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Che fine ha fatto la lettera promessa da Giuseppe Conte a Bruxelles per difendere la politica economica del governo ed evitare così la procedura d’infrazione? “Non tutto fila liscio, nella limatura” scrive la Repubblica in edizione cartacea. Previsto per martedì, l’invio potrebbe slittare “addirittura a giovedì”. Anzi, potrebbe essere persino che il premier Conte la consegni “forse direttamente brevi manu a Jean Claude Junker”, a margine del Consiglio europeo del 20 e 21 giugno. Irrituale, ma possibile.

Intanto per mercoledì il premier pensa ad un vertice con i due vice “per concordare i paletti con cui ribattere alle obiezioni della Commissione”. Ma non è detto che conte riesca nel tentativo di metterli insieme e farli sedere allo stesso tavolo. Perché, come fa capire il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, “in casa 5 Stelle, soprattutto, fonti di governo parlano di ‘situazione cambiata’ e di ‘mossa non più necessaria’”. Ovvero? Ci sarebbe “poca voglia di mettere nuovi impegni nero su bianco, da parte degli alleati giallo-verdi” fa intendere il giornale. In verità, l’obiettivo non dichiarato sarebbe quello di rallentare la trattativa con l’Europa, “facendo slittare di qualche giorno la ‘sentenza’ della Commissione, prevista in teoria per l’Ecofin del 9 luglio”. Una mossa che impedirebbe a Salvini di rompere sull’Europa “in tempo utile per sfruttare la finestra elettorale di settembre”.

Ma su questo ultimo aspetto che riguarda i tempi delle eventuali quanto possibili elezioni, sempre la Repubblica offre scenari inediti con un articolo a firma Concita De Gregorio, secondo cui è il Quirinale “la vera posta dei litigi Lega-5S”. Dietro al balletto delle date e delle finestre possibili per convocarle ci sarebbero “le grandi manovre sul successore di Mattarella e su quale Parlamento dovrà eleggerlo”, in considerazione del fatto che la fotografia attuale vede un Parlamento a maggioranza grillina, Lega in minoranza” uscita dalle elezioni 2018. Cioè “la foto inversa rispetto all’esito delle europee”. Interrogativo: “Salvini può lasciare a Di Maio la posizione dominante nella scelta politica capitale per il futuro del Paese, il prossimo settennato?”

Ma tornando ai tempi di invio della missiva alla Ue, anche il Corriere conferma che “non è affatto detto che parta già domani sera”. Semmai “potrebbe slittare a dopo mercoledì”, giornata che per altro si prefigura come “campale”, secondo il quotidiano di via Solferino, perché “alle 20 è fissato il consiglio dei ministri e addirittura più tardi la delicata riunione sui temi della Giustizia tra il ministro stellato Bonafede e quella leghista Bongiorno”. Tuttavia, Il Messaggero, che non fa menzione dei tempi con cui la lettera partirà o meno alla volta di Bruxelles, scrive che questa avrà  “una valenza soprattutto politica” puntando ad affermare le ragioni della crescita rispetto a quelle dell’austerità”. E sono queste le chances che Conte e Tria si giocheranno in Europa per evitare la procedura d’infrazione. Giocando anche su modifiche del Decreto dignità e una certa dose di frenata sul tema del salario minimo.

Resta il fatto che per il quotidiano milanese “l’agenda economica del governo è serrata”, tanto che Claudio Borghi, il presidente della commissione Bilancio della Camera, la mette giù così: “Con l’Europa, le questioni vanno dall’assegnazione all’Italia di un commissario economico, al membro del board della Bce fino alla discussione sulle regole”. Tradotto, significa che “vanno ridiscussi alcuni indicatori come quello sul pil potenziale. E poi, lo scorporo degli investimenti dal patto di stabilità: fino ad oggi non si è riusciti a farlo in maniera esplicita, si potrebbe provare in maniera creativa facendo approvare dal Parlamento europeo un elenco di 100 grandi opere finanziate direttamente dalla Bei”.

In definitiva, l’agenda del governo continua a esser e stretta in una tenaglia: da una parte, la procedura di infrazione per eccesso di debito, dall’altra la volontà continuamente ribadita dal leader leghista “di abbassare le tasse allargando la platea dei destinatari della flat tax”. Ipotesi ribadita anche oggi dal sottosegretario al lavoro, il leghista Durigon, intervistato dal Corriere. Ma sul primo braccio della tenaglia, cioè la procedura d’infrazione, il professore anti-euro e senatore leghista Alberto Bagnai, ultimamente in odore di promozione come ministro degli Affari europei, si lascia andare ad una dichiarazione molto dura verso un certo ”atteggiamento mafioso” da parte di Bruxelles: “In questo momento c’è bisogno di creare un incidente che tanga l’Italia sotto sostanziale potere di ricatto: ti faccio la procedura se tu non accetti una serie di cose” dichiara Bagnai, che però si dice convinto che “il ministro Tria opporrebbe un fermo no” si legge su Il Messaggero, il Corriere e anche su la Repubblica.

 

A Cagliari Paolo Truzzu (centrodestra) è in testa con oltre il 50% dei voti su Francesca Ghirra (centrosinistra), quando mancano ancora una quarantina di sezioni da scrutinare. Lo spoglio, cominciato dopo le 23, alla chiusura delle urne, prosegue a rilento. Sassari andrà sicuramente al ballottaggio il 30 giugno prossimo: a metà spoglio, è davanti con oltre il 33% delle preferenze Mariano Brianda (centrosinistra), seguito dall’ex sindaco Nanni Campus, già consigliere regionale di An, sostenuto da liste civiche. Fuori dai giochi i candidati del centrodestra, Mariolino Andria (attorno al 16%), e dei Cinque Stelle, Maurilio Murru (sotto il 15%).

Il centrodestra strappa al centrosinistra Alghero al primo turno: il sindaco uscente Mario Bruno (32%) è stato sconfitto nettamente dal sardista Mario Conoci (53%), al quale ha già riconosciuto la vittoria, nonostante lo spoglio non sia stato ancora completato. Roberto Ferrara, consigliere comunale uscente del M5S, è poco sotto il 15%. A Illorai, 849 abitanti, piccolo centro del Goceano, eletto il primo sindaco leghista in Sardegna, Tittino Cau

Ma in Sardegna, dove ieri si è votato in tutto in 28 Comuni, a vincere è stato il solito partito, quello dell’astensione, ancora in crescita: si è presentato alle urne appena il 55,33%, contro il 63,18% delle precedenti comunali. A Cagliari mezza città non è andata a votare: l’affluenza si è fermata al 51,71%, contro il 60,20% di tre anni fa, un calo di oltre 8 punti giustificabile in parte con l’assenza del M5s, che nel 2016 aveva raccolto oltre il 9% dei consensi.

Sono nove i sindaci eletti in altrettanti Comuni chiamati al voto nella provincia del Sud Sardegna.

A Villasimius si conferma l’uscente Gianluca Dessì, che con oltre il 65,3% straccia l’avversario, l’ex sindaco ‘storico’ Tore Sanna, fermo al 34,7%. Dessì su Fb celebra la vittoria con un fotomontaggio in cui si mostra mentre apre la bocca a un leone.

Calasetta avrà un sindaco donna, Claudia Mura, eletta col 54,3%: ha battuto il vicesindaco uscente Remigio Scopelliti, già primo cittadino fra il 2004 e il 2009. Una donna guiderà anche Guasila: Paola Casula, col 54,8%, ha sconfitto Davide Schirru (45,1%)

Esterzili, dove ieri è stato raggiunto il quorum, ha eletto Renato Melis, unico candidato sindaco, che ha raccolto l’eredità di Giovanna Melis, morta durante il suo mandato.

Genoni ha un nuovo sindaco: Gianluca Serra, già vicesindaco e candidato unico, ha superato il quorum.

A Samatzai Enrico Cocco, ingegnere sostenuto dal Pd, ha battuto col 50,8% Pierluigi Podda, già sindaco del paese per due legislature.

San Gavino Monreale incorona primo cittadino, con quasi il 72% dei voti Carlo Tomasi, che ha nettamente battuto l’avversaria Daniela Inconis.

A Sant’Anna Arresi l’ex sindaco Maria Teresa Diana torna ad amministrare il paese: le ha dato fiducia il 68,2%, dopo un anno di commissariamento. L’avversario, Tonino Granella, ex amministratore si è fermato al 31,7%.

 A Serrenti Pantaleo Talloru col 54,8% si è imposto su Candido Tiddia

Acque agitate in casa dem. Gli affondi piovuti da più parti contro Luca Lotti non sono piaciuti ai renziani. L’ex ministro Maria Elena Boschi parla di “interviste che sparano addosso ai compagni”. “Sono arrivati più attacchi dall’interno del Pd che dagli avversari politici”, ha spiegato l’ex responsabile delle Riforme, difendendo la scelta da parte di Lotti di autosospendersi per il sul caso procure, “non era scontata e dovuta, di grande generosità verso la comunità del Pd e va quindi rispettato”.

Martedì si prevede una direzione molto agitata dopo il varo della segreteria da parte di Nicola Zingaretti. Anche l’offerta di guidare alcuni dipartimenti potrebbe essere rifiutata. Base Riformista nello stesso giorno farà il punto per preparare anche l’appuntamento di Montecatini che si terrà dal 5 al 7 luglio.

I renziani parlano di “bullismo correntizio”

“Il nuovo Pd è malato di propaganda: Salvini la fa sulla balla dei porti chiusi, loro su quella del partito aperto e plurale – la critica di Alessia Morani alla gestione del Pd -. La segreteria varata da Zingaretti ne è la prova più palese: è l’esercizio di bullismo correntizio più potente mai visto dalla nascita del Partito Democratico”. “Zingaretti non ceda alla tentazione di provare a vedere quanti voti prende un Pd senza Renzi e tutti noi”, rincara la dose Luciano Nobili.

“Vogliamo prendere atto che un pezzo di quel 40% che ci ha votato alle europee o alle politiche, non si sente più rappresentato”, osserva Ettore Rosato. L’esclusione degli esponenti Pd vicini all’ex segretario Renzi è frutto di “una scelta consapevole”, frena Roberto Giachetti.

Il più duro sulle divisioni in casa dem è Carlo Calenda. “Facciamola finita. Io mi sono rotto di passare le giornate a fare opposizione mentre altri (molti) si dilettano in questo quotidiano cazzeggio. Basta, Zingaretti senta Renzi, Giachetti, Martina etc e troviamo soluzione”. Infine: “”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo”.

E’ morta nella sua abitazione di Palermo Simona Mafai, 91 anni, storica dirigente del Partito comunista. Figlia dei pittori Mario Mafai e Antonietta Raphael, era la sorella della giornalista e scrittrice Miriam. La camera ardente dell’ex Senatrice e Consigliera comunale di Palermo è stata allestita a Villa Niscemi. Sarà aperta al pubblico a partire dalle 15.30 di domenica 16 giugno.  

“La scomparsa di Simona Mafai è la scomparsa di una protagonista della vita culturale e politica del nostro Paese, fortemente legata alla città di Palermo, nella quale ha promosso in tempi lontani battaglie profetiche per i diritti di tutti e per i diritti in particolare delle donne” sottolinea il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. “L’impegno di Simona Mafai – prosegue – in coerenza con prestigiosissimi suoi familiari del mondo dell’arte e della cultura, è stato un dono alla comunità nazionale e in particolare alla comunità di Palermo, una città che oggi è certamente cambiata sul versante della sensibilità per i diritti anche grazie alle sue battaglie. La gratitudine e l’ammirazione in questo momento si unisce al cordoglio per i suoi familiari e per tutti coloro che hanno condiviso, anche non conoscendola personalmente, le sue coraggiose battaglie”.

“E’ stata una delle energie migliori della Sicilia. Le sue battaglie civili in favore delle donne, il suo impegno vero contro la mafia, la sua passione politica e i suoi scritti su Mezzocielo restano patrimonio di chi non si arrende, di chi pensa che le idee possano cambiare il mondo, di chi non crede che la Sicilia sia irredimibile. Ciao Simona” ha detto il segretario del Pd Sicilia, Davide Faraone. 

Il presidente dell’Anm Pasquale Grasso ha annunciato le sue dimissioni dalla guida del sindacato delle toghe.

La decisione di Grasso è arrivata dopo aver ascoltato alcuni interventi dei colleghi: “Vi ho ascoltato e compreso. Ovviamente rassegno le mie dimissioni – ha detto – lo faccio serenamente, dicendo no a me stesso. Nel ricordo di un grande intellettuale del passato, che ricordava che i moralisti dicono no agli altri, l’uomo morale dice no a se stesso”. 

Dagli interventi dei rappresentanti dei vari gruppi è infatti emersa una linea contrastante con quella di Grasso e oppositiva rispetto a Magistratura Indipendente. Il rappresentante di Unicost Angelo Renna ha parlato di una “Caporetto”, mentre Giovanni Tedesco (Area), ha ricordato la condotta di MI che aveva sollecitato il rientro al Csm dei togati autosospesi (oggi in gran parte dimissionari): “Saremo pronti a riaccogliervi – ha detto Tedesco rivolgendosi ai rappresentanti di MI – in una Giunta unitaria quando sarete veramente cambiati”.

Per quanto riguarda Autonomia&Indipendenza, il gruppo di Davigo, a parlare è stato Francesco Valentini: “Questa vicenda è catastrofica, la decisione di Grasso di lasciare MI non è compatibile con la sua permanenza alla presidenza dell’Anm”, ha affermato.

Grasso era stato nominato presidente del sindacato delle toghe nello scorso aprile in base al criterio di rotazione per cui tale ruolo spettava quest’anno a Magistratura Indipendente, il gruppo da cui lo stesso Grasso si è dimesso nei giorni scorsi, in contrasto con la linea riguardante i togati del Csm i cui nomi compaiono nelle carte dell’inchiesta di Perugia.

Da parte di Magistratura Indipendente, con l’intervento di Stefano Buccini, è venuto invece un “richiamo all’unità” dell’Anm, data la “comune valutazione di assoluta gravita’ delle condotte contestate disciplinarmente” ai togati coinvolti, e in seguito le “dimissioni irrevocabili” del leader Antonello Racanelli.

Sono 390 mila gli elettori chiamati alle urne per le elezioni amministrative, per la designazione diretta di sindaci e consiglieri comunali in 28 comuni della Sardegna.

I principali sono: Cagliari, Sassari, Alghero, Monserrato e Sinnai, con oltre 15 mila abitanti. Nel capoluogo di regione si voterà anche per la Municipalità di Pirri, per eleggere il presidente e i consiglieri: non è ammesso il voto disgiunto.

Gli elettori potranno votare per una lista tracciando una X sul simbolo, attribuendo automaticamente il voto anche al candidato sindaco collegato a quella lista, oppure segnare con una X solo il nome del candidato senza esprimere alcuna preferenza di lista.

Nella scheda sarà possibile indicare due preferenze: due nomi della stessa lista, purché siano un uomo e una donna. Nel caso di centri con oltre 15 mila residenti, sarà valido anche il voto disgiunto (non consentito, invece, nei Comuni che hanno meno di 15 mila abitanti), che potrà essere espresso per un candidato di uno schieramento e per una lista avversaria non collegata.

Sempre nel caso di centri con oltre 15 mila residenti, inoltre, se il candidato sindaco non ottenesse la maggioranza assoluta delle preferenze (il 50% più una), è previsto il ballottaggio: il secondo turno è fissato per domenica 30 giugno e il vincitore sarà il candidato che raccoglierà la maggioranza dei voti.

I cittadini potranno presentarsi ai seggi di appartenenza dalle ore 7 e fino alle 23. Gli elettori che alle 23 saranno ancora all’interno dei locali del seggio saranno ammessi a votare. Per esprimere il voto, l’elettore dovrà mostrare al presidente di seggio la tessera elettorale personale, o un suo attestato sostitutivo, e un documento di riconoscimento. Lo spoglio comincerà subito dopo la chiusura dei seggi e dovrà essere completato entro le 12 ore successive. 

“Ieri le piazze d’Italia si sono riempite di lavoratrici e lavoratori metalmeccanici che protestavano per l’assenza di politiche economiche e sociali da parte di questo Governo. Grandi manifestazioni che hanno fatto ritrovare ancora una volta l’unità dei sindacati, inascoltata da parte della maggioranza gialloverde. Il Paese è fermo, i conti sono a rischio, aumentano disoccupati e cassintegrati. In questo marasma nessuno al Governo si prende la responsabilità di approntare una manovra economica che faccia ripartire il Paese. Di Maio si sfila, scarica tutto su Salvini che a sua volta svicola e non vuole prendersi nessuna impegno. Hanno portato il Paese sull’orlo del baratro e ora vogliono lavarsene le mani”. Lo scrive su Facebook il segretario nazionale del Pd Nicola Zingaretti.    

“L’Italia ha bisogno di innovazione, investimenti in formazione e istruzione, nuova occupazione green, salari più alti. Il Pd ha puntato proprio su questi temi con il Piano per l’Italia. Costruiamo l’alternativa a questo Governo”, conclude il segretario dem.

Articolo aggiornato alle ore 11,15 del 15 giugno 2019*

Nella bufera che ha sconvolto il Csm, tra presunte toghe sporche e nomine di giudici decise in combutta con la politica, è finito in queste ore anche Luca Lotti, l’ex ministro dello Sport che ieri s’è autosospeso. Senza però riuscire a evitare un grosso sconquasso nel partito guidato da Luca Zingaretti. Sconquasso che oggi riempie molte pagine di giornale.

L’ex ministro e braccio destro di Matteo Renzi chiede, rivolto ad alcuni compagni di partito: “Quanti di loro si sono occupati di magistrati?” Ce l’ha col tesoriere Luigi Zanda, che gli aveva chiesto di lasciare. Ma il punto principale non è questo: il punto è che Lotti vantava sul Csm e per conto di questo organo interlocuzioni con il Quirinale che non aveva.

Proprio così, Lotti ha tirato in ballo direttamente anche il presidente Mattarella, sostenendo di aver avuto un colloquio al Quirinale con il capo dello Stato in merito alle nomine. Notizia che ieri il Colle ha seccamente smentito con una nota: “Si tratta di millanterie”. I testi delle intercettazioni si possono leggere ampiamente e dettagliatamente sul Corriere della Sera, ma anche su La Stampa e la Repubblica. “Quello che vi devo dire io Mattarella… io ci sono andato e ho detto: ‘presidente la situazione è questa’ e gli ho detto quello che voi mi avete detto più o meno…”, si legge nel verbale dell’intercettazione. Lotti sostiene anche di aver discusso delle nomine al ruolo di consigliere giuridico della presidenza della Repubblica, un incarico poi assegnato a Stefano Erbani al posto di Ernesto Lupo, andato in pensione.

Anche Lotti smentisce*

“Anche oggi i principali quotidiani pubblicano intercettazioni senza che nessuno si chieda se sia lecito oppure no. Alcuni giornali poi – utilizzando una frase di Palamara, non mia – provano a raccontare un mio interessamento sulla vicenda Consip: come si capisce bene leggendo, niente di tutto questo è vero”. Lo scrive in una nota il deputato Luca Lotti. Che aggiunge: “Ancora una volta la verità viene presentata in altro modo e si conferma quanto ho già detto due giorni fa. Peraltro, alcune frasi che mi vengono attribuite non sono assolutamente riferite al vicepresidente del Csm David Ermini. Su questo, come su altro, in tanti saranno chiamati a risponderne nelle sedi opportune. Infine appaiono totalmente fuorvianti alcune frasi e ricostruzioni legate al Presidente della Repubblica”, aggiunge Lotti. “Come è oggettivamente evidente dalle stesse intercettazioni io non ho commesso alcun reato, pressione o forzatura. Per il resto, ieri mi sono autosospeso dal Pd in attesa che la situazione si chiarisca. Non c’è altro da aggiungere, se non che una verità sarà sempre più forte di mille bugie”. 

Zingaretti, già ieri, aveva ringraziato Lotti “per un gesto non scontato di grande responsabilità” (l’autosospensione), per poi sentirsi dire dal presidente dei senatori dem, Andrea Marcucci, area renziana: “Il Pd deve chiarirsi su un principio fondativo, il garantismo non può essere usato a fasi alterne, o a seconda delle aree politiche. Saranno in molti che dovranno scusarsi con Lotti” (frase riportata da alcuni giornali).

Leggi anche: Tutte le frasi attribuite a Luca Lotti nel caso delle nomine nelle procure

E così “il giorno dei veleni – scrive la Repubblica nella sua versione di carta – si chiude con un botta e risposta via Twitter: “Lotti – scrive Carlo Calenda – non ha commesso alcun reato, ha sbagliato ad occuparsi di nomine di una procura dove è indagato. Ora ha fatto ciò che doveva”. Un utente gli chiede conto del governatore della Puglia Emiliano, indagato: “Non c’è alcuna evidenza di un comportamento ma solo indagine tutta da dimostrare. Allo stesso modo ero contrario a dimissioni di Lotti sul caso Consip”. Gli risponde Lotti: “Sono certo che diresti la stessa cosa se dovesse emergere che altri nel Pd hanno ‘messo bocca’ sulle nomine di magistrati”.

Insomma, non tira una bella aria a via del Nazareno. “Il coinvolgimento di Luca Lotti nell’affaire Csm, evidenziato da Luigi Zanda, ha fatto deflagrare una guerra intestina che ha mandato a monte tutti i piani e gli auspici del segretario per dare una prospettiva unitaria al partito. Dove ormai è guerra di tutti contro tutti”, scrive Il Fatto Quotidiano, che attribuisce al segretario Pd di aver ipotizzato, fino a qualche giorno fa, “un posto in segreteria” per Lotti. E sempre sulle stesse colonne, il filosofo Massimo Cacciari, in un’intervista, manda a dire a Zingaretti che avrebbe dovuto “muoversi prima e dire no agli intrallazzatori”. Per aggiungere un giudizio tagliente: “Con questa faccenda siamo tornati ai livelli di Berlusconi”.

Mentre la Repubblica riferisce di un confronto diretto Carofiglio-Zingaretti, ieri al centro commerciale I Granai di Roma, in cui lo scrittore sprona il segretario, avvertendolo che l’autosospensione di Lotti “è una beffa”. “Autosospendersi non significa niente, si danno le dimissioni e si esce da un partito. Autosospendersi è prendere per… il naso”. 

E se Marcello Sorgi su La Stampa vede in corso “una guerra di correnti per condizionare il segretario”, sulle stesse colonne un’altra analisi “(Se proprio uno volesse essere cattivo…”) prende le mosse da un paragone con il partito che fu di Enrico Berlinguer nel giorno della morte, 11 giugno 1984, per dire “che 35 anni sono una vita e che ogni confronto è impossibile, perché l’etica pubblica non è più quel che fu (se mai fu…). Ma per esser veramente cattivi, basta partire da qui, dalla foto che il 17 marzo immortala Nicola Zingaretti sorridente nel giorno dell’elezione alla guida del Pd, e da alcuni video mandati in onda dai tg”. Per aggiungere: “Non è stato fortunato, il neosegretario. È vero. Ma non è stato nemmeno pronto, tra troppi attendismi e zig-zag”.

In un retroscena sul quotidiano diretto da Carlo Verdelli si può leggere che “Il segretario vuole evitare in ogni modo di offrire una sponda ai renziani desiderosi di andarsene, insofferenti per la linea schiacciata a sinistra, in cerca di un posto al sole col timore di non essere ricandidati. Perché la corrente di Lotti che si chiama Base riformista controlla anche tanti pezzi del partito sul territorio”.

La vicenda è appena agli inizi, sostiene Massimo Franco sulle colonne del quotidiano di via Solferino, “e non se ne intravede ancora la ricaduta finale: soprattutto politicamente”. “Il partito che appare in maggiore imbarazzo è il Pd”, scrive. “Il coinvolgimento, sebbene solo sul piano politico, di alcuni suoi esponenti, sta facendo riemergere schieramenti e faide interni che la segreteria di Nicola Zingaretti aveva in qualche misura diplomatizzato. Lo scontro tra vecchia e nuova gestione del Pd riemerge, approfittando delle frequentazioni tra politici e magistrati per orientare le nomine in alcune Procure-chiave. La vicenda rischia di essere utilizzata per regolare conti aperti, nonostante una cautela e un imbarazzo diffusi”. La confusione è totale, il clima assai teso. 

“Ti comunico la mia autosospensione dal Pd fino a quando questa vicenda non sarà chiarita”: lo scrive il deputato dem, Luca Lotti, in un post su Facebook in cui si rivolge direttamente al segretario del partito Nicola Zingaretti, rispondendo alle richieste di autosospensione giunte da alcuni dirigenti alla luce dell’inchiesta sulle nomine alle procure.

“Lo faccio non perché qualche moralista senza morale oggi ha chiesto un mio passo indietro. No. Lo faccio per il rispetto e l’affetto che provo verso gli iscritti del Pd, cui voglio bene e perché voglio dimostrare loro di non avere niente da nascondere e nessuna paura di attendere la verità”, aggiunge Lotti.

Passaggi stretti. E sfilacciamenti. Ma anche strappi. “L’unico tema è se il governo durerà”, scrive Francesco Verderami sull’edizione cartacea del Corriere della Sera in un passaggio dell’odierno retroscena politico. Incentrato sul vertice casalingo dei ministri leghisti, qualche giorno fa sul terrazzo di casa Salvini (quello che ritraeva il gruppone di governo nell’ultimo selfie, per intenderci).

Perché al termine della riunione casalinga con la sua squadra, Salvini ha dovuto prendere atto che “questo è il primo caso di governo dove i ministri vogliono andarsene a casa” preferendo il voto anziché vivacchiare. Con il sottosegretario Giorgetti che invita il suo leader a prendere quanto prima un appuntamento con il presidente della Repubblica per spiegargli “come stanno per noi le cose”.

L’ultima rottura tra M5s e Lega (che vota con il Pd) per il finanziamento di 3 milioni che salva Radio Radicale non agevola affatto la compattezza della compagine. “Così il ‘decreto crescita’ diventa il nuovo terreno di scontro tra il Movimento 5 Stelle e la Lega” osserva Il Sole 24 Ore, tra emendamento all’emittente e le critiche del Carroccio alla norma sull’ex Ilva. Punti e temi che “preannunciano complicazioni in vista del prosieguo dell’esame da parte delle commissioni Bilancio e Finanze della Camera”.

Senza contare, chiosa il quotidiano confindustriale, che “nel frattempo il provvedimento destinato a spingere la crescita economica sta crescendo di giorno in giorno, e non è un gioco di parole. È invece l’effetto degli emendamenti approvati nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera: sono oltre 40 gli articoli aggiuntivi, che portano il totale vicino a ‘quota 100′ e l’esame non è ancora finito”.

Tensioni aggiuntive si sono registrate anche sulla norma per evitare il commissariamento dell’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti. E poi c’è la Rai. Con uno scontro, anche in questo caso Lega-5S, in Commissione Vigilanza sul doppio incarico del Presidente Marcello Foa, come evidenzia Il Fatto Quotidiano. “La Lega è dell’idea che non esista un divieto al doppio incarico, tanto più che Foa ha rinunciato al secondo stipendio. I Cinque Stelle – così come il Pd – sono del parere opposto, convinti si tratti di un ‘eclatante conflitto di interessi tra controllore e controllato’”. Con un ribaltamento del fronte: i 5S in sintonia con il Pd rispetto all’emendamento su Radio Radicale…

Così se scaramucce, intemperanze e tensioni delle scorse settimane potevano sembrare prove di forza ad uso esclusivo della campagna elettorale per lucrare consensi e alzare l’asticella del prezzario di governo, facendo presagire che il voto avrebbe posto fine ai contrasti, gli strappi di questi giorni appaiono invece come segnali importanti di un progressivo sfilacciamento che mette a dura prova la tenuta del governo. Così risuona profetica la battuta di Giorgetti secondo il quale “bisogna sempre stare pronti alle elezioni”. Più che un ammonimento, una strategia.

E poi c’è l’Europa. Dove “Tria è sotto assedio”, come titola Il Messaggero in una delle pagine interne, per via del fatto che i ministri europei chiedono a gran voce al governo italiano la manovra correttiva dei conti. E all’Europarlamento è un muro contro muro. Il Commissario Moscovici chiede “fatti nuovi” per evitare la procedura di infrazione mentre il titolare dell’Economia mantiene la sua linea assicurando che saranno centrati i risultati “senza interventi” straordinari e aggiuntivi.

Per dirla con linguaggio grillino, il governo è sulla “graticola”. Nella doppia accezione: frigge ed è anche un osservato speciale. Sempre sotto esame e giudizio, da parte dell’Europa e del Quirinale.

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