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L’idea che il telefono possa ascoltare le nostre conversazioni, magari attraverso una delle sue app, è piuttosto diffusa. E tecnicamente è possibile. Ma quanto è probabile che accada? O meglio, qualcuno ha mai esaminato le app del nostro telefono per vedere se hanno comportamenti anomali?

Ora la risposta è sì, c’è chi ha fatto una ricerca ad hoc. E la sua conclusione è che no, le app del telefono analizzate non ascoltano di nascosto le conversazioni degli utenti. Non sono tutte ovviamente, ma sono parecchie, diverse migliaia, esaminate dal primo ampio studio accademico di questo tipo, fatto dalla Northeastern University.

I ricercatori hanno analizzato il comportamento di 17 mila popolari app per Android, incluse quelle di Facebook o che inviano informazioni a Facebook. L’obiettivo era capire se alcune di queste di nascosto registrassero l’audio circostante attraverso il microfono e lo inviassero in giro. Ora, i ricercatori non hanno trovato traccia di un comportamento di questo tipo.

Non sostengono che il loro studio sgombri del tutto il campo dai dubbi, ma per quanto riguarda il campione esaminato, non sono riusciti a trovare un singolo caso di registrazione segreta. E questo malgrado ci fossero ben 9 mila app, fra tutte quelle prese in considerazione, che avevano il permesso di accedere alla videocamera e al microfono e quindi potenzialmente di ascoltare i discorsi dei loro proprietari.

I ricercatori presenteranno il loro lavoro alla conferenza Privacy Enhancing Technology Symposium che si terrà il prossimo mese a Barcellona. “Non abbiamo visto prove che le conversazioni delle persone fossero segretamente registrate”, ha detto David Choffnes, uno degli autori della ricerca, a Gizmodo. “Ma le persone non sembrano capire che ci sono comunque molti altri modi di tracciare la loro vita quotidiana”.

Lo studio insomma tranquillizza su un fronte, ma non troppo. Anche perché i ricercatori si sono accorti che alcune di queste app facevano screenshot e registrazioni video delle interazioni dell’utente con le stesse senza averlo ben chiarito nei permessi. E come se non bastasse, a volte ci si mettono anche i bachi. In questi giorni alcuni utenti Samsung, ad esempio, si sono accorti che il loro telefono inviava di nascosto le foto nel rullino ai loro contatti in rubrica, a causa di un errore ancora da chiarire.

Avete un Galaxy Note 8 o un Galaxy S9? Potreste essere a rischio imbarazzo. Alcuni smartphone della Samsung, tra cui questi due modelli, da una settimana a questa parte hanno cominciato a inviare le foto contenute nella galleria. Il tutto in maniera autonoma, senza cioè che il proprietario dello smartphone ne abbia coscienza. La notizia è stata inizialmente riportata da Android Central e poi rilanciata da Gizmodo. Il difetto riguarda Samsung Messages, l’applicazione predefinita per l’invio di messaggi.

Nessun problema quindi con i servizi di chat più comuni, da Whatsapp a Facebook Messenger; ma l’inconveniente è che una volta che la foto è stata inviata, sul dispositivo non rimane traccia e quindi potreste non sapere mai che qualche foto sia finita nelle mani sbagliate. Al vostro capo, per esempio, potrebbe arrivare quel selfie che vi siete scattati insieme al gatto. O al partner la foto del vicino/della vicina di ombrellone ingenuamente conservata nella memoria del telefono.

Per evitare danni, fate così

La causa del difetto sarebbe l’incompatibilità tra Samsung Messages e l’aggiornamento del sistema Rcs, quello che intende modernizzare gli sms trasformandoli in chat, di alcune compagnie telefoniche. Lo si legge sul blog ufficiale degli utenti Samsung.

La società coreana sta provvedendo a risolvere il bug ma, se nel frattempo volete assicurarvi che niente di imbarazzante parta dal vostro smartphone, ecco cosa potete fare. “La prima opzione è modificare le impostazioni del telefono revocando l’accesso di Samsung Messages alla memoria”, consiglia Gizmodo spiegando che in questo modo le foto rimangono confinate in un’area non raggiungibile dal servizio di messaggistica.

L’altra soluzione è quella di cambiare app con cui scambiarsi testi. Il tutto nell’attesa che il problema venga risolto. Samsung, confermando che il suo team sta lavorando per mettere una pezza al danno, consiglia agli utenti coinvolti di contattare il 1-800-SAMSUNG.

Colpa di T-Mobile? L’azienda nega

Le prime lamentele degli utenti americani sono arrivate su Reddit. “La scorsa notte, mentre dormivo, il mio S9 ha spedito tutte le foto presenti nella mia galleria alla fidanzata. Sul telefono non c’è traccia di tutto questo, sulla memoria T-Mobile sì. Come può essere successo?”. Come detto, la ragione starebbe in una strana reazione nell’interazione tra i servizi di messaggistica di Samsung e gli aggiornamenti di alcuni operatori, tra cui T-Mobile. L’azienda, però, a Gizmodo ha negato di essere coinvolta: “È un problema di Samsung”.

Questa è la storia triste, ma non troppo, di un giovane italiano che voleva conquistare il mondo. E a un certo punto pensava di potercela fare. Ce la poteva fare. Ma invece no. Questa è la storia di Ugo Parodi Giusino, che era il poster boy, il ragazzo immagine dell’innovazione nostrana.

Quando si è cominciato a parlare di startup, nel 2008, lui aveva 26 anni, ed era il primo al nastro di partenza. Me lo ricordo bene: bello, simpatico, spigliato. Velocissimo. In una scantinato di Mondello, la località balneare dei palermitani, aveva fondato una società che aveva l’obiettivo di creare video virali, quando ancora questa parola non esisteva nel marketing.

Oggi lo sanno tutti che sono i video che vengono condivisi attraverso i social molto rapidamente in modo da raggiungere il grande pubblico in fretta e a basso costo. Era una bella idea Mosaicoon, forse la prima società italiana a fare quello che oggi ti offre qualunque agenzia pubblicitaria.

Il primo video di Mosaicoon raccontava la storia di un senzatetto che diventava “ricco” grazie al fatto che dei creativi gli cambiavano le frasi scritte sui cartoni per chiedere l’elemosina. Erano così i video di Mosaicoon, divertenti, spiazzanti, originali. La società parte e decolla a razzo. Alcune multinazionali gli affidano le loro campagne, il fatturato vola e arrivano anche gli investitori.

Raccoglie in tutto 12 milioni di euro che non sono pochi per partire ma se vuoi conquistare il mondo ti bastano appena ad aprire alcune sedi all’estero: Londra, Madrid, Singapore, Seoul, Nuova Delhi. Anche se la sede centrale resta orgogliosamente a Palermo, a Isola delle Femmine.

L’idea è creare una piattaforma che consenta ai creativi di tutto il mondo di poter lavorare per le aziende che vogliono comunicare. Servono tanti soldi invece arrivano tanti premi, per tre anni di fila Mosaicoon viene nominata l’azienda più innovativa d’Europa, in Italia è il presidente della Repubblica Napolitano a premiare Ugo Parodi.

Sembra una favola, e in fondo lo è, ma non a lieto fine. Al momento di scalare, Ugo Parodi cerca investitori ma le grandi agenzie pubblicitarie del mondo si sono messe a fargli concorrenza, è dura. Per la prima volta non trova i soldi per andare avanti. E dopo dieci anni esatti chiude. L’ho sentito, triste ma non domo. Preoccupato che dal suo fallimento passi un messaggio di rassegnazione per chi prova a fare innovazione in Italia e non di speranza, perché sono comunque stati dieci anni formidabili. Ha ragione. Mosaicoon è fallita ma il gruppo di talenti che aveva assemblato lo troveremo di nuovo in qualche altro progetto. Più maturi, più consapevoli e con la stessa fame. Nella vita non vince chi non cade, vince chi quando si rialza è cresciuto.

Ugo, che è successo? Perché questa chiusura improvvisa?
“Avevo sottostimato i problemi che avrei dovuto risolvere per creare un business globale. Per imporre la nostra piattaforma tecnologica”

Eri partito facendo video virali di successo, ed andava a dio, poi che è cambiato?
"Abbiamo provato a scalare, sviluppando un software unico e proprietario con il quale puntavamo a creare un marketplace di creativi di tutto il mondo. E ci siamo riusciti, anche.

Cosa non ha funzionato?
"Quando siamo partiti eravamo soli sul mercato, adesso ci sono in campo player enormi e per far loro concorrenza servono grandi capitali. Non li ho trovati". 

Perché sei rimasto in Italia, anzi orgogliosamente a Palermo? Hai sempre fatto un vanto di aver creato una azienda innovativa in Sicilia dove i tuoi dipendenti potevano andare a lavorare in bermuda e fare surf in pausa pranzo…
"Lo rivendico, abbiamo creato un gruppo di talenti pazzesco, e abbiamo fatto tornare persone che erano all’estero. Questo valore non va perduto. Ma certo essere così italiani e siciliani fino all’ultimo non ci ha aiutato al cento per cento, diciamo": 

Cos’è esattamente che non va perduto? Chiudi…
"Tutte le cose belle fatte in questi anni, il fatto di aver creato una impresa che ha puntato sul talento, che ha lavorato con multinazionali pazzesche, che ha fatto grandi prodotti e anche un fatturato di vari milioni di euro. Sono stati dieci anni formidabili. Questo è il messaggio che conta, non il fallimento. Mosaicoon è fallita ma non ha fallito, c'è una bella differenza". 

E’ come se mi dicessi che conta il viaggio non la destinazione; molto romantico, ma nel business non è così.
"E’ invece è importante non lamentarsi sempre delle cose che non funzionano, che non si possono fare. E guardare a quello che si è fatto. Magari capendo gli errori per non ripeterli".

Ne hai fatti tanti?
"Miliardi. Ogni tanto ci ripenso. Anzi ci penso continuamente. Tantissimi errori, ma è normale quando da giovane guidi una azienda così ambiziosa. La complessità ti fa sbagliare. Sbagli tanto e speri di imparare in fretta. Ma alcuni errori sono unici, nel senso che sbagli e non ti viene data la possibilità di rimediare.

Ma alla fine perché chiudete? Quale l’errore più grave? Era sbagliato il modello di business di Mosaicoon?
"Il modello era giusto, ci credo ancora tantissimo come credo nel valore della piattaforma che abbiamo sviluppato. Chiudiamo perché abbiamo provato a fare un aumento di capitale per crescere e non ci hanno dato fiducia. E senza investimenti in questo mercato non esisti e non resisti".

Il solito tema dei soldi dei venture capital che in Italia scarseggiano?
"Diciamo che in Italia sono stati fatti tanti passi avanti. Oggi uno o due milioni di euro per partire se hai una buona idea e un buon tema li trovi. Ma se poi devi crescere è dura. Siamo ancora deboli sul lato scale up e internazionalizzazione".

Avevi raccolto dodici milioni di euro in un primo momento: chi erano i tuoi investitori?
"Vertis, il primo a crederci. Imi. E poi alcuni family office. Io avevo, ho ancora, la maggioranza relativa".

Era proprio necessario chiudere?
"Non avevamo alternative".

Come avverrà?
"Tecnicamente è un fallimento lo stiamo perfezionando in questi giorni".

Nonostante tanti discorsi sulla cultura della Silicon Valley, in italiano “fallimento” resta una parola con un’aura molto negativa.
"Sbagliato. Fa parte della vita, e in particolare del mondo dell’innovazione, che si possa sbagliare, chiudere e fallire. E ripartire però. E’ questo il messaggio vero".

Come lo ha detto ai dipendenti? E’ stato improvviso?
"No, siamo una azienda molto trasparente. Erano tutti consapevoli della sfida e del rischio che correvamo. Ma sono talenti eccezionali. Non finisce qua per loro.

Neanche per te, hai solo 36 anni. Riguardiamo per un attimo che è successo in questi dieci.
"Premiato tre volte a Bruxelles come azienda più innovativa d’Europa, al Quirinale da Napolitano ho ricevuto il premio dei premi per l’innovazione…".

E hai aperto sedi in mezzo mondo, forse anche troppe.
"Singapore, Nuova Delhi, Seoul…".

L’inizio.
"In uno scantinato di Mondello. Con un gruppo di ragazzi appassionati di cinema e video. Il primo video si chiamava Reactivity e si vedeva un giovane senza tetto che chiedeva l’elemosina per strada e diventava ricco cambiando il testo sui cartoni".

Poteva finire diversamente? Mosaicoon, non il video del senza tetto. 
"Se penso lucidamente a quello che è accaduto in questi dieci anni non riesco a dirlo, ma sicuramente in qualche mondo parallelo c’è una Mosaicoon che ha conquistato il mondo".

E adesso?
"Non so stare ferrmo un attimo, sicuramente ripartirò. Ma adesso è importante condividere quel che è successo e non far passare il messaggio sbagliato".

Qual è quello giusto?
"Non è impossibile fare delle grandi cose in Italia. Anche se a volte fallisci".

Il piccolo schermo – che sia quello di una smart-tv, di un tablet o di uno smartphone – è l'ultimo fronte della battaglia per l'innovazione aperta da Luigi Di Maio che, dopo aver annunciato la volontà di portare tutti ad avere mezz'ora di Internet gratis al giorno, ha profetizzato la fine della tv tradizionale di fronte all'avanzata di modelli fondati sullo streaming. Auspicando la nascita di una Netflix italiana, però, il ministro per il Lavoro e lo Sviluppo Economico ha dimenticato di citare due società di streaming italiane che esistono già: TimVision e Chili. La prima, come dice il nome, è la piattaforma di Tim; la seconda è un parto di Fastweb che l'ha poi venduta. 

Se una compagnia che non è grillina dice che Netflix sta avanzando a ritmi per cui tra di 5-10 anni avrà assorbito il 20 30% del mercato, io come ministro ho il dovere di investire in quei modelli economici, di sviluppare modelli economici che rappresentano il futuro della televisione, per cui ogni cittadino si compone il palinsesto come vuole. Questa non è polemica è quello che sta chiedendo chi guarda la televisione

Luigi Di Maio

Ma come funziona il mercato della tv in streaming cui Netflix ha spalancato le porte anche in Italia, minacciando più che la tv tradizionale il sistema delle pay tv del duopolio tra Sky e Mediaset Premium? 

GQ ha riassunto i principali servizi a disposizione per vedere la tv via Internet.

Amazon Prime Video

I clienti possono iscriversi su PrimeVideo.com al prezzo di 19,99 euro all’anno (presto, però, raddoppierà​), mentre chi è già cliente Prime può guardare i contenuti su un numero limitato di device: smartphone e tablet Android e iOS, tablet Fire e su alcuni modelli di Smart TV LG e Samsung senza costi aggiuntivi. Ci sono alcune esclusive prodotte da Amazon – come Transparent, Mozart in the Jungle o American Gods – la possibilità di scaricare le puntate e guardarsele offline. 

Now Tv

Lanciata da Sky è l’alternativa per chi cerca le serie tv dell’emittente satellitare ma non vuole sottoscrivere un abbonamento a tempo indeterminato. Il costo parte da 9,99 euro al mese per un pacchetto tra serie tv, cinema e intrattenimento, che diventano 19,99 euro per lo sport. Il lancio di Now Tv Mobile ha abbassato i costi se si guardano i contenuti su smartphone e tablet (in questo caso si parte da 6,99 euro al mese).

Infinity 

L'offerta di Mediaset punta soprattutto sul catalogo di film. Costa 9,99 euro al mese, e dà accesso anche alle serie tv del gruppo.

Chili 

Lanciato da Fastweb – poi fuoriuscita dall’azienda – permette di guardare film tre mesi dopo l’uscita nelle sale a meno di un euro anche offline e, con il download, più volte. Si è estesa nel Regno Unito, in Germania, Austria e Polonia e nel capitale sono entrate major come Warner Bros, Paramount Pictures, Viacom, Sony Pictures e 20th Century Fox.

RaiPlay

L’app della Rai permette di rivedere gratis serie e programmi attualmente in onda o che hanno fatto la storia della . Per l’on-demand serve una registrazione dell’account, mentre il livestreaming è libero. Funziona bene e ci sono decine di contenuti da fruire.

Apple tv

La scatolina nera di Apple mette a disposizione film senza abbonamento, pagando la singola visione come se fosse un noleggio o l'acquisto addebitato sul conto iTunes. 

Vvvvid 

La tv online personalizzata che si mantiene con la pubblicità, basta registrarsi per accedere a film e serie tv gratis. È il punto di riferimento per gli anime (ogni mese ci sono 8 serie animate in simulcast con il Giappone) la fantascienza e l’horror, ma si trovano anche fiction recenti e film d’autore.

Xbox

Microsoft ha messo a punto un ecosistema d’intrattenimento con la Xbox One che include la tv on-demand con film, giochi e serie tv da acquistare.

Youtube Tv

Offre agli iscritti negli Stati Uniti un servizio streaming con 40 canali, comprese le principali reti di news come Abc, Nbc e Fox, diverse programmazioni sportive e film. Costa 35 dollari al mese.

Walmart ha accettato la sfida di Amazon. E da alcuni mesi sta investendo in modo massiccio su digitale e e-commerce. L'ultimo esempio è il lancio di un tour virtuale in3D, durante il quale acquistare gli oggetti visibili.

La stanza-vetrina (virtuale)

Gli utenti potranno entrare e muoversi, dal semplice display di pc e smartphone o utilizzando i visori per la realtà virtuale, in una stanza completamente arredata, dove sono presenti mobili, elettrodomestici, vassoi, bicchieri, televisori, lenzuola. Il cliente potrà esplorare la stanza, cliccare su uno degli oggetti presenti e concludere l'acquisto in poche mosse. In sostanza, Walmart mette circa 70 articoli in vendita in una vetrina virtuale, dando allo stesso tempo la possibilità di intuire come starebbero in casa propria. Da luglio, ci sarà anche l'opzione “Buy the room”, “compra la stanza”: gli oggetti visibili online possono essere acquistati in blocco, con un solo click.

L'obiettivo è consentire agli utenti di portare a casa lo stesso stile che trovano in negozio. Un po' come se un cliente dell'Ikea decidesse di comprare l'intero allestimento preparato dagli addetti della catena svedese. Al momento, tour virtuale e opzione “Buy the room” sono limitate a camere da letto e piccoli spazi. Ma Walmart intende ampliare la gamma dell'offerta, ascoltando i suggerimenti che nei prossimi mesi arriveranno dagli utenti.

Walmart contro Amazon

Al di là delle singole soluzioni, si tratta di una conferma: la catena americana della grande distribuzione ha capito che non c'è alternativa al digitale. E mentre Amazon si allarga dal web al mondo fisico (con Prime, Fresh e l'acquisizione di Whole Foods), Walmart fa il percorso inverso. Il caso più solare è l'acquisizione di Flipkart, leader indiano del commercio elettronico che ha ceduto alla corte di Walmart nonostante un tentativo di inserimento in extremis da parte di Jeff Bezos. Ma non solo. Nei giorni scorsi Reuters ha pubblicato un'indiscrezione che vorrebbe l'insegna americana accanto a Microsoft per sviluppare un supermercato senza casse. Cioè simile ad Amazon Go. A Redmond, ci starebbero lavorando 10-15 persone, tra i quali uno specialista che ha contribuito allo sviluppo dei punti vendita “intelligenti” di Amazon. Il ceo Satya Nadella di Microsoft starebbe seguendo i progressi molto da vicino, con l'obiettivo di arrivare a una soluzione abbastanza economica da non assottigliare i già esigui margini del settore retail.

No, Facebook non ci spierà. O almeno non lo farà attivando a tradimento il microfono dello smartphone. In questi giorni è venuta fuori la notizia di un brevetto depositato da Menlo Park: quando un utente guarda qualcosa online o è davanti al televisore, questa nuova tecnologia attiverebbe il telefono per fare registrazioni ambientali e inviarle a Facebook per scopi pubblicitari. Il brevetto esiste? Sì: è stato depositato il 12 dicembre 2016 e pubblicato il 14 giugno 2018. Solo che non parla mai di microfono né necessariamente di smartphone. La registrazione non sarebbe automatica e Facebook ha già chiarito che non ha intenzione di applicare questa tecnologia. Ma allora a che cosa serve?

Come funziona il brevetto

Il sistema, come spiega il brevetto, permette di registrare l'ambiente a torno a sé quanto il dispositivo (non per forza uno smartphone) capta un segnale. Ad esempio della tv o di un altro schermo. La tecnologia proposta da Facebook riconosce che cosa viene trasmesso, lo confronta con la sua banca dati costruita in precedenza e capisce se il messaggio che arriva alle orecchie dell'utente è più o meno ricorrente. Si potrebbe definire come una sorta di Shazam della pubblicità. Perché a questo servirebbe: comprendere le nuove abitudini degli spettatori, che sempre più spesso dialogano contemporaneamente con due schermi (tv o pc e smartphone), per venderle ai marchi.

Il mio smartphone c'entrerà o no?

Effettivamente, detta così suona (ed è) un po' sinistra. Prima di tutto però, non c'è nessuna indicazione sul brevetto che lasci intendere a un'attivazione del microfono del proprio smartphone. Ben che meno senza l'autorizzazione dell'utente. Certo, è possibile che il sistema diventi una porta per gli hacker con le peggiori intenzioni, però questo avviene già adesso, anche tramite una semplice fotocamera. E poi di dispositivi che ascoltano l'ambiente attorno a sé ce ne sono e ce ne saranno sempre di più: sono gli smart speaker, come Echo, Google Home e HomePod. O come Portal, il maggiordomo digitale (con display) che Facebook avrebbe dovuto lanciare ma che ha preferito tenere nel cassetto ancora un po' dopo il caso Cambridge Analytica. Proprio perché, come i suoi colleghi, vive di dati e ascolto.

Ma allora a che serve?

Altro elemento che indicherebbe quantomeno alla cautela: Facebook ha detto che non svilupperà questa tecnologia. Chiunque è libero di fidarsi o meno, ma questi (a oggi) sono i fatti: uno dei vicepresidente di Menlo Park, Allen Lo, ha detto a Engaged che “non è inclusa in alcun prodotto Facebook e mai lo sarà”. Ma allora perché brevettarla? Anche qui, niente di nuovo. Si tratta, spiega Lo, di “prevenire aggressioni da altre compagnie”. I brevetti “tendono a focalizzarsi su tecnologie futuristiche, spesso di natura speculativa e commercializzabili da altre società”. Tradotto: Facebook (come Google, Apple, Amazon e tanti altri) deposita un brevetto su ogni pezzetto e funzione di smart speaker che gli venga in mente, con l'obiettivo di sbarrare la strada agli avversari (che nel frattempo fanno lo stesso). Quindi no, Facebook non origlierà le nostre conversazioni. Di noi sa già abbastanza.
 

Dopo oltre dieci anni dall’ultima volta, inizia la certificazione del nuovo protocollo che renderà il Wi-Fi più sicuro. La Wi-Fi Alliance, organizzazione no-profit responsabile dello standard nelle connessioni che utilizzano questa tecnologia, ha annunciato il 26 marzo la certificazione del Wpa3, protocollo di sicurezza che sostituisce il suo predecessore Wpa2 e che renderà nove miliardi di dispositivi Wi-Fi più sicuri da attacchi informatici e furti di informazioni.

Un primo significativo cambiamento riguarda le misure previste contro la tattica del “brute-force”, che consiste nel tentare tutte le combinazioni di password possibili fino a quando non si trova quella corretta. Con il protocollo Wpa2 un attaccante può intercettare le informazioni trasmesse da un router per poi tentare di decriptarle sul proprio dispositivo anche offline. Con l’introduzione del Wpa3 invece questo non sarà possibile, e per ogni nuovo tentativo gli attaccanti dovranno interagire con il router, rendendo necessaria la presenza fisica nei pressi del dispositivo.

Un’altra novità introdotta con il Wpa3 sarà un meccanismo di protezione retroattiva, grazie al quale se un attaccante cattura una trasmissione crittografata non gli sarà possibile avere accesso a dati più vecchi, ma solo a quelli trasmessi da quel momento in poi.

Il nuovo protocollo per le connessioni Wi-Fi arriva a sei mesi dall’annuncio della Wi-Fi Alliance, e a nove mesi dalla scoperta di una vulnerabilità critica grazie alla quale un attaccante connesso a una rete Wi-Fi può avere accesso ai dati degli altri dispositivi connessi sulla stessa rete.

Il 16 ottobre dello scorso anno un gruppo di ricercatori dell'Università Cattolica di Leuven, Belgio, avevano pubblicato un paper dal titolo "Key Reinstallation Attacks: Forcing Nonce Reuse in Wpa2", nel quale si dimostra che tramite un attacco 'KRACKs' (Key Reinstallation AttaCKs), è possibile compromettere la sicurezza delle connessioni wireless protette da Wpa2.

Leggi anche: Le nostre reti Wi-Fi sono molto più insicure di quanto immaginiamo

Una nuova funzione che sarà possibile utilizzare con il nuovo protocollo si chiama Easy Connect – connessione facile – e permetterà a dispositivi privi di un monitor come quelli dell’Internet delle Cose di connettersi tramite un codice QR.

Anche se l’azienda produttrice di chip Qualcomm ha già annunciato che inizierà da subito a lavorare sulla compatibilità dei propri prodotti con il nuovo standard, prima di vedere un’ampia diffusione del Wpa3 si dovrà attendere almeno la fine del 2019. La Wi-Fi Alliance ha fatto sapere che per ora il nuovo protocollo non sarà ancora obbligatorio, e quindi ci si può aspettare che inizierà a essere più ampiamente utilizzato dal 2020.

Premiate questa mattina al museo di Arte Classica dell’Università La Sapienza di Roma le squadre dell’Università di Padova, del Politecnico di Milano e di Venezia Ca’ Foscari, rispettivamente prima, seconda e terza classificata alla seconda edizione di CyberChallenge.it, il programma che seleziona i migliori talenti informatici del paese tra i 16 e i 22 anni organizzato per il secondo anno dal Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica (CINI).

Presenti all’iniziativa il Rettore dell’Università La Sapienza, i vertici del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica, del Centro Interforze Operazioni Cibernetiche della Difesa, i rappresentanti del CINI e Camil Demetrescu, professore all’Università Sapienza di Roma e coordinatore nazionale della Cyberchallenge. 

“Cyberchallenge.it è una delle iniziative fondanti del Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica – ha spiegato Paolo Prinetto, presidente del CINI e Direttore del Laboratorio Nazionale Cybersecurity – è un progetto strategico, autofinanziato, sostenuto dagli sponsor e su base volontaristica, sul quale il consorzio ha investito molto”. Un’operazione che, ha detto Paolo Prinetto, “rientra all’interno delle azioni finalizzate a costruire un’ecosistema di cybersecurity in Italia” e che “passa anche per il recruitment di talenti. Il nostro sogno? Poter gestire la competizione europea, ne abbiamo la capacità.

Vogliamo scalare per far sì che questa esperienza faccia parte di un percorso”, in cui i ragazzi abbiano la giusta preparazione tecnica, ma anche etica. Il CINI ha deciso inoltre di lanciare un nuovo percorso di formazione, legato alla Cybersecurity e alle sue implicazioni con l’Intelligenza Artificiale. Kick Off previsto per il 4 luglio a Roma. 

Ad essere premiati questa mattina sono stati i 12 (4 per ogni team) cyberdefender che hanno ottenuto i migliori risultati nelle prove a squadre, che si sono tenute ieri, sempre alla Sapienza. I più bravi saranno successivamente convocati per la Nazionale Italiana di Cyberdefender nei prossimi campionati europei di Londra. Nella European Cybersecurity Challenge che l’anno scorso si è tenuta a Malaga, in Spagna, la squadra italiana si è aggiudicata il terzo posto. 

La competizione prevedeva una serie di giochi informatici di gruppo di difesa e di attacco, in cui i partecipanti dovevano appunto difendersi e attaccare a loro volta gli avversari.

Hanno partecipato alla competizione otto squadre di cyberdefender, frutto della selezione svolta da altrettante università italiane su 1900 candidati (ogni ateneo era presente a Roma con 20 dei suoi studenti migliori per un totale di 160 partecipanti). Oggi pomeriggio in programma anche la Recruitment Fair, spazio per agevolare l’incontro tra gli studenti e le aziende che supportano la Cyberchallenge. “Con l’augurio – ha aggiunto Demetrescu –  di contribuire a colmare lo skill shortage del settore favorendo l’incontro tra la richiesta delle aziende e l’interesse dei giovani talenti a individuare sbocchi occupazionali utili alla loro carriera”.

 

Google va avanti con la sperimentazione di Duplex, anche se metterà dei paletti fermi per evitare un uso ingannevole della sua tecnologia. Stiamo parlando di una nuova funzione di Google Assistant, l’assistente vocale del colosso tech, che è in grado di interagire con gli esseri umani al telefono per compiere in autonomia alcune azioni di base, come prenotare un tavolo al ristorante. Duplex era stato mostrato con orgoglio alcune settimane fa nel corso di Google I/O, la conferenza della multinazionale dedicata agli sviluppatori, in cui il Ceo Sundar Pichai aveva fatto ascoltare le registrazioni di due telefonate, la prima per prenotare un tavolo a un ristorante, la seconda per prendere appuntamento dal parrucchiere. La voce, l’interazione, la fluidità, le risposte, perfino le interiezioni emesse dal software apparivano estremamente umane. Forse troppo. Infatti subito dopo si era scatenato un dibattito pubblico sull’opportunità di usare tecnologie di questo tipo, in grado di trarre in inganno gli interlocutori.

I primi test pubblici

Bene, ora Google ha annunciato che nelle prossime settimane inizierà una sperimentazione pubblica del software con un piccolo gruppo di persone che faranno da “tester”, collaudatori. In questa fase il programma verrà usato solo per fare delle chiamate ad aziende per confermare gli orari di attività e quelli di chiusura. Successivamente si faranno prove anche per prenotare posti in ristoranti e saloni di bellezza.

Ma sarà tutto alla luce del sole. Dopo le critiche ricevute per la demo in cui non era chiaro se gli umani che rispondevano al telefono avessero contezza di stare parlando con un software, Google aveva fatto sapere di voler incorporare dei sistemi di trasparenza nel prodotto. Ieri ha rivelato come intende farlo. Dopo il primo saluto da parte del software, questo si identificherà dicendo: “Ciao sono Google Assistant, sto chiamando per fare una prenotazione per un cliente. Questa chiamata automatica sarà registrata”. La parte sulla registrazione dipende dalla legislazione dei singoli Stati, sarà inclusa laddove sia obbligatorio per legge informare del fatto che si sta registrando una telefonata. A Google serve perché sono tutti dati che utilizzerà per migliorare il suo software, basato su sistemi di intelligenza artificiale.

Il dibattito sull’etica

Il fatto che Duplex introduca da subito alcuni elementi di trasparenza e attenzione ai risvolti etici è importante perché con questo tipo di sperimentazioni ci stiamo addentrando in un territorio nuovo. E, come notano vari osservatori, è necessario fissare da subito degli standard etici, e non pensare a questi solo dopo che la tecnologia si sia evoluta e diffusa. Tutto ciò si lega alla discussione in corso sui progressi dell’intelligenza artificiale e le sue implicazioni. Poche settimane fa lo stesso Pichai ha pubblicato una sorta di manifesto sull’etica nell’AI (Artificial Intelligence) in cui l’azienda prova a delineare alcuni principi.

Tra questi, il fatto che tali tecnologie non debbano rinforzare precedenti pregiudizi. Che debbano essere progettate fin dall’inizio pensando alla sicurezza e alla privacy. Che debbanno dare feedack, spiegazioni e indicazioni sul loro operato. Che non siano abusate o usate in applicazioni malevole. Google negli scorsi mesi è stata scossa anche internamente da simili discussioni. Tanto che le proteste dei suoi stessi dipendenti hanno portato alla cancellazione di più di un progetto controverso di intelligenza artificiale.

Analisti di banca, tremate, l'automazione minaccia anche il vostro posto di lavoro. Commerzbank, che lo scorso anno ha annunciato il taglio di 9.600 posti di lavoro, intende infatti rimpiazzare con algoritmi alcuni dei ricercatori silurati, minacciando – in prospettiva – anche il futuro di chi ha conservato l'incarico. A raccontarlo è il Financial Times, dove leggiamo che la seconda banca tedesca avrebbe siglato una partnership con Retresco, una compagnia che si occupa di produzione automatica di contenuti attraverso l'intelligenza artificiale, per studiare la possibilità di incaricare le macchine di stendere rapporti di analisi.

C'è già un precedente. Nel giornalismo

Sia chiaro, non si sta chiedendo all'intelligenza artificiale di scrivere quelle lunghe note di analisi per i quali i clienti pagano profumatamente le banche d'affari. Come sempre avviene con l'automazione, l'obiettivo è togliere agli umani i compiti più meccanici e ripetitivi, in questo caso la stesura di note sui bilanci delle aziende. Non si tratterebbe di una novità: ci sono già testate giornalistiche che ricorrono ai computer per elaborare i lanci sulle trimestrali, in modo da poter diffondere i dati in maniera più rapida. 

Si tratta di una scommessa promettente perché "i rapporti di ricerca che valutano i bilanci trimestrali sono strutturati in maniere simili", ha spiegato alla testata britannica Michael Spitz, capo dell'area ricerca e sviluppo di Commerzbank. La tecnologia sarebbe già così avanzata, prosegue il Financial Times, "da fornire circa il 75% di quello che un analista umano scriverebbe in un rapporto a caldo su un bilancio trimestrale". Ma per prodotti di maggiore complessità la strada è ancora molto lunga, spiega Spitz: "Se si tratta di fattispecie più astratte, credo che non siamo ancora, e forse non saremo mai, in grado di rimpiazzare la qualità assicurata da un ricercatore umano".​

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