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Nel giorno della fiducia alla Camera, la maggioranza pensa al blitz sulla legge elettorale a palazzo Madama, qualora arrivasse entro venerdì il via libera di Montecitorio, per poi, ricompattata, accelerare sullo ius soli, una legge che sembrava insabbiata ma la cui approvazione potrebbe ora rivelarsi utile per recuperare la sinistra, che, anche nella componente dialogante incarnata da Giuliano Pisapia, che sul Rosatellum-bis annuncia la rottura con il Pd. Rottura che il guardasigilli Andrea Orlando spera di superare adottando correttivi al Senato, dove pure potrebbe essere posta la fiducia. Certo, ci sarà il voto sul provvedimento finale, "ma non si è mai vista in nessuna legislatura – sottolineano fonti dem – che l'Aula bocci un testo dopo la fiducia". 

Il voto finale sarà comunque segreto

"La più grande preoccupazione della maggioranza, fugata ora dalla fiducia posta dal governo, era che la riforma fosse nuovamente affossata sotto il tiro dei franchi tiratori, protetti dai circa 50 voti segreti richiesti dalle opposizioni", sottolinea la Repubblica, "un'incognita a cui Pd, Forza Italia, Ap e Lega (le forze del nuovo patto a quattro sulla legge elettorale) pensavano di rispondere in un primo tempo con la tecnica parlamentare del 'canguro', ossia con emendamenti predittivi che avrebbero fatto cadere automaticamente tutti gli altri. Ma poi l'ipotesi del ricorso alla 'fiducia tecnica' ha prevalso. Dopo la riunione di maggioranza ho telefonato al premier Paolo Gentiloni riferendo che è opportuna la fiducia per superare il ricorso ai voti segreti", spiega il capogruppo dem Ettore Rosato, che dà il nome alla legge. Saranno dunque poste tre fiducie tecniche sui primi tre articoli della legge, quelli oggetto degli emendamenti su cui le opposizioni avrebbero voluto il voto segreto. Il voto finale sul provvedimento sarebbe comunque segreto, come previsto dal Regolamento della Camera.

Come è stato archiviato il "canguro"

"Da giorni il copione era già scritto e Mattarella ne era stato informato", rivela un retroscena de La Stampa, "ma fino a lunedì sera il premier propendeva per il 'canguro', ovvero la tagliola parlamentare studiata per neutralizzare i voti segreti: tuttavia, quando di fronte all’evidenza si è capito che il canguro, escogitato da Emanuele Fiano, avrebbe lasciato comunque in piedi diversi voti segreti, è stato chiaro a tutti che non ci sarebbe stata alternativa alla fiducia. Perché c’era un altro patto dietro le quinte, quello tra Rosato e gli altri capigruppo di Forza Italia, Lega e Ap: se salta un tassello salta tutto, niente scherzi. Il premier Paolo Gentiloni è preoccupato, sa di giocarsi l’osso del collo con un voto finale sulla riforma che sarà a scrutinio segreto. Ma non ci sono alternative e tira dritto". 

I compromessi per salvare lo ius soli

E subito dopo l'esame del Rosatellum, già la prossima settimana, i senatori potrebbero discutere lo ius soli. L'idea dunque è quella di accelerare su entrambi i provvedimenti, prima della legge di stabilità. Sul tema della cittadinanza ai minori stranieri potrebbe arrivare un maxiemendamento del governo per consentire ad Area popolare di ammorbidire la posizione. Poi la fiducia. 

Ripartire dallo ius culturae, rafforzando il tema del ciclo scolastico è il percorso immaginato dal gruppo del Pd, che intende inviare un segnale a Pisapia. Al momento la legge prevede che i minori stranieri nati nel nostro Paese o arrivati entro i 12 anni di età possano diventare italiani dimostrando di aver frequentato regolarmente almeno 5 anni di percorso formativo. Allo studio un altro compromesso: al momento secondo la legge i bambini nati in Italia da genitori stranieri possono acquisire la cittadinanza italiana se uno dei genitori è titolare di diritto di soggiorno illimitato oppure di permesso di soggiorno dell'Unione Europea per soggiornanti di lungo periodo. L'intenzione è quella di modificare il testo, di prevedere che entrambi i genitori siano titolari di diritto di soggiorno. 

Ma per Ap "non passerà mai"

La legge di bilancio al Senato dovrebbe approdare intorno al 27 ottobre. Prima dell'arrivo della manovra il Pd quindi intende valutare se ci sono i numeri parlamentari per arrivare all'ok sullo ius soli. Ma Ap insiste sul no al ricorso della fiducia. "La legge non passeraàmai", afferma Lupi. Difficile invece ipotizzare un doppio passaggio parlamentare. Aperture nei giorni scorsi sono arrivate da Ala, ma l'eventuale voto di fiducia sullo ius soli sarebbe comunque a rischio, considerando anche il ko della maggioranza sui due emendamenti alla legge europea. Mdp promette "un Vietnam" parlamentare, soprattutto sulla manovra. "Ala e FI hanno salvato il governo sulla legge europea. È la prova di qual e' la reale maggioranza", spiega un senatore bersaniano.

A marce forzate verso la nuova legge elettorale. Il cosiddetto Rosatellum bis sarà votato dalla Camera dove il governo a messo la fiducia tra le polemiche di M5S e delle piccole opposizioni di sinistra. Come scrive Tgcom24, ci saranno tre le votazioni sul provvedimento: secondo il calendario stabilito dalla conferenza dei capigruppo della Camera, si inizia mercoledì alle 15:45 e il voto finale è atteso entro giovedì sera. Come scrive il Foglio, la ragione ufficiale è che sottoporre il Rosatellum bis, elaborato dalla commissione Affari costituzionali della Camera, alla minaccia dei voti segreti “metterebbe in difficoltà il complesso del testo”. Ettore Rosato, il parlamentare che ha dato il nome alla legge elettorale in discussione, parla di “un faticoso equilibrio tra maggioranza e opposizione” da preservare. E si riferisce ovviamente all'accordo raggiunto tra Pd e Alleanza popolare con Lega Nord e Forza Italia.

Il patto tra Pd, FI, Ap e Lega

Una decisione 'concordata' anche con le forze di opposizione che appoggiano la riforma elettorale, Forza Italia e Lega, che hanno dato il loro benestare. Non voteranno la fiducia, scrive il Sole 24 Ore, ma non voteranno contro. Mentre daranno il loro ok alla legge nel voto finale, che sarà a scrutinio segreto ma che non dovrebbe riservare sorprese, visto che sulla carta il Rosatellum bis può contare su un'ampia maggioranza di oltre 400 voti. Dunque, anche se ci dovessero essere defezioni, la legge passerebbe ugualmente. E una volta superato il primo scoglio a Montecitorio, è sempre più certo che il governo bisserà anche al Senato, con un nuovo voto di fiducia e tempi rapidi (nella maggioranza si parla di fine ottobre per il via libera definitivo). 

Berlusconi voleva 'metterci la faccia'

Forza Italia "voterà sì alla legge, pur non partecipando alla votazione sulla fiducia". Lo dice, come riporta Repubblica, il capogruppo dei deputati azzurri, Renato Brunetta. Lunedì Silvio Berlusconi, riferiscono fonti parlamentari, era per 'metterci la faccia' sul Rosatellum bis.

Ma non per soccorrere il governo né per sottolineare un asse con il Pd sulla legge elettorale. Semplicemente – spiegano dalle parti di FI – perché era contrario a quelli che il Cavaliere definisce bizantinismi. Un modo solo di far capire che Forza Italia rispetta i patti, non che fosse disposta ad accodarsi alla maggioranza per un cambio di linea politica.

M5S e sinistra in piazza

Le opposizioni vanno in piazza contro il Rosatellum bis. Il Movimento 5 Stelle e i partiti della sinistra, scrive il Corriere della Sera, hanno deciso di spostare fuori dal Palazzo la protesta contro la riforma della legge elettorale e, soprattutto, contro la decisione di maggioranza e governo di porre la questione di fiducia: un atto giudicato "eversivo". Ma niente Aventino. La protesta di piazza non sostituirà quella in Aula. I 5 Stelle manifesteranno mercoledì alle 13 davanti Montecitorio, Si e Mdp alle 17,30 davanti al Pantheon. 

I deputati di Pisapia non voteranno la fiducia

"I parlamentari che aderiscono a Campo Progressista non voteranno la fiducia alla legge elettorale posta dal Governo". È quanto si legge sul profilo Facebook di Campo Progressista, condiviso anche da Giuliano Pisapia.

Un Mattarellum rovesciato

Il Rosatellum bis è una sorta di Mattarellum 'rovesciato', un mix tra maggioritario e proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona:

  • 64% di listini plurinominali a fronte del
  • 36% di collegi uninominali.

La soglia si sbarramento sia per la Camera che per il Senato è al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni. Ci sarà un'unica scheda e non viene concesso il voto disgiunto. C'è la quota di genere (60-40) e la possibilità di un massimo di cinque pluricandidature nei listini proporzionali, ma anche la possibilità per un candidato di presentarsi sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali. Infine, non c'è l'indicazione del 'capò della coalizione – ovvero del candidato premier – nè l'obbligo per la coalizione di presentare un programma comune. Durante l'esame in commissione sono state apportate alcune modifiche al testo.

Ventiquattromila tablet, che rimarranno a disposizione delle scuole lombarde, per il debutto del voto elettronico in Italia. Costo complessivo dell'operazione (che comprende fornitura, consegna, assistenza e ricondizionamento): 22 milioni di euro.

Le 'voting machine' entreranno per la prima volta nelle cabine elettorali il 22 ottobre, in occasione del referendum lombardo per l'autonomia. A Palazzo Lombardia si stanno preparando da mesi per quella che definiscono "la votazione più importante e grande mai gestita non direttamente dallo Stato". Il 5 ottobre i tablet sono stati collaudati. Ora è il momento della simulazione di voto davanti ai sindaci lombardi. Dal 10 al 17 ottobre si dovrebbero concludere le operazioni di consegna ai Comuni.

Ecco come si vota e come avverrà lo spoglio

Il voto

Domenica 22 ottobre, i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23. Si andrà a votare nel proprio seggio, ovvero quello segnato sulla tessera elettorale e dove abitualmente ci si reca in occasione delle altre elezioni (politiche o amministrative). La tessera elettorale non servirà, per votare sarà sufficiente presentarsi con la carta d'identità (in ogni modo per chi fosse sprovvisto della tessera e volesse consultarla per verificare il seggio, potrà richiederla negli uffici elettorali comunali, che saranno aperti anche il 22).

Le voting machine

Al posto della matita e della scheda elettorale, nella cabina ci saranno le 'voting machine' (da due a quattro in base al numero degli elettori del seggio).

"Le machine hanno l'aspetto di un tablet ma sono un po' più spesse, perché hanno la stampante incorporata", ha spiegato l'assessore lombardo Gianni Fava, incaricato dal governatore Roberto Maroni di coordinare l'attività della giunta in vista della consultazione. "Sullo schermo dei tablet sarà presente il testo del quesito

Volete voi che la Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell'unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie a richiedere allo Stato l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all'articolo richiamato?

L'elettore potrà scegliere tra le tre opzioni: 'Si'', 'No' o 'Mi astengo', toccando col dito lo schermo come si fa abitualmente allo sportello bancomat. Dopodiché, il computer chiederà di confermare il voto: la scelta può essere confermata o cambiata una sola volta, il secondo voto sarà quello definitivo.

Entro cinque secondi poi apparirà un messaggio per segnalare che la votazione è conclusa, seguito da un 'beep' sonoro che avviserà il presidente".

Lo spoglio

Alle 23, il presidente del seggio dichiarerà chiuse le operazioni di voto. Il risultato sarà noto subito dopo: con un click sarà possibile  avere su un'unica stampata l'esito del voto in quel determinato seggio. Dopo la stampa, il presidente preleverà la chiavetta interna usb collegata al tablet e la consegnerà materialmente all'ufficio elettorale del Comune. Il responsabile elettorale comunale scaricherà  dati contenuti nella chiavetta in un sistema collegato direttamente con Lombardia informatica. Sarà la controllata della Regione a rendere pubblici i dati, con aggiornamenti in tempo reale aggiornati sul sito (come fa il Viminale in occasione delle elezioni politiche e amministrative). Entro due ore si potrà avere il dato definitivo.

"Prima il Movimento era la prima e l'ultima cosa a cui pensavo, adesso c'è un'altra priorità. Quando mi sveglio presto non lo faccio per la rassegna stampa, che ho abolito, ma per cambiare il pannolino". Alessandro DI Battista ha raccontato ieri a In Mezzora di Lucia Annunziata la sua nuova vita, da quando è diventato papà. E da quando Luigi Di Mio è stato incoronato ufficialmente candidato premier per il movimento. ”Per me educare un figlio è un atto politico: lo voglio educare a essere sufficientemente ribelle e a non aver paura perché questa società è governata dalla paura e non dai partiti", ha aggiunto durante la puntata. "Io sono molto contento e mi ha rivoluzionato tutto: nella scala delle mie priorità c'è lui. Il cambio delle mie priorità mi consente di avere forza per la politica. Si merita un Paese un po' più pulito", ha proseguito.

"Sfidare di Maio? Lui ha più possibilità"

Quanto al suo ruolo nel movimento, precisa: “Il mio ruolo è da battitore libero. Io ho fatto tante battaglie in aula, ma l'iniziativa più significativa è quella che ho fatto fuori dall'Italia a difesa della Costituzione. Ci sono persone come che si trovano più a loro agio in piazza”. Sulla possibilità di sfidare Di Maio precisa: “Io potevo candidarmi", ma "ho deciso di non farlo perché ho pensato che Luigi avesse delle possibilità maggiori e che sia migliore che, in questa fase, io faccia altro. Ma io non sono geloso di Luigi".

"Ius Soli? Ci asteniamo"

"Il disegno di legge non arriverà al Senato ma se arrivasse noi ci asterremo. La questione deve essere trattata a livello europeo. Perchè Veltroni fa gli appelli a noi invece di farli al suo partito? Delrio se è contro una scelta del suo governo si dimetta e non faccia lo sciopero" della fame.

"I sindacati hanno distrutto l'Italia"

"I grandi sindacati sono responsabili della distruzione dell'Italia come i partiti. La dirigenza della Cgil è da anni collegata al Pd infatti tutti i segretari sono finiti in Parlamento con il Pd"

“La rottura ora è ufficiale ma nessuno è davvero sorpreso, perché Giuliano Pisapia e gli ex Pd di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, in realtà, non si erano mai tanto amati”. Così oggi La Stampa fa il punto sulla rottura a sinistra del Pd. Una situazione complessa, una lite che si è concretizzata a colpi di interviste e tweet.

Il divorzio fin troppo annunciato viene ufficializzato da Roberto Speranza sul Corriere della sera: “Il tempo è finito. Abbiamo parlato troppo di noi, ora basta. Bisogna correre”, riferendosi all’attesa di una decisione da parte dell’ex sindaco di Milano. Pisapia risponde quasi subito, tagliente: “Non c’è problema. Buon viaggio a Speranza. Io continuo in quello che ho sempre detto”. Quindi, l’affondo: “Non credo nella necessità di un partitino del 3%, credo in un movimento molto più ampio e soprattutto capace di unire, non di dividere”, sintetizza il quotidiano torinese.

"Vogliamo partire dai contenuti, ieri abbiamo fatto le officine sui temi ecologici e contemporaneamente a Torino c'era un'iniziativa sui temi della cultura. Bisogna passare dal personalismo ai contenuti, vedere cosa serve agli italiani. È ora di essere chiari, dove si vuole andare, noi siamo stati sempre coerenti". Aveva detto Pisapia a Mesagne durante un incontro  sul tema 'Per un campo largo e plurale' (La Repubblica) "Vogliamo dare il nostro contributo per un centrosinistra di governo – ha aggiunto rispondendo alle domande dei giornalisti – capace di unire le anime diverse del centrosinistra: l'ecologismo, il civismo, il volontariato, l'associazionismo, tutte realtà che non devono essere utilizzate solo in campagna elettorale, ma devono diventare parte integrante di un centrosinistra di governo".

L’apertura di Pisapia a Renzi

“Renzi è stato votato alle primarie del Pd da milioni di persone. Non è il candidato premier, ma è il segretario del partito più grande del centrosinistra. Il mio ragionamento, con i personalismi, non c’entra nulla. Io voglio valorizzare ciò che unisce e non ciò che divide, per battere le destre risorgenti e i populismi come quello del M5S. Voglio che sia il centrosinistra a governare e a cambiare l’Italia” ha detto ancora Pisapia, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. “Le persone che alle primarie del Pd hanno votato Renzi, per l’esattezza, non sono state milioni, ma un milione 250 mila. Poiché però rappresentano quasi il 70 per cento di chi ha partecipato alle primarie del Pd, il discorso di Pisapia non si presta a equivoci: chi altri, all’interno del centrosinistra, può vantare un consenso così ampio?”.

"Una guerra che finisce a tweet in faccia"

"Pisapia se n'è ghiuto" lo irride Enrico Rossi su Facebook citando Palmiro Togliatti, ricorda Repubblica. 

 

 

“Sei mesi buttati”, sintetizza L'Huffington

“Finisce così. Con un matrimonio che non si celebra quando c'è da decidere la "data" della famosa costituente a sinistra del Pd. Sei mesi buttati, tre dal giorno in cui Pisapia concluse la manifestazione in piazza Santi Apostoli”, sintetizza l’Huffington Post Italia. “Ora invece c'è un punto fisso, il 19 novembre, ma tutto il resto è ancora da definire, nell'ambito di un progetto che, nel Pd, viene già definito come la "nuova Cosa Rossa" o una sinistra "alla Bertinotti". Ne hanno già parlato nei giorni scorsi Speranza, Civati e Fratoianni, convergendo sulla necessità di un appuntamento "il più ampio possibile, partecipato, e democratico", che non dia il senso di una ridotta identitaria e susciti entusiasmo dopo mesi incomprensibili. È ancora tutto da definire: modalità, questione del nome, simbolo, un minimo di programma comune. E le modalità con cui prenderà parte quella sinistra del Brancaccio di Anna Falcone e Tomaso Montanari che il primo luglio non fu neanche invitata a parlare. Ed è, soprattutto da definire, chi sarà il leader e come si scegliere”.

Il patto a quattro (Pd, Forza Italia, Lega e Ap) sul Rosatellum bis continua a reggere. Il testo di quella che potrebbe essere la nuova legge elettorale è stato approvato dalla commissione Affari Costituzionali della Camera e approderà in Aula martedì. Votano contro Fdi, Al, Mdp e Si, nonostante i correttivi favorevoli ai piccoli partiti (ma che, sotto un'altra ottica, rendono ancora più pressante un'alleanza con i grandi). E, soprattutto, vota contro il Movimento Cinque Stelle, che continua a ritenere il Rosatellum costruito ad hoc per sfavorirlo e si vede respingere il cosiddetto emendamento "anti Berlusconi", che avrebbe impedito a chi è ineleggibile o incandidabile di essere indicato come capo di una coalizione.

L'incognita franchi tiratori

Sulla carta, la maggioranza per approvare la nuova legge elettorale c'è. Ma, scrive il Sole 24 Ore, "solo la tenuta interna alle singole forze politiche e in particolare al Pd, che è il gruppo principale, potrà scongiurare l'affossamento della legge sotto i colpi del voto segreto. I gruppi sottoscrittori del patto hanno annunciato che non presenteranno emendamenti in Aula. Ma gli oppositori al Rosatellum sono sul piede di guerra. I più accaniti sono i bersaniani di Mdp e il M5s, che ritengono di essere penalizzati perchè il sistema favorisce le coalizioni (il 36% dei seggi è attribuito con collegi uninominali maggioritari)". 

Per i Cinquestelle è un "merdellum"

I voti segreti in Aula saranno oltre novanta e garantire la tenuta dei gruppi al cento per cento è impossibile. A piazza Santi Apostoli ostentano ottimismo, alla luce del ricompattamento del partito e delle parole distensive pronunciate dal segretario Matteo Renzi in direzione. E anche i big di Forza Italia iniziano a crederci sul serio. Che l'obiettivo sia arginare il MoVimento, fuori dai taccuini, lo riconosce più di un pezzo grosso del Pd, tanto che i pentastellati, consapevoli che questa legge li penalizza, lanciano strali: "E' un 'Merdellum'", afferma Danilo Toninelli. E il candidato premier Luigi Di Maio rincara: "Vogliono eliminarci ma li fermeremo".

Mano tesa ai piccoli partiti

Pd, Forza Italia, Ap e Lega vestono i panni dei generosi e magnanimi, e vanno in soccorso di Mdp, esentando la formazione di Bersani e D'Alema dall'obbligo della raccolta firme. E' stato infatti spostato al 15 aprile il termine ultimo entro cui un gruppo deve essere costituito in Parlamento per essere esonerato. E tendono una mano anche a tutte le nuove formazioni politiche, come gli animalisti dell'ex ministro Brambilla, o a quelle che non hanno un gruppo parlamentare vero e proprio, dimezzando il numero di firme da raccogliere: si passa da circa 1.500-2.000 per ogni collegio plurinominale a circa 750. Nulla cambia nelle soglie: resta il 3% nazionale per i singoli partiti sia alla Camera che al Senato e il 10% per le coalizioni. Salgono a un massimo di 5 le pluricandidature nei listini proporzionali.

Il Pd vuole ricucire con la sinistra?

Nonostante la grossa mano data a Mdp, i fuoriusciti dal Pd continuano a manifestare ostilità. "Per la ricostruzione del centro-sinistra il Rosatellum, con le sue coalizioni farlocche senza condivisione del programma e della leadership, è perfino peggio del Consultellum", tuona Alfredo D'Attorre. L'obiettivo di Renzi sembrerebbe far prevalere l'area dialogante della sinistra, incarnata da Giuliano Pisapia, e costringere i bersaniani a un'alleanza. Le parole del segretario dem in direzione, "i nostri avversari non sono quelli che sono andati via di qui", hanno preceduto di un paio d'ore l'arrivo della legge in commissione Affari Costituzionali. Concetto ribadito dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, secondo il quale il Rosatellum "reintroduce il concetto fondamentale della coalizione". Il guardasigilli invita Mdp a battere un colpo per rilanciare il dialogo. Eppure i bersaniani non sembrano avere tutti i torti a mostrarsi diffidenti.

Il patto tra Renzi e Berlusconi

Con l'attuale sistema "tripolare", non importa quanto il Rosatellum riesca a limitare i Cinquestelle, il governo che uscirà dalle prossime elezioni sarà, con ogni probabilità, frutto di un compromesso tra Pd e Forza Italia. Entrambi i partiti rievocano gli schemi delle vecchie coalizioni di centrosinistra e centrodestra ma la nuova legge elettorale, spiega un retroscena del Corriere, è stata studiata anche per lasciare tutte le strade aperte dopo il voto.

"Senza un premio di maggioranza per il rassemblement vincente e senza l’indicazione di un candidato premier tra partiti alleati, il nuovo sistema di voto lascia al capo di Forza Italia e al segretario del Pd le «mani libere» dopo le urne, quando tutti sanno che l’unico governo possibile sarà frutto di una maggioranza di larghe intese. Semmai ci saranno i numeri", scrive Francesco Verderami, "proprio per venire incontro a questa esigenza, il Rosatellum — grazie ad alcuni accorgimenti noti agli specialisti della materia — tra «assenza di scorporo» e «collegamenti con liste locali» dovrebbe favorire l’altro obiettivo che i due si sono dati: comprimere il tripolarismo, depotenziare cioè il risultato dei Cinquestelle". "Le coalizioni ologramma sono figlie di questo tempo", conclude il Corriere, "ognuno andrà a caccia di voti per il proprio partito, in una guerra tra «vicini di casa» che è già iniziata. Come testimonia il derby sovranista tra Meloni e Salvini sui referendum in Lombardia e Veneto".

"Se Boldrini pensa a sciopero della fame io mangerò un panino in più". Matteo Salvini a tutto campo in diretta Facebook parla con i suoi follower dei principali temi di attualità, spaziando dallo Ius Soli al referendum per le autonomie, che Salvini dice di voler proporre in tutte le Regioni italiane. 

Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev – Agi

Il patto a quattro sul Rosatellum bis regge e non mostra alcuna crepa. Filano via lisce – come del resto era prevedibile – tutte le votazioni in commissione Affari costituzionali della Camera. Ma c'è ancora tensione tra Ap e Forza Italia sulle soglie per il Senato. Pd, Forza Italia, Lega e Alternativa popolare votano compatti respingendo ogni tentativo messo in atto da M5S, Mdp, FdI e Sinistra italiana di modificare l'impianto portante della legge elettorale.

Tentativi di modifiche stoppati

  • Non passa il voto disgiunto – fortemente voluto da M5S e area di sinistra
  • Non passa la proposta dei partiti, come FdI, che vogliono le preferenze.
  • Non passa lo stop alle 'liste civetta'.
  • Non passa alcun tentativo di abolire le coalizioni o di modificare le norme per le minoranze linguistiche (leggasi Svp).

Asse Pd-Forza Italia

Resta saldo l'asse tra Pd e Forza Italia, con i dem che salvano la leadership di Silvio Berlusconi dalle picconate dei 5 Stelle (per i quali resta l'obbligo di presentare lo Statuto). Ma sull'altare del patto tra dem e azzurri viene sacrificata la norma che blindava nelle mani del Cavaliere il timone della coalizione:

  • Bocciato l'emendamento forzista che attribuiva al capo del partito più votato la leadership dell'intera coalizione
  • Il Pd concede a FI la riduzione – da circa 70 a circa 65 – del numero dei collegi plurinominali che però acquistano in grandezza.

I nodi da sciogliere

Ma se diversi nodi sono stati sciolti, resta ancora da sbrogliare la matassa sulle soglie di sbarramento e sulle firme. In particolare, a tenere banco in commissione è la cosiddetta 'norma salva Ap'. In realtà è una norma che aiuterebbe tutti i 'piccoli', compresi i potenziali 'avversari' di Renzi, ovvero i bersaniani di Mdp. Che però rifiutano categoricamente: "Sarebbe una schifezza", tuona Alfredo D'Attorre. "Non la vogliamo, perché favorirebbe la frammentazione e il mercato delle vacche".

La norma 'salva Ap'

Chi, invece, fortemente vuole la norma 'salva Ap' è proprio il partito di Angelino Alfano, che infatti ci mette la faccia e in una dichiarazione ufficiale chiede al Pd di prevedere che anche un partito che superi la soglia del 3% per il Senato, ma solo in tre regioni, possa ottenere seggi. Forza Italia si oppone categoricamente: "C'è un testo base e il testo base dice che il 3% è su base nazionale", afferma Renato Brunetta, che però aggiunge: "Bisognerà trovare un compromesso ma certamente non salterà l'accordo".

Il Pd sceglie la mediazione

Anche al Pd, per la verità, la norma fa storcere il naso. Ma è vero che i voti di Ap potrebbero alla fine risultare determinanti. Così come quelli al sud di Michele Emiliano o di altre 'liste civetta'. E poi la mano tesa ai 'piccoli' potrebbe aiutare a sminare il terreno in Aula, sulle votazioni segrete. E allora si tratta, si media. Anche se Ettore Rosato smentisce tensioni: "Nessuna trattativa col coltello in mano, stiamo valutando". E ricorda che, anche se fosse accolta la proposta di Ap, non ci sarebbe nulla di male: "già per l'Italicum uscì fuori la 'salva Lega'".

Lavori a oltranza

Oggi tutti in commissione per andare avanti ad oltranza e chiudere la partita, lasciando la mattina di sabato per gli eventuali ultimi voti e il mandato al relatore. L'obiettivo principale, viene infatti spiegato, è non far slittare l'Aula, fissata per martedì prossimo.

Lo 'strappo' nel centrodestra

Intanto è sempre più marcato lo strappo tra alleati nel centrodestra: FdI si scaglia contro Forza Italia e volano gli stracci. Ad aprire la battaglia è Ignazio La Russa, che accusa di incoerenza gli azzurri, definendo il loro comportamento sui voti "vergognoso". Tema del contendere il no di FI alle preferenze e al premio di maggioranza per la coalizione. Due i 'botta e risposta' prima con Sisto e poi con Occhiuto ("ti meriti di essere preso a schiaffi", dice La Russa al collega azzurro". "Sei tu ad essere incoerente", la replica di Occhiuto). Tra le curiosità, arriva la scheda con le 'istruzioni per l'uso'. Sul frontespizio gli elettori troveranno quattro righe in cui viene spiegato come si vota e la ripartizione dei voti dati all'uninominale anche per la quota proporzionale meccanismo già sperimentato con il Mattarellum).

Renzi 'blinda' il Rosatellum bis

Oggi alla direzione dem Matteo Renzi blinderà il Rosatellum bis, sottolineerà che il Pd sta provando a costruire una larga convergenza su un testo che raccoglie la maggior parte delle forze parlamentari, proprio per 'rispondere' alle sentenze della Consulta.

Da qui la necessità di andare fino in fondo su un sistema che, secondo i vertici Pd, potrebbe avvantaggiare tutto il partito. Sul 'Rosatellum' c'è anche l'area di Orlando ma il timore dei 'big' è che siano i 'peones' in Parlamento a manifestarsi nel voto segreto in Aula. L'obiettivo quindi è quello di compattare i gruppi dem. 

La scelta di Pisapia 

Non è escluso che l'ex premier alla direzione possa fare un accenno alle dinamiche in corso nel centrosinistra ma senza aprire all'ipotesi di nuove primarie. Sia Orlando che Franceschini puntano alla costruzione di una coalizione. L'auspicio è separare Pisapia da D'Alema ma al momento tra Campo progressista e Mdp resta tutto in stand by. Nel confronto in atto la legge elettorale non è un fattore secondario. Come ha spiegato in Transatlantico un esponente vicino a Pisapia, "perlomeno una decina di nostri parlamentari è disposta a votare il Rosatellum". Una legge elettorale che Mdp osteggia senza se e senza ma. Mentre il Pd punta proprio su questo sistema per 'agganciare' Pisapia in un'alleanza di centrosinistra.

 

A un mese dal voto in Sicilia, Nello Musumeci, con il 34,5% è oggi in vantaggio di due punti e mezzo su Giancarlo Cancelleri, attestato al 32%: è la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis a 30 giorni dall’apertura delle urne.  La partita per la Presidenza della Regione continua a riguardare i due candidati del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle; resta ancora indietro il rettore Fabrizio Micari, esponente del Centrosinistra. Il consenso in Sicilia appare ancora fluido ed instabile. “Sull’incertezza del risultato elettorale del 5 novembre – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – pesa anche un’altissima astensione, stimata oggi al 56% degli aventi diritto”.

A un mese dal voto per le Regionali, Nello Musumeci, con il 34,5% è oggi in vantaggio di due punti e mezzo su Giancarlo Cancelleri, attestato al 32%. È la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis, per il quotidiano “La Sicilia”, a 30 giorni dall’apertura delle urne.

“Sia pur a ruoli inversi rispetto al sondaggio del 5 settembre – afferma il direttore di Demopolis Pietro Vento – la partita per Palazzo d’Orleans continua a riguardare i 2 candidati del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle: ad un mese dal voto, resta ancora indietro il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari che, posizionato al 22,5%, sembra scontare una minore notorietà rispetto ai competitor, ma anche le valutazioni negative dei cittadini siciliani sul Governo uscente. Più staccato, al 9%, Claudio Fava, che attrae comunque un voto più ampio della lista che lo sostiene. Si tratta – conclude Pietro Vento – di uno scenario aperto ed in evoluzione, destinato a mutare con la presentazione delle liste dei candidati all’ARS in corso nelle prossime ore”.

L’Istituto Demopolis ha misurato la conoscenza dei candidati alla Presidenza: più conosciuto si conferma in Sicilia con l’80% Nello Musumeci, seguito al 68% da Giancarlo Cancelleri, la cui notorietà è cresciuta di 10 punti nelle ultime 4 settimane. 6 intervistati su 10 hanno sentito parlare di Fava; il 39% di Micari, che – nonostante un incremento di 14 punti in un mese – resta ancora poco noto agli elettori dell’Isola.

Resta stabile – nel sondaggio Demopolis – la graduatoria della fiducia dei siciliani ad un mese dal voto. Tra quanti hanno sentito parlare di ciascun candidato, il 40% dichiara di fidarsi di Giancarlo Cancelleri, il 39% di Nello Musumeci, il 37% di Fabrizio Micari. Si tratta di un giudizio, nel complesso, molto positivo per le figure in campo per la Presidenza della Regione.

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