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Tutto diventa big data. E  nell'era delle pause caffè, anche i movimenti e i comportamenti dei consumatori davanti al distributore automatico diventano oggetto di studio.  "Ci vediamo alla macchinetta" è una frase tipica tra i dipendenti delle aziende nei momenti di pausa. Ma anche all’interno di scuole, ospedali e altri luoghi pubblici. E sono proprio i consumatori degli snack veloci ad essere al centro dell'ultimo esperimento di Shopper Analytics condotto dall’Università Politecnica delle Marche insieme a CONFIDA l'Associazione Italiana Distribuzione Automatica. 

Migliorare l'esperienza d'acquisto

L’esperimento ha utilizzato quattro telecamere RGB puntate su altrettanti distributori automatici, rispettivamente in un’università, un ospedale, un’area self service e un’azienda. È stato monitorato per 12 settimane il comportamento dei consumatori.

Le sfide dello Iot

Le "macchinette" di ultima generazione consentono, anche grazie all'Iot (Internet of things), di tracciare l'identikit del consumatore. Secondo le rilevazioni per acquistare un prodotto alle vending machine ci mettiamo mediamente 14 secondi e se indugiamo oltre 1 minuto si finisce per non acquistare più.

Più tempo si trascorre di fronte ai distributori automatici, meno si compra: il 32% degli acquisti, infatti, avviene nei primi 5 secondi, mentre soltanto il 2% dopo 60 secondi. Inoltre, solo il 9,9% degli utenti acquista più di un prodotto e le interazioni calano drasticamente quando i consumatori si trovano di fronte a scomparti con prodotti esauriti: il numero degli utenti che si ferma al distributore automatico si riduce dell’8% e la quota degli acquisti scende addirittura del 43%.

All’opposto, aumenta sensibilmente l’attrattività dei distributori di nuova generazione, specialmente quelli dotati di sistemi di pagamento cashless, che conquistano l’attenzione del 23% di utenti in più.

La rivoluzione digitale delle smart vending machine

I distributori automatici di nuova generazione anche dette smart vending machine arricchiscono l'esperienza d'acquisto del consumatore. Questo genere di distributori automatici integra schermi touch che, attraverso il digitale, consentono un'offerta personalizzata mixando gli ingredienti di base come caffè, latte, cacao con granelle e topping creando bevande gourmet, anche nella versione XL con le comode cup-to-go. Inoltre i sistemi di telemetria consentono tramite la rete di controllare la macchina da remoto e accorgersi in tempo reale se mancano prodotti o se c'è un guasto. È possibile fare offerte combinate: un cappuccino, una brioche e una bottiglietta d'acqua. Infine il pagamento mobile, attraverso le APP, permette di poter dialogare col consumatore, analizzando le sue preferenze.

Apple​ ha accantonato il suo piano per costruire un centro dati da 850 milioni di euro in Irlanda. L'impianto sarebbe dovuto sorgere ad Athenry nella contea di Galway e avrebbe dovuto essere uno dei primi data Center di Apple in Europa. Tuttavia alcuni abitanti della contea si sono opposti alla nascita del centro, sollevando preoccupazioni per la flora e la fauna locali, problemi energetici, di inquinamento sonoro e persino pericoli per una pista ciclabile. 

In particolare, spiega The Irish Times, i residenti locali puntano il dito contro l'inquinamento acustico che potrebbe derivare dai 18 generatori che alimenteranno i sistemi, con conseguenti problemi per la flora e la fauna locale.

Il gruppo di abitanti di Galway che si oppongono al progetto sostengono che Apple ha scelto il luogo sbagliato, anche perché nelle vicinanze è presente una scuola con 300 ragazzi e insegnanti, oltre a pecore, mandrie da latte, cavallini Connemara, tutto bestiame allevato in appezzamenti adiacenti. 

La polemica ambientale ha comunque convinto Apple a non costruire il data center. "Diversi anni fa – si legge in una nota di Apple – abbiamo chiesto di costruire un data center ad Athenry. Nonostante i nostri migliori sforzi, i ritardi nel processo di approvazione ci hanno costretto a fare altri piani e non saremo in grado di andare avanti con il data center".

La platea era apparsa entusiasta. Quando il Ceo di Google, Sundar Pichai, aveva fatto ascoltare delle telefonate in cui un software basato su intelligenza artificiale parlava in modo naturale con un essere umano, inframmezzando pure delle pause e interiezioni (inclusi suoni come “aaah” ,“mmm”), il pubblico era scoppiato in un applauso e in risate complici. Doveva essere uno di quei momenti magici che piacciono tanto in Silicon Valley.

“Mette assieme tutti i nostri investimenti fatti negli anni sulla comprensione del linguaggio naturale, la trasformazione del testo in parlato e il deep learning (una branca del machine learning, e dunque dell’intelligenza artificiale, ndr)”, aveva commentato Pichai.
Ma nel giro di poche ore le reazioni al di fuori della mura ovattate del summit di Google sono state di tutt’altro tenore. Prima di arrivare alla polemica, ricordiamo brevemente ci cosa si sta parlando.

Le telefonate di Duplex

Durante Google I/O, la conferenza del colosso tech dedicata agli sviluppatori, il Ceo Sundar Pichai ha fatto ascoltare le registrazioni di due telefonate, la prima per prenotare un tavolo a un ristorante, la seconda per fissare un taglio di capelli dal parrucchiere. In entrambi i casi a parlare per conto del cliente era Duplex, una funzione di Google Assistant, l’assistente vocale dell’azienda tech, che riusciva a interagire con gli esseri umani dall’altra parte della cornetta in modo naturale e sembrando a sua volta umano.

La voce appare quella di una persona, non suona robotica; in più usa pause e intercalari umani per rendere l’esperienza della conversazione più naturale. A parte per alcune risposte che suonano un po’ formali nella composizione della frase, nel complesso la performance mostrata si mimetizza bene come umana, specie nella breve e limitata interazione necessaria a prenotare un tavolo o una seduta dal parrucchiere.

Tuttavia la dimostrazione fatta da Google- attraverso chiamate preregistrate, non erano in diretta – non ha dato alcuna indicazione del fatto che dall’altra parte l’essere umano in carne e ossa che interagiva con Duplex fosse stato avvisato. Qui sotto si possono ascoltare le chiamate

Reazioni e critiche

E dunque in poco tempo sono iniziate ad arrivare le critiche da parte di molti osservatori, secondo i quali Google avrebbe sviluppato una tecnologia in grado di ingannare gli interlocutori fingendosi umana.
“Orripilante”, l’ha definita su Twitter senza mezzi termini Zeynep Tufekci, professoressa alla University of North Carolina, nota e autorevole studiosa dell’impatto delle tecnologie sulla società, e voce critica dei colossi tech.

“Google Assistant che fa telefonate fingendo di essere umano e non dicendo di essere un bot, aggiungendo “ummmm” e “aaaah” per ingannare l’umano dall’altra parte con la platea che applaude…orripilante. La Silicon Valley è eticamente persa, alla deriva e non ha imparato nulla”.

La risposta di Google

Quella di Tufekci non è stata l’unica voce critica, anche se forse la più eclatante. Così, ieri Google è corsa ai ripari facendo sapere che aggiungerà nuove funzioni alla sua tecnologia Duplex – che per ora permette a un software basato su intelligenza artificiale di fare telefonate per prenotare appuntamenti – in modo da rivelare agli interlocutori la sua identità di robot. "Comprendiamo e diamo importanza alla discussione sviluppatasi attorno a Google Duplex”, ha dichiarato l’azienda in una nota. “Come abbiamo detto fin dall’inizio, la trasparenza nella tecnologia è importante. Stiamo progettando questa funzione con meccanismi di trasparenza incorporati, e faremo in modo che il sistema sia identificato in modo appropriato. Quello che abbiamo mostrato a I/O era una prima demo, e vogliamo aggiungere dei feedback mano a mano che la sviluppiamo”.

Il dibattito sull’etica dell’AI

Ma al di là della pezza, il dibattito fra gli addetti ai lavori era decollato. “Gli esperimenti di Google sembrano progettati per ingannare”, ha commentato su TechCrunch Thomas King, ricercatore del Digital Ethics Las dell’Oxford Internet Institute. “All’università se provi a fare qualcosa che coinvolge l’idea di ingannare qualcuno devi dimostrare che ci sia davvero un valore scientifico in quello che stai facendo”.

“Questa tecnologia è meravigliosa e un grande passo in avanti, ma non credo che lo scopo principale di una AI (Artificial Intelligence) sia di imitare gli umani”; ha commentato sul Washington Post il professore del MIT Erik Brynjolfsson. “Invece i ricercatori dovrebbero rendere più semplice per gli umani capire se stanno interagendo con una persona o con una macchina”.

La stessa Zeynep è tornata sul tema specificando in altri tweet che “mentre le tecnologie digitali diventano più capaci a fare azioni umane, l’attenzione deve essere su come proteggere le persone, come distinguere umani e macchine, e come creare segnali affidabili per ognuna. Vedete il 2016. Questo invece è un inganno diretto e deliberato. Non va bene”. Il riferimento è alle precedenti preoccupazioni sull’uso di social media e piattaforme digitali da parte di bot per diffondere propaganda e disinformazione o altri scopi malevoli, e agli effetti che possono avere sia a livello individuale, sia a livello collettivo.

La discussione si inserisce anche nel più ampio, complesso dibattito su come sviluppare applicazioni di intelligenza artificiale che siano “etiche”, che non rinforzino pregiudizi e non siano discriminatorie, che rispettino la privacy delle persone, che non siano “scatole nere” ma semmai il più possibile trasparenti rispetto ai propri “meccanismi decisionali”.

 

Le telefonate di Google, di cui abbiamo parlato un paio di giorni fa, continuano a far discutere e parecchio. È giusto che un umano si trovi a parlare al telefono con l’assistente vocale di Google, praticamente un robot animato da un potente sistema di intelligenza artificiale, senza saperlo? Pensando anzi di parlare con un altro essere umano? No per molti, al punto che Google nelle ultime ore per fronteggiare le critiche ha precisato che l’identità artificiale di chi fa la telefonata sarà in qualche modo rivelata con una frase del tipo: “Pronto, sono un robot di Google, posso parlare con lei?”.

La trasparenza, mentre corriamo veloci verso un futuro che assomiglia alla fantascienza, ha un senso. Anzi, è doverosa. Non a caso la stessa esigenza si avverte in un altro settore dove l’intelligenza artificiale fa passi da gigante: quello delle auto che si guidano da sole.

Finora la linea era che dovesse trattarsi di automobili in tutto e per tutto indistinguibili da una vettura normale (a parte una specie di parabola sul tetto per intercettare segnali). Adesso invece una delle startup meglio posizionate, Drive.ai, fondata da alcuni ingegneri della università di Stanford, 50 milioni di dollari di investimenti incassati un anno fa, e il permesso di debuttare con il primo servizio in Texas fra qualche settimana, ha deciso di prendere la strada contraria: le vetture saranno dei furgoncini arancioni con una scritta grande su fondo azzurro: Veicolo che si guida da solo. E sulle fiancate ci saranno dei piccoli schermi con i quali il computer di bordo potrà dialogare con i pedoni con frasi tipo: “Sto aspettando che attraversi”.

Secondo la fondatrice di Drive.ai, Carol Riley, 36 anni, una delle donne più autorevoli del mondo nel campo dell’intelligenza artificiale, le auto che si guidano da sole saranno i primi “social robot con cui interagiremo”. Ed è giusto saperlo quando ne incontreremo uno. Non manca molto, vedrete. In California le aziende autorizzate a fare i test tre anni fa erano 7: ora sono 34. Praticamente è una invasione.

Il 25 maggio entrerà in vigore il Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr), che imporrà una severa stretta sul trattamento delle informazioni personali dei cittadini europei. Ma a causa di una sbavatura giuridica, questo rischia di essere un serio problema per la trasparenza di Internet. Il nodo riguarda il servizio Whois (letteralmente “chi è”), che consente la consultazione della lista pubblica nella quale sono conservati i dati di tutti i proprietari dei domini registrati nel mondo. E che, sotto la nuova normativa, potrebbe diventare illegale.

Leggi anche: Chi deve garantire il Gdpr non è pronto per l'arrivo del Gdpr

Chi è proprietario di un “nome.com”, quindi di un indirizzo Internet, è automaticamente inserito nel Whois, registro pubblico mantenuto dall’Internet corporation for assigned names and numbers (Icann) e il cui scopo è coordinare la rete ed evitare che esistano due domini identici. L’Icann ha sede negli Stati Uniti, dove è tenuto per legge a pubblicare tali informazioni per ragioni di trasparenza. Ma quelli nel registro sono dati personali, e dal momento che tra questi vi sono anche dati di cittadini europei, l’Icann potrebbe doverli oscurare.

Diffamazione sul web, violazione dei diritti d’autore, contraffazione: le ragioni per le quali il Whois è un servizio indispensabile sono moltissime. Per conoscere il titolare di un dominio oggi è sufficiente una semplice ricerca sul registro, che restituirà tutte le informazioni che lo riguardano. Anche se, naturalmente, esistono dei metodi per evitare di essere identificati, questo semplifica sensibilmente il lavoro di forze dell’ordine e magistrature, che possono ricorrere al registro senza autorizzazioni o particolari procedure burocratiche: “Il fatto che il registro dei nomi a dominio sia pubblico assolve di fatto la stessa funzione del registro automobilistico”, ha spiegato ad Agi Carlo Blengino, avvocato penalista specializzato nel diritto delle nuove tecnologie. “La targa delle auto è un dato personale, perché si riferisce a un soggetto identificabile, ma nessuno potrebbe pretendere di circolare senza solo perché esiste la tutela della privacy”.

Eppure l’Europa ha sollevato il problema, come testimoniato anche da una lunga corrispondenza tra i due enti, liberamente consultabile. In realtà, sul lato europeo, la Normativa europea sui servizi della società dell’informazione – precedente alla Gdpr – prescrive obblighi di trasparenza dei titolari dei siti web. “Ma questi non coincidono necessariamente con i titolari di nomi a dominio, che potrebbero possedere un indirizzo Internet anche senza fornire alcun servizio”, chiarisce Blengino. “La lacuna è normativa, ed è dovuta alla struttura di Internet, o meglio alla gestione dei nomi a dominio nel web”.

Per sciogliere l’empasse giuridico, l’Icann ha proposto al Garante europeo di adottare una limitazione dell’accesso al Whois a categorie specifiche, come giornalisti e polizia. Ma l’Icann è un ente privato, e la possibilità che decida autonomamente su chi ha diritto ad accedere al registro, potrebbe compromettere ulteriormente la trasparenza di Internet, costringendo le stesse agenzie statuali a ricorrere a complesse rogatorie per accedere a dati fondamentali e che finora sono sempre stati pubblici sul web. Inoltre, come ammesso dalla stessa organizzazione, questa soluzione richiederebbe almeno sei mesi solo per essere formulata in forma di proposta operativa, e molto di più per essere adottata. Quindi ben oltre l’entrata in vigore della Gdpr.

Instagram sa come si fa: scruta l’orizzonte (del web), scova app innovative e ne "ingloba" le funzioni all’interno della propria piattaforma. L'ultima novità introdotta dal social è studiata per rendere sempre più realistica e concreta l'interazione tra i follower. Si tratta degli adesivi con le emoji a scorrimento, la cui dimensione aumenta a seconda del gradimento rispetto ad un certo tema. Quando un utente porrà una domanda, potrà scegliere un'emoji per aiutare chi risponde a capire il tono della discussione e, di conseguenza, fornire una risposta adeguata.

Come funzionano le nuove emoji a scorrimento

Gli adesivi con emoji a scorrimento potranno essere aggiunti alle storie di Instagram selezionandoli dall'area apposita dopo aver registrato un video o scattato una foto. L'utente potrà quindi scrivere la domanda e selezionare l'emoji che esprime meglio il tono desiderato. A quel punto, amici e follower potranno rispondere alla domanda contenuta nella storia con l'emoji a scorrimento non appena verrà condivisa. Ecco come utilizzare le emoji su Instagram

Aumenta l'interazione

Con questa ultima novità, aumenteranno le domande che gli utenti potranno fare su svariati temi: dal livello di gradimento per il nuovo singolo di un artista fino a un particolare tipo di cibo. Allo stesso tempo, aumenteranno le possibili sfumature che i follower potranno dare alle loro risposte. Le dimensioni delle emoji scelte varieranno a seconda del gradimento rispetto ad un certo tema. Tutti questi aggiornamenti sono scaricabili nell'App Store di Apple e su Google Play a partire dalla versione 44 di Instagram.

Quando si tratta di sicurezza informatica, il diavolo sta più che mai nei dettagli. Per cui può capitare che un messaggio cifrato inviato attraverso una app e che si riteneva effettivamente distrutto, sbuchi improvvisamente da un’altra parte. È quanto successo con Signal, la nota app di messaggistica cifrata, apprezzata da molti ricercatori ed esperti di sicurezza (oltre che dalla fonte del Datagate, Edward Snowden, che già nel 2015 dichiarò pubblicamente di usarla tutti i giorni). 

Un problema per gli utenti Mac 

Ma cosa è successo? Semplicemente alcuni ricercatori si sono accorti che i messaggi che si autodistruggono inviati col servizio potrebbero continuare a essere leggibili sul proprio Mac, anche dopo che apparentemente sono stati cancellati, se si usa la versione desktop della applicazione (Signal for Mac). 

La app di messaggistica Signal, oltre a garantire chat cifrate in modo robusto (end-to-end, una modalità in cui solo mittente e destinatario hanno le chiavi per cifrare e decifrare), permette di inserire un timer alla scadenza del quale far cancellare definitivamente i propri messaggi. Che possono essere inviati usando le app per smartphone ma anche i client per computer desktop. Tuttavia chi usa la versione per Mac rischia di ritrovarsi ancora quei messaggi sul computer, salvati nel centro notifiche, la funzione del sistema operativo di Apple che conserva gli avvisi provenienti da diverse applicazioni e li mostra all’utente attraverso delle pop-up.

A rilevarlo per primo è stato Alec Muffet – esperto di crittografia e sicurezza prima a Facebook, ora a Deliveroo​ – che ha notato la persistenza dei messaggi nelle notifiche; e successivamente un altro noto ricercatore, Patrick Wardle, ha analizzato il problema tecnico in un post su segnalazione della testata Motherboard.  

Cosa fare 

Nel caso dei messaggi di Signal, tali notifiche possono includere sia il mittente sia il contenuto della conversazione. Ciò significa che un software malevolo che infetti il computer, o chiunque riesca a metterci le mani sopra sarà in grado di leggere messaggi che si ritenevano inviati in modo sicuro e cancellati per sempre. Anche se non è una vulnerabilità particolarmente preoccupante per la maggior parte degli utenti, il consiglio degli esperti per chi utilizza Signal su Mac è di andare sulle Impostazioni della app e disabilitare le notifiche (oppure scegliere di non mostrare nome e messaggio), in attesa che Signal risolva il problema. 

Messaggi sicuri, chi li vuole e chi no 

Resta un periodo agitato per i sistemi di messaggistica cifrata. La stessa Signal recentemente non ha più potuto ricorrere a un trucco che utilizzava per aggirare la censura in alcuni Paesi, e che sfruttava i servizi di Amazon e di Google. Telegram è ancora messa al bando in Russia (e in Iran). Whatsapp ha appena perso il suo secondo cofondatore, che faceva da garanzia rispetto a temi come privacy e sicurezza, e sembra destinata a una integrazione più stretta con Facebook. D’altra parte, l’esigenza di cifrare in modo sicuro le conversazioni private sembra più viva che mai, tanto che anche Twitter starebbe pensando di blindare i propri messaggi diretti. Mentre alcuni Paesi, come la Francia, hanno deciso di farsi una loro servizio nazionale di messaggi cifrati per evitare che membri del governo utilizzino Telegram o analoghe app con server all’estero, o comunque al di fuori dal loro controllo.  

Come valutare le app 

Ad ogni modo, va detto che la valutazione della sicurezza di questi sistemi è qualcosa di estremamente complesso e sfumato, anche a seconda delle esigenze e situazioni individuali. Anche per questo una organizzazione per i diritti digitali come la Electronic Frontier Foundation, che in passato aveva fatto degli schemi comparativi di queste app, recentemente ha tirato i remi in barca, dicendo di rinunciarvi. Perché non ci sarebbe “una soluzione chiavi in mano adatta a tutti”, e ciò che potrebbe essere ragionevole per una persona rischia di essere pericoloso per un’altra. E anche per gli sviluppatori, non c’è un singolo modo corretto di bilanciare sicurezza, usabilità, qualità della comunicazioni, ecc 
 
Le variabili da tenere in considerazione possono essere tante, e per citarne solo alcune, in ordine sparso, ricordiamo: il tipo di cifratura dei messaggi (se è end-to-end, e se il protocollo utilizzato è considerato valido dalla comunità di ricercatori); se la cifratura end-to-end è una funzione automatica o deve essere attivata; se l’usabilità del sistema è tale da evitare possibili errori; se i messaggi si possono cancellare con un timer in modo definitivo dai dispositivi; se è possibile verificare l’identità dei contatti; se il codice è aperto a revisioni esterne; che tipo di metadati sono conservati; se è necessario usare un numero di telefono per iscriversi, e così via. Ovviamente alcuni di queste variabili avranno più o meno importanza a seconda del singolo utente, di dove vive, di cosa fa, e di chi sono i suoi potenziali avversari.

Parliamo di aerei. Di linee aeree. La crisi dell’Alitalia si trascina da anni, anzi da decenni. Quella gravissima di AirFrance è invece notizia di questi giorni. I margini di profitto di quasi tutte le compagnie aeree si sono ridotti ai minimi termini. Eppure non è un settore condannato. Anche qui, il digitale può essere la salvezza, in molti casi lo è già.

Qualche giorno fa Joe Leader, che è il capo dell’Associazione mondiale che si occupa di promuovere il miglioramento delle condizioni dei passeggeri in volo (esiste, si chiama APEX e tiene diversi festival in tutto il mondo), ha detto che le compagnie aeree dal punto di vista del servizio dovrebbero prendere esempio da Google. Vuol dire questo: “Per ogni passeggero si conoscono tutti i dettagli che possono far sì che la sua esperienza in volo sia personalizzata e quindi migliore. Conosciamo nomi, indirizzo, compleanno, carta di credito, preferenze alimentari e di assegnazione del posto e un sacco di altre cose. Tutti questi dati sono un tesoro da sfruttare”.

Quando ho letto questo parole mi è tornata in mente una esperienza che ho vissuto qualche giorno fa: viaggiavo da Vancouver a Roma con un aereo Lufthansa e il primo volo faceva scalo a Francoforte dove mi attendeva una coincidenza. Purtroppo c’è stato un ritardo di 50 minuti. Appena siamo atterrati ho acceso il telefonino e la app di Lufthansa mi ha avvisato che probabilmente non avrei fatto in tempo a prendere la coincidenza per Roma; il tempo di scendere dall’aereo e un altro messaggio mi ha detto che il mio volo era stato riprogrammato due ore più tardi, che il bagaglio mi avrebbe seguito e mi è arrivata la carta d’imbarco. Nel tempo successivo sempre la app, sempre senza che io facessi nulla, mi ha avvisato del cambiamento del gate di imbarco e mi ha infine mandato un alert quando era il momento di muovermi.

Insomma, io a Francoforte non ho dovuto parlare con nessuno, non ho dovuto fare alcuna fila, e di fronte ad un disagio ho avuto il miglior trattamento possibile. Questa cosa non la fa solo Lufthansa: le migliori compagnie aeree stanno investendo su strumenti per analizzare in tempo reale i dati dei passeggeri e per aiutarli a prendere le decisioni migliori. Chi lo fa ha un futuro, gli altri no.

Uber rilancia sui suoi piani di aviazione urbana e sigla un accordo con la Nasa per sviluppare dei modelli che simulino un servizio di trasporto aereo in città. In base all'intesa – che si chiama Space Act Agreement – l'azienda tech fornirà all'agenzia americana i dati e i dettagli dei suoi progetti per un servizio di taxi aereo, che verranno usati dagli scienziati per simulare dei voli su Dallas-Fort Worth.

I dati includono vari scenari, dalla gestione dello spazio aereo alla prevenzione di collisioni. L'annuncio è stato dato durante la conferenza Elevate, il summit annuale di Uber tenutosi a Los Angeles in cui la società ha annunciato una serie di innovazioni e partnership per realizzare il primo network mondiale di aviazione urbana. L'azienda ha poi stretto ulteriori partnership con varie imprese con l'obiettivo di lanciare i primi voli dimostrativi entro il 2020 e i primi voli commerciali entro il 2023.

L'attuale collaborazione di Uber con la Nasa segue un precedente accordo, più generico, stipulato lo scorso novembre. Ora però l'agenzia spaziale americana userà i dati dell'azienda tech per simulare piccoli velivoli di trasporto passeggeri mentre volano sopra Dallas-Fort Worth, uno spazio aereo particolarmente affollato. Uber ha anche firmato un accordo con l'esercito degli Stati Uniti per sviluppare la tecnologia dei propulsori rotori e per sviluppare dei taxi volanti.

Al summit di Los Angeles, Uber ha annunciato diverse nuove partnership e svelato i nuovi prototipi di velivoli a decollo e atterraggio verticale. Tra questi, anche il nuovo Embraer X e il nuovo prototipo di Pipistrel, che utilizza sistemi di propulsione dedicati per il viaggio e il decollo verticale. Uber ha poi firmato un accordo con Crada (U.S. Army Research, Development and Engineering Command, Army Research Lab) che prevede il cofinanziamento e lo sviluppo della ricerca per creare un propulsore co-rotante. Stretta infine una nuova partnership con E-One Moli per lo sviluppo delle batterie.

"Oggi il summit annuale Elevate di Uber – ha dichiarato Jeff Holden, chief product officer dell'azienda di San Francisco – ha 'spiccato il volo' nel mostrare i progressi fatti dal settore aeronautico per rendere UberAIR una realtà concreta entro il 2023. Questo include progettare diversi veicoli, un'apposita tecnologia a sostegno delle batterie, produrre e realizzare un 'sistema operativo' che garantirà sicurezza, precisione e servizi rispettosi dell'ambiente su vasta scala che consentiranno alle città di migliorare radicalmente le loro reti di trasporto. Questo gigantesco sforzo per ottenere un volo con un clic – ha concluso – può essere realizzato solo attraverso una stretta collaborazione tra il settore pubblico e quello privato, esattamente ciò che si prefiggono i summit di Elevate".

Uber è poi alla ricerca della prima città al di fuori degli Stati Uniti dove lanciare uberAIR. Lo annuncia la società in una nota in occasione della seconda giornata di Elevate. Il programma Elevate di Uber, si legge nella nota, intende ridisegnare l'aviazione urbana a livello mondiale. A partire dal 2023, i clienti Uber potranno premere un pulsante e richiedere un volo. Per realizzare questo progetto, Uber ha messo insieme una squadra di partner che comprende produttori di veicoli, società che operano nel campo immobiliare, sviluppatori e molti altri.

Uber ha intenzione di collaborare con tre "città pilota" per il lancio di uberAIR. Questo porterà equilibrio tra il raggiungimento degli obiettivi del progetto e una diversificazione delle aree cittadine in cui effettuare il servizio nel lungo termine. Accanto a Dallas e Los Angeles che sono state precedentemente annunciate come le prime due città partner, Uber è ora alla ricerca di una terza città internazionale che voglia associarsi al progetto. Queste tre città saranno le prime a offrire i voli UberAIR, nell'intento di avviare i primi voli dimostrativi dal 2020 e rendere il servizio disponibile al pubblico entro il 2023.

"Siamo entusiasti dell'interesse manifestato dalla community internazionale, per questo abbiamo formalizzato un processo che permetterà a tutte le città interessate di interagire direttamente con Uber ed esporre la loro visione di come uberAIR possa avere un impatto positivo sul mercato e su come pensano di essere d'aiuto per il lancio e l'ampliamento del servizio", ha commentato Holden.

Questa opportunità, spiega ancora la società, "è aperta a qualsiasi città al di fuori degli Stati Uniti, dove vi sia il desiderio di migliorare sensibilmente la rete dei trasporti e le condizioni che favoriscono la mobilità aerea urbana. Uber è alla ricerca di città in cui le istituzioni nazionali e locali abbiano come obiettivo l'adozione di nuove tecnologie di trasporto. I governi interessati possono visitare Uber.com/air per saperne di più e contattare il team di Uber Elevate entro il 1 luglio 2018.

A decorrere da tale data, il team Elevate avvierà un dialogo concreto con le città che hanno espresso interesse alla creazione, nel proprio territorio, di un network per lo sviluppo di uberAIR". Uber sottolinea infine che "non sta cercando città che offrano agevolazioni fiscali o incentivi locali ma una città con una visione ambiziosa e che stanno investendo nei loro sistemi di trasporto ma, soprattutto, che desiderino rendere uberAIR disponibile ai propri cittadini quanto prima".

Nel primo trimestre 2018, le vendite di Huawei in Europa sono cresciute del 38,6% rispetto allo stesso periodo del 2017. Quelle di Samsung e Apple, invece, sono calate rispettivamente del 15,4 e del 5,1%. Lo afferma un rapporto di Canalys, che così certifica un nuovo equilibrio sul mercato degli smartphone: Huawei resta terzo produttore, ma i due leader non sono più così lontani.

Guardando alle quote di mercato europeo, in vetta c'è Samsung, con 15,2 milioni di dispositivi venduti, pari a circa un terzo dell'intera torta. Alle sue spalle, con 10,2 milioni di smartphone e una quota del 22,2% c'è Apple. La Mela però vede assottigliarsi non poco il vantaggio nei confronti di Huawei, che con 7,4 milioni di unità ha ormai il 16,1% del mercato. Poco più di 6 punti percentuali di differenza. Non poco. Ma occorre comunque ricordare che Huawei ha esordito in Europa solo tre anni fa.

Che il settore sia in trasformazione è confermato dal fatto che il produttore cinese cresca nonostante in un mercato che, nel suo complesso, si restringa: le vendite di smartphone in Europa nel primo trimestre 2018 sono calate del 6,3% rispetto allo scorso anno. Samsung e soprattutto Apple dovrebbero iniziare a guardarsi le spalle anche per un'altra ragione: i dati, da gennaio a marzo, includono i principali smartphone della Mela (iPhone X e iPhone 8) e di Samsung (il Galaxy S9, lanciato a febbraio). Ma non il top di gamma Huawei: P20 e P20 Pro sono stati battezzati a Parigi solo alla fine di marzo. Tradotto: la rimonta del produttore cinese potrebbe continuare anche nel trimestre in corso, grazie a un modello che guarda soprattutto a occidente.

Negli specchietti retrovisori inizia a notarsi anche Xiaomi. Il gruppo è praticamente un esordiente in Europa, ma ha già venduto 2,4 milioni di smartphone, pari a una quota del 5,3%. Sembra poi funzionare il nuovo corso di Nokia: è il quinto produttore, con 1,6 milioni di unità e il 3,5% del mercato. In Europa, quindi, i gruppi cinesi stanno trovando ottima accoglienza. Mentre negli Stati Uniti la situazione resta più favorevole a Samsung ed Apple: anche gli utenti americani possono ordinare online Huawei e Xiaomi, che però (a causa dei dubbi sui legami tra le compagnie e il governo di Pechino) non godono di accordi commerciali con gli operatori telefonici. 

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