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La Legge di Bilancio 2019 ha creato un “contributo a fondo perduto” da 25 milioni l’anno, destinato a coprire parte delle spese sostenute dalle Pmi per collaborare con un consulente esperto in “trasformazione tecnologia e digitale”.

La Gazzetta Ufficiale non ha indicato un nome specifico per questo ruolo, gli uffici studi di Camera e Senato lo hanno definito “voucher manager”. Ma per tutti, compreso il Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, è l’Innovation manager.

Cosa prevede la Legge di bilancio

La Legge di Bilancio 2019 ha varato un “contributo a fondo perduto” da 25 milioni l’anno, per gli anni fiscali 2019 e 2020.

È un voucher che le imprese possono spendere “per l’acquisto di prestazioni consulenziali di natura specialistica finalizzate a sostenere i processi di trasformazione tecnologica e digitale attraverso le tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0 e di ammodernamento degli assetti gestionali e organizzativi dell’impresa, compreso l’accesso ai mercati finanziari e dei capitali”.

In una prima formulazione, il contributo era riservato in egual misura a tutte le Piccole e medie imprese. Nella versione definitiva c’è invece una distinzione.

Attingendo dal fondo annuale di 25 milioni, le piccole e micro imprese ricevono un voucher che copre il 50% dei costi sostenuti per la consulenza, entro un limite massimo di 40.000 euro.

Le microimprese occupano meno di 10 persone e hanno un fatturato annuo non superiore ai 2 milioni. Le piccole imprese occupano meno di 50 persone e realizzano un fatturato massimo di 10 milioni.

Per le medie imprese (cioè quelle che hanno fino a 250 dipendenti e un fatturato non oltre i 50 milioni) il contributo cala: è pari al 30% della spesa, con un limite massimo di 25.000 euro.

C’è anche una terza opzione, che si rivolge alle imprese che hanno stretto un “contratto di rete”. Il contributo è del 50%, fino a 80.000 euro, non per la singola impresa ma per l’intera rete.

Chi è e cosa fa l’Innovation manager

 Non c’è una definizione condivisa di “innovation manager”. E il campo di applicazione del voucher, in attesa del decreto, non restringe il perimetro. Il Politecnico di Milano ha da tempo avviato il “Percorso executive in gestione strategica dell’innovazione digitale”, che punta proprio a formare questa figura.

Il programma prevede di trattare “digital disruption e digital strategy, organizzazione e processi per la trasformazione digitale, modelli di sourcing e strumenti contrattuali per l’innovazione digitale, disegno e innovazione di nuovi business model, corporate enterpreneurship e startup, il ruolo degli innovatori nelle organizzazioni, cloud e architetture orientate ai servizi per l’agile enterprise, innovazione digitale nella supply chain, canali digitali e nuovi paradigmi di marketing”.

Insomma: si parla di innovazione e digitale a tutto tondo, dall’imprenditoria alla riorganizzazione interna, dalla promozione alla selezione di talenti e startup con i quali collaborare.

Ivan Ortenzi, chief innovation evangelist di Bip Group, nel 2018 ha scritto un libro, intitolato “Innovation Manager – Disegnare e gestire l’innovazione in azienda”, proprio per condensare una definizione.

Lo ha fatto raccontando la propria esperienza e raccogliendo alcune testimonianze. Come quella di Giacomo Campora, amministratore delegato di Allianz: sono innovation manager “Archimede, Leonardo da Vinci ed Elon Musk”.

Fausta Pavesio, angel investor e advisor, definisce l’innovation manager come la figura chiave per “mettere a terra i risultati che la contaminazione tra nuova imprenditoria e imprese esistenti può produrre”.

Per Nino Lo Bianco, presidente del gruppo di Bip, compito dell’innovation manager è “supportare e stimolare il ceo”. Per Ortenzi, l’innovation manager è “un ruolo che declina la sua attività sull’organizzazione aziendale avvalendosi di una struttura che va dalla funzione individuale sino a una divisione aziendale dedicata”.

È suo compito “identificare le potenzialità, gli impatti, le conseguenze della digitalizzazione come tecnologia a sé stante e come tecnologia abilitante degli altri comparti tecnologici”.

E ancora: “Innovare vuol dire aprire mente, cultura, organizzazione e strumenti ad altri ambiti e ad altre discipline aziendali come il marketing, il design, la formazione”.

Tempi e tecnologie

Il campo di applicazione della consulenza pare molto ampio: va infatti da una complessiva riorganizzazione aziendale, compresa quella che guarda ai “mercati finanziari e dei capitali”.

La legge cita poi le “tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0”. Sono Big data e analytics, cloud, cyber security, sistemi di simulazione, realtà virtuale e aumentata, robotica, stampa 3D, IoT, prototipazione rapida.

La consulenza, ad ogni modo, non si potrà assegnare a chiunque. “Entro 90 giorni” dalla pubblicazione della norma (cioè entro la fine di marzo), il Ministro dello Sviluppo Economico dovrà emanare un decreto che individua un “elenco” che includa “le società di consulenza o i manager qualificati” tra i quali scegliere.

Lo stesso decreto individuerà anche i requisiti necessari per diventare un innovation manager. Dalla pubblicazione dell’elenco serviranno alcune settimane per rodare il meccanismo e definire i dettagli. È quindi probabile che, per il 2019, i primi innovation manager abbiano 6-7 mesi per farsi spazio.

Quante imprese saranno coinvolte

Dire sin da ora con esattezza quante imprese saranno coinvolte non è possibile, anche perché non è escluso che il decreto possa riservare una quota del fondo a micro-piccole imprese o alle reti.

È possibile però dare un ordine di grandezza dell’intervento. Ipotizziamo che i 25 milioni siano spartiti tra micro-piccole e medie imprese (è un caso di fantacontabilità, visto che dipenderà dalle scelte del ministero e dalle richieste) e che ognuna incassi il contributo massimo (40.000 per le prime, 25.000 per le seconde).

Sarebbero coinvolte 312 imprese micro-piccole e 500 medie. In tutto 812. È possibile che il numero possa aumentare, soprattutto se le aziende non richiederanno il contributo massimo previsto dalla legge.

Tuttavia è probabile che le aziende ammesse si avvicinino alla soglia. Come spiega l’Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence del Politecnico di Milano, infatti, gli innovation manager hanno di norma una retribuzione tra i 60.000 e i 100.000 euro, con picchi di 150.000.

Cifre che sembrano calzare con i vincoli della norma: il voucher coprirebbe retribuzioni annuali fino a 80.000 euro per le micro-piccole imprese, fino a poco più di 83.300 per le medie e fino a 160.000 per le reti (che possono ottenere fette più grandi del fondo ma con ricadute su più imprese). 

 

Sono 130 mila i lavoratori federali che nei prossimi dieci anni perderanno il posto, o dovranno modificare in maniera sostanziale le proprie mansioni, a causa dell’ingresso massiccio dell’intelligenza artificiale sostenuto da un piano lanciato dal presidente Trump.

Secondo i dati riportati da The Partnership for Public Service, no profit che monitora la qualità del pubblico impiego negli Stati Uniti, l’impatto sarà significativo. Soltanto all’Irs (equivalente dell’Agenzia delle entrate) saranno interessati 20 mila tra agenti e revisori fiscali, mentre spariranno 13 mila contabili e altrettanti analisti di budget. Le risorse umane perderanno 10 mila persone, i tecnici nel settore della sanità diminuiranno di oltre 5.500.L’impatto minore sarà sugli ispettori di volo (-4.300) e quelli sanitari (-3.000) ma, vista la delicatezza dei compiti, è minore solo per quello che riguarda le cifre.

I lavoratori che resteranno, stimati dal World Economic Forum in un milione e 400 mila persone, dovranno comunque seguire un aggiornamento professionale capillare, che costerà al bilancio federale 34 miliardi di dollari. Serviranno persone in grado di comprendere i robot e lavorare al loro fianco, caratteristiche che ai lavoratori federali adesso mancano.

In tutto questo l’amministrazione Trump gioca un ruolo decisivo: il presidente ha firmato un ordine esecutivo affinché le agenzie promuovano e sviluppino l’uso dell’intelligenza artificiale, in modo da rendere i dati governativi più accessibili alle industrie e accelerare la deregulation per le innovazioni tecnologiche. Il Pentagono è stato fra i primi ad adeguarsi al nuovo corso, affidando alla robotica parte della strategia del dipartimento della Difesa ma mantenendo la prevalenza del controllo umano sul campo di battaglia.

La scorsa settimana la NASA ha dato il via libera a SpaceX per effettuare il test definitivo della nuova capsula Crew Dragon, destinata a trasportare gli astronauti americani verso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS).  

Il volo di prova, denominato Demo-1, è partito come da programma il 2 marzo con un veicolo senza equipaggio che lanciato dalla rampa 39° A di Cape Kennedy ed effettuerà l’aggancio in orbita con la stazione spaziale. A bordo, invece degli astronauti, ci saranno dei manichini a grandezza naturale.

La nuova capsula è stata messa in orbita con un razzo Falcon 9, lo stesso tipo utilizzato per la vecchia Dragon, il veicolo da trasporto che ha già effettuato più di una dozzina di viaggi nello spazio, trasportando i rifornimenti per la ISS.

Falcon 9 con la capsula Crew Dragon di Space X (Afp)
 

Ma i criteri di sicurezza per le missioni con equipaggio sono molto più stringenti e questo volo servirà per rassicurare la NASA che la nuova capsula Crew Dragon ha definitivamente risolto alcuni problemi tecnici, come quello con il computer di bordo per l’attracco in orbita o quello del paracadute che sarà utilizzato per l’ammaraggio finale.

Proprio per la presenza di aspetti ancora irrisolti, il test finale è stato rinviato diverse volte. Originariamente previsto per l’agosto dell’anno scorso, Demo-1 sembra finalmente pronto a spiccare il volo tanto atteso.

Dopo il ritiro dello Space Shuttle, infatti, la NASA ha dovuto utilizzare le capsule Soyuz russe per inviare i propri astronauti verso la Stazione Spaziale Internazionale, una situazione non certo gradita all’amministrazione americana, soprattutto in una fase di rapporti non proprio amichevoli con il Cremlino.

Il test di volo effettuerà una missione simile a quelle programmate nel prossimo futuro, con a bordo gli astronauti.  Dopo il lancio rimarrà in orbita per circa un giorno prima di attraccare autonomamente alla ISS, dove resterà per meno di una settimana, per poi rientrare nell’atmosfera terrestre ed effettuare un tuffo nell’oceano Atlantico.

Falcon 9 con la capsula Crew Dragon di Space X (Afp)
 

Se tutto andrà come sperato (le prime fasi sono andate a buon fine), il primo volo operativo potrebbe avvenire a luglio; stavolta con a bordo Robert Behnken e Douglas Hurley, i due membri di equipaggio che sono già da tempo in addestramento per la missione inaugurale.

Insomma, dopo otto anni e oltre tre miliardi di dollari pagati all’agenzia russa Roscosmos, sembra imminente il momento in cui gli astronauti americani torneranno a viaggiare su veicoli “made in USA”.

Oltre a SpaceX, anche la Boeing ha ottenuto un contratto per trasportare astronauti verso la ISS. Il veicolo del gigante aerospaziale si chiama Starliner e, come la Crew Dragon, sarà in grado di trasportare sette astronauti verso la ISS. Anche la capsula della Boeing dovrebbe effettuare il suo volo inaugurale entro l’anno in corso.

Nel prossimo futuro, i voli americani verso l’orbita terrestre saranno in mano a compagnie private che effettueranno dei veri e propri servizi di “taxi spaziale” per gli equipaggi della NASA e, magari, per qualche facoltoso turista.

L’ente spaziale degli Stati Uniti, però, non starà con le “mani in mano”! È in dirittura finale la realizzazione della capsula Orion e del razzo SLS che, dopo oltre 50 anni, riporteranno gli astronauti americani sulla Luna. 

Dopo la vittoria all’EduApp4Syria, la competizione tecnologica lanciata dal Norad (l’agenzia norvegese per lo sviluppo e la cooperazione), e il riconoscimento come miglior progetto educativo assegnato da Techfugees, ecco il premio della Croce rossa al Mobile World Contest di Barcellona. “Antura e le lettere“, l’app scaricabile dagli store digitali che si rivolge ai bimbi siriani costretti a scappare dal proprio Paese a causa della guerra, continua a raccogliere premi. Una delle menti dietro al progetto è l’italiano, ma oramai trapiantato a Barcellona, Francesco Cavallari: “L’obiettivo è massimizzare il contributo positivo dei videogiochi alla società”, spiega. 

Due milioni di bimbi rifugiati, un patrimonio di conoscenza a rischio

Intrattenimento più contenuti pedagogici, è questa la ricetta di Antura e le lettere. Obiettivo? “Insegnare l’arabo ai 2,3 milioni di bimbi siriani rimasti fuori dai circuiti educativi perché si trovano in campi di rifugiati (soprattutto in Libano, Giordania e Turchia) o perché impossibilitati a raggiungere una scuola”, spiega all’Agi Cavallari.

Lanciata a marzo 2018 dopo un anno di sviluppo, l’app è un esempio della cosiddetta gamification, la tecnica che prevede di utilizzare gli strumenti tipici del gioco per altri scopi, in questo caso l’insegnamento. “L’obiettivo è duplice: oltre a imparare a leggere in arabo, la questione riguarda il miglioramento del benessere psico-sociale dei più giovani che, in teatri di guerra, hanno vissuto traumi. Lavoriamo soprattutto su autostima, capacità di concentrazione, problem solving; l’app serve come antistress”.

In futuro? “Lavorare sull’integrazione”

Il progetto, interamente open source e rilasciato con licenza Creative Commons, sta dando risultati incoraggianti: un’analisi svolta nel campo di Azraq, in Giordania, ha rivelato che l’utilizzo dell’app ha avuto effetti positivi sia sul livello di alfabetizzazione che sul benessere dei bimbi.

Dietro ad Antura c’è un consorzio di cui fanno parte il Game Lab di Colonia, lo studio libanese Wixel e Video games without borders (Vgwb), l’associazione no profit spagnola fondata da Cavallari. Se finora il progetto ha riguardato soprattutto l’insegnamento, in futuro l’intenzione è di muoversi verso l’integrazione. “Secondo noi il primo passo per l’integrazione è la lingua, per questo motivo lavoriamo a progetti di alfabetizzazione”, compreso l’insegnamento di lingue diverse da quella madre. Lo faranno in Uruguay dove, in estate, verrà lanciato un sistema rivolto ai bimbi delle elementari per insegnar loro l’inglese.

E l’Italia? “È priorità visto il flusso migratorio che la riguarda, ma finora abbiamo avuto difficoltà a trovare partnership adeguate per avere impatto e migliorare la vita delle persone – conclude Cavallari – Non farò qualcosa soltanto perché sono italiano, servono collaborazioni con chi si occupa di accoglienza per consentire a migranti e rifugiati di sapere che esistono questi strumenti”.

La tecnologia apre scenari che un tempo erano inimmaginabili e lo fa anche nel settore sanitario, in cui tante startup italiane continuano a puntare per ridare slancio e nuove opportunità all’intero comparto. Dall’app che aiuta i pazienti, ma anche i familiari, a gestire le terapie farmacologiche interfacciandosi direttamente con i medici e i farmacisti, al drone ‘salvavita’ che trasporta emocomponenti da un ospedale all’altro, passando al software collegato ad una stampante 3D che in pochi minuti trasforma, direttamente nello studio dentistico, una tac in un modello tridimensionale realistico della bocca e al tutore ortopedico personalizzato sempre grazie alla tecnologia 3D. Sono solo alcune delle novità sanitarie che alcune startup italiane hanno presentato oggi a Roma, in occasione del convegno ‘Startup Italia sanità, il futuro è l’innovazione”, organizzato dal senatore M5s Pierpaolo Sileri, presidente della Commissione Igiene e sanità di Palazzo Madama.

Un assistente digitale

Si può già considerare una storia di successo quella della startup Carepy che ha ideato l’app per la gestione delle terapie farmacologiche, già utilizzata da 15 mila persone, 400 farmacie e 300 medici e premiata nel 2016 dal presidente della Repubblica come migliore realtà azienda italiana che crea servizi per il cittadino. “Abbiamo creato un vero e proprio assistente digitale – ha spiegato Davide Sirago di Carepy – che segue il paziente in tutto il percorso di cura. Si tratta di uno strumento utile anche per la famiglia che attraverso l’app può seguire la cura e interfacciarsi direttamente con i medici e i farmacisti. Nell’applicazione possono essere registrate una serie di attività, come l’assunzione dei farmaci, le analisi fatte, gli appuntamenti con i medici e il ritiro dei farmaci. Inoltre – ha concluso Sirago – anche il medico e il farmacista possono controllare la situazione nel corso del tempo. La nostra forza consiste nell’aver creato una sorta di squadra della salute, dove ogni attore può interagire e ha un ruolo specifico a tutela della salute della famiglia”.

Dalla tac al modello tridimensionale dei.denti

La stampa 3D entra prepotentemente tra i nuovi strumenti innovativi su cui le startup fondano i propri business. E’ il caso di Oral 3D, l’azienda italiana che grazie a questa tecnologia ha lanciato sul mercato un software per convertire in tempo reale una tac, ossia una radiografia dentale, in un modello tridimensionale. “In questo modo è possibile passare da una diagnosi visiva a una tattile”, ha detto Giuseppe Cicero in rappresentanza della startup Oral 3D. “L’idea – ha raccontato – è nata 3 anni fa a New York durante la mia specializzazione in paradontologia e chirurgia orale. Con questo sistema è diventato più semplice comunicare con il paziente, perchè attraverso uno schermo era molto difficile fargli capire il tipo di difetto su cui si andava ad intervenire, e l’avere a disposizione il modello, e poterlo toccare con mano, permette ai medici di programmare interventi su misura, limitando al massimo l’errore e contraendo i tempi operatori. “Questa nuova tecnologia – ha concluso – apre importanti porte anche nel campo dell’educazione: tutti gli studenti possono apprezzare l’anatomia dei pazienti che vanno ad operare in anteprima e capire meglio, esercitandosi su un modello che è quello reale”.

Addio al gesso per le fratture

Nuove frontiere si aprono con la stampa 3D anche nel campo ortopedico, promettendo di mandare in pensione il tradizionale gesso o i tutori usati fino a questo momento. I nuovi tutori stampati in 3D, ideati dalla startup Holey, sono in plastica ipoallergenica e biocompatibile, pesano pochissimo e sono in grado di evitare tutte le complicazioni tipiche del gesso, come i funghi, le malattie della pelle, la dermatite e la sindrome compartimentale, tra le complicazioni più gravi. Senza contare che è lavabile e quindi permette anche una maggior igiene del paziente.

“Abbiamo ideato – ha spiegato Gabrielmaria Scozzarro, ceo e co-founder di Holey – una soluzione di tutori ortopedici stampanti in 3D su misura, in grado di sostituire sia il gesso tradizionale che i tutori prefabbricati. Attraverso uno scanner innovativo, è possibile prendere le misure del paziente in meno di 30 secondi e poi un software guiderà l’ortopedico nella progettazione del tutore in base alle esigenze cliniche e personali del paziente. A quel punto il tutore potrà essere stampato”. Tutte innovazioni e progressi tecnologici che per essere lanciate sul mercato hanno bisogno anche dell’appoggio e del sostegno delle istituzioni.

Silieri: ora più connessioni tra imprese e istituzioni

“Mi ha fatto male – ha detto Sileri durante la presentazione – vedere quante startup sono fallite nel corso del tempo. E’ un vero peccato e per questo penso che l’incontro di oggi sia particolarmente utile per stabilire una connessione tra le imprese e le istituzioni. Voglio far capire che quest’ultime ci sono indipendentemente dal colore politico”. Anche il sottosegretario alla Salute, Armando Bartolazzi, ha ribadito l’importanza del mondo della ricerca scientifica e di conseguenza delle startup “che dovrebbero crescere e non fallire”, ha detto. “Ma bisogna insistere. Io cercherò di promuovere nelle università e in tutti gli istituti scientifici e di ricerca degli uffici dedicati alla creazione e implementazione di startup”. Concetto ribadito dal viceministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti: “Come Miur stiamo cercando di favorire tutte le forme di collaborazione, dai cluster tecnologici nazionali che già esistono e sono 14 in Italia, ai centri e ai consorzi di trasferimento tecnologico molto spesso realizzati in maniera autonoma da alcune università. E poi è necessario creare all’interno delle università degli uffici preposti al trasferimento tecnologico che abbiano competenze complementari a quelle dei ricercatori. Oggi ai ricercatori si chiede anche di inventarsi un’impresa, ciò non è sempre possibile. Vanno, invece, accompagnati in questo percorso da figure professionali ad hoc”.

A ricordarci il valore del tempo e la necessità di rallentare questa volta non è la “la lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”, del romanzo dello scrittore franco-cileno Luis Sepulveda, ma un orologio senza minuti. Si chiama Jo Slow, ha una sola lancetta e un quadrante da 24 ore con un meccanismo prodotto in Svizzera mentre il bracciale in pelle è made in Italy.

Più che un oggetto questo orologio innovativo propone una filosofia di vita, vuol offrire a chi lo indossa esperienze nuove, ricordandoti in ogni momento della giornata il valore del tuo tempo. Tempo che non va impiegato solo per correre dal lavoro ad un appuntamento, ma anche per goderti le piccole cose e gli affetti.

È questo l’intento degli ideatori dell’orologio Slow, quattro amici che vivono in diversi parti del mondo, con alle spalle una lunga esperienza nel mondo dell’industria orologiaia e nell’e-commerce, che appunto hanno preso tutto il tempo necessario per far maturare il loro progetto di vita e di business.

“Dopo 20 anni in quel settore abbiamo capito che stavamo correndo in una ruota per criceti per troppo tempo e non stavamo veramente vivendo le nostre vite nel modo che sognavamo una volta” raccontano sul sito di ‘Slow’ i fondatori del brand, convinti che il loro stato mentale, il loro bisogno di rallentare sono sensazioni condivise dai molti nelle nostre società.

Per questo i suoi ideatori hanno deciso di mostrare sul quadrante l’intero giorno, che ha 24 ore, per far visualizzare l’ora in un modo più naturale. L’invito è quello di vivere il momento piuttosto che rincorrere ogni minuto o secondo, concentrandosi solo su ciò che conta, pertanto serve solo la lancetta delle ore mentre leggere anche i secondi sarebbe superfluo. 

“Paradossalmente, più proviamo a velocizzare le cose usando la tecnologia, meno tempo troviamo in realtà e questo crea ancora più stress nei nostri lavori e vite private. Noi, ma non siamo soli, siamo diventati sempre più consci che anche se ci sono milioni di opportunità nella società moderna, in qualche modo nessuno ha il tempo di godersele” sottolineano gli inventori degli orologi Slow.

Con il loro prodotto non suggeriscono di “tornare all’età della pietra” ma di prendere una decisione su come vivere la propria vita, aiutandoci con un orologio a concentrarci su ciò che conta realmente. “Noi crediamo veramente che se tu cambi il tuo stato mentale e guardi la visione d’insieme, e non solo da un lato all’altro della ruota per criceti, non solo sarai più felice, ma avrai anche più successo sul lavoro” affermano con convinzione i fondatori del brand. 

L’orologio Slow, che per ora esiste in due diversi modelli con variante di colori e bracciali, è acquistabile soltanto on-line in quanto i suoi ideatori vogliono far arrivare il prodotto direttamente dalla fabbrica al cliente, con il quale creare un legame diretto e fare comunity sui social per creare un club virtuoso con l’invito a “rallentare insieme”.   

A quattro giorni da lancio di Galaxy Fold, lo smartphone pieghevole di Samsung,  Huawei lancia Mate X, il suo pieghevole che sarà compatibile con il 5G. Costerà 2.300 euro e sarà disponibile da metà 2019.

Richard Yu, responsabile del business consumer di Huawei, ha riconosciuto che il prezzo “è un po’ alto” (superiore anche a quello del Galaxy Fold che arriverà sul mercato a maggio a 2.000 euro) ma ha assicurato che l’azienda sta lavorando perché costi meno.  

“I nostri ingegneri hanno lavorato su questo schermo per oltre tre anni”, ha detto Yu in occasione di un evento per presentare il nuovo telefono a Barcellona, dove si apre la quattro giorni del Mobile World Congress.

Leggi anche: Apple ha depositato il brevetto per l’iPhone pieghevole  

Aperto, il display di Mate X è da 8 pollici con uno spessore di 5,4 millimetri e può ripiegarsi su se stesso per diventare da 6,6 pollici – leggermente più grande dello schermo del Fold – grazie a un meccanismo di apertura Falcon Wing.

Monta una batteria ad alta capacità da 4500mAh che supporta il sistema di ricarica SuperCharge da 55W. All’interno del sottile corpo dello smartphone c’è spazio per la camera Leica. Quando piegato, Mate X presenta un visore su entrambi i display, in modo che anche il soggetto dello scatto possa vedersi.

 

Balong 5000, il primo chipset multi-mode 7nm 5G con una velocità di download 5G a 4.6Gps sulla banda Sub-6GHz supporta sia le architetture SA che NSA, per cui gli utenti non avranno bisogno di un aggiornarlo per continuare a utili della connettività 5G. La doppia sim supporta sia il 4G che il 5G.

Si prevede che diverse altre piccole aziende presentino i loro primi telefoni pieghevoli alla fiera di Barcellona questa settimana e tra queste l’ha già fatto Tcl (gruppo cui fanno capo Alcatel, Blackberry e Palm), che ha annunciato l’uso della tecnologia DragonHinge per dispositivi mobili pieghevoli utilizzano dei display AMOLED flessibili creati su misura.

“Quando guardiamo all’applicazione pratica di display flessibili e dispositivi mobili pieghevoli, individuiamo principalmente tre sfide da superare: il display AMOLED flessibile di per sè, un meccanismo di piegatura resistente e, naturalmente, un software che possa adattarsi perfettamente a questi nuovi formati”, ha affermato Shane Lee, General Manager, Global Product Center di TCL. “Abbiamo una soluzione hardware da cui partire per la progettazione e costruzione dei nuovi dispositivi, che ci permetterà così di affrontare la realizzazione di un software che sia in grado di offrire un’esperienza davvero unica, come questa nuova tecnologia permette, e di creare un più ampio ecosistema connesso mentre ci prepariamo a lanciare il nostro primo dispositivo pieghevole l’anno prossimo”

Riccardo ha smontato pezzo per pezzo l’idea consolidata che si ha dell’adolescenza, partendo dalla premessa che questa fase della vita sia un po’ “un’invenzione”. Rachele ha immaginato una Stele di Rosetta 2.0, in grado di leggere le emoji, vere protagoniste della comunicazione contemporanea, sottolineando però l’importanza del recupero della diversità e della non omologazione del linguaggio. Sara ha spiegato come sia necessario ribaltare la convenzione che relega la dislessia a problema, sostenendone al contrario il valore aggiunto. Morr di anni ne ha 18. Viene dal Gambia ed è arrivato in Italia due anni fa. “Non so cosa quale il futuro nel Mondo, ma voglio raccontarvi la mia storia. Mi piace l’idea di parlare del futuro. Quando ho lasciato il Gambia sognavo di studiare e mettere su famiglia, poi il futuro è diventato salvarmi”.

Riccardo, Rachele, Sara e Morr sono 4 dei 12 under 18 che sabato pomeriggio hanno declinato il loro “Alfabeto del Futuro” al terzo TedxYouth, a Roma (dopo 2 anni a Bologna) all’Auditorium della Conciliazione. I 12 Millennials, scelti fra 150 mila candidature, hanno interpretato il domani: leggendo il presente e innestando sulla vita, la loro vita, una riflessione sul futuro. Da una parte confrontandosi con assiomi e verità consolidate, dall’altra creando mondi nuovi. 

A dare il ‘benvenuto a tutti’, Emilia Garito, imprenditrice e organizzatrice di TEDxYouth Roma (e anche di TEDx Roma) che ha aperto l’appuntamento presentando l’esibizione della Piccola Orchestra di Tor Pignattara, ensemble multietnico di ragazzi fra i 13 e i 18 anni. “Abbiamo bisogno dei giovani per capire come immaginano un futuro di cui saranno i protagonisti – ha detto Emilia prima, a margine – TEDxYouth è un momento di incontro e riflessione importante, per i giovani, ma anche per gli adulti”.

Ha ricordato che TEDxYouth “non è un evento organizzato solo dal team di TEDxRoma, ma da diversi team di città italiane che hanno lavorato all’evento per 6 mesi. Un appuntamento per i giovani, promosso dalla community TEDx italiana in maniera coesa e in collaborazione con il MIUR”.

Riccardo: l’adolescenza è un brufolo che ti viene nel cuore

“Quando ero piccolo volevo crescere, volevo diventare un adolescente. Quando lo sono diventato non era così bello come mi aspettavo. Ero cambiato, mi comportavo da adolescente, perché doveva andare così”. Con queste parole ha aperto la serie degli interventi Riccardo Camarda, giovane vicentino che ha raccontato la sua ‘Profezia dell’adolescenza’. Riccardo, dopo aver studiato le teorie di psicologi, economisti ed antropologi, è arrivato ad essere un sostenitore dell’invenzione dell’adolescenza. “Noi adolescenti siamo schiavi”, sacrificati al progresso e al consumo. “In un mondo di solitudine dobbiamo etichettarci e andare contro corrente fa paura. Dobbiamo cambiare. È urgente ed un nostro dovere. E’ un cambiamento che ci costerà il coraggio di accendere la luce e vedere quello che abbiamo ignorato”. La sua profezia? “Molti ce la possono fare”.

Le emoji di Rachele

La riflessione di Rachele ha per protagoniste invece le le emoji “quelle faccine che che spadroneggiano nei nostri messaggi  e che non possono mancare in un alfabeto del futuro, sono icone di cui non possiamo fare più a meno”. Le emoji, ricorda però Rachele, non ammettono diseguaglianze e appiattiscono le diversità. “L’omologazione è un processo che va arrestato”. In che modo? “Partendo proprio dalle emoji”. Rachele immagina una sorta di “Stele di rosetta 2.0 per interpretare le faccine in modo corretto” e immaginare un “avvenire basato sulla diversità e l’arricchimento”.

I colori di Benedetta

Benedetta viene da Jesi. “Mi affascina tutto ciò che appartiene al mondo della fotografia e della grafica. All’Auditorium della Conciliazione il suo intervento era intitolato ‘Percezione e marketing: come il colore influenza l’economia’. “Per me – ha detto – il colore è l’alfabeto del futuro”.

La storia di Morr

Se ad aprire la kermesse sono stati i suoni della Piccola Orchestra di Tor Pignattara (“Vogliamo continuare a raccontarci con la musica prima che con il colore della pelle”, ha detto uno dei componenti storici del gruppo), a chiudere è stata la storia di Morr, che sul palco ha emozionato tutti raccontando perché ‘Il futuro non può stare fermo’. Una vicenda che ruota attorno alla sua amicizia con Domenico, ribelle e un po’ scapestrato “un gran monello”, incontrato in Sicilia, in un centro di accoglienza. “Mi ha abbracciato e mi ha detto che ero diventato suo fratello perché gli ho fatto vedere la strada giusta. Quelle parole non avevano cambiato solo il futuro di Domenico, ma anche il mio. Non pensavo che sarei stato fratello maggiore di un italiano di 13 anni. Dobbiamo smettere di dare importanza al passato. Se ci diamo una mano siamo già nel futuro, un domani mai più fermo e sicuramente migliore”.

Con l’acquisto di un’azienda che produce router, Amazon punta a creare un ecosistema perfettamente integrato con i suoi dispositivi dell’Internet of Things (IoT, Internet delle cose). L’annuncio è arrivato il 18 febbraio, quando l’azienda ha fatto sapere di aver raggiunto un accordo per l’acquisizione di Eero, società specializzata nella creazione di router particolarmente efficaci nel raggiungere qualsiasi angolo della casa, grazie a un sistema di ripetitori di segnale (forniti con il dispositivo centrale).

Gli ultimi cento metri di intimità

Dall’assistente vocale Alexa fino alle lampadine (passando per forni a microonde, frigoriferi, impianti di videosorveglianza e altri gadget), la società di Jeff Bezos potrà creare un sistema di connessione privilegiato per i suoi dispositivi, come già avviene con le cuffie senza fili della Apple, che riconoscono l’iPhone senza ricorrere al bluetooth. Tuttavia, la mossa di Bezos preoccupa gli esperti di privacy e gli attivisti dei diritti digitali, in quanto consentirà all’azienda di controllare anche gli ultimi cento metri della vita digitale delle persone: quelli tra il dispositivo e il router.

Cos’è un router? Semplicemente: tutto

Ecco cosa sa un router della nostra vita digitale: tutto. Tipo di dispositivo, app preferite, orari nei quali ci connettiamo, siti ai quali accediamo e – quando non protetti da connessioni sicure https – anche cosa ci facciamo dentro. L’unico limite alla profilazione totale di queste informazioni è la granularità della rete, dove il trasferimento dei dati non è automatico tra diversi dispositivi e aziende. Questo non vuol dire che le società non abbiano già sufficienti informazioni sul nostro conto da poter predire cosa siamo disposti ad acquistare, che musica vorremmo ascoltare o quale prezzo siamo disposti a pagare per comprare un biglietto aereo. Già nel 2012 si parlava di come le aziende di marketing fossero in grado di preannunciare una gravidanza dal tipo di lozioni e cibi che si acquistano al supermercato, ricavati dai dati delle carte di credito.

Ascolta anche se è spento

Ma il fatto che una corporation possa accedere anche a quegli ultimi cento metri di connessione “si traduce in più possibilità di correlare le attività fisiche con quelle digitali che Amazon già osserva, che va ricordato sono già moltissime – ha spiegato all’Agi Claudio Agosti, esperto di autodifesa digitale e direttore di Facebook Tracking Exposed -. Anche se registra solo quando attivata, Alexa può già ascoltare quello che avviene in casa e se la compagnia inizia a produrre anche router, tutti i metadati generati durante la navigazione potranno entrare a far parte delle loro risorse”.

Qualcuno ti guarda

Ad aprire una finestra su quali siano questi metadati è la stessa Eero (ancora non disponibile in Europa), che nel 2017 ha pubblicato un report – individuato da BuzzFeed – con dati anonimi raccolti da “centinaia di migliaia” di router, come scrivono loro stessi. Tabelle mostrano gli orari preferiti degli utenti (più attivi la domenica tra le 9 e le 10 del mattino) e una lista dei 40 dispositivi più ricorrenti nelle case dei clienti (in cima iPhone, iPad e speaker Sonos). Ma la quantità di ripetitori Eero collegati al router centrale rivela anche la dimensione della casa: informazione che può essere integrata con la zona nella quale si risiede per dedurre quantomeno la fascia di reddito dell’utente.

Ugh I think? I am glad Eero will get more resources, but I kind of loved having at least one important gadget in my life not made by Apple/Google/Amazon/Microsoft or captured in their ecosystems. https://t.co/01MryDQw8H

— Dieter Bohn (@backlon)
February 11, 2019

Movimenti controllati

Tuttavia, non preoccupano solo i dati, ma anche i profili fisici che questi dispositivi sono in grado di fornire. “Il wifi nasce come tecnologia di distribuzione delle connessioni Internet, ma può essere usato anche come meccanismo di tracciamento di precisione dei movimenti – precisa Agosti -. Facendo un’analogia storica, questo già successe con la rete Gsm, la cui diffusione consente un tracciamento estremamente preciso dei dispositivi da parte degli operatori telefonici. Con il wifi sta succedendo la stessa cosa, e lo si può notare anche dal fatto che il wifi abilitato rende la geolocalizzazione più precisa di quella fornita dal Gps. Più antenne, più misurazioni, più dati”.

Amazon è Internet

“Il nostro obiettivo è di creare hardware e software di alta qualità. Non siamo nel settore della vendita di annunci o dati dei clienti e non monitoriamo il traffico internet”, scriveva Eero sul suo blog nel 2017. Ma l’acquisto di Amazon – che sì, raccoglie dati e sì, vende annunci pubblicitari -, potrebbe cambiare le cose. L’acquisizione per ora non è stata completata e il colosso dell’e-commerce ha solo annunciato il raggiungimento di un accordo. Per i dettagli – ammesso che verranno rivelati – si dovrà aspettare la conclusione dell’affare. Ma secondo i dati disponibili sul sito ufficiale, nell’ultimo quarto del 2018 Amazon  ha guadagnato dalla vendita di pubblicità 3,4 miliardi di dollari (circa 3 miliardi di euro), con una crescita del 95% anno-su-anno. E se questo è il segmento in più forte crescita dell’azienda, seguono i servizi della divisione cloud del colosso, che nello stesso periodo hanno segnato un +47% per un valore di 2,18 miliardi di dollari (quasi due miliardi di euro).

Netflix, Pinterest, AirBnB, Reddit, Expedia, Adobe, Scribd,    LinkedIn, Spotify, SoundCloud, Foursquare, Newsweek: anche se può sembrare lunga, questa lista è assolutamente insufficiente a descrivere la quantità di servizi che si basano sui server Aws. Secondo un’indagine pubblicata da Gartner nel 2016, all’epoca Amazon avrebbe controllato circa il 31% del mercato, seguita da Microsoft, Ibm e Google. Il che vuol dire che “Amazon non raccoglie informazioni solo sul suo sito, ma anche da quello che facciamo quando navighiamo su altri servizi che risiedono nella gigantesca infrastruttura di Amazon Cloud”, precisa Agosti. 

Catturati in un ecosistema

L’acquisizione di Eero da parte di Amazon diventa quindi un tema di cruciale importanza per la privacy degli utenti, costantemente ostacolata dalla quantità di informazioni che – più o meno consapevolmente – forniamo alle grandi aziende tecnologiche. A riguardo è già intervenuta la promulgazione del Gdpr (Regolamento generale sulla protezione dei dati), che impone ai titolari del trattamento di richiedere, per i cittadini europei, un esplicito consenso spiegando in modo chiaro in che modo saranno trattate le informazioni raccolte. Ma per molti osservatori la granularità della rete è uno degli elementi che maggiormente protegge le informazioni degli utenti, che essendo possedute da più attori (occasionalmente in concorrenza), rende meno automatica la fusione dei dati per creare un unico, iper preciso, profilo. Lontano dall’osteggiare il libero mercato, il direttore esecutivo di The Verge ha commentato: “Sono contento che Eero otterrà maggiori risorse, ma mi piaceva l’idea che almeno uno dei più importanti gadget della mia vita non fosse creato da Apple/Google/Amazon/Microsoft, o catturato nel loro ecosistema”.

Secondo la rivista scientifica Review on Antimicrobial Resistance nel 2050 le infezioni batteriche potrebbero causare 10 milioni di morti all’anno. Oggi, in Europa, la resistenza antibiotica comporta 25 mila decessi e 1,5 miliardi di perdite economiche. Una tendenza così preoccupante da convincere l’Organizzazione Mondiale della Sanità a organizzare un piano d’azione globale per contrastarlo.

Biovitae, una tecnologia italiana

Una lampadina di ultima generazione a luce led, tutta italiana, potrebbe essere una risposta a questo problema. Si chiama Biovitae ed è frutto dell’intuizione di due inventori italiani, Rosario Valles e Carmelo Cartiere. Se apparentemente sembra un oggetto comune, questa lampadina è dotata in realtà di una particolare frequenza di luce capace di uccidere i batteri e prevenire le allergie da loro causate, oltre che a tenere sotto controllo la carica batterica. La combinazione di frequenze Biovitae, infatti, agisce sul metabolismo dei batteri (GRAM+ e GRAM-, spore, muffe e funghi) e ne provoca la morte. L’azione battericida è volta a sanificare gli ambienti senza renderli sterili e a prevenire lo sviluppo di focolai di malattie infettive.

(Fonte: Biovitae)

Come funziona

Biovitae agisce direttamente sul biofilm batterico, ovvero quella massa gelatinosa composta da filamenti, zuccheri e proteine dove le colonie di batteri possono crescere, scambiarsi informazioni e diventare resistenti. Si tratta di un elemento invisibile ad occhio nudo, resistente ai detergenti chimici più forti. La luce, invece, è in grado di penetrare all’interno. In particolare, come sottolineano i due creatori, “le frequenze Biovitae stimolano le porfirine dei batteri e attivano una reazione metabolica incontrollabile dai batteri stessi.

(Fonte: Biovitae)

L’azione fotodinamica causa la foto-eccitazione delle molecole di porfirina presenti nelle cellule batteriche che innesca una reazione metabolica di ossidazione, che prosegue anche dopo l’esposizione, provocando danni alla membrana cellulare dei microbi e, quindi, la loro definitiva distruzione. Biovitae è in grado di eliminare tutti i tipi di batteri perché le frequenze emesse coprono quelle dello spettro blu-violetto compreso nella regione della Banda di Sorét (400-420nm)”. La reazione metabolica inizia da subito ma i batteri cominciano a morire dopo circa 30 minuti d’utilizzo.  

Le sue applicazioni

Essendo una luce Led, e non UV, Biovitae non è nocivo per l’uomo o per gli animali. Per questo può essere installata per illuminare ambienti casalinghi o d’ufficio, strutture sanitarie e assistenziali, spazi più collettivi come palestre, cinema e teatri, mezzi di trasporto, asili e scuole, allevamenti intensivi e, infine, anche l’illuminazione pubblica. Progetti pilota sono attualmente in corso all’interno degli aeroporti di Roma, al Policlinico Gemelli dell’Università Cattolica e all’interno di un reparto di lavorazione de La Granda, fornitore esclusivo di carne di Eataly.

Un prodotto “green”

Biovitae, oltre a essere un dispositivo medico di classe I registrato al Ministero della Salute, è stato progettato rispettando i principi guida dell’economia circolare – così come definiti dai principali documenti elaborati, a partire dal 2015, dalla Fondazione Ellen Mc Arthur e dall’Unione Europea.

È possibile infatti riparare, rifabbricare o riciclare il prodotto e i suoi componenti e materiali con l’obiettivo di perdurare a lungo nel tempo: ogni dispositivo offre una durata d’uso di circa 30 mila ore. Emette nell’atmosfera un quantitativo di CO2 pari a 54 Kg/anno, nettamente inferiore alle semplici lampadine a led.

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