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AGI – È l’ex presidente della Bce Mario Draghi, con il 59,3% dei consensi, la personalità che registra la maggiore fiducia da parte degli italiani. Segue il premier Giuseppe Conte, con il 57,1% degli intervistati che hanno detto di avere molta o abbastanza fiducia nel presidente del Consiglio. Sono alcuni dei risultati emersi dal sondaggio realizzato dall’istituto di ricercaQuorum/YouTrend per Sky TG24.

Tra i leader politici, la fiducia in Giorgia Meloni di Fdi si attesta al 33,2%, seguita da Matteo Salvini della Lega al 31,2%, Nicola Zingaretti del Pd al 30,4%, Luigi Di Maio del M5S al 22,5%, Silvio Berlusconi di Forza Italia al 19,9% e Matteo Renzi di Italia Viva all’11%. Alta la fiducia anche in alcuni dei presidenti di Regione: ha molta o abbastanza fiducia nel presidente del Veneto Luca Zaia il 49,7% degli intervistati, segue il presidente della Campania Vincenzo De Luca con il 43,4%, poi il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini con il 37,1% e il presidente della Lombardia Attilio Fontana con il 24,9%.

Il sondaggio ha registrato anche un buon tasso di apprezzamento per il Governo Conte: ha molta o abbastanza fiducia nell’esecutivo il 52,9% degli intervistati. La ricerca scende anche nel dettaglio su come si sia comportato il Governo in campo sanitario ed economico dall’inizio dell’emergenza coronavirus: il 70,8% ha un giudizio molto o abbastanza positivo dell’operato del Governo per proteggere la salute dei cittadini. Minore il plauso sugli interventi economici, sui quali il 53,3% ha un giudizio molto o abbastanza negativo.

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Tra le misure a sostegno dell’economia, per il 24,8% degli intervistati la più efficace è stata la cassa integrazione per i lavoratori dipendenti, seguita dal reddito d’emergenza per le famiglie più povere (19,5% del campione), il bonus di 600 euro per i lavoratori autonomi (14,1% del campione), i tagli e rinvii delle scadenze fiscali per le aziende (11% del campione) e i prestiti per le aziende garantiti dallo Stato (7,5% del campione). Non sa cosa rispondere il 23,0% degli intervistati.

Nella gestione dell’emergenza, per la maggior parte degli intervistati, pari al 35,4% non c’è stato squilibrio tra Stato e Regioni nella divisione dei poteri. Le Regioni hanno avuto troppi poteri rispetto allo Stato centrale per 28,5% del campione, contro il 21,8% che ritiene che lo Stato centrale abbia avuto troppi poteri rispetto alle Regioni. Non esprime un giudizio il 14,3%.

Per quanto riguarda la situazione internazionale, per il 40,3% degli intervistati Giuseppe Conte in Italia è stato il leader che ha gestito meglio l’emergenza Coronavirus nel proprio Paese,seguito da Angela Merkel in Germania (23%) e Xi Jinping in Cina (9%). Numeri più bassi per Donald Trump negli Stati Uniti (2,5%), Emmanuel Macron in Francia (1,6%), Pedro Sanchez in Spagna (0,5%), Boris Johnson in Inghilterra (0,5%). Per il 10,9% il leader più efficace non è nessuno dei precedenti, mentre l’11,7% non si esprime.

In merito alla ricerca di aiuti da Stati o organizzazioni internazionali, per il 64,5% degli intervistati l’Italia dovrebbe cercare aiuto in Unione Europea. Seguono gli Stati Uniti (9,3%), la Cina (7,2%) e la Russia (4,2%), mentre non esprime un’opinione il 14,8% del campione.

Il sondaggio ha rilevato anche le intenzioni di voto se domani ci fossero le Elezioni Politiche, misurando anche l’impatto che potrebbe avere una candidatura del premier Giuseppe Conte. Nella situazione attuale resta alto il tasso di indecisi e astenuti, pari al 55,1%. Tra chi ha espresso una preferenza, la Lega è il primo partito in Italia, con il 26,2% seguito dal Pd con il 21,6%. Il M5S si attesta nelle intenzioni di voto al 15,5%, poi Fratelli D’Italia al 15%, Forza Italia al 6,5%. Seguono Italia Viva con il 3,1%, la lista “La Sinistra” al 2,7%, Azione! al 2,4%, +Europa al 2,3% e la lista “Cambiamo” di Giovanni Toti allo 0,1%. Il 4,6% degli intervistati si orienterebbe invece verso altri partiti.

Queste invece le intenzioni di voto qualora il premier Giuseppe Conte fosse il candidato premier del M5S: indecisi e astenuti sarebbero il 53,5%, mentre tra chi esprime una preferenza la Lega sarebbe primo partito al 27,9%, seguita dal Movimento 5 Stelle – Conte al 19,9%, il Partito Democratico al 18,9%, Fratelli d’Italia al 14,6%, Forza Italia al 6,7%, La Sinistra al 2,5%, Azione! al 2,2%, Italia Viva al 2,1%, +Europa al 1,6%, Cambiamo al 0,9%, mentre sceglierebbe un altro partito il 2,7%.

La situazione muta in parte ipotizzando che il presidente del Consiglio presenti una sua lista: la voterebbe sicuramente o probabilmente il 24,1% del campione. Il 66,7% degli intervistati non la sceglierebbe, mentre è indeciso il 9,2%. A considerare l’idea di votare una lista del premier Conte sono il 33,7% degli elettori di centrosinistra, il 15,9% degli elettori del Centrodestra, il 66,3% degli elettori del M5S e il 20,4% degli indecisi.

Per quanto riguarda le intenzioni di voto, gli astenuti in questo caso sarebbero il 51,1%. Tra chi esprime una preferenza, la Lega sarebbe primo partito al 26,3%, seguita dal Partito Democratico al 16,5%, Fratelli d’Italia al 15,4%, la lista di Giuseppe Conte al 14,3%, Il Movimento 5 Stelle al 9,7%, Forza Italia al 5,7%, La Sinistra al 4,2%, Italia Viva all’1,8%, Azione! al 1,7%, +Europa al 1,5%, Cambiamo al 0,2%, mentre sceglierebbe un altro partito il 2,7%.

Gli elettori della eventuale lista del premier si sposterebbero principalmente dal bacino di indecisi e astenuti (ben il 51,1%), dagli elettori del M5S (19,4%) e del Partito Democratico (11,5%). Dagli altri partiti arriverebbero percentuali di elettori tra il 4,6% e lo 0,9%.

In caso si verificasse una crisi di Governo la maggior parte degli intervistati vorrebbe nuove elezioni in autunno (il 35%). Seguono l’ipotesi di un nuovo Governo tecnico o di larghe intese guidato da Mario Draghi (17,6%), un nuovo Governo appoggiato da PD e Movimento 5 Stelle (8,6%), un nuovo Governo appoggiato da Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle (8,5%), un nuovo Governo tecnico o di larghe intese guidato da una figura differente (7,3%). Non esprime un’opinione il 23% del campione.

Alla domanda se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sia più vicino al Partito Democratico o al Movimento 5 Stelle, il 37,6% del campione sostiene che sia intermedio fra i due partiti. Per il 28,7% è invece più vicino al Movimento 5 Stelle, mentre per il 15,7% è più vicino al Partito Democratico. Non sa o non risponde il 18%.

Nota metodologica: Sondaggio svolto con metodologia CATI/CAMI tra il 27 e il 30 maggio 2020 su un campione di 1009 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia, sondato per quote incrociate di genere ed età stratificate per macroregione di residenza. Il margine d’errore è del +/-3,1%, con un intervallo di confidenza del 95%.

“Ho fatto i complimenti a Conte per come ha gestito l’emergenza del coronavirus. Ora però si apre un’altra partita, quella per ricostruire il Paese”. Esordisce con queste parole Alessandro Di Battista, leader riottoso del M5S nell’intervista a Il Fatto Quotidiano nella quale ribadisce anche che “non mi interesso alle poltrone, mi dedico ad altro”.

Poi però con tono distensivo, Di Battista dichiara che “se il premier porterà avanti idee come l’ecobonus e la legge sul conflitto d’interessi avrà il mio sostegno” ma qualora dovesse invece portare avanti idee “come il Ponte sullo Stretto di Messina e non essere duro come aveva detto di voler essere sulla revoca della concessione ad Autostrade, dirò pubblicamente che sono in disaccordo con lui”.

Tuttavia, precisa e assicura, “ciò non significa che io intenda picconare il governo” anche se si definisce “anti-establishment” e cioè contro “i Benetton, il presidente di Confindustria Bonomi, gli Elkann e il loro accentramento di potere mediatico, Giovanni Malagò”.

L’obbiettivo di Di Battista in ogni caso è “aumentare il potere contrattuale del M5S nel governo, perché ritiene che quello attuale “non sia proporzionato al 33 per cento preso alle Politiche 2018”.

Afferma poi che “non è un segreto che io non volessi il governo con il Pd” però ritiene che “in questa fase è necessario un esecutivo politico: la cosa peggiore che ci possa capitare sarebbe un esecutivo tecnico o di unità nazionale”.

Tuttavia, dichiara, “è falso che io voglia far cadere Conte”. E chiosa: “Sono grillino, non stupido”.

AGI – “Serve un cambio di rotta, il servizio sanitario va letto come grande driver di sviluppo e di benessere. La più grande infrastruttura pubblica di questo Paese che ne contribuisce alla ricchezza complessiva”.

Lo scrive il segretario del Pd e governatore del Lazio Nicola Zingaretti in un intervento a propria firma su Il Sole 24 Ore. “La spesa sanitaria, oltre che a tutela della vita, è un investimento produttivo importante”, dichiara il segretario dem, e “la logica dei tagli alla spesa sanitaria, sotto la pressione del risanamento finanziario, è stata una strategia sbagliata”, perciò “ora dobbiamo aprire una nuova fase per costruire un nuovo modello basato sulla rivoluzione digitale e il rafforzamento della rete territoriale di sanità pubblica”.

A tale scopo, sostiene Zingaretti, “per farlo abbiamo bisogno di grandi investimenti e per questo il Mes è fondamentale” e “fino a 36 miliardi di euro senza condizioni a tassi bassissimi che ci permetterebbero di fare un grande salto nella qualità della sanità pubblica”.

Ciò detto, Zingaretti dichiara che nell’ultima asta dei titoli di Stato “abbiamo emesso 14 miliardi di Btp a dieci anni con un rendimento dell’1,7%: se volessimo finanziarci per 36 miliardi di euro sul mercato ai tassi attuali ci costerebbe 580 milioni di euro in più all’anno per dieci anni rispetto al costo dell’accesso al Mes” pertanto “già solo questo rende chiaro che non dovremmo avere dubbi” sulle scelte da fare.

“Ma dovremmo – scrive ancora il segretario dem – chiamare le Regioni, la scienza medica, gli operatori per lavorare insieme a un piano nazionale di ricostruzione che punti su ospedali, territorio, tecnologie, personale sanitario”.

AGI – Con i 172 miliardi in arrivo dall’Unione europea la sfida nei prossimi mesi sarà su come utilizzarli. Il premier Conte ha anticipato i tempi e presentato il ‘Recovery plan’, chiedendo la collaborazione dell’opposizione e delle parti sociali. Ma la partita sulle riforme si gioca su più tavoli. Intanto c’è lo scontro sul sistema di voto. Ora che gli effetti del coronavirus si sono attenuati Pd, M5s e Leu vogliono accelerare in Commissione Affari costituzionali alla Camera e arrivare al primo passaggio parlamentare del ‘Germanicum’ entro l’estate.

È un accordo fatto dalla maggioranza già mesi fa, anche se sul proporzionale con soglia di sbarramento al 5% si sono sempre registrate delle fibrillazioni, a partire dal tema del diritto di tribuna. Tuttavia ora Renzi fa intendere di volersi sfilare.

“Noi di Iv – scrive nel nuovo libro – potremmo avere tutto l’interesse ad avere un sistema proporzionale ma diciamo che quel che serve all’Italia è l’elezione diretta del Capo dello Stato o del premier. Non si può continuare con un sistema di contrattazioni e trattative esagerate. A me di fare un grande proporzionale, un inciucione non convince”.

Ed ancora: “Scriviamo le regole insieme. Modifichiamo la Costituzione per consentire ai cittadini di decidere se, come e quando affidare il destino del proprio Paese, esattamente come ogni cinque anni scelgono a chi affidare il destino della propria della città con l’elezione del sindaco. Sarebbe come votare un ‘sindaco d’Italià capace di rappresentarci”.

L’elezione diretta del Capo dello Stato o del premier è un cavallo di battaglia anche nel centrodestra che infatti ha capire di essere disponibile a quella che Renzi chiama “la grande Riforma”. Anche FI è disponibile a sedersi al tavolo ma Lega e Fdi puntano al voto, “e poi gli italiani – taglia corto Salvini – in questo momento si aspettano lo stipendio”.

Ma le reazioni più veementi sono nel campo rosso-gialli. Non è un caso che Leu ricordi a Renzi che l’intesa è già stata siglata. Sulla stessa lunghezza d’onda pure il Pd: “Renzi – osserva un ‘big’ dem – ha paura dell’asticella del 5% ma quel testo è blindato, non si può sottrarre”.

Se però Iv davvero dovesse fare un passo indietro per la maggioranza sarebbe un problema, visto che al Senato i numeri restano ballerini. Il Pd potrebbe rilanciare, come ‘piano B’, anche il cancellierato alla tedesca ma senza toccare il patto sul sistema proporzionale con soglia al 5%.

Il tentativo dei dem è quello di far sì che Forza Italia si stacchi da Lega e Fratelli d’Italia (da qui la volontà di accelerare sul proporzionale) e non è passato inosservato il plauso del capogruppo dem al Senato Marcucci sul patto della Rinascita invocato da Berlusconi per replicare la collaborazione post seconda guerra mondiale.

Ed è lo stesso piano del presidente del Consiglio Conte che ha fatto riferimento al clima di condivisione del 2 giugno, sulla scia degli appelli del Capo dello Stato Mattarella. Il presidente del Consiglio oggi in conferenza stampa ha presentato per titoli il ‘Recovery plan’: seria riforma fiscale, investimenti pubblici e privati, taglio della burocrazia, diritto allo studio, cambiare i tempi della giustizia civile e penale, fiscalità di vantaggio per il sud, innovazione e banda larga, sblocca cantieri nel dl semplificazione, riformulazione dell’abuso di ufficio.

E mentre tiene alta la guardia su Autostrade (“Ci sarebbero le condizioni per la revoca ma stiamo valutando una transazione che al momento non ci soddisfa”) non ha chiuso nemmeno sul ponte sullo stretto: “No ad opere immaginifiche ma – ha aggiunto – valuterò senza pregiudizi”.

Un modo per tenersi tutte le strade aperte e, pur rispondendo piccato al presidente di Confindustria Bonomi che ha accusato il governo di fare più danni del coronavirus (“Espressione infelice, la rispediamo al mittente”), ha aggiunto che da viale Astronomia arriveranno “idee lungimiranti”. Anzi Conte ha spiegato che quel “tesoretto” in arrivo dalla Ue (“Stiamo cercando di anticipare i finanziamenti del ‘Recovery fund'”, ha osservato) non è per il governo “ma una risorsa del Paese”.

Un patto sulla Rinascita quindi da scrivere tutti insieme. FI vuol sedersi al tavolo e spera nell’accoglimento delle proposte da parte del governo, Lega e Fdi sono scettici sul clima di collaborazione. Da lunedi’ a villa Pamphili a Roma cominceranno dunque le trattative perché su come si spenderanno quei soldi “si gioca – ha detto Conte – la credibilità del Paese”.

Pd, M5s e Leu plaudono al premier e perfino la polemica sull’utilizzo del Mes (“Io resto della mia idea”, dice Conte) è stata per ora accantonata nella maggioranza. Ma dalla partita sulla legge elettorale a quella sulle riforme economiche resta un clima di sospetti che attraversa coalizioni e partiti.

Clima di sospetti tra Pd-Leu-M5s da una parte e Iv dall’altra. E clima di sospetti anche nel centrodestra, con Lega e Fdi che non vedono di buon occhio la mano tesa di FI a Conte. Mentre un ‘big’ lumbard già prefigura “un ritorno di fiamma dell’area moderata. Per di più – spiega la stessa fonte – girano indiscrezione che Cairo si stia preparando al grande salto…”.

“Ora un nuovo inizio. Dobbiamo agire nel segno dello spirito del 2 giugno, nel segno della condivisione” ha detto il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa a palazzo Chigi. “Dobbiamo ridisegnare l’Italia. È un’occasione storica, dobbiamo rinnovare il Paese dalle fondamenta”, afferma Conte. 

AGI – Nuova polemica sulla app Immuni studiata per aiutare il Paese nella lotta al contrasto al coronavirus. Resa disponibile sugli store ieri, è stata scaricata da più di mezzo milione di italiani in meno di 24 ore. Lo strumento pensato per individuare chi è stato in contatto con un ‘caso positivo’, è oggetto del dibattito politico non più per la sua utilità o per la sua efficacia – come nei giorni e nelle settimane passate – ma per le sue icone. Le immagini a corredo dell’applicazione che ritraggono un uomo al lavoro al computer e una donna che culla un bambino non sono piaciute al Partito democratico e nemmeno in Forza Italia. E presto, sulla scia dei giudizi negativi, saranno sostituite.

“A parole tutti concordi nel ritenere la parità uomo/donna la sfida fondamentale del nostro tempo. Poi leggi i testi scolastici e vedi l’immagine dell’App Immuni e capisci che gli stereotipi persistono e si aggravano” afferma la senatrice dem Roberta Pinotti, che avverte: “Senza un cambio culturale non riusciremo a cambiare il Paese”. Anche il vice segretario del Pd, Andrea Orlando, prende posizione: “Come è possibile che l’immagine della donna nel 2020 sia ancora legata, anche all’interno delle istituzioni, agli stereotipi più logori e abusati? La vicenda dell’app non va minimizzata perché è sintomo di qualcosa di grave e profondo”, sottolinea. Parole condivise anche dal Gruppo democratico della Camera, mentre Erasmo Palazzotto, deputato di Liberi e Uguali, chiede di rendere la app “rispettosa dei tempi e della paritaà di genere dovuta” e in un post su Twitter sottolinea: “Se ai vostri occhi non è evidente ciò che non va in questa immagine siete parte del problema”.

La vice presidente della Camera, Mara Carfagna, fa sentire la voce di Forza Italia. “Le icone della app raffigurano i due generi nell’ambito domestico in modo discriminatorio: mentre l’uomo è impegnato, connesso, smartworker, la donna è solo madre con il pollice verde che cresce figli e piante. Mentre lui fa il medico, lei ha il Covid. Stereotipi offensivi”, spiega e ricorda l’emendamento presentato al dl rilancio con cui si propone “una tassazione differenziata dei redditi di lavoro dipendente e autonomo tra donne e uomini”.

I commenti, come detto, non sono rimasti inascoltati. Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità, assicura che presto sarà trovata una soluzione alla questione. Rispondendo a un tweet di Anna Paola Concia, l’esponente di governo afferma di aver già scritto alla collega Paola Pisano, titolare del dicastero dell’Innovazione e della digitalizzazione: “Mi ha rassicurato sul fatto che si sta lavorando ad una modifica, che sarà rilasciata entro breve”.

 “Ritengo necessario, e del tutto probabile, che molto presto si parlerà di nuovo della Grande Riforma, ma non per fornire specchietti per le allodole come in passato la riduzione del numero dei parlamentari, il cui unico effetto è stato quello di accrescere il tasso di sfiducia verso la politica. Non è piu’ tempo di bluff”, per questo “credo sia giunto il momento di prendere il coraggio a due mani, di accettare la sfida e introdurre l’elezione diretta del presidente della repubblica o del presidente del Consiglio dei ministri”.

Lo scrive il leader di Italia viva Matteo Renzi nel suo libro “La mossa del cavallo”. “Una Grande Riforma delle istituzioni che porti all’elezione diretta del capo del governo in modo tale da avere alla guida del paese una figura legittimata dal voto popolare e non più da un passaggio parlamentare: se accettiamo che il premier parli ai cittadini con una frequenza costante, che si assuma la responsabilità di derogare a principi costituzionali, il minimo sindacale che dobbiamo alla nostra credibilità è che quel premier sia eletto esattamente come lo è il sindaco. Certo i costituenti non immaginavano un presidente del Consiglio dei ministri che con un atto a sua firma potesse indicare restrizioni alla libertà di movimento, di culto, alla libertà associativa ed economica. Vogliamo questo modello? Bene, ma inseriamo l’elemento del consenso e del voto democratico”, aggiunge Renzi. 

AGI – “Io commissario? Non so se sia utile. L’Italia prenda i fondi del Mes”. È quanto dichiara in un’intervista al Corriere della Sera, Carlo Cottarelli, professore che si occupa dell’Osservatorio sui conti pubblici, commentando l’idea di essere nominato commissario per il Recovery fund: “Non me lo ha detto nessuno. Quindi credo che non sia vero”.

Quanto a una sua eventuale disponibilità: “Prima tutto bisognerebbe chiedersi se serve un altro commissario, tra l’altro per una cosa che dovrebbe gestire il governo. Insomma, andrebbe capito il ruolo di una eventuale figura del genere”. All’obiezione del quotidiano di via Solferino secondo il quale gli interessi risparmiati prendendo i 36 miliardi del Mes valgono 9 volte il taglio dei parlamentari, Cottarelli risponde che intanto “li prenderei” e che se anche Il Mes “era stato creato per uno scopo diverso”, ora “serve proprio a far arrivare i soldi presto” e a tale proposito “sono state date assicurazioni che le parti di supervisione stretta sui bilanci pubblici non verrebbero applicate”. Pertanto, rileva Cottarelli, “non vedo perché non dovremmo chiedere questi prestiti” perché di fatto “36 miliardi a tassi quasi zero per 10 anni significa per l’Italia risparmiare 500 milioni all’anno, circa 9 volte più di quanto risparmierebbe col taglio dei parlamentari” e, tra l’altro, “la sorveglianza rafforzata sui bilanci puo’ partire, su iniziativa della commissione, anche senza aver chiesto prestiti al Mes”.

Per il professore che si occupa di monitorare i conti pubblici, la priorità e’ “far ripartire il Paese” ed è necessario farlo rilanciando “gli investimenti, con classiche politiche keynesiane” sbloccando “i 70 miliardi di opere pubbliche già finanziate” e anche favorendo lo Stato azionista nelle aziende per salvarle, ma a un patto: “La parola chiave” è ingresso “temporaneo”, dice Cottarelli, e “se è così, va bene” ma se invece “si trattasse di un ingresso permanente mi preoccuperebbe”.

Ad ogni modo, in questo senso – conclude il professore dei contri pubblici – “mi pare strana la norma del decreto Rilancio che prevede la creazione di ‘Patrimonio destinato’ in capo alla Cdp, con una dotazione di 44 miliardi, della durata di 12 anni; durata che puo’ essere estesa con una semplice deliberazione della stessa Cdp, su proposta del ministero, senza interpellare il Parlamento”. 

“Ora unità e dialogo costruttivo per risollevarci come dopo la guerra”. “Le forze vive devono sedersi a un tavolo per un progetto comune. Serve un nuovo rapporto tra governo, imprese dell’economia reale e della finanza, istituzioni, società civile“. Lo sostiene il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi in una lettera inviata e pubblicata dal Corriere della Sera nell’edizione odierna. “Possiamo non chiamarlo, come pure è stato suggerito, bisogno di un nuovo “contratto sociale” – afferma Berlusconi – ma anche in questa prospettiva serve procedere ad un confronto ordinato e dar vita ad un dialogo costruttivo”.

Secondo l’ex premier quel che serve ora è “un grande scatto, come quello che consentì all’Italia di risollevarsi nel Dopoguerra, di passare in 10 anni dalla condizione di Paese sconfitto e distrutto, a quella di potenza industriale fra i fondatori dell’Europa unita”. Pertanto oggi come ieri, questa assunzione di responsabilità, in un “dialogo costruttivo”, scrive il leader di FI nella lettera, “riguarda tutte le forze vive del Paese”, il quale “deve essere unito, mettere insieme le migliori energie per sedersi intorno a un tavolo e costruire un progetto comune che guardi al futuro, alla rinascita”.

Proprio come “nell’impegno comune per un nuovo inizio” che ha “sollecitato ieri il Capo dello Stato”. Berlusconi dice anche “noi ci siamo, come sempre quando è in gioco l’interesse nazionale, il futuro di questo Paese” per mettere a disposizione “la nostra cultura di governo e di impresa, la nostra esperienza, la nostra competenza”, virtù queste in genere “troppo sottovalutate in politica negli ultimi anni” ma che oggi “si dimostrano assolutamente necessarie nell’emergenza sanitaria ed economica”.

E l’ex premier si rallegra per il fatto che anche il segretario del Partito Democratico “si sia detto disponibile a questo sforzo comune”. Uno sforzo, tuttavia “che non ha nulla a che fare con le maggioranze di governo, con gli schieramenti, con le alleanze politiche”, precisa Berlusconi, perché “noi siamo e rimarremo orgogliosamente all’opposizione di un governo con il quale siamo incompatibili e che non smettiamo di considerare inadeguato” conclude. 

Il centrodestra è sceso in piazza a Roma e in tutta Italia per manifestare contro il governo e annunciare – nelle parole dell’europarlamentare leghista Casanova – la resa dei conti per settembre.

Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani sono in piazza del Popolo a Roma dove hanno partecipato al flash mob organizzato per la Festa della Repubblica. Presenti circa 300 tra dirigenti di partito e parlamentari, è stata srotolata una lunghissima bandiera Tricolore a occupare più di metà della piazza. Salvini si è fermato più volte a salutare e fare ‘selfie’ coi sostenitori.

Durante il corteo, qualcuno ha gridato ‘Silvio Silvio’, inneggiando a Berlusconi, che non ha partecipato alla iniziativa perché ancora in Provenza dove ha trascorso il lockdown con la famiglia.

“Capisco la voglia e la rabbia, ma dobbiamo costruire un percorso che porti l’Italia lontano senza dover aspettare aiuti esterni che tanto non arrivano” ha detto Salvini, “Siamo qui a nome degli italiani dimenticati in questi mesi e discriminati, c’è un pregiudizio nei confronti del privato, lavoratori autonomi e liberi professionisti, invece non ci possono essere lavoratori italiani dimenticati”, ha continuato il segretario leghista. “Trasformiamo queste proposte in emendamenti e suggerimenti al governo. Il presidente della Repubblica Mattarella ha chiesto unità e collaborazione? Allora noi da queste piazze portiamo delle proposte. Sulla cassa integrazione hanno scelto la burocrazia”.

Il coro contro Conte

‘Conte, Conte vaffa’ e ‘Libertà’. Sono gli slogan intonati dai sostenitori del centrodestra nel corteo improvvisato nell’ultimo tratto di via del Corso. La folla ha poi intonato anche l’inno di Mameli.

In piazza anche i neofascisti

In contemporanea con l’iniziativa del centrodestra, stamane, in piazza del Popolo hanno manifestato anche alcuni gruppi neofascisti. A qualche decina di metri dai leader di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, si è presentato in particolare un gruppetto di militanti guidati da Danilo Cipressi, fondatore del Fronte romano riscatto popolare, per protestare contro il governo Conte. All’arrivo di Matteo Salvini in piazza poi un gruppo di uomini gli ha gridato ‘Matteo facci il saluto’, sottintendendo il saluto romano. 

 

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