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AGI – Tra le file parlamentari del Partito Democratico la sofferenza è palpabile. I continui strappi del Movimento 5 Stelle, dicono i dem, sembrano tutti elettorali e, se così fosse, sono destinati ad accompagnare la legislatura fino alla sua fine naturale. L’ultimo ‘casus belli’ è arrivato oggi, con la sconfitta dei Cinque Stelle nella partita per la presidenza della Commissione Esteri del Senato.

Si è formata una nuova maggioranza che spazia da FdI fino a Iv”, è stato il commento a caldo di Giuseppe Conte, subito dopo la riunione di un consiglio nazionale del M5s convocato d’urgenza. Il presidente del M5s non si limita a questo, ma chiama in causa Draghi: “Il premier era stato avvertito ieri del fatto che si stava lavorando in modo surrettizio a violare i patti. Spetta a lui prenderne tenere in piedi questa maggioranza”.

Alla domanda dell’AGI, tuttavia, dal Nazareno si sottolinea che “non si ravvedono responsabilità del presidente Draghi” in questa vicenda, di natura prettamente parlamentare. E il segretario del Pd interviene per gettare acqua sul fuoco: “Il centrodestra di governo ha commesso un errore”, spiega: “Ha aggiunto tensioni in una giornata in cui la compattezza della maggioranza è scesa di un gradino”.

Di qui l’avvertimento di Letta a tutta la maggioranza: “Se si accumulano gli incidenti si finisce fuoristrada e poi è difficile rimettere la macchina in carreggiata“. Al di la’ dell’errore che Letta attribuisce al centrodestra, tuttavia, fra i parlamentari dem e’ diffusa la convinzione che sia stato il M5s a giocare male le proprie carte. L’epilogo, dicono i dem raggiunti dall’AGI, era largamente prevedibile. Le operazioni del M5s prima del voto, viene spiegato, lasciavano intravedere all’orizzonte il sorpasso da parte del centrodestra. Le cose sono apparse chiare ieri sera, durante e immediatamente dopo una riunione tra i capigruppo di maggioranza. Il centrodestra in quella sede ha rivendicato la presidenza della Commissione in modo esplicito.

Dai Cinque Stelle si attendeva un passo che potesse disinnescare la trappola: la candidatura di Simona Nocerino, senatrice dal profilo più spiccatamente governista. Si è deciso invece d’insistere su Ettore Licheri, “fornendo un pretesto ai partiti del centrodestra”, viene sottolineato da fonti dem.

Il dubbio del Pd è che nei Cinque Stelle si sia giocata una partita tutta interna, quella che va avanti da tempo e che vede opposti “dimaiani” contro “contiani”. Secondo lo schema descritto da fonti parlamentari del Pd, Conte avrebbe cercato la prova di forza con il proprio candidato, Licheri, per sbarrare la strada alla candidata vicina al ministro degli Esteri, Nocerino.

Conte, quindi, non avrebbe accettato la proposta di mediazione andando avanti con il braccio di ferro. Senza accorgersi che dall’altro lato del tavolo le forze erano soverchianti. Al di là dei presunti errori di Conte, tuttavia, c’è la constatazione fra i dem della “forzatura arrivata, in maniera scorretta, dal centrodestra” visto che “è chiaro a tutti che la commissione dovesse andare al M5s”, sottolineano ancora dal Pd.

Il Movimento 5 Stelle assieme al Pd e a Leu, totalizza 8 voti in Commissione: non c’era dunque speranza che la partita potesse essere vinta. E anche se c’è chi indica in Giuseppe Cucca il nome che ha fatto pendere la bilancia dalla parte di Stefania Craxi, i parlamentari dem non si sentono di gettare la croce sul senatore d’Italia Viva: “È da ieri che si sapeva che avrebbero votato contro”, si ribadisce. Per questo desta sospetti la reazione dei Cinque Stelle che accusano il resto della maggioranza di volerli mettere ai margini: “Che si tratti di un modo per passare da vittime, di una narrazione studiata a tavolino?”. La speranza dei dem è che si tratti di una strategia destinata a durare fino alle prossime amministrative e non fino alle politiche del 2023. 

AGI – È gelo nel centrodestra dopo il vertice di martedì ad Arcore. “Lascio agli altri le agitazioni”, taglia corto Salvini facendo notare che nella partita sulla presidenza della commissione Esteri al Senato la coalizione è rimasta unita. Ma i nodi restano sul tavolo e, a meno di sorprese dei prossimi giorni, non è previsto un nuovo incontro tra i leader prima delle amministrative.

E per il dopo Comunali il rischio è che la tensione possa aumentare, perché FdI non molla la presa sulla riconferma di Musumeci e sul patto anti-inciuci prima delle Politiche. “Fratelli d’Italia vuole un centrodestra unito, forte, credibile, vincente, soprattutto in grado di mantenere gli impegni con gli italiani e per farlo bisogna essere alternativi al Partito democratico e al Movimento 5 Stelle”, dice il capogruppo FdI alla Camera, Lollobrigida. “Se dobbiamo rompere, meglio rompere adesso. Ce lo dicano, ci prepariamo”, il pensiero di La Russa.

Al momento Lega e Forza Italia non hanno intenzione di aprire al proporzionale ma in Fdi c’è chi teme comunque degli sgambetti. E non si esclude la strada solitaria qualora gli altri alleati non dovessero virare – questa la tesi – sull’unità della coalizione. “Non abbiamo paura di niente – spiega un ‘big’ del partito – Noi cresciamo, sono gli altri partiti a calare”.

Si capirà più avanti se il centrodestra riuscirà a presentarsi compatti con Toti che già parla di “occasione persa”. Ora il tema sul tappeto è l’invio delle armi e l’atteggiamento del governo sulla guerra in Ucraina. Berlusconi ha corretto il tiro ieri mattina, spiegando di essere atlantista e di considerare la fedeltà alla Nato una stella polare.

Ma il ministro per gli Affari regionali Gelmini è tornato a invocare un chiarimento perché “ogni ambiguità di filoputinismo reca danno all’Italia e incrina la necessaria unità del Paese”. E ancora: “Non riconosco lo stile e il metodo del presidente Berlusconi”.

Affermazioni che non sono state gradite dal Cavaliere che ha deciso comunque di non replicare. Chi ha parlato con il presidente ‘azzurro’ lo ha trovato amareggiato. Perché – il refrain – l’immagine che viene fornita riguardo l’ex premier rischia di danneggiarlo di fronte alle cancellerie europee. Insomma, un conto è scontrarsi sulla ‘governance’ di FI, un altro è mettere nel mirino l’ex presidente del Consiglio.

“Così rischia anche di non essere ricandidata”, dice un ‘big’ azzurro. Mentre altri evocano scissioni o un distinguo politico in prospettiva, rilanciando la tesi di una spaccatura con i ‘governisti’. Ma in realtà in FI le parole della Gelmini sono state colte con sorprese perché il convincimento è che non portino a un tentativo di posizionarsi fuori dal partito. A Napoli i ‘big’ si ritroveranno con l’ex premier che ribadirà la sua linea sulla guerra in Ucraina. Confronto aperto anche nella Lega. “Berlusconi su stop armi? Bene, mi sentivo solo”, ha tagliato corto Salvini. “Conto che non ci sia bisogno di un voto” sull’Ucraina “perché conto che non ci sia un nuovo invio di armi”, ha detto il leader del partito di via Bellerio.

Ma c’è chi tra i ‘lumbard’ ritiene che il ragionamento dell’ex ministro dell’Interno possa ledere all’operato del governo e dell’unità dell’alleanza atlantico. Intanto il Pd punta il dito proprio contro il segretario leghista: “Sulle armi il governo ha avuto un mandato chiaro, le sue parole sorprendono”. 

AGI – È ‘bufera’ dentro e fuori il Movimento 5 stelle dopo l’elezione della forzista Stefania Craxi alla presidenza della commissione Esteri del Senato, fin’ora a guida – rivendicata fino all’ultimo – del M5s.

E nel frattempo M5s oggi perde un altro pezzo. Se ne va, infatti, il senatore Vito Petrocelli titolare dimissionato della terza commissione, finito nella bufera per le sue posizioni sull’Ucraina, ma mai espulso dal gruppo.

Craxi passa alla seconda votazione con 12 voti mentre 9 sono quelli che vanno al pentastellato Ettore Licheri e la giornata si trasforma in reciproci j’accuse fra le forze di maggioranza.

Conte ‘irritato’ per la situazione convoca il Consiglio nazionale straordinario e attacca: “Oggi registriamo che di fatto si è formata una nuova maggioranza che spazia da FdI fino a Iv”. M5s gli fa eco: “Il voto di oggi certifica che l’attuale maggioranza di governo esiste solo sulla carta, non nella realtà del confronto quotidiano. Registriamo come ormai sia venuto meno anche il più elementare principio di leale collaborazione.

“Dopo avere avviato un percorso condiviso, che ha portato alla decadenza della originaria Commissione e alla formazione di una nuova Commissione Esteri, e nonostante la chiarezza di comportamento e il senso delle istituzioni dimostrato dal M5s, si è verificata una gravissima scorrettezza che ha innescato una evidente frattura tra le forze di maggioranza: nel segreto dell’urna se ne è formata una nuova, in modo surrettizio, violando regole e patti. Ne prendiamo atto”, scrivono i pentastellati che denunciano: “non viene confermata al M5s la Presidenza della Commissione non perché non avessimo presentato un candidato di altissimo profilo e di massima garanzia, ma per le nostre battaglie politiche volte a prevenire ulteriori e pericolose escalation militari e a pretendere che l’Italia assuma un ruolo più incisivo, in sede internazionale ed europea, nel rilancio di una prospettiva negoziale concreta per risolvere il terribile conflitto in Ucraina”.

E insistono: “qualcuno ci vuole fuori dalla maggioranza”.
Al Consiglio nazionale si decide di non partecipare alla seduta con cui la commissione Esteri deve procedere ad eleggere i vicepresidenti. Ma alla battaglia esterna si aggiungono tensioni interne: la candidatura di Licheri ( 9 voti, fra i quali 5 M5s, tre Pd e uno del Misto) sarebbe stata sponsorizzata fortemente da Paola Taverna, ma nella scelta non si sarebbe tenuto conto del fatto che le altre forze politiche non lo avrebbero votato in modo compatto.
  “Gli è  stato detto in tutte le salse dentro il gruppo e dagli altri partiti” osserva un senatore ma hanno fatto orecchie da mercante. Nocerino? “Avrebbe avuto molte più chance”, nota un’altra fonte che non manca di sottolineare: giusto che Conte rivendicasse la presidenza della Esteri, ma certo non con la pretesa di scegliere anche il nome di chi ne sarebbe stato a capo.
   Intanto Italia viva incalza, con Giuseppe Cucca:  “Gli strateghi del M5s ne hanno combinata un’altra delle loro e si sono giocati la presidenza della commissione Esteri. Il bello è che, invece di guardare ai loro scontri interni, puntano il dito contro la maggioranza e chi ne fa saldamente parte, peraltro rendendosi responsabili in prima persona di continue fibrillazioni. La verità va detta chiara e tonda: Conte non ha voluto cedere a Di Maio, sono voluti andare alla conta interna e come al solito non sapendo nulla di politica hanno perso”.  “Geni assoluti. Ora smaniano e convocano consigli straordinari grillini accusando altri quando il problema è tutto in casa loro. Ma tant’è. Italia Viva ha da subito acceso il faro sul rinnovo della presidenza della commissione esteri che non andava automaticamente al M5s ed evidentemente avevamo ragione”. 
    Il leader di Azione, Carlo Calenda, chiosa: “Riassumendo: i 5 stelle eleggono il filo russo Petrocelli; poi provano con il più filo russo Ferrara; poi si dividono tra il candidato di Di Maio e di Conte e finiscono per far eleggere Stefania Craxi (per fortuna) e ora minacciano la crisi? Mandiamoli a spazzare il mare”. 

AGI – È Stefania Craxi la nuova presidente della commissione Esteri del Senato. Sono stati 12 i voti a favore, nove i contrari e un astenuto, si apprende. Forza Italia ottiene cosi’ la presidenza di una commissione: finora non ne aveva a Palazzo Madama. 

“Con onore e con grande senso di responsabilità mi accingo a ricoprire, in questo scorcio di legislatura, il ruolo di presidente della Commissione esteri del Senato, in uno scenario internazionale delicato che non consente tentennamenti ed equivoci di sorta e richiede al contempo un surplus di diplomazia”. Così, Stefania Craxi, Senatore di Forza Italia (FI) e neo-eletta presidente della Commissione Affari esteri.

“La politica estera di un grande Paese come l’Italia, per ragioni valoriali e culturali, ancor prima che storiche e geopolitiche, non puo’ non avere chiari connotati atlantici, un atlantismo della ragione che non ammette deroghe ma non accetta subalternità – prosegue -. È in questo contesto che dobbiamo avere l’ambizione di essere protagonisti di pace, ricoprendo un ruolo guida sul fronte Sud e nelle acque inquiete del Mediterraneo allargato”.

AGI – Sarà una informativa ampia e articolata quella che Mario Draghi farà domani alle Camere, anche alla luce dell’incontro avuto, la settimana scorsa a Washington, con il presidente statunitense Joe Biden.

L’appuntamento è alle 9 al Senato, e alle 11:30 alla Camera. Non è previsto alcun voto ma il Movimento 5 stelle continua nel pressing affinché il Parlamento possa discutere e votare nuovamente sulla posizione italiana riguardo l’invio delle armi e la guerra in Ucraina, se non domani, quantomeno la prossima settimana, quanto il premier dovrebbe tornare in Parlamento per le comunicazioni in vista del consiglio europeo straordinario del 30-31 maggio.

Giuseppe Conte non arretra e punta sull’occasione delle comunicazioni del presidente del Consiglio in preparazione del summit Ue per far sì che – questa la richiesta – si arrivi a “un atto di indirizzo”, volto a definire “un chiaro orientamento politico ampiamente condiviso”.

Ma già dall’intervento di domani del capo dell’esecutivo si capirà quanto i pentastellati intendano tirare la corda perché la linea del premier resta quella di andare avanti garantendo gli impegni presi con gli alleati internazionali.

“Dai dati che ho a disposizione penso che sia arrivata la fine dell’invio di armi” dall’Italia in Ucraina, ha sostenuto oggi Matteo Salvini, l’altro componente della maggioranza critico sull’invio di armi.

“Io conto che non ci sia bisogno” di un voto del Parlamento “perché non ci saranno più invii di armi”, ha sostenuto il segretario leghista.

“A tre mesi dall’inizio del conflitto mi sembra evidente che la voglia di pace sia della maggioranza degli italiani, occorre fare tutto l’umanamente possibile il cessate il fuoco”, ha aggiunto.

“Conto che sia finito l’invio delle armi in Italia – ha insistito -. Anche altri Paesi europei non stanno più inviando armi. All’inizio del conflitto ci poteva stare, all’inizio del terzo mese penso siano maturi i tempi della diplomazia. Io penso che la voglia di pace sia a Kiev che a Mosca sia molto più forte che due o tre mesi fa”.

Se sull’invio delle armi il clima interno alla maggioranza resta di tensione, con il governo che punta ad andare dritto, sull’atteggiamento da assumere in Parlamento sul tema dell’allargamento della Nato la strada appare in discesa.

Sulla questione è previsto che le Camere si esprimano e non è solo l’ex fronte rosso-giallo a ritrovarsi unito sulla necessità di accogliere Finlandia e Svezia.

La Lega ha ammorbidito le sue posizioni mentre Berlusconi ha fatto presente di essere stato frainteso: “Da 28 anni sono dalla parte dell’Occidente, dell’Europa, della libertà. Su questo non ci può essere nessun dubbio e nessun equivoco. Lo dimostrano – la precisazione di FI – innumerevoli atti di governo e voti parlamentari, nei quali l’interesse nazionale, la vocazione europeista, la fedeltà all’Alleanza Atlantica sono state e saranno la nostra stella polare”.

Svezia e Finlandia hanno presentato oggi la candidatura formale per l’adesione all’alleanza atlantica, proprio nel giorno in cui il primo ministro finlandese, Sanna Marin, viene ricevuto a palazzo Chigi (sono previste dichiarazioni alla stampa) e vede a pranzo sia il segretario dem Enrico Letta che l’ex premier Giuseppe Conte. La linea dell’Italia è già stata espressa in più occasioni dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, con il premier che ribadira’ la disponibilita’ dell’Italia.

Draghi avrà una fitta agenda per le prossime settimane. Parteciperà alle due riunioni del Consiglio europeo che si terranno a Bruxelles il 30 e 31 maggio (i temi saranno l’energia, l’Ucraina e la difesa comune) e il 23 e 24 giugno, al vertice della Nato di Madrid il 29 e 30 giugno e al G7 in Germania, a Elmau, dal 26 al 28 giugno.

Il premier avrà incontri con il premier bulgaro Kiril Petkov il 23 maggio a Roma e il giorno successivo, sempre nella Capitale, con il premier della Macedonia del Nord Dimitar Kovachevski.

Il 7 giugno vedrà la presidente della Georgia Salome’ Zourabichvili. La questione del gas dal Nordafrica verso l’Italia e l’Europa sarà al centro della visita di Stato che il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune farà a Roma il 26 maggio. 

AGI – Le polemiche dopo il vertice del centrodestra, i referendum sulla giustizia e il confronto in vista dell’informativa del premier Draghi sulla guerra in Ucraina.

Sono questi i temi in primo piano sulle pagine di politica dei quotidiani in edicola oggi. 

Corriere della Sera

Scintille al vertice. Meloni: centrodestra unito solo a parole. Lo stop della leader che teme la trappola (e voleva risposte su Musumeci). Intervista alla ministra Gelmini: “Le ambiguità pro Putin in Forza Italia danno al Paese”. Letta dice no ai referendum: “Ma c’è la libertà dei singoli”. Il leader del Pd conferma l’asse con il M5s. E sulla legge elettorale: fare il possibile per cambiarla.

La Repubblica

Draghi, prova d’Aula. La linea non cambia, sulle armi non si vota. Domani informativa al Senato. Conte insiste, si cerca una mediazione. Per ora no al quarto decreto. E oggi i 5S rischiano in Commissione esteri. Intervista alla capogruppo dem alla Camera, Serracchiani: “Il nostro atlantismo non va messo in discussione. Chi vuole la crisi danneggia l’Italia”.

Non basta il vertice dei leader ad Arcore per ricucire la destra. Meloni: nodi aperti. L’unità della coalizione si frantuma sul caso-Sicilia con FdI che attacca gli alleati. Parla la coordinatrice lombarda di Forza Italia, Ronzulli: “Solo uniti si può vincere ma non ci sarà la fusione FI-Lega”. Intervista al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Ermini: “Sul Csm sciopero poco serio. Renzi mi ha deluso”.

Il Messaggero

I nodi del centrosinistra. “Uniti solo se compatibili”. Da Letta i nuovi paletti per l’alleanza con il M5s. Nella direzione Pd il segretario difende l’asse ma rilancia: aperti a intese diverse. La mossa sulla legge elettorale: “Questa va cambiata”.

Si aprono scenari alternativi. Centrodestra, fumata nera. La lite Meloni-Berlusconi. L’atteso incontro ad Arcore con Salvini. Nessun disgelo, rimangono le distanze. FdI attacca: “Non basta parlare di unita’. Noi mai con Pd e M5s”. Il Cav è “irritato”.

La Stampa

Letta a Conte: “Al voto nel 2023 e pace vera solo con l’invio di armi”. Il leader alla Direzione Pd: “Fondamentale la battaglia sui salari per la questione sociale”. Separati in casa: il centrodestra si riunisce dopo quattro mesi ma si spacca subito sulla Sicilia. Intervista a La Russa (FdI): “A Palermo qualcuno vuole perdere. Se dobbiamo rompere, meglio ora”.

Parla Chiara Appendino (M5s): “Avanti col governo ma rispettateci. Io assolta, Lo Russo imbarazzato”.

Il Tempo

Fumata nera ad Arcore. Primo incontro del centrodestra a casa del Cav per ritrovare l’unità. No al proporzionale, avanti su amministrative e referendum giustizia. Unico nodo da sciogliere resta la Sicilia: Meloni inamovibile su Musumeci. –

Libero

Le intercettazioni segrete che imbarazzano i pm. Nelle Procure volano insulti. I magistrati “sbirri”, “cretini” e i giornalisti “delinquenti e fascisti”. Così il giudice che aiutava Lucano parlava dell’indagine. Il Pd si spacca sui 5 referendum: mezzo partito sconfessa Letta.

Il Giornale

Letta ora boicotta i referendum: “Solo problemi se vincono i sì”. Il leader dem getta la maschera. Ma sulla giustizia cresce l’indignazione: oggi “il Sistema” è battibile. Vertice teso nel centrodestra. Berlusconi: “Solo un folle può far saltare l’alleanza”. Ma Meloni strappa ancora.

AGI – Da soli si perde, qualunque sia la legge elettorale. Enrico Letta mette in guardia chi, nel suo partito, nutre la speranza di spezzare l’asse con i Cinque Stelle spingendo per una riforma elettorale di tipo proporzionale.

Lo fa aprendo la direzione del Partito Democratico, la prima in presenza dalla fine della pandemia. “Sono convinto che la autosufficienza non sia sintomo di forza, ma di debolezza”, sottolinea.

“Questa ricerca di alleanze va svolta qualunque sia la legge elettorale con la quale voteremo”. Nelle scorse settimane, complice un convegno a porte chiuse organizzato negli uffici del Pd alla Camera, i big del partito si sono ritrovati attorno all’idea di un cambio in senso proporzionale.

A lanciare per primo la proposta era stato Nicola Zingaretti. Il presidente della Regione Lazio è stato tra i più convinti patrocinatori dell’alleanza strategica con Giuseppe Conte e il suo partito, così come Andrea Orlando, altro esponente di primo piano che ha abbracciato la causa del proporzionale.

Non così è, tuttavia, per Andrea Marcucci e Matteo Orfini, critici fin dal primo momento rispetto allo schema di alleanze della segreteria. Il proporzionale, tuttavia, consentirebbe di andare alle elezioni con mani relativamente libere, posticipando a dopo il voto la ricerca di alleanze che, a quel punto, maturerebbero in Aula.

In ogni caso, per Letta, “con l’attuale legge elettorale e con il taglio dei parlamentari credo si andrebbe verso la campagna elettorale peggiore di sempre, per come concepisco la politica, e gli italiani voterebbero solo per i capi partito, senza rappresentanza territoriale che, invece, ritengo fondamentale. Per questo dobbiamo fare in modo di arrivare a una nuova legge elettorale, ma non per cambiare le alleanze”.

Il rapporto con i Cinque stelle, tuttavia, scricchiola. Il faccia a faccia fra il segretario e Giuseppe Conte ha solo certificato il ‘gelo’ che è calato nei rapporti fra i due partiti, almeno dallo scoppio della guerra in Ucraina.

È infatti sulla guerra e sulle misure per dare ossigeno a famiglie e imprese piegate dalle sanzioni a Mosca che i due leader hanno dato il segno di una crescente distanza.

Le tensioni raggiungono l’acme con il presidente M5s schierato apertamente contro il premier Mario Draghi. Come sull’invio di aiuti militari a Kiev, tema su cui Conte ha chiesto e continua a chiedere un confronto – e anche un voto – del Parlamento.

“Le condizioni oggi per una pace vera ci sono grazie alle scelte che abbiamo fatto nei giorni scorsi”, ricorda Letta: “Scelte faticose, ma necessarie. Oggi è necessario continuare a essere uniti attorno all’Europa e attorno al governo”.

Sì convinto del Pd, dunque, anche alla richiesta di Finlandia e Svezia di aderire alla Nato. Meno convinto il sì del M5s: “Non possiamo dire di no”, dice Conte interpellato dai cronisti.

Le distanze, dunque, rimangono. Sul punto interviene anche il ministro Dario Franceschini che sottolinea come “l’alleanza con il Movimento 5 Stelle” non sia “una condanna, ma una scelta strategica”.

Anche perché, come avverte Letta, sono ottimistiche le previsioni di chi pensa che la destra non arriverà unita alle prossime elezioni politiche.

È vero, ammette il segretario, ci sono delle tensioni e dei distinguo, come si è visto anche nella fase di avvicinamento alla campagna per le amministrative, ma il centrodestra si compatterà per vincere nel 2023.

“Alle elezioni dell’anno prossimo ritornerà questa faglia” fra europeisti e nazionalisti, dice Letta: “Lo ha dimostrato l’altro giorno Salvini, quando si è espresso contro l’ambizione dei nostri amici svedesi e finlandesi che hanno fatto una scelta che forza convinzioni di decenni”.

Se il Partito Democratico vuole dare un’alternativa “progressista e riformista” al Paese non può che percorrere la strada del campo largo.

Una sfida tanto più importante visti i posizionamenti degli avversari sulla crisi in Ucraina. “Purtroppo c’è chi ancora, dopo tre mesi, non è ancora in grado di usare la parola, di citare il nome Putin”, osserva il segretario, che conclude: “Chi oggi è alleato di Orban sta con Putin”.

AGI – Il concerto nel salone dei Corazzieri per il corpo diplomatico accreditato a Roma, niente ricevimento nei Giardini del Quirinale il 1 giugno; apertura parziale dei Giardini e parata ai Fori imperiali il 2 giugno. Comincia a prendere forma, a quanto si apprende, il calendario dei festeggiamenti per la Festa della Repubblica, che anche quest’anno sarà caratterizzata da alcune misure di precauzione per la pandemia da covid non completamente debellata.

Al Quirinale stanno mettendo a punto le cerimonie, e di certo il primo giugno si terrà, come l’anno scorso, il concerto offerto agli ambasciatori accreditati in Italia e alle cariche più alte dello Stato: un concerto con musiche di Mascagni e Beethoven eseguito dall’orchestra della Fenice diretta dal maestro Chung Myung-whun e trasmesso in diretta dalla Rai alle 18,30.

Come già nei due anni passati, per rispettare le precauzioni anti-covid, non ci sarà invece il tradizionale ricevimento nei Giardini del Quirinale per le personalità del mondo politico, economico e culturale del Paese.Il 2 giugno tornerà invece, dopo due anni di pausa per la pandemia, la parata ai Fori imperiali, come sempre conclusa dall’esibizione delle Frecce tricolori.

L’apertura dei Giardini del Quirinale non si terrà invece nella forma generalizzata che era occasione tradizionale prima della pandemia: i cancelli del Palazzo presidenziale si apriranno solo per un selezionato numero di categorie di cittadini. 

AGI – L’invio di armi all’Ucraina è in linea con quanto deliberato dal Parlamento. Con uno scarno comunicato, il Comitato per la Sicurezza della Repubblica conferma che la linea del governo coincide con quella delle Camere. Nessuna ‘fuga in avanti’, dunque, come temono quelle forze politiche che chiedono al presidente del Consiglio di riferire in Parlamento e di poter votare sul nuovo invio di aiuti militari.

Una possibilità rispetto alla quale nemmeno il Partito Democratico farebbe le barricate: “Non abbiamo mai paura del voto, la discussione è sana”, dirà oggi Letta alla direzione nazionale del Pd. L’ipotesi di un nuovo voto, tuttavia, sembra farsi più lontana dopo il faccia a faccia tra Mario Draghi e Matteo Salvini.

Il leghista, assieme ai Cinque Stelle, guidava il fronte trasversale di chi voleva un pronunciamento delle Camere, ma uscendo da Palazzo Chigi spiega che “mandare aiuti militari inizialmente era giusto, ora sono convinto che allontani la pace”. Nonostante questo, Salvini spiega che un nuovo voto non è all’ordine del giorno: “Non mi sembra siano previsti voti”.

I dubbi nel centrodestra, insomma, sono tutt’altro che dissipati, come dimostrano anche le parole di Silvio Berlusconi: “Adesso, dopo le armi leggere, mandiamo cannoni e armi pesanti. Siamo in guerra anche noi“, dice, con malcelato sconforto, il Cavaliere durante una iniziativa di Forza Italia.

Tuttavia un voto in Aula – questo il timore che si fa strada fra i leader dei diversi schieramenti della maggioranza – rischierebbe di mettere in seria difficoltà il governo, con il rischio di aprire una crisi. A chiedere il voto in Aula, dunque, rimane Giuseppe Conte, almeno per il momento. Ma il timore del voto anticipato è quanto mai vivo nei parlamentari pentastellati, molti dei quali vedono la rielezione come un miraggio, complice soprattutto il taglio dei parlamentari che scatterà con la prossima legislatura.

Al di là delle posizioni dei leader, infatti, in Parlamento i ‘critici’ rispetto alla linea del governo non mancano. Nemmeno a sinistra. “Non basta l’informativa di Draghi giovedì, serve un nuovo voto del Parlamento anche perché lo scenario è cambiato, e di molto“, sottolinea il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, che si sofferma anche su un altro nodo delicato: l’allargamento dell’Alleanza Atlantica a Finlandia e Svezia.

“Allargare la Nato vuol dire aumentare il livello di scontro internazionale: per questo il governo italiano non dovrebbe sostenere questa posizione”, aggiunge Fratoianni. Al contrario: il governo italiano è pronto ad accogliere a braccia aperte Finlandia e Svezia nell’Allenza.

“La collega svedese Ann Linde mi ha appena comunicato che il suo Paese ha depositato la richiesta di adesione alla Nato. Mi sono congratulato e ho assicurato il supporto dell’Italia. Avanti sempre più uniti”, spiega il ministro degli Esteri. Non ugualmente entusiasta il presidente turco, Recep Erdogan che ha parlato di “posizioni ambigue” dei due paesi riguardo a quelli che, per Ankara, sono organizzazioni terroristiche, ovvero la Curda Pkk e la siriana Ypg.

Di Maio minimizza: “Ho ascoltato, nei due giorni a Berlino, nella riunione informale dei ministri degli Esteri della Nato, parole da parte della Turchia molto ragionevoli, aperte al dialogo e a trovare una soluzione. Quindi io non credo assolutamente che la Turchia fermerà l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato”.

Una linea ‘sposata’ dal segretario del Pd invita a tener la barra dritta perché, spiega Letta, “siamo a un bivio drammatico della storia contemporanea: dilemmi su vita e morte, libertà e oppressione, democrazia e autoritarismo”. Dal Pd, dunque, “sostegno massimo alla linea Draghi-Guerini-Di Maio. Legittimo l’esercizio del dubbio”, dirà il leader dem alla direzione di martedì, “ma il Pd ha una classe dirigente adulta che ha saputo stringersi intorno alla posizione più giusta anche se a rischio impopolarità”.

AGI – Le polemiche dopo i nuovi incarichi assegnati in Forza Italia e lo scontro sulla giustizia. Sono questi i temi in primo piano sulle pagine di politica dei quotidiani in edicola oggi.

LA REPUBBLICA: Chiuse le liste per le Amministrative, nei Comuni va in scena il test sulla tenuta delle coalizioni. Il centrodestra ricuce l’alleanza in 21 delle 26 città capoluogo al voto. Il campo largo del centrosinistra si restringe: rinsalda l’intesa Pd-M5s nei centri più grandi ma senza attrarre il centro che si presenta in ordine sparso. Lo scontro sulla giustizia, oggi sciopero delle toghe. Caso Davigo, Ermini querela Renzi. La replica: “Eletto col sistema Palamara”. Bersani: “In autunno una convention dei progressisti”. I 5S: “Un nuovo partito con Articolo 1 è fantasia”. Intervista al ministro della Salute, Speranza: “Altri medici e un miliardo alle Regioni per tagliare le liste d’attesa”.

LA STAMPA: Conta rinviata sulle armi. Giovedì Draghi in Aula, M5s non forzerà il voto. Di Maio: noi responsabili. Il confronto slitta a fine mese prima del Consiglio europeo sulla Difesa. Intervista al presidente del Copasir, Urso: “Le forniture restino segrete, in gioco la sicurezza del Paese”. Faida Forza Italia. La nomina di Ronzulli in Lombardia divide il partito. Parla la senatrice: “Stupita dalle critiche di Gelmini, con i ministri diversità di vedute”.

IL GIORNALE: Il conflitto e la politica. La maggioranza si spacca sulla guerra e sulla Nato, cresce l’asse Salvini-Conte. Intervista al sottosegretario Mulè: “Le minacce grilline pericolo per il governo. Non oso pensare la Lega come vassalla di Mosca”. Guai rossi: giustizia, a sinistra volano gli stracci. Ermini (Csm) denuncia Renzi per il suo libro. Tensione tra magistrati per lo sciopero flop di oggi. Comunali, depositate le liste. Stenta il campo largo Pd-M5s. Il caso Ronzulli agita FI, l’ok di Tajani, il no di Gelmini. Polemiche sulla nomina della senatrice in Lombardia, Salini non ci sta.

IL TEMPO: Conte sfida Gualtieri. Pronto un emendamento contro la nomina del sindaco a commissario per i rifiuti. Così l’M5s vuole bloccare la realizzazione a Roma del termovalorizzatore. E giovedì in Parlamento la resa dei conti con Draghi sulle armi da inviare a Kiev.

LIBERO: Le canzonette uniscono l’Ue. La guerra a Putin si fa con il televoto. Ancora divisi su invio di armi e sanzioni, gli europei si mettono d’accordo solo sull’Eurovision: un plebiscito fa vincere l’Ucraina. Resa dei conti azzurra: Forza Italia va allo scontro finale. La nomina della Ronzulli a coordinatrice della Lombardia è solo il primo passo dell’attacco del cerchio magico all’ala governista. Intervista al vicesegretario del Carroccio, Fontana: “La Lega non è diventata pacifista”.

LA NAZIONE: La ministra contro la senatrice. Forza Italia lacerata dalla faida rosa. L’attacco di Gelmini sulla nomina di Licia Ronzulli a coordinatrice della Lombardia.

IL SOLE 24 ORE: Guerra e caro vita. Bonus da 200 euro, bollette, carburanti: gli aiuti alle famiglie. Datori di lavoro e Inps in campo per l’indennità automatica a luglio. Iva e accise tra le misure anti rincari. 

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