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"C'è un accordo con Salvini. Chi ha più voti indica il premier". A ribadirlo, in un'intervista al 'Corriere della Sera', è Silvio Berlusconi che esclude invece le larghe intese e prevede "di vincere le elezioni, governare e cambiare il Paese, con i nostri alleati del centrodestra". Un centrodestra "aperto e plurale, formato non da professionisti della politica ma da persone che nella vita professionale, nel lavoro, nell'impresa, nella cultura, nell'impegno civile, abbiano dimostrato onestà assoluta, serietà, capacità concrete di realizzare le cose".

"Salvini? Un interlocutore serio e ragionevole"

Per quanto riguarda il suo rapporto con Salvini, il leader di Forza Italia spiega: "Salvini è irruente all'esterno. È quello il suo stile e il suo modo di conquistare consensi, ma quando ci sediamo intorno a un tavolo è un interlocutore serio e ragionevole. Con lui siamo d'accordo sul fatto che la forza politica del centrodestra che prenderà più voti indicherà al Capo dello Stato il nome del premier per l'intera coalizione. Io non ho alcun dubbio sul fatto che quel nome lo dovremo indicare noi. Stiamo valutando diverse figure ma naturalmente non ne nominerò nessuna, visto il polverone mediatico che si era sollevato quando in passato avevo citato qualche nome solo a titolo di esempio".

"Rosatellum miglior compromesso possibile"

Per quanto riguarda la legge elettorale, afferma l'ex premier, "non è la migliore possibile, io avrei preferito un proporzionale puro sul quale in passato tutti si erano detti d'accordo. Ma oggi questa legge è il miglior compromesso possibile. Non potevamo sottrarci alla responsabilità di mandare a votare gli italiani con una legge coerente, come chiesto giustamente dal Capo dello Stato". 

Nel Pd raccontano che Matteo Renzi con i suoi sia stato categorico: nessun soccorso azzurro, neanche sulle presenze in Aula, per approvare la legge elettorale che oggi inizierà il suo iter a palazzo Madama. La maggioranza quindi dovrà essere autosufficiente, anche se Ala potrebbe concorrere a garantire il numero legale. È in corso una ricognizione dei voti dell'Aula perché è lì che si giocherà la partita. Il Rosatellum sarà licenziato dalla Commissione senza il mandato al relatore, ipotesi che in realtà potrebbe toccare – su binari diversi – anche al percorso della legge di stabilità.     

L'iter della legge elettorale

Al Senato (sarà riproposto lo stesso schema adottato a Montecitorio: tre fiducie sui primi tre articoli del provvedimento, ma senza voto segreto per l'ok finale) la prova della fiducia sulla legge elettorale sarà il 25 ottobre, il giorno dopo arriverà la manovra: le audizioni sono previste a fine mese, poi ci sarà una settimana di pausa a causa del voto siciliano e infine il voto di fiducia verso il 20 novembre. Ma visto che l'esecutivo vuole che la legge di bilancio venga licenziata a saldi invariati è possibile che il clima diventi rovente già in Commissione. "Ma se arriva in Aula senza mandato al relatore – sottolinea un esponente dem – significa che si mette la fiducia sul testo del governo e il Senato non potrebbe neanche intervenire in alcun modo, speriamo che prevalga il dialogo". Dipenderà molto dall'atteggiamento di Mdp che per ora ha chiuso: "Sono stati traditi gli impegni". Gli ex dem puntano ad una opposizione netta, mentre i pisapiani frenano, nonostante il fatto che le richieste avanzate dall'ex sindaco di Milano – ovvero l'eliminazione del super ticket – non siano state accolte.

Una "manovra snella"    

Ieri in Cdm, il ministro Padoan ha illustrato le misure. Fonti di governo riferiscono che il responsabile della Giustizia Orlando abbia insistito sulla necessità di aprire sul tema delle assunzioni nel comparto pubblico, ma tutti gli esponenti dell'esecutivo hanno poi dato il via libera alla legge di bilancio. "Mesi fa – ha sottolineato Paolo Gentiloni in conferenza stampa – si parlava in rapporto a questa sessione di bilancio di lacrime e sangue e di una situazione che non si sapeva come sarebbe stato possibile affrontare. Abbiamo invece una manovra snella che sarà utile per la nostra economia".

"Abbiamo evitato – ha aggiunto – l'aumento dell'Iva e di tasse, gabelle e accise". Soddisfatta Alternativa popolare: "Avevamo assunto impegno di non aumentare le tasse e non aumentare l'Iva. Impegno mantenuto. E inoltre: confermati tutti gli investimenti per famiglie, imprese, ricerca", scrive il leader di Ap Angelino Alfano su Facebook.

Cosa vuol fare la maggioranza

L'intenzione della maggioranza è ora quella di blindare la manovra, ma a determinare il dibattito a palazzo Madama sarà la conta dei numeri. Anche sul tema dello ius soli: l'orientamento del capogruppo Zanda è quello di calendarizzare il testo in Aula dopo il passaggio della legge di bilancio alla Camera, ma anche su questo provvedimento i voti ballano, con Ap ferma sulle posizioni di partenza.

Fra 5 giorni i cittadini del Veneto si recheranno a votare per decidere se vogliono che "alla Regione vengano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia". Il referendum nasce da una legge approvata nel 2014, che – a differenza da quella su un referendum sull'indipendenza, approvata contestualmente – ha passato il vaglio della Corte Costituzionale e il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha emanato lo scorso aprile il decreto di convocazione delle urne per il 22 ottobre. 

I partiti apertamente per il sì

Negli ultimi mesi, dunque, è stato un susseguirsi di prese di posizione in vista della consultazione autonomista, che assume particolare peso in una Regione che da anni chiede maggiori competenze. A favore del sì si è schierata compatta e incondizionatamente tutta la maggioranza che sostiene Zaia, ovvero il suo partito, la Lega Nord, e gli alleati di Forza Italia e Fratelli d'Italia

I partiti per il sì 'critico'

Il maggior partito di opposizione in Veneto, ovvero il Pd, ha lasciato libertà ai suoi elettori e ai militanti: ufficialmente la linea scelta dalla direzione veneta è quella di un 'sì critico', che rivendichi come una maggior autonomia basata sull'articolo 116 della Costituzione sia una posizione storica del centrosinistra ma al tempo stesso stigmatizzi la scelta e i costi di un percorso referendario. A favore anche il Movimento 5 stelle, secondo cui "i soldi spesi per interpellare i cittadini non sono mai uno spreco".

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Tosi dice che è 'uno spot che non otterrà nulla'

 L'appuntamento del 22 ottobre è stato invece al centro di una rottura nel gruppo che in Consiglio regionale faceva capo a Flavio Tosi, che si è diviso fra chi è totalmente a favore del referendum e chi, come l'ex sindaco di Verona e leader di Fare!, dice "sì all'autonomia" ma al tempo stesso ritiene che la consultazione sia "solo di uno spot di Zaia che non otterrà risultati concreti". 

I partiti per l'astensione, i sindacati, gli imprenditori

A spingere per l'astensione, fra i partiti politici, ci sono Mdp e i Socialisti. A favore del referendum si sono poi espresse diversi sindacati e associazioni di categoria: Confindustria, Coldiretti, Confartigianato e la Cisl hanno tutti detto sì. Non sono tuttavia mancati nomi di peso che si sono dissociati, specialmente nel mondo imprenditoriale: Matteo Marzotto, vice presidente di Ieg, la società nata dalla fusione fra le fiere di Vicenza e Rimini, ha manifestato le proprie perplessità, così come ha fatto Luciano Benetton, che ha detto chiaramente che non intende votare. 

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Sono sorti diversi comitati, di cui la maggior parte sostiene il voto: da segnalare l'esistenza di 'Comitato veneti per l'astensione' e 'Comitato riscossa civica veneta contro il referendum farlocco', che suggeriscono di non andare a votare. Per lo statuto regionale, infatti, è necessario che almeno il 50,1% dei cittadini si rechi alle urne perché il Consiglio regionale sia obbligato ad affrontare la questione. Sempre il 22 ottobre, poi, i cittadini bellunesi troveranno due schede: oltre al referendum sull'autonomia regionale, infatti, se ne terra' uno sull'autonomia della provincia. 

"Ci stiamo preparando per la prossima manifestazione, quella più importante". Antonio Pappalardo, dopo le azioni davanti a Montecitorio promette mobilitazione contro il Rosatellum anche in occasione dell'esame al Senato della riforma elettorale. Ma l'ex ufficiale dei Carabinieri annuncia anche, sempre dalla sua pagina Facebook, che "intanto abbiamo dato disposizioni a tutti i nostri militanti di arrestare tutti i parlamentari che incontrano nel loro percorso secondo l'art.383 del c.p.p.". 

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Silvio Berlusconi è arrivato sabato sull'isola di Ischia per la convention di Forza Italia, una due giorni in cui si parlerà del futuro del partito. Il presidente Berlusconi è andato a visitare la zona rossa di Casamicciola, colpita dal terremoto dell'agosto 2017, si è fermato a parlare con alcuni cittadini. Berlusconi si è poi recato al centro congresso dell'isola, acclamatissimo dagli azzurri presenti in sala. Il presidente ha parlato dal palco toccando i principali temi di attualità in prima fila per ascoltare l'intervento di Berlusconi anche il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani.

AltrimondiNews
 

Dopo il sì della Camera, i detrattori del Rosatellum bis affilano le armi in vista dell'iter in Senato, che nelle intenzioni della maggioranza dovrà essere rapido e indolore. È sempre più probabile che il governo ponga la fiducia anche a palazzo Madama. Martedì si riunirà la conferenza dei capigruppo del Senato: l'obiettivo, viene confermato da fonti dem, è di avviare l'esame della riforma in commissione già all'inizio della prossima settimana, così da farla approdare in Aula per la discussione generale il martedì successivo e fissare il voto finale al massimo entro la mattina di giovedì 26. Poi si aprirà formalmente la sessione di Bilancio e, una volta approvata la manovra in via definitiva, si potrà dichiarare conclusa la legislatura. Proprio per questo è necessario che il Rosatellum bis superi la prova del Senato senza incidenti.

Lo spettro dei franchi tiratori (e di Napolitano)

Il timore è sempre lo stesso: i franchi tiratori. E non è un mistero che a palazzo Madama i numeri impensieriscano il Pd, così come Forza Italia. Il malessere di diversi parlamentari, d'altra parte, non è venuto meno con il primo ok alla riforma. E c'è l'aggravante, dal punto di vista dei sostenitori del Rosatellum bis, dell'annunciato intervento in Aula di Giorgio Napolitano, che ha duramente criticato il ricorso alla fiducia e alcune norme della nuova legge: parole che potrebbero, è il timore, convincere i dubbiosi a non votare la legge. 

Per Mdp nel testo c'è "un'incongruenza"

Sul rapido cammino del Rosatellum bis verso l'ok finale spunta poi un altro possibile intoppo: Mdp sostiene che il testo approvato dalla Camera contiene una "incongruenza" nelle norme relative all'elezione dei candidati nei collegi plurinominali. Errore che, per Alfredo D'Attorre, il Senato dovrà correggere, con il rischio di dover tornare alla Camera per un ulteriore passaggio. Dal Pd tagliano corto: "Nessun errore, la norma è chiara e non ci sono problemi".

Grillo attacca Salvini: "Traditore politico"

Ma è soprattutto la polemica tra le forze politiche a catalizzare l'attenzione. Nel centrosinistra è scontro aperto, con Pierluigi Bersani che accusa il premier Paolo Gentiloni di perdita di credibilità e Massimo D'Alema che mette la croce sopra a qualsiasi ipotesi di alleanza con Renzi, tacciandolo di aver siglato un "patto di potere" con Berlusconi e Salvini. Anche nel centrodestra il voto di giovedì ha creato una frattura e Fdi chiede un chiarimento ai potenziali alleati.

Nel day after, però, la scena è tutta per il Movimento 5 Stelle e la Lega, che se le danno di santa ragione. "Matteo Salvini è un traditore politico", è l'attacco frontale dei pentastellati. "Noi vogliamo votare il prima possibile a differenza dei grillini che con la scusa di voti segreti e legge elettorale cercano di ritardare il voto per mantenere poltrone e lauti stipendi", replicano i presidenti dei gruppi parlamentari della Lega Nord Gian Marco Centinaio e Massimiliano Fedriga. Ironico – con tanto di bestemmia inclusa – il cofondatore del Movimento: "Pd, Lega, Forza Italia, verdiniani et similia, convergono magicamente" e realizzano "il miracolo italiano", approvando "una legge perfetta, inappuntabile, impermeabile a qualsiasi critica". 

Da una parte la piazza, alimentata dai Cinque stelle, da Mdp e Sinistra italiana; dall'altra i sottoscrittori del patto sul Rosatellum bis secondo i quali l'Aula di Montecitorio dovrebbe dimostrare responsabilità ed evitare imboscate nel segreto dell'urna. La partita vera si gioca in un solo colpo, ovvero sul voto finale al provvedimento. Se salta il Rosatellum va in tilt tutto il sistema, l'avvertimento di chi mette in guardia dal rischio di portare il Paese all'esercizio provvisorio.  

I 'peones' incontrollabili

Nella Lega si nega che siano pronti all'azione franchi tiratori ma soprattutto in FI, Pd e Ap si fa la conta di chi tra giovedì sera (al massimo venerdì mattina qualora i tempi si dovessero allungare a causa dell'alto numero degli ordini del giorno da parte di M5S e Mdp) possa decidare di affossare il sistema di voto. Difficile fare calcoli, i mal di pancia vanno per aree geografiche trasversali più che per schieramenti politici.

Tra i dem alla Camera si pensa che una quota di trenta contrari sia fisiologica, ma i 'peones' vengono considerati non 'controllabili', delle vere e proprie 'mine vaganti'. "Di fronte ai propri interessi non c'è leader che tenga – argomenta un esponente dem -. Ci definiscono sconosciuti ma semplicemente noi facciamo affidamento sui nostri voti, non sulle coperture di qualche capo corrente", tra quelli intenzionati a votare contro. 

Il partito dei 'franchi tiratori' 

Quello dei franchi tiratori è un partito trasversale: "Non ci scriviamo per non lasciare traccia, magari ci telefoniamo", spiega un altro deputato del Pd. Mercoledì tutti i 'big' dem, da Orlando a Franceschini, erano in Transatlantico per 'catechizzare' i propri deputati di riferimento. Al momento agli atti c'è il no alla fiducia di Cuperlo, Meloni, Monaco. C'è la perplessità di Napolitano ma – argomenta un altro malpancista Pd – "le logiche sono personali, chi è al terzo mandato oppure è sicuro di non essere ricandidato spariglierà le carte". 

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Un cauto ottimismo

In realtà a Montecitorio tra i sottoscrittori del patto prevale comunque un cauto ottimismo, soprattutto qualora arrivasse il soccorso di qualche pisapiano: sulla carta i sì sarebbero oltre 400, una cifra che potrebbe sfiorare i 450. Quindi per bocciare la legge le defezioni dovrebbero essere da un minimo di 120 a un massimo di 127, e tutto il fronte del 'no' compatto dovrebbe venire in Aula a votare, senza assenze. Semmai, i problemi potrebbero manifestarsi più a palazzo Madama. Da qui l'intenzione della maggioranza di 'forzare' e avviare l'iter del Rosatellum già la settimana prossima, con l'ok finale prima del voto siciliano. 

Il Rosatellum fa paura

"Abbiamo margini per portare la legge a casa", è la convinzione al Nazareno. "Ogni voto segreto è a rischio", dice però il presidente dem, Orfini. Dubbi ci sono anche in Forza Italia, soprattutto tra i parlamentari del sud che con il Rosatellum vedono ridursi le possibilità di rielezione e anche tra i deputati del nord che temono di essere sopraffatti nel gioco dei collegi dal Carroccio. 

Lo spettro dei 101 che affossarono Prodi

C'è chi poi, soprattutto tra le file azzurre, non nasconde la rabbia per la decisione di blindare il percorso della legge elettorale. Mercoledì però durante la riunione di gruppo presieduta da Brunetta non si è levata alcuna voce contraria. Anche la Lega martedì ha tenuto una riunione di gruppo: "Si prevede una totale compattezza", dicono fonti parlamentari del Carroccio. Ma in ogni caso nessuna forza parlamentare si sente di scongiurare lo spettro dei 101 franchi tiratori che affossò la candidatura di Prodi al Quirinale.

Oggi ne servirebbero molti di più, ma la consapevolezza è che nel segreto dell'urna possano essere altre le logiche dei 'dissidenti' nei partiti che hanno siglato l'intesa sul Rosatellum. "Chi dice che questa legge va bene è solo perché sa di essere ricandidato, ma l'unica cosa sicura – queste per esempio le perplessità di deputati sparsi anche tra le forze politiche favorevoli – è che così si va a votare dritti a marzo e non a maggio e noi perdiamo circa 30mila euro…".

Il merito di averlo reso noto al grande pubblico probabilmente va dato a La Zanzara, la trasmissione di Radio 24 condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo. Lui è il leader indiscusso del Movimento di Liberazione Italia. Lo ha guidato a Roma per una ‘marcia’ indetta il 10 ottobre per chiedere lo scioglimento del Parlamento ritenuto “abusivo”. Qualche decina di persone, non ne risultano di più, ma agguerrite e chiassose, saliti agli onori delle cronache per aver cacciato a malo modo Alessandro Di Battista che ha provato ad aizzarli contro il Palazzo, prima di essere costretto a “rifugiarsi dentro l’odiato Palazzo come un renziano qualsiasi”, come ha scritto Gramellini oggi nella sua rubrica su Il Corriere della Sera.

Ma chi è Antonio Pappalardo? Un profilo efficace lo traccia l’Espresso, che scrive: “Il generale in pensione è già stato parlamentare, sottosegretario e sindacalista. E ha un colore per ogni stagione: è stato vicino al Partito socialdemocratico, ad Alleanza Nazionale, ai Radicali, al Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo e persino al Movimento dei Forconi, che tra 2012 e 2013 sembrava dovesse stravolgere la politica italiana” Leader del MLI dal 2016, quando lo costituisce, come obiettivo si è dato: “trasformare l’Italia nel Paese della pace” togliendo il potere ai “cialtroni abusivi del Parlamento” e ridare il potere al “popolo sovrano”. Ma al di là dei proclami, e dei continui richiami al ‘popolo sovrano’, Pappalardo è diventato un fenomeno vero su Social. I toni sono piuttosto forti contro la politica e ‘i suoi mestieranti’. Non mancano arringhe al suo popolo, che non si stanca mai di chiamare in piazza a manifestare.
 

Ieri il suo discorso in piazza del Popolo a Roma ha toccato i suoi temi principali, e ne ha dato un saggio piuttosto esaustivo del suo linguaggio e delle sue prerogative
politiche, tra cui: “Io voglio stampare moneta”.
 

Una sintesi del suo pensiero sul ‘regime comunista’ che starebbe caratterizzando questa fase della politica italiana l’ha espressa alle telecamere poco prima del comizio
 

E nelle settimane ha ottenuto importanti endorsement. Come quello di un templare.

E quello di un’altro personaggio che in queste settimane a Montecitorio si è levato a difensore e voce del popolo italiano. Emilia Clementi, estetista siciliana, la cui posizione politica è stata riassunta in questo fortunato jingle de La Zanzara.
 

Pappalardo non è nuovo della scena politica italiana. Come ormai è noto, ha anche un vitalizio da parlamentare. E il suo volto, come ricorda l’Espresso, era già noto negli anni Novanta quando va spesso in tv per difendere “da presidente del Cocer (il sindacato delle Forze Armate), la legittimità di una rappresentanza sindacale per i carabinieri, e non solo. Vuole fare dei carabinieri una forza personale di un leader presidenzialista plebiscitato dalle masse”, si legge su L'Espresso.  

Siamo stati un baluardo contro il comunismo. Siamo stati in trincea contro il terrorismo. Adesso l’Arma vuole essere baluardo contro la degradazione, siamo la linea difensiva della società degli onesti

Nell’aprile 1992 viene eletto deputato indipendente nelle liste del Psdi. Fonda un suo movimento politico, Solidarietà democratica, con cui si candida senza successo come sindaco di Pomezia nel marzo 1993” ricorda l’Espresso. “Si consola della sconfitta grazie a Carlo Azeglio Ciampi, che il 6 maggio lo nomina sottosegretario alle Finanze nel primo governo tecnico della storia repubblicana. Carica che verrà revocata nemmeno due settimane dopo: l’11 maggio il tribunale militare lo condanna a otto mesi di reclusione per una diffamazione ai danni del Comandante generale dell’Arma, Antonio Viesti (la condanna verrà poi annullata dalla Cassazione nel dicembre del 1997, ndr).

Ciampi lo invita a dimettersi, lui rifiuta.  Arriveranno altre due richieste di lasciare l’incarico di governo. La prima, il 14 maggio, da parte del deputato leghista Mario Borghezio, durante un’interrogazione parlamentare in cui indica la moglie di Pappalardo come collaboratrice del Sismi, il servizio segreto militare. La seconda, il 22 maggio, direttamente dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: «Ingoia il rospo e dimettiti». Prova ancora a fare politica, ma non gli riesce bene. Si candida a Roma e prende percentuali da “prefisso telefonico”. Alle Europee nel 1994, stesso esito. Pappalardo torna a far parlare di se sei anni dopo. In una lettera alle forze armate auspica «la fondazione di un nuovo tipo di Stato e di una nuova Europa, che i partiti politici così come sono strutturati, e comunque lontani dai problemi dei cittadini, non riescono più a garantire» (L’Espresso). 

La conseguenza è che viene tolto dal Comando del II Regimento Carabinieri di Roma. D’Alema e Mussi allora parleranno di gravi parole contro l’integrità dello Stato. Nel 2006 torno ancora come leader dei forconi. È uno degli artefici della ‘rivolta dei tir’ che nel 2011 paralizza le strade a lunga percorrenza italiane. E dopo altre manifestazioni dal 2014 per chiedere al Capo dello Stato lo scioglimento delle camere perché ‘abusive’ organizza con questo motto “Li cacceremo via, parola di generale dei carabinieri. Viva l’Italia” una manifestazione per il 10 ottobre. Qualche decina di persone. E endorsement più folcroristici che di reale peso politico.

L'aula della Camera ha approvato la prima fiducia sul Rosatellum. I sì sono stati 307, i no 90, gli astenuti 9. Più tardi si voterà una seconda fiducia.

Il Presidente della Repubblica non ha potere legislativo, non può cioè scrivere una legge, ma ha alcuni poteri, stabiliti dalla Costituzione, esercitando i quali può di fatto 'bocciare una legge', o almeno bloccarne l'iter legislativo, ma sempre entro limiti ben precisi e molto rigidi e circostanziati.

Chi può 'fare' le leggi in Italia

Le leggi possono essere di iniziativa governativa (decreti legge o disegni di legge) o parlamentare (proposte di legge) o di iniziativa popolare (ma vanno votate anch'esse dalle Camere). Il Capo dello Stato può solo intervenire dopo l'approvazione di una legge da parte del Parlamento, o dopo il varo di un dl (decreto legge) o di un ddl (disegno di legge) da parte del Consiglio dei ministri.

Sulle modalità dell'iter legislativo, se cioè utilizzare un decreto o un disegno di legge e sulla decisione di porre la questione di fiducia, il Presidente della Repubblica non ha nessun potere. Lo strumento considerato politicamente e istituzionalmente il più forte è il rinvio alle Camere, normato dall'articolo 74 della Carta, che recita:

"Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata".

Tale potere prevede che il Presidente blocchi una proposta di legge o un disegno di legge o un decreto legge convertito in legge, dopo la sua approvazione definitiva da parte del Parlamento. Tale potere è stato esercitato 22 volte da Francesco Cossiga (1985-1992), 8 volte da Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), 7 volte da Sandro Pertini (1978-1985), 6 volte da Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), 1 volta da Giorgio Napolitano (2006-2015).

Il messaggio per destare l'attenzione delle camere su un tema specifico

Caso ben diverso, spesso più propositivo che ostativo, è quello, in base all'articolo 87, di messaggio alle Camere: il presidente della Repubblica può in un messaggio ai due rami del Parlamento, sottoporre alla loro attenzione un tema su cui tarda un intervento legislativo, come è successo quando il presidente Giorgio Napolitano, nel suo unico messaggio alle Camere chiese attenzione sulla condizione carceraria. L'articolo 87 prevede poi un altro potere per il Capo dello Stato: egli "autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo. Promulga le leggi ed emana i decreti e i regolamenti".

Questa è ovviamente 'un'arma a doppio taglio' perché il Presidente può 'firmare' tali strumenti legislativi ma può anche rifiutarsi di farlo, come è più volte successo in passato. Fece clamore il 'no' di Giorgio Napolitano al decreto su Eluana Englaro, varato dal governo Berlusconi. Nel caso di un decreto legge (quindi di un testo varato dal Consiglio dei ministri), è compito del Quirinale verificare se esistono i presupposti di necessità e urgenza che rendono inevitabile il varo di un decreto da parte del governo.

La scelta se 'firmare o no' gli strumenti legislativi

Se tali presupposti non sussistono, il Presidente, ha stabilito la Corte Costituzionale recentemente, non firma il testo che quindi non entra in vigore e di fatto l'operato del governo in quella materia si ferma. Spesso in passato i presidenti hanno chiesto al governo di modificare un decreto poiché esso accorpava diverse materie tra loro disomogenee. Nel caso di disegno di legge anch'esso varato dal Consiglio dei ministri), il Presidente deve 'solo' autorizzarne la presentazione alle Camere, a cui spetta poi l'esame e il voto prima del quale il testo non diventa operativo.

Per essere autorizzato il testo deve essere letto e analizzato dal Presidente, che spesso utilizza questo tempo per la cosiddetta 'moral suasion', cioè un lavoro di lima in un dialogo più o meno serrato con il governo. A volte questo botta e risposta resta relegato nelle segrete stanze, altre volte se ne ha notizia ufficiosamente o ufficialmente. I motivi per cui un Presidente della Repubblica può, e secondo alcuni deve, rifiutarsi di autorizzare la presentazione alle Camere riguardano evidenti casi di incostituzionalità, ma per alcuni costituzionalisti tale caso è legato non tanto al merito politico di un atto del governo quanto alla conformità con la Carta perché l'unico giudice riconosciuto è la Corte Costituzionale. 

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