Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Il terzo incomodo sotto le lenzuola è il preservativo intelligente, il regalo di Natale che nessun uomo – o quasi – vorrebbe. Da poco sul mercato a 59,99 sterline 70 euro), i.Con Smart Condom – questo il nome del dispositivo creato da una società britannica – è in grado di dire, dati alla mano, se avete fatto una buona performance o meno. Come? Misurando le calorie consumate durante l’atto, la durata, il numero di spinte, la velocità media e i picchi, la frequenza di rapporti e la circonferenza del pene. I creatori stanno lavorando inoltre a una nuova versione che consenta di tracciare anche la posizione assunta.

Come si usa

Più che un preservativo è un anello di gomma che si infila alla base del pene e dotato di microchip e sensori che, attraverso il Bluetooth o il wifi, invia le informazioni all’apposita app da scaricare sullo smartphone. I dati poi, nemmeno a dirlo, sono condivisibili sui social network in forma anonima o esplicita, per la gioia dei più esibizionisti (e assai poco eleganti) ‘maschi alfa’. Intanto l’azienda ha già ricevuto 900 mila pre-ordini in tutto il mondo.

Un detective contro le malattie veneree

Ma non è solo una questione di vanità, spiega il portavoce della società British Condoms: “Se i.Con rileva un’infezione a trasmissione sessuale, come la clamidia o la gonorrea, emette una luce rossa LED”.

Tutti numeri di i.Con

Leggero e lavabile, realizzato in gomma sintetica e con una fibra di carbonio, i.Con ricorda nell’aspetto uno pneumatico. Il dispositivo, riporta la scheda del prodotto, ha un’autonomia di 6-8 ore e deve essere ricaricato tramite porta microUSB. L’anello non sostituisce il preservativo ma possono essere indossati l’uno sull’altro, precisa l’azienda.

 

 

 

 

Su Alexa, Amazon punta moltissimo. La sua aspirazione è quella di riuscire a farla ‘assumere’ nella maggior parte delle aziende in veste di organizzatrice di conference call e viaggi di lavoro. E per riuscirci sta studiando tutta una serie di abilità di cui Alexa dovrà dotarsi.

Chi è Alexa

Non sarà di certo un’impiegata come un’altra: nata nel novembre del 2014, Alexa è l’assistente virtuale del colosso dell’e-commerce statunitense che per ora ha già semplificato la vita in casa a molte persone. Basta darle un comando e, in un appartamento ben domotizzato, l’assistente virtuale è in grado di accendere i riscaldamenti, il forno, la lavatrice, avviare l’impianto stereo e molte altre cose. Alexa sa, inoltre, puntare la sveglia, fare acquisti online, mettere su una canzone, acquistare libri, controllare il meteo. Il tutto tramite un dispositivo: Echo.

Ma per lei – sono convinti al quartier generale di Seattle – è giunto il momento di lasciare le rassicuranti mura domestiche e fare l’ingresso nel mondo del lavoro. L’intenzione della società è quella di creare un mercato per le aziende basato su dispositivo dai comandi vocali.

Come funzionerà

Basta un semplice comando vocale (“Alexa, avvia il meeting”) e l’assistente virtuale abbasserà le luci e avvierà il proiettore. Ma Alexa è in grado anche di prenotare la sala, invitare i partecipanti e organizzare i viaggi.  Società come WeWork e SAP hanno già sviluppato software in grado di dialogare con Alexa e accoglierla in squadra.

Le rivali

Se tutto andrà secondo i piani, Alexa sarà la prima tra le sue colleghe a ad aver trovato impiego in azienda. Tra le principali rivali ci sono Siri, l’assistente vocale di Apple, che aiuta a fare ricerca sul cellulare e sulla rubrica telefonica ma non è (almeno per il momento) in grado di sbrigare ‘lavoretti’ di casa. E poi, un gradino più in basso, c’è Cortana di Microsoft.

C’è un luogo, apparentemente innocuo, della rete dove non dovremmo fare entrare i nostri figli più piccoli: YouTube. Non lo dico io, lo dice YouTube, consapevole del fatto che questa piattaforma su cui ogni minuto vengono caricati da chissà chi 400 ore di nuovi video costituisce una attrazione irresistibile proprio per i bambini. Eppure lì c’è un sacco di roba che non dovrebbero vedere: solo nell’ultima settimana YouTube ha cancellato 150 mila video e 625 mila commenti che erano stati postati da “predatori di bambini”.

Ma non occorre arrivare alla pedopornografia per occuparsi di cosa i nostri figli guardano su YouTube: il fatto è che lì la gran parte dei contenuti sono pensati per un pubblico adulto: se avete meno di 13 anni YouTube non fa per voi. Punto. Ed è bene che i genitori, prima di mollare l’iPad o il Galaxy ai figli, seguano alcune semplici regole. Queste: andare nelle impostazioni di YouTube e scegliere un filtro restrittivo ai contenuti; disabilitare la funzione “video raccomandati per te”, perché i figli in quel modo possono vedere quelli raccomandati per i genitori; scegliere uno dei tanti sistemi per bloccare le inserzioni pubblicitarie che sui bambini sono particolarmente invadenti. Ma la cosa migliore da fare è scaricarsi la nuova app YouTube Kids, pensata per utenti con meno di 12 anni: pare che abbia undici milioni di utenti mensili, che non mi sembrano affatto pochi. In realtà non è sicurissima, perché molti provano a ingannare l’algoritmo della piattaforma caricando video inappropriati e uno su cento ce la fa.

Tra i video non appropriati ci sono anche quelli filmati e caricati dagli utenti più piccoli, e in questo caso ai bambini aggiungo gli adolescenti. YouTube propone ai ragazzi di attenersi alla regola della nonna, ovvero non caricare un video che tua nonna non approverebbe; io penso che visto che un colosso di quelle dimensioni – e di quella potenza tecnologica – non riesce a risolvere il problema al punto di appellarsi al buon senso dei nonni, tocchi ai genitori occuparsi di più di mettere in sicurezza la vita online dei propri figli.

 

Dicembre è appena iniziato ma è già tempo di bilanci. Spotify, una delle principali piattaforme musicali del mondo, prima dell’inizio dell’ultimo mese dell’anno, ha pubblicato un articolo per spiegare come è andato il 2017 tra note, concerti e ascolti. In questi giorni gli oltre 60 milioni di utenti troveranno, divise per genere (pop, rap, rock, indie), le playlist con le canzoni che ci hanno accompagnato dal mese di gennaio ad oggi. 

I nuovi fenomeni

Tra le sorprese più grandi ci sono sicuramente Ghali e Coez. Il primo, classe 1993, è un rapper italiano di origine tunisine il cui album di debutto ha conquistato critici e appassionati di tutte le età. Happy days, la sua canzone più famosa domina la sezione del rap italiano e Roberto Saviano, sulle pagine di Repubblica, dopo averlo incontrato, ha chiuso così la sua intervista: “È un dono che esce quando il Paese ne ha più bisogno”. Il secondo, all’anagrafe Silvano Albanese, classe 1983, è arrivato al successo del grande pubblico dopo parecchi anni di gavetta e diversi album alle spalle. “La musica non c’è”, in cima nella sezione Pop, è stata cantata (malissimo) persino da Renzi durante il suo tour in treno per l’Italia. Un’altra sua hit, “Faccio un casino” domina invece la classifica dell’Indie italiano, un ulteriore segno della contaminazione presente nella sua musica.

Gli “stranieri”

Chi lo avrebbe mai detto? In prima posizione nella sezione della musica latino-americana c’è Luis Fonsi con “Despacito”, la canzone più ascoltata di sempre su YouTube (4,5 miliardi di volte). La band islandese Kaleo e il cantautore britannico Ed Sheeran sono invece gli artisti che sono stati più ascoltati nelle loro performance all’interno degli studi di Spotify a New York. Sul fronte dell’indie-rock la ribalta se la sono presa i “Portugal. The Man” gruppo americano originario dell’Alaska le cui note psichedeliche rappresentano davvero un modo diverso di incidere e comporre. Se, invece, si parla di emergenti, la piattaforma nata in Svezia premia un duo californiano, gli Slenderbodies, che con Anemone ha conquistato moltissimi fan.

Le playlist più ascoltate

Dentro quel grande calderone di album e canzone che è Spotify esistono più di due miliardi di playlist, la maggior parte create dagli utenti stessi. Tra quelle con più seguaci, e con più click, ci sono le “Top List” dedicate ai vari generi, “Top Hits Italia”, “Le Hit dell’estate 2017”, “Today’s Top Hits”, ma anche quelle dedicate a particolari stati d’animo o momenti della giornata come “Il Caffè del Buongiorno”,  “Una carica di Espresso”, “Happy Hits”, “Aperitivo Time”. Una antipasto gustoso prima di scoprire le classifiche finali che ascolteremo tra Natale e Capodanno.

 

 

 

Si occupano di medicina, scienze ambientali, astrofisica. Collaborano con le università e i laboratori più prestigiosi al mondo e spesso progettano di tornare in Italia. Sono i 16 migliori ricercatori italiani under 40 che lavorano negli Stati Uniti. Sono i finalisti degli Issnaf Award, il riconoscimento messo in palio dalla fondazione che riunisce oltre 4mila ricercatori e docenti italiani in Nord America. Ne saranno premiati 5 nel corso, nel corso di un evento che si terrà il 7 e l'8 novembre a Washington. Queste sono le loro storie.

1. Alessandro Arlotto – Nato a Cuneo nel 1982, dopo la laurea triennale in Banca, Borsa, ed Assicurazione all’Università degli Studi di Torino e la magistrale in Finanza Aziendale e Mercati Finanziari, nel 2007, a 24 anni atterra a Philadelphia. Oggi è professore associato di Business Administration, Mathematics and Statistical Science presso la Fuqua School of Business, una scuola universitaria di specializzazione in economia aziendale della Duke University a Durham, nella Carolina del Nord.

2. Angela Bononi – Classe 1983, nata a Rovigo e cresciuta a Fiesso Umbertiano (Rovigo), nel 2007 si è laureata in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche all’Università di Ferrara. Nel 2013 si all'University of Hawaii Cancer Center, Thoracic Oncology, concentrando l'attenzione sul legame tra tumori e genetica. “Qui in America siamo liberi di avere idee sbagliate e poter cambiare direzione”.

3. Erica Bresciani – Bresciana, classe 1981, si è laureata in biologia all’Università di Milano, dove ha poi conseguito un dottorato in Biologia Cellulare e Molecolare nel 2010. Nel 2011 ha cominciato un post-doc presso il National Human Genome Research Institute presso il NIH di Bethesda, il più grande istituto di ricerca federale degli Usa in ambito medico. Studia lo sviluppo delle cellule staminali del sangue e dal 2016 è senior post-doctoral Research Fellow. “Spero un giorno di poter mettere a frutto questa rete di conoscenze per tornare a fare ricerca in Europa o in Italia”.

4. Sara Buson – Nata nel 1979 a Pernumia (Padova), si è laureata in astrofisica e ha ottenuto il dottorato di ricerca nel 2013 nell'Università della città veneta. Poi è arrivata l'offerta di lavorare negli Stati Uniti al Goddard Space Flight Center, il centro della NASA dedicato alla ricerca spaziale. “Il focus della mia ricerca è l’Universo degli eventi più energetici e violenti conosciuti, studiati tramite i raggi gamma catturati dal telescopio Fermi”.

5. Matteo Cargnello – Da Pocenia, in provincia di Udine, a 33 anni Cargnello è Assistant Professor alla Stanford University, in California, dove è a capo di un gruppo di ricerca. È un chimico: sintetizza nuove molecole in grado di combattere il cambiamento climatico. Come? Ad esempio trasformando le molecole di CO2 in combustibile o quelle di azoto in ammoniaca.

6. Antonio D’Amore – Classe 1977, si è laureato in ingegneria meccanica all’Università di Palermo e in ingegneria biomedica a Londra. Poi vola negli Stati Uniti e ottiene il titolo di dottore di ricerca con un focus in Biomechanics and Tissue Engineering. Vince una borsa di studio per il programma post-doc di Ri.MED, una fondazione partecipata da Regione Siciliana, CNR, University of Pittsburgh e UPMC. “Adesso – dice – è venuto il momento di riportare indietro questo bagaglio di conoscenze e provare a contribuire allo sviluppo del territorio, soprattutto in Sicilia”.

7. Giuliano Iurilli – Nato a Ruvo di Puglia nel 1979 e passato per Pisa, ha ottenendo il dottorato in Neuroscienze e Robotica all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Nel 2012 è approdato alla prestigiosa Harvard Medical School di Boston dove prosegue la sua ricerca con un contratto post doc: si occupa di capire i meccanismi che legano cervello e olfatto.

8. Sara Lovisa – Da Pordenone a Houston, Texas, nel più grande polo medico del mondo, per combattere il tumore attraverso lo studio dei meccanismi di danno e rigenerazione dei tessuti del nostro corpo. È il percorso di Sara Lovisa, 34enne di Azzano Decimo. “Sogno un giorno di poter riportare in Italia la professionalità e l’esperienza che ho acquisito”.

9. Camilla Pacifici – Nata a Monza nel 1984, oggi lavora con un NASA Postdoctoral Program Fellowship al Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland. Si è laureata all’Università Bicocca di Milano, conseguendo la laurea triennale in fisica nel 2006 e la specialistica in astrofisica nel 2008. “Ho lavorato molto con dati ottenuti dal telescopio spaziale Hubble e ora mi sto preparando per i dati che ci invierà il James Webb Space Telescope, che verrà lanciato nel 2019 per svelare i misteri dell’universo più giovane”.

10. Marco Pavone – Nato nel 1980, torinese cresciuto tra Genova, Roma e L'Aquila, è Assistant Professor di aeronautica e astronautica alla Stanford University. Ha sviluppato un software che permette ai robot aerospaziali di agire in autonomia, per esempio per esplorare ambienti sconosciuti ed inospitali nel sistema solare, per riparare satelliti in orbita, o per assemblare strutture nello spazio.

11. Fabiana Perna – Nata a Napoli nel 1980, dove si è laureata in medicina all’Università Federico II e ha cominciato la specializzazione in ematologia. L’ultimo anno però ha deciso di passarlo all’estero, e precisamente al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, dove lavora dal 2008. La sua ricerca insegna alle cellule del sistema immunitario a riconoscere e reagire alla leucemia.

12. Andrea Piunti – Nato a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) nel 1984, ha studiato Biotecnologie a Urbino, dove si è laureato nel 2006. Ha ottenuto un master nel 2009 alla Libera Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, per poi trasferirsi negli Stati Uniti. Oggi lavora con un assegno di ricerca post doc alla Northwestern University. La sua ricerca punta a identificare una terapia per combattere un glioma, un tumore pediatrico fatale, basata su studi molecolari.

13. Emmanuele Ravaioli – 33 anni, è un ingegnere bolognese che da due anni lavora al Lawrence Berkeley National Laboratory, in California, dopo una lunga esperienza al Cern, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Si occupa di costruire e testare i magneti che sono alla base dell'LHC (Large Hadron Collider) del Cern, il più grande acceleratore di particelle al mondo.

14. Marco Ruella – La CAR-T è una nuova terapia che sfrutta il sistema immunitario del paziente per battere i tumori. È stata ideata all’University of Pennsylvania dal gruppo del professor Carl June e successivamente sviluppata dalla Novartis in larga scala. Del team di ricerca fa parte Marco Ruella, medico torinese 35enne che lavora a Filadelfia al Center for Cellular Immunotherapies della University of Pennsylvania (Upenn) da cinque anni.

15. Giulia Saccà – Matematica pura ad altissimi livelli: è il campo di ricerca di Giulia Saccà, 33 anni. Studi e ricerca l'hanno portata da Roma a Parigi, New York, Bonn, Princeton. Fino a Boston, dov'è assistant professor al Mathematics Department del MIT di Boston. “Le prospettive future? Per me è difficilissimo rispondere, di sicuro almeno per un po’ voglio restare qui, dove l’ambiente e le strutture sono più favorevoli alla ricerca rispetto all’Italia”.

16. Anna Tenerani – La sonda Parker Solar Probe͟ della NASA sarà lanciata nello spazio fra luglio e agosto 2018: esplorerà per la prima volta le regioni all’interno dell’orbita di Mercurio. Da cinque anni una 32enne ricercatrice italiana, nata Pietrasanta e cresciuta a Massa Carrara, lavora nel team del California Institute of Technology di Pasadena.

La biologa Rita Rossi Colwell riceverà l’Issnaf Life Achievement Award, premio alla carriera dato ogni anno a scienziati di origine italiana che hanno onorato il Paese d'origine con un significativo contributo alla ricerca. Oggi Distinguished University Professor alla University of Maryland, già prima donna direttore della National Science Foundation. Colwell è considerata una delle fondatrici della ricerca per lo sviluppo delle biotecnologie marine. Il suo nome è legato alle scoperte sulla sopravvivenza del vibrione del colera che hanno portato a importanti risultati sul fronte della prevenzione delle epidemie.

 

Whatsapp, il servizio di messaggistica tra i più popolari al mondo, ha avuto nel pomeriggio del 30 novembre un blocco di diversi minuti. È la terza volta che succede nell'ultimo anno, minuti in cui è impossibile inviare o ricevere messaggi, e come succede ogni volta Twitter si popola di persone che ne segnalano il disfunzionamento scatenando la propria fantasia. Downdetector spiega che il servizio non è disponibile in molte delle nazioni europee, asiatiche, compresa l'India, negli Usa e in Sud America. Alcuni dei tweet che potete trovare online in queste ore con l'hashtag #whatsappdown

 

Lo sviluppo dell'automazione, della robotica e dell'intelligenza artificiale avrà un impatto enorme sul mondo del lavoro nei prossimi anni, arrivando a coinvolgere fino a 375 milioni di posti a livello globale entro il 2030.

Lo rivela un rapporto della McKinsey. “Il nostro scenario – si legge nel rapporto, secondo il quale l'attuale rivoluzione potrebbe perfino superare l'impatto di quella industriale – suggerisce che entro il 2030 da 75 a 375 milioni di lavoratori (dal 3% al 14% dell'attuale forza lavoro globale) dovranno cambiare lavoro. Oltretutto, tutti i lavoratori dovranno adattarsi, per stare dietro all'evoluzione tecnologica delle loro occupazioni".

Il 30% delle attività automatizzato

"Mentre circa la metà di tutte le attività lavorative a livello globale hanno il potenziale tecnico di essere automatizzate – si legge ancora nel rapporto – la percentuale di lavoro che effettivamente subirà uno spostamento entro il 2030 sarà probabilmente inferiore, a causa di fattori tecnici, economici e sociali che influenzeranno l'adozione delle tecnologia".

In pratica, secondo il rapporto, nei prossimi anni il 30% delle attività lavorative potra' essere automatizzato.

Salvatore Ippolito è Digital Media Person of the Year: si è svolto ieri il Galà dei vincitori della sesta edizione degli Nc Digital Awards, il premio di Adc Group dedicato alla migliore comunicazione digitale. Protagoniste dell'evento, le campagne più brillanti, le aziende e le agenzie che hanno saputo sfruttare nel modo più innovativo ed efficace le potenzialità del digitale di coinvolgimento del target. 

"In uno scenario caratterizzato da una evoluzione per molti aspetti travolgente, il premio Speciale Digital Media Person of the Year, intende riconoscere il valore delle persone che si sono distinte per capacità di visione, innovazione e gestione del cambiamento nella vasta area dei mezzi", si legge sul sito della manifestazione.

"Il premio quest'anno va a Salvatore Ippolito, nominato lo scorso aprile amministratore delegato dell'agenzia Agi. Ippolito – si legge nelle motivazioni – ha attraversato il digitale in tutte le sue forme, dai primi dati di internet audience, ai più rilevanti portali locali e internazionali, fino all'esperienza in Twitter, una piattaforma di informazione in tempo reale che ha attentato profondamente, alle realtà che da sempre hanno costituito il primo gradino dell'informazione giornalistica, le agenzie di stampa. E, in una sorta di nemesi, da pochi mesi Ippolito è al lavoro per far in modo che le agenzie possano riguadagnare il tempo perduto. Nata ai tempi delle telescriventi in pochi mesi AGI è diventata la prima agenzia mobile first, con una piattaforma digitale tutta nuova. In pochi mesi il traffico è aumentato del 162%. E da pochi giorni si presenta al mercato con una nuova 'creatura', Agifactory. Se in ambito giornalistico per Agi, 'la verità contà, con Agifactory, 'da oggi raccontà con un approccio 'full digital' e con alle spalle la forza di un'agenzia storica". 

 Tra gli altri premiati, oltre a numerose aziende, Nicola Novellone, direttore Brand & Advertising di Vodafone, ha ricevuto il riconoscimento di Manager digitale dell'anno (un premio che va al manager di agenzia o di azienda che si è distinto per meriti particolari nell'area digitale) "per la continuità del suo impegno nell'utilizzo e nella valorizzazione della comunicazione digitale".

"Grazie al suo poliedrico curriculum, fatto di esperienze significative maturate nell'ambito delle agenzie di comunicazione, dei mezzi e, infine, del mondo aziendale, nel corso degli anni Novellone ha saputo creare un valore del brand forte instaurando con i consumatori un rapporto coinvolgente utilizzando in maniera sapiente ed efficace tutte le leve della comunicazione moderna, dal digital brand entertainment alla comunicazione attraverso app, eventi digitali, piattaforme social e e-commerce. – si legge – Un approccio coerente e integrato che si è tradotto in campagne di grande successo e premiate più volte anche all'interno degli NC Digital Awards (nell'edizione di quest'anno Vodafone si è aggiudicata anche l'importante riconoscimento quale Best Digital Company). Il brand Vodafone si pone oggi come benchmark di riferimento per il mondo della telefonia e, più in generale per il tutto il mercato della comunicazione".

Facebook integra una nuova funzione: un sistema anti-suicidio basato sull'intelligenza artificiale. Dopo alcuni casi di utenti che si sono tolti la vita in diretta (o hanno minacciato di farlo), il social network ha cercato un metodo per arginare il fenomeno.

Lo avrebbe trovato in questo sistema che, dopo una fase di test, sarà lanciato in tutto il mondo, Unione europea esclusa a causa di norme sulla privacy più restrittive. Lo ha annunciato il ceo di Facebook Mark Zuckerberg in un post, affermando che "solo nell'ultimo mese" la funzione a contribuito a fornire un intervento rapido "in più di cento casi".

L'intelligenza artificiale sarebbe in grado di riconoscere i segnali associati al suicidio. Come alcune parole pronunciate dall'utente o le frasi scritte nei commenti dai suoi amici (come ad esempio "Va tutto bene?"). In caso di pericolo (reale o presunto), il software lancia l'allarme a un addetto in carne e ossa (c'è un team dedicato attivo 24 ore su 24). Sarà quindi l'uomo e non la macchina a decidere se è il caso di intervenire o meno, avvertendo nel caso i contatti più assidui o i familiari dell'utente.

Il machine learning (cioè la capacità dell'intelligenza artificiale di imparare dai dati raccolti) dovrebbe migliorare la funzione in corso d'opera, percependo, scrive Zuckerberg, "anche sottili sfumature del linguaggio". In prospettiva, lo stesso metodo e la stessa tecnologia potrebbero essere usati non solo per i suicidi ma anche per altri temi sensibili, come "bullismo e odio online". Il ceo di Facebook, ormai alfiere dell'intelligenza artificiale, non rinuncia a una frecciata nei confronti di chi (come Elon Musk, ceo di Tesla e di SpaceX) sottolinea i rischi derivanti dalle macchine intelligenti: "Visto il timore che l'intelligenza artificiale possa essere pericolosa, è bene ricordarci che sta aiutando a salvare la vita delle persone".

Un nuovo rapporto statunitense svela l'avanzamento tecnologico della Cina nel campo dell'intelligenza artificiale applicata al settore militare. Entro cinque anni, le Forze Armate della Cina potrebbero eguagliare e superare quelle degli Stati Uniti per questo tipo di tecnologie. Il gap tra i due eserciti si sta riducendo, secondo uno studio del Center for New American Security. "La Cina non è più in una posizione di inferiorità tecnologica rispetto agli Stati Uniti, ma è piuttosto diventata un pari che può superare gli Stati Uniti nell'intelligenza artificiale", sottolinea la curatrice del rapporto, Elsa Kania. 

La previsione, per gli Usa, è quella di continuare a essere leader tecnologico per i prossimi cinque anni, ma in un orizzonte temporale più ampio diventerà più difficile mantenere il primato. I segnali dell'avanzamento tecnologico cinese sarebbero già arrivati: ad assicurarsi il primo premio di una competizione sulle tecnologie di riconoscimento facciale indetta da un gruppo di ricerca collegato all'intelligence statunitense è stata una start-up cinese, Yitu Tech, che nella competizione aveva individuato il numero più alto di passeggeri che camminavano sulla rampa di una portaerei grazie ai propri software. Un'altra start-up cinese, Face++, a inizio novembre ha ottenuto finanziamenti per 460 milioni di dollari, in gran parte provenienti da un fondo governativo di Pechino, per lo sviluppo di tecnologie pionieristiche in questo settore.

I tre colossi alla guida della rivoluzione

Gli investimenti cinesi nell'Intelligenza Artificiale sono, oggi, di primo piano e strategici per l'ammodernamento dell'apparato industriale, e Pechino sta investendo in maniera massiccia nello sviluppo dell'intelligenza artificiale. L'obiettivo è quello di creare un'industria da 150 miliardi di dollari entro il 2030 e superare gli Stati Uniti. A guidare lo sviluppo tecnologico sotto questo profilo sono tre giganti di internet: Baidu, che gestisce il motore di ricerca più utilizzato in Cina e che già lavora allo sviluppo di auto a guida autonoma; Alibaba, il colosso dell'e-commerce fondato da Jack Ma, e TenCent, il gruppo che gestisce la piattaforma di messaggistica istantanea WeChat. Assieme sono "Bat", la sigla creata dalle iniziali dei tre gruppi da cui il Ministero della Scienza e della Tecnologia si aspetta i progressi maggiori in questo campo

Flag Counter
Video Games