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Robot antropomorfi con i quali fare sesso non sono più materiale da fantascienza. Gli automi destinati a soddisfare gli istinti carnali sono diventati, anzi, sempre più realistici e tecnologicamente avanzati, tanto da far predire al futurologo Ian Pearson che, entro il 2050, i coiti con gli androidi saranno più frequenti di quelli con altri esseri umani.

Secondo un sondaggio di YouGov, il 49% degli americani è dello stesso parere: il sesso con i robot diventerà una pratica comune tra pochi decenni. Non tutti, però, sono preparati per questo cambiamento. Questo genere di esperienza, infatti, interesserebbe solo al 9% delle donne intervistate, percentuale che sale però al 24% nel campione maschile.  

Va nondimeno sottolineato come per parte degli intervistati il sesso con i robot non dovrebbe nemmeno essere considerato un vero accoppiamento: il 33% lo considera più prossimo a un atto onanistico. Proprio per questo il 33% degli uomini statunitensi non lo riterrebbe un tradimento, percentuale che scende però al 29% tra le donne.

 
 

Lascia infine assai perplessi quel 42% di intervistati secondo i quali il sesso con un robot sarebbe più sicuro di un amplesso con uno sconosciuto in carne e ossa. Di recente un esperto in cybersecurity ha infatti spiegato che gli amanti meccanici, nelle versioni più avanzate e smart, possono essere hackerati facilmente allo scopo di ferire o uccidere il malcapitato umano tra le loro braccia bioniche.

 

È davvero possibile che le macchine si ribellino e prendano il sopravvento sugli uomini? I computer possono pensare, prendere decisioni, provare emozioni? Che impatto avranno le nuove tecnologie, sul lavoro?

A queste e ad altre domande risponde Jerry Kaplan, il maggiore esperto di Intelligenza Artificiale al mondo, con una lecture dal titolo “Artificial intelligence: what everybody needs to know”  alla LUISS, in occasione della presentazione  del suo ultimo libro “Intelligenza artificiale. Guida al futuro prossimo

Tra sei anni la Cina saluterà il WiFi e passerà al LiFi? Il futuro delle connessioni Internet potrebbe servirsi delle lampadine di casa e degli uffici. Questa l'ambizione di un team di ricercatori cinesi. Nei laboratori di Changchun, capoluogo della provincia nordorientale del Jilin, sono stati creati dei Led che, grazie alla loro semplicità ed economicità, potranno supportare l’Internet LiFi – Light Fidelty, fedeltà luminosa – che consentirebbe la trasmissione di dati attraverso la luce, invece della tecnologia radio impiegata dai router che usiamo quotidianamente. “La Cina continua a produrre innovazioni tecnologiche anche nei settori, storicamente, di dominio dell’occidente”, commenta sul suo sito internet Michele Geraci, docente di economia alla Nottingham University Business School China e direttore del Global Policy Institute China. “Da ingegnere elettronico, posso dire che si sente parlare di LiFi già da tempo: è più veloce del WiFi (si parla di 50 GBytes/sec) ma ancora non ha raggiunto lo stadio per uno sviluppo industriale vero e proprio”.

Chi sono gli inventori del LiFi

I fisici cinesi dell’istituto di ottica di Changchun dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali hanno sviluppato uno speciale tipo di Led (F-CDs), che grazie alla sua capacità di trasmettere dati attraverso la luci ultraviolette o infrarosse, entro sei anni potrebbe rendere possibile la trasmissione di dati attraverso le lampadine, sostituendo la connessione degli odierni router.

Luci che viaggiano veloci ma che non attraversano i muri

La tecnologia si basa su un sistema a luci visibili – Vlc, Visible Light Communication – dove la luce viaggia tra i 400 e gli 800 terahertz (THz), frequenze non visibili all’occhio umano, trasmettendo messaggi in codice binario. La tecnologia Vlc, essendo basata su trasmissioni di luce, non può attraversare i muri, come invece fanno le onde radio. Per questa ragione un sistema basato su tale innovazione richiederà più punti di connessione, anche se sarà meno suscettibile alle interferenze esterne. "Molti ricercatori in tutto il mondo ci stanno lavorando, ma noi siamo i primi ad aver creato con successo un sistema di questo tipo, basato su materiali grezzi ed economici”, ha detto Qu Songnan, ricercatore associato all’istituto di ottica di Changchun.

Scaricare un film intero in 0.3 secondi, con LiFi si può

In un test del 2015, il governo cinese ha mostrato come il LiFi possa raggiungere la velocità di 50 gigabytes per secondo, che sarebbero sufficienti a scaricare un film intero in 0.3 secondi. Durante gli esperimenti in laboratorio il LiFi ha raggiunto una velocità di 200 Gigabyte per secondo, come riferito dal fondatore della Oledcomm, Suat Topsu, ad Afp: “Il LiFi consente di raggiungere velocità di cento volte superiori al WiFi, che trasmette dati attraverso onde radio”. I risultati di anni di ricerche nel campo del LiFi verranno rappresentati nella prima conferenza mondiale sul tema, che si terrà a Parigi a Febbraio del 2018, e alla quale parteciperanno studiosi da tutto il mondo, compreso l’ingegnere tedesco Harald Hass, professore di comunicazioni mobili all’Università di Edinburgo, che ha coniato il termine LiFi.

Cosa dicono gli analisti

“Anche questa nuova tecnologia fa parte di un bouquet di iniziative nel settore delle telecomunicazioni, iniziate tanti anni fa, quando la Cina spingeva per un proprio standard 3G”, ha scritto Michele Geraci. “Nel frattempo, la presenza di Huawei, ZTE, Alibaba ed altri ‘alfieri’ dello scacchiere cinese si fa sempre più capillare. La Cina fa sistema, e tutte le attività di espansione, M&A, investimenti ed altro fanno parte di un piano ben preciso. Del resto, la Cina, come un’azienda, agisce secondo un piano quinquennale. Dovremmo prendere esempio anche in questo, senza con ciò avere un atteggiamento troppo dirigista”, ha concluso.

Connessioni più veloci ma più controllate?

La Cina di Xi Jinping non rinuncia al wangluo zhuquan, cioè alla sovranità cibernetica. Nella visione cinese, devono essere i governi a guidare lo sviluppo di internet – importante per il mantenimento della stabilità sociale in un Paese con 700 milioni di utenti online (metà della popolazione di 1,4 miliardi). I governi devono avere il diritto di difendersi dagli attacchi esterni. Soprattutto: il business deve essere in linea con gli interessi nazionali. Non è probabilmente estraneo alla nuova legge sulla cybersecurity il recente blocco delle Vpn – Virtual Private Network – che consente, attraverso l’utilizzo di reti di attivisti, di aggirare la censura del Great Firewall e navigare su alcuni popolari siti web internazionali. L’ultimo episodio riguarda le disfunzioni registrate da Whatsapp in prossimità del Diciannovesimo Congresso del Pcc. Non è escluso che l’invenzione del LiFi, se da un lato velocizzerà la connessione, dall’altro potrebbe essere uno strumento di controllo in più nelle mani dei censori cinesi.

Pare che questa volta la decisione sia ufficiale e definitiva. Microsoft ha rinunciato a farsi un proprio smartphone e chiude il progetto Windows Phone. Lo ammette il capo dello sviluppo del progetto di Windows 10, Joe Belfiore, che in un tweet condiviso nella serata di domenica 8 ottobre confessa: "Sicuramente continueremo a dare supporto alla piattaforma, sistemare bug e fare update della sicurezza. Ma non sono in programma nuove evoluzioni del sistema operativo".

Tradotto: il progetto di Windows Phone verrà abbandonato. Nonostante i grandi investimenti fatti dalla società di Seattle negli anni passati, va detto che il sistema operativo non ha mai avuto successo. Belfiore, sui social, ha inoltre ammesso di essere oramai passato ad Android e ha anticipato che Microsoft fornirà gli strumenti necessari per chi volesse trasferire senza troppe difficoltà i propri dati da Windows Phone ad Android o iOS.

Pronti per una nuova invasione di emoji? Apple, sul suo blog, ha annunciato l'arrivo, per questa settimana, di centinaia di nuovi simboli da utilizzare sui social e nelle chat. Da personaggi mitologici e fiabeschi, come vampiri e sirene, a nuove espressioni facciali; da nuove attività, come l'arrampicata, a nuovi oggetti, come sciarpe e slitte; da nuovi animali, come giraffe e cavallette, a nuovi modi per esprimere le proprie emozioni. Compresa la frase più importante di tutte: "I love you".

L'annuncio dato al'Emoji Day World

Alcuni simboli erano già stati annunciati in occasione del World Emoji Day, lo scorso 17 luglio. Durante l'evento più importante sul nuovo linguaggio del web, era stata anticipata l'uscita di alcune immagini particolari come la faccina che invitava al silenzio o la donna con l'Hijab. Le emoji saranno presto disponibili con i prossimi aggiornamenti di iOS 11.1 per iPhone e iPad.

Qualche nuova "faccina"

 

Un fumetto galleggia all’interno della stazione spaziale internazionale. “C’è Spazio per Tutti”, la graphic novel che ha come protagonista Rat-Man, il topo-supereroe creato dalla fantasia del fumettista Leo Ortolani ed edito da Panini, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e l’Agenzia  Spaziale Europea (ESA). Lo ha mostrato l’astronauta Paolo Nespoli in un video dalla straordinaria cupola panoramica della stazione in orbita.

“La vita qui è abbastanza intensa, lavoriamo tutto il giorno”, ha spiegato Nespoli, “ma, naturalmente, c’è anche qualche momento di riposo e di svago: e io mi sono portato un’anteprima del fumetto di Rat-Man. Spero di ricevere il volume appena torno sulla Terra!”. Nespoli ha infatti portato in orbita la copertina di “C’è Spazio per Tutti”, attualmente in fase di stampa, e anche l’albo “La Stazione”, che contiene un estratto in anteprima del volume e una serie di approfondimenti sulle attività spaziali. E’ il primo fumetto a volare nello spazio e Panini ha deciso di commemorare questo evento avviando la procedura per farlo riconoscere dal Guinness World Record.

Un fumetto da Guinness

“E’ stata una grande emozione vedere un nostro fumetto galleggiare nello spazio, un premio per la passione del geniale Leo Ortolani, che ha ideato e disegnato questa graphic novel, e per tutti coloro che in ASI, in ESA e anche in Panini hanno creduto in questa incredibile operazione”, ha dichiarato Marco M. Lupoi, direttore Publishing della Panini. “Tutto il mondo del fumetto deve essere grato a Paolo Nespoli per aver accettato che Rat-Man volasse insieme a lui sulla stazione spaziale e anche per il regalo di aver portato, per la prima volta nella storia, un fumetto in orbita. Per questo ci auguriamo che il Guinness World Record voglia presto riconoscere questo primato”.

La creatura di Ortolani

Nel video dalla stazione spaziale, Paolo Nespoli si è rivolto a Leo Ortolani, in occasione dell’evento per la fine della serie di Rat-Man, che in 20 anni di pubblicazioni ha venduto oltre 5 milioni di copie fra inediti e ristampe. “Sto leggendo l’anteprima del fumetto, che ho fatto vedere anche agli altri miei colleghi astronauti. Rat-Man è stato subito riconosciuto e osannato!”, ha detto Nespoli. “Spero in futuro di riuscire a vedere tutti voi nello spazio, perché godere di questa vista e di questa sensazione è veramente incredibile”. Il volume “C’è Spazio per Tutti” (formato 19,8×28,8 cm, foliazione 264 pagine) sarà presentato ufficialmente in occasione della prossima edizione di “Lucca Comics & Games”, il festival internazionale del fumetto che si svolgerà dall’1 al 5 novembre 2017

PrestoFood, startup del food delivery fondata nel 2014 a Catania da Guido Consoli, classe 1992, e subito diventata tra le principali aziende digitali di food delivery nel Sud Italia, ha chiuso un aumento di capitale da 150.000 euro. L'azienda comunica che l'investimento è stato fatto da "un player nazionale della logistica" e Comunicatica, agenzia di marketing e comunicazione digitale che continua ad investire nel foodtech. 
PrestoFood è la prima startup italiana nel food delivery del Sud Italia, sia per fatturato che per dimensione. È già attiva a Catania, Palermo, Reggio Calabria e a breve a Messina, con un piano di crescita in Puglia e in Sardegna. Con oltre 50 driver e piu' di 200 ristoranti, PrestoFoodpunta ad espandersi in tutto il Meridione e a un fatturato che entro il 2017 è previsto crescere a 1 milione. 

"Daremo concretezza al nostro piano di espansione a Sud"

Fondata in territorio etneo da Guido Consoli, 25 anni, giovane imprenditore catanese ma con un'esperienza importante nel mondo della ristorazione, ha già un sistema di logistica completamente digitalizzato e una forte presenza commerciale soprattutto sul territorio siciliano. "Siamo molto contenti di annunciare la chiusura del nostro primo round di investimento", ha detto Consoli. "Questo ci permetterà di dare concretezza al nostro piano di espansione al Sud e nelle isole e di ottimizzare la nostra piattaforma tecnologica". 

Leggi l'intervista a Paoletti: "L'Italia delle startup è periferia.
Meglio un'agenzia digitale, ma internazionale"

Jacopo Paoletti, fondatore e amministratore delegato di Comunicatica, sottolinea l'importanza strategica dell'investimento: "Con Comunicatica e i nostri partner lavoriamo da oltre un anno e mezzo al consolidamento del food delivery in Italia. La nostra partecipazione in PrestoFood.it va in questa direzione, puntando alla crescita della stessa nel breve periodo e in ottica di valorizzazione di questo nostro importante asset nel lungo termine".

 

Ben 116 team formati nel corso della due giorni, 200 mentor sparsi in 24 città italiane (più una estera), 20 iscritti a San Francisco, più di 800 sviluppatori mobilitati, 80 community coinvolte in 16 regioni. Questi i primissimi numeri di Hack.Developers: l'hackathon che ha lanciato la sfida a centinaia di sviluppatori software per rispondere al processo di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Un'iniziativa del Team per la Trasformazione Digitale di Diego Piacentini, in collaborazione con Codemotion. "Non finisce qui. E' importante continuare a lavorare – ha detto in chiusura Mara Marzocchi, 42 anni, co-fondatrice di Codemotion – perché ogni progetto contribuisce a rendere l'Italia un Paese più digitale". 

 

 

I cinque progetti selezionati

Degli 800 sviluppatori coinvolti, 70 hanno partecipato all'evento di Roma negli spazi di LUISS Enlabs (alla stazione Termini). La maratona di sviluppo si è chiusa nel primo pomeriggio con il caricamento dei progetti in gara per il Fast Rabbit, sulla piattaforma Github. Sono stati 5 i progetti selezionati:

  • Library 18app (validazione dei voucher attraverso un QRCode),
  • due progetti dedicati allo SPID,
  • uno alla Carta d'Identità Elettronica
  • e uno al design.

Nel corso della settimana poi la valutazione dei 3 team vincitori, che si aggiudicano buoni d’acquisto per corsi Coursera. Wise Turtle è invece il premio pensato per valorizzare i team che scelgono di continuare l’attività di sviluppo nelle settimane successive all’hackathon, per sviluppare progetti più complessi. In questo caso il termine ultimo per presentare i progetti è il 30 ottobre. Verranno premiati 5 team vincitori, anche in questo caso con buoni d’acquisto per corsi Coursera. 

Il problema del gender gap

A Roma, fra i 20 componenti del Team per la Trasformazione Digitale di Diego Piacentini, c'era anche Floriana Ferrara, 49 anni, esperta in Intelligenza Artificiale e con un'impegno speciale contro il gender gap (è alla guida del progetto NERD – Non è Roba da Donne, nato da una iniziativa del Dipartimento di Informatica di Sapienza). "A Roma sì, hanno partecipato all'hackathon 70 sviluppatori, ma solo 6 ragazze.

Troppo poche. Bisogna impegnarsi di più – dice subito – iniziative come Hack.Developers in ogni caso sono utili. Servono perché abbiamo divulgato dei codici che prima non erano disponibili. Se quel codice non lo apri – spiega – non lo rendi neanche visibile a tutti gli sviluppatori. Ed è bellissimo che tanti sviluppatori si siano interessati a quello che volevamo. Qui abbiamo visto, creatività, innovazione, determinazione e voglia di fare".

Fra le 7 'challenge' a Roma gli sviluppatori si sono concentrati su SPID e 18app. A Firenze (dove hanno partecipato alla maratona 20 sviluppatori) per il Team per la Trasformazione Digitale c'era Simone Piunno. In Toscana, i progetti più hackerati sono stati SPID, 18app e Carta d'identità Elettronica. "Tanta partecipazione, voglia di fare insieme e senso di comunità", dice Simone, per il quale il risultato migliore è stato aver creato un gruppo di "lavoro di persone che sono in connessione e che propongono idee e progetti. E che che fa anche pressione su chi lavora nella PA, spingendolo a fare meglio. Una cosa del genere per la Pubblica Amministrazione non si era mai vista prima". 

Cosa chiedono gli sviluppatori alla PA

Antimo, 34 anni, campano da anni a Roma, manager in Ernst & Young, fa parte del team TPCWare ed è nel gruppo dei tre progetti romani selezionati nel corso dell'hackathon. Il team di Antimo si è concentrato su SPID, lavorando sull'integrazione con i sistemi di sviluppo di applicazioni web e Mobile". Più precisamente, "il nostro lavoro – spiega Antimo – vuole semplificare l'utilizzo del sistema SPID e renderlo più accessibile agli altri sviluppatori".

Michele ha 42 anni, è un tecnico informatico. "Sì, Hack.Developers mi ha convinto: è un'iniziativa che è riuscita a far lavorare insieme esperti in tutta Italia". Michele ha lavorato sulla sfida sugli open data. "Lavoro nella Pubblica Amministrazione e sento il bisogno di una migliore organizzazione degli open data. Sono un mezzo per avere più trasparenza, soprattutto in tema di accesso agli atti".

Daniele, 46 anni, tarantino, a Roma da quasi 30 anni, invece, ha lavorato insieme al suo team alla Carta d'Identità Elettronica, nello specifico sui suoi usi quotidiani. Come la palestra. "Abbiamo creato un'app reale e funzionante grazie alla quale un cittadino può recarsi in una qualunque palestra, che, attraverso un software, può gestirne l'iscrizione con un semplice avvicinamento della carta. La carta stessa – aggiunge Daniele – trasferisce immediatamente tutti i dati anagrafici e grazie al software può attivare l'abbonamento". Il bilancio della manifestazione? "Un'iniziativa importante perché apre finalmente la PA all'open source, dando la possibilità a chiunque voglia contribuire a renderla migliore. Ed è la prima volta che una cosa simile succede in Italia".

 

Più di una settimana di programmazione, in Europa e non solo. Torna, per il quinto anno, la CodeWeek EU. Si parte il 7 ottobre e si continua fino al 22, tra migliaia di eventi e la speranza di superare il milione di presenze registrate nella scorsa edizione. E l’Italia svolgerà ancora un ruolo di leader con 2mila eventi in tutta la penisola, il Paese che ne ospita di più prima di Polonia (412) Germania (221) e Estonia (144).  

La CodeWeek EU nacque nel 2013 per iniziativa dello Young Advisor Expert Group, un gruppo di esperti che hanno collaborato con l’allora vice-presidente della Commissione Europea Neelie Kroes per l'attuazione dell’Agenda Digitale. La prima edizione fu una sorta di prova generale. Nel 2014 l'iniziativa registrò 150 mila presenze e coinvolto 39 Paesi (oggi sono 50). 

Un ruolo conquistato sul campo

L'Italia ha sempre svolto un ruolo centrale: tre anni fa, proprio durante la CodeWeek EU, è stato lanciato "Programma il Futuro", l'iniziativa di Miur e Cini (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l'Informatica) che ha spinto il coding nelle scuole. Dal 2015, la settimana europea della programmazione è coordinata da Alessandro Bogliolo, docente di Informatica Applicata all'Università di Urbino. Un ruolo conquistato sul campo: l'Italia è di gran lunga il Paese che ha avuto la partecipazione più ampia. Risultati che, sottolinea Bogliolo, “fanno del nostro Paese un modello”.

Gli eventi della CodeWeek EU non sono solo per iniziati. L'obiettivo è proprio divulgare l'importanza del “codice”, anche senza computer in mano. Un “evento”, infatti, non è necessariamente una sfida tra professionisti: viene definito come “un’opportunità di venire a contatto con la programmazione, possibilmente in modo immediato, intuitivo e divertente”. A patto che abbia “un luogo (fisico o virtuale), una data e un’orario”. “Anche una festa o un incontro che parli di coding è un evento”, dice Bogliolo.

Le novità della nuova edizione

Il traguardo, spiegano gli organizzatori, è ampliare il più possibile la platea, anche a chi non ha competenze informatiche. Per raggiungerlo, l'edizione 2017 prevede, tra le altre cose, due iniziative inedite. La prima è una caccia al tesoro che si terrà il 14 ottobre: Code Hunting Games. Il gioco invita a risolvere enigmi e scovare Qrcode nascosti nelle proprie città. A comandare le operazioni sarà un bot di Telegram, cioè un software che interagisce con gli utenti sull'app di messaggistica.

La seconda novità è un accordo con eTwinning, una piattaforma europea che mette in contatto gli insegnanti per creare gemellaggi tra scuole. La partnership prevede la creazione di una serie di progetti internazionali dedicati al coding. Per Bogliolo “è un modo per costruire la comunità dal basso”. Perché “il coding come strumento di alfabetizzazione passa dall'entusiasmo degli insegnanti. Se si vuole fare qualcosa per tutti, ritenendo che serva per sviluppare la crescita personale, la scuola è l'unica strada”. Proprio questo legame con la scuola ha reso il nostro Paese il punto di riferimento della manifestazione: nel 2016, la metà del milione di partecipanti è arrivato da eventi italiani. 

“Siamo ancora carenti come materia di studio”, afferma Bogliolo. “Ma grazie a Programma il futuro e ai MOOC, i corsi di formazione per insegnanti gratuiti online sviluppati dall'Università di Urbino, la presenza del coding nelle scuole è oggi massiccio e sistematico. È stato creato un canale di comunicazione diretto con gli insegnanti che nessun altro Paese ha. Neppure Inghilterra e Finlandia, che pure sono più avanti di noi nella formazioni informatica”. Se c'è un difetto nella CodeWeek è proprio un certo squilibrio nella partecipazione dei diversi Paesi. Come mai? “Perché – sostiene il coordinatore – è una rete dal basso. L'Italia ha guardato alla scuola come interlocutore principale sin da subito”.  

La rete funziona: da nord a sud, la mappa degli eventi è omogenea. “Per partecipare – dice Bogliolo – l'unica cosa che serve è la voglia dell'insegnante. Non ci sono scuse legate alla dotazione e alla connettività. Ci sono mille modi di fare coding, con e senza computer. E a costo zero”. Il coding senza computer? “In Sicilia, una scuola ha dipinto mille magliette con le bolle colorate simbolo di CodeWeek e hanno coinvolto il Paese in un flashmob. Non è tanto importante l'attività di programmazione, quanto creare un coinvolgimento emotivo. Solo così si lascia il segno e si avrà un impatto duraturo”. 

Quanto si studia il coding nelle scuole italiane

Se è dalle scuole che si parte, qual è il bilancio di 'Programma il Futuro'?. Per l'anno scolastico 2016-2017, gli obiettivi erano due: coinvolgere almeno il 40% degli istituti scolastici e svolgere almeno 10 ore di attività nel 9% delle classi. I risultati sono stati ampiamente superati: il programma ha toccato 5856 scuole, pari al 71% del totale. E il 22% delle classi ha fatto almeno 10 ore di coding.

Sono stati coinvolti 25.828 insegnanti (quasi il doppio rispetto all'anno scolastico precedente) e 1,6 milioni di studenti (il 60% in più). Si sono moltiplicate anche le ore di programmazione: nel 2016-2017 sono state 22,4 milioni, più del doppio della somma dei due anni precedenti. Ogni studente ha così potuto svolgere, in media, 13 ore e mezzo di coding.

“Finalmente l’Italia si è svegliata” 

 "Finalmente ci siamo svegliati e resi conto che ci sono competenze che i nostri ragazzi devono avere" spiega Giorgio Ventre, coordinatore di Programma il Futuro e professore di Sistemi di elaborazione delle informazioni all'Università Federico II di Napoli, "in tutta Europa l'attenzione al tema della trasformazione digitale è massima. Ma per fare trasformazione digitale, bisogna saper programmare". Per Ventre imparare il coding “è l'acquisizione di una competenza di ragionamento, è il pensiero computazionale. Non possiamo fare Industria 4.0 se non sappiamo come funziona un computer”. 

Ma quanto si studia coding nelle scuole? "Con la ministra Giannini la raccomandazione erano 60 ore di coding l'anno. Ma non è questione di quantità. La battaglia vera è avere delle linee guida forti che diano alle scuole un percorso chiaro". Insomma, non basta il milione e 600 mila ragazzi coinvolti nel 2016 da Programma il Futuro. "Dobbiamo coinvolgere tutti, non una percentuale. Il 100% dei ragazzi deve studiare pensiero computazionale, allo stesso modo con cui si studiano il Teorema di Pitagora e le equazioni di secondo grado". 

Per Ventre "si deve portare a regime un processo che è stato bellissimo, ma quasi di natura prototipale e renderlo normale, facendo in modo che il digitale sia stabilmente presente nella scuola".  E l'importanza del coding e del pensiero computazionale non è sfuggita alle aziende, soprattutto per quello che riguarda la formazione. “Alla Developer Academy – spiega sempre Ventre – non stiamo prendendo solo studenti che studino Ingegneria Informatica o Scienze, ma anche studenti di Filosofia, Medicina, Scienze della Comunicazione, Economia. L'obiettivo? Fare in modo che gli evangelizzatori digitali siano in tutte le professioni". A spingere sull'alfabetizzazione digitale in Italia sono stati e sono anche i Coderdojo, palestre di programmazione gratuite per bambini organizzati da volontari. "Sono stati molto importanti. Sono serviti a "rompere il ghiaccio". Veri momenti di rottura". 

 

Due ragazzi e due ragazze di 24 anni, tutti originari di Roma: Michele Gentile, Paolo Tamagnini, Cristina Menghini ed Elena Troccoli sono i primi laureati italiani in Data Science. Il corso di laurea magistrale, tenuto dall'università La Sapienza di Roma – unica in Italia – vuole formare professionisti in grado di analizzare, interpretare e gestire una quantità sempre maggiore di dati, soprattutto digitali, con particolare attenzione alle pratiche innovative di business, l'industria di Internet, la privacy e la sicurezza. 

"Sogno la ricerca. Questo corso – racconta Michele, giacca e cravatta, barbetta bionda – ci ha aperto un mondo che è un mix tra applicazione e ricerca. La cosa più bella di Data Science è vedere realizzare le idee che abbiamo sui dati". Per Michele "è vero che le aziende cercano esperti di Big Data ma è anche vero che è un termine che va un po' di moda". Però ammette: "C'è la necessità di trasformare quello che è informazione in conoscenza. Per capirsi: il fatto di avere milioni di terabyte di dati a disposizione non vuol dire che li stiamo sfruttando a pieno".

"Il mio sogno? Lasciare il segno"

Michele è stato l'ultimo anno a Barcellona e con un professore ha lavorato ad un progetto di ricerca sulla data anonymization. In concreto, si trattava di prendere "dati da un ospedale e renderli anonimi" per diffondere e condividere le informazioni tra ospedali. "Sono strutture che fanno sì ricerca, ma non sono in grado di gestire i dati". Ora si sta occupando del connettoma. Una nuova scienza che studia il cervello trattandolo alla stregua di una rete. Data anonymization e Connettoma hanno "aperto la strade a collaborazioni con aziende". All'estero? No. Michele ha le idee chiare: "Voglio restare in Italia. Il mio sogno? Lasciare il segno. Mi piacerebbe che ci fosse un prima e un dopo Michele, sfruttando la matematica, mia grande passione, non come sapere solo intellettuale ma anche pratico". 

Anche Paolo, che viene da Ingegneria Gestionale, si vede ricercatore, ma negli Stati Uniti. "Questo master mi ha dato la possibilità di fare un internship a New York – racconta – e ho preparato il mio paper a Chicago: esperienze che mi hanno dato la possibilità di verificare come la Sapienza mi abbia preparato opportunamente alle richieste dell'estero". A novembre Paolo tornerà a New York. "Ma per fare un anno di ricerca su Visual Analytics: sono affascinato dalla grafica e dal design".

Il gender gap c'è ma è inferiore alla media

Il corso, come tutte le materie scientifiche, soffre di una percentuale di donne molto bassa. Ad ammetterlo è anche il presidente del corso di studi in Data Science, Stefano Leonardi secondo cui, però, "meno che in altre realtà simili". Numeri alla mano, su 40 partecipanti al primo anno di corso (2015/2016), dieci erano ragazze. Nel 2016/2017 le donne erano 19 su 64 e quest'anno la stima è 11 su 75. 

Cristina Menghini ed Elena Troccoli però guardano avanti. In fondo è anche per merito loro se il gender gap, si riduce. Piano, ma si riduce. Elena è laureata in matematica e ora anche in Data Science. "Si' è vero, ci sono poche donne. All'inizio su 40 eravamo solamente in 10. Io vengo da matematica, dove devo dire eravamo distribuiti equamente fra uomini e donne. La speranza è che siano molte di piu'". 

Un lavoro che le permetta di applicare quello che ha imparato, è questo il desiderio di Elena: "Ricerca o lavoro? I due ambiti non sono così distinti". Applicare teorie scientifiche per migliorare gli standard di un'azienda, questa è un po' l'obiettivo che Elena si è data. "Sono rimasta sempre in Italia – spiega – sono abbastanza flessibile anche sull'estero". Il suo sogno? "Mi piacerebbe lavorare in un contesto pieno di giovani e continuare a imparare". Anche Cristina viene da Roma, è interessata alla ricerca e ha fatto esperienza in Svizzera, all'Epfl (Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Lausanne). "Ho fatto esperienza con una startup che ha sviluppato una piattaforma che fa corsi per aziende". Poi uno sguardo al futuro: "Come mi vedo? Ovviamente mi piacerebbe fare il Data Scientist".

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