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Il 12 novembre scadrà il brevetto del Cialis, farmaco di fascia C, che contiene una molecola famosa utile per combattere la disfunzione erettile. Sarà dunque possibile trovare in farmacia farmaci generici, molto più convenienti.  

Nessun'altra molecola di quella categoria incassa così tanto dagli italiani – scrive Repubblica –  circa 146 milioni l'anno. “Il noto farmaco contro la disfunzione erettile è solo uno dei 13 che in questi mesi hanno visto o vedranno cadere i diritti legati al marchio, con conseguente calo del prezzo. Anti ipertensivi e anti colesterolo, farmaci contro l'osteoartrosi e l'ipertrofia prostatica benigna, oppure prodotti costosissimi dispensati solo in ospedale e altri ancora: il loro giro d'affari è di oltre un miliardo di euro, quasi completamente a carico del servizio sanitario nazionale visto che si tratta di medicinali rimborsati, in fascia A. La stima è che l'ingresso del generico abbatta i prezzi di circa il 60%. Il calcolo su quale sarà il risparmio è piuttosto facile: 600 milioni di euro”.

Come noto il Cialis ha un effetto di 36 ore contro le 4 del concorrente Viagra. Oggi in Italia se ne vendono circa 1,7 milioni di confezioni. “Diventeranno generici i dosaggi del principio attivo tadalafil da 10 e 20 milligrammi, e non quello da 5. Si tratta di un medicinale piuttosto caro, una compressa, a seconda delle confezioni, può costare 15-20 euro. È probabile che i consumi aumentino sensibilmente, come è successo al sildenafil (cioè il Viagra), che dopo aver perso il brevetto nel 2013 ha visto raddoppiare le confezioni vendute, oggi 2,5 milioni”. Leggi qui l’articolo completo.

Ma il Cialis, come detto, non è l’unico farmaco di fascia C per il quale nei prossimi tempi scadrà il brevetto del principio attivo. Ci sono anche il Crestor, il Pafinur e l’Olmetec. L’effetto di questi brevetti in scadenza è quello dell’arrivo sul mercato di analoghi prodotti generici che costeranno fino al 60% di meno. È Assogenerici a fare la lista completa dei brevetti in scadenza da qui al 2019. Ci sono dentro il  Crestor (anti-colesterolo), il Pafinur (antistaminico), l’Olmetec (anticoagulante), l’Avodart (per le infiammazioni prostatiche). Scrive il Corriere della sera: “Nella lista di farmaci destinati a diventare più accessibili ci sono anche altre molecole come il bimatropost (antiglaucoma), il caspofungin (contro alcuni funghi come la candida), il bosentan (vasodilatatore), l’antibiotico ertapenem, la combinazione tramadolo più paracetamolo, usata in alcuni farmaci analgesici come il Patrol, l’antinfiammatorio etoricoxib, l’antibiotico tigeciclina, il pegfilgrastim, venduto come Neulasta, usato per il trattamento della neutropenia indotta dalla chemioterapia, l’abatacept (Orencia), un immunosoppressivo, l’antiallergico olopatadina, e l’antivirale valganciclovir".
 

Sempre il Corriere stima un giro d’affari per i farmaci suddetti di circa un miliardo, che andrà dunque notevolmente a ridursi con risparmi notevoli per i pazienti. Molti di queste medicine come appunto il Cialis, sono di fascia C (va prescritto dal medico curante ma è totalmente a carico del paziente). “In altri casi, invece, il risparmio sarà soprattutto per il sistema sanitario nazionale: ad esempio, il Crestor, che costa 270 milioni all’anno allo Stato e che dal 30 dicembre potrà essere prodotto da altre case farmaceutiche. Che l’affare sia appetibile lo dimostra il fatto che sono 16 le aziende che hanno già richiesto di poter produrre il generico di Cialis e Crestor. Del resto, i generici si stanno imponendo sempre di più sul mercato: secondo l’ultimo report di Assogenerici sui dati da gennio a giugno del 2017, gli equivalenti hanno rappresentanto il 20% del mercato delle confezioni : per quanto riguarda le vendite, si parla di un giro complessivo di 1.54 miliardi, concentrate soprattutto nel mercato dei farmaci di classe A, che assorbe il 77,9% del valore del mercato dei farmaci generici, per un totale di 1,19 miliardi. Con una prevalenza di consumi al Nord: sul podio delle regioni che consumano più generici ci sono la Provincia Autonoma di Trento, la Lombardia, l’Emilia Romagna, Bolzano, Veneto, Friuli e Toscana a seguire. All’estremo opposto la Basilicata, la Calabria, la Campania, la Sicilia, dove il generico fa fatica a prendere piede. Leggi qui l’articolo completo.

 

Per anni considerati uno strumento per lo sballo facile, complici le mitologie metropolitane che si sono create sul loro utilizzo, oggi in realtà la reputazione dei funghi allucinogeni è stata radicalmente cambiata da una serie di ricerche che ne hanno celebrato alcune capacità anti depressive. La scienza comincia a pensare che facciano bene a persone affette da forme depressive, più o meno gravi. Ma servono più studi.
 

Cosa hanno scoperto gli scienziati sugli effetti dei funghi 

Gli scienziati hanno scoperto che i funghi magici contengono una sostanza chiamata psilocibina che ha la capacità di "resettare" il cervello di persone che soffrono di una grave depressione. Sì, resettare è il termine usato anche nella ricerca pubblicata sul Scientific Report, e che oggi è stata ripresa da un po' tutte le principali testate internazionali. 
 
La ricerca del Imperial College di Londra ha scoperto che, se alcuni farmaci convenzionali avevano fallito per alcuni, la 'psilocybin' aveva dimostrato di avere successo. ll team dei ricercatori crede che la sostanza possa ripristinare i circuiti chiave del cervello che sono noti come elementi chiave nel ruolo che la depressione gioca nel cervello. Il dottor Robin Carhart-Harris, responsabile della ricerca psichedelica presso l'Imperial College, ha detto a colloquio con i giornalisti.  "Molti dei nostri pazienti descrivono la sensazione di 'resettare' dopo il trattamento e spesso usavano analogie di computer". Ad esempio, uno ha detto che si sentiva come il suo cervello era stato "deframmentato"  come un disco rigido del computer, e un altro ha detto che si sentiva 'riavviato. 
 

Gli effetti dei funghi allucinogeni: 'resettano' e 'deframmentano' il cervello

La terminologia usata dai ricercatori è assai singolare. Reset e Defrag sono due termini che chi ha avuto in mano un sistema operativo Windows dovrebbe conoscere bene. Il secondo soprattutto, che serve per 'rimettere a posto i tasselli delle informazioni' contenute nel computer. Ecco, qualcosa del genere deve succedere al cervello. Viene 'deframmentato' e portato ad una situazione di "verginità intellettuale" dove le cose, pare, ritornano ad acquisire una fragranza che un cervello troppo carico di informazioni, negative per lo più, ha dimenticato. 
 

I risultati della risonanza magnetica, dopo il defrag

"A confermarlo è stato il confronto tra le immagini da risonanza magnetica dei cervelli dei pazienti prima, e un giorno dopo l'inizio della cura: ha rivelato cambiamenti nell'attività cerebrale che sono stati associati a riduzioni significative e durature dei sintomi depressivi" si legge oggi su La Repubblica. "Gli autori notano che i risultati iniziali della terapia sperimentale sono sì emozionanti, ma limitati dalla piccola dimensione del campione, così come dall'assenza di un gruppo di controllo".
 
Lo studio, pubblicato nella rivista Scientific Reports, ha coinvolto 20 pazienti che hanno ricevuto due dosi del farmaco, una maggiore, una minore, nel corso di due settimane. Il risultato più notevole della sostanza è che riduce il flusso sanguigno nella regione 'emozionale' del cervello e stabilizzare anche altre aree del cervello spesso associate alla depressione. Eppure, specificano gli studiosi, sono necessari studi più approfonditi per vedere se questo effetto positivo può essere riprodotto in più pazienti. Un primo passo, però, sembra essere stato portato a termine. 

Che cos'ha Lady Gaga? Cosa ha bloccato Miss Germanotta facendole interrompere il tour mondiale? Si chiama fibromialgia ed è una malattia che esiste, ufficialmente, solo dal 2010 quando è stata inserita nell'International Classification of Diseases dell'Organizzazione mondiale della Sanità. Per molto tempo si sono avuti dubbi sulla sua esistenza al punto da essere definita la 'malattia fantasma' da alcune associazioni di pazienti. 

I sintomi

A soffrire di fibromialgia sono maggiormente le donne (l’80-90%). Chi ne è affetto ha dolori cronici generalizzati in tutto il corpo e una stanchezza debilitante, tale da rendere impossibile condurre una vita normale.

A volte capita – in base a quanto raccontano coloro che ne soffrono – che anche un abbraccio, una stretta di mano, un piccolo urto bastano a provocare sofferenze acute. Una forte stanchezza e una costellazione di altri disturbi apparentemente non collegati tra di loro, dall’insonnia a problemi intestinali, fino a difficoltà di concentrazione, sono altri dei sintomi che riguardano la malattia. Se in passato alle pazienti con questo disturbo veniva spesso diagnosticata la depressione, oggi si ritiene invece che possa invece essere la conseguenza delle sofferenze fisiche e del non veder riconosciuto e diagnosticato per lungo tempo il proprio disturbo.

La malattia fantasma

In passato si è dubitato che la fibromialgia esistesse davvero e non è raro che i disturbi da cui è caratterizzata siano spesso ritenuti di tipo psicologico. Capita che non venga riconosciuta, che sia scambiata per altre condizioni con sintomi simili. Anche i medici, e perfino gli specialisti la conoscono poco.

La malattia di Lady Gaga

La fibromialgia non risparmia nemmeno le popstar: la malattia ha colpito anche Lady Gaga che ha causa dei disturbi ha dovuto rimandare alcune date europee del suo tour di quest’anno. Anche nel documentario da poco uscito su Netflix, ‘Gaga: Five foot two’, in cui racconta la sua vita fuori dalle scene la cantante accenna a questa malattia e si mostra in preda a dolori che appaiono lancinanti. Nel caso della cantante la fibromialgia si sarebbe presentata dopo la frattura a un’anca.

Perché è difficile diagnosticarla

Una delle difficoltà nel riconoscerla è che non esistono test clinici per diagnosticarla, dato che non sono state individuate alterazioni riscontrabili con esami strumentali o di laboratorio. La diagnosi si basa esclusivamente sui sintomi, sullo studio della localizzazione dei dolori (fino a non molto tempo fa si usava come criterio la presenza di dolori in punti specifici), e sull’esclusione di malattie che presentano alcune analogie, come la polimialgia reumatica, per esempio, in cui però risultano alterati gli indici dell’infiammazione, l’artrite reumatoide o l’ipotiroidismo.

Non si sa perché insorga la fibromialgia. Si ritiene che ci sia una componente genetica, perché spesso ricorre in una stessa famiglia. Ad accomunare chi ne soffre spesso c’è anche un trauma fisico, un incidente, oppure un’infezione. I malati riportano che dopo la fase acuta, apparentemente superata, sono subentrati i dolori cronici e diffusi. Anche nel caso di Lady Gaga la fibromialgia si sarebbe presentata dopo la frattura a un’anca. In alcuni casi il disturbo è stato associato a traumi psicologici.

L’ipotesi prevalente oggi, in base agli ultimi studi, è che in chi ne soffre siano in qualche modo alterati i meccanismi di elaborazione del dolore. In pratica, per qualche ragione genetica o ambientale, o per entrambe, la soglia di percezione delle sensazioni dolorose risulta più bassa, e anche piccoli stimoli tattili o di pressione vengono sentiti come dolore vero e proprio. Alcune ricerche recenti hanno osservato nei pazienti fibromialgici un aumento di alcune sostanze collegate alla trasmissione del dolore, e l’attivazione più ampia delle aree del cervello dove avviene la sua elaborazione.

Le cause

Seppur riconosciuta a livello mondiale, non si conosce ancora perché la fibromialgia insorge. La componente genetica potrebbe essere una delle cause, visto che spesso ricorre in una stessa famiglia. Ad accomunare chi ne soffre spesso c’è anche un trauma fisico, un incidente, oppure un’infezione. I malati riportano che dopo la fase acuta, apparentemente superata, sono subentrati i dolori cronici e diffusi. In alcuni casi il disturbo è stato associato a traumi psicologici. L’ipotesi prevalente oggi, in base agli ultimi studi, è che in chi ne soffre siano in qualche modo alterati i meccanismi di elaborazione del dolore. In pratica, per qualche ragione genetica o ambientale, o per entrambe, la soglia di percezione delle sensazioni dolorose risulta più bassa, e anche piccoli stimoli tattili o di pressione vengono sentiti come dolore vero e proprio. Alcune ricerche recenti hanno osservato nei pazienti fibromialgici un aumento di alcune sostanze collegate alla trasmissione del dolore, e l’attivazione più ampia delle aree del cervello dove avviene la sua elaborazione.

L'influenza è una della patologie più conosciute, eppure tra gli italiani over 50 non c'è ancora una piena consapevolezza sulle sue possibili conseguenze e sull'esistenza di specifiche condizioni di rischio. Il 48,9% pensa che può essere una malattia anche molto grave, ma solo il 43% sa che sono possibili complicanze anche letali. È quanto emerge dalla ricerca del Censis "La vaccinazione antinfluenzale: il punto di vista dei cittadini", sulle conoscenze, gli atteggiamenti e i comportamenti degli italiani over 50 sull'influenza e sulla propensione alla vaccinazione antinfluenzale, realizzata con il supporto non condizionante di Sanofi Pasteur.

Presentata oggi al Senato, l'indagine precisa inoltre che:

  • Il 96,8% degli over 50 conosce la vaccinazione antinfluenzale e il 93% ritiene che sia consigliabile per i soggetti affetti da patologie dell'apparato respiratorio. Ma solo il 59,1% pensa che sia indicata per tutte le persone che non vogliono ammalarsi.
  • Il 90,9% degli italiani over 50 sa che è causata da virus che ogni anno subiscono una mutazione, dando vita a diverse forme di influenza stagionali.
  • L'87,7% pensa che è molto contagiosa perché si trasmette per via aerea, attraverso le goccioline di saliva e le secrezioni respiratorie (tosse, starnuti).
  • Il 71,7% sa che si trasmette anche attraverso il contatto con oggetti contaminati. Ma solo il 45,7% sa che puo' rimanere contagiosa per diverso tempo sin dal periodo di incubazione.

E' diffusa la percezione della gravità della malattia: solo il 14,7% tende a minimizzarne i rischi, mentre il 48,9% è consapevole che a certe condizioni, come per i malati cronici e le persone anziane, può essere molto grave. All'influenza possono essere associate diverse complicanze, di cui gli italiani over 50 sono a conoscenza in diversa misura: la bronchite (lo sa l'89,6%), la compromissione di alcune funzionalità respiratorie (85,6%), la polmonite (78,7%), la lunghezza dei tempi di recupero (74,4%), sinusiti e otiti (70,7%).

L'influenza può comportare anche un aggravamento delle malattie preesistenti: il 57,7% sa che può dar luogo a complicanze cardio-circolatorie. Il 43% pensa che l'influenza può avere complicanze che possono portare alla morte (il dato sale al 48,5% tra i piu' istruiti). Ma solo il 3,4% ammette di avere molta paura dell'influenza.

Il 13,8% degli italiani non si cura affatto

Quando ci si accorge di aver preso l'influenza, solo il 16% contatta immediatamente il medico, il 45,8% si rivolge al medico solo se i sintomi non migliorano, il 24,4% si cura autonomamente con farmaci da banco e il 13,8% lascia che l'influenza faccia il suo corso senza prendere farmaci. Il 96,8% degli italiani over 50 sa che è possibile vaccinarsi contro l'influenza stagionale. Il 93% riconosce che la vaccinazione è consigliabile per i soggetti affetti da patologie dell'apparato respiratorio, l'88% per le persone che vivono in ambienti dove è più facile il contagio, l'86% per il personale sanitario, l'85,4% per le persone con piu' di 65 anni, l'81,2% per i soggetti affetti da patologie dell'apparato cardio-circolatorio o da malattie croniche (80%). Il 59,1% considera la vaccinazione antinfluenzale consigliabile a tutte le persone che vogliono evitare di ammalarsi. Il 52,3% fa riferimento ai soggetti affetti da diabete, il 49,3% ai bambini e il 36,2% alle donne in gravidanza.

Tre quarti del miele proveniente da ogni parte del mondo contengono pesticidi. In prevalenza neonicotinoidi, una classe di insetticidi chimicamente simili alla nicotina, da oltre 20 anni ampiamente utilizzata in agricoltura e ritenuta anche responsabile della moria di api. Secondo uno studio pubblicato su Science, i ricercatori sono arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato quasi 200 campioni prelevati in ogni parte del mondo, 

Lo studio

A partire dal 2012 – racconta la rivista Focus – Alex Aebi, biologo dell'Università di Neuchâtel, in Svizzera, ha chiesto ai cittadini di riportare da ogni viaggio almeno un campione di miele. In tre anni ha raccolto 198 campioni di miele, che ha testato per la presenza di neonicotinoidi. Lo studio è il primo tentativo di analizzare la contaminazione da questi pesticidi con un metodo standardizzato per tutto il mondo. Ne è venuto fuori che, con diverse percentuali, gran parte del miele proveniente da ogni parte del mondo, comprese le isole sperdute del Pacifico e con la sola eccezione dell'Antartico, è contaminato. Dati alla mano, i campioni raccolti in Nord America sono quelli con una percentuale più alta di neonicotinoidi: ben l'86% contro l'80% del miele asiatico e il 79% di quello europeo. Più sano il Sud America che vanta 'solo' il 57% di pesticidi nei campioni di miele. 

Un elettroshock per le api

Il dato più inquietante emerso dallo studio, però, è che quasi la metà dei campioni registrava dosi di neonicotinoidi superiori alla soglia neuroattiva considerata pericolosa per gli insetti impollinatori. In altre parole, questi pesticidi, presenti in concentrazioni così alte, riducono le funzioni cerebrali delle api, minacciano il loro sistema immunitario e rallentano la loro capacità riproduttiva. Come lo assumono? Le api sopravvivono all'inverno nutrendosi di miele: la contaminazione è quindi cronica, sostengono gli scienziati. Il problema è ben conosciuto anche in Italia, dove secondo l'Arpat (l’Associazione toscana degli apicoltori), le api, falcidiate da una moria provocata da questi pesticidi e impazzite per il clima anomalo della scorsa estate, non riescono a impollinare e la perdita di fertilità delle piante rischia di aumentare l’effetto desertificazione. Il risultato è che secondo le stime degli apicoltori, quest'anno non si arriverà a 90mila quintali di mieli su una media di 230mila. "In Italia la produzione è calata del 70% con punte dell'80% in Toscana". 

A rischio tutto il cibo

Nel 2014 uno studio globale sui neonicotinoidi è giunto alla conclusione che l'impiego diffuso di questa sostanza ha messo a rischio l'intero sistema di produzione del cibo. Le conseguenze sono già visibili e non potranno essere ignorate a lungo. Secondo Jean-Marc Bonmatin, del Centre National de la Recherche Scientifique di Orléans, in Francia, "L'impiego di questi pesticidi rema contro le pratiche dell'agricoltura sostenibile. Non fornisce alcun vantaggio agli agricoltori, impoverisce la qualità del terreno, danneggia la biodiversità, contamina l'acqua, l'aria e, di conseguenza, il cibo. Non c'è alcun motivo per proseguire su questa strada dell'autodistruzione". Lo ha capito – per anni parzialmente – l'Unione europea che nel 2013 ha messo al bando l'utilizzo di tre neonicotinoidi nella coltivazione dei fiori. La Commissione europea, inoltre, ha emanato nuove direttive che prevedono il divieto di usare questo tipo di pesticida in tutti i campi. La misura dovrebbe essere approvata a novembre.

L'ultima tazzina di caffè

Ma se le api continueranno a morire sarà un problema anche bere un caffè. Secondo uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), questi insetti, infatti, sono fondamentali per la buona resa delle coltivazioni. Il loro contributo in questo senso è stato stimato intorno al 20-25% di aumento della resa delle piante. Le api, insomma, sarebbero infatti in grado di migliorare la qualità dei chicchi. Come ha dichiarato l'autore dello studio Pablo Imbach del Centro Internazionale per l'Agricoltura Tropicale (CIAT): "Se ci sono api tra le piante di caffè sono molto efficienti e buone per impollinare, aumenta la produttività e anche il peso delle bacche".

 

 

 

 

 

Irresistibili per il loro gusto e per la loro croccantezza, le patatine in busta sono uno degli alimenti più amati dagli italiani. Soprattutto per i patiti degli aperitivi. Frutto proibito per chi soffre di colesterolo o di diabete, le patatine rappresentano una minaccia anche per chi ha una salute di ferro. Il motivo? Contengono una sostanza potenzialmente tossica: l'acrilammide. 

Cos'è l'acrilammide

Secondo uno studio ABR l’acrilammide è una sostanza che si forma in seguito alle alte temperature e che si sviluppa durante i processi di frittura, di cottura al forno o alla griglia, come "conseguenza di specifiche reazioni chimiche che coinvolgono gli zuccheri e gli amminoacidi, i mattoni delle proteine (principalmente l’asparagina libera), all’interno delle complesse ed ancora in parte poco conosciute reazioni di Maillard". Diversi studi hanno evidenziato che non solo l’acrilammide, ma anche il suo prodotto metabolico principale, ossia la glicidammide, possono avere carattere neurotossico, genotossico e cancerogeno. In sostanza fanno male al sistema nervoso, possono far venire il cancro e alterano il Dna. I dati in realtà sono ben conosciuti da diversi anni, tanto da portare già dal 1994 a far classificare tale sostanza dallo IARC (International Agency for research on Cancer) come appartenente al gruppo A2 cioè “probabile cancerogeno”.
 

Un pericolo per i tessuti e per il feto

A far scattare il campanello d'allarme è il fatto che questa sostanza è contenuta nel cibo. All’interno dell’organismo dopo l’ingestione, l’acrilammide e i suoi metaboliti sono rapidamente assorbiti dal tratto gastrointestinale, per poi essere successivamente metabolizzati ed escreti con le urine, ma la cosa forse più interessante, secondo alcuni studi sperimentali su animali, è la dimostrazione che l’acrilammide si distribuisce in tutti i tessuti, senza escludere il feto.

Attenti a patatine, caffè e pane bianco

Ma dove si trova l'acrilammide? Tra i principali prodotti alimentari coinvolti nel rischio di formazione, secondo il Jecfa (Joint FAO/WHO Expert Committee on Food Additives), troviamo:

1. Le patate fritte a bastoncino pronte al consumo;
2. Le patatine fritte chips a base di patate;
3. Il caffè;
4. I biscotti e pasticcini;
5. Il pane bianco, panini e crostini;
6. Altri alimenti.

Promosse e le bocciate dello studio

Lo Studio ABR si è focalizzato sulla presenza di acrilamide all’interno di patatine fritte confezionate a base di patate, vendute nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata). Dalle analisi condotte è emerso che ben 3 marche su 6 (cioè il 50% dei campioni), presentava concentrazioni superiori ai valori consigliati dalle Linee Guida europee dell’EFSA che ovviamente le aziende dovrebbero tenere in considerazione. "Sebbene  sull’acrilammide la normativa dell’UE e nazionale, stranamente, non impone dei valori limite ben definiti – si legge nello studio – si rammenta che esistono delle Linee Guida dell’EFSA che indicano dei parametri ben chiari da rispettare e che quindi sarebbe consigliato non superare (1000 mcg/Kg)". I dati riscontrati "evidenziano un chiaro superamento dei valori rispetto a quanto raccomandato"

Non rispettano le raccomandazioni

  • Amica Chips Eldorada 
  • Crocchias classiche terranica 
  • Carrefour classiche

Sono in linea con le raccomandazioni

  • Lays classiche senza glutine
  • Patasnack classica senza glutine 
  • San Carlo 1936 

Lay's e San Carlo anche nella top 10 del Gambero Rosso

Lay's e San Carlo occupano anche la classifica delle 10 migliori patatine in busta stilata dal Gambero Rosso che tiene conto della bontà e del prezzo, trascurando l'acrilammide. Una lista che vede le Lay's piazzarsi al primo posto in assoluto e le San Carlo 1936 collocarsi in zona podio. Le americane "conquistano con lo spessore sottile, la piacevole croccantezza, il sapore caratteristico, gli aromi che richiamano in modo netto e centrato la materia prima e un olio corretto, la sapidità perfetta, i ricordi di pinolo e frutta secca. Soddisfa anche l'orecchio con il suo crok godurioso". Quanto alle San Carlo, "le patatine, tagliate a fette sottili, cotte in olio di girasole e condite con sale marino, sono quello che ti aspetti dalle chips: invitanti, dorate, di media grandezza e integre, con un quid artigianale, alcune attaccate tra loro per bocconi che riempiono la bocca. Odori di patata fritta e di olio non pessimo. Le migliori prestazioni si incontrano al palato: sapore della materia prima in primo piano, sale ben dosato, olio non male, consistenza croccantissima". 

Nella classifica compaiono anche le Amica Chips, bocciate dallo studio ABR. Per il Gambero Rosso, non hanno un buon aspetto, ma migliorano dopo averle assaggiate. "Così alla vista: dimensione più piccola che media, faccia color oro carico, cotta e un po' unta, con alcune rotture. L'odore è quasi latitante, e quel poco che si avverte è di olio non preciso. Migliora in bocca: sapore delicatissimo, note di amido che richiamano la patata fresca, untuosità non eccessiva, consistenza croccante, sale molto dosato, sentore di olio senza difetti evidenti, contrariamente a quello che il naso annunciava".

Il Premio Nobel per la medicina del 2017 è stato assegnato a Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e a Michael W. Young. Sono i tre ricercatori che hanno scoperto un meccanismo biologico molto particolare: il ciclo circadiano. E’ il meccanismo che regola le funzioni di base del nostro organismo come, per esempio il ciclo del sonno e della veglia.  Utilizzando le mosche della frutta come organismo di modello, i neo premi Nobel hanno isolato un gene che controlla il normale ritmo biologico quotidiano. Dimostrando che questo gene codifica una proteina che si accumula nelle cellule durante la notte, e poi viene degradata durante il giorno.

Si tratta di un annuncio che spiazza rispetto alle indiscrezioni che erano circolate alla vigilia. Del resto, salvo poche eccezioni, come fu quella del Nobel per la Fisica a Peter Higgs nel 2013, avvenuta subito dopo la scoperta del Bosone di Higgs al Cern di Ginevra, l’Accademia Reale della Scienza di Stoccolma difficilmente si lascia anticipare nelle scelte.

Ad accogliere con grande entusiasmo la notizia dell’assegnazione di questo premio, Liborio Perrino, direttore del Centro per la salute del sonno dell'Azienda Ospedaliera dell'Università di Parma. "Finalmente – dice all’Agi – davvero un grande riconoscimento che fa uscire dal cono d'ombra tutto il nostro lavoro. Il ritmo circadiano – aggiunge Parrino – è il pilastro intorno al quale gira il nostro organismo. La cronobiologia (i meccanismi biologici legati allo scorrere del tempo n.d.r.) è come il letto del fiume che permette all'acqua di raggiungere la valle. Si tratta di meccanismi fondamentali dei quali dobbiamo assolutamente tener conto''.

L'alterazione di questi ritmi ha infatti ripercussioni dirette per la salute. ''Sappiamo –  aggiunge Parrino – che il ciclo veglia-sonno ha un ruolo molto importante per quanto riguarda una serie di equilibri che stanno alla base della salute. Per esempio la mancanza di sonno induce molto più frequentemente a sviluppare ipertensione e con essa i rischi correlati di infarto ed ictus. Sappiamo inoltre che la mancanza di sonno ha un importante impatto sulla salute delle donne e sui loro cicli ormonali. Per esempio quelle che fanno turni di notte hanno un rischio maggiore di cancro al seno, così come sappiamo che anche il metabolismo in generale subisce ripercussioni dalla mancanza di sonno''.

Per Parrino l'assegnazione del Nobel agli scopritori del ritmo circadiano è anche una occasione per riflettere, come società, sul modo con cui organizziamo la nostra vita. ''Siamo molto sollecitati – spiega – in continuazione a essere svegli quando dovremmo dormire. Televisioni, chat, smartphone, orari di lavoro sempre più flessibili, hanno come impatto quello di indebolire la nostra capacità di avere un sonno regolare. Dobbiamo imparare a difenderci da queste aggressioni e a dare al sonno la dimensione di cura che merita''. 

La meningite torna a far paura. L'incremento di nuovi casi negli ultimi due anni, a partire dal focolaio che si è sviluppato in Toscana, ha riportato al centro dell'attenzione una patologia che nella percezione comune sembrava pressoché scomparsa. E che invece continua a mietere vittime. Solo questa settimana si contano due casi: un 13enne morto all'ospedale di Monza, e una donna di 79 anni uccisa da una forma fulminante a Genova. Ma che cos'è, come si previene e, nel caso, quali sono i sintomi?

La meningite, si legge sulla scheda dell'Istituto Superiore di Sanità, è un'infiammazione delle membrane (le meningi) che avvolgono il cervello e il midollo spinale. La malattia è generalmente di origine infettiva e può essere virale, batterica o causata da funghi. La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell'arco di 7-10 giorni. La forma batterica, quella tornata a colpire in questi mesi, è più rara ma estremamente più seria, e può avere conseguenze fatali. Il Neisseria meningitidis (meningococco) alberga nelle alte vie respiratorie (naso e gola), spesso di portatori sani e asintomatici (2-30% della popolazione). È stato identificato per la prima volta nel 1887, anche se la malattia era già stata descritta nel 1805 nel corso di un'epidemia a Ginevra. Si trasmette da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie.

Dal contagio al decorso

Il meningococco è un batterio che risente delle variazioni di temperatura e dell'essiccamento. Dunque, fuori dell'organismo sopravvive solo per pochi minuti. La principale causa di contagio è rappresentata dai portatori sani del batterio: solo nello 0,5% dei casi la malattia è trasmessa da persone affette dalla malattia. Esistono 13 diversi sierogruppi di meningococco, ma solo sei causano meningite e altre malattie gravi: più frequentemente A, B, C, Y e W135 e molto più raramente in Africa, X. In Italia e in Europa, i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata. I malati di meningite o altre forme gravi sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall'inizio della terapia antibiotica specifica. La contagiosità è comunque bassa, e i casi secondari sono rari.

I rischi per chi è vicino ai malati

l meningococco può tuttavia dare origine a focolai epidemici. Per limitare il rischio di casi secondari, è importante che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi con antibiotici. Nella valutazione di contatto stretto (che deve essere fatta caso per caso) vengono tenuti in considerazione: i conviventi considerando anche l'ambiente di studio (la stessa classe) o di lavoro (la stessa stanza); chi ha dormito o mangiato spesso nella stessa casa del malato; le persone che nei sette giorni precedenti l'esordio hanno avuto contatti con la sua saliva (attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti, giocattoli); i sanitari che sono stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie del paziente (per esempio durante manovre di intubazione o respirazione bocca a bocca). La sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall'esordio dei sintomi del paziente.

Il periodo di incubazione è generalmente 3-4 giorni (da 2 fino a 10 giorni). Inoltre, bisogna considerare che il meningococco può causare sepsi meningococcica (un quadro clinico, talvolta molto severo, per la presenza del meningococco nel sangue con febbre alta, ipotensione, petecchie, insufficienza da parte di uno o più organi fino anche ad un esito fatale) che può presentarsi da solo o coesistere con le manifestazioni cliniche della meningite. I sintomi della meningite sono indipendenti dal germe che causa la malattia.

Riconoscere i sintomi

I sintomi più tipici includono: irrigidimento della parte posteriore del collo (rigidità nucale); febbre alta; mal di testa; vomito o nausea; alterazione del livello di coscienza; convulsioni. L'identificazione del microrganismo responsabile viene effettuata su un campione di liquido cerebrospinale o di sangue. Nei neonati, alcuni di questi sintomi non sono evidenti. Si può però manifestare febbre, convulsioni, un pianto continuo, irritabilità, sonnolenza e scarso appetito. Sul fronte della lotta al meningococco, sono attualmente disponibili vaccini polisaccaridici contro i sierogruppi A, C, Y e W 135, che però forniscono una protezione di breve durata ai soli soggetti di età maggiore di 2 anni, il vaccino coniugato contro il sierogruppo C (usato attualmente nei calendari vaccinali in Italia) e il vaccino coniugato contro i sierogruppi A, C, Y e W 135. È di recente introduzione (2014) sia nel mercato che nell'offerta vaccinale di alcune regioni un vaccino per prevenire le forme invasive da meningococco di sierogruppo B.

"Tutti i malati di SLA hanno diritto alla prescrizione del farmaco Radicut, ora possibile solo a chi ha avuto una diagnosi da meno di 2 anni": è l'appello lanciato sulla piattaforma Change e indirizzato al ministro della Salute Beatrice Lorenzin. La lettera contiene un'accusa pesante: "Il Sistema Sanitario Nazionale vuole risparmiare abbandonando la maggior parte delle persone affette da sclerosi laterale amiotrofica".  In Italia, infatti, sarebbero appena 1.500 su 6000 i pazienti di Sla che potranno ricevere le prescrizioni

L'appello arriva qualche mese dopo la decisione da parte dell'Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) di inserire, con Determina numero 1224 del 28 giugno 2017, il farmaco nella Lista 648/96 dei farmaci erogabili a totale carico del S.S.N il medicinale Edaravone, meglio noto con il nome commerciale Radicut.

Cos'è Radicut?
 

Il farmaco rallenta la degenerazione

Sperimentato in Giappone, Radicut è la prima vera opportunità terapeutica dopo 20 anni che, non promette miracoli, ma aiuta a rallentare in maniera moderata la degenerazione motoria causata dalla malattia. L’unico farmaco approvato per la Sla, nel 1995 era stato il Rilutek (Riluzolo) che ha dimostrato una modesta efficacia nel prolungare di pochi mesi la sopravvivenza dei pazienti I primi risultati del Radicut – spiega La Stampa  – non furono incoraggianti, visto che non fu registrata alcuna differenza significativa tra i pazienti trattati con l’Edaravone e quelli trattati con il placebo. In altri casi, addirittura, si erano verificati importanti effetti collaterali. Ma analizzando i dati, i ricercatori notarono che una determinata popolazione mostrava una risposta interessante al farmaco. Ed è su questa specifica tipologia di pazienti che si sono concentrate le sperimentazioni successive. S’è così potuti arrivare, come documentato da uno studio pubblicato a maggio sulla rivista scientifica "The Lancet Neurology", a riscontrare che il Radicut induce un lieve rallentamento nel peggioramento dello stato funzionale in pazienti con specifiche caratteristiche: come la comparsa della malattia da non oltre due anni, una disabilità moderata e una buona funzionalità respiratoria.  

Andrea, il primo italiano ad averlo sperimentato

Andrea Zicchieri, presidente dell'associazione CnSLAncio e malato di sclerosi laterale amiotrofica, è stato il primo italiano a volare in Giappone per sottoporsi al trattamento col Radicut. E se oggi il farmaco è arrivato in italia il merito è anche un po' suo. Zicchieri era venuto a conoscenza del nuovo farmaco leggendo su Internet: "Setaccio la rete alla ricerca di ogni notizia che riguardi la malattia e se trovo qualcosa di interessante, cerco di verificare le fonti e l’attendibilità", ha spiegato Andrea in un'intervista rilasciata a Vanity Fair lo scorso luglio. In Giappone il Radicut è stato approvato nel giugno 2015, e la sua efficacia era stata dimostrata". Zicchieri ha preso contatti con il professor Yoshino, che ha seguito la sperimentazione del farmaco e che ha una clinica a Tokyo, poi ha deciso di partire per il Giappone. "Ci sono stato un mese e mezzo, e ho provato il Radicut. Mi ha fatto bene: me ne accorgevo io, ma se ne rendevano conto anche le persone che mi sono vicine. Stavo meglio. È per questo che ho deciso di lottare per far sì che il farmaco potesse essere disponibile anche in Italia". 

La battaglia (mediatica) di Andrea

"Ci hanno messo i bastoni fra le ruote in tutti i modi, hanno provato a bloccare le importazioni, a fermare il farmaco in dogana". Zicchieri non si è comunque arreso. "Ho chiesto un incontro con l’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, poi ho cominciato una battaglia mediatica". Il risultato è che 1.500 persone malate da meno di due anni riceveranno il farmaco gratis, mentre le altre dovranno rinunciarvi. Oppure acquistare una scatola, che dura cinque giorni, alla Farmacia Vaticana al prezzo di 1.200 euro. Per Zicchieri è ingiusto prescrivere il farmaco solo a chi è malato da poco. "Il farmaco funziona anche su chi è malato da più tempo, e io ne sono la conferma vivente. Per questo, la mia prossima battaglia avrà l’obiettivo di rendere il farmaco disponibile per tutti i pazienti, e non solo".

L'inverno è ancora lontano, le temperature (almeno quelle diurne) sono ancora miti, e la zanzara tigre non molla la presa. A ottobre è molto probabile che l'epidemia di chikungunya, che nel Lazio ha colpito già 102 persone, continuerà con nuovi casi. A spiegarlo all'AGI è Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell'Istituto Superiore di Sanità, che sta monitorando il diffondersi della malattia sin dalla scoperta del primo focolaio ad Anzio.

"Durante il giorno – spiega Rezza – le zanzare sono ancora attive. I focolai a Roma non sono spenti, il contagio continua. Servono interventi pesanti e mirati di disinfestazione". Su questo la sindaca Raggi ha rivendicato la scelta di utilizzare disinfestanti naturali, non nocivi: "Non conosco direttamente le misure prese dal Comune – commenta Rezza – dico solo che neanche il Ddt ha mai fatto male a nessuno… L'importante è disinfestare come si deve".

"Servono interventi pesanti e decisi"

La malattia in sè non è mortale: febbre alta, forti dolori articolari, qualche giorno e generalmente si guarisce. Tuttavia, l'epidemiologo sottolinea che la chikungunya ha avuto anche effetti 'collaterali' pesanti: "Ricordiamo che questa epidemia ha causato il blocco delle donazioni di sangue in tutta la Asl Roma 2, oltre un milione di persone", sottolinea Rezza, che prosegue: "Per questo prima la sconfiggiamo e prima si può tornare alla normalita'. Servono interventi pesanti, decisi, sia in spazi pubblici che privati, per debellare le zanzare tigre (uccidendo sia le larve che gli esemplari adulti) che peraltro si sono giovate delle piogge di queste ultime settimane". 

Dieci contagi al giorno, in attesa del freddo

Non a caso il numero dei contagi rimane stabile, circa dieci al giorno, senza contare tutte le persone che si sono ammalate e di cui non è stata accertata la positività al virus. È il secondo episodio di epidemia di chikungunya in Italia, dopo quello in Emilia Romagna esattamente l'estate di dieci anni fa: "In quel caso – ricorda Rezza – c'era un focolaio ben definito, concentrato in due paesi limitrofi. Ci furono strascichi che arrivarono a Bologna, e registrammo nuovi casi fino ai primi di ottobre. Ma lì si intervenne pesantemente, e la situazione è tornata alla normalita'". Anche a Roma l'auspicio è che in poche settimane si possa mettere la parola fine all'emergenza: "Con una disinfestazione massiccia – insiste l'esperto dell'Iss – e anche, ovviamente, con l'arrivo del freddo, che è il nostro principale alleato".

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