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Da tempo ormai le Cassandre si danno il cambio a ripetere più o meno la stessa cosa: il mercato degli smartphone è saturo e si sta trasformando in una bolla destinata prima o poi a esplodere. Eppure continuano a moltiplicarsi i modelli e sempre nuovi produttori entrano nel settore tentando la scalata alle quote lasciate libere da colossi come Samsung, Huawei e Apple.

Cos’è, allora, che permette di svuotare i magazzini? Un paio di considerazioni sul mercato, innanzitutto, che si allarga sempre di più: alle nuove generazioni e ai clienti di intere regioni che fino a poco tempo fa non erano nemmeno prese in considerazione nelle indagini di marketing. L’Africa su tutti, dove la cronica carenza di infrastrutture per la telefonia fissa ha portato al rapido sviluppo di quella mobile, ma anche l’India, il sudest asiatico e l’America Latina. Ma al di là della distribuzione geografica c’è un fattore ‘filosofico’ che viene definito dai clienti e incide moltissimo sul successo di un brand. Non a caso ci sono produttori che amano riferirsi alla clientela come una ‘comunità’ e quello che più di altri è riuscito a farlo è OnePlus.

L’azienda cinese creata da Pete Lau e Carl Pei ha fatto dell’ascolto della community il fulcro del proprio operato e per questo ha optato per una filosofia che ai più può apparire incomprensibile: lanciare un nuovo modello e dopo sei mesi migliorarlo e rimetterlo sul mercato. Da questo approccio nasce la serie ‘T’ di OnePlus, che porta con sé modifiche – a volte appena percettibili – realizzate su input dei clienti rispetto al modello appena uscito.

A maggio OnePlus ha lanciato il suo modello 7, il primo con il display a 90hz e con un comparto fotografico finalmente in grado di competere con produttori come Samsung e Huawei.

 Oggi OnePlus ha presentato a Londra l’update della versione 7 e in tre modelli: 7T, 7tPro e 7tPro McLaren. Tutti hanno in comune il display a 90hz che porta con sé un’esperienza di visione di altissima qualità per uno smartphone, ma anche il solito problema: il consumo di energia. Invece di aumentare la capacità della batteria – che sul 7T è 3.800 mAh e sul Pro 4.085 – OnePlus ha  deciso di sviluppare la ricarica veloce Warp 30 per passare da 0 a 68% di autonomia in 30 minuti. Una sfida in cui si sono lanciato un po’ tutti i produttori: invece di aumentare la capacità della batteria, diminuire i tempi di ricarica.

Una filosofia distante da quella di Huawei e Samsung. Il colosso cinese ha due appuntamenti fissi ogni anno: in primavera con la nuova serie P e in autunno con il Mate e lo stesso può dirsi della concorrenza coreana che a marzo lancia la serie S e ad agosto il Note. Due serie (S vs P da una parte e Note vs Mate dall’altra) che si rivolgono a clientele diverse, mentre l’evoluzione T di OnePlus ‘parla’ alla stessa communiy.

Pensare che chi ha comprato un 7 meno di sei mesi fa possa sentirsi preso in giro dall’uscita di un modello migliorato in tempi così brevi significa non tenere conto di una caratteristica degli smartphone OnePlus: ignorano cosa sia l’obsolescenza programmata. La casa garantisce 2 anni di update del sistema operativo  Android e 3 anni di patch di sicurezza e in giro ci sono ancora non pochi OnePlus 1, il modello divenuto iconico grazie anche a una rivoluzionaria campagna di marketing.

Un altro elemento su cui l’azienda ha investito molto è il sistema operativo: OxygenOs è il meno invasivo tra quelli sviluppati su piattaforma Android e prima di essere distribuito passa attraverso 115 aggiornamenti e 77 mila feedback dalla community.

Gli smartphone della serie OnePlus 7T sono dotati anche di OxygenOS 10.0 con quattro colori Horizon Light tra cui scegliere; impostazioni di personalizzazione memorizzate in un unico luogo come sfondi, stili di orologio e Horizon Light e passaggio da un’app all’altra durante la visione di un video in modalità orizzontale senza dover tornare alla modalità verticale.

OnePlus 7T Pro monta un display da 6,67 pollici senza notch grazie alla fotocamera pop-up. Il sistema a tre fotocamere con software UltraShot ottimizzato per le condizioni di scarsa illuminazione è arricchito dalla modalità macro e dal sistema di stabilizzazione ibrida per i video. Il Pro monta uno zoom 3x rispetto al 2x del 7T.

OnePlus 7T sarà disponibile dal 17 ottobre a 599 euro per la versione con 8GB di RAM e 128GB di storage. 

Il 7T Pro sarà disponibile dalla stessa data a 759 euro con 8GB RAM e 256GB di storage.

E per il secondo anno OnePlus haq rinnovato la partnership con McLaren per dar vita a una versione Limited Edition del 7t Pro con livrea ispirata alla speed tail della suopercar e i dettagli papaya orange, colore di scuderia. McLaren Edition sarà disponibile dal 5 novembre a  859 euro con 12GB RAM e 256GB storage. 

Nella lista nera di Trump, la stessa che include Huawei, sono entrate 28 nuove organizzazioni cinesi. Alcune si occupano di intelligenza artificiale e riconoscimento facciale. Si toccano quindi dirittamente settori sempre presenti nella battaglia tecnologica tra Washington e Pechino, ma fino a ora rimasti sullo sfondo. Non è detto però che sia un segnale di irrigidimento.

La sorveglianza sugli uiguri

L’ingresso nella “Entry list” del Dipartimento Usa del Commercio comporta limitazioni identiche a quelle che coinvolgono Huawei: niente forniture da società americane senza il consenso di Washington. Tra le organizzazione coinvolte ce ne sono tre che incrociano intelligenza artificiale e riconoscimento facciale: Hikvision, SenseTime e Megvii. Il segretario al Commercio Wilbur Ross ha sottolineato che il bando “garantirà che le nostre tecnologie non vengano utilizzate per sopprimere popolazioni minoritarie indifese. Le organizzazioni entità sono state coinvolte in violazioni dei diritti umani, detenzione arbitraria e sorveglianza ad alta tecnologia contro uiguri, kazaki e altri membri di gruppi minoritari musulmani”. Lo scorso aprile, un’inchiesta del New York Times ha rivelato che il riconoscimento facciale è già utilizzato per monitorare la minoranza degli uiguri.

Le fonti del giornale statunitense spiegano che, in alcune aree, vengono effettuate 500.000 scansioni del viso al mese. Il sistema traccia così le “anomalie” e attiva l’allerta: “Se in un quartiere dove vive di solito un uiguro ne vengono rilevati sei, scatta immediatamente un allarme”. La sorveglianza sarebbe stata usata  in città come Hangzhou, Wenzhou e Sanmenxia, a partire dal 2018. E “quasi due dozzine di dipartimenti di polizia, in 16 diverse province”, hanno richiesto l’utilizzo della stessa tecnologia. Il New York Times citava SenseTime e Megvii, ma non Hikvision (per distacco la più grande tra le tre). Che infatti dichiara di “opporsi fermamente” alla decisione di Washington.

Il riconoscimento facciale negli Usa

Ross ha definito “inammissibile” l’utilizzo del riconoscimento facciale per una sorveglianza di massa. Negli Stati Uniti l’applicazione è meno pervasiva, ma molto discusso. Secondo il Washington Post, Fbi e Ice (l’agenzia federale che controlla l’immigrazione) utilizzano le foto delle patenti come archivio e l’intelligenza artificiale come strumento, senza il consenso degli utenti. Alcuni dipartimenti di polizia hanno testato Rekognition, il sistema di riconoscimento facciale sviluppato da Amazon. Pur non essendo stati indirizzati contro specifici gruppi etnici, diverse ricerche hanno dimostrato che sistemi di questo tipo tendono ad avere un tasso di errore maggiore su visi di colore, esponendo così soprattutto determinate etnie.

Intelligenza artificiale e leadership globale

I funzionari americani hanno dichiarato che il provvedimento non ha nulla a che fare con la ripresa dei negoziati sui dazi. Ma nessuno nega che la battaglia commerciale sia legata alla leadership tecnologica, che passa anche dall’intelligenza artificiale. Nel 2017 la Cina ha pubblicato il “New Generation of Artificial Intelligence Development Plan”, che punta a rendere il Paese leader mondiale del settore entro il 2030 (superando proprio gli Usa). L’AI è anche uno dei propulsori di “Made in China 2025”, il piano con il quale Pechino sta convertendo la propria struttura industriale verso settori più tecnologici.

Passa la linea Microsoft?

Secondo Reuters, Hikvision incassa quasi il 30% dei suoi 50 miliardi di yuan (7 miliardi di dollari) all’estero. Ma a subire sono anche le società americane. Due fornitori di Hikvision stanno accusando pesanti cali a Wall Street. Nvidia è in rosso del 4% e Ambarella del 10%. Come per Huawei, l’ingresso nella Entry List è un inconveniente per entrambe le parti. Ecco perché anche le compagnie statunitensi si stanno facendo sentire. Il caso più eclatante, fino a ora, è stato quello di Microsoft. A settembre, il suo presidente, Brad Smith, ha affermato – in un’intervista a Bloomberg Businessweek – che la Casa Bianca starebbe trattando Huawei in modo ingiusto. E che provvedimenti come quello che ha colpito Shenzhen dovrebbero essere basati su “solide basi di fatti, logica e stato di diritto”.

Smith aveva indirizzato alla Casa Bianca un messaggio chiaro: il Dipartimento del Commercio dovrebbe mettere da parte “la mannaia” per usare “il bisturi”. Cioè avere un approccio più selettivo, che non blocchi lo scambio tecnologico di interi settori  ma metta all’indice compagnie e applicazioni specifiche che comporterebbero un rischio la sicurezza nazionale. Meno casi come Huawei e più attenzioni ad applicazioni militari o contrarie ai diritti umani. Il bando di Hikvision, SenseTime e Megvii tiene sì alta la tensione con la Cina, ma sembra andare proprio nella direzione auspicata da Microsoft. 

 

Adesso è ufficiale: la PlayStation 5 sarà in vendita dalla fine del 2020, probabilmente dal mese di novembre. A comunicare la notizia, dopo mesi di rumor della stampa di settore, è stata la stessa Sony attraverso un ampio articolo in esclusiva sulla rivista americana Wired e a un comunicato sul suo blog aziendale.

La quinta incarnazione della piattaforma per videogame di maggior successo arriva dopo sette anni esatti dall’uscita della PlayStation 4 che, a sua volta, aveva sostituito la PlayStation 3 dopo che questa era sul mercato da sette anni. Dal suo arrivo nei negozi nel 2013, Ps4 ha totalizzato oltre 100 milioni di console vendute, vincendo cin ampio margine la sfida delle console casalinghe di questa generazione e lasciando dietro per volumi di vendita sia Xbox One che Nintendo Wii U (e poi anche Switch). Non stupisce quindi che tutti gli occhi degli appassionati e degli addetti ai lavori siano concentrati sugli annunci legati alla prossima console Sony e a come questa potrebbe cambiare il mercato dei videogame.

Here’s Another Picture Of The PlayStation 5 Dev Kits!!!! #PS5 #PlayStation #PlayStation5

Credit: @HYPEBEAST pic.twitter.com/EDgRcA8KmG

— 4 Gamers Gaming (@4GamersGaming1)
October 8, 2019

Controller e hard disk

Le novità più importanti svelate da Sony e dal lead architect di Ps5 Mark Cerny sono relative alla tecnologia che presto avremo in casa. Innanzitutto Sony rivoluziona  completamente il suo DualShock, il controller della console, per dotarlo di un nuovo sistema di vibrazione che passa dall’attuale “rumble” a un vero e proprio feedback aptico: invece di una semplice vibrazione, al giocatore saranno fornite delle sensazioni tattili molto più precise e diversificate, in grado ad esempio di fargli sentire la differenza tra un personaggio che cammina sulla sabbia rispetto allo stesso che nuota.

Sempre sul fronte controller, viene introdotta la resistenza programmabile nei “grilletti”, i tasti dorsali (oggi chiamati L2 ed R2) che gli sviluppatori potranno adattare a loro piacimento, rendendoli ad esempio più duri quando il giocatore deve tendere un arco rispetto a quando sta sparando con un mitra automatico.

Non meno interessante il tema hard disk. Ps5 potrà leggere dei “tradizionali” dischi ottici da 100 GB e avrà ancora un lettore Blu Ray (per l’Ultra hd), ma sarà dotata anche di un disco rigido allo stato solido (SSD) per il caricamento più rapido dei giochi.

L’obiettivo è quello di abbattere i tempi di caricamento e di accensione della console, spesso davvero lunghi anche nelle macchine di questa generazione e sarà anche possibile installare solo alcune parti dei videogame, escludendo quella funzioni non desiderate e che finirebbero solo per occupare spazio in memoria. Un esempio è quello del lato multiplayer che i giocatori interessati solo all’esperienza singola potranno decidere di non installare. Viene poi confermato l’utilizzo della nuova e promettente tecnologia di illuminazione dinamica nei videogiochi, il ray-tracing, che sarà supportato a livello di hardware della Gpu.

L’ultima console

Lo sbarco nel settore dei videogame da parte di Sony risale al lontano 1994 con quella prima PlayStation che, rompendo il duopolio Nintendo-Sega, rivoluzionò il settore e portò il gaming verso un pubblico più adulto. Dopo anni di trionfi ininterrotti e qualche passo falso (l’avventura nel settore mobile con le due poco fortunate Psp), Ps5 potrebbe ora trovarsi di fronte alla più grande sfida da molto tempo a questa parte. Più che guardarsi dalla concorrenza delle storiche rivali Nintendo e Microsoft, la prossima PlayStation dovrà infatti dimostrare di avere ancora un posto nel mondo.

Il settore videoludico da una parte vede infatti la sempre maggiore diffusione di smartphone in grado di riprodurre videogiochi molto elaborati e, dall’altra, l’arrivo del “cloud gaming” di nuove piattaforme come Google Stadia che promettono nei prossimi anni di farci dimenticare la necessità di avere delle console casalinghe fisiche e di sostituirle con quei tablet, quei pc e quegli smartphone che abbiamo già in casa. Convincere decine di milioni di persone per un altro settennato che il miglior modo di videogiocare sarà ancora quello di collegare una nuova “scatola” al televisore potrebbe insomma rivelarsi più complicato.

Nel 1965 l’Universo era qualcosa di semplice, quasi “vuoto”. Grazie al lavoro dei nuovi tre Nobel per la Fisica la nostra visione è completamente cambiata. James Peebles, canadese di 84 anni, è nato a Winnipeg nel 1935, e ha lavorato nell’Università americana di Princeton. Il suo lavoro ha contribuito alla predizione dell’esistenza della radiazione cosmica di fondo, la radiazione elettromagnetica che permea l’Universo e che viene considerata come l’eco del Big Bang.

Questo ci ha permesso di comprendere meglio l’evoluzione dell’Universo e del posto della Terra nel cosmo. Fondamentale è stato anche il suo contributo alla teoria della materia e dell’energia oscura, quello di cui è composto il 95 per cento del nostro Universo e che rappresentano ancora oggi un mistero.

L’altra metà del Nobel va a Michel Mayor, 77 anni, e Didier Queloz, 53 anni. Sono i “cacciatori” di mondi alieni. A loro si deve la scoperta nel 1995 del primo esopianeta, 51 Pegasi b, un gigante gassoso che orbita attorno a una stella a 50 anni luce di distanza.

Queloz era un dottorando di Mayor, quando hanno iniziato a osservare 140 stelle simili al sole per rivelare nane brune e pianeti giganti. Un giorno notarono che la stella 51 Pegasi mostrava oscillazioni periodiche interpretabili come il moto orbitale di un pianeta di massa simile a Giove.

La sorpresa era, però, il periodo orbitale, poco più di 4 giorni, corrispondente a un’orbita vicina alla stella, ben più vicina di Mercurio al Sole. Si trattava di una configurazione inattesa, secondo le teorie dei sistemi planetari correnti. Impiegarono un anno a ripetere le osservazioni per escludere altre ipotesi e il 6 ottobre del 1995 pubblicarono l’osservazione del primo esopianeta intorno a una stella simile al Sole.

Per riuscire nell’impresa hanno usato una tecnica allora pioneristica, la spettroscopia Doppler, anche conosciuta come misurazione della velocità radiale, che permette di rilevare mondi distanti, misurando come la stella madre “vacilla” al passaggio di un pianeta nella sua orbita.

I due astronomi stavano lavorando all’Universiità di Ginevra quando hanno fatto la scoperta. Oggi Mayor è ancora professore emerito nello stesso ateneo. Mentre Queloz lavora all’Università di Cambridge, nel Regno Unito, ed è ancora uno dei protagonisti nella caccia a nuovi pianeti. 

Non ci sono solo gli spifferi antitrust, le multe per la gestione allegra della privacy e le pressioni su Libra. Facebook deve fare i conti con la decisione di applicare una crittografia più rigida a tutte le sue app. Stati Uniti, Regno Unito e Australia hanno inviato a Menlo Park una lettera per chiedere l’apertura di una backdoor. Cioè di una porta di servizio che consenta a forze dell’ordine e intelligence di fare quello che non sarebbe concesso né agli utenti né a Facebook stesso: guardare i contenuti dei messaggi.

Le richieste dei governi

La lettera, rivelata da Buzzfeed e dal Guardian, è stata inviata il 4 ottobre. È firmata dal segretario di Stato britannico per gli affari interni Priti Patel, dal procuratore generale degli Stati Uniti William Barr, dal segretario alla sicurezza degli Stati Uniti Kevin McAleenan e dal ministro degli Interni australiano Peter Dutton. Chiede a Mark Zuckerberg di non “procedere con il suo piano per implementare la crittografia end-to-end nei suoi servizi di messaggistica senza includere un mezzo per l’accesso lecito al contenuto delle comunicazioni per proteggere i nostri cittadini”. Un modo un po’ prolisso per dire: va bene tenere chiuse le finestre per tutelare la privacy, ma quando bussiamo dovete farci entrare.

La crittografia nel nuovo Facebook “privato”

La crittografia end-to-end permette di leggere i messaggi trasmessi solo agli utenti coinvolti nella conversazione. Non possono intromettersi gli altri profili, le forze dell’ordine e neppure chi gestisce il servizio (che comunque può raccogliere dati di altro tipo). WhatsApp ha, già da tempo, adottato la crittografia end-to-end. A marzo Zuckerberg – un anno dopo il caso Cambridge Analytica – ha dichiarato che, passando per una maggiore integrazione tra le piattaforme del gruppo, tutti i messaggi privati saranno presto coperti dalla stessa tecnologia. Quindi anche Messenger e Instagram. È uno dei pilastri del nuovo Facebook, che fa degli ambienti privati e della riservatezza il proprio centro.  

Privacy contro sicurezza (?)

La lettera ripropone una doppia dicotomia (più volte criticate): una riguarda l’opposizione tra salvaguardia degli utenti e dei cittadini; l’altra vede il diritto alla privacy in antitesi alla sicurezza. Due aspetti molto chiari nella lettera inviata a Facebook: “I miglioramenti della sicurezza nel mondo virtuale non dovrebbero renderci più vulnerabili nel mondo fisico. Dobbiamo trovare un modo per bilanciare la necessità di proteggere i dati con la sicurezza pubblica e la necessità che le forze dell’ordine accedano alle informazioni di cui hanno bisogno per indagare sui crimini e prevenire future attività criminali”.

Temuto è, in particolare, il rischio di abusi sui minori. La miscela di profili aperti e conversazioni crittografate potrebbero rendere le chat un pericolo “per i nostri figli”. La lettera cita anche una stima: nel 2018, Facebook ha fatto 16,8 milioni di segnalazioni al National Center for Missing & Exploited Children. Se la crittografia fosse adottata ovunque, Facebook non sarebbe più in grado di vedere il 70% di quel che è riuscito a notare fino a ore. Che vorrebbe dire 12 milioni di casi sospetti in meno.

Facebook non indietreggia

Facebook non sembra intenzionato a piegarsi. Un portavoce ha fatto sapere in una nota che Menlo Park è “fortemente contrario ai tentativi del governo di costruire backdoor perché minerebbero la privacy e la sicurezza delle persone ovunque”.

La società sta “consultando esperti di sicurezza, governi e società tecnologiche e dedicando nuovi team e tecnologie sofisticate in modo da poter utilizzare tutte le informazioni disponibili per aiutare a mantenere le persone sicuro, a partire dai bambini”. Zuckerberg ha dimostrato di avere ben chiaro il quadro della situazione e la linea da seguire: “Le forze dell’ordine – afferma nel dialogo riservato con i dipendenti poi finito sulle pagine di TheVerge – non saranno entusiaste” di un’espansione della crittografia nelle app di messaggistica. “Ma – ha proseguito il ceo – pensiamo che proteggere maggiormente la privacy sia la cosa giusta”.

Snowden dalla parte di Zuckerberg

Il dibattito sulla crittografia come freno alle indagini non è nuovo. Già nel 2016, l’Fbi ha chiesto a Apple di sbloccare l’iPhone di uno degli assassini di San Bernardino. La Mela si era sempre opposta a una backdoor e lo ha fatto anche in quelle ore, con 14 cadaveri sulle strade della California. La questione è complessa. Aprire una porta non dà mai garanzie che poi venga richiusa, né come verrà utilizzata. Potrebbe essere uno strumento nelle mani di hacker coreani o russi, ad esempio.

Senza dimenticare che non è poi necessario andare verso est per incontrare pericoli. Il caso Nsa ha dimostrato quanto il confine tra sicurezza e sorveglianza possa essere sfumato. E proprio l’uomo che ha rivelato le magagne della Nationa Security Agency ha criticato le pretese di Washington, Londra e Canberra. Su Twitter, Edward Snowden (che non si può certo dire un sostenitore di Zuckerberg) ha scritto che, se Facebook cedesse alle pressioni, “si tratterebbe della più grande e immediata violazione della privacy nella storia”.  

“Il nostro Internet era etico, di fiducia, gratis e condiviso. Oggi è passato da risorsa digitale affidabile a moltiplicatore di dubbi, da mezzo di condivisione a strumento con un lato oscuro. Internet consente di arrivare a milioni di utenti a costo zero in maniera anonima e per questo è perfetto per fare pure cose malvagie”. In un’intervista a la Repubblica si esprime così Leonard Kleinrock, cinquant’anni dopo aver lanciato Internet e interrogandosi oggi su pregi ed errori della sua grande visione di allora.

Lo scienziato e pioniere della Rete, afferma anche che all’epoca del lancio di Internet non aveva “assolutamente pensato ai social network” non immaginandone nemmeno la possibilità della loro esistenza: “Allora si pensava a computer che parlavano, ma non alle persone. L’importanza delle persone l’ho capita dopo, con l’arrivo della mail. Poi con l’inizio dello spam nel ’94 cambiarono in male molte cose”. Nel senso che con spam, addio alla privacy, virus, furto di identità, pornografia e pedofilia, fake news, il problema si è posto ed “è nato quando si è voluto monetizzarlo”. Ovvero, “si è trasformato un bene pubblico in qualcosa con scopi privati che non ha la stessa identità del passato”.

Ma all’epoca dell’esordio della Rete, della prima forma di connessione, il punto era che “dovevamo fornire una forte autenticazione di file” sostiene Kleinrock, nel senso che “ciò che mando dev’essere garantito e mai alterato” e perciò “ci voleva una chiara identificazione degli utenti: dimostrare chi comunica”. Ma il punto, aggiunge oggi lo scienziato, è che “non lo abbiamo fatto, non abbiamo messo dei paletti. E ora è difficilissimo” riuscirlo a fare, a riassestare la rotta della Rete.

Ma cosa sarà Internet tra cinquant’anni, chiede il quotidiano. E la risposta di Kleinrock è che “vedo un futuro in cui sarà protagonista l’invisibilità delle macchine”, dice. “Useremo interfacce cerebrali. Avremo un sistema nervoso pervasivo globale per interagire. Ma per farlo dobbiamo trovare un equilibrio etico e tecnologico”.

La scommessa è tutta qua e per ora Kleinrock nel suo laboratorio di Los Angeles sta cercando di plasmare il futuro della Rete e con l’Uncla Connection sta cercando di “replicare l’ambiente che ha portato alla scoperta della rete, fatto di connettività e cervelli, senza la monetizzazione. Lo faremo con menti giovani, con gli studenti. A loro dico che va bene sbagliare, basta continuare a cercare”, conclude.

Instagram prova a bloccare i messaggi sgraditi. Il social network introdurrà in tutto il mondo la funzione “silenzia”, simile a quella già presente su Facebook. Chiunque potrò togliere la voce a un utente, senza necessariamente bloccarlo. E i suoi commenti non saranno più visibili sotto i post.

Come funziona

Gli utenti – ha spiegato Instagram in un post – possono silenziare qualcuno scorrendo verso sinistra un commento, attraverso la sezione Privacy delle Impostazioni o direttamente sul profilo dell’account che si intende fermare. Una volta silenziato, l’account non potrà più commentare i post dell’utente. O, meglio, non sarà più visibile agli altri. Il profilo zittito continuerà invece a vederli, non potendo quindi capire di essere stato messo in sonno. L’utente che ha deciso di fermarlo, vedrà comparire il commento, ma non il suo contenuto. Potrà quindi decidere di ignorarlo o renderlo visibile. In un certo senso, quindi, diventando moderatore dei propri post. Se si silenzia qualcuno, inoltre, non si riceveranno notifiche e i messaggi diretti verranno spostati automaticamente in Richieste di messaggi e chi li ha inviati non potrà verificare se sono stati letti o se il proprio interlocutore è attivo in quel momento. La funzione è reversibile in qualsiasi momento.

“Silenzia” contro il bullismo

Instagram sottolinea che il principale obiettivo è il contrasto del bullismo digitale, individuato a inizio anno dal capo di Instagram Adam Mosseri come uno delle priorità per la piattaforma. È probabilmente per questo motivo che la funzione è strutturata in modo da non far sapere agli account di essere stati silenziati. Rendere il blocco palese potrebbe infatti rinfocolare (anziché placare) il bullismo. Il social è stato presentato come uno “strumento flessibile che permetta ai giovani di parlare, definire ciò che è accettabile per loro e diffondere un clima positivo su Instagram”.

Le azioni a tutela dei minori

Nel giro di poche settimane, è la terza mossa di Instagram per la tutela degli utenti più giovani. La piattaforma ha invitato tutti gli utenti “Creare un adesivo contro l’odio” e mostrare come utilizzano la propria creatività per contrastare il bullismo. Nelle prossime settimane, inoltre, verrà lanciato in tutto il mondo un adesivo contro il bullismo da utilizzare nelle Storie. A settembre, Instagram ha annunciato che i post che promuovono integratori, diete e perdite di peso miracolose non saranno più visibili agli utenti più giovani e saranno oscurati nel caso in cui siano falsi.  

La fisica e l’informatica possono sconfiggere l’odio. È questa la conclusione di uno studio sulle dinamiche con cui gruppi di “haters” si muovono nell’universo virtuale dei social: Facebook e il suo gemello russo VKontakte, in questo caso. A dirlo è il professore Neil Johnson della George Washington University.

In un’epoca di alta interconnessione social come la nostra, le opinioni condivise non rimangono confinate in determinate nicchie sociali o geografiche. Tutt’altro. Riescono a diffondersi ad una velocità senza precedenti. E questo grazie ai social media online che permettono agli “haters” di reclutare agilmente nuovi proseliti, rimpolpando un esercito di utenti dediti all’offesa facile, all’insulto gratuito (e morboso).

D’altra parte, la rete può amplificare e rendere persistente la violenza verbale. Anche quando viene affrontata e condannata, la socializzazione dell’odio resta in agguato, sempre pronta a riemergere. A maggior ragione, quando il controllo dei social media è inefficiente, l’ecosistema online può diventare un ponte per veicolare, sempre più velocemente, messaggi d’odio. Comprendere i meccanismi con cui l’odio si dipana nel mondo virtuale diventa allora fondamentale per neutralizzare gli haters in questo “campo di battaglia globale”.

A preoccuparsi di questo problema sono stati i ricercatori dell’Università di Washington (dipartimento di fisica) e Miami (dipartimento di fisica e informatica). Il professore Johnson e colleghi hanno esaminato le dinamiche di gruppi di odio su due piattaforme social, Facebook e il suo corrispondente russo VKontakte, per un periodo di pochi mesi tra il 2017 e il 2018. Ne è uscito il report Hidden resilience and adaptive dynamics of the global online hate ecology.

Alla base del report: i cluster

Perché l’ecosistema di odio virtuale persiste nelle piattaforme social? Come bisogna affrontarlo? Lo studio americano fornisce intuizioni e quattro vie, potenziali linee guida per neutralizzare questo problema. I metodi attuali per bandire dal mondo virtuale i contenuti di odio sono inefficaci. E questo perché non riescono a fermarli. Anzi, li moltiplicano.

Ma partiamo dall’inizio. Il report esordisce parlando di cluster che si muovono nel mondo virtuale. Di cosa si tratta?

I cluster sono definiti come pagine online o gruppi, aperti e inclusivi, in cui si “incontrano” utenti che condividono opinioni, interessi o scopi dichiarati simili. Si tratta di comunità di internauti che possono unirsi tra loro, amplificando così la viralità dei loro messaggi. A tal proposito, una prima interessante scoperta raggiunta dai ricercatori americani è che i gruppi di odio online sono organizzati in comunità, quasi mai geograficamente localizzate, altamente resilienti. Per questo, quando dei cluster vengono attaccati si rigenerano e riorganizzano rapidamente.

Johnson e colleghi hanno dimostrato che vietare i contenuti di odio su una singola piattaforma social potenzia gli ecosistemi di odio online e promuove la creazione di cluster non rilevabili dalle piattaforme di polizia. In questo modo il contenuto di odio prospera incontrollato, assumendo la forma di una “dark pool“: una immensa pozza nera di messaggi negativi.

L’incidenza dei discorsi d’odio

Nel corso degli ultimi anni, l’incidenza dei discorsi di odio nel mondo online è costantemente aumentata. Da questo dato si deduce che stiamo perdendo la battaglia contro la socializzazione dell’odio. Ed è un problema per il benessere e la sicurezza della nostra società. Inoltre, a detta dei ricercatori americani, l’esposizione all’odio online promuove anche la viralità della violenza nel mondo “reale”, quello offline.

Quattro proposte per invertire la rotta

Studi precedenti a quello americano hanno considerato i gruppi di odio come singole reti, oppure come piccole comunità appartenenti a un’unica rete globale. Nello studio americano è stata studiata la struttura interconnessa di una comunità di gruppi di odio però intesa come una “rete di reti”: un ecosistema in cui i diversi cluster sono reti interconnesse. Allora come gestire queste strutture in continua comunicazione tra loro?

Attualmente, le aziende dei social media devono decidere quale contenuto vietare, ma spesso devono fare i conti con grandi volumi di contenuti e vari vincoli legali e regolamentari.

I ricercatori hanno allora proposto quattro politiche, per un intervento efficace in grado di neutralizzare la struttura e le dinamiche dell’ecosistema d’odio online, che dribblano questo problema. Ciascuna delle politiche suggerite può essere implementata indipendentemente da una piattaforma social all’altra, senza la necessità di condividere informazioni sensibili. Vediamo in cosa consistono le quattro proposte in grado di invertire la rotta della socializzazione dell’odio nel web:

  • Piuttosto che neutralizzare un cluster di haters troppo grande da gestire, sarebbe meglio agire su quelli relativamente piccoli (che, tra l’altro, sono i più diffusi e frequenti). Tuttavia, la messa al bando di interi gruppi di utenti, a prescindere dalle loro dimensioni, può portare all’indignazione nella comunità d’odio attaccata. Il gruppo di haters potrebbe infatti avanzare accuse contro le piattaforme dei social media, rivendicando il loro diritto alla libertà di espressione.
  • Un’altra strategia potrebbe essere quella di “bannare” un piccolo numero di haters, selezionati casualmente all’interno di un gruppo. Questo approccio di individuazione aleatoria non richiede l’uso di informazioni sensibili del profilo utente, e quindi evita potenziali violazioni delle norme sulla privacy. Tuttavia, l’efficacia di questo approccio dipende in larga misura dalla struttura della rete sociale, perché le caratteristiche topologiche (strutturali) delle reti determinano fortemente la loro resilienza ad attacchi mirati o casuali.
  • La terza proposta sfrutta la scoperta secondo cui i cluster si “auto-organizzano” partendo da un gruppo di utenti inizialmente disordinato. I ricercatori americani allora suggeriscono agli amministratori delle piattaforme social di dare vita a piccoli gruppi di utenti “anti-odio” da iniettare nei cluster di haters. In questo modo si darebbe vita ad una azione di neutralizzazione simile a quella messa in moto dal nostro sistema immunitario, quando si trova a dover combattere batteri e virus.
  • Infine, la quarta via sfrutta la tendenza, di molti gruppi di haters, ad avere opinioni tra loro opposte. Gli amministratori delle piattaforme social, allora, potrebbero diffondere nel canale comunicativo di gruppi con idee “polarizzanti”, utenti incentivati a incoraggiare le interazioni tra questi gruppi di odio facendo leva sulle opinioni contrastanti. In questo modo i gruppi di haters sarebbero spinti a combattersi tra loro proprio in forza delle “divergenze di vedute” che li riguarda.

In ogni caso, gli autori raccomandano di prestare particolare cautela nel considerare vantaggi e svantaggi di ciascuna politica. Questo perché la fattibilità della loro attuazione si baserà sulle risorse umane e computazionali disponibili così come sui vincoli legali in materia di privacy. Qualsiasi decisione sull’attuazione di una strategia rispetto ad un’altra deve essere presa sulla base di analisi empiriche e di dati ottenuti mediante un attento monitoraggio dei cluster inclini a socializzare l’odio nel web.

Sta diventando sempre più evidente che soluzioni efficaci per affrontare l’odio online, così come le dispute legali e di privacy che ne deriverebbero, richiedono un’azione congiunta. Richiedono, cioè, l’elaborazione di un piano che coinvolga compagnie tecnologiche, decisori politici e ricercatori. 

Google chiude anche la porta di servizio. Sul Mate 30, il primo dispositivo di Huawei senza le app di Big G, non sarà possibile installare Maps e Gmail neppure utilizzando soluzioni “artigianali” per aggirare il blocco.

Il blocco che si poteva aggirare

Dopo l’iscrizione di Huawei nella lista nera della Casa Bianca, il Mate 30, lanciato a settembre, è sprovvisto delle app di Gmail. È quindi uno smartphone, ma anche un messaggio: pur non essendo la soluzione ideale, possiamo farcela anche senza Google. Nei giorni scorsi, però, l’esperto di cybersecurity John Wu aveva svelato un modo per aggirare i vincoli e installare manualmente le applicazioni di Big G. Che poi è quello che succede in Cina, dove molte app occidentali sono bloccate ma di fatto utilizzate. Adesso Google è intervenuta ed eliminato anche questa possibilità.

Chi sapeva della porta di servizio?

John Wu aveva scoperto di poter installare facilmente Gmail e compagnia grazie a una backdoor: una “porta di servizio digitale” chiamata LZPlay e scaricabile dal sito cinese lzplay.net, adesso non più raggiungibile. Nel post in cui descriveva la falla capace di portare sul Mate 30 le applicazioni, Wu ha affermato che “è abbastanza ovvio che Huawei fosse al corrente di LZPlay ed ha quindi esplicitamente consentito la sua esistenza”. Tradotto: ha portato sul mercato uno smartphone senza app di Google, ma ha lasciato aperto uno spiraglio. Questo non vuol dire che lo abbia aperto. Ma – pur avendolo visto – non avrebbe fatto nulla per tapparlo. In una mail a Bloomberg, Huawei ha negato, affermando di non avere nulla a che fare con LZPlay. Shenzhen non avrebbe quindi alcuna volontà di aggirare il blocco.

Il messaggio di Google

La chiusura della porta di servizio rappresenta un segnale della rigidità con cui Mountain View – al momento – intende procedere. Né Huawei né le società americane (come detto chiaramente Microsoft) hanno interesse a rompere. Si muovono quindi sul ciglio della conformità al provvedimento di Donald Trump. Tra le incognite del blocco, c’era quindi la possibilità che le compagnie potessero abbassare volontariamente la guardia per adeguarsi agli ordini di Washington senza però precludere vie d’accesso non ufficiali. Un po’ come costruire una recinzione senza curarsi troppo di possibili buchi. Il blocco di LZPlay dice che Google pare decisa a rattoppare ogni spiraglio. Un atteggiamento che potrebbe pesare su Huawei. Sapere di non avere scappatoie potrebbe scoraggiare i gli acquirenti nei mercati più esposti: Europa e Paesi in via di sviluppo.  

Il flusso di informazioni nei social network può essere manipolato a tal punto da alterare la percezione del voto politico tra i membri di una comunità virtuale. Così da alterare i risultati elettorali (anche quelli reali). A rivelarlo è lo studio di un gruppo di ricercatori americani coordinato da Alexander J. Stewart dell’università di Houston. La democrazia richiede un elettorato informato. Tuttavia, le moderne tecnologie stanno modificando il modo in cui l’informazione circola nella società. E questo ha ricadute proprio sui processi democratici.

Un gruppo di ricercatori americani (Stewart e altri) si è servito di modelli computazionali per scoprire, sperimentando un gioco online, un meccanismo virtuale che ostacola la democrazia. A minarla può contribuire il cosiddetto “digital gerrymandering”, cioè la presentazione selettiva dell’informazione, da parte di un intermediario, finalizzata a promuovere i propri interessi, piuttosto che quelli del destinatario del messaggio.

L’esperimento

La rete può contribuire a virare il voto politico degli utenti verso una direzione o l’altra. Il gruppo di ricerca dell’Università di Houston ha voluto fare luce su questo fenomeno. L’esperimento di gioco online ha coinvolto 2.520 utenti divisi in due “squadre” (viola e gialla) o, meglio, due partiti. La scena creata è un gioco matematico, a tempo, che premia i partiti in base a due differenti criteri.

Ciascun partecipante può votare per il proprio gruppo o per l’altro e tendenzialmente è incentivato a votare quello di riferimento. Tuttavia deve tenere conto anche dei voti e del comportamento degli altri membri: la direzione del voto non è scontata. Il gioco, infatti, premia il partito che vince con almeno il 60% delle preferenze. Il gruppo che strappa la vittoria all’altro s’intasca due dollari per ogni membro.

Se, però, i componenti di un gruppo si convincono che la loro squadra non avrà mai i numeri necessari a vincere, potrebbero accordarsi e votare gli avversari: in questo caso, se dovesse vincere quel gruppo, ottenendo almeno 6 voti su 10, la squadra perdente si aggiudicherà comunque un premio: 50 centesimi ad ognuno. Se invece nessuno dei due partiti raggiungerà il “quorum”, il gioco non elargirà nessun tipo di premio.

Questo gioco strategico permette di capire il ruolo che il “dubbio” ha in una situazione come questa. L’incertezza, infatti, può influenzare il risultato “elettorale” finale. I componenti della squadra che si dà per perdente saranno condizionati e quindi spinti a votare per l’altro gruppo pur di ricevere un premio (anche se più basso).

Ma c’è un tranello

I giocatori hanno, dunque, un incentivo a trovare un compromesso in modo da portare una squadra a vincere con almeno il 60% dei consensi. C’è, però, un tranello: i partecipanti possono comunicare solo con altri cinque giocatori alla volta. Ciascuno di loro potrebbe, ad esempio, capire come due dei propri compagni di squadra e tre della squadra avversaria intendano votare. Oppure quattro della propria squadra e uno dell’altro gruppo.

Il risultato? A seconda degli utenti con cui i giocatori comunicheranno, potranno avere un’impressione diversa di ciò che, probabilmente, accadrà. Di conseguenza prenderanno decisioni, tra loro, diverse.

Lo studio del “gerrymandering”

I ricercatori si sono focalizzati sul fenomeno del “gerrymandering” (cioè dell’alterazione dell’informazione) nell’ambito dei social network. L’ origine di questa parola inglese non è così recente. Viene ideata da Elbridge Gerry, ex governatore del Massachussets, che più di due secoli fa inventa un metodo per alterare i confini dei collegi elettorali. Gerry scopre che attraverso la manipolazione dell’informazione è possibile aggregare in modo esponenziale gli elettori favorevoli al proprio partito, cercando di mettere in minoranza quello avversario.

Conclusione

“Quando un gruppo può utilizzare la rete per convincere il maggior numero possibile di membri della propria squadra che per loro è necessario fare un compromesso, questo “partito” ha un vantaggio enorme”, commenta Stewart

I ricercatori hanno potuto dimostrare che le decisioni dei partecipanti virtuali, e quindi dei potenziali elettori reali, molto dipendono dai feedback ricevuti. Nel gioco “strategico” anche pochi voti in più, da una parte o dall’altra, possono fare la differenza. “La nostra – conclude Stewart – è un’analisi che fornisce una prova della vulnerabilità dei processi decisionali collettivi rispetto alla distorsione sistematica dei messaggi attraverso il passaggio di informazioni limitate”.

Disponibile qui lo studio dell’Università di Houston

 

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