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Il 2 settembre la ricercatrice Jane Cancun Wong pubblica sul suo blog (seguitelo, è fondamentale) la notizia dell’intenzione di Facebook di nascondere il numero dei like sotto i post pubblicati dagli utenti. Ovvero, Menlo Park avrebbe messo in cantiere gli stessi test già attivi, anche in Italia, su Instagram. L’idea di Zuckerberg è quella di far sì che gli utenti prestino più attenzione alle foto, ai contenuti e meno ai numeri; far sì che gli utenti limitino la pubblicazione di post, evidentemente inutili, ma capaci di far man bassa di like. Insomma, combattere quel “postaggio” selvaggio che sta trasformando i social network in un “postaccio” e, nei casi verbalmente peggiori, un luogo di “pestaggio”.

Sono 6 giorni che il cervello si arrovella per capire le possibili conseguenze di quest’azione. E non parlo di marketing, advertising e ricadute economiche su chi, nelle piattaforme social, investe un mucchio di quattrini. Voglio rimanere, in questo discorso, sullo stesso piano enunciato da Instagram e Facebook. Quello etico, dei buoni contenuti.

Quel che la mia mente ha prodotto, infine, è un suggerimento che potrebbe risultare, lo ripeto, a fini etici ed educativi più efficace di quello che questi social stanno mettendo in pratica. Lasciamo stare i like, per una volta. A differenza di Instagram, le critiche che girano intorno al mondo di Facebook sono di carattere più informativo: il fenomeno delle fake news, ovviamente, l’estremizzazione della propaganda elettorale, il clickbaiting, la ricerca estrema di “engagement”. Tutto vero, ma il problema principale di Facebook, oggi, sono i commenti. Tutti si sentono obbligati di scrivere, insultare, litigare, umiliare parole e linguaggi con sgrammaticature insistenti. Facebook ha sensibilmente degradato il concetto antico di dialogos. Ed è qui che vorrei intervenisse Zuckerberg: lasciamo stare i like, davvero, ma cancelliamo dalle pagine la possibilità di postare commenti pubblici. E vediamo che succede.

Non chiamatela censura

Smarchiamo ogni possibile riferimento a “vuoi tapparci la bocca”. No. I commenti nei profili personali devono essere preservati e mantenuti: siamo amici, tu scrivi una cosa, io ti rispondo. Se mi accorgo che siamo incompatibili esco dalla tua cerchia e tanti saluti. Questo, d’altronde è un desiderio spesso ripetuto dallo stesso Zuckerberg: “Il futuro è privato”. Nuovo motto, vecchia filosofia.

Rimarrebbe anche la possibilità di mandare messaggi privati agli amministratori delle pagine: customer care, non ti voglio certamente eliminare. Lamentele, richiesta di più info, suggerimenti. Canale diretto, utile, e una conversazione iniziata con uno scopo. Chi è, infatti, che continuerebbe, senza stancarsi, a insultare una persona che sta dall’altra parte del vetro di internet se nessuno può sentire o vedere le sue imprecazioni? Un po’ come la metafora dell’albero che cade senza che nessuno lo senta e ci si chiede se fa rumore o no. Versione Facebook, of course, che fa perdere ogni magia ma ci aiuta a capire come funziona lo sbraitare online.

Caro Zuckerberg, aggiungo un’altra cosa già ampiamente invocata negli anni: introduci il tasto dislike. Una forma democratica, silenziosa e anonima, di giudizio su ogni post pubblicato da una pagina. Tutto ciò salverebbe la vita alle migliaia di social media manager costretti a moderare centinaia di inutili commenti e che potrebbero concentrarsi sulle reazioni ai contenuti da loro pensati, generati e diffusi.

Ricapitoliamo

Entrereste in una pagina Facebook e trovereste i contenuti che sono sono stati soppesati da chi la segue attraverso il giudizio universale del like/dislike e delle reactions, quelle splendide faccine che ci permettono di “raccontare” con una smorfia il nostro stato d’animo nei confronti di quel contenuto (dati fondamentali per chi gestisce quella pagina).

Chi vuole dir la propria, può serenamente condividere il post e commentarlo sulla sua bacheca andando così a disturbare, o a creare dibattito, all’interno della sua sfera personale, della sua bolla piccolissima e delimitata da quella bellissima cosa che si chiama “amicizia”.

Chi si sente indignato, e deve per forza comunicarlo ai gestori della pagina perché trattenersi proprio non può, potrà farlo privatamente, senza inquinare o condizionare il pensiero degli altri avventori. Si arriverebbe, così, a mantenere più pulita una comunicazione, quella delle pagine Facebook (e non parlo solo di quelle dei politici o delle aziende) che si è sporcata da chi ormai è abituato a considerarle le valvole di sfogo di ogni frustrazione generata dall’esistenza.

Che dici, Mark, può funzionare?

Lo ha annunciato una manciata di ore fa sul suo profilo facebook. Mark Zuckerberg si dice orgoglioso di poter presentare la nuova funzionalità del social network che fondò nel 2004, funzionalità che si chiamerà Facebook “Dating”. E che darà agli internauti la possibilità di “avviare relazioni significative”.

“Una delle cose più belle che mi ha dato Facebook – dice l’informatico americano -è che posso passeggiare per qualsiasi città del mondo e incontrare persone che mi raccontano di essersi conosciute e sposate grazie a Facebook”.

La nuova funzionalità, che incentiva la ricerca dell’anima gemella grazie a un sistema di incroci che sfrutta gli interessi, gli eventi e i gruppi in comune tra i cuori solitari in cerca della propria metà, è ora attiva negli Usa e in altri 19 paesi.

“Sono entusiasta di vedere come aiuterà le persone a farsi incontrare e a trovare l’amore – continua Zuckerberg. Abbiamo lavorato con esperti di privacy e sicurezza fin dall’inizio per garantirvi la sicurezza e darvi il controllo durante questa vostra esperienza”.

Non resta allora che attendere, anche sul suolo europeo, l’arrivo (previsto per gennaio 2020) della nuova “invenzione” di papà Facebook.

“Coinvolgere i cittadini nelle scelte della politica è possibile”. Davide Casaleggio, 43 anni, presidente dell’associazione Rousseau, in una intervista all’AGI si dice estremamente soddisfatto della consultazione on line, che ha dato il via libera al governo Conte 2 tra M5s e Pd.

Partecipazione al voto e risultato: due sorprese? Molti osservatori parlavano di decisione presa da un pugno di militanti e di un risultato in cui sarebbe prevalso con ogni probabilità il no. Previsioni azzardate?

“Se negli ultimi 10 anni ci fossimo lasciati influenzare da previsioni e pareri di tuttologi e sedicenti esperti che affollano i talk show nostrani, probabilmente oggi il Movimento 5 Stelle non sarebbe la forza di maggioranza di questo nuovo Governo e non avremmo mai realizzato una piattaforma come “Rousseau” che ieri ha permesso a quasi 80.000 iscritti, un italiano su 700, di contribuire alla scrittura della storia del nostro Paese. Abbiamo dimostrato che coinvolgere i cittadini nelle scelte della politica è possibile”.

Internet può davvero funzionare come sistema sicuro per conoscere la volontà oggi degli iscritti al Movimento 5 Stelle, ma in futuro anche di cittadini ed elettori? Come risponde alle critiche rivolte alla affidabilità del sistema di voto?

“L’aver registrato un’affluenza al voto digitale pari al 68% degli aventi diritto tra i nostri iscritti, dimostra che il voto in rete permette una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita democratica, più rapidità nelle consultazioni e costi anche più contenuti rispetto agli enormi costi che oggi un Paese deve sostenere per realizzare un impianto di voto tradizionale. Il tema della sicurezza è sicuramente centrale ed è stato massimo il nostro impegno in questi mesi per realizzare, grazie alle più moderne tecnologie e al coinvolgimento di professionisti del settore di altissimo livello, una nuova Area Voto che anche ieri si è dimostrata estremamente solida e sicura. Vogliamo migliorare ancora grazie anche alle critiche e al supporto di tutti coloro che vorranno darci una mano. Rousseau deve essere visto come una risorsa, mentre spesso viene presentato come una minaccia perché guarda al futuro. Noi stiamo indicando una direzione e nelle democrazie del futuro certamente il voto in rete sostituirà i sistemi di voto tradizionali, come d’altra parte già sta avvenendo in Estonia. Quello di ieri è stato un record di partecipazione mondiale ad un voto on line per una forza politica in una singola giornata. I voti estoni, spagnoli ma anche inglesi dove si vota online anche per un’intera settimana di seguito sono importanti esempi a cui ispirarsi per tutte le forze politiche. Siamo pionieri in un ambito che sta decollando a livello mondiale”.

Avevate valutato la possibilità di effettuare la consultazione dei militanti magari in una fase preliminare al conferimento del mandato da parte del Presidente della Repubblica? Se è davvero corso il rischio di un corto circuito istituzionale?

“Abbiamo stabilito la data della nostra consultazioni assicurando, prima di tutto, il massimo rispetto di tutti gli attori politici e istituzionali intervenuti in questa delicata fase di crisi di Governo. Tuttavia nel Movimento 5 Stelle decidiamo insieme ai nostri iscritti, la parola finale ce l’hanno loro”.

Come piattaforma Rousseau siete stati all’attenzione dei giornali di tutto il mondo. Pensate che la vostra esperienza possa confrontarsi e svilupparsi con altre simili a livello internazionale?

“Con Rousseau siamo pionieri di un settore ancora inesplorato e guardiamo con grande attenzione a qualsiasi tipo di realtà simile con lo spirito di migliorarci costantemente. Siamo consapevoli e molto orgogliosi del fatto che molte realtà internazionali si interessino a quello che stiamo facendo, riceviamo periodicamente richieste di informazioni e proposte di collaborazione anche dall’estero. Credo che questo dovrebbe costituire un motivo di orgoglio per il nostro Paese”.

C’era stato un sì su Rousseau anche al contratto di governo con la Lega, ma non sono mancate incomprensioni e alla fine la rottura. Cosa potrà accadere dopo il sì all’accordo politico con il PD?

“Come ho già dichiarato in precedenza l’auspicio è che questi partner di Governo si dimostrino più leali dei precedenti. A noi interessa soltanto avere la possibilità di lavorare per il bene del Paese e dei cittadini”.

Il nuovo ministro dell’Innovazione è Paola Pisano, assessore al comune di Torino, eletta “donna più influente nel digitale” in Italia piazzandosi in classifica davanti a nomi come quelli di Clio Zammateo – famosa come ClioMake Up – Milena Gabanelli e Samatha Cristoforetti. A gennaio, in un’intervista all’Agi, aveva illustrato la sua visione di Internet e del web, passando per il 5G.

Docente di gestione dell’innovazione all’università del capoluogo piemontese, 42 anni, tre figli, è un fiume in piena quando racconta i progetti che ha in mente per trasformare la città, consapevole delle tante difficoltà che ci sono, a partire dalla sfida della digitalizzazione della pubblica amministrazione, al posizionare il capoluogo piemontese come punto attrattivo per imprese che vogliono innovare, a fare conciliare il futuro con i trend che caratterizzano sempre di più la popolazione delle città. “A fine mandato – racconta – voglio lasciare Torino come la città italiana dove si vedrà il futuro con servizi digitali semplici, fruibili, utili per i cittadini”.

Questo è l’obiettivo futuro, ma quale è stato l’impatto al suo arrivo in questo nuovo ruolo?

“Quando sono arrivata è stato un impatto forte. Io vengo dall’università ma ho sempre lavorato come consulente su progetti per l’innovazione in aziende, sono sempre stata abituata ad essere  in posti dove si voleva fare un cambiamento innovativo e anche se non c’erano tutte le condizioni si sapeva che si voleva andare verso un obiettivo”.

“Sono partita con un assessorato nuovo, dal momento che Torino non ha mai avuto un assessore all’innovazione e ci siamo mossi un po’ con un modello startup confrontandoci con una pubblica amministrazione che aveva sempre agito in un determinato modo.  Per questo abbiamo dovuto e dobbiamo scardinare un po’ sia il modo di fare le cose, sia cosa bisogna fare, consapevoli sempre delle risorse che si hanno a disposizione”.

“Spesso ci dicono che avremmo dovuto aspettare il momento migliore per fare certi progetti, ma noi non possiamo aspettare, bisognava partire subito. Abbiamo iniziato a pensare a quale doveva essere il nostro futuro, considerando che alcuni trend sono già sotto gli occhi di tutti: le città diventeranno più popolate, l’età media si alzerà e nello stesso vi è la necessità di sempre maggiore inclusione e rispetto dell’ambiente. Da lì ci siamo mossi”.

In che modo?

“Lo abbiamo fatto agendo  su determinati filoni di innovazione come ad esempio l’auto autonoma, che permetterà una mobilità più semplice con zero impatto ambientale, per tutti i cittadini perché inclusiva: penso al trasporto di anziani, disabili e bambini, ma anche in condivisione”.

“Oppure I droni, un’altra nostra tecnologia di riferimento, perché facili da utilizzare nella manutenzione delle infrastrutture, perché le merci devono girare nelle città occupando poco spazio, perché possono esserci problematiche o incidenti in cui l’essere umano non può arrivare – attentati terroristici o incidenti gravi – in cui l’utilizzo di un robot permette di reperire immagini di cosa è accaduto e organizzare al meglio i soccorsi”.

“Ed ancora i robot collaborativi con l’essere umano, che consentono a chi non è occupato di fare dei lavori. Ci sono casi, che stiamo cercando di portare sul territorio, in cui a lavorare sono i robot, ma comandati a distanza da invalidi o persone che passano lungo tempo in ospedale. Queste persone avranno così la possibilità di lavorare anche se impossibilitati a muoversi. Ci sono già esempi per il mondo e qui a Torino siamo ancora in altissimo mare, ma stiamo cercando di arrivare a qualcosa del genere: dare la possibilità anche a  chi non lavora per impedimenti fisici di poter lavorare grazie ad un robot”.

Anche la tecnologia 5G, in cui Torino ha assunto il ruolo di capofila, va in questa direzione?

“Sì: a Torino il numero di antenne è ancora superiore a quello delle altre città. Ma la partita non si gioca sull’ infrastruttura quanto sul servizio, sul riuscire ad attrarre da noi aziende che offrono queste tecnologie. Abbiamo creato una politica che si chiama “Torino city lab” in cui chiediamo alle aziende che hanno una innovazione di frontiera ad alto rischio, ancora allo stadio precommerciale, di sottopporla alla città per venire qui a fare i testing”.

“Noi quindi ci proponiamo come partner. Non una smart city, ma partner delle aziende che voglio rischiare e innovare. A queste noi diciamo: ‘Vieni qui, ti forniamo una città per i testing , il nostro ecosistema fatto di piccole e medie imprese molto forti su stream come automotive, aerospace, robotica e telecomunicazioni. Ti supportiamo sia per quanto riguarda la realizzazione del primo prototipo, sia nel modello di business’ per cui se servono finanziamenti troviamo altre aziende che le supportino. A questo proposito stiamo cercando di legare a questo modello i ventures e le forme di finanziamento. Torino potrebbe così diventare una buona piazza per tutti quei ventures che non si occupano di start up ma di ‘scalare’ il business”.

Ci sono già esempi pratici?

“A Torino nei mesi scorsi abbiamo testato il ‘bar robotico’, abbiamo dato le autorizzazioni per usarlo in un’area della città e coinvolto i cittadini nel testing per migliorare questa tecnologia. Per tre mesi il bar robotico ha preparato e servito cocktail ai cittadini, ha interagito con loro. Abbiamo avuto il feedback con cui è stata migliorato il robot, ora l’azienda ha assunto qualche persona qui a Torino e sta vendendo il robot migliorato”.

In questo anno si è parlato tanto di droni, addirittura hanno sostituito i tradizionali fuochi artificiali di san giovanni facendo storcere un po’ il naso a qualcuno più tradizionalista.

“Abbiamo fatto uno spettacolo con 200 droni a guida autonoma in occasione della festa di San Giovanni, lo scorso anno, che ci ha permesso di fare vedere al mondo che Torino era pronta per questa tecnologia, che noi eravamo una piazza pronta per testarla. Da lì è partito il mondo: abbiamo fatto una partnership con Intel, sta arrivando DjI, definita la Apple dei droni, che farà una sperimentazione da noi. Abbiamo scoperto il tessuto di piccole e medie imprese che si occupano di droni e poi Leonardo  ci ha proposto un grosso progetto sui droni di cui ora non possono ancora svelare nulla. Insomma abbiamo così tanti progetti che abbiamo deciso di fare nel 2019 il ‘mese dei droni’, tra giugno e luglio prossimi e se ne vedranno delle belle”.

E la città come risponde?

“Da parte delle imprese e del mondo universitario c’è voglia di fare e il nostro ruolo è proprio supportare gli attori del territorio nel crescere ed attrarne di nuovi. Ci siamo posizionati non come modello di smart city: non stiamo acquistando tecnologia per risolvere i problemi, ma siamo città partner di innovazione per aziende che vogliono innovare  per aprire loro il mercato”.

Ma il cittadino comune come vive questa voglia di innovazione?

“Questa è una politica economica sulla città, di attrattività e di posizionamento. C’è però un aspetto che riguarda la digitalizzazione dei servizi e questo certamente interessa più da vicino il cittadino”.

“Abbiamo un grosso progetto di digitalizzazione sull’anagrafe, puntando a servizi a comando vocale, sul modello di Alexa o dell’assistente Google che risponderà  direttamente al cittadino. E poi il 22 gennaio presenteremo il portale “TorinoFacile” che si basa proprio su un cambio di paradigma che è avvenuto e di cui bisogna prendere piena consapevolezza”.

“Ossia fino a oggi la pubblica amministrazione è stata monopolista nella fornitura dei servizi ma il cittadino si è evoluto, si è abituato ad Amazon e quindi non accetta più se i servizi non vengono erogati in un certo modo, è abituato ad accessi facili. Allora abbiamo studiato come lavoravano le banche, come lavorava Fineco e da qui è nato questo portale che sarà l’e-banking del cittadino che avrà a disposizione tutti i dati e informazioni sulla sua situazione”.

“È un processo circolare con la tecnologia che deve essere integrata con il capitale umano. Mi rivolgo al cittadino totalmente digitalizzato ma devo anche creare un servizio per il cittadino che sarà sempre ‘off line’, che allo stesso modo deve essere facilmente orientato. E poi c’è il cittadino misto che è quello che va a fare la spesa, ma poi usa la cassa automatica e io devo aiutare anche lui. Tecnologia, dunque, ma anche capitale umano”.

“Noi stiamo lavorando notte e giorno” conclude Paola Pisano e tornando a parlare del riconoscimento ricevuto “inaspettato considerando anche gli altri grandi nomi con cui competevamo”, riflette. “Forse sì, ce lo siamo davvero meritato questo riconoscimento” dice e promette: “A Torino si vedrà davvero il futuro”. 

Huawei lancia il processore per l’intelligenza artificiale “piu’ potente al mondo”, l’Ascend 910. L’annuncio è stato dato da Eric Xu, presidente di turno del colosso cinese, in un collegamento in diretta con Milano dal quartiere generale di Shenzhen. Huawei ha presentato anche un framework di elaborazione di intelligenza artificiale per tutti gli scenari: MindSpore. “Abbiamo compiuto grandi progressi dall’annuncio della strategia sull’intelligenza artificiale lo scorso ottobre” , ha detto il manager, spiegando che “tutto procede secondo i piani: avevamo promesso un intero portafoglio di prodotti Ai, oggi ne presentiamo due”.
Tra le caratteristiche di Ascend 910 Ai, Xu ha indicato il “consumo inferiore alle attese, pari a 310 watt contro i 350 previsti”, decisamente meno di quanto previsto nella presentazione fatta nell’ottobre 2018. 

Mercato raddoppiato nel giro di un anno. E spartito in aree di influenza: Cina da una parte, Stati Uniti dall’altra. Nel secondo trimestre 2019, sono stati venduti 30,3 milioni di smart speaker, il 95,8% in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Lo afferma un rapporto di Strategy Analytics, che ha anche rivisto al rialzo le stime per l’intero anno. Saranno acquistati 148,8 milioni di altoparlanti intelligenti, alimentando uno stormo di dispositivi che sarà composto da 260 milioni di unità.

Amazon, Google, l’altro

Che il mercato degli smart speaker fosse in salute, non c’erano grandi dubbi. Gli altoparlanti con cui dialogare stanno diventando una presenza sempre più consueta nelle nostre case. Non sorprende quindi un tasso di crescita così rapido, anche perché si tratta di un settore giovane, che non ha certo problemi di saturazione. Le vendite sono aumentate in ogni regione e per tutti i grandi produttori. Amazon è leader di mercato, con 6,6 milioni di dispositivi venduti. Google è secondo con 5,6 milioni. Entrambi però cedono quota di mercato. Tra aprile e giugno uno smart speaker su cinque era firmato Amazon. Lo scorso anno lo era quasi uno su tre. Discorso simile per Big G, la cui quota è scesa dal 20,8 al 18,5%. Cosa è successo? C’è un gruppo cinese che sta scompigliando gli equilibri: Baidu.

L’irruzione di Baidu

Lo scorso anno, il maggiore motore di ricerca cinese era un novizio del mercato: aveva venduto appena 100.000 smart speaker. Oggi, con 4,7 milioni, è il terzo produttore al mondo. La sua quota, residuale fino a qualche mese fa, ha toccato il 15,3%, superando in un solo colpo Alibaba, Xiaomi e Apple. L’effetto Baidu si vede anche sui connazionali. Come Google e Amazon, hanno incrementato le vendite ma perso quota di mercato. Quella di Alibaba è passata dal 17,6 al 14,1%. Quella di Xiaomi dal 12,9 all’11,1%. Apple, sesto produttore del globo, è molto più indietro: la vigorosa crescita dell’81% non basta per far uscire l’HomePod dalla nicchia (1,4 milioni di unità vendute). C’è quindi un nuovo arrivato, un gigante della tecnologia, che si è imposto, rosicchiando spazio a tutti avversari. È il segnale di un mercato in cui gli equilibri non sono ancora definiti come altrove. Come dimostra il fatto che si amplia la quota degli “altri” produttori: con 4,4 milioni di unità, costituiscono il 14,4% delle vendite.  

Il sorpasso cinese

La poderosa avanzata di Baidu segna anche un sorpasso che un anno fa sembrava ancora lontano. I tre maggiori produttori cinesi hanno venduto 12,4 milioni di smart speaker nel trimestre. Più dei 12,2 milioni di Google e Amazon messi insieme. Cina batte Stati Uniti. I produttori Usa restano ancora avanti solo se si sommano le vendite di Apple, che però resta su volumi diversi anche perché punta su un mercato più elitario. I top tre americani crescono molto meno (+60%) rispetto ai loro omologhi cinesi (+158%). Anche se, come ha spiegato il vicepresidente di Strategy Analytics David Mercer, non ci sono ancora segnali di rallentamento neppure nei mercati più maturi, negli Stati Uniti il 30% delle famiglie ha uno smart speaker. È quindi normale una corsa più compassata. E pare chiara la divisione in aree di influenza. I produttori cinesi si sono presi casa propria, Amazon e Google l’occidente. È già così nei servizi e – tra guerre commerciali e veti incrociati – la scissione potrebbe accentuarsi tra gli hardware (smartphone, in particolare).

Tra hardware e servizi

In mezzo ai due grandi blocchi tecnologici, ci sono ancora territori da conquistare. Se l’Europa pare essere nel raggio di una sorta di “alleanza atlantica”, Strategy Analytics sottolinea “l’enorme potenziale delle regioni non sfruttate in cui il supporto della lingua locale è stato limitato. L’arrivo di dispositivi che supportino lingue in grandi mercati come Russia, Messico e Brasile sosterrà un’ulteriore crescita della domanda nei prossimi mesi e anni”. Alla corsa parteciperanno sia grandi società di servizi e e-commerce (Google, Amazon, Baidu, Alibaba), sia produttori di hardware come Xiaomi e Apple. Il motivo è presto detto. Gli smart speaker non sono solo dispositivi ma porte d’ingresso nelle case e centri di governo vocali per i prossimi servizi: navigazione, acquisti, contenuti.   

 

Centoquarantatre chilometri quadrati. Questa la dimensione dell’area in cui veniva cercato Simon Gautier, l’escursionista francese morto dopo essere caduto in un dirupo in provincia di Salerno. Il 27enne, in Italia per scrivere una tesi sulla storia dell’arte, non era un improvvisato, ma un appassionato di trekking estremo.

Per questo risultano ancora più incredibili la sua vicenda e, soprattutto, il ritrovamento del corpo a nove giorni dalla prima chiamata al 112, al quale non aveva saputo indicare la propria posizione. Né hanno potuto trovarlo facilmente i soccorsi, dal momento che sarebbe stato particolarmente difficile risalire alla sua posizione attraverso il tracciamento del telefono cellulare, come riportano oggi diversi quotidiani.

Come scrive il Corriere della Sera, appena avvenuto l’incidente, Simon ha prima provato a chiamare una sua amica, che non ha risposto alla telefonata. Così il giovane ha digitato il numero unico per le emergenze, 112, che per ragioni ancora da chiarire lo ha messo in collegamento con la stazione di Lagonegro, a ventitre chilometri di distanza e sul lato opposto del Golfo di Policastro.

I problemi nel rintracciamento di Simon Gautier

Ma pare sia stato molto sfortunato, Simon, dal momento che le celle agganciate dal suo telefono “coprivano un’area troppo vasta”, scrive Repubblica, estesa appunto per centoquarantatre chilometri quadrati. Le celle sono le antenne con cui interagiscono i dispositivi mobili e che sono normalmente in gradi di localizzare un telefono con una precisione quasi assoluta nella gran parte dei casi. Stavolta il sistema non ha funzionato, ragione per cui la Procura della Repubblica di Vallo della Lucania (Salerno) potrebbe aprire un’indagine per accertare possibili responsabilità sui ritardi nell’avvio dei soccorsi.

Purtroppo il problema è anche tecnologico: entro l’anno dovrebbe arrivare in Italia l’Advanced mobile location (Aml), tecnologia che invia la posizione di un dispositivo in modo automatico quando questo chiama il numero unico per le emergenze. Il sistema è già disponibile in tredici Paesi europei, oltre a Stati Uniti, Messico, Nuova Zelanda ed Emirati Arabi Uniti, e in Italia è stato finora solamente sperimentato tra il 2016 e il 2017, spiega il Fatto Quotidiano. Ma come ha spiegato ad Agi Pawel Zorzan, esperto di reti e di sicurezza informatica, “Anche senza questo sistema, è assurdo che non si sia riusciti a tracciare Simon tramite il collegamento delle celle: si tratta di calcoli trigonometrici realizzabili anche con antenne vecchie di vent’anni e che dovrebbero restringere l’area delle ricerche al massimo a quindici chilometri”.

Come proteggersi se si va trekking in solitaria

Come per ogni sport, sono moltissime le app e i servizi che offrono assistenza agli amanti delle escursioni. Sia per iOS sia per Android, la gran parte di questi servizi offrono un sistema di mappatura delle coordinate Gps e funzioni di chiamata automatica delle autorità o di un numero di emergenza. Questo è il caso di Companion (solo per iOS) o Cair. Quest’ultima offre un servizio di mappatura delle celle telefoniche che aiuta a garantire dei punti di contatto costanti lungo il cammino, oltra a una funzione di emergenza che invia automaticamente l’ultima posizione nota al contatto di emergenza nel caso in cui non si interagisca con l’app per lungo tempo: ottimo metodo nel caso in cui un imprevisto dovesse impedirci di chiedere aiuto.

Ma al di là di servizi per la gestione delle emergenze, un telefono carico e dotato di mappe sincronizzate in modalità offline è la soluzione migliore per conoscere sempre la propria posizione e, nel caso di bisogno, comunicarla a qualcuno. Da Oruxmap a Gaia Gps, sono decine i servizi sia per Android sia per iOS che forniscono queste funzioni e che sono in grado di ricavare la posizione del dispositivo in tempo reale e fornendo le coordinate. Strumenti di prevenzione che talvolta si trascura di usare, ma che potrebbero salvarci la vita in caso di emergenza. 

Le telecamere che incontriamo nella nostra quotidianità – ad esempio nei parcheggi o in altri luoghi pubblici – hanno la capacità di leggere le targhe delle automobili con l’obiettivo di seguirne e tracciarne i movimenti. Per questo è nata un’intera linea di abbigliamento per combattere quest’invadenza dei governi nella nostra privacy. L’idea dall’hacker e designer di moda Kate Rose, presentata sabato alla conferenza sulla sicurezza informatica DefCon di Las Vegas, si basa proprio sulla possibilità di confondere questi mezzi di sorveglianza. 

Gli abiti sviluppati dalla linea, denominata Adversarial Fashion, eludono questa capacità per non far mettere a fuoco quei numeri e quelle lettere che costituiscono una targa specifica e riconoscibile. Ancor più negli Stati Uniti dove è personalizzabile. La stilista ha presentato i suoi look caratterizzati da tante scritte rappresentate come se fossero targhe automobilistiche. Basta una t-shirt, una felpa o un vestito per disorientare il sistema di sicurezza.

The fashion line designed to trick surveillance cameras https://t.co/KZ6u8DSfO9

— The Guardian (@guardian)
August 14, 2019

 

In quell’occasione, come scrive il Guardian, Rose racconta di aver avuto la trovata chiacchierando con un amico ricercatore della Electronic Frontier Foundation Dave Maass che gli spiegava alcuni bug del sistema automatico di controllo delle targhe, il cosiddetto ALPR. “È un sistema di sorveglianza di massa che invade ogni parte della nostra vita. Ma se può essere ingannato da un tessuto, forse non dovremmo farci così tanto affidamento”.

Quello di Rose in realtà, a quanto pare, non è ancora un progetto imprenditoriale ben definito ma sembra piuttosto un atto politico, dimostrativo, un guanto di sfida al Big Brother tecnologico che vigila costantemente sulle nostre vite attraverso la tecnologia che ci ha messo in casa e nelle tasche. La sua missione è chiara: “Vorrei invitare le persone che pensano che questi sistemi siano fondamentali a trovare modi migliori per effettuare le loro verifiche”.

Non è la prima volta che si mette in evidenza come il sistema in questione abbia difficoltà oggettive a fare un lavoro pulito e preciso circa l’identificazione delle nostre targhe. All’interno dello stesso DefCon, ad esempio, durante una lezione di un altro hacker di nome Droogie, è stato mostrato come il sistema possa creare evidenti danni. Droogie ha raccontato la sua esperienza e di come tempo fa ebbe una geniale idea: per fare uno scherzetto all’ALPR personalizzò la propria targa utilizzando la parola “NULL”, ovvero il codice utilizzato in un certo numero di sistemi di database utilizzati per rappresentare una voce vuota.

In un lampo ha cominciato a ricevere notifiche di multe dal dipartimento di polizia di Los Angeles per un totale potenziale di 12 mila dollari. Il computer è cascato nel tranello fin troppo bene affibbiandogli ogni singola multa per eccesso di velocità per tutte quelle targhe trovate prive di validità. La polizia alla fine ha deciso di strappare le multe e Droogie ha subito cambiato targa. Ma le falle, nel sistema, sono invece rimaste. 

Hacker gets vanity license plates that say “NULL” to avoid tickets and ends up getting all misentered tickets instead. https://t.co/P1WAoRcq4u

— Jerry Gamblin (@JGamblin)
August 12, 2019

Google ha iniziato il rilascio di un nuovo aggiornamento per la sua applicazione Maps, con il quale sarà possibile sovrapporre le indicazioni del navigatore a ciò che vede l’occhio della fotocamera. Già disponibile in fase di test per i telefoni Pixel, prodotti da Google, la nuova funzione Live View potrà essere utilizzata anche dai dispositivi Android e iOs.

Grazie a Live View è possibile camminare seguendo le indicazioni sullo schermo, che saranno mostrate sovrapposte all’immagine in tempo reale dello scenario che l’utente ha davanti. Il sistema è stato pensato per consentire di ricevere indicazioni contestualizzate sul luogo nel quale ci si trova, eliminando così l’ultima barriera tra l’informazione che dà il dispositivo e il mondo circostante.

“Niente è come esplorare una città a piedi: è un ottimo modo per scoprire luoghi e suoni di un posto  nuovo. Ma può essere difficile sapere esattamente in quale direzione andare. Con una funzione beta chiamata Live View, puoi usare la realtà aumentata (AR) per vedere meglio da che parte andare quando ti muovi a piedi – si legge sul blog di Google – Le frecce e le indicazioni sono posizionate nel mondo reale per guidare il vostro cammino”.

Tra le altre novità introdotte da Google, anche una funzione che tiene traccia di tutte le prenotazioni aeree e gli alberghi in un’unica finestra operativa, disponibile anche in modalità offline. In questo modo l’utente potrà accedere a un’area riassuntiva del proprio viaggio che contiene biglietti aerei e dettagli delle prenotazioni d’albergo.

Eccolo il sistema operativo di Huawei. Si chiama HarmonyOS: esiste (come era già stato confermato) ed è pronto a partire camminando sul filo: dimostrare che la casa cinese può farcela, ma sottolineando che Android è sempre la prima scelta.

Non è (ancora) tempo di guerra

Richard Yu, ceo di Huawei Consumer Business Group, ha mostrato i muscoli e affermato – durante la conferenza per gli sviluppatori – che il sistema operativo sarebbe in grado di sostituire Android. Sarebbe, perché dal gruppo di Shenzhen arriva un messaggio chiaro: si tratta di un’eventualità, ma al momento non c’è l’intenzione di portare HarmonyOS su smartphone. Questo non vuol dire che non lo farà mai. Potrebbe essere una via obbligata se lo scenario dovesse ingarbugliarsi. Yu ha parlato di un sistema operativo capace di offrire “un’esperienza olistica intelligente su tutti i dispositivi e in ogni scenario”. Ma per ora, nella roadmap presentata sul palco la parola “smartphone” non c’è. L’esordio sarà su “smart screen che verranno lanciati entro la fine del 2019”.

Poi si passerà a smartwatch, altoparlanti intelligenti, set per l’auto, visori per la realtà virtuale. Lasciare gli smartphone sullo sfondo non aizza un conflitto – per ora solo latente – con Google e Android. Occhio alle date. L’annuncio di HarmonyOS arriva ad appena dieci giorni da uno snodo cruciale. Il 19 agosto scadrà il congelamento della “lista nera” di Trump che di fatto blocca le collaborazioni tra società americane e Huawei. Da allora in poi si inizieranno davvero a capire le possibili ripercussioni. Il gruppo di Shenzhen si muove ma non ha intenzione (né interesse, come non ce l’ha Google) di andare allo scontro frontale. Huawei non ha infatti mai smentito lo sviluppo del sistema operativo (che trova la propria origine nel 2009 e le radici di HarmonyOS nel 2017) e parla da mesi di piano B. Lo ha fatto Richard Yu in molte altre dichiarazioni. Lo ha fatto il deputy general manager consumer di Huawei Pier Giorgio Furcas a luglio, durante la presentazione italiana del Mate 20X 5G: “Google rimane il partner importantissimo”, con il quale “il rapporto non si è mai interrotto”.

Com’è fatto HarmonyOS

Le presentazioni di Huawei sono, di solito, molto “comparative”. Il gruppo non ha mai avuto paura di confrontare le performance dei propri prodotti con quelle dei concorrenti. Pur senza spingere troppo, lo ha fatto anche stavolta. Yu ha sottolineato infatti che HarmonyOS è qualcosa di “completamente diverso” da Android e iOS. È open source e punta a rimuovere ogni attrito tra un dispositivo e l’altro. In sostanza: basta sviluppare l’app una volta per avere accesso a dispositivi diversi. Un accorgimento che, almeno potenzialmente, permette di raggiungere più utenti con un investimento di tempo e tenero minore.

Il sistema operativo è anche compatibile con Android: far migrare la propria app richiederà pochi giorni. Huawei punta sulla leggerezza: utilizza un “microkernel”, cioè un kernel (il cuore del sistema operativo) “compattato”. Secondo la casa cinese, un codice più snello permetterebbe una migliore adattabilità a ogni dispositivo, specie nell’Internet of Things, più sicurezza e minore latenza (con tempi di risposta più rapidi del 25%). 

Il vero obiettivo è l’ecosistema

In questo momento i dettagli tecnici contano fino a un certo punto. Per affiancarsi ad Android o (in prospettiva) sostituirlo non basta un sistema operativo. Come già aveva sottolineato il fondatore Ren Zhengfei a maggio, “la cosa più difficile è creare un ecosistema”. Cioè un ambiente nel quale ci siano sviluppatori che battezzino app e utenti che le utilizzino. È questa la vera forza del robottino verde: qualsiasi smartphone si acquisti (a eccezione dell’iPhone), si cammina in un universo digitale conosciuto, simile al precedente (al netto delle personalizzazioni di marchio).

Questo Huawei lo sa bene, tanto da ribadirlo nella nota ufficiale con la quale ha presentato HarmonyOS: il suo successo non dipenderà tanto da quanto va veloce ma soprattutto “da un ecosistema dinamico di app e sviluppatori”. Per crearlo Shenzhen partirà dalla Cina. Una mossa logica, che combina il vantaggio di un mercato casalingo con quello di non invadere il campo di Google. “Più avanti – ha spiegato Huawei – HarmonyOS si espanderà nell’ecosistema globale”. Di nuovo: il sistema operativo c’è ma resta – almeno per gli smartphone – il piano B.  

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