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Instagram non si ferma più. Dopo il lancio, qualche giorno fa, di IGTV che permette di registrare e pubblicare video lunghi fino a un’ora, è il turno di una nuova funzione che prova a lanciare un guanto di sfida a rivali come Snapchat e FaceTime. Attraverso il social di proprietà di Facebook si potranno infatti effettuare delle videochiamate singole o per gruppi fino a 4 persone. Il nuovo strumento era stato annunciato durante F8, l’annuale ritrovo degli sviluppatori del mondo creato da Zuckerberg, lo scorso maggio.

Come funzioneranno le videochiamate

Una delle caratteristiche più importanti è data dalla possibilità di ridurre a semplice icona la piccola finestra della video-chiamata in modo da continuare a visualizzare i contenuti dell’app mentre si parla. La chiacchierata potrà essere attivata solo tra contatti che hanno già dei thread attivi e potrà essere silenziata semplicemente disattivando l’audio. Se si decide di bloccare un utente fastidioso, inoltre, si disabilita anche la sua capacità di poterci videochiamare. Il servizio verrà messo a disposizione sia per utenti che utilizzano iOS che per quelli che hanno scelto Android e avverrà attraverso Instagram Direct. Anche Whatsapp, altra applicazione di Facebook, ha annunciato una funzione simile entro la fine dell’anno. Che Instagram abbia bruciato i tempi, in una sorta di competizione interna, ha sorpreso molti addetti ai lavori. Per altri, invece, si tratta semplicemente di una funzionalità che oggi moltissimi servizi e app stanno prevedendo per i loro utenti e che deve per forza essere presa in considerazione dagli sviluppatori.

Tutte le altre novità

Nell’aggiornamento di Instagram è presente anche una novità importante che riguarda i filtri, funzionalità molto apprezzata soprattutto dagli utenti più giovani. I nuovi effetti speciali per la fotocamera, che consentono di sfruttare anche la realtà aumentata, possono essere realizzati anche dagli utenti stessi. Tra quelli già disponibili, usati per lanciare la novità, ci sono quelli creati da personalità come Ariana Grande o da profili molto seguiti come quelli di BuzzFeed e della NBA.

Instagram ha annunciato anche di aver migliorato la funzione “Explore” che sarà sempre più efficace nella ricerca di contenuti vicini agli interessi dell’utente, e di aver attivato la funzione Questions & Answers nelle Stories, ovvero potremo chiedere ai nostri follower di farci delle domande rispondendo in diretta. Tutti i risultati di questa reciproca intervista potranno essere mostrati poi all’interno della storia. Le domande condivise, però, non riporteranno il nome del contatto. Un accorgimento per difendere la privacy e garantire l’anonimato.

Un giorno ricorderemo questo periodo della storia di internet, fra le altre cose, anche come il tempo della “rivolta degli ingegneri”. Un tempo in cui, nel giro di pochi mesi, hanno iniziato ad accumularsi sempre più frequenti manifestazioni di protesta e dissenso da parte dei dipendenti di grandi aziende tech su temi etici.

Che si tratti di intelligenza artificiale o cloud computing, il discrimine sembra essere quello dei diritti umani. E del modo in cui anche e soprattutto tecnologie d’avanguardia possano contribuire a violarli, e quel che è peggio, in modo sempre più efficiente. A volte, in modo sottile e quindi ancor più insidioso. Google, Microsoft, Amazon, Salesforce sono tutti giganti che si sono improvvisamente confrontati con una base inquieta e più consapevole. Che contesta sempre più spesso alcuni contratti con agenzie governative o militari. 

Salesforce e la polizia di frontiera 

L’ultima protesta, ed è notizia di ieri, arriva dalle file di Salesforce. Più di 650 dipendenti del gigante specializzato in servizi cloud per aziende hanno firmato una petizione in cui chiedono al loro datore di lavoro di terminare un contratto con la US Customs and Border Protection (CBP), l’agenzia federale preposta alle dogane e ai controlli alle frontiere, a causa della politica di separazioni forzate dei bambini dalle famiglie di migranti irregolari fermati al confine tra Messico e Stati Uniti. Una vicenda che ha avuto una risonanza mediatica molto forte, anche grazie alla diffusione di immagini, audio e dettagli drammatici.

Lo scorso marzo Salesforce aveva firmato un contratto con l’agenzia americana per fornire un software da usare nelle attività di reclutamento del personale ma anche nella gestione delle operazioni al confine. Ora, alla luce di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, i dipendenti di Salesforce sono usciti allo scoperto. 

“Data la separazione inumana dei bambini dai loro genitori che sta avvenendo alla frontiera, riteniamo che il nostro valore fondamentale di Uguaglianza sia a rischio e che Salesforce debba riesaminare la nostra relazione contrattuale con CBP e prendere posizione contro queste pratiche”, spiega la lettera, riportata per prima da Buzzfeed

Microsoft, Google e Amazon 

La protesta dei dipendenti di Salesforce arriva dopo quella dei lavoratori di Microsoft, che giorni fa avevano chiesto di cancellare un contratto della multinazionale con un’altra agenzia statunitense che si occupa di immigrazione e controlli alla dogana, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) per gli stessi motivi. Più di cento dipendenti avevano chiesto di chiudere il contratto con ICE cui Microsoft fornisce servizi cloud per il trattamento e l’elaborazione dei dati dell’agenzia. “Riteniamo che Microsoft debba prendere una posizione etica, e mettere i bambini e le famiglie al di sopra dei profitti”, scrivevano i dipendenti. “Siamo parte di un movimento crescente, che include molti nella nostra industria che riconoscono la grave responsabilità chi chi crea tecnologie potenti per fare in modo che siano realizzate per il bene e non per fare del male”.
 
In effetti, sembrerebbe esserci davvero un movimento sparso fra grosse aziende tech, almeno a giudicare dalla diffusione delle proteste. Avevamo già raccontato come Google, a giugno, abbia rinunciato a rinnovare un progetto di intelligenza artificiale con il Pentagono, noto come Progetto Maven, per l’analisi del materiale video raccolto dai droni militari, in seguito alla rivolta di una parte dei dipendenti e all’eco della vicenda. Ma pochi giorni fa è emerso che non si sarebbe trattato dell’unico caso all’interno del colosso di Mountain View, un tempo noto per il motto “non fare del male”; ma anzi, ci sarebbe stato un importante precedente. All’inizio dell’anno infatti un gruppo di ingegneri di punta della multinazionale – secondo la ricostruzione di Bloomberg – si sarebbe ribellato di fronte a un progetto che prevedeva di fornire una soluzione tecnologica innovativa in ambito militare. La fronda di questi ingegneri, nota come il Gruppo dei Nove, avrebbe fatto da catalizzatore anche per il successivo movimento di protesta per il Progetto Maven. 
 
Sempre in questi giorni Amazon ha avuto invece resistenze da una parte dei suoi stessi azionisti che le hanno chiesto di non vendere la sua tecnologia di riconoscimento facciale, Rekognition, alla polizia. Ma la protesta nasce anche dai suoi stessi dipendenti: oltre cento, tra cui alcuni ingegneri in posizioni senior, avrebbero firmato una lettera al Ceo Jeff Bezos chiedendo la stessa cosa, oltre che di smettere di fornire servizi ad aziende che collaborano con la già citata ICE. Tra queste la nota società di data mining Palantir. “Ci rifiutiamo di contribuire a strumenti che violano i diritti umani”, scrivevano i dipendenti
 
Sarà interessante vedere se tutto questo fermento si tratti di un fenomeno temporaneo, legato anche al particolare clima politico americano (con l’aggressiva amministrazione Trump) o se sia invece il segno di una consapevolezza più profonda del ruolo assunto da ricercatori, ingegneri e scienziati dei dati nella nostra società, e delle tecnologie da loro sviluppate.

Le società italiane che tutelano il diritto d'autore non condividono la battaglia di Luigi Di Maio contro la direttiva Ue sul copyright. Il presidente della Siae, Filippo Sugar, ha chiesto al vicepremier un incontro per "un confronto costruttivo sui contenuti della direttiva".

"L'industria creativa e culturale italiana", si legge in una nota Siae, "è una delle piu' importanti risorse del nostro Paese e in questi anni di dura crisi economica ha dimostrato di poter crescere più degli altri settori dell'economia italiana. È la terza industria per numero di occupati, con 880 mila occupati diretti (oltre un milione se consideriamo anche gli indiretti) e un valore economico di oltre 50 miliardi di euro. Un settore strategico per l'Italia che potrebbe avere un incremento di oltre il 50% di fatturato e di decine di migliaia di posti di lavoro per il Paese se solo riuscisse a sfruttare tutte le opportunità e a contrastare le minacce come il value gap e la pirateria. Il value gap è il divario tra quanto viene generato dai contenuti creativi in rete e quanto viene restituito a chi ha creato quei contenuti. I principali beneficiari del value gap sono gli intermediari tecnici, tutte aziende non italiane, che nell'ultimo decennio hanno assunto modelli organizzativi e funzioni diverse: motori di ricerca, aggregatori di contenuti, social network, servizio cloud pubblico e privato".

"Sarebbero Google e Facebook a beneficiare dal voltafaccia italiano"

"La proposta di direttiva, ha sottolineato Sugar, "indica come strada maestra la collaborazione tra piattaforme, titolari dei diritti e società degli autori ed editori, insieme a una maggiore trasparenza per il riconoscimento delle opere e informazioni puntuali sulle utilizzazioni. In particolare, la proposta di direttiva tutela i consumatori evitando che possano incorrere in rischi connessi a violazioni del diritto d'autore, spostando questo onere sulle piattaforme che per prime beneficiano del lavoro degli autori. Siamo nella giusta direzione per garantire indipendenza e libertà per chi crea, favorendo al tempo stesso la fruizione dei contenuti creativi in rete garantendo la tutela dei consumatori".

Le parole di Di Maio non sono piaciute nemmeno a Enzo Mazza, ceo della Federazione industria musicale italiana (Fimi): "La direttiva sul copyright all'esame del Parlamento affronta nodi importanti per lo sviluppo dei contenuti online ed è un passo avanti nell'innovazione digitale. È chiaro che se queste sono le posizioni del governo, allora queste risultano a favore di Google e Facebook: saranno infatti queste piattaforme a beneficiare dell'incredibile voltafaccia dell'Italia sul diritto d'autore".

"Siamo stupiti dalle dichiarazioni del ministro e vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, sulla Direttiva europea sul diritto d'autore", commenta invece ol presidente dell'Associazione italiana editori (Aie), Ricardo Franco Levi, il quale ha detto di non poter credere che "un governo del cambiamento possa essere contrario all'innovazione anche in questa materia. Ci sembra contraddittorio conservare uno status quo che favorisce le grandi imprese del web a scapito degli autori e degli editori del nostro Paese. Il diritto d'autore è un diritto fondamentale per le persone, è la base della libertà degli autori e della loro indipendenza economica dai potenti. E lo è anche per gli editori e per le centinaia di migliaia di persone che lavorano nelle industrie creative nel nostro Paese. Pensare che ciò non debba valere sul web non è molto diverso dal pensare che i ragazzi che consegnano cibo su un motorino non debbano avere diritti nè un'assicurazione contro gli infortuni".

"Da questa contraddizione, e dalla ripetuta disponibilità all'ascolto che il governo ha dichiarato in questi giorni – ha concluso Levi – siamo fiduciosi che un dialogo con le industrie creative del Paese possa portare a un superamento dell'equivoco".

 

Il caso Cambridge Analytica ha lasciato il segno: la maggior parte degli utenti Internet non si fida della gestione dei dati da parte dei social network (69,6%) e dei motori di ricerca (60,5%). È quanto emerge dal rapporto "L'insostenibile leggerezza dell'essere digitale" presentato nel corso dell'Internet Day organizzato da Agi e Censis.

Maggiore è invece la fiducia che viene accordata ai soggetti pubblici, alle banche (72,5%) e ai siti di e.commerce (62%). Dal rapporto emerge anche che tre utenti su quattro (73,4%), usano Internet per mandare messaggi con WhatsApp e Messenger facendone un uso continuo nel corso della giornata, notevole anche lo scambio di email e la presenza sui social network.

Agli italiani piace quindi essere connessi principalmente per comunicare, tanto che un giovane su due usa lo smartphone anche quando è a tavola. Chi usa Internet lo fa a qualsiasi ora, di prima mattina (63%) e soprattutto la sera tardi (77,7%) o a letto. Da rilevare che i comportamenti 'scorretti', coperti dall'anonimato, infastidiscono i fruitori della Rete e tre su quattro si dichiarano favorevoli all'identificazione (con un documento) al momento dell'iscrizione a un social network.

Il caso Facebook ha lasciato il segno

Come detto, quasi il 70% dei fruitori di Internet non si fida della gestione dei propri dati da parte dei social network. Quelli che dichiarano che i loro comportamenti su Facebook non sono stati minimamente condizionati dallo scandalo Cambridge Analytica sono meno della metà, ovvero il 47,7% del totale.

Solo una quota assolutamente residuale (2,7%) ha cancellato il proprio profilo. Il 12,8% è invece intervenuto modificando i propri comportamenti (riduzione dell'attività per evitare il tracciamento), cercando di assumere informazioni puntuali sull'uso dei dati (21,6%) e variando le condizioni della privacy (14,0%). 

Non scalda i cuori invece il nuovo regolamento europeo per chi acquisisce e gestisce i dati personali (GDPR​): il 40,6% degli intervistati non lo ritiene fondamentale perché "anche prima era possibile effettuare scelte precise in materia di privacy". Un ulteriore 31,6% dichiara di non conoscerlo e di non essere comunque interessato alla cosa. 

Si usa internet soprattutto per mandare messaggi

La maggior parte di chi naviga lo fa per mandare messaggi. L'utilizzo intenso della rete, infatti, vede al primo posto i servizi di messaggistica istantanea: il 73,4% degli utenti internet ne dichiara un uso "continuativo" durante il corso della giornata. Seguono lo scambio di e.mail (64,8%), la presenza sui social network (61%) e l'utilizzo dei motori di ricerca (53,8%).

WhatsApp e Facebook, spiega il rapporto, sono i principali riferimenti per la messaggistica e i social network, ma i dati mostrano che spesso gli utenti utilizzano più di una piattaforma. È interessante notare che l'introduzione di un canone di pagamento/tariffa per questi servizi determinerebbe l'abbandono di 2/3 circa degli utenti. Per contro, un uso palesemente scorretto dei dati conferiti scoraggerebbe nella prosecuzione del rapporto il 53,5% degli utenti. Anche in assenza di particolari criticità, la fedeltà degli utenti alle piattaforme attuali non è assoluta: nuove piattaforme con nuove proposte verrebbero valutate con interesse dal 21,2% degli utenti internet, evidenzia il rapporto.

Un giovane su due usa lo smartphone a tavola

La gran parte degli utenti Internet si collega alla rete anche la sera tardi (77,7%) e di primo mattino (63,0%). Il 61,7% utilizza i dispositivi anche a letto (tra i giovani si arriva al 79,7%). Il 34,1% usa lo smartphone anche quando è seduto a tavola (ma tra i giovani il dato sale fino al 49,7%). La maggior parte degli utenti è ben consapevole dei lunghi periodi nei quali risulta attivo in rete.
Quasi un quarto degli utenti (22,7%) ha spesso la sensazione che Internet gli induca una sorta di dipendenza. L'11,7% vive con ansia l'eventuale impossibilità di connettersi.

L'11,2% litiga con i propri familiari per ragioni collegate all'utilizzo della rete. Ma se il 60,7% degli utenti dichiara di aver riflettuto sull'uso eccessivo di Internet, solo il 28,6% è intervenuto concretamente con dei correttivi o delle regole di autolimitazione. 

Gli internauti italiani contrari all'anonimato sui social

La diffusione delle fake news, i finti account, le false identità, i comportamenti scorretti protetti dall'anonimato infastidiscono la maggior parte degli utenti internet. Prova ne sia che il 76,8% si esprime favorevolmente in merito all'introduzione dell'obbligo di fornire un documento di identità all'atto di iscriversi ad un social network. In tema di sicurezza c'è da notare che è "notevole il numero di utenti internet colpiti nel tempo da attacchi informatici, soprattutto virus (41,9% del campione), ma anche phishing (22,2%) e clonazioni (17,9%). Naturalmente sono diffusi i comportamenti difensivi e di autotutela (antivirus e precauzioni d'uso di diversa natura). Si rileva comunque un 15-20% di fruitori che non adotta neppure le cautele minimali (selezionare buone password e cambiarle periodicamente, fare attenzione a non aprire allegati di dubbia provenienze, ecc.).

 

Gli italiani sentono poco l'ansia da attacchi informatici (solo il 12,5% degli utenti, che addirittura autolimitano per paura l'accesso a servizi di loro interesse). Per il restante 87,5%, i rischi della rete non sono tali da incidere sui comportamenti di utilizzo. Al massimo ci si lamenta dei costi da sostenere per alzare il livello di protezione (25,2%) o del fatto di dover mantenere un certo livello di vigilanza (46,4%). Guardando all'universo degli internauti la quota di coloro che cercano attivamente di mettersi in sicurezza non è bassa e varia dal 55% all'85% in base al tipo di accortezza adottata. Questo significa però che esiste almeno un quarto degli utenti che non si difende efficacemente e almeno un 15% di utenza che non adotta neppure le cautele minimali.

La gente passa troppo tempo sugli smartphone, che non erano certo stati inventati per diventare una nostra protesi indissolubile. Parola del Ceo di Apple​, Tim Cook, che in passato aveva a sua volta ammesso di spendere con gli occhi sull'iPhone più tempo di quanto volesse. 

"Penso sia diventato chiaro a tutti che alcuni di noi spendano troppo tempo sui nostri dispositivi. Abbiamo cercato di riflettere profondamente su come possiamo aiutarli. Onestamente, non abbiamo mai voluto che le persone esagerassero con l'utilizzo dei nostri prodotti", ha dichiarato Cook a un convegno di top manager organizzato dalla rivista Fortune, spiegando che questa "non era mai stata l'intenzione di Apple". "Noi vogliamo che la gente abbia il potere di fare con i propri telefoni cose che non potrebbero fare altrimenti", ha aggiunto Cook, "ma se passi tutto il tuo tempo sul telefono, vuol dire che stai spendendo troppo tempo al cellulare".

Critiche e contromisure

Nei mesi scorsi alcuni azionisti avevano chiesto ad Apple di riflettere sulle conseguenze dell'utilizzo dello smartphone da parte dei più piccoli. Lo scorso gennaio alcuni 'activist investors', come Jana Partners e il fondo California State Teachers Retirement System avevano inviato all'azienda una lettera aperta nella quale affermavano che "per almeno parte dei giovani utenti più assidui" l'onnipresenza dei social network e dei prodotti Apple "potrebbe avere conseguenze inintenzionali negative".

Il colosso di Cupertino inizierà a correre ai ripari con iOS 12, la prossima versione del sistema operativo dell'iPhone, che consentirà agli utenti di visualizzare rapporti sull'utilizzo del dispositivo e di alcune app specifiche, per le quali potrà essere fissato un limite di utilizzo giornaliero. Verrà inoltre aggiornata l'opzione 'Non disturbare' che consente di sospendere le notifiche durante la notte e verranno aggiunte funzionalità che permettano invece di gestire quelle ricevute durante il giorno. E, soprattutto, ci saranno nuove opzioni di blocco che i genitori potranno utilizzare per evitare che i loro figli passino troppo tempo sui device. 

Dal no alla tentazione dell'utopismo digitale all'auspicio di un confronto libero invece da ideologie di parte – come accade di solito in ambito di Intergruppo parlamentare – metodo quanto mai opportuno quando si lavora su sviluppo e cultura. Sono i temi intorno ai quali si è sviluppato il dibattito nel panel sull'agenda di legislatura, nel corso dell'Internet day per la presentazione del quarto Rapporto Agi-Censis.

L'esperienza dell'intergruppo parlamentare sull'innovazione è proprio quella richiamata da Antonio Palmieri per evidenziarne il valore aggiunto di "uno spazio libero" dove i parlamentari si confrontano "non per fare politica ma politiche, non politics ma policies". Giusto, dice il deputato FI, muovendo da alcune considerazioni del direttore dell'Agi, Riccardo Luna, mettere in guardia rispetto all'"utopismo digitale", quello di chi credeva che "Internet fosse la prosecuzione del '68 con altri mezzi". 

"In realtà – spiega Palmieri – il web è un ambito della vita degli esseri umani e quindi fallibile", e l'approccio rispetto alle criticità che di volta in volta si manifestano deve dunque passare "dallo scandalo, che paralizza, al dolore, che mette in moto".

Al panel è intervenuta anche Anna Ascani sottolineando l'importanza del rifinanziamento del Piano digitale per la scuola, insieme alla necessità di farlo conoscere meglio al grande pubblico. La deputata Pd, guardando al lavoro svolto in passato con M5s e Lega sul Foia, ha espresso l'auspicio che si possano trovare nuovi punti di incontro "anche in questa legislatura, con l'obiettivo di portare innovazione. Il digitale – ha concluso – non è solo impresa 4.0 o trasferimento tecnologico ma è anche cultura, scuola, formazione. Su questo bisogna insistere".

Mira a insistere sull'innovazione anche Andrea Giarrizzo, uno dei più giovani neoeletti di questa legislatura, del Movimento 5 stelle: "Mi vorrei impegnare nell'educazione all'imprenditorialità e alle start up nelle scuole – ha detto – mi piacerebbe dare adito a tutti gli attori che sono stati coinvolti".

Cosa dice il rapporto

Il caso Cambridge Analytica, dice il rapporto Agi-Censis "L'insostenibile leggerezza dell'esseredigitale", ha lasciato il segno: la maggior parte degli utenti Internet non si fida della gestione dei dati da parte dei social network (69,6%) e dei motori di ricerca (60,5%).

Maggiore è invece la fiducia che viene accordata ai soggetti pubblici, alle banche (72,5%) e ai siti di e-commerce (62%). Dal rapporto emerge anche che tre utenti su quattro (73,4%), usano Internet per mandare messaggi con WhatsApp e Messenger facendone un uso continuo nel corso della giornata, notevole anche lo scambio di email e la presenza sui social network.

Come detto agli italiani piace essere connessi principalmente per comunicare tanto che un giovane su due usa lo smartphone anche quando e' a tavola. Chi usa Internet lo fa a qualsiasi ora, di prima mattina (63%) e soprattutto la sera tardi (77,7%) o a letto. Da rilevare che i comportamenti 'scorretti', coperti dall'anonimato, infastidiscono i fruitori della Rete e tre su quattro si dichiarano favorevoli all'identificazione (con un documento) al momento dell'iscrizione a un social network. 

Come i politici vedono Internet

Variegato l'approccio al tema da parte dei politici intervenuti. Per il presidente della Camera, Roberto Fico, "Occorre promuovere la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Si possono valutare ulteriori interventi legislativi che possano promuovere un uso più corretto della Rete".

"Per costruire un'oggettiva cittadinanza digitale occorre però un lavoro più culturale che legislativo. Le società cambiano quando cambiano due fattori fondamentali: il modello comunicativo e il modello energetico. Due cambi epocali che fanno fare un salto alle società. Siamo in un'epoca di transizione, se riusciamo a gestire e non a subire i cambi possiamo dare opportunità a tutti". 

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha lanciato una proposta: rendere un diritto mezz'ora di Internet gratuito al giorno, così come la Rete deve ormai essere considerata un diritto acquisito per i cittadini. "Dopo anni di battaglie, c'è un consenso unanime nell'affermare che lo sviluppo di Internet sia una cosa scontata, un diritto inalienabile dei cittadini" ha detto, "La connessione a Internet è un diritto primario di ogni cittadino e il governo è al lavoro per garantire a questo diritto. La rete è al centro di questo cambiamento e questo cambiamento non può piu' aspettare". Di Maio ha anche ipotizzato "almeno mezz'ora" di connessione gratuita alla Rete al giorno, come incentivo alla cittadinanza digitale e ha parlato della direttiva sul copyright al Parlamento europeo.

"Questo provvedimento – ha detto – ci riporterebbe indietro di 20 anni. Il governo italiano non può accettare passivamente questo. Le nostre soluzioni non passano per i bavagli. L'Europa dovrebbe puntare sulla cultura e sull'istruzione per riconoscere le fake news, e invece si preferisce puntare sulle tasse. Il potere di decidere cosa possa essere pubblicato non può essere messo nelle loro mani. Se non è un bavaglio questo, ditemi voi cos'è". 

D'accordo con Di Maio si è detto il garante della Privacy, Antonello Soro. "C'è il rischio di una distorsione del sistema informativo che potrebbe cambiare la natura di Internet, perché affiderebbe le informazioni accessibili al gestore della piattaforma" 

"Stiamo cercando di applicare le regole inapplicabili a un mondo che cambierà. L'iter non finirà nel 2019 e tutto quello di cui stiamo parlando tra due anni sarà preistoria" ha detto da parte sua il sottosegretario con delega all'Editoria, Vito Crimi.

Di smartphone in classe ha parlato il sottosegretario all'Istruzione, Salvatore Giuliano. "L'approccio della Francia, col divieto dello smartphone in classe, è sbagliato" ha detto, "la tecnologia è solo uno strumento. Nel momento in cui lo consideriamo l'elemento principale, abbiamo commesso un grave errore. Nella mia esperienza non è mai stato un elemento di distrazione". 

Giulia Bongiorno, ministro della Pubblica amministrazione, ha promesso che seguirà da vicino il cambiamento digitale del Paese, ma avverte che questo dovrà tenere conto di tre linee guida fondamentali: la ragionevolezza, l'inclusione e la credibilità. La digitalizzazione della Pa deve essere ragionevole, spiega, perché dove tenere conto delle tante realtà del Paese: "Deve includere sia il grande ministero che il comune che si trova sul cucuzzolo di una montagna. Una digitalizzazione omogenea non terrebbe conto di tante peculiarità, di tante realtà diversissime tra loro che richiedono un trattamento non uguale".

La start up torinese Enerbrain, nata nel 2015, all’interno dell’Incubatore Imprese Innovative del Politecnico, sbarca con una joint venture in Giappone. E’  l’ultimo capitolo dell’avventura della società torinese, nata per volontà di un gruppi di amici con conoscenze che vanno dalla cibernetica all’ingegneria ambientale, che con un’innovativa tecnologia si propone di abbattere i consumi degli impianti energetici, soprattutto di grandi edifici non residenziali, come scuole, aeroporti, centri commerciali, ospedali, del 30%. Giuseppe Giordano è Ceo di Enerbrain, la società che ha sede sulla collina torinese e che vede la presenza di una trentina di collaboratori con un’età media intorno ai 30 anni.

Quali sono gli inizi di Enerbrain?

Dopo la laurea in architettura sono andato negli Stati Uniti per studiare e prendere un master in sostenibilità ad Austin. Ho lavorato per due anni ad un progetto di un dispositivo che controllava i consumi elettrici. Poi con Marco Martellacci, che stava lavorando ad un sistema di attuazione e controllo delle caldaie, abbiamo pensato che il suo algoritmo di controllo potesse essere integrato al mio sistema di monitoraggio. Il nostro sistema non si limita a tenere sotto controllo i consumi ma interviene automaticamente per migliorare il bilancio energetico di un edificio. Taglio dei costi della bolletta dunque, ma anche miglioramento della qualità dell’aria. Un dato quest’ultimo per noi molto importante anche alla luce dei recenti studi che sottolineano l’impatto della qualità dell’aria sia sulla salute che sull’efficienza delle persone nei luoghi di lavoro e non solo.

Come funziona il sistema brevettato da Enerbrain?

Si basa su sensori ambientali ‘plug&play’ che monitorano in tempo reale i parametri di un edificio per migliorarne l’efficienza energetica. Vengono monitorati continuamente l’umidità, la temperatura ed il livello di Co2 nell’aria ma anche cambiamenti climatici esterni ed il numero di persone presenti. Enerbrain non si limita a controllare i consumi, ma interviene automaticamente per ridurli, affiancando agli impianti esistenti un attuatore che consente di ottenere le giuste condizioni. L’idea è quella di rendere ‘smart’ i grandi edifici non residenziali con un sistema intelligente che tagli da subito i consumi del 30%. L’obiettivo è quello di migliorare il bilancio energetico di un edificio ed il gestore può verificare, in ogni momento, l’efficienza degli impianti, anche attraverso lo smartphone. Una tecnologia la nostra non invasiva e che con un apposito kit fornito, consente nel giro di una giornata di applicarlo ad un edificio senza modificare la struttura degli impianti.

Dal brevetto del sistema al mercato, quali sono al momento i vostri principali interlocutori

Uno dei primi luoghi in cui abbiamo testato la nostra tecnologia è stato l’edificio del Lingotto a Torino, poi ci siamo rivolti alla grande distribuzione, alle catene di ristorazione come Burger King, ad uffici come il Talent Garden di Milano. Al centro commerciale “8 Gallery” di Torino, ad esempio il restyling ‘sostenibile’ ha tagliato le spese annue di circa 350 mila euro, con un miglioramento del livello di confort per gli utenti passato dal 51% al 91%.

Con la pubblica amministrazione lavoriamo attraverso le utility: a Torino stiamo portando avanti diversi progetti con Iren . La nostra tecnologia, inoltre, è stata installata al Teatro Carignano di Torino e prossimamente dovrebbe arrivare anche alla Mole Antonelliana, l’edificio simbolo della città.

E per quanto riguarda l'estero?

Siamo presenti,o come diciamo noi, stiamo via via mettendo bandierine in diversi Paesi europei come Benelux, Inghilterra, Germania, Austria, Spagna e Portogallo e proprio in questi giorni stiamo portando la nostra tecnologia in un ospedale di Parigi. Un cammino che in qualche modo vogliamo sottolineare concretamente: ogni volta che Enerbrain entra in un edificio viene piantato un albero.

Tra i progetti, che stiamo realizzando anche la prima ‘Social Smart City’ al mondo, che nascerà in Brasile, alle porte di Fortaleza. L’iniziativa, portata avanti con ‘Planet Idea’, azienda italiana specializzata nella progettazione di ecosistemi smart in ambito urbano, si propone di creare un centro urbano destinato ad ospitare circa 25 mila abitanti; una città intelligente , progettata in base ad elevati parametri di sicurezza, sostenibilità e qualità della vita ma, al tempo stesso, accessibile a bassi costi. Un progetto pilota destinato a delineare il futuro delle smart city.

E poi, notizia di questi giorni, la prima joint venture in Giappone. Due anni fa siamo stati invitati dall’ambasciata italiana in occasione dei 50 anni delle relazioni tra Italia e Giappone, con alcune altre aziende innovative del nostro Paese, con la possibilità di incontrare imprese giapponesi in vista di possibili accordi. In quell’occasione siamo venuti in contatto con un’azienda che importa dall’Italia, che è diventata nostro partner e con la quale abbiamo siglato un’intesa per esportare la tecnologia Enerbrain anche in quel Paese.

Quali i prossimi passi?

L’obiettivo primario della nostra tecnologia è certamente la riduzione consistente dei costi in bolletta ma, allo stesso tempo, una crescente consapevolezza dell’importanza e dell’impatto dell’efficienza energetica sulla nostra vita di tutti i giorni. E’ stato calcolato che se il sistema ideato da Enerbrain fosse installato in tutti gli edifici non residenziali nel mondo, nel 2019 avremmo 1,6 miliardi di tonnellate di Co2 in meno immesse nell’ambiente, l’equivalente di 170 milioni di alberi. Noi ci crediamo e vogliamo in qualche modo fare crescere questa consapevolezza. Efficienza energetica è ancora un tema non entrato nella quotidianità, noi vogliamo riuscire a trasformare un piatto di difficoltà consistente in una buona pizza al taglio apprezzata da tutti.

Debutta sabato in Giappone un treno speciale, interamente dedicato alla gattina più famosa del mondo: Hello Kitty. Splendidi, in rosa shocking, correranno sui binari i vagoni dei famosi "Skankausen" i treni proiettili capaci di raggiungere anche i 320 Km all'ora, tutti decorati con immagini dell'icona globale dal paese del Sol Levante.

Sarà possibile viaggiarci solo per tre mesi, e cioè fino al 30 settembre, ma non è escluso che entri a far parte a pieno titolo della flotta della West Japan Railway.  Nessuno, al mondo, ignora chi sia Hello Kitty, perché anche se ha 'ormai' 44 anni (è stata infatti creata nel 1974) col tempo è  diventato il personaggio più famoso prodotto dell'azienda giapponese Sanrio, e anche del mondo.

Dapprima, era considerato solo l'icona per eccellenza delle bambine: caratterizzata da un fiocco rosso sopra l'orecchio sinistro o anche da un fiore a cinque petali, e dall'assenza della bocca, si sa che il suo nome completo è Kitty White, è inglese, è del segno dello Scorpione, ama le torte di mele, ha una sorella gemella, frequenta la terza elementare, quindi ha circa 8 anni. Ma a mano a mano è diventato il gadget per eccellenza al punto che ha generato un'industria multimiliardaria e figura su ogni genere di prodotto di uso comune: matite, quaderni, orologi, bracciali, pigiami, ma finanche computer e aeroplani, al punto che la  Fender ha prodotto una chitarra Stratocaster modello Hello Kitty (Hello Kitty Stratocaster). Piccola curiosità: il primo prodotto in assoluto a portare l'immagine di Hello Kitty fu un portamonete in vinile venduto per 240 yen (circa €1,84). 

Ora alla gattina per eccellenza è stato dedicato anche un treno, seppur per un periodo limitato: collegherà le città  occidentali di Osaka e Fukuoka e i passeggeri saranno sempre in compagnia con Hello Kitty, che sorride dalle ombre di ogni finestra e la cui figura adorna ogni copertura del sedile del passeggero. Una carrozza (la Kawaii! Room) conterrà una "bambola di Hello Kitty a grandezza naturale" – il personaggio è alto "cinque mele", secondo il creatore Sanrio – così i fan potranno farsi i selfie. In un'altra carrozza, la "Hello! Plaza", verrà proposta una selezione di beni e alimenti e si potrà fare incetta di souvenir assortiti: lo scopo è ovviamente quello di rilanciare l'economia locale e il turismo. Tutto, ovviamente, all'insegna del rosa shocking.

Ma non finisce qui, e i giapponesi l'hanno pensata in grande. La West Japan Railway sta pensando di sostituire il classico fischio che annuncia  l’arrivo del treno in stazione con una melodia originale di Hello Kitty!. Presso la stazione di Hakata, un Hello Kitty Shinkansen Cafe sarà infine pronto ad accogliere passeggeri e passanti. È insomma sempre più in voga la “Hello Kitty” mania.

"Occorre promuovere la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Si possono valutare ulteriori interventi legislativi che possano promuovere un uso più corretto della Rete. Per costruire un'oggettiva cittadinanza digitale occorre pero' un lavoro più culturale che legislativo". Lo ha detto il presidente della Camera, Roberto Fico, nel suo saluto all'Internet day, in corso a Montecitorio. "Le società cambiano quando cambiano due fattori fondamentali: il modello comunicativo e il modello energetico. Due cambi epocali che fanno fare un salto alle società. Siamo in un'epoca di transizione, se riusciamo a gestire e non a subire i cambi possiamo dare opportunità a tutti". 

Internet è un diritto inalienabile dei cittadini e per questo sarebbe giusto che tutti avessero diritto all'accesso gratuto ogni giorno per almeno mezz'ora.E' la proposta lanciata dal ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, intervenuto all'Internet day-rapporto Agi Censis, alla Camera dei deputati. 

"La connessione a Internet è un diritto primario di ogni cittadino e il governo è al lavoro per garantire a questo diritto" ha detto, "La rete è al centro di questo cambiamento e questo cambiamento non può più aspettare". 

"Dopo anni di battaglie, c'è un consenso unanime nell'affermare che lo sviluppo di Internet sia una cosa scontata, un diritto inalienabile dei cittadini" ha detto Di Maio che ha anche parlato della direttiva sul copyright al Parlamento europe. "Questo provvedimento – ha detto – ci riporterebbe indietro di 20 anni. Il governo italiano non può accettare passivamente questo. Le nostre soluzioni non passano per i bavagli. L'Europa dovrebbe puntare sulla cultura e sull'istruzione per riconoscere le fake news, e invece si preferisce puntare sulle tasse. Il potere di decidere cosa possa essere pubblicato non può essere messo nelle loro mani. Se non è un bavaglio questo, ditemi voi cos'è". 

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