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AGI – “Questo modo di fare servizio pubblico da parte dell’Inps è barbaro. A noi di Italia Viva non risulta che alcun parlamentare appartenente al nostro gruppo abbia chiesto il bonus”. Lo ha detto Ettore Rosato di Italia Viva, aggiungendo: “Invitiamo formalmente Inps che ha diffuso questa informazione a smentire la notizia del nostro coinvolgimento o a rendere pubblici i nomi”.

AGI – “I cinque deputati che hanno richiesto e preso il bonus Covid facciano un passo avanti. Si scusino. Rinuncino”. E’ risoluto e ultimativo il presidente della Camera Roberto Fico che in un colloquio con ‘La Repubblica’ lancia un appello alla coscienza dei deputati, augurandosi che esso possa “aiutare a formare i giusti anticorpi rispetto a una mancanza di consapevolezza civica che gli eletti devono necessariamente avere”.

Tuttavia, aggiunge Fico, “il Paese che si indigna davanti a episodi del genere deve essere un monito, ancora più duro delle parole dei rappresentanti politici e istituzionali” in quanto “abbiamo dei doveri, come rappresentanti del popolo, che vanno al di là del rispetto delle leggi. Doveri morali”. Fico chiede a tutti di “reagire con forza” perché “in questi casi gli errori dei singoli sono una ferita per tutte le istituzioni”.

E nel rispetto della privacy cui sono tenute le istituzioni e nella fattispecie l’Inps, però il presidente dell’Aula di Montecitorio chiede ai cinque parlamentari “di venire allo scoperto, di scusarsi e restituire i soldi. Sarebbe il miglior epilogo” taglia corto Fico.

“Chi pensa di far politica chiedendo il bonus riservato alle partite Iva colpite dalla crisi post Covid – aggiunge – dimostra che non siede in Parlamento perché crede in una missione civica, ma lo fa solo per opportunità. Peggio, per opportunismo”. 

Fico rincara la dose affermando di considerare l’episodio in sé “un pessimo segnale” ma sottolineando al tempo stesso che “se il legislatore vuole può cambiare quella legge”.

AGI –  Il Parlamento ha chiuso i battenti per le ferie estive. I lavori riprenderanno il 24 agosto per le commissioni, mentre l’Aula della Camera è convocata il 31 agosto e l’Assemblea del Senato tornerà a riunirsi il 1 settembre. Circa tre settimane di vacanza in vista di una ripresa a settembre che, per maggioranza e governo, già si preannuncia ‘bollente’, con tanti dossier rinviati e diversi nodi ancora da sciogliere.

Al di là dei provvedimenti di più stretta competenza governativa, toccherà soprattutto al Parlamento affrontare questioni non poco spinose, rinviate appunto a settembre per evitare spaccature e incidenti di percorso per la maggioranza. Si va dalla legge elettorale alle nuove norme contro l’omofobia, dal conflitto di interessi alle modifiche dei decreti Sicurezza, passando per le proposte di legge sulla cittadinanza, la riforma dello sport e la separazione delle carriere dei magistrati.

A settembre, poi, il governo e il Parlamento saranno chiamati a sbrogliare la matassa del Mes, con le divisioni interne ai giallorossi rimaste intatte. E, soprattutto, entrerà nel vivo la partita sui soldi del Recovery Fund. Per non parlare dei decreti ancora da convertire: il nuovo decreto che proroga l’emergenza al 15 ottobre, il dl Semplificazioni (su cui incombe una mole enorme di emendamenti) e il dl Agosto, che sarà incardinato al Senato il prossimo 18 agosto (l’Aula è già convocata).

Insomma, la carne al fuoco è già molta, per un mese che potrebbe segnare anche le sorti della tenuta della stessa maggioranza, con le Regionali e il referendum costituzionale sul taglio degli eletti che si svolgeranno il 20 e 21.

Lo stallo della legge elettorale

Il testo elaborato dal presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, frutto dell’accordo siglato dalla maggioranza lo scorso gennaio sul proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, sarebbe dovuto approdare in Aula a fine luglio. Ma lo stop imposto da Italia viva, che ha disconosciuto l’accordo, le richieste di modifica alla soglia avanzate da Leu e la netta contrarietà del centrodestra hanno bloccato la riforma, nonostante i dem abbiano provato a forzare la mano. Se ne riparlerà a settembre, quando il Pd tornerà a chiederne la calendarizzazione in Aula, per incassare il via libera di Montecitorio prima del referendum sul taglio degli eletti. Una tempistica che, al momento, appare di difficile realizzazione.

Il conflitto di interessi 

Rinviato a settembre anche il testo sul conflitto di interessi. A fine luglio sarebbe dovuto approdare in Aula, era già pronto il testo base. Ma le diversità di vedute sia interne alla maggioranza che con le opposizioni hanno frenato la riforma, che slitta in autunno.

Legge contro l’omofobia

Il testo unificato è approdato in Aula a inizio agosto, dopo aver subito alcuni rinvii. Una mediazione interna alla maggioranza sulle modifiche da apportare ha sciolto diversi nodi, ma resta la netta contrarietà delle opposizioni, pronte a dare battaglia con una valanga di emendamenti. Così la maggioranza ha scelto il rinvio, che consentirà anche il contingentamento dei tempi e, quindi, un iter meno periglioso.

Separazione carriere dei magistrati

Approdata in Aula a luglio, la riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere dei magistrati – provvedimento in quota opposizioni – è stata rinviata in commissione su richiesta della maggioranza. Potrebbe tornare in Aula in autunno, anche se le chance di approvazione del testo così com’è sono bassissime.

Decreti sicurezza

Se ne riparlerà a settembre anche delle modifiche ai decreti sicurezza: la maggioranza i primi di agosto ha trovato la quadra sulle modifiche, i testi predisposti dal ministro Lamorgese sono praticamente pronti ma prima il Cdm e poi le Camere li affronteranno solo dopo la pausa estiva.  

Cinque deputati avrebbero chiesto e ottenuto il bonus per le partita Iva, una delle misure varate dal governo per fronteggiare la crisi dovuta all’emergenza coronavirus. La notizia, diffusa da Repubblica, è stata segnalata dall’Inps, che eroga il contributo. E subito si scatena la polemica, con tanto di richiesta ai deputati di venire allo scoperto (i dati personali, compreso nome e cognome, sono protetti dalle norme sulla privacy), restituire il maltolto e dimettersi.

Netta la presa di posizione del presidente della Camera, Roberto Fico: “È una vergogna che cinque parlamentari abbiano usufruito del bonus per le partite Iva. Questi deputati chiedano scusa e restituiscano quanto percepito. È una questione di dignità e di opportunità. Perché, in quanto rappresentanti del popolo, abbiamo degli obblighi morali, al di là di quelli giuridici. È necessario ricordarlo sempre”, scrive la terza carica dello Stato su Facebook.

Unanime la condanna da parte della politica: “È vergognoso. È davvero indecente”, tuona Luigi Di Maio, che invita i cinque deputati a restituire quanto percepito e dimettersi. Di “vera vergogna” parla anche il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Per Licia Ronzulli di Forza Italia si tratta di “uno scandalo”. Quindi, l’esponente azzurra esorta “i deputati di cui parla l’Inps a chiedere scusa e, se li hanno presi, restituiscano immediatamente i soldi”. 

“Penso che chiudere tutto sia stata una scelta giustissima, che ha salvato il Paese dall’onda più alta e risparmiato tante vite. La strategia del lockdown totale ci ha consentito di fermare il virus prima che invadesse il Sud. I dati di sieroprevalenza lo dimostrano”. Lo dice al ‘Corriere della sera’ il ministro della Salute, Roberto Speranza.

Sulle zone rosse, afferma ancora, “Sono assolutamente sereno, su Alzano e Nembro la spiegazione è semplice e lineare. Tra il 3 marzo e il Dpcm del 10 che chiude tutta l’Italia non c’è nessun buco. Il 4 marzo ricevo il verbale del Cts, che mi arriva sempre il giorno dopo. Il 5 avviso Conte e chiediamo un approfondimento a Brusaferro. Il 6 il premier vede il Cts e lì matura il cambio di linea, perché il tentativo di bloccare il virus in zone delimitate è superato dai numeri dell’epidemia in Emilia, Piemonte, Liguria, Marche. Il Dpcm dell’8 marzo che chiude solo le aree più colpite è pienamente conforme alle idee del Cts”, sostiene Speranza. 

AGI – Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha firmato il nuovo Dpcm che contiene la proroga delle misure “precauzionali minime” fino al 7 settembre, come lo stesso premier aveva annunciato ieri nella conferenza stampa in una pausa della riunione del Consiglio dei ministri

“Nel nuovo Dpcm ci sarà la proroga sino al 7 settembre delle misure precauzionali minime. Rimane il distanziamento e l’obbligo delle mascherine. Sono regole minime”, ha detto ieri sera Conte.

Nel testo del Dpcm firmato questa mattina dal presidente del Consiglio, si legge: “Le disposizioni del presente decreto si applicano dalla data del 9 agosto 2020 in sostituzione di quelle del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 giugno 2020, come prorogato dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 14 luglio 2020, e sono efficaci fino al 7 settembre 2020”.    

Esentati dall’obbligo di mascherina i bambini fino a 6 anni

La proroga delle misure precauzionali è necessaria, si legge ancora nel testo del nuovo Dpcm, “considerati l’evolversi della situazione epidemiologica, il carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia e l’incremento dei casi sul territorio nazionale; Considerato, inoltre, che le dimensioni sovranazionali del fenomeno epidemico e l’interessamento di più ambiti sul territorio nazionale rendono necessarie misure volte a garantire uniformità nell’attuazione dei programmi di profilassi elaborati in sede internazionale ed europea”.

Tra le misure di prevenzione che vengono prorogate fino al 7 settembre c’è l'”obbligo sull’intero territorio nazionale di usare protezioni delle vie respiratorie nei luoghi al chiuso accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento della distanza di sicurezza. Non sono soggetti all’obbligo i bambini al di sotto dei sei anni, nonché i soggetti con forme di disabilità non compatibili con l’uso continuativo della mascherina ovvero i soggetti che interagiscono con i predetti”.

Inoltre, “è fatto obbligo di mantenere una distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, fatte salve le eccezioni già previste e validate dal Comitato tecnico-scientifico di cui all’articolo 2 dell’ordinanza 3 febbraio 2020, n. 630, del Capo del Dipartimento della protezione civile”.

Prorogata anche la misura che prevede che “i soggetti con infezione respiratoria caratterizzata da febbre (maggiore di 37,5°) devono rimanere presso il proprio domicilio, contattando il proprio medico curante”. 

Il pubblico agli eventi sportivi

Il nuovo Dpcm prevede poi che “a decorrere dal 1 settembre 2020 è consentita la partecipazione del pubblico a singoli eventi sportivi di minore entità, che non superino il numero massimo di 1000 spettatori per gli stadi all’aperto e di 200 spettatori per impianti sportivi al chiuso”.

La presenza di pubblico, si legge nel testo del decreto del presidente del Consiglio, “è comunque consentita esclusivamente nei settori degli impianti sportivi nei quali sia possibile assicurare la prenotazione e assegnazione preventiva del posto a sedere, con adeguati volumi e ricambi d’aria, nel rispetto del distanziamento interpersonale, sia frontalmente che lateralmente, di almeno 1 metro con obbligo di misurazione della temperatura all’accesso e utilizzo della mascherina a protezione delle vie respiratorie; in casi eccezionali, per eventi sportivi che superino il numero massimo di 1000 spettatori per gli stadi all’aperto e di 200 spettatori per impianti sportivi al chiuso, il Presidente della Regione o Provincia autonoma può sottoporre specifico protocollo di sicurezza alla validazione preventiva del Comitato tecnico-scientifico ai fini dello svolgimento dell’evento”. 

AGI – “Quello che riscontriamo è che si tratta di un momento di difficoltà più di Salvini che della Lega”. Lo afferma in un’intervista a “Il Fatto Quotidiano” la sondaggista Alessandra Ghisleri che conferma il trend: Matteo Salvini cala e Giorgia Meloni cresce. “Il calo dei consensi – analizza Ghisleri – è iniziato dopo la crisi di governo dell’anno scorso”.

Nel senso che per Salvini il “non poter più realizzare promesse come la flat tax ha scoraggiato molti elettori” e “lì il sogno ha iniziato a sgretolarsi”. Insomma, per “Salvini ha pagato non esser più nella stanza dei bottoni”.

Ma poi, di mezzo ci si è messo anche il Covid. “È in quel periodo che il leader leghista ha perso più punti, da una parte perché in un momento drammatico gli elettori tendono a stringersi attorno al governo in carica. Poi Salvini ha pagato il mancato contatto con la gente, non poter andare nelle piazze”.

E “se i voti diminuiscono, si sta sbagliando qualcosa” tira le somme la sondaggista, secondo cui “forse le persone, che sono molto spaventate dai dati economici e temono la crisi, vorrebbero sentire parole più precise, nette e magari anche rassicuranti su quel che potrà accadere”. Insomma, conclude sul leader leghista, “questo è più il tempo delle proposte che delle polemiche, dei pompieri più che degli incendiari”.

Perché Meloni guadagna consenso

Quanto a Meloni, invece, per Ghisleri, la leader di FdI guadagna voti “prima di tutto per la sua coerenza” e perché “è ferma sulle proprie posizioni, lineare, non deve farsi perdonare alleanze coi 5 Stelle”. In secondo luogo, spiega poi, “FdI fa una buona politica sul territorio, dove riesce ad attrarre esponenti locali da altri partiti che portano voti. Meloni ha un consenso più territoriale, Salvini è più bravo nel conquistare il voto d’opinione”.

Ci sarà il sorpasso? “È difficile dirlo”, risponde Ghisleri che tuttavia racconta che tra Salvini e Meloni “c’è stato un passaggio di 1 punto e mezzo in una ventina di giorni”, parecchio “se si considera lo stallo delle forze politiche”. Ma “sono voti, però, che restano nel centrodestra, che sfiora il 47,4% dei consensi e si attesta, al momento, come coalizione vincente”. E comunque “non ci sono voti in fuga verso la maggioranza”, assicura Ghisleri. Quel poco che si muove, semmai, “è verso Azione di Carlo Calenda”. Che Euromedia, la società di sondafggi di Ghisleri, dà al 3,8%.

AGI – È necessario nel mondo del lavoro una maggiore “salvaguardia della salute” come anche occorre garantire a tutti “l’accesso ad ammortizzatori sociali sempre piu’ efficaci, al livello nazionale ed europeo”. Lo scrive il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio in occasione del 64 anniversario della tragedia di Marcinelle.

“Nel giorno che sessantaquattro anni fa a Marcinelle vide scomparire 262 minatori, tra cui 136 italiani – afferma il Capo dello Stato – , facciamo memoria del sacrificio sul lavoro di tanti nostri connazionali emigrati. La giornata a loro dedicata acquista un altissimo valore: innumerevoli cittadini italiani – in circostanze spesso eccezionalmente complesse e rischiose – hanno dato prova di abnegazione e di impegno nell’adempimento dei propri compiti professionali, in Patria e all’estero”.

“Se avvertiamo con particolare intensità il ricordo di quanto accadde al Bois du Cazier – prosegue Mattarella – è anche perché negli ultimi mesi l’emergenza sanitaria ci ha rafforzato la comprensione delle espressioni ‘sacrificio’ e ‘sicurezza sul lavoro’. La ricerca di un futuro migliore è il messaggio che la tragedia di Marcinelle incarna. Una ricerca che non può prescindere dalla piena realizzazione del diritto al lavoro in ogni sua sfaccettatura: dalle possibilità di studio e di formazione alle pari opportunità; dalla salvaguardia della salute all’accesso ad ammortizzatori sociali sempre più efficaci, al livello nazionale ed europeo”

“Rinnovo dunque la più sentita vicinanza della Repubblica ai familiari di quanti hanno perso la vita sul luogo di lavoro. Accanto ai minatori scomparsi 64 anni orsono, mi si consenta di dedicare un pensiero particolare ai moltissimi operatori sanitari deceduti negli ultimi mesi mentre prestavano cure mediche e assistenza ai contagiati dal Covid-19. Oggi, come allora, il sacrificio di questi lavoratori merita il profondo rispetto dell’Italia intera”, chiosa Mattarella.

AGI – “La mina del doppio mandato? Prima o poi scoppierà anche questo ‘bubbone'”. È una espressione un po’ colorita quella che utilizza un ‘big’ M5s ma che la dice lunga sulla tensione interna nel Movimento, già messo a dura prova dal braccio di ferro con gli alleati sui dossier e dall’esito della partita sulle presidenze di commissioni.

Il sospetto, in realtà da tempo ormai, è che Casaleggio voglia, mantenendo questa regola, salvaguardare “solo – dice la stessa fonte – i suoi ‘sodali'”, ovvero Di Battista e ‘salvare’ con uno stratagemma la Raggi. Ma non è questo (almeno per ora) il nodo del contendere nel Movimento, anche se c’è la spinta da piu’ parti nel cambiare uno dei ‘dogmi’ M5s.

Sotto traccia è sempre più teso il confronto sul ruolo dell’associazione ‘Rousseau’ e sulla necessità di dar vita ad un organismo collegiale, con un capo politico che abbia la funzione di interagire con le altre forze politiche su un mandato di una segreteria.

Il nodo Rousseau

A questa ipotesi si oppone soprattutto Casaleggio e fino a settembre – parere unanime tra i pentastellati – non si muoverà foglia. Ma qualora l’associazione con sede a Milano dovesse spingere per perpetuare lo ‘status quo’ o preparare, con la kermesse del 4 ottobre, la successione di ‘Dibba’ a prossimo leader, potrebbe partire un’operazione che potrebbe cambiare il volto del Movimento.

L’estrema mossa di chi contesta la gestione della piattaforma web è quella di ‘espellere’ Rousseau. Attraverso una mozione per imporre una modifica dello statuto. Un atto politico firmato dai gruppi per estromettere l’associazione dalla vita del Movimento, mettere fine alle votazioni e alle decisioni che – questa la critica ricorrente – vengono calate dall’alto.

Nel mirino c’è il figlio di Gianroberto considerato sempre più da una buona parte dei gruppi parlamentari un corpo estraneo che “sta tentando di dettare l’agenda, un soggetto non politico che vuole fare politica finanziato da noi politici”, dice un altro pentastellato.

L’accordo tra i ‘big’ per dare vita ad un ‘direttorio’ già c’è ma l’impasse che si registra è destinato a cessare dopo il 21 settembre, ovvero dopo le Regionali. Il fronte di chi vuole una “svolta” sui vertici del Movimento a quel punto – secondo quanto si apprende – si muoverà in maniera autonoma, anche se sul metodo da utilizzare è in corso un dialogo. Punta ad un confronto con Casaleggio e Di Battista ma in mancanza di un’intesa non esclude una prova di forza. Ovvero quella di decidere di fare a meno della piattaforma e di tentare di prendersi il simbolo il cui garante resta Beppe Grillo ma che – spiega un esponente M5s – “è costituzionalmente in mano ai gruppi”.

Ci sarebbero già stati contatti informali con il fondatore per coinvolgerlo nella strategia di allargare i vertici, anche se Grillo – osservano più deputati e senatori – da settimane è scomparso dai radar.

La diatriba del simbolo

Quella del simbolo è una diatriba che si trascina da tempo ma la novità è che la determinazione di chi ritiene ‘Rousseau’ in questo momento un elemento non funzionale ne’ al Movimento né al governo, come ‘exit strategy’ ritiene che se ne possa fare a meno. Sotto traccia la protesta va avanti da tempo.

L’ennesima riunione alla quale hanno preso parte tutti i referenti delle anime M5s si è tenuta ieri alla Camera. E un’altra c’è stata al Senato. Un primo documento anti-Casaleggio, preparato dalla deputata Nesci, è stato firmato da una trentina di deputati e da molti senatori. Moltissimi altri, compresi i ‘big’, attendono ma fonti parlamentari riferiscono che ne condividono la linea.

Tra le critiche mosse all’associazione quella di non mettersi a disposizione dell’esecutivo e del Movimento ma pesano anche le e-mail spedite ai parlamentari morosi, anche se sul tema delle rendicontazioni in molti, a partire dai ‘big’ coinvolti, sarebbero disponibili a rientrare. L’obiettivo di chi sta portando avanti la battaglia per modificare la struttura (e lo statuto) del Movimento è quello di arrivare ad una larga convergenza per poi far pesare, anche con un documento, la necessita’ che ‘Rousseau’ torni a disposizione di chi è in prima linea. Altrimenti scatterebbe il ‘piano B’.

Il malessere nei gruppi parlamentari è legato alle ultime vicende interne. Per di più l’irritazione è pure sulle liste. L’associazione – denuncia un senatore – ha reso ancora più burocratico l’iter della certificazione dei candidati e ha chiesto da tempo i certificati penali dei candidati, senza capire che in epoca Covid le operazioni sono più difficoltose. Dietro le quinte resta il nodo sulla collocazione anche se – fa notare un altro parlamentare – sulla battaglia su ‘Rousseau’ c’e’ un’ampia condivisione.

Il tema della leadership

Oggi sul tema della leadership è tornato il sottosegretario M5s Villarosa: “Abbiamo – il suo ragionamento – 209 miliardi di euro del Recovery Fund da gestire e per questa ragione e’ opportuno avere un leader realmente legittimato. Chiudiamo quanto prima la parentesi della reggenza e diamo ‘voce’ nuovamente a parlamentari ed attivisti”. Oggi poi i fari dei deputati si sono accesi sulla diffusione del bilancio interno, tra le cui voci c’è anche la spesa di 785mila 127 euro in “consulenze per la comunicazione”.

AGI – L’opposizione canta vittoria sulla desecretazione degli atti del Comitato tecnico scientifico – anche se mancano i verbali relativi alla mancata zona rossa in Val Seriana – che sono stati diffusi oggi dalla fondazione Einaudi.

Il 7 marzo scorso il Cts propose al governo di “adottare due livelli di misure di contenimento: uno nei territori in cui si è osservata maggiore diffusione del virus, l’altro sul territorio nazionale”. Si decise di optare per il lockdown nazionale. Termina così un braccio di ferro sulla diffusione degli atti, anche se i ministri interessati erano – secondo quanto si apprende – per la linea di trasparenza.

Nei giorni scorsi, tramite l’Avvocatura dello Stato, l’esecutivo aveva fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio che aveva accolto l’istanza della Fondazione Einaudi per ottenere l’accesso a quegli atti. Le forze dell’opposizione hanno accusato della mossa del governo il premier Conte anche se c’è chi sostiene che il presidente del Consiglio non avrebbe voluto alzare il muro, nella maggioranza c’è chi sostiene che a spingere sia stata la struttura di palazzo Chigi.

In ogni caso alla vigilia del Cdm che dovrà dare il via libera al nuovo Dpcm illustrato dal ministro Speranza nell’Aula del Senato anche le forze politiche che sostengono il governo esprimono soddisfazione per la desecretazione degli atti, anche se molti esponenti giallo-rossi non nascondono una certa irritazione per il ruolo dei tecnici che rimarranno al fianco dell’esecutivo fino a fine anno.

C’è l’accordo sul Dl Agosto

La giornata di ieri ha registrato poi la quadra dell’esecutivo sul dl agosto. Soddisfatto il Pd, anche per Italia viva si è giunti ad un buon compromesso e un giudizio positivo arriva pure dal Movimento 5 stelle, anche se il ministro Catalfo avrebbe voluto il blocco dei licenziamenti fino a fine anno. Si lavora ora sulle coperture e resta sul tavolo il nodo sul bonus consumi ma nel Cdm di oggi – che dovrebbe dare il via libera alla riforma del Csm e nominare il nuovo prefetto di Roma – arriverà il via libera ad un provvedimento sul quale il governo stava lavorando da giorni.

L’Europa attende questo provvedimento, non possiamo attendere molto, e’ necessario trovare una sintesi: ieri, con questa premessa, il premier Giuseppe Conte ha presieduto il vertice sul dl semplificazioni, vestendo anche i panni dell’avvocato e – riferiscono i partecipanti all’incontro – facendo presente che l’80% delle cause per abuso d’ufficio finiscono in un vicolo cieco.

Il fatto è che il Movimento 5 stelle e Leu, pur essendo d’accordo sulle norme legate all’abuso di ufficio, vorrebbero maggiori controlli sui ‘paletti’ per preservare l’ambiente e stringere le maglie sulle deroghe. Mentre il Pd e Iv che pur ritengono il testo un buon punto di equilibrio puntano a rendere l’iter degli appalti ancor più veloce.

Il presidente del Consiglio è al lavoro sulla mediazione e potrebbe aprire alle richieste di modifica da parte dei pentastellati e di Leu. Gli emendamenti presentati sono 2.889, di cui 1.400 provenienti proprio dalla maggioranza. M5S ne ha depositati 397, il Pd 360, Iv 288, Leu 242 e Autonomie 80, mentre dalle opposizioni sono arrivate 410 proposte di modifiche da parte della Lega, 595 da Fi, 300 da Fdi.

L’esame in Commissione comincerà il 24 agosto ma il presidente del Consiglio insiste – riferiscono fonti parlamentari – affinché il provvedimento sia pronto agli inizi di settembre per essere inviato in Europa. Anche perché dopo occorrerà stringere sul ‘Recovery fund’, la partita piu’ importante per il premier, l’esecutivo e per la maggioranza.

 

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