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Quasi due ore di faccia a faccia, al riparo dei cronisti e delle telecamere, probabilmente a Roma, e il leader della Lega, Matteo Salvini, insieme al capo politico di M5s, Luigi Di Maio, riescono a chiudere sul Governo. C'è il nome del premier e c'è la squadra dei ministri che saranno comunicati già domani al capo dello Stato, che dovrebbe convocare le delegazioni in mattinata per poi svolgere i colloqui con i due leader nel pomeriggio.

Salvini: "Abbiamo chiuso. Nessuno ponga veti"

Matteo Salvini arriva a Fiumicino per sostenere il candidato sindaco della Lega e di Fratelli d'Italia, William De Vecchis. In piazza Grassi, fra selfie e strette di mano, sale su una sedia, impugna un megafono e dà l'annuncio dell'intesa: "Abbiamo chiuso sul premier e sui ministri. Il nome lo daremo a Mattarella​. Non saremo né io né Di Maio. Nessuno ponga veti". Il governo M5s-Lega, rivendica Salvini, nasce "non sulle poltrone, ma sulle cose da fare". 

La calca applaude quando il leader del Carroccio ripete di essere orgoglioso del lavoro di queste settimane che ha portato a raggiungere l'obiettivo di creare un governo di cambiamento. Salvini avverte che non ci dovranno essere veti sul nuovo esecutivo, e invita la Francia, da cui oggi è arrivato un monito sui rischi per l'eurozona, a non interferire con il libero voto degli italiani. Rassicura che nessuno – Lega ed M5s – pensa di uscire dal patto atlantico e che sulla Tav nessuno ha mai scritto di voler bloccare i cantieri.

Ministri "esterni"? Possibile

Salvini non svela chi è stato prescelto per il ruolo di premier, perché dovere istituzionale è parlare prima con il presidente della Repubblica. Sarà un politico? "Siamo tuti politici, chiunque si occupa di cosa pubblica lo è", risponde. Con Berlusconi parlerà, vuole fare un governo di legislatura e a chi gli domanda se entrerà nel nuovo esecutivo replica: con Di Maio "siamo a disposizione". Sulla composizione della squadra, Salvini spiega: "È possibile che nel governo ci siano persone che mai nella loro vita hanno votato Lega o M5s".

Nell'esecutivo ci sarà il nuovo ministero del Turismo e nascerà anche il ministero della Disabilità e della famiglia, che lui vorrebbe accorpare. Sul pressing di questi giorni verso Fratelli d'Italia, ammette: "mi piacerebbe" il loro ingresso in un governo di cambiamento, ma "non facciamo violenza a nessuno".  Infine, nella cittadina dell'areoporto 'Leonardo Da Vinci', ai suoi Salvini dice chiaro: "Alitalia​ non si può svendere a pezzettini".

Ai Cinque stelle un "superministero" di Sviluppo Economico e Lavoro

"Al Movimento 5 Stelle andrà il Ministero per lo Sviluppo economico con dentro il ministero del Lavoro", spiega invece Luigi Di Maio durante un comizio a Teramo. "Al ministro dell'Economia francese rispondo con un sorriso. Non si è mai visto criticare un Governo prima che nasca", prosegue, "parlano di rischio dittatura, quando vedo questi attacchi mi sento ancora più motivato"  E aggiunge: "Dico ai francesi che per la Tav avete scavato, scavato per anni, ma ormai è superata, quindi prendiamoci quei soldi e mettiamoli nel trasporto pubblico locale". "Prima dello spread vengono i cittadini italiani e i loro diritti sociali. Alla Ue diamo più soldi di quelli che rientrano", dice ancora il capo politico del MoVimento, "e se dovremo pretendere qualcosa in Europa, non andremo col cappello in mano, ma chiederemo i margini per poter spendere come seconda forza manifatturiera in Europa, che dà 20 miliardi e ne vede rientrare solo 10-12".

Conte resta in pole per Palazzo Chigi

Secondo fonti parlamentari ci sarebbe il giurista e professore universitario Giuseppe Conte in pole position per la presidenza del Consiglio del nuovo governo M5s-Lega. E' quanto apprende l'AGI in ambienti parlamentari. Il ministero dell'Interno sarebbe appannaggio di Matteo Salvini e lo Sviluppo Economico di Luigi Di Maio. E continua, riferiscono fonti politiche, il pressing su Fratelli d'Italia affinché partecipi alla maggioranza e all'esecutivo.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno deciso il nome del premier e dei ministri nella squadra di governo. "Per correttezza" ha detto Matteo Salvini, "saranno comunicati prima al Quirinale".

Il leader della Lega e il capo politico di M5s si sono incontrati stamattina a Roma per un faccia a faccia di circa due ore, dalle 11 fino alle 13 in un luogo che viene definito 'privato', lontano da giornalisti e telecamere. 

Il segretario leghista ha confermato che a Palazzo Chigi non andranno né lui né il capo politico dei M5s. Ma una figura 'terza' ai partiti, che piace a entrambi.

Il nome di colui che vogliamo indicare come premier, ha spiegato Salvini, lo diremo prima al presidente della Repubblica, ma sarà "una figura con un'esperienza professionale incontestabile e che ha contribuito alla stesura del programma".

"Il leader è il programma"

Dal canto suo, Di Maio ha ribadito che il "leader" è il "programma" di governo e garantito che nella squadra "ci saranno tante persone del Movimento". "L'obiettivo" è quello di chiudere domani e andare con un nome per Palazzo Chigi lunedì dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come ha confermato lo stesso Salvini ai cronisti.

Per Palazzo Chigi il nome più accreditato è quello di Giuseppe Conte. Attorno al nome del professore di Diritto privato – inserito nella lista dei ministri presentata dai 5s in campagna elettorale al dicastero della pubblica amministrazione – era stato raggiunto un accordo di massima con la Lega già negli incontri che si sono tenuti domenica scorsa a Milano, tanto che Di Maio avrebbe poi fatto il nome di Conte al capo dello Stato durante le consultazioni il giorno seguente.


Chi è Giuseppe Conte

Giuseppe Conte, avvocato e ordinario di diritto privato all’Università di Firenze, era tra i nomi scelti da Luigi Di Maio nell’elenco dei ministri dell’eventuale governo Cinque Stelle. Ha 41 anni, è laureato in Giurisprudenza alla “Sapienza” e ha studiato a Yale, negli Stati Uniti, a Vienna, Parigi, Cambridge e New York. Nel corso della sua carriera accademica ha insegnato diritto civile e commerciale presso l’Università di Roma Tre, la Lumsa di Roma, l’Università di Malta e quella di Sassari. E' membro del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, e ha presieduto la commissione speciale del Consiglio di Stato che ha “destituito” Francesco Bellomo, il consigliere finito nella bufera per i corsi per aspiranti magistrati conditi da minigonne e “contratto” per le borsiste. (fonte Tpi)


Il totoministri

Per quanto riguarda le altre caselle della squadra di governo, dovrebbe essere certo l'ingresso dei capi dei due partiti con il ruolo di vice premier. Salvini dovrebbe andare all'Interno, mentre Di Maio potrebbe guidare il Lavoro o il Mise. Per la poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio il favorito sarebbe il vice segretario federale della Lega, Giancarlo Giorgetti.

Ma si parla anche del M5s Vincenzo Spadafora. La pentastellata Laura Castelli in pole per il ministero delle Infrastrutture, il leghista Nicola Molteni all'Agricoltura. L'altro vice di Salvini, il veneto Lorenzo Fontana potrebbe andare alla Difesa, sempre che non arrivi il sostegno di Fratelli d'Italia (in quel caso quel posto potrebbe essere di Guido Crosetto).

Infine, ma ancora da definire, si parla di figure di esperti per gli Esteri e il Tesoro. La Farnesina potrebbe essere guidata da Giampiero Massolo, mentre il Mef andrebbe a Giorgetti nel caso in cui non facesse il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il M5s avrebbe riservato posti ministeriali anche per i due capigruppo, Danilo Toninelli e Giulia Grillo.

 

I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Numeri alla mano, Openpolis fa il punto sulla situazione politica, nel giorno i cui si attende che dall'incontro di Matteo Salvini con Luigi Di Maio esca il nome del premier del primo governo giallo-verde.

77 giorni senza governo

Sono passati oltre 2 mesi dalle elezioni del 4 marzo. È la seconda attesa più lunga della storia repubblicana per la formazione di un esecutivo. Ci stiamo avvicinando agli 83 giorni che sono stati necessari per la formazione del governo Amato dopo le elezioni del 6 aprile 1992.  Tutti i governi

6 voti di margine

Un possibile governo M5s-Lega avrebbe un vantaggio numerico molto limitato al senato. I due gruppi parlamentari assieme totalizzano 167 senatori. Con gli attuali 320 parlamentari a Palazzo Madama, il governo al senato avrebbe solo 6 voti di margine per governare.  La composizione del Senato

1.008 proposte di legge depositate

In attesa del governo, il parlamento non è ancora nel pieno delle sue funzioni e diversi suoi organi – come le commissioni e le giunte – non sono state istituite. Deputati e senatori possono presentare atti che però non vengono discussi e votati.  Ecco quali sono

10 parlamentari incompatibili

3 sindaci di comuni con oltre 15.000 abitanti, e di 7 membri di giunte regionali, tra cui il presidente della regione Abruzzo Luciano D’Alfonso. Senza la giunta delle elezioni nessuno, almeno al livello parlamentare, può contestare la compatibilità dei due incarichi.  Chi sono

3 decreti legge

Il parlamento è alle prese con lo smaltimento dei decreti legge deliberati dal dimissionario governo Gentiloni. Ad oggi quindi, una maggioranza parlamentare storicamente contraria all’esecutivo Gentiloni, discute l’approvazione di decreti emanati dallo stesso. Di cosa trattano

La senatrice Liliana Segre non ha ancora deciso se voterà o no la fiducia al prossimo governo. “Come faccio a dirglielo? È prematuro. Vediamo chi e che cosa realmente propongono, e poi magari con i miei 5 ‘colleghi’ senatori a vita decideremo una linea comune, anche se non so ancora se si fa: sono una recluta, anche se ho quasi 88 anni!”.

Nella sua bella casa milanese, al terzo piano di un palazzo d’epoca di un quartiere residenziale e molto verde in questo mese di maggio, in questa intervista all’Agi la signora Segre parla con sorridente soddisfazione della sua recente nomina (“mi ha fatto molto piacere, sarei bugiarda se non lo ammettessi, e poi il presidente Mattarella è stato talmente carino…”).

Da quel giorno di gennaio, dice, la sua vita è cambiata: tutti la cercano, le persone la riconoscono per strada, le chiedono di fare “selfie” e di accarezzare i loro bambini: “Un po’ come una star del rock, o una santona”, commenta divertita e infastidita al tempo stesso.

Liliana Segre ha deciso solo 45 anni dopo essere sopravvissuta al campo di Auschwitz-Birkenau, una trentina di anni fa, di diventare una testimone degli orrori che aveva vissuto in prima persona e tenuti sepolti dentro di sé per una vita intera. Solo quando è diventata nonna, dice, ha capito che le “sarebbe uscita la voce”: quello, aggiunge “è stato lo spartiacque fra il prima e il dopo”.

Con una storia così, non può accettare alcune tendenze dei partiti che hanno avuto la maggioranza dei voti alle ultime elezioni. E si adombra pensando a come vanno le cose in Italia e in Europa. “Non sono molto ottimista per il futuro dei miei nipoti – dice – vedo rinascere simboli che speravo la storia avesse cancellato per sempre, sentimenti osceni che nessuno ha avuto il coraggio di manifestare dopo due guerre mondiali, ma erano presenti e ora, che è passato molto tempo e anche gli ultimi testimoni stanno morendo, questi personaggi hanno potuto nuovamente uscire allo scoperto. Temo molto di vivere abbastanza per vederlo in modo ancora più esplicito”.

La sua esperienza giovanile le fa però talmente apprezzare la democrazia da accettare il risultato elettorale e le sue conseguenze, anche se non riesce a smentire di avere pregiudizi sui partiti che hanno vinto: “Questo è un altro discorso: certamente ognuno ha una tendenza politica, anche chi, come me, non fa politica. Sono targata. Ma sono molto democratica: se questo è stato il risultato delle elezioni, dobbiamo vedere che cosa riescono a fare”.  

È stata nominata da pochi mesi, è la prima volta che dovrà votare la fiducia a un governo. Più in generale, come intende svolgere il suo ruolo in Parlamento?

“Andrò sicuramente in Senato nel giorno in cui sarà decisa la fiducia. Può darsi che con gli altri senatori a vita, Monti, Rubbia, Renzo Piano, la bravissima Cattaneo e Napolitano, speriamo che stia bene, avremo una linea comune. Non lo so ancora, ma ho visto che tra senatori a vita si crea un’amicizia, pur fra persone scollegatissime fra loro. Ma devo dire che per una come me, che non si è assolutamente mai occupata di politica e si trova a questa età a essere magari decisiva per un voto…è una cosa che mi turba, non mi lascia tranquilla. Devo cercare di capire, provare a entrare nello spirito di chi si rende conto che il suo voto è importante. Sono sempre stata una cittadina ligia ai propri doveri, e adesso che sono una senatrice cercherò, per quello che sono in grado, di fare il mio dovere: ne sento il peso, l’onere, oltre al grande onore. Un senatore a vita non è stato eletto per ragioni politiche. Renzo Piano, Rubbia: ho parlato con loro e cercato di capire come ci sono arrivati. Il nostro ruolo, credo, deve essere modestamente al di sopra delle parti”.

Ha già in mente dei progetti su cui impegnarsi come senatrice? 

“Sono stata la prima firmataria di un progetto sui diritti umani, contro gli “hate speech”, assieme alla Bonino. Questo è un compito che sento fortissimo, erano cose che pensavo anche quando ero una cittadina qualsiasi e non sapevo nemmeno che cosa fosse un ddl. Adesso che lo so, con la Bonino abbiamo firmato per mandare avanti questo progetto di tolleranza contro l’odio, contro il razzismo, contro l’antisemitismo. Contro tutto quello che fa sì che uno debba essere umiliato nel mondo, considerato un inferiore: questa cosa a me interessava molto anche prima, perché l’avevo provato con me stessa, sapevo cosa voleva dire".

Aggiunge: "Ho anche in mente di lavorare perché si rimetta l’educazione civica dalla prima elementare.  È assolutamente necessario, bisogna educare una nuova generazione alle regole, a partire dal non buttare per terra una cartaccia, anche se servirebbe farlo con i loro genitori. La terza cosa che mi interessa tantissimo è che all’ultimo anno delle scuole superiori sia obbligatorio lo studio del ‘900. Certe cose i ragazzi non le hanno neanche mai sentite nominare, sono lontani anni luce da queste cose e certe domande che vengono fatte a noi quando facciamo le testimonianze fanno proprio capire che c’è un vuoto scolastico sulla storia. Neanche i ragazzi nati nel ‘900 sapevano la storia del loro secolo, per non parlare di quelli del 2000:  già parlano del ‘900 come noi parlavamo del ‘600…”

Che effetto le fa poter parlare in Senato di questi temi, l’educazione e la lotta contro le discriminazioni, che le stanno a cuore da sempre?

“Sono tutti progetti che prescindono in realtà da una posizione politica. Io sono stata vittima di odio: sono stata una minoranza, una richiedente asilo, sono stata una clandestina sulle montagne con documenti falsi, sono stata una detenuta nelle carceri, sono stata una deportata: ho tutte le caratteristiche per cui Mattarella mi ha nominata, perché rappresento un simbolo. Me l’ha detto quel giorno: è stato molto carino e affettuoso. E quando poi ci siamo incontrati, eravamo un po’ come due vecchi fratelli, capelli bianchi tutti e due… e il presidente mi ha chiesto: 'Signora, cosa ha pensato quando le ho comunicato la nomina?'. Gli ho detto: 'Presidente, siccome si resta sempre bambini, in realtà ho pensato che lo stesso Stato, il mio Stato, l’Italia, mi ha chiuso le porte della scuola quando avevo 8 anni e mi ha aperto le porte del Senato 80 anni dopo. Ero sempre io, era sempre l’Italia: ma quante cose erano successe! Sicuramente mi ha fatto molto piacere questa nomina, ma quello che ho passato i primi giorni è stata una cosa… come gli idoli del rock: centinaia di telegrammi, di lettere, fiori, decine di giornalisti: il mio portinaio non sapeva più come fare, poi il prefetto, il questore, il sindaco, tutte persone molto importanti che sono venute a trovarmi qui a casa. Erano solo pochi mesi fa, quindi non ero molto più giovane di ora. È vero che sono abituata a una vita pubblica: vado da 30 anni a testimoniare nelle scuole e università, e questo è il quarto presidente della Repubblica che incontro. Napolitano era venuto a vedere il memoriale della Shoah, alla Stazione centrale, e ora lo reincontrato come ‘collega’, mi ha invitato nel suo ufficio”.

Com’è stata la sua prima esperienza al Senato e quanto spesso ci andrà?

“Ero abbastanza scossa dalla solennità del luogo. I commessi mi hanno detto dove mi dovevo mettere, sono vicina a questa Cattaneo che mi piace moltissimo e mi ha preso sotto l’ala della figlia con la mamma vecchia, molto carina. Ho avuto una colazione carinissima con Rubbia, il quale mi ha detto ‘andiamo all’osteria qui fuori’ durante le due ore di sospensione a quella noia inutile della votazione, il primo giorno, terribile. Poi sono venuti tutti i miei figli, i miei nipoti… Si sono seduti in alto, al posto degli spettatori, per vedere la nonna. Soprattutto i miei nipoti hanno detto, a ragione: 'Nonna, cominci a rompere'… Poi mi hanno fatto vedere gli uffici che avrò a palazzo Giustiniani: belli, però io abito a Milano e all’età che ho non posso mica correre. È molto brava la Cattaneo, che pur lavorando tantissimo, tutti i mercoledì, adesso no che non c’è niente da fare, si alza alle 5 del mattino prende l’aereo e torna la sera a Milano. Io penso di andare sicuramente quando serve e poi mi sono fatta io l’idea di andare una volta ogni due mesi circa, compatibilmente con il fatto che io rimanga in salute, vispa. Però nello stesso tempo non voglio essere assente e voglio mandare avanti i miei progetti”. 

Rita Levi Montalcini non era più giovane di lei quando fu nominata (aveva 92 anni, ed è rimasta in Senato per altri 11 anni, ndr), eppure è stata oggetto di critiche per i suoi voti a favore del governo Prodi, non ha paura che succeda anche a lei?

“Credo fosse più vecchia, mi ricordo che l’han tirata fuori dal letto quando era importante il suo voto. Era anche una donna assolutamente libera da qualunque vincolo familiare, aveva la sorella. Io ho anche una vera vita di famiglia e poi tante cose che mi piacciono, per esempio sono abbonata alla Scala da 30 anni. Non per questo non andrò in Senato ma certo non mi annoio mai. E la mia età di quasi 88 rende difficile alzarsi, prendere il treno, andare a Roma, votare e tornare. Mi devo organizzare: finora, una volta m’ha accompagnato un figlio, una volta sono andata a dormire da una mia amica: non sono la normale parlamentare che va e viene da Roma, città bellissima e meravigliosa ma grande 3 o 4 volte Milano. Quanto alle possibili critiche: paura, no. Immagino che sicuramente ci sarà qualcuno contrario. D’altra parte è anche un po’ difficile essere contrari a un disegno di legge per i diritti umani, chi è che ha il coraggio di dire di no? E sui miei voti: è probabile, anche se io non credo di essere così importante. Senta: che dicano un po’ quello che vogliono! Devo rimettere la stella gialla? Sarebbero contenti? Non so!”

Che cosa ricorda della sua infanzia durante il fascismo?

“Sono nata sotto il fascismo, l’ho vissuto nelle sue peggiori espressioni e quando mi domandano le cose buone rispondo: sì, i treni erano in orario. Anche quelli delle deportazioni. Avendo provato a vivere senza democrazia, considero importante il volere del popolo. Anche se ho visto il popolo che applaudiva nelle piazze il Duce, e penso che la Germania fosse molto contenta di avere Hitler: erano pochissimi gli anti nazisti. Li ho visti com’erano contenti: ho attraversato paesi, città, da prigioniera e non ho visto una persona affacciarsi alla finestra, o un moto di pietà.

"Poi, subito dopo la guerra erano tutti antifascisti!  Le faccio un esempio. Il numero degli Italiani di religione ebraica non arrivava a 40 mila al momento della campagna razziale mentre adesso sono 27 mila gli iscritti alla comunità: una cifra bassissima. La gente che dopo la guerra ha detto di aver salvato un ebreo, che il cugino ha salvato un ebreo, che il suocero in campagna… erano talmente tanti che anni fa, eravamo un gruppetto di quelli che all’epoca non erano stati salvati, che ormai sono morti quasi tutti, ci siam detti: ma quanti erano questi ebrei? A contare tutti i presunti salvati si arrivava a una cifra enorme che non corrisponde al numero complessivo degli ebrei! Quindi: tutti avevano salvato ebrei, tutti erano antifascisti? Non era così”.

Con la sua testimonianza, negli ultimi 30 anni ha voluto aprire gli occhi soprattutto ai giovani: pensa che sia ancora utile farlo?

“I giovani sono disinformati, molti non sanno nemmeno che il presidente si chiama Mattarella. Ho tre nipoti, di 30, 27 e 14 anni e nemmeno loro sono informati. I ragazzi sanno tutto solo di cantanti e calciatori, ho sentito una ragazza alla tv che per poter incontrare il suo idolo, Chiara Ferragni, una blogger, ha fatto 11 mila euro di debiti con amici e persone che hanno approfittato di lei.

"Una delle cose che invece mi fa molto piacere è essere riconosciuta da quei  trentenni che mi hanno sentita quando erano in terza media. Ero sul tram qualche mese fa, era semideserto, si alza un giovanotto e chiede: ‘lei è la signora Segre? Scusi se la disturbo, sono un insegnante di storia e filosofia insegno qui in una scuola da cui sono uscito adesso e al San Carlo. Io l’ho sentita 15 anni fa quando ero a scuola, non l’ho mai dimenticata e racconto sempre la sua storia’. Un'altra volta un biologo: vado a fare gli esami di sangue, al Policlinico e trovo un giovane con il camice bianco, che mi chiama: ‘Liliana Segre! Lei sta benissimo.  Volevo salutarla: adesso sono biologo e ho 34 anni. Ma quando ne avevo 16 l’ho sentita e quando ho visto le sue analisi sono stato contento di vedere che sta bene’. Ma non mi illudo: è uno su mille, una goccia nel mare…E purtroppo le testimonianze dirette sono ormai quasi finite”

Come giudica le derive populiste e anti immigrati che si diffondono in Europa?

“Mi guardo attorno e vedo la trasformazione degli Stati europei che scelgono di chiudere le frontiere, e di eleggere lo stesso presidente per non so quanti anni: tutto questo è l’anticamera di qualcosa che purtroppo io ho già visto. Ho una grande fiducia negli uomini presi uno per uno, ma non sono un’ottimista a tutti i costi: non lo sono, ad esempio, vedendo come la maggior parte della politica ha una svolta di un certo tipo in Europa e poi quali sono le scelte anche al di là dell’Europa. E purtroppo credo ai corsi e ricorsi storici, perché è stato sempre così: non è che sono molto ottimista per il futuro dei miei nipoti. Quanto all’Ue, mi ha molto deluso. All’interno dei paesi ci sono campanilismi e odi fra regioni, nella stessa Italia c’e’ un tale divario fra Nord e Sud che non vedo tanto un’Unione europea che possa essere un argine alle tendenze populiste. Doveva essere diversa. Per esempio: perché è assente sugli sbarchi in Italia? L’Italia ha bisogno di essere aiutata, se no che Unione è?"

Che cosa cerca di trasmettere ai giovani quando li incontra?

“Quello che mi ha sempre ferito di più, prima, durante e dopo la prigionia, è stata l’indifferenza, più colpevole di tutto. E’ quella che permette che oggi Italia ed Europa si risveglino razziste. Fu una tale disperazione che le compagne di scuola, i vicini di casa non volessero accorgersi dell’invisibilità di una persona, colpevole solo di essere nata. Chi è stato ad Aushwitz ha visto il Male. Se non l’hai provato, non puoi capire che cosa significa, ma posso raccontare di come si sentivano le persone come me quando sono riuscite a tornare a casa. Non mi preparo mai, quello che dico rappresenta emozioni e sentimenti e non si può scrivere.  Avevo solo 13 anni. Se uno pensa ora a come sono i ragazzi di quell’età, i nostri figli, i nostri nipoti, si chiede: come ha fatto una ragazza di 13 anni da sola a superare quella esperienza? E infatti io credo che ora il mio pericolo sia lo sdoppiamento, lo dico sempre. Penso a Primo Levi, che a un certo punto non ce l’ha fatta più, e tanti altri, anche Bruno Bettelheim, vecchio e cattivo com’era. Per questo i miei non vorrebbero più che io continuassi a testimoniare, e invece questa nomina ha significato 100 mila nuove occasioni per tornare sull’argomento: per forza, mi hanno scelta per questo. Ma io continuo a guardare a quella Liliana là: come ha fatto? Era disperata, debole, affamata, infreddolita, spaventata. Ce le avevo tutte. Dico sempre ai ragazzi: dobbiamo essere consci della nostra forza”.

 

Rush finale su premier e squadra di governo: saranno Matteo Salvini e Luigi Di Maio a chiudere la quadra in un nuovo faccia a faccia che si terrà domenica. Il segretario leghista ha garantito che a Palazzo Chigi non andranno né lui né il capo politico dei M5s. Ma "abbiamo delle idee" su una figura 'terza' ai partiti, ha spiegato dopo aver votato, a Milano, in uno dei mille gazebo che – dice – hanno accolto oltre 100 mila persone nel referendum sul contratto di governo.

Il nome di colui che vogliamo indicare come premier, ha spiegato Salvini, lo diremo prima al presidente della Repubblica, ma sarà "una figura che andrà bene a entrambi, con un'esperienza professionale incontestabile e che abbia contribuito alla stesura del programma".

"Il leader è il programma"

Dal canto suo, Di Maio ha ribadito che il "leader" è il "programma" di governo e garantito che nella squadra "ci saranno tante persone del Movimento". "L'obiettivo" è quello di chiudere domani e andare con un nome per Palazzo Chigi lunedì dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come ha confermato lo stesso Salvini ai cronisti.

Ma ci sono ancora alcune questioni aperte che i due leader dovranno risolvere, in un incontro che dovrà tenersi prima dei comizi di Di Maio, in programma a partire dalle 17 in Abruzzo. In primis, il nome del premier. La Lega punta a una figura terza e a Salvini potrebbe anche andare bene Giuseppe Conte. Attorno al nome del professore di Diritto privato – inserito nella lista dei ministri presentata dai 5s in campagna elettorale al dicastero della pubblica amministrazione – era stato raggiunto un accordo di massima con la Lega già negli incontri che si sono tenuti domenica scorsa a Milano, tanto che Di Maio avrebbe poi fatto il nome di Conte al capo dello Stato durante le consultazioni il giorno seguente.


Chi è Giuseppe Conte

Giuseppe Conte, avvocato e ordinario di diritto privato all’Università di Firenze, era tra i nomi scelti da Luigi Di Maio nell’elenco dei ministri dell’eventuale governo Cinque Stelle. Ha 41 anni, è laureato in Giurisprudenza alla “Sapienza” e ha studiato a Yale, negli Stati Uniti, a Vienna, Parigi, Cambridge e New York. Nel corso della sua carriera accademica ha insegnato diritto civile e commerciale presso l’Università di Roma Tre, la Lumsa di Roma, l’Università di Malta e quella di Sassari. E' membro del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, e ha presieduto la commissione speciale del Consiglio di Stato che ha “destituito” Francesco Bellomo, il consigliere finito nella bufera per i corsi per aspiranti magistrati conditi da minigonne e “contratto” per le borsiste. (fonte Tpi)

Ma, forti del loro 32 per cento contro il 17 della Lega, i Cinque stelle insisterebbero ancora nel rivendicare la premiership per un loro tesserato. In questo caso i nomi sono quelli circolati nei giorni scorsi: Alfonso Bonafede, Vito Crimi e Riccardo Fraccaro. E qualcuno nel Movimento vede come un segnale il fatto che proprio Fraccaro stia accompagnando Di Maio da venerdì, nelle varie tappe ad Aosta, Ivrea, Imola e Ancona.

Il totoministri (ancora)

Per quanto riguarda le altre caselle della squadra di governo, dovrebbe essere certo l'ingresso dei capi dei due partiti con il ruolo di vice premier. Salvini dovrebbe andare all'Interno, mentre Di Maio potrebbe guidare il Lavoro o il Mise. Per la poltrona di sottosegretario alla presidenza del Consiglio il favorito sarebbe il vice segretario federale della Lega, Giancarlo Giorgetti.

Ma si parla anche del M5s Vincenzo Spadafora. La pentastellata Laura Castelli in pole per il ministero delle Infrastrutture, il leghista Nicola Molteni all'Agricoltura. L'altro vice di Salvini, il veneto Lorenzo Fontana potrebbe andare alla Difesa, sempre che non arrivi il sostegno di Fratelli d'Italia (in quel caso quel posto potrebbe essere di Guido Crosetto).

Infine, ma ancora da definire, si parla di figure di esperti per gli Esteri e il Tesoro. La Farnesina potrebbe essere guidata da Giampiero Massolo, mentre il Mef andrebbe a Giorgetti nel caso in cui non facesse il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il M5s avrebbe riservato posti ministeriali anche per i due capigruppo, Danilo Toninelli e Giulia Grillo.

 

Primo round, Renzi. Apparentemente. I lavori dell’assemblea nazionale, che i suoi oppositori intendevano come luogo della resa dei conti, iniziano in forte ritardo, e con un colpo di scena. Prima che prenda la parola Maurizio Martina, segretario reggente ed aspirante cesaricida, il renzianissimo presidente del partito Matteo Orfini mette ai voti la variazione dell’ordine del giorno.

Il punto primo doveva essere l’indicazione di un nuovo segretario, ed invece a larga maggioranza si rimanda tutto sine die, o quasi. Poi il dibattito comincia, ma il Pd ne esce ancora più diviso di ieri, e con una geografia interna che non è quella di un anno fa.

L’opposizione esulta, “vittoria comunque: Renzi è più debole”

Recita il testo approvato: l'assemblea del Partito Democratico prende atto delle "dimissioni irrevocabili" di Matteo Renzi dalla segreteria e rimanda a una nuova Assemblea la decisione fra segretario eletto nell'assise o eletto al congresso. I numeri sono stati 397 a 221. Che, tradotto, potrebbe suonare maggioranza per Renzi. Ma il risultato finale certifica che la maggioranza a disposizione dell'ex segretario è scesa da circa il 70 per cento di un anno fa al 57 per cento.

"E' la fine dell'era Renzi nel Pd", si sottolinea fra i sostenitori di Martina, tra le fila dei delegati fedeli a Dario Franceschini e Andrea Orlando. Dove si fa notare che un aggettivo cambia tutto: le dimissioni di Renzi, infatti, sono “irrevocabili”. Come dire: è fuori dalla stanza dei bottoni. È il motivo per cui anche tanti dissidenti hanno votato a favore.

Martina attacca a testa bassa

A prendere la parola subito dopo la votazione è proprio Maurizio Martina, che prende di petto il tema delle liste: un errore da non ripetere. Il riferimento è alle liste elettorali delle ultime elezioni, a forte impronta renziana, che tante tensioni hanno provocato nel partito fino alla minaccia delle minoranze di ritirare i propri candidati. Assieme a questo, però, Martina ha voluto lanciare un avvertimento: "Il congresso si farà" e "sarà un congresso anticipato, ma non si può limitare ad essere una domenica al gazebo”.

“Il Pd non è superato”

Martina tocca, indirettamente, un altro tasto dolente: l’idea che qualcuno (leggi Renzi) possa portare il Pd verso derive macroniane, con un ulteriore cambiamento sia di denominazione, sia di collocazione politica.

"Il congresso e le primarie potrebbero essere una grande occasione, ma io trovo il dovere di confermare che non basta una domenica al gazebo, abbiamo bisogno di fare un congresso di tipo nuovo, profondo e costituente”, spiega, “Non credo che il Pd debba essere superato, che debba andare oltre o fare passi indietro. Dobbiamo confermare e aggiornare lo sforzo fatto dieci anni fa e credo a un centrosinistra alternativo a cinque stelle e a Forza Italia”.     

Parole sottolineate da una ovazione da parte della platea che, poi, accompagna la conclusione del discorso di Martina con il coro "segretario, segretario!". La partita è all’inizio.

 

Un Presidente del consiglio “amico del popolo”. Il neologismo che da oggi arricchisce ulteriormente il politichese porta la firma di Luigi di Maio, il quale annuncia per la fine della settimana (stasera o domani, quindi) il nome del prossimo premier. L'ultimo ostacolo da superare per potersi presentare, lunedì, a Sergio Mattarella ed ottenerne il sospirato via libera alla nascita del nuovo esecutivo, il primo grillo-leghista.

"Approvato il contratto di governo, nelle prossime ore, entro questo fine settimana scioglieremo anche la riserva, il nodo sul premier e poi ci dedicheremo alla formazione della squadra di governo", sono le parole del capo politico dei grillini. "Si va verso una persona che debba essere amica del popolo". Tipologia quantomai ampia e di estendibile interpretazione, come se il Movimento 5 Stelle non voglia, al momento, scoprire alcuna carta.

“Il premier ideale resta lui”

Per Davide Casaleggio, comunque, il premier ideale "è Luigi Di Maio". A chi gli chiedeva se allora sarà proprio Di Maio ad andare a Palazzo Chigi, Casaleggio ha risposto senza prendersi impegni: "Non lo so, non mi sto occupando di questo tema".

Insomma: rinuncia o non rinuncia, Di Maio, alla presidenza del Consiglio? IL fatto è che nessuno è in grado di saperlo, anche se il comune sentire suggerisce che di rinuncia si tratti.

Tra i nomi del giorno qualche rientro e qualche conferma: per Palazzo Chigi ora si sussurra di Luigi Conte, Vincenzo Spadafora, Alfonso Bonafede. Ma se si parla di fine della settimana, difficile immaginare che l’accordo sia già chiuso.

“Andiamo a governare”

"Io sono molto soddisfatto che siamo riusciti a costruire un contratto di governo e a condividerlo con tutti gli iscritti del Movimento, che ieri lo hanno approvato a larghissima maggioranza", preferisce sottolineare il titolare della Casaleggio e Associati.

Da parte sua Matteo Salvini rispolvera, su twitter, l'hashtag #andiamoagovernare, aggiungendo anche gli elenchi "ancora in aggiornamento" dei gazebo presso i quali sarà possibile pronunciarsi sul Contratto di governo M5s-Lega. Come dire: leghisti, date l’ok che siamo ad un passo dal traguardo.

Poi, certo, inizierà il bello, e i mercati hanno salutato a modo loro il raggiungimento dell’intesa M5S-Lega (come anche gli annunci riguardanti il Monte dei Paschi). Ma la cosa viene accolta con distacco dai diretti interessati.

La felicità ai tempi dello spread non arriverà sulla Torino-Lione

"Lo spread non è indicativo della felicità degli italiani": ad affermarlo è ancora Di Maio.  "D'ora in poi – spiega – vengono prima gli italiani e poi i deficit e i parametri". A chi domandava se si chiederà di sforare i parametri europei, Di Maio ha detto: "Vediamo.  Noi dobbiamo ottenere nella programmazione europea dei prossimi anni, i margini per poter fare una seria riforma fiscale, superare la legge Fornero, e il reddito di cittadinanza. Sono nel contratto, dobbiamo portarle a casa il prima possibile".

Quanto poi alla Tav, sia chiaro: non è una priorità. E pazienza se qualcuno Oltralpe minaccia di chiedere i danni.  

E pazienza se anche alcuni quotidiani continuano a fare le pulci al contratto di governo, dimostrando magari che la flat tax costerà tanto e a beneficiarne non saranno i più deboli, ma i più ricchi. Non esattamente una tassa amica del popolo.

 

Dopo essere rimasta sostanzialmente sospesa dalla mattina del 5 marzo, riprende a scorrere la vita del Pd: fino a poco tempo fa il principale partito politico italiano, da due mesi e mezzo immobilizzato dal terrore di non saper gestire la fase postelettorale.

Si riunisce l’assemblea nazionale del partito. Dovrà esprimersi sull’avvio di un percorso congressuale, la conferma di Martina alla carica di segretario reggente, la sua eventuale sostituzione, l’indizione delle primarie. Tutto eventualmente, perché il nodo politico, almeno fino a pochi giorni fa, è stato un altro. Vale a dire: che farà Renzi?

Un leader al bivio

Gli organi del partito usciti dalla tornata elettorale portano la sua impronta: è stato lui, da segretario, a fare le liste e decidere chi sarebbe stato dentro e chi fuori. Ma la catastrofe è stata di tali proporzioni da scuotere tutto l’edificio, rileva La Stampa, e da oggi pomeriggio inizieremo a capire se il partito sia o meno monolitico come una volta.

La fronda antirenziana si va rafforzando

Premono le opposizioni interne, guidate da Franceschini e Orlando, rafforzatesi anche dopo il no di Renzi ad un accordo di governo con i 5 Stelle. E quella che settimane fa sembrava una battaglia quasi avventata, oggi tale non pare più, soprattutto adesso che, scrive La Repubblica, anche la figura di Martina si è rafforzata grazie all’appoggio di Zingaretti.

"Evitiamo di contarci"

La notizia delle ultime ore è stato l’appello firmato da una serie di big del partito per evitare una conta che farebbe probabilmente male a tutti. La conta scatenerebbe infatti le tensioni, porterebbe alle decisioni estreme, indebolirebbe chi resta e chi se ne va. Ma ugualmente non è certo chi sarebbe a restare, e chi ad andarsene.

Per questa ragione, probabilmente, lo stesso Matteo Renzi ha fatto filtrare la voce per cui sarebbe disposto a non intervenire, o comunque a rinunciare alla versione più al peperoncino del suo discorso. Tutto però dipenderà dalla piega che prenderà il dibattito, e dalla relazione del reggente Martina.

Anche i sostenitori esterni sbuffano

Qualcuno intanto chiede che il partito, nato anno fa dall’incontro delle culture della sinistra e dei cattolici democratici, ritrovi se stesso e non smarrisca la strada. Si tratta di un gruppo di intellettuali ed esponenti del mondo cattolico (spiccano Pezzotta, Balboni, Tognon, Ivaldo, Formigoni) che hanno scritto il loro nome in calce a un documento.

Affermano, tra l’altro, di non essere rimasti per nulla convinti da quattro cose. Queste: 1) la sostanziale inerzia del PD dentro la crisi politico-istituzionale che si è aperta dopo il voto; 2) la teoria decisamente confutabile secondo la quale gli elettori (compresi quelli del PD?) lo avrebbero consegnato all’opposizione; 3) il giudizio circa gli interlocutori, centrodestra e 5 stelle, certo entrambi distanti e problematici e tuttavia non equivalenti/equidistanti. Non adoperandosi di conseguenza per scongiurare l’asse tra i due, da taluni PD addirittura incredibilmente auspicato; 4) la tesi deresponsabilizzante secondo la quale ci si è rimessi al capo dello Stato, in quanto la Costituzione gli assegna un alto ruolo arbitrale e prescrive semmai ai partiti il dovere di avanzare proposte di soluzione”.

Ai tempi della Dc si sarebbe parlato di un altolà mandato dagli ambienti del collateralismo cattolico. Per il Pd è una prima volta in assoluto.

Contratto chiuso per l’ennesima volta, ora l’ok dei vertici della Lega e della base digitale del Movimento Cinque Stelle. Sabato l’avallo della base leghista (con sistemi coevi alla stampa con i caratteri mobili) e, se tutto fila liscio, lunedì al Quirinale a sciogliere il voto e presentare il lavoro. Siamo alla svolta? I diretti interessati giurano di sì, ma che il governo che dovrebbe nascere avrà i suoi problemi politici lo testimonia il primo, diretto attacco di un ex alleato di Matteo Salvini. Sono giorni di campagna elettorale, seppur per il minitest della Val D’Aosta, e i precedenti di Molise e Friuli Venezia Giulia spingono Silvio Berlusconi a farsi vedere in zona. E a puntare direttamente il leader leghista che ormai pare aver preso il largo da lui.

Cosa c’è nel contratto

Dalla Flat tax al reddito di cittadinanza, dal taglio dei costi della politica e delle pensioni d’oro allo stop alla legge Fornero, dall’istituzione del ministero per le Disabilità alle politiche per il lavoro e per il sostegno delle famiglie. Soprattutto nell’accordo “ci sono gli italiani”, sostiene il capo politico di M5s Luigi Di Maio annunciando l’avvio delle votazioni sulla piattaforma Rousseau (sarà aperto fino alle 20 oggi)

Berlusconi non gradisce

Uno stizzito leader di Forza Italia segue di lontano l’evolversi della situazione, magari contraria ai suoi desideri, e alla fine tuona contro Salvini. Lo invita a "tornare a casa": al tavolo sul contratto, attacca sottolineando la distanza che oggi li separa, “non ha parlato a nome della coalizione, ha sempre parlato a nome suo e della Lega. La coalizione con un programma comune è altra cosa e non ha nulla a che vedere con il Movimento”.

Berlusconi torna a chiedere al Quirinale “la possibilità di dare l'incarico al centrodestra di presentare un proprio programma al Parlamento dove saremmo sicuri di ottenere la maggioranza e dare vita ad un governo che potrebbe durare per molto tempo, anche per tutta la legislatura". E ai cronisti che gli chiedono chi potrebbe guidarlo replica: "C'è un certo Silvio Berlusconi. E con la carenza di personaggi che c'è…".

E il premier?

Quest’ultima battuta non priva di acidità vuole riportare in superficie la questione nascosta e non ancora risolta del grande patto tra Lega e 5 Stelle: il nome del prossimo presidente del Consiglio.

“Non so se andrò a fare il presidente del Consiglio ma il nostro vero leader, il programma, andrà al governo di questo Paese” mette diplomaticamente le mani avanti Di Maio.

Dunque bisogna guardare al programma, e qui Salvini ha qualcosa da dire, o da rivendicare. "Amici, il 90 per cento delle idee della Lega trova spazio nel programma comune di governo scritto con i 5 Stelle” scrive su twitter. Intanto lui ha già incassato il più tradizionale e necessario dei consensi: quello del Consiglio Federale della Lega.

Nel Pd troppe le decisioni da prendere

Domani però non è solo la giornata dei gazebo leghisti e dei risultati della consultazione digitale grillina.

Nel Pd, infatti, è prevista l’assemblea che dovrà decidere se Martina resterà reggente pro tempore, se sarà sostituito, se si farà il congresso, quando eventualmente si farà il congresso, se si faranno le primarie, quando eventualmente si faranno le primarie. Un ordine del giorno complicato, e quando è così difficilmente si riesce a decidere sul serio.

Attenzione ai numeri

Anche perché quelle che fino a ieri erano certezze, oggi forse non lo sono più. In altre parole, numeri a rischio per Renzi: per questo motivo – secondo fonti non renziane, sia chiaro – sarebbero al lavoro i pontieri con la proposta di non arrivare a nessun voto sul segretario e di proporre un’assemblea solo per la discussione politica. I conti dicono di una situazione tra i delegati di grande equilibrio e per la prima volta dopo tanto tempo e nulla è scontato. Se così, tante cose potrebbero cambiare. 

Matteo Salvini ha pubblica sui social l'accordo raggiunto con il Movimento 5 stelle per l'esecutivo e i grillini lo hanno messo ai voti sulla piattaforma Rousseau fino alle 20. 

Dalla sicurezza alle pensioni, dall'immigrazione al lavoro, dalla legittima difesa alla Flat Tax, dalla chiusura dei campi Rom agli asili gratis per le famiglie italiane, dall'Autonomia delle Regioni alla chiusura delle cartelle di Equitalia, ecco i punti principali del programma di governo giallo-verde.

"Se voi deciderete che è la strada giusta da percorrere, nonostante quello che dicono tutti i giornaloni italiani e stranieri, nonostante qualche burocrate a Bruxelles, nonostante lo spread, allora come capo politico del MoVimento 5 Stelle firmerò questo contratto per far finalmente partire il governo del cambiamento. Adesso è il vostro momento" .  Luigi Di Maio

Rom

"Chiusura di tutti i campi nomadi irregolari in attuazione delle direttive comunitarie" e comunque lavorare per il "pieno superamento dei campi Rom in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea". Tra le misure anche il "contrasto ai roghi tossici; l'obbligo di frequenza scolastica dei minori pena l'allontanamento dalla famiglia o perdita della responsabilità potestà genitoriale".

Corruzione

Giro di vite sulla corruzione. E l'introduzione della figura dell'"agente provocatore". "E' improrogabile una severa ed incisiva legislazione anticorruzione tale da consentire un rilevante recupero di risorse indebitamente sottratte allo Stato e, nel contempo, rilanciare la competitività del Paese, favorendo una reale concorrenza nel settore privato a vantaggio delle piccole e medie imprese". Per pentastellati e leghisti "le misure da mettere in campo sono le seguenti:

  • Aumento delle pene per tutti i reati contro la pubblica amministrazione di tipo corruttivo
  • Preclusi gli sconti di pena mediante un sistema che vieti l'accesso a riti premiali alternativi
  • 'Daspo' per i corrotti e corruttori, ovvero l'interdizione dai pubblici uffici
  • Perpetua incapacità a contrarre con la pubblica amministrazione per chi è stato condannato definitivamente per un reato di tipo corruttivo contro la Pubblica Amministrazione
  • Introduzione della figura dell'"agente sotto copertura" e, in presenza di elementi fondati, dell'"agente provocatore", per favorire l'emersione dei fenomeni corruttivi nella Pubblica Amministrazione.
  • Potenziamento dell'Autorità Nazionale Anti-corruzione e del piano di prevenzione della corruzione,
  • Rafforzamento delle tutele per il whistleblower
  • In materia di intercettazioni, intervenire per potenziarne l'utilizzo, soprattutto per i reati di corruzione".

Massoneria

Ddivieto per i massoni a far parte dell'esecutivo giallo-verde. Nel definire un "Codice etico dei membri del Governo", i pentastellati e i leghisti mettono in chiaro che "non possono entrare a far parte del governo soggetti che abbiano riportato condanne penali, anche non definitive, per i reati dolosi di cui all'articolo 7 del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (legge "Severino"), nonché per i reati di riciclaggio, auto-riciclaggio e falso in bilancio; siano a conoscenza di indagini o siano sotto processo per reati gravi (ad esempio: mafia, corruzione, concussione, etc.); appartengano alla massoneria o si trovino in conflitto di interessi con la materia oggetto di delega".

Franchi tiratori

Vietati gli sgambetti in Aula su provvedimenti non ricompresi nel contratto di governo ma ritenuti "fondamentali" da uno dei due partiti. Nel contratto di governo figura "l'impegno a non mettere in minoranza l'altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza". Nel testo si legge: "I contraenti stabiliranno insieme il lavoro in ambito parlamentare e governativo e si adopereranno per ottenere il consenso rispetto a questioni relative a procedure, temi e persone. Per quanto riguarda gli altri obiettivi, non inclusi in questo accordo, le parti si impegnano, in primo luogo, a fornirsi tempestivamente informazioni esaurienti circa le finalità che si intendono conseguire e i relativi strumenti; in secondo luogo, a discuterne in modo adeguato, in modo da verificare la possibilità di realizzare ulteriori intese; in terzo luogo, a non mettere in minoranza l'altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza. Quindi, qualora nel corso dell'azione di governo emergano divergenze per quanto concerne l'interpretazione e l'applicazione del presente accordo, le parti si impegnano a discuterne con massima sollecitudine e nel rispetto dei principi di buona fede e leale cooperazione". 

Voltagabbana

Patto contro i voltagabbana nei gruppi parlamentari. Impegno reciproco a garantire la compattezza dei gruppi al momento delle votazioni sui provvedimenti che fanno parte del programma. "Le parti si impegnano ad attuare questo accordo in azioni di governo, nel rispetto della Costituzione Repubblicana, dei principi di buona fede e di leale cooperazione e si considerano responsabili, in uguale misura, per il raggiungimento degli obiettivi concordati. Si impegnano a garantire la convergenza delle posizioni assunte dai gruppi parlamentari". Inoltre, l'accordo di governo è stipulato per 5 anni "per far sì che gli impegni assunti possano essere effettivamente e integralmente realizzati, le parti hanno deciso di scambiarsi reciprocamente ulteriori impegni metodologici. Essi riguardano il completamento del programma di governo, la cooperazione tra forze politiche, il coordinamento all'interno del governo, anche in sede europea, e la verifica dei risultati conseguiti".

Conflitto di interessi

L'accordo allarga l'applicazione del divieto anche al di fuori dei confini del governo e dell'interesse puramente economico. Il capitolo sul conflitto di interessi era uno dei cavalli di battaglia dei pentastellati. "Per risolvere il conflitto d'interessi, che spesso pregiudica l'azione della politica, intendiamo innanzitutto cambiare l'ambito di applicazione della disciplina estendendo l'ipotesi di conflitto oltre il mero interesse economico. Riteniamo, infatti, che debba qualificarsi come possibile conflitto di interessi l'interferenza tra un interesse pubblico e un altro interesse, pubblico o privato, che possa influenzare l'esercizio obiettivo, indipendente o imparziale, di una funzione pubblica, non solo quando questo possa portare un vantaggio economico a chi esercita la funzione pubblica e sia in condizione di un possibile conflitto di interessi, ma anche in assenza di un vantaggio immediatamente qualificabile come monetario. Intendiamo inoltre estendere l'applicazione della disciplina a incarichi non governativi, ossia a tutti quei soggetti che, pur non ricoprendo ruoli governativi, hanno potere e capacità di influenzare decisioni politiche o che riguardano la gestione della cosa pubblica, come ad esempio i sindaci delle grandi città o i dirigenti delle società partecipate dallo Stato".

Giustizia

Movimento 5 stelle e Lega mirano a cancellare le ultime riforme approvate in materia di depenalizzazione e misure alternative al carcere. Si legge infatti: "Per garantire il principio della certezza della pena è essenziale abrogare i provvedimenti emanati nel corso della legislatura precedente tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari, a totale discapito della sicurezza della collettività. Per far sì che chi sbaglia torni a pagare  necessario riformare e riordinare il sistema venutosi a creare a seguito dei seguenti provvedimenti: l'abrogazione e la depenalizzazione di reati, trasformati in illeciti amministrativi e civili, la non punibilità per particolare tenuità del fatto, l'estinzione del reato per condotte riparatorie anche in assenza del consenso della vittima, nonché i periodici 'svuota carceri'. E' inoltre opportuno ridurre sensibilmente ogni eventuale margine di impunità per i colpevoli di reati particolarmente odiosi come il furto in abitazione, il furto aggravato, il furto con strappo, la rapina e la truffa agli anziani, modificandone le fattispecie ed innalzando le pene. E' necessaria una efficace riforma della prescrizione dei reati, parallelamente alle assunzioni nel comparto giustizia: per ottenere un processo giusto e tempestivo ed evitare che l'allungamento del processo possa rappresentare il presupposto di una denegata giustizia".

Ilva

"Con riferimento all'Ilva, ci impegniamo, dopo più di trent'anni, a concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori standard mondiali a tutela della salute dei cittadini del comprensorio di Taranto, proteggendo i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione economica basato sulla chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere alla bonifica, sullo sviluppo della Green Economy e delle energie rinnovabili e sull'economia circolare". 

Legittima difesa

"In considerazione del principio dell'inviolabilità della proprietà privata, si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un'intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro". L'ampliamento della legittima difesa e' da sempre un cavallo di battaglia della Lega, che nella scorsa legislatura aveva tentato di far approvare un provvedimento ad hoc, poi arenatosi al Senato.

Tav

Verifica e ridiscussione dei lavori della Tav Torino-Lione. Nelle versioni precedenti la Tav veniva messa totalmente in discussione con uno stop al proseguimento dell'opera. Nella versione aggiornata, invece, si parla di un più generico "ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell'applicazione dell'accordo tra Italia e Francia".

Missioni militari all'estero

"E' opportuno rivalutare la presenza dei contingenti italiani nelle singole missioni internazionali geopoliticamente e geograficamente, e non solo, distanti dall'interesse nazionale italiano". E' quanto prevede l'ultima versione della bozza del contratto tra M5s e Lega, nel capitolo relativo alla Difesa, sottoposto oggi al vaglio dei due leader Matteo Salvini e Luigi Di Maio e aggiornata alle ore 11 di oggi.

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