Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Compie 40 anni la legge 194, che ha legalizzato l'interruzione volontaria di gravidanza in Italia, sottraendo decine di migliaia di donne, spesso minorenni, alla tragedia delle mammane e dell'aborto clandestino. Era il 22 maggio 1978 quando la legge fu approvata, dopo anni di battaglie soprattutto da parte dei Radicali, per poi venire definitivamente confermata dal fallimento del referendum abrogativo del 1981.

Com'è la situazione oggi, al di là delle inevitabili polemiche a corollario del quarantennale (con tanto di marce e manifesti da parte dei numerosi gruppi antiabortisti)? Due dati su tutti: gli interventi di interruzione volontaria di gravidanza (Igv) sono calati drasticamente dal 1982, anno del picco massimo, a oggi. Nell'82 infatti si registrarono qualcosa come 234.801 aborti volontari, mentre nel 2016, ultimi dati disponibili forniti dal ministero della Salute, gli interventi sono stati 84.926.

L'altra faccia della medaglia è che sono cresciuti enormemente gli obiettori di coscienza: oggi i ginecologi che si rifiutano di praticare interruzioni di gravidanza sono addirittura il 70,9%. Nel 2005 erano il 58%. Il che significa, numeri alla mano, che solo tre ginecologi su 10 sono disponibili. Va leggermente meglio tra gli anestesisti, dove "solo" il 48,8% fa obiezione. Dati eloquenti, che si riflettono, seppure in misura minore, sul numero delle strutture che praticano gli interventi, che sono il 60% del totale (in lieve crescita sull'anno precedente).

Nell'ultima relazione al Parlamento sull'Igv il ministro Lorenzin ha comunque rassicurato che questi numeri non inficiano comunque il diritto di una donna ad abortire secondo la legge, dal momento che il calo dei medici disponibili è direttamente proporzionale al calo degli aborti: "Per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore – sottolineava Lorenzin – pur in presenza di casi che si discostano dalla media, non emergono particolari criticità nei servizi di Ivg. In particolare, si osserva che le IVG vengono effettuate nel 60.4% delle strutture disponibili, con una copertura adeguata, tranne che in Campania e P.A. Bolzano (dati 2016)". Mentre "valutando le Ivg settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore, considerando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale ogni non obiettore ne effettua 1.6 a settimana".

Sempre meno italiane e più straniere

L'identikit delle donne che compiono la scelta drammatica di abortire descrive il cambiamento della nostra società: calano le italiane (per la prima volta nel 2016 il numero di Ivg è sceso al di sotto di 60.000), rimangono elevati i dati sulle donne di origine straniera (che rappresentano oltre il 30% degli aborti totali). In questi 40 anni è cambiata anche l'età media: nel calo generale è leggermente aumentato nel 2016 il tasso di abortività nelle donne dai 35 anni in su, e in generale la fascia con più Igv in percentuale è quella di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Ma negli anni è aumentato anche il numero delle 15-16enni, parallelamente all'abbassamento progressivo dell'età media per i primi rapporti (sono stati 2.596 gli interventi nel 2016, il 3% del totale, comunque un dato molto minore alla media europea). 

Per quanto riguarda lo status, nel 2016 il 46.5% delle donne italiane che hanno abortito era in possesso di licenza media superiore, mentre il 45.9% delle straniere aveva la licenza media. Il 47.4% delle italiane risultava occupata (in aumento rispetto al 2015, quando le occupate erano il 42.9%), mentre per le straniere la percentuale delle occupate è del 39.2%. Per le italiane la percentuale delle nubili (57.8%) è in aumento e superiore a quella delle coniugate (35.6%), mentre nelle straniere le percentuali sono molto più simili (46.8% le coniugate, 47.3% le nubili). Il 43.9% delle donne italiane che ha eseguito una IVG non aveva figli. 

Aborto e cambiamenti nel costume

In generale, tra luci e ombre, i dati dicono che l'aborto volontario, dopo una prima fase iniziale, è costantemente diminuito, anche secondo l'analisi generazionale, e non è mai stato un mezzo di controllo delle nascite. La separazione sempre più netta fra sessualità e procreazione aumenta il tempo che intercorre fra l'inizio della attività sessuale e la nascita del primo figlio: è questo un periodo in cui le gravidanze sono spesso indesiderate. Anche se i tassi di abortività delle giovanissime (tra i 15 e i 20 anni) delle generazioni più recenti mostrano un andamento diverso rispetto a quello di altre fasce d'età: pur restando fra i valori più bassi dei Paesi occidentali, hanno avuto negli ultimi anni prima un aumento, seguito da una stabilizzazione e poi da una diminuzione, quest'ultima meno evidente nelle 15-16enni. Ciò potrebbe essere legato alla tendenza all'aumento nelle giovanissime del numero dei partner, che si ridimensiona con l'età, e all'inizio sempre più precoce dei rapporti sessuali. 

Al tempo stesso, tuttavia, si osserva in Italia, in questa fascia di età, una minore diffusione della contraccezione ormonale, rispetto ad altri Paesi europei con cui siamo soliti confrontarci (Svezia, Gran Bretagna, Francia), dove a un utilizzo nettamente maggiore della pillola contraccettiva corrisponde tuttavia un altrettanto maggiore tasso di abortività; dati recenti sulla contraccezione mostrano tra i giovani (15-24enni di entrambi i sessi) una diffusione sempre maggiore del profilattico, che ha la duplice funzione di minimizzare il rischio di gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili.

Il legame con l'istruzione

Rispetto agli altri Paesi europei siamo ancora distanti dalla diffusione più massiccia della pillola contraccettiva, notoriamente più efficace del profilattico. Nonostante ciò fra le giovani italiane si osserva una percentuale bassa di gravidanze e una bassa abortività. Questo può essere parzialmente spiegato, sostiene il ministero della Salute nell'ultima relazione, dal fatto che i nostri giovani, rispetto ai paesi Nord Europei, restano più a lungo in famiglia, trovandosi a gestire anni di attività sessuale (non solo in età adolescenziale) continuando a vivere con i propri genitori. Questo fa sì che la frequenza dei rapporti sessuali e il numero dei partner, seppur in aumento rispetto alle generazioni precedenti, siano comunque inferiori rispetto ai coetanei di altri Paesi europei.

Infine, il livello di istruzione è risultato fortemente associato al ricorso all'IVG: donne con titolo di studio più basso presentano valori di abortività più elevati in tutte le generazioni. L'empowerment delle donne rappresenta quindi uno strumento efficace per indirizzare le loro scelte riproduttive in maniera più consapevole. 

L’età non è uguale per tutti: c’è chi è fisicamente anziano a 40 anni e chi si mantiene molto giovane a 80. Dipende tutto dai fuochi che abbiamo nel nostro corpo: le infiammazioni che possiamo sedare o attizzare a seconda di quello che mangiamo e dallo stile di vita che conduciamo.

E’ la tesi del libro di Eliana Liotta “L’età non è uguale per tutti”, appena uscito per “La nave di Teseo”. Il saggio, scritto in collaborazione con l’immunologo Alberto Mantovani e i ricercatori dell’ospedale universitario Humanitas, spiega come curare se stessi e restare giovani più a lungo possibile in base agli studi scientifici più attendibili.

Cos’è l’inflammaging

Gli studiosi – neuroscienziati, dermatologi, gastroenterologi e nutrizionisti – non negano che alla base di tutto ci siano delle predisposizioni genetiche o che alcune patologie possano essere influenzate dall’ambiente in cui si vive, ma molto si può fare per stare bene. La ricetta sulla carta è semplice: alimentazione sana (o smart, come viene definita), movimento e approccio positivo. Sono queste le basi dell’inflammaging: la teoria più nuova e accreditata sull’invecchiamento. “I processi infiammatori”, spiega Liotta in un’intervista al Corriere della Sera, “sono il nemico numero uno della sana longevità. Un dolore, un rossore, un prurito segnalano qualcosa che non va. Quando i globuli accendono la spia d’allarme, bisogna spegnere i fuochi. Neutralizzare gli alieni dello stomaco o dell’intestino”.

I consigli degli esperti

Come? Controllando “i grassi ad esempio. Se la ciccia è troppa, per esempio, si disorientano le difese del corpo”. Gli alleati sono i cibi anti-infiammatori, come:

  • Pomodori
  • Mandorle
  • Cicoria
  • Salmone

“L’elenco è lungo. Aiutano, senza fare miracoli.  Serve un allenamento costante alla dieta intelligente. Quella mediterranea. Bisogna alimentare e disintossicare”.

Anche lo sport è un farmaco. I muscoli andrebbero allenati ogni giorno: i pensieri positivi vengono agevolati dal movimento e i grandi longevi non sono sedentari. Qualche esempio? Indro Montanelli, ma anche i filosofi dell’antica Grecia e Ippocrate.

In ultimo, non bisogna dimenticare il riposo “che aiuta il cervello a ripulire la spazzatura chimica accumulate durante il giorno”.  

"La mia vita era buia, come il colore nero. È una malattia che, specialmente da piccola, ti limita tanto. Avevo attacchi febbrili anche due volte a settimana, spesso accompagnati da forti dolori. Non potevo uscire a giocare con gli amici. Avevo difficoltà a frequentare regolarmente la scuola. Non ho avuto, di fatto, un'infanzia. La malattia non mi ha fatto avere la spensieratezza tipica della mia età. Non mi sono potuta costruire quelle amicizie che invece le mie coetanee stavano coltivando".

A parlare è Chiara che oggi, a 19 anni, racconta il suo calvario con la "febbre mediterranea", una delle tre malattie rare per la quale, il team di esperti del Bambin Gesù di Roma, ha trovato una cura. Oggi Chiara conduce una vita normale. Ma non è stato sempre così.

Chiara è affetta da febbre mediterranea familiare e fa parte di quel 5-10% che non risponde alla cura con colchicina. Ha partecipato alla sperimentazione clinica e fin dalla prima iniezione di canakinumab (nuovo farmaco sperimentato dal team di esperti di italiani) ha visto cessare gli attacchi febbrili. Per mesi interi. "Oggi, dopo tanto tempo – racconta – vedo finalmente la mia vita come il colore verde". Quello della speranza. "Adesso ho una vita sociale – spiega – faccio sport e studio Legge all'università, frequentando regolarmente le lezioni. Una cosa per me impensabile fino a poco tempo fa. Posso dire di aver ricominciato da zero. Mi sto piano piano costruendo tutte quelle cose che da piccola non ho potuto coltivare".

Cos'è la febbre mediterranea

La febbre mediterranea familiare o FMF, come suggerisce il nome, è una malattia più comune nel bacino mediterraneo e, soprattutto, nei Paesi del Medio Oriente e nella parte più orientale della Turchia. Si è diffusa anche in Grecia e in Sud Italia a causa di correnti migratorie e fenomeni di colonizzazione (per esempio la Magna Grecia) negli scorsi millenni. Si ritiene, spiega una nota dell'ospedale Bambino Gesù, che essere portatori sani di mutazioni nel gene della FMF, che codifica per la proteina chiamata pirina, conferisca protezione dalla infezione da Yersinia pestis, il bacillo che causa la peste.

Il meccanismo molecolare della interazione fra alcune tossine del batterio e la risposta infiammatoria è stato identificato recentemente. Un'osservazione storica a favore del ruolo dei portatori sani di mutazione della pirina è rappresentata dal fatto che negli ultimi millenni le epidemie di peste sono state assenti o molto limitate in Turchia e nei Paesi mediorientali. Al contrario, nel Nord Italia e in Europa continentale, zone in cui la frequenza di portatori di FMF è bassissima, le epidemie hanno falcidiato nei secoli centinaia di migliaia di persone. 

Un successo italiano

Un team di esperti italiani dell'ospedale capitolino ha scoperto la cura per questa malattia e altre due patologie rare autoinfiammatorie (il deficit di mevalonato chinasi – MKD – e la sindrome periodica associata al recettore 1 del fattore di necrosi tumorale – TRAPS): un nuovo farmaco efficace per un gruppo di malattie recentemente scoperte e caratterizzate da episodi ricorrenti di febbre e di infiammazione. La sua efficacia è stata valutata all'interno di una sperimentazione clinica a livello mondiale coordinata dai medici della Reumatologia della struttura. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica The New England Journal of Medicine. Tutte e tre sono malattie genetiche, causate dalle mutazioni di tre geni coinvolti nella risposta infiammatoria.

I bambini e gli adulti colpiti da queste patologie, presentano episodi febbrili ricorrenti con una frequenza che varia da una volta ogni 15 giorni a una ogni qualche mese. La durata di questi episodi è variabile da una malattia all'altra: si va dai 2-4 giorni nella FMF fino a diverse settimane nella TRAPS. Assieme alla febbre questi pazienti possono avere artrite, pleurite, pericardite, peritonite e rash cutanei. La qualità di vita è seriamente compromessa. Nel lungo termine sono a rischio di sviluppare amiloidosi secondaria, che porta a insufficienza renale, quindi alla dialisi e, in fine, al trapianto di rene.

Un'unica sperimentazione per tre patologie

Qualche anno fa era stato scoperto nel meccanismo delle 3 malattie il ruolo centrale di una specifica molecola dell'infiammazione, l'interleuchina 1, che viene prodotta in eccesso in conseguenza delle mutazioni genetiche. "Da questo dato ottenuto in laboratorio e trasportato al letto dei pazienti è stato disegnato il trial clinico che, in maniera assolutamente innovativa – spiega il dottor Fabrizio De Benedetti, responsabile di reumatologia dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e coordinatore mondiale del trial clinico – ha messo insieme le tre malattie in un'unica sperimentazione costruita su misura. Le conoscenze dei meccanismi molecolari delle malattie permettono infatti oggi di disegnare approcci innovativi basati, non tanto sulla diagnosi di ogni malattia, ma piuttosto sul meccanismo molecolare, Il target, che si vuole specificatamente colpire".

I ricercatori hanno usato un anticorpo specifico, che agisce in maniera mirata, bloccando l'attività biologica dell'interleuchina 1 (nome scientifico canakinumab). I pazienti inclusi nel trial sono 181, provenienti da 59 istituti di 15 Paesi.

"Nel campo delle malattie genetiche, che hanno esordio in età pediatrica, studiare i bambini permette di acquisire informazioni utili anche nel trattamento dell'adulto – aggiunge De Benedetti – Se è vero che i bambini non sono piccoli adulti, è vero però che gli adulti sono grandi bambini". I risultati hanno dimostrato una straordinaria efficacia in tutte e tre le malattie con la pressoché totale scomparsa degli episodi febbrili, migliorando decisamente la qualità della vita dei pazienti.

I pazienti con FMF sono passati da una media di 20/25 episodi febbrili all'anno a 1 e mezzo, quelli con MKD da 15 a 1 mentre i pazienti con TRAPS da 10 a 1. "Per la FMF esiste una terapia, la colchicina, ma il 5%-10% dei pazienti non risponde a questo trattamento. Per la TRAPS e la MKD invece non esisteva un trattamento efficace – spiega il dottor Fabrizio De Benedetti – Per questo motivo era essenziale trovare una nuova modalità di trattamento per queste tre malattia orfane. I risultati dello studio, in termini di efficacia e di sicurezza del farmaco hanno permesso di ottenere la sua autorizzazione sia dall'EMA (Agenzia Europea del Farmaco), sia dall'FDA (Food and Drug Administration). Il farmaco dovrebbe essere presto disponibile anche in Italia". 

Grazie a una ricerca condotta presso la sede di Roma dell'Università Cattolica e della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli – IRCCS in collaborazione con la Hebrew University di Gerusalemme è stata messa a punto una 'macchina mappa grassi', che consente di vedere come i lipidi si formano (a partire dai cibi consumati), si immagazzinano nel corpo o vengono bruciati da esso per trarne energia. La metodica, basata su una sonda fluorescente che 'illumina' le particelle di grasso (goccioline lipidiche) dentro le cellule potrebbe essere usata sia a scopo diagnostico sia per testare nuovi farmaci contro l'obesità.

Leggi anche sul Sole 24 OreObesità: la mappa regionale del rischio. Campania in cima alla classifica

Pubblicata sulla rivista "BBA Molecular and Cell Biology of Lipids", la ricerca è stata condotta presso l'istituto di Fisica della facoltà di Medicina e chirurgia della Cattolica, dal professor Giuseppe Maulucci, dal professor Marco De Spirito e dal dottor Flavio di Giacinto. "L'analisi – afferma Maulucci – è già 'traslabile' in clinica per analisi di biopsie (utili per monitorare l'effetto di terapie e diete personalizzate in presenza di stati patologici o terapie per contrastare l'obesità, e per verificare selettivamente l'accumulo tossico di lipidi in tessuti non adiposi in stati patologici), mentre per arrivare all'applicazione diretta sui pazienti servirà ancora qualche anno".

"Gli organismi immagazzinano i grassi assunti con l'alimentazione sotto forma di goccioline lipidiche che vengono poi utilizzate in risposta a richieste energetiche (per esempio durante il digiuno) tramite l'attivazione di un complesso sistema di reazioni chimiche che ne consentono la regolazione", spiega Maulucci. "Finora questo processo è stato descritto solo attraverso tecniche distruttive e non è mai stato visualizzato in tempo reale".

La metodica messa a punto ("imaging spettrale confocale della micropolarità intracellulare"), costituita da un sistema microscopico ad alta risoluzione spaziale e temporale, consente di visualizzare e quantificare l'immagazzinamento e l'utilizzo dei grassi senza la necessità di distruggere le cellule e senza introdurre artefatti di preparazione del campione con promettenti applicazioni in vivo.

Basata su una sonda fluorescente che colora e illumina il grasso presente nelle cellule, la metodica svela anche se e quanto i lipidi vengono immagazzinati, oppure utilizzati in risposta a stimoli nutrizionali e ambientali. Inoltre, è in grado di rilevare gli squilibri tra la conservazione dei lipidi e l'uso, che può portare a disturbi metabolici all'interno delle cellule viventi e degli organismi. "Con essa si può vedere tutto il processo di formazione del deposito di grasso – aggiunge il professor Maulucci – dall'ingresso nella cellula, alla formazione dei depositi, fino alla distribuzione e al numero di goccioline presenti. Inoltre può vedere dove e come si interrompe o si amplifica questo processo, e se si formano depositi anomali e tossici per le cellule. Da un punto di vista generale, si può anche vedere se si formano depositi di grasso in altri organi oltre al tessuto adiposo".

Il processo si può studiare in tutte le condizioni che si desiderano. "Quindi al variare di qualità e quantità di nutrienti, quando questi sono accoppiati alla somministrazione di farmaci". Le potenziali applicazioni cliniche sono enormi: qualsiasi squilibrio tra lo stoccaggio dei grassi e il loro uso porta a disturbi di accumulo: un eccesso di accumulo lipidico dovuto a una dieta ad alto contenuto calorico può portare a obesità, insulino-resistenza, diabete di tipo 2, dislipidemia (per esempio colesterolo alto) e steatosi epatica non alcolica (fegato grasso).

Al contrario, malattie come lipodistrofia e cachessia sono associate a un basso livello anormale di grasso corporeo. La comprensione dei meccanismi di immagazzinamento e la loro osservazione in tempo reale consentono di comprendere come gli alimenti, selettivamente o in compresenza a farmaci o stati patologici, stimolano o riducono la formazione di grassi. "Questo può portare alla formulazione di diete personalizzate in assenza o in presenza di stati patologici o terapie, al fine di contrastare l'obesità", Maulucci. Inoltre l'utilizzo di questa metodica può portare allo sviluppo di farmaci che possono contrastare l'accumulo tossico di un eccesso di lipidi.

C'è un nuovo possibile bersaglio che può essere utilizzato per combattere il comune raffreddore. Anziché attaccare il virus, che assume centinaia di versioni, un gruppo di ricercatori dell'Imperial College London è convinto che si possa puntare sull'ospite umano. In uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Chemistry, i ricercatori hanno scoperto che c'è una proteina chiave nelle cellule dell'organismo che i virus del raffreddore "dirottano" normalmente per auto-replicarsi e diffondersi.

Se bloccata tempestivamente, potrebbe fermare qualsiasi virus del raffreddore. Gli studiosi lo hanno dimostrato in test di laboratorio. Entro due anni potrebbero iniziare i test di sicurezza sugli esseri umani. In particolare, i ricercatori stanno lavorando per creare una farmaco che puo' essere inalato, in modo da ridurre eventuali effetti collaterali. In laboratorio, ha funzionato dopo pochi minuti dall'applicazione sulle cellule polmonari umane. Il farmaco ha agito sulla proteina chiamata NMT. "L'idea è di darlo a qualcuno quando viene infettato per la prima volta e impedirebbe al virus di replicarsi e diffondersi", ha detto Ed Tate, uno degli autori dello studio, secondo il quale anche nei casi in cui il raffreddore abbiamo preso piede, il farmaco "potrebbe ancora aiutare a ridurre i sintomi", ha detto. 

Dan Reynolds, leader della band indie-rock Imagine Dragons, è malato. Lo ha confessato in un’intervista esclusiva al Corriere della Sera raccontando i dolori che la spondilite anchilosante, una malattia reumatica che spesso colpisce in giovane età, gli ha causato negli ultimi dieci anni tra concerti, registrazioni e vita privata. Rispondendo alle domande di Vera Martinella, il trentenne cantante americano ha spiegato perché ha deciso di rendere nota la sua condizione: “La mia band stava iniziando a guadagnare la prima popolarità, quando poco più che 20enne mi hanno detto che soffrivo di spondilite anchilosante. Ma prima di arrivare a capire qual era il mio problema ho sofferto dolori tremendi, forti mal di schiena e, di conseguenza, un grande stress psicologico”.

La spondilite è una malattia rara e difficile da diagnosticare che spesso viene scoperta dopo anni. Il motivo è semplice: i ragazzi colpiti non pensano di aver contratto qualcosa di serio e ignorano il dolore fino a quando non diventa più tollerabile: “Solitamente prima di parlare con un genitore o un medico passa un sacco di tempo. Io non facevo eccezione: dall’alto del mio metro e 98 di altezza, sopportavo in silenzio”. 

Una malattia da far conoscere

Reynolds, al Corriere, ha raccontato come anche i fratelli soffrissero della stessa patologia e come, nonostante la vicinanza di questi esempi, non sia riuscito ad accettare che nel proprio corpo c’era qualcosa che non funzionava correttamente. Fino a quando non è lo stesso organismo ad arrendersi: “Sono arrivato al punto di non riuscire a muovermi, di dover annullare i concerti”.

Parlarne, allora, diventa un modo per combattere la solitudine di chi, come lui, potrebbe esserne afflitto e aumentare la consapevolezza di quanto sia pericoloso non parlarne con nessuno. Sfruttare la notorietà è il modo più efficace per fare informazione e raccontare a una vasta platea di persone le implicazioni di un male quasi sconosciuto. Per questo il cantante degli Imagine Dragons ha iniziato anche una collaborazione con la casa farmaceutica Novartis e con l’associazione americana che si occupa della spondilite anchilosante per creare delle tavole rotonde interattive destinate ai malati e per far capire loro che con i giusti accorgimenti si può condurre un’esistenza assolutamente normale: “Attività sportiva, vita lavorativa, famiglia, spostamenti continui, concerti faticosi, video: ora posso fare tutto. Mi aiutano una vita sana, yoga e stretching. E il reumatologo che, facendomi la diagnosi e prescrivendomi la corretta terapia, mi ha salvato".

Cos’è la Spondilite

Sul sito della Fondazione Veronesi, la Spondilite Anchilosante è descritta come una malattia infiammatoria cronica sistemica che colpisce primariamente lo scheletro assiale, colonna cervicale, dorsale, lombare e articolazioni sacro-iliache, le articolazioni periferiche, per esempio l’anca e la spalla, conducendo alla fibrosi progressiva e ossificazione delle strutture coinvolte. La malattia ha una maggiore incidenza negli uomini, con un picco di esordio registrato intorno ai 26 anni. La spondilite anchilosante presenta una significativa aggregazione familiare e ci sarebbe quindi un terreno genetico di partenza sul quale agirebbe un fattore ambientale, probabilmente infettivo, che sarebbe responsabile dell’innesco del processo infiammatorio.

 

Nelle scuole americane, soprattutto quelle frequentate dalle classi più ricche, gli studenti lo fanno già da un po': non appena il professore si gira, afferrano la loro sigaretta, aspirano ed espirano negli zaini. E il docente non se ne accorge nemmeno.

Non si tratta di distrazione né di sottomissione dell’insegnante: i ragazzi fumano di nascosto grazie a una nuova sigaretta elettrica che ha l’aspetto di una chiavetta USB e che emette una nuvola di vapore talmente piccola da dissolversi subito. Il suo nome è Juul e sta spopolando soprattutto tra i giovani più benestanti che però, troppo spesso, ne ignorano però i rischi per la salute.

E a questo punto, bisogna fare una precisazione: quando utilizzano la nuova sigaretta, i ragazzi né fumano né svapano: fanno “juuling”. Non c’è ancora un termine italiano perché per ora – e gli esperti si augurano che resti così – questa sigaretta elettronica non è ancora sbarcata in Europa e in Italia, dove non sono stati registrati episodi di juuling in classe.

La si può acquistare online  da siti americani che effettuano spedizioni nel nostro Paese, ma quello è un altro conto. Resta poi il secco divieto per studenti e insegnanti all’utilizzo delle sigarette elettroniche a scuola, in classe o all’aperto. Ma sarebbe davvero un male così grande? Sì, e questi sono i motivi.

Com’è fatta e cosa contiene

La sigaretta prodotta dalla Juul Lab è lunga appena 9 cm e largo 1,5 cm. Ha praticamente le dimensioni di una lunga chiavetta USB e ha quasi lo stesso peso. Le ricariche contenute nel kit prevedono 4 gusti diversi che possono essere facilmente inseriti nel dispositivo: menta glaciale, mix frutta, creme brulee​, tabacco virginia

Il prezzo dell’intero kit è di circa 42 euro (49,90 dollari) mentre una cartuccia, che contiene 0,7 ml di liquido, costa introno ai 12 euro (15 dollari).

La differenza con le sigarette elettroniche

A differenza dei classici e-liquid, i pod (così si chiamano le cartucce di ricarica ) contengono "sali di nicotina” e altri componenti organici, ma l'ingrediente chiave è l'acido benzoico. Come si comporta l'acido? In un e-liquid (le sigarette elettroniche) agisce sul suo Ph, lo abbassa, e rende la soluzione molto più morbida da inalare pur avendo un elevato contenuto in nicotina. Ciò vuol dire che in questo modo è possibile ottenere più nicotina che molto velocemente arriverà nel sangue.

E la nicotina, ricorda il New Yorker, è una sostanza potentissima con poteri sia calmanti che eccitanti. Lo fa aumentando i livelli di dopamina e imitando il ruolo di un neurotrasmettitore. E più giovane è il cervello, maggiore è il grado di manipolazione. Il risultato è talmente piacevole che le persone fumano pur conoscendo i rischi del cancro. Ma se i pericoli del fumo sono ben noti, lo stesso non si può dire per il juuling.

Dannosa come un pacchetto di sigarette

“Siccome si parla di ‘juuling’ e non di fumare, alcuni studenti potrebbero pensare che sia innocuo”, ha spiegato a Epoch Times Pamela Ling, professoressa alla University of California-San Francisco School of Medicine. E “forse – precisa – non sanno nemmeno che contiene nicotina”. In realtà ne contiene parecchia: secondo quando riporta il sito web dei produttori, una cartuccia offre circa duecento boccate, ossia la stessa quantità di nicotina contenuta in un pacchetto di sigarette.

Supponendo che un adolescente fumi un pod alla settimana, “in cinque settimane, è come se avesse fumato cento sigarette”, chiarisce la professoressa Ling: “A quel punto, sei considerato un fumatore accanito”. Come lei la pensano anche i presidi delle scuole coinvolte che ammoniscono la Food and Drug Administration per “non essere ancora intervenuta per proteggere i bambini da Juul e altre sigarette elettroniche”.

La lotta allo juuling

Per combattere la diffusione delle e-sigarette, nel 2016, la California ha portato da 18 a 21 anni l’età minima per acquistare prodotti del tabacco, comprese le sigarette elettroniche. Alcune scuole hanno addirittura bandito le chiavette Usb, per evitare di confonderle con i Juul.

Mentre altre hanno rimosso le porte d’ingresso principali dai bagni degli studenti per dissuaderli dallo svaporararci dentro. Tutto inutile: i ragazzi statunitensi continuano a fumare in classe, nei corridoi, nei servizi igienici e negli eventi scolastici sportivi.

Cosa sta facendo la Juul

Nonostante la Juul Labs affermi che il proprio dispositivo è destinato esclusivamente a utenti adulti, dall’aroma alle cover fino alla forma di chiavetta di Usb, tutto è stato pensato per attrarre i più giovani. Intanto la società si è offerta di aiutare le scuole attraverso un percorso che punti a educare i giovani sulla dipendenza da Juul e nicotina. Anche sul sito la Juul Labs prende le distanze dai consumatori minorenni: solo chi ha compiuto 21 anni può fare acquisti online.

E anche se per esplorare il sito basta cliccare su una casella in cui si dichiara di essere maggiorenni, per acquistare si deve creare un profilo in cui le informazioni dei clienti vengono verificate consultando diversi database, e, in caso di esito negativo, i clienti devono caricare la copia scannerizzata di un documento d’identità munito foto. Tuttavia, ha ammesso la portavoce, Christine Castro, controllare le vendite su siti di terze parti, come eBay o Craigslist, è più difficoltoso.

Cosa ne pensano i giovani

Secondo la giornalista del New Yorker, Jia Tolentino, fumare una Juul e pubblicare una foto su Instagram vanno di pari passo. Sono le due facce del piacere contemporaneo provato dai più giovani. Entrambe forniscono degli stimoli e possono essere compiute in brevissimo tempo. L’onnipresenza delle Juul sui social media, poi, ha senza dubbio amplificato la sua fama.

I teenager tendono a pensare e a comportarsi come i loro coetanei, allineando anche i gusti. Ed è qui che si ferma la legge: l’FDA può controllare le pubblicità ma non quello che attraverso i social i giovani consigliano o sponsorizzano – gratis e in modo indiretto – ai coetanei.

“Se sei cool, allora fumi una Juul con le altre persone e lo pubblichi sui social, affinché tutti possano vedere quanto tu sia ironica e divertente”, ha spiegato una ragazza a Tolentino. E sebbene ufficialmente le sigarette a forma di chiavetta Usb siano destinate ai maggiorenni, la percezione dei minorenni la dice lunga su chi siano i veri destinatari: “Mi fa uno strano effetto vedere un adulto con una Juul. E’ come vedere mia nonna parlare con Alexa”. Per Jonathan Winickoff, ex direttore dell’American Academy of Pediatrics Tobacco Consortium, Juul è un “immenso disastro che senza un’azione immediata avrà conseguenze catastrofiche”.

Un farmaco originariamente pensato per curare l'osteoporosi potrà forse risolvere un problema che affligge milioni di persone, la calvizie. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Manchester ha scoperto che il medicinale ha uno straordinaria capacità di attivare i follicoli, almeno in laboratorio, e di stimolarne la crescita: contiene infatti un componente che agisce su una proteina che ostacola la crescita dei capelli e gioca un ruolo determinante nella calvizie. Secondo il responsabile del progetto, Nathan Hawkshaw, il farmaco "potrebbe davvero fare la differenza per chi perdi i capelli".

Attualmente la calvizie (o alopecia androgenetica) è curata con due soli farmaci, il minoxidil, per uomini e donne, e il finasteride, solo per uomini. Entrambi però hanno effetti collaterali e non sempre sono efficaci, tanto che spesso chi proprio non sopporta di essere calvo ricorre al trapianto di capelli.

La ricerca, pubblicata da PLoS Biology e di cui Bbc dà un ampio resoconto, è stata fatta in laboratorio: si è lavorato su follicoli piliferi prelevati dal cuoio capelluto di una quarantina di uomini che si erano sottoposti al trapianto. I ricercatori hanno prima utilizzato un vecchio farmaco immunosoppressivo, la ciclosporina A, utilizzato dagli anni '80 per prevenire il rigetto degli organi trapiantati e ridurre il rischio di eventuali malattie autoimmuni; e hanno scoperto che il farmaco riduce l'attività di una proteina chiamata SFRP1, un regolatore della crescita che interessa molti tessuti tra cui i follicoli del cuoio capelluto.

Ma siccome ha effetti collaterali, la ciclospirina A, non sembra adatta a curare la calvizie. I ricercatori hanno allora cercato un altro agente che avesse efficacia sulla proteina SFRP1 e hanno scoperto che un principio attivo, il WAY-316606, è capace di operare in modo ancora piu' incisivo per inibire quella proteina. Ovviamente Hawkshaw ha sottolineate all'emittente pubblica britannica che saranno necessari ancora altri test di laboratorio per capire se davvero sia efficace sulle persone e soprattutto se sia innocuo. 

Batteri sempre più forti, sempre più coriacei. In Italia, la resistenza agli antibiotici si mantiene tra le più elevate in Europa e quasi sempre al di sopra della media europea. Nel nostro Paese, ad esempio, la Klebsiella pneumoniae carbapenemasi produttrice, considerato un superbatterio killer, è diventato in oltre il 50% dei casi resistente a tutti gli antibiotici.

Le infezioni ospedaliere compaiono in circa 3 casi ogni 1.000 ricoveri acuti che avvengono in Italia, con un impatto sul Servizio Sanitario compreso tra i 72 e 96 milioni di euro.

In Europa i morti sono 25.000 all’anno

«I batteri hanno la capacità di modulare la propria esistenza attraverso la selezione di mutazioni nel genoma che codificano per proprietà che all’origine non erano espresse – dichiara Giovanni Di Perri, Professore Ordinario e Direttore della Clinica di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Torino – questi microrganismi replicano continuamente e rapidamente il proprio patrimonio genetico ma nel copiare fanno diversi errori in modo del tutto casuale, eccetto quando è presente un selettore, come l’antibiotico, che seleziona proprio i batteri resistenti».

Secondo l’European Centre for Disease Control (ECDC) ogni anno in Europa 25.000 persone muoiono a causa di infezioni da germi resistenti con un impegno finanziario vicino a 1,5 miliardi di euro. Nel mondo, sono circa 700.000 i decessi dovuti alle infezioni resistenti.

Le preoccupanti stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prevede che, agli attuali tassi di incremento delle antibiotico-resistenze, da qui al 2050 i “superbug” saranno responsabili di almeno 10 milioni di decessi annui diventando la prima causa di morte al mondo.

A questa grande emergenza sanitaria, che minaccia la salute e le economie di tutti i Paesi, è dedicato il Corso di Formazione Professionale Continua “Antibiotico-Resistenze: un'emergenza globale. Il ruolo dei media tra informazione e formazione” promosso, insieme al Master “La Scienza nella Pratica Giornalistica” della Sapienza Università di Roma, dalla Fondazione Giovanni Lorenzini che consolida il proprio impegno nella diffusione della conoscenza scientifica e nella promozione della prevenzione nei confronti delle patologie a largo impatto sociale.

Le implicazioni per il sistema alimentare

"Anche l’uso degli antibiotici in veterinaria, negli allevamenti e in agricoltura ha significativamente contribuito al fenomeno dell’antibiotico-resistenza, e pone domande anche in relazione al contesto più ampio della protezione del sistema alimentare", afferma Sergio Pecorelli, Presidente di Giovanni Lorenzini Medical Foundation, New York, NY (USA). "Tutto ciò richiede analisi rigorose ed interventi mirati, perché non venga perduta un’arma indispensabile alla protezione della salute: l’antibiotico".

Un uso prudente degli antibiotici e la promozione di strategie di controllo dell’infezione in tutti i settori della sanità secondo un approccio globale, detto ‘One Health’, sono gli interventi prioritari per prevenire la selezione e la trasmissione di batteri resistenti a questi farmaci.

La necessità di un approccio globale

"L'Organizzazione Mondiale della Sanità si è dotata di un Piano globale per arginare le antimicrobico-resistenze – spiega Ranieri Guerra, Assistant Director General, Organizzazione Mondiale della Sanità – L'Italia è uno dei pochi Paesi a gestire insieme la salute umana, animale e ambientale: è necessario che possa portare avanti questa singolarità per raggiungere gli standard dei Paesi europei nella gestione dell'antibiotico-resistenza".

Uno studio di farmaco-epidemiologia condotto in sei grandi ospedali degli USA ha rivelato come il 60% dei pazienti al quarto giorno di ricovero sia esposto a un antibiotico, nel 30% dei casi prescritto in assenza di segni o sintomi di infezione e in poco più del 50% con un corretto work out microbiologico precedente la prescrizione.

A 40 anni dalla legge Basaglia, la rivoluzione che portò alla chiusura degli ospedali psichiatrici (tristemente noti come manicomi) e fece dell'Italia un esempio ancora unico in Europa, tra elogi e diffidenze, il bilancio è complessivamente positivo pur con qualche ombra: "Abbiamo introdotto un modello nuovo, che sostituisce al trattamento del malato psichiatrico in senso esclusivamente contenitivo – li 'rinchiudiamo' e risolviamo il problema – una concezione terapeutica, di inserimento, di socialità. Ed è un merito enorme", è la convinzione di Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana di psichiatria e direttore della Clinica Psichiatrica della Azienda Ospedaliero Universitaria di Cagliari.

Proprio la Sip il 9 maggio alla Camera terrà una conferenza per fotografare, dati alla mano, lo stato dell'arte della cura del disagio mentale nel nostro Paese. "Forniremo dati, riflessioni e proposte", spiega Carpiniello in una conversazione con l'Agi. Uno scenario si può già delineare: "La riforma di Basaglia ha cambiato radicalmente la psichiatria italiana, portandola nella modernità. Gli ospedali psichiatrici erano assolutamente antiterapeutici: enormi, con due o tremila persone, le terapie mirate erano impossibili. Lo psichiatra, fino a 40 anni fa, doveva semplicemente custodire il malato, ritenuto pericoloso socialmente: una concezione ottocentesca di mera passivizzazione della persona". In situazioni spesso di degrado profondo, incompatibile con il XX secolo, descritte da tanti memoriali e ricordi.

Curare, non rinchiudere

Oggi è tutto cambiato: "Il ricovero esiste ancora, ma in unità operative più piccole all'interno degli ospedali, e non più con il concetto di custodia giudiziaria, ma seguendo le esigenze terapeutiche del paziente". Ma soprattutto, esiste una rete di servizi sociali "diffusa su tutto il territorio, con un'organizzazione omogenea da Nord a Sud. Strutturata sui dipartimenti di salute mentale e i centri di salute mentale, vero cuore del sistema, con visite e terapie ambulatoriali o a domicilio. E poi, naturalmente – ricorda Carpiniello – ci sono le strutture semiresidenziali o residenziali, dove i pazienti, in numeri ridotti, possono interagire, vivere autonomamente, essere seguiti capillarmente dagli operatori". Varie gradazioni terapeutiche, insomma, ma un minimo comune denominatore: i "matti" si curano, non si rinchiudono. "E l'Italia ha dimostrato che si può fare – spiega lo psichiatra – a dispetto di molti in Europa che pensavano fosse troppo rischioso chiudere i manicomi, non ci credevano. Tanto che le riforme che sono state fatte in questi decenni in diversi paesi vanno sì verso l'umanizzazione delle cure, ma non si ha il coraggio di chiudere queste strutture tout court. Noi l'abbiamo fatto, con coraggio, e con una delle leggi più democratiche al mondo".

Per un trattamento sanitario obbligatorio, ad esempio, sono previsti numerosi passaggi, a tutela del paziente.E c'è un buon sistema di welfare, a cui si aggiunge la recente legge sul 'Dopo di noi'". Una rivoluzione che gli psichiatri hanno abbracciato: "Anche noi siamo usciti dalla logica manicomiale per passare a una logica di lavoro sul territorio, di equipe, multidisciplinare, che lavora insieme sulla persona", conferma il presidente Sip.

Cosa manca ancora

Ovviamente non tutto va bene: alle molte luci si sommano anche diverse ombre: "Intanto c'è ancora da fare un lavoro culturale – spiega Carpiniello – perché troppi in Italia concepiscono ancora il malato mentale come uno pericoloso, da rinchiudere. C'è una scarsa attenzione a lavorare sullo stigma che ancora colpisce queste persone, e le campagne informative ed educative scarseggiano. Molte famiglie si sentono sole". Anche perché, ed e' il problema principale, "purtroppo registriamo un progressivo sottofinanziamento della salute mentale. Che porta al depauperamento dei servizi, con un ricasco pesante su strutture, operatori, mezzi, dotazioni. Il risultato è che noi psichiatri siamo con la lingua di fuori, col fiatone". Anche perché nel frattempo una nuova riforma, "figlia minore" della Basaglia, ha eliminato un'altra stortura ma dato altro lavoro agli operatori: la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. "Le Rems che li hanno sostituiti stanno prendendo piede nel territorio, ma le risorse sono poche, e questo ha portato ulteriori oneri che gravano sugli psichiatri", denuncia Carpiniello.

I problemi non mancano, insomma, ma osservando con distacco questi 40 anni, oltre i quali si scaglia l'ombra inquietante degli enormi manicomi, "la mia croce senza giustizia" secondo la lapidaria descrizione della poetessa Alda Merini, che vi passò anni atroci, non si può negare cosa è significata la legge Basaglia: "È innegabile che sia stata una svolta da cui non si torna indietro, la fine di un impianto ottocentesco, degradato e degradante, e l'inizio di qualcosa di nuovo, che torna a guardare alla persona. C'è tanto da fare, ma quello che è stato fatto deve essere un orgoglio per il Paese, che in questo settore è sicuramente un faro di modernità e tolleranza".

Flag Counter
Video Games