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La primavera è sinonimo di risveglio della natura e con lei riprendono l’attività anche le vipere. A marzo gli esemplari maschi ricominciano a vagare alla ricerca di una compagna: in questo periodo sono meno accorti ed è più facile incontrarli, col rischio di un morso in caso di mossa sbagliata. E con i mesi più caldi potrebbe nuovamente scattare l’allarme vipere. Ma come riconoscerle e cosa fare in caso di morso?

Quattro specie di vipere, unico serpente velenoso in Italia

Le vipere sono gli unici serpenti velenosi esistenti in Italia. Le quattro specie presenti nel Paese sono distribuite in tutte le regioni, ad eccezione della Sardegna, dove non vi sono serpenti velenosi.  Le vipere italiane appartengono alla Famiglia dei Viperidi ed al Genere Vipera, caratteristico dell’Europa, del Nord-Africa, del Medio Oriente.

La vipera aspis è diffusa sulle Alpi e sugli Appennini. Il suo habitat preferito è costituito da luoghi caldi e asciutti, dalla pianura fino ad oltre 2500 metri di quota. Ha un’indole mite e solitamente fugge se molestata. 

La vipera berus o marasso palustre, si trova solitamente in montagna, in genere nel Nord Italia, ma la si può trovare anche in acqua. Essendo una specie piuttosto aggressiva se viene provocata attacca facilmente.

La vipera ammodytes o vipera del corno è facilmente riconoscibile per la presenza di un piccolo corno sulla punta del muso. Si concentra soprattutto nel nord-est, Dolomiti incluse. Predilige un habitat costituito da zone aride, pendii e pietraie. È poco aggressiva, ma il suo veleno è il più pericoloso fra le specie presenti in Italia.

La vipera ursinii o vipera dell’Orsini, è per lo più presente nell’Appennino Abruzzese ed Umbro-Marchigiano, in particolare sul Gran Sasso. Di dimensioni piuttosto piccole è la meno pericolosa.

Dove e quando incontrare le vipere

La vipera è un animale schivo, molto legato al territorio. Essendo a sangue freddo è difficile avere un incontro ravvicinato durante le stagioni fredde, periodo in cui osserva una specie di ibernazione, solitaria o in gruppo. Alcune specie, pur non percorrendo lunghe distanze, tendono a migrare a quote più basse durante la stagione invernale.

La sua attività vera e propria inizia a marzo, quando i maschi vagano alla ricerca di una compagna. In questo periodo, essi sono meno accorti ed è più facile incontrarli.Passato il periodo degli accoppiamenti, le vipere si spostano poco e cacciano piccoli mammiferi, più raramente piccoli uccelli.

Solitamente il territorio in cui le vipere vivono e si riproducono spontaneamente è costituito da erbe alte, prati, zone collinari e boschi fino al limite delle praterie in quota. Tendenzialmente gli escursionisti potrebbero trovarsi di fronte una vipera su pietraie, cumuli di pietre o mucchi d’erba nelle ore mattutine, al sorgere del sole, quando esce per riscaldarsi ai primi raggi.

È proprio in quel momento della giornata che la vipera, essendo più lenta nei movimenti, sarà più in pericolo e piuttosto che scappare tenderà a difendersi con il fatidico morso.

Un’altra considerazione da fare è che la vipera, come qualsiasi altro essere vivente, necessita di acqua, seppur in minima quantità, quindi solitamente non la troveremo in zone troppo aride. Predilige le aree vicine a ruscelli, pozze d’acqua, incavi della roccia dove si possono accumulare piccole quantità d’acqua con una certa costanza.

In Italia in passato l’allarme ha riguardato la zona di Vittorio Veneto, dove questi serpenti si sono spinti sino ai giardini delle scuole, invadendo cortili e orti.

Come riconoscere una vipera?

Trovandosi di fronte un serpente, d’istinto la prima reazione è la paura e la fuga. Poi in caso di incontro ravvicinato col ‘nemico’ in genere si tratta davvero di pochi secondi. Tuttavia è importante per la propria incolumità aver presente i segni caratteristici con cui distinguere le vipere da altri serpenti non velenosi, come ad esempio la biscia. 

La testa della vipera è più schiacciata e vista dall’alto ha una forma quasi triangolare ed è più larga rispetto a quella dei serpenti non velenosi. Ha un colore che va dal grigio al marrone rossiccio. Può avere una lunghezza massima di 80 centimetri ed il suo corpo presenta dei “disegni” a zig-zag. L’occhio della vipera ha una pupilla verticale, come quella dei gatti, mentre quella degli altri serpenti è circolare.

Quando invece intravediamo solo la sagoma del corpo mentre si allontana rapidamente, la caratteristica che salta all’occhio è la sua forma. La vipera ha un corpo piuttosto tozzo con coda a punta molto corta. I serpenti non velenosi, al contrario, hanno una forma più allungata ed affusolata. Il diametro del loro corpo dalla testa verso la coda è graduale e ben visibile.

Sintomi in caso di morso

Nel caso capitasse di venire morsi senza essere riusciti a vedere bene come fosse il rettile, se si tratta di una vipera il segno lasciato sulla cute è ben riconoscibile. Sono evidenti due punti rossi più grandi degli altri, distanziati tra di loro di circa un centimetro. Sono i segni dei denti veleniferi presenti nelle vipere. Se nel morso è presente un solo unico punto più grande degli altri si tratta sempre di una vipera che ha perso uno dei suoi due denti veleniferi. Se il morso è invece quello di un serpente non velenoso si vede una fila di piccoli puntini tutti della stessa dimensione.

Oltre ai segni lasciati dai denti veleniferi, il morso della vipera provoca arrossamento, gonfiore, formicolio, dolore oltre ad un colore bluastro della cute (cianosi) localizzati nei primissimi minuti successivi nella zona circostante, ma rapidamente si espandono. Nel giro di un’ora sopraggiungono gli altri effetti quali nausea, vomito, a volte con sangue, dolori muscolari, diarrea, collasso cardiocircolatorio e shock con perdita di coscienza.

Il morso della vipera è al centro di accesi dibattiti e sul tema circolano anche false informazioni. Secondo alcuni esperti di montagna, nei confronti delle vipere esiste una paura non proporzionale all’effettivo pericolo che rappresentano. Uno degli argomenti centrali riguarda l’incidenza dei casi di morte a causa del suo morso. In base a statistiche condivise dai paesi europei, si registra un decesso in media su un periodo che va da uno a cinque anni. Quindi un dato piuttosto basso rispetto alla totalità delle persone morse.  

Primi soccorsi e cura

I primi soccorsi vanno svolti con rapidità e molta attenzione in modo tale che il morso di vipera non si riveli effettivamente mortale. La gravità del morso dipende da diversi fattori: l’età della persona colpita – bambini ed anziani sono i soggetti più vulnerabili –, peso corporeo, condizioni generali di salute, sede e profondità del morso e quantità di veleno iniettato. Mediamente la quantità di veleno iniettato con il morso è inferiore del 50% rispetto alla dose mortale per un uomo adulto e buono stato di salute. 

Ecco la procedura da seguire e le manovre da non compiere:

– L’infortunato deve essere sdraiato e mantenuto tranquillo per evitare che compia qualsiasi movimento, che velocizzerebbe la distribuzione del veleno nell’organismo.

– È comunque indispensabile trasportare l’infortunato al pronto soccorso più vicino, avendo cura di muoverlo il meno possibile.

– La zona del morso va lavata con acqua e sapone e poi disinfettata con sostanze che non contengano alcool, in quanto l’alcool aumenta la tossicità del veleno.

– Se il morso è localizzato nell’arto superiore, vanno sfilati anelli, bracciali e orologi prima della comparsa del gonfiore.

– Va applicato un laccio a qualche centimetro a monte della ferita. Non deve essere troppo stretto per fermare la circolazione linfatica – che veicola il veleno – e non quella sanguigna. Quando la parte si sarà gonfiata mettere un secondo laccio più a monte e solo dopo togliere il primo, evitando di far andare in circolo il veleno bloccato prima.

– Sulla zona del morso può essere applicato del ghiaccio. Si possono somministrare all’infortunato bevande eccitanti come tè o caffè lungo che contiene più caffeina perché aiutano ad evitare un pericoloso calo pressorio.

– Assolutamente non succhiare il sangue dalla ferita con la bocca per evitare che anche il soccorritore assuma a sua volte del veleno attraverso microferite in bocca che spesso non sappiamo nemmeno di avere. Si tratta di rispettare le più banali norme di igiene:  il sangue di altra persona direttamente in bocca è grosso veicolo di trasmissione di qualsiasi tipo di malattia, anche se il ferito ne sia portatore sano come ad esempio l’epatite B.

– Invece può essere usata una pompetta aspiraveleno in vendita in farmacia. Ne esistono di vari tipi ma in generale ha l’aspetto di una grossa siringa. Se si procede con questo strumento – è un procedimento assolutamente indolore – è opportuno aspirare il prima possibile dalla zona del morso.

– Non è consigliabile incidere la cute tra i fori dei denti veleniferi.

– Non devono essere somministrate bevande alcooliche, come grappa o birra o vino, in quanto l’alcool è un vasodilatatore che favorisce l’abbassamento della pressione arteriosa.

– Sul ricorso al siero antiofidico/antivipera –  il Viperfav prodotto dalla Sanofi, mancante per diversi mesi, tornato disponibile nel 2019 – non tutti sono propensi al suo utilizzo. La dose di siero deve essere assolutamente conservata ad una temperatura costantemente bassa – tra i 2° e i 6° Celsius – poiché a temperature più elevate anche di pochi gradi perde la sua efficacia, fino a diventare addirittura potenzialmente tossico. In alcuni casi la sua somministrazione potrebbe provocare una reazione allergica più grave e difficile da gestire rispetto al problema stesso del morso di vipera. Parte dei decessi sono stati determinati proprio da reazioni anafilattiche al siero.

Prevenire il morso della vipera

Il sito per le guide delle Dolomiti è uno dei tanti a fornire una serie di consigli per chi fa escursioni in montagna onde ad evitare di trovarsi in condizioni di aggressione da parte di una vipera:

– Indossare calzature alte oppure calzettoni di lana pesante: le vipere più piccole difficilmente riusciranno a mordere efficacemente e comunque il morso non conterrà una dose eccessiva di veleno.

– Camminare con passo cadenzato e pesante battendo le erbe e le pietre con un bastone: le vipere hanno un udito poco sviluppato, ma sono invece più sensibili al movimento.

– Non raccogliere istintivamente ogni cosa da terra: prima di cogliere qualsiasi cosa, smuovere le erbe e le pietre con un bastone per allontanare ogni possibile minaccia.

– Ispezionare attentamente il luogo in cui ci si desidera sedere.

– Non appoggiarsi su tronchi ricoperti di foglie, su pagliai e su fascine di legna.

– Non mettere le mani sotto rocce, sassi o dentro le fessure del terreno.

– Prestare attenzione quando ci si disseta ad una fonte e quando si cammina su una pietraia.

Sei intrappolato all’interno di un inquietante labirinto pieno di trappole ed enigmi. Hai un solo obiettivo: correre il più velocemente possibile verso l’uscita. Prima che ci riescano gli altri tre tuoi amici che come te sono stati gettati in questo dedalo di corridoi dal sapore di ospedale abbandonato. Solo uno potrà trovare la via di uscita.

Sembra la trama di un film horror non troppo originale, con qualche richiamo a “Saw l’enigmista” e un’abbuffata di tutti i luoghi comuni del genere. E invece si tratta della storia alla base di “One Leaves”, videogame gratuito disponibile per Xbox e Pc Windows 10. Gioco di cui con ogni probabilità nessuno sentirebbe il bisogno di parlare, e che verrebbe dimenticato in pochi minuti, se non avesse una caratteristica che lo rende unico o quasi: è stato voluto dalla potente Food and Drug administration degli Stati Uniti d’America, l’ente che si occupa della regolamentazione di farmaci e alimenti, per convincere gli adolescenti a smettere di fumare.

La storia recente è piena di campagne di sensibilizzazione che puntano a giovani e meno giovani per ricordargli quanto nicotina e tabacco possano essere dannosi per la loro salute. Spot, lezioni, star e vip assoldati, interi programmi televisivi e radiofonici da anni cercano di convincere gli adolescenti a togliersi il vizio, prima di pentirsene amaramente, o a non cominciare affatto.

Eppure i risultati su questa fascia di pubblico non stanno arrivando. In Italia quasi uno studente delle superiore su quattro fuma (era uno su cinque nel 2010, dicono i dati Istat) e secondo uno studio internazionale pubblicato su Plos One, dal 1990 a oggi è aumentato del 50 per cento il numero di fumatori nella fascia tra gli 11 e i 15 anni in Europa. Un aumento così drammatico che in parte potrebbe persino essere stato causato da queste campagne di sensibilizzazione poco efficaci, come suggeriscono altri studi internazionali.

Che fare quindi? Non resta che provare con un approccio più originale, come la creazione di un videogioco. Ma qui scatta l’altro problema: difficile pensare che esista nel mondo un solo ragazzo tra i 12 e 17 anni, questo il target a cui mira la campagna della Fda, interessato a interagire volontariamente con uno strumento che prova ad insegnargli qualcosa o, peggio ancora, a dirgli cosa non deve fare. Nel recente passato non mancano infatti i videogame “educativi”, anche usati in campagne anti-fumo. Ma si tratta quasi sempre di prodotti didascalici e scolastici: più o meno la versione digitale di un genitore che ti sgrida. E, come tali, del tutto inutili.

L’approccio scelto da “One Leaves” è invece più intrigante: fino alla schermata finale infatti, non è affatto chiaro che si tratta di un gioco educativo e i messaggi che lancia al gamer sono assai più subliminali. Il labirinto rappresenta il vizio del fumo, il fatto che solo un giocatore su quattro può uscirne è un rimando alla statistica secondo cui tre teenager su quattro continuano a fumare anche da adulti, la difficoltà di correre del proprio avatar è correlata ai danni ai polmoni causati dal fumo e così via. La musica angosciante e l’ambientazione cupa aiutano a immedesimarsi nel gioco e il finale lascia il segno. Certo, non ci troviamo di fronte a un capolavoro ma, per un titolo scaricabile gratuitamente e che si completa in un quarto d’ora, il risultato si può definire più che valido.

Devono aver pensato lo stesso anche alcuni vip che hanno prestato il proprio volto e la propria professionalità alla campagna della Fda: il regista Leone D’Oro Darren Aronofsky ha curato un trailer visibile sul sito ufficiale, e il più famoso streamer al mondo Tyler “Ninja” Blevins (21 milioni di fan su YouTube e 13 milioni su Twitch), ha caricato sui suoi canali social una diretta mentre affronta il gioco, moltiplicando non poco la visibilità del titolo nella community dei gamer americani (e non solo).

Già, la community dei gamer. A giudicare dai commenti dati al gioco sugli store da cui è scaricabile, la sua accoglienza è stata tutto fuorché positiva: su oltre duecento recensioni lasciate online, la media è di appena due stelline su cinque. Tanti puristi lamentano proprio la natura ibrida di questo progetto, che usa il videogame per far passare un messaggio positivo. Per ora è difficile dire se hanno ragione loro a essere scettici, o se invece la Fda ci ha visto giusto.

La prima volta in cui la sigla Bpa (acronimo che indica il pericoloso Bisfenolo A) ha fatto il proprio ingresso nel dibattito pubblico sulla salute dei consumatori erano i primi anni duemila, quando è emersa la sua capacità di alterare lo sviluppo del sistema ormonale incidendo sulla fertilità.

Le interferenze endocrine di questo composto sintetico, utilizzato nella produzione della plastica, sono alla base di possibili anomalie riproduttive, cancro a seno e prostata, diabete e malattie cardiache.

Bandito dai biberon europei nel 2011, oggi è però rintracciabile in concentrazioni elevate in quasi tutti i cartoni per la pizza.

Lo dimostra un’inchiesta svolta dal Salvagente, la rivista mensile interamente dedicata ai diritti dei consumatori. Sotto esame sono finiti tre contenitori da asporto in cartone, destinati a contenere l’alimento italiano per eccellenza, la pizza. Le misurazioni hanno rilevato come il composto pericoloso sia contenuto in quantità non indifferenti in due campioni su tre.

Il rischio è la contaminazione del prodotto stesso: secondo le analisi del Salvagente nella pizza ospitata dai cartoni marchiati Garcia de Pou e Izmir la migrazione di bisfenolo è stata di 179 ppb e 331 ppb (parti per miliardo).

Questa quantità sarebbe illegale se proveniente da un contenitore di plastica, ma non ci sono norme che regolano carta e cartone; l’assenza di leggi deriva soprattutto dal fatto che nessuno, nemmeno il legislatore, si aspettava di trovare il bisfenolo in questi materiali.

Nonostante le pressioni dell’Echa (l’Agenzia europea delle sostanze chimiche) per la messa al bando di questo composto sintetico, il Parlamento europeo e la Commissione Envi Ambiente hanno semplicemente abbassato i limiti consentiti (da 600 a 50 parti per miliardo) e portato a zero la soglia negli involucri per alimenti destinati a neonati e bambini.

L’origine di questa contaminazione (tipica delle plastiche e delle resine epossidiche) che coinvolge la carta è probabilmente da attribuirsi all’inquinamento del cartone riciclato utilizzato in fase di produzione.

Secondo la Direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione, in Italia “l’uso di carta riciclata nei cartoni per pizza d’asporto è vietato. L’articolo del Salvagente evidenzia l’assenza di una norma armonizzata nell’Unione europea su questo settore che solo in alcuni Stati Membri è regolamentata da disposizioni sanitarie. Infatti a partire dal 1973 il ministero della Sanità aveva disciplinato i materiali ed oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti (MOCA) stabilendo per le carte e cartoni requisiti specifici e limitazioni d’uso”. “In Italia – ricordano dal ministero – l’uso di carte e cartoni di riciclo è consentito soltanto per alcuni tipi di prodotti alimentari, i cosiddetti “solidi secchi “(sale, zucchero, riso, pasta secca etc.), tra i quali non rientra la pizza”.

Nonostante il divieto formale, tuttavia, non è la prima volta che l’uso di carta riciclata per i cartoni take away finisce nell’occhio del ciclone di polemiche e inchieste.

Se ne era occupato proprio Il Salvagente già nel 2006, evidenziando come i contenitori per pizze analizzati contaminassero il cibo con almeno sei tipologie differenti di fenolici, benzeni e naftaleni e persino dietilesilftalato, una sostanza da tempo bandita da ogni oggetto di largo consumo per la sua tossicità.

Anche altri team di esperti che hanno studiato il caso sono giunti ad una conclusione simile e non meno preoccupante. Su tutti il laboratorio di Ricerche analitiche alimenti e ambiente dell’Università di Milano, diretto dal professor Fernando Tateo, che nel 2006 ha analizzato 8 cartoni per la pizza di uso comune rintracciando ftalati, sostanze non autorizzate per la fabbricazione di pellicole di cellulosa, e soprattutto di-isobutilftalato “in quantità altamente preponderante rispetto a tutti gli altri componenti della frazione volatile (…) già alla temperatura di 60°”.

Nonostante siano passati ben 13 anni dai primi test che hanno evidenziato i rischi di sostanze tossiche e contaminanti nei cartoni per la pizza, la situazione sembra quindi immutata. 

A prescindere da quanti studi siano stati condotti sull’influenza che la musica ha sulle nostre attività quotidiane, nessuno ha mai avuto dubbi sulla veridicità di questo assunto. Oggi la scienza però ha fatto un passo in avanti arrivando a stabilire in quali modalità, per quali attività ed esattamente come reagisce il nostro cervello quando ci perdiamo appresso alle canzoni preferite.

Ascoltare musica permette al nostro cervello di rilasciare grandi quantità di dopamina, un neurotrasmettitore che riduce stress e ansia. Per provarlo è stato condotto uno studio su pazienti in procinto di subire una delicata operazione; ad una prima metà sono stati somministrati farmaci ansiolitici, alla seconda è stata proposta una selezione di brani.

I risultati, pubblicati sulla rivista Trends in Cognitive Sciences, ci dicono che i pazienti che hanno curato la propria ansia con la musica hanno avuto effetti largamente più tangibili rispetto a chi era toccato di ingurgitare pillole. Solo una conferma, in molti penseranno che non ci fosse bisogno di pagare un’equipe di ricercatori per capire quanto sia piacevole e rilassante ascoltare la musica. D’altra parte ormai la musica è diventata più “trasportabile” che mai, la conserviamo nei i nostri smartphone o è sempre a nostra disposizione sui cloud. Ma siamo sicuri di avere sempre la musica scientificamente adatta ad ogni situazione? Cosa ascoltate, per esempio, quando lavorate?

Se vi lasciate andare alla vostra canzone preferita, quella con quel testo così coinvolgente, che così tante emozioni rievoca nel vostro cuore e nella vostra mente, sappiate che state commettendo un grave errore. Pare infatti che uno studio abbia dimostrato che ascoltare musica con testi, quindi cantata, diminuisca notevolmente la nostra capacità di concentrazione, cosa che non accade con la musica semplicemente suonata.

Così se desiderate aumentare le vostre performance in ufficio senza negarvi il relax di un sottofondo musicale, puntate a una buona selezione di musica classica, o Hip Hop se magari avete bisogno di un ritmo più serrato, va bene qualsiasi cosa non comprenda parole che possano in qualche modo mischiarsi a quelle che avete in testa e rallentarvi.

Ma ciò ovviamente non vale solo per chi è già entrato nel mondo del lavoro. Un altro studio, pubblicato su Psychology of Music, ci dice che sarebbe l’ideale anche per gli studenti poter ascoltare musica durante alcune fasi dello studio, per esempio quando hanno a che fare con test che richiedono un lungo lasso di tempo di concentrazione.

La rivista Quartz ha sentito lo psicologo sportivo Costas Karageorghis che ha condotto una ricerca specifica sull’effetto della musica durante un’altra fase importante della nostra giornata: l’attività fisica. “Durante i miei esperimenti personali, – sostiene il dottor Karageorghis – ho scoperto che la musica aiuta ad aumentare significativamente l’intensità, la velocità e la durata dei miei allenamenti.

Aumenta il mio umore nei giorni in cui non ho voglia di esercitarmi e mi ha aiutato a mantenere la mia abitudine di allenarmi cinque giorni a settimana”. Per tutti i pigri là fuori, incapaci di alzarsi dal divano, ipnotizzati davanti alla propria serie tv preferita: forse non è colpa vostra ma solo della playlist sbagliata. 

Si chiamerà Zulresso il farmaco che secondo gli esperti sarà capace di curare in 48 ore la depressione post-partum, una delle più comuni complicanze per le donne di tutto il mondo a seguito di una gravidanza. 48 ore rispetto alle settimane, tra le due e le quattro, che impiegano i classici antidepressivi, per combattere un male potenzialmente molto dannoso per i neonati.

Un sollievo che le pazienti pagheranno molto caro: circa 34mila dollari, ma c’è di più, il farmaco deve essere erogato per infusione nell’arco di 60 ore durante le quali la neomamma deve essere ricoverata in una clinica specializzata per essere costantemente monitorata in caso di vertigini o svenimenti, e nei 34mila dollari le spese per la clinica sono escluse. I funzionari della Sage Therapeutics, l’azienda che produce Zulresso, farmaco a base di brexanolone, si aspettano che le assicurazioni coprano la cura, cosa fondamentale per il sistema sanitario nazionale, senza assicurazione infatti un qualsiasi ospedale americano in linea di massima non va oltre l’applicazione di un cerotto.

Zulresso comunque ha già ottenuto l’approvazione federale e, secondo la Sage, i test clinici stanno andando alla grande ed entro un paio d’anni sarà messa sul mercato. “La cosa più importante è, naturalmente, l’effetto rapido”, ha detto la dott.ssa Margaret Spinelli, professore di psichiatria alla Columbia University, che cura e studia la depressione postpartum, al New York Times “Il fatto che sia il primo progettato per la depressione postpartum è importante e significa che probabilmente sarà un modo per progettare altri farmaci per la depressione postpartum da somministrare in un modo più semplice”, dove “più semplice” sta evidentemente anche per “meno costoso”.

Il New York Times raccoglie anche la testimonianza di Stephanie Hathaway, 33 anni, già madre di due figli, che alla nascita del terzo, Bradley, è caduta in un vortice di depressione talmente debilitante da costringere la famiglia a farla tenere sotto controllo h24 per settimane. “Ho iniziato ad avere pensieri che mi tormentavano e non sarebbero andati via”, ha ricordato “Tua figlia merita una mamma migliore, mi dicevo, e tuo marito merita una moglie migliore”, e l’antidepressivo che le era stato prescritto faticava a manifestare effetti benefici, così Stephanie decide di offrirsi volontaria per provare il brexanolone e dopo appena 12 ore “mi sono svegliata da un pisolino ed ogni pensiero era sparito”.

La dottoressa Samantha Meltzer-Brody, direttrice del programma di psichiatria perinatale presso l’Università della Carolina del Nord a Chapel Hill, che ha anche diretto la ricerca sul brexanolone, ci spiega che la sostanza non è altro che una forma sintetica di allopregnanolone, un ormone prodotto dal progesterone nel cervello, che può aiutare a ridurre la depressione e l’ansia attenuando l’attività neuronale.

La ricerca presentata alla FDA consisteva in tre studi clinici condotti dal dott. Meltzer-Brody, le prove hanno coinvolto 247 donne selezionate a caso per ricevere un placebo o brexanolone. Un numero relativamente piccolo di partecipanti, rispetto a molti altri studi clinici, tuttavia sufficiente per persuadere un comitato consultivo congiunto FDA l’anno scorso, che ha raccomandato l’approvazione con voti quasi unanimi. 

Oggi si celebra la Giornata mondiale del Sonno, istituita nel 2008 dalla World Sleep Day Committee della World Sleep Society. Una ricorrenza per celebrare i benefici di un sonno ristoratore e salutare, porre l’attenzione sulle problematiche legate ai disturbi del sonno, le relative cure e dare consigli per dormire meglio.

“Dormire bene per invecchiare bene”: è lo slogan della giornata 2019, incentrata sull’importanza di godere di un riposo notturno ottimale a qualsiasi età. Per stare bene non basta una sana alimentazione e un’attività fisica regolare, ma è necessario riuscire a dormire profondamente e in modo ininterrotto, secondo alcuni esperti tra 7 e 8 ore, anche se sul tempo necessario i parametri sono molto variabili da una persona all’altra.

Dormire bene non è una ‘fortuna’ che tutti hanno. Secondo le stime, la problematica del cattivo riposo notturno ha un’estensione globale che minaccia salute e qualità della vita del 45% della popolazione mondiale. Inoltre un recente studio di ricercatori svizzeri ha rivelato che dopo i 50 anni, un uomo su due e una donna su quattro si ritrovano a fare i conti con il russamento patologico e le apnee ostruttive del sonno, disturbi che nella maggior parte dei casi non vengono individuati precocemente.

Dormire bene è vitale

È ormai assodato che dormire bene fa vivere meglio. Il sonno – al quale dedichiamo in media un terzo della nostra vita – ha un ruolo essenziale sull’organismo umano e sulla salute, sin dalla nascita: stimola la crescita, la maturazione cerebrale, lo sviluppo e il mantenimento delle capacità cognitive. Innanzitutto si dorme per consentire al fisico e alla mente di recuperare energie dopo una giornata in piedi, a lavorare o compiere altre attività, e a prepararsi ad affrontare nuovi impegni diurni il giorno dopo.

Mentre l’organismo è in modalità di riposo, le connessioni neuronali si riorganizzano, consentendo all’uomo di adattarsi al suo ambiente. Il sonno è anche un attivatore di importanti funzioni che mettono in gioco numerosi meccanismi fisiologici, tra cui le secrezioni ormonali, la rigenerazione dei muscoli, l’eliminazione delle tossine, la stimolazione delle difese immunitarie e la memorizzazione di informazioni acquisite da svegli.

Le fasi del sonno

Il sonno non è continuativo, ma ad ogni fascia di età – dall’infanzia fino alla vecchiaia – si caratterizza da cicli che si ripetono ogni notte tra quattro e cinque volte. Ogni ciclo dura tra 90 e 120 minuti e si suddivide in fasi dette del sonno lento e quelle del sonno paradossale.

Il sonno lento comporta due stadi che corrispondono al sonno leggero: lo stadio N1, di transizione tra la veglia e il sonno durante il quale si ha la sensazione di sonnecchiare. Lo stadio N2 è quello del sonno confermato. Il sonno profondo corrisponde allo stadio N3 durante il quale è difficile risvegliare chi dorme. Il sonno rapido o paradossale, noto anche come REM (Rapid Eye Movement) corrisponde allo stadio R, durante il quale avvengono i sogni. Il sonno paradossale è una fase primordiale del sonno che ci consente di recuperare mentalmente mentre il sonno lento è fondamentale per il recupero fisico. La durata del sonno e la ripartizione delle varie fasi variano in base all’età.

Se dormire bene è vitale, studi hanno evidenziato che non abbiamo tutti bisogno della stessa durata di sonno per recuperare e attivare tutte le funzioni correlate. Leonardo da Vinci faceva solo pisolini mentre Winston Churchill arrivava al massimo a 4 ore di sonno. Barack Obama dorme 6 ore, Bill Gates 7 e a Silvio Berlusconi bastano poche ore per notte.

Ancor più del numero di ore in cui dormiamo è fondamentale la qualità del sonno.

Disturbi del sonno e problematiche del cattivo riposo

A disturbare le notti di molte persone, spesso senza accorgersene, è il russamento patologico e le apnee ostruttive che comportano gravi rischi cardiaci. “Russare non è sinonimo di dormire bene e diventa patologico se, mentre si dorme, l’ostruzione delle vie aeree superiori causa anche apnee del sonno, ossia arresti respiratori di oltre 10 secondi che possono arrivare, nei casi più gravi, a 40 apnee a notte con oltre 400 microrisvegli in 6-7 ore”, spiega Fabrizio Salamanca del Centro per la Diagnosi e la Cura della Roncopatia dell’Humanitas San Pio X di Milano.

In occasione della Giornata mondiale del Sonno, il centro milanese promuove l’iniziativa “Dormi bene, non dormirci su”, con l’Associazione italiana pazienti con apnee del sonno (Aipas). In programma visite gratuite per aiutare a riconoscere i principali sintomi dei disturbi del riposo notturno, consigli di prevenzione, trattamento e cura, con la possibilità di riconoscere e riconoscersi nei vari tipi di russamento grazie alla ‘snore experiencing room’, un’esperienza immersiva. 

A lungo andare chi non riposa bene durante la notte per queste patologie può trovarsi a fare i conti con una serie di conseguenze negative per la salute: diabete, ipertensione, patologie cardiache, aumento del peso e perdita del desiderio sessuale. Per non parlare poi delle ripercussioni negative sulla capacità lavorativa, del rischio aumentato di colpi di sonno al volante, con un più alto rischio di incidenti stradali, o infortuni sul lavoro.

I disturbi del sonno vanno curati e non sottovalutati

La terapia per chi soffre di russamento patologico dipende dalla gravità del problema. “Si va da consigli per il sonno fino alla chirurgia che, senza demolire tessuti o strutture anatomiche, risolve il cedimento dei muscoli oro-faringei, la principale causa di apnee ostruttive notturne”, riferisce Salamanca dell’Humanitas San Pio X di Milano.

Inoltre i disturbi del sonno non vanno presi sottogamba, anche tra giovani e sportivi, come rivela uno studio recentemente pubblicato su ‘ERJ Open Research’. Anche in queste due categorie il cattivo riposo può portare a problemi ancora più gravi. Dall’analisi della qualità del sonno in un campione di giovani atleti di rugby statunitensi, i ricercatori hanno osservato in quasi la metà di loro (43%) disturbi legati alla respirazione notturna, riscontrando inoltre in questi atleti una frequenza cardiaca a riposo più alta rispetto agli atleti che godevano di un sonno salutare, oltre che una maggiore tendenza a sperimentare battiti cardiaci irregolari. Dalle prime conclusioni dei ricercatori statunitensi emerge un possibile legame tra i disturbi della respirazione durante il sonno, come il russamento e le apnee, e anomalie cardiache. Un’associazione che potrebbe forse far comprendere qualcosa in più su alcuni decessi inspiegabili riguardanti alcuni giovani del mondo dello sport.

Vademecum della Buonanotte

Ecco allora dei consigli da tenere a mente per chi russa e vorrebbe dormire meglio: evitare cibi piccanti, alcool e fumo perché possono indurre il russamento e preferire una posizione prona o di lato invece che supina quando si va a dormire. Ma attenzione anche alla qualità e alla temperatura dell’aria della stanza da letto – attorno ai 19-20 °C – perché aria secca e temperature elevate possono causare gonfiore dei turbinati e peggiorare il russamento.

In generale una delle regole che vale per tutti per dormire meglio è quella di consumare una cena leggera. Cibi troppo pesanti, infatti, rendono la digestione difficoltosa in quanto ci si sveglia poi di continuo. Inoltre anche diete troppo drastiche o anche digiuni di sera mettono in seria crisi il riposo. Per dormire meglio un altro suggerimento è quello di evitare di fare il sonnellino pomeridiano o quanto meno non dormire più di 20 minuti. Dormire di giorno, infatti, molte volte crea problemi a prendere poi sonno la sera.

Tutti gli esperti, poi, consigliano nell’ora precedente al riposo notturno di limitare non solo l’esposizione alla luce ma anche l’utilizzo dello smartphone o del tablet. Questi ultimi, infatti, sono dei dispostivi nemici del sonno in quanto tengono il cervello sempre in attività. Per dormire meglio, poi, sarebbe buona abitudine anche non fumare. La nicotina, infatti, è una sostanza eccitante per cui stimola il sistema nervoso e la sera rende faticoso il sonno e soprattutto l’addormentamento. Se fumare crea problemi e non fa dormire bene anche bere alcolici provoca frequenti risvegli e aumenta la percentuale di sonno leggero. La raccomandazione è quindi quella di bere alcolici nelle quattro ore antecedenti al momento in cui ci si vuole coricare.

Infine, l’ultimo suggerimento è quello di bere caffè nelle sei ore precedenti al sonno in quanto, come si sa, la caffeina è uno stimolante del sistema nervoso. Si dovrà anche fare attenzione ad alimenti nei quali la caffeina è presente come il cacao, il tè ed il cioccolato nonché a bevande gassate come la Coca Cola e a quelle energetiche.

Una camera da letto che concili il sonno

Dormire bene è vitale quindi anche la camera da letto come ambiente è un luogo da curare nei minimi dettagli: deve essere confortevole, accogliente, del colore giusto, dare un senso di equilibrio tra arredi e complementi. Tutte accortezze che possono giocare un ruolo decisivo per un buon sonno ristoratore.

‘Habitissimo’, il portale che mette in contatto persone che hanno bisogno di una ristrutturazione o riparazione con professionisti del settore, dà qualche consiglio pratico e di facile esecuzione.

In camera da letto la luce deve essere calda e soffusa: sì dunque a tendaggi dai tessuti lievi per garantire la giusta privacy senza impedire il passaggio dei rinvigorenti raggi solari. Anche per la luce artificiale è consigliabile preferire la luce indiretta per non stancare lo sguardo e non disturbare il riposo, optando per più punti luce all’interno della stanza in modo da poterli gestire di volta in volta a seconda delle necessità.

Per quanto riguarda i colori, gli esperti suggeriscono morbidi colori pastello o colori freddi: le tonalità che vanno dal blu al viola, dal verde al turchese sono l’ideale per donare vero relax in camera da letto, perché ispirano calma e rallentano la frequenza cardiaca. Una recente ricerca ha dimostrato che chi sceglie i colori freddi – il blu in particolare – dorme di più e meglio, svegliandosi con una sensazione di felicità e positività. Riscuote anche un certo successo una stanza che ricalca lo spirito nordico, con tonalità neutre, tessuti naturali, caldo legno per il pavimento, tocchi pastello qua e là per regalare lunghi periodi di perfetto riposo.

Sfatato il mito che le piante in camera da letto fanno male, quindi via libera degli esperti al verde in camera. Le piante aiutano a creare un ambiente rilassato e a prevenire l’insonnia. Se è vero che di notte consumano ossigeno e producono anidride carbonica, tuttavia la quantità consumata e prodotta da una singola pianta è tutto sommato trascurabile. Non tutte le piante poi seguono questo processo: alcune, come la Sansevieria o la Zamioculcas, al contrario assorbono anidride carbonica nelle ore notturne, apportando notevoli benefici.

Niente di meglio di una camera con vista sul verde, per creare un continuum visivo tra il paesaggio esterno e la propria stanza da letto. Chi vive in contesti immersi nel verde e non ha vicini di casa dovrebbe pensare a non mettere tende per consentire al paesaggio di ‘entrare’ direttamente nella camera, offrendo un risveglio in simbiosi con la natura.

I genitori italiani, non tutti ovviamente, ritengono che un bambino di 10 anni debba mangiare le stesse cose di un adulto, per quantità e tipologia. Niente di più sbagliato. Così facendo si ottiene un unico risultato: predisporre i figli al sovrappeso e all’obesità. Ne è convinta Laura De Gara, presidente del corso di laurea magistrale in Scienze dell’alimentazione e della nutrizione dell’università Campus Bio-Medico di Roma.

“Spesso la mentalità delle mamme italiane è ancora quella del ‘meglio più che meno’ – ha spiegato all’Agi Da Gara – E quindi il bimbo che mangia di più non è un problema”. Eppure questa tendenza, unita a uno stile di vita più sedentario e alla preferenza di cibi più energetici alzano l’asticella della bilancia in modo serio e preoccupante.

Quanti sono i bambini obesi in Italia

In Italia, il Paese della data mediterranea che vanta cibi semplici e sani, ci sono troppi bambini in sovrappeso. E questo secondo diverse statistiche.  L’ultimo rapporto Unicef pubblicato a dicembre 2018, dal titolo “Diamogli peso: l’impegno dell’Unicef per combattere la malnutrizione”, afferma che  “in Italia la percentuale di bambini e adolescenti obesi è aumentata di quasi 3 volte nel 2016 rispetto al 1975.

L’obesità infantile in Italia – dice l’Unicef – non è dovuta soltanto ad una cattiva alimentazione (eccesso di consumo di zuccheri e di grassi), ma anche a uno stile di vita spesso troppo sedentario. Secondo gli ultimi dati Istat la quota dei bambini sedentari è molto alta nella fascia di età 3-5 anni (48,8%) diminuisce nelle fasce di età successive, ma inizia a risalire e a mantenersi alta a partire dalla fascia di età 18 – 19 anni (20,8%).

Per l’Oms, poi, “i bambini italiani sono tra i più grassi d’Europa”. Secondo gli ultimi dati della Childhood Obesity Surveillance initiative (2015-17) l’Europa è molto appesantita soprattutto nella sua parte meridionale: l’Italia ha il maggior tasso di obesità infantile tra i maschi (21% pari merito con Cipro) mentre il 42% dei maschi è obeso o in sovrappeso (solo Cipro fa peggio con il 43%). Anche le bambine italiane hanno uno dei tassi più alti di obesità e sovrappeso, il 38%.

“Va detto, come nota positiva – afferma De Gara – che gli studi sopracitati hanno registrato un trend di miglioramento. Anche durante la settantatreesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’Italia ha condiviso i dati più recenti che mostrano un decremento nel numero dei bambini obesi in Italia”.

Le cause principali

Ma perché questa tendenza? Sicuramente, spiega la professoressa, “la sedentarietà gioca un ruolo di primo piano. Oggi i bambini passano molto più tempo davanti alla tv, alla Playstation e si muovono poco”. Ma non è solo questo: “Sono cambiate anche le abitudini alimentari. Prima si tornava a pranzo a casa e i genitori avevano una visione completa dell’intera alimentazione giornaliera dei figli. Si mangiavano cibi preparati in casa e questo aiutava”.

Oggi “per forza di cose, non è più così, ma l’importante è sapere quali cibi preferire, avere consapevolezza di ciò che un bambino  dovrebbe mangiare e come fare per raggiungere il gusto apporto tra micro-nutrienti e macro-nutrienti. E in questo, le statistiche registrano un maggior grado di consapevolezza a Nord rispetto al Sud”

Gli errori più comuni

Nello specifico, secondo un recente sondaggio Nestlé, i genitori tendono a mettere praticamente sullo stesso piano diversi gruppi alimentari, prediligendo cioè per i figli le proteine (35%), quasi allo stesso modo dei carboidrati (34%) e delle verdure e ortaggi (31%), senza dare apparentemente peso al differente ruolo che questi alimenti svolgono nel benessere di bambini e adulti. Secondo un precedente sondaggio Nestlé, inoltre, il 31% degli intervistati è convinto che un bambino debba mangiare come un adulto, e il 28% tende addirittura a preparare per i figli porzioni uguali alle proprie.  

Un Nutripiatto per educare bimbi e genitori

Proprio per dare una mano ai genitori, prima ancora che ai bambini, Nestlé e Campus Biomedico hanno messo a punto uno strumento ad hoc: il Nutripiatto. Pensato per  bambini da 4 ai 12 anni, il Nutripiatto è un piatto dalla dimensioni normali (26x26cm), che mostra le proporzioni adeguate delle categorie di alimenti necessarie per preparare i due pasti principali: il pranzo e la cena. Nello specifico il 50% del piatto è occupato da verdura e frutta, il 25% da carne, pesce, uova e legumi, latticini, e l’altro 25% da cereali, pasta integrale e tuberi. E poi c’è la frutta, che va mangiata almeno tre volte al giorno e nel modo più variato possibile, preferendo i frutti freschi, di stagione e, se possibile, locali.

I consigli della chef stellata Bowerman​

Ma come invogliare i bambini a mangiare i cibi sani? Ecco alcuni consigli della chef stellata Cristina Bowerman:

  • “Raccomando come prima cosa di ascoltare i propri figli, capire cosa gli piace e cosa proprio non accettano, e tenerne conto”.
  • “Ci sono poi piccoli escamotage per far passare i cibi meno apprezzati ma utili ad un’alimentazione equilibrata. Per esempio mio figlio non ama per niente il riso, perché lo accetti inserisco in una porzione adeguata alcuni ingredienti che a lui piacciono, dalle verdure che ama, ai condimenti che glielo rendono più gradito”.
  • “I bambini amano mangiare con le mani e un accorgimento può essere quello di mettere nel piatto (anche al lato del piatto,  attorno ad un cibo poco apprezzato) verdure che si possano mangiare con le mani.”
  • “Consiglio soprattutto ai genitori di cominciare a ‘educare’ il palato dei bambini fin da piccoli, stimolando la loro curiosità: mi capita spesso di vedere genitori nel mio ristorante ordinare per il figlio una pasta con il sugo che è facile che mangino anche a casa. Ma perché invece non fargli provare qualcosa di nuovo, abbinamenti anche particolari e diversi?”.
  • “A scuola i bambini accedono a merendine che magari noi non vorremmo che mangiassero. Ma impedendoglielo si rischia che si senta escluso dal ‘gruppo’, meglio allora provvedere  facendogli portare anche  alimenti che vadano ad integrare quello che mangerà a scuola”.

In Italia si contano 2,5 milioni di persone affette da malattie renali. Di queste, 50 mila sono in dialisi in attesa di un trapianto che in media arriva dopo 3 anni. E l’Italia non è un anomalia. Per questo motivo, il 14 marzo si celebra la giornata mondiale del rene, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla crescente incidenza delle patologie renali e sulla necessità di implementare specifiche misure e strategie di prevenzione. 

E per accrescere la consapevolezza sulle problematiche legate alle nefropatie di cui soffrono 850 milioni di persone, dei fattori di rischio, su come vivere con una malattia renale. Le malattie renali – si legge sul sito World Kidney Day – rappresentano l’11ima causa di mortalità nel mondo, spesso dovuta anche all’impossibilità di ricevere un rene nei tempi (e condizioni) giuste. In particolare variano da 2,1 a 7 milioni le persone che muoiono ogni anno perché impossibilitate a ricevere un trapianto o la dialisi.

 

Gli obiettivi della giornata del rene 2019

“Salute Renale per Tutti ed Ovunque” – il tema di quest’anno – richiede che la prevenzione e il trattamento precoce delle patologie renali vengano incluse nella Copertura Sanitaria Universale (CSU). L’obiettivo principale della CSU è quello di promuovere la salute pubblica provvedendo un accesso universale, sostenibile ed equo a cure mediche basilari ma di alta qualità, proteggendo gli individui dall’impoverimento e rendendo equo l’accesso alla salute a tutte le categorie sociali.

 

Tre anni per un rene nuovo, perché è troppo

Secondo quanto riporta Libero, “la prima cosa che balza all’occhio, scorrendo gli ultimi dati del Centro Nazionale Trapianti, è il calo delle liste d’attesa, soprattutto di quelle relative al trapianto di rene. Ora, non si può dire che la situazione si sia “normalizzata”: al 31 dicembre scorso le persone in attesa di trapianto erano 8.713, contro gli 8.743 di 12 mesi prima. Ma è il terzo anno consecutivo che la coda s’assottiglia, soprattutto grazie al calo della lista d’attesa per il trapianto di rene, che nell’ultimo anno è scesa da 6.683 a 6.545. Detto questo, di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio, considerando che – restando al trapianto di rene, il più diffuso – si può restare anche per più di tre anni aspettando l’agognato intervento. Ancora troppo, considerando che un periodo così lungo porta a un’inevitabile e sostanziale peggioramento del quadro clinico del paziente”. Ecco perché la donazione da vivente, soprattutto da parte di un familiare, è spesso l’opzione migliore. Ma purtroppo non sempre percorribile in mancanza di compatibilità.

 

C’è chi il rene lo dona, e chi lo vende

Ma sulle pagine di cronaca non mancano le storie di chi – in Italia – il rene se lo è venduto per pagare strozzini o per vivere. In particolare, da un’indagine condotta nel 2002 dai pm torinesi che sequestrarono le cartelle cliniche dei trapianti dell’Umberto I, emersero dodici casi “sospetti” fra i 140 trapianti fra donatori viventi non consanguinei, storie estreme di persone che pur di permettersi auto di lusso o il vizio del gioco non hanno esitato a vendere un organo, l’ unico “bene” rimasto di loro proprietà in quei drammatici momenti. Tra questi, riporta Repubblica, c’è Vito Di Cosmo, 54 anni, di Francavilla Fontana, rappresentante sommerso dai debiti di gioco, se lo fece togliere per 35mila euro da restituire agli usurai. E c’è Antonio C., 49 anni, medico analista di Reggio Emilia finito nei guai, prima con le banche poi con i cravattari, per un’auto di grossa cilindrata. Il rene lo vendette a un suo amico d’infanzia in dialisi per 25mila euro. “Da circa 6 anni – dichiarò ai carabinieri – ho contratto debiti con le banche, che mi hanno pignorato due terzi del mio stipendio (di 3250 euro mensili), e con gli usurai. Spinto dalla disperazione e dalla necessità, mi sono recato da un amico d’ infanzia che sapevo essere in dialisi. Gli offrii il rene, gli dissi che avevo debiti complessivi per 40 mila euro. I suoi parenti mi consegnarono 25 mila euro in contanti e pagarono direttamente i debiti con gli usurai. Mia moglie sapeva tutto, ha cercato fino all’ ultimo di dissuadermi, ma invano. I miei figli, invece, non sanno nulla”. Alfredo C., era un disoccupato di Bari, s’era venduto un rene per sbarcare il lunario, peccato però che ricevette un assegno scoperto. Di Bari è anche Francesco L., che in cambio del prezioso organo donato a un suo concittadino ricevette qualche aiuto per arrivare a fine mese e una raccomandazione per un assunzione al comune.

 

Un rene per un iPhone

Tra chi ha venduto il suo rene c’è anche un giovane 25enne cinese che all’età di 17 anni vendette l’organo al mercato nero per acquistare un iPhone. Il giovane contattò alcuni malviventi su un sito web e, dopo aver preso un appuntamento, si recò ad Anhui, una delle province più povere della Cina, dove si sottopose all’intervento al termine del quale ha ricevuto la somma di circa 2.500 euro. Secondo quanto riportato dal britannico Daily Mail, l’intervento, effettuato da un medico in una struttura non abilitata, ha comportato una grave insufficienza renale che, nel corso del tempo, è peggiorata sempre più tanto da rendere invalido il giovane. La polizia cinese ha effettuato indagini sulla vicenda riuscendo a risalire ai responsabili che sono stati arrestati. La famiglia della vittima è stata risarcita per oltre 160 mila euro, ma oggi il ragazzo è invalido, soffre di insufficienza renale e campa di sussidi sociali.

 

Quanto costa il rene sul mercato nero

C’è un mercato nero di organi che parte dalla Nigeria e arriva nel litorale campano. Non è possibile stabilire quante persone spariscono dai villaggi africani per mano della mafia nera. Secondo il Messaggero, inchieste non troppo datate, risalenti al 2010, hanno stabilito alcune delle cifre che muovono il business: un rene “costa” 12 milioni di naira, la moneta nigeriana, ovvero 60mila euro. E a Lagos, più volte, la polizia ha trovato donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Nel mondo il prezzo del rene, l’organo più facile da espiantare, ha un prezzo variabile: parliamo di 20 mila dollari ad organo in India, mentre in Cina ne costa circa 40.000. In Israele si arrivano invece a pagare 160 mila dollari. Ma, come ricorda Sally Satel, studiosa presso la “American Enterprise Institute”, associazione che studia i prezzi pagati dai donatori legali e no, molti dei soldi pagati vengono divisi tra gli attori coinvolti così che il “proprietario” alla fine incassa una cifra che va dai 1.000 ai 10.000 dollari per il suo rene.

La molecola “Sam68” è fondamentale nella formazione degli spermatozoi. Il suo mal funzionamento potrebbe essere implicato in alcuni casi di sterilità maschile. Infatti, questa proteina è risultata in passato assente o ridotta in alcuni pazienti con problemi di fertilità. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio di ricercatori della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e dell’Università Cattolica. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Cell Reports.

“La proteina Sam68 è risultata essere un guardiano attento dei complicati processi di maturazione dello spermatozoi – spiega Claudio Sette dell’Istituto di Anatomia umana e Biologia cellulare presso la Sede di Roma dell’Università Cattolica – e presiede alla protezione del bagaglio di messaggeri molecolari (gli mRna, molecole che contengono il codice genetico da copiare per sintetizzare le proteine), che serviranno allo spermatozoo per maturare, per raggiungere l’ovocita e per fecondarlo, nonché anche nelle prime fasi dello sviluppo dell’embrione”.

Gli scienziati hanno infatti visto che topolini in cui il gene per la proteina Sam68 è messo KO non riescono a produrre spermatozoi maturi. Di fatto, la proteina Sam68 si attacca ai tantissimi mRna contenuti nello ‘spermatozoo in fieri’ e fa sì che essi entrino in funzione nei tempi giusti, nei diversi stadi di maturazione dello spermatozoo stesso.

“Pur trattandosi di una ricerca di base – sottolinea Sette – è possibile che in futuro si possa studiare l’espressione (la presenza) di questa proteina per caratterizzare pazienti con patologie di infertilità maschile. Abbiamo identificato questa proteina come uno dei fattori responsabili della corretta produzione delle cellule germinali maschili. In linea con la ridotta motilità e l’infertilità degli spermatozoi prodotti in assenza della proteina Sam68, il nostro studio ha evidenziato come l’espressione di Sam68 sia necessaria per la corretta produzione di un elevato numero di mRna cruciali per la formazione dello spermatozoo. Il nostro studio dimostra quindi un meccanismo molecolare di cruciale importanza per il differenziamento delle cellule germinali maschili e per la fertilità maschile”

Rilassa, facilita il sonno e fa dimagrire. In base a uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet Public Health, mangiare pasta a cena fa bene. Vengono quindi smentiti i luoghi che comuni, diffusi anche in Italia, che resta il Paese conosciuto nel mondo anche per gli spaghetti, dove però solo un piatto su tre viene servito la sera. Ben 12 milioni di persone, invece, non lo fanno per paura di ingrassare o per paura di non dormire bene.

In occasione della Giornata mondiale del sonno, che si celebrerà il 15 marzo, l’Unione italiana food presenta a Napoli il risultato di questo studio, affidandosi al parere tecnico di Luca Piretta, nutrizionista e gastroenterologo, membro del consiglio direttivo della Società italiana di Scienze dell’alimentazione. “La pasta è un’ottima alleata anche di sera – spiega – quando dobbiamo apportare al nostro organismo solo il 30% delle calorie della giornata, soprattutto se siamo stressati, se soffriamo d’insonnia o se lamentiamo disturbi da sindrome premestruale. Il consumo di dosi adeguate di pasta favorisce infatti il consumo di insulina che, a sua volta, facilita l’assorbimento di triptofano, l’amminoacido precursore della serotonina e della melatonina, che regolano umore e ritmo del sonno”.

Dormire bene, inoltre, riduce gli ormoni responsabili della fame e non favorisce l’aumento di peso. La pasta favorisce anche il rilassamento muscolare, perché “contiene le vitamine del gruppo B – fa notare Piretta – soprattutto la B1, fondamentale per il sistema nervoso centrale, che stimola la produzione di serotonina”.

Resta valida l’accortezza a non mangiare con foga, perché masticare lentamente stimola i recettori che agiscono sul senso di sazietà, riducendo il senso di fame che ci porta ad assumere altro cibo. “Per quanto riguarda la cottura della pasta – sottolinea Piretta – meglio mangiarla al dente, in modo da far mantenere la consistenza, renderla più resistente alla masticazione e quindi più digeribile”.

L’unica vera accortezza restano le porzioni: mai più di 80 grammi a testa, meglio la pasta integrale e con olio a crudo. Qualche piccola rinuncia, che val bene un buono e sano piatto di pasta prima di chiudere la giornata.

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