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Il primo smartphone 5G della Huawei sta per arrivare in Italia e funzionerà con Android. Questo dovrebbe bastare a tacitare un po’ di rumors nati soprattutto su una certa freddezza di Tim sul nuovo top di gamma del colosso cinese, il Mate 20 X 5G che si è già visto in Svizzera, Gran Bretagna e Spagna, dove è operativa la rete di nuova generazione.

Da martedì sera, Vodafone, che ha già certificato il Mate 20 X 5G (che non va confuso con il pieghevole) lo ha inserito nel novero dei device da associare all’offerta sulla rete ultraveloce e Tim potrebbe farlo prima dell’autunno. 

Nel giorno della presentazione del nuovo smartphone, Pier Giorgio Furcas, Deputy General Manager Consumer Business Group di Huawei non si sbilancia e si limita a dire che, di fronte alla copertura 5G offerta da Tim su 4-5 città e a quella di Vodafone su altre 5-6, “non potevamo mancare all’appuntamento perché forniamo soluzioni end-to-end”.

Di certo si sa che il Mate 20 X 5G sarà intanto nelle catene di negozi di elettronica MediaWorld, Unieuro e nel Huawei Experience Store di Milano, ma la vera notizia è che ci sarà, dopo i timori innescati dal bando imposto da Trump che coinvolgeva anche Google e il suo sistema operativo a poche settimane dal lancio dei device 5G.

“Da una parte gli operatori italiani, dice Furcas all’Agi, “ci hanno dato il massimo supporto, continuando a sostenere Huawei nella commercializzazione del prodotti e della comunicazione rassicurante con i clienti. Dall’altra la richiesta di fare attività sui nostri prodotti non è cambiata e nessun ordine è stato cancellato. Non è cambiato e non cambia assolutamente niente”. Anche se, ammette, “nella testa di qualche utente finale il messaggio non è arrivato così limpido e chiaro”. 

L’apertura concessa da Trump in occasione del G20 di Osaka potrebbe essere la svolta nel duro confronto tra Washington e Huawei, ma su questo Furcas non si sbilancia: “quello di cui siamo soprattutto contenti è del fatto che per i nostri clienti non cambia niente, Non abbiamo mai smesso di collaborare con Google e allo stato attuale la nostra partnership è pienamente operativa: stiamo andando avanti e continuiamo a lavorare su Android. Cosa succederà con il nuovi modelli lo sapremo dal quartier generale di Shenzhen, ma è certo che il 20 agosto (il giorno dopo la scadenza della proroga concessa dalla Casa Bianca sul bando, ndr) i nostri smartphone continueranno a funzionare con Android”.  

Ma come sarà il nuovo Mate per il 5G? “L’esperienza sarà sensibilmente diversa nella velocità del download di video, nel gaming e nello streaming” spiega Furcas, “Al momento è questa la parte più evidente, ma il 5G apre mondi che scopriremo piano piano. Penso allo sviluppo delle smart city e al ruolo che il 5G – e di conseguenza l’operatore – avranno per rendere i nuovi servizi accessibili a tutti”. 

Alimentato dal processore Kirin 980 e da Balong 5000, il chipset compatibile con diverse tecnologie di rete, dal 2G al 5G, il Mate 20 X 5G ha un ampio display da 7,2 pollici e sfrutta un’ampia gamma di tecnologie brevettate per supportare le modalità di rete 5G standalone (SA) e non-standalone (NSA).

E’ dotato di una Matrix Camera, composta da tre obiettivi Leica montati con fotocamera grandangolare da 40MP, fotocamera ultra grandangolare da 20MP e un teleobiettivo da 8MP. Il sistema di raffreddamento composto da una camera di vapore e tubi di calore in grafene, impedisce che lo smartphone si surriscaldi anche in caso di riproduzione di video in alta definizione o se l’utente lavora su applicazioni ad alta intensità grafica.

La maggiore esigenza in termini di potenza richiesta dal %G significa un maggiore consumo di batteria e per questo Mate 20 X 5G monta una batteria da 4.200 mA con SuperCharge da 40W e un ottimizzatore supportato dall’Intelligenza Artificiale, che gestisce e regola il consumo energetico in background.

Per il mercato italiano sarà disponibile di CPE 5G PRO, un piccolo hub capace di ricevere il segnale 5G tramite Balong 5000 e trasmetterlo con un segnale Wi-Fi 6 aprendo di fatto le porte alla smart home 5G. Il dispositivo supporta sia le reti 4G che 5G e, se connesso in 5G, consente di scaricare un video di un 1GB in HD in 3 secondi e di trasmettere un video in 8K senza interruzioni. Oltre che nelle abitazioni, può essere utilizzato anche da piccole e medie imprese per l’accesso superveloce alla banda larga.

Niente autorizzazioni, foto segnaletiche, precedenti penali. Per essere schedati dalle autorità statunitensi basta avere la patente. Fbi e Ice (l’agenzia federale che controlla l’immigrazione) hanno già utilizzato migliaia di volte il riconoscimento facciale per confrontare le immagini di sospetti e gli scatti presenti sulla licenza di guida. Lo ha rivelato il Washington Post. Un archivio enorme, di milioni di individui. Cui le agenzie investigative attingonosenza una procedura formale e con grande libertà.

Il riconoscimento imperfetto

Che Fbi e Ice utilizzino il riconoscimento facciale come supporto alle indagini è ormai noto. L’inchiesta del Washington Post dà però la dimensione di quanto la pratica sia diffusa. E di come non coinvolga solo chi è già schedato per aver commesso un reato ma chiunque abbia una patente. Basta una richiesta al Department of motor vehicles (la motorizzazione statunitense).

L’uso delle patenti come archivio solleva diversi temi. Il primo è comune a tutti i casi in cui il riconoscimento facciale è utilizzato: la tecnologia non è perfetta. La stessa Fbi ha ammesso che le corrispondenze esatte sono attorno all’86%. I federali lo hanno detto per sottolineare l’efficacia del sistema. Ma vuol dire che una corrispondenza su sette è sbagliata. Non poco quando si tratta della libertà di un individuo.

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È vero che il riconoscimento facciale non può essere una prova ma solo un indizio che va supportato da altre verifiche. Ma resta, oltre alla fallibilità, anche la tendenza – confermata da diversi studi – ad alcune distorsioni “tecniche”. La tecnologia è meno efficace quando l’illuminazione non è perfetta e quando l’immagine è sgranata. Logico che sia così. Il problema è che non ci sono standard minimi che definiscano se un fotogramma sia attendibile. E soprattutto: il riconoscimento facciale ha dimostrato di avere un margine d’errore più alto su donne e persone di colore. Un difetto che quindi esporrebbe soprattutto le minoranze etniche.

La 4000 ricerche al mese dell’Fbi

Il Washington Post, il cui proprietario (Jeff Bezos, fondatore di Amazon) ha creato un sistema di riconoscimento facciale (Rekognition) venduto anche alle forze di polizia, va oltre la fallibilità. Né il Congresso né le norme statali hanno autorizzato l’utilizzo delle patenti come archivio di foto. E nessun individuo, al momento del rilascio o del rinnovo, ha mai firmato il consenso o la rinuncia alla schedatura. Nonostante l’assenza di nullaosta, il riconoscimento facciale è già utilizzato in modo massiccio: dal 2011 l’Fbi ha effettuato 390.000 ricerche negli archivi locali. Cioè circa 4.000 ogni mese. Il quotidiano parla quindi di una tecnologia usata “regolarmente”, soprattutto per rintracciare i sospetti di reati minori, come ad esempio i piccoli furti.

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Non è ancora chiaro quante di queste ricerche passino dalle patenti. Ma vista l’assenza di una procedura chiara, la richiesta di confrontare l’immagine di un sospetto con una fototessera può arrivare anche con una semplice mail, inviata da un agende dell’Fbi o dell’Ice a un suo contatto locale. Secondo Jake Laperruque, consulente legale di Project on Government Oversight (un’organizzazione che vigila sulle attività federali) potrebbero essere una fetta importante. “Le persone – ha spiegato Laperruque al Washington Post – pensano che il riconoscimento facciale sia il futuro. Invece è già qui”.

Le minoranze (di nuovo) a rischio

C’è poi un altro rischio. Alcuni stati, come Utah, Vermont e Washington, permettono anche agli immigrati privi di documenti di ottenere licenze di guida. Gli agenti dell’Ice hanno eseguito ricerche anche in questi archivi. Se da un lato, quindi, uno stato apre un’opportunità, dall’altra espone specifiche categorie di persone al riconoscimento facciale, tutt’altro che esatto e senza alcuna autorizzazione.

Una procedura che acuisce il timore, già diffuso, sull’utilizzo della tecnologia come strumento per colpire gruppi specifici di persona (la Cina lo sta già facendo sugli Uiguri). Fbi e Ice non hanno smentito. L’agenzia per il controllo dell’immigrazione si è limitata a dire che “le tecniche investigative sono generalmente considerate sensibili”.

Quindi no comment. Il 4 giugno, l’Fbi ha spiegato al Government Accountability Office di avere accesso, attraverso diversi archivi, a 641 milioni di volti. Il Federal Bureau of Investigation, contattato dal Washington Post, non ha voluto aggiungere altro e ha rimandato all’audizione fornita da Kimberly Del Greco (uno dei responsabili del riconoscimento facciale) al Congresso lo scorso giugno: è una tecnologia che serve “per preservare le nostre libertà nazionali e salvaguardare la nostra sicurezza”. L’archivio si espande, ma non si conoscono ancora i metodi utilizzati per sfruttarlo.

Il viso può mentire, il modo di camminare no. Uno studio americano delle università di Chapel Hill e del Maryland ha utilizzato l’intelligenza artificiale per capire lo stato d’animo solo dall’andatura.

Molto spesso questo tipo di ricerche si concentra sul volto: i movimenti del viso come traccia delle emozioni. Un po’ perché la faccia è sempre stata reputata la parte del corpo più espressiva. Un po’ perché per creare un sistema in gradi di riconoscere le emozioni servono tanti dati, il più possibili vari e “puliti”. Ed è più semplice creare un archivio di volti che di “camminate”, per le quali non sono sufficienti foto ma servono video.

Tuttavia, sottolineano i ricercatori statunitensi, alcuni studi hanno evidenziato che “in alcuni casi le espressioni facciali possono essere inaffidabili”. Cambiano notevolmente, ad esempio, se siamo in un ambiente familiare o in pubblico. Ecco perché andare oltre il viso ed esplorare altri segnale delle nostre emozioni.   

Che cosa dice la camminata

Lo studio ha provato a distinguere, in tempo reale, stati d’animo di base: arrabbiato, felice, triste e neutro. I risultati sono stati promettenti: il sistema di riconoscimento automatico ha azzeccato nell’80% dei casi, nonostante un database di partenza tutto sommato contenuto: l’intelligenza artificiale, battezzata Ewalk (Emotion Walk) ha imparato analizzando 1384 video di andature di 24 persone, estratte da riprese fatte nei campus delle università, sia negli edifici che negli spazi esterni.

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I messaggi inviati da un corpo che cammina dipendono – tra le altre cose – dalla postura della spalla, l’ampiezza dei passi, i movimenti delle mani, la posizione del collo. L’angolo di inclinazione della testa, ad esempio, è un fattore decisivo per distinguere tra felicità e tristezza. Movimenti più veloci e più “estesi”, con passo più slanciato e che tende a occupare più spazio, sono associati a emozioni positive. Mentre una maggiore ritrosia fisica accompagna quelle negative.  

Applicazioni per il futuro

Gli stessi ricercatori sottolineano che il metodo non è infallibile. Ma è il primo nel suo genere. Ampliando l’archivio e perfezionando gli algoritmi, sono convinti che fornirà una solida base per studi che vanno oltre i volti per identificare gli stati d’animo. “Le emozioni – afferma lo studio – giocano un ruolo importante nelle nostre vite, definiscono le nostre esperienze e danno forma a come vediamo il mondo e interagire con gli altri umani”, affermano i ricercatori.

Ma a cosa potrebbe servire farle conoscere a una macchina? “Il riconoscimento automatico delle emozioni è quindi un tema critico in molti campi, come giochi e intrattenimento, sicurezza, shopping, interazione uomo-computer e interazione uomo-robot”.  

Il riconoscimento facciale non funziona e la polizia britannica deve smettere di utilizzare questa tecnologia. E’ la richiesta arrivata a Scotland Yard dopo la pubblicazione di una ricerca dell’Università dell’Essex secondo cui il riconoscimento facciale è efficace solo in un quinto dei casi.

Ai ricercatori era stato dato accesso a sei sistemi in prova alla Polizia Metropolitana di Soho, Romford e del centro commerciale WestfieldStratford, a est di Londra. Secondo quanto riscontrato, il sistema “sbaglierebbe regolarmente l’identificazione di persone che vengono poi fermate per errore”, scrive il Guardian.

Gli studiosi hanno anche sollevato il problema di possibili abusi da parte delle autorità, che avrebbero utilizzato i sistemi di riconoscimento facciale nel tentativo di identificare degli individui contro i quali non era stato emesso un mandato di cattura. Secondo la ricerca, questo utilizzo sarebbe difficilmente giustificabile dal punto di vista dei diritti umani, della protezione della privacy e della libertà di espressione e il diritto di protestare.

Come funzionano i sistemi di riconoscimento facciale

Basate su complessi algoritmi e enormi archivi fotografici, le tecnologie per l’identificazione di un volto funzionano comparando un’immagine con quelle contenute in un database. Generalmente, sono divise in due categorie: quella dei sistemi utilizzati per l’identificazione di un sospetto, il cui riconoscimento avviene tramite un lavoro manuale da parte della scientifica, e quelle “real time”. Questi ultimi sono sistemi in grado di identificare un volto in diretta, prendendo le immagini direttamente dai sistemi di videosorveglianza controllati dalle autorità e associando un nome alle persone che passano davanti a una telecamera, in tempo reale. È questo il tipo di sistemi contestati dai ricercatori britannici, che li ritengono estremamente poco efficaci e spesso soggetti a errori.

Il deputato David Davis, ex ministro ombra dell’Interno, si è schierato a favore dello studio realizzato da Peter Fussey e Daragh Murray, professori del Centro per i diritti umani dell’Università dell’Essex. Le loro conclusioni, spiega Davis, dimostrano che la tecnologia “potrebbe portare a errori giudiziari e arresti illegali”, ponendo “enormi problemi per la democrazia”.

“Ora tutti gli esperimenti di questo tipo dovrebbero essere sospesi fino a quando non avremo un’adeguata possibilità di discuterne per stabilire leggi e regolamenti – ha detto Davis al Guardian – Ricordate che cosa sono questi diritti: libertà di associazione e libertà di protesta; diritti che abbiamo protetto per secoli e che non dovrebbero essere violati senza una buona ragione”.

Dall’altra, Scotland Yard difende le potenzialità del riconoscimento facciale, che sarebbe sia legale sia efficace nell’identificazione dei sospetti. Le autorità contestano infatti il rapporto realizzato dall’Università dell’Essex, definendolo “estremamente deludente e con un tono negativo e sbilanciato”.

L’esperimento

La tecnologia utilizzata dalla Metropolitan Police inglese si basa su tecnologie sviluppate dalla società giapponese Nec. Gli stessi impianti sono quelli utilizzati nei casinò per individuare clienti abituali e potenziali disturbatori.

Gli accademici hanno potuto analizzare sei installazioni, tra il giugno del 2018 e il febbraio dell’anno successivo. Il sistema, della categoria “real time”, impiega telecamere fisse per identificare i passanti, incrociandone il volto con quello di una lista di persone sottoposte ad attenzionamento da parte delle autorità.

Secondo quanto rivelato dalla ricerca, spiega il Guardian, la polizia sarebbe troppo incline a fermare i sospetti prima ancora di eseguire dei controlli più approfonditi sui risultati del software. Su 42 persone identificate durante l’esperimento, 22 sono state fermate, ma di queste solo otto erano ricercate. Inoltre, alcune di queste erano ricercate per crimini “non abbastanza gravi da essere affrontati con il riconoscimento facciale”, scrive il Guardian.

Il problema degli errori commessi dai sistemi di riconoscimento facciale è ampiamente documentato e rivela prima di tutto il rischio che deriva dall’utilizzo di archivi di fotografie che non rappresentano equamente tutte le caratteristiche degli esseri umani. Nel loro studio, i ricercatori dell’Essex citano una ricerca statunitense del 2018 sul software di riconoscimento facciale fornito da IBM, Microsoft e Face+++ – società con sede in Cina -, nel quale si evidenzia che tali software hanno maggiori probabilità di identificare erroneamente le donne dalla pelle scura.

Lo stesso pregiudizio era stato evidenziato da uno studio pubblicato da un gruppo di ricercatori del Georgia Institute of Technology, che hanno verificato la capacità degli algoritmi che governano le automobili a guida autonoma di rilevare un pedone in base al colore della pelle. Secondo i test condotti dagli studiosi, il rilevamento dei pedoni dalla pelle scura è stato meno accurato del 5 per cento rispetto a quello dei pedoni con pelle chiara, a causa di un pregiudizio nei casi studiati dall’intelligenza artificiale.

 

Inizia dagli Stati Uniti la stretta contro i deepfake, le video-bufale che – grazie a intelligenza artificiale e ritocchi grafici – producono immagini false (ma spesso attendibili). In Virginia è appena entrata in vigore una legge che ne punisce l’uso, seppur in un ambito preciso: il revenge porn, cioè la pubblicazione di immagini di nudo per “vendetta”.

Dal 2014, la Virginia punisce la diffusione di foto o video “con l’intento di costringere, molestare o intimidire” un’altra persona. Adesso un emendamento estende quella legge e include anche “un video o un’immagine statica falsa”. Sono quindi inclusi non solo i deepfake ma anche le foto modificate con programmi quali Photoshop. La violazione della norma prevede il carcere fino a un anno e una multa fino a 2500 dollari. La tecnologia oggi permette con relativa semplicità di appiccicare il volto di chiunque su un altro corpo.

È il caso, ad esempio, di DeepNude, un’app (rimossa dopo poche giorni) che creava l’elaborazione di un corpo nudo di una donna a partire da una sua fotografia con i vestiti addosso. I deepfake sono ugualmente falsi, ma grazie ai movimenti del volto e del corpo ricreati dall’intelligenza artificiale sono sempre più realistici. E – cosa preoccupante – sempre più abbordabili.  

Deepfake sempre più facili

I deepfake sono arrivati anche al Congresso, dove il senatore Ben Sasse e la deputata Yvette Clarke hanno presentato proposte di legge per regolarli. Anche perché usare la tecnologia per creare video-bufale, che oggi richiedono una certa cura, potrebbero essere presto semplice come fare un fotoritocco.

Samsung, ad esempio, ha sviluppato un sistema capace di creare finti video da una o due fotografie. Risultato: immagini parlanti che un tempo richiedevano una mole importante di dati oggi sono a portata di clic. E così basta uno scatto al Louvre per far parlare la Gioconda. Il risultato è ancora perfettibile, ma è chiaro che una tecnologia come questa metterebbe nelle mani di chiunque la possibilità di creare deepfake partendo da una foto scattata con lo smartphone o scaricata dai social network, anche all’insaputa della vittima.  

La “vendetta pornografica” è solo una delle possibili derive, in un panorama che sta sollevando parecchi timori. La Virginia, infatti, fa da apripista ad altre norme simili. Il Texas ha approvato una legge che entrerà in vigore il primo settembre. Punisce i deepfake, ma in tutt’altro ambito: il loro utilizzo nella propaganda politica. Anche in questo caso, ci sono già diversi precedenti.

Il più famoso è quello di un video manipolato nel quale Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, sembra ubriaca. È diventato virale, ci è cascato anche Rudolph Giuliani e Facebook si è rifiutato di rimuoverlo nonostante le proteste. A proposito del social network: anche il fondatore Mark Zuckerberg è stato vittima di un deepfake, molto accurato, in cui ammette di avere “il controllo totale di miliardi di dati”. Voce, volto e corpo sembrano quelli di Zuckerberg, ma è tutto finto.  

Federer o Nadal, panettone o pandoro, Lennon o McCartney. Questione di gusti. Ma tra i due Beatles non solo. Hanno firmato decine di brani insieme. Spesso la paternità, solare, coincide con le dichiarazione di John e Sir Paul. Altre volte, i due hanno fornito versioni contrastanti e il principale autore non è stato stabilito con certezza. Non sapremo mai se – oggettivamente – il panettone sia più buono del pandoro. Ma l’intelligenza artificiale ha provato a capire cosa sia di Lennon e cosa di McCartney.

Lennon contro McCartney

Il punto di partenza, come sempre, è il dato. I ricercatori delle università di Harvard e Dalhousie hanno lavorato per tre anni a un algoritmo. E gli hanno dato in pasto i brani attribuiti con certezza all’uno e all’altro. L’intelligenza artificiale non è però ancora così intelligente. Non è sufficiente farle ascoltare qualche decina di canzoni: le servono molte più informazioni.

I ricercatori sono allora partiti dalla convinzione che un autore possa essere riconosciuto in base a singoli elementi di una canzone. E così hanno “scomposto” 70 pezzi (o porzioni di pezzi) dei Beatles in versi, parole, melodie, ritornelli, transizioni. In questo modo l’algoritmo si è fatto un’idea di quale fosse lo stile di Lennon e quale di McCartney.  

Chi ha scritto cosa

Sono venute fuori due cose: una riguarda i brani già attribuiti, più o meno pacificamente; l’altra (che è la vera novità della ricerca) dà un’etichetta alle opere tutt’ora contese. Tra i pezzi dei Beatles attribuiti a uno dei due (anche se firmati da entrambi), l’intelligenza artificiale ci ha azzeccato tre volte su quattro. Ci sono canzoni assegnate con estrema decisione, altre che sembrano il frutto di una collaborazione alla pari e altre ancora che sono state date al Beatles sbagliato. Ad esempio: l’intelligenza artificiale non ha avuto alcun dubbio ad attribuire (correttamente) a Lennon “No Reply”, “Help”, “All I’ve Got To Do”, “You’re Going to Lose that Girl”, “Ticket to Ride”, “Day Tripper”.

Allo stesso modo, non ha avuto tentennamenti nell’assegnare (giustamente) a McCartney “Love Me Do”, “I Wanna Be Your Man”, versi e ritornello di “Michelle”, “Yellow Submarine” e “Yesterday”. Ci sono stati però anche i casi in cui l’algoritmo non ha saputo “decidere”, dividendo le probabilità in parti uguali, come per Eleanor Rigby (di McCartney) e “You’ve Got to Hide Your Love Away” (di Lennon). In altri ancora si è sbagliata in pieno, attribuendo “She Said She Said” a sir Paul e “You Won’t See Me” a Lennon. Errori, certo. Che dicono però anche quanto lo stile dell’uno abbia influenzato l’altro.  

John batte Paul 8 a 0

Lo studio, a questo punto, ha fatto un passo avanti: ha provato a dare una risposta alle domande che non ne hanno ancora una. Cioè dire chi sia il principale autore di undici brani scritti (e non solo firmati) a quattro mani e di otto la cui paternità è discussa. Per quanto riguarda i pezzi frutto di collaborazione, l’algoritmo riconosce soprattutto la mano di Lennon in “I’ll Get You”, “Thank You Girl”, “I Want to Hold Your Hand”. Ci sarebbe invece un maggiore contributo di McCartney in “Baby’s in Black”, “The Word”, “From Me To You” e “She Loves You”. Ultimo capitolo, il più controverso. Ci sono brani, reclamati da entrambi, nei quali le versioni dei due Beatles non collimano. La ricerca ne ha individuati otto. E qui c’è una brutta notizia per i fan di sir Paul: in nessun caso l’algoritmo attribuisce la paternità al baronetto. Avrebbe sempre ragione Lennon. O, almeno, ci sono più probabilità che ce l’abbia. Esempio: l’origine di “In My Life”, pubblicato nel 1965, è dibattuta.

McCartney ha raccontato di una piena collaborazione sia sul testo che sulla musica. Lennon ha invece parlato di una partecipazione più defilata di Paul. La versione combacia con la scelta dell’intelligenza artificiale. Che ha pochi dubbi anche su “Ask me why”, “Do You Want to Know a Secret”, “Wait”, il “bridge” (una porzione di brano che affianca il ritornello) di “What Goes On” e quello (celebre) di “A Hard Day’s Night” (When I’m home everything seems to be right/When I’m home feeling you holding me tight, tight, yeah). È cantato da McCartney, che ne reclama anche la genesi. Lennon non era d’accordo. E neppure l’intelligenza artificiale lo è. Anche il bridge di “Michelle” è conteso, ma a parti invertite. Paul è sicuramente il principale autore del brano, ma Lennon si è intestato l’elemento di raccordo cui ha dato voce (“I love you, I love you, I love you/That’s all I want to say/Until I find a way). Per l’algoritmo, è molto probabile che abbia ragione.

 

La polizia di frontiera cinese sta segretamente spiando i telefoni cellulari di chi visita il Paese, tramite un’app che viene installata al confine. Lo rivela un’inchiesta condotta da numerose testate internazionali, tra cui il Guardian, che ha scoperto come le autorità frontaliere del Paese installino di nascosto un’app spia sul telefono di chi varca la frontiera.

Da tempo la Cina ha rafforzato la sorveglianza della sua regione più remota: lo Xinjiang. Meta di visitatori e commercianti, è anche l’area più vicina al Kirghizistan e con una importante minoranza musulmana. Come precisa il sito d’informazione inglese, già in passato è stato denunciato come il governo cinese obbligherebbe gli abitanti della regione a fornire l’accesso ai propri dispositivi, oltre ad aver installato telecamere con capacità di riconoscimento facciale in moschee e strade.

“Decisamente allarmante, soprattutto in un Paese in cui si potrebbe finire in un campo di detenzione solo per aver letto l’articolo sbagliato o per aver installato l’app sbagliata”, ha commentato al Guardian Edin Omanović, di Privacy International. L’inchiesta, realizzata in collaborazione con Süddeutsche Zeitung, NDR, New York Times e Motherboard, ha anche ricostruito i processi che portano il telefono a venire infettato.

Al viaggiatore che entra nel Paese viene richiesto di fornire il proprio dispositivo e di sbloccarlo. Il telefono viene preso e portato in un’altra stanza, per poi essere successivamente restituiti. Gli iPhone, spiega il Guardian, vengono collegati a un dispositivo che ne analizza il contenuto, mentre negli Android viene installata la app creata – da una società cinese – per svolgere la stessa mansione.

Scopo dell’app è di scansionare il dispositivo alla ricerca di potenziali contenuti critici, determinati in base a una lista di parole chiave. Tra queste, una varietà di termini associati al mondo islamico e a quello delle armi. Altre informazioni ricercate riguardano il Ramadan, il Dalai Lama e la band metal giapponese Unholy Grave.

Ogni anno visitano lo Xinjiang circa 100 milioni di persone, come riportano le autorità cinesi. Non è possibile determinare l’estensione dell’utilizzo di questo software. In alcuni casi la app viene disinstallata prima che il telefono venga restituito, ma come spiega il Guardian, diverse persone testimoniano che l’app fosse ancora sul dispositivo quando è stato loro restituito.

“Questo dimostra che il regime dello Xinjiang è uno dei più illegali, draconiani e pervasivi al mondo – commenta Omanović -. I moderni sistemi di estrazione (dei dati, ndr) ne traggono vantaggio per costruire una dettagliata immagine della vita delle persone. App moderne, piattaforme e dispositivi che generano una enorme quantità di dati che le persone non sanno nemmeno di avere, o che pensano di aver cancellato, ma che possono essere recuperate comunque dal dispositivo”.

Facebook, Instagram e WhatsApp sono tornate a funzionare “al 100%” dopo le interruzioni che per alcune ore hanno rallentato l’attività dei social network di Mark Zuckerberg mercoledì. Fino a tarda notte le app hanno funzionato male , soprattutto sul fronte dell’invio di file multimediali. Più di 14.000 utenti hanno segnalato problemi con Instagram, mentre più di 7.500 e 1.600 utenti hanno segnalato problemi con Facebook e WhatsApp, nota il servizio di rilevamento delle interruzioni Downdetector.com.

La mappa di interruzione ha mostrato che le problematiche sono principalmente sorte in alcune parti dell’Europa e degli Stati Uniti. Molti utenti hanno postato su Twitter per segnalare il problema, ma anche la piattaforma ha avuto difficoltà tecniche.

Su WhatsApp era impossibile trasmettere i file di immagine, audio e video, mentre su Instagram non si vedevano le foto del feed. Stesso problema su Messenger, il servizio di messaggeria istahtanea di Facebook. 

Le interruzioni su Instagram, Messenger e WhatsApp sono venute a guastare i piani di Facebook per unire le tre piattaforme di messaggistica.  Zuckerberg ha intenzione di riscrivere il software di base di queste app per consentire loro di essere interoperabili, secondo quanto riferito dal New York Times a gennaio.

Facebook ha più di 2,3 miliardi di utenti attivi mensilmente e Instagram ha 1 miliardo. A marzo, Facebook ha subito una delle interruzioni più lunghe, quando alcuni utenti in tutto il mondo hanno riscontrato difficoltà nell’accesso a Facebook, Instagram e WhatsApp per oltre 24 ore.

Il Galaxy Fold, il primo smartphone pieghevole di Samsung, è stato “approvato prima che fosse pronto”. Lo ha ammesso DJ Koh, ceo della divisione consumer del gruppo, in un incontro con la stampa a Seul.

Le sue parole, riportate dall’Independent, confermano che la società “si è persa qualcosa”, anche se “è in fase di recupero”. Sulle date, però, ancora nulla: il Fold sarebbe dovuto arrivare alla fine di aprile. Koh si è limitato a dire che “nelle ultime due settimane pensiamo di aver individuato tutti i problemi”, anche quelli emersi nelle mani dei revisori e a cui Samsung “non aveva pensato”.

La loro risoluzione, però, non sembra imminente: “Serve ancora un po’ di tempo”. Al momento – ha rivelato il ceo – sono stati più di 2.000 dispositivi. Nonostante l’inciampo, i vertici di Samsung restano convinti che il Fold si imporrà. Ma non come nuovo standard. È più probabile che rappresenti un momento di passaggio tra gli smartphone e i dispositivi futuri.

“Gli ultimi dieci anni – ha affermato Koh – sono stati l’era degli smartphone. Da quest’anno se ne apre un’altra, tra IoT, 5G e intelligenza artificiale che si mescolano”. I pieghevoli sul modello del Fold (o del Mate X di Huawei) secondo il manager di Samsung dureranno “una paio d’anni”. Per poi lasciare spazio a nuovi dispositivi intelligenti che “potrebbero emergere”.

“Il design degli smartphone – ha confermato Kang Yun-Je, responsabile del design di Samsung – ha raggiunto un limite. Ecco perché abbiamo progettato un pieghevole. Ma ci stiamo concentrando anche su altri dispositivi che stanno iniziando ad avere un impatto sul mercato, come gli auricolari intelligenti e gli smartwatch. Tra cinque anni, le persone non si accorgeranno nemmeno di indossare degli schermi”. Il Fold sarebbe quindi solo il primo passo verso un futuro senza smartphone. E visto il breve orizzonte ipotizzato da Koh (due anni) ha già perso tempo prezioso.  

Marty McFly, protagonista di “Ritorno al futuro”, catapultato per sbaglio nel 1955 interferisce nel primo incontro tra i suoi genitori, ora deve recuperare la situazione convincendo il giovane e timoroso padre a chiedere di uscire alla madre, affinché tutto fili liscio e la sua nascita sia ancora possibile. Essendo McFly senior, nella sua versione giovanile, appassionato di storie fantascientifiche, decide di intrufolarsi nottetempo nella sua stanza e sistemargli in testa le cuffie del walkman che si è portato dietro dal 1985, sparando nelle orecchie del padre a tutto volume un’audiocassetta del leggendario chitarrista heavy Eddie Van Halen. Il padre naturalmente non ha idea di cosa sia un walkman così crede a quell’alieno che minaccia, con le note di Van Halen, di friggergli il cervello.

Già, nemmeno una mente fantascientifica avrebbe mai potuto pensare, negli anni ’50, che un’invenzione rivoluzionaria come il walkman potesse mai diventare realtà, addirittura un passato piuttosto remoto, eppure a questo siamo arrivati. Il walkman compie quarant’anni esatti, il primo luglio del 1979 la Sony presentava il suo nuovo prodotto, che non solo avrebbe avuto, col tempo, un successo globale, ma avrebbe cambiato, e cambiato per sempre, le modalità di approccio alla musica, diventata da quel giorno stabilmente e definitivamente portatile.

Leggenda vuole che l’idea del walkman sia venuta ad uno dei co-fondatori della Sony cui venne il desiderio di ascoltare l’Opera durante i suoi lunghi voli transoceanici, pare che il desiderio, perlomeno in quel primo viaggio, non fu esaudito, chi dice perché a metà volo le batterie si scaricarono e chi perché i suoi tecnici nella fretta di finire il progetto gli consegnarono per sbaglio dei nastri vuoti.

Poco importa, l’idea era davvero geniale e al passo con quegli anni ’80 che dal punto di vista tecnologico segnavano un boom di innovazioni che per sempre avrebbero cambiato la nostra vita. A questo proposito un’altra leggenda che gira parla dell’invenzione del walkman come una vendetta della Sony rispetto alle aziende concorrenti dopo il fallimento negli anni ’70 dei nastri Betmax, messi da parte in fretta quando la JVC mise sul mercato i VHS. Pare che ai tempi uno dei co-fondatori chiese pubblicamente “Non pensate che un lettore di cassette stereo, con cui è possibile ascoltare musica mentre si cammina, sia una buona idea?”.

Lo era ovviamente, il walkman, dopo un iniziale tentennamento (solo 3000 pezzi a fronte di un prezzo piuttosto basso, 200 dollari), grazie anche ad una campagna molto aggressiva si impose non solo come mezzo per ascoltare la musica ma come vero e proprio oggetto cult, uno dei simboli degli anni ’80. Le incursioni cinematografiche infatti non si limitano certo a “Ritorno al futuro”, anzi, il capolavoro di Robert Zemeckis debutterà cinque anni dopo un’altra scena memorabile, quella in cui Mathieu infila le cuffie del walkman in testa ad una giovanissima Sophie Marceau per estraniare il loro amore dal frastuono della discoteca dove si trovano; parliamo ovviamente del film “La Boum” o, come lo conosciamo noi in Italia, “Il tempo delle mele”.

Fu infatti questo altro cult movie, uscito in Francia proprio sei mesi dopo il lancio del walkman in Giappone a spedire il nuovo supporto nell’orbita universale della cultura strapop di quel decennio. Perché alla fine anche una tecnologia rivoluzionaria come quella del walkman aveva bisogno di essere in qualche modo collocata nel mercato, così il primo prototipo venne concepito con dei colori ben precisi: blu e argento, per richiamare la moda dei blue jeans.

Tecnicamente il primo walkman uscito dalla fabbrica si chiamava TPS-L2 e venne immesso nel mercato Giapponese creando una richiesta che presto superò l’offerta, anche per questo il lancio sul mercato, statunitense prima e mondiale dopo, andò a rilento. All’inizio negli altri paesi prese diversi nomi, negli Stati Uniti fu presentato come Soundabout, in Svezia era il Freestyle e nel Regno Unito era lo Stowaway, ma poi, cosa che dimostra in maniera tangibile il successo, diventò universalmente “walkman”, anche quando il prodotto non veniva sfornato dalla Sony, azienda che ne detiene il marchio registrato.

Un successo che cambierà la storia della musica nel 1983 quando le vendite di audiocassette superano ufficialmente quelle dei vinili, da quel momento la musica non sarà mai più la stessa. Tant’è che il Time lo inserisce al quarto posto della classifica dei supporti tecnologici più rivoluzionari della storia, dopo l’Iphone, la tv a colori della Sony (la “Trinitron”) e il primo prototipo di Macintosh della Apple.

Effettivamente il walkman fu uno dei più grandi successi della Sony, che perderà terreno qualche anno dopo, all’inizio del secolo, quando per il post-walkman, già surclassato alla metà dei ’90 dai lettori cd, tenta lo sfortunato lancio dei MiniDisc, cosa che si rivelerà un fallimento disastroso, mentre già cominciano a circolare i primi Mp3, che metteranno fine definitivamente alla cultura del supporto fisico che oggi segna qualche ripresa solo per l’accanimento di qualche nostalgico del vintage. 

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