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Messa a punto un'innovativa tecnica spettroscopica che permette di misurare simultaneamente e senza necessità di contatto le proprietà meccaniche e chimiche di cellule viventi e tessuti, con una risoluzione altissima. Si tratta di uno strumento importante per la diagnosi di diverse patologie, comprese il tumore. A realizzarlo è stato un gruppo di ricercatori dell'Istituto officina dei materiali del Consiglio nazionale delle ricerche (Iom-Cnr) di Perugia e dell'Istituto di biofisica (Ibf) del Cnr di Trento, in collaborazione con colleghi dell'Università di Perugia.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Light: Science & Applications. L'innovativo spettrometro sfrutta l'interazione della luce con la materia. "Sappiamo che le cellule hanno proprietà e forme diverse a seconda della loro funzione e del loro stato, e che modifiche nell'elasticità cellulare o dei tessuti biologici in generale sono causa o indicatori di diverse patologie", ha detto Silvia Caponi (Iom-Cnr), ricercatrice che ha coordinato lo studio. "Ad esempio, le coronarie indurite – ha continuato – generano problemi cardiaci, l'indebolimento delle ossa causa complicazioni ortopediche, modifiche elastiche nel tessuto corneale generano patologie oculari. Oggi, grazie a questa tecnica saremo in grado di individuare precocemente i segnali meccanici cellulari che indicano l’insorgere di possibili disturbi".

Misurando l'elasticità

La tecnica utilizza una modalità di indagine della materia propria dell'ottica e della fotonica.

"Lo studio ha dimostrato la possibilità di misurare le variazioni dell'elasticità all'interno della singola cellula dovute alla presenza delle diverse strutture sub-cellulari", ha aggiunto Mauro Dalla Serra (Ibf-Cnr). "I risultati più promettenti dal punto di vista applicativo – ha proseguito – sono stati ottenuti confrontando cellule in condizioni fisiologiche o patologiche. Ci si è accorti che cellule tumorali sono significativamente più soffici rispetto a quelle sane, mostrando una riduzione complessiva dei moduli elastici (15 per cento) e della viscosità (50 per cento). Queste proprietà possono spiegare il potenziale invasivo osservato nelle cellule tumorali: la loro aumentata capacità di deformazione ne aiuta la diffusione attraverso la matrice extracellulare favorendo lo sviluppo di metastasi. Le proprietà meccaniche delle cellule, pertanto, potranno costituire grazie a questa tecnica un nuovo e prezioso bio-marker per numerose patologie, e un potenziale strumento di diagnosi anche per le patologie tumorali".

Un primo trapianto 8 anni fa, una vita nuova, poi il rigetto; a gennaio di quest'anno il secondo trapianto: Jerome Hamon, 43 anni, ha ora una terza faccia. L'equipe dell'Ospedale europeo Georges-Pompidou di Parigi, guidata dal professor Laurent Lantieri e di cui fa parte anche un italiano, ha compiuto un intervento eccezionale su un uomo colpito da neurofibromatosi (o malattia di von Recklinghausen), che conduce allo sviluppo di tumori benigni all'interno dei tessuti, impiantando per la seconda volta un viso ad Hamnon.

"Il paziente sta bene. La fase del rigetto acuto e di quello superacuto è stata superata, ma restiamo prudenti seppur ottimisti", ha spiegato all'AGI Francesco Wirz, chirurgo dell'equipe che ha realizzato l'operazione. Il primo trapianto fu realizzato nel 2010. Hamon raccontò l'esperienza in un libro ("T'as vou le monsieur?" per Flammarion). "Mi abituai alla nuova faccia all'istante", disse ai giornali francesi, sottolineando che quella operazione aveva rappresentato un 'trapianto' anche degli occhi di chi incrociava per strada: "Non devo più sopportare gli sguardi strani – disse- e la gente mi ascolta". Poi è arrivato – spiega Wirz – il rigetto del sistema immunitario, culminato il 15 novembre scorso, abbiamo dovuto asportare il viso". Hamon è rimasto in ospedale senza faccia "finchè è stato trovato un donatore". "L'intervento – ha proseguito Wirz – è durato 19 ore".

Perché in Italia non si può fare

"Il trapianto di faccia è una procedura già considerata in Italia. Infatti, c'e' una prima richiesta di autorizzazione a questa procedura. E sappiamo di due possibili casi" ha riferito all'AGI, Alessandro Nanni Costa, direttore generale del Centro Nazionale Trapianti "Sono procedure eseguite sui soggetti che sul viso presentano delle mostruosità, cioè lesioni talmente orribili che è impossibile per loro guardarsi allo specchio. E che non possono essere riparate in nessun modo se non con un trapianto di faccia".

Questa procedura, tuttavia, non ha nulla a che vedere con un cambio di identità. "In realtà, il trapianto di faccia – ha spiegato Nanni Costa – coinvolge grosso modo una striscia circolare: può coprire la fronte, le guance fino ad arrivare sopra la bocca. In pratica, la faccia del ricevente non viene sostituita da quella del donatore". Anche se viene trattato alla stregua di un trapianto d'organo, il trapianto di faccia è tecnicamente un'altra cosa. "E' un trapianto multi-tessuto che ha lo scopo – ha detto Nanni Costa – di riparare volti sfigurati e gravemente mutilati da agenti, scariche elettriche, traumi gravi come il morso di una cane e così via. Si tratta di sistemare la parte ossea e muscolare per dare al paziente l'opportunità di avere una vita sociale e anche di ricominciare ad accettare il proprio aspetto".

Un cervello in fuga che cambia facce

Reduce dalla sala operatoria dell'Ospedale europeo Georges Pompidou di Parigi, dove ha effettuato un nuovo intervento, Francesco Wirz è contento del risalto mediatico avuto dall'operazione di trapianto facciale a cui ha preso parte, ma non nasconde l'amarezza e sottolinea la gratitudine. La prima è riservata al proprio paese, da cui è stato obbligato ad andare via: "Se mostri di saper fare bene, in Francia ti viene data una opportunità; in Italia diventi un pericolo". "Ho 34 anni – racconta all'AGI – sono arrivato in Francia cinque anni fa e non conoscevo neanche la lingua. Mi presentai a Laurent Lantieri, il primario, e lui mi disse 'vediamo cosa sai fare', e oggi sono qui".

La gratitudine, invece, è per Lantieri, l'uomo che ha guidato l'equipe che ha realizzato l'operazione sia nel 2010 che un mese fa. "E' il mio maestro spirituale, quello che mi ha dato la possibilità di fare la formazione", colui che è in grado di lasciar spazio al più giovane e di "delegare agli altri, mettere alla prova". La chirurgia è fatta di "pratica e di esperienza", di "allenamento quotidiano in sala operatoria, e chi può resistere 18 ore se non un giovane, 'nu guaglione?", sottolinea Wirz, che non ha dimenticato il legame con la sua Napoli, da dove è partito anni fa. Al contrario, in Italia, conclude, "esiste un sistema che le motivazioni dei giovani le spezza". 

Per la prima volta, la Food and Drug Administration (l'ente Usa che regola i prodotti alimentari e farmaceutici) ha autorizzato l'utilizzo di uno smartwatch in neurologia. A convincerla non è stato un gigante americano ma una società italiana: Empatica.

Il via libera è arrivato per Embrace, un dispositivo da polso che aiuta chi soffre di epilessia. Rileva i parametri di chi lo indossa (come attività del sistema nervoso e temperatura corporea), elabora i dati grazie all'intelligenza artificiale e invia sullo smartphone di un soccorritore l'allarme se sta per verificarsi una crisi convulsiva.

Empatica è stata fondata fondata nel 2011 da Matteo Lai, Maurizio Garbarino, Rosalind Picard e Simone Tognetti sotto l'ala del MIT MediaLab, laboratorio del Massachusetts Institute of Technology di Boston.

Si è fatta strada con una campagna di crowdfunding, nel 2015. E oggi ha 45 dipendenti e sedi a Cambridge (negli Stati Uniti) e Milano. “I dispositivi medici – afferma il ceo Matteo Lai – hanno di solito un grande problema: sono ingombranti e scomodi. Le persone, semplicemente, non vogliono indossarli.

Empatica ha preso una strada diversa”. Embrace è invece uno smartwatch sottile, leggero e dall'estetica piacevole. A prima vista può sembrare uno dispositivo da polso per tracciare l'attività fisica. “Volevamo progettare il primo dispositivo medico al mondo usato come salvavita ma che avrebbe potuto vincere un premio per il design”.

Un successo del 100%

Embrace, che nell'aprile 2017 ha ottenuto l'approvazione delle autorità europee, non ha convinto la Food and Drug Administration con il design ma con i test: ha coinvolto 135 pazienti epilettici, monitorandoli, 24 ore su 24, per 272 giorni. Un periodo durante il quale lo smartwatch di Empatica è sempre stato capace di individuare le crisi, nel 100% dei casi.

Il sì delle autorità americane è stato festeggiato anche da Orrin Devinsky, uno dei maggiori esperti al mondo nel Epilessia, direttore del Comprehensive Epilepsy Center della New York University: “L'approvazione di Embrace – ha affermato – rappresenta una pietra miliare nella cura dei pazienti epilettici. Il dispositivo permette di avvisare familiari e soccorritori, consentendo loro di intervenire durante o poco dopo la crisi”. Un intervento tempestivo che, spiega Devinsky, “in molti casi può salvare la vita dei pazienti”. Oggi l'1,2% della popolazione americana soffre di epilessia: sono 3,4 milioni di persone, 470.000 delle quali sono bambini. Un terzo di loro non risponde alle cure per limitare gli attacchi, che spesso comportano stordimento, perdita di coscienza e, in 3.000 casi all'anno, morte improvvisa. 

Forse non tutti lo sanno ma l’albicocca, uno dei frutti più amati dell’estate, nasconde un veleno potentissimo: il cianuro. Per fortuna lo cela benissimo: è contenuto nel semino protetto dal guscio rigido, difficile da scovare.

Li dentro, in quel seme, è contenuta l’amigdalina, che una volta ingerita rilascia cianuro, sostanza altamente tossica che può provocare nausea, febbre, mal di testa, insonnia, letargia, nervosismo, ipotensione, dolori articolari e muscolari. E nel peggiore dei casi portiere alla morte.

Ecco perché da un paio di anni, l’Efsa –  l’Agenzia Europea per la sicurezza Alimentare – ha innalzato il livello d’allerta sull’albicocca, arrivando ad adottare un nuovo regolamento per la vendita di semi. Allo stesso tempo, l’Agenzia ha rassicurato sul consumo assolutamente innocuo del frutto che “non pone rischi per la salute dei consumatori”.

Era proprio necessario?

Si perché nonostante l’albicocca non sia l’unico frutto a contenere amigdalina – è in buona compagnia di prugne, mandorle, ciliegie – su internet è nato un vero e proprio mercato di semi di albicocca basato sulla convinzione – assolutamente non suffragata da prove scientifiche – secondo cui sarebbero dei potenti antitumorali.

Con 12 euro circa , si legge sul Fatto Quotidiano, puoi comprare 500 g di prodotto confezionato in busta. Alcuni siti, inoltre, non si limitano a vederli ma danno anche consigli sulla quantità giornaliera da assumere: da 10 a  60 per gli adulti. E qui scatta l’allarme.

La soglia limite

L’Efsa ha stabilito la soglia a 370mg al giorno, pari a 3 piccoli semi o alla metà di uno grande. Per i bambini si scende a 60mg, cioè mezzo seme piccolo. Più nello specifico, si legge sul sito di Alimenti e Sicurezza, l’Efsa spiega che “una dose acuta di riferimento (DAR) di 20 μg/kg di peso corporeo. Tenendo conto dei tenori riferiti di glicosidi cianogenici nei semi di albicocca non trasformati, la DAR sarebbe superata già con il consumo di pochissimi semi di albicocca non trasformati”.

Cosa ha deciso l’Efsa

Nel regolamento approvato dalla Commissione il 7 luglio del 2017, si legge che a condurre lo studio è stato un “un gruppo di esperti scientifici sui contaminanti nella catena alimentare (CONTAM) dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare il quale ha adottato un parere scientifico sui rischi acuti per la salute connessi alla presenza di glicosidi cianogenici nei semi di albicocca grezzi e nei loro prodotti derivati”.

L'espressione ““semi di albicocca grezzi e loro prodotti derivati” usata nel parere scientifico si riferisce allo stesso prodotto denominato nel presente regolamento con l'espressione «semi di albicocca non trasformati interi, macinati, moliti, frantumati, tritati”. In considerazione della “notevole frammentazione del mercato dei semi di albicocca e dei possibili rischi acuti per la salute pubblica, è opportuno stabilire che l'operatore garantisca che i semi di albicocca non trasformati interi, macinati, moliti, frantumati, tritati immessi sul mercato per il consumatore finale rispettino il tenore massimo”.

Dopo l'obbligatoria vacatio legis trascorsa dalla pubblicazione in Gazzetta, entra domani ufficialmente in vigore la legge sul biotestamento​, approvata in via definitiva dal Senato lo scorso 14 dicembre al termine di un percorso parlamentare piuttosto travagliato. Ecco, in sette punti, cosa stabilisce il provvedimento che, tra le altre cose, introduce la possibilità di sottoscrivere le Dat, ovvero le Disposizioni anticipate di trattamento, con la previsione di poter rinunciare anche all'idratazione e alla nutrizione artificiale. Questi i 7 pilastri del provvedimento.

1. Consenso informato

Con la premessa che la legge tutela il diritto alla vita, alla salute, ma anche il diritto alla dignità e all'autodeterminazione, il testo dispone che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. È promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato. Nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari e conviventi o compagni. Il consenso informato è documentato in forma scritta. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, viene espresso mediante videoregistrazione o dispositivi che la consentano. La volontà espressa dal paziente può essere sempre modificata.

2. Nutrizione e idratazione artificiale

Ogni persona maggiorenne e capace di agire ha il diritto di accettare o rifiutare qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento, comprese la nutrizione e idratazione artificiali. Nutrizione e idratazione artificiali sono trattamenti sanitari in quanto consistono nella somministrazione su prescrizione medica di nutrienti mediante dispositivi sanitari e, di conseguenza, possono essere rifiutati o sospesi.

3. Accanimento terapeutico, sedazione profonda e abbandono cure

Viene sancito il divieto di accanimento terapeutico, riconosciuto il diritto del paziente all'abbandono terapeutico e viene espressamente garantita la terapia del dolore fino alla sedazione profonda continuata. Il testo della legge, così modificato durante l'esame in Aula, recita: "Il medico deve adoperarsi per alleviare le sofferenze del paziente, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario. è sempre garantita un'appropriata terapia del dolore e l'erogazione delle cure palliative. Nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili e sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente".

4. Responsabilità del medico

Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciarvi. In conseguenza di ciò, il medico è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere dal medico trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale e alla buone pratiche clinico-assistenziali. è stata poi introdotta durante l'esame in Aula una norma che, seppur in modo non diretto nè esplicito, riconosce di fatto al medico l'obiezione di coscienza, in quanto dispone che "il medico non ha obblighi professionali". Il che significa che il medico può, ad esempio, rifiutarsi di staccare la spina. Infine, la legge sul testamento biologico deve essere applicata anche dalle cliniche e strutture sanitarie cattoliche convenzionate.

5. Minori e incapaci 

Il consenso informato è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall'amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno. Il minore o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e decisione e quindi deve ricevere informazioni sulle sue scelte ed essere messo in condizione di esprimere la sua volontà. 

6. Dat

Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari. Viene indicata una persona di sua fiducia (fiduciario) che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Le Dat devono essere redatte in forma scritta (o videoregistrate a seconda delle condizioni del paziente) e vincolano il medico che è tenuto a rispettarne il contenuto. Tuttavia, le Dat possono essere disattese qualora appaiano palesemente incongrue o le condizioni nel frattempo siano mutate e se siano sopraggiunte nuove terapie non prevedibili al momento della loro compilazione. Con la medesima forma scritta le Dat sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. In caso di emergenza possono essere modificate o annullate anche a voce. Le Dat vengono inserite in registri regionali. 

Pianificazione condivisa delle cure 

Nella relazione tra medico e paziente, rispetto all'evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi. La pianificazione delle cure può essere aggiornata al progressivo evolversi della malattia su richiesta del paziente o su suggerimento del medico.

Entra in vigore oggi la legge sul testamento biologico approvata il 14 dicembre 2017, dopo un lungo iter parlamentare e non poche polemiche. Il cuore della legge, ovviamente, sono le dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), con le quali è possibile dare indicazioni sui trattamenti sanitari da ricevere o respingere in casi in cui ci si trovasse in condizioni di incoscienza. Ma come fare? Questo è un breve vademecum a domanda e risposta, con il contributo dell'Associazione Luca Coscioni, che per anni si è spesa per l'approvazione della legge dopo casi dolorosi come quelli di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. 

Chi può fare il biotestamento?

Tutti i cittadini maggiorenni e capaci di intendere e di volere possono redigere un documento in cui indicare i trattamenti sanitari che si vogliono ricevere e quelli ai quali si rinuncerebbe nel caso in cui non si fosse più in grado di esprimersi e prendere decisioni autonomamente. Con il biotestamento non si possono esigere trattamenti sanitari contrari alle leggi.

Come scrivere le Dat?

Le DAT possono essere redatte in diverse forme, ma devono contenere i seguenti punti:

  1. Dati anagrafici del firmatario.
  2. Informazioni sullo stato di salute, in cui si dichiara che "nell'ipotesi di trovarmi nelle condizione di non poter decidere riguardo le mie cure sanitarie, a causa del mio deterioramento fisico e/o mentale, e/o di essere in uno stato clinico tra quelli elencati nel presente documento", ed in riferimento alla Costituzione, alla Convenzione dei diritti dell'uomo, al codice di deontologia medica e al giuramento professionale dei medici, si vuole o non si vuole essere informati sulle proprie condizioni ("anche in caso di malattia grave o inguaribile") e sulle terapie da adottare o non adottare. Come postilla si possono indicare i nominativi di persone fidate o familiari da informare.
  3. Direttive specifiche: è il cuore del documento. Occorre scrivere che "Accertato da almeno due medici indipendenti che le mie condizioni fisiche siano giunte ad una fase definita terminale, chiedo": e qui si entra nello specifico. L'elenco può comprendere, a titolo di esempio, una morte naturale, la più pacifica possibile, escludendo totalmente l'accanimento terapeutico; che in nessun caso si possa intraprendere una terapia o un trattamento allo scopo di terminare la vita; che nessun trattamento possa essere attuato o sospeso sulla base di un'altrui valutazione riguardante il valore della propria vita futura; che non si somministrino trattamenti o terapie sperimentali complementari non provate, che non abbiano documentalmente dimostrato la loro efficacia per il recupero e prolunghino inutilmente la vita. Anche con esempi concreti: in caso di arresto cardio-respiratorio, ad esempio, si può scrivere che non si intende essere sottoposti ad alcuna manovra di rianimazione di qualsiasi genere essa sia, o che non vengano praticati interventi invasivi atti a prolungare l'esistenza (respirazione assistita, rianimazione cardio-polmonare). E ancora: che vengano somministrati tutti i farmaci e praticate tutte le cure per eliminare efficacemente il dolore e le sofferenze fisiche, emotive, mentali e spirituali. Ma anche che i trattamenti già iniziati ed aventi per obiettivo il prolungamento della vita siano interrotti (compresi respirazione assistita, dialisi, rianimazione cardio-polmonare, trasfusioni sanguigne, terapia antibiotica, interventi chirurgici volti a prolungare la propria esistenza). Il tutto con adeguata sedazione. Si può esplicitare che venga interrotta l'alimentazione in ogni sua forma naturale o artificiale incluso la soluzione glicata. Tutte queste prescrizioni possono essere anche subordinate a condizioni specifiche: per esempio in caso di stato vegetativo persistente, di incidente con danni cerebrali gravi, malattie neurodegenerative ecc. 
  4. Sottoscrizione del medico, che deve dichiarare "di aver informato il Sig.(…) in relazione alle volontà sanitarie da lui qui sopra espresse, e che nel pieno delle sue facoltà mentali il suddetto ha compreso il valore delle sue decisioni".
  5. Indicazioni post mortem, dove si può indicare dove si desidera morire (a casa, in ospedale o in un luogo specifico) e si danno disposizioni circa il trattamento della salma, le esequie ecc.
  6. Fiduciari e testimoni, che devono apporre le loro firme con codice fiscale e documento di identità. Il fiduciario sarà preposto a prendere decisioni in nome e per conto del firmatario del testamento biologico, di concerto con il medico. 

Tutto questo può essere redatto a mano, o si può scaricare un modulo precompilato (tra cui quello presente sul sito della stessa associazione Coscioni). In caso le condizioni di salute non consentano un documento scritto, si possono esprimere le proprie volonta' e "fare biotestamento" attraverso una videoregistrazione e/o con dispositivi tecnologici che consentono alle persone con disabilita' di comunicare. Le Dat si possono rinnovare, modificare o revocare in ogni momento. Non vanno pagati bolli o tasse di sorta sul documento. 

Perché nominare un fiduciario?

La legge auspica (ma non obbliga) che ogni persona, nel momento in cui sottoscrive il proprio biotestamento, deleghi un fiduciario, una persona in cui pone la massima fiducia, che si assuma la responsabilità di interpretare le DAT contenute nel biotestamento, anche alla luce dei cambiamenti intercorsi nel tempo e di possibili nuove prospettive offerte dalla medicina.
Qualsiasi persona maggiorenne e capace di intendere e volere può ricoprire il ruolo di fiduciario accettando la nomina. Può essere un familiare o una persona non legata da vincoli giuridici e familiari. L'accettazione della nomina avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT (come descritto sopra) o con atto successivo che sarà allegato al testamento biologico. Il fiduciario dovrà possedere una copia del biotestamento. Il fiduciario avrà quindi il potere di attualizzare, in accordo con il personale sanitario, le disposizioni lasciate dal firmatario.
Nei casi in cui le DAT appaiano palesemente incongrue, non corrispondenti alla condizione clinica del paziente, o qualora emergano nuove terapie, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle sue condizioni di vita, il fiduciario potrà autorizzare i medici a non rispettare le volontà.

Come autenticare il testamento biologico?

  1. Con atto pubblico (atto redatto con un funzionario pubblico designato o attraverso un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio)
  2. Con una scrittura privata autenticata (da un funzionario pubblico designato dal tuo Comune o da un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio) custodita dall'autore del documento
  3. Con scrittura privata consegnata personalmente all'ufficio dello stato civile del Comune di residenza (ufficio che, se istituito, provvede all'annotazione in un apposito registro)
  4. Presso le strutture sanitarie, qualora la Regione di residenza ne regolamenti la raccolta. 

"Le forme di tipo legale sono in mano alla presidenza del Consiglio dei ministri, sanno loro qual è la procedura migliore in questi casi". Lo ha detto il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, interpellata dai cronisti in merito all'ipotesi di un ricorso sull'assegnazione della sede dell'Ema​, a margine della cerimonia per l'anno giudiziario al Consiglio di Stato. "Ho parlato più volte con Gentiloni – ha spiegato ancora Lorenzin – che mi ha confermato che agiremo a livello europeo per avere spiegazioni, per avere un riscontro". E comunque Lorenzin definisce "una cosa abbastanza singolare e scandalosa che Amsterdam non sia pronta a rispettare i termini dell'accordo, dell'impegno che è stato preso. Milano è pronta – ha aggiunto – siamo assolutamente in grado di garantire i termini previsti dai criteri di assegnazione".

"Quando gli olandesi hanno fatto la loro proposta probabilmente erano consapevoli che non sarebbero stati pronti, quindi non hanno giocato molto pulito", ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala a proposito dell'assegnazione ad Amsterdam della sede dell'Ema. Quindi gli olandesi hanno giocato sporco? "Probabilmente sì: ho parlato ieri con i colleghi di Ema, anche con il direttore generale che è italiano, e proprio per questo è molto prudente nel dire cose che rischiano di sembrare a favore dell'Italia. Quindi se ha fatto una dichiarazione del genere, cioè che la sede transitoria può contenere solamente metà degli impiegati che devono essere trasferiti, è una cosa assolutamente grave. La situazione è veramente grave, facciamoci sentire", ha concluso Sala.

L’ultimo studio sulle sigarette elettroniche, condotto da ricercatori americani e pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze, rivela che provocano danni al dna e riducono, nei topi, la capacità di cuore, polmoni e vescica di ripararsi. Evidenze simili sono state osservate anche in polmoni e vesciche umane in laboratorio.

“È come fumare con il profilattico”

Le e-cig, le sigarette elettroniche, sono sul mercato da circa quindici anni. Il primo modello venne commercializzato in Cina nel 2004 da Hon Lik, che allora lavorava per una società chiamata Golden Dragon Holdings. Poi arrivò negli Stati Uniti, quindi in Europa, sulla scia della promessa di essere innocua. “È fumo sicuro, come fumare con un preservativo”, era la geniale trovata di marketing di William Taskas, uno dei distributori in Canada di un marchio di sigarette elettroniche.

Oggi forme e colori dei dispositivi elettronici si sono evoluti fino quasi a diventare oggetti di design, facendo nascere comunità di appassionati online e trovando il successo anche sui social network, dove gli utenti postano i propri tricks, cioè acrobazie, con il vapore delle e-cig.

Svapare fa male?

Non tutta la comunità scientifica è d’accordo con il signor Taskas e il suo assioma sul fumo sicuro. Negli anni le sigarette elettroniche sono state al centro di decine di studi per valutare gli effetti sulla salute umana. “Solo in Italia i fumatori di e-cig sono 1,3 milioni”, aveva dichiarato Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano. Proprio un team di ricerca italiano, era arrivato a una conclusione simile a quella dei ricercatori americani studiando le conseguenze del vapore sul modello animale: le sigarette elettroniche hanno “un potente effetto moltiplicatore sugli enzimi bioattivi cancerogeni di fase I, compresi gli attivatori di idrocarburi policiclici aromatici (IPA), e possono aumentare la produzione di radicali liberi di ossigeno e l'ossidazione del DNA in 8-idrossi-2'-deossiguanosina”. Tradotto, scrive la Fondazione Veronesi, possono portare alla “diminuzione delle capacità antiossidanti del tessuto polmonare e un aumento della produzione di radicali liberi, due condizioni che hanno un ruolo primario nel generare quello stress ossidativo spesso imputato come causa o concausa di tumori, invecchiamento cellulare e malattie cronico degenerative”.

 

Bomba!!! #vapeinitaly • Credits: @ambitionzvaper

Un post condiviso da VAPEINITALY (@vapeinitaly) in data: Gen 28, 2018 at 4:35 PST

Ad agosto 2016 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva preparato un report su ENDS (Electronic Nicotine Delivery Systems) e ENNDS (Electronic Non-Nicotine Delivery Systems), i due meccanismi utilizzati nelle sigarette elettroniche. La differenza tra l’uno e l’altro, come facilmente intuibile, è la presenza o assenza della nicotina nel liquido che viene utilizzato. L’Oms, in quel rapporto, spiegava che “il numero e il livello di sostanze tossiche conosciute prodotte da ENDS e ENNDS sono mediamente più basse che quelle nelle sigarette normali”. Attenzione però, perché “il livello di sostanze tossiche può variare enormemente tra marchi differenti – e anche tra liquidi dello stesso marchio – e in alcuni casi raggiungere picchi più elevati di quelli del fumo di tabacco”. Il tutto senza contare che negli ENDS sono stati registrate sostanze tossiche nuove, come il gliossale. E, avvertiva l’Oms, alcuni aromatizzanti dolci, come cannella e ciliegia potrebbero essere pericolosi a lungo termine. Insomma, non proprio un prodotto da raccomandare.

Il comitato pro e-cig

Contro quel rapporto, nel 2016, si era scagliato il Comitato Scientifico Internazionale per la Ricerca sulla Sigaretta Elettronica, un pool di 12 esperti di cui faceva parte anche Umberto Veronesi. Il testo dell’OMS “fornisce una valutazione distorta, decisamente peggiorativa, dei rischi legati all’utilizzo delle e-cig – aveva scritto -. In termini tossicologici, la discussione pone eccessiva enfasi su rischi trascurabili derivanti da livelli di esposizione in realtà risibili. In tossicologia, difatti, non è la semplice presenza di un agente potenzialmente offensivo che determina un danno all’organismo, bensì la concentrazione perché è la dose che rende letale un veleno”.

Fanno o non fanno male?

Inutile girarci attorno, non pare (ancora) esserci una risposta univoca alla domanda se le sigarette elettroniche facciano male altrettanto o più delle classiche bionde, o se invece siano un buon compromesso tra vizio e salute. Nelle conclusioni a cui arrivano quasi tutti gli studi, infatti, emerge come il recente sviluppo di questo prodotto renda indeterminabile una risposta certa. Nel frattempo, l’unico accordo a cui pare essere arrivati è la soluzione terminologia. Dall’ottobre del 2013 anche l’Accademia della Crusca ha riconosciuto il verbo svapare per indicare “l’azione di emettere del vapore acqueo tramite uno strumento costituito da una batteria ricaricabile, un circuito elettrico, un filtro e un vaporizzatore”.

Troppi antibiotici, prescritti male, e una massiccia, e forzata, "selezione naturale" dalla quale emergono creature pericolosissime: i batteri più forti, adattati al nuovo ambiente, praticamente invincibili. È il fenomeno drammatico dell'antibioticoresistenza, su cui è tornata a puntare il dito l'Organizzazione mondiale della sanità. Ma quali sono questi batteri, e come fare per contrastarli? In Italia il "pericolo pubblico numero uno" è lo Klebsiella pneumoniae: e lui il principale responsabile delle infezioni nelle strutture sanitarie. Il dato emerge dal primo Report sulle batteriemie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi coordinato l'anno scorso dall'Istituto Superiore di Sanità che ha elaborato per la prima volta in un report i risultati del sistema di sorveglianza istituito dal Ministero della Salute.

Dai dati emergono circa 2000 casi di batteriemie l'anno nel nostro Paese, maggiormente in pazienti di età compresa tra 65 e 80 anni, ricoverati in unità di terapia intensiva ma anche in reparti medici e chirurgici. Lavarsi le mani è il principale strumento che abbiamo per prevenire le infezioni nelle strutture sanitarie. Per questo motivo l'OMS promuove ogni anno la Giornata mondiale dell'igiene delle mani.

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Lo slogan dell'anno scorso, "Combattere la resistenza agli antibiotici è nelle tue mani", voleva porre l'accento proprio sulla prevenzione delle infezioni antibiotico-resistenti, che rappresentano una delle principali minacce alla salute. "Grazie a questo sistema di sorveglianza abbiamo una dimensione molto più vicina alla realtà relativamente al fenomeno della diffusione di questo patogeno nelle corsie ospedaliere – dichiara Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità – Disponiamo oggi di un'evidenza che ci impone di farne una priorità di salute pubblica e di mettere in campo tutte le risorse disponibili, economiche e non, in tutti gli ospedali per contrastare questo fenomeno: dall'osservazione puntuale del lavaggio delle mani fino all'istituzione di personale sanitario dedicato al controllo delle infezioni e di figure professionali per guidare un appropriato utilizzo di queste molecole. Essenziale resta il contributo delle Regioni – afferma il Presidente – nella segnalazione puntuale del fenomeno per avere un quadro sempre più preciso che ci consenta di fare interventi mirati e comprenderne l'efficacia". 

Soprattutto per alcuni tipi di batteri, come gli Enterobatteri resistenti ai carbapenemi, antibiotici di ultima risorsa, contro i quali gli antibiotici efficaci sono limitatissimi o mancano del tutto, ci dobbiamo difendere con le poche armi che abbiamo a disposizione, appunto l'igiene delle mani. Tra le infezioni da batteri resistenti, le batteriemie sono sicuramente le più gravi e le più letali. Le batteriemie sono dovute nella gran parte dei casi a Klebsiella pneumoniae che produce un enzima chiamato KPC. L'ampiezza del fenomeno è veramente drammatica, se si considera che i casi di batteriemia sono probabilmente sottonotificati, almeno da alcune regioni ed aree geografiche, e che la mortalità associata a queste infezioni è almeno del 30%. Il batterio Klebsiella pneumoniae, è un microrganismo che oltre a batteriemie causa anche infezioni urinarie e polmoniti. La resistenza ai carbapenemi è spesso associata a resistenza ad altre classi di antibiotici, compresa la colistina, un vecchio antibiotico rispolverato come rimedio estremo contro questi batteri resistenti a quasi tutti gli antibiotici.

Per questo l'OMS ha classificato questi batteri tra quelli critici ad altissima priorità per lo sviluppo di nuovi antibiotici. L'Italia è un paese che si può considerare "iperendemico": per incidenza di queste infezioni rispetto alle giornate di degenza l'Italia è al secondo posto in Europa, dopo la Grecia secondo i dati dello studio EuSCAPE (recentemente pubblicato su Lancet Infectious Diseases) che traccia l'epidemiologia pan-europea di queste infezioni e al quale l'Italia ha partecipato col coordinamento dell'ISS. 

 

 

Nell'ultimo bando della Regione Lombardia per 670 posti per medico di famiglia, 400 sono rimasti vacanti. Nella città di Milano, quindi non in un remoto villaggio montano, per 62 incarichi si sono presentati in 16.

Ed è solo la punta dell'iceberg: tra i medici di base è allarme turnover: "Sono troppi i pensionamenti rispetto al numero di giovani che concludono il tirocinio per diventare il medico del territorio, quello che sta cinque giorni su sette in studio a visitare, consigliare, prescrivere visite ed esami e talvolta, non sempre, va pure a domicilio", scrive Repubblica in un articolo, intitolato "La lunga fuga dagli ambulatori", secondo il quale, se la tendenza proseguirà, tra sei anni ci saranno 15 mila medici di famiglia in meno.

"In un anno concludono il percorso triennale di studi tra i 900 e i 1.000 medici 'specializzati' per fare la medicina generale o quella d'urgenza", spiega il quotidiano di Largo Fochetti, "secondo l'istituto previdenziale dei camici bianchi, l'Enpals, quest'anno i pensionati saranno più o meno lo stesso numero ma il prossimo il dato schizzerà a qualcosa come 2.700, quello dopo addirittura a 3.500 e poi ancora più su, fino a toccare il tetto dei 4 mila per altri 4 anni. Solo dal 2025 la curva tornerà a scendere. In sei anni quindi lasceranno in tutto circa 21 mila professionisti (circa il 45% del totale) e se non si interviene sui posti nelle scuole, alla fine di quel periodo in Italia mancheranno qualcosa come 15 mila medici di famiglia".

Dove un incarico resta scoperto per 8 mesi

"Negli anni novanta ci volevano anni dopo il tirocinio per trovare un posto. Io ce ne ho messi 13", racconta a Repubblica il segretario della Fimmg, il principale sindacato del settore, per il Veneto, Domenico Crisarà, "Adesso a Padova città un incarico può restare scoperto 8 mesi perché mancano materialmente le persone. Da noi il sistema regge ancora ma tra poco si andrà molto male. Nel giro di pochi anni il Veneto avrà oltre un milione di cittadini su cinque senza medici di medicina generale".

"Bisogna aumentare subito il numero delle borse di studio, devono almeno raddoppiare", dice Silvestro Scotti, segretario generale Fimmg, "poi va velocizzato l'accesso: oggi quando un giovane finisce il corso aspetta almeno due anni per entrare, anche se il posto c'è, per via dei passaggi burocratici. 

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