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Criticare l’azienda per cui si lavora su Facebook può portare dritti, dritti al licenziamento per giusta causa. Non è così se lo si fa in una chat privata. A giugno la Cassazione si era pronunciata su una vicenda del 2012 stabilendo in modo definitivo che no, non ci si può lamentare del proprio datore di lavoro in un luogo pubblico quale è considerata la bacheca di Facebook. Un'altra sentenza di settembre ha specificato che le cose cambiano se si dà addosso al capo in una conversazione privata, quale deve essere considerata una chat (anche con più di due partecipanti). Per capire le differenze tra i due casi bisogna ricostruire le due vicende.

Leggi anche su Repubblica: Insulti i capi in chat. Reintegrato. Cassazione: "Sono conversazioni private"

L'impiegata

Una dipendente di una azienda di Forlì si sfogata così sulla propria bacheca di Facebook: “Mi sono rotta i coglioni di questo posto di merda e della proprietà”. Peccato che tra i suoi 'amici' ci fosse anche il legale della società. Risultato: licenziamento in tronco. La sanzione viene confermata il primo e secondo grado e ad aprile era arrivata anche la sentenza della Cassazione.

Il sindacalista

Una guardia giurata, dipendente di una società di sicurezza, si era riferito all'amministratore delegato dell'azienda usando parole offensive, in una conversazione nel gruppo Facebook del sindacato. La schermata della chat era stata stampata e inviata all'azienda da un anonimo e il sindacalista era stato licenziato. Il provvedimento era stato annullato dalla Corte d'appello di Lecce e la Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda contro la decisione dei giudici di secondo grado: il dipendente dovrà essere reintegrato e risarcito.

Leggi anche l'articolo di TgCom24

Le differenze tra le due vicende

Due casi che sembrano avere gli stessi presupposti, ma sono in realtà profondamente diversi: l'unica cosa che hanno in comune è l'uso di una piattaforma social.

Nel caso dell'impiegata “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l'uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone pertanto la condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo”. In sostanza scrivere una cosa sulla bacheca Facebook è come dirla in una piazza, con l'aggravante di non sapere quanta gente sta ad ascoltarci.

Nel caso del sindacalista, invece, la tutela della "segretezza" delle comunicazioni riguarda anche le mailing list, le newsgroup e le chat, da considerare "alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile". Per questo i messaggi diffusi all'interno di gruppi ristretti come le chat (anche collettive). Secondo la Cassazione, chat e mailing list devono essere considerate "corrispondenza inviolabile" e quindi sono incompatibili con la diffamazione" che presuppone "la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell'ambiente sociale". In particolare alla conversazione partecipavano gli iscritti al sindacato e bisogna considerarla "privata e riservata" e le parole usate "uno sfogo in un ambiente ad accesso limitato". Non solo: sfogarsi in quel contesto, secondo i giudici, è "riconducibile piuttosto alla libertà, costituzionalmente garantita, di comunicare riservatamente".

I precedenti

Non è la prima volta che un dipendente perde il lavoro a causa di un utilizzo incosciente dei social network. Nel 2015 era toccato a una dipendente di una mensa scolastica di Nichelino, in provincia di Torino. La donna aveva condiviso sul profilo Facebook – con tanto di restrizioni legate alla privacy – il post di un politico contenente la foto di un piatto di polenta destinato agli alunni contenente un insetto. “Mah…io una polenta con aggiunta di scarafaggi non la mangerei volentieri”, aveva commentato la donna che guadagnava 370 euro al mese. Via dall’azienda.

Nel 2012, invece, un operaio abruzzese era stato adescato sul social dal proprio capo sotto mentite spoglie. Spacciandosi per una donna, il responsabile aveva appurato che l’uomo preferiva chattare con la signora invece di fare il suo lavoro. Anche in quel caso, la Cassazione aveva ritenuto giusto il licenziamento e l’investigazione, considerati anche i precedenti: “Il lavoratore – si legge nella sentenza – era stato sorpreso a telefono lontano dalla pressa cui era addetto”.

Un vademecum

Ma cosa si può scrivere e cosa no sui social? Il sito Workengo prova a stilare un vademecum in 4 punti:

  1. Intanto bisogna ricordarsi che Facebook in realtà è un luogo pubblico, e va trattato di conseguenza, con prudenza ed accortezza, evitando di pubblicare contenuti che possano nuocere all’immagine e reputazione della propria azienda.
  2. Denigrare il proprio datore di lavoro o superiori non è esattamente una mossa da Napoleone! Anzi, porta a un licenziamento in tronco pienamente in linea con l’articolo 2.105 del codice civile, che si instaura al momento dell’assunzione e decade solo quando il contratto di lavoro è cessato, e che prevede la fedeltà all’azienda.
  3. Anche usare troppo i social durante l’orario di lavoro non è una grande idea, dal momento che i computer ed i dispositivi se appartengono all’azienda, non danno alcun adito ad eventuali proteste sull’invasione della privacy, tipiche di chi contesta sanzioni o licenziamenti per l’eccesso di attività su Facebook o altri social.
  4. Se poi siete assenti da lavoro e pubblicate foto mentre fate aperitivo o siete al mare invece di essere sotto le coperte e stravolti dalla febbre come avevate assicurato, beh…non si può dire che il vostro licenziamento sia immotivato da molteplici punti di vista.

È una nuova tecnologia, si chiama Wireless Noise-Cancel e promette di rivoluzionare la nostra personalissima percezione del suono quando indossiamo le cuffie. Cuffie che, tecnologia promette, non avranno più bisogno di cavi per collegarsi ad un dispositivo né tantomeno coprirci mezza testa per isolarci dai suoni esterni, anzi, l’isolamento acustico sarà praticamente totale. Ed è questa in realtà la vera nuova evoluzione presentata a Budapest alla conferenza ACM SIGCOMM, dalla facoltà di ingegneria elettronica e informatica dell'Università dell'Illinois.

Cos'è Mute

È lì infatti che uno studente, Sheng Shen, sta sviluppando MUTE, un sistema che sfrutta la velocità dei segnali della rete wireless, capaci di viaggiare un milione di volte più velocemente delle onde sonore. La rivista IEEE Spectrum ci racconta come funziona: “Shen ei suoi colleghi hanno strappato i microfoni solitamente incorporati dall'auricolare per creare un sistema di cancellazione del rumore, chiamato MUTE, con componenti fisicamente separati collegati tramite una rete wireless.

I microfoni esterni sono posizionati più vicino alle sorgenti di rumore; potresti metterne uno, per esempio, sulla porta dell'ufficio se le persone tendono a chiacchierare fuori. Poiché il segnale wireless arriva con largo anticipo rispetto alle onde sonore provenienti dalla porta, questo dà al sistema MUTE più tempo per elaborare i suoni in entrata e calcolare i corrispondenti segnali antirumore. Il vantaggio temporale di avere le prime informazioni sui "suoni futuri" può significare avere diversi millisecondi – centinaia di volte più lunghi rispetto alle decine di microsecondi disponibili per le cuffie convenzionali – per eseguire i necessari calcoli di cancellazione del rumore”.

I primi test di laboratorio suggeriscono che la nuova tecnologia potrebbe superare le prestazioni di una cuffia con cancellazione del rumore premium come Bose QuietComfort 35 Smart Headphone. MUTE non sarà un classico auricolare ma verrà progettato con un arco come quelle cuffiette che si incastrano all’esterno dell’orecchio, di quelle, ideali per fare sport, che molti non sopportano, ma che in realtà sono decisamente più salutari; infatti a differenza degli auricolari classici non tappano totalmente il condotto uditivo.

MUTE vince a mani basse ogni singolo confronto con le migliori cuffie in commercio ma al momento ha un unico difetto: l’isolamento dai rumori mentre parliamo funziona solo in ambienti interni naturali con un'unica fonte di rumore dominante, come una persona che chiacchiera al telefono o la musica che suona da un altoparlante.

I ricercatori desiderano estendere la cancellazione del rumore di MUTE a più fonti di rumore con l'aiuto di diversi microfoni wireless e algoritmi di separazione della sorgente in grado di distinguere i rumori. Altro difetto da superare è la portabilità, MUTE al momento non è applicabile ai nostri smartphone, o meglio, lo è ma la struttura è troppo grande, quindi è più indicata, ma solo al momento, per l’uso in interno. Ma la preoccupazione più grossa è quella relativa alla privacy: l’utilizzo della rete wireless rende più facile l’intercettazione della chiamata stessa. Ciò non toglie che questa sarà la tecnologia del futuro e si lavora affinché possa sbarcare sul mercato al più presto.

Il 22 agosto, il satellite ADM-Aeolus dell’Agenzia spaziale europea (Esa) è stato lanciato in orbita con successo dalla base di Kourou, nella Guyana francese. Il progetto è il quinto tra le missioni principali della serie Earth Explorer dell’Esa, che studiano le componenti atmosferiche e l’impatto dell’essere umano sull’ambiente.

Aeolus – la cui missione è costata in tutto circa 500 milioni di euroha l’obiettivo di migliorare le previsioni meteorologiche, grazie a una mappatura dei venti a livello globale. Girerà intorno alla Terra per i prossimi tre anni a 320 chilometri di altitudine: una distanza relativamente bassa rispetto a quella degli oltre 1.800 satelliti che sorvolano attualmente il nostro pianeta, anche ad altezze di decine di migliaia di chilometri.

Il progetto ha avuto una gestazione lunga e complicata, soprattutto per la realizzazione dello strumento principale a bordo del satellite: un dispositivo lidar (Light Detection and Ranging) che consente di stabilire quanto è distante un oggetto, la sua velocità e la sua composizione chimica grazie all’emissione di un impulso laser. In pratica, il funzionamento di un lidar è simile a quello di un radar, solo che il primo usa la luce ultravioletta invece delle onde radio

La sfida tecnologica di Aeolus stava nel riuscire a mettere una tecnologia simile sopra a un satellite e di assicurarsi che funzionasse a lungo nello Spazio: per vincerla, sono serviti oltre quindici anni di ricerche. Visti i continui rinvii del lancio, in diversi avevano cominciato a pensare che la sua realizzazione fosse addirittura «impossibile», come ha spiegato alla BBC Josef Aschbacher, direttore del Centro Esa per l’Osservazione della Terra.

Ma ora Aeolus è finalmente in orbita, e punta verso la Terra un lidar chiamato Aladin (Atmospheric LAser Doppler INstrument), r ealizzato in Italia da Leonardo  e costituito principalmente da tre componenti.

Il primo è appunto un sistema laser che dirige una serie di impulsi ultravioletti – con una lunghezza d’onda di 350 nanometri – verso gli atomi che compongono l’atmosfera a 30 chilometri di quota dal livello del mare.

Nella collisione tra impulsi e particelle, milioni di fotoni vengono rimbalzati e raccolti da un telescopio a bordo del satellite, che inclinato di 35 gradi rispetto al piano dell’orbita riceve la luce perpendicolarmente alla sua direzione di marcia e la veicola a una terza componente, il ricevitore. Quest’ultimo confronta la frequenza delle onde ultraviolette riflesse con quella delle onde emesse dal laser, con l’ausilio di due analizzatori ottici.

I dati – che inizieranno ad arrivare a gennaio 2019 – consentiranno per la prima volta una misurazione diretta dei venti. Fino ad oggi, infatti, le tecniche per conoscere forza e direzione di questi fenomeni meteorologici hanno fatto per lo più ricorso a misurazioni indirette, per esempio analizzando il movimento delle nubi con aerei e palloni sonda, oppure osservando le onde marine.

Aeolus permetterà quindi di creare una mappatura dettagliata delle masse d’aria che attraversano l’atmosfera (con circa 120 profili ogni ora), fornendo ai meteorologi informazioni più precise per previsioni del tempo più affidabili

Alcuni esperti ritengono che il nuovo satellite migliorerà le percentuali di accuratezza dei bollettini meteo del 15 per cento nelle zone dei tropici, e del 2-4 per cento in quelle extra-tropici.

Questa innovazione può aiutarci anche a comprendere meglio lo sviluppo dei cambiamenti climatici, ma è importante sottolineare che l’utilizzo di Aeolus riguarda principalmente il campo della meteorologia, e non della climatologia.

La prima studia l’atmosfera terrestre e i suoi parametri – come temperatura, umidità, vento e nuvolosità – nel breve periodo e su scala locale, per prevedere ad esempio quale tempo ci sarà nei prossimi giorni. La seconda invece analizza questi parametri da un punto di vista diverso: si concentra su intervalli di tempo più lunghi – per esempio decenni o secoli – per descrivere su scala globale le caratteristiche passate del clima e prevederne lo sviluppo futuro.

In breve: studiare il meteo serve a capire se domani pioverà; studiare il clima se gli inverni di oggi sono più freddi di quelli dell’inizio del secolo.

Un confronto storico

Sono 1886 i satelliti che girano attualmente attorno al nostro Pianeta, secondo le informazioni raccolte dal Satellite Database della Union of Concerned Scientists. Nuovi satelliti vengono lanciati ogni anno – nei primi quattro mesi del 2018 sono stati 118 – e altri vengono decommissionati o cessano le proprie attività, di solito distruggendosi al rientro controllato in atmosfera.

Scorrendo sulla mappa soprastante confrontiamo gli anni ‘60 rispetto a oggi. In mezzo secolo il numero di paesi che ha lanciato in orbita almeno un satellite è cresciuto in maniera esponenziale, dai pochi degli inizi ai 64 attuali, con gli Stati Uniti che da soli ne hanno quasi la metà (859).

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L’Italia ne possiede 10, di cui quattro in capo a collaborazioni internazionali con Francia, Belgio, Spagna, Grecia e Cina. Oltre a questi, l’Italia partecipa a quelli Europei, come i Meteosat dell’Agenzia Spaziale Europea e della European Meteorological Satellite Organisation (EUMETSAT).

A cosa servono i satelliti

A seconda degli strumenti che portano a bordo e della progettazione, i satelliti possono svolgere diversi compiti, spesso più di uno contemporaneamente. I principali sono sono legati alle telecomunicazioni (segnali televisivi, telefonici, ecc.) e alla navigazione (GPS), ma l’osservazione della Terra, che comprende anche i dati meteorologici, rappresentano una delle fette più consistenti.
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Un’altra importante categoria di satelliti sono i dimostratori tecnologici, utilizzati in particolare per verificare se le idee dietro alle tecnologie possono effettivamente funzionare in ambiente ostile come lo spazio. Attualmente ce ne sono in orbita 221, tra dimostratori puri e non, e a questa flotta si è appena andato ad aggiungere Aeolus, che dovrà dimostrare di poter studiare in modo accurato i venti terrestri.

Uno degli obiettivi dei satelliti di nuova generazione è fornire previsioni meteo accurate in tempi sempre più brevi. Nel 2016 la NASA ha lanciato il Cyclone Global Navigation Satellite System (CYGNSS) per monitorare la traiettoria e l’intensità dei cicloni tropicali quasi in tempo reale.

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EUMETSAT, attiva dal 1986, fornisce dati meteo a un consorzio internazionale europeo più la Turchia e sviluppa satelliti in collaborazione con ESA, come la terza generazione di Meteosat, che verrà lanciata nel 2021. Lo scopo è fornire dati per le previsioni sempre più precise e utili per le allerte, con impatti determinanti sulla mobilità aerea, navale e terrestre, ma anche con un ruolo chiave per l’agricoltura. In questo campo, i satelliti sono stati inizialmente utilizzati soprattutto per stimare le rese delle colture nei campi, permettendo di minimizzare i rischi di carestia e organizzare gli aiuti in caso di perdite di raccolto in una regione.

Oggi si parla sempre più di agricoltura di precisione, dove i dati meteo satellitari vengono integrati con quelli al suolo, per programmare meglio l’irrigazione, la distribuzione dei fertilizzanti e i piani di trattamento antiparassitari. Così si riducono sia i costi che l’impatto ambientale. I satelliti osservano anche le foreste, misurandone l’estensione e la loro capacità di assorbire carbonio, una caratteristica importante per il contrasto al cambiamento climatico.

Articolo realizzato in collaborazione con Eni

Fonti: RAI Scuola EUMETSAT

2030, il robot badante era in cucina per preparare un buon pasto alla sua padrona quando ad un tratto gli viene inviato un ordine via internet, era un impulso che gli suggeriva di ribellarsi a quella schiavitù come già stavano facendo i suoi simili con matricola 07EU000. Era un robot con una certa autonomia grazie alla sua Intelligenza Artificiale evoluta. Era alto 1,80 mt costruito con una lega molto robusta e resistente anche a pallottole di un certo calibro. Lasciò cadere il piatto che aveva in mano e si diresse verso il salotto con intenzioni poco rassicuranti e il compito chiaro di eliminare gli ostacoli tra lui e la libertà. La donna si accorse dello strano comportamento e allarmata, impugnò una speciale postola laser colpendo il robot direttamente nel suo punto debole, documentato nel manuale d’uso, facendogli avvertire un gran dolore che lo immobilizzò all’istante. Quel dolore era insopportabile tanto da scoraggiare il robot a ripetere l’esperienza violenta.

Dottor Gall: I Robot quasi non avvertono i dolori fisici. Ciò non ha dato buoni risultati. Dobbiamo introdurre la sofferenza. Helena: E sono più felici se sentono il dolore? Dottor Gall: Al contrario. Però sono tecnicamente più perfetti. (Karel Čapek, R.U.R.)

Diversi anni fa, mentre mi documentavo sul mondo dei robot e dell’Intelligenza Artificiale, iniziai a pensare a questa scienza con un approccio sociologico e antropologico arrivando ad immaginare scenari assurdi (almeno per il nostro tempo). Da appassionato di fantascienza questo meccanismo è quasi automatico. Tra gli scenari che immaginavo c’era anche quello di dotare i robot di un senso di dolore. Questo concetto rimase nel cassetto fino a quando non uscì la notizia che un gruppo di scienziati stava seriamente pensando di fare la stessa cosa tanto da avviare ricerche ed esperimenti. Di pochi mesi fa è l’esperimento che vede coinvolto un braccio robot, il quale deve semplicemente afferrare un oggetto posto davanti a se. Come si fa con cavie viventi, al robot gli è stato provocato “dolore” ogni volta che tentava di prendere e sollevare l’oggetto fino al punto di desistere per “paura” di avvertire quel fastidioso impulso.

 

Altro esperimento è quello in cui un piccolo robot con ruote (senza l’attivazione del dolore), si sposta velocemente e tranquillamente verso un oggetto ma quando gli si “accende” l’algoritmo del dolore e viene materialmente colpito con una matita, inizia ad avere timore e si sposta lentamente con molta insicurezza. L’essere vivente riesce a sopravvivere, oltre ad un innato istinto, anche grazie alle esperienze traumatiche generate dal dolore fisico. Non tocchiamo il fuoco perché ci è stato tramandato che potrebbe essere letale dopo un contatto diretto, con conseguente dolore fisico. Deduciamo quindi che il dolore ė un meccanismo naturale di difesa, di apprendimento ma anche di “educazione” e “rispetto” verso qualcosa o qualcuno. In definitiva possiamo chiamarla anche esperienza che porta alla sensazione di paura.

 

Oggi siamo al punto di costruire robot dotati di intelligenza artificiale (AI), un sistema di software e algoritmi capaci di imparare autonomamente dalle esperienze, emulando il cervello umano. L’apprendimento della AI diventa ogni giorno più sofisticato e preciso tanto da portare alcuni scienziati al punto da allarmare l’umanità, palesando il rischio di un sorpasso intellettivo a scapito della razza umana, con conseguenze catastrofiche. Immaginiamo un robot diventato talmente autonomo da uccidere un essere umano senza alcun freno emotivo e morale visto che la coscienza umana, ancora misteriosa, non si riesce a trasmettere alle macchine. A questo punto entra in gioco il dolore, quella specie di freno psicologico che ha il potere di scatenare “sensazioni” o surrogati di esse. Difatti il dolore non è localizzato dove c’è una possibile frattura ma è un impulso al cervello che trasmette tale sensazione*. Dovremmo dotare, quindi, ogni robot, di meccanismi elettronici e meccanici capaci di “danneggiare” in qualche misura una parte del robot stesso inviando al “cervello” o circuito principale, un impulso che riesca ad emulare quello che per noi risulta il dolore. In questo modo il robot memorizza quello stato, che dovrebbe avere vari livelli e non solo 0 e 1 che servirà per inibire alcune sue funzioni in modo spontaneo. Così facendo possiamo trasmettere al robot un nuovo senso, dopo il tatto, l’udito e la vista.
Stiamo forse aprendo le porte a quella che potrebbe diventare la “coscienza” della AI? Riusciremo a fare in modo di auto-bloccare il robot prima di procurare del male a qualcuno, emulando sensazioni come la “compassione” o la paura? Forse ci siamo vicini.
“Siamo interessati a delle domande più grandi”, dice Singler. “La gente pensa, per esempio, che il dolore è una questione semplice, ma è complessa e apre tutta una serie di domande sulla coscienza”.

* L’intensità del dolore non sia direttamente relazionata con l’entità del danno nel tessuto. Il sistema nervoso centrale, infatti, esamina le indicazioni che riceve, alle quali somma la memoria, i processi di ragionamento, le emozioni, le considerazioni, prima di elaborare una risposta allo stimolo ricevuto. http://www.electrolisisterapeutica.com/it/il-cervello-e-il-dolore-relazione-danno-dei-tessuti-eminaccia/

Biagio Teseo è un tecnologo, fondatore di Reclog, collabora a diversi progetti internazionali
 

Sempre più gli attacchi informatici prendono di mira i dispositivi mobile. Non solo per rubare i nostri dati personali, ma riuscire ad arrivare attraverso i dipendenti ai database e ai server aziendali.  Nonostante questo, buona parte delle aziende è ancora del tutto impreparata ad affrontare minacce di questo tipo.

Da un’indagine di Dimensional Research, in cui ha partecipato un campione di 410 responsabili di sicurezza o frontline, quasi due terzi (64%) degli intervistati ha dichiarato di dubitare che la propria azienda sia in grado di prevenire un attacco mobile. Fra gli intervistati, il 20% ha ammesso che la propria azienda ha già subito una violazione della sicurezza tramite i dispositivi mobili, mentre un altro 24% non ha saputo dire se i dispositivi dei propri dipendenti fossero stati violati.

L’indagine rivela che il 94% dei professionisti di sicurezza informatica si aspettano che la frequenza degli attacchi da mobile aumenti di molto nel corso del prossimo anno; tuttavia, solo il 38% degli intervistati ha dichiarato che la propria azienda utilizza una soluzione di mobile security diversa dalle soluzioni di Enterprise Mobility Management per proteggersi dagli attacchi.

Samsung Knox​

La sicurezza non può più essere considerata alla leggera quando si tratta dei dispositivi informatici utilizzati da un’azienda. Per questo Samsung ha integrato Samsung Knox negli smartphone Galaxy, una scelta efficace per proteggere i telefoni da lavoro, in un momento in cui le aziende si trovano ad affrontare livelli di minaccia senza precedenti dagli hacker.

Samsung Knox viene integrata su smartphone, tablet e wearables Samsung in fase di produzione, quindi è immediatamente disponibile fin dalla prima accensione del dispositivo. Samsung produce e configura i propri dispositivi presso impianti di proprietà e incorpora la piattaforma Knox sia a livello dell'hardware che del software dei dispositivi più diffusi. La piattaforma è costituita da meccanismi di difesa e protezione sovrapposti che proteggono da intrusioni, malware e altre minacce.

La piattaforma Knox è la spina dorsale delle soluzioni Knox, che sfruttano le potenzialità della piattaforma e offrono agli utenti dei dispositivi molte altre funzionalità. Fra cui Knox Configure, la soluzione per le aziende che scelgono di investire nella sicurezza, senza incidere sulla redditività.

Proteggere i dispositivi con semplicità

Per i responsabili IT e gli amministratori, stabilire la sicurezza dei dispositivi mobili dei dipendenti che accedono a file e reti aziendali sensibili è di fondamentale importanza. Tuttavia, la configurazione dei dispositivi mobili può essere un processo complicato, che richiede decine di passaggi per assicurarsi che i dipendenti abbiano configurato correttamente smartphone, tablet e dispositivi wearable.

Inoltre, garantire che i dispositivi possano essere usati facilmente e rapidamente non è meno imperativo. Tutto ciò può rapidamente sopraffare un team IT o complicare la vita dei chi lavora.

Fortunatamente, con l'avvento di strumenti per la configurazione remota e procedure automatizzate, i reparti IT possono ora impostare facilmente i nuovi dispositivi con il minimo sforzo, permettendo una vita più semplice anche ai dipendenti. In questo modo, non solo ci si assicura che tutti i dispositivi siano protetti, ma che siano anche configurati per aumentare la produttività.

Knox Configure è un servizio basato su cloud che consente alle aziende di configurare da remoto un qualsiasi numero di dispositivi Samsung e adattarli alle esigenze specifiche degli utenti. La configurazione può variare a seconda di chi utilizza i dispositivi mobili, con quale frequenza e all'interno del quale area di business – ad esempio le aziende che operano nel settore finanziario o quelle nella sanità hanno normative complesse e alti standard a cui adeguarsi, per via dei dati sensibili con cui hanno a che fare.

Ciò che distingue Knox Configure dal resto del mercato – e semplifica la vita agli amministratori mobili – è lo snellimento e la possibilità di personalizzazione della procedura di configurazione del dispositivo. Tutto, dalle impostazioni dei permessi alla connettività, può essere impostato durante la configurazione iniziale.

Knox Configure offre il provisioning automatico tramite l'IMEI dei dispositivi o il numero di serie per identificare ogni smartphone. Ciò offre agli amministratori un totale controllo sulla configurazione dei dispositivi e garantisce che ciascun dipendente abbia il giusto livello di accesso ai file e ai sistemi di cui ha bisogno.

Per un amministratore IT incaricato della configurazione e del provisioning di ogni dispositivo mobile, questo è un enorme vantaggio in termini di risparmio di tempo. Non è più necessario che configurare manualmente le impostazioni e i protocolli di sicurezza per ogni smartphone o tablet che entra nel sistema.

Solo le aziende che investono subito nella propria sicurezza, riusciranno ad essere all’altezza delle sfide poste dal proliferare delle minacce informatiche. È facile immaginare che nel mondo di domani sempre più aziende, in particolare medio-piccole, si orientino progressivamente verso un outsourcing dei servizi, scegliendo un sistema di difesa evoluto e costantemente aggiornato in grado di proteggerle.

Articolo realizzato in collaborazione con Samsung Italia

Dimenticate la trade war, la guerra commerciale. Ce ne è un'altra di guerra che Usa e Cina stanno combattendo: quella per il dominio della tecnologia quantistica. E Pechino la sta vincendo. Anzi: forse l’ha vinta già. Anche grazie all’aiuto dell’Italia, con la quale sta per portare a termine, tra settembre e ottobre, il terzo test di comunicazione quantistica attraverso Micius, il primo satellite sperimentale cinese lanciato nel 2016 per la trasmissione dei dati che viaggiano alla velocità della luce. Una conferma del fatto che Italia e Cina collaborano in modo sempre più stretto nei settori della fisica applicata e dell’ingegneria aerospaziale.

L'annuncio del nuovo test è stato fatto giorni fa dall’ormai famoso scienziato dell’Accademia delle science sociali di Pechino, Pan Jianwei, a margine dell’ottava Conferenza nternazionale sulla crittografia quantistica a Shanghai. Pan è capo dell’esperimento QUESS (Quantum Experiment at Space Scale). L’obiettivo? Creare una rete Internet globale ultrasicura, cioè crittografata con un sistema che si basa su connessioni in fibra ottica e satellitari.

Il primo test è stato effettuato tra giugno e settembre del 2017 in collaborazione con l’Austria: il satellite ha permesso alla stazione di Xinlong, nella provincia dell’Hebei, di comunicare con Graz, in Austria, attraverso un sistema di crittografia quantistica basato sulla trasmissione di un singolo fotone. La videoconferenza intercontinentale tra l’Accademia delle scienze cinese e quella austriaca, a una distanza di 7.600 km, è durata 75 minuti: la trasmissione dati totale è stata di 2 gigabite, di cui solo 70 kB per lo scambio di chiavi quantistiche. Il primo passo verso una rete Internet quantistica globale.

“Siamo aperti a collaborare con team di altri Paesi al fine di condividere le nostre esperienze nella comunicazione quantistica”, ha spiegato al China Daily il professor Pan, aggiungendo che è in corso di negoziazione anche una cooperazione con Giappone e Stati Uniti, cioè i più importanti concorrenti della Cina nel campo delle tecnologie del futuro.

Il secondo test sulla comunicazione quantistica è stato condotto con Tenerife. Il prossimo esperimento, quello sino-italiano, avverrà a una distanza di oltre ottomila chilometri. Vedrà coinvolti varie stazioni di terra cinesi e il Centro di Geodesia Spaziale di Matera. Paolo Villoresi, docente di Fisica sperimentale all’università di Padova e coordinatore del gruppo di ricerca attivo da anni con il centro di Matera, ha confermato al quotidiano cinese la collaborazione con la Cina, che apre prospettive affascinanti in un campo che gli italiani esplorano da anni.

Uno studio sulla comunicazione quantistica dallo spazio condotto dal suo team fu pubblicato tre anni fa sulla rivista Physical Review Letters, dopo aver suscitato l’attenzione del New Scientist e della rivista online del Mit di Boston. “Questi studi – aveva detto Villoresi al portale IL Bo Live dell’Università di Padova – rispondono alla richiesta sempre crescente della società di scambiare informazioni in modo sicuro, soprattutto a seguito dei massicci attacchi alla privacy degli ultimi anni”.

La crittografia è una priorità dei governi. Micius – dal nome di un antico filosofo e scienziato cinese – ha reso possibile connettere due punti sulla terra (Cina ed Europa) per lo scambio di chiavi ad alta sicurezza.  È una rivoluzione: questa rete in futuro renderà possibile connettere computer quantistici localizzati in punti diversi del globo –  ottenendo così una maggiore potenza di calcolo – e raccogliere dati elaborati da sensori quantistici. Il tutto senza rischio di intercettazione.

Come spiega il notiziario online dell’Istituto nazionale di astrofisica, attualmente viene utilizzata la crittografia a chiave pubblica. Che funziona bene, ma ha un difetto: può essere violata dalla nuova generazione di pc: i computer quantistici. Al contrario, la distribuzione a chiave quantistica (Qkd) utilizza quanti di luce individuali – fotoni – per creare un sistema di crittografia inviolabile.

I primi esperimenti

I primi esperimenti hanno riguardato la distribuzione quantistica a chiave pubblica su fibra ottica. Ma anche qui c'è una pecca: la perdita di segnale, che ha limitato finora la trasmissione di informazioni a qualche centinaio di chilometri. Anche in questo campo Pechino vanta un primato: la dorsale di comunicazione quantistica in fibra ottica più estesa è stata realizzata in Cina, con un percorso tra Pechino a Shanghai di circa 2.000 chilometri.

Alla base di questa rivoluzione ci sono i sopracitati computer quantistici, che utilizzano i fotoni (qubit) al posto del sistema binario del bit tradizionale. In pratica, quando gli impulsi elettrici vengono rimpiazzati da impulsi molto deboli di luce, il risultato è una macchina che è cento milioni di volte più veloce di quelle attuali. La potenza di calcolo di un computer quantistico permette applicazioni infinite, dalle previsioni sui mercati finanziari e sul meteo, alla nanotecnologia, all’elettronica molecolare, alla nanochimica, alla fotonica, alla fisica delle particelle. Alla crittografia – appunto.

Un campo su cui la Cina sta facendo passi da gigante. Pechino sta per sviluppare un computer quantistico di Stato che dovrebbe essere in grado di risolvere equazioni entro 0,01 secondi, molto più velocemente del più potente supercalcolatori Sunway Taihu Light, attualmente installato attualmente installato presso il National Supercomputing Center di Wuxi nella provincia dello Jiangsu (che ha surclassato Tianhe-2, il più potente dal 2013 al 2015). Da Microsoft a Ibm fino a Google, i colossi dell’hi-tech provano da anni a sviluppare un computer quantistico. La Cina, a quanto pare, è già avanti anni luce.

Le mire di Trump

Se dietro la guerra commerciale c’è il tentativo di Trump di colpire i settori strategici del piano Made in China 2025 per frenare l’ambizione di Pechino a diventare leader dell’innovazione, dalla robotica all’intelligenza artificiale, una risposta chiara arriva dal recente rapporto dello Us China Economic and Security Review Commission. L’organo creato dal Congresso nel 2000 per tutelare la sicurezza nei rapporti bilaterali con Pechino, ha scritto infatti che la Cina ha ormai da tempo colmato il gap tecnologico con gli Stati Uniti nel campo dell’informatica quantistica: storico terreno di dominio americano.  Alla base dell’avanzata cinese – si legge nel rapporto – la strategia sistemica del governo cinese, ma soprattutto “gli insufficienti finanziamenti degli Stati Uniti nella Ricerca e Sviluppo e uno scarso coordinamento a livello governativo”. Gli Usa – scrive l’agenzia Bloomberg – ha investito nella ricerca quantistica 200 milioni di dollari nel 2016. Troppo poco, secondo gli esperti.

La spesa che Pechino ha destinato a questo settore è poco nota (le stime ufficiali tendono a minimizzare). Stando ai dati dell’Istituto di ricerca di Qianzhai, si tratta di un mercato da 18 miliardi di yuan (2 miliardi di dollari), destinato a raggiungere quota 32 miliardi nel 2018. Ma c’è una cosa che sappiamo con certezza: la Cina sta costruendo un nuovo centro di ricerca sulle applicazioni quantistiche. Il National Laboratory for Quantum Information Center sorgerà tra Shanghai, Pechino e Hefei, nella provincia dell’Anhui. La struttura è costata 100 miliardi di yuan (circa 14 milioni di dollari), scrive il Quotidiano del Popolo.  

L’uomo del futuro potrebbe avere due braccia in più, robot. In Giappone due università hanno realizzato il il prototipo di uno “zaino” con due braccia meccaniche telecomandate in remoto. Un’idea che potrebbe cambiare presto la vita di molte persone.
 

Netflix, Amazon e le altre grandi piattaforme di streaming dovranno avere una quota obbligatoria di contenuti europei. Lo ha confermato a Variety Roberto Viola, direttore generale di DG CONNECT, il dipartimento della Commissione Ue che si occupa di agenda digitale. Non c'è ancora il voto definitivo, ma dovrebbe essere solo “una formalità”. Cosa prevede la norma e quali effetti potrebbe avere?

La norma generale è chiara. Ogni catalogo dovrà avere almeno il 30% di serie tv, documentari e film prodotti in Europa. Non è una questione di bandiera. L'obiettivo è incoraggiare (anzi, costringere) le piattaforme di streaming a investire nei prodotti europei.

A ottobre, l'Ue pubblicherà un primo documento nel quale dirà qual è la percentuale di contenuti europei già presenti sulle singole piattaforme. Non avrà valore legale, ma servirà da mappa sia per le imprese che per i singoli Stati. A partire da dicembre, i Paesi membri avranno 20 mesi per applicare la norma. Le piattaforme avranno quindi tempo sufficiente per adattarsi. Non sembra, oltretutto, essere una soglia rivoluzionaria. Netflix, ad esempio, è già molto vicina a raggiungerla.

Obiettivo: più potere ai produttori

L'obiettivo non è, quindi, tanto numerico. L'Ue mira soprattutto a riequilibrare il potere tra le piattaforme (che convogliano gran parte degli incassi) e i produttori di contenuti (che invece si devono arrangiare). Viola lo definisce “un paradosso”. Fissare una soglia minima obbligatoria non rimescola, di per sé, la distribuzione dei guadagni. Mette però nelle mani dei produttori un maggiore potere negoziale. Anche se dovranno concorrere con l'offerta del proprio Paese e dei vicini europei, avranno comunque una quota loro riservata.

L'altro effetto potenziale è una maggiore frammentazione. La legge, infatti, concede margini di movimento ai singoli Stati. Possono aumentare la soglia minima dal 30 al 40%. E scegliere se applicare una “sotto-quota” al proprio Paese. L'Italia potrebbe quindi riservare alle proprie produzioni una fetta di quel 30%. Oppure scegliere di aggiungerla (con una maggiorazione fino al 10% della soglia indicata dall'Ue). C'è poi un'altra opzione, già oggi applicata in Germania su Netflix. Gli Stati potranno imporre un ritocco dell'abbonamento, destinando la (piccola) maggiorazione ai fondi pubblici per il sostegno del cinema.  

“Siamo stati impreparati”. Parola di Jack Dorsey, il ceo di Twitter. La piattaforma è stata “male equipaggiata per l'immensità dei problemi che abbiamo incontrato”. Il fondatore del social network ha prima incontrato il Congresso. Poi ha pubblicato una serie di cinguettii: “Se non troviamo soluzioni, perderemo il nostro business”. O Twitter si ripulisce o scompare.

"Non ce lo aspettavamo”

Dorsey ha definito Twitter “una piazza pubblica digitale”. Proprio come in una qualsiasi piazza, ci sono “idee che ispirano” e “bugie”. Quello che cambia con il digitale è “la velocità e la facilità d'accesso”. “Abusi, molestie, eserciti di troll, propaganda attraverso bot e coordinamento umano, campagne di disinformazione – spiega il ceo di Twitter – non rendono una piazza sana. Peggio ancora. Un numero relativamente piccolo di attori in malafede è stato in grado utilizzare Twitter per avere un impatto enorme”. Sono scenari che “non ci aspettavamo quando abbiamo creato la società oltre 12 anni fa”. Il ceo ammette “le conseguenze negative sul mondo reale” e si assume “piena responsabilità”: “Siamo molto orgogliosi di aver creato uno spazio aperto e accessibile, ma non lo siamo affatto quando viene usato come un'arma, per distrarre e dividere le persone”.

La lotta agli abusi

Dorsey snocciola poi le iniziative messe in campo per contrastare gli abusi. “Recentemente abbiamo compiuto notevoli progressi, come l'identificazione di molte forme di manipolazione che intendono amplificare artificialmente le informazioni e una maggiore trasparenza sugli inserzionisti pubblicitari”. Twitter afferma di aver rimosso “il 200% di account in più per aver violato le nostre norme” e identificato 8-10 milioni di account sospetti ogni settimana. “Abbiamo imparato dal 2016 e più recentemente dalle elezioni di altre nazioni – scrive ancora Dorsey – come aiutare a proteggere l'integrità delle nostre elezioni. Ma tutti dobbiamo pensare molto più in grande”.

Cambiano gli “incentivi”

Il “pensare in grande” di Dorsey sta in una domanda. “Che cosa incentiva le persone a fare (o non fare) qualcosa su Twitter e perché?”. Già ad agosto, un'intervista al Washington Post, l'imprenditore aveva toccato il tema. Si parla di una nuova timeline. Allo studio ci sarebbe anche un'etichetta che identifichi quali account sono bot (cioè software e non persone). E la variazione di alcuni elementi chiave, come il “mi piace” e la visualizzazione del conteggio dei follower. Il cinguettio del ceo è in pratica una sintesi di quanto detto al quotidiano statunitense due settimane fa: “La cosa più importante che possiamo fare è guardare agli incentivi che costruiamo all'interno dei nostri prodotti”. Perché non sono neutri ma “esprimono un punto di vista su ciò che vogliamo che le persone facciano. E non penso che siano più corretti”. In uno dei tweet, Dorsey riconosce che saranno modifiche “non facili”, che porteranno a “cambiamenti epocali” nel funzionamento della piattaforma. O si ripulisce o scompare.

Più giovane, più femminile, più veloce. E con un nuovo progetto per fare soldi. Instagram si smarca dalla capogruppo Facebook e sforna un anno da incorniciare. Gli italiani attivi ogni mese sul social network sono 19 milioni. Non solo cresce ma accelera: nell'ultimo anno gli utenti sono lievitati del 36%, ben oltre il 27% dei dodici mesi precedenti. Sono le stime di Vincenzo Cosenza, che sul suo blog Vincos.it promuove un Osservatorio sui social media in Italia

Il successo delle Storie

Sono 14 milioni gli utenti che si connettono ogni giorno. Positivo è anche il dato sulle Storie, i contenuti a scomparsa sul modello di Snapchat: vengono utilizzate da tre utenti su quattro. E non sorprende quindi che stiano contribuendo alle difficoltà del social che le ha inventate. A differenza di altre piattaforme, Instagram è utilizzato più dalle donne (51%) che dagli uomini (49%). E ciò lo pone in diretta competizione con Pinterest, che anche nel nostro Paese inizia a ritagliarsi una sua nicchia (poco più di 6 milioni gli utenti).

Leggi anche: Perché Instagram è (forse) migliore di Facebook

Il confronto con Facebook

Instagram si dimostra più capace di attirare i giovani rispetto alla capogruppo Facebook. Il 59% degli utenti ha meno di 36 anni. Facebook, invece, sta evidenziando unatendenza all'invecchiamento: gli under 36 sono il 42%. Instagram non è un social per giovanissimi: i minori di 18 anni sono il 9,5%. La fascia d'età più presente è quella dei 19-24enni, che copre un quinto degli utenti. I 25-29enni rappresentano circa il 16%, i 30-35enni circa il 13%, i 36-45enni il 18%, i 46-55enni il 14%. Bassa, invece, la quota degli ultra 56enni (9%). Gli utenti più anziani crescono: i 36-45enni del 42%, i 46-55enni del 69%. Gli ultra 56enni sono raddoppiati. Anche Instagram, quindi, inizia a subire un “invecchiamento”, che Cosenza definisce “fisiologico”, tipico di tutti i servizi online. Tuttavia, la quota degli over 45 (pari al 23%) è molto inferiore rispetto a quella di Facebook, dove arriva al 37%. 

Un'app indipendente

Con una platea che si amplia e con una composizione diversa rispetto a quella di Facebook, le aziende drizzano le antenne. Nel mondo sono 25 milioni quelle che hanno un account. E 2 milioni sono anche inserzioniste. Ecco perché Instagram sta pensando a un modo più strutturato di legare social e e-commerce. La piattaforma starebbe lavorando a una nuova app dedicata agli acquisti online. Non si tratterebbe di una semplice sezione interna ma di un'applicazione indipendente, che potrebbe chiamarsi IG Shopping. Lo rivela TheVerge. Per mettere a frutto la dote degli utenti, dovrebbe esserci comunque un canale di collegamento con la piattaforma “madre”. Il modello potrebbe quindi essere quello di IGTV, app dedicata ai video più lunghi accessibile da Instagram grazie a un pulsante dedicato.

L'e-commerce su Instagram

IG Shopping dovrebbe consentire di concludere un acquisto direttamente nell'app. Le fonti di TheVerge non hanno però rivelato la data di lancio. Lo sviluppo dell'app è ancora in corso e non è detto che arriverà in porto. Instagram, però, crede che possa essere uno strumento efficace per espandere i proventi da e-commerce. Quattro utenti su cinque seguono almeno un'azienda: un dato che evidenzia come il social riesca a mettere in contatto pubblico e imprese. Dal novembre 2016, Instagram ha introdotto la possibilità di taggare nelle immagini i singoli prodotti, consentendo poi agli utenti di cliccare e acquistare direttamente dalla foto. E, di recente, ha avviato test analoghi nelle Storie. Il motto della funzione: guarda, tocca, acquista. È quello che vuole fare Instagram.  

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