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Dopo l’appello all’unità del Pd, è il tempo di parlare di alleanze. Proclamato segretario durante l’assemblea del partito, Nicola Zingaretti ha affrontato con la platea il tema degli schieramenti da scegliere, al di là di un discorso strettamente politico. “Dobbiamo costruire una nuova ipotesi di governo che si radichi nelle coscienze italiane” ha detto.

“Vogliamo una lista europeista e aperta. Dialogheremo e ci alleeremo con la società che si organizza contro il cambiamento climatico, con i giovani che non trovano lavoro, con uomini e donne di cultura e di scienza, con coloro che credono che la battaglia contro le mafie non è solo una battaglia italiana. Ci alleeremo con gli amministratori e con l’altra Italia che è apparsa all’improvviso la scorsa settimana con i cooperanti morti nel tragico incidente aereo. L’Italia delle Ong che per noi è importante”.

“La nostra collocazione in Europa sarà nel gruppo dei Socialisti e dei Democratici grazie anche alla scelta che Matteo Renzi ha fatto. Da anni non ci chiamiamo più solo socialisti, ma anche democratici”, ha aggiunto: “Dobbiamo marcare ora una più netta innovazione e coraggio nel cambiare l’Europa”.

“Sono sicuro che troveremo il modo di arginare la destra e i sovranisti già alle elezioni europee. Per questo rilancio da segretario una parola d’ordine semplice ma che dà l’idea: da Tsipras a Macron“. “Del grande campo democratico che si batte contro destra e M5s potranno fare parte anche forze diverse, forze civiche ma anche di orientamento liberale, persino nobilmente conservatrici che sono ugualmente lontane da Salvini. Noi non dobbiamo aprire con queste forze moderate una concorrenza distruttiva ma portare a una responsabilità comune delle forze di opposizione. Non possiamo sei giorni a settimana urlare contro il pericolo della destra di Salvini e poi non provare a comporre nei territori un’alleanza competitiva per vincere”. 

Matteo Salvini si dà del “coglione”. In una dura replica a Silvio Berlusconi, che aveva definito “coglioni” quanti hanno fiducia nel governo gialloverde, il leader leghista da Melfi, in Basilicata, dice: “Eccolo quel coglione”.

“A livello nazionale la mia parola, il mio impegno non solo con gli alleati, ma con gli italiani, vale più di ogni sondaggio o insulto. Quello che facciamo bene, lo facciamo bene in due” ha detto il vicepremier. “Con Berlusconi governiamo bene a livello locale, però se mi si dà del ‘coglione’ se sono al governo nazionale…”.

Buona domenica da Melfi (Potenza), amici.
Seguitemi!#24marzovotoLega

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— Matteo Salvini (@matteosalvinimi)
17 marzo 2019

“E’ chiaro che non sono permaloso, però ritengo che in questi nove mesi abbiamo fatto tanto per gli italiani e continueremo a farlo nei prossimi anni, a livello locale governiamo meglio della sinistra”.

Ma cosa aveva detto Berlusconi?  “Dovremmo essere tutti preoccupatissimi e invece c’è il 50 per cento delle persone che non è preoccupato” aveva affermato a Matera, “Svegliatevi, aprite gli occhi e domandatevi: sono coglione o sono una persona intelligente? Risposta: sono un coglione”.

“Il blocco delle opere pubbliche blocca di conseguenza 600 mila addetti” aveva aggiunto il leader di Forza Italia, “non vedo come si possa continuare ad avere fiducia nel governo. Non posso pensare che ci sia, dati alla mano, un italiano su due che ancora guardi con rispetto a queste persone. Abbiamo messo l”aeroplano Italia’ in mano a gente che non ha mai guidato un aereo”

A Berlusconi aveva già risposto Beppe Grillo con un tweet dal titolo emblematico – “peti d’autore” – accompagnato dalla clip video del comizio di Matera. “Finalmente qualcosa ha slatentizzato lo psiconano, la frase ‘sono numeri che mi fanno andare di testa’ confessa implicitamente il tentativo di usare la bile come biocarburante elettorale. Come sempre originale, lo psiconano è sincero…”, concludeva. 

#BERLUSCONI: Svegliatevi, aprite gli occhi, guardatevi nello specchio e domandatevi “Ma sono un coglione? O sono una persona intelligente?” Risposta: Sei un coglione! https://t.co/I9HEWm8rAn

— Beppe Grillo (@beppe_grillo)
16 marzo 2019

 

Nicola Zingaretti ha lanciato un appello all’unità del Pd e alla lotta, insieme, per tutelare la democrazia “messa in discussione”. “Tutto ciò che ci accade intorno ci dice che dobbiamo muoverci. Insieme, io mi auguro, dobbiamo metterci di nuovo in cammino” ha detto nel suo discorso di apertura dell’Assemblea Nazionale del partito che, con il 66% delle preferenze, lo ha proclamato segretario. “Noi dobbiamo conoscere il passato per fare bene nel presente e nel domani e vivere bene il futuro grazie al nostro passato, del quale siamo orgogliosi. Mettiamo definitivamente alle spalle le contese tra le componenti interne. Un ragazzo che era al Friday for Future non sa nemmeno di cosa parliamo”.

“Il Pd non è spezzato, non è sconfitto. Molti avversari e anche qualche amico prevedevano un disastro. Non è stato così. Non è affatto scontato che quegli elettori tornino a guardare a noi. Il centro destra si sta salvinizzando, il governo si sta salvinizzado. E’ un pericolo ma, a certe condizione, anche una opportunità. E’ la Lega di Salvini la principale responsabile del crollo dei fatturati al Nord. E’ il M5s il principale responsabile della svendita del Sud. Dunque un campo più largo per una risposta democratica alla Lega, non è solo auspicabile, ma all’improvviso è di nuovo possibile e credibile”.

“Noi dobbiamo riprendere subito l’iniziativa e rimettere in campo una nuova fase della battaglia democratica“, ha aggiunto. “In primo luogo dobbiamo cambiare noi, tutti noi. Occorre un partito diverso, più inclusivo”. “Dobbiamo voltare pagina, dobbiamo cambiare tutti noi, Occorre un partito diverso, più aperto inclusivo, realmente democratico”. “Siamo un po’ stanchi di dover costantemente subire esami da chi pratica il due pesi e due misure, da chi giudica una grande prova di democrazia 50 mila click e insufficiente un milione di votanti ai gazebo. C’è un disperato bisogno di ricostruire una nuova classe dirigente della Repubblica. 

Forti malumori si registrano nella Lega per il mancato coinvolgimento da parte M5s nella fase di preparazione del decreto sblocca cantieri. Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri non sarebbero stati informarti dei contenuti della bozza, cui si sta lavorando, viene riferito da qualificate fonti governative leghiste.

I leghisti lamentano anche di non essere stati coinvolti nella strategia da portare avanti, né invitati ad alcuno degli incontri che si sono tenuto ieri a Palazzo Chigi, con i sindacati, gli amministratori locali e i rappresentanti di categoria. Ai colloqui, tenuti dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dai ministri competenti Danilo Toninelli e Luigi Di Maio, non figuravano infatti esponenti leghisti. 

Delle tensioni riferite si coglie un’eco nelle parole di Salvini. “L’importante è sbloccare i 400 cantieri fermi in Italia da anni per dare lavoro, creare ricchezza e infrastrutture”, ma i ministri della Lega vorranno “leggere cosa c’e’ scritto riga per riga”, ha detto il vice premier da Napoli. “Chiunque voglia metterci il timbro, non sono geloso. A me interessa che i cantieri partano e chi vuole prendersi i meriti è l’ultimo dei miei problemi”.

“Lo sblocca cantieri e il nuovo codice degli appalti sono un’emergenza nazionale. Ho incontrato tutte le parti produttive e – ha aggiunto Salvini – tutti mi dicono di far ripartire i cantieri bloccati da anni quindi, ben venga un decreto urgente mercoledì. Attenzione, però, che ovviamente io e gli altri ministri della Lega vogliamo leggere cosa c’e’ scritto riga per riga. Mi fido di tutti ma – ha concluso – come San Tommaso voglio metterci il naso”. 

“Dispiace leggere di presunti malumori della Lega, noi non abbiamo questa sindrome da primo della classe. Ci mettiamo al lavoro quando c’e da lavorare, tutto qua”, replicano fonti governative del M5s, “così abbiamo fatto sulle infrastrutture: senza spendere troppe parole ci siamo messi a lavorare e abbiamo preparato un decreto. Se la Lega ha delle buone proposte siamo pronti ad accoglierle e a discuterne nelle opportune sedi di governo”. 

Via libera delle commissioni Affari sociali e Lavoro della Camera al cosiddetto decretone che introduce il reddito di cittadinanza e quota 100 per la pensione anticipata. Nelle prime ore del mattino è stato votato il mandato al relatore per l’Aula dove il provvedimento approderà lunedì per la discussione generale.

Cattolico scomodo, come lo si definiva spesso ai suoi tempi, o adulto – come si preferirebbe ora – che fosse, Carlo Donat-Cattin era l’unico esponente della Dc cui Ciriaco De Mita prestasse veramente attenzione quando parlava. Anche quando De Mita era il dominus assoluto del partito che era il dominus della politica italiana.

La spiegazione è semplice: De Mita non amava troppo i dissidenti, ma parecchio gli intelligenti (magari senza riconoscerglielo). Ragion per cui non amava Donat-Cattin per il primo motivo, ma lo stimava e non poco per il secondo. Ecco allora il personaggio che oggi, al Senato, Sergio Mattarella e Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidenti della Repubblica e del Senato, si apprestano a ricordare. 

Era, notoriamente, un bastian contrario. De Mita aveva l’80 percento del Partito? Bene, del restante 20 percento una parte era sua, la più irriducibile. Anche se poi gli toccava essere minoranza nella minoranza, ma non importa.

Sempre dall’altra parte

Anzi, è meglio: meno siamo, meglio stiamo, e ci facciamo sentire ancor di più. Soprattutto in un partito in cui le minoranze magari non sono amate, ma senz’altro rispettate e valorizzate. Altri tempi: non c’erano i leader e i partiti personali e decisionisti, ma i segretari e i partiti pensanti.

Non c’erano i siti e i social, che hanno ridotto la politica ad un fulminante ed incenerente scambio di battute che spesso sfociano nell’insulto.

Prima di parlare si elaborava un concetto, e quel concetto richiedeva per l’affinamento un processo più sobbollente e ponderato di quello che il vangelo dello slow-food esige nell’elaborazione di un autentico ragù. Sennò è una poltiglia.

Non stupisca, allora, che una volta la ripresa annuale della politica fosse segnata, ad ogni settembre, non dalle porchette vendute in una festa campagnola tra un selfie ed un like, ma dal convegno annuale che Carlo Donat-Cattin organizzava con cura certosina a Saint-Vincent. 
Non è un caso nemmeno che Donat-Cattin fosse uomo di sinistra, ma di una sinistra tutta sua.

Cioé: sinistra Dc, certo, ma mica dell’ortodossia basista. Piuttosto dell’eresia sociale, quella che trae buona parte delle sue radici da un dossettismo sconfitto dalla storia ma sempre presente e combattivo, con poche venature lapiriane (La Pira stravedeva per Fanfani, semmai) e tanto sindacalismo, quantomai combattivo.

Sarebbe stato difficile aspettarsi qualcosa di diverso, dal figlio di un fondatore del Ppi finito in un lager che a sua volta ha fatto la Resistenza, studiato alla Cattolica di Milano, è stato plasmato da quella congerie di placidi riottosi che era l’Azione Cattolica di Montini e poi si mette a fare il sindacalista. Ma mica della Cgil, che una volta pur guidava l’unità sindacale: della Cisl, che era opposizione non di rado minoritaria rispetto alla confederazione sorella. Ma è proprio questo il gusto.

Lo Statuto

Alla politica attiva Donat-Cattin inizia a dedicarsi nel 1954.

Tempo quattro anni e finisce in Parlamento, tempo un’altra legislatura e sponsorizza l’apertura a sinistra che fa da incubatrice al primo centrosinistra, quello di Moro.

Diventa, e non poteva essere altrimenti, ministro del lavoro e genera – non da solo, anche se per il suo temperamento non sarebbe stata da scartare l’ipotesi della partenogenesi – lo Statuto dei Lavoratori del 1970, che poi è uno dei pilastri dell’Italia civile che resiste anche negli anni successivi.
Complesso, lo abbiamo detto, il suo rapporto con la Dc.

Con Aldo Moro il rapporto era a dir poco complesso. Quando De Mita diventa segretario, la vera opposizione non la fa Andreotti, ma quel Forlani che proprio con De Mita, anni prima e quando entrambi erano giovani leoni, aveva stretto il Patto di San Ginesio.

Chi meglio di lui come alleato? L’intesa dura anni ed anni, anche dopo che Forlani si è ripreso la segreteria democristiana e De Mita è stato defenestrato prima da Palazzo Chigi e poi dal Gesù.

Ma si profila, intanto, anche il tramonto dello Scudocrociato, e quello della Storia. O almeno della Storia come la si stava scrivendo fino a quel momento.Donat-Cattin non fa in tempo a vedere i tempi nuovi, se non in minima parte: scompare nel 1991, tre mesi dopo il figlio Marco.

E questo costringe ad aprire una parentesi dolorosa.

Cronaca familiare

Marco era il suo quarto e ultimo figlio. Un ribelle, e non ci si chieda a chi somigliasse.

Fece una scelta ingiusta, radicale e terribile: aderì al gruppo terroristico di Prima Linea, la sorella minore delle Brigate Rosse. 

Scampò ad un certo punto all’arresto, e ci fu chi disse che era stata una combine tra suo padre e Francesco Cossiga, all’epoca ministro dell’interno.
Altri conclusero, come in una pagina di Manzoni, che c’era la solita lega di signori. Giovanni Spadolini, che in vita sua ebbe momenti di maggiore signorilità, commentò che qualcuno avrebbe dovuto dimettersi.

Lo stesso fece il Pci di Berlinguer, che pure sulla natura del terrorismo rosso aveva le idee chiare. Il padre di Marco si dovette dimettere. Marco venne comunque arrestato, estradato e condannato. 

In carcere ritrovò se stesso e ricominciò a vivere. Uscì di prigione, e proprio nel 1991 si trovava a guidare in autostrada quando vide un incidente. Scese dalla macchina e si mise in mezzo alla carreggiata per impedire che altre auto andassero a schiantarsi su quelle che si erano fermate.
Si accorsero della sua presenza troppo pardi, e troppo tardi arrivò l’ambulanza. Solo una cosa del genere poteva mettere in ginocchio persino Carlo Donat-Cattin.

Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha incontrato ieri l’ambasciatore Usa Lewis Eisenberg: una visita prevista da tempo, fissata dopo il viaggio negli Stati Uniti del sottosegretario alla presidenza ma fonti parlamentari del partito di via Bellerio riferiscono che sta aumentando il pressing americano nei confronti del governo. Dall’operazione Via della Seta agli F35 per finire al capitolo Huawei, con la possibilità di affidare al colosso cinese la tecnologia del 5G.

L’invito è sempre lo stesso: Roma prenda tutte le misure necessarie soprattutto legate ai dati sensibili nei confronti della Cina che sta portando avanti l’iniziativa di sviluppo infrastrutturale euro-asiatica Belt and Road (Bri). Secondo le stesse fonti l’irritazione statunitense sarebbe legata anche alla volontà dell’esecutivo di ridimensionare il programma degli F35. Responsabili della Lockheed ieri sarebbero stati a Roma mentre il presidente del Consiglio, Conte, ha visto a palazzo Chigi il ministro Trenta fornendo ulteriori rassicurazioni sul pagamento dei 389 milioni da versare all’azienda statunitense.

Fonti ministeriali M5s però sottolineano che non c’è alcuno scontro in atto con Washington, ma una interlocuzione costante. Sia sul Memorandum tra Roma e Pechino, sia sull’acquisto degli F35. L’esecutivo assicurerà l’acquisto di 28 velivoli entro il 2022, come da accordi intercorsi negli anni precedenti e darà poi indicazioni per gli anni successivi, con una contrattazione che potrà essere legata ad altri finanziamenti sulla sicurezza interna. Con la garanzia che verrà salvaguardata la spesa legata al ‘capitolo Nato’. 

“L’obiettivo – recita una nota diramata al termine dell’incontro a Palazzo Chigi tra il premier Conte e il ministro Trenta – è di garantire la massima efficacia ed efficienza operative in accordo con la collocazione euro-atlantica del nostro Paese”. L’imperativo è quello di rivedere il programma di acquisto degli F35, senza scalfire l’alleanza con gli Stati Uniti, salvaguardando il risvolto occupazionale e il supporto alle imprese che si sono impegnate nel progetto.

Non la pensa così il ministro dell’Interno Salvini: “Riterrei un danno ogni ipotesi di rallentamento o ravvedimento – ha spiegato nel corso di una conferenza stampa alla Camera – Se non lo facciamo noi, lo faranno i tedeschi o i francesi e non vedo perché fare regali ai nostri primi competitor”.

Dal Movimento 5 stelle si sottolinea come in realtà la Francia abbia una propria industria alla quale attingere mentre la Germania non ha comprato F35. L’ingerenza della Lega sugli F35 non è piaciuta all’alleato di governo. “La verità – osserva un ‘big’ M5s – è che la Lega si sta schiacciando sugli Stati Uniti, con una visione ‘trumpista’, mentre Di Maio e Conte portano avanti una linea moderata per salvaguardare i rapporti con le cancellerie europee, Parigi in primis”.

Restano diversi i fronti aperti all’interno della maggioranza. Salvini ha già fatto sapere che non sarà presente alla firma del memorandum tra Roma e Pechino, con la Lega che ha chiesto modifiche al documento, per quanto riguarda il capitolo energie, trasporti e telecomunicazioni. Il Mou in ogni caso non prevede alcun riferimento al 5G. Scontro all’interno del governo anche sulla partecipazione di Salvini al congresso mondiale delle Famiglie a Verona. M5s attacca il segretario del Carroccio, Palazzo Chigi ha aperto un’istruttoria sull’evento. Irritazione M5s anche per la cena che ieri Salvini ha avuto con Verdini.

È diventata un caso politico la vicenda del materiale privato appartenente alla deputata di M5s Giulia Sarti, diffuso illecitamente e circolato sulle chat nelle ultime ore. Già nell’occhio del ciclone per la questione dei mancati rimborsi e per la battaglia legale con l’ex-compagno Bogdan Tibusche, in seguito alla quale si è autosospesa dal Movimento e ha rassegnato le proprie dimissioni da presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, la parlamentare grillina è tornata al centro dell’attenzione per alcune immagini (vecchie) di natura privata diventate virali.

Tanto che, allarmato dal rapido aumento delle condivisioni private dei file, il Garante per la privacy ha diffuso una nota a inizio giornata in cui si invitavano i mezzi di informazione ad astenersi dal “diffondere dati riguardanti la sfera intima di una persona per il solo fatto che si tratti di un personaggio noto o che eserciti funzioni pubbliche, richiedendo invece il pieno rispetto della sua vita privata quando le notizie o i dati non hanno rilievo sul suo ruolo e sulla sua vita pubblica”. Parallelamente all’iniziativa dell’Authority, numerosissime sono state le reazioni di solidarietà nei confronti della deputata, da parte di personalità istituzionali ed esponenti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento. 

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sta seguendo personalmente la vicenda. Al momento, riferisce il Viminale, le verifiche della Polizia Postale non hanno rilevato la presenza in rete di nuove foto e video.
Le immagini si stanno diffondendo attraverso le applicazioni di messaggeria. Salvini ribadisce la massima attenzione contro questi fenomeni: “È una vicenda disgustosa e molto grave. È nostro dovere proteggere la libertà e la privacy di Giulia Sarti e delle altre persone, spesso giovani, che subiscono e/o hanno subito lo stesso vergognoso trattamento”.

Al via l’esame del disegno di legge

E proprio il caso Sarti potrebbe accelerare l’iter della legge sul revenge porn, vale a dire la diffusione non autorizzata sulla Rete di contenuti a sfondo sessuale. Oggi in commissione Giustizia di Palazzo Madama, è stata infatti svolta la relazione introduttiva del disegno di legge che porta la firma della senatrice di M5s Elvira Evangelista, che introduce la nuova fattispecie di reato.

Il leghista Andrea Ostellari, che oltre a essere relatore è anche presidente della commissione, nella riunione di stamani, ha disposto un ciclo di audizioni sul tema, prima di arrivare, verosimilmente, alla redazione di un testo base che potrebbe essere largamente condiviso, visto che, sull’argomento esiste una larga convergenza tra tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione. “Proporrò alcune modifiche – ha spiegato Ostellari – fra cui l’ulteriore inasprimento delle pene, previste dalla bozza, per chi pubblica materiale senza consenso, contando su un rapporto fiduciario con la persona offesa e, soprattutto, in caso di morte di quest’ultima.

“Un’adeguata riflessione sarà dedicata anche ai concetti di pubblicazione e diffusione, considerate le diverse modalità con cui le attuali tecnologie possono concorrere a creare patimento nelle vittime. È giunto il momento di dire basta. Se ricatti, minacci o pensi di vendicarti in un modo infame, finisci in galera”, aggiunge Ostellari.

Solidarietà da tutti i partiti

Il presidente della Camera Roberto Fico in un tweet ha definito “vergognoso quello che sta subendo Giulia Sarti” e “vigliacco” l’atto di diffondere immagini private sulla Rete. Prima di Fico, attestati di solidarietà per Sarti e di condanna per gli autori della diffusione erano arrivati sia da destra che da sinistra: la presidente di FdI Giorgia Meloni ha parlato di una “violenza sulla quale mi aspetto una condanna netta da parte di tutta la politica italiana”, mentre la vicepresidente della Camera Mara Carfagna ha definito “infame atto di cyberbullismo” che merita “totale disprezzo” quanto accaduto alla parlamentare.

Numerose le dichiarazioni anche dal fronte del centrosinistra, come quella dell’ex-presidente della Camera Laura Boldrini, ora deputata di Leu, che ha spiegato come non si possa più tollerare la pratica del “revenge porn“, ovvero “la diffusione di immagini intime senza il consenso della persona interessata”. Anche le deputate Dem Giuditta Pini, Anna Ascani e Teresa Bellanova hanno manifestato la propria solidarietà alla Sarti per quanto accaduto, mentre una parte degli esponenti grillini (a partire dalla vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni) ha polemizzato con la giornalista Lilli Gruber, rea a loro avviso di aver ironizzato sulla vicenda.

Un’accusa rispedita al mittente dalla redazione di “Otto e mezzo”, che si è appellata alla registrazione della trasmissione di ieri sera, escludendo categoricamente che la conduttrice possa aver detto “chi di spada ferisce, di spada perisce”. 

Il chiarimento de ‘Le Iene’

Le Iene, che hanno intervistato Tibusche anche in merito a un presunto video a contenuto sessuale con protagonista la Sarti (quello che sta girando al momento sulle chat ritrae in realtà un’altra donna che somiglia vagamente alla parlamentare), hanno precisato, da parte loro di “indagare su questioni di pubblico interesse, su dove potrebbero essere finiti i soldi che la parlamentare aveva dichiarato di aver restituito al fondo per il microcredito alle piccole imprese e che sarebbero stati dedicati anche all’eventuale acquisto di apparecchi di videosorveglianza forse per girare filmini privati. Questo non c’entra nulla con la diffusione del materiale rubato all’onorevole anni fa dalla sua posta elettronica. La diffusione delle sue foto intime, oltre che un reato, è una vera violenza”.

“Affrontiamo il problema dei video che sarebbero stati registrati a casa di Giulia Sarti esclusivamente perchè è una questione di pubblico interesse se, come ha sostenuto Bogdan, un onorevole, per di più con un ruolo delicato prima in Commissione Antimafia, poi in Commissione Giustizia, abbia o meno registrato tutte le persone che entravano a casa sua, a maggior ragione se a loro insaputa”, prosegue la nota, “è vero che Giulia Sarti ne era conoscenza? O è stata ancora una volta vittima di qualcuno tecnologicamente più esperto di lei?.”

“Infine, la questione diventa ancora più rilevante nel caso in cui, come raccontato dall’ex Bogdan, se questi video fossero veramente finiti nelle mani di una terza persona, che dichiara di essere in possesso di una copia di tutti i filmati e che però nulla ha a che fare con i soggetti ripresi e non ha alcun diritto su quelle immagini”, concludono Le Iene, “la nostra inchiesta si basa su queste domande, che nulla c’entrano certo con il “revenge porn” o con la diffusione di materiale privato dell’onorevole. Sono temi delicatissimi, che come sappiamo in alcuni casi hanno portato addirittura alla morte di chi ne è stato vittima, come nel caso di Tiziana Cantone, di cui anche noi ci siamo occupati”.
 

“Da convinto antifascista mi scuso con tutti coloro che possano essersi sentiti offesi dalle mie parole, che non intendevano in alcun modo giustificare o banalizzare un regime anti-democratico e totalitario”. Lo scrive Antonio Tajani in una nota.      

“Sono profondamente dispiaciuto che, malgrado la mia storia personale e politica, qualcuno possa pensare che io sia indulgente col fascismo – aggiunge – sono sempre stato convintamente antifascista. Ho sempre ribadito che Mussolini e il fascismo sono stati la pagina più buia della storia del secolo passato, senza alcun distinguo”. 

Il Memorandum sulla Via della Seta “si sta rileggendo. Non è un testo sacro, tutto è perfettibile”. Il vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in conferenza stampa alla Camera, si mostra cauto sugli accordi commerciali fra Italia e Cina. Da parte sua, l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, tiene a sottolineare che “la via della seta non va vista come nuova alleanza geopolitica; è un memorandum che servirà anche ai porti del Sud come Taranto. Grande opportunità per le nostre imprese“. Di Maio si dice anche “contento che ci sia accordo dal Quirinale e nel governo“. 

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