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Il coronavirus potrebbe diventare endemico e provocare epidemie ricorrenti nella specie umana. L’allarmante ipotesi è il risultato di uno studio, pubblicato sulla rivista Science, condotto dagli esperti della Columbia Mailman School, che hanno indagato alcune delle caratteristiche del virus e identificando i fattori cruciali che potrebbero contribuire a renderlo una minaccia stagionale.

“Il rischio di reinfezione esiste – spiega Jeffrey Shaman della Columbia Mailman School – mentre disponibilità ed efficacia del vaccino sono ancora incognite. Un altro fattore che è importante considerare riguarda le interazioni del virus con altre infezioni virali che ne potrebbero alterare le catene di diffusione”.

Il team ha scoperto che le reinfezioni non sono rare e potrebbero verificarsi anche a distanza di meno di un anno dal contagio precedente. Grazie alle informazioni ricavate dalla letteratura scientifica esistente, gli autori hanno delineato un potenziale scenario per il raggiungimento dell’immunità a SARS-CoV-2.

“I tassi di diminuzione osservati – aggiunge Marta Galanti, seconda firma dell’articolo – sono simili a quelli tipici del betacoronavirus endemico che provoca malattie respiratorie comuni come raffreddore o influenza. Questo suggerisce la possibilità che si verifichino focolai annuali di COVID-19”.

Gli esperti sottolineano che sarà necessario proseguire gli studi per comprendere meglio come e quanto spesso si verificheranno le reinfezioni, il rischio di peggioramento degli esiti clinici e la viralità degli individui ricontagiati. “Tra coloro che sono stati infettati da COVID-19 – osserva Galanti – abbiamo osservato lo sviluppo di anticorpi specifici, ma non è chiaro se tali anticorpi possano fornire immunità sterilizzante a lungo termine e prevenire la reinfezione. La risposta immunitaria a SARS-CoV-2 può essere influenzata dal fatto che qualcuno sia o sia stato infettato da altri agenti patogeni”.

La ricercatrice cita studi precedenti secondo cui l’infezione da un virus può fornire una protezione di circa una settimana contro una seconda infezione, mentre altri lavori sembrano suggerire che infezioni alle vie respiratorie non siano associate a una maggiore gravità della malattia. “Sebbene siano state documentate alcune coinfezioni SARS-CoV-2 con altri virus – osserva Shaman – non abbiamo dati sufficienti a trarre delle conclusioni. A livello di popolazione, una epidemia di influenza stagionale potrebbe mettere a dura prova il sistema sanitario. La letteratura scientifica sembra confermare la trasmissibilità aumentata di COVID-19 durante i mesi invernali, che pongono le condizioni favorevoli alla diffusione del virus, il che è comune in molti virus respiratori comuni”.

L’autore ricorda che i coronavirus endemici (OC43, HKU1, NL63, 229E) mostrano stagionalità nelle regioni temperate. “Le condizioni ambientali possono modulare la trasmissibilità di SARS-CoV-2 – concludono gli esperti – favorendo la diffusione dell’infezione nelle prime fasi della stagione fredda. Sarà necessario proseguire gli studi per verificare tali ipotesi”.

Giocare all’aperto, nei parchi e nei giardini potrebbe contribuire a rinforzare il sistema immunitario dei bambini. A rivelarlo uno studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, condotto dagli esperti dell’Università di Helsinki, che hanno analizzato un totale di 75 bambini di età compresa tra tre e cinque anni, iscritti a dieci diversi asili nido in Finlandia.

“La letteratura esistente – spiega Aki Sinkkonen dell’Università di Helsinki – supporta l’ipotesi che la vita in città sia più facilmente associata a un sistema immunitario meno forte, per via della meno frequente esposizione ai microbioti, che può aumentare il rischio di sviluppare condizioni come asma, eczema, malattie infiammatorie intestinali, sclerosi multipla e diabete di tipo 1”.

Il team ha modificato gli spazi di gioco all’aperto di quattro asili nido in Finlandia, rendendo più verdi cortili precedentemente coperti di cemento, sabbia o ghiaia e introducendo erba, cespugli, piccoli arbusti e suolo naturale. Per 28 giorni gli alunni hanno trascorso un’ora e mezza ogni giorno nel cortile giocando e dedicandosi al giardinaggio.

“I bambini che hanno giocato nel verde – continua l’esperta – mantenevano un microbiota della pelle e dell’intestino più diversificati, il che sembra contribuire a regolare meglio il sistema immunitario. Questi risultati suggeriscono che le difese corporee dei bambini che vivono in città potrebbero essere potenziate fornendo l’accesso quotidiano a spazi verdi e terreno in cui giocare”.

La ricercatrice sottolinea che i lavori sono costati meno di cinquemila euro, una cifra inferiore al budget di manutenzione annuale di ogni struttura. “I tamponi cutanei per i microrganismi sono stati prelevati da ciascuno dei bambini sia prima che dopo il periodo di studio, insieme a campioni di sangue e feci – prosegue Sinkkonen – e sono stati analizzati anche campioni di sabbia e terreno. Abbiamo confrontato i dati ottenuti con quelli relativi a tre strutture tradizionali e tre asili in cui i bambini venivano portati quotidianamente a trascorrere del tempo nel verde limitrofo”.

Gli autori sostengono che l’esposizione all’ambiente più naturale e alla terra favorisce la regolazione del sistema immunitario, stimolando le vie immunoregolatrici. “Siamo rimasti molto sorpresi da questi dati – afferma la scienziata – dopo soli 28 giorni la differenza nella composizione del microbiota è stata apprezzabile. Credo che il nostro studio possa fungere da apripista per nuove pratiche preventive in grado di contrastare le future epidemie immuno-mediate”.

“Credo sia un lavoro meraviglioso – commenta Graham Rook, immunologo presso l’University College di Londra – molti dei disturbi che stanno aumentando nelle popolazioni urbane occidentali sono dovuti al fallimento dei meccanismi che controllano il sistema immunitario e questa ricerca mostra che l’esposizione dei bambini a un ambiente naturale ricco di biodiversità aumenta diversi biomarcatori dei meccanismi di controllo essenziali. Gli autori sono riusciti a raggiungere un notevole risultato applicativo”.

AGI – “La sensibilizzazione e la responsabilizzazione dei singoli devono guidarci nel discernere le attività necessarie da quelle superflue. Andare a scuola o al lavoro è un’attività necessaria, mentre frequentare il bar o partecipare a una partita di calcetto rientrano tra quelle che possono essere evitate. In questo modo possiamo contrastare l’epidemia”. Lo dice  all’AGI Claudio Santini, primario della UOC di medicina interna dell’ospedale Vannini. “Un secondo lockdown sarebbe insostenibile dal punto di vista economico e sociale” continua l’esperto “ma credo che sia fondamentale evitare le attività superflue per convinzione e convenienza personale, piuttosto che per imposizione governativa”.

Secondo Santini, la chiave per uscire dall’emergenza sarebbe il comportamento dei cittadini piuttosto che “i tamponi singoli o gli isolamenti forzati. Dobbiamo sensibilizzare sull’importanza dell’uso delle mascherine e sulla sicurezza dei rapporti sociali” conclude “In ogni caso sarà opportuno esortare al buon senso di tutti. Indossare mascherine ed evitare assembramenti rappresentano atteggiamenti positivi e convenienti per tutti, per cui dovrebbero nascere dall’esigenza di salvaguardare la nostra salute piuttosto che da un’imposizione governativa. Le nostre armi migliori per contrastare la pandemia, in attesa di un vaccino, sono le attenzioni quotidiane dei singoli individui”.

AGI – L’obbligo di usare guanti monouso a bordo dei mezzi pubblici, “aumentando il ritmo delle sanificazioni del mezzo, più volte al giorno, perché non basta una volta sola”. È la proposta che la sottosegretaria alla salute Sandra Zampa ha lanciato come ulteriore stretta delle misure anti Covid, ripensando, in particolare, a quelle che riguardano i trasporti.

Ma i guanti aiutano davvero a prevenire le infezioni? Solo a determinate condizioni, ha spiegato chiaramente lo scorso marzo l’Istituto superiore di sanità. E sì, perché i guanti, così come le mascherine, se non utilizzati in modo adeguato, possono addirittura diventare un veicolo di contagio.

Le indicazioni dell’Istituto superiore di sanità

Per l’Iss, i guanti, come dispositivo di protezione, vanno bene a patto che “non sostituiscano la corretta igiene delle mani che deve avvenire attraverso un lavaggio accurato e per 60 secondi”; “siano ricambiati ogni volta che si sporcano ed eliminati correttamente nei rifiuti indifferenziati”; “come le mani, non vengano a contatto con bocca naso e occhi”; “siano eliminati al termine dell’uso, per esempio, al supermercato”; e “non siano riutilizzati”.

I guanti – sempre secondo l’Istituto superiore di sanità – sono necessari “in alcuni contesti lavorativi come per esempio personale addetto alla pulizia, alla ristorazione o al commercio di alimenti” e sono da considerare “indispensabili nel caso di assistenza ospedaliera o domiciliare a malati”.

Lo scorso giugno a non raccomandare l’uso di guanti da parte delle persone in pubblico come misura preventiva per impedire la diffusione del coronavirus era stata l’Organizzazione mondiale della sanità.

Il parere dell’Oms

Rispondendo a una domanda sulla necessità di usarli quando si va a fare la spesa, l’Oms spiegava in una sezione del suo sito che “indossare guanti in spazi pubblici non sostituisce la necessità per l’igiene delle mani, né offre alcuna misura aggiuntiva di protezione contro il Covid-19 rispetto all’igiene delle mani”.

Insomma, per l’Oms, “i guanti non offrono una protezione completa contro il contagio delle mani“, perché il virus puo’ passare “attraverso piccoli difetti dei guanti stessi o durante la rimozione dei guanti”; cosi’ come e’ possibile, con le mani guantate, passare il coronavirus “da una superficie all’altra” o “toccandosi il viso”.

Il commento del virologo

Chi sconsigliava l’uso dei guanti (“paradossalmente, può aumentare il rischio contagio”) era stato all’AGI in una intervista del 3 settembre scorso il virologo Fabrizio Pregliasco, docente dell’Università degli Studi di Milano.

“Innanzitutto i guanti possono dare un falso senso di sicurezza – aveva spiegato l’esperto – e, quindi, indurre le persone a fare meno attenzione ad altre misure importanti per la prevenzione del contagio, come il lavaggio delle mani. A usare i guanti, invece, dovrebbero essere gli operatori sanitari, non solo perché esposti maggiormente al rischio contagio durante l’esercizio della loro professione, ma anche perché sanno bene come vanno utilizzati”, aveva ribadito Pregliasco che poi aveva avvertito: “Più che saper indossare i guanti, bisogna saperli togliere. Se non vengono tolti con attenzione si rischia di rimanere contagiati”. 

AGI – Il coronavirus potrebbe aumentare il rischio infertilità maschile, danneggiando le cellule testicolari che producono il liquido seminale. L’allarmante ipotesi è stata formulata dagli esperti dello Sheba Medical  Center di Tel Aviv, e riportata dal Jerusalem Post, in cui si legge che la ricerca è stata pubblicata su Fertility and Sterility, ma la rivista dichiara di non aver ricevuto il documento finale, per cui lo studio deve essere ancora sottoposto a peer review.

“Anche una forma lieve della malattia – sostiene Dan Aderka dello Sheba Medical Center di Tel Aviv – sembra in grado di provocare danni all’apparato riproduttore, riducendo la motilità degli spermatozoi e il numero delle cellule gametiche, ma non sappiamo ancora se tali problemi siano permanenti”.

Il team israeliano, che non ha specificato quanti siano stati i partecipanti coinvolti nello studio, sostiene che il numero di spermatozoi negli uomini contagiati risultava dimezzato dopo 30 giorni dalla diagnosi di Covid-19, anche in caso di infezione lieve. 

Non mi sorprenderebbe scoprire che il coronavirus è in grado di ridurre temporaneamente la produzione di liquido seminale – spiega al Daily Mail Allan Pacey, andrologo dell’Università di Sheffield ed ex presidente della British Fertility Society – la febbre, uno dei sintomi rivelatori del nuovo coronavirus, provoca infatti effetti all’apparato riproduttore, ma la capacità di produrre spermatozoi risulta ripristinata a seguito dell’infezione. Dobbiamo indagare per scoprire se Covid-19 può avere effetti a lungo termine in questo senso”. ù

Lo scienziato cita studi precedenti che sembrano supportare tali eventualità, ma precisa che i dati dei ricercatori israeliani potrebbero non essere del tutto accurati. “Secondo l’articolo sul Jerusalem Post – osserva Pacey – il team di Aderka avrebbe analizzato l’organismo di uomini deceduti a causa del nuovo coronavirus, le cui condizioni sono sicuramente peggiori rispetto alla media degli infetti. Inoltre, dobbiamo considerare l’età dei soggetti considerati, ci sono diversi aspetti della ricerca su cui sarà opportuno porre l’accento”.

L’esperto aggiunge che sarà necessario proseguire gli studi e verificare se e come il virus possa essere trasmesso attraverso il liquido seminale. “I coronavirus generalmente non viaggiano nel sangue – precisa Ian Jones, virologo dell’Università di Reading – non abbiamo ancora un quadro chiaro di come il virus possa infettare le cellule dell’organismo, ma stando alla letteratura esistente e alla precedente conoscenza dei coronavirus è altamente probabile che sia coinvolto il tratto respiratorio”.

“Siamo ancora in fase di test – conclude Pacey – non credo che il coronavirus possa essere trasmesso attraverso il sangue, ma potrei sbagliarmi, siamo in presenza di un virus nuovo, dobbiamo proseguire gli studi e cercare di comprendere meglio i meccanismi di infezione e l’epidemiologia di Sars-CoV-2″. 

AGI – È minuscolo, al massimo 200 nanometri (ossia 0,2 micron). Ha la classica “coroncina” composta dagli spike, gli uncini che gli servono per arpionare la cellula da infettare. Come tutti i virus, non può esistere senza l’ospite perché per riprodursi usa le nostre cellule. Si potrebbe dire che non è nemmeno propriamente un essere vivente, ma certo fa di tutto per esserlo, e non si ferma se non impedendogli di saltare da un ospite all’altro.

Il Sars-Cov-2, responsabile della pandemia di Covid che sta colpendo duramente il pianeta ormai da dieci mesi, potrebbe essere il protagonista di un romanzo a suspence: la sua famiglia è arcinota, i coronavirus responsabili di patologie gravi come la Mers e la Sars ma anche dei banali raffreddori (ce n’erano già sei conosciuti in grado di infettare l’uomo, questo è il settimo), visto al microscopio sembra un cugino molto somigliante ai suoi predecessori, eppure è ancora un mistero su diverse, cruciali questioni.

Caratteristiche generali

Sfuggente, dalle manifestazioni cliniche più diverse, contagiosissimo, subdolo. L’intuizione di Stephen King in uno dei suoi più celebri e terrificanti romanzi, ‘L’ombra dello scorpione’, che sembra farsi realtà: a mettere in ginocchio il mondo, in un futuro prossimo che speriamo non arriverà mai, non sarà secondo lo scrittore una nuova peste nera, una piaga fatta di sangue, di bubboni, di orrore, ma un banale, apparentemente familiare raffreddore (fuggito da un laboratorio).

Perché questo coronavirus ha tutto per essere pandemico, sembra fatto apposta si potrebbe dire, se non si rischiasse di scivolare nel complottismo. Quando si è affacciato alle cronache mondiali aveva davanti a sé una platea di sei miliardi di esseri umani tutti suscettibili di contrarre l’infezione, ammassati, in movimento, disabituati da decenni di relativo benessere sanitario (ovviamente parliamo dell’Occidente “ricco”) a curare l’igiene (quella vera, fatta di disinfettanti, non di profumi alla moda) e a temere le infezioni respiratorie.

Con un tempo di incubazione molto più lungo, da 2 a 14 giorni, rispetto ai suoi “parenti” già noti. E con la capacità di contagiare che, a differenza per esempio della Sars, molto più letale in assoluto ma con le polveri bagnate proprio per questo, scatta già in fase di incubazione e si fa massima poco prima della comparsa dei sintomi, quando il positivo ignaro conduce ancora una vita normale.

È il motivo principale per cui la Sars ha fatto “solo” 8mila casi e 774 decessi: l’isolamento del malato è molto più semplice, perché quando è contagioso è anche fortemente sintomatico. Ed ecco perché, malgrado i controlli negli aeroporti di tutto il mondo e i termoscanner diffusi ormai anche nel negozio sotto casa, il Covid-19 viaggia oltre i 35 milioni di casi e il milione di vittime in tutto il pianeta.

Tutto ebbe inizio a Wuhan

Tutto comincia lo scorso inverno a Wuhan, 11 milioni di abitanti, metropoli moderna adagiata tra il Fiume Azzurro e il fiume Han, a 1.100 chilometri da Pechino. Da lì, per l’esattezza dal grande ‘wet market’, mercato del pesce e di altri animali vivi nel cuore della città, il 31 dicembre 2019 le autorità cinesi comunicano finalmente al mondo che c’è un virus nuovo, che scatena feroci polmoniti con esito anche fatale.

Oggi sappiamo che questo annuncio è venuto con colpevole ritardo: in Francia già il 27 dicembre è stata appurata la positività di un uomo con polmonite bilaterale ricoverato a Parigi e senza alcun contatto con Wuhan o con la Cina in generale. E in Italia una ricerca pubblicata ad agosto dall’Istituto Superiore di Sanità ha dimostrato che il virus dimorava tranquillamente nelle acque di scarico a Milano e Torino addirittura il 18 dicembre.

E un altro studio ha individuato tracce di Rna virale nelle acque reflue di Roma e Milano a febbraio, giorni prima che, il 24 febbraio, la scoperta del ‘Paziente 1′ a Codogno aprisse ufficialmente la stagione dell’epidemia in Italia. Ma da dove viene il virus? Si suppone un contagio zoonotico, ossia il passaggio da un animale all’uomo: probabilmente un mammifero, forse lo zibetto come per la Sars, oppure più probabilmente il pipistrello.

Improbabile sia un “virus chimera” creato in laboratorio: questi prodotti ingegnerizzati infatti contengono frammenti di acido nucleico da più virus diversi, mentre il Sars-Cov-2, come dimostrato da una ricerca pubblicata su Nature Medicine, ha un genoma che non deriva da nessun ceppo virale precedentemente utilizzato. In ogni caso, a oggi non conosciamo la data di nascita del nostro minuscolo nemico, né i genitori, né come è venuto alla luce.

Trasmissibilità molto alta

Un campo su cui sappiamo molto invece, purtroppo grazie all’osservazione diretta, è quello della sua trasmissibilità. Secondo l’Oms, il tasso netto di trasmissione va da 1,4 a 3,8. Significa che nelle condizioni peggiori, e senza alcun controllo sulla pandemia, ogni malato è in grado di contagiare quasi 4 persone. Il che consentirebbe una crescita esponenziale, come abbiamo drammaticamente constatato a marzo, senza le misure di contenimento adottate.

Il contagio avviene prevalentemente attraverso i droplets, le goccioline del respiro della persona infetta, che vengono espulse con tosse e starnuti o anche con la normale respirazione, parlando, ansimando, cantando. Le porte di ingresso sono bocca, naso e occhi. Basta stare vicino a un positivo (a meno di 1-1,5 metri, ma le variabili sono molteplici, a partire dalla dicotomia spazio chiuso-spazio aperto) per rischiare.

A luglio inoltre l’Oms ha pubblicato un documento in cui finalmente accetta la possibilità che oltre al contagio “ravvicinato” ci sia il rischio di infezione da aerosol, ossia da micro-goccioline inferiori ai 5 micron in grado di rimanere sospese nell’aria e diffondersi a maggiore distanza. Già a marzo uno studio del Cdc americano aveva riportato il caso di un coro di 61 persone tra cui c’era un positivo asintomatico: dopo due ore e mezzo di prove si sono registrate 32 infezioni certe e 20 sospette.

Mentre uno studio olandese sugli ospiti di una clinica psichiatrica ha rilevato che solo in un reparto su sette si è diffuso il contagio, ed era l’unico in cui c’era un sistema automatico di ricircolo dell’aria, con le finestre chiuse. Anche le lacrime sono contagiose, come rilevato ad aprile dai ricercatori dello Spallanzani di Roma. Persino nelle feci, ha accertato una ricerca cinese, è stato trovato il virus attivo.

Fortunatamente invece la trasmissione da madre a figlio durante il parto o nei primi giorni di vita non è stata, almeno per ora, riscontrata, come suggerisce uno studio Usa pubblicato a luglio su Lancet in cui, su 120 neonati con madri positive nessuno ha contratto il virus, né alla nascita né a 14 giorni dal parto. Invece sembra che Sars-Cov-2 possa sopravvivere, in determinate condizioni, su alcune superfici per alcune ore, soprattutto su plastica e cartone.

Chi contagia il Covid

Ma chi contagia? Secondo uno modello matematico elaborato a marzo dall’università di Oxford il 40% delle infezioni sarebbe causato dalle persone sintomatiche, il 10% da contatto indiretto con superfici contaminate, il 5% dagli asinto­matici e il 45% dai pre-sintomatici, che avrebbero quindi un ruolo significativo nella diffusione del virus proprio perché in questa fase dell’infezione il paziente, non essendo consapevole di averla contrat­ta, non può essere isolato né adottare precauzioni che possano limita­re il contagio.

Appena pochi giorni fa un importante studio pubblicato su Science ha fatto il punto sui “superdiffusori”, ossia l’ipotesi che alcune persone per cause ancora da accertare siano più contagiose degli altri: ne è emerso che l’8 per cento dei pazienti indice, quelli che danno origine a una catena di trasmissione, è stato responsabile del 60 per cento delle infezioni secondarie. 

Le regole di protezione ormai, dopo 8 mesi di pandemia, sono note a tutti: lavare e igienizzare spesso le mani, evitare contatti ravvicinati (meno di un metro), abbracci e strette di mano, pulire le superfici, cercare di non toccarsi occhi, bocca e naso con le mani, e poi ovviamente la mascherina. Di cui diversi studi hanno sottolineato l’importanza protettiva, sia per evitare il contagio sia, nel caso questo avvenga, per ridurre la carica virale.

Dopo mesi di titubanza anche l’Oms a giugno ha pubblicato un documento che incoraggia l’uso delle mascherine specialmente quando il distanziamento fisico è difficile da realizzare. È praticamente certo ormai che ci si può reinfettare: dopo tanti mesi le prove sembrano inconfutabili, e i casi molteplici: nel Nevada è stato documentato il caso di un giovane di 25 anni che era risultato positivo a metà apri­le, con sintomi moderati, e che si è reinfettato a fine maggio, svilup­pando questa volta una forma più severa.

Sempre negli Stati Uniti, in Virginia, sono state recentemente le reinfezioni di un militare addetto a servizi sanitari, che dopo essersi infettato il 21 marzo ed aver superato l’infezione dieci giorni dopo, è stato nuovamente testato positivo il 24 maggio, con sintomi più severi rispetto al primo episodio, e quella di un residen­te in una casa di riposo di Seattle, con un serie enfisema polmonare, che dopo aver superato una seria polmonite da Covid nel mese di marzo, si è reinfettato a 140 giorni di distanza dalla prima diagno­si.

Protocolli diagnostici

Se sulle terapie, come vedremo, la strada è ancora lunga, non mancano invece gli strumenti diagnostici, cruciali per identificare e isolare nel più breve tempo possibile un soggetto positivo. Lo standard è il tampone molecolare, che si basa sull’individuazione delle sequenze virali attraverso l’amplificazione dell’acido nucleico.

Ha una affidabilità alta, fino al 90%, ma anche tempi lunghi di elaborazione, tecnicamente dalle 2 alle 6 ore, ma con i sistemi sanitari in affanno si arriva a diversi giorni tra l’esame e il referto. Di recente anche in Italia sono stati validati dei tamponi più rapidi, basati sul rilevamento, nei campioni respiratori del paziente, del­le proteine virali (antigeni).

Questi test, che utilizzano modalità di raccolta del campione del tutto analoghe a quelle dei test molecolari (tampone naso-faringeo) abbattono notevolmente i tempi di rispo­sta, ma sono meno sensibili e c’è il rischio, ancora da quantificare con esattezza, di falsi positivi o peggio falsi negativi. Per questo in caso di positività ai test rapidi (utilizzati negli aeroporti e da qualche giorno anche nelle scuole) serve comunque la conferma del tampone molecolare.

C’è poi la strada dei test salivari: proprio lo Spallanzani ne ha recentemente validati due: il primo ha mostrato livelli di sensibilità simili a quelli dei tamponi antigenici rapidi, ma il test deve essere ef­fettuato in laboratorio, quindi è difficile utilizzarlo per screening rapidi.

La seconda soluzione invece è a lettura visiva, non richiede strumentazione di laboratorio, può essere quindi utilizzata fuori dai laboratori e dà i risultati in pochi minuti, ma risulta ancora avere una sensibilità mol­to inferiore rispetto al test molecolare standard.

Quanto ai test sierologici, permettono di mi­surare la presenza degli anticorpi che il sistema immunitario produ­ce in risposta all’infezione, ma non sono garanzia di una diagnosi “immediata”, a causa del gap temporale tra l’infezione e lo sviluppo degli anticorpi, che compaiono di norma qualche giorno dopo. Per questo vengono usati prevalentemente a scopo di screening di massa: non si fotografa l’immediato, ma si ha un quadro abbastanza attendibile di quanti hanno contratto in passato il virus.     

L’indagine condotta prima dell’estate dall’Istat ha rilevato che il 2,5% del campione era stato a contatto con il virus, circa un milione e mezzo di italiani, con punte del 7,5% in Lombardia ma addirittura oltre il 40% nelle aree più colpite, come la val Seriana. Essersi ammalati comunque non garantisce l’immunità: sebbene sia un tema ancora dibattuto dagli scienziati, sono sempre più le evidenze secondo cui gli anticorpi iniziano a calare e poi a scomparire dopo alcuni mesi dalla malattia.

La ricerca sul vaccino

Ma gli occhi del mondo sono ora puntati sulle terapie, e soprattutto sul vaccino: 213 quelli in fase di sviluppo in tutto il mondo, 42, secondo un recente report dell’Oms, quelli che sono stati avviati alla sperimentazione sull’uomo. Sono nove quelli che stanno affrontando l’ultima fase di sperimentazione clinica prevista prima della autorizzazione finale.

Tra questi, oltre ai 4 vaccini prodotti da aziende farmaceutiche cinesi, anche quello prodotto dal russo Gamaleya Research Institute, gli americani Moderna e Jansen e gli europei Biontech e AstraZeneca, quest’ultimo colorato anche di tricolore visto il contributo della Irbm di Pomezia.

Mentre lo Spallanzani collabora con le società italiane Reithera e Takis: il primo in particolare è in fase di test sull’uomo, partiti ad agosto. Proprio il vaccino Astrazeneca, malgrado il temporaneo stop di questa estate per un effetto collaterale su un volontario, sembra essere tra i più vicini al traguardo: entro l’anno potrebbe arrivare il via libera. Infine, le terapie disponibili: tutto il pianeta è al lavoro, e si contano qualcosa come 1.860 studi in corso.

Il primo farmaco approvato per l’utilizzo specifico contro il Covi è stato il Remdesivir, farmaco antivirale originariamente svi­luppato per il trattamento delle malattie collegate ai virus Ebola e Marburg, che ha ottenuto dalla FDA (Food and Drug Administra­tion) l’autorizzazione per l’uso in emergenza negli Stati Uniti, e il 25 giugno ha ricevuto anche il via libera dell’Ema per l’Europa. E’ stato dato anche al presidente Trump.

Farmaci antivirali

Poi ci sono i cortisonici, per le forme severe, quelle della cosiddetta “tempesta citochimica” che porta il sistema immunitario a scatenarsi anche contro lo stesso organismo: idrocortisone, metilprednisone e soprattutto desametasone, vecchio ed economico farmaco anti asma, sul quale uno studio britannico ha rilevato benefici importanti, riducendo di un terzo la mortalità dei pazienti sottoposti a ventilazione e di un quinto di quelli a cui veniva somministrato ossigeno.

Quanto a clorochina e idrossiclorochina, dopo tanti annunci è arrivata la doccia fredda: il grande studio internazionale promosso dall’Oms e dal significativo nome “Solidarity” è stato interrotto più volte e poi definitivamente chiuso il 4 luglio, senza risultati di rilievo.

Anche sul biologico (in origine antitumorale) Tocilizumab dopo l’entusiasmo iniziale sono arrivati due studi di fase 3 da cui è emerso che il farmaco non ha migliorato lo sta­tus clinico dei pazienti con polmonite severa da Covid, né ha migliorato i tassi di mortalità dei pazienti a quattro settima­ne, anche se nei pazienti con forme meno severe c’era il 44% di probabilità in meno di una evoluzione della malattia verso la ventilazione meccanica.

Quanto al plasma iperimmune, cioè estratto dal sangue ricco di anticorpi di pazienti che hanno superato l’infezione, è in corso uno studio italiano, ‘Tsunami’, mentre altre ricerche nel mondo non hanno ancora chiarito se questa strada porta a risultati efficaci, senza contare le difficoltà di approvvigionamento di un prodotto che ha bisogno di tanti guariti disposti a donare il sangue. Sembra più promettente, e non è un caso che anche questo tentativo è stato fatto dai medici di Trump, la via degli anticorpi monoclonali: nel Regno Unito, un cocktail di due anticorpi prodot­to dalla società Regeneron (sono quelli dati al presidente Usa), è attual­mente nella fase 3 di sperimentazione, ed è stato inserito nel trial na­zionale RECOVERY, primo farmaco specificamente disegnato per il Covid.

Altre società che stanno lavorando sugli anticorpi mo­noclonali sono la canadese AbCellera, in collaborazione con il grup­po farmaceutico Eli Lilly, e la statunitense Vir Biotechnology in col­laborazione con il gruppo GSK. Lo stesso Spallanzani, con la Fondazione Toscana Life Sciences, stanno lavorando a questo filone. Sono stati già indi­viduati 3 anticorpi particolarmente potenti, con l’obiettivo di poter avviare entro la fine del 2020 i test clinici sull’uomo. 

AGI – Il premio Nobel per Medicina 2020 è stato assegnato congiuntamente al britannico Michael Houghton e agli americani Harvey Alter e Charles Rice per la scoperta del virus dell’epatite C. 

I tre sono stati premiati per “il loro decisivo contributo nella lotta” contro l’epatite C, “un problema mondiale enorme che causa cirrosi e cancro al fegato” in tutto il mondo, si legge nel comunicato diffuso dalla giuria dei Nobel.

L’annuncio è arrivato in diretta streaming dall’Istituto Karoliska di Stoccolma per la Medicina e dalla sede dell’Accademia svedese delle Scienze. Il Nobel per la Medicina ha un valore particolare quest’anno, sullo sfondo della pandemia di Covid-19, che ha messo in luce l’importanza della ricerca scientifica per la societa’ e l’economia a livello mondiale.

Si sapeva, però, che il prestigioso riconoscimento non sarebbe andato a figure direttamente collegate alla ricerca sul nuovo coronavirus: il premio, di solito, va a scoperte fatte diversi anni o addirittura decenni fa. Spesso l’Assemblea del Nobel premia scoperte e ricerche che hanno posto le fondamenta per applicazioni pratiche nell’uso comune di oggi. Non e’ raro che a dividersi il riconoscimento siano scienziati impegnati nello stesso campo.

Si è aperta così ufficialmente la stagione dei Nobel, che proseguirà domani con il premio per la Fisica, e poi nei giorni avveniri con i premi per la Chimica (mercoledì), la Letteratura (giovedì), la Pace (venerdì) e l’Economia (lunedì del la prossima settimana). Il premio consiste, oltre alla famosa medaglia d’oro, in un premio da 10 milione di corone svedesi (l’equivalente di circa 954 mila euro).

Alter, 85 anni, è nato a New York e si è laureato all’Università di Rochester; ha praticato per anni alla Georgetown University, fino a quando nel 1969 è tornato al National Institutes of Health, dove aveva iniziato a lavorare nel 1961.

Rice, classe 1952 di Sacramento, si è laureato nel 1981 al California Institute of Technology (Caltech). Nel 1986, ha stabilito il suo gruppo di ricerca alla Washington University School of Medicine a St Louis ed è diventato professore ordinario nel 1995. Dal 2001, insegna alla Rockefeller University di New York, dove ha diretto il Centro di ricerca sull’epatite C.

Houghton, nato nel Regno Unito, dove si è laureato nel 1977 al King’s College di Londra, ha esercitato nel suo Paese, negli Usa e in Canada, dove attualmente – all’Università di Alberta – è direttore dell’Istituto di virologia applicata Li Ka Shing. 

AGI – “Lavoriamo perché si evitino nuovi lockdown e monitoriamo la situazione passo per passo, territorio per territorio”. Lo ha detto il ministro della Salute, Roberto Speranza, in visita allo stabilimento Sanofi di Anagni, in provincia di Frosinone, per l’infialamento del vaccino anti-Covid Gsk-Sanofi in corso di sperimentazione. “I numeri dell’Italia sono di gran lunga migliori rispetto a quelli di altri Paesi europei, ma questo non ci deve far stare tranquilli. Abbiamo fatto un lavoro straordinario e non dobbiamo rovinare tutto”

“Su proroga stato emergenza ne discute il Parlamento”

Sulla proroga dello stato di emergenza “sono sempre per la linea della massima prudenza” ma ne “discuteremo in Parlamento come è giusto che sia”. “Io sarò in aula all’inizio della settimana” ha aggiunto. “Sono sempre per la linea della massima prudenza, ma credo che sia corretto che ne discuta il Parlamento. Nelle grandi democrazie si fa così”.

“Per vaccino anti-influenzale risolvere problema farmacie”

Sulle dosi del vaccino anti-influenzale il ministro ha spiegato che “le Regioni hanno fatto uno sforzo enorme che ha consistito in un aumento del 70% rispetto all’anno scorso“. La questione della fornitura di dosi alle farmacie “va affrontata e risolta insieme alle Regioni”.

“Sul vaccino possibili buone notizie”

Sul vaccino “potremmo avere buone notizie in tempi brevi” ha affermato Speranza. “La comunita internazionale è al lavoro sul vaccino e l’auspicio è che potremo avere buone notizie in un tempo abbastanza breve”. Quello che e’ certo, “è che il vaccino e le cure sono la chiave vera per uscire da questa fase così difficile, ma nei mesi che ancora ci aspettano e in cui non avremo ancora il vaccino Covid o cure validate abbiamo bisogno del comportamento corretto delle persone”. Comportamenti che, ha osservato il ministro, “ci hanno permesso di piegare la curva nei mesi precedenti”.

“Auspico test rapidi a breve ovunque”

L’auspicio è che nel giro di poco i test rapidi possano partire ovunque” ha affermato Speranza. “In alcune regioni sono già partiti, l’auspicio è che nel giro di poco possano partire ovunque. La circolare è di 24 ore fa”

“Priorità a scuole e non a stadi”

“La priorità sono le scuole non gli stadi. Ci sono protocolli che dobbiamo rispettare. Ho una posizione molto rigida sulla partecipazione del pubblico. La priorità è la scuola – ha ribadito – le abbiamo riaperte da poco più di due settimane, dobbiamo valutare l’impatto e lo faremo in questi giorni”

AGI – Delirio e confusione potrebbero rientrare tra i sintomi chiave del Covid-19 tra gli ultra 65enni. Questo è quanto emerge da uno studio, pubblicato sul Journal of the British Geriatrics Society e condotto dagli esperti del King’s College di Londra. I ricercatori hanno analizzato 800 persone di età superiore ai 65 anni, di cui 322 ricoverate in ospedale.

“Sebbene non sia ancora chiaro il motivo legato a questa confusione – commenta Rose Penfold del King’s College di Londra – il delirio sembra rientrare tra i sintomi più comuni del coronavirus, insieme a una temperatura superiore a 37,8 ° C, un’alterazione nella percezione di odori o sapori e la tosse continua. Circa l’85 per cento dei pazienti sperimenta almeno uno di questi disturbi”.

Il team precisa che la sintomatologia varia a seconda dell’età del paziente, ad esempio nei bambini sono più comuni disturbi intestinali, come vomito e diarrea. 535 partecipanti utilizzavano l’app Covid Symptom Study per registrare la propria sintomatologia o per tenere traccia dei rapporti con amici e familiari. 

​ I ricercatori hanno scoperto che gli anziani ricoverati in ospedale classificati come fragili avevano maggiori probabilità di includere il delirio e la confusione tra i sintomi sperimentati, rispetto alle persone della stessa età considerate meno vulnerabili. “Consideriamo a rischio, o fragili – spiega l’autrice – le persone anziane che hanno maggiori probabilità di essere soggette a ricovero in ospedale, per via del più difficile recupero dalle malattie. Per un paziente su cinque tra gli anziani fragili, delirio e confusione erano l’unico sintomo”.

Gli autori sottolineano che sarà opportuno proseguire gli studi per indagare la sintomatologia delle persone anziane negli ospedali e nelle case di cura. “Dai dati ottenuti con l’applicazione – prosegue la ricercatrice – è emerso che anche affanno e stanchezza sono sintomi frequenti per questa fascia d’età. Ad ogni modo il nostro lavoro conferma la maggiore vulnerabilità delle persone anziane e fragili, che corrono un rischio più elevato di contrarre l’infezione acuta ed evidenzia l’importanza di proteggere gli occupanti delle case di cura, dove il virus può propagarsi rapidamente e dare origine a focolai di diffusione”.

“Medici e assistenti – conclude – dovrebbero prestare attenzione a eventuali cambiamenti nello stato mentale nelle persone anziane, monitorando atteggiamenti confusionari o deliranti, dato che questi potrebbero essere sintomi di COVID-19. Raccomandiamo le norme igieniche come il lavaggio frequente delle mani, l’uso di dispositivi di protezione individuale e una corretta igienizzazione delle superfici”.

AGI – In Italia i nuovi laboratori della Forza Armata saranno sempre più riorientati anche sulla biologia molecolare per la diagnosi del Covid-19: è l’impegno emerso nel recente convegno “Il Laboratorio Analisi, strumento o risorsa?”, organizzato dal Dipartimento Militare di Medicina Legale di Padova. Nell’emergenza coronavirus la sanità militare ha già avuto un ruolo importante a supporto delle strutture ospedaliere, con la mobilitazione di medici, infermieri e tecnici di laboratori militari. Diversi stabilimenti militari, tra l’altro, sono stati convertiti alla produzione di dispositivi medici.

L’importanza per le missioni all’estero

Durante il convegno, a cui ha assistito il Comandante Logistico dell’Esercito, Generale di Corpo d’Armata Francesco Paolo Figliuolo, è stato evidenziato anche il ruolo della medicina di laboratorio dell’Esercito nella valutazione dell’idoneità al servizio, oltre che nella sorveglianza sanitaria delle mansioni a rischio, nella definizione degli aspetti medico-legali e non ultimo nella rilevazione di rischi microbiologici per il personale impiegato in missioni internazionali nei vari Teatri Operativi. 

Il Dipartimento militare di medicina legale di Padova

Ai lavori è intervenuto anche Andrea Crisanti, professore ordinario di microbiologia all’Università di Padova e consulente della Regione Veneto. 
Il Dipartimento militare di medicina legale di Padova è, con il Centro Ospedaliero Militare di Milano, l’unica struttura sanitaria dell’Esercito presente nel Nord Italia 
e svolge attività istituzionale di tipo medico legale e clinico ambulatoriale a favore di Forze Armate, Corpi di Polizia e altri Enti dello Stato.

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