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Con 136 voti favorevoli e 101 contrari l’Aula del Senato ha approvato il ddl Collegi che riforma in parte le regole elettorali. Il testo passa ora alla Camera. Il provvedimento reca disposizioni per assicurare l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari. 

Articolo aggiornato alle ore 8,30 del 19 febbraio 2019.

“Nessuna forza politica ha mai fatto decidere su decisioni importanti i propri iscritti. Noi abbiamo fatto decidere i nostri iscritti, lo facciamo da anni. I nostri iscritti decidono e noi portiamo avanti quella linea. Se sul caso Diciotti fosse uscita l’altra linea avrei portato avanti quella perché in M5s lasciamo spazio alla democrazia. Se lo avessero fatto in passato le altre forze politiche ora non starebbero all’opposizione. È stato un grande momento di discussione”. 

Al termine dell’assemblea congiunta M5s, il vicepremier Luigi Di Maio non nasconde la soddisfazione per il risultato della votazione online sul caso Diciotti. “Questo caso è chiuso. Ora pensiamo alla riorganizzazione del Movimento. Ci sono tante altre cose fa fare per il Paese. Il governo va avanti, come tanti italiani ci chiedono. Ad aprile c’è da far partire il reddito di cittadinanza e ci sono da fare tante altre cose”.

I militanti del M5s hanno dunque detto no all’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il 59,05 ha risposto Sì al quesito, dicendo di fatto no al processo.

“Le votazioni sul caso Diciotti si sono chiuse alle 21.30 di lunedì sera. La partecipazione, sin dalle prime ore, è risultata particolarmente alta. Hanno votato 52.417 iscritti. La votazione odierna entra nella storia di Rousseau per essere stata quella con il maggior numero di votanti di sempre in una singola giornata. Un record. E ciò conferma l’importanza dei principi di democrazia diretta all’interno del MoVimento 5 Stelle”. Così sul blog del Movimento 5 stelle si annunciano i risultati della votazione online.

“Relativamente alla risposta: ‘Si, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato, quindi deve essere negata l’autorizzazione a procedere’ hanno votato 30.948 (59,05%)”, mentre al ‘No, non è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato, quindi deve essere approvata l’autorizzazione a procedere’ hanno votato 21.469 (40,95%). 

“La maggioranza”, conclude il post “ha pertanto deciso che il fatto è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato, quindi deve essere negata l’autorizzazione a procedere”.

“Grazie a tutti i 52.417 iscritti che oggi hanno partecipato alla votazione online su Rousseau. Far votare i cittadini fa parte del nostro DNA, lo abbiamo sempre fatto come accaduto per il contratto di Governo, per la scelta dei nostri parlamentari o per i programmi. L’altissimo numero di votanti dimostra anche questa volta che Rousseau funziona e si conferma il nostro strumento di partecipazione diretta”. Così Luigi Di Maio ha commentato a caldo su Facebook il risultato sulla vicenda Diciotti e su Matteo Salvini dopo il voto online.

“Con questo risultato – aggiunge – i nostri iscritti hanno valutato che c’era un interesse pubblico nella vicenda Diciotti e che era necessario ricordare all’Europa che c’è un principio di solidarietà da rispettare. Sono orgoglioso di far parte dell’unica forza politica che interpella i propri iscritti, chiamandoli ad esprimersi. Presto ci saranno votazioni anche sulla nuova organizzazione del MoVimento 5 Stelle”.

Oggi si riunirà e voterà la Giunta per le immunità del Senato. Il relatore Maurizio Gasparri (Forza Italia) ha presentato una relazione contraria al processo. Spiega il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, in un’intervista al Corriere della Sera: “Credo che i nostri parlamentari debbano rispettare la base”, ma eventuali sanzioni ai senatori M5s che dovessero votare a favore del processo a Salvini saranno decise “eventualmente dagli organi preposti”. Fraccaro ieri ha votato sulla piattaforma Rousseau: “Ho votato sì all’interesse pubblico e dunque no a al processo perché il vicepremier Matteo Salvini ha applicato sui migranti la linea condivisa da tutto il governo”. 

“Non commento le parole di un ex primo ministro o di un senatore della Repubblica italiana”, “avrò il tempo di riflettere sui miei risultati e su quelli dagli altri dopo il 1 novembre”. La risposta di Federica Mogherini alle critiche di Matteo Renzi, ‘pentito’ di avere scelto l’ex titolare della Farnesina alla guida della diplomazia europea, riporta all’estate di cinque anni fa, quando le trattative per la formazione della nuova Commissione si incrociarono, sul fronte italiano, con questione tutta interna al Pd.

La versione di Gozi

La partita, secondo le cronache dell’epoca ritornate oggi d’attualità, avrebbe riguardato anche l’ex premier Enrico Letta, e la sua mancata nomina alla presidenza del Consiglio Ue per scelta proprio del capo del governo. Renzi ha sempre preso le distanze da quel ‘niet’. E secondo Sandro Gozi, già sottosegretario agli Affari europei del governo Renzi e poi Gentiloni, lo stesso Renzi nei giorni delle trattative “non ha mai escluso nessuna ipotesi rispetto alle nomine alle alte cariche europee”: “l’ipotesi di Letta alla presidenza del Consiglio europeo non è mai stata sul tavolo”, ha scritto Gozi al ‘Corriere della sera’. La candidatura era “esclusa in ragione della presenza di un italiano alla guida della Banca centrale europea e non fu “mai avanzata né da Merkel né da Hollande”.

Una “amica della Russia”

In effetti la procedura che portò alla nomina di Federica Mogherini al posto di Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue nell’estate del 2014 fu lunga e complessa. Diversi Stati membri espressero riserve, in pubblico o attraverso canali diplomatici, per la mancanza di esperienza dell’allora ministro degli Esteri italiano e per una sua presunta vicinanza alla Russia.

Le perplessità su questo fronte arrivarono in particolare dalla Polonia e dalle Repubbliche Baltiche. In un primo Vertice del 27 giugno del 2014, cedendo alle pressioni dell’Europarlamento che insisteva per rispettare la procedura dello ‘Spitzenkandidat’, i capi di Stato e di governo riuscirono a indicare Juncker come presidente della Commissione (malgrado il voto contrario di David Cameron e Viktor Orban). Ma i leader non riuscirono a concordare tutto il pacchetto di nomine, con la scelta delle altre due cariche in scadenza, il presidente del Consiglio Europeo (all’epoca il belga Herman Van Rompuy) e l’Alto rappresentante (all’epoca la britannica Catherine Ashton).

Rumpoy suggerì Letta, ma ebbe un rifiuto. Dall’Italia

Fu allora – secondo diverse fonti consultate dall’AGI – che Van Rompuy presentò informalmente a Matteo Renzi il nome di Enrico Letta, come suo possibile successore al Consiglio europeo, vedendosi rispondere con un ‘no grazie’ e la decisione di andare avanti con la nomina dell’alto rappresentante. Anche un secondo vertice, convocato il 16 luglio per chiudere il pacchetto nomine, si concluse con un nulla di fatto.

Van Rompuy, dicono le stesse fonti, fece nuovamente trapelare il nome di Letta a una riunione pre-vertice dei leader del Ppe, ma senza riuscire a far smuovere Renzi dalle sue posizioni. Quella sera la candidatura di Mogherini venne criticata da diversi capi di Stato e di governo dei paesi dell’Est.

“Non siamo ancora al punto in cui possiamo avere una soluzione consensuale su un intero pacchetto di nomine. Continueremo le consultazioni”, disse Van Rompuy, decidendo di rinviare la decisione alla fine dell’estate, con un nuovo vertice straordinario il 30 agosto. Solo allora, vista l’insistenza di Renzi, fu trovata la quadra con il polacco Donald Tusk, particolarmente critico nei confronti della Russia, a far da contrappeso alla posizione considerata all’epoca filo Mosca di Mogherini.

Il cofondatore di M5s, Beppe Grillo, ridimensiona le critiche rivolte ieri ai quesiti sulla consultazione online che vedrà impegnati oggi gli iscritti pentastellati sul caso Diciotti. “Da me solo una battuta – dice oggi il comico – montata ad arte contro M5s. Piena fiducia nel capo politico Luigi Di Maio”.

Pochissimi minuti dopo le 10, ora stabilita in origine per l’inizio del voto online sul caso Diciotti, difficile connettersi al link pubblicato sul Blog delle Stelle per il voto online in vista della decisione che dovrà prendere domani la Giunta per le autorizzazioni: decidere “se il ritardo dello sbarco dei migranti dalla nave Diciotti sia stato deciso ‘per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo'”, così sintetizza il Blog ribadendo che “questo è un caso senza precedenti”.  Ma si legge che “la votazione è attiva sulla piattaforma Rousseau dalle 11.00 alle 20.00”. Informa dunque il Blog M5s, annunciando quindi lo slittamento di un’ora sul previsto dell’avvio delle operazioni di voto e della loro conclusione. 

“Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?” Eccolo il quesito referendario a cui gli iscritti al Movimento 5 Stelle e alla piattaforma Rousseau sono chiamati a rispondere lunedì 18 febbraio (dalle 10 alle 19). Un quesito referendario voluto dai vertici del Movimento che entro il 24 marzo (ma prima ancora martedì 19, nella Giunta per le elezioni e immunità del Senato) dovranno decidere in aula al Senato se dire sì o no al Tribunale dei ministri di Catania che ha chiesto di poter processare Matteo Salvini accusato del sequestro aggravato dei 177 migranti della nave Diciotti.

Una decisione delicata e molto importante per le sorti del governo gialloverde. Evitare o no il processo al ministro leghista e grande alleato? Meglio interpellare prima la base e capire quali sono gli umori tra i militanti, hanno pensato Di Maio e gli stessi capi dei gruppi parlamentari, anche per verificare come sarebbe presa la loro decisione, al momento orientata al no: Salvini non deve sottoporsi al processo.

Sul tema è intervenuto Manlio Di Stefano, a rassicurare i leghisti. “Credo che in questo caso l’autorizzazione non vada concessa, perché parliamo di una decisione collegiale del governo”, ha affermato il sottosegretario agli Esteri. Di Stefano ha subito dopo però criticato il comportamento tenuto da Salvini: “Credo anche che non saremmo dovuti arrivare a questo punto, Salvini avrebbe dovuto rinunciare all’immunità e farsi processare sapendo che non c’è stato dolo”.

L’esponente pentastellato ha anche chiarito come si comporterà la dirigenza nel caso in cui la base esprima un voto a favore dell’autorizzazione a procedere contro il vice premier leghista. “Se il popolo M5s voterà sì noi voteremo sì in giunta”, ha assicurato. “Non credo sia a rischio il governo e sarebbe stupido” mettere a rischio la vita dell’esecutivo per la vicenda della nave Diciotti, “e spero la Lega non lo faccia per questo tipo di situazioni”. 

Il meccanismo di voto

Lunedì, dunque, parola agli iscritti. Circa 100 mila, che saranno chiamati a rispondere a questo quesito:

Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?”

Se si risponderà sì, si negherà dunque l’autorizzazione a procedere. Se si voterà no, quello sarà un voto a favore dell’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro. Se vogliamo, posto così, un quesito che offre ai militanti due risposte ‘opposte’ a quelle che hanno caratterizzato negli ultimi giorni il dibattito politico. Dentro al Movimento e fuori, tra gli alleati di governo e nel confronto maggioranza-opposizione, si è sempre valutata l’ipotesi di dire sì al processo per Salvini, oppure no. Mentre domani chi voterà sì al referendum sulla piattaforma Rousseau si schiererà contro il processo, mentre chi voterà no dirà in sostanza a Di Maio: “Date Salvini in pasto ai magistrati”. Non c’è il rischio di confusione?

Si spiega in un post sul Blog delle stelle:

“Questo quindi non è il solito voto sull’immunità dei parlamentari. Di quei casi si occupa l’articolo 68 della Costituzione, e su quelli il MoVimento 5 Stelle è sempre stato ed è inamovibile: niente immunità, niente insindacabilità. Nessuna protezione per i politici che devono rispondere delle loro azioni individuali. Noi mandammo a processo i nostri portavoce Paola Taverna e Mario Giarrusso e entrambi votarono per farsi processare.

Questo è un caso diverso: stiamo parlando infatti dell’articolo 96 della Costituzione. Nello specifico questo è un caso senza precedenti perché mai in passato si era verificato che la magistratura chiedesse al Parlamento di autorizzare un processo per un ministro che aveva agito nell’esercizio delle sue funzioni e non per azioni fatte per tornaconto privato e personale (tangenti, truffa, appalti, etc): in questo caso non ci porremmo neppure il problema e lo spediremmo in tribunale”.

Tutto chiaro? Il modo con cui è stato annunciato il voto online sul caso Diciotti, ha creato qualche malumore interno, riporta il Fatto Quotidiano. “Dobbiamo votare NO per sostenere il SI?”, scrive la senatrice dissidente Paola Nugnes, accompagnando la scritta con una emoticon che imita l’urlo di Munch. La parlamentare già nei giorni scorsi aveva criticato la decisione dei vertici pentastellati di affidare al voto sulla piattaforma Rousseau il compito di decidere sulla richiesta del Tribunale dei ministri di processare il ministro dell’Interno. “Non sono temi sui quali si possa ricorrere al voto online aveva detto”, leggiamo sul Fatto. Critica il voto online anche la senatrice dissidente Elena Fattori. “Voterò sì. Nel nostro programma è prevista l’abolizione di ogni tipo d’immunità per ministri e parlamentari. Non sono dissidente sono coerente. Il nostro programma parla chiaro, non sono stata eletta in base al contratto di governo. Io ho un vincolo rispetto al programma del Movimento e basta”, dice in una intervista al Quotidiano Nazionale.

Nugnes e Fattori hanno scritto una lettera a Grillo e Di Maio per sostenere l’inadeguatezza della piattaforma Rousseau.

All’inizio pareva essere uno dei quattro appuntamenti elettorali regionali di quest’anno: destinati sulla carta a rafforzare il governo gialloverde come già avvenuto in altre consultazioni che si sono svolte subito dopo la nascita dell’esecutivo. Invece l’appuntamento della Sardegna (24 febbraio, tra una settimana) ha assunto un carattere di assoluta centralità. Determinerà gli equilibri all’interno della maggioranza, sempre che non determini la sua stessa fine. Lo si vedrà una volta pubblicato il risultato dello spoglio; certo è che difficilmente gli assetti resteranno immutati. Del resto la Sardegna è già stata determinante anche in altri momenti: lo si chieda al Pd, che per via di un voto nell’Isola perse un segretario. Si chiamava Walter Veltroni, ed era il 19 febbraio 2009. Esattamente dieci anni fa.

La speranza di un colpaccio

Quest’anno il Partito Democratico si presenta con un timore ed una speranza. Il timore è quello di veder confermata la crisi iniziata con le politiche del 4 marzo 2018: minimi storici, partito serrato da allora nella camicia di forza di un dibattito interno mai decollato, nemmeno ora che si avvicinano le primarie. La speranza è quella della ripresa: le regionali abruzzesi di una settimana fa non sono andate poi così male, anzi (il centrosinistra ha superato il 30 percento, anche se il Pd si è fermato all’11). Soprattutto, le suppletive di Cagliari della fine di gennaio hanno visto a sorpresa la vittoria del candidato del centrosinistra. Aiutato magari dall’aver tenuto lontano da Cagliari i leader nazionali e dalla scarsa affluenza alle urne, ma intanto ha vinto. E che poca gente vada a votare è cosa che dovrebbe preoccupare semmai i due partiti di governo.

Il timore del declino

A rischiare molto sono i Cinque Stelle. In Abruzzo hanno dimezzato il consenso rispetto a un anno fa. Un bis della sconfitta potrebbe portare a conseguenze difficilmente evitabili, sia per la leadership di Luigi Di Maio, sia per tutto il Movimento. Sia per il governo. Negli ultimi giorni, non a caso, Di Maio ha varato una riforma radicale della struttura interna dell’M5s, portandolo a somigliare molto più di prima ad un partito in senso classico, Contemporaneamente ha rafforzato il proprio ruolo di capo politico in vista della formazione delle liste per le europee della fine di maggio.

Ha messo la mordacchia al dialogo con i Gilet Gialli, che ha scatenato la guerricciola diplomatica appena conclusasi tra Italia e Francia, ha virato ulteriormente al centro per marcare le distanze con Fico e Di Battista. Chissà se basterà. Anche perché sta per giungere il momento del dunque: la decisione sul caso dell’autorizzazione al processo nei confronti di Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti. E comunque, se dovesse continuare il trend negativo, le spinte a chiudere l’alleanza con la Lega si potrebbero fare irresistibili.

Il dubbio del vincitore

Matteo Salvini pare destinato ad una nuova affermazione. In Abruzzo lui i voti li ha raddoppiati (ma, sottolineano i maligni, restando lontano dalle percentuali attribuitegli nei sondaggi nazionali). Un alleato grillino troppo indebolito, e quindi molto più agitato, non farebbe bene alla tenuta del governo. Conviene allora andare all’incasso di elezioni politiche anticipate? Aprire una crisi di governo è, per dirla con Massimo Troisi, sapere da cosa si fugge senza sapere cosa si cerca. Un vaso di Pandora che, una volta aperto, potrebbe riservare qualche sorpresa, non necessariamente gradita. Tanto più che Berlusconi è all’offensiva.

Il Cavaliere sogna 

Il Cavaliere in Abruzzo si è fermato intorno al 10 percento. Rispetto ai tempi d’oro non è molto, ma come avrebbe titolato l’Unità nei giorni delle Botteghe Oscure, “ha tenuto”. Il suo progetto è apertamente quello di riportare la Lega nell’alveo di una rassicurante, tradizionale alleanza di centrodestra (che avrebbe i numeri per governare), ma tutto si blocca di fronte ad un interrogativo vecchio quanto il mondo: chi darà le carte? Nessuno dei due alleati è ontologicamente disposto ad un ruolo di secondo piano, anche se i rapporti di forza pendono decisamente per Salvini. La strada è in salita, per l’uno e per l’altro.

Chi sono i candidati governatori

Sono sette, tutti uomini, i candidati alla presidenza della Regione Sardegna. E queste elezioni sono le prime con la novità della doppia preferenza di genere nel voto per i consiglieri. Tra loro, quattro sono politici di lungo corso (un sindaco, un senatore, un ex assessore ed ex consigliere regionale, un ex parlamentare ed ex presidente della Regione), uno ha esperienza come amministratore locale, mentre per due la candidatura segna il debutto in politica. M5s e Lega, alleati di governo, corrono divisi in Sardegna, dove il centrodestra si presenta secondo la tradizionale coalizione con FI e FdI. Dal centrosinistra sardo, invece, si stacca Sinistra sarda, che faceva parte della coalizione del 2014. Per il M5s sono le prime elezioni regionali in Sardegna.

CENTRODESTRA. Undici sigle sostengono la candidatura di Christian Solinas, 42 anni, segretario del Psd’Az, eletto senatore con la Lega il 4 marzo dell’anno scorso e sponsorizzato direttamente dal segretario e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Per entrare a Palazzo Madama, Solinas si è dimesso da consigliere regionale. Da novembre, inoltre, è vicepresidente vicario della Commissione bicamerale d’inchiesta Antimafia. Dopo quattro anni – dal 2004 al 2008 – al vertice dell’Ersu di Cagliari, come presidente e per un periodo come commissario, nel 2009 è stato eletto consigliere regionale.

Nella XIV legislatura regionale è stato capogruppo sardista e anche assessore ai Trasporti della Giunta di centrodestra guidata da Ugo Cappellacci. Il suo nome è legato, tra l’altro, all’esperienza della cosiddetta ‘flotta sarda’, progetto avviato dalla Regione nel 2011 per collegare la Sardegna con la penisola a prezzi calmierati con due traghetti noleggiati tramite la controllata Saremar, poi fallita. L’operazione, bocciata dall’Ue, si chiuse nel 2012.

Solinas è sostenuto da Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, Partito sardo d’Azione, Lega Salvini Sardegna, Partito Uds-Unione dei sardi, Fortza Paris, Energie per l’Italia, Sardegna civica, Sardegna20venti-Tunis e Udc.

CENTROSINISTRA. Il sindaco metropolitano di Cagliari Massimo Zedda, 43 anni, è sostenuto dalla coalizione di centrosinistra Progressisti di Sardegna, formata da 8 sigle: Partito democratico della Sardegna, Campo progressista Sardegna, Liberi e uguali, Sardigna Zedda presidente, Cristiano Popolari socialisti, Progetto Comunista per la Sardegna, Sardegna in comune con Massimo Zedda, Noi la Sardegna con Massimo Zedda e Futuro comune con Massimo Zedda. Come Solinas, il candidato del centrosinistra ha una lunga esperienza politica. Dal 2011 è sindaco di Cagliari, rieletto nel 2016 al primo turno. È stato consigliere regionale, eletto con Sel nella XIV legislatura, nel 2009: si era poi dimesso per candidarsi a guidare il Comune capoluogo. È stato segretario cittadino della Sinistra Giovanile, poi ha militato nel Pds e nei Ds, ma non si è mai iscritto al Pd, preferendo aderire a Sel e poi al Campo progressista dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, progetto poi concluso.

M5s. Francesco Desogus, 58 anni, dipendente pubblico, è il candidato presidente del M5s. E’ risultato il più votato alle ‘regionarie’ del Movimento, consultazione ripetuta in autunno dopo il passo indietro del vincitore della prima consultazione, l’ex sindaco di Assemini Mario Puddu, costretto a farsi da parte nell’ottobre scorso in seguito a una condanna per abuso d’ufficio. Desogus al ballottaggio di ha raccolto 450 preferenze (su 1350 iscritti votanti), 28 in più rispetto al secondo in corsa. Il candidato del M5s è un dipendente della Città metropolitana di Cagliari, funzionario del Settore Cultura, Istruzione e Servizi alla Persona.

PARTITO DEI SARDI. Paolo Maninchedda, 57 anni, fondatore e segretario del partito indipendentista, ha vinto le ‘primarias’, le primarie nazionali sarde organizzate on line per la scelta del candidato del PdS. Docente universitario di Filologia romanza, Maninchedda e’ stato consigliere regionale nella XIII legislatura (eletto con Progetto Sardegna di Renato Soru, poi passato al Misto) e nella XIV legislatura, in cui e’ stato capogruppo del Psd’Az prima di passare al Misto. Nella scorsa legislatura, dopo aver fondato il Partito dei Sardi, Maninchedda è entrato nella Giunta di centrosinistra, guidata dall’attuale presidente della Regione Francesco Pigliaru, quale esponente di punta della componente sovranista sarda. Si e’ dimesso dall’esecutivo, dove ricopriva l’incarico di assessore ai Lavori pubblici, nel maggio 2017.

SARDI LIBERI. L’ex presidente della Regione, già parlamentare del PdL, Mauro Pili, fondatore del movimento Unidos, ci riprova – per la terza volta – ma ora con la lista ‘Sardi liberi’, progetto sostenuto dagli indipendentisti di ProgRes e alcuni fuoriusciti del Psd’Az, fra i quali l’ex capogruppo in Consiglio regionale, Angelo Carta, e l’ex presidente sardista Giovanni Columbu. Pili, giornalista di 52 anni, è un politico di lungo corso. Prima di guidare la Regione nei primi anni Duemila, è stato sindaco di Iglesias, la sua città, dal 1993 al 1999. Entrato a Montecitorio nel 2006, è stato deputato fino ai primi dell’anno scorso. Nel 2014 si era candidato alle regionali con una coalizione indipendentista di quattro liste, inclusa quella del suo movimento, Unidos: era stato il quarto candidato presidente più votato (con poco meno del 6%), dietro a Francesco Pigliaru, eletto presidente, Ugo Cappellacci, e Michela Murgia, ma per i meccanismi della legge statutaria elettorale nessuno dei candidati delle sue liste era entrato in Consiglio regionale.

AUTODETERMINAZIONE. Andrea Murgia, 47 anni, funzionario della Commissione europea a Bruxelles, dove lavora da quasi 15 anni, è candidato per la coalizione indipendentista ‘Autodeterminazione’, composta da RossoMori, Irs-Indipendentzia Repubrica de Sardigna, Sardigna Natzione Indipendentzia, Liberu, Sardegna Possibile e Gentes.

Dal 2000 al 2005 Murgia, già militante del Pds, poi dei Ds e, infine del Pd, è stato amministratore del comune di Seulo, il paese barbaricino dove è nato, prima eletto consigliere in una maggioranza di centrosinistra e poi assessore alla programmazione e ai lavori pubblici. Nel 2009 si è candidato alle regionali nel listino del candidato presidente Renato Soru, sconfitto quell’anno da Ugo Cappellacci. Nel 2013 Murgia si era candidato da indipendente, col sostegno dei giovani dem, alle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato presidente della Regione, poi vinte da Francesca Barracciu.

SINISTRA SARDA. Vindice Lecis, giornalista sassarese, 61 anni, è sostenuto da Rifondazione – Comunisti italiani – Sinistra sarda. Scrittore prolifico, Lecis ha lavorato per il quotidiano regionale ‘La Nuova Sardegna’ e per altre testate locali del Gruppo Espresso. Nell’ultima parte della sua carriera giornalistica, è stato inviato regionale per l’Emilia-Romagna e nazionale dell’Agenzia giornali locali del Gruppo Espresso, e poi componente dell’ufficio centrale della stessa agenzia sino al 31 ottobre 2016.

Una legge elettorale forse giù superata dai fatti

In Sardegna, con una legge studiata a tavolino nel 2013 da centrodestra e centrosinistra per favorire il bipolarismo, il voto del 24 febbraio prossimo si terrà con il terzo incomodo: M5s. Chi cinque anni fa scrisse la legge statutaria elettorale in Consiglio regionale voleva tener fuori dal palazzo il Movimento assieme ad altre forze politiche esterne alle coalizioni tradizionali. Con queste premesse, confermate dagli ultimi sondaggi, saranno tre gli sfidanti a contendersi la vittoria che la legge elettorale assegna al candidato presidente che raccoglierà più voti: il senatore della Lega e segretario del Psd’Az, Christian Solinas, sostenuto dalle 11 sigle del centrodestra, dato per favorito; il sindaco metropolitano di Cagliari, Massimo Zedda, appoggiato dalle 8 liste del centrosinistra; e il funzionario della Città metropolitana di Cagliari, Francesco Desogus, scelto dal M5s con il meccanismo delle ‘regionarie’ on line sulla piattaforma Rousseau.

Vincerà chi prenderà più voti, anche se la sua coalizione dovesse riceverne meno di quelle degli avversari, circostanza resa possibile dal voto disgiunto: gli elettori sardi possono votare un candidato presidente e una lista non collegata. Questo meccanismo potrebbe premiare Zedda, dato in rimonta nei sondaggi, anche rispetto a Desogus, figura nuova della politica, individuata dopo che il candidato M5s della prima ora, l’ex sindaco di Assemini (Cagliari) Mario Puddu ha dovuto rinunciare in seguito a una condanna per abuso d’ufficio.

La legge elettorale prevede soglie di sbarramento: 10% per le coalizioni, 5% per le liste singole. Anche se non dovesse vincere, dunque, il M5s, che corre da solo, ha la possibilità di piazzare i propri eletti in Consiglio regionale, considerato che in Sardegna è accreditato con percentuali a doppia cifra. Potrebbero riuscirci anche altre liste singole come ‘Sardi liberi’ del candidato presidente Mauro Pili e il Partito dei Sardi che sostiene il proprio fondatore Paolo Maninchedda. A superare la soglia del 5% puntano anche Sinistra Sarda, col candidato presidente Vindice Lecis, e gli indipendentisti di Autodeterminatzione, guidati da Andrea Murgia.

L’incognita pastori

Nelle ultime settimane, infine, si è aggiunta alle tante incognite anche la vicenda dei pastori sardi che protestano contro le difficili condizioni del mercato in cui sono costretti ad agire. Nel corso di un recente vertice al Viminale sul prezzo del latte di pecora sarebbe stato proposto un prezzo di 70 centesimi al litro, ma loro si sono dichiarati insoddisfatti.

La questione dura da più di vent’anni: le eccedenze nella produzione di latte, cui non sono estranee le percentuali di produzione del pecorino rimano, impongono un abbassamento del prezzo al litro fino a livelli inferiori ai costi di produzione. Questa volta, però, la protesta ha assunto valenze e dimensioni particolarmente notevoli, sia per la vicinanza delle consultazioni, sia per la maestria nell’uso dei social che i contestatori hanno saputo dimostrare. Il 25 saremo se ci saranno state ricadute di carattere elettorale.

La base M5s voterà domani sulla piattaforma Rousseau sull’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso Diciotti. Lo annuncia il blog delle stelle. “Ora – si legge – siamo chiamati a decidere. Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato – Sì, quindi si nega l’autorizzazione a procedere. – No, quindi si concede l’autorizzazione a procedere. Le votazioni saranno aperte su Rousseau lunedì 18 febbraio dalle 10 alle 19”. 

Un Manifesto in 10 punti, condiviso con i quattro (per ora) alleati europei per costituire un nuovo gruppo nell’Europarlamento. Per dire basta all’austerity e lanciare il “sogno europeo”. Così il capo politico M5s, Luigi Di Maio, questa mattina nella sede di Unioncamere a Roma, ha presentato il progetto politico dei 5 Stelle insieme ai leader dei primi quattro paesi alleati che hanno aderito: sono lo Zivi Zid (in italiano ‘Barriera umana’) partito politico populista croato, lo Kukiz’15, movimento politico polacco, il Movimento ‘Liike Nyt’ (in italiano ‘Movimento adesso’) della Finlandia e l’Akkel (in italiano ‘Partito dell’agricoltura e allevamento) della Grecia.

Basterà a formare un gruppo?

L’obiettivo del nuovo gruppo, spiegano da M5s, é quello di “attrarre movimenti che non si riconoscono nelle destre sovraniste e nemmeno nei partiti tradizionali che siedono al Parlamento europeo da oltre 20 anni, complici delle scellerate politiche che hanno causato l’attuale disgregazione europea”. Ma per formare un gruppo nel Parlamento europeo sono necessari almeno 7 partiti di 7 paesi diversi, quindi mancano all’appello ancora 2 paesi. Ma Di Maio spiega che ci sono contatti con altre forze europee e si dice “molto fiducioso” sulla possibilità che si arrivi al fatidico numero di 7 paesi.

Ma i gilet gialli no

Nessuna alleanza però, chiarisce, con gli esponenti violenti dei Gilet jaunes francesi. “Qui non ci sono esponenti dei cosiddetti Gilet gialli, con i quali c’è stata e c’è una interlocuzione, con questa realtà che é molto complessa, perché ci sono diverse anime. Ma da parte nostra non ci sarà un dialogo con chi parla di guerra civile e di lotta armata. Se ci sarà una interlocuzione – puntualizza – sarà con chi crede nella democrazia”.

La volontà di essere determinanti

Il nuovo gruppo nel prossimo Parlamento europeo, ha spiegato Di Maio, “si propone di essere ago della bilancia” per “incidere sulle scelte fondamentali dei prossimi anni”. Avrà un Manifesto condiviso, in 10 punti, ma tutti i partiti che ne faranno parte presenteranno anche un loro programma. Vogliamo – ha spiegato – far tornare di moda i diritti sociali. Il nostro obiettivo é far stare meglio i cittadini e tornare a credere nel sogno europeo per restituire fiducia. Oltre alla democrazia diretta, che è un valore fondante, il nostro obiettivo primario è far tornare di moda i diritti sociali. Dopo anni e anni di austerità – ha sostenuto – è ora di tornare a pensare a far star meglio i cittadini italiani, i cittadini polacchi, quelli croati, quelli greci, i finlandesi. Non le lobby, non le banche, non i grandi evasori fiscali. Tutti i cittadini europei devono poter tornare a credere nel sogno europeo” ha insistito.

Prevista una consultazione online

“Presenteremo un Manifesto in 10 punti ma ogni componente del gruppo avrà anche un proprio programma – ha precisato – perché ognuno di noi ha le sue diversità, non siamo perfettamente d’accordo su ogni tema e infatti ci sarà voto libero nel gruppo ma sui principi ispiratori, su una Europa diversa, siamo in perfetta sintonia”. E gli iscritti M5s infatti saranno chiamati a votare online programma e Manifesto, quando sarà completato.

All’incontro con i giornalisti – ma non è stata una conferenza stampa, niente domande, solo gli interventi dei leader, titoli e slide per illustrare i 10 punti del Manifesto – insieme a Di Maio, ci sono i leader dei 4 partiti europei: Ivan Vilibor Sincic (Croazia), Pawel Kukiz (Polonia), Karolina Kahonen (Finlandia) ed Evangelos Tsiobanidis (Grecia).

E-democracy e altri principi

Il Manifesto é “ancora da comporre – ha precisato ancora Di Maio – lo completeremo con i nuovi compagni di viaggio che si aggiungeranno a quelli che siamo, e che servirà per contare di più non come forze politiche ma come cittadini”.

Questi i 10 punti del Manifesto: 1) Un’Europa più vicina ai cittadini (e-democracy al servizio della democrazia diretta e partecipata); 2) Verso un’Europa post-ideologica (basta con i falsi proclami, si’ alle azioni concrete al servizio dei cittadini); 3) Un’Europa onesta (lotta alla corruzione e al crimine organizzato); 4) Un nuovo futuro per il progetto europeo (cooperazione e rispetto delle identità nazionali); 5) Verso la riforma delle istituzioni europee (un Parlamento più forte per un’Europa piu’ forte); 6) Migliorare la qualità della vita dei cittadini europei (tutela della salute e dell’ambiente); 7) Solidarietà tra paesi europei e protezione (un nuovo modello europeo per affrontare i flussi migratori); 8) Un’Europa giusta (sviluppo dell’economia tra le e riduzione del potere dei mercati finanziari); 9) Eccellenze europee (protezione del Made in e sostegno all’agricoltura locale); 10) Credere nel nostro futuro (nuovi programmi e strumenti per i giovani europei).

Prende piede un accordo trasversale nel Consiglio regionale della Puglia tra centrosinistra e centrodestra contro l’autonomia delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Francesca Franzoso, consigliere regionale di Forza Italia della provincia di Taranto e commissario dello stesso partito, sottoscrive infatti il documento che porta già la firma dei consiglieri regionali del Pd Amati, Blasi, Mazzarano e Pentassuglia oltre che di altri consiglieri. Dieci i proponenti iniziali del testo.

Per Franzoso, “l’autonomia rafforzata che le tre Regioni del Nord sono sul punto di ottenere sulla spinta di Salvini, riapre la ferita storica del Paese e accentua il divario esistente tra Nord e Sud. L’autonomia differenziata nient’altro e’ che la vecchia bandiera secessionista della Lega Nord, in salsa sovranista, un salto all’indietro che mina la coesione sociale e fa strame dei principi di solidarietà  e redistribuzione.

Per Franzoso, “le tre Regioni del Nord non vogliono solo nuove funzioni, ma anche più risorse. Chiedono competenze per una ventina di materie, che in sostanza si traduce nel mettere mano ad un plafond da 21 miliardi di euro (la Lombardia vedrebbe crescere il proprio bilancio di più di un quarto). Immaginando il bilancio dello Stato come una torta, se Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna si ritagliano una fetta piu’ grande tutte le altre ne avranno una piu’ piccola”.

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