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Intervistato dal Corriere della Sera il leader della Lega Matteo Salvini ammette di aver parlato con la presidente del Senato Elisabetta Casellati “prima e dopo il convegno” sull’antisemitismo promosso dalla Lega “a cui lei è venuta a portare il suo saluto”, “ma – precisa subito dopo – abbiamo affrontato esclusivamente i l tema della lotta all’antisemitismo”. Quindi nessuna interferenza sul voto e le scelte della Giunta per le autorizzazioni a procedere sul caso Salvini-Nave Gregoretti.

Richiesto dal quotidiano di via _Solferino anche di un parere sulla sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato la richiesta della Lega di un referendum per trasformare la legge elettorale in un maggioritario puro, Salvini ribadisce il giudizio di “scelta politica” fatto dalla Consulta come già dichiarato da alcuni leghisti il voto della Corte, rincarando la dose: “Una Corte di sinistra ha fatto una scelta di sinistra” o se si preferisce, chiosa, “ha fatto una scelta di sistema”.

Meglio anzi, una scelta “per bloccare il sistema” perché, ad avviso del leader leghista, “in Parlamento c’è una maggioranza di qualche centinaio di eletti che vuole farsi una legge a suo vantaggio, mentre 60 milioni di italiani avrebbero scelto per tutti” però “la Corte ha deciso che scelgano i partiti e non gli italiani” punta dritto l’indice accusatore.

Salvini, invece, sperava che “essendoci di mezzo il futuro del Paese, sarebbero andati oltre le logiche politiche e partitiche” mentre invece “ha prevalso l’istinto di conservazione” ma in aquesto modo, chiosa il leader del Carroccio, “si è tolto ai cittadini il diritto di scegliere la legge che vogliono”.

Quanto alla sua vicenda personale, rispetto al caso della nave Gregoretti e all’accusa di sequestro di persona per non aver fatto scendere a terra la scorsa estate gli immigrati, Salvini dice: “Vogliono mandarmi a processo ma sanno che è senza senso e dunque vorrebbero farlo dopo le elezioni in Calabria ed Emilia-Romagna. E se la prendono con la presidente…”.

 

“Hanno cancellato il popolo e i suoi diritti”. È netta l’opinione del vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli, che in un’intervista al Corriere della Sera sostiene che il problema della sentenza della Corte costituzionale “è la ricaduta sul Paese” perché “si è sancito il no al fatto che si possa fare un referendum sulla materia elettorale”. Così, chiosa, “si ritorna alla Prima Repubblica”.

Calderoli afferma inoltre che “l’articolo 75 della Costituzione prevede gli argomenti che non possono essere oggetto di referendum” e che in sé “i referendum sono tutti molto manipolativi” ma che “qualcuno aveva paura che se fosse passata una legge del genere il centrodestra avrebbe potuto cambiare la Costituzione anche senza referendum”.

Poi spiega un po’ provocatoriamente: “Io ho cercato di creare la tempesta perfetta: il referendum che si terrà a giugno sul taglio dei parlamentari e l’altro referendum con l’uninominale secco”. E “se fosse passato – aggiunge Calderoli – un giorno dopo ci sarebbe stata la maggioranza a chiedere lo scioglimento della legislatura, avrebbero scelto di andare a votare subito con il Rosatellum”.

 

 

“Era un caso molto spinoso, risolto in continuità con le decisioni precedenti”. Lo sostiene in un’intervista a la Repubblica il costituzionalista Massimo Luciani, il quale afferma anche che ciò che non ha funzionato nella richiesta sull’ammissibilità del referendum della Lega è che “non rispettato la regola che impone ai promotori di ottenere, col “ritaglio”, l’espansione di un principio normativo già presente nella legge da abrogare”.

Ovvero, in questo caso la richiesta di abrogazione “riguardava anche la legge di delega per ripartire il territorio nazionale in collegi”, una legge, spiega Luciani, “che è stata ritagliata facendole dire qualcosa che non contemplava, visto che era stata pensata per il diverso scopo di adeguare il sistema elettorale alla riduzione del numero dei parlamentari”.

Quanto alle critiche piovute sulla decisione della Corte, il costituzionalista sostiene che “è un costume politico diffuso farsi piacere la Consulta quando ti dà ragione e considerarla eversiva quando ti dà torto” e che con tutta probabilità  “con l’ammissione del referendum avremmo avuto critiche speculari” dal versante opposto.

Quindi “non è possibile cavarsela con una battuta” perché “gli indirizzi sull’ammissibilità dei referendum sono tra i più complessi e controversi dell’intera giurisprudenza costituzionale” stabiliti circa 40 anni fa dalla Corte medesima.

Il Movimento 5 Stelle? “Ormai è una costola della sinistra”. È un Silvio Berlusconi a tutto campo quello che, intervistato dall’Agi nella sua villa di Arcore, parla del populismo e del sovranismo, ma anche dell’amicizia con Bettino Craxi e del rammarico per la fine di Gheddafi.

“È una costola che è tornata alla radici più estreme della stessa sinistra. Chiamano quelli del Pd ‘comunisti da salotto’ e vengono ricambiati definiti come ‘comunisti da strada’. Quello che c’è è che loro seguono le spinte più forti dell’invidia sociale e dell’odio. Sono contro coloro che col loro lavoro, col loro sacrificio, hanno raggiunto una posizione di benessere. Pensando poi ai parlamentari dell’altra legislatura – prosegue l’ex presidente del Consiglio – l’87% di questi parlamentari non aveva mai fatto una denuncia dei redditi. Significa quindi che non avevano durante la vita lavorato mai e non avevano mai combinato nulla di buono per se’ e per la propria famiglia”.

Il giudizio sull’esecutivo giallorosso è lapidario:  “Questi signori al governo sono assolutamente inadatti, incapaci, senza quell’esperienza minima necessaria per governare in modo decente”.

Il futuro del partito e del centrodestra

“Non ritengo che nel centrodestra ci sia alcun monopolio sovranista”. Silvio Berlusconi si è voluto soffermare sull’avvenire di Forza Italia. “Il centrodestra lo abbiamo fondato noi 26 anni fa. Noi apparteniamo al Partito Popolare Europeo che è il partito della democrazia occidentale. Dentro al centrodestra siamo essenziali. Senza di noi – afferma l’ex premier parlando nel suo storico ufficio – non solo il centrodestra non vincerebbe le elezioni ma non saprebbe governare e sarebbe una destra – destra, magari estremista. Noi siamo importanti e ci riteniamo il cervello, il cuore, la spina dorsale del centrodestra. Noi siamo in Italia gli unici continuatori, garanti e testimoni della tradizione democratica, liberale, garantista, cristiana, dell’occidente e dei suoi principi. È importante che i cittadini italiani capiscano questa differenza tra noi e tutti gli altri partiti italiani perche’ noi rappresentiamo in Italia quello che e’ la democrazia occidentale”.

La questione libica

“In Libia c’è una crisi grave e noi non contiamo più nulla” dice ancora Berlusconi. “Io ero riuscito attraverso i miei rapporti con Gheddafi a fargli cambiare la sua politica nei confronti dei cittadini, aveva costruito case, dava gratis pane e benzina per il riscaldamento invernale e tante altre cose. Era amato dalla sua gente. Io e lui – racconta l’ex premier – andavamo in giro per Sirte senza nessun accompagnamento, la gente si faceva attorno a lui, gli baciava le mani, i vestiti e poi festeggiava anche me. Era un Gheddafi diverso da quello precedente”.

Gheddafi, continua l’ex premier, “è stato fatto fuori. Io ero assolutamente contrario ma quando sono stato a Parigi c’era la riunione di tutti gli stati europei per decidere cosa fare e gli aerei francesi di Sarkozy sorvolavano già la Libia e bombardavano le truppe di Gheddafi rivolte a Bengasi dove volevano sedare dei movimenti di rivolta”. Per poi aggiungere: “Da allora è venuta la primavera araba e credo che chi ha deciso quelle azioni abbia sulla coscienza piu’ di un milione di morti e tanti sacrifici subiti da tutte le popolazioni della Libia, della Siria e di tanti Paesi del Medio Oriente”.

La figura di Craxi 

“Penso sia il momento giusto per rivalutare la figura di Bettino Craxi. Certamente lui è stato con De Gasperi l’unico politico della prima repubblica che ha meritato il titolo di statista. Io sono stato suo amico per molto tempo, era molto diverso da come lo hanno dipinto certi giornali. Ha inventato per l’Italia una forte politica estera, alleata dell’occidente, agli Stati Uniti ma consapevole degli interessi nazionali. Ha saputo guardare avanti – dice il presidente di Forza Italia – ha capito che in Italia c’era troppa sinistra, che i partiti comunisti erano troppo legati al sistema di potere delle sinistre, che e’ stato contro il compromesso storico, ha capito che c’era bisogno di cambiamenti. Non glielo hanno lasciato fare e hanno usato la giustizia politica per fermare con i processi quel tentativo generoso che lui stava portando avanti con entusiasmo”.

Non si rassegnano a restare chiusi in casa costretti ad un riposo forzato. Così ‘rianimati’ dal movimento ittico nato a Bologna sono pronti a scendere in piazza per portare sotto i riflettori temi spesso “dimenticati” legati al welfare o alle politiche per gli anziani e per i disabili. Parliamo dei ‘sardoni‘, pensionati tra i 70 ed i 90 anni, che si definiscono “genitori’ o “nonni” delle sardine. Sono anziani ma non vogliono rinunciare alla cittadinanza attiva. La platea di nonni, ancora da quantificare compiutamente, non nasce come movimento anti-Lega ma come un fenomeno che ambisce ad avere contorni nazionali, parallelo alle sardine “ammirate” per la loro capacità di riportare gente in piazza.

La città dei sardoni è Ravenna: l’obiettivo è organizzare una manifestazione proprio nella città romagnola, in piazza del Popolo ‘condivisa’ tra ‘nonni’ e ‘nipoti’ ognuno con le proprie istanze da comunicare. E il primo banco di prova per testare il neo nato movimento sarà venerdì prossimo quando i sardoni si guarderanno in faccia per la prima volta e si conteranno per capire se avranno la forza per nuotare.

Padre ‘giovane’ dei pescioloni è Daniele Perini, 60enne, dipendente Ausl attivo da anni nel volontariato per gli anziani e consigliere comunale della lista civica “Ama-Ravenna” che nelle ultime elezioni comunali ha appoggiato il centrosinistra. “Delle sardine – ha detto all’Agi – ci è piaciuto il fatto che hanno riempito le piazze in maniera pacifica mentre al giorno d’oggi ci si parla solo attraverso i telefonini, le email, o i social. Negli ultimi anni c’è stata una rivoluzione culturale silenziosa: sono milioni in Italia gli anziani tra i 70 ad i 90 anni che non hanno piu’ punti di riferimento.

La nostra società li vorrebbe a riposo e a letto. Invece – ha spiegato il fondatore dei sardoni – in molti vogliono ritornare in piazza per dare ognuno il proprio contributo di esperienza oltre a rilanciare temi, ormai dimenticati, legati al welfare, alle pensioni flessibili o ai disabili. I sardoni rappresentano le sardine nate durante il fascismo o nel Dopoguerra. Hanno valori immensi da esprimere ma nessuno gli ascolta”.

Lo spunto per coinvolgere in una esperienza di cittadinanza attiva proprio gli ultrasettantenni è arrivato da una bambina. “La bimba – ha raccontato Perini – ha fatto un disegno di un grande pesce e ha detto a suo nonno: ‘se io sono una sardina tu sei un sardone’. Questa bambina – ha concluso – mi ha trasmesso l’idea di poter coinvolgere una popolazione sempre più anziana che la società vorrebbe a riposo ma che invece non vuole stare a letto perché ha ancora tanto da dire”.

E proprio a Ravenna, il 10 gennaio si è tenuta la prima uscita pubblica dei ‘Sardoni’. All’incontro hanno partecipato alcune centinaia di persone che si sono radunate nella sala convegni Silvio Buzzi. “Le sardine hanno aperto una prospettiva nuova in una crisi della democrazia dove al posto della partecipazione c’è il populismo cioè l’identificazione col capo”, ha detto all’Agi Stefano Bonaga, che già collabora con le sardine bolognesi.

“La democrazia – ha aggiunto – ha bisogno di cittadini impegnati, la terza età si allunga sempre di più, secondo me non deve essere una rinuncia alla vita, si perde la gioia della giovinezza ma si può acquistare il piacere della consapevolezza. I ragazzi che si sono mossi con le sardine hanno dato un grande segnale: si tratta di tenere in piedi questa attenzione alla società. Gli anziani non devono essere emarginati, deve esserci un orgoglio dell’anzianità per partecipare alla cosa pubblica”, ha concluso. 

La nuova legge sulla prescrizione è “un mostro incostituzionale”. Bolla così in un intervista a Il Giornale la riforma Bonafede l’ex pubblico ministero veneziano Carlo Nordio. E confida che la Consulta della Corte costituzionale si opponga e dica no, anche se poi chiosa: “Basta molto meno”, ovvero è sufficiente “il buonsenso”. Perché, a detta di Nordio, “Con le nuove norme il cittadino resta impigliato in un procedimento per un tempo indefinito, ma tendente all’infinito” e tutto questo, spiega, “confligge con il principio costituzionale della ragionevole durata dei processi”. E se oggi almeno i giudici se dichiarano la prescrizione “sono costretti a motivare, in futuro no”.

Nello specifico, secondo l’ex pm, accadrà che “si darà la precedenza ai casi più gravi, a esempio quelli con detenuti” mentre per tutti gli altri, come gli incidenti stradali con vittime, “slitteranno”, si dice sicuro Nordio, “tanto non c’è più fretta” anche perché in ogni caso “con l’obbligatorietà dell’azione penale c’è sempre un fascicolo più urgente degli altri”. E l’ex pm fa un esempio concreto di quali potranno essere gli effetti della riforma della prescrizione: “I parenti di una persona morta in un incidente stradale dovranno aspettare a lungo, molto a lungo, per avere i risarcimenti che si possono chiedere solo dopo il verdetto definitivo”.

Il rischio è dunque che “la lentezza dell’apparato giudiziario possa ricadere sul cittadino, sull’imputato, sulla vittima. “In ogni caso, non si può lasciare una persona sulla graticola per un periodo troppo lungo. È una barbarie”, sostiene Nordio per il quale i rimedi invece sono la “depenalizzazione”, la “semplificazione delle procedure” e “il potenziamento degli organici”. Invece, conclude, “complicano i meccanismi. Introducono nuovi reati. E non investono un centesimo. Difficile migliorare in questo modo”.

“Abbiamo molte più cose in comune con il mondo progressista che con quello della destra. I loro leader Renzi, Gentiloni, D’Alema e Bersani, beh, li abbiamo combattuti, ma il popolo che li vota è molto simile al nostro. Con quei mondi dobbiamo dialogare”. Lo sostiene in un’intervista a la Repubblica il deputato dissidente grillino Emanuele Dessì che poche settimane fa ha sottoscritto un documento insieme ai colleghi Primo Di Nicola e Mattia Crucioli per chiedere più collegialità, una diversa governance del Movimento perché, dice, “sono sempre stato contrario ai partiti bulgari”.

Dessì aggiunge anche che è necessario “sedersi a un tavolo, non solo col Pd, ma con tutti i mondi progressisti e riformisti” perché per troppi anni “ci siamo guardati in cagnesco e restiamo diversi in tante cose” però adeso “è venuto il momento di progettare le cose da fare nei prossimi anni”. Al quotidiano che obietta che la sua linea è esattamente ciò che non vuole il capo politico del Movimento, Luigi Di Maio, il deputato grillino risponde che “no, Di Maio, vuole che rimaniamo alternativi a tutti i partiti storici, mantenendo la nostra identità. Ed è giusto così”, dichiara Dessì, non foss’altro perché anche lui è “contrario agli accordi elettorali”.

Tanto più che se “si farà una legge proporzionale non ci sarà bisogno di fare patti elettorali”, chiosa. Quanto alle aperture alla società civile sollecitate dal segretario dem Zingaretti, Dessì si augura solo che il leader del Pd “ia intellettualmente onesto e vada fino in fondo” e che no. Si tratti invece della ”solita riverniciata”.

Per Dessì, infatti quel che unisce 5Stelle e Pd sono “l’ecologia e le battaglie sociali”. Poi riflette: “Sia il Pd che noi stiamo per cambiare. È l’occasione più propizia per sedersi un tavolo. Come del resto ha auspicato Beppe Grillo tempo fa, quando è venuto a Roma”. E cosa divide invece Pd e 5Stelle? “Nel rapporto con gli elettori, nel rapporto con i costi della politica. Noi dopo due legislature andiamo a casa, mentre loro hanno ancora rappresentanti eletti negli anni Ottanta. Noi restituiamo parte dello stipendio e non prendiamo rimborsi elettorali” risponde il deputato dissidente dalla linea Di Maio.

“Credo che lo sforzo di Zingaretti sia assolutamente condivisibile in quanto vuole riportare il partito al dialogo con la gente. Dialogo indispensabile: l’unico che lo può fare è il Partito democratico. Cosa che finora non ha fatto bene”: lo ha affermato Romano Prodi in un’intervista a La Stampa in cui si è soffermato sull’iniziativa del segretario dem.

“Zingaretti sta elaborando per il dopo”, ha osservato l’ex premier, “dopo le elezioni regionali. Da quel che ho capito il seminario di Contigliano è fatto per una riforma del partito che verrà successivamente. Di questo c’è bisogno. E circa il giudizio vedremo, perché non ho notizia di come questa riforma verrà fatta”.

Per Prodi “l’obiettivo è quello di ricostruire la fiducia nella democrazia attraverso la partecipazione, e se darà frutti o meno lo vedremo nei mesi prossimi”. “O conseguirà una grandissima partecipazione oppure servirà a poco”, ha sottolineato.

Per l’ex presidente della Commissione europea non si può riproporre “un nuovo Ulivo“. “Le cose del passato non si ripetono mai”, ha osservato, “si fatto in Emilia-Romagna attualmente c’è una larga coalizione che comprende sostanzialmente le forze che componevano allora l’Ulivo: va dai partiti di sinistra a porzioni del centro. C’è davvero uno schieramento larghissimo che tradotto nel linguaggio del 2020 è una coalizione indispensabile in ogni democrazia moderna. È la risposta all’esigenza di una democrazia che è diventata molto complessa”.

“Non intendo a tornare in campo”, ha assicurato l’ex premier, “sono più di undici anni che sono fuori dalla politica. In questo tempo non mi sono mai esposto per alcuna carriera, per nessun incarico e per nessun ruolo. E così continuerò a fare per il futuro. Però continuerò sempre ad esprimere le mie idee e le mie riflessioni. Se la Provvidenza mi conserverà la salute credo sarà utile come esercizio mentale a me, e forse a qualcun altro”. 

Poi intervisene sull’Emilia Romagna: “da cosa intende liberarla Salvini?”, si chiede. “Da un buon governo?. “Il fatto inequivocabile è che in Emilia-Romagna siamo più avanti degli altri”, ha insistito l’ex premier, ricordando che “cresce più delle altre regioni italiane, ha meno disoccupati, ha un’occupazione femminile che non ha confronti, ha speso bene tutti i soldi europei, ha conseguito investimenti nuovi dall’estero, la sanità che da sola, come in tutte le regioni, è la più elevata voce di spesa richiama migliaia di pazienti che qui vogliono farsi curare. Abbiamo assistito a una straordinaria, corale e pressoché completa ricostruzione del terremoto del 2012″.

Prodi ha ribadito di non essere l’ispiratore delle Sardine: “Avrei voluto essere all’origine delle Sardine che hanno creato un clima molto, molto particolare. E’ per questo che la Lega vuole prendere l’Emilia. Perché da noi è nato l’Ulivo, è nato il Vaffa! Anche Grillo cominciò in Emilia. Questa è una regione che è di per se stessa un laboratorio. E non c’è bisogno che Prodi organizzi niente”

Le vicende vaticane con al centro lo scritto sul celibato dei sacerdoti anti-Bergoglio di Ratzinger, dal quale il Papa emerito Benedetto XVI ritira la firma, e il giallo delle sue lettere al cardinale Sarah autore del pamphlet che conferma la disponibilità del primo a co-firmare il volume; i decreti sicurezza di Salvini da cancellare; il nodo Autostrade con il governo che avrebbe già deciso la revoca delle concessioni e poi la rissa nel Movimento 5Stelle sono le notizie e i fatti al centro delle aperture dei principali quotidiani oggi in edicola.

CORRIERE DELLA SERA

Ratzinger, il libro è un caso Benedetto XVI: “Via la mia firma dal volume sul celibato dei preti”

LA REPUBBLICA

Cancellare Salvini Intervista a Delrio: non ci basta modificare i decreti sicurezza, serve nuova legge Zingaretti: “Avanti con i Cinquestelle”. Ma nel Pd parte la sfida per la segreteria M5S, Di Battista promosso dentro Rousseau: io sto con Di Maio

LA STAMPA

Autostrade, il governo ha deciso: sarà revoca Iniziativa al consiglio dei ministri di venerdi’, i dubbi dei tecnici del Tesoro Ira dei Benetton: siamo sotto attacco. Gli azionisti pronti a ricorrere all’Ue

IL MESSAGGERO

Ratzinger evita lo strappo Tolta la firma dal libro di Sarah che difendeva il celibato in polemica con Papa Francesco

La replica del cardinale: sapeva tutto. Sradicata la vigna di Benedetto XVI a Castel Gandolfo

Il SOLE 24 ORE

Appalti, niente blocco 40 miliardi di gare in atto

La temuta paralisi per le continue revisioni delle regole non c’è stata Il Cresme: +40% per i bandi trainati dalla vivacita’ del mercato nel Nord Italia Ance: cresciuta la spesa dei Comuni, ma preoccupa il forte ritardo dell’Anas

IL GIORNALE L’AVVOCATO SI ARRENDE NIENTE SOLDATI A TRIPOLI

Berlusconi: “Un governo di incapaci”

LIBERO QUOTIDIANO

Rivolta di immigrati criminali Da Torino a Caltanissetta, da Gradisca d’Isonzo a Bari: i condannati per omicidio o stupro mettono a ferro e fuoco le strutture nella speranza di non essere rispediti nel loro Paese E i beni confiscati alla mafia vengono affidati agli stranieri 

IL FATTO QUOTIDIANO

“AI BAMBINI NIENTE REGALI DEI GENITORI” GLI ASSISTENTI SOCIALI IN CHAT INDAGINI CHIUSE, 107 CAPI DI ACCUSA. PRASSI DI VIOLENZE PSICOLOGICHE SUI BIMBI IN AFFIDO. FOTI HA PORTATO IL VIDEO CHE LO INCASTRA. “SINDACO CONSAPEVOLE DEL SISTEMA ILLECITO”

IL FOGLIO

Vorreste un vicino come il generale libico Haftar dirimpetto all’Italia? Manda a monte i negoziati organizzati a Mosca da Putin, senza la tregua la missione di interposizione italiana non può partire

Erdogan: “Gli daroò una lezione”

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

Renzi, mossa anti-Emiliano Calenda: scegliamo insieme il nome. Si muove anche + Europa

La replica del presidente: dopo le primarie non ho paura di nulla

LA NAZIONE

Il giallo delle lettere di Ratzinger Il papa emerito ritira la firma dal libro sul celibato dei preti. Ma il cardinale Sarah conferma: “Ecco le prove”

IL SECOLO XIX

Autostrade, revoca vicina E il ministero impone lavori per 700 milioni in Liguria La scelta sulle concessioni potrebbe arrivare venerdi’. L’ira dei Benetton

IL TEMPO

GRAN PAPOCCHIO Benedetto disconosce il libro anti-Bergoglio: “Levate la mia firma”. Ma Sarah: “Sapeva tutto”

Alla fine vince la ragione di Stato Pontificio. Ma resta la confusione dei due Papi in pubblico 

Altre 24 ore (forse anche di più) per sciogliere il nodo sul voto della Giunta per le immunità del Senato sul caso Gregoretti. Il calendario non è stato modificato e la data del 20 gennaio resta confermata, anche perché nessuno – ha spiegato il presidente Maurizio Gasparri – ha chiesto ufficialmente di cambiarla durante l’ufficio di presidenza di questo pomeriggio.

La maggioranza si appella ora alla capigruppo che si terrà domani alle 18. E’ quello – ha sostenuto Francesco Bonifazi di Italia viva – l’unico organo del Senato che puo’ decidere sui lavori. Gasparri anche oggi ha ribadito la sua linea: la Giunta è un organo paragiurisdizionale e la decisione presa nei giorni scorsi dalla conferenza dei capigruppo di bloccare i lavori dell’Aula e delle commissioni dal 20 al 24, “non costringe la Giunta a sospendere i propri”. Oltretutto, ha ricordato ancora il presidente e relatore della vicenda, il calendario è stato stabilito all’unanimità.

La maggioranza però non cede e domani chiederà alla capigruppo di pronunciarsi. Se non arriverà una decisione unanime, la parola passerà l’Assemblea, dove M5s, Pd e Iv hanno i numeri per ribaltare la situazione e posticipare a dopo le elezioni regionali il voto sulla proposta del relatore di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere chiesta dal Tribunale dei ministri di Catania contro il leader della Lega.

Matteo Salvini torna intanto ad attaccare: “Il Pd ritiene che io sia un criminale, ditelo, e gli italiani decideranno votando se stanno con un criminale che ha bloccato gli sbarchi o con chi ha riempito il Paese di clandestini”.

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