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L’uscita di ieri di Nicola Zingaretti, in cui il segretario Pd ha sostenuto che Virginia Raggi non dovrebbe dimettersi ma “affrontare con più decisione e collegialità temi da troppo tempo irrisolti” agita i Dem romani. Tra dirigenti ed eletti da stamattina filtra malumore, c’è chi si affretta a ribadire che nonostante l’alleanza di governo non muta il giudizio di “fallimento” sull’operato della sindaca e chi le chiede di “velocizzare il suo operato”.

Perché nel percorso di costruzione di una intesa che possa andare anche oltre l’attuale accordo di governo, la gestione del Campidoglio resta uno dei nodi su cui il Pd cittadino chiede maggiore discontinuità al M5s. Dopo il rimpasto per affrontare la parte finale del suo mandato Virginia Raggi ha lanciato una apertura al dialogo con il Pd sui singoli temi, ma la distanza che si è creata tra 5 Stelle e Dem in oltre 3 anni di mandato appare difficile da colmare.

Tra una settimana, sabato 19 ottobre, dal palco della manifestazione organizzata a piazza San Giovanni il leader della Lega Matteo Salvini tornerà a chiedere le dimissioni della prima cittadina pentastellata. E il Pd in Campidoglio si trova diviso tra due fuochi: la volontà di arginare l’avanzata di Salvini in città, e quella di costruire una alternativa alla giunta M5s, visto anche che i renziani di Italia Viva non fanno mancare la critica quotidiana alla gestione della città fatta dal Movimento.

Insomma, i frequenti inciampi vissuti finora della giunta fanno sì che ad ogni discussione sulla gestione cittadina si torni a guardare subito all’orizzonte del voto per il Campidoglio con relativi mal di pancia tra gli schieramenti. Ma le urne per il Campidoglio, a scadenza regolare, arriveranno solo nella primavera-estate del 2021.

Manca ancora un anno e mezzo alla campagna elettorale e al momento nessuno schieramento appare avere un candidato di riferimento a cui preparare il terreno. Nel Pd romano il primo aspetto da chiarire è la posizione del segretario cittadino, Andrea Casu, renziano ma rimasto nei Dem, apertamente criticato da diversi esponenti ed eletti del partito.

Tra i punti all’ordine del giorno della prossima direzione c’è la richiesta di rimettere il suo mandato. Quanto alle elezioni nel Pd locale si farebbe strada l’ipotesi di cercare una possibile intesa con i 5 Stelle solamente al ballottaggio per sfidare le destre, guardando soprattutto ai dati delle ultime europee che a Roma vedono il Movimento come terza forza cittadina dopo i Dem e la Lega. Il tutto comunque a partire da un nome diverso da quello di Virginia Raggi. La stessa Lega nella sua campagna di espansione in città, in corso da almeno un anno, non ha mai esplicitato un nome per Palazzo Senatorio o se intende sostenere un esponente di Fratelli d’Italia.

Quanto ai 5 Stelle con le regole attuali del Movimento la Raggi non potrebbe ricandidarsi, a meno di non optare per una lista civica sostenuta dai pentastellati. E con la sindaca da mesi in rapporti non più così stretti con i vertici 5 Stelle. Scenari, la cui evoluzione è strettamente legata alla durata del governo con l’attuale maggioranza. Una prova di dialogo nel breve termine potrebbero verificarsi con la nomina di due assessori della giunta Zingaretti nel Lazio, in sostituzione di Gian Paolo Manzella e Lorenza Bonaccorsi divenuti sottosegretari. La scelta, a quanto filtra, dovrebbe arrivare solamente dopo le elezioni regionali in Umbria e potrebbe premiare figure gradite anche ai 5 Stelle. 

goffredoIl Pd resta “leale” con i Cinquestelle, “non abbiamo altra scelta che cercare con loro un rapporto strategico, candidandoci a governare l’Italia anche per i prossimi cinque anni” e guardare ad un campo “più largo con la sinistra”, anche con Italia Viva ma solo se non intende acquistare spazio attraverso un conflitto con il Pd. Lo ha detto in un’intervista al Corriere della Sera, Goffredo Bettini, ex parlamentare Pd, secondo il quale alle prossime elezioni occorrerà pensare ad un progetto a più largo respiro: “Non basta il rapporto con i 5 Stelle: occorre un campo più largo con tutta la sinistra, con le forze del cattolicesimo democratico e con le forze laiche e liberali. Anche Italia Viva può essere un alleato importante, se cerca però di conquistare voti nuovi; se lo spazio elettorale lo intende conquistare attraverso un conflitto con il Pd, sarebbe distruttivo e non costruttivo. Però guardo anche piu’ in là: guardo con attenzione i movimento dentro Forza Italia, che ha componenti allergiche a Salvini. Insomma non dobbiamo precluderci nulla”.

Bettini sottolinea che a questo punto va cambiata la legge elettorale: “Il maggioritario che abbiamo vissuto fino ad oggi è distorto. Senza il doppio turno non garantisce la volontà degli elettori e può portare a risultati sorprendenti e squilibranti. Comunque, se alla fine si arrivasse al proporzionale, decisiva rimane una correzione in senso maggioritario con uno sbarramento di accesso sufficientemente alto”.

Infine, quanto alla Lega, Bettini sostiene che “non è affatto finita. Le cause che le hanno permesso di crescere non sono state ancora bonificate. Tuttavia Salvini ha messo paura. Non è il fascismo. È il tipico esempio di un populismo che accetta le elezioni ma una volta vinte, imprime alla società una svolta autoritaria e illiberale. Insomma, non è Mussolini, è Peron. Ma lui ha sbagliato: quando ha chiesto i pieni poteri è andato fuori misura e ha allarmato gli italiani. Quindi , la possibilità di costruire un’alleanza larga per sconfiggerlo c’è. Superando l’autosufficienza di un riformismo tanto astrattamente puro, quanto incapace di guidare i processi reali”. 

“La crisi siriana può essere affrontata soltanto con una risposta forte dell’Unione Europea che favorisca la stabilizzazione politica di quei territori”. Lo afferma la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, in un’intervista sul Corriere della Sera. Alla luce della minaccia del presidente turco Erdogan di mandare oltre confine milioni di profughi, Lamorgese sollecita quindi “un approccio europeo solidale” in quanto “non possono essere lasciati soli gli Stati più esposti”.

Dopo i vertici di Malta e Lussemburgo, Lamorgese ha registrato un “rinnovato clima di solidarietà” però, aggiunge, “adesso solo una risposta coordinata e condivisa a livello europeo può consentire una strategia efficace”.

L’importante è a suo avviso, avviare un sistema di gestione “più equo e bilanciato; un percorso complesso che auspico possa vedere progressivamente coinvolti il maggior numero possibile di partner europei”. Per la ministra, occorre innanzitutto il superamento “degli attuali squilibri nella ripartizione degli oneri tra gli Stati membri”, con l’introduzione di un meccanismo di redistribuzione dei migranti “basato su procedure di ricollocazione automatiche, veloci ed efficaci, far sì che non vi siano incertezze in merito alla gestione dell’accoglienza”.

Ancora: occorre una “politica migratoria e di asilo efficace” che richiede a sua volta “una strategia di rimpatri a livello europeo per coloro che non hanno diritto a rimanere. È necessario sottoscrivere nuovi accordi di riammissione e potenziare quelli esistenti. Tutto ciò senza escludere, anzi favorendo, i corridoi umanitari verso l’Europa per le persone più vulnerabili che finora ci hanno consentito di accogliere solo dalla Libia oltre 850 richiedenti asilo”.

Per la responsabile dell’Interno è necessario proseguire “nell’azione di sostengo alla stabilizzazione della Libia, impegnarsi per la realizzazione di un piano umanitario europeo oltre che per il rafforzamento della capacità di tutte le guardie di frontiera dei nostri partner africani ai fini di una gestione dei flussi dei migranti sicura e rispettosa dei diritti delle persone”.

Quanto invece alla situazione italiana, e alla mancanza di risorse lamentata dalle forze dell’ordine, Lamorgese assicura che sono state individuate ulteriori risorse necessarie a completare il riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate”.

Stiamo mettendo in campo tutte le iniziative necessarie ma so bene – aggiunge – che c’è ancora tanto da fare nella consapevolezza che dietro quelle divise ci sono madri, adri, fratelli, figli, famiglie, che si sacrificano per consentire alle nostre forze di polizia di vegliare, notte e giorno, sulla nostra sicurezza ed incolumità, e verso i quali mi permetta di esprimere la mia profonda gratitudine”, ha detto al Corriere.

“Non sono in questo momento all’ordine del giorno patti regionali né tantomeno nazionali” con il Pd oltre quello siglato per le elezioni in Umbria. Lo ha detto Luigi Di Maio a Sky Tg24 nel giorno della kermesse per i dieci anni del Movimento 5 stelle. “A me più che i patti interessano i fatti. Il patto in Umbria con Zingaretti è che se vince Bianconi nessun assessore sarà delle forze politiche”, ha aggiunto, in riferimento alle aperture giunte, dallo studio di Otto e Mezzo, dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti.

 Ad ogni modo, aggiunge il ministro degli Esteri, “sia con Zingaretti che con Franceschini ci sono un clima e un rapporto ottimo. Devo dire pubblicamente che li stimo molto dal punto di vista politico e come lavorano. Certo ci sono meno vertici” rispetto al precedente governo con la Lega, “ma sono molto pù’ concludenti e soprattutto sono vertici in cui si avvia la strada e la si porta avanti. Io ero uno dei più scettici a fare il governo con il Pd, ma il rapporto di questo primo mese è di forte collaborazione con persone con cui si può lavorare bene”.

E Renzi? “Con Renzi ci siamo sentiti nelle occasioni cruciali, come quando mi ha chiamato prima della scissione, poi per il resto lavoro benissimo con i capi delegazione di Italia viva, come il ministro Bellanova. Certo tra di noi non è cambiato nulla, ciò che pensavamo l’uno dell’altro immagino sia lo stesso, ma lavoriamo alla prova dei voti, come sul taglio dei parlamentari, è stata una prova di fiducia nessuno scambio, era il primo punto per sederci al tavolo di governo. Quindi, meno dietrologia e piu’ fatti”.

A quanto si apprende, Luigi Di Maio e il cofondatore del Movimento, Beppe Grillo, entrambi a Napoli per Italia a 5 stelle, hanno avuto un “incontro cordiale a pranzo” a Napoli, dove è in corso la festa per i dieci anni dalla nascita del Movimento. 

“Vi ricordate da dove siamo partiti? Vi ricordate chi eravamo? Vi ricordate l’emozione per il 3% in un comune e un consigliere eletto in comune? Il brivido vissuto? Davide contro Golia. Ora dobbiamo ammettere che ci siamo un po’ montati la testa, un pochino sì, dai, vogliamo tutti fare i ministri. Persone che 10 anni fa avevano paura di fare il consigliere comunale, o il candidato sindaco del piccolo paesino, oggi vorrebbero fare i ministri. E se non diventano ministri si arrabbiano. Ragazzi, ci stiamo prendendo troppo sul serio. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Abbiamo smesso di ridere e perso molta ironia”.

Inizia così il lungo post pubblicato su Facebook di Massimo Bugani, esponente del Movimento 5 stelle sin dagli inizi, e da poco nominato capo dello staff della sindaca di Roma, Virginia Raggi. E’ una ‘strigliata’ quella che fa Bugani nel giorno dell’avvio della kermesse Italia a 5 stelle, che si svolge a Napoli e che quest’anno segna il decimo anniversario della nascita del Movimento. “Ironia e amore sono i due pilastri della vita e del Movimento, ma se viene a mancare l’ironia scricchiola anche l’amore. Per questo non possiamo e non dobbiamo abbandonare l’ironia. Abbiamo combattuto ragazzi. Siamo pieni di cicatrici”.

“Molti di noi hanno perso la moglie, il marito, il fratello, la sorella, alcuni amici, il posto di lavoro, litigato col padre, con la madre, col nonno. Per questa battaglia molti di noi hanno dato davvero tutto – prosegue Bugani – Non avevamo armi, non avevamo soldi, non avevamo esperienza. Calunniati, derisi, umiliati”, prosegue il post, “abbiamo combattuto con tutte le nostre forze per inseguire un sogno, per essere liberi, per fare del bene. Sicuramente non abbiamo fatto tutto quello che sognavamo di fare insieme a Beppe e Gianroberto, forse potevamo fare di piu’, ma abbiamo già fatto tante cose. Senza prendere fiato”.

“Togliere i vitalizi e tagliare i parlamentari, mettere in galera i corrotti e dare un reddito di cittadinanza a chi aveva perso tutto, ci sembrano oggi cose normali solo perché noi ne parliamo da 15 anni, ma non c’è nulla di normale. È stata un’impresa titanica e l’abbiamo fatta noi. Uomini e donne semplici, persone comuni che si sono messe insieme. Tante persone. Tantissime. Provate a chiudere gli occhi e a ripensare al 2009, ricordatevi cosa facevate e chi c’era al governo (Berlusconi Frattini Maroni La Russa Scajola Alfano Tremonti). Ricordatevi che non avreste mai immaginato che ce l’avremmo fatta. Dobbiamo sentire dentro ogni giorno quel brivido, quella emozione, perché noi, che piaccia o no, al netto di tutti i nostri errori e dei nostri limiti, abbiamo vinto la nostra Champions League”, conclude l’esponente M5s.

“Investire in cultura e turismo significa puntare su uno dei fattori più forti, e unici, che abbiamo in Italia. Non dovevo convincere gli operatori del settore, ma gli altri decisori politici”. In un colloquio con Il Foglio, il ministro della Cultura Dario Franceschini sostiene che “l’investimento sulla cultura non solo è doveroso ma fa crescere il paese, aiuta l’export” in quanto “In tutto il mondo dici Italia e pensano a bellezza e storia”. E, paradossalmente, “ci vuole più turismo per modificare il turismo”.

Tanto che l’indice mondiale che misura i Best countries for cultural influence mette l’Italia al primo posto, sopra la Francia. “Per influenza, non per quantità di opere d’arte” chiosa il ministro del Collegio Romano. Ma all’obiezione che in Italia c’è chi, appena sente parole come valorizzazione e turismo, mette mano alla pistola, Franceschini risponde che si tratta di “un pregiudizio tardo ideologico che difficilmente mi spiego” in quanto “nell’articolo 9 della Costituzione tutela e valorizzazione ci sono già” quindi “non c’è contrapposizione” tanto più che “in un paese come l’Italia è logico che la sede più naturale per le competenze sul turismo sia il ministero che si occupa di beni culturali, di paesaggio” nella cui sigla MiBac è stata reintrodotta da Franceschini la “t” finale, MiBact, tolta dal predecessore Bonisoli. Il governo gialloverde aveva infatti accorpato il Turismo all’Agricoltura.

Tuttavia, Franceschini ammette che l’overtourism è un problema. “Non ci sono solo le grandi navi a Venezia, su cui confermo quanto già dichiarato, che entro la fine di questo mio mandato non entreranno più nel bacino di San Marco” ma secondo il titolare della Cultura italiana “il problema è più ampio e non si può affrontarlo da catastrofisti” perché “non si può impedire a chi viene in Europa una volta nella vita di vedere il Colosseo”. Però Franceschini per arginare le masse non vuole ricorrere ai ticket, ai quali si dice “contrario” mentre “al massimo si possono utilizzare dei contatori di accessi”.

Il vero problema, perciò, resta “far crescere un altro tipo di turismo, più di qualità, moltiplicando gli attrattori turistici, che sono le città d’arte meno frequentate, i luoghi e i borghi fuori dai percorsi più sfruttati”. Quindi “ci serve un turismo più lento, di qualità. E abbiamo la possibilità di un’offerta infinita rispetto ad altri paesi” dice il ministro, anche se “sotto Napoli il turismo non ci va. Nel sud il rapporto tra bellezza, importanza dei siti e numeri è sproporzionato”.

Ma ai Musei, alle grandi istituzioni culturali serve più o meno autonomia di quanta ce ne è adesso? All’interrogativo il ministro risponde “che è un bel tema di discussione ma complesso” e che tuttavia può solo anticipare che “i cda torneranno nei musei” ma “la loro rimarrà un’autonomia dentro al sistema museale dello stato”. Poi Franceschini decanta le sorti magnifiche e progressive dell’art bonus, che “ha ingranato molto bene, 386 milioni di euro in donazioni da quando esiste. E sono tutti soldi vincolati, con destinazione certa, non è che si buttano nel calderone” ma il bonus “le imprese dovrebbero utilizzarlo di più, avendo il 65 per cento di credito d’imposta” magari facendo crescere il crowdfunding.

Luigi Di Maio, in un’intervista a ‘Repubblica’ torna sulla ‘rottura’ con Salvini: “Ho fatto un’operazione verità. Il 2019 è stato l’anno più pazzo del mondo: due governi di diversa natura, una crisi in pieno agosto. Ci sono due persone a sapere come sono andate le cose e una sono io. Non c’e’ stato nessun complotto, il governo se lo sono buttati giù da soli”. Poi sulla legge elettorale: “Dobbiamo trovare un accordo in maggioranza. Il modello ideale non esiste ed è inutile che in questa fase ognuno avanzi il suo”. E sul vincolo di mandato: “Non voglio forzare la mano. Certo il tema di chi si fa eleggere con un partito e poi tradisce il voto degli elettori cambiando casacca come nulla fosse esiste. Propongo al Pd di sederci a un tavolo e discuterne”.

Il motto, per Di Maio, deve essere “parlare meno e fare di più”. “Lo dico prima di tutto a me stesso e al Movimento perché ci sono passato. Lunedì in Cdm avvieremo la legge di bilancio. Una tentazione potrebbe essere quella di rincorrersi a lanciare cose sui giornali, ma è un metodo che non porta bene”. Infine, per quanto riguarda la situazione nel movimento, secondo il leader M5s, “ognuno è libero di esprimere le proprie idee. Nel Movimento funziona così da sempre”.

Certo, “un fatto è esprimere la propria opinione, un altro mettersi contro decisioni già prese insieme agli iscritti con metodi che non ci appartengono”. Quindi nessun rischio di scissione: “L’unica che ho visto è stata nel Pd”.

“Erdogan sta bombardando inostri valori, non solo i curdi”. In un’intervista al quotidiano La Stampa di Torino, l’ex primo ministro e ministro degli Esteri Massimo D’Alema sostiene che in Siria oggi “è in gioco l’autorevolezza delle grandi democrazie e del mondo occidentale”. “E purtroppo – aggiunge – non si può contare sugli americani, che sono nelle mani di una leadership il cui grado di credibilità ormai è vicino allo zero. Questo accresce la responsabilità degli europei”.

Secondo D’Alema i curdi andrebbero aiutati perché “sono stati loro in prima linea contro l’Isis” e “hanno quindi difeso noi, la nostra sicurezza”. Oltre ad aver rappresentato come popolo “un’esperienza singolare di democrazia, di tolleranza, di eguaglianza tra uomini e donne”. Ciò che intende fare perciò Erdogan, secondo l’ex premier italiano, è “cancellare ciò che di più simile ai nostri valori esiste in quella parte del mondo”.

Anzi, di più: “Il primo obiettivo di questa operazione ‘imperiale’- secondo D’Alema che è stato anche ministro degli Esteri piuttosto attento alle vicende del Medio Oriente – è rompere l’unità di questa grande area geografica e spingere i curdi, attraverso una pulizia etnica, ad abbandonare la loro terra”.

Risulta perciò “imbarazzante” per D’Alema la dichiarazione sulla Turchia del Segretario generale della Nato, il norvegese Stoltenberg, già leader laburista, che ha chiesto al presidente Erdogan di “agire con più moderazione”. “Ho provato un sentimento di vergogna. Ha chiesto una reazione “proporzionata”, un aggettivo che ha senso se un Paese viene aggredito e gli si chiede di reagire senza esagerare. Ma la Turchia non è stata aggredita da nessuno”, reagisce D’Alema che precisa: “I terroristi sono quelli dell’Isis che la Turchia ha tollerato e di fatto aiutato. I curdi sono quelli che i terroristi li hanno sconfitti sul campo e sono tanto civili che, invece di passarli subito per le armi, li hanno messi in prigione” chiedendo per loro “che si potesse organizzare un processo internazionale”. “Non si può giocare con le parole”, chiosa l’ex premier e ministro degli esteri italiano.

Quanto all’Europa, secondo D’Alema “avrebbe i mezzi politici ed economici per intervenire”, in primis “chiedendo alle Nazioni Unite una presa di posizione molto forte, oltre alla disponibilità a dispiegare una forza internazionale lungo quel confine”. Con possibilità “di ritorsioni economiche piuttosto pesanti” aggiunge.

Nell’occasione dell’intervista, un’ultima domanda La Stampa la rivolge sul caso Conte-Trump-Servizi segreti-Russiagate. Chiedendo se c’è anche un giallo dietro questa vicenda. “Non vedo giallo”, risponde prontamente D’Alema. “Se il governo di un Paese alleato chiede di poter incontrare i capi dei Servizi italiani, è giusto che lo possa fare. Chi poteva opporre un diniego? Parliamo del nostro principale alleato…Non ho alcun dubbio che l’interlocuzione si sia mantenuta sul terreno della correttezza e del rispetto delle nostre prerogative”. “Sinceramente mi sembra si sia fatta una gran confusione”.

Nel governo c’è la convinzione che il premier sceglierà la linea della continuità. Nessuno strappo sulla gestione dei Servizi. Giuseppe Conte punta a tenersi la delega e al momento non lavora a stravolgimenti nella catena di comando dell’Intelligence. “Sarebbe come ammettere errori che non ci sono. Piuttosto occorrerà lavorare sulla fuga di notizie”, spiegava oggi un ministro senza comunque nascondere la preoccupazione per la fuoriuscita di notizie incontrollate, per una ‘spy story’ che pone interrogativi pure nella maggioranza.

Perché è vero che tra i vertici del Pd e dei pentastellati si escludono a priori conseguenze che possano coinvolgere il presidente del Consiglio ma erano in tanti ieri in Transatlantico – anche nel Movimento 5 stelle – a chiedersi quale possa essere il punto di caduta del caso ‘Russiagate’. E l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti a chi chiedeva lumi raccontava sempre la stessa versione: “Conte cadrà a gennaio. Appena si aprirà la campagna elettorale in America i democratici proveranno ad incastrarlo. I grandi giornali statunitensi faranno uscire tutto. Verrà alla luce qualsiasi cosa”.

“Conte puo’ andare quando vuole – attacca Matteo Salvini – la sua parabola la vedo bella che finita. È confuso”. Nella maggioranza – già scossa stamattina per il voto sul filo di lana riguardo alla nota di aggiornamento al Def, con M5s alle prese con la vicenda delle elezioni dei capigruppo (simbolica una immagine nel pomeriggio fuori il Transatlantico, con un gruppo schierato da una parte e l’altro dall’altra) – ci si augura che le ‘carte americane’ non svelino nulla di compromettente. “L’importante però è che si ridia serenità alle istituzioni”, il ragionamento anche di un ‘big’ del Pd. Dem e M5s sono pronti a rintuzzare gli attacchi dell’opposizione e lo stesso Conte in questi giorni ha rimarcato come i vertici dei Servizi non abbiano commesso alcuna anomalia.

Verso l’audizione di Conte

Martedì al Copasir nell’ufficio di presidenza si deciderà il calendario dei lavori e si avvierà l’iter per audire il premier Conte. Palazzo Chigi ha deciso di mantenere una linea istituzionale, è nell’organismo presieduto dal leghista Volpi che si chiarirà il caso dei contatti americani. Il partito di via Bellerio punta però a logorare l’immagine del premier, c’è chi vorrebbe che si aspettasse ancora del tempo prima di sentire cosa ha da dire il Capo dell’esecutivo. Ma Conte, oltre a congratularsi con il successore di Guerini al Copasir, ha fatto capire di avere fretta di fornire la propria versione. Per mettere a tacere le polemiche e sgonfiare un caso che a palazzo Chigi considerano un polverone mediatico.

“Mi sono congratulato per lettera con il presidente del Copasir e ho detto che sono a disposizione per concordare un incontro e per riferire ai sensi dell’articolo 33” della legge di riforma dei servizi “la relazione semestrale”, ha puntualizzato Conte ai microfoni del Tg3. Intanto non c’è alcun commento negli ambienti dell’intelligence, semmai stupore per quelle che vengono definite ricostruzioni fantasiose di alcuni media. Che in assenza di notizie ricostruiscono – questa la tesi – la loro parte di verità.

Tutto è come sospeso in attesa dell’audizione di Conte di fronte al ‘nuovo’ Copasir: dopo, da parte del premier dovrebbero esserci dei ‘chiarimenti’ anche pubblici e sarà un’ulteriore prova della correttezza dell’operato dei Servizi, sottoposto come accade in pochi altri Paesi ad un controllo parlamentare. Sul ‘totonomi’ per un eventuale ricambio dei vertici, si fa notare che le nomine di quelli attuali sono ancora ‘fresche’: Parente, in scadenza, era stato confermato alla direzione dell’Aisi nel luglio 2018, mentre le nomine di Vecchione per il Dis e Carta per l’Aise sono del novembre scorso. Naturalmente si tratta di vertici espressione di un equilibrio di governo diverso dall’attuale, com’è prassi del resto non solo per i servizi.

“La democrazia viene prima dell’Iva”. In un colloquio con Il Foglio il senatore dem Tommaso Nannicini spiega al quotidiano diretto da Claudio Cerasa che ha deciso di firmare la richiesta del collega di Forza Italia Andrea Cangini di un referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. Anche se al momento, dovesse passare la richiesta di indire un referendum sull’argomento, dice di non sapere come voterà in quell’occasione anche se “spero – dichiara – di poter votare sì perché nel frattempo si sarà fatta una buona legge elettorale e si saranno inseriti i necessari pesi e contrappesi”.

Tuttavia, aggiunge, “se così non sarà, non avrei problemi a votare no per la terza volta, questa volta in un referendum. Senza una democrazia che funziona i cittadini sono più deboli”. Da qui il paragone democrazia-Iva.

Tuttavia, a due giorni dal voto che ha stabilito l’eleggibilità per 400 deputati a Montecitorio e 200 per Palazzo Madama, Nannicini dice che “se fossi stato alla Camera avrei votato sì al taglio dei parlamentari per senso di responsabilità, ma sono contento di aver votato no per ben due volte al Senato”.

E afferma che la scena di Di Maio che taglia poltrone davanti a Montecitorio “fa il paio con l’esultanza dal balcone”, due scene che messe insieme “fanno male alla dignità delle istituzioni repubblicane”.

Nannicini sostiene infatti che al di là della forma, il problema è la sostanza. Si incide profondamente sul funzionamento della nostra democrazia partendo dalla coda e non dalla testa. Perché snellire le istituzioni e anche ridurre il numero dei parlamentari ”va bene, ma solo come conseguenza di una riforma sensata. Da lì si doveva partire”. Così come faceva la riforma istituzionale fatta dal Parlamento nella scorsa legislatura, ”anche se ogni tanto anche noi, per venderla, abbiamo strizzato l’occhio all’antipolitica” riconosce alla fine.

Ovvero? Cioè arrivare alla riduzione dei parlamentari “solo dopo una riforma sensata, che secondo me doveva partire dal monocameralismo e dal sistema elettorale francese a doppio turno”. “Io non voglio ammainare la bandiera del maggioritario e della democrazia governante – aggiunge Nannicini – nonostante lo spirito dei tempi. I tempi cambiano, ma le buone idee alla fine germogliano“.

Perché, partire dal numero dei parlamentari, secondo il senatore dem, “è sbagliato, ma qui siamo e ora dobbiamo provare ad aggiustare la riforma” con una legge elettorale che “dia equilibrio alla rappresentanza politica, territoriale e di genere; estendere il voto ai diciottenni al Senato e togliere la rappresentanza su base regionale; ripensare le modalità con cui vengono eletti il Capo dello Stato, i giudici della Consulta, i membri laici del Csm; rivedere i regolamenti parlamentari” detta la sua agenda.

E conclude: “Voglio una legge elettorale che serva ai cittadini per scegliere chi governa, non una legge che serva ai partiti per fare giochetti di Palazzo. Una legge che può, sì, essere proporzionale ma con correttivi maggioritari, come una soglia di sbarramento non inferiore al 5 per cento o un premio di maggioranza per coalizioni con doppio turno”. 

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