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Dopo circa due ore il Cdm ha approvato salvo intese il decreto sullo sblocca cantieri. Un provvedimento quindi che sarà al centro di nuove trattative tra M5s e Lega e probabilmente riveduto in Parlamento. Il partito di via Bellerio prima dell’inizio della riunione di governo ha ribadito la propria posizione. “Non hanno inserito nulla di quanto avevamo chiesto. Noi alla Camera stravolgeremo il testo”, la promessa.

Ma in attesa che i contraenti del programma di governo chiudano l’accordo sulle opere da realizzare e sul codice degli appalti (M5s punta, tra l’altro, su una procedura aperta ma anche sulla possibilità di rafforzare l’articolo 97 del codice, prevedendo un algoritmo per eliminare le offerte basse), si aprono nuovi fronti all’interno della maggioranza.

La settimana prossima arriverà in Cdm il decreto Crescita Italia. Al momento c’è un confronto tra Mise e Mef, viene sottolineato. “Noi – spiega un ‘big’ della Lega – avremmo voluto fare tutto insieme, ma M5s frena perché non ha alcuna proposta da illustrare”. Il partito di via Bellerio punta su 450 milioni da mettere sul tavolo per i comuni che vogliono investire e su incentive alle imprese, con la possibilità di arrivare all’Ires al 20% in due o tre anni. “Le altre misure ci saranno più avanti”, viene spiegato. “Sulla flat tax si può cominciare per gradi, quest’anno pagano il 15% già alcuni professionisti. Noi vogliamo dare un segnale al ceto medio, che è quello che mette soldi in circolo”, ha sottolineato Salvini.

Anche Di Maio nei prossimi giorni illustrerà le misure che il Movimento 5 stelle sta preparando. “Con M5s andiamo avanti tranquilli”, la rassicurazione del segretario del partito di via Bellerio. “Dopo le Europee – promette una fonte parlamentare leghista – saremo noi ad avere le chiavi della politica economica”.

Nei prossimi giorni ci sarà un confronto tra Lega e M5s anche sul tema della sicurezza. “Il 27 marzo – la promessa fatta da Salvini ai fedelissimi – la legittima difesa sarà legge”. “Il problema della sicurezza va affrontato con ancora più forza e come vicepremier mi impegnerò nei prossimi giorni a fare una proposta che migliori le condizioni di sicurezza interna dell’Italia”, ha rilanciato Di Maio in un’intervista al Tg1.

Un Consiglio dei ministri ad alta tensione

Sono state nondimeno forti le tensioni tra gli esponenti della Lega e quelli del M5s registrate nel corso della ripresa del Consiglio dei ministri, in serata. Lo riferiscono fonti governative di entrambi i partiti, che hanno partecipato alla riunione, durata circa due ore. Il tema sul quale lo scontro è stato piu’ aspro è quello dell’edilizia privata e in particolare le misure che il partito di Matteo Salvini voleva introdurre nel decreto sblocca cantieri per incentivare la riqualificazione urbana, cui si opponevano i pentastellati.

Secondo fonti della Lega, il compromesso di massima che era stato raggiunto prima della ripresa del Cdm prevedeva un via libera ‘salvo intese’, come in realtà alla fine è stato. Mentre i ministri pentastellati e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbero insistito a lungo, ma inutilmente, per ottenere dagli alleati il via libera definitivo al testo, si riferisce.

Stando a quanto, invece, riportato da fonti governative 5 stelle, fondamentale è risultato l’intervento di Conte affinché la situazione si sbloccasse: il premier è dovuto intervenire più volte prendendo in mano la situazione. Dai 5 stelle si fa notare in particolare l’atteggiamento contraddittorio degli alleati di governo che per giorni hanno chiesto, con Matteo Salvini, che il decreto sblocca cantieri si approvasse in “fretta” mentre nelle ultime ore hanno dato impressione di voler stoppare tutto.

Le tensioni hanno raggiunto un livello tale che, anche per i rispettivi impegni istituzionali e non – si fa notare da fonti governative leghiste – non sono in agenda incontri fino a martedì.

Il sogno è svanito. Il mito dell’integrità in pezzi. È un brutto risveglio quello Cinquestelle il giorno dopo l’arresto di Marcello De Vito, il presidente grillino dell’Assemblea capitolina, il massimo organismo della democrazia romana, ancorché diretta. Il Movimento fondato da Beppe Grillo e guidato oggi da Davide Casaleggio è in preda alle contorsioni e al mal di pancia. In forte disagio. E lo riassume bene un titolo di Repubblica: “Il panico5S per le prime bustarelle. ‘Dobbiamo dire che è un ex grillino?’” Così Luigi Di Maio “inventa l’espulsione per direttissima”, ironizza il quotidiano, senza neppure passare per i probiviri e in una corsa a disconoscere l’esponente politico colto con le mani nella marmellata.

“Una mossa dettata dal panico piuttosto che una prova di serietà, così da poter dire: noi ci disfiamo dalle mele marce, il Pd non lo fa e non parliamo di Berlusconi”, chiosa il notista politico del giornale, Stefano Folli. Insomma, una metamorfosi per il Movimento, che impressiona per la rapidità con cui si è consumata analizza Sergio Rizzo. “Eppure tutto sembra vicino all’esplosione – annota Annalisa Cuzzocrea -. Elena Fattori, che ha appena votato in dissenso dal gruppo per il sì al processo nei confronti di Matteo Salvini, a chi le chiede se sospettasse qualcosa dice: «È un discorso lungo. Non fatemi parlare». Frase che prelude a una notte dai lunghi coltelli. Il clima è pessimo. Il linguaggio trasversale. Confermato dalla Sindaca Virginia Raggi che a Porta a Porta di Vespa ha spiegato, come riporta Lorenzo D’Albergo: «È noto che De Vito e Roberta Lombardi non mi amavano e non c’erano grandi rapporti». Vendette…?

Di “notizia gravissima” proveniente dal Campidoglio con l’arresto di De Vito scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nella sua usuale colonnina di spalla mattutina in prima pagina e in ultima dal titolo “Devitalizzati”: “E il fatto che non sia la prima volta – era già toccato nel 2015, per Mafia Capitale, a quello del Pd Mirko Coratti, poi condannato a 6 anni – non la sminuisce. Anzi, se possibile, la aggrava. Sia perché De Vito è un uomo di punta dei 5Stelle, storico militante fin dalla loro fondazione, soi disant campione dell’onestà. Faceva la morale alla sua acerrima nemica Virginia Raggi, che aveva il torto di averlo battuto alle primarie online nel 2016 e vinto le elezioni, diversamente da lui che le aveva straperse quattro anni prima. Accusava la Raggi e Daniele Frongia di avergli fatto la guerra a colpi di dossier, mentre si erano limitati a chiedere spiegazioni su alcune sue condotte opache, com’è giusto in un movimento che sbandiera la trasparenza. Ora, col senno di poi, si può dire che avrebbero dovuto approfondire meglio”.

Ma Di Maio, prosegue Travaglio, “ne ha subito annunciato l’espulsione, marcando la diversità da tutti i partiti che gridano al complotto, alla giustizia a orologeria, alle manette elettorali per rifugiarsi nella comoda scusa della presunzione di innocenza fino alla Cassazione”. “Se però ora emergesse che De Vito aveva complici fra gli assessori, la sindaca dovrebbe trarne le inevitabili conseguenze”, chiosa il direttore. “Ma non pare questo il caso”. “Tutti sanno che ogni scandalo targato M5s fa mille volte più notizia di quelli targati Pd (Zingaretti indagato per finanziamento illecito, ma lui si dice “tranquillo” e morta lì), FI (c’è l’imbarazzo della scelta) e Lega (49 milioni spariti, un sottosegretario bancarottiere, vari amministratori condannati, e tutti zitti). Dunque sta ai 5Stelle spalancare gli occhi per scoprire in anticipo qualunque trave nell’occhio del vicino di banco”.

Travaglio analizza anche la selezione del personale politico dei 5 Stelle, della formazione della classe dirigente, fatta “a caso, anzi a cazzo, praticata finora è un terno al lotto” ma poi chiude: “Ps. Fa una certa impressione veder arrestare un presunto corrotto e non i suoi presunti corruttori. Ma questa è un’altra storia”. Sul futuro del Movimento nessuno pronostico.

Ma la reazione di Di Maio e l’immediata cacciata del reo viene giustificata e giuridicamente coperta dal Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede che in un’intervista a Giovanni Bianconi sul Corriere si esprime così: “I fatti sono troppo gravi. Se anche fosse innocente non potrebbe restare con noi”. Più indulgenti con la Sindaca Raggi? “Non erano mai emersi fatti così gravi. Il processo a carico di Virginia Raggi riguardava un presunto reato molto diverso, e in ogni caso il nostro codice le avrebbe imposto l e dimissioni se fosse stata condannata in primo grado; poteva essere assolta in appello, ma se ne sarebbe dovuta andare. Qui si parla di corruzione, materia su cui non si scherza”, risponde il ministro della Giustizia. Ciò dovrebbe forse indurre ad una maggiore attenzione a selezionare la classe dirigente e a sviluppare gli anticorpi, suggerisce il cronista, ma il Guardasigilli su questo punto non tentenna: “Gli anticorpi scattano quando accade un fatto, e su questo piano nessuno può rimproverarci nulla”, risponde Bonafede.

Dalle colonne de Il Giornale, il già direttore del Tg1 e deputato berlusconiano Augusto Minzolini racconta di una giornata al Senato “dall’atmosfera surreale” tra voto su Salvini per i fatti della nave Diciotti e “i guai degli alleati” pentastellati della Lega scrivendo di “grillini costretti a travestirsi da garantisti tra l’inchiesta di Roma e i guai del leader verde: “Una vicenda che trasforma in una caricatura la litania «onestà, onestà», su cui è cresciuto il movimento e costringe Di Maio ad espellere il presunto corrotto, su Facebook, all’alba, con i tempi delle purghe di Stalin. Quel macigno, però, rischia davvero di accelerare la corsa dei grillini verso il fondo alla vigilia delle elezioni in Basilicata e a due mesi da quelle europee”.

Crisi del Movimento? L’interrogativo aleggia ma nessuno lo esplicita con forza. Su la Repubblica Stefano Folli con conclude così: “Avendo scelto di accettare i compromessi, come si conviene a un partito di governo, Di Maio e i suoi non sono più in grado di tramutarsi di nuovo in forza anti-sistema. Non ci sarebbe da stupirsi se in un futuro non troppo remoto una parte del movimento, l’ala chiamiamola di destra, volesse andarsene a consolidare un fianco del nazional-populismo leghista. In breve, dopo la giornata di ieri il M5s è entrato in una spirale da cui gli sarà molto difficile uscire. Con il tempo questa situazione, probabilmente non prima di maggio, è destinata a modificare gli equilibri di governo”.

L’aula del Senato ha votato la relazione della Giunta, che chiede di non concedere l’autorizzazione a procedere per il ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso Diciotti. La procedura di voto resterà aperta fino alle ore 19 e il risultato verrà ufficialmente proclamato solo in quel momento, ma da quanto filtra da ambienti parlamentari e dalla schermata relativa al voto elettronico, risulta evidente che i “no” all’autorizzazione a procedere abbiano già ampiamente superato il quorum richiesto. Sempre secondo quanto filtra, i voti favorevoli alla relazione della Giunta, e quindi contrati all’autorizzazione a procedere, dovrebbero essere al momento 232.

“Non sarò mai il ministro che lascia morire in mare qualcuno senza muovere in dito: abbiamo soccorso, salvato e anche aperto un contenzioso”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, intervenendo al Senato sul caso Diciotti.”Chi sta collaborando allo stroncare il traffico di esseri umani sta dando una mano a chi combatte il business dell’immigrazione clandestina. Io e il governo a cui mi onoro di appartenere non saremo mai complici dei trafficanti di droga e di armi” ha affermato il ministro. “Il governo ha sviluppato misure e azioni per la lotta al contrasto dell’immigrazione clandestina e ringrazio i colleghi di M5s perchè le cose si fanno in due, evidentemente” ha aggiunto.

Il presidente della Camera Roberto Fico definisce “davvero terribile” l’arresto del presidente del Consiglio comunale in Campidoglio Marcello De Vito (M5s) nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma.

“La corruzione è la cosa più deprecabile che un politico possa fare”, ha detto a margine di un convegno a Montecitorio su Ilaria Alpi. La corruzione “va condannata al cento per cento”, ma l’importante “e’ che la magistratura, come sta facendo, possa fare il proprio lavoro, e andare avanti nelle indagini. Bisogna avere piena fiducia nella magistratura”.

Fico definisce “fondamentale nella divisione dei poteri dello Stato che la magistratura intervenga quando ci sono comportamenti irregolari dei politici o di uomini delle istituzioni. Non si guarda in faccia nessuno, si vada avanti senza se e senza ma, fermi restando i diritti della difesa”.

La nave Mare Jonio con 49 migranti a bordo ha disobbedito per due volte all’ordine della Guardia di Finanza di spegnere i motori. “È come un’auto che non rispetta l’alt di un posto di blocco. Il mare non era mosso né c’era pericolo di affondamento”. Lo sottolinea il Viminale, sulla base delle risultanze emerse nel tavolo permanente sulla direttiva Salvini. La Mare Jonio, spiega il ministero, era più vicina a Libia e Tunisia ma ha fatto rotta verso l’Italia, sottoponendo gli immigrati a un viaggio più lungo.

La nave non ha avvisato Malta. Ha disobbedito alle indicazioni della guardia costiera libica. Un comportamento che dimostra, secondo il Viminale, il chiaro intento di voler portare in Italia immigrati clandestini. Nelle ultime ore, a conferma che la presenza di navi Ong è un incentivo alle partenze, si sarebbe verificato un naufragio davanti alla costa di Sabrata. 

“Nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo (come documentato da foto) – sottolinea il ministro dell’Interno Matteo Salvini – nessun mare in tempesta. Ignorate le indicazioni della Guardia Costiera libica che stava per intervenire, scelta di navigare verso l’Italia e non Libia o Tunisia, mettendo a rischio la vita di chi c’è a bordo, ma soprattutto disobbedienza (per ben due volte) alla richiesta di non entrare nelle acque italiane della Guardia di Finanza. Se un cittadino forza un posto di blocco stradale di Polizia o Carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada”. 

Sembra proprio che ogni giorno si apra un nuovo fronte polemico nel rapporto tra M5s e Lega. L’ultimo in ordine di tempo è quello sulla Flat Tax alle famiglie, che ha visto, per la prima volta, contrapposto il partito di Matteo Salvini e il ministero dell’Economia. Ma, rinviata la decisione finale sul dossier Alta velocità Torino-Lione, rimangono numerosi i nodi divisivi ancora aperti, ereditati dalle settimane scorse. Eccone un elenco, in sintesi:

  • LA FLAT TAX La Lega spinge per la cosiddetta flat tax II, ovvero una misura – dal valore tra i dodici e i quindici miliardi, come spiegato dal sottosegretario Armando Siri – che porti ad “applicare fino a 50 mila euro di reddito il 15% di aliquota fissa con le deduzioni che sono inversamente proporzionali al reddito”. Luigi Di Maio ha subito avvertito: “Troveremo una soluzione insieme alla Lega, come abbiamo sempre fatto. L’importante è non fare facili promesse alla Berlusconi, non dobbiamo mai dimenticare di avere delle responsabilità nei confronti dei cittadini”. Frenata anche dal Mef, che ha diffuso previsioni di spesa intorno ai 59 miliardi.
  • LA LEGGE SULLE AUTONOMIE È la ‘riforma’ bandiera del nuovo leghismo, che ha sostituito le antiche richieste di secessione o devolution del partito che fu di Umberto Bossi con la più mite autonomia differenziata delle Regioni, introdotta in Costituzione dalla riforma del titolo V della Carta promossa nel 2001 dal centro-sinistra. Dopo i referendum di Lombardia e Veneto, del 22 ottobre 2017, la Lega vuole chiudere al più presto la trattativa tra lo Stato e le Regioni (si è aggiunta anche l’Emilia Romagna, del democratico Stefano Bonaccini) e, entro l’anno, arrivare all’approvazione della legge rafforzata che le accoglie. Note le perplessità del M5s, non tanto sul tema specifico dell’autonomia, inserito nel contratto di governo, ma sulle modalità di coinvolgimento del Parlamento in questo processo. I leghisti vorrebbero che le Camere si limitassero a votare i testi delle intese o comunque a dare generici atti di indirizzo. I pentastellati ritengono che gli accordi non possano essere sottratti al contributo fattivo del Parlamento.
  • IL DECRETO SBLOCCA CANTIERI Il decreto cui stanno lavorando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro Danilo Toninelli dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri mercoledì. Non abbiamo ancora letto il testo ma io e ministri della Lega lo analizzeremo “riga per riga”, ha annunciato, sfidante, Matteo Salvini. Rispetto al M5s, “noi abbiamo una proposta più articolata e crediamo che il decreto non possa essere limitato ad alcuni cantieri, ma debba rappresentare un cambiamento di paradigma, con la possibilità di intervenire su tutte le opere bloccate da anni”, ha spiegato il sottosegretario alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, in un’intervista al ‘Messaggero’. “Inoltre – ha proseguito il leghista – vorremmo venisse inserita tutta la parte di rigenerazione urbana, che è uno dei temi piu’ importanti soprattutto per le città. Non possiamo dire che si sbloccano i cantieri per alcuni territori e per altri no. Deve essere un provvedimento in grado di cadere su tutto il territorio nazionale”. Nello sblocca cantieri dovrebbe confluire anche il rafforzamento della cosiddetta ‘golden power’ che invece trova M5s e Lega d’accordo.
  • LA VIA DELLA SETA Lega ed M5s si sono divisi nei giorni scorsi in merito alla sigla dei memorandum di intesa tra Italia e Cina, prevista in occasione della vista del presidente Xi Jinping. Venerdì le due anime della maggioranza hanno raggiunto un accordo, nel corso di un vertice mattutino di governo. L’intesa raggiunta prevede l’inserimento di nuove misure per rendere più stringente la golden power nel decreto sblocca cantieri e un via libera generico al testo del memorandum (che comunque non poteva essere modificato). Ma le Lega ha continuato a ribadire le proprie perplessità. “È fondamentale aiutare le aziende italiane a crescere ed esportare all’estero, per raggiungere i numeri di Francia e Germania, e per questo ringraziamo per il grande lavoro fatto Conte, Di Maio e Geraci”, hanno premesso i leghisti. “Ovviamente la sicurezza nazionale viene prima di tutto e quindi su alcuni settori strategici per noi e per gli alleati (telecomunicazioni, energia, porti e infrastrutture) stiamo facendo tutte le verifiche e le valutazioni necessarie – hanno puntualizzato -: prima viene la sicurezza degli italiani, poi l’interesse economico”. 
  • GLI F35 Il piano di acquisti in essere è stato confermato dal governo, che, però, con il presidente Conte e il ministro M5s Elisabetta Trenta ha deciso che “nei prossimi mesi tutti i comparti della difesa, sotto il coordinamento di Trenta, saranno chiamati a operare una ricognizione delle specifiche esigenze difensive dell’Italia, in modo da assicurare che le prossime commesse siano effettivamente commisurate alle nostre strategie di difesa, con l’obiettivo di garantire la massima efficacia ed efficienza operative in accordo con la collocazione euro-atlantica del nostro Paese”. Favorevole Luigi Di Maio. Contrario Salvini, secondo il quale una “rivisitazione” del programma di acquisti rappresenterebbe un “danno” per l’Italia.
  • IL CONGRESSO DELLE FAMIGLIE Fa discutere l’annunciata partecipazione di Salvini al Congresso mondiale delle famiglie, in programma dal 29 al 31 marzo, a Verona. Il ministro dell’Interno ha confermato la sua presenza alla manifestazione ‘pro vita’ e ‘pro family’ che ha suscitato diverse polemiche per le posizioni espresse in passato da alcuni relatori nei confronti di omosessuali e famiglie Lgbt. “A Verona andrà di scena un nuovo Medioevo che non festeggio”, ha puntualizzato Di Maio. Sul convegno, giunto alla sua 23sima edizione, organizzato dalla statunitense Organizzazione internazionale per la famiglia, è nata anche una discussione in seno al governo in merito al patrocinio della presidenza del Consiglio, dopo che Palazzo Chigi ha preso le distanze dal logo concesso dal ministero della Famiglia del leghista Lorenzo Fontana e avviato le procedure per revocarlo.

La lite è sui numeri – grandi numeri, per intenderci – della Flat Tax, ma la tensione in famiglia è più ampia, su fronti che si riscaldano o si raffreddano a seconda delle giornate. Così se non è la Via della Seta, è il caso Diciotti e se non è la Tav è, per l’appunto, la Flat Tax. Ora a creare malumori all’interno del governo è quella che viene definita la ‘Fase II‘ della ‘tassa piatta’, quel provvedimento al quale la Lega lavora da tempo e che, nelle parole di Matteo Salvini in campagna elettorale in Basilicata, vorrebbe portare “nelle case degli italiani”. 

“Ha un’incidenza di circa 12 miliardi e si riferisce ad un intervento di riduzione dell’imposta per tutte le famiglie fino a 50 mila euro di reddito” si legge in una nota della Lega, dove è detto inoltre che in particolare “la novità è data dall’introduzione del reddito familiare che attraverso un sistema di deduzioni garantisce la progressività dell’imposta.

La necessità di una puntualizzazione è venuta dopo le parole di Luigi Di Maio che aveva annunciato: “Sulla Flat tax familiare troveremo una soluzione insieme alla Lega, come abbiamo sempre fatto. L’importante è non fare facili promesse alla Berlusconi”. Una frase che ha stizzito il Carroccio, anche se il capo politico del M5s si è detto “molto fiducioso” e ha ricordato come il Movimento abbia “lavorato a una riduzione degli scaglioni e della pressione fiscale attraverso il coefficiente familiare”. Quello che duole, però, è quella puntualizzazione: “come rappresentanti dello Stato non dobbiamo mai dimenticarci di avere delle responsabilità nei confronti dei cittadini”. 

Il problema, ricorda il Corriere della Sera, è che fonti del ministero dell’Economia hanno fatto trapelare l’entità del mancato introito per lo Stato da una misura del genere: 59 miliardi all’anno, 25 se il nuovo regime riguardasse soltanto i redditi famigliari fino a 50 mila euro. “Sono numeri strampalati” ha replicato Salvini in una intervista a Rtl, “Non siamo al Superenalotto, i numeri li contiamo con più precisione. Per la prima fase della Flat Tax per le famiglie, per un primo colpo sostanzioso, non per tutti ma per tanti, servono 12-15 miliardi. Con 15 miliardi sarebbe una rivoluzione epocale. A partire dal primo scaglione, dal 23% da abbassare, stiamo facendo tutti i conti del caso”. 

La Flat Tax, tra i punti cruciali del programma leghista è stato quello che più ha sofferto i travagli della prima manovra, ricorda Repubblica. E secondo un leghista citato dal quotidiano, il fatto che la misura punta di diamante del M5s, il reddito di cittadinanza, sia già operativo, spinge il Carroccio a “offrire una prospettiva altrettanto visibile”. 

“Non so se esista uno studio perché non l’ho mai visto, ma se anche esistesse non può riferirsi alla nostra proposta di Flat Tax: Fase II che ha un’incidenza di circa 12 miliardi e si riferisce ad un intervento di riduzione dell’imposta per tutte le famiglie fino a 50 mila euro di reddito”, ha detto il sottosegretario alle infrastrutture Armando Siri che, in una intervista a La Stampa ha assicurato che “la proposta leghista di Flat Tax familiare è fattibile e fa parte del contratto di governo”.

Un partito nuovo, con nuova struttura e nuovo statuto, per arginare la ‘salvinizzazione‘ del Paese. Nicola Zingaretti riceve l’imprimatur dell’Assemblea sulla sua elezione a segretario e quello che lancia dal palco dell’Ergife è un appello all’unità, quasi un grido d’aiuto al popolo dem e non solo. Apre metaforicamente la porta all’associazionismo, al volontariato, ai movimenti che hanno animato strade e piazze italiane negli ultimi mesi, contro il razzismo, contro il surriscaldamento globale e contro le politiche del governo sulla famiglia, sulle donne. 

Una relazione durata un’ora e dieci minuti, dalla quale Zingaretti sembra uscire stremato, la camicia madida di sudore, la voce incrinata dalla fatica. Il ragionamento del 53enne governatore del Lazio parte dalla necessità di opporsi ad un “imbarazzante governo dei Ni‘” e alla cultura delle destre che sta permeando il Paese e l’Europa e che rimette in discussione la stessa democrazia liberale “come luogo in cui la politica deve agire”. Un compito che appare, oggi, con le destre saldamente al governo di molti Paesi europei e non solo, quanto mai proibitivo.

Da Tsipras a Macron

Eppure il segretario del Pd invita tutti a crederci. La sua ricetta è sempre quella del “campo largo” di centro sinistra – “da Tsipras a Macron” è lo slogan – che gli ha consentito di vincere sue volte la corsa alle regionali contro Forza Italia, Fratelli d’Italia e M5s. Passa da qui la “risposta democratica alla Lega”, ma soprattutto da “un partito diverso e più inclusivo”.

La nuova sede nazionale sarà il ritratto di questo partito, aperto e trasparente, ma soprattutto “riformista”, parola che Zingaretti non rinnega, ma rilancia declinandola attraverso i concetti di “giustizia sociale”, “uguaglianza”, “compartecipazione”: la lotta alla povertà, sostiene il segretario del Pd, “è la condizione per stare meglio tutti. Il riequilibrio tra chi soffre e chi vive nel lusso interessa tutti”. Per questo la priorità “è il lavoro” e la riapertura del dossier delle riforme, dopo la bocciatura referendaria del pacchetto Renzi-Boschi.

Per guidare questa ‘riscossa’ democratica, Zingaretti sarà affiancato da Paolo Gentiloni nel ruolo di Presidente del partito, con le due vice presidenti di minoranza Anna Ascani e Deborah Serracchiani. Ma è il Partito democratico, sottolinea ancora il segretario, che dovrà darsi delle strutture: a partire da quella interna, con una revisione dello Statuto, passando per una “room data” e una “piattaforma web” per “aumentare la democrazia interna e il coinvolgimento delle persone”.

Il primo banco di prova per questo nuovo Pd saranno le elezioni in Basilicata, dove il segretario andrà domani e venerdì per chiudere la campagna elettorale. Ma soprattutto le elezioni europee. Tramontata la possibilità di un listone anti sovranista, Zingaretti apre ad alleanze con la società, il mondo dell’associazionismo, i territori e anche le Ong, tenendo il manifesto di Carlo Calenda come base e motivo ispiratore della politica europea del Pd. 

Infine, una risposta a Roberto Giachetti che, prendendo spunto da una frase di Zingaretti riferita al governo Conte, aveva accusato il segretario di non riconoscere quanto di buono fatto dai governi Pd: “No a caricature sugli altri che generano confusione anche involontaria. Voltiamo pagina, gli avversari non sono tra noi ma sono fuori di noi. Abbiamo bisogno di tutti e la sintesi è di avere idee chiare fondate sulla capacità di essere inclusivi, sottolinea Zingaretti: “Il giudizio su di noi e la nostra storia: avete un segretario che è anche un testimone oculare,da amministratore di quello che è stata la storia della repubblica negli ultimi anni. Non ho dubbio alcuno di essere contento e orgoglioso dell’esperienza dei governo del nostro Paese”. 

La minoranza è divisa

La giornata si apre all’alba, con le trattative estenuanti per i posti in direzione, l’organo di indirizzo politico del partito. Le quattro aree della nuova minoranza interna non trovano la quadra e le trattative vanno avanti fino a un minuto prima del voto. I numeri a favore del segretario sono implacabili e lasciano ben poco spazio a Maurizio Martina, Luca Lotti, Matteo Orfini e Roberto Giachetti: i votanti sono stati 1.582.083, 7 mila i seggi, 10.214 cittadini che hanno votato all’estero nei 142 seggi in tutti i continenti. Le schede bianche o nulle sono state 12.455, mentre i voti validi sono stati 1.569.628.

Per Maurizio Martina hanno votato in 345.318 persone pari al 22% del totale; per Nicola Zingaretti hanno votato 1.035.955 persone pari a 66%; per Roberto Giachetti 188.355 persone, il 12%. In virtù di questi dati, sarà composta l’assemblea nazionale con 451 donne e 549 uomini. Sono 119 i delegati per Roberto Giachetti, pari all’11,9% dell’assemblea; 228 i delegati per Maurizio Martina, pari al 22,8%; 653 delegati per Nicola Zingaretti, pari al 65,30%. Stesse proporzioni per la direzione.

Il caso Diciotti, con la richiesta del Tribunale dei Ministri di Catania di procedere contro Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona aggravato, tornerà ad infiammare il dibattito parlamentare. Martedì, infatti, l’Aula del Senato avvierà la discussione generale sul parere espresso della Giunta delle immunità, che il 19 febbraio scorso ha deciso (con i voti di Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Movimento 5 stelle) di non consentire l’autorizzazione ad avviare un procedimento penale a carico del ministro dell’Interno. Maurizio Gasparri, presidente della Giunta e relatore del caso, illustrerà la proposta votata dall’organismo di Palazzo Madama su cui si dovranno esprimere i senatori.

Salvini, confermano fonti della Lega, non solo parteciperà ai lavori dell’Assemblea – il voto è atteso l’indomani, per mercoledì 20 marzo – ma ha anche intenzione di intervenire in Aula. “Mercoledì vado a testa alta in Senato”, ostenta tranquillità il leader della Lega, che rivendica quanto fatto. “Se mi arrestassero perché ho difeso i confini e la sicurezza del mio paese ne sarei orgoglioso, perciò facciano come credano, non è un problema, figurati se mi fanno paura”, ha aggiunto durante alcune iniziative elettorali in Basilicata.

Per ribaltare il verdetto della Giunta, e dare il via libera alla magistratura ad intervenire, sarà necessaria la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea, ma non dovrebbero esserci problemi per il vicepremier leghista: i numeri sono infatti dalla sua parte e difficilmente l’Aula si esprimerà in maniera difforme dal responso pronunciato dalla Giunta, tanto più alla luce di una votazione palese. Resta qualche incognita sulla compattezza dei 5 stelle, visto che alcuni senatori pentastellati hanno criticato il ‘no’ alla’autorizzazione a procedere. 

Il vicepremier, in un primo momento, si era detto pronto ad affrontare un processo senza, quindi, invocare l’immunità parlamentare, difendendo appunto l’operato del governo e lo stop allo sbarco dei 177 migranti dalla nave Diciotti, bloccata il 20 agosto al porto di Catania. In un secondo momento, invece, con una lettera aperta il vicepremier aveva chiesto di negare il sì all’istanza dei giudici siciliani: “La mia vicenda giudiziaria è strettamente legata all’attività di ministro dell’Interno e alla ferma volontà di mantenere gli impegni” presi, aveva detto.

“Non rinnego nulla e non fuggo dalle mie responsabilità di ministro. Sono convinto di aver agito sempre nell’interesse superiore del Paese e nel pieno rispetto del mio mandato”. In Giunta Salvini ha depositato una memoria difensiva alla quale aveva allegato anche due documenti: il primo firmato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il secondo dal vice premier Luigi Di Maio e dal ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Partito democratico e Liberi e uguali hanno annunciato il loro voto favorevole in Aula alla richiesta dei giudici. Pietro Grasso, componente della Giunta ed ex capo della Procura nazionale Antimafia, anche nei giorni scorsi è tornato a ribadire la necessità di concedere l’autorizzazione. Un diniego, ha sostenuto, rischia di creare un “pericoloso precedente”.

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