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“Un piccolo gruppo di Stati” sta bloccando i negoziati per mettere al bando i “robot-killer”. Piccolo ma pesante, perché annovera potenze militari come Usa, Russia e Israele. Lo affermano i responsabili della Ong Stop Killer Robots, principale promotrice di una moratoria sulle armi autonome.

Cosa sono i robot-killer

I “robot-killer” sono le armi che utilizzano l'intelligenza artificiale e altre sofisticate tecnologie per rendersi del tutto autonome. Sono cioè in grado di selezionare un bersaglio e centrarlo senza l'intervento umano. Le Nazioni Uniti hanno promosso una serie di incontri rivolti all'individuazione di linee guida comuni, verso la definizione di un nuovo protocollo all'interno della Convenzione delle Nazioni Unite su certe armi convenzionali (Ccw).

L'ultimo summit (il sesto) si è concluso a Ginevra il primo settembre. Lo schieramento dei favorevoli si è ampliato, ma restano ancora le resistenze di alcune potenze militari. Uno dei punti dell'accordo richiede l'obbligo di mantenere un controllo umano, perché “la responsabilità non può essere trasferita alle macchine”. Il principio, racconta Stop Killer Robots, sarebbe stato condiviso da tutti gli 88 Stati presenti in Svizzera. Ma la discussione si sarebbe arenata sul modo di applicarlo.

La maggioranza ha proposto di aprire, nel 2019, negoziati basati su obiettivi più stringenti. Diversi Stati (tra cui Colombia, Iraq, Pakistan e Panama) hanno richiesto un divieto preventivo in attesa di arrivare a un accordo comune. Austria, Brasile e Cile si sono spinti a proporre uno strumento “giuridicamente vincolante”. Più morbida è invece la posizione di Francia e Germania, che all'obbligo preferirebbero “dichiarazioni politiche” e principi d'indirizzo.

Chi sta frenando i negoziati

C'è però, infine, un altro schieramento che, pur confermando la volontà di proseguire i negoziati, “si oppone fermamente a qualsiasi misura”. Cioè a un più rigido trattato ma anche a una più blanda dichiarazione d'intenti. È questa la posizione di Australia, Israele, Russia, Corea del Sud e Stati Uniti. Vorrebbero soppesare potenziali “vantaggi” e “benefici” prima di prendere una decisione sullo sviluppo di armi autonome. Se ne saprà di più il prossimo 23 novembre, quando durante la riunione annuale della Ccw si dovrà prendere una decisione sui lavori futuri. Il rischio è che lo stallo si traduca in uno stato di negoziazione continua. Senza però arrivare a risultati concreti.

Gli appelli all'Onu

Il tema dei robot killer si è imposto grazie agli sforzi della Ong che punta a bandirli. Ma anche grazie ai ripetuti appelli di grandi personalità della tecnologia. Il fondatore di Alibaba Jack Ma, ha più volte indicato il rischio che l'intelligenza artificiale possa causare una "terza guerra mondiale". Per il ceo di Tesla Elon Musk, da sempre tra i più allarmati, le macchine potrebbero diventare “un dittatore immortale”. Perché le conseguenze siano negative, non serve che “l'intelligenza artificiale sia malvagia. Se ha un obiettivo e l'umanità sembra essere di ostacolo, distruggerà l'umanità senza nemmeno pensarci”.

Nell'agosto 2017, cento manager hanno scritto una lettera aperta all'Onu per chiedere il divieto di robot sul campo di battaglia. Tra i firmatari Mustafa Suleyman, numero uno di Deep Mind, società specializzata in intelligenza artificiale controllata da Alphabet, Musk e tre italiani: Alessio Bonfietti di MindIT, Angelo Sudano di ICan Robotics e Domenico Talia di DtoK Labs. Un anno dopo, in una'altra lettera aperta, i firmatari sono diventati più di 2400 (tra i quali ci sono, ancora una volta, i vertici di Deep Mind e il fondatore di Space X). La richiesta riguarda proprio il punto in cui sembrano impantanarsi i negoziati dell'Onu: “La decisione di togliere una vita umana non dovrebbe mai essere presa da una macchina”.

 

Vent'anni di Google. Il 4 settembre 1998, Larry Page e Sergey Brin fondano Google Inc. È il compleanno della società. Anche se già un anno prima (nel settembre 1997) era stato depositato il dominio “Google.com”. Cioè l'indirizzo del motore di ricerca. Ecco la sua storia in venti passi.

Chi sono i fondatori

Larry Page e Sergey Brin si incontrano per la prima volta a Stanford nel 1995. Sono coetanei (nati entrambi nel 1973) ma con storie molto diverse. Il padre di Page è stato definito uno dei pionieri dell'informatica negli Stati Uniti. E anche la madre Gloria ha costruito una carriera universitaria nello stesso campo di ricerca. Brin è figlio di un professore universitario di matematica e di una ricercatrice della Nasa. Ma la sua storia inizia in Russia. È nato a Mosca ed è arrivato negli Usa a sei anni.

Come nasce il nome

Il progetto di Google nasce a Stanford. Obiettivo: creare un algoritmo che permetta di orientarsi online. Il nome iniziale del progetto è "Backrub" e gira solo sui server dell'università. Brin e Page optano poi per Google. Il nome sarebbe ispirato a "googol", termine coniato dal matematico Edward Kasner per rappresentare un numero con un uno seguito da cento zeri. Non è certo il perché googol sia diventato Google. Forse per una scelta. O forse per un errore di trascrizione: la pronuncia delle due parole è quasi identica.

I “fratelli di Google”

Oggi, dopo milioni di ricerche, gli utenti sanno come si scrive “Google”. Il termine però non è dei più immediati. Ecco perché sono spuntati nel corso degli anni altri domini che giocano sugli errori di scrittura. Da Gogle a Gooogle fino a Googel. Sembrano particolari insignificanti ma non lo sono. Visto il volume di traffico, anche un risicato numero di errori di battitura potrebbe portare un consistente flusso di clic verso questi indirizzi ingannevoli. Ecco perché Google li ha acquistati, reindirizzando gli utenti verso quello corretto. In altre parole: anche scrivendo www.googel.com si accede al motore di ricerca originale.

La home page

La forza di Google è probabilmente stata, almeno all'inizio, il suo essere controcorrente. La homepage è una pagina bianca, con il nome colorato di blu, rosso, giallo e verde. E una barra di ricerca dove inserire le parole. Anche la lista dei risultati ha uno stile essenziale (per non dire spartano). Oggi sembra la norma, ma nella seconda metà degli anni '90 è una piccola rivoluzione. È infatti l'era dei portali, che cercano di affastellare contenuti e banner pubblicitari nella stessa pagina.

Il primo finanziatore

Google si ispira a un numero con “cento zeri”. E chilometrico è anche il nome del suo primo finanziatore: Andreas Maria Maximilian Freiherr von Mauchenheim genannt Bechtolsheim. Più conosciuto come Andy Bechtolsheim, è il fondatore di Sun Microsystems. Questo imprenditore tedesco trasferitosi nella Silicon Valley crede da subito nell'idea di Brin e Page. Li sostiene con 100.000 dollari nel 1998, ancora prima della fondazione della società.

Il rifiuto di Yahoo ed Excite

Se Bechtolsheim ci aveva visto lungo, alcune società si sono fatte sfuggire l'occasione della vita (pagando a caro prezzo). Tra il 1998 e il 1999, Brin e Page propongono l'algoritmo a due tra i portali leader dell'epoca. Sia Excite che Yahoo rifiutano di comprare Google per un milione di dollari. Prezzo eccessivo, mercato troppo competitivo. Oggi Alphabet (la holding figlia di Big G) vale più di 850 miliardi di dollari. Excite è un marchio lontano dai suoi fasti. E Yahoo è stato venduto nel 2016 a Verizon per meno di 5.

Dal garage ai primi uffici

Come epica della Silicon Valley esige, Google nasce in un garage. Al momento della fondazione, Brin e Page lavorano in una stanza di Menlo Park, offerta lorada un'amica. Solo nel febbraio 1999 si spostano a Palo Alto, nel loro primo vero ufficio. E poi, alla fine dello stesso anno, traslocano a Mountain View, dove la società ha sede tuttora. Il nome di quell'amica che offrì il suo garage, non è un dettaglio.

L'ascesa di Susan Wojcicki

Quell'amica è Susan Wojcicki. Sarà tra i primi assunti di Google. Per l'esattezza il dipendente numero 16. Non lascerà più la compagnia, scalandone la gerarchia. Oggi è ceo di Youtube, ha un patrimonio personale di 480 milioni di dollari e, secondo Forbes, è la sesta donna più influente del mondo. Non è l'unico legame tra Google e la famiglia Wojcicki. La sorella di Susan, Anne, oggi a capo della società biotecnologica 23andMe, è stata sposata con Brin dal 2007 al 2015.

La storia dei doodle

doodle sono le grafiche e le animazioni con cui Google celebra le ricorrenze del giorno. Il primo è del 1998: un omino stilizzato che riprende l'icona del Burng Man Festival, nel deserto del Nevada. È una sorta di “torno subito”: Brin e Page vogliono semplicemente comunicare che saranno lì a divertirsi e non in ufficio. Nel 2000 i fondatori chiedono al webmaster Dennis Hwang, ai tempi stagista, di realizzare un doodle per commemorare il giorno della presa della Bastiglia. Da allora i progetti sono diventati sempre più complessi. Disegni, giochi, veri e propri cortometraggi animati. Tanto che oggi c'è un team di ingegneri e illustratori (chiamati doodler) dedicato esclusivamente alla creazione di doodle.

Il pesce d'aprile: Gmail

Il 2000 è l'anno della svolta. Le ricerche si rendono disponibili in dieci nuove lingue. Nel 2001 arriva la possibilità di ricerca di immagini (il database di partenza è composto da 250 milioni di contenuti). Per svelare Gmail, nel 2004, la società opta per una data singolare: il primo aprile. Ma non è una burla. Nel 2005 è il turno di Google Maps e Google Earth. Ormai Google non è più solo un motore di ricerca. È solo l'inizio.

La crescita di Android

Le acquisizioni di Google sono centinaia. Molto spesso si tratta di piccole società, inglobate per catturare i migliori talenti e le idee più innovative. È il caso di Android. Nell'agosto 2005, a Mountain View bastano 50 milioni per mettere le mani sulla compagnia che, grazie alle casse di Google, svilupperà il sistema operativo che oggi domina il mercato. L'esordio commerciale del robottino verde è dell'agosto 2008. Meno di due anni dopo la sua quota di mercato supera iOS. Oggi l'88% dei dispositivi mobile monta Android.

L'affare: YouTube

L'altro grande colpo è Youtube, acquisito nel 2006 per 1,65 miliardi di dollari. Cifra notevole per l'epoca. Un affare se si considerano i prezzi attuali e, soprattutto, gli incassi generati da Youtube. La piattaforma video è il secondo sito più trafficato del mondo (alle spalle di Google.com). Morgan Stanley ha stimato che, se fosse un'entità a sé,varrebbe 160 miliardi di dollari. Cioè più di Ibm.

La rincorsa di Chrome

Chrome è il browser di Google. E, come altri prodotti di Big G (vedi Android) ha saputo conquistare il mercato nonostante una partenza in ritardo. Il suo esordio è del settembre 2008 (tredici anni dopo il principale concorrente, Internet Explorer). Oggi Chrome domina: la sua quota di mercato supera il 65%. Il browser di Microsoft si ferma sotto l'11% e Firefox sfiora il 10%.

Il (mezzo) flop di Motorola

Tra i tanti successi, spicca un flop. E riguarda la maggiore acquisizione nella storia della compagnia. Nell'agosto 2011, Google sborsa 12,5 miliardi di dollari per portare in California Motorola. Nel 2014, la divisione mobile viene venduta a Lenovo per meno di tre miliardi. Non è una perdita così secca come potrebbe sembrare. Mountain View aveva già ceduto altre divisioni e messo gli occhi sui brevetti di Motorola. Non ha invece funzionato (ammesso che fosse questo l'obiettivo) l'idea di diventare un produttore che unisse software (a partire da Android) e hardware (cioè i telefoni fatti in casa). Oggi Google ha i suoi smartphone (i Pixel) e ha acquisito parte di Htc per rafforzarli. Non ha l'ambizione di essere la nuova Apple. Ma punta ad ampliare questo mercato per consolidare anche quello (ben più solido) dei propri servizi.

Il valore di borsa

Google sceglie di approdare in borsa nell'agosto 2004. Cinque anni prima era ancora in un garage. Al suo esordio, ha un valore di circa 23 miliardi di dollari. Un'azione costa 85 dollari. Oggi è oltre quota 1230. E la compagnia ha una capitalizzazione che supera di poco gli 850 miliardi di dollari. Solo Apple e Amazon le sono stabilmente davanti. Mentre si gioca la terza piazza con Microsoft.

Da Google ad Alphabet

Nel 2015 Google cambia struttura. Sono ormai troppe le attività da gestire. Nasce la holding Alphabet, con il compito di gestire e controllare i diversi rami della società. Google, con i proventi del motore di ricerca e Android, resta il cuore del gruppo. Che però tocca sempre più settori. Di Alpahbet fanno parte (tra gli altri) la guida autonoma di Waymo, la connettività di Fiber, gli oggetti connessi di Nest (altra grande acquisizione, da 3,2 miliardi di dollari), gli investimenti di Google Ventures, l'intelligenza artificiale di Deep Mind, i palloni aerostatici di Loon per portare internet nelle aree remote, le biotecnologie di Calico.

​Sundar Pichai, dall'India a Mountain View

Con Alphabet, cambia anche il volto di Google. Brin e Page restano in cima: sono presidente e amministratore delegato della holding. Ma il ceo di Google è Sundar Pichai. Come Brin è un immigrato: è nato in India nel 1972. E come i fondatori ha studiato a Stanford. Entrato in Google nel 2004, ha supervisionato lo sviluppo di alcuni dei maggiori successi: da Chrome a Gmail fino ad Android e al ruolo di “capo prodotto”.

Quanto sono ricchi i fondatori

Larry Page e Sergey Brin sono entrati nella top ten degli uomini più ricchi del pianeta, al nono e al decimo posto. Il loro patrimonio oscilla in base al prezzo delle azioni di Alphabet. Secondo Forbes, Page ha in cassaforte 55,9 miliardi e Brin 54,5. Nessuna società piazza più di un proprio esponente tra i primi dieci.

Le multe dell'Ue

Il potere di Alphabet è diventato talmente ampio da ledere la concorrenza. Lo ha sancito l'Unione europea in due occasioni: nel 2017 e nel luglio 2018. La prima multa, da 2,4 miliardi di euro, è legata alle ricerche. Google ha favorito i link a pagamento e penalizzato altri motori di ricerca per lo shopping. In sostanza, ha quindi privilegiato i risultati che spingono il proprio business. A luglio la multa è stata di 4,34 miliardi di euro. E questa volta riguarda la posizione dominante di Android. Google ha utilizzato metodi illeciti per costringere i produttori ad adottare il suo sistema operativo.

Privacy e trasparenza

Lo strapotere di Google apre una serie di questioni legati alla libertà e alla privacy degli utenti. Solo per rimanere alle ultime accuse: l'Associated Press ha scoperto che la società continua a tracciare i movimenti degli utenti anche quando c'è un loro esplicito rifiuto. Per evitarlo non basta disattivare la “cronologia delle posizioni” ma occorre spulciare la sezione della privacy per trovare “Attività web e app”. Un percorso tortuoso che scoraggerebbe gli utenti, non informati a sufficienza. Secondo Bloomberg, Google avrebbe stretto un accordo segreto con Mastercard per tracciare gli utenti non solo online ma, tramite i movimenti delle carte, anche nei punti vendita. Donald Trump ha accusato il motore di ricerca di penalizzare i contenuti favorevoli ai repubblicani. Accusa infondata, che però ha riaperto il dibattito sulla scarsa trasparenza dell'algoritmo e sul rischio che possa alimentare i preconcetti degli utenti.  

Dimmi quali edifici ti circondano e ti dirò quanto sei in forma. Che il luogo dove viviamo possa influenzare il nostro peso lo hanno già detto diversi studi. A muovere l'ago della bilancia, però, non è solo la qualità dell'aria ma anche la struttura urbanistica. Lo afferma uno studio americano, pubblicato da JAMA Network Open.

Immagini satellitari e negozi di animali

La novità sta soprattutto nel metodo usato per ottenere la relazione tra mattone e obesità. I ricercatori hanno creato un algoritmo e nutrito l'intelligenza artificiale con 150.000 immagini satellitari e 96 categorie di “punti di interesse”. Cioè attività che possono influire su alimentazione (ristoranti e supermercati) e attività fisica (come i negozi di animali, che incentiverebbero il movimento, se non altro per portare a spasso Fido). La struttura di case e isolati è stata poi incrociata con i dati sull'obesità di Los Angeles, Memphis, San Antonio e Seattle. Risultato: il peso diminuisce se si abita in quartieri ricchi di spazi aperti, parchi, zone verdi.

Cosa significa questa ricerca

La scoperta non è nuova: già in passato è stato dimostrato che la geografia impatta sull'obesità. E oltretutto, come ammettono gli stessi ricercatori, c'è una relazione anche con lo status socio-economico: le persone benestanti tendono a vivere in quartieri più salubri ed evidenziano tassi di obesità inferiori. Tuttavia, il metodo utilizzato (che al momento si basa su un algoritmo fatto su misura per gli Stati Uniti e non è quindi applicabile altrove) potrebbe aggiungere una nuova fonte di informazioni: utilizzare le immagini degli edifici per studiare lo stato di salute di chi li abita. Il merito della ricerca è quindi, soprattutto, quello di indicare una strada: se esiste un legame tra “forma della città” e peso dei suoi cittadini, l'intelligenza artificiale potrebbe plasmare i centri urbani del futuro, suggerendo cambiamenti strutturali tali da incoraggiare l'attività fisica e far diminuire l'obesità.

Utilizzare il DNA umano per costruire e vendere piani nutrizionali e diete personalizzate. Questo è il piano di Nestlé che, in una prima fase di sperimentazione, ha deciso di coinvolgere 100 mila persone in Giappone con l’obiettivo di migliorare le loro condizioni di salute. Grazie all’intelligenza artificiale, l’azienda svizzera accumulerà un’enorme quantità di dati sul benessere e la dieta dei suoi clienti per proporre delle soluzioni su misura sfruttando anche la moda di fotografare e condividere in rete il cibo.

In cosa consiste il programma

Gli aderenti al “Nestlé Wellness Ambassador” saranno invitati a inviare le foto dei loro pasti utilizzando un’app molto usata in Giappone, Line, che dà consigli su cosa mangiare e cosa evitare, oltre a come riformulare alcune abitudini sbagliate. Il programma prevede l’invio di un kit, che può arrivare a costare fino a 600 dollari l’anno, contenente capsule di tè dall’alto valore nutritivo, frullati, snack e altri cibi ricchi di vitamine. Accanto a questi prodotti alimentari ci saranno anche degli strumenti, per ottenere campioni di sangue e DNA, che serviranno a Nestlé per avere ulteriori informazioni utili a personalizzare il programma, come il livello di colesterolo o la predisposizione a malattie come il diabete.

Una direzione precisa quella di Nestlé

Quello dei cibi personalizzati non è una novità in casa Nestlé. Nel 2016, in un’intervista a Quartz, l’allora storico presidente Peter Brabeck-Letmathe raccontò come l’azienda volesse lavorare, insieme a ricercatori ed esperti, per creare cibi in grado di prevenire un certo tipo di malattie. Il sogno era quello di trasformare il cibo in una sorta di medicina. Ogni pasto sarebbe stato preparato e scelto in base ai reali bisogni di ciascun individuo e alle sue peculiarità fisiche e genomiche. In un libro pubblicato nello stesso anno, Nutrition for a Better Life, oltre a sostenere la pratica del cibo stampato in 3D, Brabeck-Letmathe scrisse che "usando una capsula simile a quelle del caffé, le persone saranno in grado di preparare cocktail nutrienti seguendo delle raccomandazioni sanitarie registrate elettronicamente".

Dal 2007, Nestlé ha portato avanti una serie di iniziative e collaborazioni volte a perseguire questa nuova rotta. Dall’acquisto della Novartis Medical Nutrition a quella di Vitaflo, dalla join venture con Chi-Med agli investimenti in Seres Therapeutics Inc. L’ultimo acquisto ha riguardato un integratore alimentare canadese, creato dall’Atrium Innovations, per più di 2 miliardi di dollari. Allo stesso tempo ha venduto, alla Ferrero, il suo business dolciario negli Stati Uniti e investito molti soldi in attività di studio e ricerca. Sono circa un centinaio gli scienziati che lavorano all’interno del Nestlé Institute of Health Sciences con l’obiettivo di creare strumenti in grado di sviluppare programmi come quello che sta prendendo il via in Giappone. Tutto per perseguire il desiderio dei clienti: vivere meglio e più a lungo.

Nell'ambito del processo di digitalizzazione del Paese anche gli assegni si adeguano. Ciò grazie alla nuova procedura denominata "Check Image Truncation" (Cit) che trasforma gli assegni, una volta versati in banca, in un documento digitale. Lo sottolinea l'Abi in una nota. L'assegno digitale sostituisce l'assegno originale cartaceo ed ha piena validità ad ogni effetto di legge, riducendo i rischi operativi legati al suo scambio materiale e lavorazione manuale. La Cit non incide sulle modalità di utilizzo e versamento degli assegni da parte dei clienti: l'emissione e la circolazione degli assegni rimangono infatti in forma cartacea, e il versamento avviene presso gli sportelli delle agenzie o presso gli Atmmultifunzione come previsto da ciascuna banca.

Dal 9 luglio 2018 la Cit è l'unica procedura utilizzabile dalle banche per il pagamento degli assegni. Quando si emette l'assegno o quando lo si riceve, è importante verificare che esso sia completo di tutti gli elementi obbligatori:

  • luogo e data di emissione
  • importo in lettere e in cifre
  • nome del beneficiario
  • firma del correntista che emette l'assegno bancario (cosiddetta firma di traenza) o della banca che emette l'assegno circolare

Gli assegni privi di uno di questi requisiti non sono regolari, non possono essere incassati con la nuova procedura Cit e devono essere nuovamente emessi. Da non dimenticare, inoltre, che sugli assegni di importo pari o superiore a 1.000 euro deve essere presente la clausola "non trasferibile", solitamente già presente sui moduli di assegni rilasciati dalla banca o da apporre a mano, a cura del correntista, qualora non presente su moduli di assegni "vecchi" e non ancora utilizzati, per non incorrere in sanzioni.

Per facilitare il processo di digitalizzazione dell'assegno e il suo incasso, è opportuno, spiega l'Abi:

  • compilare l'assegno con una scrittura quanto più possibile chiara e comprensibile
  • apporre le firme di traenza e di girata, gli eventuali timbri e le altre informazioni rilevanti negli spazi appositi, evitando che i vari dati si sovrappongano e diventino difficilmente leggibili
  • custodire con cura l'assegno, evitando che si danneggi o si consumi

Qualora non sia possibile per la banca creare una immagine digitale valida, l'assegno è sottoposto ad un processo di lavorazione più lungo, di cui il cliente viene informato tempestivamente dalla propria banca.

Se un assegno non viene pagato, la banca non restituisce al cliente l'assegno cartaceo originario (privo di valenza giuridica e che può essere distrutto una volta che la banca ha generato l'immagine digitale), bensì una copia cartacea conforme al documento elettronico con le informazioni relative al mancato pagamento. Le banche rilasciano una sola copia cartacea conforme che può essere utilizzata dal cliente al posto dell'originale cartaceo.

E' sempre bene diffidare di chi chiede di inviare la fotografia di un assegno per completare un acquisto, magari a distanza o sul web. Gli assegni continuano a circolare in modalità cartacea e sono le banche a creare le immagini digitali. Spesso la richiesta di foto di assegni nasconde tentativi di truffa.

Trump ha torto: Google e il suo algoritmo non sono prevenuti nei suoi confronti. Big G non manomette le ricerche perché ha simpatie democratiche. Però. Il presidente degli Stati Uniti, forse senza rendersene conto, ha toccato un punto cruciale: il potere del motore di ricerca, il suo impatto sulla diffusione delle informazioni e la sua pervasività. Il New York Times ha dedicato a questo tema un articolo firmato da Farhad Manjoo. S'intitola “Ecco la conversazione di cui abbiamo davvero bisogno per parlare di pregiudizi e Google”. Come a dire: Trump ha indicato la luna e si e guardato il dito. E lì hanno rivolto lo sguardo milioni di persone, pro e contro l'attuale presidente. Proviamo invece a sollevarlo.

L'algoritmo non è neutrale

Ne “I Soliti Sospetti”, Keyser Söze (Kevin Spacey) dice che “la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste”. Così, anche Google (e Facebook e tanti altri) hanno fatto passare l'idea che gli algoritmo che danno una gerarchia alle informazioni e ai link siano neutrali. E che computer, intelligenza artificiale e matematica siano “un oracolo” capace di “separare verità e spazzatura”. Così dice Manjoom citando Safiya U. Noble, professoressa della University of Southern California e autrice del libro “Algorithms of Oppression: How Search Engines Reinforce Racism”. Ossia “Algoritmi e oppressione: come i motori di ricerca rafforzano il razzismo”.

Le ricerche tenderebbero a perpetrare alcuni pregiudizi. Come quelli razziali. Il problema è emerso più volte. Basta fare un paio di tentativi, anche in lingua italiana. Digitando “le ragazze nere sono”, le chiavi offerte da Google per completare la ricerca sono “facili” e “troppo belle”. Se si cerca “i neri sono”, il motore suggerisce “belli”, “più forti”, “tutti uguali”, “aggressivi”, “meno evoluti”, “una razza inferiore”. E se si prova con “gli immigrati sono”, le prime opzioni sono “criminali”, “una ricchezza”, “troppi”, “matti”, “un costo”.

Google ha ribadito più volte di essere al corrente del problema. E di essere al lavoro per risolverlo o mitigarlo. Ma il nodo resta: gli algoritmi non sono divinità giuste, sottolinea il Nyt, ma strumenti “creati da persone che hanno preferenze, opinioni e lavorano in una struttura che ha chiari obiettivi finanziari”. Il crescente ruolo dell'intelligenza artificiale non migliora le cose. Perché digerisce dati e ricerche degli utenti. Con il rischio di amplificare i pregiudizi più diffusi. Eppure, nonostante l'enorme peso di Google, non sembra si consideri a sufficienza il suo impatto sulla discussione pubblica.

Meno voce a chi non ce l'ha

Trump ha torto, ripete più volte il Nyt. Anche perché il problema principale dei pregiudizi che si autoalimentano non riguarda chi ha già potere (indipendentemente dall'orientamento politico) ma chi non c'è l'ha. Tradotto: Google tende a rafforzare voci già consistenti e a silenziare quelle più flebili. Come “donne, minoranze e altri gruppi che hanno meno peso sociale, economico e politico”. Non è un'azione deliberata. È una sorta di effetto collaterale. L'articolo fa un piccolo esempio. Nel 2014, cercando “English major who taught herself calculus” (il sindaco inglese che insegnò la matematica a se stessa) Google suggeriva di correggere la frase in “English major who taught himself calculus” (il sindaco inglese che insegnò la matematica a se stesso). Leggeva il femminile come un errore e proponeva di correggerlo in maschile. L'algoritmo è sessista? Non volontariamente. Replica (e amplifica) online quello che è presente all'esterno. I sindaci donna sono infatti molto meno degli uomini.

Il potere di Google

Negli Stati Uniti, otto ricerche online su dieci passano da Google. La quota in Europa è ancora più alta. Mountain View possiede una piattaforma come YouTube, un servizio come Gmail e sviluppa Android, il sistema operativo mobile (di gran lunga) più diffuso al mondo. Pesa sulla diffusione delle notizie e sul successo delle testate online. Ed è il più grande gestore di pubblicità del pianeta. Un potere sterminato. Davanti al quale, dice Manjoo, ci si dovrebbe chiedere: “Come lo gestisce”? La risposta non è immediata. Perché la trasparenza non è il pezzo forte di di Google. I suoi algoritmi sono segreti. Si conoscono solo in parte alcuni criteri. La compagnia si difende, affermando che renderli pubblici avrebbe due controindicazioni: sarebbe un vantaggio competitivo per i concorrenti ed esporrebbe alle manipolazioni.

Senza queste coordinate, però, Google tiene per sé risorse senza fondo. E rende impossibile un intervento esterno per ammorbidire l'impatto dei pregiudizi. È un po' come se il responsabile di un reato fosse anche il poliziotto incaricato di indagare. Trump ha torto, perché i fatti contrastano le sue parole. Ma resta il problema che, se Google volesse penalizzare un candidato, potrebbe farlo con facilità, modificando i risultati di ricerca visualizzati da milioni di utenti. Come se ne esce? Il Nyt cita una proposta del 2010 di Frank Pasquale, professore dell'Università del Maryland: istituire un'agenzia federale che abbia libero accesso ai dati e monitori l'intreccio tra algoritmi e pregiudizi. Non è detto che sia la soluzione. Ma nessuno ha preso in considerazione la proposta di Pasquale.

Effetto Trump 

Il potere di Google, in fondo, è come il pregiudizio: alimenta se stesso. L'Unione europea ha già multato Mountain View (che nega ogni accusa) nel 2017: 2,4 miliardi di dollari per aver privilegiato propri servizi nei risultati di ricerca. Anche la Federal Trade Commission americana aveva indagato nel 2012, senza però procedere. Il senatore repubblicano dello Utah Orrin Hatch ha chiesto alla Ftc di riaprire quell'inchiesta dopo le accuse della Casa Bianca. Trump ha torto, ma le sue parole potrebbero puntare un faro su chi non lo gradisce. Negli scorsi mesi è toccato a Facebook. Adesso potrebbe essere il turno di Google.  

Tante indiscrezioni e, adesso, anche una data (ufficiale) e un'immagine (che ancora non lo è). Apple presenterà i nuovi iPhone il prossimo 12 settembre. Il sito 9to5Mac ha pubblicato una foto dei dispositivi, che accompagna voci e analisi. Ecco quali sono le più attendibili.

Apple si fa in tre

Da aprile in poi, diversi analisti hanno rilanciato la stessa previsione: Apple presenterà tre iPhone. Tutti avranno un design molto simile al “X”. Dovrebbe quindi esserci il passaggio definitivo a questo nuovo stile, privo di bordi e con il notch. Cioè quella porzione frontale dello smartphone che include fotocamere e sensori e che è stata adottata da molti altri produttori nel corso degli ultimi 12 mesi. La novità più importate non starebbe tanto nelle caratteristiche dei singoli dispositivi, quando nell'ampliamento della gamma: un iPhone con display Oled da 5,8 pollici (la stessa dimensione del X), una versione Plus con dimensioni (6,5 pollici Oled) e prezzo più elevati. E una versione più economica. Dovrebbe avere uno schermo da 6,1 pollici, ma dovrebbe essere un Lcd. Sarà soprattutto (ma non solo) questa componente a incidere sul costo del cartellino.

Arriva l'iPhone low-cost: ecco perché

L'iPhone più economico dovrebbe mancare di alcune funzioni, avere una scocca in alluminio e vetro. Dovrebbe essere leggermente più spesso rispetto ai fratelli più costosi. Con un aspetto più giovanile, che dovrebbe riflettersi anche nelle colorazioni. Bloomberg ha riportato la possibilità di versioni bicolore. La definizione di “low-cost” è sempre da confrontare con gli standard di Apple. L'iPhone da 6,1 pollici non avrà un prezzo stracciato. Probabile che per averlo si dovrà sborsare tra i 699 e i 749 dollari. Quindi in una fascia di mercato alta, anche se lontana dai 1000 dollari del “X”. La Mela punta così a trovare un maggiore equilibrio tra valore e volumi. Il prezzo medio degli iPhone venduti è lievitato negli ultimi trimestri. E lo stesso ha fatto il fatturato (+20% tra aprile e giugno). Ma le unità acquistate sono aumentate solo dell'1% anno su anno. Un iPhone più economico dovrebbe allargare la platea, senza privare i clienti premium di altri due smartphone attorno o oltre i mille dollari.

La foto e il nome

Il sito 9to5Mac, specializzato in notizie che riguardano Cupertino, ha pubblicato quella che pare essere la prima immagine dell'iPhone 2018. Contiene due dispositivi, che ricalcano in pieno le previsioni della vigilia. Il design dei dispositivi è molto simile a quello dell'iPhone X. Niente tasto Home, bordi assenti e notch. Nella foto ci sono un iPhone da 5,8 pollici e uno da 6,5. S'intravede una colorazione oro, che sarebbe inedita. Una delle incognite riguarda il nome dei nuovi dispositivi. Bloomberg aveva ipotizzato l'uscita di una versione “S”. Cioè di uno smartphone che rappresenta un aggiornamento del predecessore e che lascerebbe aggiornamenti (anche stilistici) più significativi al 2019. La voce sarebbe confermata da 9to5Mac. Il nome dei due dispositivi ritratti nella foto sarebbe “XS”. Probabilmente, quindi, un iPhone XS e un XS Plus. Non c'è invece certezza sul nome scelto per il parente più economico. Tra le opzioni che circolano, c'è quella suggerita dall'analista di RBC Capital Markets Amit Daryanani: iPhone 9.

Produzione e lancio

Lo scorso anno, Apple decise di presentare iPhone 8 e X in contemporanea. Il dispositivo del decennale, però, sarebbe arrivato in commercio solo a novembre. Anche a causa di difficoltà produttive: nessuno aveva mai distribuito display Oled su così vasta scala. Una sorte simile potrebbe toccare quest'anno all'iPhone più economico dei tre. Lo affermano un report di Morgan Stanley e l'analista Ming-Chi Kuo. Se la combinazione tra Oled e design “a tutto schermo” è ormai entrato a regime, la difficoltà potrebbe nascere dall'inedita combinazione tra il nuovo stile e il display Lcd. “Non prevediamo un ritardo nel lancio degli iPhone Oled da 5,8 e 6,5 pollici”, ha spiegato alla fine di luglio Katy Huberty di Morgan Stanley. Ci sarebbero però stati “problemi legati alla retroilluminazione” (che è la maggiore differenza tra Lcd e Oled) che hanno causato “un mese di ritardo nella produzione di massa del dispositivo da 6,1 pollici”. Secondo i fornitori, quindi, al momento ci sarebbero sei settimane di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Non è escluso però che la Mela sia riuscita ad accelerare nelle ultime settimane.

Doppia sim solo in Cina?

L'arrivo di iPhone con doppia scheda è qualcosa più di un'indiscrezione: riferimenti alla dual sim sono stati rintracciati nella versione beta di iOS 12, il sistema operativo della Mela che arriverà nelle prossime settimane. Bisognerà capire, però, su quali mercati sarà presente (difficile lo sia in tutti) e su quali dispositivi. In Europa e Stati Uniti la richiesta non è forte. Lo è in India e Africa, mercati però tagliati fuori dal prezzo dell'iPhone. È quindi molto probabile che la doppia sim sarà presente dove ci sono sia la domanda che la possibilità di spesa: in Cina. Secondo Bloomberg, il posto per la seconda scheda ci sarà sui due iPhone più grandi. Cioè su quelli da 6,1 e 6,5 pollici.

Grazie a un accordo segreto con Mastercard, nell’ultimo anno Google ha potuto scoprire se i suoi utenti sono andati a comprare in negozi fisici i prodotti visti in rete. Questa la scoperta fatta da Bloomberg, che ha rivelato dell’acquisto da parte del motore di ricerca – che in realtà è il più grande venditore di pubblicità al mondo – di una quantità di informazioni che riguardano in particolare i cittadini americani che possiedono una carta di credito del circuito Mastercard.

La collaborazione tra le due multinazionali, mai resa pubblica finora, ha dato a Google uno strumento senza precedenti per rendere più efficaci i propri “ad”, cioè le pubblicità che compaiono sul browser durante la navigazione.

Chi è coinvolto

Due miliardi di clienti Mastercard nel mondo non erano al corrente che per ogni acquisto fatto pagando con la carta di credito – almeno negli Stati Uniti – Google ne sarebbe stata informata. Il meccanismo approntato dall’azienda ha come obiettivo la valutazione dell’efficacia dei propri spazi pubblicitari. Infatti, se è molto semplice collegare la comparsa di una pubblicità a un acquisto in rete, non si può dire altrettanto per tutti quei consumatori che usano il web per informarsi su un prodotto prima di acquistarlo in un negozio fisico.

Come funziona

Così è stato lanciato a maggio del 2017 lo “Store Sales Measurement”, ovvero il misuratore di acquisti in negozio. Un dato offerto a un numero limitato di clienti del sistema pubblicitario di Google. Ecco come funziona: l’utente cerca un prodotto nel motore di ricerca di Google o clicca su una pubblicità. Successivamente, quando va in un negozio e compra quello stesso articolo utilizzando la carta di credito o di debito di Mastercard, chi ha pagato per quella pubblicità viene informato dell’acquisto. Per funzionare, il sistema richiede che l’utente abbia fatto il login con il suo account Google e abbia effettuato l’acquisto entro 30 giorni da quando ha visto la pubblicità del prodotto. Le informazioni ricevute dal titolare della pubblicità comunque sono raccolte in forma aggregata e riguardano il volume degli acquisti.

Quando il nuovo indicatore è stato presentato, Google si era limitata a dire di poter accedere a “circa il 70 per cento” delle carte di credito e di debito degli Stati Uniti. Quello che invece non era mai stato spiegato è che questo tipo di informazioni derivano appunto dall’accordo con Mastercard. Accordo di cui i possessori di carte che utilizzano questo circuito non erano a conoscenza e che, secondo le fonti di Bloomberg, sarebbe stato pagato da Big G “milioni di dollari”.

Google assicura: "è tutto anonimo"

Anche se Google si è rifiutata finora di commentare la notizia, un suo portavoce ha chiarito che “Prima di lanciare questo prodotto in fase beta (non definitiva, ndr), abbiamo costruito un nuovo tipo di cifratura a doppio cieco, che impedisce che sia Google sia i suoi partner possano conoscere l’identità dei rispettivi utenti”. L’azienda ha voluto precisare quindi che i dati ricevuti da Mastercard sarebbero anonimizzati, impedendo di fatto la possibilità di risalire a quale utente abbia effettuato l’acquisto. “Non abbiamo accesso ad alcun dato personale dalle carte di credito o di debito dei nostri partner, né condividiamo con loro le informazioni in nostro possesso”, ha precisato l’azienda. Google sostiene anche che la funzione di tracciamento offline dei pagamenti possa essere disattivabile direttamente dalla sezione “Attività web e app” nelle impostazioni dell’utente. Non è chiaro però se sia possibile scegliere di non essere tracciati anche dal lato del fornitore del servizio di carte di credito o debito.

Seth Eisen, portavoce di Mastercard, ha spiegato che i dati in possesso dell’azienda vengono condivisi con i propri partner per misurare “l’efficacia delle loro campagne pubblicitarie”. Mastercard non ha commentato nel merito del rapporto con Google.

La scia digitale

La scoperta dell’accordo tra Google e Mastercard solleva ancora una volta il problema della scia digitale lasciata da ciascun utente, a volte a sua totale insaputa. Se è vero che lo “Store Sales Measurement” è un potente strumento di perfezionamento della filiera del consumo, è altrettanto vero che spesso non viene data agli utenti la possibilità di conoscere il modo in cui vengono trattate le loro informazioni.

La vicenda emerge a pochi mesi dallo scandalo Cambridge Analytica, nel quale si è appreso che i dati di 87 milioni di utenti Facebook sono stati usati impropriamente da un’azienda di microtargeting allo scopo di influenzare il sentimento politico dei cittadini in vista di diverse tornate elettorali.

Leggi anche: Cambridge Analytica e la settimana che ha cambiato la storia dei social

Il presidente degli Stati Uniti accusa Google di avere pregiudizi nei suoi confronti, ma sbaglia date e screenshot. Con l’hashtag #StopTheBias (inglese per “ferma i pregiudizi”), Donald Trump ha twittato una video-raccolta della prima pagina di Google per come si mostrava durante gli State of the Union (il tradizionale discorso alle Camere riunite tenuto annualmente dai presidenti americani) suoi e del suo predecessore Barack Obama.

Nella sequenza di immagini è possibile vedere che sotto la barra di ricerca di Google compaiono i link che rimandano alle dirette dei discorsi tenuti da Barack Obama, mentre questi sarebbero del tutto assenti per gli analoghi eventi tenuti da Trump. Ma la “cantonata” inizia proprio dall’utilizzo del plurale: Trump ha tenuto finora un solo Discorso sullo stato dell'Unione, il 30 gennaio del 2018, e in quell’occasione il link è regolarmente comparso nella pagina del motore di ricerca.

Il trucco del fuso orario

Finora Donald Trump ha avuto occasione di tenere un solo Discorso sullo stato dell'Unione, alle nove di sera del 30 gennaio 2018, ora del Pacifico (Pst). Nel video pubblicato da Trump (ancora visibile su Twitter alle 11:15 del 30 agosto) nello screenshot della pagina principale di Google relativo a tale data non compare il link alla diretta dell’evento. Ma il problema è il fuso orario: lo strumento probabilmente utilizzato da chi ha realizzato il video è la Wayback Machine, servizio con il quale è possibile vedere una pagina web per come compariva in una determinata data, e i cui archivi sono sincronizzati sul Tempo coordinato universale (Utc, Universal Time Coordinated), corrispondente all’ora di Greenwich. Il link infatti compare consultando la copia della prima pagina di Google relativa alla mattina del 31 gennaio, coerentemente con lo scarto di cinque ore tra il fuso orario del Pacifico e l’ora Utc.

Discorso sullo stato dell'Unione o Primo discorso al Congresso?

Nel video pubblicato da Trump si evidenzia come Google abbia omesso di rimandare alle dirette dei discorsi alle Camere del presidente nelle date del 28 febbraio 2017 e del 30 gennaio del 2018. Risolto il problema del fuso orario, che riguarda quest’ultimo evento, resta l’accusa relativa al discorso del 28 febbraio dell’anno prima. Ma anche qui la ragione è abbastanza semplice: in quell’occasione non si trattava di un Discorso sullo stato dell'Unione, ma solo di un discorso a Camere riunite.

Come spiega la stessa azienda in una nota: “Il 30 gennaio abbiamo evidenziato lo streaming live del Discorso sullo stato dell'Unione del presidente Trump sulla homepage di google.com. Ma storicamente non abbiamo mai promosso il primo discorso al Congresso di un nuovo presidente, perché tecnicamente non si tratta di un Discorso sullo stato dell'Unione. Infatti non abbiamo promosso questo tipo di discorso su google.com né nel 2009 né nel 2017”. Tradizionalmente il Discorso sullo stato dell'Unione di un presidente americano si tiene ogni anno a eccezione del primo dall’elezione: distinzione fatta anche da Google sulla propria homepage.

Screenshot o photoshop?

Alcuni degli screenshot riportati nel video pubblicato da Trump mostrano i segni di un possibile fotoritocco ad arte. Come evidenziato da numerosi commentatori, l’immagine della homepage di Google inserita nel video e relativa al 12 gennaio 2016 riporta il vecchio logo di Google, non più utilizzato dal settembre dell’anno precedente. Una copia della pagina relativa a tale data mostra invece, oltre al link per il Discorso sullo Stato dell’Unione tenuto da Barack Obama, anche un riferimento all’anniversario della nascita di Charles Perrault, l’autore di Cenerentola.

L’affondo di Trump contro Google, con un tweet che non è mai stato rimosso nonostante l’ampia smentita del suo contenuto, rientra nella strategia di costante aggressività del presidente contro i colossi tecnologici, spesso identificati come liberali. Nello scorso anno Trump ha avuto occasione di attaccare più volte aziende come Microsoft, restia a sottoporre i propri server in Irlanda al controllo del Dipartimento di Giustizia statunitense, e Amazon, il cui fondatore è anche editore del Washington Post, storicamente inviso all’attuale amministrazione alla Casa Bianca. Ma questa volta Trump deve fare i conti con i commentatori su Twitter, che alle imprecisioni del video pubblicato dal presidente, hanno risposto con un nuovo hashtag: #StopTheLies, basta bugie.

Chi non si è mai cimentato non può capire. Quando due giocatori di Football Manager si incontrano, a qualsiasi latitudine, si riconoscono come membri di un’unica comunità. “Non è solo un gioco”, è questa la frase che gli sentirete dire quando gli faranno notare, e prima o poi capita a tutti, che sì, forse una decina di ore su 24 potrebbero essere troppe da dedicare ad un videogioco, “dannato” videogioco per l’esattezza.

Di che si tratta

Qual è la verità? Beh, sta in mezzo. Definire Football Manager – il più famoso, storico e geniale gioco manageriale di calcio – semplicemente un gioco sarebbe piuttosto riduttivo. Sulla carta trattasi di un gioco: si prende in gestione una squadra di calcio e si orchestrano allenamenti, mercato, tattiche e formazioni. Ma l’essenza di Football Manager (FM per gli appassionati) è ben diversa: in realtà si tratta di qualcosa in più di una simulazione, una questione metafisica quasi: La possibilità di avere un’altra vita derivante da un altro lavoro, quello dei sogni di molti: l’allenatore; magari della tua squadra del cuore (ma nell’ambiente è considerato un errore da dilettanti).

“E quindi tu stai lì fermo a guardare i pupazzetti che giocano senza fare niente?”, questa domanda sarà giunta alle orecchie di qualsiasi player del mondo da fidanzate, genitori o amici poco avvezzi al vil gioco del pallon, e la risposta sarà stata sempre la stessa: “Sì, non puoi capire”. Ed è vero anche questo: non è facile spiegare l’empatia che scatta nei confronti di un club, spesso semisconosciuto, quando comincia l’avventura e con pochi spicci nelle casse societarie si inizia una scalata potenzialmente possibile nella realtà. FM infatti non ti dà la sensazione, ma la reale percezione di possedere il talento, l’occhio e la tempra necessari per svolgere quello che nel trailer di presentazione viene definito, a ben ragione, “il lavoro più bello del mondo”.  

La realtà si intreccia con il gioco

Non è un caso che tante storie di calcio reale, professionistico, anche ad alti livelli, si intreccino con quelle del gioco. Chiedete ad Antonio Tramontano, Match Analyst che Fabio Cannavaro ha voluto nel suo staff con i cinesi del Tianjin Quanjian, che ha trasformato un gioco (ma davvero dobbiamo continuare a chiamarlo gioco?) in un lavoro ai più alti livelli. Chiedete a Alex McLeish, ex allenatore degli scozzesi dei Rangers, quando il figlio Jon, appassionato di FM, in tempi non sospetti non gli consigliò ma lo supplicò di acquistare un giovane argentino di nome Lionel Messi; chiedetegli quanto gli avrebbe voluto dare ascolto invece di liquidarlo pensando che “dai, è solo un gioco!”.

Chiedetelo all’England's Managers Association, che insieme all’università di Liverpool, ha istituito un corso per ex-calciatori dove Football Manager viene utilizzato come simulatore per imparare vari aspetti della gestione di un team. Chiedetelo a Matt Neil, che a 16 anni entra nell’immensa rete di osservatori che Sport Interactive, la casa che produce FM, organizza in tutto il mondo, che svolge un lavoro talmente accurato da essere notato lui e messo sotto contratto come Match Analyst prima e capo degli osservatori dopo dagli inglesi del Plymouth Argyle.

Gioco premonitore

Ecco, Football Manager basa le schede che prepara per ogni singolo giocatore su relazioni di osservatori che si occupano di seguire personalmente le squadre di ogni categoria di ogni campionato di circa una trentina di paesi diversi del mondo. Facile forse fare la scheda di Cristiano Ronaldo, provate a far quella di un terzinaccio di Lega Pro. FM lo fa, da vent’anni, ogni anno. Schede talmente ben fatte che esiste un’intera categoria di calciatori scoperti ben prima dal gioco che nella realtà. E parliamo di una categoria dentro la quale possiamo inserire Messi, Robben, Verratti e molti dei calciatori più importanti e vincenti dell’ultimo ventennio calcistico.

Un database di 600.000 giocatori

Il database di Football Manager contiene circa 600.000 voci, la maggior parte delle quali sono giocatori. Ogni giocatore ha 250 attributi, che sono stati compilati da una squadra di circa 1.300 scout in tutto il mondo. Anni fa Sky Sport utilizzò il database del gioco per confrontare i calciatori protagonisti del mercato estivo; sembra una follia, ma la realtà è che, come disse all’epoca Tom Markham, il capo dello sviluppo strategico delle attività di Sports Interactive: “I club utilizzano questi dati, perché mai non dovrebbero farlo i media?”.

Avete capito bene: nel 2008 fece notizia quando un club inglese, il Merseyside, firmò un accordo con Sport Interactive per utilizzare il database come strumento di scouting. Questo perché il lavoro svolto dalla società è talmente dedito al raggiungimento della realtà da risultare complementare a quella stessa realtà. Football Manager non ricostruisce semplicemente il calcio, ma lo aiuta a formarsi.

Sports Interactive ha firmato un accordo con Prozone, una società di analisi delle prestazioni e scouting utilizzata da molti dei migliori team del mondo. Una società che fornisce dati e filmati dei giocatori acquistabili sul mercato, specie ovviamente quelli sconosciuti, attraverso un programma chiamato Recruiter, che è stato abbinato al database di Football Manager per fornire una scheda ancora più dettagliata riguardo ogni singolo calciatore.

"Piuttosto che far visionare 20 giocatori per ricoprire una posizione, un club può dire, ok, ascolta, stiamo cercando un terzino sinistro", spiega Markham "Vogliamo che abbia tra i 19 e i 24 anni, vogliamo che sia alto più di un metro e 60, che parli francese, che abbia un passaporto europeo. Metti letteralmente tutti questi dati nel sistema e puoi trovare i giocatori adatti a te; e poi hai l'effettiva analisi video di Prozone di quel giocatore". Quello che per noi sembra un giochino divertente, una sorta di Youtube per calciatori di bassa categoria, in realtà aiuta moltissimo tutte quelle società, anche di medio livello (si vocifera che l’Everton ne faccia ampio uso), che non possono permettersi la rete di osservatori di Real Madrid e Manchester UTD. E voi continuate a chiamarlo gioco?

Football Manager torna a novembre

Il 2 novembre uscirà la nuova edizione di Football Manager e per l’occasione Iain Macintosh, giornalista sportivo inglese, è uscito in libreria con “Football Manager Stole My Life: 20 Years of Beautiful Obsession”, una raccolta di aneddoti, non solo personali, riguardanti le conseguenze che la dipendenza da FM ha creato nella vita di alcuni player. Prima fra tutte, poco divertente magari ma abbastanza chiarificatrice, quella che racconta di Football Manager citato in ben 35 cause di divorzio solo nel territorio inglese. Questo perché serve concentrazione e non si può mica perdere tempo con la vita reale quando devi giocare una finale di Europa League.

Come il giovane Adam Clery, che in occasione di una fondamentale Hibernian-Wolfsburg decide di indossare giacca e cravatta, mandare a tutto volume l’inno della sua squadra nel pre-partita e allungare i tempi della cronaca del match, chiaramente proiettato sulla parete di casa, fino a 90 minuti. Tutto reale insomma, anche la vicina che suona alla porta con due agenti di polizia quando gli schiamazzi per festeggiare la vittoria si fanno eccessivi.

C’è chi ha deciso di indagare il fenomeno FM con un documentario, splendido, dal titolo “An Alternative Reality: The Football Manager Documentary” dove vengono raccontate le storie di chi si immerge totalmente nella propria carriera di allenatore virtuale; forse troppo, forse sarebbe meglio alle volte accontentarsi e non fare come John Boileau, che scrisse agli inglesi del Middlesbrough presentando il suo curriculum come allenatore di Football Manager; il club sovvertendo le storiche leggende sullo humor inglese rispose “Il rapporto di lavoro che cerchiamo è di breve durata. Il suo indubbio talento meriterebbe i più grandi club europei”.

Un mondo a parte quindi che ci permette di prendere in mano e avere il pieno controllo su almeno una cosa della nostra vita: la nostra passione per il calcio. Un gioco che non è un gioco e che non è nemmeno una simulazione, ma è una realtà tutta nostra e del tutto tangibile. Una realtà virtuale dove comunque i nostri sentimenti per la squadra che andiamo a gestire e per la quale tifiamo e alla quale dedichiamo così tanto tempo, allevandola e mettendola in campo con tale affetto, sono del tutto reali. E voi volete davvero continuare a chiamarlo gioco?

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