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Xiaomi ha lanciato l’ultima versione del proprio sistema operativo basato su Android: MIUI 12. Ottimizzato sulla user experience e sulla protezione della privacy, MIUI 12 introduce una serie di funzionalità avanzate relative alla sicurezza.

Privacy e sicurezza

L’utente è informato sull’attività di ogni singola app e ha maggiore controllo sulle autorizzazioni. Può accedere in ogni momento alle informazioni su come le singole applicazioni utilizzano i permessi relativi alla posizione, ai contatti, alla cronologia delle chiamate, al microfono e alla memorizzazione. Con un solo clic sullo stato dei permessi, tutte le attività delle app saranno presentate chiaramente all’utente. Inoltre, durante il controllo del registro delle attività delle applicazioni, l’utente potrà  modificare le impostazioni dei permessi per ogni singola applicazione nel caso in cui rilevasse un’attività anomala o indesiderata. Nella barra di stato appariranno notifiche lampeggianti quando le applicazioni sensibili, tra cui la telecamera, la posizione e il microfono, sono in esecuzione in background. Cliccando sulla notifica, l’utente potrà modificare le impostazioni di autorizzazione e bloccare qualsiasi comportamento sospetto in qualsiasi momento. Durante la condivisione delle foto le informazioni sulla posizione e i metadati possono essere rimossi prima dell’invio degli elementi.

Design e animazioni

MIUI 12 dà vita all’esperienza del sistema operativo con un design dell’interfaccia utente rinnovato secondo un approccio bottom-up, e con animazioni di sistema sfumate. A livello di sistema, le animazioni della scena centrale sono state completamente aggiornate con innovazioni tecniche a livello di kernel.

Il movimento delle icone simula una curva 3D. Gli elementi visualizzati riconoscono la presenza dell’utente e ne riflettono il movimento nelle animazioni, il che rende ogni sguardo sullo schermo unico e personale. Il nuovo “Super Wallpaper” è basate sulle immagini ufficiali della NASA. I super sfondi combinano display Always-on, Home screen e Lock screen .

Nuove funzionalità

Multitasking

MIUI 12 introduce soluzioni multitasking sotto forma di finestre fluttuanti. Quando l’utente naviga nel sistema utilizzando i gesti a schermo intero, le finestre possono facilitare il multitasking e risolvere il problema di passare costantemente da un’app all’altra. Possono essere spostate, chiuse e ridimensionate con semplici gesti applicati alla barra delle azioni. Ad esempio, quando arriva un messaggio di testo durante la riproduzione di un video, l’utente può rispondere direttamente nella finestra fluttuante senza mettere in pausa la riproduzione, consentendo così un multitasking senza soluzione di continuità.

Trasmissione dello schermo

L’utente può iniziare a trasmettere documenti, app, video e giochi con un solo tocco. Le finestre che vengono proiettate possono essere ridotte al minimo in qualsiasi momento. L’opzione per trasmettere elementi con lo schermo spento riduce il consumo di energia e, nascondendo gli oggetti privati, non permette la visualizzazione di notifiche e chiamate in arrivo su monitor esterni.

Ultra risparmio della batteria

MIUI 12 supporta la modalità di Ultra risparmio della batteria. Con questa funzione attiva, le funzioni che consumano più energia saranno limitate per prolungare il tempo di standby del telefono e ridurre così il consumo energetico quando la batteria dello smartphone sta per esaurirsi. Chiamate, messaggi e connettività di rete rimarranno invece completamente funzionanti.

Dark Mode

Con una tavolozza di colori più scuri per sfondi e applicazioni di sistema, oltre che per le applicazioni di terze parti, la Dark Mode offre un’esperienza visiva migliorata in ambienti poco illuminati. Quando è attiva, l’utente può scegliere di regolare automaticamente il contrasto dello schermo, assicurandosi così che questo rifletta la condizione di luce dell’ambiente circostante quando la luminosità dello schermo è ridotta. Questa visualizzazione riduce anche il consumo energetico e aiuta a ridurre l’affaticamento degli occhi.

Il primo rilascio sarà nelle prossime settimane per Mi 9/ Mi 9T/ Mi 9T Pro/ Redmi K20/ Redmi K20 Pro. Poi anche per i modelli Redmi Note 7/ Redmi Note 7 Pro/ Redmi Note 8 Pro/ Redmi Note 8/ Redmi Note 8T/Redmi Note 9/ Redmi Note 9s/ Redmi Note 9 Pro/ Redmi Note 9 Pro Max/POCOPHONE F1/ POCO F1/ Mi 10 Pro/ Mi 10/ POCO F2 Pro/ POCO X2/ Mi 10 Lite/ Mi Note 10/ Mi Note 10 Lite/ Mi 8/ Mi 8 Pro/ Mi MIX 3/ Mi MIX 2S/ Mi 9 SE/ Mi 9 Lite/Redmi Note 7S /Mi Note 3/ Mi MIX 2/ Mi MAX 3/ Mi 8 Lite/ Redmi Y2/ Redmi S2/ Redmi Note 5/ Redmi Note 5 Pro / Redmi 6A/ Redmi 6/ Redmi 6 Pro/ Redmi Note 6 Pro/ Redmi Y3/ Redmi 7/ Redmi 7A/ Redmi 8/ Redmi 8A/ Redmi 8A Dual.

 

L’applicazione più venduta al momento sullo store della Apple si chiama “Forest”, costa 2,29 euro e fondamentalmente serve proprio a stare lontani dal proprio smartphone. Di fatto si tratta di un semplice timer che ci aiuta a concentrarci su tutte quelle attività della nostra vita che dovremmo o vorremmo svolgere senza l’ausilio del nostro telefono cellulare. Mettiamo che un giorno ci va di fare una seduta di allenamento di un’ora o vogliamo impiegare lo stesso tempo per finire quel romanzo che sta ammuffendo sul comodino. Per spingerci a restare concentrati sulla nostra piccola missione senza essere distratti dall’ennesima email di lavoro o dal meme ricondiviso su un gruppo WhatsApp, basta impostare quel tempo su “Forest”; a quel punto, col passare dei minuti, sul nostro arido appezzamento di terra virtuale vedremo spuntare qualche fogliolina, è il seme che abbiamo piantato, che più ci facciamo i fatti nostri e restiamo concentrati su quello che stiamo facendo e più cresce. Al contrario, naturalmente, se cediamo alla tentazione di controllare chi ha commentato l’ultimo post su Facebook o visualizzato la nostra ultima storia su Instagram, ecco che vedremo quell’alberello morire miseramente.

Tecnicamente il sistema viene chiamato “gamification”, ovvero l’utilizzo di elementi legati ai giochi per qualcosa che con il gioco non c’entra niente. Si può impostare il timer da un minimo di 10 minuti a un massimo di 120. Più tempo restiamo staccati dalle altre app e più verde e rigoglioso sarà il nostro giardino. Si, un giardino, perché ogni volta che la nostra sfida verrà vinta l’albero diventerà parte intoccabile della nostra terra, in modo tale da godere in maniera visiva dei nostri successi. Ma non è tutto, ogni volta che completiamo la maturazione di un albero ci vengono assegnate delle monete che poi possiamo riutilizzare all’interno dell’app nel negozio virtuale di “Forest” per arricchire di sempre nuove piante il nostro giardino o magari acquistare della musica che ci accompagni durante le nostre attività. E non è finita, sfruttando una dinamica di Ownership e di interazione sociale, è possibile anche confrontare il proprio giardino con quello degli amici, il che funge da ennesima motivazione a dare il meglio di sé.

E quando saremo riusciti a comprare tutto l’acquistabile? Cosa ne faremo delle monete guadagnate? Qualcosa di ancora più utile: ogni 2500 monete conquistate un albero vero verrà piantato in una foresta non più virtuale. La nostra concentrazione, in pratica, potrebbe addirittura rendere migliore il nostro pianeta. Al momento, com’è verificabile sul sito ufficiale, gli alberi piantati grazie a “Forest” in collaborazione con l’associazione “Trees for the Future” sono 767. È interessante poi analizzare il fatto che “Forest” sia l’applicazione più scaricata su una delle piattaforme più importanti del web, probabile segno che noi sentiamo intimamente che il nostro modo di gestire la vita e in qualche modo affidarla al nostro smartphone sia un grosso errore. Tanto che ad oggi abbiamo bisogno di un’app, a pagamento, e del rimorso eventuale di far morire un albero virtuale, rappresentazione grafica del nostro fallimento, della nostra debolezza, per riuscire a leggere un libro o tenerci in forma o dedicarci a quelle attività che ancora non sono strettamente legate all’utilizzo di uno smartphone. L’applicazione è disponibile anche per Android ed è scaricabile anche sul nostro PC. Restare concentrati non è mai stato così produttivo e anche così utile.

Covid-19, blocco degli impianti cinesi. Poi chiusura dei negozi Apple e freno della domanda di smartphone. Foxconn, mega-assemblatore taiwanese, si è trovato incastrato nel circolo vizioso della pandemia. Gli utili sono sprofondati, ma il peggio (con qualche incognita) sembra essere alle spalle. O almeno così dicono i vertici e i dati non certificati del gruppo.

L’impatto dell’epidemia

Il blocco della produzione è stata la zavorra più pesante del primo trimestre. Gli utili sono calati del 90%: 2,08 miliardi di dollari taiwanesi (poco meno di 70 milioni di dollari) contro i 19,83 miliardi di un anno fa. Meno ripida ma comunque forte è stata la discesa del fatturato, in calo del 12%, a 929,13 miliardi di dollari taiwanesi. Rispetto ai tempi della diffusione italiana, l’impatto sulle attività cinesi è stato anticipato. Già nell’ultimo trimestre del 2019, infatti, Foxconn aveva perso un quarto degli utili. Con il nuovo anno, la situazione non è certo migliorata. Da gennaio e fino all’inizio di marzo, ha dichiarato il presidente Liu Young-Way, il blocco della produzione in Cina è costato circa “10 miliardi di dollari taiwanesi”. Se la compagnia ha sede a Taiwan, infatti, la maggior parte degli impianti (compreso il più grande, quello di Shenzhen) sono nei confini del dirimpettaio asiatico.

Impianti fermi e stipendi da pagare

Con gli impianti bloccati, la società ha continuato a pagare i dipendenti. Una voce di costo pesante, com’è normale che sia per un assemblatore di queste dimensioni: Foxconn è infatti tra le prime cinque società al mondo per numero di lavoratori impiegati. Ne ha oltre 660 mila, cioè più o meno quanto Volkswagen. È chiaro quindi che, oltre al calo del fatturato ci sia stato un assottigliamento del margine operativo, sceso di un punto percentuale, al 4,5%. Ecco perché l’utile è stato colpito in maniera molto più pesante rispetto agli incassi. “Nel secondo trimestre però si tornerà alla normalità”, ha dichiarato Foxconn. Anche grazie a un rimbalzo del fatturato, che dovrebbe crescere a due cifre.

La Fase 2 di Foxconn iniziata a marzo

Le parole dei vertici sarebbero confermate dai dati mensili diffusi dal gruppo (ma, a differenza di quelli trimestrali, non certificati). A gennaio, il fatturato è calato del 12% anno su anno. A febbraio la flessione ha superato il 18%. Il quadro è stato severo fino ai primi giorni di marzo, con una progressiva ripresa già nel corso dello stesso mese, che infatti ha registrato un calo del fatturato meno corposo (del 7,7%) e un incremento rispetto a febbraio che ha sfiorato il 60%. I segnali di ripartenza sarebbero confermati da aprile: poco meno di 380 miliardi di dollari taiwanesi incassati avrebbero riportato (condizionale, perché sono dati ufficiosi) Foxconn in linea con aprile 2019. C’è ancora parecchio da recuperare, sia in borsa (il titolo ha perso oltre il 17% da inizio anno) che a bilancio: stando sempre ai dati non certificati, il fatturato dei primi quattro mesi del 2020 è inferiore dell’8,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

L’incognita Apple

Il principale freno alle attività di Foxconn (il blocco degli impianti cinesi) è stato rimosso. Ma resta ancora l’incognita domanda. I tempi dell’epidemia in Europa e Stati Uniti sono differiti. E la crisi economica potrebbe mutare le scelte di acquisto. La lista dei clienti va da Acer ad Amazon, da Google a Huawei fino a Sony e Xiaomi. Ma il nome della società taiwanese è legato soprattutto a Apple. Nel primo trimestre, i telefoni della Mela hanno fatturato il 7% in meno. E, come ha spiegato Cupertino, il rosso si è fatto sentire soprattutto “nelle ultime settimane del trimestre” e ha continuato a pesare per tutto aprile. Tradotto: le vendite hanno rallentato mentre Foxconn ripartiva. E guardando avanti, ha dichiarato Apple, “l’impatto della pandemia è al momento incerto e dipenderà da fattori che sono al di fuori del controllo della compagnia”. Il peggio sembra alle spalle ma anche Foxconn ha bisogno di conferme. Perché è in questi mesi che devono uscire dalla fabbrica gli smartphone da vendere nell’ultimo periodo  dell’anno, quello più ricco per il settore. 

Superato lo choc della cancellazione del Mobile World Congress di Barcellona, i brand di telefonia tornano a proporre i loro modelli di punta e questa stagione di presentazioni online, lontane dalle presentazioni affollate di bizzarri personaggi mostra comunque una tendenza nuova: un allineamento verso l’alto dell’offerta di tecnologia mobile. Sia in termini di qualità – processori e comparto fotografico su tutto – che di prezzo per la fascia medio-alta.

Sul terreno di confronto di Android si presentano in molti, con schiere nutrite di prodotti (Xiaomi) o estremamente selezionate (OnePlus), ma anche con strategie nuove, come quelle di Oppo e del suo spin-off realme.

Gli ultimi della casa cinese – che come OnePlus fa capo al colosso Bkk – sono il realme X50 Pro 5G e realme 6 Pro, quest’ultimo con 6 fotocamere.

Realme X50 Pro 5G, che sarà disponibile dal 18 maggio, è alimentato dal processore più diffuso tra gli smartphone: il Qualcomm Snapdragon 865 5G che supporta la rete 5G Dual-Mode. È equipaggiato con quad-camera Hawk Eye AI da 64 MP, doppia fotocamera selfie integrata nel display con ultra-grandangolo da 32 MP, display Super amoled a frequenza di aggiornamento 90Hz e ricarica SuperDart da 65W. Nella versione base, con  8GB di ram e 128GB di storage, costa 600 euro, nella configurazione top con 12GB di ram e 256GB di storage, 750 euro.

Realme 6 Pro combina uno schermo a 90Hz, 2 fotocamere selfie integrate nel display e ricarica rapida da 30W, è alimentato da Qualcomm Snapdragon 720G ed è dotato di 6 fotocamere (frontale doppia da 16MP Sony con fotocamera grandangolare principale e da 8MP 105 gradi super grandangolare; posteriori una principale da 64MP, un teleobiettivo zoom ibrido 20x da 12MP, un obiettivo quadrangolare da 8 MP da 119 gradi e uno per le macro). Il display è da 6,6 pollici a 90Hz di frequenza di aggiornamento. Sarà disponibile in due colorazioni – Lighting Blue e Lighting Red – con l’unica configurazione da 8GB+128GB a 349,90 Euro.

Il nome, oggettivamente, non è il massimo, specie per il mercato italiano. Il brand ‘Poco’ dice, per l’appunto, poco o quasi nulla al grande pubblico italiano e sicuramente di primo acchito fa storcere il naso, ma basta pensare a chi c’è dietro – il colosso cinese Xiaomi – e a cosa ha già prodotto (uno smartphone, l’F1 che all’epoca della sua uscita, nell’estate del 2018 fu definito un ‘miglior acquisto’ per il rapporto qualità/prezzo) e già il discorso di fa più interessante.

Per Poco vale quanto già abbiamo visto con Honor e Realme: nati come spin-off di brand più noti come Huawei e Oppo per la vendita di smartphone a basso prezzo e poi diventati indipendenti con top di gamma che se non si avvicinano ai mille euro, comunque si discostano e parecchio dall’idea di low cost che aveva accompagnato la loro nascita. Con Poco Xiaomi vuole continuare a conquistare fette di mercato diversificando il portafoglio prodotti e allargando la fascia di clienti alla quale rivolgersi.

E l’ultimo uscito, l’F2 Pro, va proprio in questa direzione. Creato per gli appassionati di tecnologia, punta tutto sulle performance, ma a un prezzo più accessibile rispetto a quello di un tradizionale flagship.

La piattaforma è l’ormai collaudatissimo Snapdragon 865 con connettività 5G abbinato a un processore chip Kryo 585 octa-core e alla GPU Adreno 650. La Ram è diversificata in base alle due configurazioni: 6 giga con uno storage a 128 e 8 giga con uno storage da 256. Il prezzo è di 499 euro per la prima da 6GB+128GB e 599 euro per la seconda.

Pensato per il gaming, usa la tecnologia LiquidCool 2.0 con la più grande camera di vapore disponibile sul mercato, insieme a più lotti di grafite e grafene, per mantenere il dispositivo fresco.

Il display è un amoled da 6,67” a tutto schermo, grazie alla pop-up camera, una soluzione che altri produttori hanno abbandonato perché non garantisce la resistenza all’acqua e alla polvere e soprattutto non ha le stesse prestazioni in termini di velocità di sblocco con il riconoscimento facciale.

Il comparto fotografico è costituito da una quad camera posteriore da 64MP e la pop-up camera da 20MP con sensore Sony IMX686. L’obiettivo ultra grandangolare da 13MP è a 123 gradi, il sensore macro è da 5MP e un quello di profondità da 2MP. La registrazione video può essere a 8K e 4K.

La batteria è da 4.700 mAh con carica rapida da 30W, che può ricaricare il dispositivo al 64% in 30 minuti e al 100% in 63 minuti.

Togli la mascherina, sblocca il telefono, rimetti la mascherina. Al di là dei tempi della “Fase 2”, è molto probabile che, per un po’ di tempo, il nostro viso dovrà rimanere coperto dal naso in giù. Per attivare il telefono ci sarebbe il caro vecchio Pin. O l’impronta digitale (sempre che non si indossino i guanti). Ma per chi volesse usare il riconoscimento facciale?

Una società vietnamita, VinGroup, ha dichiarato di aver sviluppato la prima tecnologia per renderlo efficace anche con una mascherina in faccia. È tutto merito di deep learning e di nuovi algoritmo, spiega la compagnia in un comunicato. Non servirebbero quindi particolari accorgimenti tecnologici a livello di hardware. Tradotto: funziona con le fotocamere già installate sugli smartphone attuali e sarebbe quindi una soluzione, oltre che economica, di pronta applicazione.

L’applicazione per smartphone

Il riconoscimento facciale con mascherina inclusa è nata dalla collaborazione tra società che fanno capo a VinGroup, una conglomerata con investimenti che vanno dall’immobiliare ai servizi, dalla salute all’automotive. Tra le controllate c’è VinAI, specializzata in intelligenza artificiale. “Le maschere sono un elemento essenziale per prevenire il Covid-19, ma quando gli utenti la indossano l’accuratezza dell’attuale tecnologia di riconoscimento facciale può essere ridotta di oltre il 50%”, spiega Bui Hai Hung, a capo di VinAI. Il gruppo di ricerca si è concentrata sull’identificazione di un volto attraverso le zone lasciate scoperte dalla mascherina, dimostrando “una precisione significativamente migliore” rispetto a quella delle soluzioni attuali.

L’applicazione più immediata sarà in famiglia. La tecnologia sarà integrata sugli smartphone di VinSmart (altro ramo del gruppo), arrivando quindi sul mercato consumer. La via per la diffusione potrebbe anche essere un’app: la società ne ha già una, VinSmart Face Unlock, disponibile su Google Play e compatibile con i dispositivi del marchio vietnamita. Sarà quindi una soluzione per arricchire (e promuovere) gli smartphone di casa. Un omologo del FaceID di Apple.

Non solo sblocco: l’ipotesi sorveglianza

Il riconoscimento facciale di VinAI ambisce però a fare anche altro: diventare “un sistema di monitoraggio e autenticazione dei dipendenti”. Le aziende pagheranno per averlo perché, spiega VinGroup, la soluzione è capace di rilevare “automaticamente” gli utenti che indossano la mascherina e potrebbe quindi “supportare la gestione delle distanze” quando si tornerà a lavorare a pieno regime. “Oltre alla commercializzazione”, poi, la società si è detta pronta a offrire “gratuitamente” la tecnologia ad alcuni “partner”, “per servire la salute pubblica durante la pandemia”. Non ci sono ulteriori dettagli, né sui partner né sui modi in cui il riconoscimento facciale sarà utilizzato.

Ma nel caso di aziende e pubblica utilità, più che al FaceID, la soluzione somiglia molto a Rekognition, la discussa tecnologia di Amazon. Che infatti è uno dei tre esempi di riconoscimento facciale citati da VinGroup nel suo comunicato, assieme a quello della Mela e a DeepFace di Facebook. Insomma: sblocco del telefono ma anche controllo e identificazione con mascherina.

Dai noodle in Ucraina agli smartphone

VinGruop ha risorse e ambizioni per spingere progetto. È la più grande conglomerata del Vietnam, con una capitalizzazione di 315.000 miliardi di dong (12,4 miliardi di euro) e un fondatore che merita una digressione. Studia geologia ad Hanoi e poi a Mosca negli anni in cui viene giù l’Unione Sovietica. Fa fortuna in Ucraina. Niente a che fare con la tecnologia: apre prima un ristorante vietnamita e poi una fabbrica di noodle disidratati (venduta a Nestlé). Torna nel Paese d’origine, investe nel settore immobiliare. Pham Nhat Vuong, dopo essere stato il primo miliardario (in dollari) vietnamita, è l’uomo più ricco del Paese e il 286esimo al mondo. Ha una fortuna stimata di 5,8 miliardi di dollari. E fino venti mesi fa non aveva messo piede nel campo degli smartphone.

Le ambizioni di VinSmart

VinSmart ha puntato su prezzi bassi e mercato locale, cercando di riuscire dove altri connazionali avevano fallito: vendere telefoni vietnamiti ai vietnamiti. Ha lanciati 12 modelli e venduto 600 mila unità in 15 mesi. Ha avviato la costruzione di un impianto che, a regime, dovrebbe produrre 125 milioni milioni di dispositivi l’anno. Oggi, secondo un’analisi di GfK, il marchio vale il 16,7% del mercato nazionale. Gli stanno davanti solo Samsung e Oppo, mentre Xiaomi è già alle spalle. Come i marchi cinesi, monta una versione personalizzata di Android. E come i marchi cinesi anche VinSmart vorrebbe partire dal low-cost per ampliarsi. Entro la fine del 2020 punta a lanciare una linea di prodotti di fascia alta.

Netflix da re della clausura potrebbe ritrovarsi a rifare i conti con le solite incognite. Amazon, in apparenza l’asso pigliatutto del commercio, sta spendendo miliardi per sicurezza e distribuzione. Google e Facebook sperano che il peggio sia passato, ma dipendono dagli umori (al momento non proprio gioviali) degli inserzionisti. È vero che i giganti della tecnologia hanno tenuto molto meglio di altri all’emergenza Covid​.

Ma nel medio periodo non sono immuni. Molti hanno offerto delle previsioni vaghe per i prossimi trimestri o non le hanno indicate affatto. Nei “fattori di rischio”, l’elenco – spesso di circostanza – che i gruppi sono tenuti a inoltrare alla Sec, adesso non ci sono solo concorrenza, risposta degli utenti e disastri naturali: è spuntata anche “la pandemia”.

Apple: tempi fortunati con l’incognita iPhone

Nelle sue trimestrali, Apple affianca spesso toni entusiastici e numeri abbottonati. Ha rinunciato ai primi e ha serrato i secondi. Il fatturato è stato di 58,3 miliardi di dollari, con un incremento dell’1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. “Nonostante l’impatto globale senza precedenti del Covid-19 – ha spiegato il ceo Tim Cook – siamo fieri di riportare che Apple è cresciuta”. Tradotto: già è tanto che non abbiamo fatto peggio di un anno fa. Apple è ormai un centauro. Metà (o quasi) servizi e metà prodotti. I primi hanno continuato a crescere. I secondi hanno invece perso, nel complesso, il 6%.

Il fatturato degli iPhone è diminuito del 7%, condizionato da fermi alla produzione e chiusura dei punti vendita. L’impatto si è fatto sentire “nelle ultime settimane del trimestre” e ha continuato a pesare per tutto aprile (quanto, si vedrà nella prossima trimestrale). Apple è stata quindi colpita. Ma, anche se non c’è un buon momento per beccarsi un cazzotto, si può dire fortunata: l’epidemia è esplosa in una stagione debole per l’hardware.

Adesso però c’è da rimettere in moto la produzione per i nuovi iPhone, che come sempre arriveranno in autunno. Il prolungarsi di un quadro avverso potrebbe fare danni ben maggiori, anche perché nel 2020 gli smartphone della Mela sono chiamati a un forte rinnovo dopo un paio d’anni di transizione. “L’impatto della pandemia è al momento incerto e dipenderà da fattori che sono al di fuori del controllo della Compagnia”, scrive Apple. Ecco perché Cupertino non ha diffuso alcuna previsione per il trimestre in corso.

Amazon, epidemia quanto mi costi

Con i negozi chiusi e la paura del contagio, tutti compreranno da Amazon. Vero. Amazon farà soldi a palate. Non proprio. Il gruppo è stato, tra i grandi della tecnologia, il più penalizzato in borsa dopo la diffusione della trimestrale: -7,6%. Motivo: Jeff Bezos ha dovuto far fronte all’aumento delle richieste assumendo 175.000 persone. Ha aumentato le paghe orarie e speso per dispositivi di sicurezza e sanificazioni. Nel trimestre in corso, quindi, la compagnia prevede di spendere 4 miliardi di dollari (o anche “qualcosa in più”) per le misure anti-Covid. Di fatto, la cifra mangerà l’intero margine operativo del trimestre, atteso tra aprile e giungo a cavallo del pareggio (compreso tra -1,5 miliardi e 1,5 miliardi).

Nel secondo trimestre 2019, il risultato operativo era stato di 3,1 miliardi. “In circostanze normali – spiega il gruppo – ci saremmo attesi un utili operativo attorno ai 4 miliardi. Ma non siamo in circostanze normali”. Il peso dei costi si è già intravisto tra gennaio e marzo: se il fatturato è cresciuto del 26%, i costi operativi sono schizzati quasi del 30%. Quelli legati alla distribuzione fisica sono aumentati di un terzo abbondante.

Amazon ha spiegato di aver “adattato numerosi aspetti di logistica, trasporti, acquisti e rivenditori terzi”. Le vendite resteranno forti, ma non è escluso un rallentamento: la società stima incassi tra i 75 e gli 81 miliardi di dollari, che equivarrebbe a un progresso compreso tra il 18 e il 28%. Nel trimestre appena chiuso, la crescita è stata del 26%. Per confermarla, quindi, Amazon dovrebbe avvicinarsi alla fascia alta della sua previsione. In altre parole: se i nuovi costi sono certi, non lo è la capacità di tenere lo stesso ritmo di crescita. Anche perché il gruppo prevede di “continuare a essere influenzato da ritardi di approvvigionamento e spedizione, maggiore domanda di prodotti in determinate categorie e minore in altre”.

Alphabet, il peggio è passato?

Alphabet era, tra le società tecnologiche, un’osservata speciale. Si temeva che il mercato pubblicitario orso potesse impattare molto su chi campa di annunci. Il rallentamento c’è stato (+13% anno su anno, quattro punti percentuali in meno del trimestre precedente) ma è stato più blando delle attese. Il gruppo ha poi ammortizzato bene i costi, che sono cresciuti meno del fatturato, consentendo di ampliare i margini e aumentare l’utile (seppure al di sotto delle stime della vigilia).

Big G ha confermato che, a marzo, c’è stato un “improvviso” calo del mercato pubblicitario. Uno degli indici che spiega meglio il suo andamento è il “cost per impression”. Cioè il gettone che un inserzionista paga ogni volta che un annuncio viene visualizzato dall’utente. È diminuito, perché da una parte gli utenti sono stati molto attivi (anche se più inclini a contenuti non commerciali), dall’altra gli investitori hanno chiuso il portafogli. La società si attende mesi “difficili”, pur restando “ottimista” riguardo la crescita di lungo periodo. Fare previsioni è complicato. Lo ha detto chiaramente la cfo Ruth Porat.

Niente stime, però. Solo qualche indizio. Nel corso di aprile, nella Search (cioè su Google) ci sono stati “segnali iniziali di un ritorno a un comportamento più commerciale degli utenti”. Non ci sarebbe stato, quindi, “ulteriore deterioramento” dei ricavi. Non è ancora chiaro però se il ritrovato interesse degli utenti per i prodotti e gli acquisti sia “duraturo e monetizzabile”.

Su Youtube, invece, “continua il declino” della pubblicità, anche se “è troppo presto per dire di più”. La cautela, in questo caso, ha pagato: il titolo di Alphabet ha fatto un bel balzo e, dal giorno della trimestrale ha guadagnato il 6%. Resta però la forte esposizione a un solo mercato, quello pubblicitario, che rappresenta oltre l’80% del fatturato. Se le inserzioni frenano, Alphabet non ha grandi paracadute.

Facebook, “incertezza senza precedenti”

Ecco un’altra compagnia che campa di pubblicità. Facebook ha allontanato i timori con una trimestrale solida, nonostante il rallentamento di marzo. Il fatturato continua ha crescere e ha battuto le attese. L’utile è raddoppiato, anche grazie ai costi che hanno smesso di lievitare: meno spese in marketing, viaggi ed eventi (bloccati dal Covid) hanno ampliato i margini.

A spingere il titolo ci hanno pensato gli utenti: sulle piattaforme del gruppo sfiorano ormai i 3 miliardi. Su Facebook, c’è stata un’accelerazione dei nuovi profili attivi ed è cresciuto (seppur di poco) il rapporto tra utenti quotidiani (Dau) e mensili (Mau). Vuol dire, in pratica, che gli iscritti – complice la clausura – sono stati più spesso sul social network. Una buona credenziale da spendere quando gli inserzionisti torneranno.

Nel trimestre, infatti, c’è stata una “significativa riduzione della domanda di pubblicità”. Ma, come Google, anche Menlo Park ha notato una “stabilizzazione nelle prime tre settimane di aprile”. Tanto è bastato per quietare i timori, nonostante non manchino le ombre. Nelle prime settimane di questo secondo trimestre 2020, il fatturato anno su anno è stato piatto, mentre nel 2019 era aumentato del 17%. Resta quindi lo stesso problema di Alphabet: la forte esposizione al mercato pubblicitario. Neppure Facebook, quindi, ha diffuso previsioni per il trimestre in corso né per l’intero 2020. Colpa di una “incertezza senza precedenti”.

Microsoft in equilibrio

Microsoft somiglia sempre di più al suo amministratore delegato, Satya Nadella: basso profilo, pochi proclami, grande equilibrio. Ormai sembra una costante: nessuna reazione scomposta dei mercati nell’immediato dopo-trimestrale, ma crescita solida. L’acqua cheta di Wall Street. I tre segmenti del bilancio (intelligent cloud, produttività e personal computing) producono fatturati simili e permettono quindi di non essere dipendenti da un solo mercato (come la pubblicità) o da un solo dispositivo (come l’iPhone).

Ecco perché Microsoft è stata l’unica grande compagnia tecnologica ad essersi vantata di un “impatto minimo” del coronavirus. Attese battute per fatturato (+15% anno su anno) e utili (+22%). I dispositivi hanno retto (in equilibrio tra la spinta del lavoro da remoto e le difficoltà di produzione). Linkedin e Bing (esposti al freno della pubblicità) hanno sofferto.

Hanno invece beneficiato della clausura cloud, videogiochi, Windows, le soluzioni per la sicurezza e quelle per lo smart working. Se la pandemia non si è avvertita più di tanto a livello di incassi, ha però “avuto e può continuare ad avere un impatto sulle nostre operazioni aziendali, inclusi dipendenti, clienti, partner e comunità”. Anche Microsoft, quindi, usa la parola “incertezza” e avverte di non poter prevedere quanto succederà nei prossimi mesi. Il suo bilancio con risultati “misti”, in tempi imprevedibili, diventa però un elemento di solidità. Diversificazione del rischio.

Netflix, un pieno potrebbe non bastare

Non potevano esserci dubbi: in clausura, Netflix avrebbe fatto il pieno. E così è stato: 15,7 milioni di nuovi utenti, con un’accelerazione a marzo. Se le iscrizioni sono andate oltre le attese, così non è stato per il fatturato. È sì cresciuto (e tanto, +27%) ma è stato condizionato da prove gratuite e dollaro forte. C’è stato anche un altro effetto-Covid sulla società: lo stop alle (costosissime) produzioni ha permesso a Netflix di ritardare alcuni pagamenti, rendendo il flusso di cassa positivo (mentre di solito è in rosso di qualche centinaio di milioni). Potrebbe essere una gioia momentanea, per due motivi. Primo: vuol dire che il lancio di alcuni film e serie tv “sarà ritardato, probabilmente di un trimestre”.

Netflix afferma che, “vista l’ampia libreria di titoli, potrebbe esserci un impatto minore sulla soddisfazione degli utenti rispetto alla concorrenza”. Tradotto: se ho centinaia di cose da vedere, non disdico l’abbonamento solo perché la serie che aspetto arriva in ritardo. Tuttavia, ammette la compagnia, non ci sono certezze: “Ci vorrà tempo per dirlo”.

Secondo: il flusso di cassa positivo non è strutturale. Netflix ha ottenuto molto dalla clausura in termini di pubblico, ma le sue sfide restano probanti: le produzioni originali obbligano Netflix a un continuo rilancio. Non basta che guadagni: deve crescere a un ritmo molto alto, calibrando l’acquisizione di nuovi abbonati con i prezzi (cresciuti nel tempo anche per finanziare le nuove produzioni). Un circolo, da capire ancora se virtuoso o vizioso. Per il trimestre in corso, la piattaforma spera di conquistare 7,5 milioni di utenti.

Ma è Netflix stessa a definirla, più che una stima, “una supposizione”. Anche in questo caso vale il solito mantra: troppa incertezza. Dipenderà dalla durata delle misure restrittive anti-Covid. Dopo la sbornia da clausura, quindi, la piattaforma si ritroverà a fare i conti con le solite insidie: forte concorrenza, indebitamento e necessità di correre.   

“Multitasking” è la parola che racchiude al meglio questi ultimi anni, sia per quanto riguarda il mondo lavorativo, sia per la vita di tutti i giorni. Il dividersi fra gli impegni quotidiani, la voglia di relax, le deadline da rispettare e le task da portare a termine a volte possono sembrare un’impresa.

Per questo asus ha rinnovato il suo portatile convertibile da 14 pollici ZenBook Flip (UM462), alimentato da un processore AMD e con una Cerniera ErgoLift 360 gradi che adopera un’azione di apertura senza scatti per sostenere il display in modo sicuro in qualsiasi angolazione. Questo permette a ZenBook Flip 14 di essere utilizzato in modalità laptop, tablet, in stand o in posizione tenda – o qualsiasi altro grado di apertura – garantendo la massima versatilità. Il meccanismo della cerniera, costruito interamente in metallo, è testato su 20.000 cicli di apertura/chiusura. Per mantenere alto il comfort durante la digitazione, la cerniera ErgoLift solleva e inclina contemporaneamente la tastiera quando il laptop viene aperto oltre i 135°.

ZenBook Flip 14 è dotato di NumberPad, alternativa alla mancanza di un tastierino numerico dedicato sui portatili di piccole dimensioni. Nell’uso quotidiano, NumberPad si rivela un touchpad per Windows rivestito in vetro con supporto multi-gesture. Un tocco dell’icona NumberPad sul touchpad lo trasforma in una tastiera illuminata a LED con un layout per l’inserimento dei dati.

ZenBook Flip 14 è dotato anche di una telecamera IR per un rapido accesso biometrico. La webcam si trova in alto – la posizione preferita dagli utenti – nonostante le cornici ultra-sottili. Pur essendo soggetta a una riduzione di dimensioni, la telecamera è dotata di un obiettivo a 4 elementi, supporta Asus Pen e Windows Ink,

Soddisfa inoltre il severo standard militare MIL-STD-810G per la solidità e la durata dei materiali, sottoponendosi a test per garantirne il corretto funzionamento in ambienti difficili, tra cui altitudini, temperature e umidità estreme. È dotato di processore AMD Ryzen serie 3000 e fino a 16GB di RAM.

ASUS ZenBook Filp 14 (UM462) è disponibile con un prezzo consigliato al pubblico a partire da 749 euro​.

Oggi Apple ha aggiornato MacBook Pro 13″ con la nuova Magic Keyboard e il doppio dello spazio di archiviazione per tutte le configurazioni standard.

La nuova linea offre anche processori di decima generazione con prestazioni grafiche fino all’80% più veloci e 16GB di memoria a 3733MHz di serie su alcune configurazioni. Ai  processori quad-core si aggiunge il display Retina da 13″, Touch Bar e Touch ID, altoparlanti stereo, batteria ad alta capacità a partire da 1.529 euro.

La nuova Magic Keyboard è stata prima introdotta su MacBook Pro 16″ e poi aggiunta a marzo su MacBook Air. La Magic Keyboard ha tasti con meccanismo a forbice ridisegnato ed escursione di 1 mm, per scrivere in modo più comodo e stabile. Inoltre i tasti freccia a T capovolta sono più facili da trovare, per esempio mentre si lavora a un foglio di calcolo o quando si gioca. La Magic Keyboard ha anche un tasto Esc fisico oltre a Touch Bar e Touch ID.

Lo spazio di archiviazione partendo da 256GB standard fino a 1TB e ai processori  di decima generazione con Turbo Boost fino a 4,1GHz si accompagna la scheda grafica Intel Iris Plus Graphics integrata per l’editing di video 4K, rendering più veloci e giochi più fluidi rispetto alla generazione precedente.

Ora alcuni modelli hanno 16GB di memoria a 3733MHz di serie personalizzabile a 32GB

Il design unibody in alluminio è disponibile in grigio siderale e color argento con un peso di meno di 1,4 kg, Il chip Apple T2 Security, la seconda generazione del processore progettato da Apple, che verifica che il software caricato all’avvio del sistema non sia stato manomesso e fornisce la crittografia in tempo reale di tutti i dati archiviati sull’unità SSD. 
 

Strumento digitale e indagine tradizionale. Telegram si conferma uno dei luoghi digitali (leciti) dove si consumano più spesso reati legati al sesso. Questa volta di mezzo c’è il revenge porn: foto e video pornografici usati per vendetta. Un’indagine coordinata dalla Polizia Postale ha portato alla denuncia di due amministratori di altrettanti canali e di un utente. Ogni gruppo ha migliaia di utenti iscritti. Uno incita allo stupro sin dal titolo. Ed è ancora online. Perché fermare un admin o denunciare un utente per aver condiviso foto della ex non equivale a bloccare l’ondata di miglia di messaggi al giorno.

Revenge porn e quarantena

Si tratta, quasi sempre, di materiale pornografico legale. Le conversazioni, però, si spingono spesso oltre. Basta scorrere uno dei canali per ritrovare commenti offensivi, alcuni riferimenti a Tiziana Cantone (morta suicida dopo la pubblicazione di un video) e decine di richieste di contenuti “pedo”, che non vengono scambiati direttamente “in pubblico” ma rimandano a chat private. Non è quindi semplice intercettare chi commette un reato. E nel caso del revenge porn lo è ancor meno.

Nelle chat gli utenti postano spesso immagini di quella che dicono essere la propria ragazza, invitando gli altri a insultarla. Che sia vero o meno, le indagini non possono partire senza una querela. Difficile che arrivi perché non è semplice capire se le proprie foto sono finite online senza consenso. “La legge che istituisce il revenge porn come fattispecie criminosa è del 2019. Da agosto a oggi, i numeri non corrispondono alla realtà”, afferma Alessandra Belardini, dirigente della Polizia Postale. Denunce e denunciati sono solo un frammento di quello che circola, non solo su Telegram. Quantificare il fenomeno è quindi impossibile. Si può però dire che “le vittime sono per la maggior parte donne e che è in aumento, anche perché siamo tutti chiusi in casa e usiamo di più le piattaforme digitali”.

Perché proprio Telegram

Ma perché proprio Telegram? Con la crittografia end-to-end, solo chi partecipa a una chat può conoscerne il contenuto. Ma c’è altro. Belardini, pur sottolineando che non è certo l’unico ambiente con gruppi nocivi, afferma che “dipende dalle policy”. L’app ha dei termini di servizio molto scarni. Punisce lo spam e le truffe. Vieta anche “post pornografici illegali” e “l’incentivo alla violenza”, ma solo se “visibili pubblicamente”.

È qui si gioca molto. Perché Telegram ha gruppi aperti (dove i contenuti sono in teoria punibili) e altri chiusi. I primi possono essere ricercati per nome, un po’ come si fa per un qualsiasi contenuto su Google. I secondi hanno bisogno di un invito, sotto forma di link. La distinzione è facilmente aggirabile: basta creare un gruppo pubblico e metterci dentro il link che rimandi a un altro. Molti canali borderline hanno già un “gemello” di riserva, dove gli utenti possono confluire in vista di un possibile blocco. Il gruppo viene chiuso? Se ne crea uno nuovo, con un nome molto simile.

Come si fa un’indagine su Telegram

Anche nel caso di quest’ultima inchiesta, chiamata Drop the Revenge, la denuncia degli amministratori non ha portato in automatico alla chiusura del canale. Gli utenti, infatti, stanno continuando a postare immagini e commenti, adesso accompagnati a insulti nei confronti di chi denuncia e degli “sbirri”.

Anche se il campo è diverso, spiega Belardini, “l’indagine è tradizionale”. Dopo la denuncia, anche con infiltrati nei gruppi, si cerca di risalire all’amministratore e poi all’IP, cioè al suo “indirizzo informatico”. Non basta. Perché l’IP individua un dispositivo, non la persona. “Chi ha le chiavi di una casa, non è per forza il proprietario”, afferma Belardini.

Serve quindi dimostrare chi abbia usato il pc o lo smartphone, grazie a una perquisizione informatica. È quello che è successo per i tre denunciati. Nel caso del 35enne di Nuoro, la Polizia postale ammette di essere stata “fortunata” perché ha sorpreso il ragazzo in flagranza, mentre era su Telegram. Il 29enne bergamasco, un utente non amministratore, è stato denunciato per aver pubblicato la foto della ex compagna. Per il secondo admin coinvolto, un 17enne palermitano che vive con i genitori, è stato decisivo “un suo errore”. Come nelle indagini “analogiche”, anche in quelle digitali è decisivo il classico “passo falso”, individuato, spiega Belardini, dopo aver seguito uno schema di gruppi e app “a scatole cinesi”.

“È un percorso lento, che va avanti anche per tentativi”. Il minore di Palermo aveva anche trovato il modo di guadagnare: vendendo foto per 2-3 euro, è riuscito a incassarne circa 5.000. Ma niente sistemi di pagamento complessi: usava delle carte prepagate. Si tratta comunque di un caso poco ricorrente: “Quel che muove il revenge porn non è il lucro ma la vendetta”.

Educazione all’intimità e al digitale

Chiedere la collaborazione di Telegram è un’utopia. L’app si limita a bloccare canali solo quando l’autorità lo impone (che però non avviene per singoli casi di revenge porn). Invocare il buonsenso degli amministratori e una moderazione più stringente è un controsenso. Secondo Belardini, oltre a punire il fenomeno, l’unico modo per arginarlo è “agire ex ante e non ex post”.

“L’abuso deriva dalla leggerezza del momento”. Questo non vuol dire evitare sempre di mostrarsi, se fa parte del proprio piacere. Ma ci sono modi più sicuri di farlo, come suggerisce la Polizia Postale, ad esempio usando “un supporto esterno o una cartella criptata” anziché lo smartphone. “Dobbiamo cercare di intervenire sull’educazione all’intimità sessuale e alla condivisione”. Cioè sui comportamenti privati e sulla conoscenza degli strumenti che si stanno utilizzando.  

 

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