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Trentamila euro dal professore Paolo Arata al sottosegretario ai Trasporti, il leghista Armando Siri, per introdurre un emendamento al Documento di programmazione economica e finanziaria. E’ quanto emerge nell’inchiesta che si snoda tra Palermo, Trapani e Roma che vede i due tra gli indagati per corruzione.

L’emendamento – che tuttavia non è mai passato – avrebbe dovuto fare “retroagire” l’attivazione dei finanziamenti stanziati per alcuni progetti legati alle energie rinnovabili, alla data di costituzione di una delle società di Vito Nicastri, di Alcamo (Trapani), da un anno agli arresti domiciliari, ma che anche da casa – e nonostante sia stato raggiunto da una maxi confisca da un miliardo di euro – avrebbe continuato, tramite un familiare, a manovrare per fare affari.

La parte palermitana e trapanese dell’indagine ipotizza anche l’aggravante dell’agevolazione di Cosa nostra, non formulata nei confronti del sottosegretario. Nicastri, per effetto della nuova indagine, si è visto aggravare la misura cautelare che lo teneva ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa e fittizia intestazione di beni, ed è stato riportato in carcere.

Perquisizioni sono scattate simultaneamente a Palermo, negli uffici dell’assessorato regionale all’Energia, e a Roma, oltre che nell’abitazione e nelle pertinenze dello stesso Nicastri, indicato anni fa dal Financial Times come il “signore del vento” e ritenuto un prestanome del superlatitante Matteo Messina Denaro, che sarebbe suo socio occulto.

A consegnare il denaro a Siri sarebbe stato Arata, in affari, per i pm, con Nicastri. Siri, che non sapeva dei rapporti tra Arata e Nicastri, avrebbe ricevuto il denaro nella casa romana del professore che sarebbe stato un suo grande sponsor nella politica.

Il sottosegretario è indagato per corruzione dalla procura di Roma che ha ricevuto il fascicolo dalla procura del capoluogo siciliano. L’indagine palermitana ha preso il via un anno e mezzo fa ed è coordinata dall’aggiunto Paolo Guido e dal sostituto Gianluca De Leo.

Arata, genovese come Siri, 68 anni, ex deputato di Forza Italia e, nel 1994, presidente del Comitato interparlamentare per lo sviluppo sostenibile, negli anni scorsi e stato uno dei sette professori cui Matteo Salvini ha affidato la stesura del programma di governo della Lega.

Anche Siri fu uno dei professori che, per “Noi con Salvini”, si occupò di economia, riforma fiscale e flat tax. Secondo l’ipotesi investigativa, Arata sarebbe stato uno dei personaggi che avrebbero avuto contatti e fatto da tramite con Siri. Nell’ambito del filone palermitano gli indagati sono Arata, 69 anni; il figlio Francesco Paolo, 39 anni; Giacomo Causarano, 70 anni; Francesco Isca, 59 anni; Angelo Giuseppe Mistretta, 62 anni; Manlio Nicastri, 32 anni; Vito Nicastri, 55 anni; Alberto Tinnirello, 61 anni. Una indagine partita monitorando Francesco Isca, un piccolo imprenditore di Calatafimi (Trapani), indagato per associazione mafiosa, e che si è avvalsa anche delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.

Il sistema riguardava le procedure e le autorizzazioni per gli impianti di biogas, mini eolico e fotovoltaico. A settembre – quando emerge un presunto episodio di corruzione che vede coinvolto Paolo Arata e il sottosegretario Siri – l’indagine si sdoppia e i magistrati palermitani inviano il fascicolo ai colleghi della procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone; questo filone di indagine è coordinato dall’aggiunto romano Paolo Ielo.

Alberto Tinnirello è invece il dirigente dell’assessorato Energia della Regione siciliana e responsabile del servizio autorizzazioni cui Paolo Arata avrebbe promesso e versato somme di denaro non quantificate “per il compimento di singoli atti e comportamenti riconducibili al suo ufficio (tra gli altri, informazioni sullo stato delle pratiche amministrative inerenti la richiesta di autorizzazione integrata ambientale – si legge nel decreto di perquisizione – per la costruzione e l’esercizio degli impianti di bio-metano di Franconfonte e Calatafimi-Segesta della Solgesta srl) e in generale per l’asservimento della funzione agli interessi della Solgesta e della altre società del gruppo Arata/Nicastri, in violazione dei propri doveri di imparzialità e correttezza”.

Il riferimento alle somme per Siri, dicono i pm, è in “alcune conversazioni tra l’indagato Paolo Franco Arata ed il figlio Francesco (alla presenza anche di terzi) nelle quali si fa esplicitamente riferimento alla sua attività di sollecitazione dell’approvazione di norme”. Questo ha spinto i magistrati della procura di Roma a contestare l’ipotesi di corruzione. Nel decreto di perquisizione firmato dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi si scrive della “incessante attività promossa da Siri per l’approvazione delle norme” legate al settore eolico che interessavano ad Arata. 

Siri avrebbe agito come pubblico ufficiale nella duplice veste di senatore e di sottosegretario asservendo “l’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri ad interessi privati” (quelli dell’imprenditore Paolo Franco Arata, ndr) in cambio della promessa e/o dazione di 30mila euro.

In particolare, gli inquirenti ritengono che Siri abbia “proposto e concordato con gli organi apicali dei ministeri competenti per materia (Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, Ministero dello Sviluppo economico, Ministero dell’Ambiente) l’inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare (Decreto interministeriale in materia di incentivazione dell’energia elettrica da fonte rinnovabile) e di iniziativa governativa di rango legislativo (Legge Mille proroghe, Legge di Stabilità, Legge di Semplificazione) ovvero proponendo emendamenti contenenti disposizioni in materia di incentivi per il cosiddetto ‘mini-eolico’”. 

Nel provvedimento si evidenziano non solo “i numerosi incontri tra gli indagati (ed altre persone coinvolte nell’operazione)”, così come accertato dalla polizia giudiziaria attraverso una serie di servizi di osservazione, ma anche “le numerose conversazioni che Arata ha intrattenuto tanto con i suoi familiari e sodali nell’impresa, quanto con collaboratori di Siri e con altre persone coinvolte (con ruoli istituzionali e non) nella redazione” delle norme sul settore eolico finite al centro dell’inchiesta. Da qui il cosiddetto ‘fumus‘ che ha giustificato le decine di perquisizioni svolte oggi su ordine dei magistrati capitolini a carico di Arata senior.

Nel mirino di chi indaga sono finiti gli appartamenti a Roma, Genova e Castellammare del Golfo, vicino a Trapani, poi alcune autovetture, una cassetta di sicurezza intestata all’imprenditore e alla moglie e la sede legale di quattro società.

 

“Piena fiducia nel sottosegretario Armando Siri, nella sua correttezza. L’auspicio è che le indagini siano veloci per non lasciare nessuna ombra”. Così una nota della Lega, in merito all’inchiesta che vede indagato il sottosegretario ai Trasporti della Lega Armando Siri.

“Se un domani chiuderà Radio Radicale, non solo morirà un’emittente d’informazione libera e indipendente. Ma si spegnerà una voce. Quella di Massimo Bordin, Mr. Rassegna Stampa. L’uomo che più di tutti e meglio di ognuno conosce i giornali e i loro addetti: direttori, redattori, inviati, notisti e retroscenisti, ‘uomini macchina’, culi di pietra e tira-a-campare. E che meglio li interpreta. Nei loro tic, vizi, totem&tabù, quotidiani, settimanali e mensili. L’anima della Radio e la sua quintessenza. Quella più Radicale. Ma anche del miglior servizio pubblico”.

Avremmo scritto forse così nel momento, non lontano, dello spegnimento dell’emittente, nei giorni in cui il governo gialloverde si rifiuta di rinnovare la convenzione che rifinanzia l’emittente e le permette di continuare a vivere e di rimanere accesa.

Invece, prima della chiusura della sua radio – ormai fissata per la data del 21 maggio, giorno in cui finisce la convenzione con lo Stato – e della quale è stato il direttore ininterrottamente dal 1991 al 2010, se ne è andato lui.

Spegnendosi ora, all’età di 67 anni, dopo una malattia che l’aveva duramente colpito ai polmoni.

Eppure fino a pochi giorni fa, il 1 aprile, non aveva fatto mancare la sua voce ai microfoni in quella che era la trasmissione quotidiana del mattino in assoluto più seguita dell’emittenza radiofonica italiana: Stampa e Regime.

“La Rassegna” in assoluto, forse anche più di Prima pagina, la mattina su Radio3. E proprio per il diniego del governo a firmare il rinnovo della convenzione, pochi giorni fa Bordin ha attaccato il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio.

L’alter ego 

È stato il direttore più longevo, alla guida dell’emittente per diciannove anni di fila sui 44 di vita dell’emittente radicale, nata a cavallo tra il 1975 e il 1976.
È stato per anni l’alter ego di Marco Pannella, amico, sodale e suo editore. Ma anche colui il quale meglio sapeva tener testa all’impennate del leader radicale. Suo interlocutore privilegiato nella conversazione radiofonica della domenica.
Poi si dimise per divergenze continuando a collaborare con la Radio. Si era sentito un “direttore sfiduciato”, che non poteva più “contare sulla pienezza di mandato necessaria non solo con gli interlocutori esterni ma anche e soprattutto con la redazione.
Così rassegnò le sue dimissioni al Comitato di redazione dell’emittente che Marco Pannella fece pubblicare sulla sua pagina Facebook. Era il 10 luglio del 2010 e le dimissioni divennero operative il primo agosto.
E così, quel giorno, Fabrizio Cicchitto, già socialista, poi in Forza Italia, quindi nel Popolo delle libertà e infine più in là fondatore di Alternativa Popolare, lanciò quasi un appello chiedendo a Radio Radicale “che gli amici radicali continuino ad usare ‘Radio Radicale’ nel modo più partigiano, ma non ci privino della possibilità di capire davvero ciò che scrive la stampa del giorno attraverso le parole sornione e ironiche di Massimo Bordin”.
”Tutti conosciamo la complessità, anzi, diciamo la verità, la provocatoria doppiezza di ‘Radio Radicale’. Si tratta di una radio di partito, con un finanziamento pubblico, gestita, però, in modo geniale. Del resto tutte le forzature e le faziosità vanno perdonate per la storia politica-personale di Marco Pannella, ma anche per il taglio inconfondibile che in questi anni ha avuto la rassegna stampa dal titolo ‘Stampa e regime’ diretta da Massimo Bordin”.

No Marco, io me ne vado

Pannella, subito dopo quelle dimissioni, invitò Bordin a “resistere” e a “non abbandonare il posto di lotta che ha fatto di te il radicale più noto e apprezzato anche di me e della stessa Emma Bonino”. Tornando, da editore, a rinnovargli la fiducia.
Ma lui ne rigettò l’offerta, rispondendo così: “Va bene che tutti dobbiamo essere pronti a metterci in discussione, va bene che gli esami non finiscono mai, ma c’è un limite a tutto e qui si sta esagerando. Dunque le mie dimissioni da direttore sono irrevocabili. All’editore che, in prima battuta, mi ha comunicato che intendeva respingerle, ho dovuto rispondere che una simile decisione non era concretamente nella sua disponibilità”.
Ma il suo vero primo contrasto con Marco Pannella risale a un duro battibecco intercorso domenica 12 aprile 2009 durante l’usuale conversazione domenicale alla radio con il leader. Battibecco durante il quale Bordin minaccia di non prendere più parte alla trasmissione.

Gli animi si surriscaldano nel momento in cui Bordin ricorda che Pannella è anche “l’unico politico italiano” che fa i digiuni.
Pannella ribatte pronto, puntualizzando: “Non sono l’unico, c’è un partito nel quale decine di persone da decine d’anni lo fanno”. Per il conduttore il rilievo è puramente formale, ma Pannella insiste.
Bordin, piccato, allora sbotta: “Mi stai accusando di aver detto che gli altri radicali non sono come te?”
Pannella incassa, ma controbatte: “Ho solo detto che chi dice così, anche se involontariamente, dice una cosa falsa”.
Il qui pro quo tra i due prosegue e, pur senza andare in escandescenze, tuttavia si sviluppa tra reciproche punzecchiature e bordate. Però Bordin, a un certo punto, non si trattiene più e sbotta: “Vabbé, Marco, sinceramente mi spiace molto che tu abbia preso questa piega oggi. Sono metodi politici non molto belli”. 
Pannella, di rimando: “Non sarà bello, ma io non ti faccio le cose belle. E poi bisogna capire a quale concetto di bello si fa riferimento”.
“Al potersi guardare allo specchio” replica tagliente e assai duro Bordin, che però subito dopo aggiunge: “Bene, andiamo avanti per l’ultima volta, per l’ultima conversazione Bordin-Pannella”.

E il leader, che non se le fa mandare a dire, resiste ma anche attacca: “Se è questo quello a cui volevi arrivare, vorrà dire che da domani sarai un martire di Pannella…”.

“Ma figurati se voglio essere martire” ribatte il conduttore, che insiste sulla propria decisone: “Non è più possibile andare avanti così, forse a te occorre un altro interlocutore. Se non servo più, vado a fare altro…”.

A quel punto Pannella cerca di trovare una qualche mediazione, senza però rinunciare alla propria posizione: “’Sei il radicale più stimato d’Italia, il più simpatico. Si vede che dovrò fare a meno del prestigio che mi viene da questo dibattito, altra cosa è la tua direzione della radio e la rassegna stampa. Ne prendo atto, mi rammarico ma credo che sopravviveremo entrambi”.
”Non c’è dubbio”, taglia corto Bordin.

Dal 3 aprile 2012 Bordin curava su Il Foglio una rubrica quotidiana intitolata “Bordin Line”, annotazioni quotidiani sul presente politico.
 

È morto il giornalista Massimo Bordin, storica voce di Radio Radicale. Il giornalista, 67 anni, è stato direttore dell’emittente dal 1991 al 2010, poi curatore della storica rubrica ‘Stampa e Regime’, rassegna stampa dedicata ai temi politici della giornata. Un appuntamento fisso, per il mondo del giornalismo e della politica italiana, che in quell’ora di primo mattino aveva dalla voce di Bordin una fotografia ragionata e commentata dei principali fatti di politica presenti sui quotidiani in edicola.

Fine conoscitore dei Palazzi della politica non solo romana e delle dinamiche che governano i rapporti tra media e potere, l’ex direttore di Radio Radicale era malato da tempo. Si era dimesso dalla direzione della testata in seguito a divergenze con l’allora leader radicale Marco Pannella. In seguito aveva comunque continuato a collaborare con la Radio. Teneva una rubrica sul Foglio dal titolo ‘Bordin Line’.

“È morto poco fa a Roma Massimo Bordin, è davvero con immenso dolore che diamo questa comunicazione che non avremmo mai voluto dare”. Così Radio Radicale ha dato in diretta la notizia della scomparsa del giornalista. Bordin, ha spiegato il conduttore, aveva chiesto di poter vivere e lottare contro questa malattia nel massimo riserbo, “e noi abbiamo rispettato la sua scelta. Ma non ce l’ha fatta, poco fa siamo stati raggiunti dalla notizia. Ricorderemo il nostro Massimo e lo onoriamo con quel Requiem che tante volte ha preceduto la sua unica e splendida rassegna stampa”. Poi la trasmissione del Requiem di Mozart al posto del normale palinsesto.

La scomparsa del giornalista forse più conosciuto dell’emittente avviene proprio nei giorni in cui Radio Radicale sta combattendo una battaglia per la propria sopravvivenza, dopo l’annuncio del governo di non voler rinnovare la convenzione che lega la radio al Mef (la legge di Bilancio 2019 aveva già disposto una importante riduzione economico sul contratto).

Leggi qui: Radio Radicale prende soldi pubblici senza gara da 25 anni? Chi ha ragione tra Crimi e Bonino

“L”Iva non aumenterà. Punto”: lo afferma il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. Questo è l’impegno della Lega. “Siamo al governo per abbassare le tasse – ha aggiunto Salvini – non per aumentarle come hanno fatto gli altri governi”.

“Macron ieri ha messo su un’espressione contrita e ha detto che Notre Dame verrà ricostruita. Sarà anche vero ma l’unica ricostruzione che davvero gli interessa è quella di una Francia imperialista capace di mettere le mani sui pozzi di petrolio libici”.

Torna Alessandro Di Battista, dopo un lungo silenzio su Facebook a eccezione di qualche sporadica puntata per rilanciare post dal Blog delle Stelle, L’ex deputato M5s attacca a testa bassa sulla questione Libia-Notre Dame: “Nell’attesa di conoscere i responsabili dell’incendio parigino, così, tanto per esercitare la memoria, provo a ricordare alcuni dei responsabili della guerra che si sta combattendo oggi a Tripoli, città, tra l’altro, a noi più vicina di Parigi” scrive.

“Ci sono gli americani, su tutti Hillary Clinton. Chi di voi non l’ha ancora vista sorridente mentre, parlando di Gheddafi disse: ‘Siamo venuti, abbiamo visto e lui è morto’? Poi c’è Obama, colpevole di essersi lasciato convincere a bombardare la Libia proprio dalla Clinton. Poi ci sono i francesi di ieri; c’è Sarkozy uno che ha ripagato i finanziamenti alle sue campagne elettorali arrivati da Gheddafi con ettolitri di sangue libico”.

Quindi l’affondo ai politici italiani: “Poi c’è Napolitano che ha tramato affinché l’Italia non si opponesse alla guerra in Libia, una guerra combattuta contro i nostri interessi. Poi c’è Berlusconi. Il fatto che lui non volesse tradire Gheddafi rende il suo ignobile tradimento ancor più grave. C’è poi chi governava con Berlusconi. Una a caso: Giorgia Meloni. Oggi la sentite attaccare i francesi per quei bombardamenti ma secondo voi, nel 2011, la votò o meno la risoluzione che appoggiava l’intervento armato in Libia? Ovviamente sì. Per finire ci sono i francesi di oggi, quelli che se ne fregano dei profughi (tanto al limite vanno in Italia) e che, nell’ombra, incitano Haftar a non fermarsi”.

“Poi – conclude – tra i responsabili, ci siamo anche un po’ noi. Perché se fossimo capaci di trasformare commozioni passeggere in indignazione perenne beh, forse, vivremmo in un Paese più giusto”.

Il un post, scritto in iena notte, traccia un parallelo tra la crisi Libica e l’incendio che ha distrutto Notre Dame. Di Battista punta il dito contro chi si disinteressa alla “guerra” che si svolge “a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane” e per cui non arriverà mai il denaro come invece ci sarà per Notre Dame. “Non voglio urtare la sensibilità di nessuno dico solo che a Parigi, grazie a Dio, non è morto nessuno – scrive l’ex deputato M5s – quel tetto e quella guglia verranno ricostruiti. Vedrete, il denaro per farlo non mancherà. Quel denaro che al contrario non arriva mai quando si tratta di altre ricostruzioni o di altre latitudini del pianeta”.

“Quanti morti ci sono stati in Libia negli ultimi giorni? Solo fino a ieri sera è stato possibile saperlo – sottolinea Di Battista – poi le immagini dell’incendio parigino hanno ‘oscurato’ o, quantomeno, reso estremamente difficile, saperne di più sul sangue versato a Tripoli”.

“A poche centinaia di km dalle coste italiane si sta combattendo una guerra. Ripeto, una guerra – prosegue – due giorni fa i morti sono arrivati ad una cifra spaventosa: 120 di cui 28 bambini. Trenta ore fa ne hanno contati oltre 150. Da quelle parti c’è chi non fa in tempo a mettersi in salvo. C’è chi non ci pensa proprio a filmare con il cellulare il crollo di un tetto di una casa o un incendio divampato per lo scoppio di una granata. Da quelle parti distruzione e sgomento, quanto meno dal 2011 (anno dei bombardamenti in Libia) ad oggi, sono la normalità” conclude. 

Il governo non rinnoverà la convenzione con Radio Radicale. Le parole del sottosegretario con delega all’Editoria, Vito Crimi, confermano l’orientamento sui destini dell’emittente che, da quasi 44 anni, “svolge attività di informazione di interesse generale”, come lo stesso governo ha riconosciuto.

Ciò non basta, tuttavia, a confermare la convenzione in virtù della quale la radio beneficia di 8,33 milioni di euro l’anno, per la trasmissione delle sedute del Parlamento, e di 4,4 milioni di euro di fondi per l’editoria, in quanto organo ufficiale della Lista Marco Pannella. Ed è sempre grazie a questo interesse generale che Radio Radicale è stata l’unica emittente risparmiata dalla falce che si è abbattuta sui fondi per le emittenti radiofoniche nel 2008.

“La posizione è molto chiara. È intenzione di questo governo, mia e del Mise, che abbiamo seguito il dossier, di non rinnovare la convenzione con Radio Radicale – sono state le parole del sottosegretario Crimi – Un servizio che Radio Radicale ha svolto per 25 anni senza alcun tipo di valutazione, come l’affidamento con una gara. Nessuno ce l’ha con Radio Radicale nè vuole la chiusura. Sono questi i termini della questione, non altri”.

La risposta da parte dell’emittente è immediata e in punto di diritto: “Senza entrare nel merito delle dichiarazioni del sottosegretario Vito Crimi ribadiamo che la convenzione tra Radio Radicale ed il Ministero dello Sviluppo Economico si è avviata a seguito di una gara indetta il 1 aprile del 1994 e che da allora il servizio è proseguito in regime di proroga, nonostante Radio Radicale abbia sempre richiesto che venisse rimesso a gara”.

A difesa della storica emittente si è levata la voce delle opposizioni: “Oggi l’ineffabile sottosegretario all’editoria Vito Crimi ci spiega che la convenzione con Radio Radicale non sarà rinnovata perché non è transitata da una procedura pubblica. Allora perché non ha il coraggio di indire la gara, visto che ne ha la competenza?”, chiede la parlamentare del Pd Enza Bruno Bossio.

Filippo Sensi, deputato dem, sottolinea che “Crimi mette a verbale che è intenzione, sua e di Di Maio, di M5s, dunque, di non rinnovare la convenzione di Radio Radicale. Sarebbe interessante sapere che ne pensa la Lega e se questo è il disegno di tutto il governo. Visti i chiari di luna. Noi con Radio Radicale più di sempre”.

Da Forza Italia sono le capigruppo, Maria Stella Gelmini e Anna Maria Bernini, a intervenire con forza sulla vicenda: “I governi che spengono le radio e fanno chiudere i giornali non sono governi democratici. Crimi forse non lo comprende, ma i suoi partner dovrebbero saperlo e avere qualche cosa da dire al riguardo. Chiudere Radio Radicale è un attentato alla libertà e alla democrazia. Vergogna”.

Per Bernini, alla base dell’iniziativa del governo c’è il fatto che Radio Radicale è “una radio scomoda per la maggioranza sovranista che preferisce alla buona informazione canali più manipolabili di comunicazione e che oggi, attraverso le parole di un sottosegretario, annuncia lo stop dei finanziamenti a una grande voce libera. Con questo mix di supponenza e di ignoranza, il governo ha cosi’ inflitto un altro colpo all’informazione e alla democrazia”.

Il senatore Pd Francesco Verducci, sottolinea come la vicenda di Radio Radicale segua a quelle di altre testate storiche che rischiano la chiusura: “Vogliono costringere Radio Radicale a chiudere, come vogliono costringere a chiudere molte voci del territorio e dell’associazionismo laico e religioso e testate come Avvenire e Il Manifesto attraverso l’azzeramento del ‘Fondo per il pluralismò. Crimi non perde occasione per minacciare e intimidire le voci non allineate. Questo governo – continua Verducci – è un pericolo per la libertà di informazione nel nostro Paese”.

E per dare corpo a solidarietà, Verducci e il Pd si fanno promotori di una mozione per il rinnovo della Convenzione della radio. 

Dialogo con tutti per arrivare al cessate il fuoco e percorrere la strada della soluzione politica. Il premier Giuseppe Conte intensifica l’attività diplomatica per cercare una ‘exit strategy’ sulla Libia ed evitare allo stesso tempo che l’escalation in atto non provochi conseguenze anche sul fronte immigrazione. Già la scorsa settimana l’Aise, durante l’audizione del direttore Carta al Copasir, aveva messo in conto la difficoltà di fermare il generale Haftar. L’Italia si prepara ad ogni scenario, a confrontarsi con tutte le parti in causa, anche per proteggere le aziende italiane che lavorano in Libia.

“Il Presidente del Consiglio ha ribadito l’urgenza del ritiro delle forze del Lna e della cessazione delle operazioni militari di tutte le parti coinvolte, in modo da favorire la necessaria tregua umanitaria richiesta dall’Onu e assicurare il rispetto del diritto internazionale”, la linea di palazzo Chigi al termine dell’incontro tra Conte e il vicepremier qatarino Sceicco Mohammed Al Thani. C’è preoccupazione per “il riemergere della minaccia terroristica” e per “il rischio di una crisi umanitaria che avrebbe serie conseguenze per il Paese libico e per l’intera regione”.

Per questo motivo il premier ha auspicato “un pronto ritorno al tavolo negoziale” e sottolineato “l’importanza della coesione internazionale a sostegno della pace e della stabilità nel Paese, nell’interesse innanzitutto della stessa popolazione libica”. Ed ancora: “Chi pensava che un’opzione militare potesse favorire una soluzione in queste ore, viene smentito. L’uso delle armi non porta mai a soluzioni risolutive o sostenibili. L’unica opzione perseguibile è quella del dialogo politico”.

Conte in serata ha incontrato anche il vicepresidente del Consiglio del governo di riconciliazione nazionale libico, Ahmed Maitig. Quest’ultimo sarà ricevuto domani al Viminale dal ministro dell’Interno, Salvini. L’allarme resta alto. il presidente libico Fayez al Serraj ha dichiarato che 800 mila migranti sono pronti a partire verso l’Italia. “Il mio unico obiettivo è proteggere il nostro Paese, le nostre aziende e impedire che l’Italia ricada nell’emergenza migranti. Se permettete, abbiamo dato fin troppo! La domanda è molto semplice: di fronte a 800 mila potenziali migranti che possono arrivare sulle nostre coste, basta chiudere un porto? Evidentemente no”, dice il vicepremier M5s Di Maio.

“Ed è altrettanto evidente che occorre – aggiunge – fin da subito studiare un piano europeo per prevenire una nuova emergenza. Ed è anche evidente che questo piano va studiato con tutti gli Stati membri, compresi quei governi, come quello di Orban, che se ne fregano”. “Siamo pronti a fronteggiare qualsiasi emergenza, senza le centinaia di migliaia di sbarchi a cui gli italiani erano abituati negli anni passati”, afferma Salvini. Con il presidente del Consiglio che invita le forze politiche a “non dividersi”. 

“È una cazzata che io possa essere accostato a Mussolini e Hitler”. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini commenta le parole dell’ex ministro greco Yanis Varoufakis, secondo il quale il vicepremier sarebbe “prodotto della depressione come Hitler e Mussolini”. A margine di un evento a Monza, Salvini ha aggiunto: “Spero fosse sobrio o spero che non fosse sobrio, così avrebbe una giustificazione. E’ una cazzata”. 

Ieri ad Agi Yanis Varoufakis aveva dichiarato inoltre che “Ora abbiamo il fascismo che cresce di nuovo, risultato del fallimento dell’establishment. L’establishment e i Salvini si aiutano a vicenda”, poco prima di salire sul palco alla manifestazione del movimento Pulse of Europe nella piazza di Gendarmenmarkt, a Berlino. L’ex ministro delle Finanze greco, ora è capolista in Germania per il movimento Domkratie in Europe, costola di DiEM25 – Democracy in Europe Movement 2025. 

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