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Aggiornato alle ore 13,25 del 23 ottobre 2019.

I ricercatori di Google sono riusciti davvero a raggiungere la supremazia quantitstica. Dopo le indiscrezioni trapelate qualche settimana fa, ora arriva l’annuncio ufficiale. In un articolo pubblicato sulla rivista Nature, i ricercatori di Google Ai Quantum guidati da Frank Arute hanno dimostrato di essere riusciti a raggiungere questo importante obiettivo tecnologico. “Il nostro processore Sycamore impiega circa 200 secondi per campionare un’istanza di un circuito quantistico un milione di volte: i nostri benchmark indicano attualmente che per un supercomputer classico all’avanguardia questo stesso lavoro richiederebbe circa 10.000 anni. Questo consistente aumento di velocità rispetto a tutti gli algoritmi classici noti è una realizzazione sperimentale della supremazia quantistica”, scrivono nell’abstract che accompagna il paper.

La pubblicazione della ricerca sembra sgombrare il campo anche dalle polemiche che nelle settimane scorse avevano seguito la pubblicazione delle prime indiscrezioni a proposito del raggiungimento di questo significativo obiettivo ad opera dei ricercatori di Google. Proprio ieri un gruppo di ricercatori di IBM, l’altra azienda che sta lavorando per raggiungere lo stesso obiettivo, in un post avevano confutato le conclusioni cui erano giunti i ricercatori di Google e di cui erano già trapelate indiscrezioni.

I ricercatori IBM affermano che Google non ha sfruttato appieno il potenziale di archiviazione del supercomputer. Tenendo conto di ciò, hanno calcolato che in realtà sarebbe ragionevole per un supercomputer classico fare questo calcolo. “Una simulazione ideale della stessa attività può essere eseguita su un sistema classico in 2,5 giorni e con una fedeltà molto maggiore” quando viene sfruttata la memoria. “Questa – hanno spiegato i tecnici di IBM guidati da Jay Gambetta – è in realtà una stima prudente, nel caso peggiore, e prevediamo che con ulteriori perfezionamenti il ​​costo classico della simulazione possa essere ulteriormente ridotto”.

Queste considerazioni sembrano ora essere state spazzate via. In un articolo che accompagna la pubblicazione dei risultati raggiunti dai ricercatri di Google, la rivista Nature si spinge a presentare questo risultato raggiunto nel campo dell’informatica “una pietra miliare paragonabile al primo volo effettuato dai Fratelli Wright”.

“È necessario – si legge su Nature –  molto lavoro prima che i computer quantistici diventino una realtà pratica. In particolare, dovranno essere sviluppati algoritmi che possono essere commercializzati e operanti sui rumorosi processori quantici su scala intermedia (soggetti a errori) che saranno disponibili a breve termine, e i ricercatori dovranno dimostrare protocolli robusti per la correzione di errori quantistici che consentiranno un funzionamento duraturo e tollerante ai guasti a lungo termine”.

“La dimostrazione di Arute e colleghi – continua l’articolo di Nature – ricorda in molti modi i primi voli dei fratelli Wright. Il loro aereo, il Wright Flyer, non è stato il primo veicolo aereo a volare e non ha risolto alcun problema di trasporto urgente. Né ha preannunciato l’adozione diffusa di aerei o ha segnato l’inizio della fine per altri modi di trasporto. Invece, l’evento viene ricordato per aver mostrato un nuovo regime operativo: il volo semovente di un aereo più pesante dell’aria. È ciò che l’evento rappresentava, piuttosto che ciò che praticamente ha realizzato, che era fondamentale. E così è con questo primo rapporto sulla supremazia computazionale quantistica”.

Mentre il mercato ancora si chiede quando sarà disponibile il Mate 30 Pro ‘a piene funzioni’, Huawei mette a segno un colpo di coda e lancia uno smartphone pensato esplicitamente per i più giovani, ma con prestazioni da top di gamma e soprattutto con tutti i servizi di Google disponibili.

Lo fa grazie al fatto che il Nova 5T rientra nel novero dei brevetti licenziati prima del bando imposto dalla Casa Bianca all’utilizzo di Android e dei servizi del colosso di Mountain View.

Dotato di 5 fotocamere potenziate dall’Intelligenza Artificiale (4 posteriori e 1 anteriore), display Punch FullView da 6.26 pollici e Kirin 980, il chipset proprietario dell’azienda, è uno smartphone progettato per chi utilizza quotidianamente i social media.

Per Pier Giorgio Furcas, Deputy General Manager CBG di Huawei Italia, “Dotare di Intelligenza Artificiale il Nova 5T ci permette di rendere accessibili le nostre eccellenti prestazioni fotografiche ad un pubblico sempre più ampio”.Sulle orme delle serie P e Mate, Nova 5T dispone di una configurazione Quad-Camera dotata di Intelligenza Artificiale, con un obiettivo ad alta definizione da 48 MP, un obiettivo grandangolare da 16 MP, un obiettivo macro da 2 MP e un obiettivo bokeh da 2 MP. La fotocamera frontale è da 32 MP.

La funzione di editing video avanzata con AI riconosce automaticamente i soggetti ricorrenti nei video, raccogliendo tutti i contenuti con lo stesso soggetto, semplificando il processo di editing dei video e facilitando gli utenti nel salvataggio e nell’archiviazione delle foto.

Monta 6 GB di RAM e 128 GB di memoria interna. La batteria da 3.750 mAh, supporta la SuperCharge da 22,5 W per una ricarica dallo 0 al 50% in 30 minuti. 

Nova 5T è disponibile in Italia a partire dal 23 ottobre, al prezzo di 429,90 Euro

Nel basso Salento, in Puglia, c’è una casa magica: non inquina, è economica, è fresca d’estate e confortevole d’inverno. Resiste ai terremoti e agli attacchi di topi e insetti. Il suo segreto, assicura il proprietario, è tutto nel materiale: un composto di calce e canapa. Lui è Emilio Sanapo, fondatore insieme a Samuele Macrì, della Messapia Style, un’azienda che realizza abitazioni in calce, canapa e legno.

Quella di Sanapo è la prima casa del genere nella regione e tra le prime in Italia. “Appena scoperta l’esistenza di questo materiale ho deciso di crederci fino in fondo utilizzandolo nel 2014 per la costruzione della mia casa che allora esisteva solo su progetto. Ho voluto dare l’esempio”, spiega Sanapo all’Agi.

“L’idea nasce dalla nostra sensibilità riguardo l’uso di materiali naturali. La scelta è stata quella di non usare materiali chimici o a base petrolio. Molte persone sono attente a evitarli nel quotidiano, ma non è giusto viverci a contatto. Rilasciano sostanze tossiche con cui veniamo a contatto in vari modi e non è salutare”.

La canapa è un materiale pulito, in tutti i sensi. “Assicura in casa un ambiente alcalino, puro, e assorbe più Co2 di quanta ne emetta. Numeri alla mano, parliamo del 50% di emissioni dell’edilizia convenzionale contro il 9% delle emissioni della calce canapa”.

Quanto alla tecnica, spiega Sanapo, “si tratta di creare direttamente in cantiere dei monoliti perimetrali creati con un mixer specifico. Miliardi di pezzettini di canapa, detti canàpulo, incollati tra loro sfidano la forza di gravità fino a raggiungere uno stato di compattezza grazie all’aiuto del vento e dell’aria. Otteniamo così monoliti che traspirano aria, dei veri e propri muri aerei”.

Punti deboli, assicura Sanapo, non ce ne sono. Molti invece i benefici: “Ha un bassissimo impatto ambientale, all’interno dell’abitazione non ci sono sbalzi termici, c’è un notevole risparmio economico sulla manutenzione che si mantiene molto bassa”. La casa in calce e canapa è libera da insetti e da roditori perché risulta inappetibile ed è ignifuga: “La canapa in natura è ricca di silice e questo, la fa bruciare faticosamente. Unito poi alla calce il prodotto diventa ignifugo”.

Ma soprattutto, l’abitazione in calce e canapa è antisismica, “già solo per il fatto di essere 10 volte più leggera rispetto a una tradizionale”. I tempi di realizzazione sono brevi: “30 -35 giorni lavorativi”, mentre il costo è “in linea con quello di un’abitazione convenzionale, in mattoni e ferro”.

Il problema è uno: dove trovare la canapa? “In Italia ci sono molte coltivazioni ma a volte bisogna prenderla in Francia”. Per costruire una casa di 100 metri quadri è necessario 1 ettaro di canapa.

“Se tutti decidessimo di costruire case di canapa non ce la faremmo. Nel nostro Paese non ci sono incentivi, ed è stata fatta una lotta al fiore di canapa, e di conseguenza anche al fusto. Qualcuno a livello politico si deve rimboccare le maniche per favorire la nascita di centri di trasformazione pubblici, in modo da mettere in piedi una filiera che parte dal contadino che produce la canapa fino all’edilizia”. “Le condizioni ci sono – conclude Sanapo – quello che manca è l’interesse”.

Miliardi di euro investiti in intelligenza artificiale stanno inficiando la qualità di vita di milioni di persone, soprattutto quelle a basso reddito. E’ quanto emerge da una serie di articoli del Guardian, che mette in luce gli effetti di quella che appare sempre più come una “distopia digitale”, cercando di capire “come i nostri governi si stanno servendo dei poteri dell’intelligenza artificiale per colpire i più vulnerabili”.

“Il digitale ascolta i governi. Si sentiranno, sempre più, grandi promesse su come le nuove tecnologie trasformeranno la povertà grazie ad una nobile impresa a fin di bene. L’intelligenza artificiale sarà dichiarata in grado di accelerare i pagamenti, aumentare l’efficienza e la trasparenza, ridurre gli sprechi, e risparmiare denaro ai contribuenti. Verrà proposta come arma per sradicare la fallibilità e i pregiudizi umani, assicurando alle persone più bisognose l’accesso ai beni primari”, commenta la politologa americana Virginia Eubanks.

Eppure, in azione è un mondo sommerso, oscuro ai più e tenuto lontano da occhi indiscreti. Matematici e informatici sono gli unici a comprendere e gestire il cambiamento digitale in atto. In azione c’è un sistema di algoritmi informativi, modelli biometrici e di rischio che sta compromettendo il sistema previdenziale e l’accesso ai beni primari di centinaia di milioni di cittadini.

Dall’India all’Inghilterra, dall’Australia agli Usa, si sta attivando una rivoluzione digitale che colpisce fasce sempre più ampie di popolazione, soprattutto le più svantaggiate.

Il nuovo stato sociale digitale

In un momento in cui l’austerità domina il panorama politico, milioni di persone stanno vedendo i loro diritti silenziati da programmi computerizzati che operano attraverso dinamiche che pochi sembrano in grado di controllare o, addirittura, comprendere.

Indennità di disoccupazione, assistenza all’infanzia, sovvenzioni per vitto e alloggio (e molto altro) sono ora affidati a dinamiche online. Dinamiche che, spesso fallaci, sono per noi inaccessibili.

Così, grandi somme vengono spese dai governi di tutto il mondo industrializzato e in via di sviluppo per automatizzare la povertà e trasformare in anonimi codici numerici i bisogni dei cittadini più vulnerabili.

Quella che si sta delineando è l’immagine di una distopia non così lontana da quella narrata dalla fantascientifica serie Netflix “Black Mirror”. Anzi, quel mondo non pare poi così inverosimile. Una realtà cupa, condizionata e dominata dalla supremazia di tecnologia e mezzi di comunicazione online.

La denuncia globale di Philip Alston

Questa settimana, il problema verrà sottoposto all’attenzione della comunità internazionale da Philip Alston, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani. L’avvocato americano presenterà all’assemblea generale di New York una analisi che lancia l’allarme sulle implicazioni negative cui la corsa alla digitalizzazione sta portando, soprattutto nel campo dell’assistenza previdenziale.

Ciò che l’avvocato ha studiato è l’impatto della tecnologia digitale sulle reti di sicurezza sociale di tutto il mondo focalizzandosi, soprattutto, sulle falle di questo sistema.

Qualche esempio? Impronte digitali non correttamente scansionate, funzionari (umani) che non forniscono assistenza tempestiva, copertura internet troppo scarsa e debole per rendere fruibile alla cittadinanza il servizio di assistenza sociale “computerizzata”.

“A causa di mancanza di responsabilità, le tecnologie digitali sono impiegate, nell’ambito del welfare state, per sorvegliare, colpire, molestare e punire i beneficiari, in particolare i più poveri e vulnerabili”, sottolinea Alston. Le decisioni cruciali per il passaggio al digitale, a detta dell’avvocato, “sono state liberamente assunte dai ministri dei governi e dai funzionari”.

Alston, nel giugno 2018, aveva avanzato critiche verso l’amministrazione Trump, segnalando che i nuovi tagli fiscali stavano compromettendo il benessere di milioni di persone. Successivamente aveva criticato l’austerità portata avanti nel Regno Unito. Oggi, l’avvocato denuncia la “distopia digitale” in atto, rea di aver introdotto un processo decisionale automatizzato, eliminando la discrezionalità umana dai sistemi previdenziali. “In questo modo, i cittadini diventano sempre più “visibili” ai loro governi. Non si può dire, però, che valga l’inverso”.

L’avvento della rivoluzione digitale, secondo Alston, ha anche permesso al settore privato di appropriarsi, incontrastato, di vasti strati di welfare senza ricevere alcuna resistenza dalle istituzioni. “Una manciata di dirigenti potenti – continua l’avvocato – sta sostituendo i governi e i legislatori nel determinare le direzioni verso cui le società si muoveranno, modificando anche i valori che le guideranno”.

L’autoregolamentazione del mondo tecnologico, in particolare tra i principali settori dell’economia, “deve finire e le imprese tecnologiche devono essere giuridicamente obbligate a rispettare le norme applicabili in materia di diritti umani”, conclude Alston. “Invece di infliggere miseria a milioni di persone, la tecnologia digitale potrebbe essere usata come una forza positiva. Potrebbe garantire un tenore di vita più elevato per i più vulnerabili e svantaggiati. Questa sarebbe la vera rivoluzione digitale dello stato sociale”.

Gli effetti globali della distopia digitale

In Illinois, il Guardian ha scoperto che lo stato e i governi federali hanno unito le forze per chiedere ai beneficiari di servizi di assistenza sociale di rimborsare con “overpayments” debiti che risalivano a trent’anni prima. Questo sistema di “debito zombie”, sempre più diffuso, sta ora mettendo in ginocchio le fasce più vulnerabili della popolazione.

Parallelamente, in Australia, sotto torchio è il “robodebt”, un sistema accusato di riconquistare, senza diritto, debiti storici grazie all’azione di un algoritmo difettoso. Attualmente, il governo ha aperto un nuovo fronte digitale: si serve dell’automazione per sospendere milioni di pagamenti sociali. I beneficiari, senza preavviso, si trovano privi del denaro che spetterebbe loro: in 12 mesi, i pagamenti del welfare australiano sono rimasti bloccati un milione di volte grazie alle tecnologie automatizzate.

Il caso indiano

Ma la storia più inquietante, forse, proviene da Dumka, in India. Qui la distopia digitale ha colpito le famiglie a seguito dell’introduzione di un codice numerico di identificazione unico a 12 cifre (“Aadhaar”) che il governo indiano ha rilasciato a tutti i residenti.

Protagonista, inconsapevole, dei lati oscuri di questo sistema è Motka Manjhi. Non essendogli stata riconosciuta la chiave biometrica (tramite il riconoscimento digitale del pollice), all’uomo sono state bloccate le razioni alimentari, impedendogli l’accesso al cibo.

Il 22 maggio scorso Manjhi, abbandonato dal sistema previdenziale dello stato, è morto sull’uscio di casa. La sua famiglia sostiene sia deceduto per inedia.

In passato, lui come tutti gli altri indiani a basso reddito dovevano solo esibire i propri documenti per ricevere alimenti. Poi, con l’introduzione di Aadhaar, il sistema è cresciuto così rapidamente dalla sua introduzione, nel 2009, che ora assiste più di 1,2 miliardi di persone. Si tratta del più grande sistema di identificazione biometrica del mondo.

Nonostante le gravi preoccupazioni sollevate dagli economisti e dagli esperti di povertà, il software continua a crescere ed ora è coinvolto nell’accesso per qualsiasi servizio previdenziale, dalla pensione ai rimborsi medici.

Rivoluzione digitale Vs umanità

All’interno di questa rivoluzione digitale, l’elemento umano viene sacrificato.

“La gente non sa perché l’assistenza sociale si è fermata e non sa a chi rivolgersi per risolvere il problema. I funzionari possono dire perché un pagamento si è fermato; tuttavia non sono in grado di risolvere il problema”, ha sottolineato Reetika Khera, professore associato di economia presso l’Istituto Indiano in Management di Ahmedabad.
“Dal momento che molti di questi problemi stanno colpendo i poveri, che non hanno voce né potere nel sistema, gran parte di loro passa inosservato”, ha continuato Khera. “Dov’è la dignità in tutto questo? Questi programmi sono stati messi in atto per consentire alle persone di condurre una vita dignitosa. Ma, al contrario, ora sono ridotte a mendicanti.”

 

Il buco nero di Fortnite è durato pochissimo. Poco più di 24 ore. Il videogioco più popolare al mondo è tornato con il “Capitolo 2”, la novità che molti aspettavano e che sostituisce l’escamotage trovato da Epic Games per tenere tutti gli appassionati con il fiato in sospeso in attesa di capire cosa sarebbe successo. Sì, perché trovarsi davanti a una pagina scura in cui tutto è stato risucchiato, mappe e personaggi compresi, e non saper più come giocare o andare avanti, non è solo stato un mod diverso per raccontarsi. È stata una trovata di marketing assai geniale che ha generato una chiacchiera continua sui social e sulle pagine dei giornali, cartacei e online, di tutto il mondo.

Ma i creatori hanno deciso di seguire alla lettera il famoso detto che dice: “Ogni scherzo è bello quando dura poco”. Verso alle 10 di ieri, notte fonda negli Usa (altra scelta non banale) la voragine è stata prima sostituita dall’annuncio che suggeriva di scaricare un nuovo aggiornamento, e dopo dalla possibilità di poter tornare a giocare. Una piccola introduzione, poche parole di testo, raccontano come il giocatore sia riuscito a fermare la distruzione dell’universo all’ultimo momento. Un breve stop determinato anche da una questione economica visto che durante quello stop nessuno ha “comprato” o versato soldi per continuare a divertirsi. 

Su YouTube e altre piattaforme online, poco dopo, sono stati condivisi i trailer che raccontano questo “sequel” con le sue novità principali: una innovativa ambientazione che ha già stuzzicato la curiosità dei giocatori e le nuove funzioni, compresa la possibilità di potenziare le proprie armi, annunciate sul sito ufficiale del gioco. Come un bazooka speciale che serve a curare in una maniera non proprio convenzionale o un lanciarazzi particolarmente potente. 

Com’è la nuova mappa

“Un’isola nuovissima con 13 nuove località”. Questa è la descrizione della stessa Epic Games. Un’isola che sembra più selvaggia, misteriosa e meno ricca di insediamenti umani. Con un’aggiunta importante: la possibilità di vivere l’esperienza di un “gioco acquatico”. Ma gli utenti hanno accolto in maniera positiva la presenza di laghi e montagne, di un faro e di un ambiente più difficile da domare. Con la componente marina ha prendersi la scena. Sul Guardian, ad esempio, è stato raccontato come sia possibile dedicarsi ad attività come il nuoto e la pesca, oltre che usare le imbarcazioni per muoversi lungo tutto il territorio. Non tutti i centri sono nuovi. Alcuni come Pleasant Park e Salty Springs, molto apprezzati, sono ancora presenti.

Fortnite Chapter 2 Official Map (Named Locations) pic.twitter.com/2g7RfQQth2

— Fortnite Funny (@FortniteFunny)
October 15, 2019

 

“In poco tempo abbiamo già fatto una nuotata in una piscina termale, siamo saliti su una barca a motore, abbiamo trovato una canna da pesca e visto un faro su un litorale distante. Abbiamo notato che anche le modalità Playground e Creative sono state aggiornate” scrivono sul giornale britannico.

In uno dei nuovi trailer, per la modalità battaglia, è stata rivelata anche una nuova gamma di armi e un nuovo sistema di premiazione in cui i giocatori ricevono medaglie per svolgere compiti precisi come, ad esempio, riuscire a entrare nella lista dei 50 sopravvissuti. In più sono state implementate diverse modalità per poter festeggiare i propri successi, da soli o insieme ad altri appassionati di Fortnite. Un bell’incentivo per riprendere a giocare. 

Google sposa il display a 90Hz e lancia il suo smartphone Pixel 4 nel mondo del gaming spinto e dell’entertainment. Dopo OnePlus (che lo aveva introdotto già nella serie 7) e Realme (che ha presentato questa mattina a Madrid l’X2 Pro), anche il colosso di Mountain View ha presentato a New York il display di nuova generazione unito – per la prima volta su un Pixel – alla doppia fotocamera e a un sensore di movimento che utilizza un sensore radar in miniatura per aiutare il telefono a capire cosa sta succedendo intorno ad esso. Ad esempio, si può sbloccare il dispositivo quando ci si avvicinate al telefono e si può spegnere lo schermo quando non si è nelle vicinanze. 

Motion Sense attiva anche i Gesti rapidi, che aiuta a gestire il telefono senza necessariamente toccarlo. Basta muovere la mano sul telefono per posticipare la sveglia o silenziare la suoneria, controllare la musica mentre il display è spento o anche quando si è su un’altra applicazione. 

Pixel 4 introduce  miglioramenti all’HDR+, nuove funzionalità per la modalità foto notturna e uno zoom ad alta definizione affiancato all’obiettivo principale. Manca ancora il grandangolare presente in quasi ogni modello della concorrenza. La modalità ‘foto notturna’ è un miglioramento del software, tanto che sarà disponibile anche su Pixel 3 e 3a (sebbene in versione light).

Il nuovo assistente Google, in arrivo in Italia nel 2020, permetterà di aprire rapidamente le applicazioni, fare ricerche sul telefono, condividere quanto c’è sullo schermo con una domanda. Prenderà in considerazione anche il contesto delle richieste per rispondere in maniera più pertinente. Si può così chiedere all’Assistente Google “mostra le mie foto di New York” e proseguire con “quelle di Central Park”, per poi condividerle dicendo semplicemente “mandale alla mamma”.

La nuova applicazione Registratore impiega l’Intelligenza Artificiale per registrare riunioni, lezioni e tutto ciò che si desidera salvare e riascoltare in seguito, per poi rendere possibile la trascrizione. In una prima fase sarà disponibile solo in inglese, ma presto sarà disponibili anche altre lingue.

Sul fronte hardware, il Pixel 4 monta 6 GB di ram e il processore Pixel Neural Core, oltre al chip di sicurezza personalizzato Titan M di Google per proteggere i dati sensibili e garantire l’integrità del sistema operativo. Insieme all’ultima versione di Android 10 vengono forniti tre anni di aggiornamenti software e di sicurezza e l’accesso ai servizi di sicurezza avanzati di Google.

Pixel 4 e Pixel 4 XL saranno disponibili in Italia a partire dal 24 ottobre, nei colori bianco, nero e – in edizione limitata per Pixel 4 – nella nuova colorazione arancione a partire da Euro 759 euro per Pixel 4 e da 899 euro per Pixel 4 XL.

In Italia l’intelligenza artificiale potrebbe valere un incremento del Pil pari al 13% da qui al 2030. Che tradotto in moneta vuol dire 228 miliardi di euro. La stima, presentata durante l’evento The Future Is Now, arriva dalla società di consulenza McKinsey & Company e dal suo istituto di ricerca economica McKinsey Global Institute. 

Il peso dell’intelligenza artificiale

Per l’Europa,  l’aumento del Pil potrebbe essere del 19%, per un valore pari a 2700 miliardi di euro nel prossimo decennio. Massimo Giordano, managing partner McKinsey Mediterraneo ha sottolineato che l’AI “rappresenta un’opportunità unica per la competitività e la crescita del nostro continente, che può puntare su diversi punti di forza: un settore industriale all’avanguardia; un ampio bacino di talenti nella ricerca e nel tech; un numero di startup in continua crescita. Sarebbe quindi un peccato perdere questa occasione. Non si tratta infatti di un tema astratto, ma di ricchezza concreta”.

Molti talenti, pochi capitali

Quando si guarda al prossimo decennio, l’evoluzione tecnologica è – come sempre – accompagnata da mutamenti profondi. A partire dal mondo del lavoro. Il tempo impiegato in mansioni che richiedono competenze tecnologiche elevate aumenterà del 40%. Quello impiegato facendo fruttare competenze di basa del 65%. Per soddisfare questa fame di “skill” ci sono due modi, spiega McKinsey: aggiornare l’offerta formativa per chi arriverà nel mondo del lavoro e riqualificare chi ci sta già dentro. L’Europa può contare su una comunità di ricercatori più ampia di quella degli Stati Uniti o della Cina.

Il numero di programmatori software europei è cresciuto del 4-5% negli ultimi due anni e oggi raggiunge 5,7 milioni (negli Usa sono 4,4 milioni). Buoni segnali ma non sufficienti. Perché, come spiega la società di consulenza, la concorrenza per i tech-talenti è mondiale e l’Europa deve tornare a essere un polo di attrazione, richiamando i suoi cervelli in fuga e attraendo le migliori menti dalle altre parti del mondo.

In Europa il numero di startup che si occupa di intelligenza artificiale è triplicato negli ultimi tre anni e gli investimenti sono a livelli record, con 21 miliardi di euro investiti nel 2018 (+360% rispetto agli ultimi 5 anni). Ma, ricorda McKinsey, il numero di “unicorni” europei – ossia startup che hanno una valutazione superiore a 1 miliardo di dollari – è cresciuto a una velocità dimezzata rispetto agli Stati Uniti. Colpa anche di un mercato del venture capital europeo meno sviluppato e troppo concentrato: il 90% di questi finanziamenti è destinato a soli otto Stati Ue.

Tra pubblico e privato

Tra le leve indicate dalla società di consulenza ci sono il Business-to-Business (cioè le attività di imprese che guardano ad altre imprese). “I confini tra i settori sono sempre più labili ed è quindi fondamentale pensare e agire in ottica sinergica, di ecosistema”, sottolinea McKinsey. Che cita come esempio virtuoso la European Automotive Telecom Alliance, un’alleanza tra operatori del settore delle telecomunicazioni e il mondo dell’auto per promuovere la diffusione della guida connessa e automatizzata.

Anche il settore pubblico potrebbe “fare da volano per lo sviluppo dell’innovazione in Europa”: la spesa europea per i prodotti e servizi pubblici ammonta a circa 2.000 miliardi di euro l’anno (pari al 14% del Pil). Se “una parte rilevante” di questa spesa fosse destinata all’innovazione “il settore pubblico, innovando esso stesso, potrebbe innescare un circolo virtuoso di cui beneficerebbe anche il settore privato”. 

Dopo aver sondato il terreno per un paio d’anni con lanci sporadici, Realme “osa fare il salto”, come recita lo slogan della casa cinese, e si presenta sul mercato europeo con tre modelli che puntano a quella vasta quota che va sotto la denominazione di ‘fascia media’ e che comprende i giovani e i giovanissimi, una certa fetta di pubblico femminile e chiunque non abbia intenzione di spendere una fortuna per uno smartphone senza rinunciare a prestazioni da alta gamma.

Il che si traduce in batteria capiente, ma soprattutto ricarica ultraveloce; display con notch per la fotocamera ridotto al minimo e un processore in grado si sostenere sessioni di gioco intense. X2, X2 Pro e 5 Pro, i tre modelli presentati a Madrid da Realme, soddisfano queste esigenze in varie declinazioni di clientela, ma soprattutto di prezzo. Abbiamo chiesto a Levi Lee, direttore per l’Europa, qual è la filosofia dietro l’approccio a un mercato come quello europeo che appare complesso, affollato e per certi versi già saturo.

“Siamo nati nel 2018 con lo scopo di soddisfare i bisogni dei giovani consumatori. Non vogliamo che sacrifichino la ricerca dell’estetica e dell’eccellenza nella performance per il prezzo e per questo vogliamo dar loro un prodotto con tecnologia di alta gamma e un bel design che si adatti alla loro vita. Abbiamo cominciato in India, dove in tre giorni abbiamo venuto un milione di smartphone e siamo felici di essere presenti in 20 Paesi.

Cosa differenzia I tre modelli che avete presentato a Madrid dagli altri smartphone di fascia media?

5 Pro, X2 e X2 Pro hanno tutti e tre un comparto fotografico con 4 fotocamere: siamo primi a farlo. Fin dal loro lancio sul mercato asiatico, I nostri prodotti sono stati accolto con favore per le loro performance e per lo stile.

Qual è il vostro target?

Realme è oggi uno dei 4 brand di punta in India, tra i primi 5 in Indonesia and e siamo nella top 10 a livello mondiale. Puntiamo a diventare un marchio mainstream e a portare un’esperienza di alto livello nelle mani dei giovani in tutto il mondo. Per questo, dopo il successo che abbiamo avuto in Asia, vogliamo coinvolgere i giovani europei nella nostra community di fan e nella nostra famiglia che conta 17 milioni di clienti.

Con che strategia pensate di conquistare i giovani italiani storicamente legati a tre brand come Apple, Samsung e Huawei?

L’Europa è per noi un mercato molto importante e altrettanto lo è l’Italia. Per questo abbiamo deciso di lanciare l’X2 Pro contemporaneamente in Europa e in Asia. Vogliamo portare nelle manio dei giovani italiani un prodotto di alta qualità a un prezzo per tutte le tasche.

Da dove viene Realme?

All’origine di questa grande avventura c’è il nostro Ceo Sky Li che in anni di esperienza all’estero ha avuto modo di conoscere a fondo il mercato giovanile in tutto il mondo. Siamo uno spin-off di Oppo, ma ora siamo un brand indipendente con un proprio posizionamento di mercato, strategia, comparto di ricerca e sviluppo e marketing.

Chi sono I vostri competitor?

La competizione nel settore degli smartphone ha un solo beneficiario: il cliente. Siamo felici di affrontare qualunque competizione per metterci alla prova e realizzare prodotti sempre migliori. Anche se là fuori c’è una pletora di concorrenti, noi preferiamo concentrarci su noi stessi e su come possiamo offrire ai giovani consumatori europei una grande esperienza con il loro smartphone, Ogni giorno ci mettiamo in competizione con noi stessi per diventare un produttore di punta nel mercato.

Un nuovo protagonista si affaccia sul mercato europeo degli smartphone. Viene (ma che sorpresa!) dalla Cina e punta (ma che sorpresa!) alla fetta più appetibile: quella dei giovani e dei giovanissimi.

Si chiama Realme ed è uno spin-off di un altro produttore piuttosto recente sulla scena italiana ed europea: Oppo. Lo sbarco di Realme in Europa è fissato per il 15 ottobre, quando lancerà a Madrid il suo modello di punta: l’X2 Pro, che ambisce a mettersi in competizione con gli smartphone di fascia medio-alta di marchi come Huawei e Samsung, che nell’ecosistema Android hanno posizioni molto forti e consolidate, ma anche con gli OnePlus serie 7t appena presentati.

Nonostante il rallentamento delle vendite e le cassandre che annunciano la saturazione del mercato, fino al secondo trimestre del 2019, il mercato degli smartphone ha mostrato di essere ancora vivo. Huawei e Samsung hanno rilevato una crescita su base annua rispettivamente del 7,1 e del 4,6%. L’azienda sud coreana resta in prima posizione in termini di quote di mercato (21,3%), seguita da Huawei (15,8%) e nell’ultimo rapporto Counterpoint si comincia a parlare di  Realme che ha spedito 4,7 milioni di dispositivi contro gli 0,5 milioni dello stesso trimestre del 2018, con un incremento di 848 punti percentuale, entrando per la prima volta nella top 10.

Il mercato europeo, uno dei più complessi, ha una distribuzione per grandi volumi, con il 35% della quota saldamente in mano a Samsung; il 19% a Huawei; il 15% ad Apple, il 7% a Xiaomi e il 2% a OnePlus. In Italia, semplificando (e molto) si può dire che in Italia il 30% del mercato degli smartphone appartiene a Samsung, un altro 30% a Huawei e il 20% ad Apple. Il restante 10% è in mano a protagonisti con quote marginali comeOnePlus, Oppo, la franco-cinese Wiko e Xiaomi.

Marginali, certo, ma pronte a esplodere. E per questo aziende come OnePlus preparano da anni il terreno mettendo a punto prodotti top di gamma quali il 7T (nelle sue tre versioni) in grado di muovere guerra al P30 Pro di Huawei e all’S10 di Samsung. O il Reno 2 di Oppo, che potrebbe affiancare modelli di fascia medio-alta come le varie varianti Lite della serie P e Mate di Huawei.

Come si colloca Realme in questo scenario? Per comprendere la strategia dell’azienda, forse si dovrebbe pensare a Honor, una costola di Huawei, nata come spin-off e diventata brand indipendente e di un certo peso in Italia. In sostanza il duo Oppo-Realme replicherà la combinata Huawei-Honor che ha funzionato alla grande fino al giorno in cui Trump ha twittato la sua dichiarazione di guerra. “Realme è nata con l’obiettivo di soddisfare le esigenze dei giovani consumatori” dice ad Agi Levi Lee, il direttore per Europa di Realme, “In realtà non vogliamo che i giovani utenti sacrifichino la loro ricerca estetica e prestazioni eccellenti per il prezzo, quindi ‘Osiamo saltare’ come afferma il nostro slogan, in modo da poter raggiungere il nostro obiettivo principale: offrire loro un prodotto di fascia alta con tecnologia e grande design”.

Nata appena un anno fa, nel 2018, Realme ha iniziato il suo percorso in India, uno dei mercati con la crescita più rapida e imponente, dove ha raggiunto il traguardo delle vendite di 1 milione di telefoni cellulari in 3 giorni, passando dall’1,2 di quota mercato del secondo trimestre del 2018 al 7,7 dello stesso periodo del 2019. “Sappiamo di essere molto felici di operare in 20 paesi e di sbarcare in Europa” aggiunge Lee, che dice di aver scelto la Spagna come porto di approdo “perché è un mercato molto aperto all’innovazione e una cultura molto accogliente che si allinea molto bene con il nostro motto”. “Inoltre” aggiunge, “il mercato spagnolo è cresciuto e ha raggiunto un punto in cui pensiamo che i nostri prodotti saranno accolti molto bene tra i consumatori”.

“L’Europa è un mercato così importante per noi” dice ancora Lee, che “il lancio di Realme X2 Pro avverrà simultaneamente in Europa e in Asia per la prima volta, diventando una pietra miliare per l’azienda e rafforzando l’importanza del mercato europeo per il marchio”. Stessa premessa vale per l’Italia:

“È uno dei più grandi mercati in Europa e anche uno dei mercati chiave per l’Europa. Realme fornirà i migliori prodotti a un prezzo accessibile per i consumatori italiani e siamo certi che i nostri prodotti diventeranno popolari tra i giovani in Italia”.

Ma che telefoni presenterà il 15 ottobre a Madrid?

L’X2 Pro, innanzitutto, il top di gamma che monta un processore Sanpdragon 855+ e una batteria da 4.000 mAh che grazie alla tecnologia da 50 W sarà possibile ricaricare in 35 minuti e un display con refresh a 90HZ. Il comparto fotografico è dotato di una quad camera da 64MP con zoom ibrido da 20X, grandangolo di 115 gradi,  teleobiettivo e obiettivo per ritratti.

L’X2 è pensato per gli amanti dei selfie grazie all’obiettivo da 32 MP con nightscape per gli scatti in notturna. Monta un processore Snapdragon 730G e una batteria da 4.000 con tecnología da 30W. La fotocamera principale ha un obiettivo 64MP in combinazione con un obiettivo ultra grandangolare, un micro obiettivo da 4 cm e un obiettivo vertical. realme X2 è il punto di partenza di una nuova era della Quad Camera.

5 Pro è invece pensato per i giovanissimi: una fotocamera da 48MP, una piattaforma mobile Snapdragon 712 AIE che dà il meglio di sé nei giochi e nell’intrattenimento. Include anche un nuovo gel che consente una migliore dispersione di calore quando si svolgono operazioni pesanti, ad esempio giochi di grande portata. La ricarica da 30W riduce il riscaldamento sia del caricatore, sia del dispositivo.

“L’uomo è come un algoritmo, non esiste una sua versione finale ma una che si può sempre ottimizzare e migliorare”. Francesco Marconi, 33 anni, giornalista e responsabile ricerca e sviluppo del Wall Street Journal, mi ripete più volte questo concetto durante una chiacchierata sul suo ultimo libro uscito in Italia (Diventa autore della tua vita, 30 giorni per scoprire le tue aspirazioni e cominciare a raggiungerle, Rizzoli, 2019).

Background tecnologico solidissimo, esperto di intelligenza artificiale e machine learning, soprattutto applicate al mondo dell’informazione, Marconi racconta all’Agi di come gli italiani abbiano bisogno di maggior “self-confident”, fiducia in se stessi. “Spesso sono troppo umili, questo a volte può essere un vantaggio ma anche un grosso ostacolo quando si vuol provare a cambiare lavoro o iniziare un nuovo progetto”. Un passato ad Associated Press, un presente da ricercatore al Mit di Boston e al Wsj, Marconi nel 2017 è stato riconosciuto da MediaShift come uno dei 20 principali innovatori nell’ambito dei media digitali.

Ognuno di noi, quindi, è un algoritmo umano che per crescere “ha bisogno di dati, di input, di sollecitazioni che arrivano dall’esterno”. Tutto quello che serve per avviare un meccanismo di machine learning interiore in cui la componente umana, quella non fredda e asettica dei calcolatori, è ingrediente necessario: “Questo libro non è una serie banale di formule di auto-aiuto, né promette false illusioni. È un oggetto, fisico, che può essere usato nel momento del bisogno o, ancora meglio, che puoi regalare a una persona a cui tieni particolarmente e che è in cerca della sua strada”.

Marconi è nato in Portogallo, nelle sue vene scorre sangue italiano, e vive a New York. Pochi anni fa scrisse un articolo in cui illustrava il suo “metodo E.N.G.A.G.E.” dove raccontava quanto fosse importante arrivare a stringere un patto con sé stessi per provare a cambiare la propria esistenza e perseguire i propri desideri. Tra consigli ed esercizi, pause e respiri. Quell’articolo è diventato un libro di successo che ora sbarca nelle nostre librerie con un adattamento, C.R.E.A.T.I., che non perde efficacia.

“Non è una formula di marketing” dice Marconi “Io voglio che si crei una connessione tra chi lo compra e le persone che gli stanno intorno, alla community di riferimento. Ci si può lavorare sopra, può stare sul comodino o in valigia quando si viaggia. Non è una lettura tradizionale che si consuma in due giorni. Si può leggere anche solo un capitolo alla volta, con la cadenza viene decisa dal lettore. E non c’è limite di età, si può ripetere il processo ogni volta che serve”.

Nelle pagine ci sono aneddoti personali della vita di Marconi, storie di grandi uomini e donne come Steve Jobs e Victor Hugo, i creatori di Stranger Things e Zaha Hadid ma anche, se non soprattutto, dati e ricerche che scientificamente danno solidità alla narrazione dell’autore. Per spiegare bene le peculiarità del testo si può ricorrere a una frase che è uno dei piloni portanti delle teorie di un’altra grande ricercatrice, Brené Brown: “Stories are just data with a soul”. Dati e anima. Algoritmo e umanità.

Il nostro cervello, come sostiene il neuroscienziato Rick Hanson “è come il velcro per le esperienze negative e come il teflon per quelle positive”, ovvero tende a dare più risonanza e importanza alle prime rispetto alle seconde. Chi fa il mestiere del giornalista questo lo vede anche nel tipo di notizie che fanno presa nella mente del lettore. Ma non solo.

Come giornalisti sappiamo che tutti i giorni si leggono cose con una matrice fortemente negativa, dalle guerre ai terremoti, e a volte mi sembra che siamo circondati da troppe energie di questo tipo. Ci sono studi scientifici che dimostrano come l’essere esposto a positività permette a ciascuno di noi di crescere e di migliorarci. È difficile quantificarne l’impatto ma credo sia molto importante avere accanto persone dinamiche e creative. Tornando al concetto dell’algoritmo umano: se i dati che prendi all’esterno sono negativi anche il tuo processo di “machine learning” sarà altrettanto negativo. Meglio allenare questo processo di sviluppo con positività, creatività, collaborazione.

Nel libro ci sono tre capitoli dove suggerisce di coltivare la gentilezza, di eliminare la critica sistematica, di provare a distinguersi per essere riconoscibili. Bene, la provoco. Dobbiamo abbandonare i social come Facebook? O grazie a nuovi fenomeni come Tik Tok, i giovanissimi possono tornare a ricercare una propria identità?

Penso che tutto questo abbia a che fare con il tentativo di essere “autentici”. Una piattaforma come TikTok ti lascia essere davvero autentico e creativo, altre come Facebook o Twitter sono focalizzate nel promuovere la conformità. Oggi c’è una tensione sempre più forte tra il conformarsi alla società e il provare a essere autentici. Ma succede, a volte, di trovarsi davanti a quella che viene chiamata come “fake authenticy”. Questo è quello che si dovrebbe evitare. Essere autentici e, allo stesso tempo, essere grati per quello che si ha penso sia una soluzione che possa aiutare davvero le persone a concentrarsi sulle cose importanti.

Nel libro scrive anche quanto sia importante non essere interrotti e imparare a superare il disagio del silenzio. Viene citato uno studio di Microsoft che indica come ogni dipendente venga interrotto in media quattro volte ogni ora..

Sì, per me questa è certamente un qualcosa che riguarda la sfera sociale e l’interazione umana ma ha anche qualcosa di fisico. Pensiamo ad esempio a come sono disegnati gli uffici oggi. Al Wall Street Journal è tutto “open space” e io credo che questa non sia la forma migliore dove lavorare. Vieni interrotto troppe volte. Sarebbe importante creare una struttura dove si ha il tempo per essere al 100% focalizzati nel lavoro e parallelamente altri spazi per la connessione sociale e l’interazione con gli altri individui.

E suggerisce anche di mettere sempre per iscritto le proprie idee

Serve a dare forza e concretezza ai propri obiettivi. Io procedo così: li scrivo per averli sempre davanti e ogni giorno provo a fare una o due cose che mi permettano di procedere verso il loro raggiungimento. Se lo faccio per due o tre mesi, il risultato arriva più facilmente. È come costruire una casa: cominci con i mattoni e alla fine hai un edificio.

Pieno di post-it

Esatto.

Parliamo di deepfake. In Italia abbiamo visto da poco il caso del “falso” Renzi e molti ci sono cascati. 

Al Wall Street Journal abbiamo creato una squadra di media forensics dove ci sono 21 giornalisti che hanno imparato a fare la “detection” dei deepfake e altri video che promuovono l’odio. Stiamo continuando ad apprendere nuove tecniche per farlo ma quella che per me è più importante di tutte è continuare a seguire il processo tradizionale giornalistico: controllo e ricerca delle fonti. I deepfake, come ogni tecnologia, evolvono di continuo. Quando troviamo una soluzione potrebbe non bastare. Inizialmente in questi video non si vedeva sbattere gli occhi, ora è un’azione che questi volti fanno. È come un gatto che insegue il topo, non dobbiamo fermarci ma sviluppare sempre nuove tecnologie per combatterli. Il grande problema è che nel momento in cui tu hai identificato un deepfake come tale, lo stesso è già stato ampiamente visto grazie alle reti sociali che lo hanno condiviso. La sfida è anche quella di informare queste persone del fatto che hanno visto una fakenews.

Parliamo anche di fact-checking. Fondamentale, utile, molti lo apprezzano, ma non è diventato uno strumento di successo per le masse di lettori. Perché?

È molto importante per i giornalisti ma è un ingrediente base del nostro mestiere. Se non fai fact-checking non sei un giornalista o non puoi lavorare in un’agenzia. Se fai buon giornalismo, fai factchecking. È un elemento non dovrebbe distinguerti dagli altri. Penso che i giornalisti ne siano più ossessionati di quanto lo sia il pubblico. Una volta, nelle operazioni di marketing di un giornale americano, lessi “leggi il nostro giornale per proteggerti dalle fakenews”. Penso che sia una cosa molto importante per noi ma un po’ secondaria per i lettori.

Decisiva allora quella che nel libro diventa “la pepita”, ovvero quella capacità di vedere le cose in una maniera unica, trasversale, originale. Nel giornalismo e nella vita. Come la si trova?

Posso dirle come faccio io. Non posso trovare un’altra prospettiva quando sono totalmente preso dal lavoro che sto facendo. Devo diversificare le attività da fare ogni giorno. È molto difficile uscire dalla routine, dall’autopilota inserito. Ma è importante provare a farlo. Il tempo libero serve a sviluppare la creatività, a parlare con altre persone, a fare ricerca. Questo è il segreto.

“Ogni giorno è il giorno più importante della tua vita”, scrive.

A volte stiamo troppo concentrati nel voler raggiungere un grande obiettivo. Dovremmo invece avere un approccio maggiormente legato alla forma incrementale. Crescere giorno dopo giorno per creare la base del proprio futuro.

Nella prefazione leggo: “Ho lasciato l’Italia perché volevo diventare migliore. A volte penso di tornare una volta per tutte. Il motivo per cui non l’ho ancora fatto è che voglio tornarci nella migliore versione di me stesso”. Quando tornerà?

Non so ancora come risponderle. I 30 piccoli capitoli del libro sono disegnati in un maniera simile al processo in cui si sviluppa un’intelligenza artificiale. Sto ancora testando se l’algoritmo umano funziona e lo saprò solo in una versione di me più ottimizzata.

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