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“Anche sulla Stazione Spaziale ci impegniamo al meglio per essere pronti al peggio: La lezione più importante rimane… Niente Panico!” Così Paolo Nespoli su Twitter ha aggiornato il suo racconto del viaggio spaziale che lo vede coinvolto nella stazione spaziale internazionale (ISS), la ‘casa’ galattica in orbita terrestre bassa che dal 2000 viene abitata ininterrottamente da equipaggi di diverse nazionalità. Nespoli ha retwittato un tweet di un suo compagno di bordo con una foto in cui si vedono gli astronauti indossare una maschera di protezione. Probabilmente un’esercitazione di bordo in caso di pericolo o criticità.

Snap, la compagnia che ha creato il social network Snapchat, popolarissimo tra i teenager, tenta l’azzardo e punta all’acquisto di Zero Zero Robotics, produttore cinese di droni. Secondo The Information, il colosso guidato da Evan Spiegel e Bobby Murphy – il fantasmino nato con il sogno di inventare un nuovo concetto di fotocamera – è pronto a comprare la società. La cifra per concludere l’accordo si aggira tra i 150 ai 200 milioni, scrive TechCrunch, citando una fonte vicina all’operazione. Snap e Zero Zero non hanno confermato quella per ora che resta una indiscrezione. Da Pechino è persino arrivata la smentita.

Una strategia per contrastare lo strapotere di Facebook

Oggi i selfie vengono scattati anche dai droni. A Pechino li producono – appunto – società come Zero Zero Robotics. Costano 500 dollari e vengono distribuiti in esclusiva negli Apple store. Stiamo parlando della Hover Camera Passport Drone – un drone progettato per scattare selfie in volo. Ed è questo l’hardware sul quale ha messo gli occhi addosso Snap per regalare ai clienti la possibilità di fare più foto e più video con una prospettiva aerea.

Come spiega Wired, l’obiettivo della società californiana non è solo di estendere l’hardware ma anche di emanciparsi da Snapchat, per quanto l’app rimanga un prodotto di punta. Snap punta a sbarcare su nuovi mercati con nuove tecnologie, anche per difendersi dalla concorrenza di Facebook. In questo disegno rientra l’acquisizione di poche settimane fa della società francese che realizza la cosiddette snap map (le mappe social):  Zenly è stata comprata per una cifra che si aggira tra i 250 e i 350 milioni di dollari. Prima ancora Snap aveva lanciato gli occhiali Spectacles per realizzare brevi video e pubblicarli direttamente in rete. Un business che però – secondo The Information – non è mai decollato: su 150 milioni di fatturato, gli occhiali social incidono per 8 milioni.

Ma al quartier generale di Venice, in California, si pensa soprattutto ai droni per fare un salto di qualità. Zero Zero non è il primo tentativo: Snap ha già acquisito un piccolo produttore di Los Angeles. E, secondo il New York Times, all’inizio dell’anno aveva preso in considerazione una produzione interna. Tutto pur di rilanciare rapidamente il business. Su Snap pesa ancora l’andamento ondivago dei titoli in Borsa. Il prezzo delle azioni quotate a Wall Street, dopo le gravi perdite di inizio anno, continuano a scendere: dai 17 dollari di marzo ai 13 di oggi.

Chi è Meng Qiu Wang, l'inventore della Hover Camera

Il cervello dietro un'invenzione sulla quale Snapchat si gioca il futuro è quello di Meng Qiu Wang, Ceo e co-fondatore di Zero Zero Robotics, un genio dell’informatica uscito dall’università di Stanford. Conosciuto con le iniziali del suo nome – MQ – ha lavorato come ingegnere del software presso Alibaba e Twitter, prima di fondare due start-up e infine lanciare Zero Zero. Il produttore di droni ha già raccolto fondi per 25 milioni di dollari da SR Ventures, IDG, ZhenFund e dal fondo pubblico Zhejiang United Investment Group.

L’innovazione in Cina è sempre più forte anche grazie alla strategia China 2025 che punta al rinnovamento tecnologico e all’innovazione, trasformando il Paese in leader mondiale in dieci settori chiave – dalle auto elettriche all’intelligenza artificiale. Secondo i dati di CB Insights, citati da TechSilu su Startupbusiness, nel 2016 sono stati investiti in Cina oltre 45 miliardi di dollari in venture capital con una crescita di oltre l’8% rispetto all’anno precedente. A Pechino si sono registrati 31 accordi per un totale di 1,9 miliardi di dollari, a Shanghai 20 per un valore complessivo di quasi 610 milioni di dollari. Tra gli accordi più importanti quello siglato da Didi Chuxing. La società che ha comprato Uber China ha raccolto fondi per un valore di 7,3 miliardi di dollari.

Ritratto di un uomo felice in un interno. Spaziale.

(Foto: Nasa / Flickr Paolo Nespoli)

 Paolo Nespoli a 60 anni è diventato il primo italiano a compiere per la seconda volta una missione di lunga durata nello Spazio. Starà cinque mesi in orbita.

Partendo per la sua nuova missione sulla Stazione Spaziale Internazionale, Paolo Nespoli aveva promesso che avrebbe "portato tutti nello spazio" grazie al potere della rete. "Mi piace coivolgere tutti con i social media. Sicuramente le foto fatte dalla cupola o nella stazione ci aiutano a portare tutti nello spazio", aveva spiegato, "la maggior parte del tempo libero sarà dedicato a questo".

La promessa è stata mantenuta. A cinque giorni dal lancio l'astronauta italiano continua a raccontare la sua nuova missione e regalare emozioni agli oltre 200 mila seguaci del suo profilo Twitter

"Nespoli è stato il primo a twittare dalla Iss", spiega il Sole 24 Ore, "ma ora c’è anche la nuova app, Spac 3, con la quale è atterrato sugli smartphone di tutto il mondo. La app consente di creare un’opera d’arte collettiva utilizzando le foto scattate dallo spazio e dalla Terra, unite in un photoshop ispirato al simbolo della missione Vita, Il Terzo Paradiso dell’artista Michelangelo Pistoletto. Nespoli ha raccontato che nel tempo libero si può telefonare, si possono scambiare messaggi di posta elettronica, ci sono delle videoconferenze con i familiari".

 

Nuovo trionfo della medicina. In una prima assoluta un gruppo di ricercatori Usa è riuscito a modificare il codice genetico del Dna di un embrione umano per "riparare una mutazione grave quanto comune causa di malattie". Lo riferisce il New York Times citando uno studio apparso su Nature.

Ricorrendo alla tecnica Crispr di "modifica dei geni" i ricercatori hanno mutato il Dna difettoso di alcuni embrioni ancora a livello di agglomerato cellulare, compiendo un ulteriore passo verso la creazione di bambini 'geneticamentè modificati per eliminare il rischio di ereditare problemi di salute dai genitori. Se non fosse stata operata la mutazione del codice del Dna degli embrioni i nascituri avrebbe sviluppato un difetto cardiaco che può causare morte immediata senza alcun sintomo preliminare. Ora non solo gli embrioni, se fatti sviluppare, non soffriranno dalla malattia ma non potranno trasferirla, una volta nati e diventati adulto, alle loro progenie.

Un risultato enorme per la prevenzione delle malattie

Ad operare l'operazione di quello che in gergo viene definito "gene editing" genetisti dell Massachusetts Institute of Technology (Mit), con colleghi in Oregon, California, Cina e Corea del Sud.  La Bbc aggiunge che questo sistema di "gene editing" apre la porta alla prevenzione di oltre 10.000 malatie trasmesse geneticamente dai genitori ai figli. I ricercatori hanno effettuato l'intervento su embrioni consentendogli di svilupparsi per soli 5 giorni, solo per verificare la riuscita del test ma senza consentire che si arrivasse alla nascita di un bambino.

Come funziona la tecnica Crispr che lo ha persmesso

La tecnica, scoperta nel 2015, conosciuta come Crispr (dall'acronimo inglese 'Clustered Regularly Interspaced Short Palindromic Repeats') riguarda segmenti di Dna (ossia blocchi delle basi Adenina, Guanina, Citosima e Timina che compongono il nostro 'codice' umano) contenenti brevi sequenze ripetute. Operando una sorta di "taglia" "copia" ed "incolla" di queste serie di basi, spostandole lungo la sequenza del Dna, si riesce a modificare quest'ultimo o, in casi come questo, di disturbi trasmessi geneticamente, a eliminare la sequenza causa della malattia.

Nel caso della ricerca pubblicata su Nature è stata rimossa la sequenza che causa la 'cardiomiopatia ipertrofica' caraterizzata da un ispessimento delle pareti cardiache senza alcuna causa evidente e trasmessa dai genitori, determinata da mutazioni sui geni che codificano le proteine del sarcomero (le fibre che si contraggono del tessuto muscolare del cuore). Si tratta di un problema comune che colpisce una persona su 500 e può portare all'improvviso arresto cardiaco. è causato, appunto, da un errore in un singolo gene (l'istruzione scritta del Dna) e chiunque ne soffrà ha il 50% di chance di trasferirla alla progenie.

La modifica fatta nella fase del concepimento

Nello studio pubblicato su Nature la modifica è avvenuta addirittura nella fase del concepimento: il liquido seminale di un uomo affetto da 'cardiomiopatia ipertrofica' è stato introdotto negli ovuli sani di una donatrice. Con la tecnica Crispr il difetto è stato corretto. I ricercatori riconoscono che il problema non ha funzionato per tutti gli embrioni ma comunque nel 72% che è un buon livello per un test mai riuscito prima. Ora, oltre al problema di rendere facilmente replicabile ed affidabile la tecnica, si aprirà lo scontato dibattito etico sul fatto se sia corretto o meno intervenire sugli embrioni, anche se è per garantirgli una vita sana e scongiurarne la morte una volta nati e diventati adulti. (AGI) Gis

Ad avvertire che uno sviluppo disordinato dell'intelligenza artificiale potrebbe avere conseguenze imprevedibili e funeste sono stati scienziati del calibro di Stephen Hawking. È però esagerato temere che Skynet, la rete di supercomputer che prende il controllo del pianeta nella saga di 'Terminator' sia già dietro l'angolo. È anche per questo genere di suggestioni distopiche che ha avuto tanta eco la notizia dei due bot sviluppati da Facebook, 'Bob' e 'Alice', che avevano iniziato a comunicare tra loro in una lingua sconosciuta ai ricercatori, tanto da costringere questi ultimi a interrompere l'esperimento. A leggere certi articoli, parrebbe che ai due bot fosse stata staccata la spina un secondo prima che finissero di elaborare un piano per la rivolta delle macchine. O, quantomeno, che nella diatriba tra Elon Musk e Mark Zuckerberg, accusato dal patron di Tesla di non comprendere in maniera adeguata le implicazioni dell'intelligenza artificiale, avesse ragione Musk. La realtà invece è più semplice e, per fortuna, meno inquietante.

Perché i robot si inventano un codice per comunicare tra loro

I due 'chatbot', spiega su The Independent l'ingegnere informatico Douglas Robertson, non stavano mettendo a punto sinistre strategie di conquista ma svolgendo semplicemente il compito che era stato assegnato loro dai ricercatori di Menlo Park: negoziare la divisione di alcuni oggetti (nello specifico libri, cappelli e palloni). Dal momento che lo scopo finale dell'esperimento è creare un'interfaccia che consenta il dialogo tra robot e umani, i due bot hanno inizialmente conversato con gli scienziati utilizzando la lingua inglese. "Give me one ball, and I'll give you the hats" il tono generale della conversazione.

Qualcosa è però cambiato quando i due 'chatbot', collegati da un circuito neurale, hanno iniziato a parlare tra loro, utilizzando un 'broken english' quasi incomprensibile:

Bob: I can i i everything else

Alice: balls have zero to me to me to me to me to me to me to me to me to

Bob: you i everything else

Alice: balls have a ball to me to me to me to me to me to me to me to meca

Questa la ragione dell'interruzione dell'esperimento. Il circuito neurale che collegava Bob e Alice non riusciva a farli interagire in una lingua comprensibile agli umani e l'esperimento doveva dunque dirsi fallito. Semplice anche la ragione che aveva portato i bot a elaborare il 'cybervernacolo': come è stato già osservato in passato, le intelligenze artificiali, poste in contatto tra loro, tendono sempre ad elaborare un loro codice, sulla base dei linguaggi già appresi, per poter comunicare nella maniera più efficiente e rapida possibile. Lo sfida, finora non vinta, di Facebook è dunque "costringerle" a dialogare in inglese corrente anche tra loro. 

Se la cosa continua a inquietarvi, sappiate che uno strumento basato su un circuito neurale che inventa un "interlingua" per mediare tra vari linguaggi esiste già, si trova sul vostro smartphone e probabilmente lo usate tutti i giorni. Si chiama Google Translate.

L'Italia ha il primato europeo nella produzione di gelati, ma il distacco su Germania e Francia, dirette concorrenti, non è così netto come ci sarebbe da aspettarsi. E se pochi giorni fa la Cnn elencava tra i 20 cibi preferiti dagli americani il gelato made in Italy – chiamandolo proprio con il nome italiano e distinguendolo dall'ice cream anglosassone – meno del 20% di quello che si consuma nel vecchio continente viene prodotto in Italia.

Ma quanto gelato si produce nei 28 Paesi d'Europa in un anno? La cifra è astronomica: secondo i dati eurostat nel 2016 sono stati prodotti 3,2 miliardi di litri di gelato, quasi uno su 5 in Italia. Ecco il podio:

  1. Italia – 595 milioni di litri, pari al 19%
  2. Germania – 515 milioni di litri, pari al 16%
  3. Francia 454 milioni di litri, pari al 14%.

A seguire, ma con grande distacco, Spagna, Polonia e Gran Bretagna. Fanalino di coda l'Austria che ne produce meno di due milioni di litri.

Paolo Nespoli è al lavoro su Mares, (Muscle Atrophy Research and Exercise system) un esperimento per studiare il sistema muscolare degli astronauti e contribuire cosi a rispondere ad alcune delle domande essenziali che riguardano le missioni spaziali di lunga durata: come reagisce il corpo umano alla microgravità ? Quanto velocemente i muscoli si indeboliscono se non vengono usati da un astronauta?

Mares riempie metà del modulo Columbus della Stazione spaziale internazioanle (Iss). Richiede molto tempo per essere preparato e altrettanto tempo per essere messo via alla fine della sessione; assomiglia un po’  ad uno di quegli attrezzi da palestra che si trovano nei centri fitness e che nessuno all’ inizio sa mai come usare. Tra gli astronauti a lavorare su Mares anche Samantha Cristoforetti che durante la sua missione ne ha sostituito la batteria e ha installato un nuovo hard drive per poi testarlo per la prima volta in orbita attraverso la calibratura dei suoi servomotori.

Intelligenza artificiale e big data non ripareranno gli impianti che perdono (per quello servono investimenti, tanti). Però qualcosa possono fare. L'emergenza idrica di questi giorni ha riproposto il tema dell'inefficienza. Se al rubinetto non arriva acqua, il primo passo per un idraulico, una grande impresa o una rete nazionale è lo stesso: capire da dove perde il tubo. C'è una startup italiana che fa proprio questo: si chiama The Energy Audit, è accelerata da MIPU e sviluppa algoritmi predittivi. Cioè raccoglie e analizza i dati per prevedere il fabbisogno di acqua (o elettricità) in un determinato periodo o in una zona precisa. E confronta le previsioni con l'effettiva richiesta ogni 15 minuti.

“Le previsioni si basano su temperatura, presenza di aziende aperte, numero di persone”, spiega Giulia Baccarin, fondatrice di The Energy Audit e MIPU. “Se c'è una discrepanza, è probabile che sia dovuta a due fattori: perdite (che contano in maniera prevalente) e frodi, cioè persone allacciate abusivamente alla rete idrica”. Sono utenze che (formalmente) non esistono. Ma che possono essere intercettate proprio attraverso l'analisi dei dati e il machine learning.

Monitorare l'acqua con l'intelligenza artificiale

Il compito di The Energy Audit è, sottolinea Baccarin, “monitorare e suggerire”. Alcuni progetti pilota hanno indicato le potenzialità di “ridurre lo spreco al 10-30%”. Forbice ampia, che però segna comunque un miglioramento rispetto all'attuale dato medio italiano, vicino al 40%.

Il passo successivo, cioè gli interventi diretti sugli impianti spettano ai “clienti”. Costi? Baccarin li definisce “irrisori”, non solo in confronto con gli investimenti in infrastrutture necessari ma anche rispetto alle spese sostenute per raccogliere i dati in modo tradizionale. “Stiamo parlando di un software che si ripaga in 9-12 mesi” grazie ai risparmi generati.

The Energy Audit collabora soprattutto con le aziende, ma ha attirato anche l'attenzione del governo. Non di quello italiano ma di quello coreano: da due anni partecipa a un progetto pilota della Korea Energy Agency, l'agenzia governativa di Seul. Tutto grazie a un contatto su LinkedIn.

Ha attirato l'attenzione del governo, coreano

“Ho studiato a Tokyo – racconta Baccarin – e volevamo espanderci in Corea perché l'intera area, dopo Fukushima, sta dimostrando grande attenzione al tema della sostenibilità energetica. Abbiamo scritto alcune e-mail. Una è arrivata a un manager dell'agenzia che si è mostrato interessato. Abbiamo fissato il primo contatto, a giugno 2015. Siamo stati in Corea e abbiamo ricevuto il primo ordine. A settembre sono venuti loro a Salò, dove ha sede il MIPU. Hanno approvato il progetto prima ancora che costituissimo la srl”.

Oggi i progetti pilota (cioè condotti con dati reali su aree circoscritte) di The Energy Audit in Corea sono otto (ce ne sono altri attivi in Giappone). Uno è sull'isola di Jeju, una sorta di laboratorio per le smart city del futuro. Così, senza bandi ma con una mail trovata su LinkedIn. Eppure le mail sono state inviate anche a imprese e istituzioni pubbliche italiane: “Ci abbiamo provato, ma con scarsi risultati”, racconta la fondatrice di The Energy Audit. “Faccio un esempio: con una mail ho ottenuto la risposta di un vice amministratore delegato di un'azienda da 100 mila dipendenti. Un mese dopo ero in Giappone per incontrarlo. In Italia con trenta telefona e venti mail non si riesce a parlare neppure con un sindaco”.

Una collaborazione nata da una mail su Linkedin

Volendo tradurre in percentuali? “Diciamo che in Italia ci ha risposto il 10% delle aziende private. Nel pubblico la percentuale va dall'1% a nessuno”. Secondo Baccarin “non è solo un problema di persone. C'è enorme difficolta a trovare l'interlocutore giusto e a capire chi ha potere decisionale”. E poi c'è un tema di procedure: “Per lavorare con la pubblica amministrazione deve essere aperta una gara, cui si accede solo se ci sono dei concorrenti”.

Per una startup (tanto più se innovativa o concentrata su un algoritmo) “è difficile trovare imprese simili”. Ed è complicato rientrare “nei requisiti minimi di fatturato”: il MIPU, ad esempio, accelera tre imprese per un fatturato complessivo di 4,5 milioni di euro. Senza contare che i tempi dell'innovazione spesso non collimano con quelli dei bandi pubblici. E allora? “Servirebbero meccanismi più snelli – propone Baccarin – e potrebbe essere utile dedicare alcuni territori all'innovazione per capire, con progetti pilota, se è applicabile”.

Sono state settimane di intenso lavoro quelle della seconda edizione italiana di EIA, European Innovation Academy, l’evento internazionale di formazione sull’imprenditorialità a base tecnologica ospitato dal Politecnico di Torino fino al 28 luglio.Per venti giorni gli spazi del Lingotto si sono trasformati in un laboratorio creativo dove si sono confrontati più di 650 giovani di talento provenienti da oltre 70 Paesi: ingegneri, studenti di marketing ed economia provenienti dalle più prestigiose università del mondo, ma anche persone che già lavorano in azienda e vogliono sfruttare l’occasione dell’Academy per “accelerare” l’innovazione. Gli innovatori di EIA hanno incontrato mentor e investitori provenienti dalla Silicon Valley e dal territorio regionale e nazionale: nomi di primo piano del mondo universitario e imprenditoriale che hanno messo a disposizione la loro esperienza come strumento e leva per la promozione dell’imprenditorialità a base tecnologica.Direttamente coinvolti nell’organizzazione dell’Academy sono, tra gli altri, l’Università di Berkeley e Google, mentre i partner di EIA Torino 2017 sono FCA Group e Intesa Sanpaolo, con il sostegno della Camera di Commercio di Torino.Ottima la risposta da parte delle aziende, sia start up sia imprese già strutturate, coinvolte nelle diverse attività formative. Successo, in particolare, per la prima edizione dell’’Executive Innovation Day del 14 luglio, organizzato dalla Camera di commercio di Torino con la partecipazione di oltre 40 imprese, di settori molto diversi, dalla sicurezza digitale all’aerospazio.
L’edizione 2017 si è chiusa oggi con la presentazione dei 12 progetti dei team selezionati dai venture capitalist che hanno valutato le quasi 100 idee di impresa proposte dai giovani innovatori, che hanno lavorato con mentor di alto profilo e quest’anno sono stati supportati anche da una sorta di “mentor virtuale”: una Chatbot – EIABot – cioè un robot basato sull’intelligenza artificiale che ha seguito i partecipanti giorno dopo giorno, proponendo compiti e approfondimenti e rispondendo alle domande dei partecipanti, incoraggiandoli e guidandoli.
Agenzia Vista/Alexander Jakhnagiev – Agi 

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