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I ricercatori dell'Università Campus Bio-Medico di Roma hanno scoperto e dimostrato, per la prima volta, il ruolo decisivo di una molecola lipidica, la resolvina D1, nell'insorgenza dell'insufficienza cardiaca cronica, patologia grave che si manifesta con l'impossibilità del cuore di pompare adeguatamente il sangue. Una malattia che in Italia rappresenta la seconda causa di ricovero, dopo il parto, colpisce il 10 per cento della popolazione over 75 – nonchè l'1,2 per cento dei soggetti tra 18 e 40 anni- e si manifesta in un quarto dei pazienti con infarto entro quattro anni dall'evento.

La malattia si scopre con l'elettrocardiogramma e la visita cardiologica, ma viene certificata dall'eco-cuore, che quantifica la (ridotta) capacità di contrazione del muscolo cardiaco. A quel punto, il rischio di episodi di scompenso e' sempre dietro l'angolo, fino alla necessita' urgente di un trapianto. Gli scienziati sono stati in grado di evidenziare la ridotta presenza della resolvina D1 nel sangue dei malati.

Uno studio interdisciplinare effettuato su lievito di birra Saccharomyces cerevisiae (S. cerevisiae) ha condotto alla scoperta di tre geni che portano l'informazione genetica necessaria alla fabbricazione di altrettante proteine, la cui mancanza o difetto potrebbe essere la causa di malattie neurodegenerative nell'uomo. Alla ricerca, che ha utilizzato come strumento d'indagine il Tellurito di potassio, un composto la cui tossicità è collegata a malattie quali l'Alzheimer e il Parkinson, hanno partecipato tra l'altro ricercatori dell'Istituto di bioscienze e biorisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbr) e del gruppo di ricerca dell'Università del Salento diretto da Pietro Alifano. Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports.

E' rivoluzione per la malattia di Huntington giovanile, manifestazione rara della malattia di Huntington, patologia rara a sua volta, ereditaria, neurodegenerativa, di origine genetica. Uno studio prevalentemente italiano, il primo al mondo condotto su giovani pazienti in collaborazione con istituti internazionali, scopre infatti la variante più aggressiva della malattia, con insorgenza in età infantile. Si tratta di una "anomalia" genetica che rende la proteina responsabile della malattia ancora più tossica e pericolosa per il normale sviluppo di precise aree dell'encefalo alterando la crescita normale e armonica del sistema nervoso.

Questo causa un impatto ancora maggiore e più drammatico sulla qualità e conduzione della vita già subito dopo la nascita. La straordinaria scoperta potrebbe consentire la messa a punto di strategie terapeutiche per la prevenzione dei sintomi già molto prima delle manifestazioni cliniche che, in genere, si presentano in età adulta. La prevenzione di processi neurodegenerativi, come accade nell'invecchiamento cerebrale, rappresenta da sempre un traguardo fortemente auspicato dalla comunità scientifica. 

Andrew Wardle, di Manchester, ha fatto l'amore per la prima volta a 45 anni. Prima non gli era stato proprio possibile. L'uomo è nato con una condizione rara chiamata estrofia della vescica, che colpisce un uomo su 28 milioni e che di fatto lo rende privo di pene.

La sua vita sessuale era praticamente inesistente, fino a quando non è stato sottoposto a un intervento pionieristico di impianto di una protesi. Precisamente un pene dal valore di 50 mila sterline, impiantatogli all'University College Hospital London lo scorso giugno con un intervento durato 10 ore in cui sono stati utilizzati tessuti prelevati dal braccio e nervi prelevati dalle gambe.

Andrew ha atteso sei settimane dall'intervento prima di poter mettere alla prova il nuovo organo, poi finalmente è riuscito a coronare il suo sogno con la 28enne Fedra Fabian, sua fidanzata da 6 anni. E' bastato spingere un pulsante nel suo inguine per attivare l'erezione grazie a un fluido salino erogato da una valvola inserita nello scroto: "E' stato bello e naturale ed è cosi' che volevo che fosse", ha raccontato l'uomo al Sun. Il rapporto è durato 30 minuti circa e sarebbe stato "fantastico". "Sono cosi' soddisfatto", ha detto l'uomo. La protesi è collegata ai testicoli e questo potrebbe permettere alla coppia di avere dei figli. 

La percentuale di casi di tumore in Europa risulta in aumento ma diminuisce il tasso di mortalità. Emerge dall'ultimo rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla "Salute in Europa". Il 2,4% della popolazione nei 53 Paesi della "regione Europa" dell'Oms ha avuto il cancro nel 2014, pari ad un incremento del 50% rispetto al 2000. Negli Stati nordici come la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, la Danimarca e l'Islanda, la percentuale di casi di tumore è al 5% mentre è all'1,8% in 10 ex repubbliche sovietiche.

Nell'Unione europea, nel 2013, la percentuale di tumori era al 2,8%, con una maggiora diffusione tra le donne (2,9%) rispetto agli uomini (2,7%). I nuovi casi di tumore al seno sono saliti del 30% tra il 2000 e il 2014 quando sono stati registrati 110 casi ogni 100.000 donne. Il tasso di mortalità per tumore al seno, dagli anni Novanta, è diminuito a 20 vittime ogni 100.000 donne nel 2015, pari al 21% nell'Ue, dal 26,8% nel 2000.

I casi di tumore al collo dell'utero risultano in progressiva diminuzione e le morti sono state praticamente dimezzate nell'Unione europea da dagli anni Settanta, con tre vittime ogni 100.000 donne nel 2015. Anche i tumori ai bronchi, alla trachea e ai polmoni presentano variazioni in seno alla "regione Europa". In Francia, ad esempio, tra il 2000 e il 2015, sono raddoppiati da 47 a 70 casi ogni 100.000 persone, a fronte di un incremento dell'11% registrato in media nell'Ue.

Nella "regione Europa" sono risultati in media invariati a 40 casi per 100.000 abitanti nel 2014. Le morti, per questo tipo di tumori, sono scese nell'intera area del 13% rispetto al 2000 con alcune eccezioni. In Francia il tasso di moralità ha subito una discesa di appena il 2%, con 34,6 morti ogni 100.000 abitanti mentre in Portogallo è aumentato del 10% nello stesso periodo.

Tutti sappiamo come si è formato un medico: libri e articoli, ore e ore sul campo. Il modo in cui funziona l'intelligenza artificiale è meno intuitivo. Abbiamo deciso di chiarirlo, anche perché l'AI sarà sempre più importante per la diagnostica. È questo il ragionamento che ha spinto Quartz a fare un esperimento: allenare due algoritmi a riconoscere un cancro ai polmoni. In un paio d'ore.

L'esperimento

Diciamolo subito: un “medico artificiale” efficiente ha bisogno di più tempo e molti più dati. Il test, condotto grazie al co-fondatore della startup MD.ai Leon Chen e al radiologo Luke Oakden-Rayner, vuole dare un'idea di come funzionino questi “cervelli”. Che presto potrebbero salvarci la vita. Se un oncologo impara dai manuali e dall'esperienza, l'intelligenza artificiale apprende solo dai dati: circa 190.000 immagini, bidimensionali e in 3D, con noduli maligni, benigni o privi di qualsiasi formazione. Un nodulo è un piccolo pezzo di tessuto  di tessuto che non è normalmente presente nei polmoni. Già individuarlo non è semplice. Perché è piccolo e spesso poco visibili. E può essere confuso con altre formazioni. Poi il passo successivo: saper distinguere tra un nodulo maligno e uno che non lo è.

Cosa impara l'AI in 75 minuti

Dopo una ventina di minuti e dopo aver digerito le prime 50.000 immagini, l'algoritmo inizia a dare i primi risultati (ancora scarsi). Individua correttamente circa il 46% dei noduli. Ma non ha ancora cognizione di cosa siano di preciso. A volte, infatti, confonde i vasi sanguigni con un possibile cancro. Dopo mezz'ora, gli algoritmi hanno analizzato 95.000 radiografie. Riescono a individuare il 60% dei noduli. E nel 69% sono in grado di dire con esattezza se sono maligni. “In questa fase, il sistema ha un'estrema sicurezza quando rileva noduli di grandi dimensioni (oltre il centimetro di diametro)”. Mentre “non ha ancora imparato alcune nozioni semplici”.

Anzi, molto semplici. È tarato solo per riconoscere i noduli polmonari, ma non sa cosa sia esattamente un polmone. Individua quindi formazioni in zone del corpo dove i "noduli polmonari" non possono esserci. Per il semplice fatto che sono, appunto, polmonari. In altre parole, spiega Quartz: l'intelligenza artificiale è priva di buon senso perché si attiene ai soli dati. A questo stadio, quindi, combina risultati discreti con falle elementari. “Anche un bambino di tre anni sa distinguere pancia e petto". L'AI invece "non sa cosa siano”. A tre quarti dell'esperimento, dopo quasi un'ora e 143.000 immagini, l'intelligenza artificiale comincia a possedere la materia. Ed evidenzia risultati che Quartz definisce “piuttosto buoni”. Ha ancora difficolta a individuare i noduli (l'accuratezza è del 64%). Anche in questo caso, la pecca è la mancanza di buon senso. Il medico artificiale indica noduli in zone dove è molto raro che ci siano.

Confondendoli spesso con piccole cicatrici. Un medico umano, in questo, è molto più efficiente. Inizia a essere significativa l'accuratezza delle formazioni maligne: 76.38%. Fine dell'esperimento, dopo 75 minuti e oltre 190.000 immagini. L'accuratezza nell'individuazione dei noduli sfiora il 68%. E la capacità di capire quali sono maligni è dell'82.82%. L'intelligenza artificiale è migliorata ancora. Ancora troppo spesso i noduli vengono scambiati con altro. Ma, quando succede, l'AI giudica la formazione benigna. “La risposta terapeutica per il paziente – scrivono gli autori del test – sarebbe quindi simile”.

Conoscenza ed esperienza

“L'intelligenza artificiale funziona molto bene, anche se non è ancora al livello di un radiologo”, conclude Quartz. Molto dipende da un corredo di dati ancora troppo esiguo. Ma se questi sono i risultati ottenuto in meno di due ore e con 190.000 immagini, pensate cosa potrebbe fare un sistema più complesso, con un archivio fatto di centinaia di migliaia di contenuti. Come quelli prodotti ogni giorno da cliniche e ospedali.

Allo stesso tempo, l'esperimento sottolinea i pregi dell'uomo, in grado di usare “le conoscenze pregresse come un'impalcatura”. L'intelligenza artificiale, invece, ha bisogno di costruirla ogni volta. E può farlo solo grazie a una mole enorme di esempi. In questo caso ne sono serviti 50.000 per “insegnare” alle macchine quello che uno studente imparerebbe con un solo manuale. Solo che nessun medico è in grado di leggere un libro in 17 minuti. Il futuro della diagnostica dipenderà dalla capacità di fondere le doti di ognuno: la conoscenza umana con l'esperienza artificiale.  

Riprodotto in laboratorio le cellule della corteccia cerebrale. Anche quelle della corteccia anteriore, responsabili dei movimenti dei muscoli. Da utilizzare per la cura dell'ictus. Per il recupero completo della capacità motoria di braccia o gambe: sostituzione delle cellule cerebrali morte con cellule cerebrali nervose prodotte in laboratorio. È questo il senso (e l'applicazione) della ricerca pubblicata dal gruppo di ricerca coordinato da Federico Cremisi del Laboratorio di Biologia della Scuola Normale di Pisa e da Michle Studer dell'Università di Nizza.

In laboratorio – si legge sull'edizione online de 'Il Tirreno' – la sperimentazione funziona. Ora manca la sperimentazione sull'uomo. Occorrono tre anni e 100mila euro per completare lo studio che conclude una ricerca di 8 anni, precisa Cremisi. Ma il laboratorio alla Normale è gia' attrezzato. Basta partire per arrivare a una soluzione che risolverebbe uno dei problemi più grandi delle malattie di questi anni. "Dalla produzione di cellule nervose in laboratorio. La produzione di cellule nervose "generiche" da cellule staminali è una pratica ormai diffusa fra chi fa ricerca. Noi a Pisa da otto anni, invece, cerchiamo di "caratterizzare" – spiega Cremisi – queste cellule nervose prodotte in laboratorio da cellule staminali". "La novità è che siamo riusciti a produrre in laboratorio cellule nervose "caratterizzate", non più generiche. Nello specifico, in vitro siamo riusciti a produrre sia cellule della corteccia cerebrale posteriore "sensoriale", responsabili del tatto e della vista, sia cellule della corteccia cerebrale anteriore motoria, responsabile dei movimenti".

 "In parole semplici – si legge sempre sull'edizione online de 'Il Tirreno' – ispirandoci a ciò che sapevamo degli embrioni abbiamo somministrato la stessa sostanza FGF (fattore di crescita dei fribroblasti) per la coltivazione in piastra. Questo ha fatto sì che siano state prodotte le cellule per la corteccia anteriore". Quanto al loro utilizzo "possono essere trapiantate negli esseri umani per la cura di alcune patologie". E, circa le patologie, "le cellule cerebrali della corteccia anteriore – prosegue Cremisi – sono ideali per la cura dell'ictus, per il recupero della capacità motoria. Per quelle della corteccia posteriore ancora deve essere individuata la patologia (o le patologie)".

Per la fase "operativa", di trapianto delle cellule nei pazienti "manca tanto e manca poco. Manca la sperimentazione sull'uomo. Mi spiego: la ricerca c'è tutta. Le conoscenze anche. I ricercatori preparati pure. In laboratorio, i risultati ci sono stati. Ora dobbiamo riprodurre il procedimento con cellule umane". Quanto ai tempi per la sperimentazione "A noi, tre anni dall'inizio. Perché abbiamo le conoscenze, il laboratorio attrezzato, ricercatori e dottorandi formati. Oltre a 8 anni di lavoro nel settore alle spalle. Servono anche 100mila euro. Per attrezzare un laboratorio dall'inizio ci vorrebbe mezzo milione, almeno. Ma noi, lo ripeto, siamo avanti".

Suona la prima campanella nelle scuole di tutta Italia e si moltiplicano gli allarmi per il presunto caos vaccini, alimentato da dichiarazioni, annunci di provvedimenti, polemiche, appelli. In realtà, al momento, le cose sono abbastanza definite: rimane in vigore la legge Lorenzin, quindi l'obbligo di 10 vaccini (anti-poliomelitica; anti-difterica; anti-tetanica; anti-epatite B; anti-pertosse; anti Haemophilusinfluenzae tipo B; anti-morbillo; anti-rosolia; anti-parotite; anti-varicella) per l'iscrizione a scuola, pena il non ingresso in classe per i bimbi fino ai 6 anni, e multe da 100 a 500 euro per i genitori dei ragazzi fino ai 16 anni.

Fin qui la legge Lorenzin, a cui si aggiunge l'indicazione contenuta nella circolare Grillo-Bussetti, datata 5 luglio 2018, che consente (non obbliga, e questo è un punto cruciale) agli istituti scolastici di "accontentarsi" dell'autocertificazione delle avvenute vaccinazioni. La legge infatti fissava al 10 luglio scorso la deadline per mettersi in regola e presentare alle scuole il certificato della Asl, mentre con la circolare questo termine di fatto viene "allentato". Una misura, si è sempre sottolineato dal Ministero, pensata per venire incontro soprattutto a chi, magari per cambi di residenza da una regione a un'altra o addirittura dall'estero, avesse ancora difficoltà a ottenere i certificati dall'azienda sanitaria di origine. Nessun condono mascherato, è dunque la posizione del dicastero retto da Giulia Grillo, ma solo una semplificazione burocratica che non libera affatto i genitori dall'obbligo.

Il nodo delle autocertificazioni

La circolare dispone che nelle Regioni in cui non è ancora entrata a regime l'anagrafe vaccinale, che sgrava i genitori dall'onere della documentazione da produrre, solo per l'anno scolastico 2018-19 i dirigenti scolastici "potranno ammettere i minorenni alla frequenza sulla base delle dichiarazioni sostitutive presentate entro il termine di scadenza per l'iscrizione". Nelle Regioni dove invece l'anagrafe vaccinale c'è l'autocertificazione andava presentata entro il 10 luglio, o in alternativa era sufficiente la richiesta di prenotazione delle vaccinazioni.

Le autocertificazioni saranno poi verificate dalle Asl, a cui è previsto che gli istituti scolastici inviino i dati. Difficile, insomma, che possano diventare un passepartout per saltare a piè pari l'obbligo vaccinale. Oltretutto, come detto, la circolare non obbliga i presidi, nè tantomeno i comuni (a cui fanno capo gran parte degli asili nido), ad accettare le autocertificazioni: in queste settimane molti sindaci hanno dichiarato di preferire comunque la versione "originale" della legge Lorenzin, con i certificati della Asl a provare l'avvenuta vaccinazione. Cosa perfettamente compatibile con la circolare stessa. Anche il singolo preside può decidere in tal senso. In ogni caso, ha sempre sottolineato anche il ministro dell'Istruzione Bussetti, la responsabilità di una dichiarazione falsa non ricade mai sui dirigenti scolastici: è sempre individuale.

Rimane il punto più controverso, ossia il fatto che con l'autocertificazione, almeno finché non vengono completate le verifiche della Asl, di fatto non si può essere certi se i bambini in classe siano vaccinati o meno. Punto su cui verte, tra le altre, la petizione su Change.org promossa da genitori di bimbi immunosoppressi – per i quali venire a contatto con un virus potrebbe essere anche fatale – che ha raggiunto le 300 mila firme. Di sicuro la situazione è provvisoria: il ddl di iniziativa parlamentare incardinato in Commissione Sanità al Senato prevede l'"obbligo flessibile", ossia una modulazione dell'obbligatorietà dei singoli vaccini regione per regione, in base alle coperture e ai dati epidemiologici. Mentre l'emendamento Lega-M5s al dl Milleproroghe, che semplicemente rinvia di un intero anno l'obbligo, sembra avviato su un binario morto, visto che la legge andrà in aula solo il 10 settembre e non sarà approvata prima di fine mese, quando ormai in tutta Italia i bambini saranno entrati in classe.

La dieta mediterranea è considerata la più salutare e seguirla tutti i giorni riduce del 10 per cento la mortalità da cancro. Per questo l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e la Fondazione Aiom lancia la campagna Cooking, Comfort, Care. L'obiettivo è promuovere a 360 gradi una nuova e corretta dieta tra i pazienti oncologici e il resto della popolazione.

Parte oggi e prevede un mini-sito web (su www.aiom.it e dal 10 settembre su www.fondazioneaiom.it) con notizie e informazioni sulla dieta mediterranea e la nutrizione del malato di cancro, una forte attività sui social media e la distribuzione di materiale informativo su tutto il territorio nazionale. Riprendono inoltre le pubblicazioni de Il Ritratto della Salute News, il primo free press elettronico della prevenzione che sarà incentrato sulla corretta alimentazione. La newsletter settimanale conterrà interviste agli oncologi e dietisti, approfondimenti, ricette e notizie di benessere. 

Cooking, Comfort, Care

Per Cooking, Comfort, Care sono state ideate alcune speciali ricette per piatti gustosi e adatti sia al malato con tumore del pancreas che alla sua famiglia (qui l'opuscolo in formato pdf). Secondo l'Aiom, le cattive abitudini alimentari sono sempre più diffuse nel nostro paese. Il 42 per cento degli italiani è in eccesso di peso, più del 10 per cento addirittura obeso. Solo un adulto su dieci invece mangia tutti i giorni le cinque porzioni di frutta e verdura raccomandate dagli esperti. E l'alimentazione riveste un ruolo sempre più importante anche per chi sta affrontando gravi e insidiose neoplasie.

Problemi di malnutrizione e conseguente perdita di peso interessano tuttavia ben sette pazienti su dieci con tumore del pancreas. Da qui l'esigenza di promuovere una dieta adeguata e anche gustosa per questa particolare categoria di malati. "Negli ultimi 30 anni la ricerca medico-scientifica si è concentrata sullo studio dei collegamenti tra nutrizione e malattie oncologiche", afferma Stefania Gori, presidente nazionale dell'Aiom.

"È stimato che un terzo di tutte le neoplasie – continua – sono riconducibili alle nostre abitudini alimentari. La dieta è considerata l'unico fattore in grado sia di prevenire che di favorire l'insorgenza dei tumori. Con la nuova campagna vogliamo far capire, a tutti gli italiani, che il cancro si vince giocando d'anticipo. E lo si può affrontare meglio anche prestando molta attenzione a cosa e quanto si mangia tutti i giorni". 

Dieta mediterranea salvavita anche per over 65

A ribadire l'efficacia della dieta mediterranea c'è anche una ricerca del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell'Irccs Neuromed di Pozzilli, in Molise, pubblicata sulla rivista British Journal of Nutrition, che ha analizzato il rapporto tra alimentazione mediterranea e mortalità in un campione di oltre 5 mila persone di età superiore a 65 anni, reclutate nell'ambito dello studio 'Moli-sani'.

I ricercatori hanno anche passato al setaccio altri studi epidemiologici pubblicati finora in diversi Paesi del mondo, per un totale di dodicimila soggetti analizzati. I risultati indicano chiaramente che la dieta mediterranea resta un autentico scudo salvavita, in grado di ridurre sensibilmente il rischio di mortalità anche nelle persone meno giovani. E questo nonostante la dieta mediterranea sia notevolmente cambiata nel corso degli anni, per via dell'ingresso nelle nostre dispense di prodotti della grande distribuzione alimentare e di uno stile di vita profondamente diverso da quello dei contadini del Mediterraneo ai quali la dieta mediterranea di fatto appartiene.

"La novità del nostro studio sta nell'aver puntato la lente d'ingrandimento su popolazioni over 65 – spiega Marialaura Bonaccio, epidemiologa del Dipartimento e primo autore dello studio – Sappiamo da tempo che la dieta mediterranea è efficace nella riduzione del rischio di mortalità nella popolazione generale, ma non sapevamo ancora quanto potesse esserlo anche per gli anziani. I dati dello studio Moli-sani mostrano chiaramente che un modello tradizionale di dieta mediterranea, ricco di frutta, verdura, pesce, legumi, olio di oliva e cereali, poca carne e latticini e un moderato consumo di vino ai pasti, si associa a una importante riduzione media del 25% della mortalità per tutte le cause, con vantaggi, in particolare, per la mortalità cardiovascolare e cerebrovascolare".

Consumo moderato di bevande alcoliche toccasana per la salute 

Tra gli alimenti capaci, nell'ambito di un modello mediterraneo, di offrire una maggiore protezione si distinguono l'elevato consumo di grassi monoinsaturi (largamente presenti nell'olio extra vergine di oliva) e di pesce, ma anche il consumo moderato di alcol, preferibilmente durante i pasti principali.

"Le nostre ricerche considerano l'alimentazione nel suo insieme, ma è comunque interessante capire quali sono i cibi che 'trainano' l'effetto della dieta mediterranea – spiega Bonaccio – I nostri dati confermano quanto già osservato in numerosi studi epidemiologici e meta-analisi condotte sull'argomento, e cioè che il consumo moderato di bevande alcoliche, se inserito in un contesto alimentare di tipo mediterraneo, rappresenta un fattore di protezione per la nostra salute". 

Le infezioni provocate da zecche e da punture di zanzara sono in aumento nell'estate 2018 e la Simit, società italiana malattie infettive e tropicali, ritiene indispensabile l’applicazione rigorosa delle linee guida del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità. Non solo. Gli infettivologi chiedono anche un nuovo piano nazionale di lotta ai vettori che tenga conto delle recenti esperienze, che disponga delle risorse necessarie e che venga realizzato in maniera efficace.

Intervenire subito, e ovunque

La lotta ai vettori – sottolineano – non consente ‘flessibilità locali’ nella sua applicazione, perché la mancata o insufficiente attuazione in un’area può compromettere il risultato anche in aree contigue.

In considerazione delle difficoltà e dei limiti delle azioni tardive sulle zanzare adulte, è auspicabile che su questo piano si inizi a lavorare in tempi brevissimi, al fine di poter ottenere risultati significativi già nel prossimo anno.

West Nile e non solo

Nel bellunese – sottolinea Massimo Galli, presidente della Simit – i casi di infezioni da virus dell’encefalite da zecche riportati a luglio avevano superato il numero delle diagnosi degli anni precedenti, tanto da indurre la Regione Veneto a rendere gratuita la vaccinazione.

Ai primi di luglio, i casi di infezione da virus West Nile, trasmessa dalla zanzara comune, Culex pipiens, erano già più numerosi di quelli segnalati in tutto l’anno scorso. Al 23 agosto erano stati diagnosticati 103 casi di malattia neuro invasiva, tre volte il numero medio di casi – 32 – osservato negli ultimi cinque anni. L'anno scorso, di quest’epoca, i casi segnalati erano in tutto 13.

Non è solo colpa del clima

È probabile – afferma la SIMIT – che le condizioni climatiche delle ultime stagioni abbiano favorito localmente un aumento delle attività dei vettori, zanzare e zecche, che ha avuto come conseguenza un significativo incremento delle malattie da essi trasmesse. Al di là, però, delle condizioni climatiche di un singolo ciclo stagionale, questi fenomeni sembrano inquadrarsi in un contesto assai più vasto e complesso.

Malattie trasmesse da insetti ematofagi si stanno estendendo in gran parte del mondo in aree mai precedentemente toccate. È quanto è già accaduto per tre virus africani come West Nile, Zika e Chikungunya

Secondo il parere motivato di chi analizza scientificamente il fenomeno, ci troviamo di fronte ad una situazione in cui fattori legati alla globalizzazione si sono associati a variazioni climatiche favorenti l’estensione dell’areale di distribuzione dei vettori.

La zanzara tigre e Chikungunya

In Italia, l‘estate scorsa si era chiusa con l’epidemia di Chikungunya a Roma, ad Anzio e in Calabria, la seconda in dieci anni, resa possibile dalla presenza di Aedes albopictus, la zanzara tigre che si è ormai radicata in tutto il paese. Una zanzara teoricamente in grado di trasmettere anche il virus Zika e il virus Dengue, per i quali sembra avere una capacità vettoriale limitata, che non le ha a oggi consentito di essere in grado di causare epidemie sostenute da questi virus nell’area mediterranea.

Il fatto che un’epidemia di Chikungunya si sia verificata in Italia ‘solo’ due volte in dieci anni (o per meglio dire solo due volte da quando una mutazione del virus gli ha consentito di utilizzare anche la zanzara tigre come vettore) dipende dall’impossibilità della zanzara di trasmettere il virus alla propria progenie. Perché un’epidemia si verifichi in Italia bisogna pertanto che una persona o una zanzara infette arrivino da un’area in cui è in corso l’epidemia. Le zanzare tigre ‘italiane’ penseranno poi al resto, amplificando la diffusione del virus. I ceppi che hanno causato le due epidemie italiane, diversi tra loro, sono arrivati entrambi dal subcontinente indiano, una distanza che hanno dovuto necessariamente coprire in aereo.

Per West Nile non c’è ancora il vaccino

Completamente diversa è la situazione per quanto riguarda West Nile. In questo caso il vettore, la comune zanzara Culex pipiens, può trasmettere il virus alle sue uova e quindi alla futura progenie. Fattori climatici, precipitazioni, temperatura estiva si sono dimostrati in grado di influenzare la capacità delle uova deposte di superare l’inverno, di favorire la proliferazione delle popolazioni di zanzare e di consentire l’incremento dell’ibridazione tra il biotipo di Culex che punge quasi esclusivamente l’uomo e quello che punge quasi solo gli uccelli. A portare il virus West Nile in Italia non sono gli aerei, ma gli uccelli migratori.

Come è noto, per West Nile non esiste ancora un vaccino e non disponiamo di farmaci efficaci. Le misure che possono essere impiegate si limitano pertanto ai presidi di protezione degli ambienti domestici (zanzariere, insetticidi) ed individuali (repellenti per insetti).

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