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Un Vauro Senesi, disegnatore satirico, seduto comodamente in poltrona davanti alla tv e all’ennesimo talk show politico, scaglia, affranto, qualcosa contro lo schermo: “Match Salvini-Di Maio al milleduecentoventunesimo round… gli italiani gettarono la spugna”. La vignetta campeggia dalla prima pagina de Il Fatto Quotidiano e segnala il crescere di un umore. Di un sentimento. 

Però non dev’esser solo di fastidio. O d’insofferenza verso l’eccesso di dibattito o l’escalation dei toni, non solo televisivi. Il quotidiano diretto da Marco Travaglio segnala, dunque, un fenomeno che definisce “L’opposizione dei balconi”, in particolare anti-leghisti. Striscioni, che “ormai rimuoverli è come svuotare il mare col cucchiaio” si legge, forse esagerando un po’ in termini di proporzioni.

Tuttavia, “La rivolta delle lenzuola dal Sud arriva a Milano”, racconta il quotidiano in un articolo, è una “disfida continua e si moltiplica”. Una piccola foto di uno striscione contro Salvini esposto a Firenze è segnala anche da Il Giornale. E da Il Messaggero. O da Libero, che nel ritrarre i balconi da cui le lenzuola pendono, segnala “Alta tensione a Milano” in quanto “La sinistra prepara un agguato contro Salvini e la Le Pen in piazza” per il comizio di sabato al Duomo. Mentre la Repubblica segnala che “La protesta delle lenzuola insegue Salvini in tour”.

Nel tratteggiare la mappa delle lenzuola rimosse dalle Questure o fatte rimuovere da Prefetti o sindaci, Il Fatto fa anche una graduatoria di chi si è aggiudicato “il premio simpatia” per la rimozione, come lo striscione appeso su un balcone al centro di Firenze: “Portatela lunga la scala… sono al quinto piano”. “Una zelante repressione del fenomeno la denuncia alla Camera il deputato Riccardo Magi (+Europa): ‘Vengono rimossi in queste ore gli striscioni contro Salvini, ma a Roma sono stati tollerati reati a Torre Maura e Casal Bruciato”, dice riferendosi ai blitz di CasaPound contro le famiglie rom assegnatarie di alloggi popolari” scrive il quotidiano diretto da Travaglio.

La Repubblica scrive di “effetto boomerang dopo la rimozione” forzata di alcuni striscioni. Quindi una moltiplicazione del fenomeno in un processo imitativo che a Campobasso, per esempio, porta a esporre “200 striscioni alle finestre”. “Mentre a Milano ci si prepara a fare lo stesso in attesa della manifestazione sovranista di sabato prossimo in piazza Duomo. Anche la Cgil srotolerà il proprio striscione fuori dalla Camera del Lavoro: “Quarantanove milioni di balconi” sarà la scritta principale, e poi dopo, sotto, “vigili del fuoco professionisti del soccorso e non della propaganda”, chiaro riferimento a quello contro Salvini fatto togliere dai pompieri in provincia di Bergamo. “Se dovessero essere rimossi striscioni di critica politica mi farò sentire”, avverte il sindaco Giuseppe Sala” si legge sulle stesse colonne.

“Salvini ha superato il limite”

E in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, il sociologo torinese Marco Revelli paragona questo fenomno ai “girotondi” fatti ai tempi del governo Berlusconi, “ma più popolari, creativi e… stanchi”. “C’è una società che svolge un ruolo di supplenza rispetto a quello che dovrebbe fare la politica” spiega Revelli. Con una differenza: “I girotondi erano la denuncia dell’impotenza dell’opposizione a Berlusconi e l’assunzione in prima persona dell’impegno da parte di cittadini che si auto-organizzavano. Ma mentre i girotondi avevano come protagonisti gli esponenti di quello che Paul Ginsborg definiva ‘il ceto medio riflessivo’, questa contestazione a Salvini è un fenomeno molto più popolare. Quelli dei selfie-trabocchetto non sono professori di università orfani della sinistra storica, sono giovani creativi infastiditi da una figura così rozzamente intrusiva. Più fastidio che supplenza della politica tradizionale”.

Per Revelli, dunque, “Salvini ha superato un limite. Non solo dal punto di vista del contenuto politico, e mi riferisco a un’ostentazione di disumanità verso gli ultimi divenuta esasperata”. Quindi “un messaggio che era indirizzato, e in qualche misura incontrava anche, ai cattivi sentimenti delle maggioranze silenziose, ma che è diventato troppo rumoroso. Troppo radicale perché si è coniugato con forme di estremismo politico di destra che non rassicurano le maggioranze silenziose”.

Ciò che per il sociologo torinese si è trasformato in “un clamoroso errore comunicativo nell’agire del ministro, che è lo sbaglio in cui incorrono tutti quelli che puntano tutto sull’esibizione di se stessi e sulla messa in scena della propria persona”, anche e non solo attraverso l’uso delle felpe, delle divise e dei simboli in genere.

Libero lancia invece un appello nel titolo di apertura della prima pagina: “Salvate il capitano Matteo. Contro di lui un plotone di esecuzione” fatto di “aggressioni quotidiane da avversari politici, giornali e banche” che “gli danno colpa di qualsiasi evento negativo”. Un consiglio? “Deve tener duro, la maggioranza silenziosa è con lui”. 

Come si elegge il Parlamento europeo? E chi può essere eletto a Strasburgo? I singoli Stati possono eleggere i propri rappresentati autonomamente, con una legge elettorale diversa da quelle degli altri? E i membri della Commissione europea, come vengono scelti? Insomma, quanto ne sappiamo davvero delle elezioni del 26 maggio prossimo (ma in Europa non si vota tutti lo stesso giorno, e anche gli scrutini sono in orari diversi)? Agi.it vi propone un breve test (15 domande a risposta multipla) per mettere alla prova la vostra conoscenza delle istituzioni europee. 

E alla fine, se vuoi approfondire e ripassare come funzionano gli organi politici dell’Unione Europa leggi di più su Sapere Tutto sull’Unione Europea

“Sulla scrivania avevo un telefono digitale, mi bastava un clic sul monitor per telefonare ai capi dipartimento, al capo della polizia, ai vertici dei servizi segreti. Li chiamavo in ogni momento, più volte… sì, ero un molestatore seriale. Ma un ministro dell’Interno deve fare così, altrimenti non riesce a realizzare scelte strategiche per la sicurezza pubblica. Non serve a niente farsi raccontare al telefono ciò che succede in Italia, se poi ti disinteressi e non sai incidere”. Cosi’ l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti in un’intervista a La Repubblica parla della sua esperienza al Viminale.

Delegare tutto al capo di gabinetto? “Il ministro dell’Interno lavora bene – risponde Minniti – quando non fa notizia. E non è un caso che la Democrazia Cristiana, nella sua lunghissima stagione di governo, evitasse di scegliere, per quest’incarico, i propri capicorrente o i leader di altri partiti”. “La campagna elettorale permanente in cui questo governo ha gettato il Paese rischia di produrre pericolose tensioni nel sistema democratico”. Ancora: “Il ministero dell’Interno è terzo per antonomasia, deve garantire i diritti di tutti, anche di chi non l’ha votato o non la pensa come lui – Il suo compito non è fare comizi, ma assicurare che altri possano farli”, insiste l’esponente dem.

“Nei miei 16 mesi al Viminale mai ho fatto comizi in piazza, solo iniziative al chiuso. C’è una bella differenza”, perché “il comizio è la massima espressione di un punto di vista unilaterale. Sollecita dichiarazioni a effetto. Una parola sbagliata detta su un palco da un leader politico che è anche ministro dell’Interno, dunque depositario di poteri straordinari e terminale di informazioni riservate, può apparire come una minaccia”.

Da giorni bombardato dalle critiche degli alleati, al centro delle polemiche del Salone del libro di Torino per l’intervista pubblicata con l’editore-militante di CasaPound, accusato di estremismo o di essere il regista di un ”fascismo 2.0” e di un “governo della paura”, come scrive oggi Ezio Mauro su la Repubblica, che sul vicepremier e ministro sta conducendo da giorni una campagna di stampa che lo definisce “ministro latitante” o “volante” per i tanti aerei speciali della Polizia su cui sale per girare l’Italia, e che comunque non sta mai nel suo ufficio al Viminale, con i sondaggi che raccontano che la Lega sta prendendo terreno, il vicepremier Matteo Salvini sembra – nelle ultime ore – voler offrire un’immagine meno aspra. 

Così al suo omologo Luigi Di Maio, che ieri in un’intervista a la Repubblica lo accusava di inasprire i toni del confronto e di soffiare sul fuoco dei conflitti e di strizzare l’occhio a CasaPound, invitandolo a smetterla con il maneggiare i fucili, risponde con un’intervista per l’edizione cartacea del Corriere della Sera in cui dice: “Quando farò il ministro della Cultura, andrò alle rassegne cinematografiche. Se sono ministro dell’Interno, mi occupo di quello che usano tutti i giorni le forze dell’ordine”.

Ma ai suoi compagni leghisti che lo sollecitano a mollare Di Maio, i 5Stelle, di mandarli a quel paese insieme al governo, manda a dire “che abbiamo troppo da fare. E che non esiste una maggioranza alternativa”. Poi, sui contenuti, rilancia: “L’obiettivo non è quota 100, è quota 41: se hai lavorato per 41 anni, va i in pensione. E poi la riforma della giustizia, della scuola, l’autonomia, la riforma fiscale”.

Ma il governo ha ancora un futuro davanti a sé? “Io spero di sì”, risponde fiducioso ma prudente il ministro dell’Interno, senza però sbilanciarsi troppo e ribadendo i numeri e le percentuali di quelli che lui ritiene i successi sui “reati diminuiti” in quest’anno. E sul perché i 5Stelle lo attacchino, lui risponde: “Temo che abbiano influito i sondaggi e le Regionali. Noi abbiamo vinto dappertutto, ma quelle sono elezioni locali. Perché il governo sta lavorando e dunque i continui attacchi sono ingiustificati”.

Dunque, al Di Maio in versione “moderata” di ieri, si contrappone oggi un Salvini quasi “ecumenico”. Che sui mancati accordi politici con i 5Stelle, uno su tutti: le autonomie, così risponde: “Io sono un uomo di parola. Alcuni provvedimenti approvati da questo governo non sono affatto nel dna della Lega. Pensi al reddito di cittadinanza: vedo tra l’altro che ha aumentato le separazioni e i divorzi, che ci sono persone che fanno acquisti strani… Ma va bene: si controllerà. Però, sulle autonomie io ho dato la mia parola e la mia parola vale. E poi non capisco, mi parlano di sanità di serie A e di serie B. Il fatto è che oggi è così. Noi siamo convinti che l’autonomia sia il rimedio. Ma non c’è solo quello: dicono no immotivati al decreto sicurezza, no alla flat tax. Tanti no in sintonia con Renzi”.

Ma sul fascismo e Benito Mussolini che giudizio dà il ministro Salvini? “Il mio è un giudizio storico decisamente negativo, come riguardo a tutti i regimi che cadono nella violenza, che incarcerano le idee e le persone… Poi, negare le opere, le bonifiche, le grandi stazioni secondo me non ha senso: è negare un fatto storico. Mi stupisce che io in campagna elettorale parlo di tasse e di lavoro e mi danno del fascista…”. E a chi l’accusa di star troppo poco al Viminale? “Siamo nel 2019, esiste la tecnologia. Ma poi, ci fosse un aumento dei reati capirei la critica. Ma così…”.

Il vicepremier, Luigi Di Maio, lancia nuove stoccate alla Lega e chiede un vertice di governo. “Il Movimento 5 stelle – ha detto nel corso della registrazione di Matrix su Canale 5 – vuole fare la flat tax, l’autonomia, un altro dl sulla Sicurezza perché il primo non ha funzionato ma sui rimpatri. I temi ci sono e si devono affrontare, ma da quando c’è stato il caso Siri la Lega l’ha presa sul personale, ho chiesto un vertice di governo, invece vedo un po’ di irritazione”.

Prosegue il capo politico di M5s: “Negli ultimi quattro mesi non riconosco più la Lega che ho conosciuto nei primi sei. Quando ho visto la Lega reagire sul caso Siri a protezione della casta, è come se Salvini si fosse tolto la felpa e avesse messo l’abito buono della vecchia politica, io non li capisco più come prima”.

Il valore della solidarietà è evocato dalla Costituzione: lo ha sottolineato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo a sorpresa e tra gli applausi alla celebrazione del Centenario di fondazione della Confederazione cooperative italiane.  L’Assemblea costituente ha fatto proprio nell’articolo 45 della Carta “il valore della cooperazione, riconoscendo i diritti delle formazioni sociali ed evocando la parola solidarietà che è parola chiave per le cooperative”, ha sottolineato Mattarella.

“Quanto avete fatto in questi decenni sottolinea il ruolo fondamentale delle formazioni sociali e dei ruoli intermedi, che non a caso la Costituzione esprime come pilastro portante della vita della Repubblica”, ha ricordato il Capo dello Stato. “Il movimento cooperativo”, ha aggiunto, “si è mosso contrastando l’erronea convinzione che si possa esaurire la vita sociale ed economica del Paese nella dicotomia statale-privato”.

Cambio di strategia? Intervistato da la Repubblica Luigi Di Maio, vicepremier, ministro e leader 5 Stelle si definisce “una persona moderata”. Eppure negli ultimi giorni con Matteo Salvini è lite su tutto, obietta il quotidiano. “Non si tratta di litigare”, aggiunge, ma “semplicemente quando l’asticella si sposta troppo come accadde a Verona, dove c’era gente che andava dicendo che la donna deve stare a casa a pulire, o quando vedo sui social il ministro dell’Interno che imbraccia un fucile, allora dico la mia”. Il titolo dell’intervista è più che esplicito: “I moderati siamo noi, la Lega la pianti con i fucili”.

È preoccupato, Di Maio, per questa escalation dei toni? “Non è nel mio stile” risponde ribadendo però un concetto: “C’è un po’ di nervosismo, bisogna abbassare i toni, evitare di soffiare sul fuoco. Ho fatto tante piazze e non ho mai avuto di questi problemi. Chi viene a protestare per delle vertenze, lo incontriamo sempre”.

E sul caso dei rom contestati e minacciati a Casal Bruciato, periferia di Roma: “Le minacce che ha ricevuto quella famiglia e la sindaca stessa sono inaccettabili. D’altro canto non bisogna sottovalutare, come ho detto prima, il livello di tensione sociale. C’è chi soffia sul fuoco”.

Dopo le europee riscoprirete la mitezza nei confronti della Lega?, chiede l’intervistatrice. Risposta di Di Maio: “Io sono sempre lo stesso, se la Lega torna su posizioni più moderate e la smette con fucili, armi e carri armati…”. Ecco, dunque, un Di Maio inedito, versione pompiere.

New style. Che getta acqua sul fuoco dove gli altri vi soffiano. I segnali ci sono, ormai da giorni. Dalla richiesta di abbassare i toni, alla difesa del Papa e del suo Elemosiniere intervenuto a riattaccare la luce agli occupanti del palazzo romano.

Tuttavia sarà una campagna elettorale “contro” questa, almeno nelle ultime due settimane. L’un contro l’altro armati. Lega vs M5S. E viceversa. Incrociando le lame. E anche in questo caso i segnali non mancano. Ieri il primo: “la maggioranza va sotto alla Camera” scrive il Corriere della Sera in un sottotitolo di pag. 4 della sua versione cartecea.

Con la bocciatura in commissione Difesa alla Camera della “richiesta di accantonamento dell’articolo 10 del provvedimento di libertà sindacale delle forze armate. Un tonfo eclatante: 25 a 13”. Il Messaggero è più esplicito, sempre in un sottotitolo di pag. 6: “E la Lega in commissione vota contro i 5Stelle sui sindacati militari” e sulla rappresentanza.

Ogni giorno come fosse l’ultimo. “Governo alla resa dei conti” titola il Corriere della Sera in apertura di prima pagina. Ma è un’attesa che si ripete ormai da giorni. Tanto che il viceministro alle infrastrutture Rixi, leghista, in un’intervista sulle stesse colonne si lascia andare a questo sfogo: “Basta con questo Vietnam. I Cinque Stelle pensano che si possa governare così?” Vietnam, dunque guerriglia. Questo evoca il termine.

Il giorno della resa dei conti è vicino? Per il quotidiano di via Solferino la data precisa è il 20 maggio, giorno in cui è fissato il prossimo Consiglio dei ministri, “l’unico e ultimo prima delle Europee”. Libero scrive: “Traballando con le 5 stelle”, per dire che Salvini e Di Maio “danzano sperando di essere premiati dai sondaggi ma nei volteggi si pestano i piedi”. Intanto da domani “il M5S vuole calendarizzare alla Camera la proposta di legge sul conflitto d’interessi. Di Maio: “È nel contratto”. Salvini: “Prioritarie altre riforme ”. Forza Italia alza le barricate e conta sulla Lega e sul Pd, che manda avanti le seconde linee a parlare di Casaleggio” preannuncia Il Fatto Quotidiano. Ma sul conflitto d’interessi Il Giornale registra la “frenata” della Lega.

Secondo l’edizione cartacea del quotidiano di via Solferino, dunque, fino al prossimo CdM (20 maggio) o anche al giorno del voto che poi è sei giorni dopo (26) i due alleati si sfidano con le loro battaglie identitarie, che poi si sostanziano in “6 mosse” tra “misure e veleni”. Salvini ha già fissato i paletti: “Si può parlare di acqua pubblica, conflitto d’interessi, ma le emergenze sono altre. La settimana prossima porteremo in consiglio dei ministri il decreto sicurezza, l’Autonomia e la riduzione tasse. Non si può andare avanti coi no: tav no, aeroporto no, termovalorizzatori no”. E attacca: “I rapporti cambiano se non si mantengono le parole date. Io la parola data su altri provvedimenti l’ho mantenuta, adesso spetto che i5Stelle mantengano la parola”. Punto.

Ma i tre dossier sono visti da Di Maio e soci “come fumo negli occhi”. E così “il Movimento prepara le contromosse” si legge nella cronaca. “Con altrettante proposte su lavoro, sanità e famiglia, che tra oggi e domani rischiano di aprire nuovi terreni di scontro con il Carroccio. ‘In questi ultimi 15 giorni voglio che si parli solo di temi e del nostro programma. Abbiamo tante novità da presentare ai cittadini e dobbiamo parlare di contenuti. Non rispondete a chi provoca, pensate al territorio, ascoltate la gente, raccogliamo la voce dell’Italia’, ha ribadito Di Maio ai suoi” promettendo dopo il voto “uno scatto in avanti come Movimento. Cresceremo sul piano organizzativo e strutturale». Vietnam, appunto. Guerriglia.

La priorità per il capo politico del M5S rimane comunque il salario minimo, proposta per altro che i leghisti hanno già respinto, come Pd e Fi, contrari all’idea di “una soglia di nove euro orari”. Poi c’è la sanità in Calabria, l’Albo dei Commissari presso il ministero della Salute e un nuovo criterio di selezione per gli ospedali. Ultimo tassello della contro-strategia pentastellata, “Di Maio vuole spendere il miliardo di euro avanzato dal reddito di cittadinanza in misure di sostegno ai nuclei famigliari” informa ancora il Corriere, che aggiunge questa fotografia della situazione: “Giuseppe Conte si tiene a distanza di sicurezza dalla rissa elettorale tra Salvini e Di Maio, si mostra impegnato sui dossier e lascia che sia il capo politico dei 5 Stelle a vedersela con gli alleati-avversari. La strategia del Movimento, che coincide con quella di Palazzo Chigi, è schiacciare la Lega sempre più a destra, per convincere gli italiani che il M5S è l’unico argine a nazionalismi e sovranismi che puntano a scardinare l’Europa”.

Anche Il Messaggero segnala come data cruciale il CdM della prossima settimana, evidenziando che anche il i rifiuti della Capitale sono oggetto della resa dei conti, con Salvini intenzionato a varare un “Ddl anti Raggi” in materia, che è anche “un messaggio esplicito” alla Sindaca “alla sua linea di veti sugli inceneritori in una Capitale ormai in emergenza cronica sui rifiuti”. Così come il “salva Roma” diventa un’occasione per dare vita a un “asse trasversale per far passare il testo in Aula” e che vedrebbe compattarsi “dai grillini al Pd, da Fi a FdI”.

Ogni pretesto è dunque buono per prendere le misure. E saggiare il terreno. E i rapporti di forza. Da soli o in alleanza. Da qui alle Europee. E oltre… Mentre arrivano modesti segnali o indicazioni dai ballottaggi siciliani. E sulle elezioni, la campagna elettorale, le prove di forza, il clima, le attese, i test, da segnalare lo scambio tra un lettore e il direttore del Corriere nella usuale rubrica del lunedì. 

Complice forse la campagna elettorale per le europee del 26 maggio, il clima di scontro a tutto tondo tra M5s e Lega arriva a toccare livelli elevati, con Luigi Di Maio e Matteo Salvini che ormai si ‘sfidano’ a tambur battente sui temi dell’agenda politica e, soprattutto, sulle misure da sottoporre all’attenzione della prossima riunione del Consiglio dei Ministri.

Riunione che, al momento, non risulta ancora convocata e che potrebbe non essere mai segnata sul calendario per evitare nuovi bracci di ferro tra alleati.

Entrambi i vicepremier chiedono e pretendono il rispetto della parola data, garantendo di non volere alcuna crisi di governo. Ma poi, quando si scende nel merito delle diverse proposte, si accentua lo scontro. Il primo a lanciare la ‘sfida’ a Salvini e’ Di Maio che, prima di partire per il tour in Puglia, posta su Facebook un lungo intervento per la Festa della mamma, in cui annuncia un decreto legge per dare un miliardo alle famiglie. Salvini non raccoglie il guanto, e rilancia a sua volta: “Auguri a tutte le mamme, ma non alle ‘genitrici 2′”.

La ‘palla’ torna in mano al leader pentastellato: “Sul Conflitto d’interessi mi aspetto lealtà al contratto. La legge è nel contratto e si deve fare”, scandisce da Foggia. “È urgente portare giustizia, sicurezza e disciplina nel Paese. Sul dl sicurezza bis qualcuno dei Cinque stelle ha detto che non serve. Se hanno proposte in più ben venga, ma non sono accettabili i no da colleghi di governo senza una motivazione”, replica il titolare del Viminale che, dalla Liguaria, avverte: “Le europee sono un referendum di vita o di morte”.

Il vicepremier pentastellato ne approfitta subito, e osserva: “L’ultimo che ha parlato di referendum è stato Renzi e non gli è andata bene…”. Quindi, Di Maio lancia un nuovo affondo: alle elezioni europee gli italiani “dovranno scegliere tra chi si vuole tenere gli indagati per corruzione nelle istituzioni e chi no”. Riferimento non esplicito ma nemmeno troppo velato che potrebbe far ricordare l’ultima vicenda che ha coinvolto il leghista Siri, a cui il premier Conte ha revocato la delega.

Il ministro dello Sviluppo punta quindi a incassare un altro risultato: il salario minimo, che “sarà legge ad agosto”. Tema che divide i due alleati, con la Lega scettica sulla misura. E se Salvini lamenta i continui ‘no’ dei 5 stelle, Di Maio replica tranchant: “M5s dice no a tutto? Sto ancora aspettando le proposte scritte della Lega, per ora vedo solo titoli, ad esempio sulla flat tax”. Ma è soprattutto il fronte sicurezza e migranti a dividere i due alleati: Salvini insiste sul decreto bis – “in Italia si arriva se si ha il permesso, i porti con me sono e rimangono chiusi. Lo dico a qualche alleato di governo che ha nostalgia dei porti aperti” – e Di Maio replica: “Invece di fare il decreto per iniziativa elettorale, lavoriamoci qualche settimana e mettiamoci i soldi”, soprattutto “su una cosa su cui siamo ancora fermi, rimpatri e ricollocamenti”.

Anche da palazzo Chigi arriva una ‘bacchettata’: “I rimpatri sono competenza di Salvini, ma siamo disponibili a dare supporto”, spiegano fonti. Ma il leader leghista non arretra: sul decreto sicurezza bis “non accetto i ‘no, punto'”. E rilancia a sua volta: il conflitto di interessi? “Pronto a votarlo, tutto quello che c’è nel contratto io lo rispetto. Ma le emergenze sono altre, altre sono le priorità”, mette in chiaro, annunciando che al prossimo Consiglio dei ministri “porterò sul tavolo Autonomia, abbassamento delle tasse e sicurezza. Mi aspetto che i 5 stelle mantengano la parola”. Per poi lanciare una sorta di avvertimento: “I rapporti di forza cambiano se non si rispetta il contratto”. Del resto, garantisce il ministro dell’Interno, “ho firmato un contratto e voglio andare avanti coi 5 stelle, la mia parola vale, basta che gli alleati non mi insultino ogni giorno, perché se ti insultano ogni giorno…”.

Chiude in anticipo la stagione di ‘Che Fuori Tempo Che Fa’, il programma del lunedì sera di Fabio Fazio su Rai1 e che segue quello della domenica, ‘Che Tempo Che Fa’ in prime time. Quella di lunedì 13 maggio sarà l’ultima puntata, le altre tre in previsione il 20 e 27 maggio e il 3 giugno non andranno in onda.

Dai Rai1 fanno sapere che il 20 maggio ci sarà una puntata di Porta a Porta incentrata sull’imminenza del voto per le Europee e il 27 ancora Porta a Porta con uno speciale dedicato ai risultati del voto, che comprende anche le amministrative in alcune realtà regionali e comunali, mentre il 3 giugno andrà in onda un film.

Domenica sera lo stesso Fazio in avvio di ‘Che Tempo Che Fa’ ha annunciato che il programma del lunedì si chiude per questa stagione. “Ci è stato comunicato che le ultime tre previste non andranno in onda e quindi per tutti gli appassionati di Maurizio Crozza, del Mago Forest, di Raul Cremona di tutti noi e di Max Pezzali vi aspetto domani sera e grazie per essere stati con noi quest’anno: più del 13% e 1 milione e mezzo di telespettatori di media, Grazie molte”.

Nessun taglio a Fazio, ha detto all’AGI la direzione di Rai1. Dalla rete ammiraglia spiegano che come era già avvenuto nei lunedì successivi alle recenti tornate amministrative, anche per queste elezioni europee “Porta a Porta” prenderà il posto di “Che Fuori Tempo che Fa” in seconda serata. Lo farà perciò il 20 maggio “per poter articolare il calendario della comunicazione elettorale prima della consultazione, concordemente con la Commissione di Vigilanza”; lo farà il lunedi’ successivo, il 27 maggio, per seguire le elezioni, “perché come di consueto sarà Porta a Porta a commentare i risultati con uno Speciale, secondo tradizione”.

E per la settimana successiva, quella del 3 giugno, perché – “anche a seguito di verifiche con la struttura” – è stata considerata l’opportunità di non riprendere per una sola puntata dopo una lunga interruzione, “riducendo così ai minimi costi elevati e spese inutili e recuperando anche sulle spese generate dal fermo”. E questo “rientra nelle normali forme di cambiamento anche radicale dei palinsesti, dovuto ai periodi elettorali”.

Per il Pd, invece, si tratta di una epurazione. “Dopo una vergognosa escalation di attacchi quotidiani, l’editto di Salvini va a segno: Fazio viene tagliato. La situazione in Rai è vergognosa, c’è un allarme oltre ogni soglia. Sono in pericolo come mai prima autonomia e pluralismo del servizio pubblico” ha detto il senatore dem Francesco Verducci, vicepresidente della commissione Istruzione.

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