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AGI – “Non lasceremo mai gli italiani nelle mani di persone irresponsabili”, scrive su Facebook Luigi Di Maio. “Dobbiamo difendere – riprende l’esponente M5s – il diritto alla salute dei cittadini. Bisogna sostenere autonomi, commercianti, partite Iva, chi porta avanti il Paese creando occupazione e posti di lavoro”. “Il Movimento 5 stelle è compatto. Mentre c’è chi prova a distruggere, noi ci impegniamo a ricostruire”, rivendica il ministro degli Esteri. 

AGI – “Il presidente Conte, se vuole, la crisi la risolve oggi pomeriggio, non occorre neanche andare in Aula. Se pensa di aver fatto tutto bene, allora si andrà avanti. Se pensa che ci sono sue responsabilità, che è pronto a mettere sul tavolo in una riunione con la coalizione, allora i problemi si risolvono in due ore. Se invece c’è una chiusura vuol dire che ce li porteremo. Ma non mancheranno i nostri voti sui provvedimenti”. Ettore Rosato lo ribadisce ad Agenda su Sky TG24.

Lo sviluppo della situazione, osserva ancora il presidente di Italia viva, “non credo dipenda da noi ma da cosa decideranno di fare la maggioranza di governo e il presidente Conte. Noi quello che avevamo da dire lo abbiamo scritto, in più occasioni, abbiamo descritto delle situazioni che andavano risolte, dopodiché non abbiamo avuto risposta”.

Per esempio, annota, sul Recovery “molte cose, alcune cose importanti, sono state accolte e anche condivise, ma se non avessimo fatto quell’azione di forza… Il metodo in quella maggioranza va rivisto: non ci vogliono più in maggioranza? Io non sono qui a chiedere di rientrare ma dico – osserva – guardate che con quel metodo non andate a risolvere i problemi”.

Il problema non è Renzi ma le questioni che abbiamo posto. Trovate una soluzione. La trovate da soli? Bene, ma trovatela. L’Italia oggi sta soffrendo. Non si può mettere la sofferenza sotto il tappeto e continuare a dire che siamo i migliori del mondo e stiamo facendo tutto benissimo, che non ci sono problemi. Non è così”.

Ad ogni modo, Rosato ricorda che la mano tesa nei confronti del governo “non l’abbiamo mai ritirata” mentre “nel mese di tempo da quando abbiamo posto questioni alle nostre dimissioni non abbiamo mai ricevuto neanche una telefonata, e nessuno ha fatto una telefonata per dire ‘voglio ricucire’. Non avevamo voglia di potere, abbiamo voglia di risposte nel merito, di contenuti, di capacità del Paese di rispondere all’emergenza”.

AGI – “Nel parlamento faremo appello ai rappresentanti dei cittadini perché tutti si assumino le proprie responsabilità. Ci sono forze liberali ed europeiste che possono convergere in questo sforzo”. A dirlo è il segretario Nicola Zingaretti parlando alla direzione nazionale del Partito Democratico e commentando l’attuale crisi di governo in atto.

“Rifiutiamo qualsiasi ipotesi di coinvolgimento delle forze di destra nazionalista. Vogliamo garantire trasparenza perché questa crisi approdi in un percorso parlamentare: questo governo è un governo parlamentare, non figlio di un diretto mandato parlamentare. Sarà quello il luogo in cui si dovranno assumere decisioni“. 

Il leader dem ha sottolineato come “il campo di forze progressiste ha ricominciato a vincere. I nostri elettorati, che nel 2019 erano in totale contrapposizione, hanno cominciato ad avvicinarsi, a volte anche prescindendo dai vertici”.  Per poi aggiungere: “Lo stesso elettorale che punisce chi divide, chi isola e chi rompe facendo vincere la destra”. 

“Voglio rassicurare tutti – aggiunge – che il Pd ha fatto di tutto in questi mesi e in queste settimane per fare prevalere una vocazione unitaria che garantisse al Paese una guida all’altezza dei bisogni delle persone, rispettando gli alleati e garantendo governabilità. Abbiamo fatto di tutto in queste ultime settimane per scongiurare la crisi, ascoltando tutti e promuovendo una verifica e un rilancio dell’azione di governo”. 

“Lo dico non a caso: fino all’ultimo istante abbiamo promosso uno spirito unitario non per rimanere fermi, ma a far procedere L’apertura della crisi ha aperto una grave frattura che noi non abbiamo voluto, ma abbiamo fatto di tutto per scongiurare”. Il Pd “si colloca di nuovo lontano da egoismi, da particolarismi, ma a difesa del nostro Paese contro derive avventuristiche”.

Per il segretario “è il Pd che ha detto, fin dal primo momento di questo governo, che non avremmo mai sostenuto una idea di governabilità fine a sé stessa solo per la conservazione del potere. Questo non ci interessa”.  Poi ricorda: “Abbiamo condiviso con Italia Viva, con Leu e con M5s la esigenza di un governo per superare ritardi e fragilità, rifiutando i rischi dell’immobilismo. Penso sarà opportuno dopo il passaggio parlamentare tornare in direzione e quella sarà la sede delle scelte che dovremo fare“.

Analizzando il momento Zingaretti sottolinea che “il rilancio economico e produttivo nasce dalla sconfitta del virus, sulla quale ci stiamo cimentando. Insieme a questo ci siamo fatti carico dentro all’impegno per la battaglia sanitaria di politiche per non lasciare nessuno indietro. Tragica sarebbe stata la sottovalutazione di cio’ che sta avvenendo”.

“Mentre combattevamo il Covid –  ha aggiunto – ci siamo resi conto che il nostro obiettivo non poteva essere il ritorno al modello di sviluppo precedente. Con l’azione europea abbiamo conquistato la scelta dell’Europa per una nuova frontiera di sviluppo. Nulla ci è stato regalato, nulla è stato scontato”. 

Il segretario del Pd ha rimarcato come “la formazione di questa maggioranza nel 2019 ha aperto una fase nuova nella democrazia italiana dopo la sconfitta del 2018. Si è aperta una fase nuova caratterizzata dalla ricollocazione della democrazia italiana nel migliore europeismo”.  E ancora: “Senza le scelte compiute dall’Europa, i Paesi europei sarebbero piombati nel caos a causa del coronavirus. E’ stata la nostra presenza e il ruolo del governo italiano a rappresentare la garanzia di nuovi rapporti euro-atlantici”.

 “Son convinto che l’Italia ha bisogno e ha diritto alla speranza, a una possibilità di rinascita. Dopo l’approvazione della bozza di Recovery Plan dobbiamo avviare un metodo concertativo di ascolto del paese per dare risposte a famiglie, persone e paese”, ha dichiarato ancora Zingaretti. “L’Italia ha diritto a una classe politica che ora deve concentrarsi nell’offrire opportunità e futuro”.

AGI – “Comunque anche io ho avuto l’onore di una telefonata del simpatico Clemente. Una roba tipo tu appoggi Conte e il Pd appoggia te a Roma. Scarsa capacità di valutare il carattere degli uomini. O quanto meno il mio. #costruttori del nulla”. Lo ha scritto su Twitter il leader di Azione, Carlo Calenda.

In un tweet successivo, il politico candidato a sindaco della capitale spiega: “Ho riflettuto un giorno sul rendere pubblica una telefonata privata. E tuttavia considero questa offerta un insulto personale e un dato politico rilevante per capire il quadro di degrado in cui versiamo. Ps: non ho motivo di pensare che il Pd fosse a conoscenza di quanto detto”.

Pochi minuti ed arrivata puntuale la replica di Mastella. “Sei una persona di uno squallore umano incredibile. Ti ho telefonato per chiederti cosa facevi e mi hai detto che eri contro Renzi. Allora sei per il Pd? No, mi hai risposto: ‘il Pd mi dovrà scegliere per forza come candidato sindaco’. Poi hai aggiunto: ‘ne parlo’. Quanto a me, non ho alcuna titolarità per parlare a nome del Pd. Sei rimasto quello che conoscevo all’epoca del Cis di Nola, che era il referente per le segnalazioni. Ruolo modesto, perché sei moralmente modesto”, conclude Mastella in una nota, “in risposta al Pariolino Calenda“.

Dal canto suo, il Partito democratico – fa sapere il segretario del partito a Roma, Andrea Casu, “è totalmente estraneo allo scambio di messaggi, con supposte proposte sul sindaco di Roma, tra Calenda e Mastella, di cui abbiamo appreso oggi a mezzo stampa”. “Abbiamo chiarito in ogni sede che la prossima candidata sindaca o sindaco vogliamo sceglierlo insieme alle romane e ai romani, come abbiamo sempre fatto. In queste ore – conclude – il Paese ha bisogno di risposte, non di polemiche”. 

 

AGI – “Siamo ottimisti, la fiducia passerà al Senato”: ne è convinto Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri e fondatore del Maie, nonché artefice della nascita del gruppo parlamentare ‘Maie-Italia 2023’ che ha deciso di sostenere l’esecutivo Conte.

“I numeri – ha aggiunto Merlo parlando a Rai News 24 – li sapremo martedì, perché c’è ancora chi sta ripensando” alla situazione. Aggiunge Merlo: “Bisogna cercare di fare un governo, crediamo nel progetto politico di Conte: è il progetto giusto per rilanciare l’Italia”.

AGI – Ore febbrili di contatti, telefonate e calcoli sul pallottoliere per tentare di arrivare all’appuntamento del voto in Aula con numeri sufficienti a garantire la sopravvivenza del governo. Ma al momento, nonostante il lavorio continuo e pressante di chi nella maggioranza e nel governo (tra cui lo stesso premier Giuseppe Conte) sta lavorando al ‘dossier costruttori’, i numeri al Senato sarebbero ancora lontani da quota 161, ovvero la maggioranza assoluta.

Non che per ottenere la fiducia serva necessariamente raggiungere quella vetta, basterebbe un voto in più e il governo Conte II potrebbe dirsi ‘salvo’. Ma è altrettanto vero che non incassare la maggioranza assoluta sarebbe un segnale politico non indifferente.

C’e’ poi la questione responsabili: in pochi, finora, sono usciti allo scoperto ufficialmente e nonostante la nascita a palazzo Madama del gruppo ‘Maie-Italia23’, le adesioni finora non fioccano. A ciò si aggiunge la richiesta dei ‘costruttori’ (i responsabili 2.0), esplicitata ieri da Clemente Mastella, tra i fautori dell’operazione, di avere garanzie chiare da Conte perché loro “non sono i polli di Renzi”.

Da qui l’ipotesi che il presidente del Consiglio possa intervenire lunedì alla Camera e poi non attendere il voto di fiducia ma recarsi al Quirinale per rassegnare le dimissioni, per poi dar vita a un Conte ter, frutto di una nuova maggioranza politica, di cui i costruttori sarebbero la quarta gamba assieme a Pd, M5s e Leu. Un esecutivo quindi che si basi su un nuovo patto di legislatura e nuovi ingressi nella squadra di palazzo Chigi.

A porre il tema di un nuovo patto come uno dei punti dirimenti è il Pd. Il vicesegretario dem Andrea Orlando, avverte il premier: “È evidente che si può evitare la crisi avendo un numero in più, ma non pensare di governare. Perciò il tema che si porrà un minuto dopo la fiducia, se ci sarà, è consolidare la maggioranza, siglare un nuovo patto di legislatura e lavorare alla ricostruzione di un campo con le forze che hanno dato segnali ma che non si sono ancora sentite di fare questo passo, pur volendo prendere le distanze dalla destra sovranista”.

Per l’esponente democratico c’è “una disponibilità di forze intermedie a garantire la stabilità in questa fase, ma non abbiamo alcuna sicurezza. Però riteniamo giusto che sia il Parlamento a verificare se c’è o non c’è una maggioranza”.

Intanto da Italia viva, dopo lo strappo e le dimissioni delle due ministre – e nonostante la nettezza con cui Pd e M5s hanno sbarrato la porta agli ormai ex alleati – continuano ad arrivare segnali ‘distensivi’. Matteo Renzi ha annunciato l’astensione dei suoi gruppi se Conte dovesse presentarsi in Aula con un “intervento di apertura a pezzi di Forza Italia, del centro o altri che vorrebbe portare dentro per sostituirci”, ha spiegato ieri in serata.

E oggi, in un’intervista, il leader di Iv ribadisce la disponibilità a parlare di contenuti: “Noi siamo disponibili come sempre, leggo di indisponibilità di altri. Da noi nessuna preclusione, se si parla di contenuti ci siamo”, convinto che la maggioranza non avrà i numeri: “Secondo me senza di noi sono lontani da quota 161 al Senato. Hanno raccontato un loro auspicio come fosse la realtà”.

Ma gli spiragli offerti dai renziani non sembrano trovare terreno fertile nel Pd. “Le parole non bastano e mi pare che i margini siano pressoché esauriti. Iv deve prima spiegare i motivi della rottura, riconoscere l’errore politico e offrire garanzie che evitino recrudescenze”, spiega Orlando. Che torna ad incalzare Conte: “Deve assumere un ruolo per sciogliere i nodi politici irrisolti di questi mesi”.

Chi, invece, è favorevole a una ricucitura con Italia viva è Riccardo Nencini: si riparta “dalla maggioranza che c’era e che può essere rinnovata”. E il primo passo lo dovrebbe fare “chi ha la maggiore responsabilità: il premier”. 

AGI – È nata al Senato la componente Maie-Italia23, “per costruire uno spazio politico che ha come punto di riferimento Giuseppe Conte”. Lo annuncia il senatore Ricardo Merlo, che spiega che la componente Maie a Palazzo Madama cambia denominazione. “Non cerchiamo responsabili – sottolinea – ma costruttori, a cui l’unica cosa che offriamo è una prospettiva politica per il futuro, per poter costruire un percorso di rinascita e resilienza, nell’interesse dell’Italia, soprattutto in un momento così difficile come quello che stiamo vivendo, tra la crisi sanitaria che continua a mordere e quella economica che ha messo in ginocchio imprese, attività commerciali e famiglie”.

“Facciamo questo alla luce del sole, con trasparenza – continua ancora il sottosegretario agli Esteri – Invitiamo a far parte del gruppo tutti i colleghi senatori interessati a costruire e a lavorare da qui alla fine della legislatura per il bene del Paese e degli italiani”, conclude.

I senatori del Maie sono Merlo, Cario, Fantetti e De Bonis. Tre i deputati alla Camera. E’ stata costituita l’associazione Italia 2023, al momento si tratta di un contenitore, un’operazione ‘parallela’ per agevolare nuovi ingressi. I contatti sono in corso con esponenti di Iv, di FI e del gruppo misto, viene riferito. Lunedì ci sarà una riunione per studiare lo statuto e per cercare di chiudere con le nuove adesioni. “Nell’associazione potranno confluire i senatori. Noi siamo pronti”, spiega l’ex M5s De Bonis. 

AGI – Sarà un voto sul filo di lana a decidere lunedì alla Camera e martedì al Senato se il governo Conte sopravviverà alla crisi politica innescata dalla decisione di Matteo Renzi di ritirare il sostegno di Italia viva. Intanto sul possibile soccorso di parlamentari non organici alla maggioranza, che li si voglia chiamare responsabili o costruttori, è polemica: il centrodestra e lo stesso leader di Iv attaccano l’esecutivo, il premier, il Pd e M5s per questa scelta.

Ma nonostante qualche malumore, l’intenzione di governo e maggioranza è innanzitutto superare il vaglio delle aule parlamentari per poi costituire un gruppo autonomo con i ‘nuovi arrivati’.

Tutti dunque fanno i calcoli e si dicono certi dei loro numeri, mentre fioccano le smentite di chi era stato già indicato sui giornali come disponibile al sì al governo.
Il premier dunque è atteso lunedì alle 12 a Montecitorio e martedì alle 9,30 a palazzo Madama.

Dopo le comunicazioni e il dibattito si terrà il voto di fiducia sulle parole del premier e se il primo voto, alla Camera, pare facilmente superabile, per il secondo al Senato sono ancora al lavoro gli sherpa di governo e maggioranza, alla ricerca della certezza di arrivare a quota 161.

Anche oggi M5s e Pd non hanno lesinato critiche alla scelta di Renzi di togliere il sostegno al governo, definito ora irresponsabile ora inaffidabile. Se però i partiti di maggioranza sono compatti nel sostegno a Conte e alla linea della parlamentarizzazione della crisi, l”operazione responsabili suscita qualche malumore per i suoi limiti politici.

“Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non si tocca. Il Paese non può permettersi una crisi di lunga durata” afferma il capogruppo M5s alla Camera Davide Crippa; ma 13 parlamentari chiedono un “cambio di passo”. E se il vicesegretario Pd Andrea Orlando nota che c’è il “rischio che la crisi faccia aumentare lo spread”, chiarisce anche che “si può evitare una crisi con un numero in più, ma non si può pensare di governare con un numero in più”.

Orlando si dice certo che “se si manifesterà una disponibilità, la si realizzerà in una cornice politica”. Il Pd in queste ore e in questi giorni ha in programma una raffica di riunioni, da quelle di oggi dei ministri e Orlando sul recovery e del gruppo alla camera a quella di lunedì di Nicola Zingaretti con il gruppo del Senato. Ed effettivamente la soluzione a cui il premier sta lavorando sarebbe quella di dar vita a un gruppo parlamentare autonomo di ‘costruttori’, una volta incassata la fiducia. Una chiarezza politica che era stato uno degli elementi sottolineati dal Capo dello Stato durante i colloqui dei giorni scorsi con Conte. 

Il leader di Italia viva intanto non recede dalle sue posizioni: “Se ci dicono di no per fare un’altra maggioranza si prenderanno questa responsabilità: noi ci terremo la nostra liberta’”. “Al Senato – aggiunge Renzi – non sappiamo ancora se ci saranno 161 voti a favore. Nel caso, la democrazia parlamentare avrà prodotto la terza diversa maggioranza in tre anni con lo stesso premier” ma “se non prende 161 voti, tocca a un governo senza Conte”.

Intanto il centrodestra si riunisce nuovamente per valutare la situazione politica dopo aver chiesto ieri al Capo dello Stato che si proceda con tempi rapidi e si vada al voto. I vertici proseguiranno tutti i giorni annunciano i leader, che poi in una nota tagliano corto: “L’Italia ha bisogno di un governo capace di affrontare le difficili sfide che il Paese si trova davanti, non di un esecutivo zoppicante che si regge su una maggioranza raccogliticcia”.

Ma per Salvini quello di Conte al momento è solo un bluff: “Se avesse i numeri, sarebbe arrivato oggi in Parlamento e non si sarebbe preso il weekend”. Di certo finora, se molti sono i boatos di asticelle raggiunte o meno, proseguono ad arrivare le smentite alle notizie di nuovi responsabili in Iv e Fi, a cominciare da Donatella Conzatti e Barbara Masini. 

AGI – E chi se la dimentica la faccia di Oscar Luigi Scalfaro mentre davanti a lui giurava, con un sorriso stampato, Silvio Berlusconi? Le memorie storiche della Repubblica, o anche gli studiosi o i semplici appassionati degli archivi in bianco e nero, asseriscono che poi non fosse molto diversa da quella di Antonio Segni di fronte a Moro ed al suo primo governo di centrosinistra (quello storico, in cui il centro era preponderante rispetto alla sinistra). Cossiga, quando vedeva una brutta aria, convocava i litiganti al Quirinale alle 11 di sera: faceva molto atmosfera. Se poi si arrivava alle consultazioni ufficiali approntava il buffet ed offriva un bicchierino di porto ai giornalisti, così poteva dire quel che ne pensava. Ne uscivano delle cronache molto divertenti.

Napolitano, se un ministro sostitutivo di un altro non gli andava a genio, lo faceva giurare quasi in castigo, in segreto, nella Sala della Pendola (vale a dire l’angolo più remoto del Palazzo). Trasudava apparentemente intimità, quell’ambiente raccolto e difficilmente raggiungibile, e invece era freddezza. Agli altri era toccato lo splendore di ori e rossi pompeiani del Salone delle Feste, ed il solo nome basti.

I dodici Presidenti

Dodici sono stati i Presidenti della Repubblica, includendo anche il provvisorio ma presente De Nicola e considerando unico il bisvalido Napolitano, ed il numero ha un non so che di cabalistico. I governi, in compenso, molti di più. A contarli uno ad uno, ma c’è il rischio di vedere le dita che si incrociano come quelle di Roger Rabbit, dovrebbero essere 67.

Tutti frutto di tormenti e pensamenti, al Quirinale: quale più e quale meno. L’unico in cui il Colle c’entra solo di sguincio è il primo in assoluto, il De Gasperi I. Ma solo ed unicamente perché nel frattempo il Padre della Patria aveva assunto, causa referendum del 2 Giugno, il titolo di provvisorissimo capo dello Stato, e se ne stava al Viminale a minacciare garbatamente i Savoia che non volevano sloggiare: continuiamo così ed uno di noi stasera finisce dietro le sbarre. Mollò la carica più che temporanea di lì a tre settimane, e quindici giorni dopo anche quella di Presidente del Consiglio. I nuovi tempi esigevano un reincarico, che Enrico De Nicola prontamente accordò in un men che non si dica. Il problema non era mica quello, erano i comunisti nell’esecutivo.

A maggio del ’47 venne risolto con il De Gasperi IV (il III visse poco, e di luce riflessa). Ma attenzione, non è che il vecchio liberale e laico De Nicola avesse, come dire, abbozzato di fronte alle manovre democratico-cristiane. Lui la svolta o non la voleva, o non la voleva in quel modo.   

Insomma, non voleva la crisi, e per far dispetto a tutti prima di accettare un nuovo esecutivo De Gasperi dette addirittura l’incarico a Francesco Saverio Nitti, e poi ancora a Vittorio Emanuele Orlando. Era l’avvisaglia di quel conflitto latente e in fondo mai risolto sui poteri del Colle nella nomina o selezione del capo del governo, di fronte alle esigenze delle forze parlamentari.   

I governi di Einaudi

Sette, per proseguire con i numeri della cabala, furono i governi tenuti a battesimo da Luigi Einaudi, il Presidente Notaio. Notaio mica tanto. Passò dal De Gasperi IV al De Gasperi VIII poi Pella Fanfani e Scelba. È vero: annotava ed annuiva. Ma solo fino a quando aveva di fronte il vero uomo forte della situazione. Del resto De Gasperi era un cattolico liberale e lui un liberale non avulso dal cattolicesimo: ce n’era abbastanza per intendersi al volo. Quando però l’altro lasciò, venne fuori che anche un notaio, nel redigere l’atto, alla fine può far di testa sua. Einaudi, che di economia ci capiva e voleva gestirne un pezzo per interposta persona, impose a Pella la divisione del dicastero omonimo. Nacque il dualismo Bilancio-Tesoro, risolto solo tanti ma tanti anni dopo, da Napolitano. Il notaio non solo certifica, ma crea i precedenti. 

Le scelte di Gronchi

Gronchi iniziò con Scelba e finì con Fanfani IV. In mezzo Zoli e un secondo Segni, ma soprattutto Tambroni. Sinistra democristiana lui, sinistra democristiana Gronchi. Risultato: monocolore con l’appoggio esterno del Msi. L’iniziativa è stata presa personalmente dal Capo dello Stato, che pure durante il fascismo si era ridotto a fare il commesso viaggiatore pur di mettere insieme il pranzo con la cena. Il fatto è che lui stesso è stato in Urss a parlare di distensione internazionale e a Washington non hanno approvato. L’Osservatore Romano mette in guardia dall’apertura ai socialisti. Antonio Segni non ne può più e lascia Palazzo Chigi. Rinuncia ad un incarico, seguito da Giovanni Leone. La Dc addirittura è sconvolta – essa stessa, che è la quintessenza dell’unitario – dai venti di una scissione. Il Quirinale decide allora per lo strappo solenne. Seguiranno i tumulti di Genova. Ma soprattutto seguirà dopo non molto il centrosinistra. Agli storici il dilemma di stabilire se si sia trattato di un machiavellico disegno che mise tutti nel sacco o, più semplicemente, della Nemesi.

I due anni di Segni

Due anni resistette al Quirinale Antonio Segni, giusto il tempo di varare tre governi: due Moro ed un Leone. Della faccia del Presidente si è accennato, all’alba del Sol dell’Avvenire. Non c’è bisogno di altro, per capire come era andata.

I notai della Repubblica

Con Saragat e Leone, in tempi di scoperta della formula balneare dell’esecutivo, in media un governo l’anno, fino al quinto Moro ed il quarto Rumor, per arrivare al quarto Andreotti. Sono forse gli anni in cui il Quirinale veramente si fa sede del notaio della Repubblica: vuoi per il peso politico di chi vi abita, vuoi per quello del partito che lo ha sponsorizzato. Ma soprattutto è una questione del peso della persona del Presidente del Consiglio. 

 È lo schema, in fondo, già visto con De Gasperi e Einaudi: se Palazzo Chigi è forte e i partiti rappresentati in Parlamento pure, è difficile per il Quirinale giocare all’attacco. Se poi si parla di Moro e Andreotti, non c’è proprio partita. Rumor, da parte sua, è l’uomo del monocolore democristiano. Più chiaro di così. Ma sta per iniziare l’epoca dei presidenti interventisti.    

La ventata di Pertini

Interventista era Sandro Pertini, ma a modo suo. Quasi gramscianamente, perché arrivato al Quirinale capì subito che la centralità sua e della sua magistratura non sarebbero dipese dal rispettivo peso nella politica (battaglia persa in partenza), ma nella società. Occupò quindi questa e si disinteressò dei processi istituzionali. Anche lui dette il ‘la’ a tanti esecutivi, e di peso (quinto Andreotti, quinto Fanfani, due Cossiga due Spadolini ed un Forlani; infine il Craxi I). Ma poi andava a Madrid o in Irpinia come a Vermicino e il centro del palcoscenico era il suo. Gli altri soffrivano. Craxi, che lo conosceva bene, infatti lo accettò al Quirinale senza troppi entusiasmi. Il momento più alto fu il Caso P2. A liquidare una delle fasi più buie della storia repubblicana fu chiamato a Palazzo Chigi un laico, ed era la prima volta. Ma ancora adesso ci si ricorda non del lavoro complicato di Giovanni Spadolini, quanto del messaggio di fine anno di Pertini del 1981.

Cossiga la fine di un’epoca

Uguale fu Cossiga: cinque anni zitto a prendere nota del volere altrui, due a far come gli pareva. Le cronache ricordano il secondo Craxi e l’ultimo Fanfani (il sesto), l’unico Goria e il solo De Mita. Soprattutto l’ultimo Andreotti: era proprio finita un’epoca. La prassi e la Costituzione materiale vennero stravolte, il Capo dello Stato litigava con maggioranza e opposizione, tentava una appellatio ad populum e assisteva al dissolvimento del quadro politico nazionale e internazionale. Fu il primo a capire che il Muro di Berlino avrebbe trascinato nel suo crollo molte altre cose. Non si mescolò più di tanto con i vecchi riti: il mondo si fa vecchio, lasciatelo morire. Infatti lui si rivolgeva direttamente alla gente. 

Scalfaro e i governi del Presidente

Con Scalfaro tutto cambia. Craxi, al declino ma ancora potentissimo, gli comunica che dovrà scegliere il Presidente del Consiglio, nel 1992, tra Amato De Michelis e Martelli, ma “non necessariamente in ordine alfabetico”. E lui invece sceglie Amato. Poi fu suo, non solo formalmente, l’incarico a Ciampi e nacque la formula del Governo del Presidente, trionfo della nuova Costituzione materiale. Con Berlusconi non si poteva vedere, è acclarato. Ma dopo il 27 marzo 1994 Scalfaro infrange ogni prassi e fa le consultazioni non per partiti, ma per poli, In 24 ore il Cavaliere è incaricato. Si presenta con la lista dei ministri, e Scalfaro a questo punto gliene boccia uno; Previti, l’avvocato personale indicato alla Giustizia. Dopo otto mesi di sgarbi, arriva Dini (scelto da Scalfaro, logicamente). Ma il Cavaliere non fu l’unico a subire il trattamento, se è vero che il giorno dopo l’incarico a D’Alema piombò al Quirinale un Giovanni Paolo II furente. “Affari nostri”, gli rispose in sintesi l’Uomo del Colle, cui non mancava il fegato.

Ciampi erede di Einaudi

Ligio invece all’eredità einaudiana si professò sempre Ciampi: con Amato e Berlusconi, che gli riempirono sette anni non tutti passati tranquillamente. Con il secondo ebbe scontri non indifferenti, ma solo dopo averlo nominato. Le urne del resto avevano deciso in modo incontrovertibile.

I tempi di Napolitano

Monti invece fu invenzione di Giorgio Napolitano, anche in questo caso in tempi burrascosi. Letta in buona parte portava il suo sigillo, ma non gli bastò. Renzi fu così apertamente difeso dal Colle da far pensare che l’endorsement quirinalizio fosse stato dato con volenteroso entusiasmo, ma poi i rapporti si guastarono. E Mattarella, da allora, ha sempre insistito su un punto: fate voi, ma attenti: se tergiversate, se perdete tempo, se in una parola fate i furbi sciolgo tutto e arrivederci. È valso, dopo la parentesi transitoria di Gentiloni, con i gialloverdi e poi i giallorossi,cioè con i due governi Conte. Vale anche questa volta.

AGI – Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è stato ricoverato all’Ospedale Cardiotoracico di Monaco per accertamenti. È quanto confermano fonti del partito i quali assicurano che il Cavaliere “tornerà a casa entro pochi giorni”.

“Sono andato di persona visitare Silvio Berlusconi, lunedì, e, dopo averlo dopo averlo visitato, ho disposto il ricovero urgente al centro cardiologico del Principato di Monaco perché non ho ritenuto prudente affrontare il trasporto in Italia”, ha dichiarato il medico di Silvio Berlusconi, Alberto Zangrillo. 

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