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Il governo giallorosso è ormai realtà, ma le strade di Partito democratico e Movimento 5 Stelle sembrano destinate a correre parallele, senza incontrarsi. Non nel breve periodo, almeno: l’idea di Dario Franceschini, benedetta anche dal segretario dem Nicola Zingaretti, di stringere alleanze con i pentastellati su base regionale viene respinta, e da una parte del Pd e dal Movimento 5 Stelle. I renziani, al momento, non si esprimono: fonti parlamentari fanno sapere che il leader della minoranza non ha intenzione di bocciare pubblicamente il tentativo di intesa per poi essere additato come il responsabile di una sconfitta in Umbria o in Emilia Romagna.

Ma a frenare è innanzitutto il Movimento 5 Stelle per il quale l’alleanza con il Pd nelle Regioni che andranno al voto in autunno “non è all’ordine del giorno”. Una formula che non suona come un ‘niet’, ma come la volontà di muoversi con cautela e respingere accelerazioni unilaterali su un tema come le alleanze.

Anche perché, stando a quanto viene riferito, prima di impegnarsi in altri accordi Luigi Di Maio e compagni vogliono vedere come i dem si comporteranno su temi cari al movimento, taglio dei parlamentari in testa.

Andando con ordine. Franceschini rilascia una intervista in cui spiega: “Se lavoreremo bene, potremo presentarci insieme già alle Regionali. È difficile, ma dobbiamo provarci. Per battere questa destra, ne vale la pena”.

Poche ore dopo, Nicola Zingaretti esce con una dichiarazione in cui sottoscrive le parole del ‘suo’ ministro sottolineando che, visto che si governa su un programma comune su base nazionale, nulla osta provarci anche su base locale: “L’idea di Franceschini e’ corretta. Bisogna rispettare le realtà locali, ma se governiamo su un programma chiaro l’Italia, perché non provare anche nelle regioni ad aprire un processo per rinnovare e cambiare?”.

Anche perché, è il non detto, l’operazione potrebbe far comodo a entrambe le forze. Al M5s che non ha mai brillato alle urne su base locale. Al Partito Democratico che teme di perdere regioni importanti a vantaggio di una Lega che, seppure data in flessione dai sondaggi, gode ancora di un forte consenso al centro Nord.

In Umbria, prima regione ad andare al voto il 27 ottobre, dopo le inchieste sulla sanità che hanno portato alle dimissioni della governatrice Pd Catiuscia Marini, il rischio di una debacle democratica è reale. Il commissario Pd, Walter Verini, sottolinea che: “Lo statuto del Movimento Cinque stelle impedisce alleanze elettorali con i partiti. Ma nel caso dell’Umbria si tratterebbe di un’alleanza con un profilo civico. Trovare una soluzione dipenderà da Di Maio, noi aspettiamo. Di tempo ce n’è poco, ma se c’è la volontà si può fare”.

Insomma, sembra fatta. Tanto che l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini raccoglie la sfida e bolla le parole del ministro della Cultura come una conferma del fatto che Pd e M5s “nel nome della poltrona non conoscono vergogna. Tanto qui in Umbria vinciamo lo stesso”.

Ma a rimettere tutto in gioco è il M5s che, attraverso fonti del movimento, fa sapere che “il tema delle alleanze alle regionali non è all’ordine del giorno. Dunque non c’è in ballo alcuna possibile alleanza con il Pd in vista delle prossime elezioni Regionali”.

E aggiungono: “Rimaniamo concentrati sulle cose concrete come il taglio dei parlamentari e l’abbassamento delle tasse”. Si iscrive al partito dei contrari anche il dem Matteo Orfini che dice di considerare “seria” la proposta di Franceschini, ma di non condividerla. 

Una parte del Pd la invoca espressamente, i Cinquestelle la respingono senza se e senza ma, trovando un’incidentale sponda in un’altra parte del partito di Zingaretti. L’intesa fra Dem e grillini, sulla quale qualcuno scommette alla luce della formazione della maggioranza parlamentare giallorossa a Roma, in Calabria non decolla. Eppure gli sponsor autorevoli non mancano. “Se lavoreremo bene, potremo presentarci insieme già alle regionali. È difficile, ma dobbiamo provarci. Per battere questa destra, ne vale la pena”, ha detto il neo ministro Dario Franceschini, la cui posizione sul punto coincide con quella di Ernesto Magorno, ex segretario regionale calabrese e renziano di ferro che è stato il primo a intravvedere riflessi locali della nuova alleanza di governo.

Ma i big 5 stelle continuano a essere perplessi. Se il presidente della Camera, Roberto Fico, rimanda allo statuto del M5s, “che prevede – ricorda – la possibilità di allearsi con liste civiche”, meno diplomatico è Nicola Morra, presidente della commissione antimafia e senatore eletto in un collegio calabrese che parlando in tv ad ‘Agora” non lascia margini: “Dal mio punto di vista assolutamente no. Debbo far riferimento alle realtà concrete. Se lei avesse a che fare con alcuni Pd e certe Forza Italia, credo giustamente che, come si dice in calabrese, le si drizzerebbero le carni. Avrebbe un moto di sdegno e di ribrezzo per cui a fronte di certe situazioni io preferisco star lontano. Il Pd in Calabria – ragiona Morra – aveva puntato su un giovane sindaco, Callipo, esponente del renzismo democratico salvo poi Callipo dar sostegno al possibile candidato del centrodestra. Io queste transumanze francamente non le accetto. In Calabria e in tante parti d’Italia si può andare da soli”.

Un assist insperato per la parte del Pd che si riconosce nelle posizioni del governatore Mario Oliverio contraria all’asse con i grillini, che affonderebbe la ricandidatura del presidente, messa in discussione da ampi settori del suo stesso partito. Oliverio tace, ma parlano i suoi fedelissimi. Luigi Guglielmelli, segretario della federazione Dem di Cosenza, commenta: “Dispiace ascoltare le dichiarazioni del senatore Morra quando parla di repulsione verso alcuni Pd della Calabria. Conosco quanti in queste ore affannosamente stanno inseguendo Morra – svela Guglielmelli – affinché interceda con il Movimento 5 Stelle per fare un accordo alle prossime elezioni regionali e sinceramente non meritano quella considerazione. Da un lato c’è la preoccupazione legittima di esponenti del Pd di replicare il governo giallorosso, dall’altra – sottolinea ancora Guglielmelli – si assiste a farneticazioni, chiusure immotivate e finanche colpi bassi volti a minare la credibilità verso chi nel Pd si sta prodigando in quella direzione, da parte importanti esponenti dei 5 Stelle. Consiglio a questo punto agli amici del Pd che anche in queste ore sono pronti a inseguire i loro peggiori estimatori a ritrovare un po’ di dignità e un sussulto di orgoglio. Non è possibile che pur di sbarazzarsi di Mario Oliverio – dice Guglielmelli – si facciano fustigare pubblicamente da esponenti come il senatore Morra che non hanno alcun merito politico né particolari qualità umane e morali”.

Per Giuseppe Dell’Aquila, vice presidente della Provincia di Crotone, “è vergognoso che i principali ispiratori del Decreto Calabria che ha ridotto la sanità calabrese allo sfinimento si ergano a pubblici fustigatori politici e morali. I 5 Stelle in Calabria – sostiene – non solo hanno paralizzato le aziende sanitarie, ma hanno posto le basi non per le assunzioni di nuovo personale medico e para-medico ma addirittura per il licenziamento dei precari storici. Continuare in questi giorni ad inseguirli per ricevere soltanto schiaffi ed umiliazioni – argomenta – non è più consentito a nessuno. Il Pd deve trovare il coraggio di combattere per riaffermare le proprie ragioni e rivendicare il buon governo. Non possiamo per liti interne consegnare la nostra storia e la nostra dignità a quanti si sono dimostrati incompetenti e superficiali. Né è decoroso – afferma – che pur di disfarsi di Oliverio alcuni esponenti del mio partito offrano la testa del Pd ai suoi peggiori avversari”.

Uno dei macigni sulla strada del dialogo, dunque, è la ricandidatura di Oliverio, ma anche il decreto Sanità emanato dal precedente governo che ha espropriato la Regione del potere di nomina dei manager e di cui il governatore chiede l’immediata revoca. 

Perché non si è avviata una politica migratoria europea in grado di conciliare rispetto dei diritti umani e gestione controllata dei flussi alle frontiere? Perché, quattro anni dopo i picchi del 2015, “siamo ancora al bivio tra ‘porti chiusi’ e ‘facciamo entrare tutti’?” Se lo chiede in una lettera a la Repubblica l’ex premier Enrico Letta, che il quotidiano pubblica nella pagina dei commenti con il titolo “Un patto a Lampedusa”.

Secondo Letta, che oggi insegna a Parigi all’Università SciencesPo, è la mancata risposta a questi interrogativi che ha creato il cortocircuito da cui deriva la proposta, “inaccettabile, di usare per la Commissaria europea la denominazione di ‘protezione del nostro stile di vita’” legata al tema delle migrazioni. La base del ragionamento di Letta, che lancia anche una proposta a suo avviso in grado “di dotare l’Ue di una vera politica migratoria”, analizza ciò che non ha funzionato e la necessità di cambiare a partire dal riconoscimento che la Ue “si è mossa sulla crisi con strumenti vecchi e non ha trovato la forza di modificarli, per egoismi diffusi e per il veto brandito da Ungheria e altri Stati membri”.

In quest’ambito, il Trattato di Dublino – scrive – “è un congegno creato decenni fa in funzione di altri scenari, precedenti alla instabilità e alla mobilità determinatesi dopo le primavere arabe” e per cambiarlo, nonostante i tanti sforzi italiani “non si è mai riusciti a convincere i più riottosi”. Che sono poi l’Ungheria, prima di tutti. “E con i veti ungheresi si rimane al guado”.

Come uscirne, allora? Secondo l’ex premier italiano, “il punto è trovare il coraggio sulla questione di uscire, temporaneamente, dai Trattati Ue. Scelta radicale, ma necessaria. Scelta, tuttavia, non inedita, visto che la si è fatta in almeno due casi emblematici: per Schengen e per la creazione di quel Fondo salva Stati, al quale UK e Repubblica Ceca non parteciparono, e che ebbe un ruolo chiave nell’uscita dalla crisi finanziaria”.

Occorre pertanto “un nuovo Trattato tra i Paesi europei che ci stanno”, purché – avverte Letta – “chi ci sta accetti la regola della maggioranza e si assuma la propria parte di responsabilità”. E questo nuovo ritrovato impegno, questo nuovo Trattato “firmarlo a Lampedusa sarebbe un atto politico e simbolico fortissimo – dovrebbe sostituire quello di Dublino, sopprimendo anzitutto la norma sulla responsabilità tutta in carico al Paese di primo accesso”.

Il Trattato di Lampedusa dovrebbe pertanto “contenere strumenti nuovi” con i quali organizzare l’accoglienza e suddividerne equamente il peso tra i Paesi firmatari, “creando automatismi per scongiurare le penose aste al ribasso cui abbiamo assistito in questi anni a ogni arrivo di una nave”. Con la Francia che ne prende venti, la Spagna quindici, la Polonia zero “e giù con insopportabili dosi di cinismo e ipocrisia”. Secondo Letta “questi agghiaccianti tira e molla sono stati l’immagine peggiore dell’Europa” e devono cessare per far posto “a meccanismi automatici di ricollocazione gestiti da un’autorità centrale europea, dotata di poteri idonei e autorizzata ad applicare criteri di umanità, come i ricongiungimenti parentali”.

Così, con la centralizzazione “si renderà possibile una gestione diversa dei flussi dei richiedenti asilo e dei migranti economici” e allo stesso tempo, si dovranno promuovere i doveri, a partire dall’imparare la lingua locale. Tra gli altri capitoli il controllo della frontiera esterna Ue, il rapporto con i Paesi terzi e il coordinamento con le norme sulle attività di salvataggio in mare”.

Quanto a coloro che mettono i veti, sostiene Letta, “l’Ungheria, se anche accettasse di accogliere i migranti, per le sue dimensioni ridotte, se ne vedrebbe assegnate quote simboliche. Non sarebbe decisiva. Decisiva, invece, lo è stata eccome in questi anni, nel bloccare qualunque avanzamento collettivo”. Ma per far ciò, “ora serve coraggio” scrive Letta nella lettera a “la Repubblica”, l’Italia “deve essere in prima fila” e “la Commissione dovrebbe essere coinvolta nell’iniziativa soprattutto perché gli strumenti centrali che ne deriverebbero dovrebbero essere ad essa collegati”.

“Se lavoreremo bene, potremo presentarci insieme già alle regionali. È difficile, ma dobbiamo provarci. Per battere questa destra, ne vale la pena”. È questo l’orizzonte che il neoministro dei Beni artistici, culturali e del turismo, Dario Franceschini, descrive nell’intervista a la Repubblica, che alla domanda che tutti si pongono su quanto tempo potrà durare il governo, obietta: “Sarà difficile, non c’è dubbio” in particolare se il governo “si limiterà ad essere il mero prodotto di forze politiche contrapposte” ma poi chiosa: “Però io penso che arriveremo fino alla fine della legislatura”.

Il titolare del dicastero della cultura sostiene però che “senza questo governo, saremmo in campagna elettorale” e “avremmo Salvini al Papeete ma all’ennesima potenza, magari a torso nudo a mietere il grano”. E forse ci troveremmo persino “alla vigilia della vittoria della Lega”, una vittoria “da celebrare magari proprio il 28 ottobre”, anniversario della Marcia su Roma. L’Italia a rischio fascismo? “Il fascismo fortunatamente non tornerà” risponde il ministro, che però avverte: “Ma Salvini è il massimo di pericolosità democratica che si può avere nel 2019”, un pericolo non del tutto scampato e che “rimane finché qualcuno soffia sulla paura” sostiene Franceschini nell’intervista a la Repubblica ricordando che non si poteva replicare l’errore che quasi 100 anni fa hanno commesso socialisti, popolari e liberali “facendo fallire gli esecutivi Bonomi e Facta”.

Secondo il ministro dopo che Salvini ha pronunciato “quella frase orribile” di richiesta di pieni poteri “il Paese ha capito” che si era all’emergenza e ora “dobbiamo ringraziare Zingaretti per avere indicato la necessità di trovare una soluzione di largo respiro”. E su quell’intesa “Il Pd è unito come non mai” sostiene il ministro che definisce il discorso d’esordio del premier Conte “un discorso riformista” che può portare l’esecutivo a diventare “un laboratorio, l’incubatore di un nuovo progetto” che verrà giudicato sulla base dei suoi provvedimenti.

E per questa strada, secondo il titolare del dicastero della cultura, passa anche l’accordo elettorale con i grillini per le prossime regionali, “alleanza politica ed elettorale” che dalle prossime elezioni regionali, “passi per le comunali e arrivi alle politiche” è il ragionamento e l’asse strategico che ha in mente Franceschini. Alleanza che può passare anche per l’Umbria dove, ammette il ministro, “Lì le elezioni sono molto vicine, ma se c’ è la volontà politica si può fare tutto”. “ per battere la destra vale la pena provarci” chiosa.

CONTE APRE LA PARTITA CON L’EUROPA: A BRUXELLES PER TRATTARE CON VON DER LEYEN
Dopo aver incassato la doppia fiducia alle Camere, il premier avvia la trattativa con la presidente della Commissione Ue: sul tavolo legge di Bilancio e migranti. Vedrà anche Juncker, Tusk e Sassoli.

MAGGIORANZA GIALLOROSSA AL LAVORO SU VICEMINISTRI E SOTTOSEGRETARI
Attesa la lista per completare la squadra di governo.

LO SPREAD APRE IN LIEVE CALO, BORSE IN RIALZO
Differenziale Btp-Bund a 155 punti, tasso del decennale a 1,003%. Milano +0,57% in apertura. I mercati attendono le decisioni di domani della Bce.

TEST ELETTORALE A FAVORE DI TRUMP: AI REPUBBLICANI DUE SEGGI IN CAROLINA DEL NORD
Il presidente esulta: “Grande notte, complimenti a tutti”. All’interno del Congresso non cambiano gli equilibri: la maggioranza resta ai dem.

RUSSIA: L’USCITA DI BOLTON NON MIGLIORA LE RELAZIONI CON GLI USA
Iran all’attacco: la sua uscita dimostra il fallimento della strategia Usa. L’ex consigliere per la Sicurezza pubblica la lettera di dimissioni per dimostrare che non è stato mandato via dal presidente ma ha deciso autonomamente di lasciare.

DAZI: SEGNALI DISTENSIVI DALLA CINA, ESCLUSI 16 PRODOTTI USA
Fuori dall’elenco farmaci antitumorali e pesticidi.

ISRAELE COLPISCE 15 OBIETTIVI HAMAS A GAZA
La decisione dopo che ieri sera il lancio di due razzi aveva costretto il premier Netanyahu a scappare da un comizio.

BREXIT: GLI STUDENTI STRANIERI POTRANNO RESTARE DUE ANNI DOPO LA LAUREA
Modificata la norma del governo May che concedeva solo quattro mesi.

IRAN: ARRESTATI TRE CITTADINI AUSTRALIANI
Si tratta di una blogger con il fidanzato e di una docente universitaria.

COPPIA DI PINGUINI GAY ALLEVERÀ IL PRIMO PULCINO SENZA IDENTITÀ DI GENERE
L’esperimento nell’acquario di Londra Sea Side.

“L’Italia oggi è più forte, e con il nuovo Governo intendiamo svolgere un ruolo di primo piano in questa fase di rinnovamento dell’Unione europea: la mia determinazione e’ massima e confido di poter riscontrare un elevato grado di convergenza con la nuova Commissione europea”. Lo scrive su Facebook il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in arrivo a Bruxelles per una serie di incontri con i vertici delle Istituzioni europee. Conte a breve vedrà la presidente eletta della Commissione, Ursula von der Leyen. 

I rapporti dell’Italia con i grandi attori globali saranno sviluppati tenendo al centro la vocazione euro-atlantica, la responsabilità di essere Stato membro Ue, l’appartenenza alla Nato e “l’imprescindibile legame” con gli Stati Uniti. Lo ha assicurato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nelle linee programmatiche del nuovo governo presentate alla Camera dei Deputati. “Ritengo che l’Italia debba proseguire lungo i tre assi fondamentali che storia, geografia e tradizione politico-culturale ci impongono. Senza con questo perdere di vista le opportunità e le sfide offerte dai nuovi assetti internazionali”, ha affermato Conte.

“Tali assi, oltre alla nostra responsabilità di Stato membro della Unione europea, sono, come è noto, le relazioni transatlantiche, con il corollario della nostra appartenenza alla Nato e l’imprescindibile legame con gli Stati Uniti e la stabilizzazione e lo sviluppo del Mediterraneo allargato”, ha aggiunto. E tra i nuovi grandi attori globali, il premier ha citato “India, Russia e Cina”. “Tali rapporti che, anche in prospettiva, riteniamo di fondamentale importanza – ha spiegato – dovranno essere declinati sempre e comunque con modalità compatibili con la nostra vocazione euro-atlantica”.

Conte, pur lasciando le porte aperte alle “nuove opportunità”, raddrizza il timone della diplomazia estera tornando alle solide alleanze. “Le sfide globali attualmente in corso richiedono l’affermazione di un ‘multilateralismo efficace’, importante e irrinunciabile punto di riferimento per un Paese come il nostro che vuole evitare di uscire ridimensionato da un confronto condotto su scala globale. Su questo decisivo aspetto l’Italia si muoverà con coerenza in tutte le sedi opportune e di concerto con gli altri Stati membri dell’Unione europea, a partire dai vertici del G7 e del G20”, ha insistito il premier.

Ciò vale tanto per temi globali, quali il contrasto al cambiamento climatico, quanto per “l’attuale dibattito in tema di commercio, in riferimento al quale riteniamo che il protezionismo non rappresenti in nessun caso una risposta adeguata”, ha precisato. “Sotto tutti questi profili riteniamo che la difesa dei nostri interessi nazionali, unitamente a quella dei nostri valori, debba essere condotta assieme all’Europa”.

Le parole sulla Libia

Non poteva poi mancare la Libia nell’agenda del nuovo governo Conte. “Il mio incessante e personale impegno a favore della stabilizzazione della Libia ha rappresentato la conferma del livello di priorità attribuito da noi a questa area del mondo, peraltro da me diffusamente visitata allo scopo di promuovere proficui incontri e relazioni politiche”, ha dichiarato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nelle linee programmatiche presentate alla Camera.

Il capitolo è quello della “stabilizzazione e lo sviluppo del Mediterraneo allargato”, regione “segnata da crisi umanitarie e crescenti conflitti, ma rimane anche terra di grandi opportunità, la cui realizzazione in termini di sicurezza e prosperità è nostro comune interesse”, ha spiegato il premier. “Ma il mio personale impegno – ha aggiunto – non intende certamente fermarsi alla sponda sud del Mediterraneo. Intendo infatti continuare a porre massima attenzione all’Africa, sia rafforzando ulteriormente il dialogo ai più alti livelli, sia facendomi interprete in Europa del ruolo positivo che questo continente deve poter svolgere nelle dinamiche internazionali”.

L’impegno nei Balcani

L’Italia tornerà a volgere lo sguardo verso i Balcani. “Dovrà essere assicurato un rilancio della nostra azione nei Balcani all’altezza del nostro tradizionale ruolo nella Regione e delle sfide e opportunità che da essa nascono”, ha detto Conte a Montecitorio. 

L’obiettivo dell’Italia è tornare quindi a sedersi al tavolo degli Stati Ue che, nei mesi scorsi, hanno tracciato una nuova road map per integrare i Paesi balcanici. In particolare, il 29 aprile scorso a prendere l’iniziativa erano stati il presidente francese, Emmanuel Macron, e la cancelliera britannica, Angel Merkel, per “superare le divisioni prima di fare ulteriori passi verso una prospettiva di adesione all’Unione europea dei paesi balcanici”. È il messaggio che i due leader europei hanno trasmesso, in un vertice informale a Berlino, con i leader di Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia e Kosovo.

La cancelliera tedesca e il presidente francese, in una riunione cui si sono aggiunti Croazia e Slovenia ma senza l’Italia che pure avrebbe tutto l’interesse a partecipare al dialogo sul futuro della regione, hanno chiesto ai Paesi dei Balcani di ‘rimettere la casa a posto’ prima di rivolgere lo sguardo a Bruxelles.

Da Germania e Francia arriverà l’aiuto necessario per favorire la stabilità, così come per mettere in atto le riforme economiche, sociali e legate allo stato di diritto che possono avvicinare i paesi balcanici, hanno assicurato Merkel e Macron, ma la premessa di ogni ipotesi di allargamento è che prima vengano risolte le questioni ‘interne’. A cominciare dalle tensioni tra Serbia e Kosovo. 

Berlino e Parigi, in un momento di stallo del dialogo a livello Ue, non nascondono la preoccupazione per il surriscaldarsi dei rapporti tra Belgrado e la sua ex provincia a 20 anni dal conflitto, in particolare da quando Pristina ha introdotto dazi doganali del 100% sulle importazioni di prodotti serbi.

A poche ore dal secondo voto di fiducia al governo Conte-bis i giallorossi fanno i conti e regna un cauto ottimismo, viene spiegato sia da fonti parlamentari sia M5s che Pd.

Nella maggioranza si parte da 169 sì, che però potrebbero crescere fino a 171, bissando la fiducia incassata un anno fa dal primo governo Conte sostenuto dai gialloverdi. All’appello mancherebbero una manciata di voti, peraltro previsti, viene ricordato.

Due le ‘defezioni‘ tra le fila pentastellate: il ‘no’ certo del senatore Gianluigi Paragone – che ha dato appuntamento in Aula quando farà un intervento “duro contro Conte” – e il non voto per assenza giustificata legata a problemi di salute di una senatrice M5s. Sarebbero invece rientrate le perplessità di altri senatori 5 stelle.

Dunque, i sì pentastellati dovrebbero essere 105 (il gruppo conta 107 senatori a palazzo Madama). Come ha assicurato questa mattina Gianluca Castaldi. Quanto al Pd, che conta 51 senatori, si sta ancora lavorando per convincere Matteo Richetti a votare la fiducia, mentre risulta un’assenza giustificata tra le fila dem.

Dunque, i sì alla fiducia dovrebbero essere 49 o 50, a seconda della decisione che prenderà Richetti. Quanto a Leu, sono dati per certi i 4 voti del gruppo. E si arriva così a quota 158-159. A questi numeri si aggiunge il voto a favore della senatrice a vita Elena Cattaneo, già annunciato in Aula.

Si attende l’intervento di Liliana Segre, iscritta a parlare in discussione generale, ma anche lei dovrebbe dare la fiducia al Conte II. Secondo fonti parlamentari di maggioranza anche Mario Monti non dovrebbe far mancare il proprio voto a favore. Si arriva così a quota 161-162.

Il Psi voterà a favore, ha annunciato Nencini e si sale a 162-163. Altri 4 voti dovrebbero arrivare dal gruppo Misto tra le file degli ex M5s: si sale a quota 167. Non voterà a favore, invece, Emma Bonino, che spiegherà in Aula i motivi. Non è ancora certo come si comporterà il gruppo delle Autonomie: ieri Svp alla Camera si è astenuta.

Se voteranno a favore i sì salirebbero almeno a 169-170. Del gruppo, però, fanno parte anche alcuni senatori (tra i 4 e i 5), come Pier Ferdinando Casini, che potrebbero votare sì. Insomma, quota 169 (la maggioranza assoluta è di 161) sarebbe data quasi per certa, ma appunto, pallottoliere alla mano, i sì potrebbero addirittura superare i 171 raggiunti dal primo governo Conte e salire a 172-173.
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“Ora che l’Italia è uscita dall’angolo nel quale l’aveva cacciata il passato governo deve riproporre il tema della modifica del trattato di Dublino”. È netta, e anche nel solco della piega che sta prendendo il tema migranti in Europa, l’indicazione che il sindaco di Bergamo Giorgio Gori dà al partito di Zingaretti attraverso un’intervista a la Repubblica, il cui segnale è esplicito: “Sull’immigrazione la gente chiede sicurezza Il Pd non lo dimentichi”.

“L’idea che di tutti i migranti si debba far carico l’Italia non esiste. Anche la sinistra deve ammettere che sulla gestione a terra abbiamo fallito” dice poi Gori. Secondo il sindaco di Bergamo, oggi “c’è voglia di voltare pagina, ma gli italiani chiedono posizioni meno rigide quindi eviterei di passare da porti chiusi ad accogliamoli tutti”, ha scritto in un tweet che, con tutta probabilità, ha stimolato la curiosità del quotidiano ad andare a intervistarlo. Non che abbia ragione Salvini, però – sottolinea il primo cittadino che mette in guardia dal passare da un eccesso all’altro – mi pare che ci sia il desiderio di uscire da una fase di gesti palesemente disumani che hanno comportato oltretutto la violazione del diritto internazionale”.

Chiarisco: non ho detto “teniamo chiusi i porti”. Chi rischia la vita in mare va salvato. Ma l’umanità non basta. Quell’89% ci dice che servono anche legalità e sicurezza, che l’immigrazione va GE-STI-TA. Se lo capiamo bene, altrimenti regaliamo pure il Paese a Salvini. https://t.co/uWGIcWf0aT

— Giorgio Gori (@giorgio_gori)
September 8, 2019

 

Così, tenendo fede al presupposto che “queste persone vanno salvate, ma che questa politica va fatta insieme alla garanzia di legalità e sicurezza” e che inoltre c’è più di mezzo milione di irregolari che vengono sfruttati con il lavoro nero, “un partito di governo deve saper dare una risposta” afferma ancora Gori. Che sollecita anche “il controllo dei confini a livello europeo” perché “anche la sinistra deve ammettere che sulla gestione a terra abbiamo fallito” dice senza mezzi termini il sindaco bergamasco.

Per poi aggiungere: “Abbiamo governato dal 2013 al 2018 e il tema dell’accoglienza non ce lo siamo mai posto seriamente” cosicché su quel che accade dopo la decisione su chi ha diritto alla protezione e chi no “non si è fatto nulla” e questo atteggiamento finisce per produrre “una condizione di necessario degrado che si scarica sui territori”. Ed è da qui che “nascono le preoccupazioni e “le paure dei cittadini su cui prospera la propaganda leghista” sottolinea il sindaco, che intima: “Tornare alla gestione di Alfano sarebbe un grandissimo regalo alla destra di Salvini”.

Ma il decreto Sicurezza bis, va cancellato oppure no? Sul punto il sindaco di Bergamo non ha dubbi e risponde sicuro: “Tenere conto dei rilievi del presidente Mattarella mi sembra il minimo. Servono profonde modifiche per togliere l’idea repressiva dei porti chiusi” conclude

Sobrietà. Unità. Ma anche nuovo umanesimo e lessico rispettoso. Poi coraggio e determinazione. E, soprattutto, stagione riformatrice. Queste le parole chiave dell’intervento programmatico del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Un’ora e mezza di discorso, in cui il premier fissa le priorità dell’agenda del nuovo governo.

Ma è in particolare il ricorso ad alcune parole, che si ripetono diverse volte nel lungo intervento, a marcare la differenza (e in qualche modo anche la distanza) dal ‘primo’ Conte, che si presentò davanti al parlamento oltre un anno fa alla guida dell’esecutivo gialloverde.

Sono innanzitutto i termini scelti a caratterizzare la ‘nuova fase’ con M5s e Pd, assieme a Leu. Non più popolo, ma cittadini. E un costante richiamo a un atteggiamento e a un linguaggio diverso, sobrio, coeso, senza litigi nè prese di posizione a sostegno della sola propria forza politica. Unita’ e coesione della squadra di governo, coraggio e determinazione, disciplina e onore sono le costanti, accanto al ripetersi della parola ‘Novita”.

NUOVA STAGIONE RIFORMATRICE

E’ la frase che più ricorre nell’intervento del premier Giuseppe Conte, che la ripete per sei volte. Sin dall’avvio dell’intervento: “Questo progetto politico segna l’inizio di una nuova, risolutiva stagione riformatrice”. Poi quando Conte parla di se stesso: “All’interno di questi valori, in questa cornice di riferimento costituzionalmente caratterizzata, si ascrive la nostra azione riformatrice, racchiusa in un programma, del quale sarò il garante e il primo responsabile”.

Quindi, quando affronta i temi economici: “Definire al più presto un’agenda riformatrice di ampio respiro e di lungo periodo”. E ancora: “Nella prospettiva di un’azione riformatrice coraggiosa e innovativa, obiettivo primario del Governo sarà la realizzazione di un Green New Deal“, poi “liberare nuove risorse, da reinvestire per realizzare a fondo e nel modo più incisivo questa complessiva e articolata stagione riformatrice”. Infine, sottolinea: “Nel corso della prima riunione del Consiglio dei ministri sono stato molto chiaro: abbiamo una opportunità unica nell’avviare una nuova stagione riformatrice”.

BENE COMUNE

Conte lo scandisce all’avvio del suo intervento: “Nell’esercitare le funzioni di direzione e di guida della politica generale del Governo, ho cercato di guardare sempre al bene comune, senza lasciare che prevaricassero interessi di parte o le convenienze di singole forze politiche”.

PATTO POLITICO

Conte parla espressamente di “‘patto politico e sociale’ che oggi proponiamo a voi e a tutti i cittadini, si proietta necessariamente, per essere sostenibile, in una dimensione intergenerazionale”.

FORTE NOVITÀ

 Conte tiene a segnare la differenza con l’esperienza precedente: “Come più volte hanno sollecitato le stesse forze di maggioranza, è un progetto che presenta forti caratteristiche di novità: nuovo nella sua impostazione, nuovo nell’impianto progettuale, nuovo nella determinazione a invertire gli indirizzi meno efficaci delle azioni pregresse; nuovo nelle modalità di elaborazione delle soluzioni ai bisogni dei cittadini, alle urgenze che assillano la società; nuovo nel suo sforzo di affrontare con la massima rapidità le questioni più sensibili e critiche”.

EQUILIBRIO (E CITA SARAGAT)

La parola equilibrio ricorre sette volte. Conte la pronuncia subito, citando una frase di Giuseppe Saragat all’avvio dell’Assemblea costituente: “Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non e’ soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma e’ soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide”.

MISURA, SOBRIETÀ E RIGORE

Tre parole che Conte cita in diverse occasioni nel lungo intervento alla Camera. già dalle prime mosse: “Questo progetto – per quanto ben avanzato sul terreno dei contenuti – ambisce a recuperare, con umiltà e contando sull’aiuto di tutti, un metodo di condotta politica che valorizzi, traendo ispirazione dal passato, equilibrio e misura, sobrietà e rigore, affinché i nostri cittadini possano guardarci con rinnovata fiducia, quella fiducia nelle istituzioni che è il presupposto imprescindibile affinché l’azione di governo e, più in generale, le iniziative di tutti i pubblici poteri, possano rivelarsi realmente efficaci”.

NUOVO UMANESIMO E DIRITTI

Per Conte il quadro dei principi e valori di riferimento, che vanno al di là dell’appartenenza politica, devono dar vita a un “nuovo umanesimo” che mette al centro il primato della persona e i diritti, l’inderogabile dovere della solidarietà, l’uguaglianza ma anche la laicità dello Stato

SFIDA

E’ una sfida importante e difficile. Conte non lo nega. E avvia l’intervento con queste parole: “E’ il Governo più giovane della storia della Repubblica. Non può rinnegare se stesso. Deve assolutamente raccogliere e vincere questa sfida”.

MATTARELLA

E’ al Capo dello Stato che Conte dedica le prime parole: “Concedetemi innanzitutto di rivolgere un saluto e un ringraziamento al Presidente della Repubblica, il quale anche in queste ultime fasi si’ determinanti per la vita della nostra Repubblica, esercitando con scrupolo le proprie prerogative costituzionali, ha guidato il Paese con equilibrio e saggezza ed è stato un riferimento imprescindibile per tutti”.

GREEN NEW DEAL

E’ tra le priorità fissate da Conte. “Nella prospettiva di un’azione riformatrice coraggiosa e innovativa, obiettivo primario del Governo sarà la realizzazione di un Green New Deal, che promuova la rigenerazione urbana, la riconversione energetica verso un progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici”.

QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Per Conte è necessario “perseguire una strategia di azione che porti l’Italia a primeggiare, a livello mondiale, in tutte le principali sfide che caratterizzano la “quarta rivoluzione industriale”: una efficiente e razionale politica di investimenti ci consentirà di crescere nella digitalizzazione, nella robotizzazione, nell’intelligenza artificiale”.

PONTE MORANDI

Conte cita la tragedia del crollo del Ponte di Genova e ricorda le vittime, assicurando che proseguirà l’azione di revisione delle concessioni autostradali senza fare sconti ai privati. “Questo Governo porterà a completamento il procedimento senza nessuno sconto per gli interessi privati, avendo quale obiettivo esclusivo la tutela dell’interesse pubblico e, con esso, la memoria delle 43 vittime, una tragedia che rimarrà una pagina indelebile della nostra storia patria”.

TERREMOTO CENTRO-ITALIA 

Conte non dimentica le zone terremotate del Centro Italia. “Massima priorità dovranno poi assumere le politiche per la messa in sicurezza del territorio, per il contrasto al dissesto idrogeologico e per l’accelerazione della ricostruzione delle aree terremotate”. 

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