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Anche il Samsung Galaxy Note si sdoppia. Per la prima volta il dispositivo, presentato dalla casa sud-coreana, ha una versione standard e una “Plus”, di dimensioni e con alcuni accorgimenti superiori. Ci sarà quindi un Galaxy Note 10 da 6,3 pollici e un Galaxy Note 10+ da 6,8 pollici (lo schermo più grande mai visto su uno smartphone Samsung).

Note 10, lo smilzo extra-large

Samsung decide di adottare anche per il suo dispositivo con pennino quella che è ormai diventata una tradizione per la linea S e per molti concorrenti. La scelta è quella di puntare su un dispositivo con dimensioni simili a quelle del Note 9, aggiungendo un “mega” Note, che però resta su un ingombro accettabile grazie al formato del display “Cinema Infinity”: le cornici sono praticamente scomparse e non c’è notch. Viene adottato e adattato lo stile dell’Infinity-O visto sul Galaxy S9: le fotocamere frontali sono incastonate nello schermo Amoled. Accorgimenti che permetto di avere dimensioni complessive inferiori o simili al Note 9, ma con una superficie utilizzabile superiore. Il Note 10 da 6,4 pollici è lungo 151 millimetri e largo 71,8. È quindi decisamente più piccolo del suo predecessore, che pur avendo un display da 6,3 pollici aveva un ingombro maggiore: 161,9 per 76,4 millimetri. Allo stesso modo, il “gigante” di casa, da 6,8 pollici, si mantiene su dimensioni (162,3 per 77,2 millimetri) non lontane dal dispositivo dello scorso anno. Samsung ha quindi lavorato per rendere il Note 10 più smilzo e leggero. Lo spessore dei nuovi arrivati è di 7,9 millimetri, con un taglio del 10% rispetto al Note 9. Il peso è di 168 grammi per la versione base (33 in meno del predecessore) e di 196 per quella Plus.

Prezzi per un nuovo pubblico

La differenza non solo di dimensioni ma anche di dotazione: il processore è lo stesso (l’Exynos 9825) ma i due dispositivi si discostano per RAM ed espandibilità della memoria. Ci sono anche differenze nella qualità del display e nel set di fotocamere posteriore (tripla per la versione standard e quadrupa per il Plus). È un tentativo di differenziare i prezzi e coprire un pubblico più ampio. In altre parole: si lascia una possibilità di scelta, per quanto su una fascia comunque elevata. In Italia il Note 10 sarà disponibile solo nella versione da 8GB di RAM, con spazio di archiviazione interna da 256 GB (non espandibile), in colorazioni Aura Glow e Aura Black.

Resta sotto i 1000 euro: 979, 50 in meno del Note 9. Si sale per il Note 10+, disponibile in tre varianti. La versione da 12GB di RAM e 256 GB di memoria (espandibile fino a 1TB) costerà 1.129 euro. Tutto sommato ridotto è lo scarto (100 euro esatti) per avere 512 GB di archiviazione (disponibile anche in un terzo colore, Aura White). 1229 è anche il prezzo per il Note 10+ 5G, sempre con 12 GB di Ram ma con memoria meno capiente, da 256 GB, e solo nella colorazione nera.

Le novità del “dieci”

Tra le funzionalità presenti sui nuovi arrivati c’è la ricarica ultra-rapida. E la possibilità di trasformare il Note in una piattaforma di ricarica wireless per Galaxy Watch e per Galaxy Buds, gli auricolari senza fili del marchio. Ci sono poi le funzionalità legate al pennino e alla produttività, che sono poi il cuore storico della gamma. Il Galaxy Note10 introduce la possibilità di appuntare le note a mano e convertirle istantaneamente in testo digitale. Anche in un documento Word. La nuova S Pen è dotata di nuove funzionalità, le “Air Actions”, che permettono di controllare lo smartphone con i gesti, senza toccare il display. Se poi occorre trasferire i file sul pc o si desidera utilizzare le app con mouse e tastiera, basta collegare lo smartphone con un cavo Usb, grazie a Samsung DeX.

Il Note 10 si rivolge poi ai professionisti del settore video, con alcuni accorgimenti quali Video Fuoco Live (permette di regolare la profondità di campo) e un Super Stabilizzatore. “Ogni elemento di Galaxy Note10 è stato progettato per aiutare gli utenti ad ottenere il meglio”, ha spiegato DJ Koh, presidente e ceo della divisione IT & Mobile Communications di Samsung. “Con il lancio del Galaxy Note 10 – ha affermato Carlo Carollo, vicepresidente della divisione Telefonia di Samsung Italia – portiamo la sfida della produttività in movimento ad un nuovo livello. Il nuovo Note è stato progettato per rispondere come nessun altro smartphone alle esigenze di uno stile di vita contemporaneo, rispecchiando la necessità degli utenti più avanzati di sfruttare al massimo ogni momento della giornata”.

Today, we’re taking Note further. Say hi to Galaxy Note10 and 10+.
Learn more: https://t.co/YbrtBydHMb pic.twitter.com/2ieJKpoTZG

— Samsung Mobile (@SamsungMobile)
August 7, 2019

Dopo Google e Amazon, anche Apple ammette che società terze potrebbero ascoltare frammenti di conversazioni registrate da Siri. A rivelarlo è un’inchiesta del Guardian, che da fonti riservate ha appreso che alcuni clip audio registrati dall’assistente vocale dell’azienda potrebbero essere sottoposti a un controllo di qualità operato da terze parti. Secondo quanto riportato dalla fonte citata, sotto garanzia di anonimato, i tecnici delle società in appalto hanno avuto modo di ascoltare anche frammenti di conversazioni dal contenuto altamente riservato, che hanno riguardato visite mediche, traffici di droga e fughe sessuali, tutte rientrate a far parte del controllo qualità del servizio.

Alla richiesta di un commento, Apple ha replicato al Guardian che “una piccola porzione delle richieste fatte a Siri viene analizzata per migliorare Siri e la [funzione di] dettatura. Le richieste degli utenti non sono associate con l’identificativo di Apple. La risposta di Siri viene analizzata all’interno di strutture sicure e tutti i tecnici (‘reviewers’ nel testo) sono tenuti ad aderire agli stringenti parametri di riservatezza di Apple”. In aggiunta, l’azienda ha chiarito che le registrazioni sottoposte a valutazione sarebbero meno dell’uno per cento delle richieste quotidiane rivolte a Siri. Scelte in modalità casuale, queste durerebbero “tipicamente pochi secondi”.

Tuttavia, la fonte citata dal Guardian smentisce la dichiarazione di Apple, affermando che in alcuni casi è stato possibile ascoltare le clip audio di utenti che hanno inavvertitamente attivato Siri, venendo così registrati a loro insaputa. Inoltre, queste sarebbero accompagnate da informazioni che possono essere utilizzate per identificare la fonte, come ha dichiarato l’informatore anonimo: “Ci sono stati innumerevoli casi di registrazioni con discussioni private tra medici e pazienti, accordi d’affari, accordi apparentemente illeciti, incontri sessuali e così via. Queste registrazioni sono accompagnate da dati utente che mostrano la posizione, i dati di contatto e i dati dell’applicazione”.

Come evidenziato anche da Engadget, la rivelazione del Guardian è resa ancora più grave dal fatto che è abbastanza facile attivare Siri per errore. L’assistente vocale è programmato per rispondere al comando vocale di attivazione “Hey Siri”, ma questo può venire frainteso in molti modi e con diverse parole simili. L’anno scorso, per esempio, il segretario britannico alla Difesa, Gavin Williamson, è stato interrotto durante un intervento al Parlamento proprio dall’attivazione dell’iPhone presente nella sua tasca, che ha confuso la parola Siria con Siri. Secondo quanto riportato dalla fonte del Guardian, anche l’Apple Watch e lo smart speaker HomePod sono soggetti a errore, e avrebbero effettuato anche registrazioni di trenta secondi.

“Non c’è molto controllo su chi ci lavora e la quantità di dati che siamo liberi di esaminare sembra piuttosto ampia. Non sarebbe difficile identificare la persona che stai ascoltando, specialmente con attivazioni accidentali [causate da] indirizzi, nomi e così via”, ha dichiarato la fonte al Guardian. La stessa ha anche ammesso che allo staff incaricato dell’analisi degli audio sarebbe stato detto di riportare le attivazioni accidentali come problemi tecnici, senza fornire ulteriori informazioni su come agire.

La rivelazione riportata dal Guardian evidenzia, ancora una volta, i possibili errori in cui possono incorrere gli assistenti vocali. A maggio del 2018, l’omologo di casa Amazon, Alexa, ha registrato per errore delle conversazioni per poi mandarle ai contatti in rubrica, mentre un altro dispositivo della stessa azienda è diventato testimone involontario in un caso di omicidio. Ma a preoccupare è soprattutto il ricorso di queste aziende al controllo umano, spesso delegato a società terze non direttamente controllate dal produttore, come hanno dimostrato anche recenti richieste riguardanti Amazon Alexa e il concorrente prodotto da Google, Assistant

Stati Uniti e Gran Bretagna al momento sono fuori da Instagram e Facebook. Il down che ha colpito le due piattaforme social si sarebbe manifestato in Italia in una forma un po’ più lieve. Su Twitter gli hashtag #Instagramdown e #Facebookdown sono diventati immediatamente di tendenza. Sul sito DownDetector, che monitora il funzionamento dei maggiori servizi online, le prime segnalazioni sarebbero arrivate poco prima delle 16 e, sempre per quanto riguarda l’Italia, nel 73% dei casi con Instagram si sarebbero verificati problemi riguardo il login. Su Facebook invece nel 64% dei casi si sarebbero riscontrate difficolta’ nell’accedere alla piattaforma, il 25% delle segnalazioni invece denunciano un total blackout del social network. 

Due anni fa, durante la conferenza per gli sviluppatori, Facebook lo aveva detto: “Stiamo lavorando a un sistema che permetta alle persone di scrivere con il pensiero”. Non era e non è il solo a farlo, ma adesso quell’obiettivo è un po’ più vicino.

Un (piccolo) passo avanti

Sia chiaro: non c’è ancora nulla di pronto all’uso, né lo sarà a breve. Ma una ricerca pubblicata su Nature e legata a Menlo Park ha fatto un passo avanti: un team della University of California è riuscita a tradurre “i pensieri” (o, meglio, i segnali elettrici del cervello) in parole. Non è una tecnologia del tutto nuova. Sono già diverse le ricerche sulla “Brain Computer Interface”, cioè su un’interfaccia che permetta di collegare direttamente cervello e macchine, senza far scorrere le dita sul display o pigiare i pulsanti di una tastiera.

La novità sta, questa volta, nella capacità di tradurre i pensieri in tempo reale, con un’accuratezza del 76%. E di farlo in un dialogo “aperto”, cioè durante una conversazione simile a quella naturale, per quanto non certo fluente e continuativa. A tre pazienti affetti da epilessia sono stati applicati degli elettrodi. I ricercatori hanno rivolto loro alcune semplici domande, chiedendo di rispondere ad alta voce. In tre casi su quattro, le parole pronunciate hanno trovato corrispondenza con quelle “lette” dal computer.

Cosa vuole farci Facebook

Anche Facebook ha chiarito che siamo ancora distanti da una potenziale applicazione. Il sistema è ancora troppo “ingombrante, lento e inaffidabile”. Azzeccare le parole nel 76% dei casi è incoraggiante, ma vuol dire che si sbaglia una volta su quattro. Tanto. “Vale però la pena continuare a migliorare questa tecnologia perché ha un potenziale significativo”, ha spiegato Menlo Park. Anche perché questo potenziale potrebbe esprimersi in una forma semplificata: non serve che ci sia una comprensione di pensieri complessi e lunghi discorsi. Per iniziare, basterebbe percepire con esattezza comandi come “seleziona” o “elimina”.

Se il tasso d’errore fosse azzerato (o quasi), l’hardware richiesto abbastanza snello e il software economico a sufficienza, il “lettore di pensieri” potrebbe integrarsi nei visori per la realtà aumentata ed essere utilizzato nei videogiochi o in alcuni ambienti di lavoro. Questa sembra essere l’applicazione più immediata, almeno nell’universo Facebook. Durante la F8 del 2017, un possibile utilizzo della Brain Computer Interface era stato fissato “entro 10 anni”, cioè attorno al 2027.

Per le applicazioni più complesse, servirà ancora più tempo. Soprattutto se il traguardo è quello abbozzato da Menlo Park due anni fa: “Creare un sistema in grado di trascrivere 100 parole al minuto direttamente dal cervello, quindi con una velocità cinque volte superiore a quella con cui scriviamo sugli smartphone”.

Il cervello come un account social

Il gruppo guidato da Mark Zuckerberg immagina il cervello come una sorta di account social. E come un account social dovrebbe avere specifiche impostazione sulla privacy: “Oggi si scattano molte foto, ma si decide di pubblicarne solo alcune”. Allo stesso modo, il sistema dovrebbe essere in grado di decodificare “solo le parole che hai deciso di condividere”.

Già due anni fa Facebook sottolineava quindi il problema della riservatezza. E visto quello che è successo nel frattempo (il caso Cambridge Analytica e il nuovo corso del social “privato”), continuerà a essere molto cauto. L’interfaccia computer-cervello, spiegava in un post, “è un modo di comunicare con la velocità e la flessibilità della voce, ma con la privacy del testo scritto”.

Si tratta di una prospettiva non certo immediata, che però è sfuggita al perimetro della fantascienza per entrare in quella del (tecnicamente) possibile. Far parlare cervello e macchina è uno dei prossimi campi d’azione, come dimostra anche l’annuncio di Elon Musk, che con Neuralink ambisce a far dialogare le persone paraplegiche con smartphone e pc grazie a un microprocessore impiantato nel cervello. I test inizieranno il prossimo anno.   

La nuova frontiera dello smartwatch è l’italianissimo Get: un dispositivo multifunzione che sfrutta il principio fisico della conduzione ossea consentendo di avvicinare l’indice all’orecchio per ascoltare contenuti, rispondere a notifiche ed effettuare pagamenti, dicendo addio ad auricolari, altoparlanti e display.

A produrlo è la startup italiana Deed, nata nel maggio 2016 nell’incubatore I3P del Politecnico di Torino e accelerata da TIM WCAP. Dopo aver ricevuto finanziamenti per 700 mila euro, è approdata sul mercato internazionale attraverso una campagna di crowdfunding su una delle più importanti piattaforme statunitensi, Kickstarter.

Un’iniziativa che ha consentito a Deed di raccogliere 100 mila dollari e di posizionarsi all’interno di un mercato caratterizzato da un pubblico maturo ed esigente, come quello americano, in un contesto in cui la domanda iindossabili è doppia rispetto a quella dell’intero mercato europeo.

“Sono trascorse poche ore dalla chiusura della campagna – ha commentato il CEO di Deed Edoardo Parini che ha ideato il progetto, con il supporto del fratello gemello Emiliano – e siamo soddisfatti di questo primo importante traguardo: la raccolta di pre-ordini da tutto il mondo per oltre 100.000 dollari”.

L’aspetto di Get è quello di un bracciale, di uno smartwatch con uno display quasi inesistente. Una vibrazione lungo il braccio avverte che è in arrivo una chiamata, un messaggio o una notifica. Per ascoltare basta avvicinare il dito all’orecchio, mentre per rispondere, attivare un comando o fare un pagamento basta utilizzare il comando vocale. Venduto a 190 dollari l’uno, Get – fanno sapere da Deed “unisce in un unico dispositivo le funzionalità di uno smartwatch e di un fitness-tracker, creando un ‘ponte intelligente’ tra corpo e smartphone, al quale è collegato via bluetooth”.

Oltre a consentire di rispondere ai messaggi del telefono, il bracciale permette anche di tracciare l’attività fisica, di monitorare il ciclo del sonno e di effettuare pagamenti contactless in tutta sicurezza, grazie al fatto che l’identità dell’utente viene riconosciuta univocamente attraverso l’identificazione dell’impronta digitale. Per comandarlo bastano semplici gesti, che consentono di accedere a funzionalità e applicazioni.

La tecnologia su cui si basa era già sfruttata nel XIX secolo da Beethoven che, una volta diventato sordo, usava legare una stecca di legno alle corde del pianoforte e, stringendola tra i denti, riusciva ad ascoltarne il suono per continuare a comporre. La stessa tecnologia è già usata in campo medicale senza alcuna controindicazione e, da qualche giorno, il MAXXI di Roma ha lanciato la sperimentazione del Get in sostituzione delle classiche audioguide, con l’obiettivo di rinnovare l’esperienza e la fruizione del Museo e delle sue opere.

Non solo: Spotify ha adottato la tecnologia Deed per l’evento di lancio del nuovo album del cantautore italiano Ultimo: un evento esclusivo, lo scorso aprile a Milano, nel quale 40 fan hanno potuto ascoltare in anteprima, attraverso Get, il suo nuovo brano ‘Colpa delle favole’. Nastro Azzurro ha, invece, trasformato i Navigli milanesi in una grande “silent disco” a cielo aperto, in cui la tecnologia Get ha consentito al pubblico di ascoltare la musica di artisti di punta del panorama musicale in un inconsueto e silenzioso dj-set.

Per questo progetto, la startup ha già portato a casa diversi premi: il Myllennium Award (2017) per le “eccellenze under 30” che, oltre al Premio in denaro, ha portato i fondatori di Deed allo startup accelerator IXL Excellent di Boston, certificato da Forbes tra i migliori al mondo; il Museum Booster 2017, l’hackathon promosso dal MAXXI; il FactorYmpresa Turismo (2018), programma di MIBACT e Invitalia che premia le migliori idee d’impresa per favorire l’innovazione del turismo in Italia; il Seal of Excellence (2019), marchio di qualità della Commissione Europea per la ricerca e l’innovazione.

Sembra semplicemente un gioco di parole. Eppure il titolo racconta bene qual è lo scopo dell’ultimo tool sviluppato da alcuni ricercatori dell’Università di Harvard e del MIT di Boston che potrebbe aiutare giornalisti e lettori a capire quando un testo è scritto da una mano non-umana.

Gli algoritmi che usano l’intelligenza artificiale sono in grado oggi di generare un testo abbastanza convincente e sensato da ingannare gran parte di noi. Uno strumento che potrebbe avere alcune alcune finalità poco etiche con la generazione e la diffusione di fake news e falsi profili social. Ma, come scrive il Mit Technological Review, l’AI può essere usata “per fortuna” anche per identificare questi testi nati artificialmente.

L’acronimo che identifica il tool è GLTR (Giant Language Model Test Room). Come un moderno Sherlock Holmes digitale recupera gli indizi lasciati in giro dalle Intelligenze artificiali e sfrutta il fatto che tali sistemi si basano su schemi statistici contrapponendosi al reale significato di parole e frasi.

Ovvero, GLTR riesce a capire se le parole di un articolo o di un libro sono troppo scontate e prevedibili per essere state scelte dal nostre cervello che ama, invece, la complessità e la variazione. Per arrivare a questo risultato, il team ha sviluppato una versione di un codice rilasciato pubblicamente da Open AI, l’organizzazione no-profit fondata da Elon Musk.

L’analisi del testo finale da parte di GLTR è molto semplice. Prendendo ad esempio una pagina di Infinite Jest, capolavoro di David Foster Wallace, è possibile vedere come:

– le parole verdi siano quelle più prevedibili e comuni
– le parole gialle e rosse siano meno comuni
– le parole viola sono quelle più originali, ricercate, meno prevedibili di tutte

In base al colore dominante del testo è più facile capire se un testo è frutto dell’immaginazione e della creatività umana o se c’è la possibilità che sia stata una macchina a realizzarlo.
Per capire l’efficacia di GLTR, i ricercatori di Harvard hanno condotto un piccolo esperimento con alcuni studenti. Hanno chiesto loro di identificare diversi elaborati scritti da una AI, prima senza usare il tool e poi con il tool. I tester sono riusciti ad individuare solo il 50% dei testi artificiali da soli. Una percentuale che sale al 72% grazie all’aiuto di GLTR.

Ah, siete curiosi? Potete testarlo anche voi direttamente qui direttamente qui

Il sedicenne Kyle Giersdorf, in arte “Bugha”, ha vinto la gara individuale alla Coppa del Mondo di Fortnite organizzata a New York, all’interno dell’Artur Ashe Stadium, lo scorso weekend. Si è aggiudicato i 3 milioni di dollari messi in palio dall’evento, una parte consistente dei 30 milioni di dollari complessivi che sono stati assegnati durante la competizione. Il duo composto dal norvegese Emil Bergquist Pedersen (Nyrhox) e dall’austriaco David Wang (Aqua), rispettivamente 16 e 17 anni, si è imposto nella categoria a coppie, aggiudicandosi un premio complessivo di 3 milioni di dollari.

Gloria anche per l’Italia che ha ottenuto, nella gara a squadre, il sesto posto grazie a Edoardo “Carnifex” Badolato , 24 anni, originario di Bergamo, nel team Llama Record. Per lui una vincita di 67.500 dollari.
Fortnite, videogioco di strategia e combattimento che conta oltre 250 milioni di giocatori nel mondo, e’ uno degli esempi piu’ evidenti di come gli eSports, a livello professionistico, siano oggi in grado di generare attenzione mediatica e guadagni.

Ma che cos’è Fortnite e come funziona?

Fortnite è un videogame online sviluppato da Epic Games – società americana che sviluppa giochi e software, con sede vicino a Raleigh in North Carolina – nel 2017. Ha avuto un successo così grande che, per fare solo un esempio, durante gli ultimi mondiali di calcio si sono viste esultanze ispirate al gioco. Ci sono diverse versioni del gioco e due sono quelle principali.

Nella versione Save the World i giocatori cooperano contro il computer. In uno scenario post-apocalittico, gli utenti fanno squadra (fino a un massimo di quattro giocatori) contro l’intelligenza artificiale del computer, che scatena ondate di “husks” – creature simili a zombie – a cui bisogna sopravvivere. I 4 giocatori devono allora costruire strutture, prepararsi ad attacchi e a difendersi, per proteggere i pochi umani rimasti sulla Terra. Semplificando, si può dire sia un mix tra un gioco “spara-tutto” e un gioco di strategia.

Nella versione Battle Royale – che è poi quella in cui ha vinto Giersdorf  e che ha riscosso il maggior successo – i giocatori sono fino a 100. I rispettivi avatar – cioè i personaggi scelti dagli utenti – vengono paracadutati su un’isola deserta. Qui, avendo all’inizio solo un piccone a disposizione, i giocatori devono costruirsi un rifugio, procurarsi armi, munizioni, kit di medicine, costruire trappole contro gli avversari e via dicendo. Poi hanno inizio gli scontri. Lo scopo è sopravvivere. Vince chi, tra i 100 giocatori, rimane in vita.

Man mano che il tempo passa, il gioco riduce l’area dell’isola in cui i giocatori possono restare, forzando quindi gli avatar a incontrarsi e a scontrarsi. Anche in questo caso il gioco è un mix di “spara-tutto” e strategia.

I numeri di Fortnite

Secondo le testate di settore, gli iscritti risultavano essere oltre 250 milioni a marzo 2019 e gli “utenti attivi” – cioè che hanno materialmente giocato almeno una volta – 78,3 milioni ad agosto 2019. Il picco di utenti che hanno giocato in contemporanea è impressionante: 10,8 milioni di persone a inizio febbraio 2019, durante un evento virtuale che comprendeva anche un concerto – anch’esso virtuale –  di Dj Marshmello.

Ad oggi, Fornite è scaricabile gratuitamente su diverse piattaforme, ma per avere accesso a pacchetti esclusivi o potenziamenti per i propri avatar è richiesto il versamento di somme di denaro.

Dal punto di vista economico, Epic games ha così avuto nel solo 2018 tre miliardi di dollari di profitti, in grande parte attribuibili – secondo le testate specializzate – proprio al successo di Fortnite. E i numeri nel 2019 potrebbero crescere ulteriormente.

Durante la Fortnite World Cup è stato annunciato il prossimo lancio della decima stagione del gioco (ci sono più nuove stagioni ogni anno), che avverrà il 1° agosto 2019. La nona stagione era stata lanciata il 9 maggio.

 

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

Sono oltre 20 le idee progettuali vincitrici della terza edizione di “Youth in Action for Sustainable Development Goals”, il concorso che premia i giovani under 30 capaci di elaborare soluzioni innovative, ad alto impatto sociale e tecnologico per contribuire al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Il concorso “Youth in Action for SDGs”, giunto ormai alla sua terza edizione, è stato promosso da Fondazione Eni Enrico Mattei, Fondazione Italiana Accenture e Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, in collaborazione con ASviS e con il supporto di AIESEC, RUS e SDSN Youth. Sono state oltre 250 le idee progettuali candidate su ideaTRE60, la piattaforma digitale di Fondazione Italiana Accenture che ospita il concorso, in aumento del 30% rispetto alla precedente edizione.

“La Fondazione Eni Enrico Mattei, da sempre impegnata nella ricerca e nella divulgazione in Italia e all’estero dei temi legati all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite ha creduto nel concorso Youth in Action for SDGs fin dalla sua prima edizione, nella convinzione che siano i giovani il motore del futuro cambiamento. E’ soprattutto dai giovani che arrivano e arriveranno nuove energie e idee per lo sviluppo sostenibile e un concreto impegno per una qualità migliore della vita sul nostro Pianeta” – spiegaPaolo Carnevale, Direttore Esecutivo di Fondazione Eni Enrico Mattei.

“Riteniamo che questo concorso rappresenti un’importante occasione di crescita per i giovani, poiché li spinge a lavorare concretamente su progetti di sostenibilità, temi sempre più presenti e rilevanti anche per le aziende. Siamo convinti che siano i più giovani a rappresentare il motore del cambiamento, grazie alla loro capacità di individuare soluzioni innovative a problemi che coinvolgono tutta la società civile. Siamo molto contenti che una così ampia rete di aziende e organizzazioni non profit continui a rendere possibile questa iniziativa che si avvia alla sua quarta edizione, dimostrando crescente sensibilità nei confronti degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” – sottolinea Simona Torre, Segretario Generale di Fondazione Italiana Accenture.

“Di fronte all’emergenza climatica, in un difficile scenario sociale, ambientale e politico, lo sviluppo sostenibile ha bisogno dei sogni, della creatività e degli interventi radicali che solo i più giovani possono immaginare. Spetta, infatti, a loro il ruolo di promotori del cambiamento anche grazie a proposte progettuali innovative e virtuose destinate alle imprese che, in questo contesto, giocano un ruolo fondamentale. Insieme ai territori, a economie alternative, al mondo imprenditoriale, saremo in grado di immaginare – con coraggio – un mondo diverso, e affrontare le sfide urgenti della sostenibilità” – ritiene Massimiliano Tarantino, Direttore di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Secondo il Rapporto SDGs 2019 curato da ISTAT, in Italia c’è ancora molto margine di miglioramento rispetto all’impegno sui temi legati alla sostenibilità. Nel quinquennio 2012-2017 abbiamo assistito alla regressione di alcuni indicatori, ad esempio quelli legati alla povertà, al lavoro, all’agricoltura e alla salute. Un timido miglioramento si è invece riscontrato rispetto a: istruzione, parità di genere, energia sostenibile, industria e innovazione.

In questo quadro, che vede l’Italia in forte ritardo rispetto al resto d’Europa, esiste però anche un’altra faccia del nostro Paese, quella del mondo delle imprese, delle istituzioni culturali e della società civile, che si mobilita per mettere in atto la trasformazione e il cambio di paradigma richiesti dall’accordo siglato con le Nazioni Unite.

Ai giovani che hanno presentato le migliori progettualità sui temi relativi allo sviluppo sostenibile, viene offerto uno stage retribuito fino a 6 mesi presso uno dei Promotori e Partner dell’iniziativa: Accenture, Assicurazioni Generali, Assidim, Area Salus, Gruppo Cooperativo CGM, Davines, Eni, Fondazione Allianz UMANAMENTE, Fondazione Eni Enrico Mattei, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondazione Italiana Accenture, Fondazione Sodalitas, Gruppo Feltrinelli, Gruppo Sanpellegrino, Italia Non Profit, Jobiri, Leonardo, Microsoft, Reale Foundation, Snam, Techsoup, Unicredit, Unipol, WWF.

Novità di quest’anno è l’introduzione della categoria Lavazza, che ha premiato il miglior progetto di team con una esperienza all’estero, in uno dei Paesi produttori di caffè dove Lavazza è attiva con progetti di sostenibilità. Il team vincitore, composto da Loris Savino, Stefano Savino e Daniele Tenerelli, ha presentato l’idea “Purificare acque reflue con scarti agro-industriali”, che si basa sul reimpiego degli scarti di lavorazione generati dall’industria del caffè.

Uno strumento online permette di localizzare qualsiasi telefono al costo di pochi euro, e funziona in modo simile ai sistemi di intercettazione delle procure. Si tratta di “Goandfind”, piattaforma web sviluppata dalla società spagnola “WE DO IT 4 YOU S.L”, che offre un servizio di invio di sms che contengono al loro interno un link che attiva la localizzazione del dispositivo che lo riceve. Se un distratto bersaglio ci cliccasse sopra, rivelerebbe in pochi secondi la propria posizione al richiedente, nonché al servizio stesso.

A rivelare l’esistenza della piattaforma è stato l’avvocato, giornalista ed esperto dei diritti in rete, Guido Scorza, dalle pagine del suo blog sul sito dell’Espresso. “Sono stato indeciso fino all’ultimo se scrivere di Goandfind, ma ho ritenuto che il diritto a essere informati prevalesse sulla necessità di non dare pubblicità a un servizio del genere” ha spiegato Scorza ad Agi “Dopotutto, io ho appreso della sua esistenza attraverso delle pubblicità sul web: chiunque potrebbe trovarlo e usarlo, ed è bene che le persone sappiano che devono stare attente”.

Così come Goandfind, sono molti i servizi online che promettono, carta di credito alla mano, di aiutare coniugi gelosi o genitori preoccupati. Per farlo è sufficiente utilizzare i sensori del dispositivo del bersaglio: obiettivo tanto più facile quando questo usa il proprio telefono in modo distratto o poco consapevole.

È proprio così che Goandfind ne ricava la posizione: il servizio permette di inviare un messaggio al numero di telefono desiderato, all’interno del quale viene richiesto di cliccare su un link e contestualmente di autorizzare la geolocalizzazione. Fatto questo, il telefono aprirà il browser di default all’indirizzo fornito dal sistema, che acquisisce il posizionamento dello smartphone esattamente come farebbero Google o Facebook. Naturalmente, al cliente viene data la possibilità di scegliere tra diversi messaggi predefiniti, tra i quali “Ciao tua madre ti sta cercando” o un più generico “Ciao, uno dei tuoi cari ti stanno cercando” (errore compreso, il quale deriva da una discutibile configurazione del sistema di traduzione automatica fornito da Google). Strategie evidentemente pensate per trarre in inganno il bersaglio e indurlo a cadere nella trappola predisposta dalla società.

Certamente molti storceranno il naso, pensando che non cadrebbero mai in un simile tranello, “ma è un metodo molto simile a quello utilizzato dalle procure per inoculare i software utilizzati per le intercettazioni” ricorda Scorza “Meglio conosci il tuo bersaglio, più probabilità hai di trarlo in inganno con un messaggio personalizzato”. È proprio questo il modo più semplice e utilizzato dalle autorità per diffondere i software di sorveglianza, altrimenti detti captatori informatici, come già scritto da Agi. Nel caso di Goandfind cambia solo l’esito: anziché indurre il bersaglio a installare un software malevolo sul proprio dispositivo, lo si spinge a condividere la localizzazione del Gps.

Come sperimentato da Agi, il sistema funziona in modo sufficientemente fluido. In pochi secondi dalla richiesta, disposta dallo stesso Scorza per testare il sistema, chi scrive ha ricevuto un messaggio che lo invitava a seguire un link, motivato così: “uno dei tuoi cari ti stanno cercando”. Nel caso in cui il bersaglio abbia già fornito il consenso all’utilizzo del Gps da parte del browser, gli verrebbe chiesto di autorizzare Goandfind a conoscerne la posizione, che a sua volta verrebbe inoltrata al richiedente in pochi secondi.

Diverso è se il browser non dispone già dell’autorizzazione all’utilizzo del Gps. In questo caso si aprirebbe una schermata che lo invita ad andare nelle impostazioni e a fornire l’autorizzazione, dal momento che “Un parente vuole localizzarti”. Come può Goandfind sapere che il richiedente è “un parente”? Come può il servizio escludere che dietro la richiesta ci possa essere un malintenzionato? Non può. Ecco perché più avanti spiegheremo come disattivare la geolocalizzazione di default.

Goandfind non sembra essere un servizio legale, “almeno fintanto che non si ritiene che una richiesta come quella che invia per messaggio al bersaglio valga come espressione di consenso”, precisa Scorza. “Di fatto, la vittima viene invitata solamente a seguire un link, in quanto ‘qualcuno la sta cercando’, ma non si precisa chi sia e per quale ragione”.

E infatti anche il mittente risulta essere il servizio stesso e non il richiedente: “È ridicolo pensare che questo valga come consenso libero e consapevole”. La società non ha risposto a una richiesta di maggiori informazioni, inviata da Agi via mail, sulla tipologia di utenti e su come vengano conservati i dati e per quanto tempo. Alla vittima non viene data alcuna informazione aggiuntiva sulle modalità del trattamento da parte della “WE DO IT 4 YOU S.L”. 

Di fatto, Goandfind costituisce un sistema molto complesso di phishing: truffa nella quale si induce la vittima a seguire un percorso digitale in buona fede e tramite un’impostura: “L’unico modo per evitarlo è educarci a un uso sempre più consapevole e responsabile dei dispositivi digitali – raccomanda Scorza -, perché sono tantissimi gli utenti che non badano a funzioni come la localizzazione o che installano software in modo imprudente. Se incroci questo servizio con le notizie di femminicidio, le conseguenze potrebbero essere estreme”, conclude.

Ma disattivare la condivisione della propria posizione è un processo relativamente semplice, che può essere operato nel giro di un minuto. Per chi possiede un dispositivo Apple, quindi con il sistema operativo iOS, è sufficiente andare in Impostazioni > Privacy > Localizzazione. Da qui è possibile verificare tutti i servizi ai quali è permesso di conoscere la posizione del dispositivo. Se si vuole evitare che questa venga inviata automaticamente a Goandfind, sarà sufficiente disattivarla per ciascun browser (Safari, Firefox, Chrome sono i principali), selezionando la voce “mai”.

Diversamente da iOS, su Android sarà necessario disattivare la localizzazione direttamente dall’app del browser in uso. Per fare questo, è sufficiente aprire le impostazioni dell’app e trovare quella richiesta tra le impostazioni privacy: questo vale sia per Firefox sia per Chrome.

Adolescenti che si sentono felici quando ricevono ai post pubblicati tanti like e commenti positivi, che rappresentano per loro una misura semplice e veloce dell’approvazione da parte dei coetanei. Le vetrine dei social network, il numero dei like, la popolarità online possono, però, condizionarli profondamente e avere un impatto negativo sul loro umore e la loro autostima.

Un condizionamento esterno che rappresenta la loro realtà e che, nel contempo, sottolinea la loro fragilità strutturale e va a rinforzare quel meccanismo della gratificazione che è alla base della dipendenza. Quasi la metà dei ragazzi cerca continuamente un feedback.

È un problema che sta emergendo sotto-forma di dipendenza da notifica. Il numero di queste ultime è per loro un indice di gratificazione. Quando guardano il telefono e vedono che hanno centinaia di notifiche sono appagati perché si sentono ricercati e considerati. Molti di loro arrivano a fare delle vere e proprie “gare di notifiche”.

Ossessionati dalla popolarità online: l’impatto dei “like” sugli adolescenti

È facilmente comprensibile che riconoscimenti positivi ai propri post possano procurare piacere, ma quando il bisogno di accettazione da parte dei coetanei si riduce alla ricerca spasmodica di like, si rischia di affidare il valore di sé alla rete.

La linea che separa il mondo reale dal mondo virtuale si assottiglia e il proprio profilo sul social network rischia di diventare l’unico specchio nel quale riflettere la propria persona, in un’immagine che resta distorta e in un senso di sé alterato dalla misura in “like”.

Come confermano i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, rilevati su un campione di circa 12.751 studenti di scuole secondarie di primo e di secondo grado su tutto il territorio nazionale, siamo di fronte a un problema concreto che condiziona non solo l’emotività, ma anche i comportamenti dei ragazzi.

Circa 1 adolescente su 10 decide di seguire una dieta per apparire più bello nei selfie, già a partire dagli 11 anni di età. La dieta da like, quella che dovrebbe portare a scattare il selfie perfetto, è un problema ancora prettamente femminile (l’80% sono ragazze). Il 45% circa del campione totale scatta anche tantissimi selfie nella stessa posa per avere la possibilità di scegliere quello migliore, ovviamente da modificare con filtri o fotoritocco, prima di essere pubblicato. Sono quasi 3 su 10 gli adolescenti, dai 14 ai 19 anni, e il 22% dagli 11 ai 13 anni, che dichiarano di avere l’ansia prima di pubblicare una foto per paura che non possa piacere, che non ottenga consensi o che venga criticata.

Ragazzi iperconnessi in cerca di approvazione social

L’esposizione continua ai contenuti “perfetti”, spesso non del tutto reali, pubblicati da altri, la preoccupazione di postare la foto o il contenuto migliore per ottenere più like, il valutare e monitorare costantemente tutto ciò che viene condiviso, possono influenzare negativamente lo stato emotivo.

Infatti, il 60% dai 14 ai 19 anni e il 65% dagli 11 ai 13 anni, in questo caso senza differenze tra maschi e femmine, raccontano di sentirsi felici quando ricevono tanti like ai post e tanti commenti positivi. Inoltre, l’ossessione da like non riguarda unicamente il numero dei mi piace ottenuti, ma anche e soprattutto chi li mette. Il 66% degli adolescenti, infatti, controlla minuziosamente chi mette il like ai post e anche chi guarda le loro storie. Se tra coloro che manifestano il loro apprezzamento ci sono anche specifiche persone, l’autostima cresce in maniera proporzionale.

Ci sono anche 3,5 adolescenti su 100 che controllano chi mette i like alle foto o alle storie dei loro amici, dei loro nemici e dei loro concorrenti, e l’aspetto allarmante è che lo iniziano a fare già a partire dagli 11 anni di età, quando sulla carta non lo potrebbero neanche fare, spesso sostenuti dai genitori stessi inconsapevoli dei pericoli a cui vanno incontro.

A volte mi sembra che navighino in balia dell’andamento dei follower, dei like e dei commenti. Non può essere che l’emotività e l’umore siano condizionati da un numero o dalle parole di un commento, significa che a questi ragazzi mancano delle basi solide su cui poggiare. Sono esposti troppo precocemente alla vetrina dei social, a contenuti e a un network – anche adulto- che si basa su ciò che si fa vedere, sull’estetica e sul personaggio che si decide di mostrare.

Instagram senza like: quali cambiamenti?

Da qualche giorno è partito anche in Italia il test di Instagram senza like, una vera e propria rivoluzione per la piattaforma più amata da bambini e ragazzi. Consiste nel nascondere i like sotto ogni immagine e video condivisi, con l’idea di liberarsi dalla pressione di ottenere a tutti i costi approvazione attraverso i “mi piace”.

Il test non coinvolgerà tutti gli utenti di Instagram, ma solo un campione ristretto di persone; questa nuova funzionalità non rimuoverà il tasto like, ma non sarà più possibile a tutti visualizzare il numero di “mi piace” dei post. Solo l’utente che ha condiviso quell’immagine o video avrà accesso a tale informazione.

L’obiettivo è quello di puntare sulla qualità delle foto piuttosto che sui like, valutando se la visibilità del numero dei “mi piace” stimola o meno le interazioni tra gli utenti: potrebbe anche accadere, infatti, che ci si possa sentire più liberi di condividere contenuti che altrimenti non sarebbero stati postati per paura dei possibili giudizi.

Per tale motivo, può essere utile non vedere più il numero di “mi piace” sotto i contenuti che vengono postati, aspetto che però creerà dei problemi a quei ragazzi che colmano i propri vuoti con i like, considerando che non potranno più vantarsi di ricevere più consensi di altri, come se il valore della persona fosse pesato in base ai numeri ottenuti.

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