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Messa a punto la prima tranche di riforme costituzionali per controbilanciare gli effetti del taglio dei parlamentari, la maggioranza di governo si prepara ad affrontare il capitolo più spinoso del documento di impegni sottoscritto lo scorso ottobre: la legge elettorale. I giallorossi si riuniranno mercoledì pomeriggio (l’orario indicativo è stato fissato alle 15, salvo rinvii dell’ultima ora) per avviare il confronto sul nuovo sistema di voto, ma si tratterà, viene subito chiarito, solo di un primo giro di tavolo, nulla di più. Di certo, al momento, c’è unicamente il metodo che le forze di maggioranza intendono seguire: una mediazione che porti ad una posizione condivisa, senza fughe in avanti nè tantomeno strappi.

Sarebbe deleterio, viene osservato, se la maggioranza si spaccasse sulla legge elettorale, concordano diversi esponenti delle forze politiche che sostengono l’esecutivo, tanto più in un momento delicato dove il governo è stretto tra manovra e ex Ilva. La base di partenza è un sistema proporzionale ma con dei forti correttivi (tra le ipotesi in campo la soglia di sbarramento al 5% o un doppio turno nazionale con possibile apparentamento).

La proposta di Giorgetti

La strada però sarà lunga, è la previsione fatta dai più. E mentre la maggioranza si appresta ad aprire il secondo capitolo delle riforme concordate, a sparigliare le carte arriva la proposta di Giancarlo Giorgetti di dar vita a un tavolo comune sulle riforme, una sorta di Costituente, per riscrivere tutti insieme le regole del gioco. Proposta che piace al sindaco di Milano Beppe Sala e che viene subito accolta da Matteo Renzi, pronto a sedersi al tavolo.

Le parole dell’ex sottosegretario leghista, però, lasciano freddo il governo e, soprattutto, i 5 stelle, così come la maggioranza del Pd, anche se c’è chi apre spiragli al dialogo.

“Sarò felice di ascoltare le proposte di Giorgetti”, osserva il ministro pentastellato Federico d’Incà, ma “quello di cui ha bisogno il Paese oggi è la stabilità” e solo l’attuale esecutivo, con le riforme messe in campo e da mettere in campo, saprà garantirla, è la convinzione. Giorgetti, nell’illustrare la proposta (“Interesse dell’Italia è che questo governo non vada avanti, ci si mette d’accordo per cambiare le 4-5 cose necessarie, magari anche la legge elettorale per dare la possibilità a chi governa di decidere”) precisa subito di non aver condiviso l’idea con il proprio leader: “Dico semplicemente, non autorizzato da Matteo Salvini, che in questo momento parlerei con gli altri partiti, dicendo: ‘scusate, ma sediamoci a un tavolo per cambiare il gioco e per dare un governo decente a questo Paese'”.

Un’ipotesi che, sottolineano fonti leghiste, non necessariamente contrasta con la linea del partito, che è quella delle elezioni anticipate. Anche se, come del resto dimostra la proposta di referendum, è in corso una riflessione sul sistema elettorale, con una preferenza per il maggioritario. Sul punto Giorgetti stesso è categorico: “Se si fa una legge elettorale proporzionale questo paese è spacciato”.

La reazione della Lega

Da via Bellerio si definisce la proposta dell’ex sottosegretario come “una suggestione”, utile per “smuovere le acque” ma non un “progetto politico definito”. Per il primo cittadino di Milano “il nostro Paese merita una stagione di riforme: senza riforme radicali non si va da nessuna parte”. Quindi, “credo che la proposta di Giorgetti possa aver senso”, dice Sala.

Ma è soprattutto Renzi ad aprire subito all’idea del leghista: “Oggi Giorgetti lancia l’idea di scrivere tutti insieme le regole del gioco. Mi sembra una proposta saggia e intelligente. Italia viva c’è”, scrive su Twitter l’ex premier. Cauto silenzio e prudenza in casa dem, nonostante il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, rilancia: “A Giorgetti proporrei intanto di iniziare a discutere di legge elettorale. Il Pd ha sempre sostenuto che più è ampia la condivisione sul sistema elettorale e meglio è. Per quanto mi riguarda, approvare un testo con il concorso anche della Lega sarebbe un’ottima cosa”.

Certo, nessuno al Nazareno si tirerebbe indietro di fronte a un confronto ampio, tanto più sul sistema di voto, viene spiegato, ma la proposta Giorgetti al momento non attecchisce. Tra i dem – ma anche tra i pentastellati – per ora sembra prevalere la prudenza: “Giorgetti parla per sé o per la Lega?”, è soprattutto l’interrogativo che rimbalza tra i deputati di maggioranza che si occupano del dossier riforme.

Una riunione della maggioranza con il ministro Bonafede era stata convocata giovedì scorso, poi l’incontro è stato rinviato. Ma il lavoro per cercare un’intesa sulla riforma della giustizia e sulla prescrizione continua, anche se le posizioni restano distanti.

Cinque giorni fa il Partito democratico, secondo quanto si apprende, ha inviato al Guardasigilli in via informale una serie di proposte per accompagnare la riforma della prescrizione che partirà il 1 gennaio. L’obiettivo è quello – ha spiegato il dem Bordo – di assicurare “una durata ragionevole dei processi al fine di evitare che i cittadini vengano sottoposti all’ergastolo del giudizio”.

La tesi del partito del Nazareno è che il responsabile di via Arenula debba accompagnare la riforma con una serie di norme, da inserire nel pacchetto della riforma della giustizia. Una delle proposte, secondo quanto si apprende, sarebbe quella di stabilire un tempo ben preciso per le indagini preliminari, dando la possibilità al Gip di attuare un controllo sulla durata del lavoro dei Pm. In pratica si riprendono le proposte della commissione Canzio. Poi per quanto riguarda la prescrizione sul tavolo c’è l’idea che in caso di assoluzione possa restare, mentre in caso di condanna se il processo va per le lunghe si prevede la possibilità di uno sconto di pena.

Il confronto tra i democratici e Bonafede fino ad oggi è avvenuto sotto traccia ma i tempi stringono perché il ministro vorrebbe l’approvazione della riforma entro l’anno. Per questo motivo in un’intervista a Repubblica è uscito allo scoperto: “Il Pd non si comporti come la Lega che ha fatto di tutto per bloccare la mia riforma”.

Fino ad oggi la via maestra del partito guidato da Zingaretti è stata quella del rinvio tout court o comunque della sospensione della riforma della prescrizione ma i ‘pontieri’ hanno lavorato ad una serie di ‘compromessi’ per evitare uno scontro che rischia di investire il governo, oltre che la maggioranza. Il braccio di ferro però resta.

La ‘querelle’ potrebbe finire presto sul tavolo di palazzo Chigi, anche se il premier ha sempre sostenuto la riforma della prescrizione. “Se il Pd vuole bloccarla voti insieme alla Lega e all’opposizione”, dice una fonte parlamentare M5s. Ma i dem nella Commissione Giustizia di Montecitorio si sono opposti, al pari di Leu e M5s, allo stop della riforma della prescrizione proposto dall’azzurro Costa.

“Il primo gennaio non ci sarà nessuna apocalisse, i primi effetti processuali non si vedranno prima del 2024”, il ‘refrain’ del Guardasigilli. In realtà anche Italia viva è pronta ad andare allo scontro sulla prescrizione e anche sui criteri per la composizione del Consiglio superiore della magistratura previsti da Bonafede. “La riforma della giustizia – ha sottolineato il ministro – è già pronta da un mese, l’ho inviata a tutte le forze politiche che si sono prese il tempo, anche un po’ troppo in verità, per analizzarla. Ora i cittadini non possono più aspettare”. La risposta non si è fatta attendere: “Non ci puo’ essere su tutto un prendere o lasciare”, dicono dalle parti del Partito democratico. 

In un intervento di proprio pugno su Il Giornale, Silvio Berlusconi si dice “sempre più stupito dal tono di alcuni commenti che leggo in questi giorni sugli organi di informazione”. E nel rispondere così direttamente alle critiche e alle riserve di Mara Carfagna, il leader di Forza Italia afferma che “l’immagine di Forza Italia appiattita o subordinata ad una generica ‘destra sovranista‘ è un radicale stravolgimento della realtà, irrispettoso della mia e della nostra storia, delle mie e delle nostre idee, di 25 anni di battaglie politiche coerenti. Far intendere che ci sia bisogno di un nuovo e diverso contenitore per i liberali e i moderati significa essere in malafede o ignorare la realtà”.

Berlusconi si definisce anche “senza timore di smentite”, l’unico tra i leader politici “ad avere difeso e a difendere ogni giorno i principi liberali in economia, in politica internazionale, in materia di giustizia e di stato di diritto”, l’unico “ad aver lottato e a lottare coerentemente contro l’oppressione fiscale, l’oppressione burocratica, l’oppressione giudiziaria”. E l’unico anche “ad aver difeso lo Stato di Israele e le ragioni dell’ebraismo”.

Insomma, chiunque abbia vissuto la storia di Forza Italia in venticinque anni e chiunque conosca la sua realtà non può “riconoscersi in questa rappresentazione falsa dell’alleanza di centrodestra, nella quale invece noi abbiamo un ruolo ben chiaro” che è quello di “leale collaborazione ma anche di chiara distinzione culturale e politica”. Quindi “se l’obbiettivo è costruire una vasta area liberale, cattolica, riformatrice, alternativa alla sinistra e determinante per la vittoria del centrodestra – sostiene ancora il leader di FI – non lo si ottiene certo con la frammentazione, che ha sempre determinato avventure politiche di cortissimo respiro”.

Secondo Berlusconi Forza Italia e il centrodestra devono perciò essere in grado di aggregare “i delusi, demotivati o addirittura disgustati dalla attuale politica italiana”.

In un’intervista a Il Fatto Quotidiano il premier Giuseppe Conte afferma che su l’Ilva “per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gli ho offerto subito di reintrodurre lo scudo: mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario”. Pertanto “chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal – prosegue il premier – trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi”.

Quindi, a questo punto, anche solo continuare a parlarne, secondo Conte indebolisce l’esecutivo “nella battaglia legale, alimenta inutili polemiche e ributta la palla dal campo di Mittal a quella del governo”. “Soltanto se Mittal cambiasse idea e venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo” afferma il premier.

Al direttore de Il Fatto che fa notare al premier che per l’Ilva c’è poco tempo e che poi anche lui passerà per uno che promette e non mantiene, Conte risponde: “Infatti non ho promesso nulla. Ho soprattutto ascoltato. Quella visita mi ha toccato nel profondo. Ed è servita specialmente a me per conoscere la realtà e i problemi di Taranto, il ciclo produttivo dell’ex Ilva”.

Poi Conte aggiunge: “Non prometto e non annuncio. Ho detto che la soluzione in tasca non ce l’ho, la dovremo trovare tutti insieme. Il governo fa la sua parte. Stiamo predisponendo misure a sostegno dell’occupazione, della riconversione ambientale, del rilancio dell’Arsenale. E progettando un centro d’eccellenza di ricerca universitario a Taranto specializzato nella prevenzione di infortuni sul lavoro e malattie professionali, nella difesa della sicurezza e dell’ambiente”. E lancia un appello: “Chiunque voglia contribuire è il benvenuto”. Quindi ribadisce che “i tarantini non saranno mai più soli, né affidati a un solo ministro”.

Infine sulla manovra e la battaglia degli emendamenti, i premier Conte dichiara che “il Parlamento è sovrano e, se emergeranno suggerimenti utili per migliorarla, il governo li valuterà con la massima apertura. Ma l’impianto e i contenuti essenziali non possono essere rimessi in discussione: significherebbe stravolgerla”. E sulla battaglia di Renzi su plastic tax e auto aziendali, Conte ribatte: “Il governo, in particolare il Mef, sta lavorando di suo per anticipare queste obiezioni e rendere ancor più sostenibili quei due interventi”.

Sollecitato dal quotidiano a rispondere sul ritiro italiano dall’Iraq, il premier afferma che “i nostri uomini sono impegnati in azioni di addestramento delle forze di sicurezza irachene. Ultimamente ne sono rientrati 100 in seguito al ritiro della Task force Praesidium impegnata ad assicurare i lavori presso la diga di Mosul e sul campo ne rimangono circa 500”.

Raccontano in Forza Italia che l’incontro tra Silvio Berlusconi e Mara Carfagna avvenuto venerdì ad Arcore sia andato bene sul piano umano, che qualsiasi tipo di strappo – sorto soprattutto dopo il voto sulla Commissione Segre – sia stato ricucito.

La vicepresidente della Camera avrebbe ribadito le sue posizioni all’ex premier, la necessità che la direzione del partito sia diversa da quella “salviniana”.

Ma entrambi alla fine sono rimasti sulle posizioni di partenza, distanti dal punto di vista politico, anche se i fedelissimi dell’ex ministro sottolineano come il Cavaliere comprenda in qualche modo che il partito azzurro rischia di essere fagocitato dalla Lega.

In ogni caso si va verso un’accelerazione da parte dei moderati di FI sull’organizzazione di un nuovo progetto politico. Che parta però dal territorio e comprenda poi, anche se in tempi stretti, anche la costituzione di gruppi autonomi. I numeri? “Almeno una ventina alla Camera e una decina al Senato”, sostiene chi sta lavorando al piano. Un’operazione che potrebbe comportare una sorta di “separazione consensuale” da parte dell’ex presidente del Consiglio. “Non subito”, spiega una fonte che sta lavorando al piano, “magari nelle prossime settimane, anche con l’aiuto di Gianni Letta“.

L’auspicio dunque è che questo piano – se eventualmente partirà (i tempi per una decisione sono stretti, il via libera potrebbe esserci già la prossima settimana) – venga portato avanti senza l’ostilità del Cavaliere. Ma i vertici azzurri prima dell’incontro tra Berlusconi e la Carfagna c’è stata una riunione alla presenza dei capigruppo, di Tajani e di Giacomoni – hanno già fatto capire che qualsiasi operazione al di fuori di FI viene considerata fallimentare.

In ogni caso la Carfagna non intende muoversi in una logica che comprenda orizzonti fuori dal perimetro del centrodestra. Lo ha ribadito anche oggi a Milano. “Il mio campo politico è e resterà il centrodestra. Tra il mio percorso e quello di Renzi non possono esserci sovrapposizioni, lui è nell’altra metà campo e sostiene un governo di sinistra”, ha spiegato.

La risposta è legata all’ennesimo appello arrivato da Renzi. “Porte aperte a chi vorrà venire non da ospite ma da dirigente. Vale per Mara Carfagna e per gli altri dirigenti del suo partito, ma noi non tiriamo la giacchetta”, ha detto il senatore di Firenze.

La vicepresidente della Camera con una provocazione ha invitato l’ex premier più che altro a chiudere le porte all’attuale esecutivo. “Se Renzi dichiarasse di non voler sostenere più il governo di sinistra ma di avere altre ambizioni, Forza Italia Viva potrebbe essere una suggestione”, ha risposto a chi le domandava se immagina un’esperienza nel centrodestra diversa da FI, suggerendo il nuovo nome. Ma si è trattato più che altro di una battuta.

Nel campo renziano non escludono che i destini della vicepresidente della Camera e di Italia viva non possano incrociarsi anche in tempi stretti. “Potrebbe in un futuro anche essere una ottima candidata premier”, spiega una fonte parlamentare. Italia viva nel frattempo è pronta ad annunciare nuovi approdi. Si tratta di cinque o sei deputati alla Camera (si fanno i nomi di Bendinelli, di Silli fra gli altri) e tre o quattro senatori. “Potrebbero arrivare anche altri, alcuni insospettabili”, dice un’altra fonte renziana.

“Ci sono parlamentari di Forza Italia molto seri che stanno riflettendo su cosa fare e mi auguro che già dai prossimi giorni possano valutare l’adesione ai gruppi di Italia Viva, ha detto oggi Renzi. In realtà qualora andasse in porto il progetto di una sorta di ‘Forza Italia 2’, ovvero un movimento politico che riporti, nei piani di chi sta lavorando al dossier, il partito alle origini, gli eventuali fuoriusciti di FI in IV potrebbero essere di meno.

I moderati di FI non pensano comunque ad una operazione di palazzo ma ad una iniziativa politica (sono stati avviati sondaggi per il nome del nuovo movimento) che eviti – spiega un deputato – la fuga generale di azzurri e raccolga il dissenso interno verso un contenitore nuovo.

“L’esodo è già cominciato – racconta un malpancista di FI -. C’è chi punta a Fratelli d’Italia e chi a Renzi ma se si parte con un nuovo progetto anche chi si è arroccato su posizioni d’attesa – spiega la stessa fonte – potrebbe venire da noi”. La Carfagna non si espone, si limita a dire che “quella attuale è una fase di passaggio che non riguarda i miei destini personali ma una comunità di persona. Di Forza Italia mi fa rabbia la sudditanza psicologica nei confronti del sovranismo”.

Giorgia Meloni e Matteo Salvini da tempo sostengono che possa essere proprio lei la candidata del centrodestra in Campania, una prospettiva che la vicepresidente della Camera non ha preso in considerazione. E così oggi mentre il presidente di Fdi ha rilanciato la candidatura, il leader del partito di via Bellerio ha detto esplicitamente qual è il suo sospetto: “Spero – ha spiegato – che qualcuno è vissuto una vita nel centrodestra, e ha fatto il ministro grazie al centrodestra e ha avuto incarichi di ogni genere grazie al centrodestra non passi a sinistra per amore di poltrona”. 

Ha sempre detto che scioglierà la riserva quando alle elezioni comunali mancherà un anno, quindi la prossima primavera, ma il sindaco di Milano Giuseppe Sala si è per la prima volta sbilanciato un po’ più del solito: “Credo che il ricandidarmi a Milano possa essere un’ipotesi molto solida”, ha detto al teatro Franco Parenti dove ha partecipato al Festival Linkiesta e ha citato anche “l’amico Michael Bloomberg” che fa ha annunciato la candidatura alle primarie dei democratici per le presidenziali dell’anno prossimo. Anche da sindaco, è la teoria di Sala, si può avere un ruolo importante, come dimostra la parabola dell’ex Sindaco di New York.

L’ipotesi di assumere un ruolo più “nazionale” è stata liquidata con una frase eloquente: “Uno non può immaginarsi leader se ha una piattaforma di idee diverse e un gruppo in grado di lavorare con lui per pensare di fare questo salto. Il potere per il potere a me non interessa. Non vado a buttarmi in una realtà in cui so di non poter dare”.

In vista di una ricandidatura per Palazzo Marino, Sala ha aggiunto di volere “vicino a me persone nuove e giovani con una visione che si affianchino a persone esperte: non lo rendo esplicito ma ci sto lavorando per capire se ci sono giovani milanesi in grado”.

Sala ha rivendicato la possibilità, da Milano, di “trovare formule per cui intorno a me, attraverso un’associazione politica o qualche altra forma di aggregazione, riesco a cercare idee per portare forza nuova e linfa alla politica. Questo lo farò comunque”.

In ogni caso, anche da sindaco di Milano, Sala sta “intensificando i rapporti politici a livello italiano e internazionale”, ma sono alla ricerca di una pluralità. Non è detto che sia io il leader ma voglio essere parte di un sistema diverso” ha concluso.

Lo storytelling milanese va modificato. Dobbiamo focalizzarci ancora di più sull’eliminazione delle disuguaglianze sociali. La tecnologia e la socialità devono andare di pari passo e la prima può dare un grandissimo apporto.#HSIF2019 pic.twitter.com/Pdli5hbh5y

— Beppe Sala (@BeppeSala)
November 7, 2019

Il sindaco ha subito incassato l’endorsement dell’ex premier Matteo Renzi, presente allo stesso Festival: “Io non sono uno che fa squadra? Dico a Beppe, mandandogli un abbraccio: ‘quando c’era da passare per fare goal all’Expo te l’ho passato, alle amministrative del 2016 te l’ho passato, e anche per le Olimpiadi, anche se avevo un ruolo minore, te l’ho passato. In questo momento in campo sto dietro – ha spiegato continuando a usare la metafora calcistica – Il compito di uno che sta dietro e’ di costruire, ma quello di chi sta davanti e’ di buttare la palla dentro non di discutere quello che si fa in centrocampo. Siccome le amministrative del 2021 sono il gol da fare, noi continueremo a dargli i palloni”.

Poco distante, alla Fiera di Rho, anche il leader della Lega Matteo Salvini ha prontamente reagito alle parole del sindaco: “Proporremo un’alternativa ancor più valida”, smentendo comunque di essere lui stesso un possibile candidato per la corsa a Palazzo Marino: “No, io sono testardo e voglio finire i lavori che ho cominciato e quindi appena questo governo cadrà e non penso che manchi tanto, ci proporremo agli italiani per tornare a governare questo Paese”.

Ma non è mancata una conclusione polemica, in riferimento all’auspicio di Sala su un’influenza positiva di Liliana Segre su Salvini: “Si preoccupi di alcune periferie di Milano fuori controllo e della qualità della vita in città – ha replicato il leader della Lega – Lui fa il sindaco e lo paghiamo per fare il sindaco”. 

“Nel contrasto dell’antisemitismo noi di Fratelli d’Italia siamo totalmente a disposizione e non da oggi” e “la senatrice Segre, per la quale ho un enorme rispetto, va protetta da tutta la società italiana, non ci sono divisioni su questo”. Lo ha assicurato la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, in un’intervista al Corriere della Sera.

La Meloni ha parlato di “chiara mistificazione” per le accuse per il mancato applauso in aula dopo il varo della commissione contro l’odio: “Lì veniva applaudito il provvedimento e non certo la senatrice Segre, l’ho detto anche a lei quando ci siamo sentite al telefono”.

“Il problema di quella commissione, che viene da lontano e prima si chiamava commissione Boldrini, è che si lascia alla discrezione dei politici stabilire quali siano le parole d’odio e quali no, questo non mi fa sentire tranquilla”, ha sottolineato la leader di FdI. 

È molto severo il giudizio sul governo di Carlo Bonomi, il presidente di Assolombarda, che in un’intervista a la Repubblica sostiene che su plastic tax, sugar tax, con la botta sulle auto aziendali, la storia senza fine dell’Alitalia e la crisi dell’Ilva, “la costante è la totale ignoranza della situazione generale dell’economia, delle necessità delle imprese e degli effetti che provvedimenti avventati produrranno sull’Italia e le sue fragili prospettive di crescita”.

Bonomi non è per niente sollevato dopo il cambio di maggioranza a Palazzo Chigi: “Avevamo chiesto discontinuità: sulla pretesa che il reddito di cittadinanza sia anche uno strumento di politica attiva per il lavoro, mentre i fatti dimostrano il contrario; su quota 100, sugli stimoli agli investimenti, soprattutto in ricerca e sviluppo. Non si è visto nulla” mentre, al contrario, “abbiamo l’ennesima manovra che accresce deficit e debito pubblico, aumenta le tasse e, conseguenza di ciò, costringe a rassegnarsi alla crescita zero”.

Tanto più che plastic e sugar tax “sono tasse di scopo, non incideranno sulle abitudini dei consumatori”, viceversa “entrambe avranno come effetto collaterale l’espulsione delle aziende dalla competizione dei mercati”. Identica cosa per le auto aziendali che ora il governo vuole tassare, “sono un bene strumentale, non un consumo signorile”, chiosa Bonomi, che aggiunge: “Se per mettere 10 euro in busta paga ne facciamo pagare 100 sull’auto aziendale non faremo grandi passi avanti”.

Quanto alle ipotesi di intervento dello Stato in Alitalia o nell’acciaio, Bonomi rifugge l’idea dicendo: “Ma per carità. Con l’Alitalia abbiamo perso 1,6 miliardi in due anni. E vogliamo tornare alla Finsider, 15 mila miliardi di lire bruciati nell’altoforno dell’acciaio pubblico?” si chiede il leader di Assolombarda.

“Un grande vento di speranza” ha abbattuto il Muro di Berlino “il 9 novembre 1989, facendo di questa giornata un’alba di libertà e l’avvio di un nuovo percorso storico per la Germania, per tutto il continente, per il mondo intero. La fine della Guerra Fredda e la riunificazione tedesca”. Lo afferma il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino.

“Il Muro di Berlino è stato per quasi un trentennio il simbolo opprimente della divisione dell’Europa e della costrizione per milioni di suoi cittadini”, ha ricordato il capo dello Stato, “le immagini delle migliaia di giovani che demoliscono quel muro di incomunicabilità e di negazione dei diritti sono la rappresentazione di un’Europa dalle potenzialità enormemente accresciute, che sta a noi tutti sviluppare e non tradire”.

Il governo sta studiando tutte le mosse per evitare che cinquemila e più lavoratori restino senza occupazione, si sta ragionando sul nodo degli esuberi qualora Arcelor Mittal tornasse a sedersi al tavolo, ma nel frattempo anche a un ‘piano B’ che veda Cassa depositi e prestiti in un ruolo di primo piano, con l’ingresso magari di altre cordate.

E’ comunque sempre stallo sulla vicenda Ilva, con il premier Giuseppe Conte che pur ammettendo che una ‘exit strategy’ ancora non c’è, ha deciso di metterci la faccia. Intestandosi il dossier, richiamando tutti alla responsabilità, facendo capire – questo il senso del suo ‘blitz’ a Taranto – che lo Stato deve essere presente. “Io vengo qui senza maschera, ma non ho la soluzione in tasca”, ha spiegato affrontando cittadini, lavoratori e contestatori.

Nella prima mattina di sabato, fonti industriali, che hanno partecipato all’incontro di venerdì sera in Prefettura a Taranto col presidente del Consiglio Giuseppe Conte, confermano ad AGI l’incontro che il premier avrà lunedì prossimo a Roma con i Mittal, a capo dell’omonima multinazionale dell’acciaio che controlla l’ex Ilva di Taranto, Genova, Novi Ligure e altri siti italiani.

 

 

“Sì, ci ha detto del nuovo incontro di lunedì e peraltro la richiesta di rivedersi, per continuare a discutere, l’ha avanzata lo stesso presidente del Consiglio” spiegano le suddette fonti che pero’ ribadiscono che il premier è anche dubbioso che Mittal accetti poi lo schema negoziale che gli proporrà il Governo. “Lo schema non ci è stato rivelato” dicono le stesse fonti ad Agi, che pero’ rammentano come nel vertice di giovedì sera a Palazzo Chigi il premier abbia detto che ad ArcelorMittal “sul tavolo è stato messo di tutto, ma il passo indietro è già fatto e appare difficilmente reversibile”.

La mossa del premier di incontrare gli operai, apprezzata dal segretario dem Zingaretti: “Ora – ha sottolineato – è importante che chi sta trattando lo possa fare sentendosi dietro la solidarietà di una maggioranza che sosterrà le azioni più utili a far far sì che l’azienda possa continuare a gestire questo sito”. E da Di Maio: “Non si è nascosto nel palazzo e per questo lo apprezzo”.

Diverse le ipotesi sul campo per uscire dall’impasse. Compresa quella della nazionalizzazione ma è una strada sulla quale oggi si registra più di una frenata. Innanzitutto – riferiscono fonti parlamentari della maggioranza – dal ministero delle Finanze. Un percorso difficilmente percorribile sia per questioni di sostenibilità economica, sia per gli eventuali paletti che arriverebbero dall’Europa.

“L’ipotesi sul tavolo è che Mittal adempia ai propri impegni: deve sviluppare investimenti, il piano ambientale, il piano industriale che si è impegnata a portare avanti. E’ questa la prospettiva del governo”, ha spiegato il ministro dell’Economia Gualtieri. Ma la strada della nazionalizzazione non sarebbe sul tavolo neanche per Zingaretti e Renzi e lo stesso Di Maio incontrando i ‘big’ del Movimento avrebbe sottolineato i rischi e le difficoltà.

E dunque? Reintrodurre lo scudo penale per Arcelor Mittal? Nel Pd si sta ragionando se proporre un emendamento ad hoc, ma la tesi che sembra prevalere è che una mossa del genere potrebbe comunque non sbloccare comunque la situazione. Per questo motivo si potrebbe prendere ancora tempo, anche se pure Italia viva insiste: “Quello che lo stato deve fare è una cosa molto semplice e doverosa: dimostrare serietà. Va tolto ogni alibi a Mittal”, ha detto il ministro Bellanova.

Ma il problema non è legato solo alle altre condizioni poste da Arcelor Mittal, in primis appunto gli esuberi (nel governo si ritiene che difficilmente arriveranno aperture su questo tema, visto che la manager che se ne sta occupando ha già trattato precedentemente con il governo e non recede sul piano dei tagli), la revisione del contratto e il nodo dello spegnimento di Altoforno 2.

L’ostacolo più grande sulla strada del ripristino dello scudo penale è la tenuta M5s. “Se il Pd presenta un emendamento ad hoc è un problema per il governo”, il messaggio indirizzato agli alleati dal capo politico pentastellato. Il fronte del no a qualsiasi tutela legale è ampio nel Movimento 5 stelle e non sembra ci sia la disponibilità ad aprire.

Anche se Arcelor Mittal dovesse tornare sui suoi passi sul disimpegno annunciato. Del resto il premier è chiaro: “Arcelor Mittal restituisce la fabbrica. Questa è la situazione” ha spiegato a Taranto “Dobbiamo valutare le alternative, perché da quello che ci è stato detto non hanno nessun interesse a proseguire il piano industriale”.

Ma il muro M5s ha irritato ancor di più il Partito democratico. “Non sono rassegnato ma bisogna fare squadra senza sgambetti”, ha spiegato il capo delegazione dem, Franceschini. La linea è quella di continuare ad esplorare la direzione del governo Pd-M5s, “ma non a tutti i costi”, ha affermato il capogruppo alla Camera, Delrio.

La fotografia è che il Pd non può permettersi che si chiuda una fabbrica senza che ci siano conseguenze. A maggior ragione – sottolinea un altro big dem – se Di Maio e Renzi continuano a giocare in proprio e continuano a non dare coperture a Conte. La prospettiva del voto anticipato resta sul tavolo, anche se c’è la consapevolezza tra i giallo-rossi che sarebbe il momento meno opportuno per andare alle urne, in questo modo – il ragionamento condiviso – si farebbe solo un favore a Salvini.

Ecco il motivo per cui lo stesso Di Maio ha aperto alla proposta di Franceschini di un nuovo ‘patto‘ di governo, “dopo la legge di bilancio sarà utile farlo”. Ma a preoccupare i dem è soprattutto il fronte pentastellato, anche perché Di Maio nell’ultimo Consiglio dei ministri ha ammesso di non tenere più i suoi. E visto che quella M5s-Pd è una maggioranza parlamentare e un’alleanza strategica la prospettiva di ulteriori fibrillazioni nel Movimento 5 stelle – con molti parlamentari che hanno tra l’altro ricevuto un sollecito di pagamento nelle rendicontazioni – porterebbe ad un vicolo cieco.

Per di più il rischio – sottolinea un esponente M5s – è che ci arrivi ad una spaccatura in tanti pezzi, non solo alla messa in discussione del ruolo della leadership. Per alcuni ‘oltranzisti’ del Movimento, quelli che hanno puntato ad un asse con i dem e vorrebbero anche alleanze sul territorio a partire dall’Emilia, non sarebbe inutile lavorare per una coalizione ‘progressista’, che tenga dentro per esempio l’area che fa riferimento al presidente della Camera Fico, alcuni ministri come Fioramonti e altri malpancisti, come quelli guidati dal deputato Trizzino. “Il Movimento in questo momento è fragile ma bisogna trovare una soluzione”, dice un altro ‘big’ pentastellato. Tuttavia una scissione sul ‘modello Pd’ non porterebbe a stabilizzare il governo e la maggioranza, anche se si appalesasse un gruppo di responsabili forzisti. 

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