Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Le persone che assumono quantitativi moderati di caffé sembrano associate a una maggiore longevità e a un’aspettativa di vita più elevata. Questo sorprendente risultato emerge da uno studio, pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology, condotto dagli scienziati del Baker Heart and Diabetes Research Institute, a Melbourne, in Australia.

Il team, guidato da Peter Kistler, ha considerato gli effetti sulla salute del caffé macinato, istantaneo e decaffeinato. I ricercatori hanno esaminato le associazioni tra diverse tipologie di caffè e aritmie, problemi cardiovascolari e decessi. Utilizzando i dati della biobanca britannica, gli autori hanno reclutato adulti di età compresa tra 40 e 69 anni, confrontando le informazioni raccolte con i dati relativi a 449.563 partecipanti sani.

I volontari, dopo aver compilato un questionario sul proprio consumo di caffè, sono stati raggruppati in base alla quantità e alla tipologia di bevanda che preferivano. Chi assumeva da due a tre tazze di caffè decaffeinato, riportano gli esperti, era correlato a un rischio del 14 per cento più basso di morire per problemi di salute.

Il consumo di caffè macinato risultava invece ridurre la probabilità di morte del 27 per cento, mentre il beneficio minore, pari all’11 per cento, è stato riscontrato tra i bevitori di preparati istantanei.

Per quanto riguarda invece il rischio di malattie cardiovascolari sembrava inferiore del 6, 20 e 9 per cento rispettivamente per deca, macinato e istantaneo. “Il nostro lavoro – osserva Kistler – mostra che il caffè è associato a una riduzione nell’incidenza di malattie cardiovascolari e di decessi per altre cause. Questi risultati suggeriscono che un consumo moderato di caffè potrebbe essere positivo per la salute”.

“Il caffè contiene più di 100 componenti biologicamente attivi – conclude l’autore – il più noto è la caffeina, ma è probabile che gli effetti benefici osservati siano associati a un un’altra sostanza. Sarà necessario approfondire questi studi, ma il nostro lavoro incoraggia un consumo moderato di caffè”. 

AGI – La Svizzera distruggerà 10 milioni e 300 mila dosi di vaccino anti-Covid Moderna scadute mercoledì scorso. Lo ha annunciato il Ministero della Salute svizzero, precisando di non avere altra scelta.

Il costo delle dosi da distruggere ammonta a 280 milioni di franchi svizzeri, equivalenti a 294 milioni di euro.

Al momento, altri 2 milioni e mezzo di dosi sono ancora stoccati in un centro dell’esercito elvetico e 7 milioni e 800 mila si trovano in un deposito nel Belgio.

Lo ha precisato il Ministero, sottolineando che la sua strategia di approvvigionamento dei vaccini è consistita sin dall’inizio nell’ordinare più dosi del necessario per gli 8 milioni e 700 mila abitanti del Paese, chiedendo vaccini a laboratori diversi per evitare il rischio di dipendere da un solo prodotto che avrebbe potuto rivelarsi inefficace e per scongiurare eventuali problemi di spedizioni o di contratti non rispettati.

A giugno scorso, il sito Swissinfo news aveva stimato che il Paese disponesse di una eccedenza di 38 milioni di dosi di differenti vaccini anti-Covid, con scadenza prima della fine di quest’anno.

Il Ministero ha riferito che circa 3,5 milioni di dosi del nuovo Moderna saranno disponibili per il mese entrante, quando la Svizzera lancerà la prossima campagna vaccinale.

Nel Paese elvetico i decessi collegati al Covid sono stati 13.556 da inizio pandemia, mentre il tasso di vaccinazione ha raggiunto circa il 70%. 

AGI – “Su, accelera, dai…”. Spesso siamo pigri e procediamo a ritmi lenti. Anche nella nostra passeggiata quotidiana, che facciamo in genere per tenerci in forma e allontanare il più possibile eventuali problemi cardiovascolari. Tant’è che ci muniamo persino di apposito “contapassi”, scaricato sullo smartphone, per monitorare la lunghezza dei nostri percorsi.

Bene, da oggi dobbiamo sapere che un nuovo studio, che esamina i dati di tracciamento della attività di 78.500 persone, ha stabilito che “camminare a passo svelto per circa 30 minuti al giorno ha ridotto il rischio di malattie cardiache, cancro, demenza e morte, rispetto a camminare lo stesso un numero di passi a un ritmo più lento”.

Ne parla il New York Times, ma lo studio è stato pubblicato in due articoli sulle riviste Jama Internal Medicine e Jama Neurlogy, nelle quali si legge che i ricercatori hanno scoperto che ogni 2.000 passi aggiuntivi al giorno si riduceva “il rischio di morte prematura, malattie cardiache e cancro di circa il 10%, fino a circa 10.000 passi al giorno”. 

Quando si è trattato di sviluppare la ricerca associandola alla condizione dela demenza, “9.800 passi al giorno erano associati a un rischio ridotto del 50%, con una riduzione del rischio del 25% a partire da circa 3.800 passi al giorno”, anche se in passato, studi simili hanno anche dimostrato che i benefici del camminare iniziano ben prima dei 10.000 passi quotidiani spesso sbandierati.

Tuttavia, i ricercatori hanno fatto qualche altra scoperta nuova, come quando hanno esaminato la frequenza dei passi al minuto: nel senso chi aveva sostenuto un ritmo medio superiore e più veloce della propria camminata (tra 80 e 100 passi al minuto) ha ottenuto benefici maggiori rispetto a chi aveva camminato una quantità simile ogni giorno, ma a un ritmo più lento.

Risultato: “I camminatori veloci hanno avuto un rischio inferiore del 35% di morire, una probabilità inferiore del 25% di sviluppare malattie cardiache o cancro e un rischio inferiore del 30% di sviluppare demenza, rispetto a quelli il cui ritmo medio era più lento”.

Insomma, una persona che fa ogni giorno tra 2.400 e 3.000 passi camminando svelto potrebbe registrare una forte riduzione del rischio di sviluppare malattie cardiache, cancro e demenza, anche senza fare molti altri passi in più rispetto al proprio totale giornaliero.

Non è la quantità dei passi ad incidere, ma la velocità con cui vengono fatti. “Non si tratta di camminare consecutivamente per 30 minuti”, ha sottolineato Matthew Ahmadi, ricercatore presso l’Università di Sydney, uno degli autori dei due studi. “Può trattarsi anche solo di brevi e sporadiche accelerazioni durante il corso della giornata”. L’obiettivo deve essere perciò quello di puntare a camminare un po’ più velocemente del ritmo normale. Pochi passi, ben distesi, ma – soprattutto – accelerati.

AGI – Dall’inizio della pandemia di Covid-19, in media nel mondo l’aspettativa di vita alla nascita è diminuita di 1,4 anni, segnando il livello più basso dell’ultimo decennio.

Nello stesso periodo – tra 2019 e 2021 – chi è nato in Italia ha perso 6 mesi di aspettativa di vita, passata da 83,5 anni a 82,9. I dati sono contenuti nell’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), evidenziando che l’aspettativa di vita è quindi passata da 72,8 anni nel 2019 a 71,4 nel 2021.

Un calo in netta controtendenza rispetto agli ultimi decenni –  tra il 1950 e il 2019 – durante i quali, invece, è stata in costante aumento, facendo guadagnare in media 27,1 anni di vita all’umanità. Nel 2020, anno ‘clou’ della pandemia , il dato negativo è stato comune al 70% dei Paesi del pianeta, che hanno visto calare l’aspettativa di vita media; un trend che si è confermato l’anno successivo nei due terzi delle nazioni, sia in quelle più ricche che meno sviluppate.

Nei Paesi Ocse, da 80,4 è scesa a 79 anni e in quelli meno ricchi da 65,3 a 64,2. Nel dettaglio, l’aspettativa di vita è passata da 74,4 a 72,9 in Europa e Asia centrale, da 75,6 a 72,1 in America latina, da 69,9 a 67,9 in Asia del Sud, da 61,5 a 60,1 in Africa subsahariana.

L’unica eccezione riguarda l’Asia orientale, dove ha invece segnato una leggera progressione, da 75,4 a 75,6 anni.

I Paesi in cui l’aspettativa di vita è calata maggiormente sono, tra i tanti, Bolivia (-7,9 anni), Oman (5,4), Cuba (-5,1), Messico (-4,9), Colombia (- 4,5), Perù (-4,3), Indonesia (4,1), Russia (-3,2), Brasile (3,1), India (2,5) e Stati Uniti (1,7). Tra le eccezioni la Cina, dove si è registrata una progressione di 1,3 anno e in Giappone di 0,2, mentre in Europa è diminuita nella maggior parte dei Paesi – tra 1,1 e 0,2 – quali Portogallo (-1,1), Germania (- 0,7), Italia (-0,6), Regno Unito (-0,6) e Francia (- 0,2), mentre è cresciuta in Norvegia (+0,8), Danimarca (+0,5) e Svezia (+0,2).

I dati globalmente negativi sull’aspettativa di vita si ricongiungono con quelli contenuti in un rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità in base ai quali nel mondo una persona di meno di 70 anni muore ogni due secondi per patologie croniche quindi prevenibili, quali diabete, tumori e malattie cardiovascolari.

A essere più colpiti da queste morti premature – in tutto almeno 17 milioni di persone – sono nell’86% dei casi abitanti dei Paesi a reddito medio-basso, la maggior parte dei quali potrebbe essere evitata o ritardata se avessero accesso alla prevenzione, al trattamento e all’assistenza.

Lo studio dell’Oms, diffuso nel contesto dell’Assemblea generale dell’Onu in corso a New York, evidenzia che queste malattie rappresentano una delle più grandi sfide per la salute e lo sviluppo del secolo, ma sono “trascurate e sotto finanziate”, secondo il rapporto intitolato “Numeri invisibili”.

 

⏱️ Every two seconds, one person under the age of 70 dies of a noncommunicable diseases – such as heart disease, cancer, diabetes & respiratory diseases.

Almost 9 in 10 of those deaths are taking place in low- & middle-income countries https://t.co/ugo4tKxcpg#BeatNCDs #UNGA pic.twitter.com/izQWdUdkZP

— World Health Organization (WHO) (@WHO)
September 21, 2022

 

Solo pochi Paesi restano sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi di sviluppo globale volti a ridurre di un terzo le morti premature dovute a malattie non trasmissibili entro il 2030, dimostrando che il mondo non sta prestando attenzione alla reale portata di queste malattie, che causano circa 41 milioni di morti ogni anno, o 74% di tutti i decessi a livello globale. Almeno 17 milioni di persone muoiono prematuramente prima dei 70 anni ogni anno a causa di malattie non trasmissibili, tra cui malattie cardiache, cancro, diabete e malattie respiratorie.

 

More than 4 in 10 deaths from cancer could have been prevented or delayed through prevention and treatment.

See the situation in your country https://t.co/ugo4tKwEzI#BeatNCDs #UNGA pic.twitter.com/gVWBaaQi9L

— World Health Organization (WHO) (@WHO)
September 22, 2022

 

Le malattie cardiovascolari – malattie cardiache e ictus – uccidono più persone di qualsiasi altra malattia, rappresentando un decesso su tre all’anno o quasi 18 milioni di morti. “Due terzi delle persone con ipertensione vivono in Paesi a reddito medio basso, ma quasi la metà delle persone con ipertensione non sa nemmeno di averla”, hanno sottolineato i ricercatori. Circa un decesso su sei si verifica per cancro, uno su 13 per malattie respiratorie croniche e uno su 28 per diabete. Più di 8 milioni di decessi ogni anno sono attribuiti al consumo di tabacco; le diete malsane rappresentano un numero simile.

 

Le statistiche dell’Oms non sono solo numeri ma storie di vita quotidiana e di problematiche legate alla salute e all’accesso alle cure. Ad esempio, come riferito da Bente Mikkelsen, responsabile Oms per le ‘Noncommunicable diseases’ (NCD), l’invasione russa dell’Ucraina ha interrotto molti servizi sanitari, incluso l’accesso all’insulina per le persone con diabete. Di conseguenza circa il 9% degli adulti ucraini ha aumentato il proprio livello di glicemia e, con l’escalation del conflitto, milioni di persone affette da diabete hanno rischiato di non poter accedere ai farmaci salvavita quotidiani di cui hanno bisogno. In tutto, conclude il rapporto, quasi 40 milioni di morti potrebbero essere evitati entro il 2030 se i Paesi adottassero gli interventi che sono noti per funzionare.

AGI – Piaccia o no, l’autunno è arrivato. E gli psicologi sostengono che “i sentimenti che spesso emergono in autunno derivano dal nostro disagio per il cambiamento e dall’ansia e dall’incertezza su ciò che quel cambiamento porterà”, cosicché “la malinconia che proviamo è una forma di dolore, il lutto per la luce del sole che s’attenua, la tranquillità dell’estate che se ne va con il verde della stagione calda”, descrive la nuova fase il New York Times. Ma non tutto è perduto.

Per Jelena Kecmanovic, fondatrice dell’Arlington/DC Behavior Therapy Institute, l’autunno ricorda “l’esplorazione delle montagne” vicino alla sua casa a Sarajevo, in Jugoslavia, dove ha trascorso i primi 20 anni della sua vita, durante una delle epoche più prospere del Paese.

Oggi, scrive il Times, “è un’esperta di resilienza, concetto incentrato sulla capacità di adattarsi a esperienze di vita impegnative”, mentre il dottor Kecmanovic descrive l’autunno come “la stagione in cui possiamo lavorare sulla nostra accettazione dell’incertezza”, abbracciando quella sensazione instabile che potremmo provare mentre usciamo dall’estate.

Insomma, gli psicologi hanno scoperto che il pensiero del cambiamento, la fine di una cosa e l’inizio di un’altra, forse la nostra stessa idea di vulnerabilità, “sono alla base di una grande quantità d’ansia”.

Un’enorme quantità di ricerche ha dimostrato che “l’intolleranza per l’angoscia, per il disagio, la precarietà, l’incertezza, predice risultati negativi sul lungo periodo“, dice il dottor Kecmanovic, che sottolinea: “Ma quei piccoli momenti d’incertezza aumenteranno l’esposizione, una tolleranza e forse anche un apprezzamento dei momenti in cui non sai cosa t’aspetta e ti senti fuori controllo”.

Osserva il quotidiano newyorkese: “Ci sono anche altri modi per affrontare il cambio delle stagioni. Un’altra strategia suggerita per calmare l’ansia stagionale è “fare un passo indietro” e osservare semplicemente il mondo intorno a sé: “Siediti in silenzio su una panchina del parco e osserva un albero che lascia cadere le foglie, per esempio”.

Secondo Kecmanovic “intrecciare temi più grandi della natura e dello scopo in momenti di serena meditazione può aiutare a calmare il senso d’ansia attorno all’incertezza e inserirlo in una prospettiva più ampia”.

Mentre per Jana Long, co-fondatrice della Black Yoga Teacher’s Alliance a Baltimora, “l’autunno è il momento del samyama, un concetto yoga che si riferisce alla pratica meditativa di osservare un oggetto e di esserne assorbiti”, tant’è che in questi momenti “è importante smettere di pensare, analizzare o avere discussioni sul lavoro o su problemi o su qualsiasi cosa si stia assistendo”. 

La morale? È che “praticare la consapevolezza può cambiare il modo in cui si vedono le proprie vite” e “per trovare un senso di pace quando ne abbiamo bisogno”.

Solo così, forse, “l’autunno probabilmente manterrà sempre un soffio di decadenza e mortalità per gli umani”. Ma abbracciare quella tristezza, per gli psicologi, è importante. Quindi? Meglio lasciarsi andare alle malinconie dell’autunno.

AGI –  La bellezza salverà il mondo? Di certo aiuterà coloro che soffrono di Alzheimer, una malattia degenerativa che non si può bloccare ma che si può rallentare e prevenire.

Complice proprio la bellezza che, in tutte le sue forme espressive – dalla musica alla danza, dal teatro alla pittura – può diventare cura.

E a dirlo è la scienza. Lo spiega all’AGI Flora Inzerillo, psicoterapeuta, musicoterapeuta e psico drammatista del Policlinico di Palermo, nella Giornata mondiale dell’Alzheimer che si celebra oggi 21 settembre.

Palermitana, 61 anni, piena di energia e passione, da molti anni ormai lavora con gruppi di persone che soffrono di Alzheimer. All’Orto Botanico di Palermo porta avanti da giugno 2020 il progetto ‘Le radici che curano’; mentre da ieri, 20 settembre, l’ultima iniziativa in ordine di tempo, ‘La bellezza che ci appartiene’, che punta sull’arteterapia, nella splendida cornice del Museo Abatellis di Palermo.

“Di fronte all’Alzheimer – spiega la dottoressa Inzerillo – la neuroestetica funziona: lavorando su stimoli passivi, che sia la musica o l’arte, si creano ambienti interiori che da un punto di vista neuro-endocrino sono come quelli che si realizzano nella fase dell’innamoramento”.

Si parte dalla musicoterapia. “Le tecniche che uso con i pazienti e con i caregiver – racconta – sono miste. Riattivo la parte psico-corporea con l’uso di strumenti”, come tamburelli e maracas; “con le canzoni del cuore, quelle che gli stessi pazienti amano perché gli evocano un ricordo bello. Dal ritmo corporeo si arriva a potenziare la memoria, anche emozionale. È fondamentale: così loro riescono ad essere parte attiva, e ad ascoltarsi”.

Si parte dal corpo per arrivare al cervello, e alla memoria. Tutto merito dei cosiddetti neuroni specchio: “C’è un presupposto scientifico – dice ancora Inzerillo – ci sono queste categorie particolari di neuroni, i neuroni specchio, che emettono dei segnali di connessione con gli altri neuroni, non solo attraverso la sollecitazione diretta ma anche in modo passivo, con l’imitazione”.

E l’uso degli strumenti e della musica aiuta questa attivazione. “I neuroni specchio – continua – si trovano in alcune strutture del cervello dove si regola l’attenzione ma anche la stimolazione delle emozioni e la memoria. Tutte le tecniche espressive funzionano molto bene”.

Per molti anni, Flora Inzerillo ha lavorato con i pazienti psichiatrici, poi dal 2008 è andata in geriatria al Policlinico di Palermo e lì ha iniziato a seguire il metodo della musicoterapia con gli anziani.

Prima della pandemia, le ‘lezioni’ si svolgevano in reparto – anche gruppi di 25/30 persone – poi quando a marzo 2020 è stato convertito in reparto Covid, Inzerillo ha deciso di trovare una soluzione alternativa per non interrompere questo percorso di cura non farmacologico.

“Me lo sono inventata di punto in bianco. Ho pensato allo spazio aperto dell’Orto Botanico e ho chiesto l’autorizzazione al mio primario, il professor Mario Barbagallo, e al direttore universitario dell’Orto Botanico, Paolo Inglese. E a giugno 2020 abbiamo iniziato”. Il nome è ‘Le radici che curano’ perché “l’elemento della natura, il contatto con gli alberi, serve a rigenerarsi”.

Anche i familiari vengono coinvolti perché questo metodo “aiuta la coppia a riconoscersi in un altro modo nella loro coniugalità”. Un supporto fondamentale, quindi, sia per i pazienti che per i caregiver. “I benefici obiettivi – sostiene la dottoressa che vanta anche una preparazione da musicista che sicuramente le è tornata utile – cambiano in base ai livelli della malattia. Nei casi più gravi aiuta a calmare l’agitazione psico-motoria, anche attraverso lo strumento musicale utilizzato; nei casi di gravità intermedia aiuta sul fronte dell’umore e aiuta a riconoscersi. Il proprio sé rallenta la sua sparizione”.

Che è purtroppo il fulcro di questa patologia. Anche i familiari ricevono benefici sull’umore perché si ritrovano in un gruppo e nella musica, con un po’ di leggerezza che aiuta perché “è fondamentale il gioco, la possibilità di alleggerirsi”.

In questi anni sono passati centinaia di malati da questo percorso di musicoterapia – prosegue – ma naturalmente si tratta di un gruppo semi aperto” dove alcuni si aggravano o non ci sono più, e dove ne arrivano di nuovi.    Ogni venerdì mattina, per 4 ore, una ventina – tra pazienti e caregiver – si ritrovano tra gli alberi secolari e le bellezze naturali dell’Orto Botanico palermitano e a dar man forte alla dottoressa Inzerillo c’è una squadra di giovani e sorridenti psicologi in formazione (il loro ruolo è l’Io ausiliare’).

“Ora che si torna alla normalità rispetto al Covid – osserva Inzerillo – ho riscontrato che i pazienti godono della bellezza del luogo e quindi ho proposto di stare là finché non ci sarà il diluvio a impedirlo. In alternativa la direttrice del Museo Abatellis, Evelina De Castro, mi ha proposto un altro splendido luogo che è l’Oratorio dei bianchi”.

Al Museo Abatellis, da ieri 20 settembre, è iniziato il percorso di arteterapia ‘La bellezza che ci appartiene’: “È il terzo esperimento – racconta ancora la vulcanica psicoterapeuta – il primo risale al 2017, un progetto pilota presso il Gam (la Galleria d’arte moderna); il secondo sempre al Gam con l’utilizzo delle fotografie di Scianna e il recupero delle foto dei pazienti; ora invece seguiamo i percorsi museali per ricalibrare la memoria autobiografica dei pazienti perché la nostra identità – sottolinea – è fatta di diversi livelli e va dalle nostre origini fino ai livelli familiari per arrivare a quelle ambientali e infine ‘politiche’, legate cioè al concetto di polis”.

Al centro ci sono le opere d’arte che fanno emergere i paesaggi interiori e questo, prosegue Inzerillo, “diventa fonte di serenità interiore, di tranquillità. Lo vedremo sui ritratti familiari, sull’autoritratto, sulla riproduzione del corpo con le sculture”. Nel primo appuntamento – 20 tra pazienti e caregiver – c’è stata un’analisi de ‘Il trionfo della morte’ e di altre opere pittoriche, e da lì si è chiesto un ‘riscontro’ con fogli e colori per disegnare. La bellezza salverà il mondo.

AGI – “Ho difficoltà a ricordare le cose e spesso mi sento esausto, come se non riuscissi affatto a schiarirmi le idee. Come una ‘nebbia cerebrale’, c’è qualcosa che posso fare?” È una delle domande che una rubrichista del New York Times si sente porre da lettori e persone che incontra, specie dopo l’ondata di Covid di questi anni recenti.

Il fenomeno comune, sebbene non sia una diagnosi clinica ufficiale, può sorgere dopo diverse notti insonni, durante l’assunzione di alcuni farmaci come gli antistaminici o come risultato del jet lag, tra gli scenari possibili. Tuttavia, può anche essere un sintomo di malattia; può verificarsi con la malattia di Lyme, il lupus e la sclerosi multipla, dopo la cura del cancro o anche durante un raffreddore forte.

Circa il 20-30% dei pazienti Covid è affetto da nebbia cerebrale che persiste o si sviluppa durante i tre mesi successivi all’infezione iniziale e oltre il 65% di coloro affetti da long Covid riporta anche sintomi neurologici, tanto che “sta diventando una crisi di salute neurologica”, ha affermato la dottoressa Michelle Monje, neurologa della Stanford University che studia il caso.

“Ci sono alcune persone che sono in grado di portare avanti il ​​loro lavoro e la loro vita normale, ma potrebbero aver bisogno di fare pause più frequenti tra le attività”, ha precisato Jacqueline Becker, neuropsicologa clinica al Mount Sinai Hospital di New York.

Sebbene la nebbia cerebrale “suoni vaga e temporanea”, la ricerca sta iniziando a dimostrare che può influenzare alcune persone per mesi e assumere il controllo di molti aspetti della vita. “La nebbia cerebrale tende a influenzare la funzione esecutiva, un insieme di abilità essenziali per la pianificazione, l’organizzazione delle informazioni, il seguire le indicazioni e il multitasking”, tra le altre cose, sottolinea il quotidiano, ma “quando la funzione esecutiva è compromessa, spesso avrà un impatto su diversi domini delle capacità cognitive”, afferma la dottoressa Becker.

I ricercatori stanno scoprendo che una causa più comune di nebbia nei pazienti Covid è l’infiammazione, un aumento rapido e ingiustificato del sistema immunitario, un’attività cellulare che può devastare cervello e corpo.

If you’re feeling sluggish and forgetful, easily distracted or completely overwhelmed by mundane tasks, you may be experiencing a common phenomenon known as brain fog. Here are some strategies to help. https://t.co/cufztmkGeU

— The New York Times (@nytimes)
September 14, 2022

Soluzioni possibili per riprendersi? Anche se i medici non riescono a trovare una causa fisica per il deficit, ci sono dei passaggi che si possono fare per gestirlo: scrivere note e impostare allarmi per non perdere gli appuntamenti, fare pause regolari in modo da essere in grado di mantenere la concentrazione e completare le attività. Provare a tenere traccia delle attività quotidiane, utilizzando un’app sul telefono o un taccuino per tracciare quando ci si sente più energici e lucidi”. “Il cervello è estremamente malleabile”, conclude il dottor Becker, “ci sono prove che il cervello può riprendersi dopo lesioni cerebrali traumatiche e dopo ictus, e questo fa sperare che il recupero sia possibile”.

AGI – Inaugurato questa mattina dall’Assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato e dal Direttore generale della Asl di Frosinone, Angelo Aliquo’, il nuovo ambulatorio di diagnostica senologica e screenig mammografico (Unità di Diagnostica senologica) dell’ospedale Fabrizio Spaziani del capoluogo ciociaro.

Il centro di diagnostica senologica – curato dall’equipe medica composta da Fabio Torriero, Nicole Iorio e Michela Giuliani – è completo di tutte le procedure di indagine per approfondimenti diagnostici a servizio dell’intera Asl. Presentato anche il progetto per la realizzazione della nuova sala di radiologia interventistica dell’ospedale. L’importo complessivo finanziato dalla Regione Lazio e’ di 3 milioni e 125 mila euro.

“Potenziamo e miglioriamo i servizi territoriali – ha commentato l’assessore alla Sanità, Alessio D’Amato al termine della visita – mettendo al centro il paziente e le cure grazie a nuovi ambienti confortevoli e un servizio sempre pià vicino ai bisogni della persona. Voglio cogliere l’occasione per ringraziare gli operatori sanitari che lavorano con dedizione ogni giorno con spirito di servizio”.

I nuovi locali sono forniti di:
– sala di attesa
– sala refertazione medica
– 2 sale ecografiche con ecografi di alta fascia
– 1 sala mammografica con mammografo di ultima generazione digitale + tomosintesi
– 1 sala mammografica con mammografo di ultima generazione digitale + tomosintesi fornito di dispositivo per prelievi agibioptici stereotassici per lesioni mammarie piccole e programma per innovativi esami mammografici con mezzo di contrasto.
I locali sono attigui ad apparecchio di risonanza magnetica della radiologia dove si eseguono settimanalmente esami di RM mammaria. (AGI)

AGI – Di fatto nessuno crede che la pandemia sia scomparsa. In primo luogo gli ospedali, che dopo aver combattuto per quasi due anni a fronteggiare un carico di lavoro esorbitante, ora si stanno riorganizzando e ristrutturando per prepararsi a quando arriverà la prossima crisi.

“I medici del Rady Children’s Hospital di San Diego – segnala il New York Times –avevano già iniziato a progettare una trasformazione da 1,2 miliardi di dollari, quando la pandemia li ha costretti a cambiare direzione: l’impianto della struttura avrebbe dovuto evolversi. “Quando è arrivata la pandemia, ha davvero cambiato il modo in cui progettiamo l’assistenza sanitaria“, riflette il dottor Nicholas Holmes, direttore operativo di Rady, l’unico ospedale pediatrico nella contea di San Diego e il più grande della California. 

“Ciò che abbiamo imparato negli ultimi anni, prima di tutto, è essere il più flessibili possibile nella progettazione“. Insomma, quella ospedaliera tradizionale prevede che vi siano reparti che proteggano e separino i pazienti più vulnerabili e contagiosi, con caratteristiche che non si trovano nelle normali stanze di degenza. 

Questi includono sistemi di flusso d’aria modificabili per impedire ai microrganismi di viaggiare oltre le pareti della stanza; testate dietro i letti per macchinari elettrici e a gas e, in generale, una disponibilità più ampia per ospitare apparecchiature specializzate come i ventilatori. Ma ciò non è sufficiente, perché in tempi di crisi, gli ospedali richiedono, semmai, molti di più di questi spazi specializzati, con diversi protocolli d’isolamento per malattie diverse.

Racconta il Times che al Rady Children’s Hospital, dove una nuova torre di sette piani ospiterà un’unità di terapia intensiva e un pronto soccorso, “i progettisti hanno esaminato le lezioni apprese con il Covid e hanno deciso di demolire la forma rettangolare originale della torre” mentre al suo posto ne hanno creata una a X, con un reparto da 60 posti letto che “può essere convertito e suddiviso in 20 stanze completamente isolate” per pazienti affetti da malattie infettive, in caso di necessità.

“Piuttosto che considerarla come una singola stanza, quando si pensa alla massima flessibilità, si pensa a file di stanze”, ha detto il dottor Holmes. “Vedere il problema attraverso quella lente consente di non dover trasferire pazienti moderatamente malati in unità di terapia intensiva più critica”.

In sintesi, gran parte del cambiamento prossimo venturo nella progettazione degli ospedali ruota attorno alla capacità di far fronte al “picco” delle urgenze, che è il solo modo in cui gli operatori sanitari si adattano all’interno dei loro edifici quando il numero di pazienti malati aumenta notevolmente.

Quindi, per prepararsi al cambiamento, i progettisti stanno pensando a come le stanze tradizionali possano trasformarsi rapidamente in reparti di isolamento aggiornando o revisionando i loro sistemi di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria. “Flessibilità”, dunque, questo è il la parola chiave del futuro degli ospedali. Almeno fino a che la pandemia non regredisce.

AGI – Volete mettervi a regime dopo gli stravizi dell’estate? Volete purificarvi e magari perdere anche un po’ di peso? Affidatevi ai semi di chia, che null’altro sono che semi commestibili della Salvia hispanica, una pianta da fiore della famiglia della menta originaria del Messico centrale e meridionale, o della Salvia columbariae degli Stati Uniti sudoccidentali e del Messico.

Secondo nutrizioni, medici e anche il New York Times sono consigliati per diverse buone ragioni. Intanto di recente stanno ritornando sugli scaffali di molti negozi di spezie e di alimentari o specializzati in budini, salatini e anche marmellate.

I semi sono stati a lungo un alimento base in America Latina e sono stati persino offerti agli dei atzechi durante le cerimonie religiose, ma ogni generazione in America “sembra pensare di averli scoperti per la prima volta”, annota il Times, ma invece negli “ultimi 40 anni, la chia ha mantenuto una presenza abbastanza costante nella attenzione pubblica”, tanto che alla fine degli anni ’70 e negli anni ’90 “le aziende di alimenti naturali hanno iniziato a commercializzarli come una fonte nutrizionale” e nell’ultimo decennio, in particolare, “i minuscoli semi si sono guadagnati una reputazione smisurata per essere uno presunto strumento per perdere peso oppure un integratore proteico o alimento base ultra-sano”.

Su TikTok i semi di chia vengono presentati anche come un mezzo “purificante dell’apparato digestivo”, che prevede il consumo di una poltiglia di semi di chia, acqua e limone per alleviare la stitichezza e aiutare con la perdita di peso”. 

L’hashtag #internalshower è stato visto più di 100 milioni di volte. “Sono incredibilmente sani come fonte di cibo naturale”, ha affermato la dott.ssa Melinda Ring, specialista in medicina integrativa presso la Northwestern Medicine, anche se “come qualsiasi cosa bisogna stare attenti a non esagerare”, ha soggiunto la dottoressa Lisa Ganjhu, associata presso la Nyo Grossman School of Medicine, specializzata in gastroenterologia.

Consiglio: una porzione di semi di chia, circa due cucchiai, non trasformerà l’intera dieta, né sostituirà le vitamine da assumere con le verdure. Ma medici e dietisti indicano alcuni importanti benefici per la salute, perché ricchi di acidi grassi e di molte fibre, contengono antiossidanti e sono “una pratica soluzione alle restrizioni dietetiche”, anche se non fanno direttamente dimagrire.

Secondo le previsioni d Grand View Research, azienda che segue l’industria alimentare, il mercato dei semi di chia ha cominciato a crescere a partire dal 2019 ad un ritmo superiore al 22% l’anno fino al 2025.

 

Flag Counter