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AGI – L’ambiente alpino e i mari italiani sono gli osservati speciali nel monitoraggio dei possibili effetti dei cambiamenti climatici in Italia. I nostri ghiacciai fondono ogni anno di più, e i mari mostrano evidenti aumenti di temperatura, con alterazioni marcate nel Mar Ligure, Adriatico e Ionio Settentrionale; evidenze di stress idrico per le colture e le specie vegetali in alcuni casi studio analizzati dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa).

Questi sono solo alcuni dei 20 indicatori scelti dal gruppo di lavoro di 18 tecnici, opportunamente coadiuvati da altre decine di esperti provenienti non solo dalle Agenzie per la protezione dell’ambiente o dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ma anche da altri istituti ed enti di ricerca, racchiusi nel volume di 248 pagine che rappresenta il primo studio di questo livello sul monitoraggio degli impatti dei cambiamenti climatici in Italia, presentato oggi attraverso l’evento online dedicato. 

Il rapporto Snpa sugli indicatori d’impatto dei cambiamenti climatici fornisce un primo quadro conoscitivo sui fenomeni potenzialmente connessi ai cambiamenti climatici in Italia e rappresenta un sistema dinamico e aggiornabile, anche in funzione di eventuali nuove acquisizioni scientifiche. Per tenere sotto osservazione il fenomeno dei cambiamenti climatici e misurare l’efficacia delle azioni di contrasto e adattamento adottate, Snpa ha individuato un primo set di 20 indicatori nazionali e 30 casi pilota regionali afferenti a 13 settori vulnerabili già individuati nell’ambito della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e dalla successiva bozza del Piano nazionale.

Si va dalle risorse idriche al patrimonio culturale, passando attraverso agricoltura e produzione alimentare, energia, pesca, salute, foreste, ecosistemi marini e terrestri, suolo e territorio, ambiente alpino/appenninico e zone costiere. L’ambiente alpino presenta evidenti tendenze alla deglaciazione.

A causa dell’effetto combinato delle elevate temperature estive e della riduzione delle precipitazioni invernali, si registra una perdita costante di massa (bilancio di massa dei ghiacciai, indicatore nazionale e caso pilota su Valle d’Aosta e Lombardia), con una media annua pari a oltre un metro di acqua equivalente (cioè lo spessore dello strato di acqua ottenuto dalla fusione del ghiaccio) dal 1995 al 2019: si va da un minimo di 19 metri di acqua equivalente per il ghiacciaio del Basodino fra Piemonte e Svizzera al massimo di quasi 41 metri per il ghiacciaio di Careser, in Trentino Alto Adige. A tali fenomeni si aggiunge una chiara tendenza al degrado del permafrost.

L’analisi di due siti pilota regionali (Valle d’Aosta e Piemonte) evidenzia un riscaldamento medio di +0,15 C ogni 10 anni con un’elevata probabilità di “degradazione completa” entro il 2040 nel sito piemontese: infatti si ha permafrost solo in presenza di temperature negative al di sotto dello strato attivo del suolo per almeno due anni consecutivi, condizione che rischia di scomparire al 2040.

Anche passando dai monti al mare la situazione mostra segnali inequivocabili: all’aumento della temperatura del mare corrisponde già una significativa variazione della distribuzione delle specie, con un aumento della pesca nei mari italiani di quelle che prediligono temperature elevate (specie di piccole dimensioni come acciuga, sardinella, triglia, mazzancolle e gambero rosa), che si stanno diffondendo sempre più a nord nei mari italiani.

Penalizzate, invece, le specie di grandi dimensioni, talvolta di grande interesse commerciale, come il merluzzo, il cantaro, il branzino, lo sgombro e la palamita. Questo fenomeno è fotografato dall’indicatore “temperatura media della cattura”, calcolata anno per anno in base alle catture commerciali, cresciuta di oltre un grado negli ultimi 30 anni (un fenomeno più marcato nei mari del sud, nel Tirreno e mar Ligure rispetto all’Adriatico). Le variazioni del livello del mare costituiscono fonte di preoccupazione per le conseguenze sulle coste: gli incrementi, dell’ordine di pochi millimetri l’anno (valori medi del trend pari a circa 2,2 mm/anno con picchi nel Mare Adriatico di circa 3 mm/anno), sono continui e appaiono ad oggi irreversibili.

Particolare attenzione merita il caso di Venezia, dove è presente un fenomeno combinato di eustatismo (innalzamento del livello del mare) e subsidenza (abbassamento del livello del terreno): nel lungo periodo (1872-2019) il tasso d’innalzamento del livello medio del mare si attesta sui 2,53 mm/anno, valore più che raddoppiato a 5,34 mm/anno considerando solo l’ultimo periodo (1993-2019).

Evidenze di stress idrico per le colture (mais, erba medica e vite) e le specie vegetali analizzate (ambienti naturali tipici del Friuli) si riscontrano nei casi pilota di Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia, dove la carenza continuativa di rifornimento idrico valutata in diversi mm/decennio può comportare sul lungo periodo possibili conseguenze sul ciclo di crescita e riproduttivo, e una consistente perdita produttiva con evidenti ricadute economiche.

I segnali che emergono sembrano già delineare per l’Italia fattori di criticità sia per le risorse naturali che per i settori socio-economici indagati: nella maggior parte dei casi le tendenze rilevate appaiono già coerenti con quanto atteso in un contesto di cambiamento climatico, ma sarà dalla continua osservazione dei fenomeni nel tempo, dall’analisi statistica dei dati e dalle operazioni di validazione con dati sul campo, che le attuali evidenze potranno essere confermate nonché depurate dall’effetto di altri fattori e più chiaramente attribuite alle variazioni del clima in atto. 

AGI – Una maglietta con sensori immersi nel tessuto, senza componenti metallici, in grado di rilevare i nostri parametri bio-vitali e di trasmetterli, in modo intelligente e super veloce, in 5G.

Si chiama YouCare, è frutto di un progetto nato in collaborazione tra AccYouRate, un’azienda italiana, e il gigante tecnologico cinese ZTE ed è stata presentata nel giorno di apertura del Mobile World Congress a Barcellona, tra le più importanti fiere del settore TLC in Europa e nel mondo (che torna dopo un anno di stop a causa dell’emergenza Covid). In Spagna è stato presentato un prototipo.

A settembre poi sono già in programma i primi test di connettività 5G ZTE nel Centro di Innovazione e Ricerca della compagnia di Shenzhen dell’Aquila.

Lo smart clothing, i numeri del mercato

Il progetto di AccYouRate e ZTE rientra in un settore, quello dello Smart Clothing, in grande sviluppo.La previsione di andamento del mercato, per i prossimi anni, mostra un aumento del 180% della domanda.

Il polimero addosso

YouCare è tessuta in un materiale intelligente, in grado di rilevare parametri come un elettrocardiogramma, il respiro, le componenti del sudore, lo sforzo muscolare, la temperatura e di trasmetterlo per tutte le successive elaborazioni in 5G. Il suo materiale, più precisamente un polimero, è in grado di monitorare la salute, lo stress, i comportamenti di vita attivi, migliorando la sicurezza e la qualità della vita dei lavoratori, degli sportivi, degli anziani: in questo senso la tecnologia 5G consente una risposta veloce agli eventi critici e di prevenzione.

Dai device ai centri di controllo

I parametri bio-vitali di YouCare vengono inviati ad una centralina miniaturizzata che registra i dati, li converte in formato digitale, inviandoli grazie al 5G ad una piattaforma bidirezionale che li trasmette allo smartphone o allo smartwatch dell’utente e ad una unità remota che ne analizza i valori con un software medico.

Assistenza domiciliare

Questa tecnologia apre la porta a nuovi servizi di tutela della salute nei settori della telemedicina, del lavoro, dello sport e del benessere della persona in generale. “È un’invenzione che cambierà la vita e la qualità dell’assistenza domiciliare e remota ai molti cittadini che attraversano problemi di salute e alle persone vulnerabili affette da malattie croniche, garantendo accessibilità ai servizi di assistenza e supporto del nostro network nazionale ed internazionale  – ha spiegato Francesco Rocca, Presidente di Croce Rossa Italiana, e Presidente della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa. 

“Lavoriamo al progetto dal 2018 – ha aggiunto – e poter presentare oggi i risultati di questa importante sperimentazione, nata nel momento più difficile dell’emergenza Covid, ci permette di pensare con orgoglio al cammino fatto finora e di guardare al futuro con la speranza e la certezza di aver dato dimostrazione dell’impegno, capacità e dedizione del network Croce Rossa, nell’utilizzo e nella diffusione delle nuove  tecnologie al servizio della persona e della società”.

La sperimentazione a L’Aquila

Alla presentazione hanno partecipato anche i vertici di ZTE. “Siamo particolarmente orgogliosi di essere partner di questa straordinaria innovazione – ha dichiarato Xiao Ming, International Business President del colosso cinese delle telecomunicazioni – siamo fermamente convinti che la nostra tecnologia 5G sia la chiave per un miglioramento della qualità della vita”. Mentre Hu Kun, Ceo di ZTE Italia e Presidente di ZTE Western Europe ha sottolineato: “Noi crediamo nel talento e nei talenti e intendiamo continuare a dare il nostro contributo allo sviluppo tecnologico a matrice Italiana e di valenza globale. Per questa ragione, a cominciare dal prossimo autunno, avvieremo su YouCare una azione di test all’interno del nostro Centro di Innovazione e Ricerca sul 5G situato a L’Aquila”.

AGI – Dietro alle immagini di una videocamera di sorveglianza o nelle riprese di un fatto di cronaca realizzate con uno smartphone si possono nascondere dettagli determinanti nella ricostruzione dei fatti, nell’individuare un colpevole o nello scagionare un innocente. Ma non sempre video e foto hanno il dono della chiarezza. A complicare poi le cose c’è la manipolazione di filmati e immagini, che può ingannare e distorcere la realtà. Quanto possiamo fidarci delle fonti visive? E se da un video dipendesse il futuro di una persona?

I numeri del mercato

Ci sono tecnologie ed esperti in grado di estrarre da video anche scadenti dettagli di cruciale importanza e di verificarne l’autenticità, oltre ogni ragionevole dubbio. Stiamo parlando delle video analisi forensi. Il settore rientra nel mercato più ampio del Digital Forensics (l’analisi del dato digitale a fini probatori). Secondo un report pubblicato a inizio 2021 su Values Reports il valore di mercato del Digital Forensics si stima in 5,2 miliardi di dollari al 2026 (4,7 al 2020), con un tasso annuo di crescita del 9%.

Di video analisi forensi si occupa Amped Software, società italiana fondata e guidata Martino Jerian, ingegnere triestino di 41 anni: L’azienda sviluppa tecnologie di elaborazione immagini e video per uso forense, investigativo, di pubblica sicurezza e intelligence. Amped Software è nata a Trieste nel 2008, sulla scia della tesi in ingegneria elettronica di Jerian (svolta in collaborazione con i RIS di Parma nel 2005), accelerata da Area Science Park (nel 2007 sono stati scelti dal loro incubatore di primo miglio, “The Innovation Factory”), e poi cresciuta fino ad aprire una sede negli Stati Uniti, nel 2019. “Siamo basati a Brooklyn, a New York”, dice Martino Jerian.

Oltre il visibile

La video analisi forense è l’analisi di immagini e filmati “ai fini dell’utilizzo in ambito giudiziario e investigativo”, spiega. Dall’analisi di un filmato si possono trarre “molte informazioni, che però possono anche essere fuorvianti se non si riesce ad analizzarle nella maniera giusta”.

L’analisi forense di immagini e video “vuol dire andare oltre quello si percepisce visivamente e istintivamente”. Pensiamo a quanto incidono gli artefatti e le telecamere a infrarosso “si rischia di sviare le indagini”. L’analisi si occupa non solo dell’attendibilità delle immagini ma anche della valutazione del contesto. “Foto reali, ma attribuite ad un altro evento”.

Tra i prodotti di supporto alle indagini e ai processi (soprattutto su casi di terrorismo, rapine, omicidi e abuso di minori), messi a disposizione di Amped alle forze dell’ordine, ci sono anche: FIVE, che sta per Forensic Image and Video Enhancement, uno strumento utilizzato da personale esperto che rende nitide le immagini video e aiuta le forze dell’ordine a risolvere i casi più complessi. “Replay”, uno strumento con funzionalità più semplici che consente una prima analisi anche da parte di personale non specializzato. “Authenticate”, che conferma se le immagini sono state manipolate o se sono originali. E “DVRConv”, un convertitore universale per i sistemi di videosorveglianza.

La risoluzione dei casi

Già, ma quanto incide la video analisi forense sulla risoluzione dei casi? Jerian non ha dubbi: “Tantissimo. Diversi studi hanno dimostrato che le fonti video sono quelle che permettono di ottenere i risultati migliori. Non c’è fonte di prova più completa. Perché sono ovunque” e perché un filmato permette di rispondere alle domande giuste: tempo, data, ora, chi, come, quando, dove. “Pensiamo al telefonino, una delle fonti investigative più importanti”.

La scelta di aprire una sede oltreoceano è legata ad un contesto in cui l’analisi video forense ha le condizioni migliori per essere applicata e sviluppata. A oggi “circa il 30% del fatturato complessivo di Amped Software viene dagli Stati Uniti. Nel 2020 la società italiana ha fatturato 2,8 milioni di euro, quella americana 1,2 milioni di dollari, con una crescita media annua complessiva degli ultimi 5 anni del 30%”.

Spiega Jerian, “negli Stati Uniti, soprattutto in Nord America e Canada, l’attività forense su video e immagini viene svolta a livello locale, mentre nella maggior parte dei paesi europei è perlopiù centralizzata”. Un diversità non da poco in termini di fluidità delle decisioni, pagamenti e di velocità dei processi di verifica. “Questa attività sul territorio permette di agevolare molto le forze dell’ordine”. Altrove la centralizzazione e la burocrazia richiedono “più lavoro dell’aspetto tecnico” e spesso poi questi laboratori “sono oberati di lavoro”. Caratteri questi che rendono il mercato americano interessante anche dal punto di vista della formazione. Dalla costituzione della società Usa, Amped non solo ha venduto o rinnovato più di 1.000 licenze, ma ha formato anche 250 persone.

Chrome, il browser di Google, potrebbe eliminare i cookie di terze parti entro la fine del 2023. Lo afferma Big G in un post sull’evoluzione di Privacy Sandbox. L’iniziativa, lanciata nel 2019, punta a sviluppare soluzioni collaborative e open source che proteggano la privacy degli utenti senza danneggiare imprese e sviluppatori che poggiano sulla pubblicità e sull’offerta di contenuti gratuiti.

Fino a oggi, Chrome e altre realtà hanno messo in campo più di 30 proposte, di cui quattro già in fase di sperimentazione. Obiettivo: tecnologie principali “pronte per la distribuzione entro la fine del 2022, affinché la comunità degli sviluppatori possa iniziare ad adottarle”. Si passerebbe poi a “eliminare gradualmente i cookie di terze parti nell’arco di un periodo di tre mesi, cominciando verso metà del 2023 e fino alla fine dell’anno”.

Perché i tempi sono così lunghi

I tempi non sono brevissimi, come riconosce a più riprese Google: l’obiettivo “richiede un progresso condiviso e un ritmo responsabile”. Chrome deve avere “un tempo adeguato” per “valutare le nuove tecnologie, raccogliere i feedback e riflettere sui processi”. Non è semplice come spegnere un interruttore: Privacy Sandbox sta cercando un complicato punto di equilibrio tra la protezione della privacy e i modelli di business – come quello di Google – che campano di pubblicità (anche grazie ai cookie). Si tratta quindi di conciliare interessi avvertiti spesso (a ragione) come contrapposti, attraverso il coinvolgimento di sviluppatori, editori e autorità di regolamentazione. I tempi, quindi, si allungano non solo per ragioni tecniche ma anche per l’esigenza di mediare.

Google è però convinta che il progetto sarà “un vantaggio per tutti”. Trovare soluzioni alternative permetterebbe di mitigare le perdite provocate dagli ad-blocker (i software che bloccano la pubblicità online), ricalibrare le metriche che decretano il successo di una campagna e scoraggiare la sostituzione dei cookie con “altre forme di tracciamento individuale”, ancora più invasive, come il fingerprinting (una tecnica di tracciamento che raccoglie “l’impronta digitale” di un dispositivo, assemblando dati utili per profilare chi lo utilizza).

Cosa vuol dire (in pratica)

Il termine cookie è ormai familiare a molti utenti. Lo è da quando, nel 2019, l’Ue ha imposto l’obbligo di consenso attivo: nella prassi, è quel messaggio che compare quando entriamo su un sito, spesso approvando senza pensarci troppo. Delegare alla scelta dell’utente è sì una tutela in più, ma non ha certo limitato il potere di tracciamento. I cookie sono infatti “pezzetti” di codice che riconoscono l’utente, fornendogli una navigazione personalizzata (con pubblicità su misura).

Vuol dire che, grazie alle soluzioni di Privacy Sandbox, i cookie saranno eliminati del tutto? No. Saranno eliminati solo quelli di terze parti, cioè quelli che raccolgono dati e personalizzano gli annunci durante tutta la navigazione, su pagine web diverse. È un po’ come se Mario, identificato per strada, venisse seguito in casa, in ufficio e in palestra dallo stesso occhio. Resteranno invece attivi i “cookie originali” (o di prima parte): sono quelli creati da un sito, che personalizzano l’esperienza (pubblicitaria e non) solo su quel sito. Mario viene riconosciuta solo quando entra in casa. La differenza è notevole, perché i cookie di terze parti – sapendo come si comporta Mario in diversi luoghi e contesti – possono ricreare un profilo molto più dettagliato.

Cosa si può fare già adesso

Nel 2023, quindi, potrebbero esserci dei passi avanti ma non ci sarà la fine del tracciamento. Sia perché – come dice Google – ci sono già sistemi alternativi invasivi (come il fingerprinting), sia perché altri browser (di default) e lo stesso Chrome (tramite le impostazioni) permettono già di bloccare i cookie. Basta aprire il browser da computer, cliccare sull’icona dei tre puntini in alto a destra e poi su “Impostazioni”. Nella sezione “Privacy e sicurezza”, selezionare “Cookie e altri dati dei siti” e scegliere l’opzione: “Accetta tutti i cookie”, “Blocca tutti i cookie”, “Blocca cookie di terze parti nella modalità di navigazione in incognito”, “Blocca cookie di terze parti”.

La mossa di Big G, però, è più complessa di un aggiornamento delle impostazioni: non vuole solo eliminare i cookie di terze parti ma trovare un’alternativa. Certo: è uno sforzo funzionale al business di Google, che guadagna dalla pubblicità. Ma è comunque uno sforzo destinato ad avere ampie ripercussioni e andare oltre il bilancio di Mountain View, se non altro per una questione di scala: Chrome detiene quasi due terzi del mercato dei browser. La quota di Safari, che però gira solo su dispositivi Apple, è attorno al 18%. Firefox si ferma poco oltre il 3%.

Le fasi della Privacy Sandbox

Guardando da qui al 2023, Privacy Sandbox seguirà “un rigoroso processo di sviluppo pubblico in più fasi”. La prima discute “le tecnologie e i relativi prototipi in forum come GitHub o gruppi W3C”. C’è poi una fase di test. Una delle tecnologie già arrivata a questo punto (e che Google definisce “incoraggiante”) è la Federated Learning of Cohorts (FloC): aggrega le persone in gruppi (coorti) caratterizzati da interessi simili. In questo modo i dati vengono resi anonimi ed elaborati a livello di dispositivo, mantenendo privata sul browser la cronologia web di ogni utente. Anche se le prime simulazioni sono state positive, Google riconosce che “il risultato dipende dalla forza dell’algoritmo utilizzato da FLoC per eseguire i raggruppamenti e dal tipo di segmento di pubblico che si intende raggiungere”. Tradotto: c’è ancora da lavorare.

Una volta completato il processo di sviluppo, si passerà alla fase di adozione e all’eliminazione graduale dei cookie di terze parti. Dopo aver completato i test e aver lanciato le API, inizierà (dalla fine del 2022) una fase di transizione, durante la quale editori e investitori avranno il tempo di migrare i servizi e Chrome potrà ricevere informazioni e suggerimenti. Secondo le previsioni, questa fase dovrebbe durare circa nove mesi. Dalla metà del 2023, “Chrome eliminerà gradualmente il supporto ai cookie di terze parti nell’arco di un periodo di tre mesi che terminerà alla fine dell’anno”.

AGI –  Con più di 100 milioni di utenti attivi mensili in Europa e duemila dipendenti, sempre solo nel vecchio continente, TikTok, la piattaforma dei video brevi che fa impazzire i Millennial (e non solo) sta per compiere il terzo anno di attività.

Nel frattempo amplia i propri orizzonti e spinge sulla cultura e sul rapporto con il territorio. Lo fa nel modo in cui si è reso famoso nel mondo, grazie agli hashtag e alle campagne correlate. “Con #tiraccontolitalia vogliamo celebrare l’Italia attraverso le storie e i video brevi della community, con la quale in meno di tre anni siamo riusciti a costruire un forte legame. Sono i nostri creator e i contenuti che creano a rendere TikTok un luogo unico: creativo, inclusivo e autentico. È un’occasione per avvicinarci maggiormente alle singole realtà, sostenendo i talenti ed esaltando, al contempo, quello che rende TikTok una piattaforma sempre più italiana, fondata sulla creatività condivisa” spiega Normanno Pisani, Head of Content & Partnerships Italy.

261 milioni di visualizzazioni

Una di queste, #tiraccontolitalia, sviluppata con l’obiettivo di valorizzare le realtà e culture locali dell’Italia (tradizioni, nuove tendenze, dialetti, moda, musica, cucina, luoghi e aneddoti regionali) è arrivata alla nona tappa: il Lazio. Anzi l’ha già superata. Il progetto, partito ufficialmente il 19 aprile, della durata di 5 mesi, tocca di settimana in settimana tutte le regioni italiane. Ogni sette giorni una regione finisce in vetrina: l’hashtag #tiraccontolitalia ha generato 261 milioni di visualizzazioni e #TikTokLazio 14 milioni. Dopo la settimana in evidenza gli hashtag “regionali” non decadono, anzi. La prossima è la Lombardia.

I creator, ma non solo

Al progetto possono partecipare tutti gli utenti di TikTok, non solo i creator. In ogni caso, nel Lazio si sono distinti lo chef televisivo Alessandro Borghese, per lo sport il creator Arturo Mariani, ragazzo disabile amante del calcio che sprona i giovani a superare le difficoltà delle disabilità motorie, per lifestyle, moda e bellezza, la make-up artist Domizia.

C’è anche Don Mauro

Tra i creator laziali c’è anche Don Mauro Leonardi. Prete ed educatore, si è iscritto sulla piattaforma poco più di un anno fa per portare e far conoscere il Vangelo anche ai più giovani insegnando il valore del rispetto, ma non solo. Don Mauro, infatti, crea contenuti anche legati all’attualità, a tematiche sensibili e trend che gli hanno permesso di arrivare a raggiungere la soglia dei 163.4K follower.

Come si partecipa

Si partecipa al progetto postando aneddoti, storie, luoghi del cuore, modi di dire e tradizioni culinarie attraverso gli hashtag #tiraccontolitalia, #TikTokLazio. Ti Racconto l’Italia vuole mettere al centro tanti contenuti diversi, raccontati con un nuovo linguaggio comunicativo fatto di video brevi (devono essere compresi tra i 15 a 60 secondi).

AGI – Aumentano il bisogno di connettività e l’adozione di servizi digitali. Ma crescono anche le paure legate a un uso eccessivo delle tecnologia. Che la pandemia abbia avuto questi effetti non è una sorpresa: il rapporto Digital Home Study di EY, però, quantifica bisogni e timori. 

La connettività è un bisogno

Il Covid-19 ha spiegato in modo pratico cosa significhi avere una connettività efficiente. Più di un italiano su due la considera oggi irrinunciabile. E uno su quattro si dice anche pronto a spendere di più pur di averla. Per quanto l’esigenza sia nata durante i mesi di lockdown, tra dad e lavoro da remoto, sembra che il bisogno di connettività sia destinato a restare oltre l’emergenza.

La scoperta di nuovi servizi

La pandemia ha spinto a sperimentare nuovi servizi digitali: una tendenza globale, che però in Italia appare ancora più marcata. Secondo il report di EY, un italiano su tre ha utilizzato per la prima volta una videochiamata per lavoro, contro il 20% dei francesi e il 18% dei tedeschi. La didattica online è stata una novità per il 30% degli italiani (percentuale ben più robusta rispetto al 12% della Francia e all’11% della Germania). Il 23% ha fatto ricorso per la prima volta ai servizi sanitari digitali (dieci punti percentuali in più rispetto a Parigi e Berlino). I dati possono essere interpretati in due direzioni: il distacco dagli altri Paesi certifica da una parte quanto gli italiani si siano avvicinati ai servizi online; dall’altra lasciano ipotizzare una condizione di partenza più arretrata.

Le ansie della digitalizzazione

La digitalizzazione, al netto dei suoi benefici, non è un processo indolore. Si sono amplificate ansie e timori legati all’utilizzo della tecnologia. La questione della privacy rappresenta la fonte di angoscia primaria tra gli utenti: rispetto al pre-pandemia, il 37% degli italiani afferma di essere più preoccupato sulla riservatezza dei propri dati. Il 66% sostiene di essere estremamente prudente nel condividere informazioni personali online. Il dato è superiore rispetto a quello della Germania (61%) ma inferiore rispetto a Francia (73%), Stati Uniti (72%) e Gran Bretagna (71%). Anche in questo caso, le percentuali vanno soppesate: la prudenza deriva da una percezione, che non sempre corrisponde a una condotta realmente virtuosa, specie se in assenza di alfabetizzazione digitale. Allo stesso modo, una maggiore preoccupazione sulla gestione dei propri dati non è, di per sé, una cattiva notizia: potrebbe essere generata da una maggiore consapevolezza.

Malessere digitale

Sono sempre di più gli utenti che si dicono preoccupati per l’impatto dell’uso delle tecnologie sul “benessere digitale”. Un italiano su due sostiene di attribuire maggiore attenzione alle conseguenze dell’utilizzo diInternet sul proprio benessere psicofisico rispetto a quanta ne prestasse prima del Covid-19. Il 52% cerca di ritagliarsi dei momenti da trascorrere lontano dal proprio smartphone e il 39% pensa di passare troppo tempo davanti agli schermi elettronici presenti nella propria abitazione.

Lo streaming supera le pay tv

Sin dalle prime settimane di pandemia, il traffico di dati ha fatto segnare un picco, causato soprattutto da videogiochi e da altri contenuti in streaming. Se molti utenti stavano già migrando dai canali tradizionali a quelli online, con la pandemia lo streaming è diventato un affare di famiglia. L’attrazione delle piattaforme online è tale che la maggioranza degli intervistati (60%) ritiene un abbonamento a un servizio di streaming più importante rispetto a quello di una pay tV. Una convinzione che in Italia è ben più forte rispetto a Germania (46%) e Francia (41%). Restano però alcune criticità. Il 42% degli intervistati considera la pubblicità in rete più intrusiva rispetto a quella televisiva e il 39% degli utenti tra i 18 e i 24 anni si dice disposto a pagare un extra pur di eliminarla. Attenzione anche all’effetto abbuffata: l’abbondanza di contenuti offerti dai servizi di streaming non viene considerata un punto di forza. Anzi: per il 28% degli intervistati è un fattore di frustrazione che non permette di rintracciare con facilità i contenuti preferiti. Un dato coerente con un altro: il 40% è convinto di pagare troppo per contenuti che non vuole o di cui non ha bisogno.

Rete fissa, cercasi trasparenza

Il 61% degli utenti ritiene che la trasparenza, soprattutto nei piani tariffari, sia il requisito principale quando si tratta di scegliere il proprio fornitore di servizi di rete fissa. Subito dopo, nella lista delle priorità, seguono la velocità della rete (59%) e la qualità del supporto tecnico (44%). L’eccessiva complessità delle informazioni intrinseche nelle offerte e nei servizi di rete fissa rappresenta il fattore di maggior vulnerabilità che rende difficoltosa l’esperienza dei clienti in questo settore. Tant’è che per il 27% dei consumatori non vale la pena cambiare operatore di rete fissa considerando il tempo e lo sforzo necessari.

Prezzo e pacchetti: cosa guardano gli utenti

Il prezzo allora non conta? Tutt’altro. Proprio perché i consumatori non riescono a percepire le reali differenze tra i servizi offerti (un italiano su quattro non conosce la massima velocità della propria connessione e meno della metà si dichiara consapevole dei benefici offerti dalle tecnologie di rete fissa), alla fine si gioca tutto sul prezzo.

Così – sottolinea il report – gli operatori cercano di ampliare la propria base clienti applicando sconti tramite la vendita congiunta di più servizi. Già il 25% degli intervistati dispone infatti di un abbonamentoInternet che tiene insieme rete fissa e mobile, ed il 49% sostiene che prenderà presto in considerazione questa opzione. Inoltre, il 52% degli utenti ritiene di poter ottenere un risparmio considerevole tramite acquisti bundle “rete fissa e mobile” da uno stesso operatore. Un utente su tre è interessato a offerte specifiche di connettività per il lavoro agile o per la didattica a distanza. Uno su due gradisce l’abbinamento rete fissa-pay tv, il 30% guarda a offerte che integrino pacchetti fitness-salute-benessere e il 28% è attratto da proposte di connettività fissa complete di prodotti per videogiochi eeSport.

Telefono batte chat 

Oggi c’è la possibilità di interagire con i propri fornitori attraverso diversi canali digitali. Il 44% degli italiani, però, preferisce ancora presentarsi fisicamente nei punti vendita per acquistare un servizio di rete fissa, contro un 40% che preferisce utilizzare il canale digitale. Restano però i call center, utilizzati da un italiano su due, la via più battuta per contattare il proprio fornitore.

Il 5G in casa

Vista sul 5G. La quinta generazione della telefonia mobile comincia ad essere percepita come un valido sostituto della rete domestica da una fetta rilevante di consumatori. Il 24% degli intervistati indica infatti come vantaggio principale del 5G quello di poterlo utilizzare anche come primaria connessioneInternet di casa. 

AGI – Un milione di nuovi abbonamenti al giorno: è il ritmo al quale sta viaggiando il 5G. Alla fine del 2021, le sottoscrizioni saranno 580 milioni. Lo prevede la ventesima edizione dell’Ericsson Mobility Report. Si conferma quindi l’aspettativa che il 5G diventi la generazione mobile adottata con più rapidità nella storia. Dovrebbe impiegare due anni in meno del 4G LTE per raggiungere il primo miliardo di abbonamenti. Arriverebbe a 3,5 miliardi (il 40% del totale) e una copertura del 60% della popolazione mondiale entro il 2026.

A che punto è il 5G oggi

Alla fine del primo trimestre 2021, le sottoscrizioni al 5G erano 290 milioni, con un guadagno netto di 70 nuovi abbonamenti tra gennaio e marzo. L’accelerazione attesa è dovuta soprattutto alla spinta della Cina e alla crescente disponibilità di dispositivi commerciali: i modelli già lanciati o annunciati con connettività 5G sono infatti più di 300. Malgrado l’ostacolo Covid-19, è proseguito il lancio di servizi di quinta generazione: oggi coinvolte oltre 160 gli operatori.

Europa in ritardo

Secondo il rapporto, il trend dovrebbe proseguire nei prossimi anni, anche se con un ritmo disomogeneo nelle diverse aree del pianeta. “L’Europa è partita più lentamente e paga un ritardo”, afferma lo studio. In Europa Occidentale il 4G rappresenta ancora la tecnologia dominante, che costituisce il 78% di tutti gli abbonamenti. Più di 60 operatori hanno lanciato servizi 5G, ma le aste per l’assegnazione delle frequenze hanno subito ritardi che stanno rallentando lo sviluppo del 5G. Si stima che la penetrazione di abbonamenti 5G raggiungerà il 69% entro la fine del 2026.

Viaggiano a un’altra velocità Paesi come Cina, Stati Uniti, Corea, Giappone e mercati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar).Il Nord Est Asiatico dovrebbe avere la quota maggiore di abbonamenti al 5G entro il 2026, con 1,4 miliardi di sottoscrizioni. Mentre i mercati del Nord America e del Golfo dovrebbero distinguersi per la più alta penetrazione: saranno 5G l’84% e il 73% degli abbonamenti mobili.

La moltiplicazione del traffico dati 

Ericsson ha censito, in totale, 8 miliardi di sottoscrizioni mobile. Sono destinati a diventare 8,8 miliardi (nove su dieci a banda larga) entro il 2026. Gli utenti unici in possesso di un abbonamento diventeranno 6,5 miliardi.

L’evoluzione dei dispositivi (con gli smartphone in prima fila) e la diffusione di 4G e 5G spinge la moltiplicazione del traffico dati: a livello globale ha superato i 49 exabyte al mese (cioè 49 miliardo di gigabyte) alla fine del 2020. Nel primo trimestre 2021, è aumentato del 46% rispetto allo stesso periodo del 2020. Dovrebbe quintuplicarsi nei prossimi cinque anni, raggiungendo i 237 exabyte al mese.

Sempre più utenti, sempre più video

L’impennata non è dovuta solo al numero di abbonamenti ma anche alle abitudini degli utenti, che si concentrano su contenuti più dispendiosi: due terzi del consumo di traffico su reti mobili è infatti rappresentato da video. Una quota destinata ad ampliarsi: dovrebbe raggiungere il 77% nel 2026.

E così, se oggi ogni il consumo medio di ogni utente è di 10 GB al mese, tra cinque anni dovrebbe più che triplicarsi, a 35 GB.  

AGI – Che cosa è successo al mercato dei computer prima e dopo la pandemia? Come sono cambiate le abitudini dei consumatori? E il digital divide in Italia? E quanto ha impattato la carenza di microprocessori sulla catena di approvvigionamento e le scelte delle aziende?

Secondo i dati più recenti di Canalys le workstation da scrivania hanno chiuso il terzo trimestre del 2020 con un -27% rispetto a dodici mesi prima, desktop addirittura al -33%. Di segno diverso i numeri del mercato dei laptop e delle soluzioni portatili: siamo a +1% per i notebook, +3% per le mobile workstation destinate ai professionisti, +21% per i tablet, +27% per i convertibili, +57% per i notebook ultraslim e +88% per i cosiddetti detachable. 

I veri trionfatori? I Chromebook con un +122%. “Dispositivi molto simili a un telefonino. Arrivati in Italia a metà 2020 con risultati positivi, ci aspettiamo una grossa crescita nel 2021, anche perché intercettano il target degli studenti”, “che cercano un approccio simile all’esperienza Mobile a cui sono maggiormente abituati” ha spiegato Massimo Merici, Business Development Manager System Business Group di Asus.

Non solo. Secondo uno studio condotto da Intel e Lenovo a livello globale nel 2020, Empowering Your Employees With The Right Technology, solo il 30% dei dipendenti di tutti i settori dichiara che i propri laptop o PC desktop sono ideali per la collaborazione incrociata, e la metà ha risposto che i propri computer non sono aggiornati o insufficienti per il lavoro.

Lo smart working stimolerà quindi un aumento delle decisioni tecnologiche guidate dagli utenti finali insieme ai loro dipartimenti IT, poiché i confini tradizionalmente netti tra la tecnologia aziendale e di consumo continuano a erodersi e su questa linea si innestano prodotti top come l’X1 Fold di Lenovo: una macchina che ambisce a essere insieme laptop e tablet, sfruttando quello schermo pieghevole che finora si era visto solo sugli smartphone. Sacrificando qualcosa alla comodità della tastiera, ma avendo a disposizione un tablet corredato di pennino grafico per realizzare praticamente qualunque cosa, i professionisti disposti a spendere qualcosa in meno di tremila euro hanno tra le mani un apparato che in quanto ad appeal non ha rivali. Non esattamente un prodotto per la Dad. Ma che la frontiera dei portatili si sia riaperta lo testimonia anche il fatto che uno storico produttore di smartphone economici come realme abbia in programma di produrre un tablet e un laptop. Quelli sì, pensati per i giovani,

Di questo e anche della battaglia dei conduttori e dei nuovi ritmi imposti alle aziende abbiamo parlato proprio con Massimo Merici.

Qual era lo stato di salute del mercato dei laptop prima della pandemia e come è cambiato durante

Il mercato è cambiato notevolmente. Prima della pandemia la situazione era di un mercato stagnante da 2 milioni di pezzi. Siamo partiti (fonte Istat) nel 2019 con il 33% della famiglie che non avevano un dispositivo. Qui non si ragiona in termini di “un dispositivo a persona”, ma “di un dispositivo a famiglia”, che in molti casi non c’era nemmeno. Il mercato è passato poi ai tre milioni di pezzi nel 2020. C’è stato un cambio di marcia. È maturata anche una diversa esigenza relativamente al prodotto, con più attenzione a quello che effettivamente serve. Il mercato nel complesso ha comunque ottenuto un gran giovamento dalle esigenze nate con la situazione Covid, ma ha dovuto gestire le difficoltà dovute all’approvvigionamento dei componenti, che hanno impattato l’intero settore creando nei ritardi nelle consegne.

Il mercato dei desktop esiste ancora?

Dagli ultimi dati condivisi, la pandemia ha influito negativamente sulle spedizioni di tutti quei materiali di tecnologia “da ufficio”, comprese le workstation o i desktop. Si sta infatti registrando una grandissima richiesta di accessori portatili per far fronte all’esigenza di smart working e DaD, che hanno impattato tutti gli italiani.

Dad e smart working, ma anche gaming spinto: che computer cercano gli italiani?

Cercano un computer adatto alle esigenze. Si va alla ricerca del fabbisogno reale. 

Quanti portatili c’erano in famiglia prima della pandemia e quanti ora?

Prima della pandemia una famiglia su due aveva un device (tablet o notebook). Il problema del digital divide vedeva un terzo delle famiglie italiane non avere un pc in casa. La pandemia ha creato un boost nella domanda di questi materiali, per far fronte alle esigenze degli italiani per quanto riguarda lo smart working e la DaD, ma non solo. Il lockdown dei mesi del 2020 ha visto una riduzione drammatica delle interazioni sociali, e i pc hanno sicuramente aiutato in questo. Non abbiamo ancora dati aggiornati rispetto a quanto è stato raggiunto nel 2021, ma la crescita della domanda e delle spedizioni, registrata nel primo trimestre del 2021 e per tutto il 2020, è sicuramente un dato positivo che ci porta a credere a un miglioramento della situazione attuale.

La vostra azienda è stata pronta ad affrontare l’aumento di richieste o c’è stato un intoppo nella supply chain?

Ci sono situazioni su cui ASUS non può di certo intervenire. Bisogna invece gestire al meglio le risorse che si hanno e utilizzare i rapporti con i fornitori di parti. Il mercato continua ad andare molto bene, nonostante la carenza di componenti e problemi logistici, che hanno contribuito all’aumento dei prezzi medi. Secondo gli analisti, sul finire del 2020 la catena di approvvigionamento Pc non è riuscita a rispondere alla forte domanda di prodotti per il remote working e la didattica a distanza. Per questo, si è creato un gran numero di ordini arretrati. La curva in salita del primo trimestre del 2021 è conseguenza di tale richiesta, che dovrebbe persistere per almeno tutta la prima metà dell’anno in corso.

La battaglia sul mercato dei microprocessori vi preoccupa? Come potrebbe impattare sulla vostra produzione?

Nonostante la continua carenza di chip, l’industria ha venduto 83,981 milioni di PC nel primo trimestre del 2021, in aumento del 55,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e registrando un modesto calo dell’8% rispetto al quarto trimestre del 2020, tradizionalmente molto forte. È una situazione che teniamo sotto controllo in maniera spasmodica. Bisogna ottimizzare le risorse al massimo. Anche noi siamo stati impattati, ma stiamo lavorando per ridurre al minimo l’impatto di questa situazione. Soprattutto con una programmazione diversa: se prima si lavorava in termini di mesi, ora siamo già al 2022.

 

AGI – Un nuovo modello in grado di simulare le dinamiche atmosfera-oceano nel mar Mediterraneo in relazione con i processi fisici e biologici che avvengono sulla superficie terrestre, come flussi di calore, assorbimento di CO2 da parte degli ecosistemi terrestri e ciclo idrologico. Lo ha presentato in occasione della Giornata mondiale degli Oceani, l’Enea. Il nuovo modello, che si chiama si chiama ENEA-RegESM, è in grado di elaborare proiezioni climatiche ad alta risoluzione.

“Gli oceani e i mari – spiega Gianmaria Sannino, responsabile del Laboratorio di Modellistica Climatica e Impatti dell’ENEA – giocano un ruolo fondamentale nel sistema climatico del nostro pianeta attraverso il sequestro di grandi quantità di anidride carbonica e di calore prodotto dall’effetto serra di origine antropica. Questi processi, a loro volta, hanno un notevole impatto sullo stato degli oceani e causano, rispettivamente, l’acidificazione delle acque e l’aumento della loro temperatura e del loro volume, con tutte le conseguenze che ne derivano sugli ecosistemi marini e le popolazioni che vivono lungo le coste”.

Gli ‘earth system model’

Nello studio del clima e del cambiamento climatico, i ricercatori di tutto il mondo ricorrono agli earth system model, ovvero modelli che descrivono il comportamento delle diverse componenti del sistema climatico globale e delle loro interazioni.

“Infatti è imprescindibile considerare la Terra come un unico complesso sistema dinamico in cui superficie terrestre, oceano e atmosfera interagiscono tra loro attraverso molteplici forme di retroazioni (feedback)”, aggiunge Sannino. A tal fine i ricercatori dell’ENEA hanno sviluppato un earth system model regionale per il Mediterraneo che simula le dinamiche dell’atmosfera e del mare e i processi fisici e biologici che avvengono sulla superficie terrestre.

“A causa della complessità geomorfologica del bacino Mediterraneo, gli attuali modelli matematici globali non sono in grado di riprodurre correttamente i processi fisici e le dinamiche che avvengono in quest’area del nostro pianeta così densamente popolata“, spiega Alessandro Anav, ricercatore del Laboratorio di Modellistica Climatica e Impatti dell’ENEA.

“A differenza di altri modelli regionali esistenti, ENEA-RegESM può usare due differenti modelli per simulare le dinamiche dell’atmosfera; questo ci consente di scegliere quale modello utilizzare in base alla complessità della simulazione e alle prestazioni del modello stesso, queste ultime intese sia in termini di velocità di calcolo che di accuratezza degli output forniti”.

Il Super calcolatore

Grazie al supercalcolatore CRESCO6 dell’ENEA, uno dei più potenti a disposizione in Italia per il calcolo scientifico, i ricercatori hanno già realizzato diverse simulazioni, riproducendo il clima della regione euro-mediterranea e la dinamica del Mar Mediterraneo negli ultimi 30 anni.

Attualmente sono impegnati nella generazione delle proiezioni climatiche utilizzando come input i dati climatici provenienti dagli stessi modelli globali (CMIP6) usati dall’IPCC per simulare l’evoluzione del clima secondo differenti scenari socio-economici. Il Mar Mediterraneo è un ‘sorvegliato speciale’, in quanto è un’area dove il cambiamento climatico corre già oggi più velocemente che nella maggior parte del mondo e dove gli impatti saranno particolarmente intensi nel prossimo futuro.

Da un punto di vista atmosferico, la regione mediterranea è una zona di transizione compresa tra la fascia temperata e quella tropicale caratterizzata da basse precipitazioni totali annue; durante l’inverno, la pioggia è portata dai venti occidentali, mentre le estati secche e calde dipendono dall’influenza innescata dal monsone indiano. Conformazione del territorio, natura frastagliata delle aree costiere con un numero considerevole di isole e stretti e variabilità dell’orografia delle aree continentali interne rendono il bacino del Mediterraneo una regione particolarmente complessa.

Queste caratteristiche morfologiche sono la causa di forti interazioni locali tra l’atmosfera e il mare che portano alla formazione di venti locali intensi, come il Maestrale e la Bora, i quali, a loro volta, influenzano significativamente la circolazione del Mar Mediterraneo.

AGI – Google cede alle pressioni dell’Ue e annuncia che consentirà agli altri motori di ricerca sul mercato di poter essere scelti gratuitamente dagli utenti come ‘predefiniti’ sui dispositivi Android in Europa. Lo ha annunciato la società in un post sul proprio blog ufficiale.

La mossa di Mountain View arriva dopo l’affondo dell’Unione europea che nel 2018 aveva accusato la società di trarre un indebito vantaggio competitivo sui propri sistemi operativi multandola per 4,24 miliardi di euro. “Abbiamo rispettato la sentenza del 2018”, si legge nel post, che continua: “In dialogo con la Commissione europea, siamo andati anche oltre” introducendo “una schermata di scelta che chiede agli utenti di Android di scegliere un motore di ricerca predefinito”.

Sui dispositivi Android “le persone possono scegliere liberamente quali applicazioni usare, scaricare e impostare come predefinite”, scrive Oliver Bethell, direttore dell’area legale della società, “e le ricerche dimostrano che gli europei sanno come cambiare facilmente i motori di ricerca se desiderano farlo”. “A seguito di ulteriori feedback da parte della Commissione, stiamo apportando alcune modifiche finali alla schermata con le scelte multiple, compresa la partecipazione gratuita per i motori di ricerca ritenuti idonei”, si legge ancora nel post, che conclude: “Aumenterà anche il numero di motori di ricerca mostrati sullo schermo. Questi cambiamenti entreranno in vigore da settembre di quest’anno sui dispositivi Android”. 

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