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Salvini come Silvio Pellico? “Lo ha fatto per poche ore anche nel caso della Diciotti. Poi ricordo che spuntarono le lacrimucce, nel discorso. Aveva paura. È normale che ce l’abbia, l’ha fatta grossa”. Lo afferma il senatore già 5 Stelle Gregorio De Falco in una breve intervista al Corriere della Sera.

Ora però Salvini si vuol far processare e ha chiesto ala sua Lega di votare a favore dell’autorizzazione a procedere, forse, dice ancora De Falco, perché “magari è convinto di prendere il potere assoluto” però ora “basta scappare”, sostiene l’ex grillino espulso, “è già fuggito dalle responsabilità di governo perché non poteva tenere fede alle sciocchezze che aveva promesso, con la complicità dei 5 Stelle”.

Il senatore, che in mattinata aveva pensato di votare contro l’immunità del leader leghista e a favore del suo processo, racconta poi al quotidiano di via Solferino si essersi convinto con il passare delle ore, “del contrario”. Perché? “Troppe forzature”, dice, anche perché  “non si può trasformare la Giunta in un palcoscenico politico” seguendo così le sorti della maggioranza, che ha disertato il voto della Giunta per le immunità. Poi aggiunge: “Non ho votato perché voglio tutelare le istituzioni” in quanto “si è fatta un’enorme sceneggiata, con colpi di teatro e boutade varie” tanto più che “già il percorso con cui ci si è arrivati è stato sbagliato”, sostiene De Falco, perché “la Giunta è stata marcata da totale parzialità”.

La dimostrazione sarebbe contenuta nel fatto che proprio il presidente Gasparri “si è assegnato da solo il caso per l’ennesima volta, come già per la nave Diciotti. Cosa completamente inopportuna. E con una relazione che è politica, più che tecnica” assicura il senatore oggi passato al gruppo Misto.

 

Il digiuno di protesta, l’appello ai “mille avvocati” per una sorta di ‘difesa di popolo’ al suo eventuale processo, e la promessa di trascinare nella brutta avventura anche gli ex colleghi di governo Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Matteo Salvini è un fiume in piena a San Giovanni in Persiceto, nel Bolognese, quando convoca i giornalisti per commentare la decisione della giunta per l’immunità del Senato, che ha respinto la relazione del presidente Maurizio Gasparri in cui si chiedeva lo stop all’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per il caso della nave Gregoretti.

Il paradosso è – come chiesto dallo stesso Salvini – che sono stati proprio i senatori leghisti a votare contro la relazione di Gasparri, dando nella sostanza via libera al Tribunale dei ministri di Catania che lo vuole processare per sequestro di persona ai danni dei 131 migranti bloccati per giorni al largo di Augusta, tra fine luglio e inizio agosto.

La mossa decisa dai leghisti è finalizzata – ha spiegato Erika Stefani, che sarà relatrice in Aula – a “smascherare il bluff” dei partiti di maggioranza, Pd-M5s-Leu-Iv, che vorrebbero far processare Salvini ma senza assumersi le responsabilità del loro gesto e comunque solo dopo le Regionali del 26 gennaio, perché temono l’impopolarità delle loro decisioni.

Il riferimento è alla decisione della maggioranza di non partecipare al voto di oggi, in segno di protesta contro la convocazione della Giunta, a ridosso dell’appuntamento elettorale in Emilia-romagna e Calabria. Da sottolineare, comunque, che, in alcun modo, la Lega e gli alleati del centrodestra avrebbero avuto, in Giunta e – in Aula in futuro – i numeri per fermare il processo a Salvini.

Digiuno di protesta e appello agli avvocati

“Vigliacchi” quelli del Pd, ha tuonato Salvini, attaccando i democratici per la loro assenza in Giunta. “Spero si presentino in Aula al Senato”, ha aggiunto, anticipando che la Lega voterà a favore del procedimento nei suoi confronti anche nell’Aula di Palazzo Madama, il 17 febbraio. “Penso di essere il primo politico al mondo che chiede di essere processato”, ha detto, lanciando un appello a tutti gli avvocati d’Italia.

“Apriremo un indirizzo e-mail per tutti gli avvocati che vorranno partecipare alla difesa in questo processo. Magari ci sarà una difesa collettiva con 500 o mille avvocati”, ha sostenuto, nel giorno in cui è stato aperto il sito ‘digiunopersalvini.it’, dove si puo’ aderire all’iniziativa ‘Sto con lui e per un giorno’ di digiuno in segno di protesta per il voto della giunta.

Se andrà a processo, Salvini, più battagliero che mai, ha poi assicurato che trascinerà sia Conte che Di Maio nella ‘partita’. “In quell’Aula di Tribunale, se mi manderanno, comunque, chiamerò sicuramente anche Conte e Di Maio che c’erano e non dormivano”, ha affermato, tirando nuovamente in ballo il presidente del Consiglio e il capo politico del M5s, a quel tempo alleati di governo.

“Ho già chiarito”, replica Conte

“Ho già chiarito”, ha scandito, dal canto suo, Conte. “Posso solo chiarire le circostanze specifiche e il grado del mio coinvolgimento, poi non mi posso sostituire alle decisioni di Salvini e alle decisioni della Giunta e dell’Aula – ha proseguito il premier -. Ho chiarito che il ministro Salvini aveva appena fatto approvare un decreto che aumentava le sue competenze, ha rivendicato a sè la scelta di se o quando far sbarcare le persone a bordo della Gregoretti. Circa il mio ruolo sull’indirizzo generale, io ci sono, e per quel che riguarda il mio ruolo sull’indirizzo di politica generale io ci sono e nella circostanza specifica il mio coinvolgimento” è stato “sul ricollocamento dei migranti in Europa”.

Salvini “è passato dal sovranismo al vittimismo: è la sua nuova linea politica. Ma sono tattiche, niente di più”, aveva lamentato Di Maio. Mentre per il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, “Salvini che fa la vittima è patetico”. “Sui processi il Pd non voterà mai sulla base di un giudizio politico, ma solo sulla base della valutazione delle carte processuali – ha scritto -. Si deve fare così per le persone normali e si deve fare così anche per i potenti. Senza privilegi o persecuzioni per nessuno. La gazzarra di queste ore ha un solo fine: strumentalizzare politicamente una vicenda giudiziaria e far dimenticare che il governo ha tagliato le tasse sugli stipendi ai lavoratori”.

L’Emilia-Romagna? “È votata a coniugare gli interessi contrapposti, a negoziarli sempre. È una regione riformista ante litteram”. Lo sostiene Sergio Cofferati, l’ex leader della Cgil ed ex sindaco di Bologna che nel 2004 riconsegno il capoluogo emiliano alla sinistra dopo la parentesi di centrodestra che nel 1999 conquistò il Comune con Guazzaloca, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano.

Secondo Cofferati, l’Emilia è come se fosse rosso solo esternamente, nell’involucro, ma invece profondamente bianca dentro, ma aggiunge l’ex sindaco ed ex leader del sindacato rosso, “Salvini non è Guazzaloca, perché non c’è visione alternativa della società ma solo voglia di rendere la pariglia”. “Un assetto muscolare e nient’altro”, dunque, anche se “non c’è dubbio che Salvini abbia un popolo”, pur tuttavia Cofferati dubita che “quel popolo sia connesso in una rete, stia insieme condividendo i valori”. Sono, semmai, “tanti singoli che fanno gruppo” ma “ciascuno con una individualità, una speranza, un’idea di società distante dall’altro”. E ciò che li accomuna è “l’avversione, la contrarietà, a volte l’odio” ma senza nulla di strategico, senza orizzonte.

Per Cofferati domenica prossima, 26 gennaio, in Emilia “se gli emiliani vanno a votare, vince Stefano Bonaccini” tuttavia “la partita è aperta anche se sono entrati nuovi giocatori in campo”, come le Sardine, che l’ex sindaco ed ex leader Cgil vede come “figlie di quelli che l’altra volta disertarono le urne” e considera anche “un bel ristoro per il centrosinistra”. E per Cofferati la sensazione è che “anche se nuotano con il mare grosso, qualcosa di nuovo si stia realizzando” e  non è affatto “una suggestione”. Un fenomeno decisivo nel voto di domenica prossima.

 

 

 

“Siamo di fronte a forzature evidenti. Ed è gravissimo che prima Salvini e poi Casellati, che riveste un ruolo superpartes, dimostrino un tale grado di disprezzo delle istituzioni”. Lo afferma Andrea Marcucci, presidente dei senatori del Pd in un’intervista a Il Messaggero, nel corso della quale sostiene anche che questa situazione si è verificata “con un ordine del giorno, dunque con un atto che ha valore inferiore al voto in Giunta del Regolamento, sul quale la Casellati ha votato assieme ai rappresentanti del centro-destra dopo aver detto che non avrebbe partecipato al voto, è stato deciso di riunire ugualmente la Giunta”.

Secondo Marcucci, poi, il voto della Giunta è per altro illegittimo “perché sono scaduti i termini”. Il senatore dem sostiene infatti che “si doveva votare in Giunta per le Autorizzazioni entro il 17 gennaio a 30 giorni di distanza dalla richiesta della magistratura” mentre “venerdì abbiamo riunito la Giunta del regolamento e all’unanimità (compresi i tre i rappresentanti del centrodestra) è stato confermato che i termini per votare in Giunta erano scaduti”. Poi, spiega ancora Marcucci, è accaduto che “qualcuno nella Lega deve essersi accorto che stavano commettendo una gaffe dal loro punto di vista”.

Tuttavia, per il presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama, “il voto che conta sull’autorizzazione a procedere per il processo a Salvini non è quello della Giunta ma quello dell’Aula” e che dovrebbe tenersi fra un mese, pertanto in questo caso “siamo di fronte a una parte politica che sta strumentalizzando un dossier solo perché domenica 26 gennaio ci sono le elezioni regionali dell’Emilia Romagna” in quanto “Salvini pensa che giocare nel ruolo di vittima gli porti voti”.

Quanto all’obiezione mossa dal quotidiano romano, che fa osservare che processando Salvini il centrosinistra rischia di perdere un’occasione per ribadire la sua connotazione garantista, Marcucci risponde di non crederlo affatto, sottolineando che “bisognerebbe smetterla con la politica fatta a colpi di tattica”, per poi aggiungere: “Credo che nessuno possa mettere in discussione la nostra contrarietà alla politica a colpi di manette”.

 

“Sento profumo di vittoria, è tutto un crescendo”. In un intervista a Libero Quotidiano Lucia Borgonzoni, la candidata della Lega alla presidenza della Regione Emilia Romagna, dice dice di capire che la vittoria è in pugno “dalle chiamate che mi arrivano ogni giorno, il telefono è impazzito” e che per poter soddisfare le richieste di tutti quelli che la vogliono incontrare “avrei bisogno di un altro anno e mezzo di campagna elettorale”. “Molti li vedrò dopo il voto” promette.

Imprenditori, coop, associazioni di professionisti e commercianti, enti sociali, “tutti”, chiedono di incontrarla perché, a suo avviso, “la sinistra ha abbandonato questa terra. Si è chiusa nei Palazzi” e per il Pd oggi “esistono solo i centri storici dei capoluoghi emiliani”. Non è solo una questione di periferie trascurate: tutta la Romagna e l’Appennino sono stati mollati dai dem” sottolinea Borgonzoni, che attacca: “La sinistra non può permettersi di perdere a Bologna, che è la sua Stalingrado, e il fatto che sia prossima alla capitolazione l’ha mandata fuori di testa, facendole alzare i toni dello scontro”, cosicché accusa, oggi “i dem girano i salotti televisivi pontificando su quanto dobbiamo volerci bene e accusando la Lega di linguaggio violento, ma in questi due mesi mi hanno detto di tutto”.

Ovvero, il fatto che molte donne di sinistra hanno “un concetto a senso unico della solidarietà”, perciò “se sei una donna di centrodestra puoi essere insultata come se niente fosse”. Ecco, dice Borgonzoni, “questo lo trovo inaccettabile”. E aggiunge: “Sono stata raffigurata come una sorta di velina, al punto che perfino Emma Bonino ed Elisabetta Gualmini sono intervenute per fermare le bassezze nei miei confronti e contenere anche il mio rivale, Bonaccini”.

Lei non è preoccupata dall’attivismo delle Sardine e sulla questione del Movimento spontaneo nato pochi mesi fa ha un suo proprio punto di vista: “È un fenomeno tutto interno alla sinistra, che non ci toglie un voto” dichiara. “L’ho detto fin dal primo giorno, quando ho visto le facce di chi era sceso in piazza con loro” prosegue “il nuovo che avanza non può avere come padre tutelare Romano Prodi. L’unica cosa che non ho capito è se sono state studiate a tavolino da tempo o solo dopo che Bonaccini ha deciso di presentarsi nascondendo il simbolo del Pd. In ogni caso, sono il simbolo del fallimento dei dem in Regione”.

Sul giorno dopo il voto, il 27 gennaio, le aspettative di Borgonzoni sono alte: “Sarà una grande festa della democrazia. Il 25 aprile dell’Emilia-Romagna. E inizieremo subito a lavorare. Le priorità sono detassazione e sburocratizzazione”, promette.

 Il sole del socialismo italiano tramonta su Hammamet e dà l’arrivederci all’anno prossimo. Anche se sarà impossibile replicare il successo di quest’anno: il ventennale della morte di Bettino Craxi e la quasi contemporanea uscita del film Hammamet di Gianni Amelio, hanno richiamato in Tunisia oltre 600 persone, una trentina di parlamentari e quasi tutti i grandi nomi del socialismo italiano.

A coronamento della tre giorni, la notizia che il Quirinale “farà un gesto”, come ha sottolineato la figlia di Bettino, Stefania (senatrice di Forza Italia). Non ha detto chiaramente se ci sarà un incontro tra il presidente Sergio Mattarella da un lato e lei e i vertici della Fondazione Craxi dall’altro, ma ha sottolineato che il gesto “lo deciderà il presidente Mattarella, sono certa che saprà trovare forme e modi giusti”. 

Tre giorni di celebrazioni

Le celebrazioni, organizzate ad Hammamet dalla Fondazione Craxi, sono durate tre giorni. L’inaugurazione è stata venerdì 17 gennaio con un incontro con il sindaco della città tunisina; mentre la chiusura delle cerimonie si è svolta nel cimitero dove è sepolto Craxi, questa mattina, davanti a una folla di “mille” persone, secondo la stima fatta dalla Fondazione. 

Alla tre giorni, oltre ai figli di Craxi, Stefania e Bobo, e alla moglie Anna e ai familiari, erano presenti numerosi esponenti di Forza Italia (con la capogruppo al Senato Anna Maria Bernini) e del Partito socialista (con il segretario Vincenzo Maraio e il senatore Riccardo Nencini). Poi c’erano Armando Siri della Lega, Alessandro Colucci di Noi con l’Italia. Per il Pd non c’era una delegazione ufficiale, ma a titolo personale erano presenti Gianni Pittella e il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. E nessuno in rappresentanza del governo italiano, tanto che Stefania Craxi ha tuonato: “È una vergogna”. Nutrita la pattuglia degli ex del Partito socialista italiano con, tra gli altri, Claudio Martelli, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Sacconi, Claudio Signorile, Saverio Zavettieri, Carlo Tognoli e Margherita Boniver. Presenti anche il cantautore Eugenio Bennato e il conduttore TV Costantino Della Gherardesca. 

“Siamo in mille, come quelli di Garibaldi”

Questa mattina è andato in scena l’ultimo atto delle celebrazioni. Il cimitero cristiano di Hammamet, dove è sepolto Craxi, è troppo piccolo per contenere la folla arrivata per la commemorazione. La vedova Anna, accompagnata da Stefania, riceve un lungo applauso. Camminano dall’ingresso del cimitero fino alla tomba, circondate da simboli del Psi appuntati all’occhiello, garofani rossi nelle tasche della giacche e anche qualche bandiera rossa delle sezioni del partito.

L’altro figlio, Bobo, aspetta immobile accanto alla lapide del padre, stracolma di garofani rossi. Dietro sono appese le bandiere di Italia e Tunisia, più due del Partito socialista e una dei giovani socialisti. All’uscita l’ex ministro e vicesegretario del Psi, Claudio Martelli, va incontro alla vedova di Bettino e si scambiano un breve saluto. Poi l’ex delfino di Craxi si ferma davanti alla lapide per salutare l’ex leader socialista. Anna Craxi dice di essere “molto commossa, la fiducia di questi amici e compagni è più grande di quanto pensassi”. 

Prima di andare via, Stefania azzarda un paragone: “Oggi siamo in mille qui, come quelli di Garibaldi”. Mentre Bobo, a chi gli chiede delle assenze, risponde: “Molti italiani fanno a meno sia del Pd che della Lega e forse anche noi socialisti possiamo fare a meno di entrambi”

“In coscienza, rifarei tutto allo stesso modo” nel voto in giunta sul caso Gregoretti così come l’aumento dei membri della giunta del regolamento chiesto dalla maggioranza: lo assicura il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, in un’intervista alla Stampa in cui ha risposto alle polemiche di Pd e M5s affermando che “la terzietà non è un elastico che c’è solo quando una decisione conviene a una parte”.

“Anzitutto non ho uno ‘schieramento’ perché rappresento tutto il Senato”, ha sottolineato, “quando ho deciso di aumentare i membri della giunta del regolamento, ho avuto l’opposizione contro e la maggioranza mi ringraziava”. 

“Prima della riunione della giunta per il regolamento gli esponenti della maggioranza mi avevano fatto presente di essere rimasti 4 contro 6 dopo il passaggio del senatore Grassi con la Lega, per questo chiedevano un riequilibrio”, ha ricordato la Casellati. “All’inizio io mi sono opposta, ho fatto presente che i membri sono inamovibili e il numero stabilito dal Regolamento è di dieci, con facoltà del Presidente di una integrazione fino al massimo di dodici. Ho detto loro che l’opposizione si sarebbe ribellata a un allargamento deciso all’ultimo minuto proprio per svantaggiarli. Ma tenendo conto della delicatezza della situazione, mi sono presa la responsabilità di concedere loro l’ingresso di altri due membri”.

“Ho agito secondo il mio senso di equità”, ha insistito la presidente del Senato – proprio perché credo nel mio ruolo terzo. E quelli che ora mi attaccano cosi’ aspramente per un presunto favore a Salvini, sono gli stessi che giovedì mi ringraziavano. Anche perché la giunta per il regolamento resterà con questa composizione da qui a fine legislatura: le sembra un vantaggio da poco per la maggioranza? La terzietà non e’ un elastico che c’è solo quando una decisione conviene a una parte”.

“Domani chiederò ai parlamentari della Lega di votare sì per farmi processare”. Lo afferma Matteo Salvini, in un comizio a Cattolica, alla vigilia del voto in Giunta per le Immunità al Senato che dovrà decidere sull’autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri di Catania nei confronti del ministro dell’Interno, accusato di sequestro di persona ai danni dei migranti che erano stati salvati dalla nave Gregoretti.

“Mi mandino a processo così la decidiamo una volta per tutte se difendere i confini dell’Italia, la sicurezza e l’onore dell’Italia è un crimine oppure se è un dovere di un buon ministro”, ha poi detto Salvini ai giornalisti, “non ho più voglia di perdere tempo o far perdere tempo agli italiani, nei tribunali ci sono delinquenti veri da processare – ha detto – mi mandino a processo, trovino un tribunale abbastanza grande perché penso che milioni di italiani vorranno farmi compagnia”. 

“Quando sarò al governo riconosceremo Gerusalemme capitale”

 “Quando sarò al governo, riconosceremo Gerusalemme quale capitale di Israele”, ha poi detto Salvini, in una intervista a israelhayom.co.il, pubblicata nella edizione in ebraico del sito. 

Salvini già in passato si era espresso cautamente a favore dello spostamento dell’ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme. “Sapete come la penso: step by step. C’è un Governo di coalizione e, quindi, devo ascoltare anche i partner”, aveva affermato nel dicembre 2018, quando era ancora vicepremier dell’esecutivo gialloverde, dopo una visita in Israele.

Nella stessa intervista il leader leghista ha collegato il riemergere dell’antisemitismo in Europa al “rafforzamento negli ultimi anni dell’estremismo e del fanatismo islamico”. “È molto importante sottolineare che è collegato al fatto che certi elementi nel mondo accademico e nei media sono mobilitati contro Israele ed alimentano odio verso Israele per giustificare l’antisemitismo”, ha affermato Salvini.

“È un dialogo che nasce da una comunanza di visione su tanti temi. Non ci sono percorsi definiti ma è qualcosa che a me gratifica molto, perché è uno scambio che trovo molto stimolante”. Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha parlato dei suoi incontri con Beppe Grillo, avvenuti nelle ultime settimane e dunque confermati, dopo essere stati svelati come retroscena su alcuni quotidiani. 

Sala ne ha parlato con i cronisti questa mattina a margine della colazione col sindaco in zona Isola. “La cosa bella per me è che io non ho nulla da chiedere a lui, e lui non ha nulla da chiedere a me”, ha precisato il primo cittadino. Che definisce il rapporto con il fondatore e ideologista del M5s come “un dialogo tra due persone che si piacciono dal punto di vista di alcune idee. E anche come relazione amicale, tutto qui”.  

“Mettiamola così: il Pd è una forza di sinistra. I 5 Stelle, al loro interno, hanno una parte di sinistra e una parte che non lo è. Questo è abbastanza evidente. C’è una componente che però all’interno del M5s ha un’attenzione al sociale che è simile alla nostra e alla mia, e che io personifico in Beppe Grillo perché abbiamo questo rapporto”. 

“Il loro momento di difficoltà è evidente – ha aggiunto ancora Sala – però io non appartengo a quelli che dicono ‘ecco sono finiti’. Se anche avessero il 15% è un 15% di italiani che danno ancora loro fiducia” 

Un dialogo che, probabilmente, dovrebbe essere esteso, dal punto di vista di Sala, anche al Pd. Con l’ideologo del Movimento “abbiamo tante idee in comune ma al momento la cosa bella è che parliamo delle nostre idee. Credo sia bello avere un rapporto in cui tu sai che dialoghi con una persona non avendo niente da portare a casa, per il piacere dello scambio intellettuale”, ha spiegato poi il sindaco.

 

Grazie al voto decisivo del Presidente del Senato, seconda carica dello Stato, Elisabetta Casellati, lunedì la Giunta per le Immunità dovrà decidere se Matteo Salvini sarà sottoposto a Processo per rispondere all’accusa di sequestro di persone dei 131 immigrati a bordo della nave Gregoretti.Una decisione molto controversa perché il voto della Giunta (20 gennaio) anticipa di pochi giorni le elezioni regionali in Emilia Romagna (26 gennaio).

Il presidente del Senato si è schierato a favore della proposta della Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, ma in molti non sono d’accordo in quanto, a loro giudizio, si regalerebbe a Salvini un’arma elettorale di propaganda. Una convocazione illegittima, secondo gli esponenti del Partito democratico, e una procedura irrituale (sebbene non vietata dai regolamenti).

 

 

Sui social è bagarre, sebbene i volumi di conversazioni non siano ancora altissimi, considerando che la decisione è stata presa poche ore fa: 2 mila conversazioni e 5 mila condivisioni. Inevitabile anche i riferimenti a Carola Rackete dopo che la Corte di Cassazione ha confermato l’illegittimità del suo arresto.

 

#CarolaRackete ha salvato degli esseri umani, #Salvini no, anzi ha messo in condizione di pericolo delle persone fragili e in difficoltà. Carola Rackete ha onorato i principi e i valori di umanità e solidarietà, Salvini ha disonorato le Istituzioni della Repubblica. #migranti pic.twitter.com/dYLStsFhd0

— nicola fratoianni (@NFratoianni)
January 17, 2020

Gregoretti, solidarietà a Casellati, alla sinistra piacciono solo rappresentanti istituzioni faziosi e schierati https://t.co/uT9cZZbVkJ pic.twitter.com/D7v8FVU8xw

— Fratelli d’Italia (@FratellidItaIia)
January 18, 2020

Leggo con sgomento e indignazione le dichiarazioni di #Casellati dopo il suo grave voto in #Giunta Regolamento #Senato. Dalla prima Presidente donna mi sarei aspettata imparzialità, saggezza, rispetto per le istituzioni: dove pensa di arrivare strumentalizzandole in modo fazioso?

— Monica Cirinnà (@MonicaCirinna)
January 17, 2020

 

In queste ore assistiamo a una curiosa inversione di tendenza sui social, solitamente popolati di contenuti di esponenti del centro-destra e da numerose condivisioni dei loro simpatizzanti e militanti: dall’analisi delle emozioni di registra un fortissimo disappunto e rabbia per il voto di Elisabetta Casellati, con una sentiment negativa al 90%; raramente nelle nostre analisi abbiamo osservato valori così netti e tanta indignazione nelle conversazioni, anche su temi fortemente conflittuali. L’audience si aspetta maggiore imparzialità super partes da parte di una carica dello Stato così prestigiosa e importante.

 

Tuttavia non c’è stupore, il voto di Casellati si inserisce, secondo molti commenti, in una disciplina di partito e Silvio Berlusconi ne sarebbe il suggeritore, pensando al rafforzamento dell’alleanza di centro-destra.

Il 5 aprile del 2011, 289 deputati di Pdl e Lega votarono che “Ruby Rubacuori” era la nipote di Mubarak. Tra loro c’era l’attuale Presidente del Senato, Maria Elisabetta #Casellati. Non capisco cosa vi stupisca nel vederla oggi piegare la sua carica agli interessi della sua parte

— Fabio Salamida (@SalamidaFabio)
January 17, 2020

dov’è la novità ? La casellati è sempre stata una berlusconiana di ferro…

— giorgio pantaleoni (@giorgiopantaleo)
January 18, 2020

Ha votato in parlamento per ruby ed oggi è presidente del Senato.
Ma come è possibile

— alberto orselli (@albertoorselli)
January 18, 2020

perché ve la prendete con la #Casellati. Si sa che è una persona che vota con giudizio.
Non votò infatti per Ruby nipote di Mubarak?#SuperPartes

— Annina (@anninavigneto)
January 18, 2020

 

Nelle conversazioni rientra anche Carola Rackete e in tanti ribadiscono che non andava arrestata. È proprio l’account di Matteo Salvini il più menzionato per ingaggiare conversazioni mentre il Movimento 5 Stelle sull’intera vicenda è praticamente irrilevante e fino ad ora resta ignorato dall’audience.

Per adesso le conversazioni si sono concentrate nei grandi centri urbani: la geo-localizzazione dei post infatti è su Palermo, Firenze, Roma e Milano. Evidentemente un tema che ancora non ha coinvolto e appassionato la gran parte dell’opinione pubblica, nonostante riguardi i migranti e i porti chiusi

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