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Il britannico Sir Jonathan “Jony” Ive, il papà dell’iMac, dell’iPhone, dell’iPad e dell’iPod, a 52 anni, lascia Apple per creare LoveFrom e ritagliarsi uno spazio suo, privato, col quale continuerà a lavorare per l’azienda ma dall’esterno. Finisce un’era. E se ne apre un’altra, che per Apple è ancora piena di incognite.

Ive era il principale collaboratore di Steve Jobs, un genio nel suo campo, che in meno di 30 anni, più di ogni altro, ha contribuito, insieme al vecchio fondatore, a creare un’estetica Apple, a progettare i dispositivi più innovativi, più redditizi e più’ ‘fichi’ del mondo e a rendere la tecnologia più bella e più rivoluzionaria. Intanto una premessa: Ive è insostituibile e infatti, per ora, non verrà sostituito a capo del design della mela morsicata.

“Jony è unico” aveva detto Tim Cook, amministratore delegato di Apple, in un’intervista rilasciata questa settimana. Ive da diversi anni aveva smesso di progettare solo nuovi dispositivi e lavorava a tutto campo, collaborando con il capo del retail, Angela Ahrendts (anch’essa uscita da Cupertino) e a progettare gli Apple Store, i mega-negozi del gruppo.

 

Inoltre Jony aveva preso molto a cuore la supervisione di Apple Park, la nuova sede del colosso americano, una struttura simile a un’astronave, concepita per la prima volta con Jobs nel 2004 e progettata in collaborazione con gli architetti britannici Foster + Partners, i ‘re’ dell’architettura high-tech. 

Tuttavia Ive restava anche il progettista capo di Apple e, ovviamente, continuava a sovrintendere la squadra dei progettisti del gruppo, un team che è sempre stato molto “ristretto”, visto che il designer ha sempre preferito collaborare con persone di fiducia in un’atmosfera famigliare. “Nessun gruppo ha più potere dei progettisti industriali”, afferma Neil Cybart, analista indipendente di Apple. “I contributi di Jony – aggiunge – si trovano letteralmente in ogni prodotto che Apple ha creato negli ultimi 20 anni”.

Ive sovrintendeva la vision dell’azienda “e guidava – spiega ancora Cybart – la più grande azienda di design della storia”. La squadra di Ive è un team straordinario, ma va notato che nell’era di Tim Cook, cioè nel dopo Steve Jobs, Apple aveva ormai smesso di produrre nuovi rivoluzionari dispositivi. Dopo la morte del fondatore, avvenuta nel 2011, nessun nuovo prodotto è stato in grado di eguagliare il successo senza precedenti dell’iPhone, uscito in 10 diverse versioni, dal 2007 ad oggi.

Cook ha gestito alla grande i profitti facendo diventare Apple, nel 2018, la prima azienda Usa a raggiungere un valore di mercato di mille miliardi di dollari, ma resta un manager molto bravo a gestire i soldi e non uno capace di lanciare nuovi dispositivi paragonabili all’iPhone. E questo sicuramente ha inciso sulla scelta di Ive di partire.

Le perdite recenti, ricorda il Financial Times, includono Daniele De Iuliis, che aveva lavorato in Apple per quasi 30 anni, e Rico Zorkendorfer, partito in aprile, mentre i veterani Christopher Stringer e Danny Coster se ne sono andati entrambi nel 2016. Si tratta di designer che ricoprivano ruoli chiave dell’azienda, scelti personalmente da Ive. Tuttavia sarebbe ingeneroso pensare che la perdita di centralità dei Laboratori di ricerca dei nuovi prodotti Apple sia solo legata ad una mancanza di sensibilità’ di Cook.

In realtà, nonostante un avvio lento per Watch nel 2015, Apple ha iniziato a riscuotere un vero successo con i suoi accessori, inclusi i suoi AirPod wireless, mentre sta anche prestando maggiore attenzione ad un portafoglio di servizi online in espansione, inclusi giochi, notizie e video. “Stiamo operando a un livello di ampiezza e profondità in cui non abbiamo mai operato in precedenza”, afferma Cook.

Ive e Cook hanno entrambi indicato l’assistenza sanitaria come un potenziale nuovo mercato, sfruttando le nuove capacità di Watch per rilevare le irregolarità cardiache. Cook ha rivelato alla Cnbc all’inizio di quest’anno che la salute potrebbe diventare il “più grande contributo per l’umanità” di Apple. L’assistenza sanitaria, però, è solo un esempio di come il campo di battaglia sia cambiato negli ultimi anni.

L’altro esempio sono gli assistenti vocali. Apple è stata pioniera nel settore degli assistenti virtuali con Siri, ma ora fatica a stare dietro ad Alexa di Amazon e a Google Assistant, sia nelle vendite degli altoparlanti intelligenti, sia negli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Anche per quanto riguarda gli occhiali intelligenti e le auto a guida autonoma Apple non decolla, restando dipendente dalle entrate in calo degli iPhone, che ancora pesano per i due terzi sulle sue entrate. 

Le uscite di alto profilo di Ive e della Ahrendts hanno scosso fin dalle fondamenta i vertici del gruppo, ma secondo il giornale americano, Apple non è restata con le mani in mano muovendosi in cerca di nuova linfa vitale per rinvigorirsi, come dimostra l’acquisto di John Giannandrea da Google, destinato a diventare il capo dell’Intelligenza Artificiale e del machine learning, l’apprendimento automatico dell’azienda.

In direzione di un rinnovamento dei vertici di Apple vanno intesi anche gli arrivi dei veterani di Hollywood, Jamie Erlicht e Zack Van Amberg della Sony Pictures Television, che dovranno guidare la produzione di contenuti media del gruppo. “L’apparente accelerazione del ritmo di cambiamento all’interno di Apple a livello esecutivo riflette il cambio di paradigma che l’azienda sta attraversando da una storia guidata dall’hardware a Apple come servizio”, spiega, Gene Munster, un ex analista di Wall Street diventato investitore tecnologico con Loup Ventures.

La realtà di cui sia Cook sia Ive sono perfettamente consapevoli è che nella nuova Apple non c’è più un’unica persona alla scelta dei nuovi prodotti, come avveniva all’epoca del duo Jobs-Ive. Nessuna singola persona di Apple decide più, da sola, quali innovazioni debbano uscire dai laboratori di ricerca per essere poi sviluppate sui tavoli del design. “La compagnia corre molto orizzontalmente”, afferma Cook. “La ragione per cui probabilmente non e’ cosi’ chiaro chi sia a definire la strategia di prodotto e’ che per le decisioni piu’ importanti ci sono diverse persone coinvolte. È questa la nuova natura del modo in cui operiamo”. 

Quella di Twitter è una vera svolta. Il social media creato da Jack Dorsey indicherà con un’etichetta, una sorta di bollino rosso, i contenuti che violano le sue regole comportamentali. Ovvero quelli che risulteranno essere violenti, offensivi o portatori di fake-news. Il marchio colpirà i post di personaggi politici e istituzionali che dovessero infrangere le regole di comportamento previste, cosa che in passato è avvenuto più volte.

Nel mirino della nuova sanzione rientrano i tweet scritti da politici o da funzionari governativi, il cui account sia verificato, che hanno oltre 100 mila follower. In un articolo sul blog aziendale, i vertici della piattaforma spiegano così la decisione di attaccare queste figure politiche e istituzionali: “Per la natura delle loro posizioni questi leader hanno un’influenza eccessiva e talvolta dicono cose che potrebbero essere considerate controverse o invitare al dibattito e alla discussione. Una funzione critica del nostro servizio è fornire un luogo in cui le persone possono rispondere apertamente e pubblicamente ai loro leader e renderli responsabili”.

La nuova funzionalità spunterà fuori nelle home degli utenti che, in particolare, seguono un determinato politico o funzionario che pubblicherà un tweet contenente questo tipo di messaggi. Ma il bollino potrebbe apparire anche in altre aree del sito come la banda di ricerca. L’altro elemento da tener conto è che non si tratta di una misura retroattiva: i vecchi tweet resteranno impuniti. Quelli nuovi, invece, verranno fortemente penalizzati e appariranno con meno frequenza nella timeline degli utenti. 

“Nonostante violassero le regole – afferma una nota pubblicata da Twitter – in passato abbiamo consentito la presenza di alcuni tweet poiché erano di pubblico interesse, ma non erano chiari il come e il quando di questi contesti. Abbiamo deciso di intervenire, introducendo una serie di misure che chiariranno tali contesti”. L’obiettivo finale è quello di “proteggere il dibattito pubblico”

La decisione arriva nei giorni delle ennesime critiche di Donald Trump al social network, accusato dal presidente americano di impedire a potenziali follower di seguirlo. In passato, proprio in riferimento a Trump e ad altri politici sovranisti e populisti, sono state diverse le voci che si sono sollevate per rimproverare a Twitter un lassismo che in altri casi, a comuni cittadini, non era stato consentito. Fu l’inquilino della Casa Bianca, ad esempio, a ritwittare un filmato che sembrava incoraggiare la violenza contro un musulmano o a lodare un parlamentare che trattava brutalmente un giornalista. Per non dire degli insulti propinati contro giudici e oppositori.

Le nuove modalità del social network non saranno affidate a un algoritmo, spiega Twitter, ma il frutto di un equilibrio tra “la libertà di espressione” e la necessita’ di “ridurre al minimo la sofferenza che essi provocano”: di conseguenza sarà possibile vedere e leggere questi messaggi per l’importanza di chi li pubblica ma prima di poterlo fare il lettore si troverà di fronte un avviso. Un “bollino” che forse sarà anche più efficace di un’eventuale, e da tanti richiesta, censura preventiva. 

Il designer superstar di Apple, Jonathan (Jony) Ive, cha ha firmato gli iMac, gli iPod, gli iPhone e molto altro lascia la società della Mela dopo quasi 30 anni per fondare una sua azienda, LoveFrom. “Ive lascerà verso la fine dell’anno per fondare una compagnia indipendente di design che conterà Apple tra i suoi principali clienti”, ha reso noto l’azienda di Cupertino.

“Jony è un figura unica nel mondo del design e il suo ruolo nel revival di Apple – ha osservato l’ad del gruppo, Tim Cook – non si può enfatizzare abbastanza, dal rivoluzionario iMac del 1998 all’iPhone fino all’ambizioso senza precedenti Apple Park nel quale ultimamente ha messo cosi’ tanto della sua cura ed energia”.

Il designer inglese, Cavaliere dell’impero britannico dal 2012, in un’intervista al Financial Times ha spiegato che il sodalizio con Apple andrà avanti ancora “per molti anni a venire”, sebbene non più come dipendente. Apple “continuerà a beneficiare del talento di Jony continuando a lavorare con lui su progetti esclusivi”, ha assicurato Cook. 

Chi ha usato una console lo sa: durante il gioco, il controller vibra dopo un tonfo o un’esplosione. Un modo per far “toccare” la scena. È quello che potrebbe fare anche Netflix con film e serie tv: accompagnare le immagini con una vibrazione sullo smartphone. Si chiama “Rumble Pak“. Non è ancora una sperimentazione su larga scala ma una delle idee emerse dagli Hack Days, evento che raccoglie le proposte di dipendenti e collaboratori.

“Stai guardando il tuo episodio preferito di Voltron quando – spiegano gli ideatori di Rumble Pak, Hans van de Bruggen ed Ed Barker – dopo una pausa di suspense, c’è un’enorme esplosione. Il tuo smartphone inizia allora a vibrare nelle tue mani”. Una trovata che “migliora il contenuto che stai guardando”, con una risposta tattile per ogni scoppio o colpo di spada.

Gli Hack Days, come spiega Netflix in un post su Medium, sono pensati prima di tutto per “supportare la cultura dell’innovazione” e condividere “idee e creativita’”. Sperando che, di tanto in tanto, emergano progetti che potrebbero davvero migliorare la piattaforma.

L’intuizione di far vibrare i dispositivi in accordo con le scene potrebbe essere applicata non solo sugli smartphone ma, ad esempio, in sistemi più complessi e immersivi, come quelli per la visione in 3D. Tra le altre idee segnalate da Netflix, c’è TerraVision. Si concentra sulla produzione: utilizza l’intelligenza artificiale per trovare la giusta location per le riprese. Un regista o uno scenografo hanno immaginato una scena, con un’immagine o un disegno? TerraVision la confronta con il proprio archivio e indica il luogo reale che piu’ le somiglia. 

 

Slack è l’ultimo unicorno arrivato in borsa, per ora con ottimi risultati. Fresco di quotazione, ha una capitalizzazione di 19 miliardi di dollari. Dietro il successo di questa piattaforma per l’organizzazione dei gruppi di lavoro e la condivisione di file c’è Stewart Butterfield. La sua è una storia di successo, anche se proprio la sua più riuscita creatura è frutto di un fallimento.

Butterfield, nato nel 1973, trascorre i primi anni in un villaggio di pescatori della costa canadese: Lund, neppure 300 abitanti. Quando si trasferisce a Victoria con la famiglia, i genitori gli regalano un pc: sono i primi anni ’80 e Stewart è il primo nel suo gruppo di amici a possederne uno. Al momento di scegliere l’università, però, opta per qualcosa di completamente diverso: filosofia.

Il pallino per la tecnologia rimane: durante il collage lavora come web designer e mette da parte qualche risparmio, che investe nella startup di un amico, Jason Classon: Gradfinder.com, un social per studenti. Sei mesi dopo, nonostante la bolla di internet sia appena scoppiata, la società viene venduta. Butterfield passa all’incasso e reinveste: con Classon e l’allora moglie Caterina Fake, fonda la Ludicorp.

Il nome non dice granché. Molto più famoso e’ il suo prodotto principale: Flickr. Il sito permette di condividere le proprie fotografie. È il 2004. Lontano da nuove bolle e con i valori delle compagnie tecnologiche in crescita, Flickr ha grande successo e attira l’attenzione dei pesci grossi. Alla Ludicorp si presenta Yahoo e, pochi mesi dopo il lancio della piattaforma, scuce una ventina di milioni.

Butterfield e la moglie diventano milionari e restano all’interno di Yahoo fino al 2008. Quando l’imprenditore decide di mollare la compagnia, torna al suo primo amore: creare un gioco multiplayer online. In fondo Ludicorp era nata soprattutto per con questo obiettivo. Forse Butterfield non lo sapeva ancora, ma proprio la scelta di coinvolgere più giocatori contemporaneamente avrebbe fatto la sua fortuna.

Chiama alcuni colleghi dei tempi di Ludicorp e fonda la Tiny Speck, che nel 2011 sviluppa Glitch. Il gioco, però, non sfonda. Il suo stesso creatore lo avrebbe definito, qualche anno dopo, “troppo bizzarro” per quei tempi. Una cosa però funzionava alla grande: il sistema di comunicazione interno tra i giocatori, che permetteva di chattare.

Butterfield ci lavora e lo rende indipendente. È la radice di quello che diventerà Slack, lanciato nel 2014. Design essenziale, facilità di utilizzo, gestione agile dei gruppi di lavoro, fruizione efficace sia su smartphone che su pc: Slack conquista i grandi investitori della Silicon Valley, tra cui il venture capital Andreessen Horowitz, uno dei primi a credere (tra i tanti) in Facebook e AirBnB.

Nel 2015 Slack vale già un miliardo di dollari. Quando si presenta a Wall Street, ha ricevuto 1,4 miliardi di dollari in fondi privati. Al suono della campanella, Stewart Butterfield è diventato miliardario: round dopo round, la sua quota si e’ diluita fino al 7%. Cioè, al momento, piu’ di 1,3 miliardi di dollari. 

A tre settimane da un primo furto di dati, rivendicato il 29 maggio, il collettivo di hacker di LulzSec Italia torna ad attaccare Net4Market – CSAmed, società specializzata nella fornitura di software in ambito sanitario e per la gestione elettronica dei processi di acquisto e di fatturazione. I pirati informatici hanno pubblicato uno screenshot che dimostrerebbe la loro capacità di accedere ad alcuni dei sistemi informatici dell’azienda, insieme a quelle che potrebbero essere le credenziali di accesso “a due dei principali database” della stessa, come scrivono in un comunicato.

“I dati che custodiva, e che custodisce tutt’ora questa azienda, insieme a Net4Market (software di e-procurement per gestire telematicamente le fasi di approvvigionamento. Include servizi dedicati ai fornitori) e AlboFornitori (un punto d’incontro tra domanda e offerta negli acquisti on-line della Pubblica Amministrazione), sono stati resi pubblici da noi nel mese passato – scrive LulzSec Italia -, e per quel che sappiamo, nonostante la violazione, CSAmed non ha comunicato nulla a nessuno, riguardante il breach”.

Un mese fa, i banditi digitali avevano utilizzato il proprio profilo Twitter per annunciare il furto di svariati gigabyte di informazioni alla società. Come ricostruito dall’esperto di cybersecurity Edoardo Limone sul suo blog, gli hacker avevano pubblicato online in formato scaricabile 5,79 gigabyte di dati: tra questi anche il contenuto di un numero imprecisato di caselle di posta elettronica certificata e relativi allegati.

Tuttavia, fonti informate sui fatti spiegano che gli hacker avrebbero avuto accesso a più di 280 gigabyte di dati. Contattati da Agi, i criminali informatici hanno dichiarato di “non aver mai avuto un accesso così profondo a un sistema prima d’ora: avremmo potuto letteralmente cancellare i dati”.

Tra le informazioni condivise in un primo momento – in pochi giorni sono stati resi indisponibili dal gestore del servizio di download scelto dagli hacker -, spiccavano soprattutto numerose password conservate in chiaro, ovvero senza quegli strumenti di cifratura di base che servono proprio a evitare che una password possa essere letta anche in caso di data breach. Informazioni che potrebbero essere state usate per questo ennesimo attacco. Contattata via mail il 10 maggio, Net4Market non ha risposto a una richiesta di commento. 

Specializzata in servizi di e-procurement, l’azienda annovera tra i suoi clienti numerose aziende sanitarie, l’Ospedale Niguarda, diverse Asl, il Sistema socio sanitario di alcuni comuni lombardi, Poste Italiane e decine di pubbliche amministrazioni.

“Oggi vogliamo rivolgerci a CSAmed, e di preciso vorremmo occuparci di GDPR e Privacy, visto che proprio in questo momento si sta tenendo un incontro per parlare di questi due temi”, si legge nel comunicato. Come di consueto, gli hacker avevano denunciato il primo furto di dati tramite il loro profilo Twitter, per venire poi bloccati dall’azienda.

“Quanto accaduto, in termini di legge e di GDPR si sarebbe dovuto comunicare al Garante della Privacy, e avvisare tutti i loro utenti invitandoli a cambiare password per quanto successo”, e proseguono: Cose ovviamente, come già detto, che CSAmed non ha assolutamente fatto, dal momento che noi, siamo qui, ANCORA! La loro preoccupazione maggiore è stata quella di bloccarci su Twitter, e di far cancellare il download dei file”.

C’è una buona notizia per gli operatori: i clienti sono disposti a pagare di più per il 5G. C’è n’è anche una che dovrebbe allarmare chi arriverà in ritardo (o male): gli italiani si aspettano che le nuove reti abbiano un impatto entro il 2020 e sarebbero disposti a cambiare operatore pur di averle. Lo afferma il rapporto “5G Consumer Potential” pubblicato dall’Ericsson ConsumerLab.

Gli italiani hanno fretta

Il 45% degli italiani si aspetta che il 5G porterà vantaggi entro il prossimo anno. È un dato che sottolinea quanto l’attesa sia alta. Potremmo definire l’Italia il più esigente (o ottimista) tra i Paesi europei: nessun altro si aspetta un impatto così consistente, così in fretta. Per trovare così tanti clienti che ipotizzano un’adozione più precoce, bisogna andare in Cina, Sud Corea, Emirati Arabi, e Stati Uniti. Sono più cauti i britannici. E soprattutto i tedeschi e i francesi, che guardano a un’orizzonte di un paio d’anni. Il rapporto non spiega il perché delle risposte italiane.

Potrebbe trattarsi di un hype: aspettative eccessive. Di una speranza: la banda larga attuale non è al passo dei vertici europei e mondiali. Oppure di consapevolezza: secondo la Ctia (l’associazione americana che rappresenta il settore delle comunicazioni wireless), nella corsa globale al 5G l’Italia è ben messa. È quinta a pari merito con la Gran Bretagna. E davanti ha solo Paesi che il rapporto Ericsson indica tra gli ottimisti: Stati Uniti, Cina, Corea del Sud (oltre al Giappone).

Che si tratti di aspettative, speranza o consapevolezza, gli italiani non sembrano disposti ad aspettare troppo oltre. Se il proprio operatore non lancerà servizi 5G, il 40% degli intervistati attenderebbero al massimo sei mesi prima di cambiarlo. E uno su sette lo farebbe subito. Chi arriva prima, potrebbe conquistare un pezzetto di mercato. Anche perché quattro utenti italiani su dieci non sono soddisfatti del loro attuale fornitore di rete fissa. Chi è interessato a cambiare vede nel 5G l’occasione buona per farlo.

Pagare di più per velocità e sicurezza

Arrivare prima richiede investimenti notevoli. Rimanere fuori non è un’opzione, ma i costi per infrastrutture e frequenze potrebbero pesare per anni su un settore, quello delle tlc europee, nel quale la concorrenza ha assottigliato i margini. L’impatto positivo del 5G sul fatturato non sarà immediato, ma il problema potrebbe aggravarsi se gli utenti non dovessero mostrarsi propensi a pagare abbonamenti più costosi.

Dal rapporto di Ericsson arriva però un segnale positivo: il 69% degli italiani sarebbe disposto a pagare un extra per servizi innovativi e maggiore velocità garantiti dalle reti di nuova generazione. E non poco: il 30% in più. Una percentuale che sale al 45% tra gli “early adopter” (cioè quegli utenti che per primi hanno usato tecnologie come smart speaker e visori per la realtà virtuale).

Il valore non passa solo dalla capacità di caricare, vedere e scaricare velocemente: un italiano su tre è disposto a sborsare di più per la sicurezza della rete. Un dato che sembra confermare lo spunto del ceo di Ericsson Börje Ekholm. Durante la conferenza Viva Tech di Parigi, ha sottolineato che non c’è solo un tema di norme e bandi statali, vedi il caso Huawei, ma anche di “domanda di sicurezza”. Gli operatori potrebbero fissare vincoli più stringenti se richiesti dai clienti. In altre parole: la sicurezza (reale e percepita) è potrebbe essere un vantaggio competitivo.

I servizi più attesi

Non tutto subito. Gli italiani si attendono che la maggior parte dei servizi arrivi entro due-tre anni. Credono che i più immediati siano connessioni più veloci e streaming più efficace. Il 39% pensa che il 5G aiuterà a risolvere la congestione della rete urbana. Le nuove reti, infatti, permettono di agganciare una quantità di dispositivi molto superiore, evitando rallentamenti anche in zone ad alta densità. Gli utenti sperano quindi che il 5G migliori l’accesso a internet soprattutto nelle situazioni in cui le reti attuali – a volte – balbettano: su autobus, treni e automobili in movimento (40%), vie commerciali, stadi e stazioni. Ma anche al lavoro (in un caso su quattro) e nel proprio appartamento (in uno su cinque).

Nelle case il 5G è particolarmente atteso. Gli italiani hanno in media sei oggetti connessi tra le mura domestiche. E il 30% ne ha almeno dieci. Piccole reti casalinghe che però posso attraversare “imbuti” di connettività. I consumatori si aspettano che il 5G non sia solo un acceleratore, ma che apra a nuovi servizi, dall’intrattenimento alla salute. e cambi il modo di utilizzare la tecnologia: saranno consumati più dati e aumenterà la fruizione di contenuti video (di circa 3 ore e mezza a settimana), soprattutto grazie al crescente utilizzo di dispositivi mobili e indossabili, come i visori per realtà aumentata o virtuale.

Nuovi smartphone per nuove reti

Nell’evoluzione tecnologica, l’efficacia delle reti ha orientato l’evoluzione dei dispositivi mobili. Il 3G ha dato slancio al passaggio dal telefonino allo smartphone. Il 4G ha spinto lo streaming, dato spazio ai contenuti visivi e allargato i display. Questo legame appare chiaro agli utenti italiani, che si aspettano che anche il 5G trasformi quello che hanno tra le mani. Il 43% degli intervistati dubita che design e funzionalità degli smartphone attuali siano adeguati a sfruttare appieno le nuove reti.

Il 60% vorrebbe una maggiore durata della batteria e il 31% una maggiore disponibilità di memoria. Per tre utenti su dieci, gli smartphone 5G sono destinati ad avere schermi pieghevoli, adottare proiezioni olografiche e integrare fotocamere a 360 gradi. E non manca chi si spinge oltre: il 42% degli italiani pensa che gli smartphone saranno affiancati, entro cinque anni, da smart glass per la realtà aumentata. Se nuovi dispositivi emergeranno, altri potrebbero scomparire. Per due italiani su tre, le piattaforme per videogiochi in streaming manderanno in pensione le console.   

 

YouTube è diventato il canale dove molti fanno milioni di dollari, ma anche la piattaforma che sta inondando i bambini di contenuti non alla loro portata e a cui accedono senza volerlo. Per questo adesso è allo studio un sistema per limitare gli effetti sul pubblico meno pronto e l’interazione con adulti.

Questa sarebbe anche la ragione per cui, a quanto scrive il Washington Post, la Federal Trade Commission avrebbe aperto un’indagine riguardo al rapporto con gli utenti più piccoli, vulnerabili e maggiormente esposti a contenuti non adatti alla loro età. Tutto sarebbe partito dopo l’arrivo di numerose denunce da gruppi di consumatori e associazioni per la difesa della privacy. 

Dal canto loro i vertici di Google stanno discutendo della possibilità di rimuovere tutti i contenuti destinati ai bambini e inserirli in app separate come avviene per YouTube Kids. La volontà, in questo senso, è quella bloccare gli algoritmi che permettono di delineare l’identikit commerciale del bambino e quindi indirizzare pubblicità apposite.

La decisione e le polemiche seguono di poche settimane la decisione di YouTube di limitare le dirette che vedono i bambini protagonisti e di disabilitare i commenti degli adulti sui video costruiti per un pubblico di minori. Un modo, questo, per contrastare il fenomeno della pedofilia.

L’esame delle nuove limitazioni potrebbe avere un impatto molto più profondo: i video per bambini muovono pubblicità per milioni di dollari. YouTube è cresciuto in modo verticale negli ultimi anni: ogni giorno vengono visti un miliardo di ore di contenuti. I cambiamenti, ancora in discussione e non considerati imminenti da Google, sarebbero i più importanti mai presi dalla piattaforma.

La direttrice esecutiva di YouTube, Susan Wojciki, ha ammesso che il tema è sensibile non ché molto sentito dall’azienda: “Non e’ una questione di limitare la libertà d’espressione, ma la libertà di ricerca”. Limitare il raggio d’azione dei bambini, per evitare di imbattersi in contenuti per adulti o con temi violenti, sarebbe una decisione presa perseguendo questo obiettivo.

Dal primo luglio in Florida saranno ammessi i test con automobili a guida autonoma. La nuova legge, firmata dal Governatore Ron DeSantis, prevede che le aziende possano condurre sperimentazioni anche senza il pilota di controllo a bordo, a differenza di quanto prescritto in altri Stati come la California e il Texas.

Tuttavia, nascono polemiche sulla decisione dell’amministrazione della Florida: un anno fa, in Texas, un veicolo a guida autonoma di Uber investì e uccise una passante, non correttamente identificata dai sensori dell’automobile. Ma ancora più problematico è il fatto che, a bordo del veicolo, il pilota di controllo che avrebbe dovuto monitorare il corretto andamento della sperimentazione era distratto a guardare video sul cellulare, non riuscendo così ad attivare la frenata manuale, come dimostra il video raccolto dalle telecamere dell’abitacolo.

La legge appena introdotta in Florida permette invece espressamente che il conducente possa visionare “schermi attivi” (“active display” nel testo): in parole povere, al pilota – che come detto non è più obbligatorio – è permesso di non badare alla guida, mandando messaggi o guardando video fintanto che è a bordo. Unica prescrizione realmente vincolante, come evidenziato anche da Engadget, è il fatto che i veicoli devono essere in regola con l’assicurazione.

Sperimentale, affascinante e foriera di investimenti, la ricerca sui veicoli a guida autonoma è ambita negli Stati Uniti, dove negli anni diversi Stati Federali hanno tentato di accaparrarsela. Nel 2015 il governo dell’Arizona aveva attirato le aziende del settore, varando leggi particolarmente favorevoli e facendo concorrenza alla vicina California, culla americana dell’innovazione tecnologica. Ma la sera del 17 marzo il sogno si è infranto, quando uno di questi veicoli, in fase di test, ha investito mortalmente Elaine Herzberg, 47 anni, e la sua bicicletta.

In seguito all’incidente, molte aziende sospesero i test temporaneamente e in attesa di determinare cosa fosse realmente accaduto. Ma non è l’unico problema che riguarda queste tecnologie: secondo uno studio pubblicato da un gruppo di ricercatori del Georgia Institute of Technology, che hanno verificato la capacità degli algoritmi che governano le automobili a guida autonoma di rilevare un pedone in base al colore della pelle, le auto a guida autonoma potrebbero essere ancora troppo inefficienti nell’individuare pedoni dalla pelle scura.

La causa di questo, spiegano gli scienziati, deriva principalmente dai set di immagini utilizzate per l’addestramento delle reti neurali, ancora troppo orientate per ceto e fascia sociale. Per questo, più facilmente, un computer potrebbe aver visto molte più immagini di uomini di carnagione chiara, finendo per essere meno accurato (del 5% secondo lo studio), nei confronti degli afroamericani. 

Il lavoro manca perché ce lo rubano i robot. O forse i robot arrivano dove non ci sono i lavoratori (pagati poco). Trovare una risposta non è mica semplice, ma leggendo un reportage di John Seabrook per il New Yorker il dubbio viene. L’articolo, intitolato “The Age of Robot Farmers” (L’era dei robot-contadini), è il racconto di come l’automazione stia arrivando nei campi, tra tecnologia, investimenti, migranti, paghe magre e cattive abitudini.

Quanto è difficile sostituire le mani

L’automazione non è certo una novità in agricoltura, ma fino a ora ha riguardato soprattutto alcune colture come mais, frumento, soia, riso, cotone. Altre, invece – come fragole o mele – sono rimaste attività manuali. La ragione è semplice: il raccolto richiede delicatezza, capacità di distinguere il giusto grado di maturazione e tecnologie specifiche. Quello che va bene per l’uva non è adatto alle arance. Adesso però c’è un set di innovazioni che potrebbe cambiare le cose: intelligenza artificiale, robotica, big data, Gps, visione artificiale, droni.

Wish Farms è una dei più grandi produttori statunitensi di fragole. Nei suoi campi in Florida, Gary Wishnatzki (il proprietario) ci lavora dagli anni ’70, come prima di lui avevano fatto il padre e il nonno. Nel 2013, ha fondato con Bob Pitzer (uno che con la terra non c’entrava molto, visto che lavorava in Intel) Harvest Croo, una società che sta creando un robot-contadino: lo hanno chiamato Berry. Il suo sviluppo è costato, fino a ora, più di 10 milioni di dollari: investimenti propri, ma anche degli altri produttori. Perché se ci sarà un robot capace di raccogliere fragole, non sarebbe un vantaggio solo per Wish Farms.  

Berry, un contadino di 11 tonnellate 

Si fa presto a dire robot. In una ambiente irregolare come un campo, automatizzare vuol dire ridisegnare le coltivazioni: renderle i filari di piante più precisi, la loro distribuzione omogenea. Nella prospettiva di ospitare Berry, ogni pianta di Wish Farms ha un suo corrispettivo “virtuale”, che può essere monitorato con un tablet, passando dal cloud di Microsoft.

Wishnatzki e Pitzer sperano di produrre un prototipo di Berry, molto simile a quello che verrà commercializzato, entro la fine dell’anno. Per mostrare i passi avanti hanno riunito gli altri coltivatori per una dimostrazione, alla quale era presente anche il giornalista del New Yorker. Il robot è enorme: pesa 11 tonnellate e ha 16 tentacoli meccanici per fare il lavoro di trenta persone. Servirebbero 25 Berry per coprire tutti campi di Wish Farms.

Il robot si muove con la tecnologia Lidar, la stessa utilizzata per le auto che si guidano da sole. La sua forza non è tentare di emulare il lavoro umano: un contadino esperto riconosce facilmente le fragole mature. Gran parte del suo tempo è quindi occupato dalla raccolta fisica, che avviene in contemporanea alla selezione. Il robot è un raccoglitore rapidissimo, ma può scegliere le fragole giuste solo dopo un’attenta analisi.

Berry passa in media otto secondi su ogni pianta. Sette e mezzo servono per osservarla: scruta la pianta dall’alto, ne fa una scansione e ne ricava una mappa virtuale. Un algoritmo suggerisce, in base a colore, dimensione e altri parametri quale bacca staccare (con delicatezza). Solo adesso Berry passa all’azione. Tra i suoi compiti c’è anche quello di fare ombra a videocamere e tentacoli meccanici: le condizioni di luce variabile sono infatti un’interferenza che potrebbe confondere l’intelligenza artificiale. Ecco perché il robot non è solo in grado di coltivare 24 ore su 24: preferisce farlo di notte. Stando alle parole del New Yorker, vedendo Berry, i coltivatori sono rimasti “senza fiato”.

Cosa c’entrano gli immigrati con la robotica

Tutto il raccolto di Wish Farms oggi è ancora fatto a mano, con 650 braccianti nei picchi stagionali. Ma perché Wishnatzki, a un certo punto, ha pensato che fosse necessario un robot? La scintilla è stata l’assenza di personale a basso costo. “In ogni Paese sviluppato nel mondo – ha detto Wishnatzki al New Yorker – sono gli immigrati che fanno il lavoro duro”. Negli Stati Uniti erano i messicani a raccogliere le fragole. Oggi sono molti meno, un po’ per le politiche più restrittive sull’immigrazione e un po’ perché le paghe nei campi sono talmente basse che chi vuole rimanere negli Stati Uniti (con i tassi di disoccupazione contenuti di oggi) preferisce fare altro.

È una dinamica precedente a Trump: l’immigrazione ha accelerato negli anni ’90 e raggiunto il picco nel 2000. Secondo il Pew Research Center, tra il 2009 e il 2014 sono stati più i messicani che hanno lasciato gli Stati Uniti che quelli arrivati da oltreconfine: un saldo negativo 140mila persone. L’aumento dei flussi provenienti dall’America centrale non è stato sufficiente per bilanciare la perdita di forza lavoro. Non hanno funzionato neppure strade alternative: la Georgia ha promosso un programma che permetteva ai detenuti per crimini non violenti di lavorare nei campi negli ultimi anni di pena. Un flop.

Per trovare braccianti, quindi, i coltivatori vanno a prenderli all’estero. Letteralmente. Il visto H-2A permette alle imprese di portare negli Stati Uniti i lavoratori agricoli stagionali, rispettando l’obbligo di dare loro le stesse paghe minime garantite ai contadini statunitensi. Nell’ultima stagione, il 60% dei contadini di Wish Farms hanno avuto un H-2A. Il visto è però più costoso, non tanto per le paghe (che restano comunque basse), quanto per gli oneri burocratici. Ma, spiega Wishnatzki, oggi è l’unico modo per assicurare un raccolto. Almeno fino a quando non arriverà Berry. 

Gli effetti delle fragole a febbraio

Avere meno lavoratori, spesso immigrati, non vuol dire solo che ci sono meno contadini. Vuol dire anche che quelli rimasti sono più anziani e, quindi, meno produttivi. Passare ai robot, però, non è per nulla semplice, come dimostrano i tempi di sviluppo e gli investimenti di Harvest Croo. Oltre ai problemi tecnici, poi, c’è una questione finanziaria. Ogni coltura specializzata richiederebbe uno sviluppo a sé. Serve quindi un mercato sufficientemente grande per ripagare l’investimento: potrebbe avvenire per quello di fragole, agrumi, mele, uva, alcune verdure.

Per altri, più piccoli, il rischio non vale la resa. Anche il modello che ha in mente Harvest racconta quanto sottile sia l’equilibrio: il piano non è vendere i Berry prodotti ma affittarli a un prezzo vicino al costo della forza lavoro attuale. Almeno all’inizio, quindi, l’obiettivo, più che risparmiare, sarebbe ammortizzare la penuria (attuale e futura) dei contadini disponibili. Certo, per incoraggiare un ritorno nei campi, paghe più generose farebbero comodo. Ma tutti i produttori dovrebbero evitare di correre al ribasso, i rivenditori di importare da mercati più economici. E, visti i margini ridotti tipici dell’agricoltura, i consumatori dovrebbero accettare il rincaro dei prezzi, specie fuori stagione.

Wishnatzki ricorda che, a metà degli anni ’70, una confezione di fragole nei banchi dei supermercati a febbraio costava quattro volte più di oggi. Se si desiderano prezzi bassi su tutti i frutti tutto l’anno, ci sono due alternative: pagare poco i contadini o affidarsi a Berry. 

Non solo contadini-robot

Tra i filari, le mani restano, ancora oggi, uno strumento insostituibile. Come Harvest Croo, però, ci sono molti altri tentativi di sviluppare contadini-robot. Anche la spagnola Agrobot e la britannica Dogtooth puntano sulle fragole. La startup inglese sintetizza nella descrizione sul suo sito web quello che ha raccontato il New Yorker: “Le persone sono fondamentali e sono una grande risorsa. Il problema è che le aziende non riescono a reclutare abbastanza lavoratori”.

L’israeliana FFRobotics ha sviluppato robot per la raccolta delle mele, così come la statunitense Abundant Robotics (capace di ottenere 12 milioni di dollari d’investimento). Sono solo alcuni esempi di un segmento che fa parte di un settore molto più ampio. Agritech e Foodtech sposano tecnologia e agroalimentare per migliorare ristoranti, vendita, colture, cucina. Tra sensori, big data, droni, fattorie verticali, cibi innovativi, intelligenza artificiale. Secondo lo Europe AgriFood Tech Funding Report, nel 2018 le startup europee del settore hanno raccolto 1,6 miliardi di dollari. Per dire quanto ci sia oltre Berry: solo il 4% è stato destinato a “robotica e automazione”. Le nuove tecnologie non coprono solo la forza lavoro: monitorano, analizzano, migliorano. Vuol dire che, se ben usate, sprecano meno. E questo sì, è necessario. Altro che le fragole a febbraio.   

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