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Il 2 gennaio Tesla ha annunciato un taglio al prezzo della sua vettura più economica, la Model 3, per far fronte alle programmate diminuzioni di incentivi federali sulle automobili elettriche. Il prezzo, riferito al mercato statunitense, scenderà di 2 mila dollari (1.758 euro) fino a 44 mila dollari (38.691 euro) totali, per rendere l’automobile più competitiva sul mercato di massa. Non ancora disponibile in Italia, si prevede che la Model 3 sarà venduta intorno ai 45 mila euro. Se così fosse, rientrerebbe nelle soglie stabilite dal governo con l’introduzione dell’Ecobonus.

Leggi anche: Ecco come cambiare l'auto e avere gli incentivi del governo

La risposta dei mercati alla notizia è stata severa: per timore che i tagli siano conseguenza di una diminuzione degli ordini, Tesla ha perso in borsa il 6,8 per cento, a 3120,12 dollari per azione. Nell’ultimo trimestre del 2018 la casa automobilistica era riuscita ad aumentare la produzione della Model 3, dopo un anno passato a inseguire la domanda. Per Toni Sacconigi, analista della Sanford C. Bernstein and Co intervistato dal Wall Street Journal, il timore del mercato è che la domanda stia rallentando.

La casa automobilistica ha confermato in un comunicato che il totale delle consegne nell’ultimo quarto del 2018 sono più che triplicate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

C'è una data in cui Bitcoin nasce e una in cui inizia a camminare. La prima è il 31 ottobre 2008: Satoshi Nakamoto (chiunque o qualsiasi cosa sia) pubblica “Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System”, il documento che battezza la prima criptovaluta. Il 3 gennaio 2009 Nakamoto “mina” i primi bitcoin. Chiude il “blocco numero 0”, il primo della catena che ancora oggi lega tutte le transazioni, e riceve come ricompensa 50 bitcoin. Valore? Praticamente nullo. Anche perché Nakamoto non sa che farci e non sa dove spedirli.

Dal primo blocco alla prima transazione

Solo il 9 novembre viene rilasciato il primo software open source che rende la blockchain potabile. Poche ore dopo, lo sviluppatore statunitense Hal Finney lo scarica e, il 12 novembre, riceve da Nakamoto 10 bitcoin: è la prima transazione. Si tratta di date e riscontri sicuri. Ma qui si fermano le certezze sulla genesi e sui suoi primi due protagonisti. Ammesso che siano due, perché potrebbero essere di più o anche meno.

A dieci anni di distanza, non si conosce l'identità di Nakamoto, né si sa se sia una persona o un gruppo di lavoro. Tra le tante versioni che circolano, c'è quella secondo cui chi ha inviato e ricevuto le prime criptovalute sarebbero la stessa persona. Perché la prima transazione è stata incassata proprio da Finney? Finney appartiene a quella rete ristretta di cyperpunk nella quale sarebbe stato coltivato il germoglio delle criptovalute.

È possibile che Nakamoto abbia scelto lui solo perché è stato tra i primi a interessarsi alla moneta e ad aprire un portafogli digitale. Ma in questo cyber-Cluedo c'è chi pensa che Finney avrebbe (quantomeno) partecipato al progetto Bitcoin. Potrebbe quindi aver conosciuto Nakamoto, o persino essere Nakamoto. Lui ha sempre negato. E, se ha avuto un segreto da custodire se l'è portato nella tomba: colpito da Sla, è morto a 58 anni, il 28 agosto del 2014.

Bitcoin tra intenzioni e realtà

Nonostante il nome “protocollo” possa spaventare, il documento firmato da Nakamoto è chiaro e di semplice comprensione. Contiene i principi e gli obiettivi della criptovaluta: l'idea è quella di creare “una versione puramente peer-to-peer di denaro elettronico che permetterebbe di spedire direttamente pagamenti online da un'entità ad un'altra senza passare tramite un'istituzione finanziaria”. In quei giorni Lehman Brothers sta crollando e il cyber-punk vuole quello che il pank ha sempre voluto: un sistema che eviti le autorità costituite e rimuova l'intermediazione.

Questo il punto di partenza. È stato così? Al momento Bitcoin si è proposto di essere tante cose (una moneta, un bene rifugio, un asset speculativo) e non si sa esattamente cosa sarà. Ha sicuramente inaugurato l'universo delle criptovalute. Ci sono attività che accettano bitcoin, ma non abbastanza per parlare di moneta, cioè di un mezzo per comprare qualcosa su vasta scala. Dal blocco zero a oggi passando per la prima transazione, la valuta digitale di Satoshi Nakamoto ha fatto ricco qualcuno, rovinato qualcun altro. E di certo non è stato un investimento per deboli di cuore.

Dieci anni per cuori forti

Dal 3 gennaio 2009, si dovrà aspettare il 2011 prima che un bitcoin raggiunga un dollaro. Nel luglio dello stesso anno c'è il primo balzo: supera i 30 dollari. È una mini-fiammata che si spegnerà presto. Il 2013 è l'anno della prima grande galoppata, anche se non certo lineare. Ad aprile si sale oltre i 100 dollari e alla fine dell'anno oltre i mille. La febbre cresce e, abbinata a un mercato privo di controlli, porta al crac. Proprio quando il prezzo prende slancio, nel febbraio 2014 crolla Mt.Gox, la piattaforma di scambio più grande del mondo. Bancarotta. Il bitcoin va in picchiata e rivedrà quota mille solo dopo tre anni. 

Il tappo salta nel 2017: in 105 giorni il bitcoin passa da 1.000 a 2.000 dollari. Ne bastano poco più di 20 per arrivare a 3000. Dieci per scavalcare i 4000. Il bitcoin tira il fiato alla fine dell'estate: impiega due mesi per arrivare a quota 5.000. Poi in un mese e mezzo è già oltre i 9.000 dollari. Giovedì 7 dicembre si arrampica fino a sfiorare i 17.000 dollari. Si gonfia la bolla e il 16 dicembre si sfiorano i 20.000 dollari. Il 22 dicembre 2017, in 24 ore, il bitcoin perde quasi un terzo del proprio valore e scende sotto i 14.000 dollari. In un mese, tra l'inizio di gennaio 2018 e i primi giorni di febbraio, si dimezza.

Non si avvicinerà più ai massimi, ma le fibrillazioni continuano fino all'inizio dell'estate, quando la volatilità diminuisce e il valore regge oltre i 6.000 dollari. Continuano le fibrillazioni, anche se su prezzi decisamente inferiori. L'8 marzo il bitcoin scende sotto quota 10.000. Ma questa volta non tornerà più oltre questa soglia. Con l'arrivo dell'estate, la volatilità frena. Tra settembre e ottobre oscilla di qualche centinaio di dollari poco oltre i 6.000 dollari. Nel giorno del suo decimo compleanno, il 31 ottobre, un bitcoin vale 6.276 dollari. Il 14 novembre, però, negli stessi giorni in cui si “biforca” Bitcoin Cash, riprende la caduta: la moneta virtuale perde il 10% in un solo giorno e il 30% in una settimana. Il 24 novembre scende sotto i 4.000 dollari. A metà dicembre sfiora i 3.000. Chiude il 2018 a 3.689 dollari 2018, un quarto rispetto al valore del primo gennaio.

Che 2019 sarà 

Che 2019? La grande febbre è passata. Non è detto che sia una brutta notizia. Lo è per chi ha acquistato ai valori massimi, ma potrebbe essere un segnale di maturazione del mercato. Si va verso maggiori controlli e regolamentazioni definite su Ico, piattaforma di scambio e monete virtuali. La Sec (la Consob americana) ha tirato il freno sull'introduzione degli Etf e ha puntato gli occhi su società, manovre e progetti troppo disinvolti (quando non fraudolenti). Le norme raffreddano gli entusiasmi, ma sono negative solo per chi guadagna nel Far West. Difficile pensare al ritorno di prezzi stellari, perlomeno con la rapidità vista nel 2017.

Chi guadagna dal mining dovrà quindi essere più accorto, per fare i conti con margini più sottili. Il calo del prezzo, infatti, ha due effetti principali: riduce la ricchezza di chi possiede bitcoin e rende meno conveniente estrarne di nuovi. È una produzione digitale, ma non a costo zero: impone delle spese in componenti e (soprattutto) energia.

Un'analisi di Alex de Vries, economista ed esperto di blockchain, stima che il processo di creazione di bitcoin bruci 7,67 gigawatt. Cioè circa lo 0,5% del consumo elettrico globale e quasi quanto quello di uno Stato come l'Austria. Se le criptovalute valgono troppo poco, c'è il rischio che i costi superino l'incasso. Nel corso del 2018 è diventato poco o per nulla conveniente estrarre bitcoin nei Paesi dove l'energia costa di più.

Ico e cripto-progetti hanno avuto una contrazione: il 2019 dirà se si è trattato di una bocciatura o (più probabilmente) di una sana scrematura. Il quadro all'interno del quale muoversi non si è però disintegrato: è cambiato. Il settore resta vivace e le grandi imprese lo esplorano con sempre maggiore convinzione. Perché Bitcoin, da buon primogenito, ha aperto una strada. Dove porterà? Difficile dirlo. Solo maghi e tifosi hanno certezze.

Tre domande e un punto di partenza

Bitcoin diventerà una moneta? A oggi, è una delle prospettive meno probabili, almeno nell'immediato. Improbabile che, di colpo, chiunque inizi a comprarci il pane dal fornaio. Bitcoin è finito? Non è ai livelli (insani) di fine 2017, ma resta pur sempre oltre i 3.500 dollari. Una cifra paragonabile a quella di un anno e mezzo fa e molto lontana dal valore delle colleghe: un gettone della seconda valuta digitale per capitalizzazione, Ethereum, costa 133 dollari e quello della terza, Ripple, 33 centesimi.

Si può essere certi che non ci sarà un'altra bolla? No. In fondo a gonfiarla sono stati elementi strutturali e psicologici. I primi (mercato piccolo se confrontato con l'attenzione ricevuta, scarsa trasparenza, attività concentrate su poche piattaforme) stanno in parte mutando ma sono ancora lì. E la psicologia della bolla è sempre simile a se stessa. La prospettiva di guadagni facili incoraggia l'euforia e gonfia i prezzi. Quando subentrano pessimismo o (peggio) panico, il prezzo cala e le vendite generano vendite. Con la speculazione che alimenta gli sbalzi d'umore.

Non sempre gli errori del passato insegnano. Nonostante l'anno di crisi però, c'è un segnale positivo: secondo il Cambridge Centre for Alternative Finance, il numero degli utenti che hanno scambiato criptovalute (non solo bitcoin) è raddoppiato tra il 2017 e i primi nove mesi del 2018: da 18 a 35 milioni di persone. Ed è una stima per difetto. Si riparte da qui, si spera con più sale in zucca.     

Tanti discorsi, tanti libri e troppi convegni per parlare del rapporto, difficile ma affascinante, ma noi umani e i robot, e poi arriva Roberto Bolle e tutto diventa improvvisamente chiarissimo. I tre minuti andati in onda la sera del 1° gennaio su RaiUno nel corso dello show “Danza con Me” sono destinati ad essere mostrati nelle scuole per capire la vera anima della tecnologia; e a diventare materia per i corsi universitari, quelli che dovrebbero spiegarci a cosa servono le macchine e a cosa serviamo noi se le macchine ormai fanno tutto o quasi. I tre minuti allora. Sulle note de La Cura di Franco Battiato, il grande ballerino sperimenta un passo a due con un braccio robotico di oltre una tonnellata (mille e duecentoventi chili per la precisione). Un colosso in grado di demolire un muro con un colpo solo altro che danza.

In rete da un mese giravano alcuni momenti delle prove piuttosto emozionanti, ma il risultato finale è di una dolcezza che non ti aspetti. In certi momenti sembra di rivivere la fiaba della Bella e la Bestia, dove la bestia è evidentemente la macchina, un bestione metallico appena addomesticato nell’unico modo in cui si può addomesticare un robot, intervenendo sul suo algoritmo che non è qualcosa di divino e ineluttabile che capita per caso, non è il DNA, è un insieme e di regole e comandi che gli diamo noi.

Il robot ballerino era del tipo NJ 220-2.7 della Comau. Era un robot pensionato, mi hanno raccontato, aveva passato la sua breve vita produttiva in fabbrica, in una catena di montaggio, di quelle per automobili. Era addetto alla verniciatura. Ma i robot invecchiano molto prima delle persone, e così era stato sostituito e venduto ad una società che organizza grandi eventi che ne aveva bisogno per spostare gli schermi di scena, sempre più grandi e pesanti (questo solleva e sposta fino a 220 chili per volta). Il ballo con Bolle è arrivato per caso.

L’idea era di mettere assieme da una parte un ballerino così perfetto da essere definito una macchina, e dall’altra una macchina vera ma renderla così delicata nei gesti da darle un tocco di umanità. C’è voluto un mese e mezzo per programmarne i movimenti e non sono mancati incidenti come quando provando il finale, quando il robot raccoglie da terra la giacca di Bolle e gliela porge, ha letteralmente divelto il pavimento. Non per colpa sua, una questione di programmazione.

All’inizio si muoveva come un combattente di karate ma alla fine pare che persino i cameramen della Rai fossero commossi. In scena, durante le prove, lo chiamavano Rudy, un omaggio a quello che forse è stato il più grande ballerino di sempre, Rudolph Nureyev, considerato a volte algido come un robot ma sempre profondamente umano. E alla fine di tanta bellezza c’è una morale: Rudy, o come diamine lo volete chiamare, insomma il robot pensionato verniciatore che una sera ha danzato con Bolle prima di finire a spostare schermi, era umano non per natura ma perché noi umani lo abbiamo programmato così.

Sta a noi, con tanta tecnologia a disposizione, costruire un futuro in cui al centro ci siano sempre gli uomini e le donne.

"Stiamo creando insieme un nuovo modo di partecipare delle persone alla creazione di valore per la propria comunità". Davide Casaleggio affida a un lungo post sul Blog delle Stelle un articolato excursus dell'esperienza di Rousseau, la piattaforma digitale che dà anche il nome all'associazione di cui è presidente il leader di riferimento di M5s.

"In questi anni – ricorda il figlio dello scomparso cofondatore M5s – Rousseau ha accompagnato il MoVimento nella sua crescita. Quando eravamo solo attivisti con la volontà di cambiare questo Paese era sufficiente un blog, poi i meetup per organizzare le azioni sul territorio e incontrarci di persona, poi lo Scudo della Rete per poter difendere gli attivisti in tribunale. Con le partecipazioni alle elezioni locali abbiamo iniziato a creare le procedure per certificare il fatto che le liste locali fossero composte da cittadini incensurati che non fossero politici di professione".

"Poi – prosegue – arrivarono le partecipazioni alle elezioni regionali e nazionali e abbiamo costruito un sistema per scegliere i nostri rappresentanti nelle istituzioni. Si creò quindi la necessità di collaborare con i parlamentari e consiglieri regionali eletti nelle leggi che presentavano con Lex e poter proporre loro delle nuove leggi con Lex Iscritti. Man mano che gli eletti superavano la soglia dei 2500 emerse anche l'esigenza di collaborare tra di loro e potersi scambiare gli atti. Ma anche di scambiarsi informazioni e formarsi su come funzionavano i meccanismi della politica con l'E-learning".

"Sempre più nazioni interessate al nostro modello"

Nel 2018 il cambio di passo, quando il Movimento "ha visto un'altra evoluzione con la partecipazione al governo di questo Paese", e qui Casaleggio segnala che "solo nel 2018 abbiamo fatto 35 votazioni tra le quali quella che ha permesso agli iscritti di scegliere 329 parlamentari che oggi siedono nei banchi a supporto del governo. Un evento unico al mondo". "Abbiamo riavviato – riprende – il sistema Lex Iscritti e anche quest'anno 6 leggi sono state presentate e votate dagli iscritti e portate in Parlamento. 3.400 atti sono stati condivisi tra eletti per permettere a consiglieri comunali e regionali di lavorare. Ad esempio la norma sulla tutela, controllo e gestione dell'acqua pubblica è stata replicata in 56 comuni. Le iniziative sul territorio sono aumentate, su call to action e activism sono state caricate centinaia di iniziative quest'anno. Ad esempio l'iniziativa 'Alberi per il Futuro' ha visto la partecipazione di 181 comuni dove abbiamo piantato un totale di 9.622 alberi".

"Non a caso – osserva ancora Casaleggio – sempre più nazioni si stanno interessando al nostro nuovo modello di partecipazione, che affiancherà il modello rappresentativo che abbiamo avuto fino ad oggi". "Molte delle attività portate avanti quest'anno sono state concentrate su fattori non immediatamente visibili ma tuttavia molto importanti come la sicurezza e l'assistenza agli iscritti. Nel corso del 2018 abbiamo ricevuto oltre 57 mila email di richiesta di supporto, e oggi siamo in grado di gestirle entro le 24h in giorni normali. Sul fronte della sicurezza e stabilita' del sistema – tiene a garantire – abbiamo trasportato a ottobre tutta l'infrastruttura in una nuova location molto più protetta e performante".

Segnando un nuovo record per il 2018, la SpaceX di Elon Musk spedisce nello spazio il suo primo carico per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Dopo numerosi rimandi nel corso della settimana, alle 8:51 locali (poco prima delle tre del pomeriggio sul fuso orario italiano), un razzo Falcon 9 è decollato da Cape Canaveral trasportando in orbita il satellite Vespucci. Attualmente il più tecnologicamente avanzato, il Gps prodotto dalla Lockheed Martin è dedicato all’esploratore fiorentino da cui prende il nome l’America.

Dodici milioni di dollari 

Il satellite Gps III è una versione di nuova generazione del sistema di geolocalizzazione satellitare, che dovrebbe rendere la tecnologia tre volte più precisa di quella attuale. Il satellite integra anche sistemi che prevengono il sabotaggio delle trasmissioni. Secondo quanto riportato da The Guardian, la Lockheed sta lavorando alla produzione di altri 31 satelliti Gps III per l’aeronautica militare statunitense, per un contratto del valore di 12,6 miliardi di dollari. Il prossimo lancio dovrebbe avvenire a metà dell’anno prossimo.

A differenza di precedenti lanci, in questo caso il Falcon 9 non ha tentato il ritorno sulla Terra con atterraggio controllato. Come spiegato dalla stessa SpaceX, il peso e le dimensioni del carico non hanno consentito di adottare la configurazione del razzo che ne consente il ritorno. Tuttavia, una volta raccolti i dati della missione di domenica, per le future missioni Gps III è previsto che si tenterà di configurare il razzo nella sua versione riutilizzabile, scopo principale di SpaceX fin dalla sua nascita.

 

Oltre il 50% della popolazione europea quando mangia assume anche sostanze chimiche pericolose superiori ai livelli soglia di sicurezza settimanali. Alcune fasce della popolazione, come ad esempio le donne in stato interessante, i neonati e i bambini entro i tre anni di vita, sono maggiormente esposte alle possibili conseguenze per la salute.

Il dato che arriva dall'Efsa, European Food Safety Authority, è il punto di partenza di un lavoro del Bioscience Research Center (BsRC), struttura di ricerca collocata all'interno della fondazione Toscana Life Sciences di Siena, che ha portato alla realizzazione di un'applicazione che permette, in maniera semplice, di accertare se il cibo utilizzato giornalmente e anche settimanalmente possiede ha livelli pericolosi di contaminazione.

Con le ricerche che "abbiamo effettuato è emerso che le indicazioni fornite da Efsa sono difficilmente applicabili da una larga parte della popolazione" spiega l'amministratore delegato di Bioscience Research Center, Monia Renzi. "La complessità è legata – aggiunge – non solo ai calcoli da effettuare ma anche alla possibilità di accesso a dati attendibili sui livelli contaminanti negli alimenti. Altri aspetti critici sono legati alla necessità di valutare non solo il singolo alimento ma l'intero pasto e di tenere in considerazione l'effetto della soggettività del peso corporeo. È noto a tutti, inoltre, che il tonno contiene mercurio come anche lo sgombro e il pesce azzurro in generale".

Dallo studio di questa realtà è stata messa a punto l'applicazione Ultrabio, che appunto nasce "per colmare queste difficoltà oggettive e fornire un servizio alla collettività permettendo a chiunque con un semplice strumento informatico di applicare le linee guida Efsa e gestire semplicemente la propria alimentazione mantenendo i pasti consumati sotto la soglia settimanale di esposizione ai contaminanti chimici consigliata".

L'app stima l'esposizione teorica a sostanze chimiche

"L'applicazione non è un dispositivo medico, ma rende possibile la stima dell'esposizione teorica a sostanze chimiche potenzialmente pericolose utilizzando il dato associato dall'Efsa all'alimento generico e di mettere in relazione il dato di assunzione al proprio peso corporeo".

"Ultrabio – aggiunge l'amministratore delegato di Bioscience Research Center – è stata pensata come una app e nelle fasi di sviluppo abbiamo cercato di semplificare al massimo l'interfaccia per l'utilizzatore. La semplicità del risultato finale non deve trarre in inganno: lo sviluppo dell'app è stato complesso ed ha richiesto oltre due anni di ricerca di personale esperto in contaminazione degli alimenti per trasformare l'intuizione iniziale in un prodotto reale e utilizzabile da chiunque. La maggiore difficoltà che abbiamo dovuto fronteggiare non è stata tanto lo sviluppo dei calcoli complessi che sono alla base della restituzione finale – aggiunge Renzi – quanto piuttosto la creazione di un database completo con livelli di contaminazione scientificamente attendibili ed aggiornati per le oltre ottocento tipologie diverse di alimenti combinabili tra di loro".

"Anche bilanciare il rigore scientifico con la necessità di semplificazione della struttura della app è stato, per noi, un difficile obiettivo da perseguire. Il prodotto finale, seppure perfettibile, prende in considerazione i contaminanti più interessanti per l'utente in termini di salute e per i quali esistono dati solidi, completi e soglie di rischio specifiche e condivise dal mondo scientifico come ad esempio mercurio, cadmio, piombo e composti per fluorurati".

Chi utilizza l'applicazione inserisce i propri dati relativi al peso, sesso ed età e accedendo alla schermata che permette di inserire giorno per giorno le dosi di alimento consumato. Sono attivate anche funzioni specifiche per porre in condizioni di maggiore cautela le donne in stato interessante. Al momento dell'inserimento l'utente puo' visualizzare graficamente, per ogni sostanza chimica considerata, il livello di esposizione soggettivo rispetto alla soglia settimanale consigliata dall'Efsa. Ultrabio, prodotto pensato per non esperti, fornisce report giornalieri e settimanali per permettere la correzione di eventuali criticità bilanciando l'alimentazione e restando sotto la soglia settimanale prevista.

"Un sistema – conclude Renzi – che permette di memorizzare le proprie abitudini alimentari e guidare l'utente al loro miglioramento con indicazioni pratiche semplici basate sulle attuali conoscenze scientifiche in materia di contaminazione degli alimenti e sicurezza alimentare ponendosi nella condizione piu' vicina possibile a quella che viene stimata come soglia di sicurezza settimanale da Efsa".

Un anno orribile. Difficile definirlo in altro modo. Mese dopo mese Facebook ha visto affastellarsi problemi e perdite finanziarie.

Dall'attacco di Soros fino ai ripetuti furti di dati, passando per Cambridge Analytica, ecco cosa è successo e quanto è costato a Facebook e a Mark Zuckerberg.

Gennaio: lo schiaffo di Soros

Il 2017 era stato complesso: Zuckerberg aveva ammesso l'esistenza di molti problemi esclusi o minimizzati in passato. Il 2018 inizia con un profilo insolitamente basso. L'11 gennaio Facebook annuncia cambiamenti all'algoritmo che privilegino “interazioni significative” con amici e familiari, a scapito delle pagine. Per arginare fake news e gruppi d'influenza, il social decide di buttare il bambino con l'acqua sporca. Il 25 gennaio Facebook riceve l'inatteso attacco di un suo azionista. George Soros si presenta al World Economic Forum di Davos e definisce il social network e Google “una minaccia” che “ostacola l'innovazione”. L'esternazione non va giù a Menlo Park. Che inizierà a raccogliere informazioni su Soros. Una mossa che provocherà, a distanza di qualche mese, l'ennesimo imbarazzo.

Febbraio: lividi per Zuckerberg 

Febbraio è un mese tranquillo. L'ultimo. È segnato però da una copertina che racconta un periodo difficile, senza immaginare che ne avrebbe anticipato uno terribile: Wired dedica il numero ai “due anni che hanno scosso Facebook”. In prima pagina c'è un Mark Zuckerberg pieno di lividi, tagli e cerotti. Eppure i colpi più duri devono ancora arrivare.

Marzo: Cambridge Analytica

Il 17 marzo The Observer pubblica l'inchiesta su Cambridge Analytica. La fonte è un ex dipendente, Christopher Wylie. La società d'analisi che ha indirizzato la campagna presidenziale di Donald Trump ha utilizzato i dati di decine di milioni di utenti senza il loro consenso. Nessuna furto: Cambridge Analytica ha sfruttato la disinvoltura di Facebook, che aveva concesso al ricercatore Aleksandr Kogan di raccoglie i dati con la propria app. Peccato che Kogan giri tutto a Cambridge Analytica. Parte la slavina, che prende volume sia per i fatti che per la gestione di Mark Zuckerberg. Per giorni il ceo resta in silenzio. Poi allunga la storica lista dei suoi “scusate”. Il 20 marzo il co-fondatore di WhatsApp Brian Acton, che aveva lasciato il gruppo qualche mese prima per divergenze con Zuckerberg sulla gestione dei dati, scrive su Twitter: “È il momento. #Deletefacebook”. Inizia la campagna “Cancella Facebook”. 

Aprile: Zuckerberg al Congresso

Le crepe di Menlo Park iniziano a notarsi. La società non sa quantificare gli utenti esposti al caso Cambridge Analytica. E non esclude che, viste le norme adottate fino ad allora, ci siano stati casi simili. Spuntano e-mail e documenti che testimoniano quantomeno la sottovalutazione del tema privacy, quando non un aperto dolo dei vertici. Il 10 e l'11 aprile Mark Zuckerberg si presenta davanti al Congresso per rispondere sul caso Cambridge Analytica, sulle influenze russe e sui presunti pregiudizi nei confronti dei conservatori. Zuckerberg si prepara all'appuntamento con un team di esperti che ne cura parole e atteggiamento. Qualche imbarazzo, ma quello che salta all'occhio èl'impreparazione dei parlamentari Usa. Il 30 aprile Jan Koum, co-fondatore di Whatsapp, esce da Facebook, a quanto pare per divergenze su privacy e monetizzazione dell'app.

Maggio: rimpasto a Menlo Park

Facebook cambia la struttura societaria. David Marcus, l'uomo che ha portato al successo Messenger, viene piazzato a capo del neonato team dedicato alla blockchain. Chris Daniels passa dalla guida di Internet.org a quella di WhatsApp. Adam Mosseri, responsabile del NewsFeed di Facebook, diventare vicepresidente di Instagram con delega allo sviluppo del prodotto. Il 25 maggioentra in vigore il Gdpr, il nuovo regolamento europeo sulla privacy. Inevitabile che i fari puntino proprio su Facebook, che dovrà non solo garantire la sicurezza dei dati ma anche maggiore trasparenza nella loro gestione. Il gruppo avvia una serie di iniziative per incoraggiare gli utenti a rivedere le proprie impostazioni.

Giugno: nuove falle

Il 3 giungo il New York Times rivela che Facebook ha concesso ai grandi produttori di smartphone (tra cui Apple, Samsung e Microsoft) l'accesso a un'enorme quantità di dati. La rivelazione è importante non solo il sé, ma anche perché rilancia i dubbi sul rispetto dell'accordo tra Facebook e la Federal Trade Commission. Nel 2011 la Commissione statunitense per il commercio individuò alcune negligenze. Niente multa però, in cambio di una serie di correzioni volontarie. Tra le altre cose, Facebook si impegnò a fornire impostazioni sulla privacy più chiare, a non muovere dati senza consenso esplicito dell'utente e a promuovere un “programma” per la riservatezza “adeguato” alla quantità di informazioni gestite ogni giorno dalla piattaforma. Il 7 giungo, Menlo Park rivela che un bug ha esposto i dati di 14 milioni di utenti. Non sarà l'unico scoperto nel corso nell'anno. Dal punto di vista industriale, giugno porta una gioia e un dispiacere: Instagram raggiunge il miliardo di utenti attivi, ma Facebook abbandona il “progetto Aquila”, che mirava a costruire mega-droni autonomi per portare connettività in aree remote

Luglio: il crollo in borsa

Il 25 luglio, al crollo della reputazione si aggiunge quello del titolo, fino ad allora sordo a qualsiasi allarme. Facebook pubblica i dati sulla trimestrale: fatturato e utile continuano a viaggiare a ritmo elevato, ma non rispettano le aspettative degli analisti. Rispetto la trimestre precedente, il tasso di crescita degli utenti attivi ogni giorno cresce dell'1,44%. Mai così poco. La privacy pesa. Sia perché Facebook accusa un “effetto Gdpr” in Europa, sia perché Menlo Park è costretto ad aumentare le spese e a contrarre i margini, anche nei mesi a venire. Una prospettiva che non piace al mercato: in 90 minuti, il titolo del social network perde il 20% e brucia 120 miliardi di dollari. È la maggiore perdita di valore mai accusata da una società quotata a Wall Street in una singola seduta.

Agosto: bufale e diritti umani

La crisi di Facebook non va in vacanza. Il social network è alla prese conl'espulsione di Alex Jones, animatore di InfoWars e teorico del cospirazionismo. Il suo account viene sospeso. Un'inchiesta di Reuters sostiene che Facebook“sta perdendo la guerra sull'incitamento all'odio in Myanmar”: migliaia di post attaccando i Rohingya, popolazione musulmana perseguitata. Anche le Nazioni Unite accusano Facebook di aver agito “in modo inadeguato”. In aprile, quando era emerso per la prima volta il problema, Zuckerberg aveva promesso che si sarebbe occupato della questione. Il 21 agosto, Facebook afferma di aver individuato una campagna partita dall'Iran. È una delle tante mirate a influenzare e polarizzare il dibattito politico, negli Stati Uniti e non solo.

Settembre: lasciano i fondatori di Instagram

Mentre le questioni privacy e disinformazione non accennano a placarsi (la coo Sheryl Sandberg testimonia al Congresso il 5 settembre), arriva un addio, doppio e inatteso: il 24 settembre i fondatori di Instagram Kevin Systrom e Mike Krieger lasciano la società. Nel post con cui annunciano la loro decisione, manca il canonico ringraziamento al ceo. I due sono in rotta con Zuckerberg, che vorrebbe accentrare la gestione di Facebook e Instagram. Tanto che, per sostituire Systrom, arriva al comando del social fotografico un fedelissimo, Adam Mosseri. Passano meno di 48 ore e il co-fondatore di Whatsapp Brian Acton rompe il silenzio: racconta i motivi che lo hanno portato lontano da Menlo Park un anno prima e afferma di aver “venduto la privacy degli utenti” quando ha deciso di cedere l'app a Facebook. Il 28 settembre la società annuncia di essere stata hackerata. Solo un paio di settimane dopo sarà in grado di dare una dimensione all'attacco: sarebbero stati compromessi i dati di 30 milioni di utenti.

Ottobre: se ne va l'ultimo superstite

L'8 ottobre Facebook lancia Portal, un “maggiordomo digitale” dotato di display: è il primo hardware marchiato Facebook. Sarebbe dovuto arrivare qualche mese prima, ma la bufera privacy ha consigliato cautela per un dispositivo che mette occhi e orecchie nelle case degli utenti. Vengono pubblicati nuovi articoli sul Myanmar e sulla proliferazione di bufale in vista delle elezioni Usa di metà mandato. Lascia la società il co-fondatore di Oculus Brendan Iribe. Con lui se ne va l'ultimo dei sei co-fondatori delle imprese coinvolte nelle tre maggiori acquisizioni di Facebook: WhatsApp (Acton e Koum), Instagram (Systrom e Kriegere), Oculus (oltre a Iribe, Palmer Luckey, che farà capire di essere stato cacciato per il suo sostegno a Donald Trump).

Novembre: le inchieste su Soros 

Il 14 novembre il New York Times pubblica una raccolta di e-mail e testimonianze che confermano quanto i vertici di Facebook siano stati al corrente dei problemi legati alla privacy e alla disinformazione. Che non avrebbero fatto nulla, preferendo “rinviare, negare, sviare”. Oltre a Zuckerberg, la rivelazione colpisce la coo Sheryl Sandberg. Il New York Times svela anche che Facebook ha ingaggiato una società vicina ai repubblicani, Diners, perraccogliere informazioni su George Soros. Sandberg prima nega, poi ammette. Facebook voleva verificare se le parole pronunciate a gennaio durante il World Economic Forum avessero l'obiettivo di far calare il titolo di Facebook per guadagnare da una vendita allo scoperto. La coo sostiene però di aver saputo dell'esistenza di Diners dalla stampa. Una versione che scricchiola il 29 novembre: un nuovo articolo del New York Times sostiene che Sandberg fosse a conoscenza delle indagini già da prima. E non esclude che si stata proprio lei a commissionarle.

Dicembre: accesso privilegiato ai dati

Il 14 dicembre Facebook rivela un nuovo bug, che ha esposto le foto di 7 milioni di utenti. Il 5 dicembre il Parlamento britannico rende pubbliche 250 pagine di documenti (in gran parte riservati) raccolti durante le indagini su Facebook: mail, discussioni interne, dossier. Rivelano alcune prassi, come quella di ripagare in dati le società che più investivano in spazi pubblicitari. Il 17 dicembre il Senato degli Stati Uniti pubblica un nuovo rapporto: afferma che leinfluenze russe sono ben più ampie di quanto pensato, soprattutto su Instagram. Il 18 dicembre è il turno di un'inchiesta del New York Times: Facebook avrebbe concesso a oltre 150 compagnie (comprese alcune delle maggiori società tecnologiche del mondo, come Apple, Microsoft, Amazon e Netflix) un accesso privilegiato ai dati degli utenti. In molte circostanze con una deroga “alla abituali regole sulla privacy”. Il 19 dicembre il governo degli Stati Uniti fa causa a Facebook per il caso Cambridge Analytica. Si tratta della prima azione legale intentata dalle istituzioni Usa contro il social network per aver “fallito nel proteggere la privacy degli utenti”.

Quanto ha perso Facebook

Due classifiche di fine anno sanciscono anche un crisi interna. Facebook è settimo nella classifica del “miglior posto dove lavorare” stilata da Glassdoor. Non male, ma nel 2017 è in vetta. Un anno fa, l'84% dei dipendenti aveva dichiarato di essere ottimista sul futuro dell'azienda. La quota è scesa al 52%. I lavoratori convinti che “Facebook migliora il mondo” sono passati dal 72 al 53%. Nella graduatoria di Comparably sui ceo più amati dai propri dipendenti, Zuckerberg passa dal nono al 33esimo posto. Da inizio anno il titolo di Facebook ha perso un terzo del proprio valore. Rispetto ai massimi di luglio, il calo è superiore al 40%. Tradotto in dollari, vuole dire aver bruciato quasi 180 miliardi. E a rimetterci è soprattutto Mark Zuckerberg, che non è solo presidente e ceo ma anche principale azionista. A gennaio il suo patrimonio era di 75 miliardi. Oggi, secondo il Bloomberg Billionairs IIndex, sfiora i 50: 25 miliardi in meno. Nessuno ha perso così tanto tra le 500 persone più ricche del pianeta.   

 

Gli italiani passano 2,3 ore al giorno online e sempre più su app e smartphone. Per oltre 12 ore al mese si naviga in rete a caccia di contenuti di intrattenimento: gli uomini lo preferiscono ai social, mentre le donne trascorrono sui social network sei ore in più al mese. Sono i dati diffuso da Comscore, fonte di misurazione dell’audience multipiattaforma, che in una ricerca fotografa i cambiamenti nella fruizione di Internet da parte degli italiani negli ultimi 12 mesi e li confronta con quelli registrati negli altri Paesi digitalmente più evoluti

Penetrazione di Internet

Sono 39,3 milioni gli italiani che a ottobre 2018 accedono ad Internet almeno una volta al mese; la penetrazione dell’utilizzo di Internet della sola popolazione maggiorenne è pari al 70%; tale livello registra un aumento del +5% (ottobre 2018 su ottobre 2017) ma evidenzia un potenziale di crescita ancora rilevante se confrontato con quello dei Paesi digitalmente evoluti (Stati Uniti 86%; UK 84%; Francia 82%). Il differenziale è interamente riconducibile alle generazioni più adulte (un italiano su tre oltre i 35 anni non accede a Internet) mentre i giovani mostrano un livello di utilizzo costantemente superiore al 90% allineato a quello dei Paesi più avanzati.

La crescita nella fruizione di Internet continua ad essere trainata dai device mobili: sono 31,5 milioni gli italiani che si connettono a Internet da dispositivi mobili e, di questi, sono ben 12,6 milioni (pari al 32% del totale) coloro che lo fanno esclusivamente attraverso uno smartphone o un tablet.

I Paesi digitalmente più sviluppati continuano a mostrare tassi di accesso in modalità multi-piattaforma (ovvero sia tramite Desktop che tramite device Mobile) più alti rispetto all’Italia dove tale valore si attesta al 48% a fronte, ad esempio, del 68% registrato in Germania e del 67% negli Stati Uniti.

Considerato che l’ingaggio degli utenti su alcune categorie di contenuti particolarmente evoluti come la finanza o molto interessanti per gli investitori come il mondo delle auto continua ad avvenire prevalentemente tramite Desktop, l’audience che naviga  in modalità multi-piattaforma è tendenzialmente quella più pregiata e avanzata.

 

Tempo speso in Rete

Nel 2018 gli italiani maggiorenni hanno trascorso sulla rete in media circa 72 ore ciascuno, con differenze significative tra i segmenti demografici. Mentre infatti i giovani nella fascia d’età 18-24 arrivano a 90 ore/mese, oltre i 35 anni il tempo speso si riduce a 67 ore mese. Le donne maggiorenni, inoltre, con 78 ore medie mese sono connesse più a lungo degli uomini maggiorenni (66 ore mese).

Il 71% del tempo speso complessivo è trascorso su device mobili e di questo il 62% sulle App.

L’ecosistema delle App è completamente dominato dagli operatori stranieri che monopolizzano la classifica delle prime 15 App per numero di utilizzatori nel mese di ottobre.

 

La crescita dei contenuti di intrattenimento

La categoria di contenuti più visitati e con la più alta crescita in termini di tempo speso è quella dell’intrattenimento; 443 milioni di ore mese a settembre 2018 pari a 12 ore medie per utente in aumento del 29% rispetto all’anno precedente; valori ormai allineati a quelli registrati dai social network.

Soprattutto i giovani (18-24) trascorrono il 31% del loro tempo in rete fruendo di contenuti di intrattenimento, nelle fasce d’età mediane (25-34) social e intrattenimento si equivalgono mentre i segmenti più adulti vedono ancora una prevalenza del tempo speso sui social rispetto all’intrattenimento (13 ore medie mese contro 9,7).

Anche il genere è una variabile importante nel determinare la tipologia dei contenuti fruiti: mentre gli uomini maggiorenni spendono più tempo sui contenuti di intrattenimento rispetto ai social (a settembre 13,2 ore medie mese contro 9,7), per le donne maggiorenni vale il contrario con i social (15,6 ore medie mese a prevalere sull’intrattenimento 11,5 ore mese).

 

Tale mutamento di abitudini è confermato dal ranking delle prime 10 entità per tempo speso dove insieme ai social compaiono siti di fruizione di video on line e siti di giochi.

“Assistiamo ad una discontinuità nella fruizione della Rete caratterizzata dall’aumento esponenziale del consumo dei contenuti di intrattenimento” afferma Fabrizio Angelini Ceo di Sensemakers che rappresenta in esclusiva Comscore in Italia. “Tale fenomeno è particolarmente evidente nei giovani e segnala un cambiamento radicale nel sistema complessivo di consumo dei mezzi con significativi impatti economici e sociali nel settore dei Media”.

 

 

Whatsapp ha un problema: si chiama pedo-pornografia. Sull'app ci sono decine di gruppi aperti che condividono immagini di abusi sui minori. Lo afferma un rapporto di due Ong israeliane, Screen Savers e Netivei Reshet. I contenuti, come ha potuto verificare Agi, sono facilmente rintracciabili e accessibili, da chiunque e senza alcun controllo.

I gruppi “liberano” la pedo-pornografia

È un effetto collaterale di una funzione, lanciata nel 2016, che consente di invitare un utente a un gruppo condividendo un link. L'app lo ha fatto per espandere le conversazioni, visto che una concorrente come Telegram fa proprio dei gruppi aperti uno dei propri punti di forza. In teoria, il sistema ha delle limitazioni: non si può entrare fino a quando non si riceve o non si conosce il link per accedere. Whatsapp sa che i gruppi possono essere complicati da controllare. Lo dimostra il fatto che non ha sviluppato un motore di ricerca interno per rintracciarli e ha fissato un limite di membri a 256.

Sono però proliferate app, presenti anche su Google Play, che fanno da archivio. Cercando “Group for Whatsapp” o chiavi di ricerca simili, se ne hanno a disposizione centinaia, organizzate per sezioni: dalla tecnologia al business, dagli appuntamenti ai video virali. Quasi tutte le app di questo tipo hanno una sezione riservata agli “Adulti” o “Vietata ai minori di 18 anni”. Un divieto farlocco, perché nessuno può controlla l'identità dell'utente. Basta quindi trovare l'argomento che interessa e con un clic si viene ammessi al gruppo.

Anche ad alcuni che contengono immagini pedo-pornografiche. Scovarle non è sempre semplice, anche perché le conversazioni sono protette da crittografia end-to-end: solo chi invia e riceve i messaggi può leggerle. Non è in dubbio la necessità della crittografia: una sua modifica mirata a fermare i pedofili – ha fatto sapere un portavoce di Whatsapp a TechCrunch – minerebbe la privacy di centinaia di milioni di utenti. Il problema, semmai, è un numero di moderatori troppo esiguo se confrontato con l'enorme quantità di messaggi spediti ogni giorno.

Le indagini di due Ong

Le Ong israeliane si sono mosse dopo alcune segnalazioni dello scorso luglio. Al termine dell'indagine si sono rese conto che non si trattava di casi isolati ma di “migliaia” di gruppi. Il rapporto ha registrato la condivisione di materiali che incitano alla pedofilia, autoscatti di minori, interazioni tra adulti e bambini. Lo scorso 4 settembre, Screen Savers e Netivei Reshet hanno scritto ai vertici israeliani di Facebook, senza ricevere risposta. Il giorni dopo, hanno inviato una nuova mail, aggiungendo in copia il comitato parlamentare per la tutela dei minori. E questa volta la risposta è arrivata, anche con i fatti. Whatsapp ha rimosso quasi tutti i gruppi che, sin dal nome, indicavano contenuti pedo-pornografici. Il problema, però, sottolineano le organizzazioni, è che nuovi gruppi vengono aperti di continuo.

Pochi occhi per molti utenti

Facebook ha sottolineato di avere “tolleranza zero” nei confronti di contenuti di questo tipo. Come sul social network, anche su Whatsapp viene utilizzato un sistema di ricerca che combina intelligenza artificiale e occhio umano. Il primo confronta le immagini postate con un database nelle mani delle forze dell'ordine. Non sempre c'è corrispondenza, come ha dimostrato il caso di Tumblr: alcune immagini pedo-pornografiche hanno bucato i controlli. L'app è stata punita con una sospensione dall'App Store (il negozio digitale di Apple). La Mela non è stata così rigorosa con Whatsapp.

Quando l'intelligenza artificiale non trova corrispondenza tra immagini pubblicate e già incriminate, serve un intervento manuale: il guardiano più affidabile è ancora l'uomo. Ed è qui il problema: dopo le accuse legate a interferenze russe, bullismo, fake news e contenuti violenti, nel 2018 Facebook ha accelerato lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, ma ha anche raddoppiato lo staff dei revisori umani, da 10.000 a 20.000 persone. Whatsapp è gestita con una struttura dotata di ampia autonomia, costituita da appena 300 dipendenti. Decisamente poco per un'app da 1,5 miliardi di utenti.    

Non facciamoci illusioni: Facebook ci segue ovunque, anche quando non lo vogliamo. È impossibile evitare di essere tracciati per scopi pubblicitari, anche se le impostazione sulla nostra posizione sono disattivate. Lo afferma un'inchiesta di Gizmodo e lo dice anche Facebook.

Nascondersi? Impossibile

La cosa disarmante è che Menlo Park lo conferma candidamente, in una mail: dice che no, non utilizza i dati da WiFi per determinare la posizione se gli utenti hanno disattivato i servizi legati alla geo-localizzazione. “Ma non c'è la possibilità di escludere del tutto il tracciamento”. A scoprire di essere “seguita” nonostante avesse espresso il proprio rifiuto è stata Aleksandra Korolova, professoressa di informatica della University of Southern California. Che commenta così la risposta di Menlo Park: “Le impostazioni sulla localizzazione fornite da Facebook danno solo l'illusione di controllare i dati, ma in realtà non è così”. Tradotto: decidono comunque loro.

Difetto di chiarezza

Facebook, quindi, in assenza di gps non utilizzerebbe i segnali WiFi. Ma, tra indirizzo IP e Bluetooth, ne ha comunque abbastanza per sapere dove siamo. Il social network non ha problemi a confermarlo perché lo scrive anche nella sezione “Informazioni sulle inserzioni”: “Usiamo i dati sulla posizione per mostrare le inserzioni di inserzionisti che tentano di raggiungere persone in un luogo specifico o nelle sue vicinanze. Ecco da quali fonti otteniamo tali informazioni: dove ti connetti a Internet, dove usi il tuo telefono, il luogo del tuo profilo Facebook e Instagram”.

Bloccare le “Impostazioni sulla posizione” non basta. E oltretutto la sezione non è proprio – diciamo – in bella evidenza. C'è poi un altro problema. Questa liberalizzazione del tracciamento non è stata comunicata. Differisce infatti rispetto a quanto detto in passato. In unpost del 2014, Menlo Park scriveva che gli utenti “vedranno gli annunci solo in base alla loro posizione recente e se i servizi di localizzazione sono abilitati sul proprio telefono”. Un “se” che oggi è smentito dai fatti. Facebook non avrebbe quindi avvertito gli utenti con sufficiente chiarezza. Un particolare che non sembra importare molto al social network. A Gizmodo ha sì ammesso di aver sbagliato. Ma solo per non aver aggiornato il post di quattro anni fa. Lo ha fatto solo adesso, dopo la segnalazione di Korolova.

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