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Su alcuni media americani, come la CNN, la vicenda dell’incendio che ha colpito la cattedrale di Notre Dame si sta legando al lavoro di uno storico dell’arte, morto a novembre a soli 49 anni, che ha insegnato in una piccola Università dello Stato di New York, Poughkeepsie. Il suo nome era Andrew Tallon e il suo merito è stato quello di aver catturato, con una tecnica laser molto particolare, molti segreti della chiesa parigina. Ogni anfratto e ogni dettaglio.La sua replica digitale, realizzata utilizzando un miliardo di punti laser, è talmente precisa da poter rappresentare uno dei punti di partenza più importanti per la futura ricostruzione.  

La Cattedrale di Notre Dame è stata più volte modificata nei sui molti secoli di vita. Un fatto che ha reso difficile ricostruire con precisione la sua storia architettonica. Tallon, quattro anni fa, ha piazzato il suo treppiede in oltre 50 luoghi della struttura lavorando ininterrottamente per cinque giorni e coinvolgendo un collega, Paul Blear, della Columbia University. Così, ad esempio, attraverso una scansione 3d molto accurata, i due sono riusciti a mostrare come le colonne interne all’estremità occidentale non siano perfettamente allineate.

Dan Edleson, responsabile della società STEREO, ha sottolineato come “queste informazioni siano oggi a completa disposizione degli architetti e dei progettisti” che dovranno riportare all’originale bellezza le parti rovinate dalle fiamme. Quella di Tallon è la stessa tecnologia usata dalle auto che guidano da sole per identificare gli oggetti e gli ostacoli che hanno intorno. 

Per comprendere il valore di questi dati, la CNN ha chiesto un parere anche a Krupali Uplekar Krusche, responsabile di un team alla Notre Dame University (si trova nell’Indiana e non ha niente a che vedere con Parigi) che usa tecniche di scansione 3D per documentare monumenti e opere storiche.

Per Krusche la mappa potrebbe avere un ruolo fondamentale soprattutto per ricreare le distanze tra le parti scomparse e misurare le dimensioni di travi e altre strutture. Il livello di dettaglio catturato dallo storico americano, poi, potrebbe essere decisivo quando si tratterà di ricostruire la guglia, elaborata in maniera molto particolare, crollata in diretta a causa dell’azione del fuoco. 

 

In un video girato nel 2017, Tallon aveva espresso la sua preoccupazione per lo stato in cui versavano alcune zone della Cattedrale. Pezzi mancanti e usurati dal tempo, gargoyle deteriorati, danni alle pietre causati dalle infiltrazioni dell’acqua. La situazione era considerata così grave da spingerlo a co-fondare una organizzazione, chiamata Friends of Notre-Dame de Paris in America, per raccogliere fondi e sensibilizzare sui problemi di uno dei simboli principali del gotico europeo.

 

L’amore per la Cattedrale era nato presto. Da piccolo, Tallon aveva seguito la madre nella capitale francese mentre lavorava a un testo sulla storia del teatro. A Parigi era tornato dopo gli studi, per un dottorato in storia dell’arte alla Sorbonne. Ma quel luogo spirituale non aveva mai smesso di attrarlo, anche dopo il rientro a casa. Aveva dedicato gli ultimi vent’anni della sua vita allo studio dell’architettura medievale, ai suoi misteri, alle sue infinite narrazioni. 

A tutto ciò aveva unito il suo interesse per la tecnologia creando nuovi modi di studiare questi edifici secolari. In un’intervista per National Geographic aveva spiegato così il suo lavoro: “Quando lavori su edifici medievali è difficile poter dire qualcosa di nuovo. Sono stati osservati e studiati per secoli. Per questo ho voluto usare una tecnologia più sofisticata che, in questi giorni, potrebbe farmi ottenere risposte nuove”. Usare la sua mappa sarebbe un gesto per ricordare l’amore che aveva per la Cattedrale che, complice le sfortune della vita, non ha visto così sfregiata e sofferente

Tre statuette portate a casa, tra cui quella più ambita: il riconoscimento di “Game of the year”. È un trionfo sotto tutti i punti di vista quello di Red Dead Redemption 2 agli “Italian video game awards 2019” organizzati dall’associazione degli editori di software Aesvi e consegnati a Roma.

L’avventura western sviluppata da Rockstar games (creatori anche della saga di Grand Theft Auto) riceve il Drago d’oro come gioco dell’anno, miglior direzione artistica e migliore audio. Riconoscimenti che non stupiscono vista l’accoglienza trionfale che il titolo ha ricevuto sia dalla critica che dalla platea dei gamer, italiani e non.

La serata romana ha però consegnato molti altri premi ai giochi che sono stati protagonisti del 2018 videoludico. L’action God of War, esclusiva PlayStation, vince il titolo per il Game design e il People’s choice awards (dopo una votazione online), mentre l’avventura grafica sempre esclusiva delle console Sony Detroit: Became human trionfa per la migliore narrativa, il miglior personaggio protagonista (Connor) e conquista anche il premio “Game beyond entertainment” dedicato alle produzioni capaci di avere un impatto che vada oltre il semplice gioco.

Non tornano a casa a mani vuote neanche Microsoft e Nintendo. Il titolo di corse Forza Horizon 4, esclusiva Xbox, conquista il titolo come miglior gioco sportivo e la casa di Redmond mette le mani anche sul premio per l’innovazione grazie al suo “Adaptive controller”, una piattaforma sviluppata per permettere anche a persone con diversi tipi di disabilità di godersi i videogiochi. Nintendo può festeggiare per la conquista del premio di miglior gioco familiare per i suoi kit Nintendo Labo, veri e propri gadget da costruire in cartone che arracchiscono l’esperienza su Switch con una serie interessante e molto creativa di soluzioni.

Non mancano poi i premi per il mondo online e il settore degli eSport. Il battle royale di Epic Fortnite vince il riconoscimento per “Best evolving game”, grazie ai tantissimi e curati aggiornamenti che vengono periodicamente rilasciati.

E poi c’è il premio probabilmente più ambito, quello di “best selling”, che viene conquistato senza alcun dubbio dal calcistico di Electronic Arts Fifa 19, presenza costante dei piani alti delle classifiche italiane di videogiochi; i Samsung Morning Stars conquistano il titolo di miglior squadra di esport italiana e Riccardo “Reynor” Romiti, giovanissimo professionista di Starcraft 2, quello di miglior giocatore italiano.

Restando all’Italia, meritano una segnalazione anche i premi riservati ai giochi dei nostri connazionali. Il divertente picchiaduro a scorrimento Bud Spencer & Terence Hill – Slaps and Beans vince il premio per miglior debutto, mentre l’horror per console e pc Remothered: Tormented Fathers conquista il titolo come miglior gioco italiano.

Qui la lista completa dei premi assegnati

●        Game of the Year: Red Dead Redemption 2
●        Best Art Direction: Red Dead Redemption 2
●        Best Game Design: God of War
●        Best Narrative: Detroit: Become Human
●        Best Character: Connor (Detroit: Become Human)
●        Best Audio: Red Dead Redemption 2
●        Best Family Game: Nintendo Labo
●        Best Sport Game: Forza Horizon 4
●        Innovation Award: Xbox Adaptive Controller
●        Best Indie Game: Gris
●        Best Mobile Game: Florence
●        Best Evolving Game: Fortnite
●        Game Beyond Entertainment: Detroit: Become Human
●        Esports Game of the Year: Overwatch
●        Best Esports Player: Riccardo “Reynor” Romiti
●        Best Esports Team: Samsung Morning Stars
●        Best Selling Game: FIFA 19
●        Best Italian Debut Game: Bud Spencer & Terence Hill – Slaps and Beans
●        Best Italian Game: Remothered: Tormented Fathers
●        GamesIndustry.biz Special Recognition Awards: Milestone e Massimo Guarini (Ovosonico)
●        Special Award: Antura and the Letters

Dopo una mattinata di disservizi, Facebook, Instagram e Whatsapp stanno progressivamente tornando online. Contattata da Agi per un commento, Facebook ha risposto: “Siamo a conoscenza del fatto che alcune persone stanno riscontrando dei problemi ad accedere alla famiglia delle App di Facebook. Siamo al lavoro per risolvere l’inconveniente quanto prima”.

A un mese esatto dal blocco di Facebook più lungo della storia, le piattaforme di Zuckerberg sono state quindi di nuovo in difficoltà. Un blocco andato avanti da mezzogiorno alle 15 ora italiana ha paralizzato non solo il social network, ma anche Instagram e la app di messaggistica Whatsapp, che sono risultate inaccessibili per milioni di utenti in Europa e Stati Uniti.

Secondo le rilevazioni di DownDetector, servizio che monitora l’accessibilità dei domini del web, i problemi si sono riscontrati in Europa e Stati Uniti. 

L’interruzione dei servizi è arrivata a trenta giorni dal 13 marzo scorso, quando le piattaforme di proprietà di Facebook erano state parzialmente irraggiungibili per un giorno in varie parti del mondo.

Così come a marzo, è improbabile che anche stavolta la causa del disservizio sia da imputarsi a un attacco hacker. La stessa Facebook aveva chiarito che si era trattato di un problema di configurazione dei server e di un “errore umano”. Questo genere di problemi può capitare: certamente però è difficile non notarlo quando si tratta del social network più utilizzato al mondo, con più di due miliardi di utenti.

Ma il problema – come di consueto – non è passato inosservato neanche su Twitter: piattaforma storicamente utilizzata proprio per segnalare i vari #down degli altri servizi. Così anche #FacebookDown e #InstagramDown sono già trendtopic. Allo stato attuale, sembra che solo l’account Twitter di Facebook non abbia twittato a riguardo.

“Tizio si è unito a Telegram”: notifica ricevuta da diversi utenti, come loro stessi hanno segnalato sul web, è il segno che la app di messaggistica concorrente di Whatsapp ha ancora il ruolo di bene rifugio per chi ha bisogno di inviare messaggi.

Twitter è quella cosa che guardi per vedere se sei tu o @facebook è davvero #down

— Matteo G.P. Flora (@lastknight)
14 aprile 2019

 

 

 

Primo test in volo, nei cieli della California, per l’aereo più grande del mondo, il colossale Stratolaunch con due fusoliere e sei motori del tipo usato dai Boeing 747.

Nel suo battesimo dell’aria, il gigante ha sorvolato il deserto di Mojave. E’ stato progettato dalla “Scaled Composites” per trasportare nello spazio e sganciare un razzo vettore, che a sua volta trasporti un satellite.

Questo metodo semplificherebbe di molto la messa in orbita bassa di satelliti, perché far decollare un aereo è molto più facile che lanciare un razzo. Lo Stratolaunch ha un’apertura alare più grande di un campo di calcio, una volta e mezzo quella di un Airbus A380: esattamente 117 metri.

Nel suo primo volo ha raggiunto una velocità massima di 304 chilometri l’ora e un’altitudine di 17.000 piedi (5.182 metri).

Per il presidente della società, Jean Floyd, è stato “un fantastico primo volo che fa progredire la nostra missione di offrire un’alternativa flessibile a lancio dei razzi”.
 

Stratolaunch era stato finanziato da Paul Allen, cofondatore di Microsoft che è morto nell’ottobre dell’anno scorso. La sua scomparsa ha sollevato dubbi sul futuro finanziario della società. 
Rap

Se è stato possibile elaborare la prima rivoluzionaria immagine di un buco nero è anche grazie a una ricercatrice dell’MIT di soli 29 anni. Lei si chiama Katie Bouman e sei anni fa, quando era ‘solo’ una PhD junior in scienze informatiche e intelligenza artificiale al Massachusetts Institute of Technology, ha iniziato a lavorare all’algoritmo decisivo per l’elaborazione dei dati raccolti dall’Event Horizon Telescope che hanno ‘immortalato’ l’ombra di M87: il buco nero supermassivo di una galassia situata a circa 50 milioni di anni luce.

Una volta costruito l’algoritmo, Bouman ha lavorato con decine di ricercatori dell’EHT per altri due anni per studiare in che modo l’immagine del buco nero poteva essere rappresentata. La svolta è arrivata a giugno dello scorso anno, quando Katie e un ristretto gruppo di ricercatori si sono riuniti in una piccola stanza di Harvard e sottoposto l’algoritmo a test. Il resto è storia recente. 

Sul web Katie Bouman è una star, complice anche una foto che lei stessa ha pubblicato in cui appare incredula ed emozionata davanti allo schermo del pc che elabora i dati e restituisce l’immagine del buco nero. Bouman fa parte di un team di 200 scienziati che negli ultimi tre anni non ha fatto altro che lavorare per ottenere questo risultato. Lo sa bene la ricercatrice che in un altro post scrive: “Guardo incredula la prima immagine di un buco nero che ho ricostruito. Nessuno di noi avrebbe potuto farlo da solo. Ci siamo riusciti grazie a tante persone differenti con percorsi diversi”, ha detto Katie, spiegando: “L’immagine mostrata oggi è la combinazione di immagini prodotte da molteplici metodi. Nessun algoritmo o persona ha fatto questa immagine, ma è servito il fantastico talento di un team di scienziati provenienti da tutto il mondo e anni di lavoro sodo”.

Oggi Katie è post-doc all’MIT e in procinto di prendere una cattedra come assistente universitario al California Institute of Technology (CalTech), ma l’intenzione di Bouman è anche quella di continuare a lavorare con l’EHT. D’altronde le sfide non l’hanno mai spaventata. Nel 2016, in un intervento al TED talk in cui anticipava la scoperta avvenuta nei giorni scorsi, disse: “Voglio incoraggiare tutti voi a osare e a spingere più in là i confini della scienza, anche di fronte a qualcosa che vi appare misterioso come un buco nero”. 

Con la sua consueta tendenza all’iperbole, il presidente degli Stati Uniti ha detto di volere “il prima possibile il 5G, e anche il 6G”. Non si sa se sia ambizione o la riproposizione del “punto, due punti!” di Totò e Peppino, ma di sicuro Donald Trump si è schierato: “Le nuove reti sono più potente, più veloci e più intelligenti dello standard attuale. Le aziende americane devono intensificare i loro sforzi. Non c’è motivo per cui dovremmo essere in ritardo”.

Non lo dice, ma il “ritardo” è, prima di tutto, nei confronti della Cina. Il 5G, oltre a essere un gigantesco propulsore per l’economia del Paese, è anche l’ennesimo campo di gara con Pechino. Due eccellenti motivi per accelerare.

Le nazioni leader

Sfruttare le potenzialità del 5G vorrebbe dire 391 miliardi di dollari e 1,8 milioni di posti di lavoro in cinque anni. È la stima fatta da Analysis Group in un rapporto della Ctia, l’associazione americana che rappresenta il settore delle comunicazioni wireless. L’indagine certifica il progresso degli Stati Uniti. La Ctia, miscelando diversi parametri (progetti pilota, copertura, infrastrutture, applicazioni) arriva a una classifica dei Paesi meglio piazzati nello sviluppo del 5G. Nel 2017, gli Usa erano al terzo posto, alle spalle di Cina e Corea del Sud. Nella nuova graduatoria (che vede l’Italia al quinto posto, primo tra europei accanto alla Gran Bretagna), ha scavalcato Seul e ha affiancato proprio la Cina. Quarto il Giappone.

Leggi anche: Lo speciale Agi sul 5G

“Il miglioramento nel ranking degli Stati Uniti – afferma il rapporto – è attribuibile agli investimenti significativi dell’industria wireless americana nelle reti 5G e all’azione del governo”. Gli Usa sembrano più pronti nella messa a terra dei servizi. Cioè nella capacità di fornirli a imprese e utenti. La Cina ha invece un “significativo vantaggio infrastrutturale”, con 14 “celle” (le stazioni che coprono un’area) ogni 10.000 abitanti e 5 ogni 10 miglia quadrate. Gli Stati Uniti si fermano rispettivamente a 4,7 e 0,4. L’infrastruttura cinese è quindi molto più capillare. È (anche) alla luce di questo testa a testa che va osservata la questione Huawei, le pressioni di Washington sui Paesi alleati da una parte e la dura difesa di Pechino (oltre che del gruppo di Shenzen).

Verizon, 5G già aperto ai clienti

Verizon offre già alcuni servizi 5G al pubblico. 5G Home consente di connettere ad alta velocità la propria casa in alcune aree di Houston, Sacramento, Indianapolis e Los Angeles. Per chi è già un cliente mobile di Verizon, costa 50 dollari al mese (non esistono ancora pacchetti annuali). Non ha un tetto di dati e promette di essere 20 volte più veloce rispetto alle più diffuse connessioni 4G Lte. La velocità più frequente, al momento, è di 300 Mbps, ma in alcune zone si toccano i 940 Mbps.

Verizon ha promesso di allargare il perimetro dell’offerta, per raggiungere 30 citta entro la fine del 2019. Ma – al momento – c’è un problema: sono ancora pochissimi i dispositivi, fissi o mobili, che possono sfruttare il 5G. Ecco perché l’espansione sarà, con tutta probabilità, rimandata alla seconda metà dell’anno. Nel frattempo, però, l’operatore ha fatto un altro passo: dal 3 aprile offre ai clienti, per la prima volta, un piano wireless per dispositivi mobili, a Minneapolis e Chicago.

Se le reti ci sono, anche in questo caso, quello che manca sono gli smartphone. Per sfruttare il 5G, infatti, serve essere in un’area delle due città coperte e avere un Motorola Z3, l’unico a oggi compatibile e sul mercato. Presto ne arriveranno altri,come il Galaxy S10 5G e il V50 ThinQ di LG. Vista la scarsa presenza di dispositivi, nella vita di tutti i giorni non ci sarà una rivoluzione, neppure a Minneapolis e Chicago. Così come non cambia nulla nel conto economico di Verizon. Il ceo Hans Vestberg, ha spiegato a Cnbc che non si aspetta di vedere un impatto significativo sul bilancio fino al 2021. È però un traguardo, simbolico e non solo, importante: i clienti possono pagare (10 dollari aggiuntivi al proprio abbonamento) per avere il 5G nelle mani.

Tra nuove reti e fusioni

AT&T, altro grande operatore Usa, ha già detto che intende avere una copertura 5G nazionale entro il 2020. Ha già varato servizi 5G in 12 città americane: Houston, Dallas, Atlanta, Waco, Charlotte, Raleigh, Oklahoma City, Jacksonville, Louisville, New Orleans, Indianapolis e San Antonio. Ma è un’offerta circoscritta ad alcune imprese e a una ristretta cerchia di clienti. Non è quindi libera come quella di Verizon, anche se un piano simile dovrebbe arrivare nel 2019.

Alla corsa partecipano anche gli altri due big del mercato, che potrebbero accelerare se le autorità americane approveranno la loro fusione. T-Mobile e Sprint si sono già accordare un anno fa, ma il via libera non è ancora arrivato. Nessuna delle due ha aperto un servizio pronto all’uso. T-Mobile copre già una trentina di città, tra le quali Los Angeles, New York e Las Vegas. Ma non è accessibile ai clienti, perché la rete non è ancora compatibile con alcun dispositivo. Dovrebbe esserlo nella seconda metà del 2019. La compagnia prevede di coprire due terzi della popolazione americana con una velocità di 100 Mpbs entro il 2021.

Le reti 5G di Sprint dovrebbero invece aprire al pubblico a maggio, in alcuni luoghi come aeroporti e impianti sportivi, in città come Atlanta, Chicago, Dallas. Poco dopo dovrebbero aggiungersi Houston, Los Angeles, New York City, Phoenix e Washington. Tutto questo con un’occhio alla fusione. Il 7 marzo, l’amministratore delegato di T-Mobile Usa, John Legere, ha affermato che un nuovo soggetto forte (cioè il gruppo che risulterebbe dalla fusione) permetterebbe di offrire connessioni ultraveloci casalinghe anche nelle aree rurali (che ospitano il 45% della popolazione) e – grazie a una maggiore concorrenza –consentirebbe agli americani di risparmiare 13 miliardi di dollari entro il 2024.    

Missione fallita: la sonda israeliana si è schiantata durante la fase finale dell’allunaggio, facendo svanire il sogno di portare sulla Luna il primo veicolo privato della storia.

La manovra di allunaggio è iniziata alle 21.10 (ore italiane) e poco prima di toccare il suolo lunare il modulo ha perso il motore principale ed è precipitato senza controllo.

La manovra è stata seguita in diretta dagli ingegneri della società privata SpaceIl e dall’Agenzia spaziale israeliana, la Aerospace Industry of Israel.

A consolarli dalla delusione è stato il premier Benjamin Netanyahu che ha promesso un nuovo tentativo entro due anni. “Se non ce la facciamo, ci riproviamo. E la prossima volta andrà meglio”, ha affermato.

Il presidente Reuven Rivlin ha seguito la trasmissione con 80 studenti di scuola media nella sua residenza ufficiale di Gerusalemme. 

“Non ce l’abbiamo fatta, ma ci abbiamo sicuramente provato”, ha spiegato l’ideatore e principale sostenitore del progetto, Morris Kahn, in diretta dal centro controllo delle missioni vicino a Tel Aviv. “Penso che il traguardo raggiunto sia incredibile, credo che ne dobbiamo essere orgogliosi”, ha aggiunto.

“Siamo sulla Luna, ma non nel modo in cui volevamo”, ha commentato uno degli ingegneri che hanno lavorato al grande progetto. “Siamo il settimo Paese a essere andato in orbita attorno alla luna e il quarto a raggiungere la superficie lunare”, ha aggiunto un suo collega che vede comunque il bicchiere mezzo pieno.

Il modulo lunare senza equipaggio, 585 chili di peso, 1,5 metri di lunghezza e circa 100 milioni di dollari di costo, è stato messo in orbita il 22 febbraio.

Nonostante il fallimento, Beresheet (che in ebraico significa Genesi) ha comunque il record di prima missione lunare di Israele e primo volo spaziale della storia interamente a carico da donazioni private e dedicato a scopi didattici.

Se ci fosse riuscito, Israele sarebbe diventato il quarto paese nella storia a raggiungere il traguardo. Solo la Russia, gli Stati Uniti e la Cina hanno percorso il viaggio di 384.000 chilometri e sono atterrati ‘sani e salvi’ sulla Luna. 

Beresheet è stato lanciato da Cape Canaveral, in Florida, il 22 febbraio con un razzo Falcon 9 dalla società SpaceX di Elon Musk. La sua velocità ha raggiunto i 10 chilometri al secondo (36.000 chilometri all’ora). La missione avrebbe dovuto misurare il campo magnetico della Luna per permettere di comprendere meglio la formazione del satellite. 

Abbiamo visto il notch, il foro, i display flessibili. E adesso anche la fotocamera rotante. È la soluzione scelta da Samsung per il Galaxy A80, smartphone di punta della gamma di fascia media presentata dal gruppo sud-coreano.

Lo smartphone con camere rotanti

L’A80 ha un display extra-large: 6,7 pollici. Cioè più di S10 e Note 9, i top in casa Samsung. Lo schermo è privo di interruzioni: bordi ridotti al minimo, niente notch (la tacca frontale che incorpora i sensori) e niente foro (il design scelto anche da Samsung per il Galaxy S10 presentato a marzo). E allora dov’è la fotocamera? È questa la soluzioni più curiosa: gli obiettivi sono “rotanti”. Quando si attiva la fotocamera e si sceglie di fare un selfie, una porzione posteriore dello smartphone scorre verso l’alto e “ribalta” i tre obiettivi (il principale da 43 MP, uno da 8 “ultra wide” e un 3D Depth). Pur di creare uno smartphone a tutto schermo, dunque, Samsung ha escogitato questa trovata. Anche Vivo, nel 2018, aveva proposto un display privo di buchi e tacche, preferendo però una fotocamera “pop-up”, che spuntava fuori dall’interno del  dispositivo alla bisogna.

Pro e contro (al primo sguardo)

Controindicazioni? Un movimento meccanico come quello dell’A80 potrebbe essere un rischio. Ma per avere conferme sulla sua solidità si dovrà aspettare. Le dimensioni dello smartphone sono notevoli: 165,2 millimetri di lunghezza per 76,5 di larghezza (decisamente oltre quelle dell’S10 Plus). Si avvertono però anche peso e spessore. Quest’ultimo è di 9,3 millimetri. Vuol dire 1,5 in più degli S10 e 1,4 rispetto al fratello di pari dimensioni, l’A70 (che non ha camere rotanti). Sembra quindi che questo ingombro sia dovuto proprio alla principale novità dell’A80: la scorrimento esige un “doppio strato” per funzionare a dovere. Il display liscio è di sicuro impatto, ma non rivoluziona il rapporto tra la superficie complessiva e quella utilizzabile. Sarà il mercato a decidere se ripagare lo sforzo d’inventiva di Samsung. Il prezzo sconfina dalla fascia media: 679 euro.

L’egemonia del selfie

Dietro una soluzione inedita, c’è una scelta: Samsung ha definito i nuovi Galaxy A gli smartphone della “live era”. Cioè dell’epoca della condivisione in diretta, con l’obiettivo spesso rivolto verso se stessi. Ruotando le fotocamere, scompare la distinzione che tradizionalmente (ma non sempre) vuole il set posteriore più potente di quello frontale. Nell’A80 sono alla pari perché, semplicemente, gli obiettivi sono fisicamente gli stessi. Sotto la scocca, lo smartphone ha un processo Octa-Core, 8 GB di RAM, memoria interna di 128 GB e batteria da 3.700 mAh con possibilità di ricarica veloce. L’intelligenza artificiale amministrerò il dispendio energetico delle app imparando dalle abitudini d’uso dell’utente. Tre i colori: Phantom Black (nero), Angel Gold (oro) e Ghost White (bianco).

Gli altri dispositivi della gamma A

Oltre all’A80, Samsung ha presentato anche A10, A20e, A40, A50 e A70. Il modello d’ingresso è l’A10: 159 dollari per uno smartphone di 6,2 pollici, batteria da 3400 mAh, fotocamera posteriore da 13 MP e frontale da 5. L’elemento distintivo del design è il notch “a goccia”, cioè una piccola tacca centrale che interrompe la continuità del display. Lo stesso stile, con piccole variazioni, è comune a tutti i fratelli della nuova linea, fatta eccezione per l’A80. L’A20e ha un display da 5,8 pollici. Le camere posteriori diventano due e la batteria guadagna potenza (4000 mAh) e possibilità di ricarica rapida. Sale il prezzo, a 189 euro. Ne servono 259 per l’A40, dispositivo con schermo da 5,9 pollici. Migliora sensibilmente il set delle fotocamere (con quella frontale da 25 MP) e la RAM sale da 3 a 4 GB. Le dimensioni tornano ad ampliarsi con l’A50: 6,4 pollici e tripla fotocamera posteriore. Sale anche il prezzo, a 359 euro. L’A70 raggiunge le dimensioni dell’A80: 6,7 pollici. L’obiettivo principale è da 32 MP e la batteria da 4.500 mAh. La RAM passa a 6 GB. Rispetto al collega di pari dimensioni, però, ha fotocamere “classiche” e un prezzo decisamente inferiore: 419 euro.

La ricetta di Samsung

Con questi nuovi dispositivi, Samsung punta sulla fascia media, in passato trascurata per spingere quella più alta, e su un pubblico giovane. “Volevamo che la tecnologia di alto livello fosse disponibile per tutti”, ha spiegato Fabio Invernizzi, Marketing Manager di Samsung Italia. Che il gruppo coreano si rivolga soprattutto ai giovani lo ha detto esplicitamente DJ Koh, capo della divisione mobile: “Una nuova generazione di giovani sta emergendo. Vivono per condividere le loro esperienza, in tempo reale”. La formula scelta da Samsung per conquistarli è fatta di prezzi moderati, multimedialità e diversificazione di costi, prestazioni e dimensioni.  

Un aggiornamento di Telegram permette agli utenti di cancellare qualsiasi messaggio scritto in qualsiasi momento da qualsiasi conversazione. A darne l’annuncio è lo stesso creatore dell’app di messaggistica, Pavel Durov, che ha spiegato come una conversazione privata, dopo anni, possa essere usata contro di noi anche fuori contesto. Così, “a partire da oggi, stiamo permettendo a ogni utente di Telegram di cancellare qualsiasi messaggio in una conversazione”, e prosegue: “Non importa chi ha inviato il messaggio e quando – ora ne avete il completo controllo”.

La funzione è già disponibile per tutti gli utenti, e permette effettivamente di eliminare qualunque informazione scambiata tramite l’app di messaggistica in precedenza. Questo aggiornamento può tornare particolarmente utile nel caso in cui si siano inviati in passato messaggi di cui non si vuole tenere traccia, o fotografie e altri allegati. Un passo in avanti importante per quanti si siano trovati a condividere informazioni e fotografie – spesso intime – con persone che poi le hanno usate come strumento di ricatto. “Le relazioni iniziano e finiscono, ma la cronologia dei messaggi con ex amici ed ex colleghi rimangono disponibili per sempre”, osserva Durov.

Il grosso limite è che, naturalmente, qualunque informazione o foto può essere salvata in locale sul dispositivo: le immagini possono essere scaricate (anche con funzioni di salvataggio automatico), e per le conversazioni è sufficiente fare uno screenshot. In questi due casi, eliminare le conversazioni da Telegram non servirebbe a nulla. Il lato positivo è che, assicura Durov, una volta che una informazione è cancellata, “non viene conservata neanche nei nostri server”.

“Un vecchio messaggio che hai già dimenticato può essere tolto dal contesto e utilizzato contro di te decenni dopo. Un testo affrettato che hai inviato a una ragazza a scuola può tormentarti nel 2030 quando deciderai di candidarti come sindaco – scrive Durov -. Dobbiamo ammettere che, nonostante tutti i nostri progressi nella crittografia e nella privacy, il reale controllo che abbiamo sui nostri dati è pochissimo”.

Gli svantaggi

Come evidenziato da Quartz, la possibilità di cancellare arbitrariamente messaggi da una conversazione fa sì che questa possa essere manipolata, dandole un significato diverso dall’originale. Una volta che ne viene cancellato uno, quello che lo precede sarà contiguo a quello che lo segue, senza che sia possibile capire a colpo d’occhio che è stato rimosso un tassello della conversazione. Sull’app concorrente, Whatsapp, un messaggio può essere cancellato dal suo autore solo entro un’ora dall’invio, ma al suo posto gli altri membri della chat vedranno la scritta “questo messaggio è stato eliminato”.

“Sappiamo che alcune persone possono essere preoccupate per il potenziale uso improprio di questa funzione o per la permanenza delle loro storie di chat. Abbiamo riflettuto attentamente su questi problemi, ma pensiamo che avere il controllo della propria impronta digitale dovrebbe essere di primaria importanza”, osserva Durov.

In ogni caso, dopo l’annuncio, l’imprenditore russo ha anche lanciato un sondaggio per chiedere agli utenti se siano d’accordo o meno con la nuova funzione, segno che questa potrebbe venire rimossa o ulteriormente corretta in futuro. Al momento infatti però il 51 per cento di quasi un milione e mezzo di voti (l’8 aprile), si è dichiarato favorevole all’aggiornamento, quindi in leggero vantaggio rispetto ai contrari. 

E adesso non resta che fare mente locale, cercando di ricordarci se anni fa abbiamo detto e scritto qualcosa che non vogliamo rimanga agli atti. Anche se sarebbe sempre più utile pensare prima di lasciare una traccia digitale, dal momento che Telegram può anche dimenticarla, ma gli screenshot fatti da un nemico rancoroso no.

Il 15 luglio del 2016 l’Italia si scopriva un Paese di allenatori di Pokemon. In quel giorno infatti, appena una settimana dopo gli Stati Uniti, la app per smartphone Pokemon Go veniva pubblicata anche nel nostro Paese alimentando come nel resto del mondo una vera e propria mania. L’estate del 2016 verrà infatti ricordata per quelle carovane di giovani e meno giovani impegnati a girare per la città con il loro smartphone in mano alla disperata ricerca del Pikachu mancante o di quel Bulbasaur che proprio non ne vuole sapere di farsi catturare.

In effetti il videogioco è stato una piccola rivoluzione. Sfruttando come nessuno prima le potenzialità della realtà aumentata, Pokemon Go permette di trovare i piccoli mostriciattoli nel mondo reale: basta andare in giro guardando la mappa sul proprio telefonino e, una volta vicina alla simpatica creatura, provare a prenderla puntando la telecamera del cellulare e lanciandogli le pokeball, le sfere bianche e rosse che servono per “catturarli tutti”, come recita lo slogan della serie di cartoni animati che insieme ai videogiochi per i vecchi Game Boy ha reso celebri i Pokemon.

Per mesi sui giornali, sui social e in tv questa moda è stata al centro dell’attenzione , generando non poche polemiche. Notizie su aumenti di incidenti stradali causati da persone ipnotizzate dal gioco, indignazione per la possibilità di catturare Pokemon anche nel campo di concentramento di Auschwitz, preoccupazioni di psicologi e associazioni per gli effetti sui più piccoli di questa mania: non passava giorno in cui non uscisse qualche notizia su Pokemon Go.

E poi, il silenzio. Lontano dai siti di settore, negli ultimi due anni difficilmente si è più letto o parlato di Pokemon Go. I riflettori si sono spenti e la “mania” è scomparsa dalle scene. Tutto finito quindi? Niente affatto. Pokemon Go ancora oggi, a quasi tre anni dalla sua pubblicazione, è una macchina da soldi come poche. Di più: nell’ultimo anno ha addirittura aumentato i suoi incassi.

A fornire questi dati, piuttosto sorprendenti per i non addetti ai lavori, è la società di analisi Sensor Tower secondo cui dal giorno della sua uscita, il videogioco ha fatto incassare ai suoi creatori 2 miliardi e mezzo di dollari, di cui settecento milioni solo negli ultimi 9 mesi, per una media di 2,3 milioni di euro al giorno. Se infatti Pokemon Go è scaricabile e giocabile gratuitamente, al suo interno è possibile acquistare oggetti e personalizzazioni opzionali con soldi veri come ormai succede in un gran numero di videogame (si pensi ad esempio a Fortnite).

Ancora più interessante è scoprire che, secondo le stime di Sensor Tower, nei primi tre mesi del 2019 gli incassi del gioco sono stati superiori del 40 per cento rispetto al periodo corrispondente del 2018: 205 contro 147 milioni. Certo, un arretramento rispetto ai numeri record del primo anno c’è stato, ma i conti restano ampiamente positivi. E milioni sono ancora i giocatori in tutto il mondo che passano il loro tempo con questa app, che ha ricevuti numerosi aggiornamenti da quell’estate 2016 e ha visto l’introduzione di nuovi Pokemon e nuove funzionalità richieste dalla community.

Un lavoro continuo e costante che sta facendo le fortune di Niantic, la casa che ha sviluppato il gioco in collaborazione con la Pokemon Company (affiliata Nintendo). Nata come startup all’interno di Google, Niantic se ne è poi separata e come altre società simili ha trovato i capitali che le servivano per crescere sul mercato. Lo scorso gennaio ha raccolto 245 milioni di dollari venendo valutata in totale circa 4 miliardi di dollari  e nel 2019 pubblicherà il suo nuovo titolo: “Harry Potter: Wizard Unite”. Saremo invasi da maghi in giro per le città?

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