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C'è un settore dell'economia digitale dove i giganti della Silicon Valley non sono ancora il player principale. Stiamo parlando dello streaming di brani musicali a pagamento, dove Spotify domina finora incontrastata.

L'azienda svedese sta però per essere vittima di una vera e propria manovra a tenaglia. Da una parte YouTube, che a marzo lancerà il nuovo servizio Remix sperando di spodestarla dal trono. Dall'altra Apple, che lunedì, secondo TechCrunch, annuncerà l'acquisizione di Shazam, la popolare app che consente di riconoscere brani musicali e video a partire da un frammento o un fotogramma.

I termini finanziari dell'accordo non sono noti e le fonti interpellate da TechCrunch non concordano: c'è chi parla di 400 milioni di dollari e chi di un miliardo.

Fondata nel 1999, quando ancora i suoi servizi erano basati sugli sms, Shazam, che ha sede a Londra, lo scorso settembre ha raggiunto il miliardo di download su smartphone, una soglia che la ha spinta a valutare la possibilità di integrarsi con altre società, in modo da portare i conti in utile. È già in corso una collaborazione sia con Spotify che con Apple Music, che pagano Shazam quando la ricerca di un brano sulla app porta a un acquisto sulle rispettive piattaforme. Se rimane da vedere come verrà completata l'integrazione, è da sottolineare come Shazam sia già in sinergia ​con numerosi servizi di Apple, tra i quali Siri.

Anheuser-Busch, il gruppo proprietario del marchio Budweiser, vuole trasportare la birra su mezzi elettrici e ha prenotato 40 tir Tesla. Che, considerando un prezzo di partenza di 150.000 dollari per ogni unità, significa un investimento di almeno 6 milioni di dollari. A oggi, è il piu' corposo pre-ordine noto ricevuto da Tesla per i suoi camion.

Anheuser-Busch ha l'obiettivo di ridurre le emissioni della sua filiera del 30% entro il 2025 (l'equivalente, fa sapere la società in una nota, di 500.000 vetture in meno sulle strade). Ma c'è anche un tema di costi: Tesla ha stimato un risparmio di carburante pari a 200.000 dollari durante l'intero ciclo di vita del veicolo. L'ordinazione però è, prima di tutto, un grande atto di fiducia nei confronti di Elon Musk, il cui "Semi-Truck" deve ancora affrontare una lunga fase di sviluppo, per poi entrare in commercio nel 2019. "Non vediamo l'ora di provarlo", ha affermato James Sembrot, direttore della Logistica di Anheuser-Busch.

Il colosso birrario Usa non è nuovo a sperimentazioni tecnologiche. Nel 2016, infatti, ha completato la prima spedizione commerciale al mondo su veicoli autonomi: 51.744 lattine di Budweiser sono state trasportate in Colorado, lungo un percorso di oltre 200 chilometri, da un camion di Otto, la startup controllata da Uber​ che sviluppa tir a guida autonoma.

Non è solo l'emissione di derivati in Bitcoin, che verranno lanciatì lunedì prossimo dal Chicago Board Options Exchange, a segnare l'ingresso delle criptovalute nel mondo dell'alta finanza.

L'Australian Stock Exchange ha annunciato, dopo due anni di test, l'adozione della tecnologia blockchain​, alla base delle transazioni in divisa virtuale, per le operazioni di liquidazione e regolamento (clearing and settlement) degli scambi a partire dal prossimo marzo.

"Dopo tanto hype intorno alle Distribute Ledger Technology, questo annuncio fornisce la prima prova significativa che questa tecnologia non tradirà il suo potenziale", commenta in una nota Blythe Masters, un ex Jp Morgan oggi alla guida della compagnia di software Digital Asset.

La borsa di Sydney è la prima al mondo ma potrebbe essere presto seguita dal Nasdaq, dal London Stock Exchange e dal Japan Exchange Group, tutte piazze che hanno già avviato la fase sperimentale, mentre sempre più banche d'affari – tra le quali l'italiana Banca Imi – stanno studiando l'utilizzo dei Database Distribuiti (grandi reti dove ogni partecipante gestisce un nodo in modo indipendente ma sotto il controllo consensuale degli altri) per la gestione del mercato dei derivati.

Le ragioni? La blockchain consentirebbe operazioni più rapide, più sicure e, soprattutto, più economiche, consentendo di garantire ai clienti tariffe più basse. Secondo Goldman Sachs, l'utilizzo della blockchain consentirebbe al settore di risparmiare sei miliardi di dollari all'anno, proprio grazie allo snellimento delle procedure di clearing and settlement, che sovente richiedono ancora di porre fisicamente una firma su documenti cartacei. Con la nuova tecnologia, sostiene la banca d'affari, verrebbero inoltre ridotti drasticamente sia il margine d'errore che le tempistiche. E con loro, il personale del settore: numerose mansioni svolte dai broker diventerebbero infatti non più necessarie.

Per vedere il 3% dei Piani individuali di risparmio (Pir) nelle casse dei venture capital, con tutta probabilità, servirà ancora tempo. La norma non dovrebbero trovare spazio nella legge di Bilancio 2018, come riferiscono all'Agi fonti parlamentari. In queste ore si stanno predisponendo gli emendamenti.

E, anche se non sono ancora del tutto escluse novità dell'ultima ora, filtra pessimismo sulla possibilità di accogliere la risoluzione promossa dall’onorevole Pd Silvia Fregolent e votata all'unanimità dalla Commissione Finanze della Camera lo scorso novembre. Prevede che tra i vincoli necessari per riconoscere un fondo come Pir (e, di conseguenza, per ottenere le agevolazioni fiscali che comporta) ci sia il vincolo di destinare almeno il 3 per cento della raccolta ai venture capital. Un meccanismo che traghetterebbe una parte del cospicuo risparmio italiano verso il flebile mondo degli investimenti in startup.

Cosa sono i Pir

I Pir sono strumenti di investimento a medio termine (hanno una durata minima di 5 anni) che, in cambio di agevolazioni fiscali, puntano a convogliare i risparmi verso le imprese, con un focus sui piccoli investitori (c'è un limite annuo per persone fisiche di 30 mila euro), sulle società italiane (il 70% delle risorse deve essere impiegato su strumenti finanziari emessi da imprese italiane o europee con forte presenza in Italia) di dimensioni medio-piccole (il 30% della fetta “italiana” deve andare a imprese che non fanno parte dell'indice FTSEMIB). Nel pacchetto proposto nella risoluzione, c'è anche l'innalzamento dal 5 al 10 per cento del tetto per gli investimenti effettuati da casse previdenziali o fondi pensione (un altro incentivo all'attrazione dei risparmi) e l'ampliamento del limite annuo da 30 a 100 mila euro. Un ampliamento della platea che richiederebbe risorse al momento non disponibili.  

Creare un ecosistema di tecnologie smart al servizio delle persone? La risposta è il 5G e sarà una società cinese a portarla in Italia. Zte, tra le prime quattro società di telecomunicazioni al mondo, rivale numero uno di Huawei, investirà nel nostro Paese 600 milioni di euro nei prossimi cinque anni. Come verranno spesi questi soldi? Una parte sulle reti della nuova tecnologia, un’altra sullo sviluppo di IoT (internet delle cose) e delle smart cities –  città del futuro dotate di parcheggi e illuminazioni intelligenti (Zte le sta già realizzando a Brescia). Di più: molti investimenti saranno destinati alla formazione di giovani talenti e alla creazione di centri di ricerca e sviluppo. Tutto ciò non stupisce se pensiamo che il colosso cinese si è aggiudicato la gara per la creazione delle reti infrastrutturali 5G in alcune città del centro Italia. Non le svilupperà da sola ma con Wind Tre e Open Fiber. In via sperimentale – per ora.  

"Il 5G è una tecnologia aperta che cresce nel mercato delle infrastrutture: vogliamo dare un contributo strategico agli operatori italiani, creare la domanda, formare i clienti, e superare il digital divide".  Lo ha detto Hu Kun, Ceo Zte Italia e presidente Zte Europa, intervenuto alla conferenza "New techologies and Italian talents, the 5G development, the future present" organizzata da Zte Italia a Roma. La multinazionale ha un ottimo posizionamento nello sviluppo delle reti 5G in Cina, dove la fibra a banda larga è fondamentale per potenziare i settori di punta nella "nuova era" cinese annunciata dal diciannovesimo Congresso del Pcc. L'innovazione per i cinesi è un settore strategico. Il know how, in alcuni casi, da oggi saranno loro a portarlo da noi. Zte fa scuola.

Una storia cominciata 30 anni fa

Come ci è riuscita? Con una storia che nasce da lontano, nel 1985, a Shenzhen, nel sud della Cina, polo dell’innovazione a livello nazionale, in 30 anni è diventata una multinazionale con numeri da capogiro: 86mila dipendenti in 160 uffici nel mondo, di cui 30 mila nei centri di ricerca e sviluppo, un giro d’affari di 100 miliardi e un aumento del titolo in Borsa del 150% nell'ultimo anno. Il 2017 si chiude con investimenti di 100 milioni di euro di investimenti – ai quali si aggiungono i 600 destinati all’Italia, scelta da Zte come hub europeo. Il Bel Paese interessa moltissimo al colosso cinese che ha trasformato il nome da ZTE Italy a ZTE Italia. Nei suoi piani di sviluppo l’Italia ha un ruolo strategico: in meno di un anno il numero dei professionisti assunti è passato da 30 a 600 professionisti. Tutti rigorosamente junior. Siamo una "società giovane", ha detto Xiao Ming, vicepresidente del gruppo: "I nostri dipendenti hanno un’età media di 30 anni”.

Lo stesso Hu Kun, alla guida dei progetti di espansione in Europa, di anni ne ha 37 anni, di cui 12 spesi in Zte. Ha girato il mondo, poi si è fermato in Italia e oggi sfoggia un prestigioso titolo di studio alla Bocconi (dove ha appena concluso un Extecutive Master of Business Administration).  Ma non parla italiano – ammette. In un’azienda dove lo studio viene prima di ogni cosa, succede che il 12% del fatturato venga investito nei centri di ricerca e sviluppo: 2 miliardi di dollari solo nel 2016, diventando così il secondo gruppo cinese per investimenti in ricerca e società leader per la richiesta dei brevetti. 

Puntare tutto sui talenti

Anche in Italia, l’idea è di investire sulla formazione dei talenti. Come? Dalla collaborazione con l’Università di Tor Vergata e con quella dell'Aquila sono nati un Joint Training Center a Villa Mondragone, a Frascati, e un centro di ricerca sul 5G a Prato. L’obiettivo? Formare i futuri ingegneri delle telecomunicazioni.  Nel dicembre del 2016 Zte aveva investito 900 per sviluppare la rete mobile di Wind-Tre Italia, aprendo un centro per la ricerca e lo sviluppo nel Mezzogiorno, con la promessa di assumere 2.500 persone. "Wind Tre spenderà in Europa sei miliardi per lo sviluppo delle reti nei prossimi cinque anni", ha detto l’amministratore delegato Jeffrey Hedberg. L’Italia?  “Deve imparare a puntare sul volume e sulla qualità, non più sulla concorrenza dei prezzi", ha detto il top manager.

Meglio Google di mio cugino. Prima di comprare qualcosa, gli internauti italiani preferiscono chiedere ai motori di ricerca piuttosto che a parenti e amici. Il loro consiglio è prezioso solo per il 13,2% degli utenti. Che si compri online o nei punti vendita tradizionali, il 22,1% raccoglie informazioni su Big G; il 15,7% utilizza i comparatori di prezzi e il 14,9% consulta recensioni su forum e blog. È uno dei dati emersi dalla ricerca “Il Consumatore Digitale allo Specchio”, condotta da Netcomm e Diennea MagNews.

Quali sono le fonti preferite

Lo studio ha intervistato circa 2.000 persone per offrire un campione rappresentativo di quasi 30 milioni di italiani che navigano online. Tra loro, il 70% acquista su internet. Ma c'è un 30% che preferisce l'analogico e non ha comprato nulla via web negli ultimi sei mesi. Tutte le esperienze d'acquisto sono, comunque, complesse. Salvo poche eccezioni, anche chi preferisce il caro vecchio scaffale raccoglie informazioni online. E consultano fonti diverse a seconda dell'articolo acquistato: si preferiscono le vetrine dei negozi e i siti ufficiali dei marchi quando di comprano abbigliamento, accessori e scarpe. I motori di ricerca, i comparatori e le recensioni sono la fonte principale per scegliere l’elettronica di consumo. Per i prodotti di bellezza funzionano newsletter, cataloghi via mail, pagine ufficiali sui social network e pubblicità sui giornali. Mentre i motori di ricerca, la pubblicità online e i pareri di amici hanno la precedenza quando si parla di salute e benessere.

Perché un utente su tre non compra online

Ma perché c'è ancora quel 30% di incalliti analogici che navigano ma non comprano mai via internet? Il motivo principale, afferma la ricerca, è l’impossibilità di vedere e toccare quello che si sta acquistando. È la ragione indicata dal 27% del campione: uno su tre, infatti, inizierebbe a comprare online se avesse la possibilità di pagare il prodotto al momento del ritiro. C'è poi un 18,1% che preferisce un’esperienza di acquisto tradizionale e un 15,4% che non lo ha fatto perché non ne ha avuto occasione. Una fetta di utenti non compra online perché convinta che sia “complicato”. E uno su 10 perché “è costoso”. Tuttavia, gli internauti che non usufruiscono dell'e-commerce sono in realtà meno del 30%: un terzo dei restii ha affermato di aver delegato a qualcuno un acquisto online.

Otto tipi di utenti: tu quale sei?

La ricerca di Netcomm e Diennea MagNews ha poi utilizzato i dati per disegnare otto consumatori-tipo. Tutti navigano, ma hanno abitudini completamente diverse:

  • “Il tradizionalista e-Informato” è un over 65 che vive nelle grandi città. Può spendere molto, ma non lo fa mai online. Nonostante sia un esploratore curioso del digitale, su internet si limita a informarsi, perché spesso è privo degli strumenti necessari per gestire l'acquisto via web.
  • “Il conservatore irremovibile” è l'analogico più incallito. Lo è un utente su otto. Ignora le fonti online, non ha confidenza con il digitale, i social e lo smartphone. Compra solo nei negozi tradizionali.
  • “L’influenzabile” ha una certa dimestichezza con lo smartphone, capta (e si fa guidare) dai messaggi sui social. Ma diffida dell'e-commerce, a favore dei punti vendita fisici.
  • “L’informivoro” è costituito dal 5,7% degli utenti digitali più evoluti. Spesso si tratta di uomini under 30 che utilizza molto l'e-commerce, ma si informano (a lungo) su internet prima di ogni acquisto.
  • “Il fast shopper” è spesso una donna tra i 35 e i 54 anni. Compra sul web, ma solo quando serve (e, come dice il nome, lo fa in fretta).
  • “Lo Sherlock digitale” è colui che compra e si documenta solo online, spulciando diverse fonti (ma ignorando tutto ciò che non è sul web). È un under 30 un po' nerd, che punta soprattutto dispositivi elettronici e difficilmente ripete lo stesso acquisto.
  • “La look maniac” è una donna molto giovane e molto attiva sui social network. Si informa online, è attenta al consiglio di amici e parenti ma resta fedele ad alcuni marchi. Sfrutta l'e-commerce, soprattutto se si parla di abbigliamento.
  • “Il friend follower” è a metà dell'evoluzione digitale. Ha buona dimestichezza con internet ma non con gli ultimi sistemi di pagamento. Si informa e compra online, ma prima di concludere l'acquisto consulta i consigli di amici e parenti.

In Italia ancora non c’è, ma in Usa Amazon Echo è il coinquilino ideale cui nessuno più vorrebbe rinunciare. E a giudicare dalle offerte di lavoro presenti sul sito di Amazon Italia, l’attesa per il nostro Paese potrebbe finire presto. Il centro di sviluppo Amazon di Torino è infatti alla ricerca di candidati esperti in scienze applicate, del linguaggio e ricercatori senior di tecnologie dei processi. “Sei interessato al mondo Amazon Echo?”, chiede l’annuncio spiegando che al centro “costruendo delle soluzioni per prodotti e servizi Amazon, compreso l’Echo che aiuteranno gli utenti a interagire con i dispositivi”.

Ecco i requisiti

Per il centro di Torino il candidato ideale deve essere un possesso di un master o un PhD in scienze informatiche, ingegneria elettrica e matematica applicata. Deve avere almeno 6 anni di lavoro alle spalle (in quel campo), delle solide competenze come programmatore, un grado di inglese eccellente sia nello scritto che nel parlato e leadership.

Cos’è Amazon Echo

Echo è lo speaker intelligente di Amazon. Nato nel 2014 per il mercato americano, Echo e la sua assistente virtuale (Alexa) sono presenti oggi anche in Germania e in Gran Bretagna. Il suo scopo è quello di rispondere alle domande degli utenti dialogando con la voce e svolgere compiti. Il tutto attraverso un servizio che usa il machine learning e l’intelligenza artificiale. In una casa ben domotizzata, Alexa è in grado di accendere riscaldamenti, forno, chiudere le tapparelle, mettere su un po' di musica, fare acquisti online. Echo ha una forma cilindrica ec poco più grande di una lattina. È collegato a internet e alla corrente elettrica e mo ta ben 7 mocrofoni. E’ progettato per essere posizionato in un luogo abbastanza frequentato della casa (cucina o salotto) pronto a venire in nostro soccorso in qualsiasi momento. L’ultimissima versione poi presenta uno speaker dotato di un subwoofer da 2.5" e un tweeter da 0.6" curati da Dolby e può riprodurre musica dai principali servizi disponibili sul mercato: Amazon Music (ovviamente), Spotify, Pandora, iHeartRadio, TuneIn e altri. Negli anni, Amazon ha affiancato al suo prodotto base anche l’altoparlante (Echo Dot) e la tv  (Echo Show). 

Tra Amazon e Google è guerra di supporti tv. Il motivo? La “mancanza di reciprocità”, tuona il colosso di Mountain View, che ha appena fatto l’ultima pesante mossa in una guerra che va avanti da un po'. E lo ha fatto rimuovendo dal 1 gennaio il supporto a YouTube dalla Fire TV di Amazon, il dispositivo dell’impero di Jeff Bezos da collegare al televisore per accedere a contenuti in streaming.

Cosa era successo

Il tutto era iniziato 3 mesi fa quando gli utenti di Amazon Echo Show – l’assistente personale per la casa dà anche la possibilità di vedere video – si erano ritrovati senza più l’accesso a YouTube per mancanza di supporto.  In tutta risposta la società di Jeff Bezos ha smesso di vendere i dispositivi della linea Nest (di proprietà di Google). Il problema è poi stato parzialmente risolto con Google che ha offerto agli utenti di Amanzon Echo la versione web di YouTube, salvo poi tornare sui suoi passi e bloccare del tutto il servizio.

La posizione di Google

"Abbiamo provato a raggiungere un accordo con Amazon per fornire agli utenti accesso ai prodotti e servizi l’uno dell’altro”, ha dichiarato un portavoce di Google: “Amazon però non offre prodotti Google come Chromecast (l’equivalente della FireTv) e Google Home, non rende Prime Video disponibile per gli utenti di Google Cast e l’ultimo mese ha smesso di vendere gli ultimi prodotti Nest. Data questa mancanza di reciprocità, da adesso non supportiamo più YouTube su Echo Show e Fire TV. Speriamo di poter raggiungere un accordo per risolvere questa problematica presto”.

Il problema tocca anche l’Italia

Nella guerra tra i due giganti a farne le spese sono anche gli utenti italiani. Se Amazon Echo non è ancora disponibile nel nostro Paese, la Fire tv di Amazon è appena approdata. Ma in cosa consiste? Come il rivale di Google Chromecast, Fire TV Stick si collega al televisore attraverso la porta HDMI, ma anziché fare da ponte tra il telefono e il TV il gadget – spiega Wired –  è venduto con un telecomando e incorpora un processore quad core, 1 GB di RAM e 8 GB dedicati allo stoccaggio che lo rendono in grado di eseguire in autonomia alcune semplici ma utili app. A bordo della chiavetta si può infatti installare non solo la porta d’accesso ai contenuti di Amazon Prime Video, ma anche i client di Netflix e Spotify oltre a un catalogo di giochi del calibro di Pac-Man 256 e Crossy Road. Tuttavia, nella Basic Edition, l’unica al momento disponibile in Italia, non sono presenti il supporto alla risoluzione 4K né ai contenuti in HDR.

 

 

Le voci di una certa voglia di indipendenza dentro Honor​ si inseguono da qualche tempo ormai ed è chiaro che la casa cinese che a oggi è ancora una costola di Huawei​ sta mordendo il freno dell’innovazione, ingaggiando i modelli di punta della casa madre in una gara di prestazioni.

La svolta è venuta  poco più di un anno fa con l’Honor 8, campione di vendite in Italia, che ha dato l’abbrivio per lo sviluppo del 9 l’estate scorsa e della commercializzazione adesso di un top di gamma come il View 10.

Sembra una gara interna al colosso cinese, con Honor impegnata a consolidare la quota di mercato tra i giovani (o che si sentono giovani, come recita il loro slogan) e Huawei che non si accontenta più di erodere la base di Apple e Samsung e vuole giocare da protagonista. Il lancio, a novembre, del Mate 10 (soprattutto nella versione Pro) è stata la dichiarazione di guerra di Huawei a Note 8 e iPhone 8 Plus, ma mentre i tre competitor si contendono il mercato di fascia alta, Honor punta a conquistare adolescenti e giovani con due prodotti profondamente diversi, ma con una caratteristica comune: performance di livello a un costo ragionevole.

Honor 7X

E’ l’ultimo nato della gamma ammiraglia: schermo ampio e nitido pensato per la visione di serie e film, protezione ‘air-bag’ negli spigoli pensata per gli skaters e processore potente pensato per il gaming. Tutto a 300 euro.

Il FullView Display è da 5,93 pollici, la fotocamera posteriore dual-lens da 16MP + 2MP con apertura focale ampia e messa a fuoco rapida e processore Kirin 659 octa-core sono pensati per chi vive di selfie, social e serie tv. Grazie alla funzione One-key Screen Split si possono tenere sott’occhio contemporaneamente WhatsApp e Netflix sullo schermo 18:9. Inoltre può montare una scheda microSD fino a 256 GB per portare con sé centinaia di episodi della serie preferita e guardarli offline. La batteria da 3.340 mAh dovrebbe garantire di arrivare a fine giornata con una sola carica.

Honor View 10

Diverso il discorso che è  alla base del top di gamma del brand. A partire dal prezzo: 500 euro. E’ il primo smartphone di Honor con intelligenza artificiale, usata per di imparare dalle abitudini degli utenti; per il riconoscimento facciale a per l’ottimizzazione del settaggio della fotocamera. Ma soprattutto ha un avanzato livello di sicurezza e privacy: il riconoscimento facciale (solo con gli occhi aperti) serve a sbloccare il telefono, ma anche a far sì che sia solo il proprietario a leggere mittente e contenuto dei messaggi.

Il processore è il Kirin 970, il display è un FHD FullView 18:9 di vetro curvo 2.5D e montato su design unibody in metallo Navy Blue o Midnight Black; la dual camera potenziata posteriore è da 16MP+20 MP e quella anteriore da 13 MP.

Il sistema di intelligenza artificiale impara dalle abitudini dell'utente -quali app vengono aperte e in quale momento- anticipandone il comportamento per garantire prestazioni fino a 25 volte più veloci. Il sistema elabora oltre 2.000 immagini al minuto e raggiunge una velocità massima di download di 1,2 Gbps.  Anche offline gli utenti possono semplicemente aprire la videocamera e inquadrare un testo in lingua straniera per visualizzare in maniera istantanea la traduzione con una velocità superiore del 300% rispetto ad altre applicazioni.

La batteria da 3.750 mAh e la tecnologia SuperCharge permette di caricarla fino al 50% in 30 minuti.

 

 

"Vogliamo hackerare il modo in cui si accolgono i rifugiati in Europa". Bassi costi e alta inclusione sociale. Una mission partita dalla Spagna, ma con forte imprinting italiano. Si tratta di "Imby", acronimo che sta per ‘in my backyard’, nel mio cortile e che fa il verso alla sigla di tutti i ‘no’, Nimby): è una piccola eco-casa assemblabile in pochi giorni nel giardino di chiunque si offra volontario per concedere spazio a una famiglia di immigrati o rifugiati.

"Il progetto si basa sulla voglia di ospitalità che sta sorgendo in Europa" dice Ricardo Mayor Luque, 31enne architetto spagnolo autore del progetto, che ha partecipato a Maker Faire a Roma. "Alcuni anni fa un’organizzazione francese ha aperto una call – continua – per chi volesse mettersi a disposizione per accogliere dei migranti: in un giorno sono arrivate 4000 chiamate da 4000 persone che volevano offrire i loro spazi, i loro giardini, per accogliere".

Il progetto è nato da architetti provenienti da Francia e Spagna con i gruppi "Quatorze" e "DAT Pangea" e dopo essere stato presentato alla Biennale di Venezia nel 2016, lo scorso marzo è stato premiato dall'Ambasciata di Italia in Spagna nell'ambito dell'iniziativa "The Fab Linkage" incentrato sul saper fare e sul nuovo ‘made in Italy’ superando i limiti territoriali e basato sulla sharing economy.

 

Lo scorso 10 novembre c'è stata invece la prima applicazione a Montreuil (Parigi) con la consegna a Sadeq, un rifugiato afghano, del modulo abitativo installato nel giardino di Charlotte e Dominique, una coppia francese. La piccola casa ha una cucina, un bagno, un wc, uno spazio per dormire nel mezzanino superiore e un altro spazio per la convivenza, usato come soggiorno o sala da pranzo. Ad assemblarla ci pensa una fitta rete di rifugiati e volontari che in una settimana danno il via al primo step di inclusione sociale. La facciata è realizzata con una tradizionale struttura in legno e sottostruttura in alluminio, che abbraccia i pannelli in policarbonato.

"E' un circuito chiuso, molto flessibile per il mercato e ha come obbiettivo – dice Ricardo Mayor – quello di fare abbassare il costo delle abitazioni. La casa ha dei benefici termici e di isolamento. Il modulo è in costruzione digitale, si può assemblare attraverso la tecnica giapponese: nessuna vite, nessun attrezzo, nessuna colla. E' una modalità molto semplice, ispirato ai sistemi Ikea o Lego".

Il costo dell'abitazione montata a Parigi è di 34 mila euro e entro 6 mesi, o 2 anni la famiglia che ha accolto il modulo sui suoi spazi può comprare la casa a metà del prezzo o la casa passa a un'altra famiglia e in un altro luogo. "Per questa prima abitazione abbiamo lanciato un crowdfunding raccogliendo 10 mila euro, una Fondazione francese ha messo la stessa cifra e il resto è venuto da altre organizzazioni che collaborano nel sociale. I costi di luce, acqua e gas vengono coperti da un’altra organizzazione di aiuto sociale. Per la famiglia che accoglie il costo è zero".

Il progetto si basa su una permanenza non temporanea ma di medio lungo termine e mira a invertire la separazione quasi assoluta tra "locali" e rifugiati come avviene nei campi libanesi e palestinesi. Il progetto è completamente open source e consente una notevole economia di scala. "Uno dei principi che ho condiviso con gli altri membri del gruppo – conclude Ricardo Mayor Luque – è quello di contrastare il sistema attuale monopolizzato da imprese che non prendono in considerazione le medio lunghe permanenze all'interno dei moduli abitativi rivolti ai rifugiati".

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