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Domani mattina il Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale Luca Attias interviene al teatro San Carlo in occasione del XIII Simposio Cotec con i capi di Stato di Italia Spagna e Portogallo che chiude i quattro Digital Days di Napoli organizzati da AGI. In questo post anticipa alcune delle cose che dirà)

Il Team per la Trasformazione Digitale nasce, sotto la guida di Diego Piacentini, per avviare la costruzione del “sistema operativo” del Paese, una serie di componenti fondamentali sui quali costruire servizi più semplici ed efficaci per i cittadini, la Pubblica Amministrazione e le imprese, attraverso prodotti digitali innovativi. La struttura commissariale è stata istituita il 16 settembre 2016 con una scadenza iniziale al 16 settembre 2018. La struttura ha operato in regime di prorogatio fino al 30 ottobre 2018.

Il 25 ottobre 2018 sono stato nominato, su proposta dello stesso Diego Piacentini, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri come nuovo Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale e la struttura è stata rinnovata. Il Team opererà fino al 31 dicembre 2019.

Domani mi troverò davanti al nostro Presidente della Repubblica il cui livello di attenzione e sensibilità verso l’innovazione e le nuove tecnologie è notoriamente altissimo. Mi colpì molto che a questi argomenti, e in particolare alla lotta al divario digitale, riservò uno spazio, probabilmente in maniera inedita, sin dal suo discorso di insediamento

La legge istitutiva del mio ufficio [D.Lgs. 179/2016] mi affida il compito di dare attuazione all’agenda digitale italiana anche in coerenza con l’agenda digitale europea e, dunque, nella sostanza, il compito di trasformare il nostro Paese consentendo ai suoi cittadini, e alle imprese che vi operano, di cogliere gli straordinari vantaggi offerti dalle nuove tecnologie in termini civili, sociali ed economici. Il raggiungimento di questo ambizioso obiettivo richiede un investimento importante in due direzioni:

  • progettazione e sviluppo di servizi e infrastrutture digitali (materiali e immateriali)
  • diffusione di un adeguato livello di alfabetizzazione e cultura digitale.

Sottolineo che percorrere solo una delle due strade suindicate renderebbe vano l’intero lavoro. Dobbiamo però essere consapevoli di quale sia il contesto da cui siamo partiti alla nomina di Diego Piacentini.

Ha pesato l’approccio di contrapposizione a prescindere

I fattori che maggiormente hanno influenzato negativamente il processo di trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione italiana negli ultimi 25 anni sono stati certamente la quasi costante assenza del tema ai primi posti dell’agenda politica dei governi che si sono succeduti e il dover ad ogni cambio di governo ricominciare comunque da capo per un approccio, anche sul digitale, di contrapposizione a prescindere, drammaticamente tipico della politica italiana, ma che proprio in questo settore ha prodotto i risultati più dannosi.

Questa situazione ha fatto sì che la maggior parte delle Amministrazioni Pubbliche si sono trovate abbandonate e impreparate a dover affrontare un complesso processo di cambiamento e ciò ha generato una frammentazione e una conseguente situazione caotica nel digitale caratterizzata da ordini di grandezza ingestibili e inefficienti. L’ulteriore aggravante è che a tutto ciò siamo sempre rimasti inconsapevolmente indifferenti.

Partiamo dall’enorme numero di data center pubblici (anche se, a fatica, la maggior parte di essi si può definire tale). Questo numero, tra censiti e non, è notoriamente maggiore di 10.000. Ma, se la situazione infrastrutturale è decisamente complessa, quella applicativa appare tragica. Nella nostra PA sono state sviluppate un numero spaventoso di applicazioni non interoperabili, che fanno le stesse cose, sulle stesse norme ed in modo incomprensibilmente diverso.

In questi data center e su queste applicazioni, fatto ancora socialmente più grave, lavorano centinaia di migliaia di persone della PA e soprattutto dell’indotto che lavora per le PA che svolgono nella maggior parte dei casi in quasi totale buona fede un lavoro inutile se non dannoso.

Ci troviamo quindi davanti ad un grande spreco di denaro pubblico, ad una carenza di servizi adeguati e ad una occupazione non al passo con i tempi.

Un Paese in “emergenza digitale”

Questo è uno dei fattori che ha condotto l’Italia in uno stato che io da anni definisco di “emergenza digitale”. L’Italia è un Paese che vive di costanti emergenze (in alcune delle quali siamo purtroppo, ahimè, best practice) di cui la popolazione è consapevole, basti pensare alla criminalità organizzata, alla evasione fiscale, alla corruzione, o al tema della disoccupazione unito al più alto tasso mondiale di fuga di cervelli. Queste ultime sono emergenze di cui la popolazione è totalmente consapevole mentre quasi nessuno percepisce che esiste un’unica emergenza trasversale, appunto l’emergenza digitale, che, se non verrà affrontata una volta per tutte in modo serio e risolutivo, non consentirà neppure in parte di combattere le numerose altre emergenze di questo Paese che, anche per questo motivo, resteranno irrimediabilmente tali.

Particolarmente interessante in questo contesto è analizzare il legame tra digitalizzazione e lotta alla corruzione. La corruzione, l’inefficienza, la cultura della raccomandazione possono essere combattute anche con l’informatica ma la digitalizzazione è ostacolata proprio da questi fattori. È una situazione di stallo (“deadlock” come dicono gli anglosassoni) non è dettata solo dal buon senso ma anche dall’indicatore della correlazione tra il Digital Economy and Society Index (DESI, fonte UE) e la classifica dei Paesi meno corrotti (fonte Transparency International), che risulta essere superiore a 0,9, un valore che fa pensare che i due ranking siano quasi lo stesso ranking. Interessante notare che anche Spagna e Portogallo mantengono nei due ranking la medesima posizione in classifica.

Pur non potendo parlare di causalità o di uno studio scientifico, tutto ciò ci porta senza ombra di dubbio ad affermare che se riuscissimo a recuperare posizioni nel DESI (Indice digitale, economico e sociale all’interno dell’UE) sviluppando una corretta politica del digitale in Italia, certamente la corruzione nel nostro Paese subirebbe un significativo ridimensionamento. Dai ranking internazionali l’Italia appare come un Paese in digital divide pur essendo il Paese al mondo con il maggior numero di smartphone pro capite e ciò non può non far riflettere.

Ad oggi l’emarginato digitale non è più solamente colui che non ha accesso alla rete, o non possiede le tecnologie per accedervi, quanto piuttosto colui che non “sa vivere” né la rete, né le tecnologie. L’emarginato digitale pertanto è colui il quale non possiede la competenza culturale, né le capacità critiche, per godere pienamente della sua «cittadinanza digitale» e partecipare, nei termini più democratici del termine, alla vita in seno alla comunità di appartenenza.

L’emarginato digitale non è, pertanto, in grado di godere delle opportunità che la collettività può offrirgli. Per i fattori appena enunciati si può pertanto asserire che, se in passato si è sempre ritenuto che un digital expert non potesse essere in digital divide, questa considerazione oggi non è più del tutto vera.

Siamo quindi un Paese in grande difficoltà ma evidentemente anche un Paese che ha un potenziale di risalita enorme se riuscissimo a trasformare le intelligenze singole (la “fuga di cervelli italiani” non è un caso) in una intelligenza collettiva e ad operare con un maggiore senso etico.

Il Team di Trasformazione digitale di Diego Piacentini nasce nel settembre 2016 anche per andare in questa direzione e ad oggi dopo due anni e mezzo si porta appresso diverse buone notizie.

  • Il team è costituito da talenti selezionati dal mercato per lo più dotati di spiccate competenze tecnologiche al passo con i tempi e con esperienza internazionale che vengono per svolgere un “servizio civile”, non è un caso che chi esce da Team e ritorna al privato continua “pro bono” a dare il proprio contributo.
  • Le piattaforme abilitanti che il Team ha preso in mano che hanno l’obiettivo di creare il cosiddetto “sistema operativo del Paese” e combattere la parcellizzazione di cui sopra cominciano a funzionare e a diventare asset strategici del Paese.
  • Il Team è consapevole che 30-40 persone non possono trasformare da sole il digitale italiano e per questo cerca di fare squadra con tutto ciò di buono da questo punto di vista, ed è tanto, c’è in Italia e cercando di confrontarsi il più possibile con le best practice presenti all’estero. Ed è fondamentale in questo contesto che iniziative indipendenti dal Team Digitale ma che vanno in una direzione analoga, come ad esempio il piano industria 4.0, l’implementazione della dorsale in fibra e della rete 5G. il Piano Nazionale Scuola Digitale continuino ad essere portate avanti con convinzione.
  • L’ultimo cambio di Governo, per la prima volta, ha dato continuità totale al lavoro del precedente esecutivo sul digitale pubblico confermando al 100% le scelte fatte da Diego Piacentini.
  • Si sta propagando una maggiore consapevolezza diffusa a tutti i livelli dell’importanza del tema e della gravità dell’emergenza digitale.

È chiaramente ancora un processo lungo e complesso che ha bisogno di continuità, non necessariamente nelle persone, ma nell’idea e nella strategia.

La situazione vede ancora, e sarebbe sbagliato negarlo, da una parte, la quotidianità di un Paese per molti versi poco consapevole digitalmente, ma comunque, come abbiamo già accennato, in cima alle classifiche internazionali per numero di smartphone pro capite, con oltre 30 milioni di iscritti a Facebook, dove si vendono più App che quotidiani. In Italia, sappiamo bene che queste App ci aiutano in centinaia di occasioni; pagare il parcheggio, sapere quando arriva il bus, arrivare a destinazione più rapidamente, chiamare un taxi, consultare le previsioni meteo, fare la spesa, ecc.

Il progetto IO

Abbiamo adottato lo smart working, la video conference, lo home banking, e l’e-commerce. Dall’altra, c’è la Pubblica Amministrazione, elefantiaca ed arretrata. Dove il tema centrale, molto spesso, è ancora solo quello di varcare il tornello in orario, senza quasi preoccuparsi di cosa succeda dopo. Una sfera pubblica che è sul fondo in termini di digitalizzazione, di offerta di servizi di qualità e all’avanguardia, di diffusione delle competenze digitali di base e non, di integrazione delle informazioni

Il punto è cercare di far convergere questi due mondi che oggi sembrano viaggiare parallelamente, IO cerca di essere questa convergenza.

Il progetto IO è un importante pilastro della visione di cittadinanza digitale del Governo italiano. Lo scopo è rendere più semplice e familiare l’interazione tra i cittadini e i servizi della Pubblica Amministrazione centrale e locale (Comuni, Regioni, agenzie centrali) per attività quotidiane come:

  • ricevere comunicazioni e aggiornamenti
  • ottenere e gestire documenti (atti, notifiche, certificati)
  • ricordare e gestire le scadenze
  • effettuare pagamenti digitali

IO esprime una visione dei servizi pubblici completamente centrata sui bisogni dell’utente: uno degli obiettivi del progetto è proporre infatti un modello in cui non sia più responsabilità del cittadino scoprire ed imparare ad usare i servizi di cui ha bisogno, ma saranno i servizi stessi a contattarlo nel momento in cui gli sia richiesta una azione di qualche tipo. Un modo per rendere ai cittadini “trasparente” la complessità dello Stato.

La chiave oggi per la trasformazione digitale dell’Europa è, in scala più grande, la stessa che il Governo italiano sta affrontando al suo interno, superare le frammentazioni e i personalismi all’interno delle singole nazioni per poi costruire infrastrutture, piattaforme e applicazioni sicure transnazionali all’interno della Comunità Europea. I vantaggi che ne potremmo ottenere in termini di sicurezza, scalabilità efficienza, efficacia, economicità, occupazione, competenze, knowledge management, qualità dei servizi, competitività sono inimmaginabili. 

In qualche modo oggi la tecnologia quasi ci obbliga a lavorare insieme nel pieno rispetto della privacy e dell’indipendenza di ciascuno, oggi le infrastrutture e le applicazioni sono potenti, sicure e flessibili se sono comuni.

Una “Repubblica digitale”

Non abbiamo ancora approfondito il secondo dei due punti elencati all’inizio. Nella mia vita ho spesso cercato di realizzare dei sogni, come quando ho scritto al Comitato del premio Nobel di Stoccolma – diversi anni dopo che qualcuno di nostra conoscenza lo aveva già fatto con l’intento di richiedere di assegnare il Nobel per la Pace ad internet – per richiedere di valutare l’istituzione del Nobel per l’IT. Non sono riuscito nell’intento ma sono comunque riuscito ad ottenere una risposta e comunque a sollevare un dubbio.

Un altro sogno che alcuni di noi vogliono fortemente perseguire si chiama Repubblica Digitale. La tecnologia digitale, che ha dato una forte accelerazione al processo di trasformazione del mondo generando opportunità straordinarie e rischi incalcolabili per la cittadinanza, può rappresentare una grande occasione per “rilanciare” i principi, i diritti e i valori costituzionali che hanno fondato la nostra Repubblica. Condizione necessaria – ancorché non sufficiente – perché questo sogno diventi realtà è che Governi, Aziende e Cittadini collaborino insieme per superare ogni forma di analfabetismo digitale per le stesse ragioni e con la stessa determinazione con la quale, nel secondo dopoguerra, si superò l’analfabetismo linguistico.

Abbiamo appunto chiamato questa iniziativa “Repubblica digitale” che consideriamo il più open dei nostri progetti a cui speriamo aderiscano il maggior numero di organizzazioni cominciando con il firmare un Manifesto, che sarà presentato fra qualche giorno, per una Repubblica digitale aperta, partecipata e inclusiva.

Le cameriere del Gran Caffè Rapallo non sono più le stesse. Hanno grembiule e gonna, certo e anche il fazzoletto al collo, ma invece di muoversi veloci tra i tavoli, scorrono placide lungo un binario e guai a chiedergli qualcosa fuori dai loro preset, perché non degnerebbero il cliente nemmeno di uno sguardo perplesso. Sì, preset, perché le due new entry nello staff dello storico bar  sono due robot e vanno avanti in base ai movimenti impostati nella loro scheda madre, che non sono poi tanti: portare ai tavoli i vassoi con le ordinazioni stando attenti a non sbattere contro chi attraversa la loro strada.

Per la verità nemmeno il Gran Caffè Rapallo è più quello di una volta. Il locale amato da Ezra Pound, Ernest Hemingway ed Eugenio Montale è passato nel 2014 in mani cinesi e sul lungomare non si servono più le comannde di Pulitzer e Nobel, ma cucina cinese e italiana, oltre all’immancabile ‘sushi all you can eat’. 

Il locale ha mantenuto all’esterno gli stessi tavolini, le stesse sedie e la stessa insegna, ma dentro è cambiato tutto. L’attuale proprietario, Gabriele Hu, nato in Cina, ma da genitori di solida tradizione nell’ospitalità in Italia – padre e nonno hanno smepre lavorato  nella ristorazione nel nostro Paese – ha voluto introdurre in questo angolo di Liguria quello che altrove . e soprattutto in Cina – si avvia a diventare la normalità: bracia meccaniche che aiutano quelle umane tra bancone e tavolini.

“Nessun dipendente sarà licenziato” ha assicurato Hu all’edizione cartacea de La Stampa, che ha raccontato la svolta hi-tech dell’antico caffè, “sono una forma di intrattenimento, una cosa in più. Sia ben chiaro: nessuno verrà sostituito dai robot”.

E in effetti non sarebbe nemmeno possibile: gli Xiao Ai, come si chiamano gli automi (letteralmente ‘piccoli amori’, ma è anche il nome dell’assistente vocale sviluppato da Xiaomi per gli smartphone top di gamma dell’azienda cinese) non sono in grado di prendere le ordinazioni e devono essere messi a riposo se il locale è troppo affollato. I comandi in italiano, poi, sono ancora più elementari: nella versione cinese sono in grado di riprodurre musica e di scherzare (in maniera piuttosto basica) con l’interlocutore, mentre a Rapallo non possono servire più di 60 tavoli.

Come funzionano

Gli Xiao Ai aspettano in cucina e quando la comanda è pronta viene indicato loro sul touch screen a quale tavolo portarla. Una volta che il cliente prende il vassoio, tocca un pulsante sulla mano del robot e quello continua nel suo lavoro. Si muove lungo un binario adesivo che traccia un percorso sul pavimento e ha sensori che gli permettono di fermarsi se qualcuno incrocia la sua strada. 

Non è il livello di elaborazione dei robot che preparano i cocktail sulle navi da crociera della Royal Caribbean o dell’ormai celebre Sophia che sta sviluppando la capacità di ‘leggere’ le reazioni umane e interpretarle. Ma nemmeno di iCub, il robot messo a punto a Genova e che assomiglia in modo inquietante a un bambino. 

L’Italia è agli ultimi posti in Europa per “interazione digitale” tra cittadini e PA: nel 2018 solo il 24% degli italiani dichiara aver interagito con la PA per via telematica, contro il 92% dei danesi, il 71% dei francesi, il 57% degli spagnoli. Il valore medio nell’Unione Europea è del 52%. Peggio di noi solo Bulgaria e Romania. 

SCARICA QUI IL RAPPORTO COMPLETO

Cittadini e PA: un rapporto che migliora ma che ancora non soddisfa la maggior parte dei cittadini. Più della metà della popolazione è tutt’ora convinta che il funzionamento delle strutture pubbliche non possa essere ritenuto soddisfacente. Confrontando tuttavia la recente rilevazione con quella analoga risalente al 2017, si registra un parziale miglioramento. La quota di coloro che ritengono che la PA funzioni “molto male” si riduce dal 17,9% al 10,2%.

Leggi il blog di Riccardo Luna

Analogamente si riduce la quota di coloro – la maggioranza – convinti che la PA funzioni “piuttosto male” (da 52,1% a 50,8%). Simmetricamente, aumenta la quota di chi si orienta su un giudizio moderatamente positivo (“piuttosto bene”) che passa da 24,3% a 33,2%. Le valutazioni improntate al maggior ottimismo (“molto bene”), rimangono del tutto residuali (3,1%). Guardando i dati nel loro complesso si può affermare che in soli 2 anni il perimetro dei giudizi negativi si è ridotto dai 3/4 ai 2/3 degli italiani. 

“La trasformazione digitale della PA è iniziata ed è possibile. Se guardiamo agli ultimi cinque anni, i cambiamenti si vedono benissimo. E La nuova indagine sulla cultura dell’innovazione degli italiani, realizzata da AGI e dal Censis a due anni di distanza dalla precedente, li registra. Ma l’indagine registra anche una diffidenza degli italiani verso il nuovo che avanza: più che la curiosità, in molti vince la nostalgia. E non è un paradosso in un paese in cui l’indice di vecchiaia è cresciuto di 25 punti percentuali in 10 anni toccando il nuovo record storico. Per vincere questa resistenza quotidiana non potremo limitarci a digitalizzare i complicatissimi processi esistenti, trasferendo le scartoffie, le firme e i bolli della burocrazia sul web, ma dovremo cambiare tutto disegnando servizi e applicazioni facili e immediati. Come comprare qualcosa su Amazon”.

Riccardo Luna, direttore dell’Agi

Le attese di cambiamento convergono su una PA leggera e “poco invasiva”. Gli italiani che si augurano un sostanziale ridimensionamento della PA, con una conseguente riduzione sia dei suoi costi che dell’impatto negativo della ridondanza burocratica dei procedimenti sono oggi il 38,2%. Colpisce che i dipendenti pubblici siano tra i più favorevoli all’opzione “ridimensionamento” (44,9% del totale). Una quota analoga di cittadini auspicherebbero un totale ripensamento, spostando l’attenzione dalle procedure interne alle reali esigenze dell’utenza (38,2%). La terza opzione, ossia una riforma che consenta al sistema pubblico di esercitare un reale traino sullo sviluppo del Paese, risulta largamente minoritaria (23,6%).

 

 

Giudizi ancora critici sulla transizione digitale della PA. La spinta degli ultimi anni verso servizi e procedure digitalizzate è percepita solo in parte dalla popolazione. Complessivamente, più di un italiano su cinque è insoddisfatto del cambiamento in atto. Gli altri quattro ritengono che il processo di digitalizzazione sia ancora troppo limitato nella sua diffusione e nella sua incisività.

Soltanto il 5,7% dei cittadini ritiene che questo processo sia già maturo e che la semplificazione cercata stia effettivamente avvenendo. Gli sforzi fatti sono ritenuti del tutto insufficienti per l’8,1% della popolazione. Per il 15% circa dei cittadini i cambiamenti avvenuti sono persino fonte di ulteriori difficoltà complicando ulteriormente la vita di chi si trova a richiedere questi servizi. 

Scarsa la conoscenza dei processi in atto. La percezione di un cambiamento ancora molto limitato è spiegabile, almeno in parte, anche attraverso la mancanza di adeguata informazione relativamente ai servizi digitali già attivati dalla PA e del loro reale funzionamento. Soltanto il 9,2% si dichiara completamente informato mentre nel 53,4% dei casi l’informazione è carente o addirittura assente.

 

 

Il 37,4% dei cittadini, pur dichiarandosi sufficientemente informato, rileva nella persistente difficoltà di accesso o di utilizzo dei servizi digitali il vero problema che finisce per annullare i lati positivi di un’offerta non più vincolata a sportelli e file infinite. Guardando ai singoli servizi online offerti dalla PA, se un tasso di conoscenza elevato è registrato dalla posta certificata (72,7%) e dalla fatturazione elettronica (65,6%), un risultato negativo è segnato invece da innovazioni come il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), conosciuto soltanto dal 41,8% degli italiani o il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) (32,2%). 

“Da oltre trent’anni l’Italia spende tanta energia e moltissimi soldi per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, più di qualsiasi altro Paese europeo. Abbiamo aperto, per primi, cantieri innovativi su qualsiasi terreno digitale: dai pagamenti alla fatturazione, dall’identità personale alla comunicazione certificata, dal deposito di atti giudiziari alle ricette mediche. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e questi dati rimarcano ancora una volta il gravissimo ritardo d’innovazione nelle piattaforme digitali pubbliche e nel funzionamento della burocrazia. L’errore, che inesorabilmente ripetiamo, è puntare tutto sull’ultimo passo dei processi amministrativi, il più visibile e spendibile sul fronte del consenso politico, e di rinunciare a ogni innovazione negli schemi organizzativi, nella progettazione dei servizi, nella necessità di far parlare tra loro applicazioni e banche dati, nel tradurre la complessità burocratica in interazioni semplici per imprese e cittadini. Gli italiani si aspettano meno siti e tessere di plastica e molta più intelligenza”.

Giorgio De Rita, segretario generale del Censis

Alto il gap tra le attese di cambiamento e i risultati riscontrati. Il 73,2 degli italiani si aspettava dalla digitalizzazione della PA un ritorno in termini di semplificazione, ma soltanto il 30,8% del campione ha dichiarato che grazie ai servizi online ha ottenuto un reale vantaggio. Lo stacco è molto alto anche per quanto concerne la velocità delle procedure: il 72,2% se l’aspettava, ma soltanto il 40,6% dichiara di averla riscontrata.

 

 

Forte discrasia tra quanto desiderato e quanto effettivamente ricevuto anche per quanto riguarda la chiarezza delle informazioni e la trasparenza dei processi. La mancanza di semplificazione delle procedure online rispetto a quelle tradizionali è uno dei fattori cruciali della mancata diffusione dei canali digitali. Utenti abituati ad interfacciarsi in maniera semplice e veloce con le applicazioni digitali nel settore privato – disegnate proprio per essere fruibili da tutti soprattutto attraverso i dispositivi mobili – mal sopportano le procedure complesse, le lungaggini e le complicazioni dei sistemi “pubblici” focalizzati più sulla procedura e sulla correttezza amministrativa piuttosto che sull’accesso al servizio e sulla user-friendliness.

Ma non è tutta colpa della PA: l’interazione digitale non decolla anche a causa dei tanti “retaggi analogici” del Paese. Ancora oggi il 16% delle famiglie italiane non dispone di una connessione internet domestica. Nell’UE il dato medio è dell’11% ma siamo ben lontani dai valori espressi da Paesi come l’Olanda (2%), il Regno Unito (5%) e la Germania (6%).

Più in generale si rileva una quota elevata di popolazione che continua (e continuerà in larga parte) a vivere in un mondo completamente “analogico”. Se è vero che le persone con più di 18 anni che dichiarano di connettersi ad internet tutti i giorni hanno raggiunto il 52,7% del totale e se è vero che la quota di chi non è affatto un utente internet si è più che dimezzata rispetto al 2001, sussiste tutt’oggi un 32,2% di italiani che “non si connette mai”.

Il confronto con i dati del 2008 mostra un netto miglioramento nella connettività per i giovani e le classi d’età centrali, ma fra i più anziani la quota dei “non digital” è altissima. Supera il 60% nella classe 65-74 anni ed è vicina al 90% negli over 75. In termini assoluti le persone con più di 65 anni che non utilizzano internet sono quasi 10 milioni (quasi 4 milioni se si considerano esclusivamente i 65-74enni).

Con questi elementi di contesto appare difficile pensare ad una transizione della PA verso servizi “full digital”: una quota consistente di cittadini, infatti, almeno per il prossimo futuro, continueranno ad essere completamente disconnessi o comunque in condizioni tali da non poter utilizzare la rete per rapportarsi con la PA.

 

 

Infine, esiste anche un problema di competenze digitali. L’ultima rilevazione effettuata dall’Istat, a fronte di un 28,3% di popolazione con competenze elevate e un ulteriore 35,1% con competenze di base (ossia il minimo indispensabile per connettersi e dialogare on line con la PA) segnala l’esistenza di un 33,3% della popolazione con competenze “basse” e un ulteriore 3,3% con competenze “nulle”. 

L’interesse selettivo per le tecnologie digitali di nuova generazione. Le tecnologie digitali di nuova generazione, quelle che cominciano ad essere adottate nei processi produttivi più avanzati e che determineranno nuove frontiere nella vita quotidiana dei cittadini-consumatori non sono ancora note agli italiani: il termine Big Data significa qualcosa per il 25,8% degli intervistati e solo il 32,4% ha un’idea di cosa sia l’Internet of Things.

In generale l’interesse dei cittadini per le innovazioni cresce là dove ne intravedono applicazioni in grado di migliorare la loro vita quotidiana. I nuovi dispositivi per la sicurezza urbana o per la sfera sanitaria sono attesi con impazienza da circa i ¾ dei cittadini. Decisamente minore (di poco superiore al 40%) l’interesse per le auto a guida autonoma, per gli assistenti domestici e la robotica. Si conferma, in sostanza, la diffidenza verso ciò che ha valenza sostitutiva del lavoro umano.

L’annuncio è arrivato dal Centro medico dell’Università del Maryland: il primo trasporto tramite drone di un rene destinato ad un trapianto, è avvenuto con pieno successo. Un metodo tanto innovativo quanto utile per quella che è forse la fase più delicata dell’operazione: il trasporto.

Inutile specificare l’importanza di ogni singolo organo in viaggio, in attesa di salvare una vita, più importante notare, come fatto dalla CNN, che, secondo i dati della United Network for Organ Sharing, l’organizzazione no-profit che dal 1984 gestisce il traffico di organi negli Stati Uniti, l’1,5% delle spedizioni di organi non arriva a destinazione e il 4% arriva con molte ore di ritardo dovute al traffico aereo.

Se in ballo c’è il futuro di 114 mila pazienti, tanti sono quelli che solo negli Stati Uniti al momento aspettano un organo che potrebbe salvargli la vita, il problema si fa molto serio. I voli charter finora utilizzati o, peggio, quelli commerciali, non bastano più, non possono garantire una tempistica accettabile. Anche per questo l’esperimento condotto dall’Università del Maryland potrebbe rivelarsi rivoluzionario.

Chiaramente sono state moltissime le prove prima di affidare al macchinario un bene così prezioso; al primo volo il drone ha trasportato una semplice soluzione salina, poi tubi per il passaggio del sangue e vari materiali medici, solo alla fine un rene umano sano.

Il prezioso carico in volo è naturalmente tenuto sotto stretto controllo, tramite un apparato ad alta tecnologia appositamente progettato per il mantenimento e il monitoraggio di un organo umano vitale e un sistema di aeromobili senza equipaggio costruito su misura. “Per quanto sorprendente sia questa svolta da un punto di vista puramente ingegneristico, c’è in gioco qualcosa di più grande: non si tratta di tecnologia, si tratta di migliorare la vita umana”, ha dichiarato Darryll J. Pines, decano dell’università del Maryland A. James Clark School of Engineering. Il primo rene in volo con un drone è stato trapiantato con successo nel corpo di una donna di 44 anni di Baltimora che da otto anni era condannata alla dialisi.

Diffusa come una sorta di certezza dell’era digitale, la convinzione che i nostri smartphone ascoltino ciò di cui parliamo è infondata e quasi certamente falsa. Eppure è una sensazione nota: quando si parla di qualcosa che potremmo voler acquistare e, all’improvviso, una pubblicità correlata ci viene mostrata su Facebook o Instagram, non possiamo far altro che pensare che in qualche modo il microfono del nostro smartphone ha trasmesso quell’informazione, trasformata poi in un contenuto sponsorizzato.

Ma che le cose non stiano così lo ha ricordato anche Tristan Harris, co-fondatore del Center for Human Technology ed ex responsabile dell’etica dei prodotti Google, in un suo intervento alla Milken Institute Global Conference di Los Angeles, durante il quale ha evidenziato il problema reale: con la quantità di dati di cui dispongono i fornitori di servizi online, non hanno affatto bisogno di ascoltare quello che diciamo.

“Lo so per certo, i dati forensi lo mostrano, e il Facebook VP della pubblicità lo conferma: i microfoni non vengono ascoltati. Ma allora come è possibile che siano in grado di conoscere il contenuto delle nostre conversazioni?”, ha detto Harris, riportato da Quartz. Come ha spiegato Harris, che da anni si occupa di questi temi, la risposta è che al loro interno i server di Google o Facebook funzionano come una piccola bambola Voodoo che replica la nostra identità digitale.

Click col mouse, soste nella lettura di un articolo o visualizzazione di un punto preciso di una pagina, fotografie che guardiamo, profili che cerchiamo. Tutti questi dati vanno ad alimentare l’identità del nostro alter-ego, la bambola Voodoo come dice Harris, che intrisa di informazioni sul nostro comportamento, “si comporta sempre di più come l’utente reale”. Una simulazione in pratica, basata su modelli statistici e sulla proiezione digitale dei nostri bisogni fisici. E in questo modo, tutto ciò che società come Google e Facebook devono fare è “simulare la conversazione che la bambola Voodoo sta avendo, così ne conosco il contenuto senza dover accedere al microfono”.

 

 

Perfezionato costantemente per anni, il meccanismo è lo stesso che da sempre costituisce il business principale di quelle realtà che offrono servizi apparentemente gratuiti, ma in realtà ampiamente ripagati dai dati che cediamo loro. Come nel 2012, quando si scoprì che le società di profilazione erano in grado di “dedurre” la gravidanza di una cliente sulla base di quali acquisti venivano registrati sulla sua carta di credito.

“Nutriti” di informazioni sui cibi che consumiamo o sul tipo di lozione per il corpo che acquistiamo, questi modelli vengono poi integrati per individuare delle ricorrenze statistiche: “La gran parte delle persone che fanno questa cosa in questo modo lo fanno per questa ragione”. Una magia che si consuma all’interno dei database di miliardi di informazioni che, volontariamente ancorché poco consapevolmente, cediamo in cambio dell’utilizzo di funzioni per le quali non è richiesto un pagamento in denaro.

Nel suo discorso, Tristan Harris fa riferimento in particolare all’analisi forense dei dati. A riconferma del fatto che le app che girano su miliardi di dispositivi ogni giorno difficilmente potrebbero estrarre informazioni accedendo al microfono senza che nessuno se ne accorga. Le analisi forensi consentono infatti di analizzare il contenuto delle informazioni che vengono trasmesse, oltre ad accertare quando e come il microfono venga attivato.

Grazie a questo tipo di controlli, svolti da giornalisti, centri di ricerca e organizzazioni per i diritti digitali di tutto il mondo, sarebbe pressoché impossibile che un’app acceda senza autorizzazione al microfono degli smartphone senza che qualcuno se ne accorga (per non parlare dell’incremento del consumo di batteria). Tutti elementi che dovrebbero convincere del fatto che non c’è un complotto per carpire in modo fraudolento informazioni che, in realtà, già forniamo alle aziende in modo spontaneo. Insomma, la buona notizia è che i colossi tecnologici non ci ascoltano. La brutta è che non ne hanno bisogno. 

Sovranità su Internet e promozione della riforma della governance globale sul cyberspazio, sono i punti principali del controllo della Cina sulla Rete, che propone un modello di gestione ritenuto interessante da un numero sempre maggiore di Paesi, a cominciare proprio dalla Russia, dove il presidente Vladimir Putin ha firmato una legge sull’internet nazionale, in grado di rendere la rete russa indipendente dal resto del mondo. 

La nuova legge, che entrerà in vigore il 1 novembre prossimo, ha come scopo quello di proteggere la Russia da restrizioni on line esterne, creando uno “stabile, sicuro e pienamente funzionale” Internet locale, attraverso un centro di gestione e monitoraggio sotto la supervisione di Roskomnadzor, l’agenzia per le telecomunicazioni di Mosca, che avrà tra i suoi compiti quello di tagliare il traffico Internet con l’esterno nei casi di situazioni straordinarie.

Secondo quanto riporta Russia Today, la legge permetterebbe alla Russia di non andare incontro a una chiusura di Internet “nel caso di un collasso delle relazioni con l’Occidente e nel caso in cui gli Stati Uniti si spingano fino a un taglio degli indirizzi IP dal World Wide Web”.  Già prima della firma della legge, il Cremlino bloccava circa 80 mila siti web e piattaforme social, tra cui la popolare Telegram, secondo il gruppo di monitoraggio Roskomsvoboda, e gli attivisti temono che con l’introduzione della nuova legge si crei un sistema di censura simile a quello cinese del Great Firewall, che controlla tutti i contenuti alla rete web locale, ed eventualmente blocca quelli sgraditi.

Il modello cinese si sta facendo sempre più strada, secondo l’organizzazione non governativa Freedom House, finanziata dall’amministrazione statunitense, che a novembre 2018 certificava un calo della libertà su Internet per l’ottavo anno consecutivo. “Una schiera di Paesi si sta muovendo verso l’autoritarismo digitale, abbracciando il modello cinese di censura estensiva e di sistemi di sorveglianza automatizzati”, un’affermazione che la Cina definisce “completamente inventata”. Tra chi subisce il fascino del modello di Internet cinese ci sono, secondo l’Ong Usa, oltre alla Russia, anche il Vietnam e la Thailandia

Pechino non fa mistero di difendere il concetto di “cyber-sovranità”, che promuove annualmente alla Conferenza Mondiale su Internet di Wuzhen, nella Cina orientale, cui sono spesso invitati ospiti di riguardo anche dall’estero, come il Ceo di Apple, Tim Cook, che ha pronunciato un discorso all’edizione del 2017.

La struttura del controllo di Internet in Cina vede al vertice il presidente cinese, Xi Jinping, a capo del gruppo guida per il controllo del web, una delle tredici commissioni da lui guidata e che riguardano tutti i gangli vitali dello Stato. Al di sotto, la regolamentazione del web è affidata alla Cyberspace Administration of China, istituita nel 2014, che aveva al vertice fino al 2017 Lu Wei, successivamente indagato per corruzione e condannato a 14 anni di carcere nel marzo scorso.

Ai tempi in cui era zar di Internet in Cina, Lu era diventato noto per avere incontrato i manager dei giganti Usa, tra cui Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, censurato dal web cinese assieme a Twitter e ad altri social e siti web. Uno dei principali bersagli delle restrizioni su Internet in Cina sono i virtual private networks (Vpn) che aggirano la rete locale e permettono agli utenti di connettersi ai siti web oscurati dalla censura on line.

I Vpn sono soggetti a periodiche restrizioni e a un aggiornamento delle autorizzazioni per operare in Cina, anche se difficilmente vengono bloccati tutti insieme, eventualità che avrebbe riflessi negativi sulle operazioni di business con l’estero, sia dal punto di vista dell’operatività delle sedi diplomatiche straniere presenti in Cina che li adoperano regolarmente. 

Se la legge firmata oggi da Putin nasce soprattutto da un intento difensivo, la Cina è, al tempo stesso, indirizzata a promuovere una riforma del sistema di governance di Internet a livello globale. Al tema è dedicata una sezione del Libro Bianco su Internet pubblicato dal Ministero degli Esteri e dal Ministero della Pubblica Sicurezza cinesi nel 2017.

Nella parte dedicata agli obiettivi strategici del documento governativo, la Cina si impegna a “spingere per la riforma istituzionale del Forum sulla Governance di Internet Globale delle Nazioni Unite per metterlo in grado di avere un ruolo più grande nella governance di Internet, rafforzare la capacità decisionale, assicurare un finanziamento stabile, e introdurre procedure aperte e trasparenti nell’elezione dei suoi membri e nella presentazioni dei rapporti”. Il disegno cinese rientra quindi nel tentativo di una più ampia riforma della governance globale, che vede in prima linea l’economia e la finanza: la cybersovranità è un punto chiave del suo ambizioso progetto di riforma di internet.

La Cina si impegna a costruire il consenso a livello internazionale su un ordine nel cyberspazio che sia “giusto e ragionevole” e “si oppone a ogni Paese usi internet per interferire negli affari interni di altri Paesi”. Ogni Paese, al contrario, spiega ancora il Libro Bianco, “ha il diritto e la responsabilità di mantenere la cybersicurezza e di proteggere i diritti legittimi di varie parti attraverso leggi e politiche nazionali”

Huawei ha aperto alcune “porte informatiche” che avrebbe potuto consentire l’intrusione negli apparati usati da Vodafone Italia, in particolare le Vodafone Station, i router domestici. Lo afferma Bloomberg, che ha esaminato documenti interni sulla cybersicurezza.

L’operatore ha trovato alcune “backdoor” sui prodotti della società di Shenzhen: vulnerabilità nascoste nel software esposte ad attacchi. Il problema è stato identificato da Vodafone tra il 2011 e il 2012 e risolto. Non ci sono prove che la vulnerabilità sia stata sfruttata. La “porta di servizio” c’era, ma non è detto che qualcuno l’abbia varcata.

Che cosa è successo

“Backdoor” è un termine che, in informatica, indica un metodo che lascia aperta una “porta di servizio” (questa la traduzione letterale) per aggirare i controlli e accedere a dati e sistemi altrimenti preclusi. Le backdoor sono spesso previste dagli sviluppatori perché, in alcuni casi, consentono di intervenire in modo rapido e diretto. Ma possono diventare una via d’accesso per ospiti indesiderati. Nel caso di Vodafone-Huawei, secondo Bloomberg, la backdoor avrebbe potuto permettere l’intrusione di terze parti nelle reti fisse.

Vodafone sottolinea però che è “scorretto” parlare di “rete” perché la vulnerabilità non è mai stata “accessibile da Internet”. “La ‘backdoor’ cui Bloomberg fa riferimento – continua Vodafone – è Telnet, un protocollo comunemente utilizzato da molti fornitori del settore per l’esecuzione di funzioni diagnostiche. Non si è trattato di altro che della mancata rimozione di una funzione diagnostica dopo lo sviluppo”.

Backdoor o vulnerabilità?

Vodafone e Huawei contestano l’uso del termine “backdoor”, preferendo parlare di “vulnerabilità” (cioè, in sostanza, di un generico difetto involontario). La distinzione terminologica (che come tutte le discussione terminologiche è anche una questione di sostanza) è dibattuta anche tra gli esperti del settore. È infatti difficile individuare il confine che divide un bug accidentale da una backdoor volontaria.

Molti sposano la terminologia delle due compagnie e definiscono “una forzatura” parlare di “porta di servizio”. Altri, come Stefano Zanero, professore al Politecnico di Milano, affermano che quelle identificata da Vodafone hanno “tutte le caratteristiche delle backdoor”: “Deniability” (“negabilità”, cioè la possibilità di mettere in discussione la loro natura e la loro origine), possibilità di “accesso” e “tendenza a riproporsi nelle versioni successive del codice”.

Le indagini e i dubbi

Vodafone ha identificato una backdoor presente nei router nel 2011 e da allora ha lavorato per risolvere il problema. Dopo la prima segnalazione, il gruppo cinese ha rassicurato Vodafone, affermando che la “porta di servizio” informatica era stata chiusa. Secondo i documenti interni, però, ulteriori controlli avrebbero verificato che la vulnerabilità non era stata immediatamente risolta.

L’allora capo della sicurezza informatica di Vodafone, Bryan Littlefair, sottolineava la sua “preoccupazione” per il comportamento di Huawei, che dopo aver “accettato di rimuovere il codice”, lo avrebbe prima “nascosto” e poi si sarebbe “rifiutato di rimuoverlo” per questioni legate alla “qualità” del prodotto. Nel 2012, l’operatore ha identificato una backdoor anche su altri dispositivi Huawei adottati nel network Vodafone. “Nel settore delle telecomunicazioni non è raro che le vulnerabilità nelle apparecchiature dei fornitori siano identificate dagli operatori e da altre terze parti”, ha dichiarato Vodafone a Bloomberg.

Anche Huawei conferma di essere stata “informata delle vulnerabilità riscontrate tra il 2011 ed il 2012″. “All’epoca avevamo adottato le dovute misure correttive. Come ogni fornitore di ICT, disponiamo di un sistema consolidato di rilevazione e risoluzione dei problemi che, una volta identificati, ci permette di lavorare a stretto contatto con i nostri partner per intraprendere l’azione risolutiva più appropriata. La notizia pubblicata oggi da Bloomberg è fuorviante. Si riferisce infatti a una funzione di manutenzione e diagnostica, comune a tutto il settore, nonché a vulnerabilità che sono state corrette oltre sette anni fa. Non c’è assolutamente nulla di vero nell’allusione a possibili backdoor nascoste negli apparati di Huawei”

Vodafone ha ribadito in una nota che “le vulnerabilità sono state identificate da test di sicurezza indipendenti, avviati nell’ambito delle misure di sicurezza di routine e risolte a suo tempo da Huawei”. E che “le problematiche in Italia sono state tutte risolte tra il 2011 e il 2012”. Secondo le fonti di Bloomberg le backdoor sarebbero rimaste aperte oltre le date indicate, coinvolgendo non solo l’Italia ma anche le attività di Vodafone in Germania, Spagna, Portogallo e Stati Uniti.

Il legame Vodafone-Huawei

Vodafone ha iniziato a utilizzare router Huawei dal 2008. E avrebbe indicato sin da subito alcuni “bug”, sei dei quali definiti “critici”. Sempre secondo i documenti del 2011, Littlefair indicava la backdoor non solo come un problema tecnico ma anche politico, che avrebbe potuto condizionare il futuro del gruppo cinese. Viste le voci che legano Huawei a Pechino, “l’evento renderà ancora più difficile per loro provare che sono onesti”.

Leggi anche: Lo speciale sul 5G

Se i documenti di Vodafone svelano un problema risolto, resta il tema della reputazione del gruppo cinese. Da quando le backdoor sono state identificate, il rapporto tra Vodafone e Huawei non si è allentato. Anzi, è diventato sempre più stretto. Solo per fare qualche esempio recente: Vodafone è titolare del progetto 5G di Milano, che prevede investimenti di 90 milioni in quattro anni e ha Huawei tra i fornitori. A gennaio ha sospeso l’acquisto di componenti cinesi per le reti europee 5G. Allo stesso tempo, però, l’operatore spinge contro il bando integrale di Huawei, perché “costerebbe milioni” e “rallenterebbe in modo significativo” lo sviluppo del 5G.  

Con un viaggio di 95 mila chilometri da Amsterdam a Sydney, un cittadino olandese ha segnato il record del più lungo viaggio a bordo di un’auto elettrica. Tre anni e il sostegno dei donatori hanno aiutato Wiebe Wakker a raggiungere l’obiettivo del Plug Me In, iniziativa volta a sensibilizzare verso l’utilizzo di auto elettriche. Partito il 15 maggio 2016, Wakker ha attraversato 33 Paesi a bordo di una station wagon Volkswagen modificata che, precedentemente, avrebbe richiesto circa 6.785 litri di carburante. Per l’intero viaggio Wakker ha fatto affidamento sulle donazioni dei suoi sostenitori, che hanno contribuito a sostenere le spese per cibo, pernottamenti e ricariche.

Come scrive Science X, Wakker ha attraversato diversi Paesi ed ecosistemi, tra cui la Turchia, l’Iran, l’India, la Birmania, la Malesia e l’Indonesia. “Volevo ispirare nelle persone la voglia di iniziare a gui​dare automobili elettriche”, ha dichiarato Wakker. “Se un uomo può guidare fino all’altro capo del mondo su un’auto elettrica, allora questo tipo di veicoli dovrebbero essere assolutamente adatti per un uso giornaliero”. Wakker ha dichiarato di aver speso in ricariche l’equivalente di 267 euro, per lo più nel deserto australiano.

Quando l’avventura di Wakker è iniziata, nel 2016, il mercato delle automobili elettriche era radicalmente diverso da oggi. Leggi più restrittive sulle emissioni, incentivi e nuovi modelli di auto elettriche sono nel frattempo intervenuti, cambiando la percezione che si può avere dei mezzi elettrici. Resta comunque il valore documentale di un viaggio lungo tre anni nel quale Wakker ha incontrato aziende, attivisti e sostenitori della mobilità elettrica. “Durante l’electric road trip ho fatto sosta presso organizzazioni, persone e aziende attive nel campo della sostenibilità” – precisa Wakker -. Voglio mostrare quali siano le sfide in ogni Paese ed esplorare idee e soluzioni innovative”.

 

 

L’espansione del mercato e il costante miglioramento delle tecnologie di conservazione dell’energia rendono le auto elettriche sempre più performanti. Tuttavia, questo tipo di veicoli non fa altro che trasferire la produzione del proprio carburante dalle raffinerie alle centrali elettriche: circostanza che fa dubitare molti sulla reale riduzione dei consumi che si potrà ottenere dismettendo le auto alimentate da combustibili fossili.

La reale misura di quanto si possa ridurre l’inquinamento con una transizione alle auto elettriche dipende infatti da come è generata l’energia che le alimenta, come scrive la Bbc. Se queste vengono ricaricate tramite pannelli solari, per esempio, le emissioni saranno pari a zero.

Diversamente, quando l’elettricità richiesta proviene dalle centrali elettriche, l’impatto ambientale dipenderà dalla qualità delle centrali elettriche che producono quell’energia. “Ma anche in aree con le più impattanti centrali a carbone, le auto elettriche avranno comunque meno emissioni di Co2”, precisa la Bbc. Questo dipende dal fatto che una centrale elettrica è comunque più efficiente dei motori delle automobili e, inoltre, la produzione energetica dei Paesi sta progressivamente virando in favore delle fonti rinnovabili. 

Se siete app entusiasti non potrete resistere alla nuova app (al momento solo per sistemi iOSGravitational Wave Events che vi permette di ricevere in tempo reale le allerte legate alla rivelazioni di segnali che hanno tutta l’aria di essere onde gravitazionali.

Si tratta di una applicazione essenziale che non concede nulla alla grafica. Vuole solo informare della rivelazione di una possibile onda gravitazionale e di tutto quello che la comunità astrofisica fa per cerca di identificare l’oggetto responsabile.

 

 

È un importante cambiamento nel mondo delle onde gravitazionali. Mentre, fino al run osservativo precedente, finito ad agosto del 2017, le informazioni erano “segrete” e solo chi aveva firmato un memorandum con la collaborazione LIGO Virgo riceveva le notifiche, adesso tutto è annunciato pubblicamente. I canali sono diversi. Si può passare attraverso l’app, attraverso il sito delle allerte gravitazionali oppure attraverso dei Tweet astronomici che prendono il nome di GCN nelle quali si allerta la comunità di tutte le osservazioni che vengono fatte a seguito di una allerta.

Il sistema GCN è stata creato anni fa per distribuire le informazioni relative al posizionamento dei lampi gamma (Gamma-Ray Bursts, in inglese, abbreviato in GRB), infatti il nome significa GRB Coordinates Network.

È un sistema semplice (pensato e gestito da una sola persona, che lo fa a tempo perso, ma che funziona benissimo. Così bene che si è deciso di espanderlo a tutti i fenomeni transienti per farlo diventare anche TAN per Transient Astronomy Network.  

L’app vi permette di ricevere gli annunci di nuove allerte gravitazioni ma, se volete, potete essere avvisati per ogni CGN che viene inviata. Prima di decidere quale allerta volete attivare, considerate che ci si aspetta una allerta gravitazionale circa una volta alla settimana ma che ogni allerta genera decine di GCN, man mano che tutti gli strumenti potenzialmente interessati fanno osservazioni e riportano i risultati.

 

 

Se volete toccare con mano quello che succede nel mondo astronomico (che, notoriamente, non dorme mai) visitate il sito dell’archivio delle GCN dove le circolari sono divise in base all’allerta che le ha generate.

Da quando è iniziato il nuovo run osservativo degli interferometri LIGO (sono 2 negli USA) e Virgo (vicino a Pisa) all’inizio di aprile ci sono state 5 allerte gravitazioni, rispettivamente l’8 aprile, il 12, il 21, il 25 e il 26.

Nel sito vedete LIGO/Virgo con la sigla (che è la data anno-mese –giorno) che identifica ogni evento. Accanto alla sigla una lista di nomi di strumenti che hanno contribuito alla campagna di ricerca.

Tutto inizia con l’annuncio degli strumenti gravitazionali che danno tre informazioni fondamentali:

  1. quanto è forte il segnale (quindi quale sia la probabilità che sia reale). Segnali più intensi visti da più strumenti sono più sicuri di segnali deboli visti solo da una parte degli strumenti
  2. che tipo di oggetto celeste può averlo prodotto. Dall’analisi della forma del segnale gravitazionale e dalla durata si può calcolare se è stato prodotto dalla fusione (coalescenza) di due buchi neri (che sono più massivi e producono segnali più intensi ma più brevi), due stelle di neutroni (oggetti meno massivi che producono segali meno intensi ma più lunghi) oppure una combinazione di una stella di neutroni ed di un buco nero.
  3. quanto è grande l’area di cielo dalla quale può essere venuto il segnale (gli interferometri non fanno immagini, registrano solo il tempo di arrivo dell’onda gravitazionale ed è triangolando i tempi di arrivo sui tre strumenti che si arriva a definire la regione di origine del segnale).

Con un’unica eccezione, tutti i segnali che sono stati rivelati nei run precedenti provenivano dalla coalescenza di due buchi. Solo il 17 agosto 2017 era stata vista la fusione di due stelle di neutroni che aveva prodotto anche un segnale elettromagnetico, prima gamma poi ottico, che aveva permesso di capire cosa fosse successo durante lo scontro e la fusione delle due stelle supercompatte.

 

Catalogo degli 11 segnali gravitazionali rivelati nei primi due run osservativi (10 sono prodotti da buchi neri mentre l’ultimo è dovuto a stelle di neutroni)

 

Diciamo che per i cercatori di controparti, gli eventi più interessanti sono quelli che coinvolgono stelle di neutroni perché la radiazione prodotta riesce ad uscire e ad arrivare fino a noi mentre gli eventi prodotti da buchi neri non sembrano molto promettenti proprio perché i buchi neri non hanno canali di comunicazione con l’esterno

Gli eventi che hanno attirato maggiore attenzione sono quelli del 25 e 26 aprile dove il segnale gravitazionale diceva che ci doveva essere una stella di neutroni

Il 25 Aprile:

The classification of the GW signal, in order of descending

probability, is BNS (>99%), Terrestrial (<1%), NSBH (<1%), BBH (<1%)

dove le abbreviazioni significano:

BNS sistema binario formato da una coppia di stelle di neutroni

BBH sistema binario formato da una coppia di buchi neri

NSBH  sistema binario formato da una stella di neutroni e da un buco nero.

WOW, il sogno degli astrofisici di tutto il mondo: un’altra coppia di stelle di neutroni in un sistema binario!

Il segnale era molto “sicuro” ma, purtroppo, era stato visto da uno solo dei due rivelatori americani (uno era in manutenzione temporanea) mentre Virgo non aveva una rivelazione chiara.

Senza tre rivelazioni è difficile triangolare i tempi di arrivo dei segnali per restringere la regione di cielo di provenienza e così l’area dalla quale può essere arrivato il segnale è di oltre 10.000 gradi quadrati, grossomodo ¼  dell’intera volta celeste.  Questo vi dà l’idea di quanto sia difficile cercare l’oggetto responsabile del segnale gravitazionale. Il famoso ago in un pagliaio è uno scherzo al confronto.

Visto che il 17 agosto era stato rivelato un segnale gamma dagli strumenti Fermi e INTEGRAL, i dati sono stati passati al setaccio per vedere se c’era qualche tipo di segnale impulsivo coincidente o subito successivo all’onda gravitazionale. L’assenza di segnale gamma non ha raffreddato gli entusiasmi e sono iniziate le ricerche a tappeto, che hanno rivelato diversi oggetti transienti (per esempio supernovae o brillamenti stellari) che sappiamo non avere niente a che vedere con quello che stiamo cercando.

La situazione si è ripetuta il giorno dopo 26 aprile questa volta il segnale è stato visto dai tre rivelatori:

The classification of the GW signal, in order of descending

probability, is BNS (49%), MassGap (24%), Terrestrial (14%), NSBH

 (13%), or BBH (<1%).

Qui c’era anche la probabilità che di trattasse di una coppia stella di neutroni-buco nero.  L’area di cielo interessata è di circa 1200 gradi quadrati, meglio dei 10.000 precedenti, ma sempre grande. Per la cronaca, mentre scrivo conto che ho ricevuto 101 GCN per l’evento del 25 aprile e 44 per quello del 26, ma le osservazioni continuano.  

Per il momento non si è trovata nessuna controparte, ma il lavoro non è finito. Gli astronomi sanno che i risultati vengono con la pazienza e la costanza.  

Il mito di Teseo e Arianna rivisitato in chiave cyber e trasformato in un App di edutainment, la prima del suo genere. Sono molti gli elementi che fanno di Cybercity Chronicles un videogioco diverso da tutti gli altri, a cominciare dal suo ‘papà’, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) della Presidenza del Consiglio, che l’ha ideato e sviluppato in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. 

L’app, scaricabile gratuitamente dai principali store online, è fruibile da tablet e smartphone con i più diffusi sistemi operativi e nasce nell’ambito della campagna “Be Aware Be Digital” promossa dalla Sicurezza nazionale e volta a sensibilizzare gli studenti italiani – ma anche i professori e le famiglie – ad un “uso positivo, corretto e consapevole di Internet, dei social media e delle nuove tecnologie”.

Si tratta di una action adventure ambientata nell’annus domini 2088. Cybercity è la prima città al mondo dove l’innovazione tecnologica si è così evoluta al punto da riscrivere la vita, le abitudini e le interazioni sociali dei suoi cittadini. Con le meraviglie della rivoluzione digitale lievitano però anche i rischi: l’”anima nera” è lo spregiudicato Asterio Taur, Ceo della omonima Taur Corp, assetato di potere, assurto al rango di governatore grazie all’uso criminale della rete e dei sistemi infrastrutturali della città.

Toccherà ai giovani agenti Tes e Diana, del Cybercity Security Department (CSD), provare a mettere in sicurezza la città e sconfiggere Taur con l’aiuto dell’assistente olografica Ar.i.a.n.n.a. (Artificial intelligence & augmented neural network assistant): l’uscita dal labirinto coinciderà con la restituzione della libertà digitale a tutti i cittadini di Cybercity.

Il gioco, pensato soprattutto per gli studenti delle scuole secondarie di primo grado, ha un’interfaccia molto intuitiva: i giocatori – armati di Kit, Zainetto per gli oggetti raccolti in scena e Arsenale per le armi – per superare le sfide dei vari quartieri devono vincere delle quest, alcune obbligatorie, altre facoltative, e risolvere enigmi attraverso mini-game. Un’avvincente battaglia da combattere con l’intuizione, la conoscenza e prototipi di armi cibernetiche per neutralizzare Mr. Spam, Rambot, Fisher, Troll, H4t3r, Flamer, Rocky Zoom e dribblare le minacce disseminate lungo i vicoli della città-labirinto.

L’obiettivo di Cybercity Chronicles – spiegano gli ideatori – è, quello di “creare una relazione tra didattica e nuove tecnologie: far appassionare il giocatore al videogioco, coinvolgendolo nell’avventura, trasmettendogli nozioni ed informazioni utili alla sua crescita culturale e digitale”. Non a caso all’interno del game si trova un “Cyberbook”, un glossario per familiarizzare con i principali termini utilizzati nel mondo della cybersecurity.

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