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A quattordici giorni dalle elezioni Matteo Renzi punta ancora di più sul voto dei cattolici. Per raggiungere l'obiettivo di portare il Partito democratico ad essere il primo partito italiano e il primo gruppo del nuovo Parlamento (traguardo "a portata di mano", sostiene) il segretario dem si rivolge "alle donne e agli uomini del mondo cattolico" e li mette sull'avviso: "Siamo a un bivio – dice incontrando più di mille sostenitori al liceo Massimo di Roma – il centrodestra non è a trazione moderata, non è guidato dagli amici di Angela Merkel ma dagli amici di Marine Le Pen. Loro non sono moderati, noi siamo quelli del Terzo settore". Poi rincara la dose escludendo qualsiasi ipotesi di accordo per un eventuale governo di larghe intese con M5S o la Lega (che traina, afferma, la coalizione che forma con Forza Italia e Fratelli d'Italia): "La stabilità del Paese non vale un accordo con gli estremisti, non possiamo lasciare l'Italia dopo tutti i sacrifici che abbiamo fatto a degli estremisti".

"Se il Paese sta meglio è anche merito nostro"

Un invito lo rivolge anche a tutto l'elettorato di sinistra, ribadendo che il voto dato al partito di Bersani e D'Alema finirebbe con il favorire di nuovo l'estremismo. "Dobbiamo scrollarci di dosso la rassegnazione e la stanchezza" e condurre il resto della campagna elettorale con orgoglio rivendicando quanto fatto negli ultimi cinque anni. "Se il Paese sta meglio – incalza – il merito è degli italiani ma anche di chi ha scelto di fare riforme – in alcuni casi venute bene in altri meno – che hanno portato l'Italia a crescere; e questa cosa l'ha fatta il Pd". Su scuola, lavoro e famiglia si dice poi pronto a un confronto con gli avversari. E se questi continueranno a rifiutare un dibattito pubblico, annuncia, "faremo un confronto con gli ologrammi di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio".

E proprio ai 5 stelle riserva un lungo passaggio del suo intervento. Il caso rimborsopoli​ non può essere accantonato. "Hanno scelto di restituire 23 milioni di euro agli italiani: è un loro pieno diritto. Ma se vogliono la lotta nel fango, dico che noi abbiamo abolito il finanziamento pubblico ai partiti, e che se facciamo la gara tra quelli che hanno restituito più soldi agli italiani finisce 6-0 6-0 per noi". Quindi "non prendiamo lezioni da questi truffatori". 

"Con Gentiloni non litigherò mai"

Intervistato da Lucia Annunziata non si sottrae infine alle domande sull'unità del centrosinistra e sulla decisione di Romano Prodi di votare per Insieme. Il Professore, ricorda, "ha detto che c'è una sinistra radicale che ha fatto la scissione, ha rotto l'unità della sinistra e si candida rischiando di far vincere la destra" e ha usato "parole chiare sulla coalizione. Non posso che esserne contento". Nessuna "preoccupazione" per il fatto che Prodi non lo abbia nominato e che invece abbia elogiato l'operato di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. "Quel che abbiamo fatto non lo cancella nessuno. I risultati di questi anni non ce li porterà via nessuno". Con il presidente del Consiglio, conclude, "non litigheremo mai, anche perché a sinistra litigano già abbastanza. Il premier potenziale lo decide il Presidente della Repubblica. È chiaro che chi ha fatto il presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni potrà giocarsi le sue carte per il futuro".

Dopo quello dei rimborsi, un nuovo caso agita la campagna elettorale del Movimento 5 Stelle. Uno dei candidati più popolari del partito, il capitano Gregorio De Falco, l'anti-Schettino, quello del "vada a bordo, c…", è sotto accusa per violenze domestiche, dopo un articolo del Corriere secondo il quale sua moglie, Raffaella, "si è rivolta alla polizia di Livorno una settimana fa, raccontando agli agenti che, poco prima, il marito aveva alzato le mani contro di lei e sua figlia, appena maggiorenne, durante un pesante diverbio in famiglia". Candidato al Senato nel collegio uninominale di Livorno e come capolista nel collegio plurinominale Toscana 2, De Falco ammette i contrasti, di natura economica, con la consorte, dalla quale si starebbe separando, ma bolla le accuse di violenza come "una strumentalizzazione mediatica volta alla denigrazione".

"Le difficoltà di trovare un accordo economico tra le parti e la tensione che ne deriva è il motivo scatenante dell'episodio di un recente alterco", scrive De Falco su Facebook, "Che comunque affermo e ribadirò sempre con onestà, non mi ha visto attore di violenze, ingiustamente attribuite alla mia persona, nei confronti dei miei familiari. È evidente che si tratta di una strumentalizzazione mediatica volta alla denigrazione".

Le tensioni nate dal trasferimento

"Secondo il racconto della donna, De Falco avrebbe agito in maniera violenta mentre era in uno stato di alterazione, non meglio precisato. E la figlia, dopo essere stata presa per i capelli dal padre, sarebbe fuggita di casa per tornarvi solo dopo molte ore", scrive il Corriere, "la signora De Falco, visibilmente scossa per l’accaduto, ha spiegato tutto nei dettagli agli investigatori. E forse soltanto quando ha terminato il proprio racconto si è resa conto della conseguenze e ha preferito non formalizzare la denuncia. Le dichiarazioni della donna rimangono comunque agli atti perché rese davanti a pubblici ufficiali". 

"Il capitano De Falco e la moglie Raffaella — entrambi napoletani — sono sposati dal 1997 e, sempre secondo quanto riferito dalla signora, la relazione sarebbe andata a gonfie vele fino a qualche tempo fa, quando sarebbero iniziate le intemperanze del capo famiglia", prosegue il quotidiano, "il carattere non facile di De Falco, sebbene la violenza in famiglia sia formalmente tutta da verificare, avrebbe anche concorso al trasferimento dell’ufficiale, rimosso dai vertici della Marina da incarichi operativi e destinato a mansioni di ufficio".

Di Maio: "Se è vero, la signora denunci"

"Oggi la prima cosa che ho fatto è stato chiamare Gregorio De Falco, il comandante che disse a Schettino 'Risali a bordo', sulla Costa Concordia, e gli ho chiesto se fosse vero: lui ha smentito a me e pubblicamente", è la reazione del candidato premier 5 stelle, Luigi Di Maio. "ma la violenza sulle donne non è mai accettabile: chiedo quindi alla signora di inoltrare la denuncia in modo tale che possiamo accertare poi i fatti. Così che possiamo verificare se c'è stato un caso di aggressione". E, durante un evento elettorale a Roma, pur non nominando De Falco, Matteo Renzi lancia una stoccata: "Se c'è qualche candidato che mette le mani addosso alla moglie o alla figlia, tutti insieme si deve dire no. Non possiamo rischiare di avere i nostri rappresentanti a quel livello. La lotta alla violenza contro le donne deve essere patrimonio di tutti".

Nei giorni scorsi i retroscena dei quotidiani avevano scritto di frizioni tra Matteo Renzi e Marco Minniti dopo le esternazioni di quest'ultimo sulla disponibilità a fare parte di un "governo del presidente". Parole che hanno riacceso le voci su un "partito di Gentiloni" interno al Pd, pronto a scavalcare il segretario nella trattativa su eventuali larghe intese. Anche per questo è stato importante per Renzi lanciare un segnale di unità e zittire i rumor mostrandosi a fianco di uno dei ministri Pd più popolari a "In mezz'ora in più", il programma televisivo condotto da Lucia Annunziata. Ecco i punti salienti del loro intervento.

Le dichiarazioni di Renzi… 

"Le parole di Prodi? Ne sono contento"

Con la dichiarazione di voto per Insieme Romano Prodi ha detto che "c'è una sinistra radicale che ha fatto la scissione, ha rotto l'unità della sinistra e si candida rischiando di far vincere la destra" e ha usato "parole chiare sulla coalizione di centrosinistra. Non posso che esserne contento". "Non c'e' nessun elemento personale o di preoccupazione", ha aggiunto rispondendo a chi gli faceva notare che Prodi non lo ha mai nominato, "quel che abbiamo fatto non lo cancella nessuno. I risultati di questi anni non ce li porterà via nessuno". 

"Nessun accordo con gli estremisti"

"La stabilità del Paese non vale l'accordo con gli estremisti" così come "non possiamo pensare di lasciare l'Italia, dopo tutti i sacrifici che abbiamo fatto, a degli estremisti". A proposito dell'ipotesi di un governo di coalizione dopo il voto il segretario del Partito democratico ha aggiunto: "Il Pd non può stare in uno schieramento di centrodestra dove il 'leghismo' fa da traino".

"Da Roberto De Luca un gesto di serietà"

Le dimissioni di Roberto De Luca, assessore al Comune di Salerno che a lasciato l'incarico dopo l'inchiesta di Fanpage, sono "un gesto personale fatto con grande serietà e rispetto. Spero che quereli Luigi Di Maio e spero che di Maio rinunci all'immunità. De Luca è stato molto serio, ha detto che in questa storia non c'entra niente ed ha lasciato".

"Sulla sicurezza abbiamo le carte in regola"

"Sul tema della sicurezza il Partito democratico ha le carte in regola". Renzi ha ricordato anche le misure che hanno "sbloccato il rinnovo dei contratti forze dell'ordine che quelli che ci fanno la morale in camicia verde hanno tenuto bloccati per anni".

"Non litigherò con Gentiloni per Palazzo Chigi"

"Il premier potenziale lo decide il Presidente della Repubblica. È chiaro che chi ha fatto il presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni potrà giocarsi le sue carte per il futuro. Noi non litigheremo mai, anche perché a sinistra litigano già abbastanza".

… E quelle di Minniti

"Dopo Macerata tenere alta la guardia"

"Macerata ha subito due drammatici dolori: prima c'è stato l'omicidio di Pamela poi c'è stata una rappresaglia che evoca quello che facevano i fascisti e i nazisti perché l'humus culturale di Traini è nazista e fascista. Il tema è che in una grande democrazia dobbiamo tenere alta la guardia. Il Fascismo è stata la pagina più buia del nostro Paese, per questo dire che non torneremo più indietro è un'idea giustissima".

"Abbiamo dimostrato di saper gestire i flussi migratori"

"Un governo con all'interno Salvini è possibile? Con Salvini abbiamo radicale differenza di approccio su due questioni: il primo è il monopolio della forza in una democrazia che spetta solo alle forze di polizia; non c'è spazio per giustizieri individuali. Il secondo tema è quello dell'immigrazione: abbiamo tentato di far stare insieme la questione dell'umanità e quella della sicurezza. Lo abbiamo fatto lanciando una sfida internazionale dimostrando che noi siamo capaci di governare i flussi migratori. Stiamo riuscendo su una scommessa alla quale nessuno credeva".

"Influenze esterne sul voto? Nessun allarme" 

A due settimane dalle elezioni, tiene banco la questione della sicurezza del voto e di eventuali rischi di attacchi hacker. "C'è massimo di attenzione da parte dell'Intelligence e della Polizia postale", assicura Minniti, "la questione è delicata perché i rischi sono quelli di accorgersene troppo tardi: noi cerchiamo di prevenire. Non c'è allarme nazionale ma c'è forte attenzione. Per questo c'è una direttiva che stabilisce che forze armate e Intelligence lavorino insieme. Se la Russia potrebbe interferire con la nostra politica? Il mio compito è lavorare per impedire qualsiasi intevento esterno".

"Ultimare la riforma carceraria è un atto dovuto"

Il 22 febbraio ci sarà l'ultimo Consiglio dei ministri nel quale, all'ordine del giorno, c'è l'approvazione dei decreti attuativi della riforma carceraria. Interrogato da Lucia Annunziata sul rischio di non far passare definitivamente la riforma che potrà essere utilizzata in campagna elettorale dalla destra, il ministro dell'Interno Marco Minniti è categorico: "Se non lo facessimo cancelleremmo anni di lavoro del Parlamento: è un atto dovuto". Minniti respinge con forza le accuse della destra di voler fare del 'favori' ai carcerati. "Affrontare il tema delle condizioni di detenzione e del rapporto tra la parte della pena che è di 'punizione' e quella che consente di riscattarsi rispetto alla punizione che si è avuta è un atto dovuto. Anzi, lo considero un elemento di civiltà' Nelle condizioni delle prigioni si riflette spesso la civiltà di un Paese, di una democrazia. Quindi, se c'è un provvedimento che attraverso un limpido e forte percorso parlamentare può intervenire sulle condizioni delle carceri, io lo considero dovere del governo portarlo a compimento. Lasciarlo in sospeso significherebbe perdere anni di lavoro".

Roberto De Luca si è dimesso da assessore del comune di Salerno dopo un'inchiesta giornalistica condotta dal sito di informazione Fanpage sul traffico dei rifiuti in Campania. 

"Non voglio rappresentare un alibi per nessuno e rimetto il mio mandato nelle mani del sindaco. E' un atto doveroso per consentire il migliore prosieguo della campagna elettorale" ha detto il figlio del governatore della Regione durante una presentazione di candidati Pd alle elezioni del 4 marzo. "Il clima è quello che è. Penso che tutti voi abbiate visto il video. Spero che il prima possibile si faccia luce sul caso e non posso non ribadire piena fiducia nella magistratura. Non voglio rappresentare un alibi e voglio tutelare il mio partito, l'istituzione che rappresento e la mia famiglia".

"Dal video di Fanpage.it si capisce che c'è stata un'attività di provocazione, addirittura ingaggiando personaggi di dubbia moralità, che anche se hanno pagato il proprio debito con la giustizia adesso sembra che siano dei giustizieri mascherati" ha aggiunto.

Guarda anche: giornalista di Fanpage presa a schiaffi

Cosa c'è nell'inchiesta

L'inchiesta di Fanpage sta imbarazzando politici e inquirenti della regione. E' una vicenda che vede protagonisti un ex boss della Camorra, una potente dinastia politica – quella dei De Luca – e istituzioni che potrebbero non aver reagito a denunce e sollecitazioni con la dovuta prontezza. Ma per spiegare chi è Nunzio Perrella, cosa c'entra uno dei siti italiani di maggiore traffico e perché sono in ballo milioni di tonnellate di spazzatura bisogna andare per ordine. Cominciando con i nomi.

I protagonisti

  • Nunzio Perrella, ex boss della Camorra, per anni ha gestito il traffico dei rifiuti in tutta Italia, ha scontato 21 anni agli arresti domiciliari. 
  • Fanpage.it è un giornale online con sede a Napoli appartenente al gruppo editoriale Ciaopeople Media Group e diretto da Francesco Piccinini. In passato ha realizzato diverse inchieste come quella sulla compravendita di voti durante le primarie del Pd; sul volo in elicottero durante il funerale del boss dei Casamonica a Roma; sulla discarica tossica di Caserta e sui depositi di rifiuti nucleari a Brescia. 
  • Roberto De Luca secondogenito di Vicenzo, governatore della Regione Campania, oltre che assessore al Bilancio al Comune di Salerno.
  • Sma, l'azienda della Regione Campania che si occupa di bonifiche e smaltimento rifiuti
  • Luciano Passariello,  consigliere regionale e candidato alla Camera per Fratelli d’Italia.

La storia

Perrella, tornato libero, propone allo Stato di infiltrarsi di nuovo nell'ambiente camorristico, ma – a suo dire – nessuno gli dà ascolto. Per questo sceglie Fanpage.it per illustrare il sistema delle mazzette ai politici negli appalti per la gestione dell'immondizia.

Vengono realizzate ore e ore di riprese – molte con telecamera nascosta – per documentare il malaffare in un'inchiesta che poi Fanpage pubblica a puntate. Al centro della prima parte, ricostruisce Huffington Post, gli incontri con i vertici della Sma – la società della Regione Campania che si occupa dello smaltimento di rifiuti – per concordare le quote da versare in cambio dell'affido diretto. Lorenzo di Domenico, consigliere delegato in quota centrodestra, davanti alle telecamere (nascoste) insieme al braccio destro di Passariello, Agostino Chiatto, illustra il 'tariffario' per ungere la macchina amministrativa e aggiudicarsi commesse per lo smaltimento di rifiuti del valore di milioni di euro. Le mazzette, calcola Fanpage, arriverebbero a sfiorare la somma di duecentomila euro.

La seconda puntata dell’inchiesta Bloody Money, ricostruisce il Fatto, è intitolata “Nel nome del figlio” e punta i riflettori sull’incontro tra Roberto De Luca e Perrella. I due parlano di appalti della Regione. L'incontro, da quanto indicato nel filmato ripreso anche da Repubblica, avviene nello studio di De Luca jr e si parla di smaltimento delle ecoballe e di come partecipare agli appalti della Regione. In successive telefonate e in un incontro con un intermediario, si parla di "percentuali".

Roberto De Luca viene indagato dalla Procura di Napoli e vengono perquisiti la sua casa e il suo ufficio. Nei guai, però, finiscono anche Perrella e Fanpage. Ai magistrati non è piaciuto che la redazione si sia mossa in modo indipendente e mentre indaga per corruzione e finanziamento illecito parla di "dispersione probatoria". L'inchiesta pubblicata da Fanpage, insomma, potrebbe "pregiudicare gravemente le investigazioni sulle gravi ipotesi delittuose". 

Il riserbo in cui la Procura assicura di voler operare, però, dura poco e sui giornali finisce il decreto di perquisizione che spiega lo svolgersi del'inchiesta e come i clan Cimmino e Bidognetti puntassero alla Sma. Tra i 12 indagati compaiono il dirigente della Regione Lucio Varriale; Agostino Chiatto, dipendente della Sma e Passariello. I tre si stavano mettendo d'accodo per disporre l'affidamento dell'appalto per lo smaltimento di fanghi a una cordata di imprenditori dai quali ricevere soldi anche per finanziare la campagna elettorale di Passariello.

E mentre restano in attesa di essere pubblicate altre cinque puntate della videoinchiesta, Vincenzo De Luca corre in soccorso del figlio. "Pensate alle giovani generazioni e agli asili nido e non vi preoccupate delle effervescenze" dice ai giornalisti che gli chiedono un commento. 

Il sogno dell'Ulivo non è tramontato. Il progetto di tenere unite tutte le anime riformiste (anche quelle che hanno preso strade diverse) deve rimanere inalterato.

E ogni mezzo per portare voti alla coalizione deve essere sfruttato. Nella sua Bologna Romano Prodi, dopo un'assenza durata nove anni, torna a parlare in un'assemblea politica per rilanciare il suo pensiero: la coalizione di centrosinistra deve essere forte perché "questo – dice – è il momento in cui si decide il futuro del Paese".

L'ex presidente del consiglio partecipa al lancio di Insieme, la lista coalizzata con il Partito democratico formata dal Partito socialista di Riccardo Nencini, dai Verdi di Angelo Bonelli e da Area civica di Giulio Santagata (prodiano di ferro). Un raggruppamento che porta avanti, sostiene, "la logica che era il mio sogno, quello di mettere insieme i diversi riformisti".

Una dichiarazione di voto che, se può essere letta come una presa di distanza dal Partito democratico di Renzi, lancia anche la volata a un movimento che porterà comunque consensi a largo del Nazareno. I voti a Insieme – secondo le regole del Rosatellum​ – confluiranno infatti al Pd se supereranno la soglia dell'1%, altrimenti andranno dispersi.

La 'discesa in campo' di Prodi sarà dunque utile sia per Insieme (se arriverà al 3% suoi candidati potranno accedere in Parlamento) che per la coalizione, e anche per rinsaldare quel concetto di unità tanto caro all'ex presidente del Consiglio che non dimentica neppure la piaga dell'astensionismo, ago della bilancia per il voto del 4 marzo. "Sono qui perché ritengo queste elezioni di una importanza particolare con questo allontanamento dei cittadini dai partiti", ammette infatti dal palco.

Un appello all'unità diretto a Liberi e Uguali

All'appuntamento di Bologna partecipa anche Paolo Gentiloni al quale Prodi esprime affetto e stima. Ricordando lo slogan della campagna elettorale del 2006 ('La serietà al governo'), il Professore elogia il premier: "Paolo sta rappresentando questo obiettivo: la serietà al governo, lo voglio ringraziare per il lavoro che sta facendo in un momento difficile, in cui abbiamo bisogno di mostrare un Paese sereno, con idee chiare, che riconosce i propri limiti e i propri meriti in Europa".

Prodi si rivolge anche agli "amici che sbagliano". Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema, confluiti in Liberi e uguali dopo l'addio al Pd. E con parole che suonano come un ennesimo appello (magari con lo sguardo rivolto a dopo il voto del 4 marzo) ribadisce: "Nei giorni scorsi mi sono pronunciato in modo sfavorevole verso gli amici della scissione, amici cari, ma che hanno indebolito fortemente questo disegno. È importante che la coalizione di centrosinistra sia unita. Serve un contributo plurale per la vittoria comune". 

C’è chi mette i puntini sulle i per chiarire di non aver abbandonato il Movimento, né di esserne stato cacciato. Chi si mette a disposizione delle verifiche interne e, intanto, si autosospende. Chi spiega il perché di quegli ammanchi, anche mettendo a nudo brandelli di vita privata: la paura di una malattia in agguato che spinge a un check-up imprevisto da nascondere ai propri cari, la prospettiva di dover pagare un assegno di mantenimento calcolato sulla base delle effettive entrate mensili di un parlamentare della Repubblica. E intanto le Iene Mediaset proseguono e tirano fuori tre nuovi nomi della Rimborsopoli M5s. Prosegue anche l’opera di pulizia interna del Movimento (fuori i casi più gravi, multe per i peccati veniali). E prosegue lo scontro senza esclusione di colpi tra Matteo Renzi e Luigi Di Maio, l’uno a brandire contro l’altro le anticipazioni di stampa di inchieste, non solo giornalistiche, che vedono coinvolti loro uomini.

Renzi all'attacco: "Pretendono di darci lezioni"

C'è della "ridicolaggine" da parte di "chi pretende di darci lezioni di onestà dall'alto di un partito fondato da un pregiudicato". È​ tranchant, Matteo Renzi davanti alla platea del Sannazaro a Napoli nel ribadire che M5s è un partito di "ex onesti che sta mostrando lo squallore delle sue bugie". "Per 23 milioni di euro che hanno restituito in 5 anni… – argomenta Renzi – la legge del finanziamento pubblico ai partiti con un voto in Parlamento è stata cancellata… Bersani nel 2010 per il Pd prendeva 60 milioni e noi oggi zero. Non discuto sia giusto o no. Ci sono dipendenti in cassa integrazione. Ma se ragioniamo in termini di chi ha restituito di più… Non voglio fare lotte nel fango su questi temi, ma se i M5s offendono il mio popolo dicendo 'sono disonesti', ho il dovere di dire che la stragrande maggioranza delle persone è onesta. C'è qualcuno che fa il furbo? Lo vedremo. È la stessa cosa che stanno facendo i 5s".

“Andremo sotto al Comune di Salerno e chiederemo le dimissioni di questi rifiuti politici", ‘ricambia’ il candidato premier M5S, Luigi Di Maio, che mette nel mirino Roberto De Luca, figlio del governatore della Campania, indagato insieme ad altri nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Napoli su un presunto traffico di rifiuti. Di Maio incalza dicendo che "la Terra dei Fuochi esiste per colpa di politici come quelli del Pd e FI che fanno affari con la criminalità organizzata", e fa proiettare la video-inchiesta di Fanpage sulla vicenda.

Chi si autosospende e chi smentisce le dimissioni

Quanto agli sviluppi di giornata di ‘Rimborsopoli’, ecco Giulia Sarti garantire che "per il Movimento farei qualsiasi cosa” e annunciare di aver scelto “di autosospendermi finché questa triste storia non verrà chiarita”. "È chiaro – aggiunge – che io in Parlamento non sopporterei mai di stare nel gruppo Misto, quindi o la questione verrà risolta prima della eventuale proclamazione, oppure rassegnerà immediatamente le dimissioni dalla Camera".

Invece l’eurodeputata Giulia Moi smentisce “le notizie di stampa sulla mia intenzione di uscire dal gruppo Efdd al Parlamento europeo e sulla mia espulsione dal MoVimento 5 Stelle" e dice di aver "proceduto a inviare la delega per autorizzare la verifica incrociata delle mie restituzioni al Fondo del Microcredito".

I tre nuovi presunti furbetti (e la loro difesa)

Le Iene intanto svelano altri tre nomi di parlamentari M5s che non avrebbero restituito quanto promesso al fondo del microcredito: si tratta dei deputati Francesco Cariello, Emanuele Scagliusi e Federica Dieni. Per il primo, insieme al consigliere regionale in Emilia-Romagna Gian Luca Sassi, scatta l’espulsione da M5s: " Cariello – spiegano – ha una irregolarità negli ultimi bonifici. Ha continuato a sostenere di poter dimostrare la regolarità dei suoi bonifici. Non ci ha voluto dare l'autorizzazione di accedere ai dati in possesso del MEF e questo va contro il nostro principio di trasparenza”. Gli altri due se la cavano con una multa. Su Facebook le loro spiegazioni. "La verità è che qualche mese fa ho avuto la necessità di fare una spesa personale di cui non volevo sapessero nulla né la mia compagna per non farla preoccupare né il mio collaboratore, che controlla la mia rendicontazione", dice Scagliusi. "In pratica – confida il deputato M5s – ho preso in prestito mille euro dei soldi a mia disposizione per dei controlli medici sulla mia persona che volevo rimanessero nascosti ai miei cari".

Dieni invece puntualizza che “la somma che dovevo restituire era di 6139,93. Non ho fatto un unico bonifico ma due. Il primo di 1739,63 euro (il 17 novembre 2014) e il secondo di 4401,10 euro (il 29 novembre 2014). Non riuscendo a caricare su tirendiconto.it entrambe le distinte ho caricato solo la prima modificando l'importo. Questa chiaramente è una leggerezza di cui mi pento e mi scuso. Ma la somma è corretta, così come è corretto l'importo totale delle restituzioni".

Multa anche per la senatrice Barbara Lezzi, mentre il deputato Ivan Della Valle, alla fine, come si dice, ci mette la faccia e spiega proprio a Le Iene come modificava le ricevute dei bonifici: ricorrendo al photshop. Non ci sta a passare per il campione dei furbetti, come lo chiama la trasmissione Mediaset, e fa presente di aver avuto “dei problemi personali, che non voglio dire, una separazione e andate da un giudice a raccontare la favoletta che hai deciso nel Movimento di fare una donazione… Ti fa dare l'assegno alla ex moglie sulla base dell'assegno reale che prendi dalla Camera".

Romano Prodi non voterà Pd. E già questa, di per sé, sarebbe una notizia. Ma l'ex presidente del Consiglio ed ex leader del centrosinistra è andato oltre, annunciando che la sua scelta cadrà su 'Insieme'. Ma che cosa è insieme, e chi raccoglie?

La lista è stata presentata a dicembre 2017 da Riccardo Nencini, Luana Zanella, Angelo Bonelli e Giulio Santagata. Nomi che bastano a capire che sotto la scritta rossa su fondo bianco sono raccolti Verdi, Socialisti Italiani  e Area Civica, un movimento che raggruppa le anime vicine, per l'appunto, a Prodi.

Nel simbolo, che riporta quelli di tutti i movimenti. è forte il richiamo europeista, ma anche all’Ulivo (ancora Prodi) con un ramoscello dietro  la scritta centrale e sotto la dicitura 'Italia Europa'.

Dove vuole arrivare

Il 4 marzo Insieme correrà nella coalizione di centrosinistra assieme al Partito Democratico, alla Lista Popolare e a +Europa, la lista di Emma Bonino.

Con il Rosatellum​, per poter eleggere propri candidati dalle liste della parte proporzionale, Insieme dovrà raggiungere almeno il 3% dei voti su base nazionale. Ma un altro traguardo  importante è quello dell’1%: sotto questa percentuale ogni voto preso non viene poi conteggiato nel computo totale della coalizione. Se la lista supererà il 3% eleggerà di sicuro dei parlamentari, ma se si piazzerà tra l’1% e il 2,99% invece non avrà alcun seggio e la sua percentuale sarà distribuita in maniera proporzionale tra le liste della coalizione che hanno superato la soglia di sbarramento. Sotto l’1% invece nessun voto ottenuto sarà conteggiato per la coalizione.

Perché Prodi la sostiene (un po' di dietrologia)

La scelta di Prodi quindi, oltre ai richiami simbolici anche espliciti, potrebbe essere una mossa per accreditare Insieme e farle superare la soglia fatidica dell'1%. Tenendo però d'occhio il cosiddetto 'effetto Bonino': quell'inatteso (per gli strateghi) consenso di cui gode +Europa che potrebbe portarlo a incassare oltre il 3% e a diventare una forza parlamentare con la forza dei voti degli 'scontenti' del Pd non abbastanza delusi da confluire in Leu.

Leggi anche: trova i candidati nel tuo collegio

Ma ideologicamente, cosa di porta dietro la lista Insieme? Un’aggregazione civica, ecologista, progressista e riformista, nel solco del centrosinistra, che ricorda vagamente il progett "Il girasole" creato da socialisti e verdi nel 2001 a sostegno dell'Ulivo di Francesco Rutelli. La longa manus di Prodi era però già visibile a dicembre con la presenza alla presentazione della lista di Giulio Santagata, ex ministro dell'attuazione del programma nel secondo Governo Prodi.

Sono 379 le leggi approvate nella XVII legislatura, che si è conclusa a fine dicembre con lo scioglimento delle Camere. Ma a condizionare l'attività legislativa in maniera influente è sempre più il governo: infatti, il 74,74% delle leggi approvate sono state di iniziativa dell'esecutivo. Poco più di 7 leggi su 10. È quanto emerge dallo studio svolto da Openpolis sulla produttività parlamentare.

Dallo studio emerge anche che "a dare le carte nel corso della XVII legislatura sono stati in pochi: dei circa 1.000 deputati e senatori, solo un centinaio è riuscito a influire sui lavori di Montecitorio e Palazzo Madama, ennesima prova – secondo Openpolis – della forte crisi di identità che sta vivendo il Parlamento".

I gruppi più attivi a Montecitorio sono dell'opposizione

Sempre in base allo studio effettuato, a Montecitorio "i 4 gruppi più produttivi sono tutti di opposizione: Lega (477,88 punti di media), Si-Sel-Pos (270,15), Movimento 5 stelle (267,52) e Fratelli d'Italia (265,81)". Al Senato la classifica è guidata da Mdp-Leu, a seguire al secondo posto il Pd mentre fanalino di coda Gal. Va spiegato, però, che nell'analisi condotta sui lavori e l'attività parlamentare, Openpolis ha preso in esame la produttività dei singoli deputati e senatori, considerandola sia dal punto di vista individuale che da quello dell'intero gruppo di appartenenza, assegnando un punteggio di produttività che varia a seconda del ruolo svolto dal parlamentare e dell'essere o meno esponente di maggioranza o di opposizione.

Inoltre, poichè "l'abituale dinamica maggioranza-opposizione è mutata in uno scontro fra il governo e l'opposizione. Una trasformazione che ha avuto delle ripercussioni nette sulle classifiche della produttività. I gruppi di opposizione, quando capaci di svolgere efficientemente il proprio mandato, sono riusciti a ottenere un punteggio elevato". E ancora: "ai gruppi di opposizione, a parità di risultato ottenuto, viene dato un punteggio maggiore (il doppio) rispetto ai membri della maggioranza. Se un deputato del Pd riesce a far approvare una sua proposta di legge riceve 40 punti, se lo stesso riesce a fare un membro di Forza Italia (opposizione) il punteggio è di 80".

"Per una semplice questione numerica – spiega ancora Openpolis – è molto più facile far passare un atto per l'esponente di un gruppo che sostiene il governo, e per questo motivo il lavoro dei membri dell'opposizione assume un'altro peso. Se da un lato quindi i gruppi di opposizione tendono a produrre di più, quelli di maggioranza invece hanno risultati relativamente scarsi. Con un governo tuttofare – osserva Openpolis – il raggio di azione dei parlamentari che fanno parte dei gruppi che sostengono la maggioranza è ridotto. Se non si viene nominati relatori di provvedimenti governativi, è molto difficile per deputati e senatori di maggioranza far sentire la propria voce".

La produttività dei singoli parlamentari

Quanto alla produttività dei singoli parlamentari, "il 68% dei primi 25 classificati a Montecitorio ha un ruolo chiave. Dalla capolista Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione Giustizia, al presidente della commissione Affari costituzionali Mazziotti (20 in classifica), passando per i vice presidenti Palese (6 in classifica, FI – commissione Bilancio) e Tancredi (14 – Ap, commissione Politiche Ue). In totale a Montecitorio sono 8 i parlamentari che hanno superato i 1.000 punti.

Tra questi, due non hanno una 'key position': Marco Causi (3 – Pd) che è stato relatore del decreto Imu e del decreto lavoro, e David Ermini (7 – Pd) relatore sia del decreto carceri che del decreto risarcimento detenuti. In questa speciale classifica troviamo 5 membri della maggioranza, tutti del Partito democratico, e 3 membri dell'opposizione: Gianluca Pini (2 – Lega, capogruppo commissione Esteri), Massimiliano Fedriga (4 – Lega nord, capogruppo) e il già menzionato Rocco Palese (6 – Forza Italia, vice presidente commissione Bilancio). Al Senato, al primo posto Pagliari (Pd) – Capogruppo Commissione Affari costituzionali, al secondo Santini (Pd), Capogruppo Commissione Bilancio, al terzo Casson (ex Pd passato poi nel gruppo Art.1-Mdp)". 

I sondaggisti sono concordi: dopo le elezioni del 4 marzo non ci sarà una maggioranza in grado di governare. Le ultime rilevazioni prima dello stop imposto dalla legge sulla par condicio parlano chiaro: a poco più di due settimane dal voto il futuro Parlamento rischia di non avere alcuna maggioranza politica. Ma il premier Paolo Gentiloni rassicura: l'Italia avrà un governo stabile e non populista.

Reduce dal faccia a faccia di più di un'ora con la Cancelliera Angela Merkel a Berlino, Gentiloni mostra tranquillità e fiducia: "L'Italia avrà un governo stabile, la coalizione di centro sinistra sarà il pilastro di questo governo e non c'è il rischio di governi populisti o anti europei", scandisce il presidente del Consiglio, che invita a non prendere per oro colato i sondaggi: "Le soluzioni di governo non le danno i sondaggi", spiega, "le daranno gli elettori il 4 marzo. La mia opinione è che l'unico pilastro possibile di una coalizione stabile e pro europea può essere la coalizione di centro sinistra. Dopo il voto, tuttavia, sarà il Presidente della Repubblica ad indirizzare. Credo comunque che l'Italia avrà un governo stabile e non caratterizzato da posizioni anti europee", ribadisce.

Ma il quadro delineato dalle rilevazioni è tutt'altro che rassicurante: La Supermedia elaborata da YouTrend per Agi mostra infatti una situazione di fatto bloccata, con la coalizione di centrodestra in netto vantaggio ma non in grado, con il suo 36,7%, di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. M5s non sembra essere stato penalizzato dallo scandalo dei rimborsi e rimane primo partito con il 28%, mentre il Pd conferma la sua debolezza, non andando oltre il 22,8%.

L'esito delle elezioni del 4 marzo quindi, alla luce di questi numeri, rischia di essere un Parlamento "bloccato" alla difficile ricerca di una maggioranza. è quanto emerge anche analizzando le varie rilevazioni, come quelle di Demos per Repubblica e di Ipsos per il Corriere della Sera: "il centrodestra è a 283 seggi, il centrosinistra a 158 e il Movimento 5 Stelle a 152. Liberi e Uguali raccoglierebbe 24 seggi. Uno stallo".

Le previsioni non cambiano analizzando i dati del sondaggio Cise-Sole 24 ore. In percentuale "il centrodestra è al 34,7%, il Movimento Cinque Stelle al 29,4%, il centrosinistra al 27,4% e Liberi e Uguali al 5,3%". Per il premier "è evidente che se nessuno sarà autosufficiente poi si troverà la strada per un governo stabile".

Quanto al titolare del Viminale, Gentiloni osserva: "Minniti ha fatto una sottile distinzione, che tanto sottile non è. Ha parlato, da ministro dell'Interno, di governo di unità nazionale", e non di larghe intese. Infine, su ipotesi future e futuri scenari Gentiloni taglia corto: "Io ho preso un impegno 14 mesi e 5 giorni fa. L'impegno finisce tra 15 giorni. Dopo il voto, poi, la parola passa al Parlamento e al Presidente della Repubblica. Non compete più al mio impegno".

Minimizza le rilevazioni Laura Boldrini: "A volte i sondaggi non ci azzeccano proprio. Non mi avventurerei ora a fare degli scenari, vediamo, siamo in campagna elettorale", afferma la presidente uscente della Camera e esponente di Leu. Anche la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, ritiene che i sondaggi non descrivano la situazione reale: "Sappiamo che le campagne elettorali spesso si decidono negli ultimi giorni e non è detto che i sondaggi di oggi siano il risultato finale, siamo convinti che saremo il primo partito d'Italia e stiamo lavorando per raggiungere questo risultato. Per noi la sfida è aperta".

Per il leader Pd "i sondaggisti con oggi hanno votato. E meno male. Da domani non possono più farne. Ma i sondaggi dicono che il Pd può essere il primo partito e il primo gruppo parlamentare. Il 5 marzo o vince il Pd o M5s". Matteo Renzi poi esclude un governo di centrodestra: "non considero un'ipotesi che il 5 marzo il centrodestra abbia i numeri per andare al Governo".

Di tutt'altro avviso il segretario della Lega, Matteo Salvini, "convinto" che il centrodestra vincerà le elezioni e la Lega potrà indicare il candidato premier. "Dopo il 4 di marzo tornerò da presidente del Consiglio per raccontarvi quello che faremo al governo. I patti sono chiari: chi ha un voto in più all'interno della coalizione indica il presidente del Consiglio. Berlusconi fa bene a pensare a qualcuno, ma se la Lega avrà più voti, il premier sarò io".

Salvini poi annulla il faccia a faccia in tv con Renzi, previsto per la prossima settimana: "Per anni ho chiesto a Renzi di fare un confronto e lui si è sempre negato, ora il tempo è scaduto. Ho altri impegni, la settimana prossima, comizi in Emilia, in Toscana e non abbandono la gente che viene ai miei comizi per andare in tv con Renzi. Se proprio vuole un faccia a faccia lo sfido a venire in piazza con me". Pronta la replica del leader dem: "Per noi cambia poco, saremo comunque il primo gruppo parlamentare, il primo partito. Ma colpisce l'assurdità di un dibattito politico senza confronti Tv".

Circa un terzo dell’elettorato è indeciso su chi votare, e il loro contributo potrebbe cambiare l’esito del voto. Nonostante la crescita del Movimento 5 Stelle nei sondaggi, Silvio Berlusconi, a guida della coalizione di centro-destra, è in vantaggio sulle altre forze politiche. Questo non basterebbe a garantire un chiaro esito del voto dopo il 4 marzo. Il rischio è quello di un Parlamento bloccato e poche possibilità di costruire un’ampia coalizione o un Governo di unità nazionale, cosa che darebbe un ruolo chiave agli swing voters.

Il sondaggio di Quorum/YouTrend rileva che circa il 30% degli elettori non ha ancora deciso chi votare. Di questi, il 64% è composto da donne, solo l’11% laureate, e la maggior parte si è astenuta nelle precedenti elezioni. Circa metà degli indecisi che hanno votato alle elezioni europee del 2014 è composta da elettori di Matteo Renzi. La legge elettorale con cui si voterà, il Rosatellum, prevede un terzo dei seggi alla Camera dei Deputati assegnati con metodo uninominale, elemento che incoraggia la formazione di coalizioni. Il Movimento 5 Stelle da sempre si dice contrario alla formazione di coalizioni, e il Partito Democratico nel febbraio 2017 ha visto una parte dei propri parlamentari uscire dal partito per fondarne uno nuovo, oggi riunito sotto la sigla Liberi e Uguali.

Tutto questo ha favorito il ritorno di Silvio Berlusconi, sebbene non possa candidarsi alla premiership per una condanna per frode fiscale. Bloomberg ha calcolato una media dei sondaggi che assegna al centro-destra il 36,9% dei voti, quasi 10 punti sopra al centro-sinistra (27,7%) e al Movimento 5 Stelle (27,4%). L’ultima Supermedia di YouTrend, prima del divieto di diffusione dei sondaggi dal 17 febbraio, mostra che al centro-destra potrebbero andare 290 seggi alla Camera e 141 al Senato. Secondo Giovanni Diamanti il trend più chiaro delle ultime settimane è l’aumento del consenso per Berlusconi, che potrebbe garantirsi la maggioranza con la vittoria in 35 seggi in bilico nel Sud Italia. Da qui l’importanza degli indecisi, che se andassero a votare potrebbero orientarsi verso i partiti maggiori.

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