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L’affondo di Renzi sul ‘Russiagate’ è un ulteriore campanello d’allarme nel governo. L’ex premier invita il presidente del Consiglio, Conte, a chiarire sui contatti tra gli 007 italiani e il ministro Usa della Giustizia Barr e soprattutto a cedere la delega sui Servizi. Nessuna replica di palazzo Chigi ma la mossa del senatore di Firenze, spiegano nell’esecutivo, viene considerata una provocazione, un tentativo di minare l’immagine del premier.

La tensione è sempre più alta, con il Pd in primis che non accetta i continui distinguo del leader di Italia Viva. Basta con gli ultimatum, l’alt di Orlando che accosta il Papeete – è dallo stabilimento balneare di Milano Marittima che partirono gli attacchi di Salvini a Conte – alla kermesse della Leopolda. “Non ho fatto alcun paragone”, precisa il vice segretario Pd. “Lo vedo troppo agitato”, replica Renzi che poi cerca di spegnere ogni polemica con la casa dem: “Non parlerò mai male di Zingaretti e Franceschini”.

Reagisce il presidente di Iv al Senato, Faraone: “Siamo alla persecuzione”, sottolinea definendo l’ex ministro della Giustizia “uno stalker” al pari di Boccia e Misiani. Le fibrillazioni ricadono sull’azione del governo (Troppi annunci, occorre agire, la tesi di Di Maio), anche se Renzi abbassa i toni sul taglio del cuneo fiscale. Le polemiche sono anche legate alle questioni discusse tra il premier e il segretario di Stato americano Pompeo e in particolare sugli impegni italiani sull’acquisto degli F35. “È necessario un ridimensionamento del programma”, la tesi M5s. “Conte è d’accordo sulla rinegoziazione”, fanno sapere fonti di palazzo Chigi.

Prossimo appuntamento: il taglio dei parlamentari

La prima prova importante sulla tenuta della maggioranza che sostiene il Conte bis ci sarà martedì con il taglio del numero dei parlamentari. Per l’ultima via libera alla sforbiciata sono necessari 316 sì, ma non dovrebbe arrivare alcun aiuto da parte dell’opposizione.

“Non saremo noi a salvare il governo”, la posizione sulla quale si sono detti d’accordo Salvini, Berlusconi e Meloni che si sono visti oggi ad Arcore. L’ipotesi che il centrodestra non partecipi ai lavori d’Aula è quindi ancora sul tavolo con Di Maio che chiama in causa la Lega e Fdi che nei passaggi precedenti avevano votato a favore del taglio. Ma il nuovo richiamo del capo politico dei pentastellati (“Chi non vota sceglie la poltrona”) è soprattutto rivolto alla maggioranza.

C’è malessere nel Pd per una riforma che in passato non è stata votata. Un malessere che potrebbe portare diversi esponenti dem – tra questi l’ex presidente Orfini – a non essere presenti al momento del voto. Pd e M5s cercheranno di compattare il fronte. E domani i capigruppo della maggioranza dovrebbero firmare il documento con cui mettere nero su bianco la promessa che oltre al taglio dei parlamentari arriverà anche presto la legge elettorale e gli altri contrappesi chiesti per esempio dal partito del Nazareno. Il tentativo in atto è quello di coinvolgere anche il gruppo delle Autonomie.

Spesso si sente dire: “La politica si decide a tavola”. O anche: più facile trovare accordi a pancia piena. Per stare agli anni nostri, dal Patto della crostata del ‘97 sulla Bicamerale, al quello dell’arancino 20 anni dopo, per arrIvare ai gastro-post di Matteo Salvini, gran parte della storia della Seconda Repubblica è scandita, diciamo così, da accordi a sfondo alimentare. La cronaca recente, sui social, trova spesso nel gergo culinario gli hashtag di maggiore successo.

Se in ballo c’è però il dialogo interreligioso e le feste patronali, il discorso di complica un po’. Sì perché a Bologna, in vista della festa di San Petronio, la Curia con il Vescovo, monsignor Zuppi, ha annunciato in settimana la preparazione di pochi chilogrammi di tortellini senza maiale, per chi non può mangiarne per diversi motivi. È stato uno dei tormentoni di questa settimana, analizzati da KPI6 per Agi*.

 

Sui social è stata una lunga giornata, quella del primo ottobre. Sebbene nel 32% dei contenuti dell’audience su Twitter il focus ha riguardato gli aspetti culinari, con molta ironia, pochi riferimenti all’accoglienza, all’inclusione sociale e a quella religiosa. Solamente nel 12% dei tweet si è parlato di Chiesa e appena nel 9% di religioni. In compenso, sono stati tantissimi i meme e i contenuti che nulla hanno avuto a che fare con politiche sull’immigrazione e la religione.

Anche il ‘sentiment’ – relatIvamente contenuto quello negativo (49%) – conferma quanto la discussione sui tortellini sia stata interpretata in chiave ironica e scherzosa, nonostante alcuni politici non l’abbiano pensata così: Salvini e la Lega, ad esempio, hanno parlato di attacco alla tradizione.

 

La ricetta della discordia regala l’83% dei retweet a Salvini

Tra le Tweet dei politici durante la settimana in questione*, Matteo Salvini ha scritto il 53% dei commenti, ottenendo l’83% dei retweet su questo argomento, ai quali va sommato un altro il 20% proveniente dall’account della Lega: tortellini, nonni, nonne, e padretèrno, in sintesi. Potere al Popolo si è contrapposto al leader leghista elogiando un’iniziativa utile “per dare risposte concrete ai bisogni delle persone”.

Ben più tranchant Guido Crosetto: “La Chiesa ci è maestra nel cercare di non dividere. Tanto più su sciocchezze”. 

 

Calenda ammette: “Sul neoliberismo ho sbagliato”

Schietto, diretto e mai banale Carlo Calenda. La settimana di monitoring si chiude con l’autocritica dell’ex ministro dello Sviluppo economico e gli effetti su Twitter:

“Una delle più grandi cazzate che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro. Poi quando ho avuto davanti l’operaio dell’Embraco ho capito che era una gran cacchiata”.

Carlo Calenda su Twitter

 

Tasse e manovra: il centrodestra spopola

Le principali forze di opposizioni (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia) hanno scritto quasi il triplo dei contenuti su Twitter con oggetto la manovra, il Def, l’Iva e le tasse. Ai temi economici Forza Italia ha sempre dedicato molta attenzione, e in questa occasione si è rivelato persino il partito con il maggior numero di contenuti (45%), distribuiti omogeneamente durante la settimana, posizionandosi sopra tutte le altre forze politiche. A seguire la Lega (20%).

 

 

Renato Brunetta è il top user per quantità di tweet pubblicati (31%), “picconatore” della manovra in totale disaccordo con l’impostazione di finanza pubblica del Governo.

Ancora una volta su Twitter Matteo Renzi ha performato molto bene: è stato suo il contenuto con più condivisioni, assieme a quello di Matteo Borghi (Lega). Sulle tasse si è concentrata la gran parte delle conversazioni e Silvio Berlusconi ne ha approfittato per rilanciare l’alleanza, ottenendo il miglior tasso di engagement (27%): “Con gli altri partiti di centro-destra faremo opposizione comune”.

 

Curioso notare come solo Matteo Orfini del Partito democratico sia riuscito a contendere l’attenzione degli utenti con argomenti che non hanno riguardato l’economia, ma in questo caso lo #IusCulturae (la proposta di legge Polverini che prevede la cittadinanza italiana per i minori stranieri nati in Italia che vi abbiano risieduto legalmente senza interruzioni fino al compimento del corso della scuola primaria) e la contrapposizione con il Movimento 5 Stelle sul taglio dei parlamentari: Ancora una volta sono Salvini e Renzi i politici più menzionati dall’audience: gli utenti vogliono stabilire conversazioni, porre domande o critiche rivolgendosi direttamente agli account dei due leader.

I politici più spesso in causa questa settimana, hanno in comune una ‘sentiment analysis’ negatIva, in particolare Giorgia Meloni.

Approfondendo l’analisi si nota che molti utenti condividono le posizioni di Meloni, rispondono con emoji e commenti ostili nei confronti della manovra. Perciò nel suo caso, si rileva un sentiment negativo che partendo dai tweet della leader di Fratelli d’Italia, ha l’obiettivo la contestazione dell’esecutivo e della manovra.

 

Tra i più menzionati troviamo Luigi Marattin, ex Pd ora a Italia VIva, molto presente sia nei talk show televisivi, che sui social. Questa settimana alcune sue dichiarazioni hanno fatto discutere; in particolare “serve più Deficit”, che era anche una delle posizione espresse da Lega e M5s nel precedente Governo.

Leggi qui il report integrale

*L’analisi ha preso in esame le discussioni su Twitter nella settimana 27 settembre – 3 ottobre.

“Chi non crede nel Pd è bene che vada via”: è l’avvertimento lanciato dal capogruppo dem al Senato, l’ex renziano Andrea Marcucci, in un’intervista al Corriere della sera in cui non ha escluso altre uscite dal partito dopo quella di Anna Maria Parente. “Non ne ho notizia ma non ho la certezza che sia finita”, ha spiegato. “Non mi si può più definire renziano”, ha detto Marcucci, “Matteo è il leader di un’altra forza che sta in maggioranza e da lui mi aspetto lealtà nell’interesse del Paese”. “Inseguirlo sulle battute”, ha però aggiunto commentando la reazione del premier Giuseppe Conte alle osservazioni di Renzi, “non mi è sembrata la cosa migliore e credo non sia il mestiere del capo del governo, che doveva rilanciare sul piano programmatico”.

Si annuncia una settimana ad alta tensione sul fronte dei servizi segreti e dei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Dopo il doppio incontro del ministro della Giustizia statunitense Barr con i vertici dei servizi segreti italiani, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato di voler dire pubblicamente la sua al Copasir, il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica.

Con la nomina di Lorenzo Guerini a ministro della Difesa, l’organismo di vigilanza sui servizi segreti eleggerà mercoledì pomeriggio il nuovo Presidente. Si profila un testa a testa tra Adolfo Urso (FdI) e Riccardo Molinari (Lega), ma è possibile che tra i due litiganti possa godere un terzo di Forza Italia. Gli azzurri al Copasir sono Elio Vito e Claudio Fazzone

Una volta eletto il Presidente del Copasir, Conte potrà finalmente esporre la linea dell’Italia sul Russiagate, la Link Campus University, il professor Joseph Mifsud e George Papadopulos. L’università, presieduta da Vincenzo Scotti, ha annunciato che procederà “per vie legali contro il pregiudicato Papadopulos, condannato nello scandalo Russiagate per avere mentito all’Fbi”.

Oggi sui media compare la notizia di un possibile parziale avvicendamento ai vertici dei servizi segreti italiani. Martedì alle 9,30 Conte, che ha mantenuto la delega sui servizi, parteciperà personalmente al giuramento dei neoassunti del Sistema di Informazione per la sicurezza della Repubblica, a piazza Verdi a Roma. Mercoledì lo stesso premier riceverà a palazzo Chigi alle 15,45 il Segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, che l’anno scorso ha ordinato la più grande manovra militare dell’Alleanza Atlantica degli ultimi 20 anni proprio in Norvegia, quasi al confine con la Russia sul fronte nord.

“Nel vecchio Movimento ci ho lasciato il cuore”. In un’intervista a La Stampa Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia alla Camera dei deputati, tra gli uomini della prima ora del Movimento 5 Stelle, nato dieci anni e un giorno fa, il 4 ottobre, data in cui si festeggia San Francesco d’Assisi, è oggi un po’ nostalgico del tempo che fu. E lo fa capire con chiarezza: “Non mi piace la tecnocrazia o il doversi continuamente adeguare a ciò che chiede il sistema. Mi piace la conservazione dell’identità”. Appunto, gli piace “il richiamo al francescanesimo di Assisi”. Meglio, “mi piace il ricordo di quando eravamo più spontanei”, dichiara.

Come si è trasformato da allora ad oggi il Movimento del vaffa? Secondo Morra “il Dna è lo stesso, restiamo biodegradabili” ma a breve “potremmo anche subire un’ulteriore trasformazione”, prospetta, perciò è necessario “saper leggere le tendenze in atto per saperle governare”. Perché, aggiunge, “l’incoerenza c’è se tradisci i valori per cui sei nato. È vero – ammette – non sempre abbiamo preso la rotta giusta, ma le regole possono essere modificate se si trasforma il contesto”. Basta però che dietro i cambiamenti “non ci sia un interesse“ particolare e nascosto.

E se il Movimento in questi anni ha portato “una trasformazione sostanziale della politica”, la riprova è che Italia Viva di Matteo Renzi “promette di piantare un albero per ogni nuovo iscritto”, e proprio questo riferimento ha colpito Morra “perché erano nostre iniziative”. Il rammarico, pertanto, è forse a livello locale, perché “quando molti di noi sono andati a Roma – seguita Morra – hanno perso di vista l’obiettivo: conquistando un comune avremmo dovuto diffonderci contagiando le altre amministrazioni con il nostro buon esempio”. E la constatazione è di “accettare di non essere riusciti a farlo”.

Colpa di chi? “Per il presidente della Commissione Antimafia della Camera la responsabilità è forse di “tante prime donne”, mentre bisognerebbe riuscire a tenere sempre “un piede nel Palazzo e uno fuori”. Gianroberto Casaleggio, poi, pensava a un M5S “senza capi” perché “a lui piaceva l’intelligenza collettiva costruita attraverso il dialogo”, ciò che il Movimento non è più anche se “si può accettare questa trasformazione”. Morra pertanto rimpiange “la frequentazione degli attivisti e dei meet-up” e lo “streaming”. Quello che ha inchiodato prima Bersani e poi Renzi nella diretta pubblica.

Con un obiettivo ultimo: “Io continuerei sempre a purgare”. Tant’è che l’ultima sua collega che ha deciso di abbandonare il M5S, Silvia Vono, lo ha fatto, per quel risulta a Morra, “non restituendo dal settembre del 2018” i versamenti dovuti. “Ci dovrebbe essere una sanzione, se la regola non viene rispettata. Invece siamo propensi a fare indulgenze, condoni, sanatorie” chiosa, come a dire che il Movimento ha perso la sua anima più pura e integerrima.  

 

In un’intervista al Corriere della Sera il premier Conte lamenta di sentire continuamente il fiato sul collo del senatore Renzi sul suo governo. “Ha bisogno di rimarcare uno spazio politico e ogni giorno ripropone questa logica, questo ci precluderà di poter andare avanti. È inaccettabile”, si sfoga il premier, al tal punto da lasciarsi andare a un “come posso star sereno…”?

Il presidente del Consiglio si trova ad Assisi, dove riceve l’affetto e l’abbraccio del mondo cattolico, ma non è affatto tranquillo. E in un colloquio con la Repubblica fa capire chiaramente che teme che Renzi voglia rimettere piede a Palazzo Chigi per sedersi nuovamente su quella poltrona. E al quotidiano di via Solferino che chiede esplicitamente se Renzi non sia una mina vagante per la stabilità del governo facendo correre il rischio al Paese di tornare a votare, il premier si chiede: “Cosa significa andare a votare? Siamo partiti adesso”. Per poi aggiungere: “C’ è un mondo che aspetta, lì fuori. Avete sentito cosa chiedono i cittadini? Vogliono la soluzione ai loro problemi. Ogni volta che li incontro sono affettuosi, sono carini. C’è una investitura anche affettiva della gente. Le persone vogliono credere. Vogliono una squadra di governo che lavori per loro, non per sé stessi”.

Ma per arginare le pretese, gli impulsi o i desideri dell’ex premier, Conte dice che non ha alcuna intenzione di “far e un patto singolo co n Renzi, non è nella mia cultura”. Specificando che “non abbiamo bisogno né di crostate né di merendine, ci possiamo vedere tranquillamente, ma non davanti a qualche caminetto”. Niente sotterfugi, dunque. “Al tavolo io parlo con i ministri e i capi delegazione, perché quella è la mia squadra”, dice. Dunque, tutto alla luce del sole.

Tuttavia le insidie sono più d’una. Anche il piano Di Maio-Bonafede sui rimpatri rischia di essere uno smarcamento dalla linea ufficiale di governo, sottolinea il Corriere, e su questo punto il premier si sente sicuro, tanto da ribattere: “No, nessuna contrapposizione. Il lavoro della Farnesina mi era stato anticipato, lo avevano comunicato alle forze politiche“.

E comunque Conte non vuole commentare o “interpretare cose che non ho ancora letto” su eventuali differenti posizioni tra chi sottolinea che i ricollocamenti non bastano e chi invece dice che bisogna fermare le partenze. Per aggiungere solamente: “La politica sui migranti deve esser e multilivello, non basta interrogarsi su sbarchi sì, sbarchi no”. E sui migranti non ha nulla di nuovo da aggiungere il premier, che rimarca invece che se “prima la mia voce era un po’ oscurata, perché c’era chi aveva toni più alti del mio”, riferendosi a Salvini.

Conte tuttavia è un po’ tra l’incudine (Renzi e gli altri leader Pd e 5Stelle che forse temono l’ascesa della sua leadership) e il martello Lega che ha avanzato anche un’interrogazione sui presunti conflitti d’interesse del premier stesso. Conte è preoccupato? Lui risponde semplicemente: “E di che parliamo? Di una questione di quando ero bambino, affrontata da tutti i giornali? Mi auguro che Salvini, invece di dilettarsi andando a recuperare questioni superate, faccia opposizione offrendo proposte credibili e non annunciando la flat tax al 15% per tutti, oppur e una manovra da 100 miliardi”.

A la Repubblica, poi, sui temi della campagna elettorale umbra il premier rimarca che, certo, “il voto in Umbria è rilevante”, ma che anche “è un po’ esagerato parlare di laboratorio”. “C’è un progetto politico che va costruito, siamo agli inizi e non possiamo testarlo solo qui” spiega. Infine poi c’è la questione degli interrogativi circa i rapporti tra lo staff del presidente Usa Trump e i servizi segreti italiani sui quali il premier riferirà a giorni al Copasir. Tema sul quale Conte si limita a dire a la Repubblica che “resterete molto delusi rispetto alle fantasie che circolano. Non è successo nulla di anomalo, ma cose abbastanza conformi alla prassi, qualcosa nel complesso di ordinario, per quanto riguarda il nostro operato”.

“Si sta speculando ingiustamente”, chiosa con il Corriere, al quale aggiunge: “È una cosa gravissima anche solo pensare che il premier faccia uso personale dei Servizi. Chi ha usato quel linguaggio ha rivelato quale deformazione politica abbia in testa per quanto riguarda le attività di intelligence”.

Non lo dice chiaramente ma quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sostiene che “non c’è bisogno di fenomeni” e che è sbagliato “mistificare la realtà” significa che vuole fermare – spiega anche un esponente del governo vicino al premier – subito un meccanismo che rischia di far precipitare subito tutto. Ovvero quello delle continue fibrillazioni che ci sono state tra M5s e la Lega che alla fine hanno bloccato l’azione riformatrice dell’esecutivo. O si cambia approccio o si torna al voto, così non si può più andare avanti, il ragionamento di chi non ha gradito i distinguo di Renzi e dei renziani sull’aumento dell’Iva.

La tesi il premier l’ha spiegata più volte: “Non c’e’ stata alcuna ipotesi di aumento, non è mai stato sul tavolo”. E dunque che ci sia qualcuno che abbia voluto intestarsi la vittoria di una partita che non è mai stata giocata nella sede del governo viene considerato un fatto grave. Da qui la sorta di ‘aut aut’ che è arrivato oggi dal premier ad Assisi in occasione della festa di San Francesco Patrono d’Italia.

Il Pd da tempo ha lanciato l’allarme sul pericolo che il desiderio di alimentare polemiche interne possa portare ad un cortocircuito. Anche per questo motivo Dario Franceschini d’intesa con Nicola Zingaretti ha condiviso la posizione di Conte. Pur tuttavia tra molti dem ci sono perplessità sull’uscita del premier: in questo modo – questa l’osservazione anche di diversi ‘big’ – si da troppo spazio a Renzi, si fa il suo gioco.

Ad essere perplessi sono soprattutto gli ex renziani che hanno deciso di rimanere nel partito. Pure i vertici M5s si sono schierati al fianco del Capo dell’esecutivo. Luigi Di Maio ha invitato tutti gli esponenti del governo ad abbassare le tensioni. “Mi fido di Conte”, ha sostenuto. Ma Renzi ai suoi ha spiegato che non rimarrà in silenzio se il governo traccerà una strada diversa da quella per la quale è nato. “Fino a quando Conte non aumenta le tasse può stare tranquillo”, ha spiegato qualche giorno fa il senatore di Firenze.

Al di là della ‘querelle’ sul taglio del cuneo fiscale (“Bisogna avere rispetto per i lavoratori”, l’osservazione del presidente del Consiglio alle perplessità espresse da Renzi), la navigazione della legge di bilancio sarà il primo test della legislatura che lo stesso Renzi si augura arrivi fino al 2023.

Il governo punta molto sul piano contro l’evasione mentre ‘Italia viva’ vorrebbe che si ritoccasse ‘Quota cento’. In vista ci sarebbe una stretta sulle misure riguardanti la flat tax finora portate avanti dal governo giallo-verde, ma si dovranno trovare altre coperture per far fede al programma. Con i renziani, per esempio, che puntano sul ‘Family act’ e il Pd sull’assegno unico per le famiglie. 

La marcia della politica italiana verso il “nuovo, strano bipolarismo” (come lo abbiamo definito la scorsa settimana) continua. La Supermedia dei sondaggi conferma che il quadro politico è in evoluzione, con l’ingresso di Italia Viva – il nuovo soggetto frutto della scissione di Matteo Renzi dal Partito Democratico – ma non solo. In atto vi sono tendenze che, per essere intepretate al meglio, vanno guardate in un’ottica di medio termine.

Vediamo gli ultimi dati: la Lega resta il primo partito ma scende, per la prima volta dopo le Europee di maggio, sotto il 32% – sia pure di un soffio: 31,8%. Al secondo posto la sfida tra Partito Democratico (20,1%) e Movimento 5 Stelle (19,8%) è ormai questione di pochi decimali: i democratici sono davanti ai rivali in 4 sondaggi su 8 degli altrettanti istituti demoscopici considerati questa settimana, mentre negli altri sono i pentastellati a prevalere (va detto che, in entrambi i casi, il distacco è minimo). La tendenza, in particolare per il PD, è anche questa settimana negativa, dopo la nascita di Italia Viva che si conferma al sesto posto con il 4,3%. Fratelli d’Italia compie un altro passo in avanti verso quota 8%, staccando Forza Italia di 1,2 punti (7,8% contro 6,6%). Perde molto terreno Più Europa (-0,8%), che ormai balla intorno alla soglia del 2% insieme a La Sinistra (2,2%) e ai Verdi (1,7%).

Riaggregando i dati in base alla collocazione parlamentare (con PD, M5S, IV e LeU in maggioranza, centrodestra e Più Europa all’opposizione), possiamo notare come – rispetto al momento della nascita dell’esecutivo a inizio settembre – lo spazio politico si stia sempre più bi-polarizzando tra maggioranza giallo-rossa e centrodestra.

In altri termini, da un lato si riduce lo spazio per i soggetti non rappresentati in Parlamento (“Altri”), dall’altro emerge la difficoltà per i soggetti progressisti che non fanno parte della maggioranza (Più Europa dentro il Parlamento, la futura lista di Carlo Calenda dal di fuori) di guadagnare spazio e consensi.

Soffermiamoci un attimo sui “vincenti” e i “perdenti” di questa settimana in particolare. Tra i primi va senz’altro citata Fratelli d’Italia, che con il 7,8% ottiene il suo record storico nella nostra Supermedia. Se si pensa che a inizio anno il partito di Giorgia Meloni era intorno al 4% e che oggi è davanti a Forza Italia (che alle Politiche di un anno e mezzo fa raccolse il triplo dei voti di FDI) la progressione è abbastanza evidente. Il buon risultato delle Europee (6,5%) e l’esito della crisi di governo agostana sembrano aver dato ragione alla linea di FDI, che ha vinto (per ora) la sua battaglia per la riunificazione del centrodestra – sia pure all’opposizione. Nelle ultime settimane il raduno di FDI (Atreju) ha dato al partito una centralità anche mediatica, con le ospitate “eccellenti” del premier Giuseppe Conte, ma anche del suo omologo ungherese Viktor Orbán e del leader del movimento sovranista spagnolo Vox.

Dall’altro lato, si conferma il periodo negativo di Più Europa. Il partito di Benedetto Della Vedova è tra quelli maggiormente sotto pressione in questa fase, per varie ragioni: in primis, la nascita del governo giallo-rosso, che ha visto i parlamentari di +EU comportarsi diversamente alla Camera (dove hanno votato la fiducia) e al Senato (con il deciso “no” pronunciato da una figura prestigiosa come Emma Bonino); la scelta – ufficiale – di rimanere all’opposizione, pur restando ben lontani dalle posizioni di un centrodestra a trazione sovranista, ha comportato il distacco di Più Europa dal suo alleato alle ultime elezioni politiche, cioè il Partito Democratico; inoltre, la nascita di Italia Viva ha senza dubbio attratto molti elettori progressisti, di ispirazione liberal-democratica, che faticavano a riconoscersi nel PD zingarettiano – il bacino “naturale” di riferimento per Più Europa; infine, l’ultimo momento di difficoltà c’è stato con la fuoriuscita di Bruno Tabacci, che proprio con la sua adesione al progetto lanciato all’epoca dalla Bonino ne garantì la partecipazione alle Politiche “donando” a +EU il simbolo del suo Centro Democratico. Se il partito non si rilancerà in qualche modo (magari unendo le forze al nascente movimento di Carlo Calenda, anch’esso a vocazione liberale e in opposizione al governo PD-M5S) rischia seriamente di precipitare nell’irrilevanza – se non addirittura di estinguersi.

Per il momento, comunque, i grattacapi che fanno più notizia sono quelli interni alla maggioranza, dove le varie forze politiche sono divise sui contenuti della Legge di Bilancio. La Nota di aggiornamento al DEF, appena approvata, non ha appianato le divisioni, dal momento che si è limitata a stabilire i parametri di spesa da rispettare ma nulla ha stabilito circa le misure concrete da approvare. Difficile dire, ad ora, chi vedrà maggiormente soddisfatta la propria linea tra PD, M5S e Italia Viva: di certo, con la nascita del partito renziano è già emersa una pluralità di figure considerate come “decidenti” all’interno dell’esecutivo.

Rispetto ai tempi del governo giallo-verde è decisamente aumentato il credito di Giuseppe Conte come leader de facto (oltre che de iure) del Governo, ma secondo un sondaggio di EMG vi è un buon 20% degli elettori secondo cui a contare maggiormente sia proprio Matteo Renzi, seguito da Luigi Di Maio (12%). Solo un 6% ritiene invece che la “golden share” dell’esecutivo sia in mano a Nicola Zingaretti, che pure è il leader del partito di governo che in questo momento gode dei maggiori consensi “virtuali”.

Chi conta di più nella maggioranza di Governo? “Conte + Renzi valgono complessivamente il 69%” spiega @FabrizioMasia1 #agorarai #sondaggi pic.twitter.com/DzSiPtfXqT

— Agorà (@agorarai)
October 3, 2019

 

Con un commento il prima pagina de Il Messaggero di cui è collaboratore, Romano Prodi, già commissario europeo e presidente del Consiglio, entra con i piedi nel piatto della polemica che ha scatenato il putiferio politico sui tortellini con la carne di pollo anziché di maiale per venire incontro alle esigenze di chi non può mangiarne per motivi di diverso ordine e grado.

Non poteva mancare “un’occasione più ghiotta – osserva Prodi – perché la politica si intromettesse subito nella guerra dei tortellini” imputando agli organizzatori “il duplice sacrilegio di avere profanato la nostra tradizione religiosa per compiacere gli islamici e la nostra tradizione culinaria per avere espulso il maiale da tutti i tortellini e non solo dai quattro o cinque chili previsti”.  

E mentre gli chef bolognesi “si sono affrettati ad approfittare della pubblicità dell’accaduto per sottolineare come nel loro locale da decenni si servano tortellini di diversissima natura”, a livello popolare – osserva ancora Prodi – “la vera disputa si è spostata sul fatto che si potesse servire anche a coloro che sono diversi da noi un piatto che si chiama con un nome (tortellino) che riteniamo legato alla nostra esclusiva identità”.

Per Prodi, tuttavia, “resta il discorso serio di come il messaggio politico dell’impossibilità di integrazione sia penetrato in tanta parte di noi così profondamente da coinvolgere anche gli aspetti del tutto assurdi dei nostri rapporti con gli altri”, ciò che fornisce anche la spiegazione “del perché Salvini, pur di fronte alla molteplicità e alla gravità dei problemi della società italiana, continui a insistere quasi esclusivamente sulla paura dell’immigrazione”.

Secondo l’ex commissario europeo e premier italiano, resta perciò aperto il problema di come fare avanzare il necessario processo di integrazione dei milioni di emigranti “che sono ormai un elemento indispensabile per l’elementare funzionamento della nostra società”.

E che non si tratta infatti di rinunciare alla necessaria regolamentazione del fenomeno migratorio “ma, più semplicemente, di tenere presente che non è di scarsa importanza il garantire agli italiani e agli stranieri la stessa libertà di scelta sul ripieno dei tortellini”. Tanto più che, in fondo, gli immigrati “mangiando con noi i tortellini, finiscono con il fare propria una parte della nostra tradizione”.

Riparte tra le tensioni l’iter in commissione Affari costituzionali della Camera sulle modifiche alla legge che regola l’acquisizione della cittadinanza italiana per gli stranieri. Sono tre i testi per ora all’esame: la proposta di legge a prima firma Laura Boldrini che mira ad introdurre lo ius soli; la proposta della forzista Renata Polverini, che invece punta esclusivamente sullo ius culturae, e la proposta di Matteo Orfini – il cui testo definitivo deve essere ancora presentato – che introduce uno ius soli ‘temperato’ accanto allo ius culturae.

Ma la strada è piena di ostacoli, soprattutto all’interno dei giallorossi, divisi sulla priorità da assegnare al provvedimento. E il clima diventa subito rovente, con Fratelli d’Italia pronto alla battaglia pur di impedire che si approvi una legge sulla cittadinanza. Acque agitate anche dentro Forza Italia, che di fatto disconosce l’iniziativa di Polverini (“la linea del partito è contro una legge sulla cittadinanza”), la quale a sua volta accusa gli azzurri di aver messo in atto un “grave ostruzionismo” nei suoi confronti e per questo si autosospende dal gruppo. Ma è soprattutto all’interno della maggioranza che il clima non promette per il meglio: mentre Pd e Leu spingono affinché si dia una sorta di corsia preferenziale al provvedimento, considerandolo una tra “le priorità” (non tutti i dem, però, concordano), per i renziani bisogna essere pragmatici: siamo pronti a votare lo ius culturae ma solo se ci sono i numeri. Insomma, nessuna battaglia di bandiera, viene ribadito.

Del resto, lo stesso Matteo Renzi giorni or sono aveva detto: “Se non ci sono i numeri prendiamone atto, non trasformiamolo in un tormentone”. E, al momento, i numeri per un via libera non ci sono. Il Movimento 5 stelle – al cui interno però coesistono sensibilità variegate sul tema – infatti frena e mette le mani avanti: “Su una materia così delicata devono esprimersi gli eletti su Rosseau”. E, comunque, “per noi non è una priorita’”, è il refrain, sulla scia di quanto già detto dal leader Luigi Di Maio. Di diverso avviso l’area pentastellata che fa riferimento al presidente della Camera: riconoscere lo ius culturae sarebbe un atto di civiltà, viene osservato.

Il presidente della commissione, Giuseppe Brescia – che è anche relatore – nel far ripartire l’iter ha espresso l’auspicio che “alle legittime istanze sapremo dare con convinzione risposte di buonsenso”. Ma a tutti è chiaro, nella maggioranza, che si dovrà procedere senza forzature né accelerazioni, pena l’affossamento di ogni iniziativa. Dunque, meglio andare avanti con cautela, viene spiegato, partendo da un ampio ciclo di audizioni. Lo stesso Brescia, del resto, ha chiarito che prima dello ius culturae la commissione dovrà occuparsi di altri temi, tra cui il conflitto di interessi.

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