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Il senatore Ugo Grassi, eletto con il Movimento 5 Stelle, ha aderito al gruppo della Lega. Il passaggio è stato formalizzato oggi. “Diamo il benvenuto al senatore Grassi. Porte aperte per chi, con coerenza, competenza e serietà, ha idee positive per l’Italia e non è succube del Pd. Su riforma ed efficienza della giustizia e rilancio delle università italiane, col senatore Grassi lavoreremo bene”. Così Matteo Salvini commenta l’adesione dell’ex Cinquestelle, per poi aggiungere: “Le porte della Lega sono aperte a tutti gli eletti e gli elettori 5 Stelle che mantengono coerenza, onore e dignità”.

Ieri Grassi aveva spiegato la sua scelta. “Non puoi rimanere in un partito in cui tutte le decisioni sono decise dai vertici”. Grassi, che mercoledì ha votato la risoluzione del centrodestra sul Mes, uscendo dall’Aula del Senato con al suo fianco il vice presidente leghista di Palazzo Madama Roberto Calderoli. “Alcuni mi hanno mostrato solidarietà. Ma la reazione dei colleghi è stata in alcuni casi aspra. E questi toni hanno contribuito a incrementare il mio disagio”.

Aggiunge Grassi in una lettera che l’Agi ha potuto visionare: “Non ho mai preteso alcun ruolo di governo, né ho mai ritenuto essenziale conseguirli. Si può contribuire in molti modi, ma sempre sul presupposto di essere ascoltati, di poter avviare un confronto sulle scelte e sugli obiettivi politici”. Ancora: “Mi sono invece ritrovato del tutto inascoltato su molteplici tematiche che pure avevo posto a base dell’accettazione della mia candidatura. Durante questa prima fase della XVIII legislatura mi sono ripetutamente domandato per quale ragione avessero mai voluto tra i loro eletti un professore universitario se del mio contributo nessuno si curava”.

 

“Bisogna avviare un confronto serio con l’Europa e costruire un canale privilegiato per scorporare gli investimenti green dal debito”. In un’intervista a Il Messaggero il sottosegretario al ministero dell’Economia Pier Paolo Baretta va dritto al punto mentre è impegnato fino a tarda sera nella messa a punto della legge di bilancio.

Secondo il sottosegretario al Mef, la presidente von der Leyen “ha messo al centro del suo intervento la sostenibilità e indicato le risorse disponibili che, ad di là di ogni altra considerazione, mi sembrano ingenti” ma proprio per questo motivo ritiene anche che sia “opportuno avviare una discussione e immaginare un canale privilegiato per indirizzare nuove risorse” che vadano in questa direzione, “scorporandole dal debito pubblico”. Un’azione che, ovviamente, va fatta “in maniera selettiva, senza strappi”.

Baretta sostiene pertanto l’opportunità che l’Italia, inviti l’Europa a fare un passo ulteriore, entrando nel merito” delle questioni perché se da un lato “sono necessarie delle limitazioni e forme di tutela e garanzia”, dall’altro “bisogna a mio parere andare avanti” dice, spiegando che per esempio i green bond, come sottolineato più volte dal ministro Gualtieri, “possono offrire garanzie precise e finanziare con interventi mirati, non andando a incidere, sul monte del debito”. Questa, dice ancora Baretta, “è la nostra idea”, di fatto “una innovazione importante con obiettivi ben delimitati”.

Quanto alla facilità di convincere Bruxelles a operare in questa direzione, il sottosegretario al Mef afferma che “i margini di manovra ci siano” perché “il discorso della presidente dimostra una grande attenzione al tema”. E tuttavia si tratta. visto anche la portata degli interventi annunciati, “di investimenti ingenti che hanno l’obiettivo di creare una nuova economia, puntando sulla sostenibilità e la difesa dell’ambiente”. Insomma, “un traguardo importante che va assolutamente raggiunto nei tempi indicati dalla Commissione Ue” conclude il sottosegretario che a proposito dello scorporo dal debito degli investimenti green si dice sicuro di poter trovare degli alleati in Europa.

A tale proposito aggiunge: “Abbiamo già stanziato circa 3 miliardi proprio su questo fronte per i prossimi anni” e anche la Francia “mi sembra orientata a scorporare gli investimenti verdi, o almeno una parte di essi, dal debito”. Ribadisce il sottosegretario: “Va avviato un confronto costruttivo e aperto. Con dei paletti ben chiari. Serve, voglio sottolinearlo, una selezione degli interventi. Di certo incentivi sia sul fronte pubblico che su quello dei privati vanno studiati allo scopo di favorire. un processo importante per il nostro Continente”.

 

Infine, altri interventi che potrebbero essere scorporati dal debito potrebbero essere, secondo il sottosegretario Baretta,  il “piano contro il dissesto idrogeologico che ha, come evidente, una grande impatto ambientale” perché “rientra o può rientrare proprio nell’ambito del green deal”. Ma Baretta pensa anche alla necessità di una parte del mondo imprenditoriale “di avviare delle riconversioni industriali imponenti, che ovviamente – dice – vanno favorite proprio perché legate ai temi dell’ambiente»”.

 

“Abbiamo bisogno di modelli di ruolo, di figure positive cui ispirarsi. Ne abbiamo bisogno perle nostre ragazze, le nostre figlie e per il nostro Paese”. In un’intervista al Corriere della Sera, Alessandra Perrazzelli, 58 anni, componente del Direttorio della Banca d’Italia, della quale è anche vice direttrice generale, afferma che “è in questo senso che la nomina di una studiosa di grande valore come Marta Cartabia va salutata come un messaggio di speranza”.

Per Perrazzelli, nella nomina di Marta Cartabia alla presidenza della Consulta c’è “sicuramente un grande orgoglio in tutte noi” donne, ma allo stesso tempo “non si può negare che questa scelta di eccellenza sia anche un segnale forte” ovvero “un passaggio storico dal quale sarà difficile, mi auguro, tornare indietro” afferma la dirigente del primo istituto di credito. E se la nomina di ieri non è un comunque fatto isolato “per le massime cariche dello Stato” perché “in questo caso si tratta della quarta carica e di una scelta avvenuta all’unanimità all’interno di un pilastro fondamentale della Repubblica, la Consulta”, l’arretratezza in genere “riguarda sia le donne sia i giovani”, ai quali ultimi, osserva la dive direttrice generale di Bankitalia, “l’accesso ai ruoli di potere è molto spesso impedito”.

Per Perrazzelli un grande ruolo storico lo hanno avuto le quote, “che sono state fondamentali e la loro efficacia sull’equilibrio della gestione societaria è dimostrata”, ma rileva “da sole non bastano”. Quel che serve, per l’alta dirigente dell’istituto di via Nazionale, è “un sistema per le candidature che devono essere in base alle competenze ma anche al genere. Serve una spinta sulla politica elettiva, per esempio, nelle società pubbliche dove si è visto anche recentemente la totale assenza delle donne ai vertici”. Perché, aggiunge Perrazzelli, “quello delle candidature sembra un meccanismo all’apparenza semplice da realizzare” mentre in realtà “innovare è sempre affrontare le complessità” e in questo caso “bisogna procedere con determinazione ed entusiasmo”.

Per Perrazzelli, infine, “quella che ci aspetta è l’era delle donne” e per capirlo basta dare uno sguardo a quel che accade “vicino a noi, in Europa, alla Bce, nel governo in Finlandia”. E per superare contraddizioni, arretratezze e gabbie “a questo servono il pensiero femminile , l’educazione finanziaria, l’equilibrio nella gestione del potere”.

Sul Mes “l’Italia non ha nulla da temere” perché “il suo debito è pienamente sostenibile”, e “lo dimostrano le valutazioni delle principali istituzioni internazionali, inclusa la Commissione Ue, e i mercati”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’Aula della Camera nel corso delle comunicazioni in vista del Consiglio Europeo, un intervento caratterizzato da forti tensioni.

“Il governo italiano non farà mancare le proprie proposte”, aggiunge il premier, e confido anche “nel Parlamento. Rivendicherò un metodo inclusivo” a partire dai parlamenti per un percorso che “non deve essere elitario ma ampiamente partecipato” che abbia al “centro i bisogni dei cittadini”. 

“Nessuna modifica sostanziale al trattato già esistente”

La revisione del Mes “non apporta modifiche sostanziali al trattato già esistente” e “non introduce” alcun “automatismo nella ristrutturazione del debito di uno Stato, ha detto ancora il presidente del Consiglio, sottolineando che “è nostra ferma intenzione che questo non accada”. La riforma, aggiunge, “lascia alla Commissione europea il fondamentale ruolo di valutarne la sostenibilità e di assicurare la coerenza complessiva delle analisi macroeconomiche effettuate sui Paesi membri”, ha spiegato.

“La posizione del governo in sede europea sarà sempre coerente con gli indirizzi definiti dalle Camere”, ha aggiunto Conte, “il governo continuerà a operare secondo una logica di pacchetto assicurando l’equilibrio complessivo dei diversi elementi al centro del processo di riforma dell’Unione economica e monetaria e valutando con la massima attenzione i punti critici”. Conte ha poi ribadito “la coerenza e la trasparenza informativa che hanno caratterizzato sempre l’interlocuzione tra Governo e Parlamento su un tema così complesso e sensibile”.

Da Lega e FdI parte il coro “venduti”

Non sono mancate tensioni. Quando il deputato M5s Filippo Scerra ha attaccato Giorgia Meloni, rimproverandole mancanza di coerenza sui trattati Ue, l’FdI Federico Mollicone si è rivolto verso i banchi M5s urlando “pagliacci, vi siete venduti anche l’anima”, mimando il naso di un clown e abbandonando stizzito l’emiciclo mentre veniva redarguito dal presidente della Camera, Roberto Fico. 

Proprio mentre la deputata Pd Alessia Rotta chiedeva a Roberto Fico provvedimenti per aver udito più volte la parola “venduti”, dai banchi dell’opposizione, all’indirizzo dei deputati della maggioranza, da Lega e FdI si èlevato il coro “venduti”, seguito dalle proteste di alcuni deputati dei due partiti di opposizione, che hanno preso la parola accusando il presidente della Camera di parzialità.
Successivamente ha preso la parola il deputato Iv Gennaro Migliore, protestando a sua volta per la mancata censura da parte della presidenza verso questi comportamenti delle opposizioni. 

E Borghi dà del “traditore” al premier

“Il mandato che” il presidente del Consiglio aveva ricevuto da Salvini e Di Maio “era di non firmare mai quel trattato”. Lo ha detto il leghista Claudio Borghi intervenendo nell’Aula della Camera nel corso del dibattito sulle comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del Consiglio Europeo, in merito al Mes.

“Nessuno pensi che queste decisioni possono essere emendate in futuro. Il trattato è per sempre. E cosa farà quindi il nostro rappresentante? Abbiamo seguito da vicino la trattativa a giungo: il mandato era di non firmare mai quel trattato”. A questo punto, presidente, “ci dica cosa non capiva, quando Molinari (Lega) le disse che l’evoluzione del Mes che si stava pensando era una follia e noi della Lega non lo possiamo accettare. Cosa non capiva? Ce lo dica!”, ha urlato Borghi in Aula.

“Cosa dobbiamo pensare quando l’abbiamo visto adagiato sui divanetti con la Merkel, Macron, Rocco Casalino… davanti a un bel giro di birre. Se li ricordava questi impegni che il Parlamento le aveva consegnato? Beh, certo. È anche colpa nostra che abbiamo dato la fiducia a questa persona. Perché se da Cavour e De Gasperi poi mandiamo a trattare con l’Europa Conte e Rocco Casalino cosa ci dobbiamo aspettare? Forse noi siamo ingenui, ma cosa dobbiamo pensare se ascoltiamo che il trattato e’ chiuso? Che lei presidente è un traditore. E il tradimento va sanato con la dignità”, ha concluso Borghi. 

“Salvini e Meloni sono quelli che ci hanno regalato il Mes perché la prima negoziazione sul Mes, che esiste già ed è pienamente operativo purtroppo, parte dal Governo Berlusconi-Lega del 2010-2011”. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a margine della sua audizione alla Camera al Comitato su Schengen. “Adesso è bellissimo, surreale, perché abbiamo abbiamo Salvini e Meloni che dicono che noi ci siamo mangiati la parola sul Mes”, ha continuato. “Noi stiamo affrontando la riforma del Mes per migliorare uno strumento che loro hanno contribuito ad istituire e ricordo anche che Giorgia Meloni era nella maggioranza che sosteneva il Governo Monti, quando tutto questo fu firmato”.

Di Maio ha precisato che “il Movimento su questo tema è sempre stato coerente e trasparente, nessuno si deve meravigliare che quando si scrive una risoluzione sul fondo salva stati il Movimento abbia forti perplessità e vuole vederci chiaro”. Il capo politico dei 5 stelle ha ribadito che “non firmerà nulla fino a quando l’Italia sarà al sicuro al 200%”, criticando la “logica del pacchetto”. 

 

In un intervista al Corriere della Sera il ministro dell’Ambiente Sergio Costa annuncia che i lavori preparatori di Cop26, e soprattutto la prima Cop Giovani, si svolgeranno in Italia, a Milano, il prossimo anno a ottobre. Naturalmente, la giovane attivista ecologista svedese Greta Thunberg “è invitata” assieme “all’inviata di Un Youth, Jayathma Wickramanayake”.

Il ministro Costa racconta di averne già parlato con il sindaco di Milano e con il presidente della Regione Lombardia, che “sono entrambi entusiasti, come lo sono io” aggiunge, perché “è la prima volta nella storia delle Cop, su un’intuizione tutta italiana”, che giovani di tutto il mondo si incontrano per due giorni. E al termine, dice il ministro, sarà sottoscritta “una Dichiarazione finale che sarà portata in novembre alla Cop26 di Glasgow e presa in carico dai decisori”.

Sergio Costa, che oggi nella sessione plenaria di Cop25 ribadirà il sostegno italiano alla riduzione delle emissioni, “in linea con gli obbiettivi di Parigi”, dice anche che è anche “la prima volta nella storia dell’essere umano in cui i figli educano i genitori” in quanto “i giovani hanno una marcia in più, sono più liberi” e per questo motivo “dobbiamo creare le condizioni per ascoltarli” per “passare dalla protesta in strada alla proposta”. Ed è anche su questa scia che l’Italia ha appoggiato, sostiene Costa, “l’elezione di von der Leyen proprio perché aveva preannunciato” il suo piano verde.

In questo contesto, il ministro per l’Ambiente ricorda anche che “l’Italia è uno dei 66 Paesi al mondo che ha firmato l’impegno per la decarbonizzazione entro il 2050” e ha depositato nel dicembre dell’anno scorso un Piano energia e clima “considerato dall’Unione Europea tra i tre migliori dell’Ue”, pur essendo ancora da rivedere su alcuni passaggi.

“Bruxelles ha fatto dei rilievi, li stiamo verificando per poter alzare le ambizioni. In linea con la realistica possibilità poi di applicarlo”, aggiunge Costa che spiega anche che il commissario Paolo Gentiloni ha chiesto alla Ue che gli investimenti verdi non vengano conteggiati nel debito, perché “la transizione diventa più veloce e rispetta quello che è stato detto nelle ultime Cop sulla ‘transizione giusta, che non lascia nessuno dietro’, se puoi investire di più”.

Costa definisce la proposta di Gentiloni “ragionevole” e per questo obiettivo serve ora “una deroga al Patto di stabilità”.

Pd e 5Stelle alla prova della verifica di governo. E in un’intervista al Corriere della Sera, Andrea Marcucci, capogruppo dem a Palazzo Madama, dice che “una volta messi in sicurezza i conti dello Stato bisogna trovare uno spazio di confronto per rilanciare un programma che arrivi alla fine della legislatura” perché per arrivare al 2023 “dobbiamo rilanciare il governo, lavorare con più coesione e meno strappi”.

Ma per raggiungere questo obiettivo, sottolinea Marcucci, bisogna “richiamare ognuno alla propria responsabilità”. Ed è un messaggio in bottiglia a Renzi e Di Maio, che in questi giorni hanno dato segnali di volersi sfilare dalla compagine, tra nervosismi e intemperanze. “Se c’è un tavolo dove ogni forza politica mette le proprie proposte – aggiunge Marcucci – una volta che l’accordo è raggiunto, siamo tutti tenuti a mantenerlo. Bisogna lavorare seguendo lo schema adottato sulla legge di bilancio, che, lo ripeto, ha prodotto un buon risultato, grazie al concorso di tutta la maggioranza, e ovviamente mi riferisco anche a Iv e al M5S”.

Poi, nello specifico, su Di Maio e Renzi, Marcucci afferma di non volerli accusare e che “siamo cascati tutti nell’errore, per fare notizia sui giornali, di fare battute e aprire fronti che non hanno una vera valenza programmatica e in compenso creano fibrillazioni nella maggioranza e nel governo” un modo che “è profondamente sbagliato”. Così il capogruppo dem al Senato invita a “smetterla tutti” in quanto è giunto “il tempo di confrontarci, anche con una dialettica forte”, ma per poi “trovare un’intesa e lavorare tutti insieme per l’interesse del Paese”.

“Non spacchiamoci sulla legge elettorale”

Quanto al fatto poi che una “verifica” di governo possa creare ulteriori fibrillazioni nell’esecutivo e nella maggioranza complessivamente intesa, Marcucci afferma che “sinceramente credo che il passaggio più delicato sia questo che stiamo affrontando adesso per chiudere la legge di bilancio” in quanto la maggioranza si è ritrovata “a dover reperire 24 miliardi per le clausole di salvaguardia volute da Matteo Salvini” e nonostante tutto “siamo riusciti a inserire nella manovra il taglio del cuneo fiscale e alcune normative legate alla sostenibilità ambientale e a dare fiato agli investimenti pubblici” .

Ma il governo è di coalizione, “composto da forze politiche anche molto distanti”, spiega l’esponente dem, tant’è vero che “nessuno nasconde che ci siano dei problemi su alcuni temi, come, per esempio, quello della prescrizione”. “Ma sono convinto – conclude – che saremo capaci coordinarci per rilanciare questo governo e affrontare i grandi temi che abbiamo di fronte: economia, sviluppo, crescita, lavoro educazione e ambiente”. E legge elettorale, sulla quale Marcucci dice: “Non ci si deve spaccare” portando avanti una proposta della maggioranza, “che vada bene a tutti, con la massima apertura al dialogo nei confronti delle opposizioni.

Con lo sguardo rivolto al traguardo elettorale del 26 gennaio 2020, Stefano Bonaccini dice: “L’Emilia Romagna s’è svegliata. L’Italia non so” per poi aggiungere: “Merito delle sardine, non c’è dubbio”. In un’intervista a la Repubblica il governatore uscente dell’Emilia-Romagna, candidato alla riconferma contro la leghista Lucia Borgonzoni e reduce da una piazza nutrita e che sabato l’ha sostenuto con forza, non sa però dire ancora se il vento è cambiato, però sente che sotto sotto c’è l’orgoglio della regione rossa “che si ribella a chi mette in discussione i suoi valori”.

Secondo Bonaccini “le sardine stanno riempiendo tante piazze nel Paese” e questo “è un bel segnale”, perché si tratta di “piazze di giovani, che non usano un linguaggio di odio” anche se resta però il fatto, sottolinea il governatore, “che in Italia il malessere sociale e l’insofferenza verso la politica sono ancora molto profondi”. Quanto alle “sardine” non sa se a qualcuna di loro chiederà di sedere in giunta, perché “le giunte si fanno il giorno dopo le elezioni” e questo per ora è il momento “di dare risposte sui contenuti, sull’idea di società che abbiamo”. Anche se, puntualizza Bonaccini, con le sardine “su alcuni temi vedo un terreno di convergenza: cultura, scuola, lavoro, ecologia, diritti”.

E così sull’onda di quanto è accaduto in Finlandia dove a capo del governo è stata insediata una giovane donna di appena 34 anni, Sanna Marin, il governatore uscente e in corsa per essere riconfermato, promette che se “nel mio primo mandato feci una giunta di 5 donne e 5 uomini” questa volta “non escludo che le donne possano essere anche di più”. Quanto alle accuse di sessismo lanciate nei suoi confronti dall’avversaria, Bonaccini risponde di non aver “mai attaccato personalmente Lucia”, però poi sottolinea: “Il fatto che Salvini sia sul territorio più di lei è una scelta loro. Non so se sia sessismo, ma non dipende da me”.

 

In Europa le donne premier, in politica e alla guida delle istituzioni sono la maggioranza. Così da Helsinki a Bruxelles la parità oggi non fa più rumore. Ma in un’intervista a la Repubblica, la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ricorda una frase di Charlotte Whitton, primo sindaco donna di una capitale, anno 1951, a Ottawa: “Una donna deve fare ogni cosa due volte meglio di un uomo per essere considerata brava la metà”. E quindi ammette che ancor oggi nel centrodestra e nella destra in generale, “il capo è condottiero, punto”. Poi chiosa: “Era anche un problema di physique du rôle, vogliamo dirla così? Anche se in Italia questa idea mi pare non risparmi neanche la sinistra”.

Quindi, partendo dal presupposto che “in politica non è facile per nessuna donna”, Meloni sostiene che “non lo è neanche tra noi ‘sovranisti‘” anche perché un po’ “scatta quella tentazione di guardarti dall’alto in basso, ‘ma tanto non sarà così preparata, così intelligente’”, però detto questo, aggiunge la leader di FdI, “io sono stata, in generale, molto più rispettata da uomini di destra che dalla sinistra” anche se “le mie sfide me le ero scelte tutte di un certo livello” e “mai nessuno mi ha regalato nulla”,  tuttavia “non mi sono sentita discriminata” analizza Meloni, che in ogni caso ha nostalgia dei tempi in cui la politica aveva “una profondità e un livello che oggi si incontra più difficilmente”.

 

 

 

 

Il dibattito sul Mes? “Non mi è piaciuto di sicuro, come avrebbe potuto? È un dibattito assurdo. Si sono dette delle cose che non sono vere, altre che sono vere ma sono state usate fuori contesto”. In un’intervista a Il Giornale, Carlo Cottarelli, ex Commissario alla spending review, dice che quello sul Mes è come un dibattito che si svolge intorno alle bufale, le fake news, perciò sottolinea che il Mes “è un accordo che va discusso e che contiene degli aspetti delicati, ma i temi vanno trattati per quelli che sono, cercando di capirli”.

Cottarelli sostiene anche che l’aspetto più sorprendente è che “a protestare sono state le forze politiche che erano al governo quando l’intesa è stata negoziata”, per poi chiedersi: “Ma a suo tempo, quando avrebbero dovuto fare attenzione, dove erano?”. Il manager pubblico si dice anche infastidito dal mito che caratterizza gran parte del dibattito pubblico in Italia perché “i nostri problemi sono colpa di qualcun altro”.

Ovvero, “non contano la burocrazia soffocante, una giustizia che non funziona, la produttività delle aziende che non cresce. No, nulla di tutto questo” ma invece “c’è una specie di complotto di chi ci vuole male. E naturalmente è sempre colpa del governo precedente”, chiosa.

Poi Cottarelli aggiunge anche che “è chiaro che ci sono delle responsabilità che affondano le loro radici nel tempo” come il debito pubblico, per esempio, che “è frutto ancora della prima repubblica” e “ce lo trasciniamo dietro da allora”, però sottolinea, “siamo come gli appassionati di calcio che danno sempre la colpa all’arbitro”.

Ma il punto, secondo il manager della spesa pubblica, è che “nell’ultimo quarto di secolo siamo cresciuti pochissimo” e in Europa “solo la Grecia ha fatto peggio di noi e questo ci porta a interrogarci sul tema con più preoccupazione e angoscia di altri. Dovremmo riconoscere che è in gran parte colpa nostra. Ma la verità fa sempre male” mentre si preferiscono usare i social che “sono il terreno ideale per ‘parlare alla pancia’” e “dove è più facile fare crescere i miti”.

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