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AGI – Test per la ricerca del coronavirus per chi rientra in Italia da Spagna, Grecia, Croazia e Malta. Il governo si appresta a varare un’ordinanza per rallentare il contagio nel Paese. Nel giorno in cui si registra un ulteriore aumento del numero di malati, Roberto Speranza presenta ai presidenti di regione le ipotesi allo studio e il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, auspica una condivisione del piano che dovrà essere messo in atto – afferma – già dalle prossime settimane.

Tre le possibili soluzioni: sottoporre chi rientra a test antigene nei luoghi in cui arrivano (nei porti o negli aeroporti, ad esempio), introdurre l’obbligo di presentare un certificato di test negativo fatto nelle 72 ore precedenti o, infine, imporre ai cittadini di comunicare il rientro alla Asl di appartenenza per effettuare un tampone nelle 48 ore successive. Una decisione si troverà nei prossimi giorni.

Il governo, ha sottolineato Boccia, “vuole assicurare la massima sicurezza. La proposta che facciamo alle Regioni è di rendere il servizio sanitario territoriale, già molto rafforzato dall’impegno comune, in grado di garantire tamponi a chi rientra dall’estero, con i risultati entro 48 ore”. Per il titolare degli Affari regionali “la sicurezza di tutti i cittadini è la priorità assoluta; dobbiamo restare il Paese più sicuro al mondo sul piano sanitario”, ha aggiunto auspicando “che ci possa essere con le Regioni una condivisione del metodo da utilizzare”.

E proprio dai governatori sono già arrivati i primi commenti favorevoli. Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, al termine della riunione ha sottolineato: “E’ stato recepito l’allarme che abbiamo lanciato. Sono d’accordo con l’idea di potenziare il monitoraggio su chi entra in Italia da aree a rischio, ma ritengo che ciò debba avvenire di pari passo con il blocco degli ingressi irregolari. Sarebbe infatti difficilmente giustificabile imporre il tampone a chi va in vacanza in Croazia e al contempo tollerare ingressi di migranti senza alcun controllo”. Favorevoli al piano del governo – viene riferito – anche il Veneto e l’Emilia Romagna che erano pronte a varare provvedimenti simili in autonomia 

AGI – Pur senza essere stata a contatto con il virus, una buona parte della popolazione potrebbe avere cellule immunitarie in grado di riconoscere SARS-CoV-2, il che forse potrebbero portare a un vantaggio nel combattere l’infezione.

Questa l’ipotesi di un articolo di sintesi, pubblicato sulla rivista Nature Reviews Immunology dagli esperti del Center for Infectious Disease and Vaccine Research presso La Jolla Institute for Immunology, secondo cui alcune persone potrebbero presentare un grado di protezione sconosciuto.

“Quello che abbiamo scoperto – spiega Alessandro Sette del Center for Infectious Disease and Vaccine Research – è che circa il 50 percento dei soggetti che non sembravano essere stati esposti al virus presentava una certa reattività delle cellule T, quelle che l’organismo produce a seguito di un’infezione per fare in modo di riconoscere lo stesso agente patogeno in futuro”.

Il team ha confrontato campioni di sangue prelevato da pazienti COVID-19 con campioni prelevati a San Diego tra il 2015 e il 2018. “Avevamo la certezza – continua Shane Crotty, collega e coautore di Sette – che i pazienti degli anni scorsi non fossero stati esposti a SARS-CoV-2, eppure circa la metà dei campioni presentava reattività”.

Pubblicato in prima revisione sulla rivista Cell a fine giugno, lo studio degli esperti, che potrebbe implicare una predisposizione all’immunità per una percentuale significativa della popolazione, sembra essere ora confermato da altre ricerche, condotte in laboratori differenti in altre parti del mondo, con tecniche diverse e variazioni nelle metodologie.

Il ruolo delle cellule T

“Una possibile spiegazione – aggiunge Sette – è che questo riconoscimento da parte delle cellule T potrebbe essere dovuto in parte all’esposizione di uno dei quattro coronavirus circolanti noti, causano il raffreddore comune in milioni di persone ogni anno. Si tratta di un dibattito ancora aperto, stiamo lavorando per avere risposte”.

Gli esperti precisano che il ruolo delle cellule T nei confronti dell’infezione dovuta a SARS-CoV-2 deve essere ancora esplorato a fondo. “Non sappiamo ancora – osserva Crotty – se il riconoscimento da parte delle cellule T sia positivo o meno, ma pensiamo che sia ragionevole ipotizzare che possa portare a una maggiore efficienza del sistema immunitario”.

Secondo il ricercatore, infatti, questo potrebbe portare a sviluppare sintomi meno gravi. “Non sorprende – commenta Arturo Casadevall, direttore del Dipartimento di Microbiologia molecolare e immunologia della Johns Hopkins School of Public Health – perché i coronavirus sono correlati tra loro, e ogni anno ci imbattiamo in un nuovo ceppo. È altamente probabile che le cellule T abbiano imparato a reagire a questa famiglia di virus. Quello che è fondamentale scoprire riguarda gli effetti di questa reattività”. 

Casadevall ha esplorato l’idea del motivo per cui l’infezione da SARS-CoV-2 si manifesti in modi così disparati nella popolazione, discutendo i risultati in un articolo pubblicato su Bloomberg.com. “Una delle variabili – spiega il direttore del Dipartimento di Microbiologia molecolare e immunologia della Johns Hopkins School of Public Health – è la storia immunologica, che riguarda il trascorso sanitario del paziente, malattie, infezioni, vaccini, disturbi patologici e tutti i fattori che influenzano le reazioni immunitarie. Tra le poche cose che abbiamo scoperto di COVID-19 è che le problematiche più serie derivano dalla risposta immunitaria, la cosiddetta ‘tempesta di citochine’, per cui non sappiamo ancora se la reattività delle cellule T sia da considerarsi positivamente o meno, e neanche se sia la stessa per ogni individuo”.

Risultati ancora preliminari

L’esperto sottolinea infatti che, se per alcuni l’azione delle cellule T potrebbe portare a sviluppare COVID-19 in forma lieve o asintomatica, per altri potrebbe provocare una reazione immunitaria eccessiva. “I dati sono ancora in qualche modo preliminari – afferma Sette – ma sembra che la risposta immunitaria dipenda dal sistema immunitario innato, non dalle cellule T”. Gli sforzi per la vaccinazione, sottolineano gli autori, dovranno tenere conto di queste scoperte.

“Quello che sappiamo – commenta Bruce Walker, direttore del Ragon Institute of Massachusetts General Hospital, MIT e Harvard – è che la maggior parte dei vaccini che utilizziamo si basa sulla produzione di anticorpi, ma in questo caso le cellule T potrebbero attenuare la malattia e rendere le infezioni asintomatiche, invece di attaccare l’agente patogeno prima che la malattia si diffonda nell’organismo”.

Immunità di gregge più vicina del previsto

Gli esperti sostengono che tutto questo suggerisce anche che l’immunità di gregge potrebbe essere raggiunta più precocemente del previsto. “Se buona parte della popolazione presenta già un livello interessante di immunità – interviene John Ioannidis, docente di Medicina, epidemiologia e salute presso la Stanford University – sarà necessario raggiungere una percentuale di contagio molto ridotta. In altre parole, se esiste un’immunità di gregge, essa muterà in base alla velocità con cui il virus si diffonde attraverso diverse comunità e popolazioni”.

Sette e Crotty sottolineano che l’argomento solleva più domande di quante risposte riesca a fornire. “Sappiamo che i coronavirus circolanti comuni (CCC) – spiegano gli scienziati – si presentano con una certa ciclicità, che differisce in base alle diverse aree geografiche. La verità è che non sappiamo ancora cosa accadrà nel prossimo futuro”.

“Tutti vorrebbero una risposta semplice – conclude Casadevall – ma ci sono troppe variabili che non conosciamo e che si combinano in modi imprevedibili e sono influenzate dalla storia del paziente, dalla sua alimentazione, dal momento in cui avviene l’infezione, dalle reazioni immunitarie e così via. Ci sono tanti interrogativi irrisolti”.

AGI – Dimostra una “forte risposta immunitaria” il vaccino contro il Covid-19 in via di sviluppo dalla Johnson & Johnson. I dati, pubblicati su Nature, rivelano che il vaccino sperimentale, basato su vettori derivati da adenovirus di serotipo 26 (Ad26) ha indotto una forte risposta immunitaria come provato dagli “anticorpi neutralizzanti”, riuscendo a prevenire infezioni successive e proteggendo completamente o quasi completamente dal virus i polmoni di primati non umani (NHPs) nello studio pre-clinico. In forza di tali dati, un trial clinico first-in-human di fase 1/2 per il candidato vaccino su volontari sani è stato ora avviato negli Stati Uniti e in Belgio. “Siamo felici di questi dati pre-clinici, perché mostrano che il nostro vaccino candidato contro il SARS-CoV-2 ha dato luogo ad una forte risposta anticorpale e ha fornito una protezione completa o quasi completa con una singola dose”, ha sottolineato Paul Stoffels, M.D., Vice Presidente del Comitato Esecutivo e Chief Scientific Officer di Johnson & Johnson, “i risultati ci incoraggiano mentre progrediamo nello sviluppo del nostro vaccino, e in parallelo potenziamo la produzione, avendo iniziato un trial di fase 1/2a in luglio con l’intenzione di passare ad una sperimentazione di fase 3 in settembre”.

Gli studi pre-clinici sono stati condotti da ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) in collaborazione con le Janssen Pharmaceutical Companies di Johnson & Johnson e altri, nell’ambito della collaborazione in essere per accelerare lo sviluppo di un vaccino anti SARS-CoV-2. Negli studi i ricercatori hanno prima immunizzato i primati non umani con una serie di prototipi di vaccino, per poi infettarli con il SARS-CoV-2. Gli scienziati hanno scoperto che, dei sette prototipi di vaccino testati nello studio, l’Ad26.COV2.S (indicato come Ad26-S.PP nell’articolo su Nature) induceva i livelli più elevati di anticorpi neutralizzanti contro il SARS-CoV-2. Il livello anticorpale era correlato al livello di protezione, a conferma di precedenti osservazioni, proponendosi come potenziale biomarcatore della protezione vaccinale.

I sei soggetti cui era stata somministrata una singola immunizzazione con Ad26.COV2.S non avevano virus rilevabile nel tratto respiratorio inferiore dopo l’esposizione al SARS-CoV-2, e solo in uno dei sei il tampone nasale ha rilevato livelli molto bassi del virus in due momenti temporali. “Mentre combattiamo collettivamente questa pandemia, rimaniamo profondamente dediti al nostro scopo di fornire al mondo un vaccino sicuro ed efficace. I nostri risultati pre-clinici ci danno motivo di essere ottimisti nell’avviare i trial clinici first-in-human, e siamo entusiasti di affrontare la prossima fase della ricerca e sviluppo di un vaccino anti COVID-19. Sappiamo che, se avremo successo, questo vaccino sarà in grado di essere rapidamente sviluppato, prodotto su larga scala e portato in tutto il mondo” ha affermato Mathai Mammen, M.D., Ph.D., Responsabile Globale Janssen Research & Development, Johnson & Johnson. 

Il vaccino, su cui si concentrano molte speranze perchè è tra i pochi, al momento, a dimostrare una chiara efficacia anche con singola dose, sarà parzialmente prodotto anche in Italia. Lo aveva annunciato il 6 luglio il ministro della Salute Roberto Speranza. Il confezionamento del farmaco sarà completato nei laboratori dell’azienda Catalent di Anagni, in provincia di Frosinone. La stessa dove si “infialeranno” (ossia si confezioneranno le singole dosi), sempre ovviamente se saranno supererati tutti i test di efficacia e sicurezza, le 400 milioni di dosi di vaccino prodotto da AstraZeneca dopo essere stato messo a punto dall’Università di Oxford. “Sono belle notizie – aveva commentato Speranza – che testimoniano come l’Italia e le sue eccellenze scientifiche e produttive siano al centro della sfida mondiale per il nuovo vaccino”. 

AGI – “Sto lavorando ad grande piano su alcuni assi fondamentali, serve una cifra dai 20 miliardi in su se vogliamo fare un’azione vera e reale di cambiamento copernicano sul nostro sistema sanitario nazionale”. Lo ha annunciato a Radio 24 il ministro della Salute, Roberto Speranza. 

Dove si interverrà? Speranza ha specificato che gli “ambiti sono vari. Noi abbiamo bisogno di un grande investimento sulla sanitaà digitale, tema sul quale l’Italia è in ritardo. Abbiamo bisogno di investire sulla sanitaàdel territorio, sui presidi ospedalieri. C’è poi il tema enorme – ha proseguito il ministro – che riguarda la nostra capacità come paese di attrarre gli straordinari investimenti che si fanno a livello globale sull’industria farmaceutica, e c’è anche un grande tema tra sanità e ambiente. Io penso che – ha sottolineato Speranza – dobbiamo lavorare a un grande piano di rilancio del nostro Ssn e della nostra sanità pubblica”.

Quali risorse usare? “A me vanno bene il Mes, il Recovery Fund, le risorse prese con le nostre aste ordinarie” ha dichiarato il ministro – quello che non può accadere è che le risorse non arrivino. Penso che se c’è una stagione in cui arrivano nuove risorse, il Servizio sanitario nazionale deve essere il primo capitolo da finanziare”. 

Uno studio realizzato da un’equipe di ricercatori torinesi apre nuove prospettive per l’approccio ai malati con tumore del colon retto. La ricerca “EGFR blockade reverts resistance to Krasg 12C inhibition in colorectal cancer”,  pubblicata sulla rivista scientifica “Cancer Discovery”, è stata condotto da un team internazionale guidato da Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di oncologia molecolare all’IRCCS Candiolo e docente del Dipartimento di oncologia dell’università di Torino e coordinato da Sandra Misale, attualmente ricercatrice associata al “Memorial Sloan Kettering Cancer Center” di New York.

Il team ha esaminato su modelli cellulari gli effetti di “AMG510”, un farmaco sperimentale contro il cancro che agisce da inibitore del gene “KRAS G12C”.  “Si tratta – spiegano i ricercatori –  di uno dei geni mutati più comuni nei tumori umani, come il cancro ai polmoni, al colon-retto e al pancreas ed è stato considerato incurabile per decenni, fino al recente sviluppo di una nuova classe di inibitori covalenti, tra cui il promettente AMG510, capaci di inibire una delle versioni mutanti del KRAS, la G12C”.

“L’utilizzo dell’inibitore AMG510 del gene KRAS G12C, seppur in una fase ancora sperimentale, – si dice ancora – ha mostrato risultati promettenti sui pazienti colpiti da cancro ai polmoni. Tuttavia, per i pazienti affetti da cancro al colon-retto i risultati sono stati meno positivi”.  

“In questo lavoro, abbiamo cercato di comprendere i meccanismi alla base delle differenze di lignaggio nelle cellule del cancro ai polmoni e del cancro al colon-retto – dichiara Sandra Misale – I dati ci dicono che, nonostante ospitino la stessa mutazione, ci sono differenze intrinseche nel manifestarsi tra i due tipi di cancro, che si traduce in sensibilità diverse dell’inibizione del gene KRAS G12C. Queste scoperte hanno una rilevanza immediata per i pazienti affetti da cancro al colon-retto con un tumore causato dalla mutazione del gene KRAS G12C”.

 Alla base di questa differenza ci sono vari livelli di attivatori del gene KRAS nei due diversi tipi di tumore. Attaccando i recettori del fattore di crescita epidermico con medicinali mirati, i ricercatori hanno dimostrato che “i modelli di cancro al colon-retto trattati con inibitori del gene KRAS G12C possono bloccare la proliferazione e indurre la morte delle cellule tumorali. Questi medicinali mirati – anticorpi monoclonali – sono già approvati per il trattamento di altri sottotipi di cancro al colon-retto”.

Il gruppo di ricerca ha testato questa combinazione farmacologica in modelli preclinici derivati da pazienti affetti da cancro al colon-retto, fra cui organoidi tumorali, riscontrando una riduzione della crescita del cancro ed, in alcun i casi, una  completa regressione del tumore.​  Nel futuro, grazie a questo studio sperimentale, che necessita di conferme sull’uomo, si potrebbero aprire nuove prospettive per l’approccio ai malati con tumore del colon-retto. 

Mal comune, nessun gaudio. Immuni non ha sfondato, ma negli altri Paesi le applicazione per il tracciamento dei contagi non vanno molto meglio (salvo che in Australia). Secondo una stima di Sensor Tower, sono state installate solo dal 9,3% dei cittadini.

Il dato riguarda i Paesi oltre i 20 milioni di abitanti nei quali il governo ha raccomandato di scaricare un’app. L’Italia è quinta tra i 13 Stati analizzati: Immuni sarebbe stata scaricata dal 7,2% dei cittadini sopra i 14 anni.

Non ci sono numeri magici, ma

I Paesi presi in considerazione da Sensor Tower mettono insieme una popolazione di 1,9 miliardi di persone. Vuol dire che a utilizzare app per il tracciamento dei contagi sono quasi 173 milioni di cittadini. Amesh Adalja, ricercatore del Johns Hopkins University Center for Health Security, ha affermato che non ci sono numeri magici e che non è possibile definire solo da una percentuale il successo o l’insuccesso di un’app.

Al di là di ogni ragionevole dubbio, però, la media del 9,3% è quantomeno deludente (per non dire insufficiente). Come molte medie, però, nasconde risultati molto diversi e mescola casi in cui l’adozione è stata soddisfacente con altri in cui è stata quasi nulla. Con l’Italia a metà strada.

Il caso australiano

L’unica promossa sembra essere l’Australia. COVIDSafe è stata installata da 4,5 milioni di persone, pari al 21,6% della popolazione. Più di un australiano su cinque ha scaricato l’app. Ha giocato a favore il fatto di essere stata pubblicata in tempi brevi: è disponibile dal 26 aprile.

Da quel momento è rimasta in vetta alla classifica delle app gratuite più scaricate sugli iPhone australiani per 24 giorni. Vuol dire che per quasi un mese ha avuto più download di TikTok o Zoom. E ancora oggi è in testa nella categoria “Salute e Fitness”.

La Germania corre

Seconda, per quota di adozione, è Hayat Eve Sıgar, app installata dal 17.3% dei cittadini turchi (poco più di 11 milioni di persone). Terza la tedesca Corona-Warn-App: è stata scaricata dal 14,4% dei cittadini ma, sottolinea Sensor Tower, è quella che si è diffusa più in fretta: è stata infatti lanciata solo il 15 giugno, cioè una settimana dopo l’inizio della sperimentazione di Immuni.

Ma rispetto all’app italiana ha un tasso di adozione doppio. A conferma che la rapidità di rilascio è stata importante, ma non è stata tutto. In India non sono stati sufficienti neppure gli obblighi per far decollare l’applicazione Aarogya Setu, installata dal 12,5% dei cittadini. Vista la popolazione, in termini assoluti l’India è il Paese che ha raccolto più utenti: 127,6 milioni. Un numero che dovrebbe essere integrato – anche se con effetti limitati dalle app locali, rese disponibili solo in alcuni Stati.

Sud-Est asiatico a zero

Le app di Perù (adottata dal 6,8% dei cittadini), Giappone (5%) e Arabia Saudita (4,9%) hanno registrato percentuali di adozione inferiori rispetto a Immuni. Più indietro ancora l’app francese (ferma al 3,1%) e l’indonesiana PeduliLindungi (al 2,3%). La media è poi ulteriormente appesantita da Thailandia, Vietnam e Filippine, dove l’adozione non arriva all’1%. Al di là delle posizioni in classifica e dei numeri virgola, c’è poco da stare allegri. Visto che si tratta di una pandemia, nessuno è al sicuro fino a quando non lo sono tutti.   

AGI – Mentre la società americana di biotecnologia Moderna si prepara per avviare il prossimo 27 luglio, il trial di fase III, quello su vasta scala, del suo vaccino contro il Covid-19 (mRNA-1273), trapelano indiscrezioni circa la pubblicazione domani su Lancet dei primi dati della sperimentazione di un altro vaccino anche lui entrato in fase III di sperimentazione, quello di Astra Zeneca. Le indiscrezioni hanno avuto un effetto in borsa facendo salire in borsa il titolo del 5 per cento in queste ore.

Negli ultimi giorni intorno al vaccino progettato dallo Jenner Institut dell’Università di Oxford, ingegnerizzato sulla piattaforma della Advent srl di Pomezia che sarà prodotto da AstraZeneca si rincorrono voci. In un articolo de La Stampa sono stati anticipati risultati della sperimentazione del vaccino. Dalle indiscrezioni trapelate che non hanno al momento ancora trovato conferma, il vaccino sarebbe relativamente efficace perché ridurrebbe la malattia a solo un evento leggero con un po’ di tosse e raffreddore, mentre, per ottenere l’immunizzazione completa occorrerebbe una seconda dose. Si tratta di un’enorme complicazione dal punto di vista logistico che avrebbe spinto, l’Emea, l’ente che regola l’autorizzazione al commercio dei farmaci in Europa ad autorizzare comunque la somministrazione del vaccino alle fasce più deboli della popolazione.

In attesa di ulteriori chiarimenti sulla questione, oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che sono almeno 75 i paesi che hanno presentato manifestazioni di interesse per proteggere le loro popolazioni e quelle di altre nazioni attraverso l’adesione allo strumento COVAX, un meccanismo progettato per garantire un accesso rapido, ed equo ai vaccini COVID-19 in tutto il mondo.

I 75 paesi, che finanzieranno i vaccini con le proprie finanze pubbliche, collaboreranno con un massimo di 90 paesi a basso reddito che potrebbero essere sostenuti attraverso donazioni volontarie al COVAX Advance Market Commitment (AMC) di Gavi. Insieme, questo gruppo di massimo 165 paesi rappresenta oltre il 60% della popolazione mondiale. Nel gruppo vi sono rappresentanti di tutti i continenti e oltre la metà delle economie del G20 del mondo. “COVAX è l’unica soluzione veramente globale alla pandemia di COVID-19”, ha dichiarato Seth Berkley, CEO di Gavi, Vaccine Alliance. “Per la stragrande maggioranza dei paesi, – ha aggiunto – significa ricevere una quota garantita di dosi ed evitare di essere spinti in coda nella distribuzione del farmaco come è accaduto durante la pandemia di H1N1 dieci anni fa. Anche per quei paesi che sono in grado di assicurarsi i propri accordi con i produttori di vaccini, questo meccanismo rappresenta, attraverso il suo portafoglio in cui sono presenti i maggiori candidati vaccini che sono in corso di sperimentazione, un mezzo per ridurre i rischi associati ai singoli candidati che non riescono a dimostrare efficacia o ottenere licenze”.

Attualmente, secondo le stime del Milken Institute di Santa Monica, sono 194 i vaccini in fase di studio e 17 quelli avviati a sperimentazione clinica. Secondo l’OMS, COVAX “raggiungerà questo obiettivo condividendo i rischi associati allo sviluppo del vaccino, investendo nella produzione in anticipo in modo che i vaccini possano essere distribuiti su larga scala non appena si dimostrano efficaci, e unendo gli appalti e il potere d’acquisto per raggiungere volumi sufficienti per porre fine alla fase acuta della pandemia entro il 2021”.

L’obiettivo di COVAX e’ fornire due miliardi di dosi di vaccini sicuri ed efficaci che hanno superato l’approvazione normativa e / o la prequalificazione dell’OMS entro la fine del 2021. Questi vaccini sarannèconsegnati allo stesso modo in tutti i paesi partecipanti, in proporzione alle loro popolazioni, inizialmente dando la priorità agli operatori sanitari, quindi espandendosi per coprire il 20% della popolazione dei paesi partecipanti. Ulteriori dosi saranno quindi rese disponibili in base alle necessità del paese, alla vulnerabilità e alla minaccia COVID-19. Lo strumento COVAX manterrà anche una riserva di dosi per le emergenze e l’uso umanitario, compreso il trattamento di gravi focolai prima che sfuggano al controllo. 

Nessuno ha ancora chiesto all’agenzia europea per il farmaco l’autorizzazione a testare un vaccino per il Covid-19 ed è necessario tenere ancora la guarda alta perchè il virus “circolerà ancora per parecchio”. È il monito lanciato sulle pagine de La Stampa da Guido Rasi, direttore esecutivo dell’Agenzia europea per i medicinali, che riconosce all’Italia post lockdown di aver “acquisito una posizione di vantaggio che ora non deve perdere”.

“Mi guardo bene dal giudicare l’operato dei governi ma il virus nel mondo viaggia al ritmo di 200 mila contagi al giorno” dice Rasi, “e la mia previsione è che circolerà ancora per parecchio, forse più di un anno. Per questo servono protezioni, distanziamento e rispetto delle norme igieniche. Oltre che gli strumenti per spegnere sul nascere i piccoli focolai”. 

Tuttavia il “primo obiettivo è il vaccino” dice Rasi. “La verità è molto semplice: sul tavolo dell’Ema non è arrivato ancora alcun dato. Sappiamo che alcuni sono nella fase due sull’uomo, altri, come quello di AstraZeneca e Università di Oxford in quella 3 allargata sull’uomo. Ma senza dati per noi in questo momento sono tutti ai nastri di partenza” e “per autorizzare l’immissione in commercio dobbiamo avere dati attendibili, tali da poter dire che in queste circostanze epidemiche il rapporto rischio-beneficio è favorevole al vaccino”.

Per poi annunciare sul vaccino: “Comunque se tutto procedesse nel migliore dei modi diciamo che le prime dosi potrebbero essere somministrate ad inizio 2021. Ma ci sono ancora molte cose da capire sulla risposta immunitaria generata dal virus”, precisa Rasi che sullo studio del King’s College di Londra chiarisce: “È uno studio importante, anche se condotto su un gruppo ristretto di popolazione e se confermato si potrebbe ipotizzare anche il rischio di ricadute anche più gravi per i pazienti che hanno contratto e superato l’infezione”. 

Cosicché le sue preoccupazioni al momento restano “le stesse di tre mesi fa, quando dissi che la strada per il vaccino è irta di ostacoli. Stiamo parlando di un virus nuovo del quale sappiamo di non sapere. Non conosciamo quanto duri la risposta immunitaria e nemmeno di che tipo sia. Se sia più efficace quella cellulare, ossia la produzione di linfociti T che uccidono direttamente l’ospite sgradito. Oppure se funzioni meglio la risposta dei linfociti B, che generano la produzione di anticorpi specifici”.

Per questo motivo Rasi invita tutti “ad essere più cauti”, ma assicura che “l’Ema comunque garantirà la massima sorveglianza sugli effetti dei vaccini quando si arriverà a somministrarli”.

AGI – Una terapia cellulare testata su 13 pazienti intubati con ventilazione meccanica ha dimostrato di essere efficace per il miglioramento clinico dei casi critici di COVID-19, al punto che i tassi di mortalità dei pazienti critici con coronavirus sono passati dall’85% al 15%.

Questi sono i primi risultati del progetto BALMYS-19, co-guidato dal professore dell’Università Miguel Hernández (UMH) e ricercatore presso l’Istituto di ricerca sulla salute di Alicante (ISABIAL) Bernat Soria, insieme al professor Damián García-Olmo del Jiménez Fondazione Díaz (Università Autonoma di Madrid) i cui risultati sono stati pubblicati su The Lancet’s EClinical Medicine. Altre sei università spagnole e sei ospedali hanno preso parte allo studio.

Il professor Soria ha iniziato le sue ricerche sull’uso della terapia cellulare presso la UMH e, successivamente, presso il National University Hospital di Singapore durante l’epidemia asiatica di SARS-1 nel 2003, dove ha osservato gli intensi infiltrati polmonari nelle biopsie di questi pazienti.

A differenza della SARS-1, nell’infezione da coronavirus SARS-CoV-2, il quadro clinico mostra una depressione del sistema immunitario (linfopenia), una risposta infiammatoria estrema diffusa, danni ai tessuti, ipercoagulabilità e intenso disagio polmonare che richiede l’ammissione in terapia intensiva.

Questa terapia avanzata si basa su cellule staminali con proprietà rigenerative, antinfiammatorie e immunoregolanti ed è la prima terapia cellulare per COVID-19 interamente sviluppata e prodotta in Spagna. Durante lo studio pilota, sono stati trattati pazienti con coronavirus critici che non rispondevano al trattamento convenzionale di terapia cellulare, composto da cellule stromali mesenchimali allogeniche, in dosi di un milione di cellule per chilo di peso, in una o più dosi.

I risultati del suo uso nei pazienti con coronavirus ammessi nelle ICU sono stati confrontati con l’evoluzione clinica e la mortalità di casi simili. Secondo i risultati ottenuti, la nuova terapia cellulare non provoca reazioni avverse, ma comporta un miglioramento clinico e radiologico generale. Il tasso di mortalità dei pazienti è diminuito dal 70-85% al 15% (due pazienti). La maggior parte delle persone trattate con la terapia cellulare sono state estubate durante il periodo di raccolta dei dati.

I loro marker di infiammazione (proteina C-reattiva e ferritina), coagulazione (D-dimero) e danni ai tessuti (lattato deidrogenasi) sono diminuiti. Inoltre, è stato verificato che il farmaco non ha ridotto la conta dei linfociti. In effetti, i risultati mostrano che il nuovo trattamento aumenta la presenza di linfociti T (che attaccano direttamente il virus) e linfociti B (che sintetizzano gli anticorpi).

Gli autori dello studio spiegano che le terapie cellulari, a differenza di altri trattamenti, sono “farmaci vivi” e devono essere utilizzate da personale medico qualificato e prodotte da dipartimenti accreditati dall’Agenzia spagnola per i medicinali e i prodotti sanitari. La conoscenza delle basi scientifiche biologiche di questi trattamenti, nonché della fisiologia dell’interazione tra il farmaco e l’ospite, sono essenziali per la loro corretta gestione. 

La Texas Medical Association ha redatto una lista di azioni assegnando a ognuna di esse un punteggio per classificarle in base alla pericolosità di contagio da COVID-19.

Partendo da quelle meno pericolose, aprire la posta è un’azione che si può compiere con la massima serenità, un punto in più in termini di gravità per il fare benzina, giocare a tennis, ordinare cibo take away o andare in campeggio.

Lontane dalla zona rossa anche altre azioni che siamo abituati a svolgere nel quotidiano come fare la spesa o passeggiare e correre all’aperto. Sono considerate ancora azioni “moderatamente basse” alloggiare in hotel per due notti, sedere in sala d’attesa dal medico, andare in biblioteca o al museo, mangiare in un ristorante all’aperto o camminare in un luogo affollato.

La linea si tinge di giallo quando parliamo di cenare a casa di altre persone, andare in spiaggia e fare acquisti in un centro commerciale. Lavorare in ufficio è un’attività una tacca più pericolosa, così come la scuola per i figli e nuotare in una piscina pubblica.

La situazione si fa più seria quando si tratta di andare dal barbiere o dal parrucchiere, così come cenare fuori al chiuso, partecipare a matrimoni o funerali, viaggiare in aereo, praticare sport di contatto come calcio o basket e salutare con strette di mano e abbracci i propri amici.

Attenzione ai massimi livelli quando andiamo in palestra, al cinema o al teatro; attenti anche ai grandi concerti, quando ricominceranno, è chiaro, allo stadio, attività ancora negata, e a cerimonie con oltre 500 partecipanti; insomma, tutte quelle attività che prevedono un assembramento eccessivo. Anche mangiare e frequentare nei bar è considerata attività particolarmente a rischio.

 

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