovani di età inferiore ai 15 anni, tra cui 630 milioni sotto i 5 anni, respirano ogni giorno aria inquinata: il 93% della popolazione totale. E le conseguenze sono tragiche: nel solo 2016, circa 600 mila bambini sono morti per infezioni acute delle basse vie respiratorie causate da aria inquinata, sempre secondo il rapporto dell'Oms.

"L'aria inquinata sta avvelenando milioni di bambini e rovina le loro vite", ha dichiarato il capo dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. "Questo è imperdonabile: ogni bambino dovrebbe essere in grado di respirare aria pulita in modo che possa crescere e realizzare il suo pieno potenziale".

Sabato notte potrebbe finire l’ultima ora legale della storia, perlomeno nei paesi dell’Unione Europea. L’idea già da tempo gira dalle parti di Bruxelles, ma l’esposizione del presidente Jean-Claude Juncker fa sospettare che stavolta le intenzioni siano decisamente più serie: “La gente vuole questo e lo faremo”.

Alla base della scelta diversi sono gli aspetti da analizzare. Il primo è quello economico: l’ora solare permette di rimandare di un’ora l’accensione delle luci, ciò vuol dire un enorme risparmio energetico. Come abbiamo scritto in passato “Terna – la società che gestisce la rete elettrica nazionale – stima un minor consumo di energia elettrica pari a circa 562 milioni di kilowattora, quantitativo corrispondente al fabbisogno medio annuo di circa 200 mila famiglie. Considerando che un kilowattora costa in media al cliente domestico tipo circa 20,62 centesimi di euro al lordo delle imposte, la stima del risparmio economico per il sistema relativo al minor consumo elettrico nel periodo di ora legale per il 2018 è pari a 116 milioni di euro”. Quindi risparmio energetico, che ci interessa tradurre in risparmio economico, entrambi comunque non indifferenti.

La seconda motivazione che spingerebbe ad eliminare definitivamente l’ora legale sarebbe più che altro di natura medica. I Paesi del Nord scongiurano l’Unione Europea da anni per essere salvati da quella che il Guardian ha chiamato “depressione invernale”, sindrome della quale soffre tra il 2 e l’8% della popolazioni scandinava. Studi approfonditi hanno stabilito che, come Agi scriveva tempo fa, “oltre ad essere demotivate, le persone presentano vari sintomi che vanno dal bisogno di dormire tantissimo al desiderio incontenibile di carboidrati, che li porta poi a mettere su peso. Frequenti sono anche i sintomi opposti: difficoltà a prendere sonno o a fare un sonno rigenerante e perdita di appetito. Spesso confusa con una forma più leggera di depressione, la tristezza stagionale è una diversa espressione della stessa malattia”.

Una questione molto seria insomma, che va ben oltre un semplice malumore. Una commissione parlamentare finlandese ha così avanzato tempo fa una proposta che prevede l'abolizione dell'ora legale partendo da 70 mila firme raccolte da un singolo cittadino. Tutto è in mano all’Unione Europea che difende da sempre la volontà di creare una sorta di “armonia” degli orari su tutto il suolo europeo, obbligando con una direttiva tutti gli Stati membri a introdurla fra il 25 e il 31 marzo di ogni anno e a rimuoverla fra il 25 e il 31 ottobre.

Ma sarebbero diversi gli Stati pronti ad appoggiare Juncker nella sua battaglia: alla richiesta dei Paesi nordici, si sono uniti alcuni Stati membri dell'Est, ma non è stata registrata una maggioranza a favore. Nel febbraio del 2018, l'Europarlamento ha rigettato una proposta in questo senso, sottolineando che numerosi studi scientifici "non sono riusciti a giungere a conclusioni definitive" sui danni del cambio di ora.

All'interno della stessa Commissione di Jean-Claude Juncker c'è una fronda, guidata della commissaria ai Trasporti Violeta Bulc, contraria a modificare le regole in vigore per l'impatto negativo sul mercato interno.

Ma a chi venne in mente per primo l'idea dell’ora legale? Il nome è noto, ed è quello di Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America. Fu lui, grande scienziato (fu lui l’inventore del parafulmine), che per primo, mentre si trovava a Parigi, con il suo saggio “Un progetto economico per diminuire il costo della luce”, ipotizzò la creazione dell’ora legale. Ma, come scrive Focus “Il suggerimento di Benjamin Franklin cadde nel vuoto. Fu riconsiderato però a inizio Novecento (1907) da un inglese, William Willett, che propose di attuarlo alla Camera dei Comuni britannica. E siccome in tempo di guerra il risparmio energetico era importante, nel 1916 venne attuato. Non solo nel Regno Unito, ma anche in Italia e in altri Paesi di Europa”. 

Oggi, 25 ottobre, si celebra per la ventesima volta il World Pasta Day, manifestazione ormai divenuta mondiale, dedita all’idolatria di una delle pietanze più buone e geniali mai sviluppate nella storia dell’uomo, nonché vera e propria ragione di vita per i più affezionati. Vent’anni dunque, durante i quali la manifestazione, organizzata dall'International Pasta Organization, dall’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane e dall’Italian Trade Agency, ha girato l’Italia prima di sbarcare all’estero, perché nonostante sia stata l’Italia a renderla immensa è un piacere che non conosce confini.

Napoli è stata, nel 1998, la prima città ad ospitare il World Pasta Day, poi Genova e Roma. E poi l’estero: New York, Barcellona, Città del Messico, Istanbul, Rio de Janeiro e Buenos Aires. Nuova tappa a Milano in occasione dell’Expo, ma poi ancora Mosca e San Paolo del Brasile l’anno scorso. L’edizione 2018 invece si svolgerà a Dubai e non è un caso che sia stata scelta proprio la città degli Emirati Arabi per festeggiare il ventennale della festa. Non è certo ormai una novità infatti ricordare che la pasta è proprio un dono offerto dalla cultura araba, come scrive Lettera43: “È nella Sicilia islamica del IX secolo che nacquero gli Ittriyya, sottili fili di pasta essiccata, precursori dei moderni spaghetti”.

Inoltre Dubai in questo momento può tranquillamente considerarsi una delle capitali del mondo, l’88% dei suoi abitanti è straniera, la sua espansione sotto tutti i punti di vista (turistico in particolare) è costantemente in ascesa e nel 2020 più di 250 delegati tra Istituzioni, rappresentanti della comunità scientifica e giornalisti si riuniranno, in occasione dell’Expo, per raccontare i sapori locali, i valori nutrizionali e la sostenibilità della pasta. La pasta poi è all’Italia che deve il suo splendore, è certamente di casa qui, e questo è ciò che si nota inequivocabilmente anche sui dati di esportazione: siamo i primi, di gran lunga, con un 28%, seguiti da Cina (al 9%) e Corea del Sud (al 5%). Come scrive sempre Lettera  43 “secondo le elaborazioni di AIDEPI, sono aumentati i Paesi importatori (oggi quasi 200, +34%) ed è più che raddoppiata la quota export, da 740mila a oltre 2 milioni di tonnellate”. Germania, UK, Francia, USA e Giappone si sono confermate le nazioni più appassionate e le importazioni di pasta sono costantemente in aumento.

Per la ventesima edizione AIDEPI e IPO si sono anche inventati un’iniziativa social molto divertente: tra le 11 e le 13 le nostre bacheche dovrebbero essere inondate di foto di pasta con l’hashtag #WorldPastaDay. Chef stellati, food blogger, semplici appassionati, mamme, nonne, casalinghe, insomma tutti sono invitati a condividere la foto del loro migliore piatto di pasta, e l’iniziativa sta avendo molto seguito, come l’anno definita gli stessi organizzatori, trattasi di una bellissima “spaghettata social”.

Naturalmente non poteva mancare oggi anche un’analisi medica sulla pasta e la volontà da parte di molti camici bianchi di sfatare il mito della pasta che fa male e fa ingrassare, due falsità storiche che per decenni hanno costretto in molti a mangiarla (tanto non si può proprio farne a meno) con un fastidiosissimo quanto inutile senso di colpa. Gli endocrinologi infatti sostengono che sia possibile mangiare pasta anche mentre si affronta una dieta, come per tutto, basta solo sapersi regolare. Primo consiglio, mangiare se possibile quella integrale perché consente di assumere carboidrati a lento rilascio. Per chi ha problemi di glicemia sarebbe opportuno scolare la pasta al dente e sciacquarla sotto l'acqua fredda, cotture troppo prolungate infatti fanno innalzare l'indice glicemico.

Inoltre sarebbe il caso di mangiare della verdura cruda prima di una bel piatto di pasta, le verdure infatti creano una sorta di paracadute per l'assorbimento degli zuccheri. Infine, come ricorda anche Lettera 43: “tocca sfatare un tabù: non è vero che sia da evitare il primo piatto di sera. La pasta a cena fa bene, rilassa e aiuta a dimagrire: riduce gli ormoni dello stress, fra cui il cortisolo, colpevoli di favorire l'aumento di peso”. Ma ora, andando più al sodo, agli italiani come piace mangiarla la pasta? Sempre in occasione del World Pasta Day, l’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane ha condotto uno studio riportato dal Fatto Quotidiano, che ci dice che gli spaghetti sono il formato più amato e che “Il condimento preferito, invece, come svela una classifica stilata dalla piattaforma per il cibo a domicilio Just Eat, è la carbonara che ruba lo scettro alla lasagna che finisce al terzo posto del podio. Medaglia d’argento, invece, per le tagliatelle al ragù.

Secondo l’osservatorio dell’app, inoltre, a vincere sono sempre le specialità regionali, spesso con un notevole interscambio da città a città. Così, ad esempio, i cappelletti bolognesi sono tra i piatti preferiti a Roma, le orecchiette alle cime di rapa sono apprezzate a Trieste e la cacio e pepe ‘va di moda’ a Torino”.

Alcune pillole per abbassare la pressione sanguigna, assunte da milioni di persone in tutto il mondo, potrebbero aumentare il rischio di ammalarsi di cancro ai polmoni. Uno studio della McGill University di Montreal, pubblicato sul British Medical Journal, ha dimostrato che i pazienti che prendono i cosiddetti ACE-inibitori hanno il 14 per cento di probabilità in più di sviluppare i tumore rispetto a coloro che assumono altri farmaci. Più a lungo i pazienti hanno assunto questi farmaci più il rischio è risultato superiore. Infatti, coloro che hanno preso gli ACE-inibitori per 5 anni avevano il 22 per cento di probabilità in più di sviluppare il tumore ai polmoni, mentre coloro che li hanno presi per 10 anni avevano un rischio superiore del 31 per cento.

Secondo i ricercatori, questi farmaci causerebbero l'accumulo di una sostanza chimica chiamata bradichinina sul polmone che, a sua volta, porta al cancro. Tuttavia, altri esperti hanno messo in dubbio questi risultati, sottolineando che che il tumore dei polmoni potrebbe essere causato semplicemente dall'abitudine al fumo dei pazienti che nello stesso momento assumono i farmaci. "Dato il potenziale impatto dei nostri risultati – precisano i ricercatori – devono essere replicati in altri contesti, in particolare tra i pazienti esposti per periodi più lunghi".

Il mondo ci si rivolterà contro, pensare di violare i limiti di utilizzo di un materiale come la plastica pensando di allontanarlo dalla nostra vita per sempre una volta gettato nei rifiuti è pura follia. Ed oggi la scienza lo dimostra. Secondo una ricerca pubblicata su Enviromental – science & technology – ogni anno ingeriamo circa 32.000 microplastiche. Pro capite. Sì, esatto: 32 mila microscopici pezzetti di plastica finiscono nel nostro corpo, e gli unici che possiamo incolpare siamo noi, sono tutti minuscoli pezzi dei nostri rifiuti finiti in mare o nell’aria e che noi poi riportiamo a casa bevendo, mangiando o anche solo respirando.

Un articolo di Quartz, per esempio, ci spiega come circa 2000 microplastiche l’anno finiscano nel nostro organismo tramite il normalissimo sale da cucina. Un capitolo della suddetta ricerca infatti è dedicato ad uno studio fatto su 39 marche diverse di sale proveniente da 21 paesi diversi del mondo. Il risultato è sconvolgente, su 39 marche solo tre sono risultate prive di microplastiche, per l’esattezza un raffinato sale marino proveniente da Taiwan, un raffinato sale roccioso cinese e un sale marino non raffinato in Francia.

Il resto, un disastro. Sali marini, sali di roccia, sali di lago, tutti pieni di plastica. Ma come ci finisce la plastica nel nostro sale da cucina? Semplice. Il sale, chiaramente quello marino e di lago, non è altro che ciò che resta dall’evaporazione dell’acqua. Viene poi raccolto, impacchettato e venduto. Ed è l’acqua in questione a riportare in casa nostra i residui di quella plastica con la quale ogni giorno noi avveleniamo mari, fiumi e laghi del nostro pianeta.

Quella della plastica nel sale è una costante che ritorna con tale regolarità che gli scienziati ormai analizzano il sale per misurare l’inquinamento delle acque in diversi luoghi del mondo senza doversi muovere dall’ufficio. La brutta notizia è che stiamo parlando, appunto, di circa il 6% della plastica che noi ingeriamo ogni anno, l’80% invece proviene dall’aria, la inaliamo tutti i giorni dentro e fuori casa, secondo la ricerca in questione non possiamo evitarlo. Imponente anche la quantità di plastica che ingeriamo bevendo birra o mangiando pesce, insomma, quando utilizziamo un cm di plastica in più, sappiate che è solo questione di tempo prima che ritorni a farsi vivo, invisibile, da noi, anzi, dentro di noi.     

L’alcol è la sostanza psicotropa che miete più vittime in termini di dipendenza, rispetto a fumo, droghe sintetiche e cocaina. Rappresenta, infatti, il primo fattore di rischio per la salute in Europa, insieme al fumo e all’ipertensione. Dal 2008 al 2017 ci sono state in Italia 435 mila morti causate dall’alcol, per patologie alcol-correlate, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, incidenti domestici, omicidi o suicidi legati allo stato di alterazione psicofisica. E' la fotografia scattata dal Rapporto Eurispes-Enpam ‘Indagine sull’Alcolismo in Italia. Tre percorsi di ricerca’.

Si beve ovunque, a qualunque ora, sempre più lontano dai pasti e soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Oltre sei italiani su dieci mettono l’alcol in relazione alla convivialità, al relax, al piacere e alla spensieratezza (63,4%), mentre solo un quarto lo associa a concetti negativi, come la fuga dai problemi, la perdita di controllo e il pericolo (25,6%). 

A 11 anni la prima bevuta 

Allarmante il ‘debutto’ alcolico sempre più precoce: più della metà dei ragazzi ha bevuto il primo bicchiere tra gli 11 e i 14 anni (52,8%). Oltre la metà dei giovani (11-19 anni) beve “qualche volta” (51,6%), mentre l’8,2% lo fa “spesso”.  In particolare, tra i 15-19enni la percentuale di chi beve “qualche volta” sale al 65% e solo due su dieci sono astemi. Un terzo degli intervistati ha giocato con gli amici a chi beve di più (33,1%) e una identica percentuale rivela di aver visto un amico o un conoscente riprendersi o farsi riprendere in video mentre beveva.

Leggi anche: Quali sono i Paesi in cui si beve di più al mondo?

La birra è in cima ai desideri dei giovanissimi, seguono il vino, poi shottini e superalcolici. Il consumo è sempre più extracasalingo, indipendente dal pasto e legato a momenti di divertimento e allo “sballo”: il 28,6% beve al pub, il 21,4% in discoteca, solo due su dieci bevono a tavola.

Insomma, il drink alcolico è considerato una sorta di “rito di passaggio sociale” che caratterizza la fine dell’infanzia. E il tradizionale divario tra i due sessi risulta oggi assai più contenuto rispetto al passato. Infine, secondo i dati dell’indagine, oltre la metà dei minori ha acquistato alcolici (54,4%) nonostante la legge italiana lo vieti e obblighi il venditore a chiedere un documento d’identità. Di questi, oltre un quinto dichiara che non gli è stato mai chiesto il documento al momento dell’acquisto (21,7%).

L’uso è tra prime cause di morte tra i giovani

In Italia – rivela il rapporto – l’uso di sostanze alcoliche è tra le prime cause di morte tra i giovanissimi, spesso in seguito a incidenti stradali. Il 40% degli intervistati maggiorenni ammette di essersi messo alla guida dopo aver bevuto in modo eccessivo, a cui si aggiunge un decimo dei giovanissimi. Inoltre, il 30% dei ragazzini tra gli 11 e i 14 anni dichiara di aver viaggiato su un mezzo guidato da qualcuno che aveva bevuto alcolici.

Leggi anche: Alcol: 'calcolatrice' online rivela danni estetici del bere

Interrogati sul tasso alcolemico consentito dalla legge per guidare, i due terzi degli italiani non sono stati in grado di rispondere correttamente, così come i tre quarti dei giovanissimi. Più di otto italiani su dieci ritengono che lo Stato abbia fatto poco per contrastare il fenomeno dell’alcolismo (84,1%); tuttavia, una maggioranza non schiacciante (60%) si dice favorevole ad una regolamentazione del consumo, a fronte di numerose voci contrarie.

Per 7 medici su 10 dipendenza legata a ‘sballo’

Il consumo eccessivo di alcol non appartiene a nessuna particolare tipologia di paziente ma “attraversa” l’intera società. In generale, emerge una scarsissima correlazione tra emarginazione sociale e alcolismo e per oltre sette medici su dieci, le motivazioni di chi ha dipendenza da alcol sono legate alla ricerca di divertimento e di “sballo”. Quattro medici su dieci ritengono infatti che gli alcolisti non possono essere categorizzati (39,4%), mentre per tre su dieci si tratta di persone depresse o in difficoltà (31,8%), secondo il 23,5% sono, invece, soggetti socialmente inseriti e solo il 5,3% li identifica come persone sbandate.

Altro che fumo e droga, l'acol crea più dipendenza

Un approccio culturale a cui contribuirebbero in modo determinante i media con i messaggi che veicolano. Il mondo medico sottolinea il primato dell’alcol per diffusione rispetto alle altre sostanze psicotrope e il suo impatto deleterio rispetto alla salute. Nove medici su dieci indicano l’alcol come la sostanza che miete più vittime in termini di dipendenza, rispetto a fumo, droghe sintetiche e cocaina. Il rapporto tra alcol e guida si conferma uno dei nodi cruciali del problema. Al  fronte di ciò, il tema dell’alcolismo viene percepito dai cittadini italiani maggiorenni come problema sociale in modo meno netto rispetto a trent’anni fa (oggi lo ritiene un problema rilevante il 35,4% rispetto al 66% del 1984, anno della prima indagine Eurispes).

Emergono, però, frequenti eccessi nel consumo. Alla metà degli intervistati capita, infatti, di eccedere con l’alcol, anche se “qualche volta” (47,7%), ovvero il 14% in più rispetto al 2010 (22esimo Rapporto Italia, Eurispes). E lo fa per diverse ragioni: il 28% per “piacere” (nel 2010 la quota era del 49,4%), un quarto per “stare meglio con gli altri” (il 12,1% in più rispetto al 2010), il 23,7% per “rilassarsi” (l’8,8% in più rispetto al 2010), il 9,2% per “affrontare una situazione complicata” (contro il 2,6%), il 2,2% per “reagire a un insuccesso” (contro l’1,2%).

Le donne senza sintomi e non a rischio di tumore all'ovaio non devono sottoporsi allo screening. La raccomandazione arriva dalla US Preventive Services Task Force (USPSTF) e fa seguito a una revisione delle prove sui benefici e sui rischi dello screening per il carcinoma ovarico in donne asintomatiche che non sono a rischio elevato. Si tratta di un aggiornamento dalle indicazioni del 2012, secondo il quale non ci sono prove sufficienti sul legame tra screening e riduzione di questo tumore, anzi il rischio in alcuni casi è di provocare possibili danni, legati a interventi chirurgici non necessari.

Data la mancanza di beneficio sulla mortalità dello screening e i danni da moderati a sostanziali che potrebbero derivare da risultati di test di screening falsi positivi e successivo intervento chirurgico, l'USPSTF afferma con moderata certezza che i danni dello screening per il carcinoma ovarico superano i benefici e il rapporto rischio /beneficio è negativo sottoponendosi allo screening.

Proprio il tumore all'ovaio è uno dei temi principali del Congresso europeo di oncologia (ESMO), che si tiene a Monaco di Baviera (19-23 ottobre) e che riunisce oltre 27 persone tra specialisti, associazioni, esperti del settore, nel corso del quale saranno presentati anche diversi studi del nuovo approccio 'real life' cioe' su pazienti della vita 'reale'. Le sperimentazioni, infatti, coinvolgono pazienti selezioni, con l'obiettivo di testare efficacia e sicurezza di farmaci fino all'approvazione.

"Negli studi di tipo 'real life', invece, ci sono criteri di inclusione meno rigidi e si va a vedere ciò che accade davvero nella pratica clinica. La vita reale è diversa rispetto a quei pazienti dei trial ufficiali, che hanno criteri stringenti", spiega il professor Sandro Pignata, direttore dell'Unità di oncologia medica uroginecologica, presso l'Istituto Tumori Fondazione Pascale di Napoli. "Gli studi registrativi dei farmaci includono il 3% della popolazione che si vede in realtà negli ospedali, quindi una popolazione molto selezionata", prosegue l'esperto. "Con le ricerche in 'real life' vogliamo ribaltare questa proporzione e avere una risposta chiara su tutti, a prescindere da variabili come l'età o malattie concomitanti".

Per questo è stato condotto uno studio prospettico su una efficace molecola contro il tumore dell'ovaio, prodotta da Pharmamar (Trabectedina), in combinazione con doxorubicina liposomale pegilata (PLD) nei pazienti platino sensibili con recidiva di tumore ovarico indipendentemente dall'uso di antiangiogenico. Lo studio, di cui il prof. Pignata è coordinatore internazionale e che viene presentato all' Congresso ESMO, ha coinvolto 224 pazienti in 'real life' di 50 Centri europei (dalla Francia alla Spagna alla Germania), tra cui 18 strutture di tutta la penisola (da Milano a Napoli da Aviano a Bari, da Torino a Roma a Brindisi) per un totale di 96 pazienti in Italia.

"I risultati sono positivi soprattutto per due motivi – sottolinea l'oncologo – sia per l'efficacia paragonabile se non migliore rispetto agli studi che hanno portato alla registrazione del farmaco sia per l'inclusione di pazienti in più linee di trattamento. Significa che nel tempo è migliorata la pratica clinica e la gestione della terapia e dei pazienti. Molti continuano la cura senza problemi, poiché sono stati minimizzati anche gli eventuali effetti collaterali". I risultati dello studio, infatti, suggeriscono che la trabectedina più PLD è efficace nella recidiva del tumore dell'ovaio, indipendentemente dall'uso precedente di antiangiogenici. 

Scoperto dai ricercatori dell'Università di Padova un nuovo gene coinvolto nella cardiomiopatia aritmogena, responsabile di morte improvvisa di giovani atleti. Si tratta di una malattia ereditaria, che interessa 1 persona ogni 5000 e provoca due morti all'anno ogni 100 mila persone sotto i 35 anni di età.

Per questa malattia, nota al grande pubblico per avere colpito atleti e calciatori famosi, non esiste, a tutt'oggi, una cura. Il gruppo di ricercatori coordinato dalla Prof.ssa Alessandra Rampazzo del Dipartimento di Biologia dell'Università di Padova, è riuscito a scoprire un nuovo gene coinvolto nella cardiomiopatia aritmogena, il gene che produce la proteina "zonula occludens-1".

Come ci si è arrivati

Studi precedenti condotti dal medesimo gruppo dell'Università di Padova avevano già portato all'identificazione di 6 geni associati alla morte improvvisa giovanile. "Questa scoperta è stata fatta partendo da una famiglia affetta da cardiomiopatia aritmogena – spiega la professoressa Alessandra Rampazzo -, in cui si era manifestato un caso di morte improvvisa giovanile. Escluse tutte le cause genetiche fino ad ora note, nel nostro laboratorio la dottoressa Marzia De Bortoli e le colleghe Giulia Poloni e Martina Calore hanno sequenziato tutte le parti del Dna che portano l'informazione genetica in un soggetto malato della famiglia e, partendo da oltre 10.000 varianti genetiche rare, sono arrivate ad identificare il gene responsabile della malattia in questa famiglia".

Non una cura, ma prevezione

La conferma del risultato è arrivata poi con il riscontro di una seconda mutazione trovata in un individuo appartenente ad un'altra famiglia, ma affetto dalla stessa patologia e di altre 2 mutazioni in due soggetti olandesi, diagnosticati e studiati nell'Academic Medical Center di Amsterdam. Questo gene produce la proteina "Zonula occludens-1", che ha un ruolo molto importante per la formazione di giunzioni comunicanti, giunzioni che permettono il passaggio di piccoli ioni tra cellule cardiache vicine e quindi l'accoppiamento elettrico.

L'importanza della scoperta è duplice in quanto ha un impatto sia scientifico che clinico. Da un lato apre la strada all'individuazione di nuovi geni e alla comprensione dei meccanismi con cui si instaura e si sviluppa la malattia, dall'altro rappresenta un importante passo avanti nella prevenzione della morte improvvisa giovanile grazie all'individuazione dei soggetti a rischio, che vengono sottoposti a controlli cardiologici accurati ed a terapie farmacologiche preventive.

Flag Counter