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AGI – Nel giorno in cui il centro-destra diventato destra-centro vince le elezioni italiane, la destra-destra forse sta meno di prima sotto la controversa fiamma di FdI. Quasi trent’anni dopo la Svolta di Fiuggi dal Msi ad An, sparigliata dai cambiamenti della storia, da qualche parte esiste una comunità politica che non si riconosce nell’attuale rappresentanza in Parlamento.

La ‘far-right’, la ‘derecha dura’ identificata dai giornali stranieri con il partito di Giorgia Meloni, o la destra ‘post-fascista’ paventata dagli avversari in ogni campagna elettorale, anche nell’ultima, ha invece il baricentro altrove (se ancora ce l’ha).

È una minoranza sfuggente a Giorgia Meloni e alla sua coalizione, è l’erede di un’opposizione che fu emarginata e adesso è marginale e che occupa un’area consistente tra quelli che a votare non sono andati o da parecchio non ci vanno più.

Come si definisce adesso la cultura di destra? Quali i suoi riferimenti al di là dei partiti?

E che oramai non guarda alla politica come a una competizione tra destra e sinistra. Se n’accorse già tanto tempo fa Giorgio Gaber quando cantò nel ’94 ‘Destra-sinistra’, irridendo alla convenzionalità di uno yin e yang stereotipato già allora (“Una bella minestrina è di destra/ Il minestrone è sempre di sinistra” oppure “Fare il bagno nella vasca è di destra/ Far la doccia invece è di sinistra”).

Eppure negli anni Novanta ancora si potevano distinguere i ragazzi di destra e di sinistra dal look e dai poster attaccati in camera: là il cavaliere di Dürer e Mishima, qui il ritratto del ‘Che’. Con il secondo millennio, il rosso e il nero sono categorie che non bastano più.

Quante sinistre ci sono e quante destre? Già s’imbarazzava Giuseppe Prezzolini cinquant’anni fa a enumerarle. Allora si parlava di tre destre: tradizionalista, conservatrice e liberale, nazionalista (oggi si direbbe sovranista): “Solo tre? E perché non trentatré o trecentotré?” lui provocando domandava.

Intanto Renzo De Felice aveva sistemato il fascismo nella Storia, collocando il movimento rivoluzionario della prima ora a sinistra e il regime del ventennio a destra. E mentre Giano Accame aveva già spiegato che il fascismo poteva essere anche “immenso e rosso”, l’eterodosso filosofo di formazione marxista Costanzo Preve sanciva “la natura inservibile” delle due categorie tradizionali destra-sinistra, invitando all’abbandono “di questa sterile dicotomia”.

Compiuto (o incompiuto) questo percorso, come si definisce adesso la cultura di destra? Quali i suoi riferimenti al di là dei partiti? Lo storico Giordano Bruno Guerri risponde: “Per usare un termine di moda, la cultura di destra oggi è più liquida, come un’acqua che filtra dappertutto in modo disomogeneo e talvolta confuso. Mi sembra si debba parlare non tanto di posizioni politiche, quanto di atteggiamenti mentali verso problemi contingenti. Senza dimenticare il passato: in Italia c’e’ stata sia una destra che ha sofferto, anche giustamente, perché veniva associata al fascismo, sia un’altra, quella di Malagodi, guardata come forza conservatrice dei ricchi e degli industriali. Oggi però né il post-fascismo né il liberalismo o il conservatorismo possono conquistare le nuove generazioni”.

C’è l’esigenza di modernizzare e proiettare questo Paese nel futuro. I giovani non hanno niente da conservare, vogliono aprirsi al mondo, innovare e progettare

Perché? “Perché è giusto che si conservino i beni culturali, è giusto che si protegga la tradizione della pizza e della mortadella di Reggio, ma riguardo al resto c’è l’esigenza di modernizzare e proiettare questo Paese nel futuro. I giovani non hanno niente da conservare, vogliono aprirsi al mondo, innovare e progettare”.

Se c’è un tratto che un certo uomo di destra chiede alla destra, o a una destra, come “sua caratteristica più importante”, dice Giordano Bruno Guerri all’Agi, “è il libertarismo. Ossia la difesa dell’individuo e delle sue prerogative, della sua unicità e della sua libertà“.

È questa una posizione (e torniamo alle tre o trentatré variabili di Prezzolini) “che viene spesso mal vista proprio a destra, dico la posizione di chi ha una visione diversa dalla mentalità conservatrice e propugna esigenze oggi etichettate come profondamente di sinistra. Io da presunto, e sottolineo presunto, uomo di destra sono favorevole all’eutanasia, ai matrimoni gay, all’accoglienza. E mi vergogno a essere identificato con una schiera di bacchettoni o polverosi reazionari”.

Specializzato nella salvazione di anime dispari dall’inferno della dimenticanza o della ghettizzazione, Guerri ha recuperato Curzio Malaparte (poi ripubblicato da Adelphi), il fascista di sinistra Giuseppe Bottai e Gabriele D’Annunzio, accreditato per decenni dagli storici e dalla vulgata come il poeta del ventennio (“sì, col fascismo si contaminò ma lo disprezzava perché lui era D’Annunzio, figurati se poteva sentirsi membro di un partito”).

Resta al momento sotto punto interrogativo se la destra che ha vinto le elezioni possa dialogare con un variegato schieramento intellettuale spesso “scomodissimo” secondo il superlativo usato da Guerri, il quale consiglia a chi governerà il Paese almeno due libri (“ammesso che sul comodino non abbiano soltanto quelli che hanno scritto loro, e auspicando che comprendano come cultura, scuola e università sono alla base di tutto il resto”): ’21 lezioni per il XXI secolo’ di Harari, perché tratteggia cosa accadrà nei prossimi decenni, e ‘Limonov’ di Carrére, “ancor più formativo”.

Intanto è nell’immenso bosco dell’astensione dal voto che s’è dispersa o è sparsa quella destra-destra che accetta di qualificarsi così per comodità di comprensione, “perché il superamento di destra e sinistra è ormai cosa acquisita”, spiega lo storico editore e fondatore della romana libreria Europa, Enzo Cipriano: “Oggi la vera sfida è tra chi crede ancora nei valori tradizionali e chi invece crede nella globalizzazione. Giorgia Meloni è appiattita sull’americanismo quanto Enrico Letta. Risultano entrambi espressione di un conservatorismo deleterio, che certo non è quello di un Moeller van der Bruck. Da questa destra al governo non mi aspetto nulla: si normalizzerà come accadde alla destra di Gianfranco Fini. Se avesse vinto il Pd non ci sarebbe stata molta differenza”.

Ma dove se ne va la cultura della destra radicale? “È passata al bosco”, dice Cipriano. “Oggi i suoi interessi spaziano dall’autorealizzazione interiore al misticismo, che non e’ certo quello new age, agli immancabili classici dell’antiamericanismo. Il testo di riferimento è più che mai il ‘Trattato del ribelle’ di Ernst Jünger”. Che teorizzò il passaggio al bosco come “una nuova risposta della libertà”. “Un atto di libertà nella catastrofe”, precisava lo scrittore tedesco. 

AGI – L’obiettivo di fermare la destra e di riportare Mario Draghi a Palazzo Chigi non è stato raggiunto. Ma il Terzo polo riparte da un risultato che Carlo Calenda definisce “molto positivo”, perché “in meno di due mesi è stata costruita una casa per i cittadini liberali, popolari e riformisti che non vogliono vivere in un Paese populista, fondato sui sussidi e sulle regalie”.

Il leader di Azione riappare in pubblico dopo il voto delle politiche. Per tutta la notte non aveva commentato il risultato ottenuto. Un silenzio rotto solo a metà mattina con un lungo comunicato. Matteo Renzi è invece Giappone per partecipare ai funerali di Stato dell’ex premier Shinzo Abe, ma tra i due l’intesa regge e i contatti restano frequentissimi. Ora, spiega l’ex ministro e manager, il traguardo da superare nel corso della legislatura che sta per iniziare è quello di costruire un polo del “buon governo, del pragmatismo e della serieta’”.

La base è solida: il 7,8% dei consensi è visto in Azione e in Italia viva come un trampolino per fare bene. Il primo punto del nuovo programma è quello di aprire un “cantiere” che dovrà portare in tempi brevi alla nascita di “un grande partito liberale e riformista” per evitare “il rischio mortale” rappresentato da una politica fatta da chi “urla di più, promette di più e realizza di meno, che ha fatto declinare l’Italia”.

Un partito che non sarà solo l’unione dei due movimenti creati da Calenda e Renzi, ma che sarà aperto a tutti coloro che si riconoscono in quella prospettiva; anche a +Europa, se vorrà, e a Emma Bonino, che rimarrà fuori dal Parlamento dopo essere stata “usata dal Partito democratico”. Il confronto per mettere in campo questa “battaglia culturale” partirà da subito, già nelle prossime settimane, per far sì che la politica sia “interpretata come arte di governo, capacità di realizzare le cose e non una presa in giro”, insiste Calenda.

Un partito, riassume Mariastella Gelmini, che dovrà rimanere lontano da chi fa promesse “che scassano i conti dello Stato”. “La nostra – le fa eco Mara Carfagna – è una scommessa per offrire a un pezzo d’Italia che crediamo si allargherà sempre di più, una proposta europeista e pragmatica”.

Le forze in Parlamento ci saranno. I risultati definitivi non sono ancora stati acquisiti, ma Azione e Iv non dovrebbero avere problemi per creare gruppi parlamentari unici tanto al Senato quanto alla Camera. L’opposizione che il Terzo polo attuerà sarà “intransigente”, assicura Calenda. “Ricorderemo che in campagna elettorale hanno promesso 180 mld di vaccate che non riusciranno a realizzare”.

Il governo di centrodestra “non durerà più di sei mesi e porterà l’Italia in un caos economico, gestionale, amministrativo e finanziario” riprede il leader di Azione, che auspica un “ravvedimento” di Meloni, Salvini e Berlusconi rispetto alle parole espresse nelle ultime settimane. “Il Paese ha scelto il populismo per l’ennesima volta. Noi siamo l’antitesi, non abbiamo flirtato nemmeno un secondo” con questo tipo di politica, prosegue Calenda che lega il successo ottenuto al discorso netto fatto agli elettori.

“Non è il Paese che non ci ha capiti; ha fatto una scelta come era nel suo assoluto diritto fare. Ma ora non è nel suo diritto dimenticare” perché il populismo, taglia corto, “lo abbiamo gia’ visto con Salvini, con i 5 stelle, e lo rivedremo con Meloni”. Il partito che nascerà dovrà anche tenersi lontano dal Partito democratico, “che riaprirà un rapporto con il Movimento 5 stelle”, perché “ha dentro una pulsione populista che lo porterà ad esplodere”. Questo il progetto che Azione e Italia viva lanciano meno di 24 ore dopo le elezioni che hanno porteranno al governo FdI, Fi e Lega. Una scelta che Calenda giudica “pericolosa e incerta. Ma in democrazia – conclude – l’elettore è il re”. 

AGI – Dalla guerra in Ucraina alla crisi energetica che ne consegue, dall’immigrazione alle posizioni da prendere in seno all’Ue, anche su questioni spinose come l’Ungheria di Viktor Orban e la Polonia, sono numerose le sfide internazionali che attendono al varco il nuovo governo italiano di centrodestra. Il rapporto con alcuni Paesi sarà fondamentale e fra questi vi è senz’altro la Francia.

Il recente Trattato del Quirinale istituisce una partnership strategica fra Roma e Parigi con l’obiettivo di creare un legame analogo a quello tra la Francia e la Germania, nato in seguito al Trattato dell’Eliseo firmato da De Gaulle e Adenauer nel 1963. Ma per dare un contenuto a questo nuovo trattato franco-italiano e collaborare in Europa servirà un’intesa vera. Certamente Francia e Italia, definite “sorelle latine” dai francesi, hanno un legame storico, profondo, seppur con rivalità naturali.

Bisognerà vedere se la Francia di Emmanuel Macron e l’Italia di Giorgia Meloni riusciranno a camminare fianco a fianco. In una intervista rilasciata a Le Figaro appena dieci giorni fa, Meloni ha chiarito che “vogliamo un’Italia che conti di più in una Europa più equilibrata di quella che abbiamo visto negli ultimi anni”. “L’Italia – ha proseguito la leader di Fratelli d’Italia – deve essere capace di difendere i suoi interessi in Europa come fanno la Francia e la Germania. Nelle nostre relazioni con l’Ue e con i nostri partner vogliamo essere trattati con la stessa dignità e lo stesso rispetto. E soprattutto – ha avvertito – non accetteremo alcuna subordinazione o posizione di inferiorità, come purtroppo è accaduto in questi ultimi anni con i governi italiani diretti dal Partito Democratico”.

“Francia e Italia – ha poi osservato Meloni – sono due nazioni amiche. Abbiamo tanti interessi in comune e proprio perché tengo a questo rapporto credo che debba essere fondato sul rispetto reciproco e su un piano paritario. Se siamo d’accordo su questo punto non ci sarà alcun motivo di tensione fra i nostri Paesi”. Fra gli interessi in comune evocati da Meloni c’è quello dell’immigrazione clandestina. Macron ha infatti promesso un giro di vite per quanto riguarda i migranti irregolari, soprattutto quelli che “disturbano l’ordine pubblico”, che dovranno essere rimpatriati.

L’inquilino dell’Eliseo, che ha perso la maggioranza assoluta all’Assemblea Nazione nelle elezioni legislative di giugno e che deve quindi cercare compromessi con le opposizioni per legiferare, ha annunciato un progetto di legge sull’immigrazione per l’inizio del 2023. C’è indubbiamente da parte sua una disponibilità a rafforzare le frontiere esterne dell’Ue, anche se non si è mai espresso a favore di un blocco navale, che vorrebbe Meloni. Sull’immigrazione un’intesa sembra comunque abbastanza raggiungibile. I due leader sono invece già d’accordo sulla necessità di introdurre un tetto al prezzo del gas: entrambi si sono detti favorevoli.

Resta però da chiarire l’importantissima questione degli approvvigionamenti di energia in Europa: ci sarà una collaborazione o ciascuno andrà per conto suo? Francia e Italia hanno gia’ ottenuto – ciascuna per conto suo – nuove forniture dall’Algeria. Sulla guerra in Ucraina Meloni ha preso una posizione pienamente atlantista, sostenendo le sanzioni contro la Russia. Lo stesso vale per Macron, che però evidenzia anche la necessità di dialogare con Mosca per raggiungere la pace.

Sulla guerra e i rapporti con la Russia Meloni dovrà comunque prendere in considerazione la posizione della Lega. Matteo Salvini ha infatti più volte affermato che le sanzioni alla Russia non funzionano e che sono più dannose per gli italiani che per i russi. C’è poi la questione dei diritti nell’Ungheria di Orban e in Polonia: qui Meloni e Macron partono da posizioni opposte. Al Parlamento europeo Fratelli d’Italia e la Lega hanno votato contro il rapporto che definisce l’Ungheria una “minaccia sistemica” ai valori dell’Ue.

La Polonia è ora impegnata in prima linea contro Mosca, ma resta un problema per Bruxelles e una preoccupazione per Parigi. Nell’intervista a Le Figaro Meloni ha anche ipotizzato che Francia e Italia possono “trovare numerosi punti in comune sulla riforma del Patto di Stabilità per avere più crescita e più flessibilita’”. Ma con Parigi, ha aggiunto, “vorrei parlare anche della reciprocità nell’apertura dei mercati e delle operazioni industriali”. La strada per un asse Roma-Parigi non si presenta in salita, ma spetterà ovviamente ai protagonisti tracciarla. 

AGI –  L’Emilia Romagna va al centrodestra. E Bologna vista dall’alto è un puntino rosso in un mare azzurro confermandosi fortino (piccolo) della sinistra. Nella regione guidata da Stefano Bonaccini (Pd) il centrodestra (al 39%) ha preso quattro punti in più rispetto al centrosinistra. E anche qui il partito di Giorgia Meloni raggiunge consensi storici. Sempre in ambito regionale la coalizione di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia vince la sfida nei collegi uninominali: 3-2 al Senato e 7-4 alla Camera. Il Pd, in Emilia Romagna, rimane il primo partito con il 28% (Camera) tallonato da Fratelli d’Italia (25%).

In questo contesto, dove domina il centrodestra, Bologna appare come una sorta di villaggio di Asterix che issa la bandiera rossa. Qui il Partito democratico svetta ancora sugli avversari con percentuali sopra alla media e traina la coalizione di centrosinistra portandola sopra al 40%, in controtendenza rispetto ai dati sia nazionali che regionali. 

Crolla anche il fortino rosso della Toscana che, per la prima volta nella storia, passa in mano alla coalizione del centrodestra che si afferma con il 38% di consensi contro il 34% del centrosinistra. Alla fine il conteggio delle sfide nei 13 collegi uninominali riporta una netta affermazione per la coalizione trainata da Giorgia Meloni: 10 seggi conquistati contro i tre del centrosinistra che evita il cappotto solo grazie ai risultati di Firenze. Decisivo in questo senso la vittoria dei due seggi alla Camera da parte dell’assessore fiorentino, Federico Gianassi e dell’ex sindaco di Campi Bisenzio, Emiliano Fossi, cosi’ come il successo al Senato della candidata di Sinistra Italiana-Europa verde, Ilaria Cucchi.

FdI sbanca sul territorio regionale ma manca il doppio sorpasso ai danni del Pd: al Senato è il primo partito con una differenza di soli 1.295 voti in piu’ rispetto ai dem, alla Camera invece si ferma subito sotto di 8.190 voti. La Lega e Forza Italia si attestano al 6,5% e al 5,5%. 

Complessivamente la coalizione composta da FdI, Lega, Fi e Noi moderati raggiunge il 44,5% dei voti, sette punti in più rispetto al 37,5% del 2018. Vince nella stragrande maggioranza dei collegi uninominali di Camera e Senato.

Il centrosinistra, composto da Pd, Alleanza Verdi Sinistra, +Europa, Impegno civico, si ferma al 26,2%, sostanzialmente stabile rispetto al 2018 quando il centrosinistra e Leu ebbero complessivamente il 25,7%. Sono pochi i collegi uninominali dove prevale il centrosinistra, anche in regioni come l’Emilia Romagna e la Toscana.

Il Movimento 5 Stelle, correndo da solo, ottiene il 15,2% dei voti e vince a sorpresa in oltre dieci collegi uninominali del sud, soprattutto nel napoletano, nel palermitano e a Foggia. Rispetto al 2018, quando ebbe il 32,2%, M5s cede il 17%. La lista Azione-Iv, non presente nel 2018, ottiene il 7,7%.

Uno straordinario risultato di Giorgia #Meloni e di #FratellidItalia

Grazie, Italia #ElezioniPolitiche2022 pic.twitter.com/BE1b2hdjAo

— Fratelli d’Italia (@FratellidItalia)
September 26, 2022

Nel centrodestra la parte del leone la fa Fratelli d’Italia che sestuplica i voti rispetto al 2018, passando dal 4,3% al 26,4%. Lega e Forza Italia quasi dimezzano i loro voti: il Carroccio passa dal 17,6% al 9%; FI dal 14,4% all’8,3%.

 

 

AGI – Il primo è stato Sergio Mattarella, che poco dopo le otto e mezzo è andato a votare nel suo seggio di Palermo.

Il Presidente della Repubblica, dopo avere espresso il proprio voto, ha stretto la mano al presidente di seggio e ha lasciato la scuola media Piazzi, senza rilasciare dichiarazioni. La gente in coda per votare ha rivolto garbatamente un saluto al capo dello stato.

Voto rinviato in serata invece per Giorgia Meloni: la ressa di fotografi e cronisti che la attendevano al seggio romano di via Beata Vergine del Carmelo a Roma ha spinto la leader di Fratelli d’Italia a rimandare il suo voto dopo le 22, rispetto alle 11 previste, per consentire agli elettori del suo seggio un voto sereno.

Ok con il pollice alzato all’uscita dal seggio e foto con alcuni elettori per Enrico Letta. Il segretario Pd è andato a votare stamattina nel suo quartiere a Testaccio a Roma ma non ha rotto il silenzio elettorale. Fuori dalla porta del seggio alcuni elettori lo hanno aspettato e gli hanno chiesto di fare un selfie. “Ciao, buona domenica” ha detto il segretario Pd ai fotografi che lo attendevano. Poi ha postato una foto con la scritta “Buon voto!” sui suoi profili social. 

Poco dopo le nove, ma a Milano, ha votato Matteo Salvini. Il leader del Carroccio ha risposto a lungo ai giornalisti che lo aspettavano: “Conto che la Lega sia una forza parlamentare sul podio: prima, seconda o terza al massimo”.

“Da domani basta chiacchiere e dagli impegni si passa ai fatti, noi abbiamo le idee chiare. Quando gli italiani votano il voto è sacro”, ha aggiunto.

E a chi gli chiedeva se il quarto posto sarebbe una sconfitta, Salvini ha replicato: “Gioco per vincere, non per partecipare”. “La cosa bella – ha aggiunto – è che se gli italiani sceglieranno Lega e centrodestra, per 5 anni il governo non cambia, il primo ministro e i ministri, partiti e alleanze. Si tira dritto per 5 anni, perché gli ultimi anni sono stati complicati”. Quanto alla squadra di governo “in testa ce l’ho ma prima è importante che gli italiani votino e votino in tanti”. 

Carlo Calenda ha votato al suo seggio di via del Lavatore 38 a Roma. “Votate, votate liberamente, senza condizionamenti e senza paure. L’Italia è sempre più forte di chi la vuole debole” ha poi scritto il leader di Azione e del terzo polo. “Come vuoi che la passi? Angosciato! No, la passerò con mia moglie Violante e i figli” ha poi risposto ai giornalisti che lo aspettavano davanti al seggio. Voto a Firenze con la moglie Agnese per Matteo Renzi. “Noi abbiamo votato. Fatelo anche voi, qualunque sia la vostra opinione politica. La democrazia si alimenta con l’impegno di tutti. Viva la Repubblica, viva l’Italia, 25 settembre” ha poi scritto su twitter il leader di Italia viva.

“Mi sembrava che ci fosse parecchia affluenza. Quindi vuol dire che la democrazia funziona” ha detto Romano Prodi dopo aver votato, in centro a Bologna, al liceo Galvani di via Castiglione. Una sensazione confermata dai primi dati sui partecipanti al voto, che terminerà alle 23. 

Il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha votato nel seggio di via Fratelli Ruffini a Milano. Ad attenderlo c’erano la coordinatrice lombarda di FI, Licia Ronzulli, il capo dei dipartimenti, Alessandro Cattaneo, e altri esponenti azzurri. Si sono fermati in attesa dell’ex premier anche diversi curiosi.

“È la prima volta che vedo una fila per andare a votare”, ha commentato l’ex premier in fila per entrare nel seggio. Il leader di FI si è fermato a rispondere alle domande dei giornalisti e al suo arrivo al seggio elettorale, replicando a chi gli chiedeva se ‘Bella ciao’ fosse una canzone di sinistra ha risposto che “Francamente è usata come canzone di sinistra. All’inizio credo che fosse una bella canzone e basta”. Cantarla? “No, non posso, sarei criticatissimo. Però ho visto che volete farmi invecchiare qui e quindi ne prendo atto”, ha poi aggiunto all’uscita dal seggio, davanti alle insistente di un cronista. 

Al liceo Virgilio, scuola del centro storico di Roma ha votato anche il leader del M5S, Giuseppe Conte. L’ex premier ha chiesto agli scrutatori come andasse il dato dell’affluenza (“è molto buona mi hanno detto”) e alla risposta positiva ha fatto un cenno di soddisfazione con le braccia prima di fermarsi qualche minuto in posa di fronte ai flash dei fotografi.

AGI – Alla vigilia delle elezioni in Italia, gli occhi della stampa internazionale sono puntati sul voto e sulla possibile ascesa della destra, in particolare quella di Fratelli d’Italia e della leader Giorgia Meloni.

La britannica Sky News ne presenta il profilo: “Chi è Giorgia Meloni? La leader dell’estrema destra destinata a diventare la primo premier donna d’Italia”. Per il Financial Times, “carismatica e tenace, questa formidabile politica sta per diventare la prima donna primo ministro del Paese”.

Anche Politico dedica l’apertura del sito alla tornata elettorale, spiegando “come guardare alle elezioni da professionisti”. Alla leader di FdI dedica anche uno spazio a parte, analizzando alleanze e prospettive nei suoi rapporti con l’Ue. “Veni, vidi, veto: la marcia di Giorgia Meloni su Bruxelles. Il volto dell’estrema destra italiana è pronta a unirsi a leader che la pensano allo stesso modo in Polonia e Ungheria come spoiler delle ambizioni sull’Unione Europea”.

Sulla Cnn, Luke McGee spiega come “le condizioni siano perfette per una rinascita populista in Europa“, mentre il New York Times sostiene che l’arrivo al potere della Meloni, che “potrebbe essere la prima donna a guidare l’Italia, non rende tutti felici. Alcuni temono che la politica di estrema destra, il cui partito è atteso come il vincitore nelle elezioni, continuerà a portare avanti politiche che hanno tenuto le donne indietro”.

Il Washington Post, da parte sua, ricorda come “il premier Mario Draghi è stato centrista e popolare. Perché gli elettori sono pronti a sostituirlo con Giorgia Meloni e il partito Fratelli d’Italia?”.

“Da leader marginale a capofila: gli italiani eleggeranno la prima donna premier”, titola diretta l’emittente FoxNews, che sottolinea la sua “ascesa fulminea in politica dai tempi in cui era un’attivista adolescente”. The Hill, ripercorrendo le tappe che hanno portato al voto, rammenta che “le elezioni italiane sono solo una parte nella scelta del governo”.

El Pais analizza “L’Europa della Meloni”. “La leader di Fratelli d’Italia sembra aver capito che la resilienza del Paese è indissolubilmente legata al rapporto con Bruxelles”, scrive il quotidiano spagnolo.

El Mundo offre un diverso profilo di Giorgia Meloni: “da quando soffriva a scuola perché ‘grassa’ a essere la favorita delle elezioni e avere una relazione con un giornalista. E’ molto legata a sua madre che l’ha protetta quando è stata vittima di bullismo per essere sovrappeso. Il padre di sua figlia è Andrea Gianbruno, che lei non ha sposato”.

Le Figaro guarda all'”unione delle destre in marcia verso il potere”. “I sondaggi prevedono una vittoria schiacciante per la coalizione che associa i partiti nazionalisti e postfascisti alla destra classica”.

Le Monde, tra i tanti articoli dedicati alle elezioni italiane, intervista anche la storica Marie-Anne Matard-Bonucci che si interroga sulla natura di FdI: “Partito conservatore o destra radicale populista? La seconda etichetta sembra molto più rilevante per qualificare la struttura di Giorgia Meloni”.

Al Jazeera allarga lo sguardo e parla di “apatia e angoscia” che agitano gli elettori a causa della crisi energetica: “La prospettiva di un rigido inverno sta oscurando il voto italiano, con molti che si preoccupano di come pagare i conti”.

Una narrativa riportata anche da EuroNews che guarda ad “apatia e ansia tra la folla a Roma mentre incombe il voto anticipato”.

Anche il Times of Israel guarda alla potenziale vittoria della Meloni: “La leader del partito postfascista Fratelli d’Italia è destinata a stabilire il primo governo italiano di estrema destra dalla caduta di Mussolini dopo la Seconda Guerra Mondiale”.

AGI – Più di 50 milioni di italiani, di cui circa 5 milioni residenti all’estero, voteranno per rinnovare la Camera dei Deputati (400 seggi) e il Senato della Repubblica (200 seggi). È la prima elezione dopo il taglio dei parlamentari deciso con la legge costituzionale del gennaio 2020.

Fino ad oggi i deputati erano 630 e i senatori 315. Si voterà solo domenica 25 settembre dalle 7 alle 23. Gli italiani all’estero hanno votato in questi giorni per corrispondenza e hanno dovuto far pervenire il plico con le schede al proprio ufficio consolare, pena annullamento, entro e non oltre le 16 (ora locale) di giovedì 22 settembre.

Come vengono distribuiti i seggi

Quest’anno ci sarà la novità, introdotta con la legge costituzionale dell’ottobre 2021, dei diciottenni che potranno votare per il Senato. Nelle precedenti elezioni votarono per il Senato solo gli over 25. I seggi riservati agli italiani all’estero, che voteranno con un sistema proporzionale e con le preferenze, sono 8 per la Camera e 4 per il Senato.

I restanti 392 seggi per la Camera e 196 seggi per il Senato verranno assegnati con un sistema misto: i tre ottavi con l’uninominale secco (vince chi arriva primo nel singolo collegio); i cinque ottavi con il proporzionale e collegi plurinominali. Fanno eccezione la Val d’Aosta che alla Camera e al Senato ha un unico collegio uninominale e il Trentino Alto Adige che elegge 6 senatori con sistema uninominale.

Quando si rischia di annullare il voto

I residenti in Italia non avranno la possibilità di un voto disgiunto né di esprimere preferenze. Se l’elettore traccia un segno sul nome del candidato del collegio uninominale e un segno su un contrassegno di una lista non collegata ad esso il voto è nullo. Per il resto sarà sufficiente tracciare un segno o sul simbolo del partito oppure sul nome del candidato nel collegio uninominale. In quest’ultimo caso il voto sarà valido anche ai fini dell’elezione del candidato nel collegio plurinominale della lista collegata e, nel caso di liste collegate in coalizione, i voti saranno ripartiti tra le liste della coalizione in proporzione dei voti ottenuti da ciascuna nel collegio uninominale.

Le coalizioni

Le coalizioni sono soltanto due: il centrodestra composto da FdI, FI, Lega e Moderati; il centrosinistra con ‘Pd – Italia democratica e progressistà, ‘Alleanza Verdi-Sinistrà, Impegno civico e +Europa. Tutte le altre liste, incluse M5s e Azione-Iv, correranno da sole. Lo spoglio comincerà dalle schede del Senato dopo le 23 di domenica 25 settembre.

Gli sbarramenti

Ci saranno sbarramenti: non verranno assegnati seggi alle coalizioni che non avranno almeno il 10% dei voti nazionali e alle singole liste che non avranno almeno il 3%. Per le coalizioni non verranno sommati i voti delle liste collegate che non abbiano superato l’1% dei voti nazionali. Sugli sbarramenti ci sono norme speciali per tutelare le minoranze linguistiche e per le liste che ottengano più del 20% dei voti in una singola regione.

La regione più popolosa è la Lombardia che avrà ben 53 seggi alla Camera e 31 al Senato. Seguono la Campania con 38 seggi alla Camera e 18 al Senato e il Lazio con 36 seggi alla Camera e 18 al Senato. La Valle d’Aosta avrà un deputato e un senatore. Il Molise 2 deputati e un senatore. Il Trentino Alto Adige 7 deputati e 6 senatori. La Basilicata 4 deputati e 3 senatori. L’Umbria 6 deputati e 3 senatori. I residenti in Italia per votare dovranno mostrare la tessera elettorale e un documento di riconoscimento.

AGI – Cinque e non più cinque. E’ il numero massimo di scutini che sono stati necessari ad eleggere il presidente della Camera. Si trattava di Giorgio Napolitano , eletto nel 1992. Nella prima Repubblica bastava uno scrutinio per eleggerlo, nella seconda Repubblica sempre quattro.    

Una delle tappe fondamentali verso la formazione del nuovo governo è appunto la scelta del sedicesimo più importante inquilino di Montecitorio. E’ lui, o lei, infatti, uno dei tasselli fondamentali, senza il quale il Presidente della Repubblica non può cominciare le consultazioni che preludono alla nascita dell’esecutivo.

Ecco dunque regole, tempi e modalità di elezione dei 15 presidenti nella storia Repubblicana

Il presidente della Camera dei deputati rappresenta la terza più importante carica dello Stato, dopo quella di presidente della Repubblica e di presidente del Senato. Il presidente della Camera provvede al funzionamento dei lavori e viene eletto con voto segreto a maggioranza dei due terzi dei deputati al primo scrutinio, mentre nel secondo e terzo scrutinio servono i due terzi dei votanti, dal terzo scrutinio in poi serve la maggioranza assoluta dei voti e si procede a oltranza fino all’elezione

Nelle prime sei legislature la presidenza andava a un esponente della maggioranza di governo, a partire dalla VII Legislatura e fino al 1994, si è attribuita la presidenza al maggior partito di opposizione, per interpretare al meglio la fase della solidarietà nazionale: nel 1976 il Pci, che sosteneva i governi cosiddetti della ‘non sfiducia’ guidati da Giulio Andreotti, si vide riconoscere la guida della Camera e fu eletto Pietro Ingrao.

Dal 1994, tempo di bipolarismo, una interpretazione rigida dello spoil system ha portato allo scranno più alto di Montecitorio un esponente della maggioranza.

Nel 2018 un tentativo di appeasement tra centrodestra e M5s ha portato a uno scambio di cortesie grazie al quale è stata eletta l’azzurra Elisabetta Casellati a palazzo Madama e il grillino Roberto Fico a Montecitorio. Il governo è poi invece nato da una alleanza Lega-M5s. 

In passato tre sono state donne: Nilde Iotti (la prima), Irene Pivetti (la più giovane a 31 anni) e Laura Bodrini. Cinque presidenti sono poi diventati presidenti della Repubblica: Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Oscar Luigi Scalfaro (che restò in carica solo un mese) e Giorgio Napolitano. Amintore Fanfani ha il record di elezioni, ben cinque, ma anche di dimissioni, tre. Per questo la presidente più longeva è stata Nilde Iotti, alla guida del Palazzo per quasi 13 anni. 

Date, nomi e tempi dell’elezione dei presidenti della Camera

       Elezioni             presidente                 scrutini 

1948 8 maggio      Giovanni Gronchi                1     
1953 24 giugno     Giovanni Gronchi                1
1955 10 maggio     Giovanni Leone                  1
1958 12 giugno      Giovanni Leone                  1
1963 16 maggio     Giovanni Leone                  1
1963 26 giugno      Bucciarelli Ducci                 1
1968 5 giugno        Sandro Pertini                     1
1972 25 maggio     Sandro Pertini                     1
1976 5 luglio           Pietro Ingrao                       1
1979 20 luglio         Nilde Iotti                             1
1983 12 luglio         Nilde Iotti                             1
1987 2 luglio           Nilde Iotti                             1
1992 24 aprile        Oscar Luigi Scalfaro            4
1992 3 giugno        Giorgio Napolitano              5
1994 16 aprile        Irene Pivetti                         4
1996 10 maggio     Luciano Violante                 4
2001 31 maggio    Pierferdinando Casini          4 
2006 29 aprile       Fausto Bertinotti                  4     
2008 30 aprile      Gianfranco Fini                     4 
2013 16 marzo     Laura Boldrini                       4     
2018 24 marzo     Roberto Fico                         4  

AGI – La più drammatica fu quella che portò Carlo Scognamiglio alla guida di palazzo Madama, invece di un pallidissimo ed esausto Giovanni Spadolini, prima di allora era quasi una banale pratica svolta in mezza giornata, dopo di allora ha spesso creato polemiche e grattacapi.

L’elezione del presidente del Senato è cambiata negli anni e nelle fasi storico-politiche della storia dell’Italia repubblicana. Quello, o quella, che sarà eletta il 13 o 14 ottobre 2022, dopo le elezioni del 25 settembre, sarà il 21′ presidente della Camera alta.

La presidenza del Senato è la seconda più importante carica della Repubblica italiana. Il presidente del Senato esercita le funzioni di presidente supplente in sostituzione del presidente della Repubblica in ogni caso in cui questi non possa svolgerle.

Per la sua elezione è richiesta la maggioranza assoluta dei voti dei componenti l’assemblea nei primi due scrutini, nel terzo scrutinio basta la maggioranza assoluta dei senatori presenti, se nessuno raggiunge nemmeno questa maggioranza si procede al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti e viene proclamato eletto quello che consegue un voto in più.

Per tutta la prima Repubblica, con la sola eccezione di Giovanni Malagodi che ebbe bisogno di tre scrutini per essere eletto, il presidente del Senato veniva scelto con un solo scrutinio, in base ad accordi di maggioranza rigorosamente blindati. Con l’avvento della seconda Repubblica, i due schieramenti continuarono a eleggere un presidente di maggioranza, ma con elezioni molto più combattute. 

L’aula di palazzo Madama ricorda ancora l’elezione che nel 1994 vide confrontarsi Giovanni Spadolini, presidente uscente sostenuto dalle forze di centro e di sinistra, e Carlo Scognamiglio, liberale sostenuto dal Polo delle libertà. Al quarto scrutinio, un ballottaggio fra i due appunto, il presidente di turno Francesco De Martino annunciò la perfetta parità 161-161 che, grazie alla legge dell’anzianità avrebbe dato la vittoria a Spadolini. Lungo applauso per il leader repubblicano e strette di mano. Poi la doccia fredda: in sede di riconteggio una scheda prima archiviata fu reinterpretata perché la scritta scognaMIGLIO fu attribuita al liberale, che superò così il presidente uscente per un voto. Nel frattempo l’emiciclo era diventata l’arena di una corrida di parole, la proclamazione di Scognamiglio fu accolta dalle grida ‘presidente, presidente’ e dall’esultanza del centrodestra. “Non è mica la presa della Bastiglia” tagliò corto l’anziano De Martino.

Meno tesa ma altrettanto movimentata fu l’elezione, dodici anni dopo, di Franco Marini. Contro di lui la Casa delle libertà sostiene Giulio Andreotti. Nel secondo scrutinio a Marini vengono tolti tre voti perché sulla scheda viene indicato con il nome proprio Francesco, invece di Franco.

Un lungo applauso parte in anticipo dai banchi del centrosinistra ma dopo una lunga battaglia procedurale, la votazione viene annullata dal presidente di turno Oscar Luigi Scalfaro e ripetuta a sera tardi. Serve però il terzo scrutinio per eleggere Marini, con 165 voti.

Ma per un ripasso più preciso, ecco date, numeri e nomi dei presidenti del Senato della Seconda Repubblica.

  • 1994. 15-16 aprile Carlo Scognamiglio, 4 scrutini, maggioranza centrodestra
  • 1996. 9 maggio Nicola Mancino, 2 scrutini, maggioranza centrosinistra
  • 2001. 30 maggio Marcello Pera, 1 scrutinio, maggioranza centrodestra
  • 2006. 28-29 aprile Franco Marini, 3 scrutini (1 annullato), maggioranza centrosinistra
  • 2008. 29 aprile Renato Schifani, 1 scrutinio, maggioranza centrodestra
  • 2013. 15-16 marzo Pietro Grasso, 4 scrutini, maggioranza centrosinistra
  • 2018. 23-24 marzo Elisabetta Casellati, 3 scrutini, maggioranza centrodestra e M5s.

I precedenti presidenti sono stati Ivanoe Bonomi (1948), Enrico De Nicola (1951), Giuseppe Paratore (1952), Meuccio Ruini (1953),  Cesare Merzagora (1953, 1958, 1963), Ennio Zelioli-Lanzini (1967), Amintore Fanfani (1968, 1972), Giovanni Spagnolli (1973), Amintore Fanfani (1976, 1979), Tommaso Morlino (1982), Vittorino Colombo (1983), Francesco Cossiga (1983), Amintore Fanfani (1985), Giovanni Malagodi (1987), Giovanni Spadolini (1987, 1992).

Qualche spigolatura: Fanfani ebbe il record di cinque presidenze: sempre Fanfani con Cossiga e Spadolini furono anche Presidenti del Consiglio; De Nicola e Cossiga divennero poi presidenti della Repubblica. Unica donna è stata Elisabetta Casellati. Il più giovane è stato Carlo Scognamiglio, a 49 anni. 
 

AGI – Le parole di Silvio Berlusconi sul presidente russo Vladimir Putin e le dichiarazioni della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sul dopo elezioni in Italia accendono la polemica dell’ultimo miglio di campagna elettorale.

Alla vigilia del giorno di silenzio che precede il voto, fanno discutere le frasi del leader di FI sul capo del Cremlino, (“Putin voleva solo sostituire Zelensky con persone per bene”) e quelle della numero uno dell’esecutivo Ue, secondo cui se in Italia “le cose andranno in una direzione difficile, abbiamo degli strumenti”, per intervenire “come nel caso di Polonia e Ungheria”.

Su Putin, dopo le parole pronunciate nella serata di ieri, Berlusconi fa marcia indietro e spiega di avere riferito “quello che alcuni raccontano, senza nessuna adesione del mio pensiero a quel racconto. Forse sono stato frainteso facevo solo il ‘cronista’ riferendo il pensiero di altri”, dice.

“L’aggressione all’Ucraina è ingiustificabile e inaccettabile, la posizione di Forza Italia chiara e netta: non potremo mai in nessun modo e per nessuna ragione rompere la nostra partecipazione all’Unione europea e all’Alleanza atlantica”, aggiunge.

Ma la frenata del leader di FI non placa la polemica. Enrico Letta parla di frasi “gravissime, scandalose e inaccettabili”: “non ci sono parole per commentare. C’è il voto. Domenica 25 settembre”, aggiunge il leader dem. Secondo Carlo Calenda Berlusconi ha parlato come “una via di mezzo tra portavoce di Putin e consigliere militare. Veramente tragico.”

“È un’affermazione molto grave che mi dice di aver fatto la cosa giusta a lasciare Fi, dice il ministro per il Sud, Mara Carfagna. Getta acqua sul fuoco il leader della Lega: “Le parole di Berlusconi su Putin? Non interpreto, e se Berlusconi si è corretto vuol dire che è a posto così. Io spero solo che questa stramaledetta guerra finisca”, dice Matteo Salvini.

Che si scaglia però contro la presidente della Commission europea. Le parole di Ursula von der Leyen sono una “squallida minaccia, una invasione di campo non richiesta, la signora rappresenta tutti gli europei, non solo quelli di sinistra”, aggiunge il leader della Lega, che chiede le scuse della politica tedesca o le sue “dimissioni immediate”. Intanto la Lega a Strasburgo chiede formalmente chiarimenti.

A replicare alla presidente della Commissione è anche il leader di IV, Matteo Renzi, che chiede a von der Leyen di non “entrare minimamente nelle questioni italiane”. E lo stesso Letta chiede a Bruxelles di fare chiarezza sulle parole della numero uno dell’esecutivo Ue: “Sono sicuro che ci sarà un chiarimento da Ursula Von der Leyen – dice il segretario dem – Queste frasi dette due giorni dal voto finiscono per avere un effetto diverso da quello che voleva ottenere. Von der Leyen, comunque, e’ esponente del partito eruopeo di Berlusconi e Tajani. E lo stesso Tajani, portavoce di Fi conclude: “Noi siamo europeisti convinti. Lo siamo sempre stati. Abbiamo sempre dimostrato affidabilità e serietà. Quindi non ci sono problemi sulla serietà di un governo di entrodestra”. 

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