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Immaginate di suonare con chi non tiene il tempo. Impossibile. Pochi decimi di secondo e il batterista è fuori sincro. A meno che abbiate a che fare con John Bonham o Charlie Watts, capita già se si è nella stessa stanza. Figurarsi se chi suona la grancassa è in Europa e il chitarrista negli Stati Uniti.

Il motivo è semplice: si chiama “tempo di latenza”. Ogni connessione, anche la più veloce, crea un intervallo tra lo stimolo (battere sul tamburo) e la risposta (il suono che arriva all'orecchio). È quello che succede in una videochiamata: c'è sempre un ritardo più o meno ampio. Ecco: il 5G non lo cancella ma lo riduce a una manciata di millisecondi. Così pochi da consentire a un bassista di New York di suonare assieme a un chitarrista di Roma.

Un concerto “diffuso”

Ericsson, che il 24 ottobre a Milano ha festeggiato i 100 anni in Italia, ha allestito una “sala 5G” per dare una dimostrazione in scala di questa possibilità. Il progetto si chiama Music Connect. Su un palco ci sono batteria e tastiera, ma non si sentono solo loro. Ci sono anche basso e chitarra, che suonano in un'altra stanza. Il mixer connesso aggrega i suoni e il risultato è un brano composto da tutti gli strumenti. Indossando un visore per la realtà virtuale (Holoport) è possibile anche godersi il concerto con tutti e quattro i membri della band sul “palco”: due in carne e ossa, gli altri come ologrammi.

Ha fatto la stessa cosa Mischa Dohler, “guru” del 5G presente al centenario di Ericsson. Lo scorso giugno ha tenuto il primo concerto “diffuso” della storia. Lui con un pianoforte a Berlino, la figlia al microfono a Londra. Hanno eseguito “I was made for loving you” dei Kiss, in versione molto soft. Tempo di latenza: 20 millisecondi su una distanza di mille chilometri. Sì, certo, è ancora una sperimentazione. I ritmi non sono alti e con Take Five si avrebbe qualche problema in più. Ma ci si può fare un'idea. Immaginate di poter vivere uno spettacolo da remoto. Non sostituirà stadi e teatri, ma potrebbe essere qualcosa di diverso, anche per promuovere il proprio disco. Cosa ancor più importante: la musica e i suoi ritmi aiutano a comprendere uno dei balzi in avanti del 5G, l'immediatezza.

In fabbrica e in sala operatoria

Accorciare i tempi tra “stimolo” e “risposta” è utile quando si suona oppure quando si smanetta con un videogioco. Ma è vitale quando si parla di trasporti o chirurgia. Sono due degli esempi forniti da Dohler sulle applicazioni pratiche del 5G. Paziente e medico non dovranno essere nella stessa sala operatoria. Il primo potrà essere in una clinica di Palermo, accanto a un robot comandato da un luminare a Los Angeles. Ogni movimento delle dita sarà riprodotto dalla macchina con un intervallo che sfiora la contemporaneità. Si potranno creare dei mondi virtuali per allenare i chirurghi prima di operare. E sarà possibile fare consulti e visite mediche a centinaia di chilometri di distanza. Pensate a un villaggio sperduto: non servirà raggiungerlo ma basterà piazzarci un'apparecchiatura di base, applicata dal paziente ma governata da un medico dall'altra parte del Paese. Nei veicoli senza autista vale la stessa cosa. Può essere guidato da un umano, ma da remoto. Oppure, in caso di guida autonoma, il 5G permette un dialogo immediato tra infrastruttura urbana e veicolo. E sulla strada, lo sappiamo, la reattività è tutto. Comau sta invece sperimentando, a Torino, i robot che popoleranno le fabbriche. Con il 5G niente cavi: la gestione si sposta nel cloud. Ogni braccio robotico è autonomo ma “parla” con gli altri. Un modo per rendere i processi più efficaci, ma anche per individuare guasti e ripararli senza bloccare l'intera catena. Se il malato è uno si cura solo quello, con un bel risparmio di tempo e denaro. Anzi, di più: monitorare le macchine rende la manutenzione predittiva. Si interviene là dove serve, prima che si rompa qualcosa.

Il 5G renderà le macchine più umane?

La rivoluzione delle nuove reti è questa: il punto non è tanto scaricare un film in qualche secondo ma la capacità di far dialogare gli oggetti (e quindi noi) come mai prima. Dohler infatti definisce il 5G come “un sincronizzatore” tra dispositivi ma anche tra ambienti. Con il 5G gli oggetti “pensano” più velocemente. E per quanto la prospettiva possa, per certi versi, risultare inquietante, Dohler è convinto che l'immediatezza con cui le macchine risponderanno le renderà più umane. Perché il loro “tempo di latenza” sarà simile al nostro.

 

 

Le persone che defecano all'aperto non sono un problema solo nei Paesi in via di sviluppo. È emergenza anche a San Francisco, dove negli ultimi anni si è registrato un forte incremento dei senzatetto. La ragione sono i prezzi proibitivi degli appartamenti e, più in generale, il drastico incremento del costo della vita, conseguenza del grande afflusso di ingegneri strapagati dai colossi della tecnologia che nella città californiana o nei suoi dintorni hanno il loro quartier generale. Adesso però sarà più semplice segnalare alle autorità gli escrementi umani per strada grazie a una nuova app, SnapCrap (gioco di parole tra Snapchat, il popolare social network, e 'crap', termine gergale per feci).

SnapCrap è disponibile da martedì, finora solo per i dispositivi iOS (evidentemente a San Francisco hanno tutti l'iPhone). Il suo inventore, Sean Miller, ha avuto l'idea dopo essersi trasferito nella città ed essersi trovato costretto a ripetuti slalom tra deiezioni umane lasciate sui marciapiedi, cosa che nel suo nativo Vermont non gli era mai accaduta. "Molte persone hanno scherzato sulla situazione perché è ovviamente un po' comica ma ci siamo anche resi conto che è un problema davvero serio, nonché, francamente, un pericolo per la salute", ha spiegato Miller a Nbc.

Un problema molto sentito

La app consente di inviare una foto dell'area stradale che deve essere pulita e di inoltrarla immediatamente alla hotline della città, il 311, saltando tutto il complesso procedimento richiesto per effettuare la segnalazione attraverso il canale ufficiale. Ovviamente SnapCrap può essere utilizzata anche per indicare altri problemi, come siringhe lasciate per terra o tombini scoperchiati, ma è quello delle feci umane quello più sentito dalla popolazione, spiega Miller. "Un paio di mesi fa avevo iniziato ad essere davvero frustrato dal vedere questa roba tutti i giorni e sentire le persone lamentarsene, quindi ho deciso di mettere su questa dannata roba", ha proseguito, "ho pensato che se io e i miei coinquilini avevamo sentito il bisogno di una cosa del genere, doveva esserci parecchia altra gente che avrebbe potuto trovarla utile". 

Il futuro di SnapCrap? Innanzitutto sarà presto pronta la versione per Android. Successivamente, arriverà SnapCrap 2.0. "La app è estremamente elementare ma ho in mente di aggiungere presto parecchie nuove funzioni", ha detto Miller, "credo che una 'crap map' (mappa delle cacche) potrebbe essere molto divertente". Nella speranza che Snapchat non gli faccia causa: il design, con la silhouette dell'escremento al posto del fantasmino, è davvero molto simile. 

 

Cinque: due donne e tre uomini. Tutti sotto i quarantacinque anni e tutti con una insaziabile passione scientifica. Sono i 5 migliori scienziati italiani negli Usa e quest'anno si sono aggiudicati i ISSNAF Awards 2018, nell’ambito dell’Annual Event di ISSNAF (Italian Scientists and Scholars of North America Foundation), la fondazione che riunisce 4.000 scienziati italiani in Nord America e che quest’anno celebra i primi 10 anni di attività.

C'è chi studia come sconfiggere tumori e leucemie, chi collabora allo sviluppo del futuro dell'informatica – ovvero il computer quantistico – chi ha scoperto per la prima volta una sorgente di neutrini cosmici ad alta energia, chi cerca di arrivare a valvole cardiache perfettamente adattabili al corpo umano. I loro nomi: sono Sara Buson, Antonio D'Amore, Ricardo Manenti, Lorenzo Brunetti e Roberta Zappasodi. Ecco le loro storie.

  • Lorenzo Brunetti per il Paola Campese Award per la ricerca sulle leucemie​.  Nato a Napoli nel 1983, è un borsista post-dottorato al Baylor College of Medicine di Houston. Laureato in Medicina all'Università Federico II di Napoli, ha completato la sua formazione clinica in ematologia e il dottorato in Medicina molecolare presso l'Università di Perugia. Negli Stati Uniti ha perfezionato un protocollo per modificare in modo efficiente il DNA di cellule del sangue normali e maligne e la sua attuale ricerca si concentra sull'applicazione di questa tecnica per scoprire nuovi meccanismi molecolari che causano la leucemia. I risultati del suo lavoro sono stati da poco pubblicati sulla rivista Cancer Cell.
  • Roberta Zappasodi per l'IBM-Bio4Dreams Award per la ricerca in medicina bioscienze scienze cognitive. Nata a Cesena, 37 anni, Roberta ha studiato Biotecnologie Mediche all’Università di Bologna e ha conseguito un dottorato all’Istituto Nazionale dei Tumori a Milano. Ora lavora al al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. Studia meccanismi d’azione mirati per abbattere le resistenze a una classe di farmaci immunoterapici, che vanno sotto il nome di checkpoint blockade, in quanto bloccano i freni molecolari allo scatto della risposta immune. Oggi, infatti, siamo già allo step successivo con l’utilizzo di questi immunoterapici: la ricerca di come superare le resistenze. Questo approccio ha rivoluzionato la storia clinica di malattie come il melanoma metastatico e il tumore al polmone. Ma non tutti i pazienti rispondono, e alcuni di quelli che rispondono possono sviluppare recidive in un secondo tempo. È fondamentale ora capire perché questo accade e intervenire farmacologicamente in modo preciso per evitare che accada. Lavorando in questa direzione, Roberta ha individuato una nuova popolazione di linfociti immunoregolatori, che vanno a limitare le risposte immunologiche contro il tumore, e che possono interferire con l’attività degli inibitori dei checkpoint immunologici. In particolare, Roberta ha osservato che l’inibizione del famoso checkpoint CTLA-4 aumenta i livelli di questa popolazione cellulare. 
  • Riccardo Manenti per l'Anna Maria Molteni Award per la matematica e la fisicaIl computer quantistico è la prossima frontiera dell’informatica, ma per arrivarci servono buoni fisici. Uno di loro è Riccardo Manenti, milanese classe 1989, che da un anno lavora come “ingegnere quantistico” alla Rigetti Computing, la startup di Berkeley, California, che ha raccolto circa 110 milioni di dollari di investimenti per arrivare a costruire il primo computer quantistico ad alte performance. Una nuova “corsa all’oro” nella Silicon Valley, in cui sono impegnati pochissimi colossi dell’informatica e del web: Intel, Google, Ibm oltre a Rigetti. Manenti ha sviluppato un algoritmo quantistico con lo scopo di risolvere un problema di ottimizzazione, noto come “clustering”, in un computer quantistico da 19 qubit. La sua ricerca sarà presto pubblicata sull’autorevole rivista Science Advances. 
  • Antonio D'Amore per il Franco Strazzabosco Award per l’ingegneria. Palermitano di 41 anni, laureato in Ingegneria meccanica all’Università di Palermo, dopo la laurea specialistica in Ingegneria biomedica all’Imperial College di Londra, studia le proprietà dei tessuti e consegue un dottorato in Biomechanics and Tissue Engineering all’università di Pittsburgh. Lavora a una tecnologia di protesi che permetta di creare una valvola cardiaca ‘adattabile’ al corpo umano. Un modo per superare il limite delle attuali valvole meccaniche e delle bioprotesi che, costruite con materiali tra cui il metallo o tessuti derivati dagli animali, costringono il paziente a dipendere a vita dai farmaci anticoagulanti o si deteriorano prematuramente. "Assieme al mio gruppo di ricerca", spiega D’Amore, "sto testando l’impiego di strutture di supporto, che potremmo definire temporanee, in grado di combinarsi con le cellule del paziente. L’idea è che una volta impiantato questo supporto si degradi e venga rimpiazzato dal tessuto prodotto dal paziente stesso". In questo modo si potrebbe incrementare la vita utile delle protesi, svincolandosi dall'uso della terapia anticoagulante. Tra i vantaggi la possibilità di effettuare un solo intervento d’impianto.
  • Sara Buson per l'ISSNAF Award for Young Investigators in scienze ambientali, astrofisica e chimicaI. Lo scorso luglio la National Science Foundation (NSF) ha rivelato di aver individuato per la prima volta una sorgente di neutrini cosmici ad alta energia, particelle che viaggiano nello spazio ed accompagnano i raggi cosmici. L’astrofisica Sara Buson, dell’equipe del Fermi Large Area Telescope (LAT) della NASA, è stata una protagonista della scoperta, avvenuta il 22 settembre 2017 quando, a poche ore di distanza, prima l’osservatorio IceCube ha rilevato un neutrino, e poi il telescopio Fermi-LAT ha visto un fascio di raggi gamma che colpivano la Terra, emessi da una sorgente nella stessa regione di cielo del neutrino. Per la prima volta si è così riusciti a identificare l’origine del neutrino cosmico. Nata a Pernumia (Padova) e laureata in astrofisica all’Università di Padova dove ha poi conseguito il dottorato di ricerca e proseguito la carriera con un post-doc, la scienziata 38enne è arrivata negli Stati Uniti nel 2015, vincendo una post-doc fellowship presso il Goddard Space Flight Center della NASA.

Il Life Achievement Award 2018 è stato consegnato il 22 ottobre al neuroscienziato romano Emilio Bizzi, ricercatore e docente al Massachusetts Institute of Technology (MIT).

Poi, un giorno, abbiamo scoperto di essere vulnerabili. C'è ancora molto da fare in tema di “igiene informatica”, ma il caso Cambridge Analytica e le discussioni sul Gdpr hanno reso la privacy un tema più consueto. Navigare senza lasciare tracce non è semplice. Ma ci sono alcuni accorgimenti che possono quantomeno ridurre la nostra esposizione.

1. Navigare in incognito

Tutti i principali browser offrono la modalità “navigazione in incognito”. È la misura di tutela più blanda, perché non fa scomparire la nostra identità digitale. Navigare in incognito significa non memorizzare i cookie (gli elementi che ricordano a un sito che siamo già passati da lì) e la cronologia degli indirizzi visitati. Attenzione però: l'indirizzo IP, cioè la “targa” del nostro dispositivo, resta visibile. Quindi i siti continueranno a sapere (indirettamente) chi e dove siamo. La navigazione in incognito non è quindi un mantello invisibile ma un sistema che non archivia tracce localmente. Potrebbe quindi essere utile quando non vogliamo che restino sul nostro pc indirizzi equivoci o quando usiamo quello di un collega. Per avere barriere più consistenti serve altro.

2. Usare una Vpn

Le Vpn (Virtual Private Network) sono reti private che hanno l'obiettivo di creare connessioni schermate e consentire il passaggio sicuro della comunicazione. Nella maggior parte dei casi, vengono utilizzate per motivi di lavoro: una Vpn collega la rete dell'ufficio con dispositivi esterni. Ma non è l'unico caso. Chiunque può installare una Vpn per mascherare la propria navigazione e la propria posizione. Facciamo un esempio. Immaginiamo Internet come una casa. Siamo nella nostra camera da letto e vogliamo raggiungere il giardino. In una navigazione normale, attraverseremmo la sala da pranzo, che però è piena di persone. Se non abbiamo alcuna voglia di farlo, la Vpn è un un tunnel scavato sotto il pavimento, che mette in comunicazione camera e giardino. Costruire il tunnel, però, è dispendioso e attraversarlo non certo comodo. Le Vpn, infatti, non sono gratuite e la navigazione consuma più dati del normale.

3. Tor: protetti da una cipolla

Tor è l'acronimo di The Onion Router. Onion (in inglese cipolla) perché la comunicazione è protetta da più strati di crittografia. Permette di navigare rendendo molto più difficile tracciare la propria posizione. A differenza di quanto avviene nelle Vpn, non c'è un fornitore che può custodire i dati. Tor maschera l'indirizzo IP. Spesso associato a manovre oscure e relegato al mondo dei nerd, è invece un alleato della privacy e può essere installato e utilizzato con semplicità. Anche se blocca alcuni contenuti e non ha la stessa velocità dei browser più comuni.

4. A cosa serve bloccare i tracker

I tracker sono software che guardano i nostri movimenti, il più delle volte per scopi pubblicitari. In pratica, quando apriamo una pagina a osservarci non c'è solo “un sito” ma una platea più o meno numerosa di “occhi”. Per chiuderli ci sono software anti-tracciamento. Il più noto è forse Ghostery. Alcuni browser hanno sviluppato o stanno sviluppando “filtri” anti-tracciamento, non solo per questioni di privacy ma anche di efficienza. Alcuni tracker, infatti, tendono a rallentare il caricamento della pagina. Senza di essi, ci sono meno compagnie che intercettano i nostri dati, non vengono memorizzati cookie e cronologia, ma l'indirizzo IP resta palese. L'effetto collaterale è avere una navigazione meno personalizzata.

5. I motori di ricerca oltre Google

Google è il dominatore dei motori di ricerca. Ogni parola e ogni link sono informazioni. Una concentrazione di dati enorme che sta spingendo alcuni motori di ricerca più discreti. È il caso di Duck Duck Go: non immagazzina informazioni sulle ricerche degli utenti e non indica link sponsorizzati. I volumi di traffico sono infinitesimali rispetto a Google. Da pochi giorni Duck Duck Go ha raggiunto il traguardo dei 30 milioni di ricerche in 24 ore. Un numero che Big G tocca in 15 minuti. Tra le possibili alternative c'è anche Qwant, mentre per la ricerca di immagini ci sono Unsplash e Pexels.

6. Social network discreti

Facebook è il social network più bersagliato. Le ripercussioni del caso Cambridge Analytica ancora si avvertono. Il problema, però, riguarda il modello di business: tutti i social gratuiti guadagnano dalla pubblicità perché sfruttano i dati degli utenti. Inutile cercare un altro Facebook ligio alla privacy. Per trovare social network più discreti serve andare su dimensioni molto più piccole, su piattaforme “di settore”, che prevedono un abbonamento e si finanziano con le donazione. Ello, ad esempio, è un social network dedicato all'arte. Niente abbonamento né pubblicità: si autofinanzia perché gli utenti possono vendere le proprie opere. Vengono utilizzati pochissimi dati. Letterboxd è dedicato al cinema e alle recensioni. Regge grazie a piccoli abbonamenti annuali per gli utenti premium in cambio di funzioni aggiuntive.

7. Messaggistica: non solo end-to-end

Whatsapp è l'app di messaggistica più diffusa. Facebook vuole iniziare a farla fruttare, attingendo ai dati per aprire canali di comunicazione tra imprese e utenti. I fondatori dell'applicazione hanno detto addio. E uno dei due, Brian Acton, ha detto di aver “venduto i dati degli utenti” a Zuckerberg. Whatsapp ha una crittografia end-to-end. In pratica, il contenuto della conversazione è noto solo a chi vi partecipa. Ma non basta, perché ci sono anche i metadati: chi sono, con chi parlo, per quanto tempo. Da questo punto di vista, più che Telegram (che custodisce i dati sui propri server in modo non del tutto trasparente) una delle alternative più credibili è Signal. L'app ha ottenuto grande visibilità dopo essere stata consigliata nel 2015 da Edward Snowden, l'uomo che ha scoperchiato la sorveglianza di massa dell'Nsa. Signal non spia nelle chat, ma non conserva neppure metadati e non ha un registro utenti. Come fa a guadagnare? Non guadagna.

8. Posta elettronica protetta

Pochi operatori di posta elettronica concentrano grande potere (Apple e Gmail prima di tutti). Ci sono però servizi meno conosciuti ma più accorti, come FastMail e ProtonMail. Il primo non contiene pubblicità e promette risultati anti-spam particolarmente efficaci. Il secondo ha server in Svizzera e mail con crittografia end-to-end: non possono quindi essere lette o usate se non da chi le invia e le riceve.

9. Educazione alla privacy

Nulla è blindato, neppure Tor. Anche se lo si utilizza, dovrebbero comunque essere rispettati alcuni accorgimenti. Come ad esempio non frequentare siti privi del protocollo https (cinque lettere che trovate all'inizio dell'indirizzo di un sito). Anche scaricare documenti Word e Pdf rivela tracce di noi, come l'indirizzo IP. Questo ovviamente non vuole dire evitare di farlo (almeno da fonti attendibili): conferma soltanto quanto sia complicato evitare di lasciare ogni traccia. Per questo nessuno strumento può sostituire un'educazione alla privacy online.

10. Sapere quanto siete tracciati

Privacy, tracciamento, attacchi informatici. L'errore più grande, al di là degli strumenti utilizzati, è la sottovalutazione. Ogni volta che ci muoviamo online in modo ordinario, sveliamo l'indirizzo IP, il browser che usiamo e tanto altro. Dati che, incrociati e ripetuti (spesso frequentiamo quotidianamente gli stessi siti), offrono un nostro profilo dettagliato: interessi, città, lavoro. Se utilizziamo una piattaforma è sempre bene conoscere (per quanto possibile) come vengono gestite le informazioni che ci riguardano. Bastano impostazioni più accorte per avere, quantomeno, una condivisione meno disinvolta. Capitolo tracciamento.

Come facciamo a sapere quanti sono gli “occhi” che ci osservano? Il sito Whotracks.me ha scandagliato qualche centinaia di migliaia di siti. E per ognuno ha elencato quali e quanti tracker ci sono. Provate a cercare gli indirizzi che frequentate di solito, solo per farvi un'idea. Privacy: una password solida non vi farà certo lasciare meno tracce online, ma almeno renderà più difficile la vita a chi potrebbe diffondere i vostri dati senza il vostro consenso. Non lo sappiamo, ma spesso le nostre caselle mail sono già state vittime di un attacco (non necessariamente violate ma esposte). Il sito Haveibeenpwned.com dice se il nostro indirizzo è stato coinvolto in una falla informatica. Controllare non costa nulla. Cambiare password, in caso di “semaforo rosso”, è necessario.   

Sono passati 14 anni da quando lo scienziato anglo-russo Konstantin Novoselov è riuscito a estrarre dalla grafite, il derivato del carbonio la cui applicazione più nota è la matita ed è uno stretto parente “molecolare” del diamante, un nuovo materiale che è sempre esistito in natura e che riunisce in sé moltissime proprietà preziose: il grafene. Per questa scoperta Novoselov, nato nel 1974 a Niznij Tagil, città della Russia asiatica, 1.800 km a est di Mosca, da tempo professore dell'università di Manchester e membro della Royal Society, ha avuto il premio Nobel per la fisica nel 2010, quando aveva solo 36 anni. Ora che il grafene è diventato famoso come “il materiale dei miracoli” per le sue prospettive di applicazione in moltissimi campi, Novoselov ne parla con toni modesti, da scienziato.

Relatore principale in una giornata dedicata al grafene al Museo della scienza e della tecnologia di Milano, ha rilasciato interviste a diverse testate italiane fra cui l’Agi, spiegando in particolare che “quando si fa una ricerca scientifica non si sa fin dall’inizio quali saranno le sue conseguenze in termini di applicazioni: quando abbiamo isolato il grafene, eravamo entusiasti di questa grande scoperta di poter lavorare su qualcosa che era solo uno strato bidimensionale, ed è stata una grande sorpresa: se me l’avessero chiesto solo pochi anni prima avrei detto che era impossibile. Ma non avevamo nessuna idea delle applicazioni pratiche future”.

Quali sono le caratteristiche del grafene, e perché è stato una sorpresa scoprirlo? Come vengono le idee che cambiano il mondo?

“È il materiale più forte, più sottile, più versatile e il miglior conduttore di elettricità mai scoperto, oltre che impermeabile e trasparente e il primo a due sole dimensioni. Prima del grafene, nessuno credeva fosse possibile creare e lavorare con un materiale 2D, scoprirlo ha significato cambiare completamente gli schemi. Quanto alle idee: questa è la cosa interessante della mente umana, che non puoi predire quando ti verrà una nuova idea brillante. Devi massimizzare le possibilità ma non ti puoi svegliare la mattina e dire: ‘sto per fare una grande scoperta’. Quel giorno, l’idea può venire ma può anche non venire. Quindi, non posso fare scoperte al volo, mi spiace”.  

Il grafene è così sottile che con tre soli grammi si copre un intero campo di calcio. È riciclabile, e ci sono implicazioni di impatto ambientale?

“Quello che dobbiamo sapere è che è un materiale con lo spessore di un solo atomo. Una delle sue applicazioni riguarda la produzione di telefoni cellulari e smartphone. Per produrre tutti quelli che si fanno oggi nel mondo, ne servono solo 60 kg, essendo così sottile: per fare un confronto, si usano nell’industria migliaia e migliaia di tonnellate di grafite ogni anno. Quindi non c’è un grande impatto sull’ambiente usando grafene. Ma gli studi sono ancora in corso sull’eventualità di risvolti tossicologici”.  

Che funzione ha la Graphene Flagship, il progetto di ricerca dell’Unione europea al quale lei partecipa?

“È una cosa importante, favorisce la collaborazione fra persone di paesi diversi con diverse competenze e con l’industria. È una piattaforma comune che permette di coordinare le strategie fra ricerca teorica e applicazioni pratiche, dobbiamo far lavorare in parallelo la nostra ricerca scientifica con il lavoro degli ingegneri. Il contributo degli studiosi e delle imprese italiane è molto importante. È sempre una sfida proporre un nuovo materiale sul mercato e nessuno sa davvero come farlo. Perché possa essere usato nelle applicazioni industriali, servono di solito fra i 10 e i 30 anni. L’idea che sta dietro alla Graphene flagship è che aiutiamo le imprese a capire come usarlo. Negli ultimi anni, ci siamo concentrati sulle applicazioni specifiche sviluppando prototipi. Le opportunità sono enormi, e questo rende difficile decidere su quale area puntare. Speriamo che presto si passi a considerarlo un materiale dal quale partire per nuove applicazioni, anziché semplicemente usarlo per sostituirne di esistenti”.  

Quali sono le direzioni future della ricerca sul grafene?

“Stiamo cercando di trasformarlo in un superconduttore: un fenomeno molto eccitante. Ma una delle più importanti proprietà del grafene è di avere aperto la strada a molti altri materiali 2D da cercare e isolare, creando una nuova famiglia di cristalli a due dimensioni”. 

In quanto scienziato, è ottimista o pessimista sul futuro in generale?

“Sono responsabile solo per me stesso e quello che la mia personale esperienza mi insegna è che ci sono tante cose che ancora non si conoscono nel mondo. Ci sono sicuramente abbastanza cose da ricercare per il resto della mia vita: questo mi rende ottimista, ma spero che non mi chieda se lo sono anche per il resto dell’umanità”. 

Secondo la tabella di marcia della Graphene Flagship, entro il 2023, data in cui si concluderà il piano, le applicazioni riguarderanno materiali compositi per rivestimenti e modifiche di superfici (dai caschi per moto agli aerei militari), nel campo dell’energia batterie a ricarica rapida, nella trasmissione di dati l’uso nelle reti 5G e wireless, nell’elettronica quella ad altra frequenza e quella stampabile a basso costo; nell’industria delle immagini per i sensori fisici/chimici e quelli fotoelettrici e per gli spettometri e i sensori per spettometri e camere CMOs. Solo dopo il 2023 potrebbero arrivare novità per le applicazioni del grafene nel trattamento e desalinizzazione delle acque, cellule solari flessibili, uso nelle reti 6G e oltre, dati ottici su microchip, e nel campo delle tecnologie biomediche anche per realizzare interfacce neurali (si studiano ad esempio sostituti per la retina). 

Gli automobilisti che ogni giorno percorrono i 68 chilometri del Grande Raccordo Anulare di Roma potranno contribuire con i propri telefonini a monitorare lo stato di salute di ponti e viadotti grazie a una app messa a punto da Anas e Mit di Boston. Lo racconta oggi il quotidiano La Repubblica.

Negli smartphone ci sono accelerometri in grado di misurare lo spostamento del telefono sui tre assi e di registrare una serie di altri dati comprese le vibrazioni, racconta il quotidiano. Grazie a loro si può intuire la salute di una rete stradale, inclusi i ponti, oltre a quello dell’asfalto che li ricopre. Bisogna immaginare un’app, che Anas lancerà entro giugno, istallata su decine se non centinaia di miglia di smartphone che raccoglieranno dati, vibrazioni in particolare, collegandoli alla posizione stabilita dal gps. A Boston tre ricercatori tracceranno un "elettrocardiogramma" in costante evoluzione del Gra integrando le misurazioni di altri due tipi di sensori più sofisticati: i 1200 fissi che verranno istallati da febbraio e quelli mobili sulle dieci auto di servizio di Anas che circolano quotidianamente su Gra e A91. Quest’ultima collega la capitale all’aeroporto e fra le 24 opere tra viadotti, sottovia e cavalcavia, una è firmata dall’architetto Riccardo Morandi, lo stesso del ponte di Genova crollato questa estate.  

“Quello del Grande raccordo anulare e della Roma-Fiumicino, l’A91, è il primo passo”, racconta Gianni Vittorio Armani, capo di Anas, a Repubblica. “A febbraio completeremo l’istallazione dei sensori fissi collegati alla fibra ottica, che si uniranno a quelli mobili per un controllo costante dello stato strutturale”. 

Leggi qui l'articolo di Repubblica

Agi.it aveva raccontato nel dettaglio questa nuova tecnologia già ad agosto, pochi giorni dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova. Lo aveva fatto intervistando Carlo Ratti, responsabile del Senseable City Lab del Massachussets Institute of Technology. Ratti aveva raccontato nel dettaglio lo stato della ricerca condotta da Thomas Matarazzo e firmata fra gli altri dallo stesso Ratti e da Paolo Santi, ricerca che dimostra appunto come usando gli accelerometri presenti nei telefoni cellulari più evoluti e ormai diffusissimi, gli smartphone, si possano misurare le vibrazioni dei ponti, e da queste capire il loro stato di "salute strutturale”.

"Con una rete di smartphone il costo del monitoraggio dei ponti è quasi gratis – aveva detto Ratti –  Certo è come misurarsi la pressione dal medico, poi se si riscontrano anomalie occorre seguire un monitoraggio più preciso e approfondito. Ma intanto c'è un flusso di dati rilevanti e continui. Ora stiamo studiando di applicare il tutto al Golden Gate di San Francisco. La nostra ipotesi è che se domani Uber o Waze o Lyft dovessero inserire un sistema simile nella loro app improvvisamente in poche settimane avremmo una scansione completa dei ponti. Ma anche delle buche e lo stato dell’asfalto. Potrebbe essere una idea farlo anche a Roma se volessero…”.

Leggi qui l’articolo integrale di Riccardo Luna con l’intervista a Carlo Ratti

Una nave della Marina Militare ha ritrovato il sommergibile “Guglielmotti”, affondato durante la Prima Guerra Mondiale a largo dell’isola di Capraia; questo ritrovamento, così come la misurazione dei parametri ambientali sottomarini nelle isole Svalbard nell’Artico norvegese, non sarebbe stata possibile senza l’utilizzo di droni subacquei.

Il 16 e 17 novembre a Gallipoli si terrà il “Sea Drone Tech Summit 2018”, il primo congresso in Italia dedicato ai droni e ai robot per impiego marino e subacqueo. Il primo congresso dedicato quindi a quella che probabilmente si rivelerà come una delle più importanti innovazioni nel campo delle scoperte nell’ambito della biologia marina. Ma non solo.

Come spiega l’organizzatore Luciano Castro: “Basti pensare che solo l’Italia possiede oltre 7mila chilometri di coste e oltre mille siti archeologici sommersi conosciuti. Un patrimonio che andrà esplorato, studiato e tutelato anche grazie a droni e robot capaci di immergersi ed operare a lungo a profondità inaccessibili all’uomo”.

Sì, perché è questa la peculiarità dei droni subacquei, che rappresentano l’evoluzione delle esplorazioni, coloro che porteranno gli occhi dell’uomo a profondità in passato impensabili da raggiungere. Il mare, dunque, non avrà più segreti. A confermarcelo anche Giorgio Tranchida, dell’Istituto per L’Ambiente Marino Costiero, dove attualmente si sta testando uno di questi droni subacquei, che in realtà sarebbe meglio chiamare AUV, che sta per Autonomous Underwater Vehicle. “Questo strumento ha un’autonomia di circa 10 ore ed è in grado in maniera autonoma di eseguire una missione scientifica. Le funzionalità sono diverse: può raccogliere informazioni sull’acqua relativamente a variabili di tipo chimico/fisico utilizzando una sonda multiparametrica che ci riferisce informazioni su temperature, conducibilità dell’acqua e salinità, per esempio".

Aggiunge Tranchida: "E queste informazioni non sono solo utili alla ricerca ma anche al drone stesso, perché quando l’AUV viene messo in acqua non è più manovrabile, non lo si pilota, si deve impostare una missione a priori. Quindi lui, se subisce una corrente che lo sposta rispetto ad un’ideale traiettoria, deve avere delle informazioni tali da aggiustare di volta in volta la sua rotta per evitare che si perda. Altre informazioni che ci invia sono relative al fondo del mare, quindi può fare una mappatura del fondale, una ricostruzione topografica del tratto di mare che sta indagando. È anche utile dal punto di vista geologico dandoci informazioni sui primi cm di terra, individuando se un fondo è sabbioso, ghiaioso e roccioso. Fondamentale è la funzione di sensori, utilizzati soprattutto in archeologia subacquea, che ricostruiscono una sorta di fotografia di tutto ciò che incontra. A bordo ci sono anche dei sensori per raccogliere informazioni relativamente ai suoni, è quindi possibile registrare e studiare il linguaggio dei cetacei”.

Quanto costa di un AUV? Poco più di un milione di euro questa illustrata dal dottor Tranchida, ma arrivano anche a più di 4 milioni. Ma a prescindere dall’immenso valore delle scoperte e ricerche che questa nuova tecnologia può permetterci, letteralmente, di portare a galla, c’è un secondo fattore, affatto secondario, di immensa importanza: questi droni subacquei possono essere utilizzati per il controllo di tubature o strutture sottomarine, per il monitoraggio dell’ecosistema sommerso, per la mappatura dettagliata delle aree portuali o per fornire dati in caso di naufragi (furono molto utilizzati anche nella tragica vicenda della Costa Concordia), o in campo militare. Insomma, per la nostra sicurezza. Oltre che in mare, questi droni e robot posso naturalmente operare pure in altri generi di bacini, ad esempio per il controllo dell’inquinamento dei fiumi, per le verifiche strutturali delle dighe e addirittura per individuare le perdite all’interno di grandi tubature sotterranee per la distribuzione dell’acqua. 

Internet è una rivoluzione senza precedenti nella storia dell’umanità. È quella che con ogni probabilità ha avuto il più grande impatto, sulla scala più larga, nel minore lasso di tempo. Non ci facciamo caso, ma è anche la rivoluzione che insieme al digitale ha portato un cambiamento senza precedenti: oggi ogni nuova tecnologia, che sia la risoluzione di una fotocamera, o un drone, è disponibile quasi immediatamente a larga parte della popolazione mondiale a volte prima ancora che diventi uno strumento militare. Oggi per disporre della più avanzata tecnologia possibile non è necessario essere alti ufficiali o notabili, ma basta aver accesso ad un ecommerce e avere a disposizione una somma quasi mai proibitiva.

Una panoramica di quello che è stata la rivoluzione di Internet, come rete di informazioni, insieme alle tecnologie ad esso collegate come quelle digitali, è offerta da un manuale scritto dal professore di Economia digitale Paolo Cellini (La rivoluzione digitale, Luiss, 2018): “La differenza fondamentale rispetto alle altre grandi rivoluzioni della storia dell’umanità è la dimensione di massa totale. Internet e il digitale hanno abilitato tutti noi alla produzione in tempo reale di testi, foto che si possono scambiare potenzialmente con tutto il mondo. È come se al mondo intero sia stata data la possibilità di parlarsi. Ed è una cosa senza precedenti nella storia dell’umanità. Oggi merci vengono scambiate in tutto il mondo grazie ad Internet e anche nei paesi più poveri si può avere accesso alla rete e alle informazioni con uno smartphone, che oggi di più e meglio di un personal computer ti rende disponibile tutto”, spiega Cellini.

Il mondo digitale sta mangiando quello fisico

Accesso ad informazione e produzione di informazioni in tempo reale hanno come effetto uno scambio continuo di dati che ha acquisito prevalenza rispetto allo scambio che avviene nel mondo fisico: “Il mondo digitale sta mangiando quello fisico. E l’essenza di tutto questo è Internet. Senza Internet, la rete delle reti, non sarebbe stato possibile tutto questo”.

Ma di più, spiega, Internet e il digitale non sono una semplice rivoluzione. Ma una “rivoluzione permanente”. “Internet assorbe continuamente nuove rivoluzioni, e così avviene da 25 anni.Probabilmente è non solo la rivoluzione più grande, ma anche la più importante mai vissuta dall’umanità”.

Non è una rivoluzione che ha effetti solo sull’economia, ma anche sulla vita delle persone. E sugli assetti politici, sociali e antropologici: “Siamo diventati dipendenti di queste tecnologie. Lo smartphone è diventata un’estensione del nostro corpo, una protesi da cui difficilmente riusciamo a staccarci. È l’oggetto di consumo che ha avuto la più alta diffusione nella storia dell’umanità. E contiene tutto. Prima ogni oggetto aveva una funzione specifica: un registratore, una macchina fotografica, una per scrivere, una videocamera magari, una radio, la tv, una consolle per i giochi. Oggi è tutto in un device e in quel device c’è tutto quello che serve”.

Gli effetti antropologici, politici e sociali della rivoluzione di Internet

Ma Internet, il digitale, con l’esplosione del web 2.0, i social e le interazioni tra loro degli utenti ha avuto un effetto anche sulle nostre società. “Credo che Internet abbia diluito in maniera totale e definitiva tutte le ideologie, dal marxismo alla religione”. Il motivo è che è venuto meno un presupposto fondamentale della mobilitazione delle masse: la loro organizzazione non è quasi più verticistica. “Prima pochi sapevano e si rivolgevano a masse poco scolarizzate, erano rappresentanti di quelle masse, eletti. Ma con l’aumentare medio del grado di scolarizzazione basta essere appena scolarizzati per leggere in rete, formarsi un’opinione e condividerla. Un fenomeno lo spiega bene. Fino a qualche anno fa se una persona comune si rivolgeva ad un parlamentare era quasi come se si rivolgesse ad una semi divinità. Oggi è quasi il contrario”. Per Cellini Internet ha cancellato queste gerarchie. E siamo solo all’inizio.

La stessa cosa avviene per l’informazione: “Il fenomeno delle fake news è correlato a questo cambiamento: tutti possono scrivere, e scrivere qualsiasi cosa, anche senza accuratezza, anche inventando tutto”. Saltano le gerarchie, saltano anche le competenze? “Le competenze in realtà restano, ma sono messe facilmente in discussione, anche senza una motivazione scientifica, reale”.

Effetti negativi della rivoluzione di Internet che però potrebbero presto trovare una soluzione, un argine: “Potrebbe succedere quello che è successo con lo spam. Prima le caselle di posta erano invase da spam, poi è arrivato l’anti spam e si è risolto un problema. Magari succederà qualcosa del genere anche in futuro con le false informazioni. Nessuno poteva prevedere quello che sarebbe diventato Internet fino a pochi anni fa. Arrivano nuove tecnologie che ci abilitano a fare nuove cose, e arrivano in continuazione. Oggi è imprescindibile l’accesso alla rete. E dovrebbe entrare nella carta dei diritti universali dell’uomo”.

La app della settimana, ma forse, chissà, anche dell’anno, è una app che ti fa fare causa a chiunque con la stessa facilità, e lo stesso gesto, lo swipe, con cui accetti di incontrare qualcuno su Tinder dopo aver visto la sua foto. Sposti il pollice sullo schermo del telefonino da sinistra verso destra, e il ricorso è partito. Si chiama DoNotPay, che vuol dire “Non Pagare”, intendendo “prima fai ricorso”.

Immaginate di poterla usare contro Equitalia, o il comune dove abitate, o  i vigili urbani della vostra città o la compagnia aerea che vi ha lasciato a terra oppure Trenitalia se il Frecciarossa ha fatto ritardo. Sarebbe bellissimo. In questo momento funziona, alla grande, solo in America.

L’ha inventata Joshua Browder, uno studente inglese di 21 anni che frequenta l’università di Stanford, e che già quando aveva 18 anni aveva realizzato un bot, ovvero un sistema automatico, che aiutava le persone a fare ricorso contro le contravvenzioni per divieto di sosta a New York, Londra e Seattle; e subito dopo un altro bot che consentiva ai 143 milioni di americani i cui dati personali erano stati trafugati dai computer di Equifax, di fare causa (quelli che l’hanno fatto tramite la app hanno recuperato in media 7 mila dollari ciascuno).

Teoricamente per fare queste cose ci sono gli avvocati, è vero, ma Joshua Browder si è convinto che il sistema così non funziona, che fare un ricorso è troppo complicato e costoso, e gli avvocati non ti prendono in considerazione per piccole somme. Così ha inventato DoNotPay che funziona in tutti gli Stati Uniti ed è in grado di analizzare il tipo di ricorso, fornire la documentazione che è necessario compilare, e instradare la pratica nel modo migliore. Tutt’altro che irrilevante il fatto che DoNotPay abbia anche un servizio che fornisce assistenza legale di base anche ai rifugiati e ai richiedenti asilo.

La cosa bizzarra è che la app, lanciata nella nuova versione l’altro giorno e subito scaricata 10 mila volte, è gratuita e non richiede nessun pagamento agli utenti anche in caso di vittoria, motivo per cui Joshua per la prestigiosa BBC si è guadagnato il nomignolo di Robin Hood di Internet. Forse è esagerato ma si cala perfettamente nello spirito del tempo.

Netflix si rialza in fretta e inizia a correre. Dopo una secondo trimestre deludente, la società ha chiuso un terzo periodo oltre le attese sia nel conto economico che (soprattutto) per i nuovi utenti. Il titolo ha reagito con un balzo del 10%. La piattaforma continua a giocarsi molto con le produzioni originali. E per attrarre talenti usa anche Instagram.

Fatturato e utile in crescita

Netflix ha chiuso il terzo trimestre con un utile di 402,8 milioni di dollari, ben oltre le attese degli analisti. Un anno fa si era fermato a 129,6 milioni di dollari. I ricavi sfiorano i 4 miliardi (in linea con le previsioni) e segnano un progresso anno su anno del 34%. Nel secondo trimestre, il fatturato internazionale (cioè fuori dagli Stati Uniti) ha superato per la prima volta quello casalingo.

Una tendenza che, come prevedibile, si conferma: lo streaming frutta 1,93 miliardi negli States e 1,97 oltreconfine. Europa e Asia crescono a ritmo più sostenuto e hanno già una platea di gran lunga più ampia, anche se non ancora del tutto monetizzata. Il trimestre in corso dovrebbe chiudersi con fatturato record, 4,2 miliardi, ma con utili più striminziti, 105 milioni di dollari.

Il dato più importante: i nuovi utenti

A spingere le azioni, più che il conto economico, è stato il numero dei nuovi utenti. Tra luglio e settembre sono stati 7 milioni, un terzo in più delle stime di Wall Street. Il dato è confortante non solo perché migliore del previsto, ma anche perché segna un'inversione di tendenza.

Tra aprile e giugno, infatti, Netflix aveva deluso, con 5,15 milioni di nuovi abbonati. Serviva una risposta, per capire se fosse stato un inciampo o una tendenza. I 7 milioni di iscritti raccontano un passaggio a vuoto senza effetti nel medio periodo.

Continua, anche alla voce utenti, l'espansione sui mercati internazionali: gli iscritti negli Stati Uniti sono 58,46 milioni; all'estero 78,4. Merito di un ritmo di crescita diverso: gli Usa hanno acquisito nell'ultimo trimestre poco più di un milione di utenti (contro i 674.000 attesi); a livello internazionale sono stati 5,9 milioni (decisamente meglio dei pronosticati 4,5). Una discrepanza fisiologica, visto che il giardino di casa è più maturo, mentre ci sono Stati ancora da esplorare, come ad esempio l'India.

Margini, obiettivo stabilizzazione

Il margine operativo è stato migliore del previsto. Era atteso (da Netflix) al 10,5%. È arrivato al 12%. Su questo punto, però, la società di Reed Hastings è stata cauta. Il risultato non è tanto legato a più incassi o a una maggiore efficienza ma a uno slittamento delle spese. Netflix non ha ancora aperto il portafogli per la produzione di alcune serie tv e film. Dovrà comunque farlo, il prossimo trimestre. Ecco perché ai margini estremamente positivi del terzo periodo seguiranno quelli più ridotti del quarto (al 4,9%), che comprimeranno l'utile nonostante un fatturato maggiore. “Avremmo preferito – ha affermato Netflix – che il nostro margine operativo fosse un po' più stabile nel corso dell'anno”. È uno degli obiettivi del 2019: meno fluttuazioni, per arrivare al 13% per l'intera annata.

Più contenuti per “diversificare” il rischio

Come al solito, Netflix non manca di sottolineare l'importanza dei contenuti, con un progressivo aumento di quelli prodotti direttamente. Così come non manca di notare le 112 nomination agli Emmy e i 23 premi (per la prima volta al pareggio con un nome storico della televisive come Hbo).

Netflix vede gli investimenti (tanti, 8 miliardi di dollari quest'anno) non come una scommessa ma, al contrario, come un fattore per ridurre il rischio. Servono molte serie perché “le persone hanno gusti molto diversi, che cerchiamo di soddisfare. Questo riduce anche la nostra dipendenza da un singolo titolo. Anche i nostri più grandi successi, visti da decine di milioni di utenti, rappresentano solo una percentuale minima delle ore di streaming totali. Pertanto – spiega ancora la società – la nostra crescita in un dato trimestre non è attribuibile ad alcun singolo contenuto”. I fondi d'investimento puntano su più settori per diversificare e ridurre il rischio. Netflix fa lo stesso con serie tv e film.

Il successo si misura con Instagram

Netflix ha introdotto un nuovo parametro: il successo dei contenuti originali si misura (anche) con Instagram. Non ha certo i crismi dei dati finanziari, ma la piattaforma dice di essere “entusiasta” per aver trasformato gli attori semi-sconosciuti delle proprie produzioni in star globali. Lo dice il social network. Netflix ha pubblicato un grafico con il numero di follower di alcuni attori prima e dopo il lancio di serie e film. Millie Bobby Brown di 'Stranger Things' è passata da zero a 17, 6 milioni in poco più di due anni. I due protagonisti di '13' Reason Why Katherine Langford-Hannah e Dylan Minnette-Clay hanno guadagnato più di cinque milioni di follower ciascuno in un anno e mezzo.

Per raggiungere lo stesso risultato ci ha impiegato appena dieci mesi Úrsula Corberó, Tokyo de La Casa di Carta. Ancora più veloce è andata Joey King di 'The Kissing Booth' (+8 milioni di seguaci in sei mesi). Il record spetta però a Noah Centineo, protagonista di 'Tutte le volte che ho scritto ti amo': ad agosto aveva 800.000 follower. Oggi ha superato i 13 milioni. Netflix non fa notare i progressi per sfizio. La società definisce Instagram “un buon indicatore” del successo globale della piattaforma. Ma non solo: “Quando il nostro servizio aiuta i nostri talento a sviluppare enormi basi di fan – spiega – possiamo attrarre i migliori al mondo”. Un incentivo non da poco per una compagnia che punta tutto sull'appeal dei contenuti.

Contenuti locali, frecciata alla Ue

L'Unione Europea sta riscrivendo le norme sulle piattaforme in streaming: obbligherà ad avere nei cataloghi almeno il 30% di produzioni europee (percentuale che i singoli Stati possono aumentare). Netflix non si scompone: “Prevediamo di essere in grado di soddisfare questi requisiti”, perché “stiamo già investendo molto in tutto il mondo per rafforzare le produzioni locali”. Afferma che le nuove regole potrebbero impattare “solo marginalmente” sulla soddisfazione degli abbonati. La società però dimostra di non gradire: “Avremmo preferito concentrarci sulla capacità di rendere il nostro servizio perfetto per i nostri clienti piuttosto che soddisfare una quota”. Lo strumento scelto dall'Europa “può avere un impatto negativo sull'esperienza degli utenti e sulla creatività”. Sarebbe stato “più efficace supportare le produzioni locali incentivando direttamente i creatori di contenuti, indipendentemente dal canale di distribuzione”.   

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