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Se non avete mai sentito parlare di Subway Surfers della danese Kiloo non dovete preoccuparvi: non siete i soli. Eppure si tratta del videogioco per smartphone più scaricato al mondo degli ultimi dieci anni. L’app in questione è un “endless running”, un gioco in cui si comanda un personaggio impegnato in una corsa senza fine tra ostacoli e oggetti da raccogliere. Eppure, nonostante sia stata inventata in Danimarca, il suo successo lo deve in gran parte al mercato indiano in cui è una moda tra i casual gamer.

La prima posizione di ‘Subway Surfers’ è la sorpresa principale della classifica stilata da App Annie, compagnia che si occupa di analizzare il mercato delle app e che alcuni giorni fa ha rilasciato un report elencando proprio i videogame di maggior successo dal 2010 a oggi sui piccoli schermi dei nostri smartphone.

La seconda e terza piazza della graduatoria sono ben note anche a casa nostra: parliamo del puzzle a base di caramelle di Candy Crush Saga e l’altro endless running Temple Run 2. Non mancano altre hit come lo strategico Clash of Clans, il puzzle a base di frutta da tagliare Fruit Ninja o il gatto parlante di My Talking Tom. Tutte le app della in top ten sono caratterizzate da meccaniche di gioco estremamente semplici ma capaci di creare dipendenza e non stupisce che alcune di queste, anche a distanza di anni dalla loro pubblicazione, continuino ad accumulare click e download.

Sempre App Annie ha poi diffuso un’altra classifica non meno interessante, quella dei videogame più “remunerativi”, che hanno cioè fatto incassare più soldi ai loro sviluppatori grazie alle microtransazioni e agli acquisti in-app. Caramelle e gettoni per fare un’altra partita senza aspettare, costumi personalizzabili, soldi e altri piccoli prodotti digitali che, al costo di pochi euro, permettono di avere vantaggi o estensioni nei giochi. E che costituiscono una vera miniera d’oro per il mercato delle app.

A conquistare la prima posizione di questa classifica, di certo la più ambita dalle case di produzione, è la finlandese Supercell con il già citato ‘Clash of Clans’ che trova anche il suo seguito diretto, ‘Clash Royale’, in decima posizione. Un chiaro segno che il gameplay a base di guerre lampo dalla grafica cartoonosa è stato capace di conquistare in maniera costante nel tempo i giocatori.

Sul podio della graduatoria troviamo poi Monster Strike dei giapponesi di Mixi e sull’ultimo gradino il puzzle Candy Crush saga. Impossibile non citare Pokemon Go in ottava posizione: un fenomeno di costume globale che, come questa classifica dimostra, ha anche portato non pochi milioni nelle tasche di Niantic.

Un water intelligente che analizza l’urina per rilevare le malattie prima che si manifestino. È attualmente in fase di sviluppo da un team dell’Universita’ del Wisconsin-Madison (Usa), secondo quanto riportato da quotidiano britannico Daily Mail. L’obiettivo è quello di aiutare i medici a monitorare la salute delle persone e a rilevare infezioni del tratto urinario, malattie renali, diabete e altri disturbi metabolici prima che compaiano i sintomi.

Ma la tecnologia può anche mettere a repentaglio la privacy. Poiché le analisi delle urine vengono inviate a un medico, c’è chi potrebbe intercettare i dati per “rubare” informazioni sensibili sulla salute e lo stile di vita di un individuo. Tuttavia il rischio non sta ritardando lo sviluppo del dispositivo. 

Cosa dice l’urina di noi

L’urina rappresenta una sorta di “storia liquida virtuale” delle abitudini alimentari, del livello di attività fisica, dell’uso di farmaci, dei modelli di sonno e di altre scelte di vita di una persone. L’urina contiene anche collegamenti metabolici a oltre 600 condizioni umane, tra cui alcuni tra i principali killer, come il cancro, il diabete e le malattie renali.

Il team di ricercatori americani sta incorporando al “water intelligente” uno spettrometro di massa portatile in grado di individuare i marker delle malattie nei campioni. Per dimostrare la bontà della loro idea, hanno utilizzato macchine note come gascromatografi e spettrometri di massa per analizzare i loro metaboliti urinari. Sono stati analizzati circa 110 campioni in un periodo di 10 giorni e l’urina è stata in grado di creare istantanee della salute quotidiana di ogni individuo.

Joshua Coon e Ian Miller, gli scienziati dietro il “water intelligente” e allo stesso tempo i due partecipanti allo studio, hanno scoperto che la composizione molecolare delle loro urine mostrava quanto avevano dormito, quanta attività fisica avevano fatto, quanto alcool o caffé avevano bevuto e quando e quanti farmaci da banco avevano assunto. I ricercatori sperano di completare il loro progetto entro i prossimi cinque anni.

I videogiochi sono ormai un medium completo, capace con le sue dinamiche e narrazioni di forgiare il nostro immaginario quanto la letteratura o il cinema. Non c’è da stupirsi quindi se anche il consumo di filmati pornografici risente dell’influenza dell’industria del gaming.

Il colosso del porno online PornHub nel suo consueto report di fine anno sui trend più interessanti registrati sul sito a luci rosse, dedica un intero capitolo al rapporto tra porno e videogiochi, spiegando quali sono i titoli più cercati e i personaggi al centro delle fantasie erotiche di tanti giocatori.

E i risultati sono subiti piuttosto sorprendenti. Il battle royale Fortnite, vero e proprio fenomeno di costume e tra i giochi più usati in Rete, vede un calo delle ricerche del 17 per cento e deve cedere lo scettro del più cercato sul sito hot allo sparatutto di Blizzard Overwatch (in crescita dell’8 per cento), favorito probabilmente da una caratterizzazione dei personaggi più definita, soprattutto quelli femminili. Ultimo gradino del podio lo conquistano i Pokemon: probabilmente non il titolo che ci si aspetterebbe di trovare su un sito porno, proprio come il quarto classificato Minecraft che cresce del 34 per cento.

Tanti i blockbuster e le saghe ormai classiche del gaming presenti in graduatoria, spesso rilanciate dall’uscita di un nuovo capitolo o di un remake nell’anno passato: Resident Evil, Mortal Kombat, Street Fighter, Tomb Raider. L’unica new entry della chart è il battle royale ‘Apex Legend‘, uscito nel febbraio 2019 e capace per alcune settimane di togliere lo scettro a Fortnite (che poi se lo è ripreso con gli interessi, chiudendo l’anno con l’evento del buco nero).

Il rapporto di PornHub dedica anche spazio ai personaggi dei videogiochi più cercati sul sito. La prima posizione la conquista, con oltre 5 milioni e mezzo di ricerche e una crescita del 138 per cento, la principessa Zelda della serie The Legend of Zelda di Nintendo. Resiste sempre in posizioni di vertice l’eroina della saga di Tom Raider Lara Croft che per un soffio resta davanti al personaggio di Overwatch D. Va.

Proprio Overwatch riesce a piazzare in classifica anche Mercy, Mei, Ashe e Brigitte: segno che il design di queste protagoniste femminili è molto apprezzato anche al di fuori delle dinamiche videoludiche. Impossibile non incuriosirsi poi di fronte agli altri personaggi dei videogiochi più cercati, tra cui il non esattamente sexy Super Mario o il mostriciattolo portatile Pikachu.

 

Per il 59% dei consumatori basterà pensare ad una destinazione per poter vedere sui visori di Realtà Virtuale il percorso tracciato dalle mappe. È il cervello interfaccia. Quasi 7 consumatori su 10 pensano che basterà utilizzare un microfono per imitare la voce di chiunque in modo realistico. È la voce digitale. Non solo. Il 45% dei consumatori si aspetta un dispositivo in grado di migliorare il gusto degli alimenti, grazie alle tecnologie digitali.

Sono tre dei 10 scenari per il 2030 emersi dall’Hot Consumer Trends, report annuale di Ericsson, giunto alla nona edizione, che in questa occasione ha deciso di fare un salto di dieci anni. L’orizzonte delineato ha anche un nome, si chiama Internet of Senses, una nuova rete ma soprattutto una nuova economia di servizi (abilitata dal 5G e dalle reti superveloci). 

Post Privacy e Fake News

Dall’analisi è emerso un po’ il perimetro di una nuova dimensione in cui il cervello diventa la vera interfaccia utente, in cui non ci sarà bisogno di mouse né tastiere, perché basterà un paio di occhiali di Realtà Virtuale e avremo chiaro il da farsi. Un mondo in cui avremo il nostro profumo digitale personalizzato e in cui i device saranno in grado di restituirci le sensazioni tattili che desideriamo. E la privacy e le fake news? Per i consumatori del 2030 semplicemente non saranno più un problema. La tecnologia avrà risolto tutto, sia in termini di sicurezza dei nostri dati, sia in termini di fact checking.

Un salto di dieci anni

“Ogni anno facciamo un’analisi che riassume le tendenze principali nel mondo della tecnologia secondo i consumatori. Questa volta abbiamo fatto un salto di 10 anni – ha spiegato Alessandra Rosa Ammaturo, Direttore Marketing e Comunicazione Ericsson per l’Italia e il Sud-Est Mediterraneo – una finestra più ampia, supportata dal fatto che alcune tecnologie molto innovative sono diventate di uso quotidiano per una larga fascia di consumatori”. L’analisi è basata su una ricerca svolta a livello globale e fotografa le aspettative e le previsioni di un campione rappresentativo (residente in 15 megalopoli) equivalente a 46 milioni di persone. In particolare, lo studio ruota intorno alle risposte di consumatori cosiddetti “early adopter, molto evoluti, utenti avanzati che usano settimanalmente device di Realtà Aumentata, di Realtà Virtuale e assistenti virtuali”.

Nuovi servizi abilitati dalla Rete ultraveloce

Secondo lo studio l’interazione tra la tecnologia connessa e i 5 sensi darà vita a una serie di servizi innovativi, che diventeranno realtà entro il 2030. L’Internet dei sensi rappresenta un nuovo approccio ai servizi digitali che sarà abilitato da tecnologie come l’Intelligenza Artificiale, la Realtà Virtuale, la Realtà Aumentata, il 5G e l’automazione. Inoltre si prevede che entro il 2030 esperienze collegate ad uno schermo saranno sempre più in competizione con quelle multisensoriali e inscindibili dalla realtà.

Intrattenimento, shopping, sostenibilità

Secondo il manager di Ericsson saranno “tre i driver di sviluppo di queste 10 previsioni. ÙNell’Internet dei Sensi, in cui tutti i sensi sono digitalizzati, abbiamo chiesto come può essere la vita in un mondo del genere. Saranno tre i driver di sviluppo: l’intrattenimento immersivo, l’online shopping e la sostenibilità (sì, i consumatori vedono la tecnologia come supporto per la conservazione del Pianeta).

Cervello, gusto, olfatto

Oltre al cervello (considerato il sesto senso), all’udito e al gusto, l’Internet dei Sensi coinvolgerà anche l’olfatto. Secondo l’analisi, 6 consumatori su 10 vorrebbero camminare attraverso foreste e campagne grazie alle tecnologie digitali. In tema di tatto, poi, il 60% degli intervistati desidera smartphone con schermi con icone e pulsanti con la forma desiderata. In tutto questo, le esperienze di gaming per 6 consumatori su 10 saranno tali da non poter più distinguere realtà virtuale da online. Fake news e privacy nei desiderata dei consumatori semplicemente non saranno più problemi, perché risolti dalla tecnologia. E poi ancora i 10 trend fanno riferimento alla sostenibilità ambientale resa possibile dall’Internet dei Sensi per 6 consumatori su 10. Infine, il 45% degli intervistati si aspetta dei centri commerciali digitali dove poter utilizzare i 5 sensi, durante lo shopping.

La privacy

“Con la digitalizzazione dei sensi – ha spiegato Michael Björn, Head of Research Agenda, Ericsson Consumer & IndustryLab, co-autore dello studio – si potrebbe andare a lavorare, in vacanza o girare il mondo rimanendo all’interno della propria abitazione. L’Internet dei sensi, inoltre, alimenterà il dibattito attorno al tema della privacy personale. Ad esempio, l’opinione pubblica potrebbe temere che i nostri sensi vengano manipolati per spingere all’acquisto di prodotti o servizi. Le persone si aspetteranno, quindi, che vengano attuate le necessarie protezioni e garanzie a tutela della loro privacy”.

“La “Rete” ha portato enormi vantaggi nel mondo degli affari, della comunicazione, del lavoro e dell’associazionismo, viene usata per rappresentare istanze sociali e difendere i diritti umani e accedere a ogni tipo di conoscenza, ma il suo utilizzo si sta rivelando una fonte giornaliera di problemi per chi la utilizza con leggerezza”. A parlare è Arturo Di Corinto, giornalista, direttore del Master in comunicazione pubblica e istituzionale presso la Link Campus University e autore di “Riprendiamoci la rete – piccolo manuale di autodifesa digitale per giovani generazioni”, in libreria da pochi giorni. “Questo libro vuole contribuire a rendere i più giovani maggiormente consapevoli dei rischi che comporta l’utilizzo di Internet”, scrive Di Corinto (blogger su Agi.it), tra i massimi esperti italiani di innovazione, privacy e cybersecurity.

“Per questo, prendendo a pretesto alcuni fatti di cronaca, chi scrive ha provato a raccontare i rischi e le insidie di una “presenza” super ciale in rete e a precisare concetti e nozioni che si stanno perdendo a causa del fatto che usiamo “la Rete” come un elettrodomestico: senza capire veramente come funziona. E quando usi una cosa che non capisci, sei tu a essere usato. Perciò credo che sia utile prendersi un po’ di tempo per riappropriarsi della conoscenza di questo mezzo straordinario per conseguire i nostri scopi invece di favorire quelli altrui”. Quelli che seguono sono due brevi capitoli del libro che pubblichiamo integralmente.

Data mining, quando non paghi qualcosa il prodotto sei tu

D come data mining. Per Wikipedia il data mining “è l’insieme di tecniche e metodologie che hanno per oggetto l’estrazione di un’informazione o di una conoscenza a partire da grandi quantità di dati”. Il processo avviene attraverso metodi automatici o semi-automatici. E aggiunge che con data mining “si intende anche l’utilizzo scienti co, industriale o operativo di questa informazione”.

Nell’epoca di Facebook e dei Big Data, il data mining è cruciale per individuare la propensione all’acquisto dei consumatori, ma anche per de nirne il pro lo politico, sessuale, religioso. Per no il rischio sanitario o creditizio. I dati, provenienti dalle fonti più disparate, come l’uso di app, computer e smartphone, carta degli sconti, tessere elettroniche e per la pay- tv, vengono raccolti in grandi database e, incrociati fra di loro, possono essere usati per costruire pro li singoli e aggregati, individuali e collettivi di consumatori, lavoratori o elettori. Questi dati, shackerati con i metodi della statistica e delle scienze sociali grazie a sistemi automatizzati, definiscono la nostra data-immagine. Che è il profilo digitale della nostra persona, quello che ci precede quando andiamo a chiedere un mutuo in banca o cerchiamo di contrattare con l’assicurazione. Però, mentre prima questi dati andavano raccolti e con fatica

da fonti diverse, oggi basta usare quelli accumulati da social network come Facebook, Instagram, Twitter e altri per fare una profilazione completa degli individui ed essere in grado di offrire al consumatore quello che è più propenso a desiderare.

Per capire come questo accade, la società Data X, di base a New York, ha creato un add-on, un’estensione per Mozilla Firefox o Chrome, che si chiama Data Sel e (www.datasel e.it). Scaricata e installata sul nostro computer, fino al primo luglio 2018 permetteva di vedere quanto tempo passiamo a leggere i post dei nostri amici, quanti like produciamo, quanti link clicchiamo e che cosa digitiamo o cancelliamo dai post di Facebook. Dopo avere interagito un poco sulla piattaforma avremmo avuto un quadro preciso e dettagliato del tipo di dati che sono in possesso di Facebook e capire perché sia al centro dello scandalo di Cambridge Analytica accusata di aver contribuito a manipolare il voto della Brexit e quello per Trump, proprio grazie a un uso spregiudicato dei dati degli utenti di Zuckerberg.

Ma Data Sel e faceva di più: usando degli algoritmi matematici impilati in un software dall’Università di Cambridge era in grado di generare un pro lo psicologico dettagliato dell’utente legato a età, genere, preferenze sessuali, intelligenza, ma anche soddisfazione per la vita, orientamento politico e religioso. Per farlo usava anche alcuni strumenti di IBM Watson, l’intelligenza arti ciale di IBM, che è in grado di identificare emozioni, propensioni sociali e stili di vita dei soggetti di cui elabora i dati.

È proprio quello che faceva Cambridge Analytica a giudicare dal rapporto creato da Michael Phillips, suo impiegato esperto di Big Data: con poche righe di codice reso pubblico sul sito GitHub, Phillips era in grado di geolocalizzare gli elettori e poi attraverso gli hashtag usati, i link cliccati e le conversazioni intrattenute, ricavarne il “sentiment”, cioè l’inclinazione emotiva e cognitiva verso temi elettorali per poi cucirgli addosso un messaggio politico che non erano in grado di rifiutare.

Riappropriarsi dei propri dati

Gli scandali relativi all’uso improprio dei nostri dati personali sono destinati a continuare. Non li conosceremo mai tutti quanti, non ci saranno sempre audizioni parlamentari a imbarazzare chi non ha vigilato sulla nostra privacy, e non ci sarà sempre la stessa copertura mediatica dell’affaire Cambridge Analytica, perciò è bene correre subito ai ripari.

I dati sono il petrolio della società dell’informazione e sotto forma di pro li personali e big data sono le miniere da cui le aziende high tech estraggono il plusvalore che gli consente di orientare politiche e consumi. Ma, senza fare troppi discorsi, è bene ricordare che dalla cattiva gestione dei dati in possesso delle piattaforme a vedersi negata l’assunzione o bloccato un affare il passo è breve.

Dopo gli scandali Facebook ha attivato una funzione speciale per recuperare tutti i dati che ci riguardano. E gli altri? Come si sono regolati? Come facciamo a sapere che uso fanno dei dati che produciamo?

Per sapere subito cosa sanno di noi i singoli siti che usiamo, da Linkedin a Starbucks, da Instagram a TripAdvisor, da Ikea a GoogleMaps, oggi è possibile consultare una sorta di metasito dal nome evocativo: My Data Request. Il sito contiene un link alle app o ai siti web a cui abbiamo consegnato negli anni i nostri dati personali e cliccandoci sopra diventa facile richiedere l’archivio dei dati che ci riguardano in maniera compatibile con le leggi vigenti.

My Data Request offre anche di più. Dopo aver analizzato le pratiche di gestione della privacy e le regole legali di circa cento app e portali ha predisposto una serie di lettere standardizzate che possono essere usate per richiedere i dati in archivio senza ricorrere a un avvocato. Per gli europei le lettere sono formulate in base alla normativa europea sul trattamento dei dati, la GDPR, e contengono domande circa le finalità del trattamento; le categorie di dati personali interessati; a chi saranno comunicati; il periodo di conservazione, eccetera.

Informazioni importanti, perché se in alcuni casi si tratta di dati come l’email e altri dati identificativi quali l’età, il sesso, il paese di provenienza, in altri parliamo di foto, chat e download. In certi casi poi si tratta di metadati, cioè i dati che definiscono le relazioni tra i dati stessi: dove, come, quando, con chi, per quanto tempo abbiamo fatto questo o quest’altro. Spesso queste informazioni sono già organizzate come pro li che ci

identificano in base a gusti, tendenze e attitudini ed è giusto sapere se esistono e come vengono gestiti.

Il sito My Data Request offre insomma un modo semplice e veloce per capire quali dati vengono raccolti su di noi, dove e come è possibile scaricare tali dati per sapere in dettaglio quali e quante informazioni personali ogni determinata azienda con cui abbiamo interagito possiede su ciascuno.

Il sito offre anche un comodo motore di ricerca interno per veri care la presenza nel loro database dell’azienda che vogliamo interpellare.

Molte di quelle censite, come Badoo, Skype e DropBox, purtroppo sono state bucate nel passato da hacker malevoli che hanno poi condiviso pro li e account nel web profondo, e questo significa che quelle aziende non sono le sole ad averli. Altre hanno a che fare con giochi online per bambini e adolescenti, da Angry Birds al successo del momento, il videogame sparatutto Fortnite.

Per questo motivo il sito può essere usato anche per fare un’altra semplice verifica: che cosa queste aziende sanno dei nostri figli.

La sfida della banda ultralarga per le imprese, “la più importante per il Paese”, il piano Aree Grigie allo studio del governo, il 5G come lo standard “che farà da volano” per “molti servizi, soprattutto business, che potranno essere erogati, a patto però che ci sia la fibra”.

Di questo si è parlato a Telco per l’Italia – 360Summit, convegno organizzato da CorCom (Digital360), dedicato alla banda ultralarga, al 5G e alle possibilità di sviluppo per le imprese. In particolare la discussione si è concentrata sulle cosiddette Aree Grigie, quelle economicamente strategiche, dove ha sede la maggior parte delle imprese e dei distretti industriali.  

Ad aprire i lavori il ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano, da pochi giorni anche presidente del COBUL (Comitato Banda Ultralarga). “Il 19 dicembre – ha annunciato – affronteremo in una riunione il tema delle infrastrutture del nostro Paese e le potenzialità che nuove tecnologie come il 5G possono portare”. Sempre a proposito delle nuove tecnologie, Pisano ha ricordato come sia prima di tutto necessario “studiare il modello di business”, in termini di “nuovi servizi, di chi li utilizza e chi saranno i nuovi consumatori”.

Nel corso dell’appuntamento è stato anche presentato il rapporto di Ericsson sulle potenzialità del 5G sull’industria italiana, con numeri sui ricavi potenziali per gli operatori delle TLC e di 10 settori industriali, identificati come quelli a maggior potenziale.
A fare il punto sul piano Aree Grigie e dei voucher (misure a sostegno della domanda,  iniziative per l’attivazione di servizi di connessione ad almeno 100 Mbps in download) Salvatore Lombardo, Direttore Generale di Infratel, società in-house del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) che si occupa dei Piani Banda Larga e Ultra Larga del Governo.

“Nel 2025 – ha ricordato Lombardo – la Commissione Europea ha posto un nuovo obiettivo: quello della Gigabit society, che deve garantire a tutte le imprese ad alta intensità tecnologica servizi ad un Gigabit, a tutte gli uffici pubblici e alle scuole. Inoltre si deve avere una copertura 5G per le principali città e strade di comunicazione”.

Per Lombardo “occorre realizzare reti cosiddette VHCN, capaci di evolvere da 100 Megabit a 1 Gigabit, reti che verranno sviluppate nelle principali città e aree di impresa. Il piano aree bianche è ‘in compliance’ con gli obiettivi del 2025 (piano che “coinvolge 6600 località, 30 mila sedi di PA e 14 milioni di abitanti”).

Lombardo ha sottolineato che quello da “fare è il piano Aree Grigie, necessario anch’esso per raggiungere gli obiettivi della Gigabit society. Ma occorre un intervento di stimolo alla domanda”.

Per Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform “sulle Aree Grigie è fondamentale l’intervento pubblico ma bisogna passare dall’annuncio a fare le cose. C’è bisogno di dare segnale concreto”. Sui voucher “sono un buono strumento ma devo essere di almeno 100 Megabit”. Il 5G? “Sarà un bel boost per il mercato”.

Dunque il 5G come volano di sviluppo. Per Andrea Rangone, CEO di Digital360, “dal 5G può venire un nuovo importante sviluppo per la digitalizzazione del Paese perché sono molti gli ambiti di business in cui le reti 5G potrebbero dare un contributo significativo: dalle smart city alle auto connesse, dalla realtà aumentata e virtuale all’Industria 4.0, dall’Intelligenza Artificiale alla Blockchain, dai Big Data al Cloud, dall’E-Health ai trasporti. Un importante contributo alla crescita del PIL, pari a circa l’1%, potrebbe arrivare proprio dai servizi basati sulle nuove reti, come fibra e 5G. Ma perché questo si realizzi il settore Telco deve essere messo nelle condizioni di investire e sperimentare, anche grazie a partnership con altre imprese, università e pubbliche amministrazioni”.

La sfida della banda ultralarga per le imprese, “la più importante per il Paese”; il piano Aree Grigie allo studio del Governo; il 5G come lo standard “che farà da volano” per “molti servizi, soprattutto business, che potranno essere erogati, a patto però che ci sia la fibra”. Di questo si è parlato a Telco per l’Italia – 360Summit, convegno organizzato da CorCom (Digital360), dedicato alla banda ultralarga, al 5G e alle possibilità di sviluppo per le imprese. In particolare la discussione si è concentrata sulle cosiddette Aree Grigie, quelle economicamente strategiche, dove ha sede la maggior parte delle imprese e dei distretti industriali.  

Ad aprire i lavori il ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano, da pochi giorni anche presidente del COBUL (Comitato Banda Ultralarga). “Il 19 dicembre – ha annunciato – affronteremo in una riunione il tema delle infrastrutture del nostro Paese e le potenzialità che nuove tecnologie come il 5G possono portare”.

Sempre a proposito delle nuove tecnologie, Pisano ha ricordato come sia prima di tutto necessario “studiare il modello di business”, in termini di “nuovi servizi, di chi li utilizza e chi saranno i nuovi consumatori”. Nel corso dell’appuntamento è stato anche presentato il rapporto di Ericsson sulle potenzialità del 5G sull’industria italiana, con numeri sui ricavi potenziali per gli operatori delle TLC e di 10 settori industriali, identificati come quelli a maggior potenziale.

A fare il punto sul piano Aree Grigie e dei voucher (misure a sostegno della domanda, iniziative per l’attivazione di servizi di connessione ad almeno 100 Mbps in download) Salvatore Lombardo, direttore generale di Infratel, società in-house del ministero dello Sviluppo economico (MISE) che si occupa dei piani banda larga e ultra larga del governo. “Nel 2025 – ha ricordato Lombardo – la Commissione Europea ha posto un nuovo obiettivo: quello della Gigabit society, che deve garantire a tutte le imprese ad alta intensità tecnologica servizi ad un Gigabit, a tutte gli uffici pubblici e alle scuole. Inoltre si deve avere una copertura 5G per le principali città e strade di comunicazione”.

Per Lombardo “occorre realizzare reti cosiddette VHCN, capaci di evolvere da 100 Megabit a 1 Gigabit, reti che verranno sviluppate nelle principali città e aree di impresa. Il piano aree bianche è ‘in compliance’ con gli obiettivi del 2025 (piano che “coinvolge 6600 località, 30 mila sedi di PA e 14 milioni di abitanti”). Lombardo ha sottolineato che quello da “fare è il piano Aree Grigie, necessario anch’esso per raggiungere gli obiettivi della Gigabit society. Ma occorre un intervento di stimolo alla domanda”.

Per Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform “sulle Aree Grigie è fondamentale l’intervento pubblico ma bisogna passare dall’annuncio a fare le cose. C’è bisogno di dare segnale concreto”. Sui voucher “sono un buono strumento ma devo essere di almeno 100 Megabit”. Il 5G? “Sarà un bel boost per il mercato”.

Dunque il 5G come volano di sviluppo. Per Andrea Rangone, CEO di Digital360, “dal 5G può venire un nuovo importante sviluppo per la digitalizzazione del Paese perché sono molti gli ambiti di business in cui le reti 5G potrebbero dare un contributo significativo: dalle smart city alle auto connesse, dalla realtà aumentata e virtuale all’Industria 4.0, dall’Intelligenza artificiale alla blockchain, dai big data al cloud, dall’e-health ai trasporti. Un importante contributo alla crescita del PIL, pari a circa l’1%, potrebbe arrivare proprio dai servizi basati sulle nuove reti, come fibra e 5G. Ma perché questo si realizzi il settore Telco deve essere messo nelle condizioni di investire e sperimentare, anche grazie a partnership con altre imprese, università e pubbliche amministrazioni”. 

Esiste una black list di emoji realizzata da Facebook in linea con la politica più conservatrice messa in atto dalla società di Zuckerberg; per molti troppo conservatrice, con un pensiero rivolto immediatamente ai nudi d’arte più volte vittime di censura.

Sotto la lente d’ingrandimento sono finite melanzane, pesche, banane…sono questi i frutti del peccato ai quali i controllori di Facebook (ma anche di Instagram) presteranno particolare attenzione riguardo il loro utilizzo. La teoria è che il linguaggio in codice, informale, che viene spesso utilizzato in conversazioni private su Whatsapp, dove appunto pesche, banane oppure l’emoji con le tre goccioline d’acqua, rappresentano metafore di messaggi osè, diventi un’abitudine di pubblico dominio, dunque ufficialmente pornografica, dunque non rispettosa della policy adottata dall’azienda.

Non si tratta di un divieto tout court ma di un’attenzione che verrà rivolta nei confronti di certe emoticon e dell’utilizzo che ne facciamo. Alcuni esempi possono forse chiarire meglio la situazione: se avremo voglia di celebrare il corpo di una star di Hollywood, magari postando una foto dove il suo lato B sia protagonista assoluto dell’attenzione dei nostri follower, non sarà possibile coprirlo con una pesca; il frutto non vi salverà dalla violazione delle regole dei social.

E scatterà il segnale di stop anche se qualcuno dovesse commentare con le tre famigerate goccioline d’acqua. Naturalmente il sistema di controllo si basa su un algoritmo, che difficilmente ha una capacità di giudizio elastica, per cui in passato è già successo che, come già ricordato, nudi d’arte fossero scambiati per pornografia o vignette satiriche per dichiarazioni terroristiche. Un rappresentante di Facebook ha dichiarato a XBiz.com, la rivista online che per prima si è accorta di questo aggiornamento, che nulla di sostanziale è cambiato: “Spesso apportiamo aggiornamenti ai nostri standard comunitari. Pubblichiamo queste modifiche sul nostro sito in modo che la nostra community ne sia a conoscenza. Con questo aggiornamento, nulla è cambiato in termini di politica stessa o di come la applichiamo, abbiamo semplicemente aggiornato la lingua per renderla più chiara per la nostra comunità”.

 

Facebook, Instagram Target Sex Workers With Updated ‘Community Standards’ @facebook @instagram https://t.co/xy4QlIioky pic.twitter.com/xlaxL6050S

— XBIZ (@XBIZ)
October 23, 2019

 

E a chi grida alla censura lo stesso rappresentante di Facebook, rimasto anonimo, risponde “il contenuto verrà rimosso da Facebook e Instagram solo se contiene un’emoji sessuale insieme a una richiesta implicita o indiretta di immagini di nudo, sesso o partner sessuali o conversazioni di chat sessuale”.

Su alcuni servizi online vietati ai minori, l’unica barriera è una domanda: hai almeno 18 anni? L’avrà capito anche chi ne ha meno che basta cliccare “sì” per passare. Instagram non faceva neppure questo: i termini d’uso hanno sempre proibito l’accesso agli under 13, ma con controlli molto limitati, che non prevedevano neppure di chiedere (figurarsi di verificare) la data di nascita dell’utente. Fino a ora.

Instagram chiederà ai nuovi utenti la loro data di nascita. Se si hanno meno di 13 anni, niente account. Se è collegato con quello di Facebook, verrà automaticamente aggiunta la data di nascita che si trova sul social parente. Ma non verrà resa pubblica. Quindi niente notifiche di compleanno. Se si modifica la data di nascita su Facebook, si aggiornerà automaticamente anche su Instagram. Se i due account non sono collegati, è possibile aggiungere o modificare la propria data di nascita direttamente sulla piattaforma fotografica. Certo, si può sempre mentire. Se il social sospettasse la bugia, il profilo verrebbe sospeso in attesa di ulteriori verifiche.  

Un’esperienza “personalizzata”

“In passato – si legge in un post della società – Instagram non ha mai chiesto l’età delle persone perché si è sempre posta come un luogo dove potersi esprimere liberamente”. L’obiettivo non è solo vietare l’ingresso a chi non è (mai stato) autorizzato. “Questi cambiamenti – afferma Instagram – permetteranno di adeguare le diverse esperienze offerte dalla piattaforma all’età dei suoi utenti con un’attenzione particolare ai più giovani”. Nelle prossime settimane, verrà introdotta una nuova impostazione che permette di non ricevere messaggi diretti o di non essere aggiunto ai gruppi di chat da persone che non seguono.

Nel corso dei prossimi mesi “verrà studiato come le nuove informazioni potranno contribuire ad accrescere ulteriormente i livelli di protezione. Ad esempio i più giovani verranno incoraggiati ad utilizzare tutti gli strumenti di controllo dell’account e della privacy che la piattaforma mette a loro disposizione”. Quindi notifiche e raccomandazioni su misura. È anche chiaro che, come fa ogni social che chiede la data di nascita, “esperienza personalizzata” vuol dire anche una pubblicità che si orienta in base all’età.   

Le funzioni per i più giovani

Nelle scorse settimane, Instagram aveva annunciato almeno due misure legate all’età degli utenti. A settembre, la piattaforma ha stretto sui prodotti dimagranti, beveroni miracolosi e chirurgia estetica. Vietate non soltanto le inserzioni (pagate dalle aziende al social) ma anche i post promozionali (pagati dalle aziende agli influencer). I casi più eclatanti sono esclusi, per tutti.

La zona grigia, invece, è modulata in base all’età. Alcuni post non saranno più visibili ai minorenni (o almeno quelli che secondo i dati in possesso della piattaforma lo sono). All’inizio di ottobre è arrivata l’estensione globale della funzione “silenzia”: chiunque potrà togliere la voce a un utente, senza necessariamente bloccarlo. E i suoi commenti non saranno più visibili sotto i post. Quest’ultima, è un’opzione disponibile per ogni utente, immaginata però soprattutto per i più giovani: è stata infatti strutturata – come ha spiegato il capo di Instagram Adam Mosseri – per arginare il bullismo. L’account silenziato potrà continuare a commentare i post dell’utente, ma non sarà più visibile agli altri. In sostanza, non saprà di essere stato zittito, riducendo il rischio di ritorsioni social.  

La gara italiana per esperti di sicurezza informatica riparte con l’apertura delle iscrizioni alla CyberChallenge.IT, il primo programma nazionale di addestramento rivolto a giovani talenti per creare i cyber-defender del futuro.

Dopo il successo dell’edizione 2019, che ha portato l’Italia a conquistare il secondo posto della European Cybersecurity Challenge, il programma riparte quest’anno rilanciando l’ambizioso obiettivo di incoraggiare il “talento cyber” di giovani studenti e universitari dai 16 ai 23 anni.

Le registrazioni sono aperte dal 2 dicembre al 17 gennaio e daranno l’opportunità a centinaia di giovani brillanti e motivati di essere selezionati per partecipare a un programma di addestramento gratuito presso ventisette sedi universitarie, nella primavera del 2020: primo passo per una futura carriera nell’ambito della sicurezza informatica.

I giovani talenti saranno seguiti da esperti universitari e da aziende leader del settore, che li introdurranno ai principi scientifici, tecnici ed etici della cybersecurity con attività pratiche di difesa dagli attacchi cyber. Il programma culminerà in una gara finale nazionale che eleggerà la migliore squadra d’Italia. Tra tutti i partecipanti alla formazione e alle gare, i migliori saranno poi selezionati per formare la Squadra Nazionale Italiana dei Cyberdefender, che avrà l’opportunità di confrontarsi con le altre nazionali in eventi e competizioni in tutto il mondo.

Il programma è organizzato dal Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del CINI.

“Con questa iniziativa, ormai giunta alla quarta edizione, intendiamo incoraggiare lo sviluppo di nuovi innovatori nell’ambito della sicurezza informatica, dando ai più giovani l’opportunità di crescere in un percorso altamente qualificante e che dà grande lustro al nostro Paese – ha commentato il direttore Laboratorio Nazionale Cybersecurity del Cini, Paolo Prinetto -. CyberChallenge.IT è la punta di diamante tra le iniziative che il  Laboratorio ha progettato e realizzato, lavorando per colmare una carenza di figure professionali all’altezza delle sfide cibernetiche e industriali del futuro”.

Ulteriori dettagli sono disponibili sul sito Web: www.cyberchallenge.it.​

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