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Scrivere insieme le regole sulla sicurezza digitale: sedersi “allo stesso tavolo” e parlare con le istituzioni, ma soprattutto “ascoltare i cittadini”. E’ questa l’intenzione di Huawei per garantire la protezione dei dati con l’avvento della tecnologia 5G. La visione è stata espressa dai due top manager europei del colosso della telefonia: Abraham Liu, vicepresidente di Huawei per l’Europa, e Thomas Miao, Ceo per l’Italia.

“Apertura e trasparenza” sono i vocaboli più usati da Liu, durante il suo discorso a Milano, dove ha inaugurato la nuova sede al Lorenteggio Village. “Open and Transparent” sono anche le pietre miliari anche per l’apertura di tre centri dedicati a questo tema sotto il marchio cinese: dopo quello di Uk e Germania, ora anche a Bruxelles, fianco a fianco con i palazzi del potere dell’Unione: “Qualche giorno fa – ha spiegato Liu – sono stato con il vicepresidente della commissione europea (delegato al mercato unico digitale) Andrus Ansip e lui ha chiaramente detto che l’Europa sta lavorando su questo fronte, sulla cybersecurity regulation”. 

Ma qual è il punto di partenza? “Il Gdpr” secondo i manager cinesi. Proprio quella normativa europea che arriva a noi con una mail da tutti i siti in cui siamo registrati, in cui ci viene spiegato come saranno usati i nostri dati.  “Dopo il Gdpr speriamo che l’Europa stabilisca una regolamentazione simile anche per la cybersicurezza. E’ veramente la strada giusta: noi crediamo possa risolvere il problema e siamo molto propensi a partecipare a questo processo” ha affermato Liu. 

Secondo il gigante cinese però non sono solo “i fornitori di tecnologia” a dover dare delle garanzie: “Chi ha la proprietà delle informazioni deve prendere molto sul serio le preoccupazioni degli stakeholder, ma anche delle persone comuni, dei cittadini normali e dei clienti”, ha ricordato Liu, forse lanciando un velato messaggio ai competitor come Apple, e ai grandi gestori di dati come Google e Facebook.

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Compito delle istituzioni dovrà essere poi quello di “verificare gli standard industriali comuni per la cybersicurezza”. Standard comuni a cui però devono sottostare “tutti i fornitori di tecnologia, non solo noi, ma anche gli altri, quelli europei e americani” ha precisato il manager. Per fugare ogni sospetto, come le pesanti accuse di “spiare i clienti”, che sono state mosse dagli Usa, in Europa Huawei si dice “pronta a seguire qualsiasi tipo di regole che saranno fissate dai governi e dalla comunità europea”. 
Quella della cybersicurezza è infatti “una sfida sociale” perché “il 5G svolgerà un ruolo importante nella digitalizzazione, per ogni tipo di industria nei prossimi anni”.

 Nessuna preoccupazione sull’impatto della ‘cyber-tensione’ tra Usa e Cina sul mercato italiano: il Ceo Miao è convinto infatti “che il mercato italiano rimane molto aperto e molto buono per come abbiamo visto negli ultimi 10-15 anni”. E con il governo italiano “il dialogo è totale”: non solo con il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, che ha in mano la partita sul 5G “ma con tutti gli stakeholder a tutti i livelli”: “Come grande fornitore di tecnologie informatiche siamo sempre impegnati con il Governo e le istituzioni su una visione sulle strategie e l’approccio verso il futuro” ha aggiunto Miao. Le preoccupazioni sui dati? “Collaborando con i nostri partner, le istituzioni, le università troveremo tutti assieme una soluzione” conclude.

E d’altra parte proprio a Milano arriva la nuova avveniristica sede del gigante della telefonia: solo in Italia l’azienda ha 800 dipendenti, di cui l’85 per cento locali; in particolare Milano “rappresenta il giusto equilibrio fra hi-tech, design, moda e storia”. Ma l’Italia è soprattutto un avamposto per l’Europa: “Negli ultimi 18 anni Huawei e l’Europa sono cresciuti insieme e questo è il più grande mercato per la nostra azienda dopo la Cina – ha ricordato Liu -. Nell’ultimo decennio Huawei ha fornito prodotti e servizi per circa 40 miliardi di dollari nel continente, creando decine di migliaia di posti di lavoro. Inoltre in Europa sono stati realizzati 12 centri di ricerca e sviluppo con un investimento di oltre 1 miliardo di dollari”. Per il futuro il top manager ha annunciato “un investimento di 50 milioni di dollari negli OpenLabs europei”, ovvero laboratori destinati ad imprese e sviluppatori. 
 

I ricercatori del Moscow Institute of Physics, coadiuvati da colleghi svizzeri e statunitensi, hanno annunciato di essere riusciti a invertire la direzione del tempo con un computer quantistico. Il rivoluzionario esperimento, spiega l’Independent, sembra contraddire le leggi cardine della fisica e potrebbe alterare la nostra percezione dei processi che guidano l’universo.

La testata paragona l’esperimento al “rimettere nella posizione iniziale un set di palle da biliardo sparso sul tavolo” attraverso un “colpo calcolato alla precisione per riportarle alla posizione di origine”. La “macchina del tempo”, descritta in un articolo della rivista Scientific Reports, era composta da un rudimentale computer quantistico, le cui unità di informazione sono i qubit, ovvero “bit quantistici” che, oltre ai valori zero e uno, possono assumere un valore che “sovrappone” entrambi gli stati.

Dall’ordine al caos e ritorno

Durante l’esperimento, è stato lanciato un “programma di evoluzione” che ha portato i qubit a disegnare sequenze di zero e uno mutevoli e sempre più complesse, “dall’ordine al caos”. In seguito, un altro programma ha modificato la sequenza di qubit riportandola dal caos all’ordine originario.

“Abbiamo creato artificialmente uno stato che evolve in una direzione opposta alla freccia del tempo termodinamica”, ha spiegato il capo del gruppo di ricerca, Gordey Lesovik. La seconda legge della termodinamica prevede infatti che l’universo segua una sola direzione: dall’ordine al disordine. Proseguendo il paragone con il tavolo da biliardo, il risultato dell’esperimento è l’equivalente di vedere le palle tornare nel triangolo con un movimento contrario rispetto a quello che le aveva sparse sulla superficie, un qualcosa di inconcepibile secondo le regole della fisica conosciute. 

Gli scienziati sono sicuri di poter sviluppare il programma in modo tale da raggiungere risultati sempre più accurati. Al momento, con due qubit il margine di successo è dell’85%, laddove con tre qubit è del 50%. Le applicazioni pratiche dell’esperimento riguardano l’abbattimento degli errori nel collaudo dei programmi di informatica quantistica.

Quel ritornello vorrebbe che a 30 anni, oramai, si sia indirizzati su una strada definita e si siano prese le decisioni più importanti della vita. Ai trent’anni, invece, il World Wide Web ci è arrivato un po’ scombussolato, con tante cose da aggiustare: un web più umano, verrebbe da dire proseguendo nella metafora della vita. I difetti però non piacciono nemmeno al suo papà, Tim Berners-Lee, che anzi ne è molto preoccupato. Alle celebrazioni per il terzo anniversario tondo, non ha lesinato le critiche: il suo fanciullo ha tanti aspetti che devono essere rimessi a posto.

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Il 12 marzo del 1989, sulla scrivania di Mike Sendall al Cern di Ginevra, arrivò un plico di fogli: glieli aveva portati l’ingegnere informatico Berners-Lee, all’epoca 33enne. Erano la sua proposta di sistema di gestione delle informazioni contenute su computer diversi.

Tre decenni più tardi Tim è tornato in Svizzera con un appello per salvare il World Wide Web: “Ci vogliono persone che studino la matematica, che misurino e controllino come le persone interagiscono”.

Sir @timberners_lee,
Web inventor,
Director of @w3c & Founding Director of @webfoundation
#web30https://t.co/ZXG052bu68 pic.twitter.com/ActesRVwLC

— CERN (@CERN)
12 marzo 2019

La sua paura, oggi, è che il web possa incappare in una “rivoluzione sociale” che ne stravolga il senso originario: “Il sistema finanziario un giorno funziona bene e quello successivo va in crash – il paragone usato dal 63enne londinese – La mia preoccupazione è che possa accadere anche al web”. Le parole d’ordine sono “decentralizzare il web”, “privacy” e “controllo dei dati”. Trovare cioè il modo per liberare questo strumento di condivisione dalle mani che sembrano essersene impadronite, i giganti tecnologici che oggi la fanno da padrone.

Dal palco del Cern di Ginevra Tim Berners-Lee ha rilanciato la sfida al web, ribadendo che la partita oggi si gioca sul possesso delle informazioni: occorre “un cambiamento” indirizzato a “separare le app dai dati”, un passo “non molto difficile da un punto di vista tecnologico ma che rappresenta un’enorme rivoluzione sociale”.

I progetti su cui sta lavorando il fondatore del web sono due. Il primo si chiama Solid ed è un progetto di web decentralizzato attualmente in fase di sviluppo al Mit di Boston. “Gli utenti devono avere la libertà di scegliere dove vengano conservati i propri dati e chi ne abbia accesso”, si legge sul sito internet.

Il secondo è il Contratto per il web presentato al Web Summit di Lisbona lo scorso anno: “Governi, grandi aziende e gli stessi individui devono capire che devono fare delle cose per aggiustare il web, diventare responsabili”. I principi del contratto ci sono e impegnano i cittadini a un discorso civile e le aziende a rispettare la privacy e i dati personali dei consumatori e ad agire per il meglio per l’umanità contrastando il peggio.

Ora è giunto il momento di “sedersi in gruppi di lavoro e parlare, capire di che cosa si tratta nel concreto” per trovare “il giusto bilanciamento tra lasciar lavorare le grandi aziende e regolamentarle” e individuare il confine tra “libertà di espressione e discorso d’odio”, ha spiegato Berners-Lee. In prima fila, anche questa volta, ci sarà lui: “Voglio essere coinvolto nelle discussioni”, ha chiarito nel suo intervento di Ginevra. Se si tratta di realizzare il piano di salvataggio del web, il suo fondatore non vede alternativa: “Devo farlo”.

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Nel 1989 l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare era già il più grande laboratorio di fisica del mondo: luogo dove lavoravano alcune delle menti più capaci del pianeta, su computer incompatibili tra loro. Per ovviare a questo problema, Tim Berners-Lee (poi diventato Sir) immaginò una struttura unificante per collegare le informazioni tra computer diversi e nel marzo 1989 scrisse “Information Management: Una proposta”. Nel 1991 questa visione della connettività universale era diventata il World Wide Web.

Da allora, il web ha festeggiato numerose “prime volte”: il primo sito (1990), il primo ordine online per farsi portare a casa una pizza (1994), la prima connessione Internet nello spazio (2010). Quella che fu l’intuizione di Berners-Lee per ovviare a un problema prettamente logistico e interno al Cern, stava per rivelarsi una vera propria rivoluzione, degna di affiancare quella del vapore.

30 years on, what’s next for the web? Read @timberners_lee‘s letter on where we stand as a web community. It is up to us to fight for the web we want #ForTheWeb #Web30https://t.co/c5rketpZFu

— The Web Foundation (@webfoundation)
March 11, 2019

Oggi vengono prodotti circa 2,5 quintilioni di byte di informazioni ogni giorno, più o meno equivalenti a un unico film in buona qualità lungo 227 milioni di anni. Tra questi anche quelli degli italiani, di cui il 41,9 per cento è convinto che una delle caratteristiche più positive dell’avvento del web e di Internet sia che tali strumenti permettono di connettere le persone tra loro nel mondo.

A rivelarlo è uno studio condotto da Opinion Matters, che tra marzo e ottobre di quest’anno ha cercato di capire quale sia la percezione del mondo connesso nei Paesi di Europa, Medio Oriente e Africa. Lo studio, commissionato da Cisco, evidenzia come il 37 per cento degli italiani abbia dichiarato che “non potrebbe più vivere senza Internet”: affermazione che gratificherebbe senz’altro Sir Berners-Lee, a patto che venga usato per unire, anziché dividere.

Negli ultimi anni si è parlato molto delle criticità del web – o di chi lo usa più che altro -, con riferimento alle reti di bot che sui social network cercano di orientare l’opinione pubblica o dei sempre più frequenti attacchi operati da criminali informatici che mirano alle identità degli utenti. Un altro tema imperante nell’era del mondo connesso è anche quello dell’intolleranza, che si è fatta strada sul web unendo i pareri più divisivi: paradossi dell’iper-connettività.

Eppure lo studio di Opinion Matters rivela che il 59 per cento degli italiani si aspetta che Internet permetta un migliore accesso all’educazione nei prossimi 30 anni, mentre il 44 per cento vuole che diventi un mezzo per creare uguaglianza sociale. Nobili intenti, anche se la prima affermazione è anche la materia fondante di tutto il concetto di web, mentre la seconda non può che essere responsabilità di chi lo usa.

Tuttavia, la gran parte degli intervistati italiani riconosce il ruolo del web nel creare la possibilità di informarsi meglio e rimanere aggiornati (79%), oltre alle immancabili opportunità di intrattenimento (71%).

Ma guardando alle funzioni più professionali dei nostri personal computer, per oltre la metà degli italiani (51, 90%), Internet ha aumentato la produttività e permesso di lavorare in modo diverso (50,5%), mentre un terzo degli intervistati ci vede uno strumento utile ad acquisire nuove competenze (33%).

Riguardo il lavoro, il 43 per cento dei cittadini italiani riconosce che il più grande merito del web sia l’aver creato nuovo modi di lavorare, mentre per il 41 per cento ha il merito di aver connesso di più le persone e aver dato una voce per esprimersi a tutti (27%).

Ma nella ricerca uno sguardo va anche al futuro: secondo gli italiani intervistati, nei prossimi trent’anni Internet dovrebbe migliorare l’accesso all’educazione, mentre il 58 per cento vede nel web uno strumento per migliorare l’accesso ai servizi sanitari. Il 44 per cento individua nel web un mezzo per creare uguaglianza nella società o per facilitare la creazione di nuove opportunità di reddito (50%).

Ma ciò che ne sarà di Internet e del web è unicamente una responsabilità degli utenti, che oltre a usufruire di questo fantastico strumento potrebbero diventarne anche custodi. Così come un’aiuola pubblica o una piazza sono responsabilità di tutti, anche il mondo virtuale potrebbe essere oggetto delle cure di chi lo “abita” (a lungo ci hanno pensato gli hacker buoni), investendo sulla condivisione senza barriere e sulla sicurezza informatica. Potrebbe essere un’idea per un regalo di compleanno.

 

Forse nascerà un supercomputer europeo, capace di imitare il cervello umano. O forse (e non è poco) sarà battezzata una piattaforma che intreccia neuroscienze, big data, intelligenza artificiale. È lo Human brain project, un progetto decennale della Commissione europea avviato nel 2013 con un investimento da un miliardo. Per capire il suo peso, basta dire che solo un altro, quello sulla ricerca del grafene, ha ricevuto tanto.

Che cos’è lo Human brain project

Lo Human brain project coinvolge circa 120 istituti in tutta Europa e punta a costruire “un’infrastruttura di ricerca per aiutare a far progredire la neuroscienza, la medicina e l’informatica”. In occasione della Settimana del cervello (dall’11 al 17 marzo), sono state promosse alcune iniziative, tra le quali il seminario “Simulare il cervello umano”, ospitato l’11 marzo dall’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma.

A organizzarlo è stato lo European Brain Research Institute (Ebri), l’istituto dedicato allo studio delle Neuroscienze fondato da Rita Levi Montalcini, in collaborazione con Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e Istituto Superiore di Sanità. Sono tre dei 12 enti italiani che partecipano allo Human brain projec (Hbc). “L’idea – spiega all’AGI Enrico Cherubini, direttore scientifico dell’Ebri – è usare tecniche avanzate per mappare il cervello e costruirne uno ‘in silico’”. Cioè riprodurre i meccanismi cerebrali sui computer. “Si tratta di un traguardo molto ambiziosa”. Ma, afferma Cherubini, “anche se sarà difficile raggiungerlo, è già oggi un volano di buona ricerca. Quello che stiamo facendo è costruire piccoli tasselli di questo mosaico”.

Verso “un Cern del cervello”

Nel 2023, al termine del progetto, la Commissione europea vuole istituire una piattaforma tecnologica diffusa che potremmo descrivere – afferma Cherubini – come “il Cern del cervello”. Una rete europea di esperti che sta alla neuroscienza come l’organizzazione diretta da Fabiola Gianotti sta alla ricerca nucleare. In particolare, l’Ebri si occupa di “raccogliere dati sperimentali che servono a chi (come bioinformatci e matematici) costruisce modelli e algoritmi. In particolare, la nostra ricerca si concentra sull’apprendimento e sulla memoria”.

L’Istituto Superiore di Sanità si concentra invece sugli stati sonno-veglia e coscienza-non coscienza; quello Nazionale di Fisica Nucleare sulla creazione dei modelli. Sono solo frammenti del complesso mosaico previsto dallo Human brain project, composto da neuro-informatica, simulazioni (la replica dell’architettura cerebrale), analisi dei dati, “informatica medica” (che si concentra sulla gestione dei dati dei pazienti), neuro-robotica e computer neuromorfici (ispirati al cervello umano). Anche se non si dovesse mai riuscire a emulare il cervello umano nel suo complesso, è comunque importante capirne e utilizzarne alcuni meccanismi. Nel caso dei “computer neuromorfici”, ad esempio.

I chip in silicio, spiega Cherubini, “usano 7-10 volte più energia del cervello per fare operazioni simili”. Imitarlo renderebbe quindi i computer più efficienti. “Oggi si parla tanto di big data: un’enorme massa di dati va incanalata nella giusta direzione. Farlo quando si tratta di cervello è una grande sfida: il cervello umano ha 100 miliardi di neuroni, connessi tra loro e con una propria individualità. Ci consentono di pensare, apprendere, provare emozioni, governare i movimenti”.

Un esempio: la cura dell’epilessia

Lo Human brain project ha già dato risultati concreti. Uno degli esempi arriva dalla Francia. Il 30% dei pazienti affetti da epilessia è resistente ai farmaci. In questi casi, è necessario ricorrere alla chirurgia, intervenendo – spiega Cherubini – sul cosiddetto focolaio primario, cioè sul punto di partenza degli attacchi. Il 50% di chi si sottopone all’intervento è però esposto a recidiva, perché è difficile capire con precisione dove inizia la crisi. “Nell’Hbp – afferma il direttore scientifico dell’Ebri – un gruppo di ricercatori di Marsiglia ha creato un nuovo algoritmo che, grazie al machine learning, è in grado di individuare il focolaio, su base personalizzata. Messo a confronto con metodi tradizionale, ha avuto così tanto successo che, dal primo gennaio, sono iniziati i trial clinici in 12 ospedali francesi”.

Human brain project: le possibili applicazioni

Come per l’epilessia, l’intreccio tra neuroni e dati potrebbe essere utile su memoria, emozioni, stress. Uno dei possibili obiettivi del progetto europeo è la “costruzione di un enorme database, consultabile grazie agli algoritmo e per parole chiave in modo da formulare la diagnosi corretta”. Anche se lo Human brain project non è concentrato sulle malattie, potrebbe quindi dare un contributo sostanzioso. Ad esempio contro l’Alzheimer: “Il database potrebbe facilitare l’identificazione di marcatori per scoprire la malattia prima che sia conclamata. Questa è la sfida: fare diagnosi precoci per intervenire il prima possibile e ridurre le complicazioni”.

Quando si parla di algoritmi e dati sanitari, la sicurezza non può essere tralasciata. “Tra i sotto-progetti dell’Hbp – sottolinea Cherubini – uno riguarda l’etica. Quindi non solo la sicurezza dei dati ma anche, tra le altre cose, il rapporto tra robot e pazienti”. “Fa parte del nucleo del progetto – si legge sul sito dello Human brain project – promuovere pratiche di ricerca e innovazione responsabili e contribuire a modellare la direzione dello Hbp in modi eticamente sani che servano l’interesse pubblico”. In questo percorso, l’Ebri è una delle eccellenze coinvolte. È un piccolo istituto privato, con 60 persone e ricercatori con età media di 35-40 anni. Ma deve fare i conti con i problemi economici con cui si confronta la ricerca italiana, soprattutto da quando – nel 2012 – è scomparsa Rita Levi Montalcini. Il premio Nobel era anche una personalità capace di attirare fondi. Oggi l’Ebri vive di contributi e grant. E riceve dallo Stato solo un milione di euro.

“È ora di fare a pezzi Amazon, Google e Facebook”. La traduzione è un po’ rozza ma letterale: fare a pezzi, break up. Lo sticker su fondo verdino e caratteri neri campeggia sul post apparso su Medium l’8 marzo. Per essere la festa internazionale delle donne, la tostissima Elizabeth Warren non poteva scegliere un modo migliore forse: dichiarare la guerra finale allo strapotere della Silicon Valley. Se nel 2020 sarò eletta alla Casa Bianca, è il messaggio, questa cosa finirà. Elizabeth ha sfidato Golia.

Elizabeth Ann Warren (qui un profilo notevole a cura del New Yorker) compirà 70 anni a giugno. Dal 2013 è una senatrice del Massachusetts per i democratici, un seggio conquistato dopo aver trascorso una vita a combattere i privilegi delle banche e di Wall Street, soprattutto dopo la grave crisi finanziaria del 2008. I suoi avversari la descrivono come una populista di sinistra ma è una semplificazione eccessiva. Anche perché la Warren fino al 1994 aveva sempre votato per i repubblicani; e sostiene di aver cambiato campo proprio per poter difendere meglio la classe media dallo strapotere delle grandi organizzazioni finanziaria. Il 9 febbraio scorso, nel corso di un evento a Lawrence, in Massachusetts, si è candidata per diventare la sfidante democratica di Donald Trump per la presidenza degli Stati Uniti. E un mese esatto dopo, ha sganciato la sua “bomba” sulla Silicon Valley.

Una “bomba” per certi versi prevista: sono molti mesi che a livello accademico si discute di come arginare il potere eccessivo e distorsivo dei mercati e della democrazia delle “tech companies” americane. Ma imprevista se consideriamo il mittente. Elizabeth Warren, autorevole candidata democratica alla Casa Bianca. Il fatto è che sono dieci anni che i democratici sono perdutamente innamorati della Silicon Valley e del magico potere della rete di creare un mondo migliore. Anzi di più: sono venticinque anni. Negli anni ‘90 fu il vice presidente Al Gore (il presidente era Bill Clinton), il primo a dire che il futuro passava per le autostrade informatiche di Internet, quando Internet ancora era roba per nerd (al punto che ancora oggi molti in America sono convinti che Internet l’abbia inventata Al Gore).

 

E il 14 novembre 2017, il candidato alla Casa Bianca Barack Obama, mentre dimostrava a tutti il potere di Facebook in campagna elettorale, fece una celebre tappa al quartier generale di Google, a Mountain View, preludio della lunga luna di miele del presidente con le grandi aziende della Silicon Valley. “Se i miei avversari investiranno i loro soldi negli spot tv, io userò YouTube” disse il candidato democratico mandando in visibilio l’amministratore delegato di Google che lo intervistava sul palco.

Game over. Quella storia è finita, scrive Elizabeth Warren, nel suo lungo post su Medium (sette minuti per leggerlo, ma in Silicon Valley qualcuno lo ha riletto almeno dieci volte secondo me). “Venticinque anni fa Facebook, Google e Amazon non esistevano. Oggi sono tra le società più importanti del mondo. Una grande storia, ma che dimostra perché il governo degli Stati Uniti adesso debba spezzare i loro monopoli e riaprire i mercati alla competizione”. 

Per spiegarlo la Warren ricorre ad un precedente importante. Quello che accadde a Microsoft negli anni ‘90: “Era un gigante tecnologico a quei tempi”, scrive la Warren. In realtà lo è anche oggi. Ma allora la società di Bill Gates era il numero uno assoluto. Il suo sistema operativo era in quasi tutti i computer e il suo browser era il più usato per navigare il web che stava nascendo. Il governo federale aprì una inchiesta contro Microsoft per violazione delle legge antitrust. Senza quella inchiesta, è storia nota, non sarebbe nato Google e forse neanche Facebook. Scrive la Warren: “Questa storia dimostra che promuovere la concorrenza è importante ed apre la strada a nuove aziende che possono offrire servizi e prodotti migliori. Oppure preferivate usare Bing come motore di ricerca?”. (Bing è il motore di ricerca che invano Microsoft ha provato a imporre al mercato).

Quello che accade oggi, secondo la Warren, è il contrario: la grandi aziende tecnologiche hanno troppo potere nell’economia, nella società e nella democrazia. Rispetto alla concorrenza, si sono comportate come bulldozer, l’hanno demolita. Comprandosi i comptetitor o mandandoli fuori mercato. E questo non ha danneggiato sono noi utenti, ma ha impantanato l’innovazione. Nessun investe più su una azienda che possa sfidare Amazon, Facebook e Google. Partita persa. “La metà di tutto il commercio elettronico passa attraverso Amazon, il 70 per cento del traffico Internet è su siti gestiti o di proprietà di Google e Facebook… Queste aziende hanno un potere enorme sulla nostra vita digitale”. (su questi dati c’è stata un po’ di maretta, alcuni hanno notato che un contro è il traffico dati per gli Stati Uniti, un altro se consideriamo il mondo intero).

La Warren non si limita alla denuncia, ma spiega nel dettaglio quali cambi strutturali ci saranno se diventerà presidente degli Stati Uniti (la prima donna, tra l’altro). Si tratta di rovesciare quei meccanismi che hanno consentito un simile accumulo di potere. Il primo: l’utilizzo delle fusioni per limitare la concorrenza. Esempi: Facebook che compra Whatsapp e Instagram; Amazon che costringe una bella azienda come Diapers (pannolini e saponi) a farsi acquisire ad un prezzo più basso del valore di mercato (nel 2010; nel 2017 è sparita); Google che ingloba due possibili avversari, la startup israeliana di mappe di navigazione Waze e la piattaforma di pubblicità online DoubleClick. “Il governo invece di impedire queste operazioni che nel lungo periodo danneggiavano il mercato e l’innovazione, le ha incoraggiate”.

Il secondo meccanismo che la Warren individua quale strumento che danneggia la concorrenza, è l’abuso del potere delle piattaforme. Esempi: Amazon vende prodotti di terzi, ma a volte li copia e li vende a un prezzo più basso; e Google nei risultati del motore di ricerca, privilegia i prodotti con cui ha stretto accordi commerciali danneggiando competitor come Yelp (pratica questa sanzionata dall’Unione Europea).

Morale: “I venture capitalists hanno paura di investire in startup che già sanno che verranno schiacciate o comprate dalle big tech”. Un numero: dal 2012 ad oggi i round iniziali di finanziamento di startup sono calati del 22 per cento. Meno startup vuol dire meno competizione, meno innovazione. E dall’altra parte un gruppo di grandi aziende che possono “agire come “bulli” nei confronti del potere politico per avere immensi incentivi fiscali con i soldi dei cittadini” (vedi il recente caso New York City- Amazon).

Quello che la Warren propone è strada che ha sempre avuto cittadinanza nella storia degli Stati Uniti: “spezzare” le aziende quando diventano monopoli di fatto per assicurare servizi migliori a prezzi più bassi e ridare fiato all’innovazione, vero motore del progresso. Gli esempi che cita la senatrice sono famosi: la compagnia petrolifera Standard Oil, la banca JpMorgan, le ferrovie, la compagnia telefonica AT&T. Tutti trust che sono stati divisi per il bene comune.

La prima cosa che accadrà con la Warren alla Casa Bianca sarà il varo di una legge che stabilisce le condizioni per cui alcuni colossi tecnologici possono essere considerati “piattaforme che forniscono servizi di pubblica utilità”, e per questo motivo, separate dal resto delle attività societarie. Sopra i 25 miliardi di fatturato globale (limite ampiamente superato dalle tre aziende nel mirino della Warren), un marketplace, un mercato di annunci pubblicitari o uno strumento per unire terze parti, verranno considerati “platform utilities”. E in virtù di ciò non potranno detenere altre aziende che operano sulla piattaforma. Tradotto: Amazon Marketplace, Google AD Exchange e Google Search diventeranno “platform utilities” e saranno separate dal resto dei rispettivi gruppi.

La seconda cosa sarà rigettare fusioni e acquisizioni che hanno distorto il mercato. Qui gli esempi sono notissimi. Per Amazon, si tratta di vietare retroattivamente l’acquisizione di Whole Foods e Zappos; per Google, come abbiamo visto, di Waze e DoubleClick; per Facebook, sarebbero bocciate le operazioni con WhatsApp e Instagram. Indietro tutta.

Insomma, una rivoluzione. La Warren se ne rende conto. Ha scelto il potere più grande che c’è oggi e l’ha sfidato. Ma la Silicon Valley non è soltanto un potere: lo è perché fornisce ad alcuni miliardi di abitanti del pianeta terra servizi considerati essenziali. Li perderemo? La senatrice sa che è questa la domanda che molti le faranno, questo sarà l’argomento usato dai suoi avversari in campagna elettorale. E prova a smontarlo subito: “Come sarà Internet dopo queste riforme?” si chiede. “Ecco cosa non cambierà: Potrete ancora andare su Google e fare le vostre ricerche; e su Amazon troverete ancora trenta modelli diversi di macchina del caffè che potreste avere a casa in due giorni; e su Facebook avrete ancora la possibilità di scoprire cosa sta facendo un vostro vecchio compagno di scuola”.

Ma ecco invece cosa cambierà: “Le piccole aziende potranno vendere i loro prodotti su Amazon senza il timore di essere sbattuti fuori dal mercato; Google non danneggerà i suoi concorrenti penalizzando i loro prodotti con il motore di ricerca; e Facebook sarà sfidato da Instagram e Whatsapp a fornire una protezione vera della privacy degli utenti. E gli startupper avranno una chanche di giocarsela con i giganti tecnologici”.

E questo è solo l’inizio, conclude la Warren: poi occorre rimettere il controllo dei dati personali nelle mani degli utenti; ridare ai giornali la possibilità di fare introiti adeguati con le notizie su cui invece guadagnano troppo Google e Facebook; fare in modo che la Russia, o altre potenze, non provino a manipolare l’opinione pubblica usando i social network.

Il piano per fare a pezzi Amazon, Google e Facebook è lanciato. Qualcuno dice che è una idiozia (il Washington Examiner), per altri è sacrosanto (The Week Magazine). Secondo il Washington Post (che è di proprietà di Jeff Bezos, il fondatore e amministratore delegato di Amazon), funzionerà meglio come argomento da campagna elettorale che come una politica che può realmente essere realizzata. Anche secondo gli esperti sentiti da TIME non sarà facile mantenere l’impegno una volta alla Casa Bianca. Mentre l’autorevole sito della Silicon Valley Slate avverte che sono già partite le grandi manovre per disinnescare l’attacco.

L’unico che tace è Donald Trump. Detesta la Warren, ma non di più di quanto un paio di anni fa detestasse i nuovi ricchi della Silicon Valley, che durante la campagna elettorale si erano tutti schierati (finanziandola) per la sua avversaria Hillary Clinton (tutti tranne Peter Thiel, va detto). Leggendo il manifesto della senatrice democratica, forse il presidente in carica avrà pensato che avrebbe dovuto lanciarla lui la sfida alla Silicon Valley, paladina dichiarata del valore dell’immigrazione (ricordate la campagna per i Dreamers?) mentre lui sogna un muro chilometrico con il Messico.

Quale occasione migliore per regolare i conti con l’odiato Jeff Bezos? E con i due super obamiani fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin? E con quel Mark Zuckerberg che si comporta come se fosse più importante del presidente degli Stati Uniti? Adesso non può più farlo, ma da qui a passare dalla parte opposta e difenderli ce ne passa. Anche perché fare a pezzi le big tech della Silicon Valley vuol dire fare un favore alla Cina e alla sua big tech, proprio quando sul digitale ha innescato la freccia del sorpasso come dimostra la vicenda del 5G e di Huawei.

E poi questo della “west coast” è un mondo che Trump, cresciuto fra New York e la Florida, non conosce davvero e non capisce nemmeno, in fondo. Qualche giorno fa durante una riunione di un comitato sull’occupazione alla Casa Bianca, nel ringraziare l’amministratore delegato di Apple Tim Cook per quello che sta facendo sul tema, lo ha chiamato “Tim Apple”. Al ché Cook gli ha dato la mano e come sommo sberleffo si è affrettato a cambiare il suo nome su Twitter: dopo Tim adesso c’è solo la mela di Apple, a imperitura memoria della gaffe presidenziale. Per inciso: l’unico gigante tecnologico mai citato dalla senatrice Warren è proprio l’azienda fondata da Steve Jobs. Ci sono almeno cinque buone ragioni per cui la Apple non è nel mirino della politica. Tim Apple può stare sereno.

Ancora una volta, gli hacker prendono di mira la pubblica amministrazione. I criminali informatici di LulzSecIta – frangia che fa parte del più noto collettivo Anonymous – si sono introdotti nei sistemi informatici della Motorizzazione Civile di Roma, dai quali ha potuto scaricare una lista di credenziali di accesso. In un documento, reso pubblico sul loro blog, sono presenti 333 voci, che sembrano essere per lo più afferenti a indirizzi mail istituzionali del ministero dei Trasporti.

Anche se la maggioranza delle password pubblicate è criptata – metodo che permette di convertire un testo in un codice di numeri e lettere -, la funzione utilizzata sembra essere poco robusta e facilmente decifrabile con strumenti informatici gratuiti disponibili online. Per circa cinquanta degli account pubblicati, le password sono già leggibili in chiaro e quindi ulteriormente esposte. Contattata da Agi per un commento, la Motorizzazione Civile di Roma non ha immediatamente risposto.

Che facciamo, le togliamo la patente a @virginiaraggi?#Motorizzazione #Hacked
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— LulzSecITA (@LulzSec_ITA)
March 8, 2019

Reso noto attraverso il profilo Twitter LulzSecIta (uno dei canali comunemente usati dagli hacker), l’attacco è stato condotto da uno dei più attivi gruppi di criminali informatici italiani. In un comunicato dichiarano: “oggi vogliamo concentrarci sulle automobili, sempre nel nostro impegno verso un mondo più pulito. Nel 2019 è inconcepibile che la gran parte delle automobili funzioni ancora a combustibile fossile, e che gli incentivi verso forme di energia più pulite siano inutili o inesistenti nella maggior parte dei casi. Per questo motivo, con forza diciamo NO ad una politica incentrata sul petrolio, causa di disastri ambientali, e di innumerevoli guerre nel mondo”.

A differenza di precedenti operazioni rivendicate da Anonymous, questa volta l’iniziativa parte da uno solo dei gruppi che compongono il collettivo. Con la più ampia #OperationGreenRights, negli scorsi mesi i banditi digitali avevano rivendicano l’intenzione di mettere sotto pressione aziende, istituzioni e pubbliche amministrazioni affinché rispettassero l’ambiente e la salute pubblica. Iniziata a novembre con l’attacco ai sistemi dell’Ilva, di alcune aziende del comparto energetico e di Confindustria Alto Milanese, la campagna ha colpito il portale del ministero dell’Ambiente il 21 febbraio, costringendolo a una totale chiusura al pubblico durata cinque giorni.

L’operazione condotta dagli hacker di LulzSec dimostra nuovamente la fragilità del perimetro digitale del Paese, evidentemente esposto alle iniziative dei criminali informatici. Ma se le operazioni di Anonymous vengono generalmente rese pubbliche, forzando istituzioni e pubbliche amministrazioni a rendere più sicuri i propri sistemi, dovrebbero preoccupare di più le iniziative di gruppi che potrebbero aggirarsi silenziosamente in sistemi critici e infrastrutture strategiche senza rivelare la loro presenza

Innovazione è la parola d’ordine di un ecosistema in cui la competizione si gioca su scala globale. Per riuscire a innestare la marcia giusta per trovare soluzioni alternative nei propri business, tuttavia, le aziende non possono più limitarsi ad assumere i cervelli migliori: serve una cultura dell’uguaglianza.

È quanto emerge da uno studio condotto da Accenture: la ricerca, nata da un sondaggio rivolto a 18.200 tra manager e dipendenti di aziende di 27 Paesi tra cui l’Italia, prova anche a offrire una stima dei vantaggi economici derivanti da ambienti di lavoro dove le opportunità siano uguali per tutti.

Se le aziende incoraggiassero i propri dipendenti ad innovare, in dieci anni il Pil globale potrebbe aumentare di 8 trilioni, cioè 8 miliardi di miliardi di dollari. Stime fantascientifiche ma che rivelano come il motore economico, oggi più che un tempo, risieda nella capacità di modificare i processi produttivi tradizionali.

Per innovare serve una cultura dell’uguaglianza: ecco come

Sviluppare una cultura dell’uguaglianza sul posto di lavoro, si legge nel rapporto Getting to equal 2019, significa offrire “a tutti le stesse condizioni per avanzare professionalmente”.

Accenture ha individuato 40 fattori, racchiudendoli in tre macro-categorie: un ambiente responsabilizzante, che offra quindi la libertà di essere creativi e di lavorare in maniera flessibile; una leadership coraggiosa che ponga l’uguaglianza in termini di obiettivi misurabili; infine, un’azione inclusiva che supporti gli interessi di tutti, cancellando i pregiudizi che rappresentano le barriere di accesso al lavoro.

Sono questi i cardini per innovare: una cultura dell’uguaglianza, secondo lo studio, sarebbe la condizione per sviluppare una mentalità innovativa, che poi altro non è che avere la libertà di sperimentare, di mettere a punto e testare nuove idee senza il timore del fallimento, di usare nuovi strumenti e di guardare dentro e fuori dalla propria organizzazione per cercare nuovi spunti.

Già oggi, sostiene Accenture, questa capacità d’innovazione è sei volte più marcata nelle società dove l’uguaglianza viene rispettata. In Italia il 46% degli intervistati sostiene di non avere impedimenti ad innovare, un dato che precipita al 4% nelle culture con minor propensione alle pari opportunità.

 

Tutti pensiamo che innovare sia importante, ma non tutti lo fanno

“Innovare è bello”: su questo sembra che quasi tutti siano d’accordo. Il sondaggio rivela infatti che il 95% dei dirigenti pensa che sia vitale per sopravvivere nella competizione, e il 91% dei dipendenti desideri contribuire. Ma non c’è convergenza quando, invece che di intenzioni, si parla di innovare per davvero: mentre tre manager su quattro sono convinti di aver innescato una spirale di cambiamento nella propria azienda, meno di un lavoratore su due ritiene di essere aiutato a farlo. Come a dire che a parole siamo tutti innovatori, ma alla prova dei fatti gli effetti non sono proprio gli stessi.

La ragione potrebbe risiedere negli incentivi offerti ai dipendenti: più che un bonus in busta paga, ciò che serve è proprio la cultura dell’uguaglianza. Che in questo caso si traduce nel coinvolgimento diretto del personale nelle strategie societarie.

La capacità delle intelligenze artificiali di individuare un pedone potrebbe essere condizionata da un pregiudizio razziale. A rivelarlo è uno studio pubblicato da un gruppo di ricercatori del Georgia Institute of Technology, che hanno verificato la capacità degli algoritmi che governano le automobili a guida autonoma di rilevare un pedone in base al colore della pelle. Secondo i test condotti dagli studiosi, il rilevamento dei pedoni dalla pelle scura è stato meno accurato del 5 per cento rispetto a quello dei pedoni di colore chiara, a causa di un pregiudizio nei casi studiati dall’intelligenza artificiale. 

Come fa un algoritmo a essere razzista

Le intelligenze artificiali hanno la caratteristica di imparare dalle informazioni che vengono loro fornite. Nello specifico, sistemi il cui ambito di analisi è visivo, come quelli delle automobili a guida autonoma, imparano a riconoscere gli oggetti sulla base di grandi set di dati con i quali vengono addestrati.

Per svolgere la loro ricerca, gli autori dello studio hanno utilizzato archivi di immagini di pedoni pubblicamente disponibili e ne hanno diviso i soggetti sulla base della scala Fitzpatrick, metro di misurazione del colore della pelle.

Successivamente gli studiosi testato otto diversi sistemi di riconoscimento delle immagini, verificando che questi erano significativamente più capaci di riconoscere i soggetti dalla pelle chiara rispetto a quelli dalla pelle scura.

Il problema è nei dati

Tuttavia, l’esperimento è stato condotto su intelligenze artificiali utilizzate in ambito accademico e non sugli algoritmi effettivamente impiegati in ambito automobilistico, dal momento che non vengono messi a disposizione del mondo accademico. La ricerca inoltre non è stata sottoposta a peer-review. Come ha commentato su Twitter Kate Crawford, condirettrice del Now Research Institute sulle intelligenze artificiali, “in un mondo ideale gli accademici testerebbero i modelli e i dati utilizzati effettivamente dalle case automobilistiche. Ma dal momento che non sono mai stati resi disponibili (un problema di per sé), studi come questo offrono un’idea rilevante di quali siano i veri rischi”.

I agree – in an ideal world, academics would be testing the actual models and training sets used by autonomous car manufacturers. But given those are never made available (a problem in itself), papers like these offer strong insights into very real risks.

— Kate Crawford (@katecrawford)
February 28, 2019

Come prevenire i pregiudizi algoritmici

Come evidenziato nello studio, il problema principale è di far sì che l’intelligenza artificiale venga istruita sulla base di dataset più inclusivi. Se gli archivi di informazioni con le quali l’algoritmo viene istruito hanno una maggiore presenza di persone dalla pelle bianca, il processo di machine learning (autoapprendimento della macchina), farà sì che siano soprattutto questi a essere riconosciuti. A tal proposito, come evidenziato anche da Vox, una soluzione potrebbe essere quella di creare team di ricercatori specificamente eterogenei per genere e colore della pelle. In questo modo potrebbero essere gli stessi ricercatori a riscontrare e correggere i potenziali bias (pregiudizi) in cui potrebbero incorrere i sistemi di guida autonoma.

 

 

 

 

 

Nel 1869 comparve la prima Tavola Periodica. A inventarla e presentarla fu Dmitrij Ivanoviè Mendeleev che, al tempo, non poteva certamente immaginare quanto sarebbero stati fondamentali questi elementi per il progresso tecnologico dell’uomo. Per produrre uno smartphone, ad esempio, ce ne vogliono all’incirca quaranta. Dal Carbonio (C) all’Idrogeno (H), dal Germanio (Ge) al Silicio (Si). Ma non tutti godono di buona salute. Alcuni fondamentali, come il Litio (Li) necessario per le batterie, i cui depositi si trovano solo in alcuni paesi dell’America del Sud e in Australia, stanno diventando sempre più rari. 

L’EuChems (European Chemical Society) ha accolto la proposta di un ricercatore italiano, Nicola Armaroli, per creare la prima “Tavola Periodica dell’Abbondanza”. Una sorta di memorandum in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla limitatezza delle riserve mondiali di alcuni elementi.

Un modo per far ragionare sulla complessità che alcuni oggetti di uso quotidiano. La versione italiana del progetto è stata invece elaborata dalla Società Chimica Italiana, in collaborazione con Zanichelli, ed è consultabile gratuitamente online

La Tavola dell’Abbondanza

All’interno di questa mappa così particolare i 90 elementi principali sono distinti per aree e colore in base a due parametri fondamentali: la quantità relativa ancora disponibile tra le risorse e il rischio di esaurimento. Ed è proprio a causa di questi parametri che si deforma in base all’informazione ricercata. 

È stato lo stesso autore a spiegarne le caratteristiche: “Si tratta di una tavola periodica un po’ particolare. Non ci sono numeri, elettroni, livelli, orbitali, pesi atomici, ma un solo dato: la quantità di risorse. Viviamo in una società che ha una intensificazione della dimensione materiale straordinaria e preoccupante. C’è quindi una certa urgenza di allargare la visione della tavola ai temi sempre più attuali delle risorse e della sostenibilità ambientale”.  .

Non si tratta quindi solo di un esperimento chimico-scientifico. Accanto ci sono riflessioni evidenti di carattere economico e sociale: l’indio (In), un elemento che fino a 30 anni fa sembrava inutile, oggi è indispensabile per la produzione di schermi ad alta definizione e touch screen. Eppure si trova soltanto in Estremo Oriente, ovvero in Cina, Giappone e Corea del Sud.

Ma anche elementi più noti al grande pubblico, come l’argento (Ag) e il gallio (Ga), sempre presenti nei nostri smartphone, hanno una aspettativa di vita di circa 100 anni. Una prospettiva che rende il loro riciclo l’unica soluzione per non esaurire le riserve.

Le iniziative di Zanichelli​​

Zanichelli, la casa editrice da oltre 150 anni impegnata nella didattica e nella divulgazione scientifica, ha lanciato una serie di iniziative per celebrare il Sistema di Mendeleev, tra cui un tour per gli insegnanti delle scuole e progetti multimediali. “Nei nostri incontri, – spiega ancora Armaroli – facciamo innanzitutto notare che nel 1990 in una casa media si contavano circa venti elementi chimici mentre oggi ne abbiamo una quarantina solo nel palmo di una mano. Lo smartphone è quindi da un lato un caso interessante di dematerializzazione tecnologica, perché sostituisce in unica soluzione moltissimi oggetti. D’altro canto, per realizzare questa meraviglia dobbiamo scavare, letteralmente, nella tavola periodica”.

Accanto a questa versione speciale, Zanichelli ha creato un sito apposito per consultarne una più classica nella forma e più interattiva nella fruizione. Oltre a ciò è disponibile anche una app gratuita disponibile per smartphone e tablet, scaricabile dai principali store online, con una versione “kids” per le scuole secondarie di primo grado.

Cliccando su ogni elemento sarà possibile conoscerne le caratteristiche principali più alcuni utilizzi particolari e inaspettati. Con tanto di esercizi e giochi che possono diventare uno strumento utile d’interazione in classe.

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