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A un mese dal voto in Sicilia, Nello Musumeci, con il 34,5% è oggi in vantaggio di due punti e mezzo su Giancarlo Cancelleri, attestato al 32%: è la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis a 30 giorni dall’apertura delle urne.  La partita per la Presidenza della Regione continua a riguardare i due candidati del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle; resta ancora indietro il rettore Fabrizio Micari, esponente del Centrosinistra. Il consenso in Sicilia appare ancora fluido ed instabile. “Sull’incertezza del risultato elettorale del 5 novembre – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – pesa anche un’altissima astensione, stimata oggi al 56% degli aventi diritto”.

A un mese dal voto per le Regionali, Nello Musumeci, con il 34,5% è oggi in vantaggio di due punti e mezzo su Giancarlo Cancelleri, attestato al 32%. È la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis, per il quotidiano “La Sicilia”, a 30 giorni dall’apertura delle urne.

“Sia pur a ruoli inversi rispetto al sondaggio del 5 settembre – afferma il direttore di Demopolis Pietro Vento – la partita per Palazzo d’Orleans continua a riguardare i 2 candidati del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle: ad un mese dal voto, resta ancora indietro il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari che, posizionato al 22,5%, sembra scontare una minore notorietà rispetto ai competitor, ma anche le valutazioni negative dei cittadini siciliani sul Governo uscente. Più staccato, al 9%, Claudio Fava, che attrae comunque un voto più ampio della lista che lo sostiene. Si tratta – conclude Pietro Vento – di uno scenario aperto ed in evoluzione, destinato a mutare con la presentazione delle liste dei candidati all’ARS in corso nelle prossime ore”.

L’Istituto Demopolis ha misurato la conoscenza dei candidati alla Presidenza: più conosciuto si conferma in Sicilia con l’80% Nello Musumeci, seguito al 68% da Giancarlo Cancelleri, la cui notorietà è cresciuta di 10 punti nelle ultime 4 settimane. 6 intervistati su 10 hanno sentito parlare di Fava; il 39% di Micari, che – nonostante un incremento di 14 punti in un mese – resta ancora poco noto agli elettori dell’Isola.

Resta stabile – nel sondaggio Demopolis – la graduatoria della fiducia dei siciliani ad un mese dal voto. Tra quanti hanno sentito parlare di ciascun candidato, il 40% dichiara di fidarsi di Giancarlo Cancelleri, il 39% di Nello Musumeci, il 37% di Fabrizio Micari. Si tratta di un giudizio, nel complesso, molto positivo per le figure in campo per la Presidenza della Regione.

Alla rincorsa della estelada, la bandiera simbolo dell’indipendentismo catalano, i movimenti separatisti sardi fremono, tra viaggi a Barcellona e proclami politici. Il 5 ottobre il deputato di Unidos Mauro Pili ha presentato alla Camera una proposta di legge costituzionale per avviare un percorso “democratico per far scegliere ai cittadini se continuare a essere discriminati dallo Stato italiano o meno”. Questa è la seconda volta che Pili presenta una proposta come questa, dopo che la prima venne respinta dalla presidente della Camera, rivendicando il fatto che in passato il presidente del Senato, Pietro Grasso, ammise “una proposta analoga, con lo stesso identico titolo, ma soltanto riferita al Sud Tirolo. Precedente di cui Boldrini non può non tenerne conto”.

Ma non tutti credono sia una buona strategia

Ma di diverso avviso sono i leader dei principali movimenti indipendentisti isolani, che non riconoscono la proposta di Pili e che la bollano come “un modo per far parlare di sé”. Gavino Sale, leader del partito Irs – Indipendentzia Repubrica de Sardigna, si è detto sicuro che “tanto la bocceranno. Non condivido l’approccio di chi va a Roma a chiedere il permesso di fare l’indipendenza. Il padre del Diritto è la forza ed è quella che dovremmo sfidare”.

Con toni meno caustici ha parlato anche Franciscu Sedda, segretario del Partito dei Sardi, che alle regionali del 2014 hanno portato il 2,66% alla coalizione di centrosinistra che attualmente sostiene la giunta di Francesco Pigliaru: “Non credo che quella di Pili sia una buona strategia, anche se sono certo l’abbia fatto in buona fede”. Nei piani del Partito dei Sardi per il futuro dell’indipendentismo dell’isola c’è la riforma dello Statuto autonomo della Sardegna. “In questi giorni annunceremo la volontà di inserire nello statuto la volontà di inserire il diritto del popolo sardo di convocare un referendum per esprimersi sulla nostra indipendenza. Il processo di riaffermazione della libertà sarda non ha bisogno e non è giusto che passi dalla Costituzione italiana. Spetta a noi inscrivere nel nostro statuto gli strumenti necessari per raggiungere l’indipendenza”.       

È la Catalogna ad aver riacceso gli animi indipendentisti sardi

Galeotta la Catalogna che riaccende gli animi degli indipendentisti, le cui le istanze sono antiche quanto l’unità stessa del Paese. In questi giorni delegazioni di tutti i partiti e movimenti dell’isola hanno raggiunto i fratelli iberici, spiegando la loro presenza a Barcellona con il dovere politico di assistere la ‘lluita’ (lotta in catalano). E l’impressione è che abbiano visto nel referendum della regione spagnola il traino necessario per riportare nell’agenda della politica isolana s’indipendentzia. Gavino Sale ventila la possibilità di un incontro tra delegati di alcune forze indipendentiste lunedì prossimo, ma non vuole anticipare altro: “In Catalogna dicono ‘scuoti l’albero e raccogli le noci’, ed è quello che fece Irs fin dall’inizio. Grazie a noi sono sorti tanti movimenti indipendentisti, e a questo punto potrei ritirarmi, ma la passione è quella”. I temi sono sempre gli stessi e non perdono attualità: sovranità culturale, presenza militare, inquinamento, depressione economica e trasporti.

 

 

Una delle più grandi battaglie che gli indipendentisti portano avanti è proprio quella contro la presenza di basi per l’addestramento e i test su armamenti, che sull'isola abbondano. “Abbiamo il 60 per cento delle basi militari italiane” ha ricordato Gavino Sale. Anche l’ex presidente della regione Renato Soru aveva detto, di fronte alla Commissione di inchiesta parlamentare nata per indagare sulle morti sospette vicino ai poligoni sardi: “Nell'isola si spara quasi l'80 per cento di tutte le bombe che si fanno esplodere in Italia in tempo di pace, sia da parte dell'esercito italiano che da parte dei nostri alleati. L'80 per cento dell'attività di Poligono viene svolta nella nostra Regione, nonostante vi abiti circa il 2,5 per cento della popolazione italiana”. La denuncia degli indipendentisti riguarda in particolare i Poligoni di Salto di Quirra, di Capo Teulada, di Capo Frasca e di Capo San Lorenzo, accusati dalle amministrazioni locali e dai partiti d’area di deprimere le potenzialità e le possibilità di sviluppo dell’isola.

"Tutti facciano la loro parte per far conoscere ai sardi la loro storia"

Ma la domanda che ci si deve porre oggi è “se i sardi stiano capendo quello che ci succede intorno”. Se lo chiede Franciscu Sedda, e alla domanda se sia più opportuno unire le forze anziché procedere divisi in tanti piccoli schieramenti, spiega: “Quello che chi ha osservato la Catalogna ha capito è che il punto non è unirsi per sommare matematicamente i voti. Non funziona così nella realtà. Quello che è necessario è che tutti facciano la loro parte non per creare alleanze ma per invogliare i sardi a riflettere sulla loro storia e sulle possibilità che hanno. Non siamo una regione ricca come la Catalogna, ma anche gli scozzesi erano visti come operai o carne da macello per l’esercito del Regno. Loro hanno reinventato la loro economia e poi hanno iniziato a spingere verso l’indipendentismo. Non si fa l’indipendenza per diventare ricchi, ma si diventa ricchi perché si è indipendentisti”. 

Referendum consultivi per chiedere il trasferimento di maggiori competenze dal governo nazionale alle Regioni Lombardia e Veneto nel solco di quanto concesso dall'articolo 116 della Costituzione. Il 22 ottobre i cittadini lombardi e veneti saranno chiamati a esprimersi sul tema dell'autonomia (con seggi aperti dalle 7 alle 23). Una battaglia promossa innanzitutto dai due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia, con obiettivi, però, sulla carta molto lontani dalle antiche mire secessionistiche del 'partito della Padania' che fu di Umberto Bossi o dal referendum che si è tenuto in Catalogna domenica scorsa.

Per prima cosa, si tratta di referendum consultivi, con i quali si chiede un parere agli elettori, e quindi senza alcun effetto concreto immediato. In secondo luogo, la natura dei quesiti è nel totale rispetto della Costituzione (mentre la Corte costituzionale spagnola ha definito illegale il voto di Barcellona). Ecco una guida alle due consultazioni.

 Quali sono i quesiti, quale il quorum

Contenuto equivalente, i quesiti lombardo e veneto differiscono lievemente nella forma. Più semplice quello veneto:

"Vuoi tu che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?".

Più articolato quello elaborato dal Pirellone:

"Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell'unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e agli effetti di cui all'articolo 116, terzo comma della Costituzione?".

Differenze anche per la questione quorum: nel senso che in Veneto la legge regionale prevede una soglia del 50 per cento più uno per i referendum consultivi mentre in Lombardia non e' previsto quorum.

Cosa cambia in Italia se vince il Sì

Nel caso di vittoria dei 'si' nell'immediato non cambia nulla. Dal 23 ottobre i due governatori potranno avviare una trattativa con il governo nazionale per negoziare maggiori competenze negli ambiti limitati dall'articolo 117 della Costituzione. La trattativa poteva essere avviata anche senza indire un referendum (come ha fatto, per esempio in Emilia-romagna il governatore dem, Stefano Bonaccini). Ma a questa argomentazione Maroni e Zaia controbattono sostenendo che il mandato popolare li rendera' piu' forti nel negoziato con Palazzo Chigi.

20 competenze concorrenti, e tre esclusive

In ogni modo la trattativa dovrà avvenire all'interno dei limiti fissati dagli articoli 116 e 117 della Carta. Non è, quindi, in discussione far diventare Lombardia e Veneto Regioni a statuto speciale, come Sicilia, Sardegna, Val d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige (quest'ultima, in realtà, costituita dalle province autonome di Trento e Bolzano). Per fare ciò, infatti, sarebbe necessaria una modifica costituzionale. Ma le Regioni tratteranno il trasferimento di maggiori competenze dallo Stato e, di conseguenza, più fondi.

L'articolo 117 della Costituzione fissa le 20 materie concorrenti e le tre esclusive dello Stato per cui le Regioni possono in parte chiedere più autonomia (queste ultime sono: giustizia e norme processuali, ordinamento civile e penale e giustizia amministrativa; norme generali sull'istruzione; e tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali). Sono, invece, materie di competenza esclusiva dello Stato senza possibilità per le Regioni di ottenere alcunché, tra le altre, tutte quelle che riguardano

  • il fisco,
  • la difesa
  • e la sicurezza,
  • l'immigrazione,
  • e previdenza sociale.

I costi e la modalità del voto

E' stimato che arriverà a costare circa 50 milioni di euro il referendum lombardo. Quattordici milioni il costo della consultazione in Veneto. Al Pirellone hanno accantonato 22 milioni di euro solo per l'acquisto dei tablet: sara' infatti sperimentato in questa occasione, e per la prima volta in Italia, il voto elettronico.

Il sostegno trasversale dei partiti

I referendum sono appoggiati anche da alcuni partiti di opposizione. In Lombardia i sindaci del Pd, capitanati da Giuseppe Sala e Giorgio Gori (probabile sfidante di Maroni alle regionali di primavera), si sono uniti in un comitato a sostegno del 'si'.

Fondamentale per l'indizione del referendum è stato poi il contributo dei nove consiglieri del Movimento 5 stelle al Pirellone (che hanno contribuito a cambiare il quesito). Sostegno anche da parte di Forza Italia e Fratelli d'Italia (almeno a livello locale, mentre la leader Giorgia Meloni ha fatto sapere che, se fosse residente in Lombardia e Veneto, non andrebbe a votare il 22 ottobre). Mentre il Pd regionale ha lasciato libertà di voto.

I precedenti

Nel 2007 la Regione Lombardia di Roberto Formigoni apri' un tavolo col governo per ottenere maggiore autonomia su 12 materie: la caduta dell'esecutivo Prodi fece morire sul nascere il negoziato che non fu portato avanti dal successivo esecutivo di centrodestra.

Alessandro Di Battista, neo papà, torna a Montecitorio e si rituffa subito nel clima elettorale. Il deputato M5s, in 'congedo' temporaneo di paternità, torna a parlare di politica in un'intervista al Corriere della sera e fa un parallelo tra il referendum della Catalogna sull'indipendenza e il 'Rosatellum bis'. Il filo conduttore è che, a suo avviso, la legge elettorale cui si sta lavorando è fatta per non far decidere i cittadini.

Le idee di Di Battista in 9 frasi
 

Non ci hanno fatto votare

"Non ci hanno fatto votare dopo il referendum, quando M5s era al massimo"

L'ennesimo schiaffo

"Ora ci danno l'ennesimo schiaffo. E preparano un nuovo governo Gentiloni"

Le tenteremo tutte

"Faremo qualsiasi cosa, in piazza e in Parlamento. Le tenteremo tutte"

Faremo ostruzionismo

"Tante volte il Movimento è riuscito a ottenere risultati facendo pressione parlamentare e di piazza, anche con l'ostruzionismo".

Il Paese deve fermarli

"È il Paese che deve fermarli. E il Quirinale"

Un nuovo 'Porcellum'

"Mattarella ha scritto la sentenza del 2014 che bocciava il Porcellum, spero che si renda conto prima possibile che questa legge elettorale è l'ennesima porcata che consente ai partiti di nominarsi"

Mattarella valuti se firmare

"È il presidente che deve valutare la costituzionalità delle leggi e firmarle. È il suo ruolo: se ha dubbi su una legge la rimanda alle Camere"

C'era un testo base

"Ci eravamo infilati in un testo base, il tedesco, ma hanno trovato un pretesto per farlo saltare"

Non ci sediamo al tavolo con i bari

"Ora è un altro modello, noi presentiamo emendamenti ma non possiamo sederci a un tavolo in cui due bari hanno già dato le carte"

Si chiama “insegnanti per la cittadinanza” ed è un appello, sottoscritto da oltre 4500 insegnanti, che mira ad affrontare nelle scuole il tema delicato dello Ius Soli e dello Ius Culturae. È stato lanciato dal maestro Franco Lorenzoni e dallo scrittore (finalista Premio Strega e Premio Campiello)  e professore Eraldo Affinati, insieme ai rappresentanti delle più significative associazioni di insegnanti.

Il progetto mira al coinvolgimento non solo dei ragazzi, in aula e fuori, ma anche del personale scolastico, delle famiglie, dei movimenti attivi nel territorio. Un viaggio educativo lungo un mese: dal 3 ottobre, giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, al 3 novembre. Trenta giorni di mobilitazione che sarà portata avanti dagli educatori che, per essere riconosciuti, indosseranno un nastrino tricolore portatore di un messaggio ben preciso: “tutti i bambini che frequentano le nostre scuole devono essere considerati italiani qualunque sia la loro provenienza”. 

Le critiche di Salvini

Ma non è un’idea che è piaciuta tutti. I docenti sono stati accusati di far propaganda e di portare a scuola una battaglia politica. L’attacco più duro è arrivato da Matteo Salvini che, condividendo un pezzo de Il Giornale, ha accusato i docenti di fare un vero e proprio “lavaggio del cervello”. Agi ha intervistato Antonio Itta, uno degli insegnanti citati all’interno del pezzo del quotidiano rilanciato dal leader della Lega Nord. 


Il Giornale scrive: "Antonio Itta, anziché trasmettere nozioni su matematica, geografia o chissà che altro, ha letto ai suoi scolari il libro "La frontiera" di Alessandro Leogrande". Diamo una prima precisazione. Cosa insegna e in quale scuola?
Insegno lettere presso Scuola statale secondaria di primo grado di Corneliano d'Alba.

Perché ha scelto di aderire all'iniziativa "insegnanti per la cittadinanza"?
Perché la scuola è luogo di condivisione, convivenza, rispetto delle regole, è la comunità più bella e felice e in cui tutti ci si può sentire uguali. Gli insegnanti sono tra gli attori principali, quindi non si poteva ignorare l'iniziativa, soprattutto in questo momento. 

Matteo Salvini vi accusa di aver usato la giornata di oggi per fare "il lavaggio del cervello a scuola”
Io non posso ignorare di avere alunni nati in Italia, che frequentano la nostra scuola, che rispettano i valori della nostra Repubblica, che leggono, scrivono, studiano, parlano anche meglio di altri 'ufficialmente' italiani, l'italiano, appunto; non posso ignorare, dicevo, che a loro non siano riconosciuti tutti i diritti di cui godono gli altri. Non ho voluto lavare il cervello a nessuno; semplicemente renderli consapevoli che l'uguaglianza non va solo sbandierata.

“Si insegna ai bambini che se non sei a favore dello Ius Soli, praticamente sei brutto, sporco, cattivo e anche razzista” dice Salvini. Come ha spiegato il tema dello "ius soli" in classe?
Che nessuno è brutto, sporco, cattivo e razzista finché sta lontano dai pregiudizi e dalla disumanità. Per questo, il diritto a sentirsi uguali in qualunque angolo della Terra passa anche da una norma che non priverà di nulla noi italiani, anzi!

Che risposte ha avuto dai ragazzi?
È inutile anche ripeterle: da piccoli nessuno è razzista, l'ho capito dal primo giorno di lavoro e loro lo dimostrano. Oggi lo hanno confermato.

Perché ha scelto di leggere il libro di Leogrande ai ragazzi?
Oggi è il quarto anniversario della strage di Lampedusa e quello straordinario e antiretorico libro di Leogrande dedica un capitolo a quella pagina la cui lettura ha 'gelato' i miei compagni di viaggio

 

Nel suo intervento di fronte alle Commissioni Bilancio della Camera e del Senato, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha parlato della Legge di Stabilità del 2018. Una manovra da 19.6 miliardi di euro: tra le coperture, 3,5 miliardi proverranno da tagli alla spesa e 5,1 dalla lotta all’evasione fiscale (Corriere). Padoan ha detto che "in quattro anni sono stati creati un milione di posti di lavoro".

Maggioranza a rischio

Mdp ha annunciato che non voterà la relazione sul Def. Sembra così destinato a uscire dalla maggioranza. Il coordinatore nazionale di Mdp Roberto Speranza ha dichiarato di non sentirsi più politicamente dentro la maggioranza, mentre il viceministro all'Interno Filippo Bubbico si dimette dall'incarico di governo (Huffington Post). I senatori vicini a Giuliano Pisapia, in disaccordo con le scelte di Mdp, sono orientati a votare a favore della manovra.

Gli avvertimenti

Il vicedirettore generale di Bankitalia Luigi Federico Signorini ha sottolineato l'esigenza di ridurre il debito pubblico e di attuare pienamente le riforme delle pensioni introdotte negli ultimi anni. Un monito arrivato anche dalla Corte dei Conti (Repubblica).

Altre dimissioni 

Il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi ha rimesso le deleghe dopo un servizio delle Iene che svelava l'assunzione del figlio da parte di un altro politico (Il Fatto).
Tensioni nella maggioranza anche sulla legge elettorale: il Pd starebbe pensando di ricorrere alla fiducia sul Rosatellum, scrive La Stampa. In Commissione Affari costituzionali della Camera è ripartita la discussione: bocciato un emendamento di Mdp per introdurre la doppia preferenza di genere (Il Fatto).
 

Dal servizio delle Iene alle dimissioni da sottosegretario: in meno di 36 ore la denuncia di una collaboratrice parlamentare passa da episodio di malaffare a caso politico. Ma da dove è partita e come è montata la bufera che rischia di travolgere il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi? Andiamo con ordine:

I protagonisti

  • Mario Caruso: deputato centrista
  • Domenico Rossi: deputato centrista (ex Scelta Civica) sottosegretario alla Difesa
  • Fabrizio Rossi: figlio di Domenico, collaboratore parlamentare di Mario Caruso
  • ​Miss X: sulla carta non esiste ma è la vera collaboratrice di Caruso

I fatti, in ordine

Domenica sera il servizio delle Iene raccoglie la testimonianza di Miss X, prima stagista (gratis) di Caruso, poi sua collaboratrice (gratis) per un anno e mezzo. Anche grazie a alcuni video 'rubati', emergono alcuni elementi pesanti per Caruso e per Rossi padre. In sostanza la ragazza racconta si aver lavorato per un anno e mezzo per Caruso senza essere mai pagata. Tuttavia nella pianta organica della Camera risulta un collaboratore parlamentare al servizio di Caruso ed è Fabrizio Rossi, figlio di Domenico, che con Caruso divide la stanza a Montecitorio. Tuttavia, è la denuncia di Miss X, Fabriuzio al lavoro non si fa vedere mai. Come se non bastasse, in un video fatto dalla ragazza Caruso ammette di averle fatto delle avances durante una cena dalle parti di piazza Cavour a Roma. 

  • Mario Caruso, collega parlamentare di Rossi, ha formalmente assunto Fabrizio Rossi, figlio del sottosegretario per fare un favore all'amico. 
  • Fabrizio Rossi, secondo la testimonianza di Miss X e secondo quanto ammette lo stesso giovane in un video, non si presenta mai al lavoro.
  • Il deputato Caruso ha fatto delle avances a Miss X che le ha respinte. 

Le prime conseguenze

Domenico Rossi ha rimesso la delega di sottosegretario alla Difesa e ha annunciato di voler fare causa per difendere il proprio nome e quello del figlio. Caruso ha detto che Miss X ha solo fatto uno stage di tre mesi e ha assicurato di aver assunto il figlio di Rossi solo dopo una attenta valutazione delle sue capacità. 
 

Le costruzioni abusive non sono tutte uguali. Esiste una sorta di classifica, di graduatoria che indica quelle da demolire subito e quelle che, invece, possono aspettare.

A introdurre i nuovi criteri è la proposta di legge 'Disposizioni in materia di criteri per l'esecuzione di procedure di demolizione di manufatti abusivi', a prima firma Ciro Falanga (senatore verdiniano, ex Forza Italia). Il testo, giunto alla quarta lettura, ha iniziato il 2 ottobre il suo iter alla Camera, dove si è svolta la discussione generale. Ma il clima politico non è dei più favorevoli, tanto che il provvedimento potrebbe arenarsi a Montecitorio e non arrivare mai al via libera definitivo. Il Pd ci sta riflettendo, e prende tempo: "Vedremo nei prossimi giorni", spiega il capogruppo Ettore Rosato

Dall'opposizione a sinistra, all'abusivismo di necessità del M5S

Il provvedimento, giunto alla quarta lettura, non ha avuto vita facile: l'iter è iniziato al Senato nel giugno del 2013. Il testo è stato più volte modificato nei vari passaggi parlamentari, fino alle ultime correzioni apportate durante l'esame al Senato – lo scorso maggio – dove emersero anche problemi di copertura economica.

Ma è con il terremoto che ha colpito Ischia a fine estate che è riesplosa la polemica sull'abusivismo edilizio e sull'opportunità di approvare una legge che, a dire di Mdp e Sinistra italiana, rappresenterebbe "un condono permanente", "un regalo alla criminalità e all'illegalità".

Spunta l'abusivismo 'di necessità'

Già nei giorni precedenti il sisma, il tema era tornato a surriscaldare gli animi a seguito del cosiddetto "abusivismo di necessità", espressione usata da Giancarlo Cancelleri, candidato governatore della Sicilia per il Movimento 5 Stelle, e difesa da Luigi Di Maio ("Ciò che la magistratura dice di abbattere, si butta giù. Ma Giancarlo ha anche detto che non puoi voltare le spalle a quei cittadini che oggi si ritrovano con una casa abusiva a causa di una politica che per anni non ha fatto il suo dovere", sono state le parole del candidato premier pentastellato).

Doppio binario delle competenze

Il testo del ddl conferma l'attuale sistema a doppio binario che, per la fase dell'esecuzione delle demolizioni, riconosce la competenza all'autorità giudiziaria, in presenza della condanna definitiva del giudice penale per i reati di abusivismo edilizio, ove la demolizione non sia stata ancora eseguita; e alle autorità amministrative (Comuni, Regioni e Prefetture), che procedono con le forme del procedimento amministrativo.

Le priorità dell'autorità giudiziaria nella demolizione

Il testo attribuisce al procuratore della Repubblica il compito di determinare i criteri di priorità per l'esecuzione degli ordini di demolizione delle opere abusive e degli ordini di rimessione in pristino dello stato dei luoghi. Nell'ambito di ciascuna delle tipologie di immobili la priorità deve essere attribuita – di regola – agli immobili in corso di costruzione o comunque non ancora ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado e agli immobili non stabilmente abitati.

Nella determinazione dei criteri di priorità, il Pm dovrà dare adeguata considerazione:

  • agli immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su area demaniale o su area soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico, sismico, idrogeologico, archeologico o storico artistico;
  • agli immobili che per qualunque motivo rappresentano un pericolo per la pubblica o privata incolumità, nell'ambito del necessario coordinamento con le autorità amministrative preposte;
  • agli immobili nella disponibilità di soggetti condannati per reati di associazione mafiosa o di soggetti colpiti da misure prevenzione antimafia.

La priorità degli organi amministrativi

Annualmente, entro il mese di dicembre, il responsabile dell'ufficio comunale deve trasmettere al prefetto, ma anche alle altre amministrazioni statali e regionali preposte alla tutela del vincolo di inedificabilità, l'elenco delle opere non sanabili. Nel precisare che deve trattarsi delle opere per le quali il responsabile dell'abuso non ha provveduto alla demolizione e al ripristino, la norma aggiunge che deve essere anche scaduto il termine di 270 giorni entro il quale il comune è tenuto a concludere la demolizione.

Il testo conferma poi la normativa vigente per quanto riguarda il ruolo centrale del prefetto nella procedura di demolizione delle opere abusive, sulla base dell'elenco che (entro il 31 dicembre) le amministrazioni statali e regionali trasmettono allo stesso prefetto; il prefetto può avvalersi di imprese private o di strutture operative del ministero della Difesa per eseguire la demolizione, anche nei casi in cui sia il comune a procedere alla demolizione.

L'istituzione di un Fondo di rotazione

Il ddl istituisce presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti un fondo di rotazione, con una dotazione complessiva di 40 milioni di euro per il quadriennio 2017-2020 (dieci milioni di euro per ciascun anno), finalizzato all'erogazione di finanziamenti ai comuni per integrare le risorse necessarie per le opere di demolizione.

Una banca dati nazionale

Entro 180 giorni dalla entrata in vigore della legge, viene istituita presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti la Banca dati nazionale sull'abusivismo edilizio. Della banca dati possono avvalersi le amministrazioni statali, regionali e comunali, nonchè gli uffici giudiziari competenti. Gli oneri derivanti dalla costituzione della banca dati sono quantificati in 3 milioni di euro per il 2017. 

Mancano tre settimane al referendum del 22 ottobre quando gli abitanti di Lombardia e Veneto saranno chiamati a pronunciarsi su una questione che riguarda l’autonomia. Niente a che vedere con la consultazione catalana, illegale e contrastata (con violenza) dallo Stato centrale spagnolo. Sarà un referendum legale, realizzato d’accordo con lo Stato e allo scopo di chiedere maggiori poteri in un modo previsto dalla Costituzione italiana; come spiega il Postverrà chiesto ai cittadini se vogliono che la giunta regionale faccia richiesta allo Stato per ottenere maggiore autonomia tramite una procedura prevista dalla Corte Costituzionale.

Esito del referendum "non vincolante"

L’esito del referendum non è vincolante e, sulla procedura di concessione di maggiore autonomia, l’ultima parola spetta allo Stato. È evidente, però, che potrebbero dare l'avvio, in caso di vittoria dei Sì, una trattativa con il governo. 

Perché chiedere ciò che già c'è?

Il referendum chiede ai lombardi – e ai veneti, in Veneto – se vogliono che la loro giunta regionale invochi il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione. È una fattispecie ben precisa, spiega ancora il Post, introdotta con la riforma della Costituzione del 2001, che permette alle regioni con un bilancio in equilibrio di chiedere allo Stato centrale di affidargli nuove competenze oltre a quelle che sono affidate a tutte le regioni a statuto ordinario dal famoso Titolo V della Costituzione. Quello che bisogna notare, è che non c’è bisogno di un referendum per farlo: dallo scorso luglio, infatti, la regione Emilia-Romagna ha attivato le procedure previste dall’articolo 116 senza fare alcun referendum.

Come si schierano i partiti

Non è solo il centrodestra, e in particolare la Lega che governa Lombardia e Veneto, a sostenerli. A favore del Sì, scrive il Sole 24 Ore, è anche il Movimento 5 Stelle. Via libera anche da Forza Italia. Per quanto riguarda il Pd, ufficialmente li considera inutili poiché la Costituzione già prevede la possibilità di una trattativa tra lo Stato e le Regioni sulle competenze. C’è tuttavia chi la pensa diversamente: il sindaco di Milano Giuseppe Sala e quello di Bergamo Giorgio Gori hanno preso posizione a favore del Sì.

Le critiche al referendum

I critici, politici del centrosinistra e intellettuali come Aldo Busi, obiettano che il referendum è soltanto un tentativo della Lega Nord di farsi propaganda utilizzando il denaro di tutti i cittadini (secondo il Fatto quotidiano le stime dei costi dei referendum lombardo-veneti oscillano tra 30 e 50 milioni di euro).

E lo stesso ministro Gianluca Galletti sottolinea che sarebbe meglio fare come l'Emilia Romagna che ha scelto di chiedere l'autonomia tramite l'articolo 116 della Costituzione: "Oggi – spiega il ministro dell'Ambiente – è già possibile avere più autonomia su determinate materie, senza bisogno di ricorrere al referendum". E anche l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, è nettamente contrario e definisce la consultazione sull'autonomia "una presa in giro per gli italiani".

Le ragioni del referendum

I sostenitori del referendum dicono che un voto dei cittadini potrebbe dare maggior forza contrattuale alla regione che chiede autonomia. Giuliano Zulin su Libero scrive che nessuno finora è entrato nel merito del quesito referendario: "la Lombardia e il Veneto vantano una settantina di miliardi di residuo fiscale. Quando invece la Baviera, per dire, lascia a Berlino poco più di 5 miliardi e addirittura la Catalogna si fa soffiare "appena" 8 miliardi l' anno. È legittimo oppure no chiedere alla gente, attraverso un referendum consultivo, se è possibile andare avanti in questo modo?", chiede il vicedirettore del quotidiano milanese in maniera retorica.

Poi risponde alla critica più forte al referendum: quella secondo cui si chiede qualcosa già prevista dalla Costituzione. "Come mai – scrive – le istanze di Veneto e Lombardia sono state stoppate già quattro volte dai vari governi di turno? Che fortunati gli emiliano-romagnoli… Forse perché sono guidati dal Pd?".

Che succede se vince il Sì

Una eventuale vittoria del SI non farebbe diventare in automatico autonome Lombardia o Veneto. Come si legge su SkyTg24, autorizzerebbe Zaia e Maroni ad avviare una trattativa con Roma per ottenere nuovi livelli di autonomia in ambito legislativo, amministrativo e finanziario, sul modello delle Regioni a statuto speciale. I due governatori puntano soprattutto a ridurre il residuo fiscale, cioè a mantenere sul proprio territorio una parte più sostanziosa del gettito anziché doverlo girare allo Stato.

Cosa accadrebbe in Lombardia

Maroni ha detto che, con la vittoria del Sì in Lombardia (dove non è previsto il quorum), la priorità sarà "tenere i nostri soldi. Il mio obiettivo è trattenere almeno il 50% del residuo fiscale, 27 miliardi di euro all'anno in più”, ha detto il governatore annunciando che chiederebbe anche più competenze su “immigrazione, ordine pubblico e sicurezza”.

Cosa accadrebbe in Veneto

Il Veneto, invece, in caso di raggiungimento del quorum, potrà procedere entro 90 giorni all'esame in consiglio regionale dell'argomento referendario presentando un programma di negoziati e un ddl da portare a Roma. Queste eventuali modifiche, concordate con lo Stato dopo il negoziato, andrebbero poi portate in Parlamento con una proposta di legge che dovrebbe essere approvata a maggioranza assoluta.

 

Finanziere e filantropo, repubblicano moderato, amico personale di Donald Trump. Questo l'identikit di Lewis M. Eisenberg, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, giunto nella capitale. Noto per il ruolo che ha avuto nella elezione di Trump, Eisenberg è nato nel 1942 in Illinois da famiglia ebraica.
La sua città adottiva è New York, dove nel 1990 fondò la Granite Capital International; nel corso della sua carriera ha ricoperto anche diverse cariche nel settore pubblico, tra cui quella di presidente della Port Athority di New York e New Jersey.

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