Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

La finestra per il voto anticipato non è ancora chiusa anche se la strada della crisi è impervia. È evidente che rispetto a giovedì sera c’è stato un tentativo di abbassare le tensioni da parte di Salvini e Di Maio. Tuttavia i nodi restano sul tavolo. Così i dubbi della Lega, riferiscono fonti parlamentari del partito di via Bellerio, su come muoversi. Il ragionamento del vicepremier è legato ancora alla possibilità o meno di continuare con questo esecutivo.

Il problema è che chi stacca la spina può pagare dazio, il ragionamento. Ma così – questo il ‘refrain’ – non si può andare avanti. Un ‘big’ del Carroccio non nasconde la delusione del ministro dell’Interno per la difesa a spada tratta della squadra di governo da parte del presidente del Consiglio Conte. Salvini, anche parlando con i suoi, non ne fa una questione di nomi, anche se oggi ha messo nel mirino soprattutto Toninelli e Trenta.

“Il problema è che con i no non si va da nessuna parte”, continua a ripetere. Da qui la necessità di procedere con una ridefinizione del programma del governo e quindi – ripetono i fedelissimi del responsabile del Viminale – anche della squadra. “Pensiamo ai progetti, non alle poltrone”, dice comunque Salvini.

Di fatto però si è aperto di nuovo il ‘dossier’ rimpasto. Con la Lega che giudica con preoccupazione i rapporti tra il nuovo presidente della Commissione europea e il ministro della Difesa. “Gli italiani ci chiedono di fare le cose, se c’è chi frena non è colpa nostra”, sottolinea un altro esponente della Lega. Venerdì il nuovo scontro all’interno della maggioranza è sull’autonomia.

Lo scontro sull’autonomia 

È vero che ieri il premier ha lavorato fino a tardi con i ministri Bussetti e Stefani per sciogliere il nodo della scuola, ma l’accantonamento dell’articolo 12 e il problema delle risorse, non sono considerati – soprattutto dai governatori della Lega – come dei passaggi positivi sull’iter. Nel mirino dei governatori è finito il presidente del Consiglio.

“Non possono ottenere tutto, in un negoziato è così”, la tesi del premier che anzi ha registrato dei passi avanti. Nella sede del governo si sottolinea come al tavolo ci fossero oggi proprio due responsabili della Lega sul dossier, ovvero Stefani e Bussetti che hanno condiviso il metodo di Conte. Anche per questo motivo si ritengono incomprensibili le polemiche emerse. “Siamo al rush finale”, ha sottolineato il presidente del Consiglio, dicendosi convinto che prima della pausa estiva ci sarà il via libera del Cdm ad una pre-intesa. Ma per i governatori si tratta di un approccio sbagliato: la richiesta reiterata è che si devono trasferire le competenze alle regioni, senza compromessi al ribasso.

Le parole di Conte sono state accolte con delusione. L’attacco è durissimo: “Così non firmo una riformicchia”, afferma il presidente della Lombardia. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente del Veneto, Zaia.

La tensione nella maggioranza dunque resta alta. All’indomani del giorno più nero per l’alleanza di governo M5s-Lega non c’è ancora stato alcun contatto tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Quest’ultimo, come annunciato, non ha partecipato alla riunione del Consiglio dei ministri e al successivo vertice sull’autonomia. Ha trascorso il venerdì coi figli a Milano. In mattinata, il clima si era rasserenato con dichiarazioni più concilianti in cui i due correggevano il tiro sulla dichiarata mancanza di fiducia reciproca e chiarivano che non vi era niente di personale tra loro.

Ma il reiterato attacco di Salvini ai ministri M5s Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta ha solo ‘spostato’ l’oggetto dello scontro sul tema della squadra di governo. E l’esito del vertice sull’autonomia ha aggiunto un altro tassello. In realtà secondo qualificate fonti governative pentastellate il “vertice è andato benissimo”. Mentre i leghisti sono tornati sul piede di guerra per il nuovo rinvio, le proposte di “compromessì” al ribasso e le parole di Conte sui governatori.

Le lamentele sull’atteggiamento di Conte 

Il presidente del Consiglio non è stato tenero neanche di fronte alle lamentele di Salvini sulla coppia Toninelli-Trenta. Il premier ha detto che nessuno gli ha chiesto cambiamenti di squadra e che, se qualcuno ha delle osservazioni da fargli a proposito, deve esplicitarle. La conferenza stampa di Conte ha suscitato “profondo malumore” nella Lega.

“Il presidente del Consiglio non è super partes, non fa gli interessi degli italiani ma del partito che lo ha indicato a Palazzo Chigi”, lamenta un ‘big’ leghista. “Non si capisce quanto stia giocando una partita tutta sua – osserva qualcun altro di via Bellerio – o quanto non sia propriamente consapevole dell’effetto che certe sue prese di posizione possano provocare”.

Sulla squadra, i leghisti sono fermi nelle loro richieste di allontanamento dei ministri che giudicano inefficienti. Mentea dal fronte 5 stelle si risponde che una revisione sull’inefficienza allora dovrebbe riguardare anche i leghisti e coinvolgere l’istruzione di Marco Bussetti o l’Agricoltura di Gian Marco Centinaio.

Un eventuale rimpasto in ogni caso non può prescindere dal confronto con Sergio Mattarella. Con cui Conte ha detto interloquire spesso, anche se non risulterebbero contatti recentissimi. I ministeri per cui il Colle – va ricordato – ebbe grande attenzione, nel momento in cui si formò il governo, furono quelli che vengono convocati al Consiglio supremo di Difesa: ovvero Interno, Esteri, Economia, Sviluppi e Difesa.

Poi rimane ancora da decidere, dopo la rinuncia di Giancarlo Giorgetti, anche il candidato italiano alla commissione europea. Conte si è detto certo che il governo sarà in grado di proporre il “profilo idoneo” per difendere gli interessi italiani in tale ruolo. Mentre alcuni governativi 5 stelle vorrebbero che la Lega proponesse la ministra della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno. 

“Non rispondiamo e non risponderemo più a nessun attacco. Tutto il M5S, dagli eletti agli attivisti, danno pieno sostegno ai ministri Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta. Il primo, tra le altre cose, sta compiendo una battaglia importante su Autostrade e sulle tariffe dei caselli, già ridotte; la seconda sta portando avanti importanti provvedimenti, tra cui la legge sui sindacati militari, osteggiata da qualcuno. Ne avremmo di repliche da fare, di appunti da presentare su altri componenti del governo, ma non lo faremo, non replicheremo più a nessun attacco. Siamo stanchi di questi metodi, noi vogliamo governare”. Il Movimento 5 stelle affida ad una nota la replica alle parole del ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, che in mattinata ha attaccato i ministri pentastellati ​Toninelli e Trenta.

Salvini si è lamentato dei troppi “no”: “Con Di Maio mi vedrò sicuramente. Il problema non è lui. C’è un evidente e totale blocco sulle proposte, iniziative, opere, infrastrutture da parte alcuni ministri 5S che fa male all’Italia. Niente di personale, Luigi Di Maio è persona corretta e perbene, ma sono inaccettabili i ‘no’ e i blocchi quotidiani di opere e riforme da parte dei 5S. Ieri Toninelli (con centinaia di cantieri fermi) che blocca la Gronda di Genova, che toglierebbe migliaia di auto e di tir dalle strade genovesi; oggi Trenta che propone di mettere in mare altre navi della Marina, rischiando di attrarre nuove partenze e affari per gli scafisti”, aveva detto il ministro. 

Il premier Giuseppe Conte ha in un primo momento difeso l’esecutivo. Ma per tutta la mattinata però si sono susseguiti una serie di attacchi da parte degli esponenti leghisti a Tonienelli e Trenta: “Difendere un ministro che si oppone alla costruzione di infrastrutture fondamentali per la crescita del nostro Paese mi sembra incoerente con la linea della Lega che vuole lo sviluppo dell’Italia”, aveva detto la senatrice della Lega Kristalia Papaevangeliu, commentando quanto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto sul ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Per Papaevangeliu “molte volte è necessario anche riconoscere chi è inadeguato a certi ruoli. Lo richiede il bene dell’Italia!”.

Se si andasse a votare oggi, la Lega, presentandosi da sola, non otterrebbe la maggioranza assoluta dei seggi, pur essendo nettamente il primo partito. Per avere i numeri sufficienti, il partito di Salvini dovrebbe allearsi con gli altri due partiti di centrodestra o anche solo con Fratelli d’Italia. È quanto emerge dalla simulazione elaborata da YouTrend per Agi, sulla base della Supermedia settimanale dei sondaggi che vedono il Carroccio in crescita di 1,3 punti, al 36,9%, il Pd al 22,6%, M5s al 17,6%, FI al 7,1%, FdI al 6,6%, +Europa al 2,8%, Verdi al 2,2%, La Sinistra all’1,7%.

Gli scenari possibili sono tre: un centro destra unito, che vedrebbe la coalizione in nettissima maggioranza con 413 seggi alla Camera e 208 al Senato; il partito di Salvini da solo, in testa ma senza la possibilità di governare in solitudine con 283 deputati e 142 senatori o un’alleanza con FdI, anche questa maggioritaria con 180 scranni al Senato e 351 alla Camera.

PRIMO SCENARIO: STESSE COALIZIONI DEL 2018

Una riedizione delle coalizioni del 2018 vedrebbe una vittoria nettissima del centrodestra, che conquisterebbe (con poco più del 50% dei voti) oltre 400 seggi alla Camera (413) e 208 al Senato. Si tratterebbe di una maggioranza talmente ampia da poter consentire ai tre partiti di centrodestra (Lega, Forza Italia e FDI) di cambiare la Costituzione senza dover passare dal referendum confermativo. Nel dettaglio, alla Camera la coalizione avrebbe quindi 413 scranni, il centrosinistra 122, M5s 81, Altri 2.

Maggioranza schiacciante anche al Senato dove all’opposizione resterebbero 59 posti per il Centrosinistra,m 40 per M5s e 2 per ‘Altri’.

SECONDO SCENARIO: LEGA DA SOLA

Se la Lega andasse da sola, con il 36,9% dei voti potrebbe conquistare 283 seggi alla Camera e 142 al Senato. In entrambi i casi ciò non sarebbe sufficiente per raggiungere la maggioranza assoluta, ma tale obiettivo potrebbe essere ottenuto all’indomani del voto tramite un’alleanza con FI e FdI. In questo caso, il centrodestra riunificato – sia pure dopo le elezioni – avrebbe 344 seggi a Montecitorio e 172 a Palazzo Madama. I deputati sarebbero 156 per il centrosinistra, 115 M5s, 61 per il centrodestra, Altri 2.  I senatori 76 per il centrosinistra, 59 M5s, 30 centrodestra, 2 altri.

TERZO SCENARIO: LEGA E FDI INSIEME, FI DA SOLA

Una coalizione sovranista tra Lega e FdI sarebbe sufficiente a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi anche senza l’appoggio di Forza Italia. In base alla Supermedia di questa settimana, una simile coalizione varrebbe il 43,5% e secondo le nostre simulazioni potrebbe ottenere 351 seggi alla Camera e 180 al Senato. In questo caso a Palazzo madama il centrosinistra avrebbe 63 seggi, M5s 50, FI 14, altri 2 mentre alla Camera sarebbero 134 per il centrosinistra, 102 M5s, 29 FI, altri 2. 

I passaggi e tutti gli step che, dal giorno della crisi di governo con le dimissioni formali del presidente del Consiglio, portano fino a nuove elezioni politiche sono disciplinati dalla Costituzione, da leggi ordinarie e dalla prassi istituzionale ormai consolidata. Partendo da un punto fermo: il tempo minimo che deve intercorrere necessariamente dal giorno della crisi di governo alle nuove elezioni è di 45 giorni (quello massimo è di 70 giorni). Tempo dettato sia dalla Carta che dalla legge per l’indizione dei comizi elettorali.

In realtà, però, occorrono almeno 60 giorni dalla crisi al momento del ritorno alle urne, questo per consentire l’adempimento delle procedure necessarie per il voto degli italiani all’estero (norma, tuttavia, che potrebbe – anche se finora non è mai successo – essere modificata per ‘accorciare’ i tempi).

  • Il passaggio dalla crisi allo scioglimento delle Camere può anche avvenire in un tempo rapidissimo: il governo cade o si dimette il premier, il capo dello Stato svolge le consultazioni e, se constata che non esiste una maggioranza alternativa a quella attuale e che non vi sono le possibilità della nascita di un diverso esecutivo o che l’esecutivo uscente non ha possibilità di andare avanti nemmeno se rinviato al Parlamento, il presidente della Repubblica scioglie le Camere.
  • Le consultazioni al Colle possono anche essere rapidissime, come nel caso dell’esecutivo Renzi, quando Sergio Mattarella in tre giorni accolse le dimissioni del presidente del Consiglio, fece le consultazioni e incaricò Paolo Gentiloni.
  • Qualora si dovesse andare a votare in autunno, si dovrebbe tener conto anche delle scadenze legate alla manovra. A settembre, alla ripresa dell’attività parlamentare e governativa dopo la pausa estiva – sempre che l’esecutivo non cada prima – ad attendere il governo ci sarà la Nota di aggiornamento al Def, che va presentata alle Camere entro il 27 settembre. Il Documento programmatico di Bilancio, ovvero l’ossatura della manovra, va invece inviato alla Commissione Ue entro il 15 ottobre, mentre la Legge di Bilancio vera e propria deve essere presentata alle Camere entro il 20 ottobre. Scadenze che, sulla carta, presuppongono l’esistenza di un governo in carica e con la forza, politica e numerica, di varare la manovra e ‘contrattarla’ con l’Ue. 

È possibile, tuttavia, chiedere all’Europa una ‘dilazione’ dei tempi giustificata proprio dalla crisi di governo o dalle elezioni appena celebrate, visto che la manovra deve essere approvata entro il 31 dicembre. Questo ovviamente se dalle urne uscisse una maggioranza ben definita che in poche settimane porti alla nascita del nuovo esecutivo. Altrimenti, conseguenza ovvia, servirebbe un lasso di tempo più lungo per consentire le normali trattative tra forze politiche così da arrivare alla nascita di un esecutivo.

È il caso del governo a guida Conte: dal giorno delle elezioni al giuramento sono trascorsi tre mesi. La scadenza, tuttavia, che resta tassativa è quella del 31 dicembre, data entro cui il Parlamento italiano deve approvare la legge di Bilancio per evitare l’esercizio provvisorio.

Infine, vanno ricordate altri passaggi dettati dalla Carta: lo scioglimento delle Camere spetta al Presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere stesse. Allo stesso Capo dello Stato spetta, poi, indire le nuove elezioni. I comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri.

Le finestre possibili

Dunque, riassumendo, stando a quanto prevedono le varie disposizioni in materia e basandosi sui giorni minimi che devono intercorrere dallo scioglimento delle Camere (e quindi dalla crisi vera e propria) alle urne, ovvero 60, le possibili finestre elettorali per votare dopo l’estate sono diverse, ricordando però che la ‘finestra’ di settembre è agli sgoccioli:

  • Elezioni il 22 settembre: per tornare alle urne la quarta domenica del mese lo scioglimento delle Camere deve avvenire tra il 20 e il 21 luglio, ovvero sabato e domenica prossimi.
  • Elezioni il 29 settembre: per votare il 29 settembre si dovrebbero sciogliere le Camere entro il 31 luglio.
  • Elezioni il 6 ottobre: per votare la prima domenica di ottobre le Camere devono essere sciolte entro il 5-6 agosto.
  • Elezioni il 13 ottobre: per votare la seconda domenica di ottobre le Camere dovrebbero essere sciolte a ridosso di Ferragosto. Ma votare a metà ottobre significa non presentare la manovra alla Commissione Ue entro i termini stabiliti.
  • Elezioni il 20 ottobre: per votare la terza domenica di ottobre le Camere vanno sciolte subito dopo Ferragosto. Il voto in questa domenica vorrebbe dire che la manovra non viene presentata alle Camere entro il termine stabilito. Le scadenze proseguono con lo stesso schema anche per le settimane successive ed è ovvio che più ci si inoltra in autunno con una eventuale crisi di governo più diventa possibile che le elezioni si svolgano nei primissimi mesi del 2020. 

“Escludo che ci possa essere una crisi: sono dinamiche di un governo con due forze politiche” diverse: ​Lo afferma il vicepremier Luigi Di Maio ad Agorà su Rai3. “Comunque – aggiunge – male non fare, paura non avere: abbiamo da realizzare riforme importanti”.

“È auspicabile che oggi ci parliamo e ci vediamo: è giusto che ci incontriamo, ci chiariamo e andiamo avanti, oggi, perché c’è il Consiglio dei ministri ed il tavolo autonomia”. Lo afferma il vicepremier Luigi Di Maio ad Agorà su Rai3. “Portiamo soluzioni ai cittadini e non problemi”, aggiunge. “Ogni volta cerco sempre di trovare un’intesa e una mediazione per gli italiani”, dice ancora.

“Sì, purtroppo sì. Anche personale, perché io mi sono fidato per mesi e mesi”. Così Matteo Salvini ha risposto a chi gli chiedeva se fosse venuta meno la fiducia tra alleati di governo. Ma si può ricucire? “Tutto è possibile. Io speravo che dopo il 26 maggio si placassero le polemiche”, ha replicato il ministro dell’Interno. E a chi gli chiedeva come veda l’ipotesi di votare in autunno ha risposto: “Faccio il ministro dell’Interno. Sono domande che bisogna fare ad altri, perché scelgono altri. Per fortuna non sceglie Matteo Salvini”. 

“Se la sfida è su incontrare le persone, le parti sociali, va bene. Se la sfida è all’insulto, allora no. Anche oggi l’intervista su un quotidiano italiano in cui parlava di tradimenti…”, ha proseguito Salvini, parlando di Giuseppe Conte. Non ha apprezzato? “No”, ha risposto il ministro. Che poi ha scherzato coi cronisti che gli chiedevano se la finestra elettorale si sta chiudendo: “Guardate che bel cielo. La finestra è sempre aperta”. “I parlamentari della Lega sono gli ultimi a essere attaccati alla poltrona”, ha tenuto a precisare il segretario leghista. 

Salvini inoltre risponde indirettamente a Conte, che aveva invitato le forze politiche di maggioranza a votare per Ursula von der Leyen per “interesse nazionale”, in vista dell’indicazione del Commissario italiano: “Non penso che l’interesse nazionale italiano passi attraverso il sostegno a un ministro tedesco sostenuto da Macron e Renzi. Vedo difficile fare l’interesse nazionale italiano a braccetto con Macron e Renzi”.

Dura presa di posizione del presidente della Camera, Roberto Fico, nei confronti del vicepremier, Matteo Salvini. La terza carica dello Stato arriva a parlare di “grave mancanza di rispetto” per non aver risposto alla richiesta di convocazione in Aula in merito alla vicenda dei presunti finanziamenti alla Lega. “Dopo aver inoltrato al governo, anche con una lettera al Ministro dei rapporti con il Parlamento, la richiesta avanzata da diversi gruppi che il ministro Salvini venga in Aula a riferire sulle vicende che riguardano la Lega e la Russia – ha detto Fico all’Agi al termine dell’incontro nella sede delle Capitanerie di porto per l’anniversario del corpo – non ho ricevuto alcuna risposta. Prendo atto a questo punto – prosegue Fico – del diniego del Viminale e ritengo questa decisione una grave mancanza di rispetto istituzionale nei confronti del Parlamento. Allo stesso modo prendo atto che il presidente del Consiglio Conte nei prossimi giorni riferirà al Senato”. 

“5 stelle e Pd? Da due giorni sono già al governo insieme, per ora a Bruxelles. Tradendo il voto degli italiani che volevano il cambiamento, i grillini hanno votato il presidente della nuova Commissione Europea, proposto da Merkel e Macron, insieme a Renzi e Berlusconi. Una scelta gravissima, altro che democrazia e trasparenza”. Così Matteo Salvini in una nota. 

Intervendendo ad Agorà su Rai Tre, il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno rispondendo a chi le chiede se il governo durerà h detto: “Io vedo M5s e Lega due forze politiche con sensibilità diverse. Credo che in queste ore questa diversità stia trovando dei momenti… si stia un po’ acuendo. Credo che siano giorni importanti per prendere delle decisioni”. E poi ha aggiunto “come ministro il mio auspicio è che ancora una volta si trovi una sintesi. Certamente queste sensibilità dimostrano una certa distanza”.

Poche ore prima, sempre Bongiorno intervendendo a Radio 1 aveva detto: “Questo governo ogni mattina sembra che duri 4 giorni o 4 anni, a seconda delle dichiarazioni che si susseguono. E’ innegabile il fatto che sia un momento particolarmente delicato, che le due sensibilità delle forze politiche che compongono questo governo sono completamente diverse. Se continuiamo ogni giorno a dire no, è meglio chiuderla qui”. “Mi riferisco soprattutto – riprende l’esponente della Lega a proposito dei ‘no’ – alle opere pubbliche, alle infrastrutture, ad alcuni rallentamenti che effettivamente ci sono, che noi notiamo e che non si possono più accettare”, ha concluso. 

 

Il viceministro leghista dell’Economia, Massimo Garavaglia, è stato assolto nel processo in cui era imputato di turbativa d’asta. Si tratta dell’indagine milanese che ha portato nel 2015 all’arresto dell’ex vicepresidente della giunta lombarda e assessore alla Sanità, Mario Mantovani, principale imputato con le accuse anche di corruzione e induzione indebita.

Mantovani è stato condannato a 5 anni e 6 mesi. La quarta sezione penale del Tribunale di Milano – presieduta dalla giudice Giulia Turri, ha ritenuto che il viceministro Garavaglia, all’epoca dei fatti assessore all’Economia della Regione Lombardia, non abbia dato “specifiche disposizioni” e “l’input iniziale” per “vanificare gli esiti del bando” di una gara indetta “in forma aggregata” da tre Asl per il servizio trasporto dializzati, come ipotizzato dall’accusa. Al momento della lettura del dispositivo Garavaglia non era presente in aula. Gli imputati del processo erano in tutto 12. 

C’è una nuova grana dopo il crollo e ora il totale abbattimento del ponte Morandi: “Era stata annunciata come una rivoluzione copernicana, necessaria, urgente, voluta dal governo dopo il disastro di Genova. E invece, a sei mesi dal mio incarico, siamo ben lontani dall’averne realizzato anche solo una parte. Non ho un ufficio, non c’è un addetto… mi sembra di vivere in un equivoco”.

Inizia così, con questo sfogo l’intervista al Corrriere della Sera di Alfredo Principio Mortellaro, 68 anni, ex dirigente del Sisde, già membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici che nel gennaio 2019 è stato chiamato dal ministro Danilo Toninelli alla guida della nuova Agenzia nazionale da creare per vigilare sulla sicurezza di ferrovie, strade e autostrade (Ansfisa), la quale dovrebbe vigilare su ponti, strade e ferrovie. Ma oggi il dirigente dice: “Non mi fanno lavorare”.

A oltre 6 mesi da quella convocazione non è accaduto più nulla. L’organismo di cui doveva essere a capo era stato previsto dal decreto Genova proprio per dare all’Italia una struttura pubblica di garanzia del sistema delle infrastrutture dei trasporti su gomma e rotaia con un’attività ispettiva a tutto campo. Tanto che la sua struttura, come recitava il decreto avrebbe dovuto comporsi di 569 dipendenti a regime, 61 da assumere subito, Statuto e regolamento entro marzo a 90 giorni dal decreto… Invece, nulla di nulla. Così Mortellaro dopo aver lavorato in silenzio per tutti questi mesi ha deciso di uscire pubblicamente e denunciare che “l’Agenzia non è ancora stata avviata, nonostante gli impegni del governo per la partenza immediata”.

Un “fuoco di sbarramento”

Nel senso che non c’è ancora una sede, non ci sono gli organi costitutivi, non è operativo il Regolamento e non c’è lo Statuto che peraltro deve essere deliberato da quel Comitato che però non è stato ancora nominato. Dice di essersi trovato dinanzi “a un fuoco di sbarramento”. Motivo di questo fronte contrario? Secondo l’intervistato si tratta di “una questione di potere, di consensi e di soldi”. Un’operazione simile, dice Mortellaro, comporta “necessariamente un trasferimento di competenze e di risorse umane e finanziarie verso il nuovo soggetto” e questo processo “incontra forti resistenze da parte di chi non vuole rinunciare a quelle attività”.

Intanto manca ancora l’autorizzazione del Consiglio di Stato a che l’Agenzia si formi. Poi il Regolamento dell’Agenzia che è stato predisposto “stabilisce il campo d’azione “dell’Agenzia medesima, che, nello spirito del decreto, “è rivoluzionario rispetto al vecchio sistema”, spiega Mortellaro. Perché l’Agenzia intende verificare la corrispondenza dei piani di gestione delle manutenzioni delle strutture, programmati dai gestori pubblici e privati, alle urgenze evidenziate dalle ispezioni disposte dagli stessi gestori. “E vuole anche verificare che le ispezioni siano fatte bene e che gli interventi siano eseguiti”. Ma mancando ancora il via libera del Consiglio di Stato è di fatto inesistente.

Ma chi è che non vuole l’Agenzia? Il ministero retto da Toninelli, forse? chiede il giornalista. A domanda Mortellaro risponde dicendo che preferisce “far parlare i fatti”, che poi – ridotti all’osso – consistono in una sua richiesta “di visionare i piani di manutenzione” a cui per tutta risposta c’è solo stato il “gelo”. E le Direzioni generali del ministero delle Infrastrutture “non si sono adoperate adeguatamente per sbloccare la situazione”. L’impressione, secondo il dirigente che a questo punto non si sente sufficientemente supportato dal governo e, in particolare dal ministro Toninelli, “è che non si vogliano spostare risorse dagli investimenti alle manutenzioni”.

Flag Counter