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L’Emilia-Romagna si annuncia come il fronte piu’ ‘caldo’ per Pd e M5s e per la sopravvivenza del governo Conte II. A 72 giorni dal voto regionale, Matteo Salvini ha aperto ufficialmente ieri la campagna elettorale della ‘sua’ Lucia Borgonzoni. Per il segretario leghista è la ‘battaglia della vita’ che, vinta, potrebbe provocare scossoni talmente forti da far cadere l’esecutivo giallorosso e riportare il Paese al voto e la Lega al governo dopo il passo indietro un po’ pasticciato che da agosto la relega all’opposizione.

Ma è la partita della vita anche per il Pd di Nicola Zingaretti. Se i democratici dovessero perdere la roccaforte emiliana e il governatore uscente Stefano Bonaccini non fosse rieletto, difficilmente il segretario dem manterrebbe la guida del partito. In caso di disfatta in Emilia-Romagna, Zingaretti – dicono i suoi – farebbe probabilmente un passo indietro. Ed è così che i dem hanno intenzione di schierare tutti i loro carri armati a difesa del fortino emiliano-romagnolo in chiave anti-Salvini.

Per questo weekend il Pd ha organizzato una assemblea programmatica, a Bologna, dedicata agli “Anni 20 del 2000”, cui prenderanno parte tutti i big di partito, anche quelli al governo. Una iniziativa a sostegno del governatore modenese che però sta facendo di tutto per dare un senso territoriale al voto, mentre Salvini tenta di cavalcare lo scontento sulla manovra e i provvedimenti del governo, trasformando la consultazione in un referendum sull’esecutivo Pd-5 stelle.

Le mosse dei pentastellati

Prima del week end dovrebbe arrivare anche un’altra decisione importante; quella del M5s. I pentastellati dovrebbero riunirsi oggi a Roma con Luigi Di Maio e prendere una decisione. La linea l’ha già tracciata il ‘dominus’ bolognese Max Bugani, che si è dichiarato per l’ipotesi di non presentare proprio la lista, una scelta di ‘desistenza’ che non gode il favore dei consiglieri regionali in carica. Questa strada avrebbe il vantaggio per Di Maio e per il Movimento, dato in calo nei sondaggi, di non dover ‘digerire’ un’altra probabile sconfitta alle regionali, come avvenuto in tutte le amministrative dell’ultimo anno e mezzo.

Bonaccini ha fatto un corteggiamento spietato al Movimento – che col suo 7-8 per cento stimato potrebbe risultare fondamentale – ma inutilmente , con Di Maio che, dopo la sconfitta in Umbria, ha decretato il ‘niet’ alla riproposizione a livello locale dell’alleanza Pd-M5s sperimentata sul nazionale. I consiglieri uscenti del M5s potrebbero quindi – è una delle ipotesi – confluire nella lista del presidente. Così come Italia viva di Matteo Renzi potrebbe presentare alcuni candidati nella stessa lista a sostegno di Bonaccini. Malgrado il deciso ottimismo che si respira tra i leghisti, convinti dalla “voglia di cambiamento” percepita nelle piazze, la partita è al momento ancora tutta aperta, con la maggior parte dei sondaggi che dipingono un sostanziale testa a testa tra i due contendenti.

Salvini, che ieri ha radunato circa 5000 persone, al PalaDozza, di certo non si risparmierà, con una campagna a tappeto, tra mercati, piazze, come fatto già in Umbria. L’impresa non eèsemplice ma comunque neanche nuova per la Lega, che, dal primo Comune toscano – Cascina, nel Pisano – conquistato nel giugno 2016, ha inanellato una lunga serie di successi in territori in cui l’elettorato tradizionalmente ha per molti anni preferito la sinistra, prima Pci, poi Pds e Pd: dai Comuni di Genova, Pisa, Terni, Ferrara, Forlì, all’ex Stalingrado d’Italia, Sesto San Giovanni, e la vicina Cinisello Balsamo, nel Milanese, fino alla Provincia di Trento, e le regioni Basilicata e Umbria.

Commentando la sentenza di condanna per i carabinieri ritenuti responsabili della morte di Stefano Cucchi, il leader leghista Matteo Salvini ha detto che rispetta la famiglia ma il caso “dimostra che la droga fa male”. “Che c’entra la droga? Salvini perde sempre l’occasione per stare zitto”, ribatte Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, in diretta a Circo Massimo, su Radio Capital. “Anch’io da madre sono contro la droga, ma Stefano non è morto di droga. Contro questo pregiudizio e contro questi personaggi ci siamo dovuti battere per anni. Tanti di questi personaggi sono stati chiamati a rispondere in un’aula di giustizia, e non escludo che il prossimo possa essere proprio Salvini”.

Giuseppe Conte ha dato le prime cifre sui rimborsi ai veneziani per i danni subiti con l’acqua alta di martedì notte. “Per quanto riguarda il ristoro dei danni – ha detto il presidente del Consiglio al termine della riunione in prefettura – ci sono due fasi: la prima consentirà di indennizzare privati ed esercenti commerciali fino ad un limite di 5 mila per i privati e 20 mila per gli esercenti”. “Questi soldi potranno arrivare subito. Poi chi ha danni più consistenti li quantificheremo con più calma e ovviamente dietro istruttoria tecnica potranno anche essere liquidati quelli maggiori”, ha aggiunto.

“Nel Consiglio dei ministri di oggi adotteremo il decreto che dichiara lo stato di emergenza, come richiesto dal presidente della Regione”, ha poi confermato Conte. “Questo – ha proseguito, al termine della riunione mattutina in prefettura – ci consentirà di varare già le prime dotazioni finanziarie per quanto riguarda le spese di primo soccorso volte a ripristinare la funionalità dei servizi”.

Durante la sua visita a Venezia il presidente del Consiglio ha percepito “un grande disagio”. Come ha detto al termine dell’incontro in prefettura con i vertici locali, “le mie sono solo prime impressioni, voglio completare un altro giro e parlare un po’ di piùcon le persone che stanno soffrendo questa situazione drammatica”. Prima di ripartire per Roma, Conte fa un sopralluogo sull’isola di Pellestrina, la più colpita in laguna. “La mia impressione è che ci sia veramente un grande disagio. Oggi ha parlato con un edicolante che ha visto la sua edicola sprofondare nel canale della Giudecca perdendo tutto. Potete immaginare cosa posa significare per chi ha una attività commerciale vede tutto il suo mondo crollare sotto acqua”, ha concluso prima di salire sul motoscafo. 

Con un’intervista rilasciata a La Stampa di Torino mentre si trovava ancora a Washington, il segretario del Pd risponde all’intervista di Matteo Renzi dalle stesse colonne dove ha spiegato di voler fare al Pd quello che Macron ha fatto ai socialisti: togliergli i consensi. “Ogni picconata al Partito democratico è un favore fatto a Matteo Salvini. Questa è la pura verità, e quindi più si colpisce il Pd, più si rafforza la destra. Poi ognuno si assumerà le sue responsabilità” dice Zingaretti, convinto che “non si possa governare tra avversari politici”.

Il segretario dem continua invece a pensare che i democratici siano in Italia “il principale pilastro intorno a cui si può organizzare un’alternativa ad una destra fortissima, che a piazza San Giovanni ha fatto una proposta al Paese ben chiara, alla quale occorre dare una risposta molto netta” e che non vi sia “un’alternativa alla destra italiana che non passi da un nostro forte protagonismo”, quello dem, appunto.

Quanto a Renzi, Zingaretti ritiene che un partito come Italia viva “che fonda la propria identità in negativo sugli altri non abbia molto futuro” perché “chi fonda la propria forza sulla critica degli altri probabilmente ha poco di positivo da dire su se stesso”.

Circa la similitudine con gli Anni Venti del secolo scorso, con la destra all’arrembaggio, Zingaretti afferma poi che “ci sono alcuni fattori drammaticamente simili: la crisi economica, la ricerca dell’uomo forte, la frammentazione della politica, l’incapacità della politica di capire che occorre fare un salto in avanti netto, per dare una risposta alle persone. Io voglio uscire dalle beghe quotidiane, la vera sfida è ricostruire la speranza che le cose possono cambiare. Questo può sconfiggere le destre, non le divisioni nel campo del centrosinistra o le furbizie”.

Sulle quali aggiunge: “Io non voglio distruggere Italia Viva. Non siamo noi che colpiamo il Matteo sbagliato, ma lui che punta l’obiettivo sbagliato. Io lotto contro Salvini, lui contro il Pd”. E sulle imminenti elezioni emiliane che si terranno a fine gennaio 2020, il segretario dem si dice certo che “vincerà Bonaccini” perché “è stato non solo un ottimo presidente, ma sta impostando la compagna elettorale per il bene dei suoi cittadini, contro le invasioni da fuori di chi dell’Emilia Romagna non gliene frega niente”.

Infine anche una battuta sul governo Conte: “Quello che l’Italia si aspetta da questo esecutivo – il numero uno del Pd – è una visione comune, per riaccendere la crescita e indicare un nuovo modello di sviluppo che a mio avviso deve fondarsi su una nuova economia verde” e per questo motivo “non possiamo sottovalutare che la destra italiana ha avanzato, vuole avanzare, una sua proposta al Paese”: Ciò impone che “noi dovremmo farlo nel nostro campo, aggregando le forze migliori della società a comincia”.

La strada è sì lunga, ma intanto la maggioranza di governo fissa i primi paletti, circoscrivendo il campo d’azione e spazzando via in un sol colpo ogni ipotesi di proporzionale puro (inviso al Pd e al segretario Nicola Zingaretti). I dem, però, devono ‘cedere’ sul maggioritario, che esce di scena, per la gioia di M5s e Leu. Scelta che, in realtà, non dispiace nemmeno a Italia viva. Il timing che i giallorossi si sono dati, poi, è abbastanza serrato: entro un mese, al massimo il 20 dicembre, sarà incardinata in commissione alla Camera la proposta di riforma della legge elettorale.

È l’esito del primo vertice sulla riforma del sistema di voto, durato circa due ore e terminato – come ormai da prassi della nuova maggioranza – con un documento unitario in cui si dice chiaramente che, “in coerenza con il programma di Governo che si e’ posto l’obiettivo di incrementare le garanzie di rappresentanza democratiche, assicurando il pluralismo politico e territoriale, si è convenuto che non siano praticabili soluzioni fondate su collegi uninominali maggioritari né modelli proporzionali senza correttivi”.

Le due ipotesi sul tavolo

In sostanza, sono due le ipotesi su cui si lavorerà, anche se l’accordo è ben lungi dall’essere vicino: un doppio turno nazionale, con la possibilità di apparentamenti tra il primo e il secondo turno, e un proporzionale con soglia di sbarramento alta, almeno al 5%. Il primo sistema piace al Pd che, seppur abbia acconsentito ad accantonare i collegi uninominali, non ci sta a rinunciare del tutto ai correttivi maggioritari. Il secondo modello piace ai 5 stelle.

Quanto a Leu, bene il proporzionale (così come il doppio turno), ma sulla soglia ci sarà da discutere. Idem Italia viva: ufficialmente i renziani sono aperti a ragionare su tutte le ipotesi (anche se non è sfuggita l’assenza al vertice della capogruppo Maria Elena Boschi). Nella maggioranza, tuttavia, non si fa mistero del fatto che le prime frizioni potrebbero arrivare proprio sulla questione delle soglie.

Il nodo delle soglie di sbarramento

Il Pd, dal suo punto di vista – spiegano fonti che si stanno occupando del dossier – ritiene “preferibile ragionare su un sistema con premio di maggioranza alle coalizioni, analogo a quello in vigore nei comuni medio grandi”. In casa dem si starebbe ragionando su un modello che prevede un primo turno in cui si presentano singole liste o coalizioni; ma se nessuno raggiunge il 50% si torna a votare e si possono anche fare coalizioni ulteriori. Tra le ipotesi ci sarebbe quella di un premio fino al 55%. L’imperativo, vine spiegato, è che si metta in campo un sistema elettorale che garantisca stabilità e governabilita’. I dem, però, non escludono nemmeno l’ipotesi di un sistema elettorale con “significative soglie di sbarramento”.

Il doppio turno per ora viene visto come fumo negli occhi dai pentastellati, che spingono sul proporzionale con sbarramento alto, ed è da lì che intendono partire. I 5 stelle, viene riferito, lo avrebbero detto chiaro e tondo agli alleati. Al di là dei tecnicismi, il tema della riforma si intreccia con quello delle alleanze, ma soprattutto con l’eventualità di un ritorno anticipato al voto. E nella maggioranza c’è chi osserva che la ‘stretta’ sulla trattativa sulla legge elettorale nasconda anche l’intenzione di farsi trovare ‘pronti’ in caso la situazione precipitasse dopo la manovra. Certo, c’è la questione del taglio dei parlamentari e della sua entrata in vigore. E molto dipenderà dal referendum. 

La variabile del referendum

Al Senato prosegue la raccolta firme (sono già a quota 50, sulle 64 necessarie) e tutti, maggioranza ma anche opposizioni, attendono di capire se la consultazione popolare si svolgerà: gli scenari che si potrebbero verificare sono infatti due. Se il referendum non si tenesse, la legge per la riduzione dei parlamentari entrerebbe in vigore il 12 gennaio e dovrebbero poi passare altri sessanta giorni per ridefinire i collegi; dal 12 marzo, dunque, se il governo cadesse, si potrebbero sciogliere le Camere con la certezza di votare eleggendo ‘solo’ 600 parlamentari.

Se, invece, il governo cadesse prima di quella data, si eleggerebbero tutti e 945 i parlamentari. Con il referendum – che potrebbe svolgersi non prima di maggio – l’entrata in vigore della riforma slitterebbe di qualche mese: eventuali elezioni con il nuovo sistema si potrebbero dunque svolgere solo in primavera inoltrata o in autunno. Anche in questo caso, se il governo cadesse entro maggio, la legge di riduzione dei parlamentari non entrerebbe in vigore e si eleggerebbero 945 parlamentari.

I paletti del Quirinale

Chi ritiene, nel Pd, in Italia Viva e nei M5s, che il governo debba proseguire nel suo lavoro, dunque, sta valutando se sia meglio far svolgere il referendum o no. Per alcuni se la legge entrasse subito in vigore i parlamentari sarebbero lusingati dalla possibilità di restare in carica solo evitando la crisi di governo, per altri fa premio invece il timore che votando con la vecchia legge ci si attirerebbe il sospetto di voler conservare un alto numero di ‘poltrone’. E c’è anche chi attribuisce al Capo dello Stato la volontà di far votare gli italiani con la riforma in vigore, ma queste sono solo ipotesi che nascono in Transatlantico.

È vero che esiste la consapevolezza che politicamente sarebbe un elemento da valutare l’eventuale richiamo al voto con una legge vecchia, in presenza del varo già attuato della nuova legge. Ma il Presidente ha già fatto trapelare che in caso di caduta dell’attuale esecutivo non permetterebbe al Paese di rimanere in stallo e scioglierebbe le Camere. Ma per il momento tutte queste sono solo ipotesi, il governo è in sella e deve affrontare l’indifferibile compito di varare la manovra per il 2020; dopodiché nulla è già scritto. Non si sa se il governo cadrà, per iniziativa di chi e quali saranno le posizioni dei partiti e il Presidente Mattarella ha già più volte dimostrato di voler procedere solo alla luce dei fatti reali che gli vengono presentati, senza prefigurare nulla.

Su Taranto e su l’ex Ilva il ministro per il Sud chiede che siano accelerati gli interventi “già previsti e finanziati per lo sviluppo della città”, quindi le bonifiche, le misure per il quartiere Tamburi, il rilancio del porto “velocizzando lo status di zona economica speciale che stabilisce incentivi economici per chi usa quell’attracco”.

In un’intervista a la Repubblica Peppe Provenzano aggiunge anche che in materia di esuberi  “noi non siamo disarmati” ma precisa anche che “c’è stata una gara” e pertanto “chiederemo il rispetto dei contratti”. “Anche venendo incontro ai problemi del mercato, certo – sottolinea – ma non rimettendo in discussione tutto, in particolare su lavoro e ambiente”.

Poi il titolare del dicastero per il Mezzogiorno sconsiglia, secco, all’azienda franco-indiana ArcelorMittal, “di ridurre i rapporti con lo Stato italiano a una vicenda giudiziaria” anche in relazione alla presenza della stessa “a Genova e Novi Ligure”. Perciò il ministro ritiene che sia anche interesse dell’azienda poter “dimostrare di voler mantenere una presenza in Europa, nella più grande acciaieria del continente” in quanto “la via giudiziaria è una sconfitta per tutti ma soprattutto per un player globale come Arcelor”.

E il prossimo passo del governo, annuncia Provenzano, “è chiedere ad ArcelorMittal di rispettare il contratto” perché “al momento la nostra priorità è questa” in quanto “la chiusura di quello stabilimento costerebbe tantissimo”, ovvero sarebbe pari a “un punto di Pil e migliaia di posti di lavoro”. “Significherebbe – conclude il ministro per il Sud – cedere un pezzo di sovranità del nostro Paese. Perciò lo Stato ha il dovere di assumersi delle responsabilità”. “Ma lo scenario principale – precisa – è riportare Arcelor Mittal al negoziato. Il resto lo vedremo” in un secondo momento dice.

Il sì o il no allo scudo penale per l’Ilva divide ormai profondamente i 5Stelle. Che sono i subbuglio. Specie sulla leadership di Luigi Di Maio, che in materia di scuso evoca anche la possibilità di una crisi di governo, oggi più che mai messa in discussione.

E in una breve intervista al Corriere della Sera il senatore Gregorio De Falco, già grillino, espulso del 2018 dal Movimento, si trova d’accordo nel dire che “è bene non cedere al ricatto di ArcelorMittal anche evocando la crisi” come fa il capo politico del Movimento, per poi però aggiungere: “Luigi vuole ricostruirsi l’immagine. Ma è tardi”, chiosa.

Secondo il senatore ex grillino, l’obiettivo di Di Maio è quello di “ricostruirsi una posizione da ‘puro’” smarrita nel tempo, ma ribadisce che “è tardi” perché in materia di scudo da concedere ai franco-indiani di Mittal “aveva detto una cosa e il suo contrario” per non parlare poi “dei danni causati dal decreto sicurezza uno e due, con migliaia di immigrati divenuti invisibili anche al fisco”, sottolinea il senatore, che calcola l’ammanco per l’erario pari a “800 milioni di euro di cui qualcuno dovrà rispondere”, attacca.

Al Corriere che chiede al senatore se qualcuno prima o poi chiederà conto a Di Maio degli errori compiuti, De Falco risponde di non saperlo con esattezza ma che comunque quel momento, quando arriverà “sarà tardi” perché quel che bisogna chiedersi è “a chi giova tutto ciò”.

De Falco poi sostiene che “Di Maio è uno dei due soci dell’associazione Cinque Stelle costituita nel 2017 con Davide Casaleggio” che ha poi sostituito quella omonima del 2009, perciò, aggiunge, “bisognerà capire chi dei due era il fondatore”. Ovvero? “Forse non Di Maio” lascia intendere.

 

 

(dall’inviato Rita Lofano)

E’ stato con la Speaker della Camera dei Rappresentanti Usa Nancy Pelosi, il primo degli incontri istituzionali a Washington del segretario del Pd, Nicola Zingaretti. “Abbiamo concordato sull’importanza dell’alleanza euro-atlantica e sulla necessità di rilanciarla”, ha riferito il leader dem dopo il bilaterale a Capitol Hill dove oggi prenderanno il via le prime audizioni pubbliche nell’ambito della procedura di impeachment contro il presidente Donald Trump.

Commentando poi la minaccia del tycoon su nuovi dazi contro il Vecchio Continente e in particolare sulle auto, Zingaretti ha osservato che sarebbe “l’ennesimo grave errore” e ha citato il messaggio “puntale” del presidente Sergio Mattarella “sulla necessità di aprire una stagione diversa, soprattutto nei rapporti tra Usa e Europa”.

Dopo una visita al memoriale di Martin Luther King, “per ricordare un grande uomo”, Zingaretti è stato ricevuto alla Casa Bianca dalla vice consigliera per la sicurezza nazionale, Victoria Coates. Tra i temi in agenda, anche la questione dei dazi commerciali. Mentre lui era in riunione, alcuni uomini del suo staff hanno raccontato di essersi intrattenuti al bar della Casa Bianca con la figlia e advisor di Trump, Ivanka, che ordinava un gelato per i suoi figli. “Abbiamo percepito il timore per tutto ciò che è frammentazione e messa in discussione di alleanze strategiche”, ha affermato Zingaretti riferendo dei suoi incontri.

“Il viaggio è stato importante per i democratici italiani. Abbiamo condiviso una strategia con i dem americani: l’impegno a sradicare le paure attraverso grandi battaglie per un nuovo sviluppo, per un ‘green new deal‘, perché si guardi di più alle ingiustizie sociali e soprattutto perché si riaccenda la speranza nelle persone”, ha rimarcato Zingaretti facendo un consuntivo della due giorni americana.

E’ stata una missione importante “anche per il nostro Paese – ha aggiunto – perché i democratici italiani sono una delle forze principali dentro questo governo. E sentire ribadire la volontà di un nuovo protagonismo italiano dentro questa alleanza è fondamentale”. 
 

“La via maestra è riaprire il confronto con ArcelorMittal, tenendo conto che i 5 mila esuberi annunciati sono inaccettabili e che gli impegni contrattuali sottoscritti un anno fa vanno mantenuti. Bisogna discutere sulle mutate condizioni di mercato, affrontando i problemi con tutti gli strumenti disponibili”. 

In un’intervista al Corriere della Sera, il viceministro dell’Economia Antonio Misiani sostiene anche che  “dobbiamo negoziare e costringere ArcelorMittal a discutere, mettendo da parte le proposte non accettabili così come l’idea di disimpegno” non ritenendo che “i governi debbano farsi intimidire dalle multinazionali” mentre l’interesse nazionale è semmai quello di “portare a compimento il piano ambientale e industriale”.

Quanto a un coinvolgimento della Cassa Depositi e Prestiti, Misiani risponde che “è prematuro” parlarne e comunque “non è nel novero delle azioni in discussione” mentre sulla nazionalizzazione il numero due del Mef dichiara che “tecnicamente è poco fattibile e problematica sotto vari punti di vista”. Sull’immunità penale, Misiani osserva poi che “il Pd è a favore di una norma di carattere generale” ma che allo stato attuale “non ha senso discuterne prima della ripresa delle trattative”.

In un colloquio con Il Foglio il viceministro del Mef confessa invece che “sì, c’è stato un difetto di comunicazione quando nella maggioranza è scattato il gioco del distinguo e il riflesso condizionato di voler piantare le proprie bandierine” ma è anche vero che “avevamo pochissimo tempo – siamo in carica da inizio settembre – e un enorme problema da affrontare”.

Poi aggiunge una sua “personale suggestione” e cioè che “il bonus fiscale per gli investimenti ambientali potrebbe trovare la sua prima sperimentazione nella trattativa sull’Ilva”. Per esempio la defiscalizzazione della bonifica “potrebbe trovare spazio nel passaggio parlamentare”.

E alla domanda se sia più strategica l’Ilva o l’Alitalia, il viceministro Misiani risponde che “il Paese deve avere una forte presenza nazionale sia nella siderurgia sia nel trasporto aereo” e che ciò non significa affatto “un ritorno dello stato imprenditore” ma vuol dire “che se vogliamo che l’Italia mantenga la sua posizione invidiabile nella manifattura europea e mondiale, che l’anno passato ha prodotto 94 miliardi di surplus commerciale, oltre cinque punti di pil, la nostra industria deve essere presente nei settori strategici, nelle filiere tradizionali e in quelle più avanzate”.

Poi Misiani vira sulla politica interna e le alleanze: “Certo – dice –, per trasformare un accordo di governo in un’alleanza occorre che entrambe le parti ci credano”. “E oggi i 5 stelle sono gli azionisti, non di maggioranza relativa ma assoluta” aggiunge. Per poi concludere: “In qualche loro ministero vediamo un cambio di linea, con meno ideologia. Per fortuna, perché abbiamo 146 tavoli di crisi per i quali l’ideologia non serve a nulla. E perché dal 2020 e per i prossimi 15 anni abbiamo finanziato investimenti pubblici per 59 miliardi, per due terzi affidati agli enti locali. Altro che statalismo”.

“Aprire un ‘Cantiere Taranto’“. Il premier Giuseppe Conte prende carta e penna e scrive una lettera che fa recapitare a ciascun ministro e che il quotidiano Repubblica pubblica integralmente.

Nel testo il presidente del Consiglio dice che l’idea del “Cantiere” è un modo “all’interno del quale definire un piano strategico, che offra ristoro alla comunità ferita e che, per il rilancio del territorio, ponga in essere tutti gli strumenti utili per attrarre investimenti, favorire l’occupazione e avviare la riconversione ambientale”.

Giuseppe Conte dice anche che nella sua recente visita alla fabbrica e durante l’incontro con gli operai “ho potuto constatare come la vicenda dello stabilimento industriale ex Ilva costituisca solo un aspetto, seppure di assoluto rilievo, di una piu’ generale situazione emergenziale in cui versa la città e la sua popolazione”.

Perciò, seguita il premier, “il rilancio dell’intera area necessita di un approccio globale e di lungo periodo“. E in quest’ambito “la politica deve assumersi la responsabilità di misurarsi con una sfida complessa – aggiunge Conte – che coinvolge valori primari di rango costituzionale, quali il lavoro, la salute e l’ambiente, tutti meritevoli della massima tutela, senza che la difesa dell’uno possa sacrificare gli altri”.

Aggiunge il premier: “Per questo, reputo necessario aprire un ‘Cantiere Taranto'” argomenta Conte, che analizza anche come “i processi di ristrutturazione o riconversione del tessuto industriale e delle infrastrutture di una determinata area geografica – come dimostrano alcune esperienze in Italia e in Europa – si portano a compimento solo attraverso politiche coordinate e sinergiche, che coinvolgano tutti gli attori istituzionali – in primis il Governo -, le associazioni di categoria, i comitati locali e tutte le forze produttive del Paese”.

E così, in previsione del prossimo Consiglio dei ministri di giovedì 14 novembre, Conte si rivolge ad ogni singolo ministro in questo modo: “Ti invito, nell’ambito delle competenze del tuo dicastero, ad elaborare e, ove fossi nella condizione, a presentare proposte, progetti, soluzioni normative o misure specifiche, sui quali avviare, in quella sede, un primo scambio di idee”.

E poi informa ciascun componente il Consiglio dei ministri che “al riguardo ti anticipo che il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, mi ha comunicato l’intenzione di promuovere un intervento organico per il rilancio dell’Arsenale”, mentre “il ministro per l’Innovazione, Paola Pisano, mi ha rappresentato la volontà di realizzare un progetto di ampio respiro, affinché Taranto possa diventare la prima città italiana interamente digitalizzata“.

“La discussione potrà quindi proseguire all’interno della cabina di regia – chiosa il premier – che ho intenzione di istituire con l’obiettivo di pervenire, con urgenza, a soluzioni eque e sostenibili”. E nel ringraziare ciascun ministro personalmente e “confidando nella tua collaborazione”, scrive il premier, “ti ringrazio fin d’ora per il contributo che potrai offrire alla definizione di un progetto che considero prioritario per l’azione di governo” conclude Conte la sua lettera.

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