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AGI – Come al solito, è i migliore iPhone di sempre. Il miglior comparto fotografico, lo schermo migliore, la batteria migliore. Come se ci fosse sulla Terra una sola azienda che ambisca a fare un nuovo prodotto peggiore del precedente e, soprattutto, a presentarlo come tale. Ma, si sa, questo è da tempo immemore lo slogan di Apple e con queste parole è stata presentata l’edizione 13 dell’iPhone. Ma anche il nuovo iPad e il nuovo Apple watch. Una bella rinfrescata alla line-up della casa, insomma, con particolare attenzione a quegli elementi che a Cupertino mancavano e che già da qualche anno sono gli atout della concorrenza: fotocamera con macro e grandangolo, schermo con il refresh a 120Hz e soprattutto una batteria che porti l’utente dalla mattin alla sera o che almeno ci provi.

Ma vediamo quali sono le novità introdotte da Apple nei suoi device di punta. 

iPhone 13

Il display è un Super Retina XDR con ProMotion e refresh rate adattivo fino a 120Hz, con un’esperienza touch che dovrebbe essere più veloce e reattiva. Il sistema fotografico monta le nuove fotocamere ultra‑grandangolo, grandangolo e teleobiettivo che sfruttano le prestazioni del chip A15 Bionic per la fotografia macro con l’ultra-grandangolo e prestazioni 2,2 volte migliori in condizioni di scarsa luminosità con il nuovo grandangolo. Le nuove funzioni di fotografia computazionale come Stili fotografici permettono di personalizzare l’aspetto delle immagini nell’app  e la modalità notte è ora inclusa su tutte le fotocamere di entrambi i modelli. Lo zoom ottico è un 3x, ovvero un’estensione dello zoom ottico totale pari a 6x per tutto il sistema di fotocamere. I video introducono la modalità cinema, per transizioni di profondità di campo, video macro, modalità Time-lapse e slow-motion, e prestazioni ancora migliori in condizioni di scarsa luminosità. La stabilizzazione ottica dell’immagine su sensore (OIS), un’esclusiva di iPhone, è disponibile su entrambi i modelli e stabilizza il sensore invece dell’obiettivo, per immagini fluide e video stabili anche quando l’utente non è perfettamente immobile. Su iPhone 13 Pro e iPhone 13 Pro Max sarà anche integrato ProRes,2 un avanzato codec video utilizzato diffusamente come formato di distribuzione finale per spot, lungometraggi e trasmissioni, per offrire una maggiore fedeltà cromatica e una compressione minore.

La connettività è 5G soprattutto sono promessi “grandi miglioramenti” per quanto riguarda la durata della batteria (un campo su cui iPhone aveva grandissimi margini di miglioramento) e una nuova capacità di archiviazione da 1TB. Saranno disponibili dal 24 settembre in quattro colori: grafite, oro, argento e azzurro sierra a 1.189 euro (versione Pro) e 1.289 (Pro Max)

Come funziona il nuovo chip

Il nuovo chip A15 Bionic con GPU 5-core è realizzato con una tecnologia a 5 nanometri, è dotato nella gamma Pro di una nuova GPU 5-core che offre le prestazioni grafiche più veloci per i giochi ad alte prestazioni e le nuove funzioni delle fotocamere. La nuova CPU 6-core con due nuovi core ad alte prestazioni e quattro nuovi core ad alta efficienza riesce a gestire in modo fluido anche le attività più impegnative. Un nuovo Neural Engine 16-core, che esegue 15.800 miliardi di operazioni al secondo, consente calcoli di machine learning ancora più veloci per nuove esperienze nelle app di terze parti, oltre a funzioni come Testo live nell’app Fotocamera in iOS 15. Inoltre, importanti aggiornamenti al processore ISP di nuova generazione offrono riduzione del rumore e mappatura dei toni.

iWatch

Apple ha annunciato il Watch Series 7, dotato di un display Retina always-on con una superficie di visualizzazione del display ampliata, angoli più smussati e arrotondati e bordo rifrangente che consente ai quadranti e alle app a tutto schermo di diventare tutt’uno con la curvatura della cassa. Anche l’interfaccia utente di Apple Watch Series 7 è ottimizzata per il display più ampio, e offre maggiore leggibilità e facilità d’uso. Nulla di nuovio sul fronte dell’autonomia: 18 ore.

È il primo Apple Watch ad avere una resistenza alla polvere di grado IP6X, e mantiene sempre una resistenza all’acqua di 50 metri. Gli strumenti per la salute includono come il cardiofrequenzimetro elettrico e l’app ECG e il sensore e l’app per l’ossimetria.

iPad

Il nuovo iPad (9a generazione) monta il chip A13 Bionic e una batteria che dura tutto il giorno. Il prezzo è a partire da 389 euro per un display Retina da 10,2″ con True Tone, una fotocamera frontale ultra-grandangolare da 12MP con Inquadratura automatica, supporto per Apple Pencil e Smart Keyboard e il doppio della capacità di archiviazione rispetto alla generazione precedente.: quella di base è di base di 64GB, fino a un massimo di 256GB.

 

AGI – Mai come in questi mesi il mondo della televisione è in fermento. Anzi bisognerebbe dire del televisore, perché a guardare i canali generalisti – che oltre a dotarsi di app piuttosto basiche per l’on-demand hanno fatto ben poco – sembra che la televisione faccia fatica ad affrancarsi dal pantano del due-camere-e-cucina cui si è condannata. Il televisore, invece, è in grande rispolvero, grazie soprattutto alla modalità smart che permette – volendo – anche di infischiarsene di tutta l’agitazione intorno al cambiamento di protocollo e dei vari bonus-tv e bonus-decoder.

Se si possiede una tv magari non nuovissima ma ancora in perfetta forma ci sono diverse soluzioni per godersi lo streaming anche se non è nata smart e le ‘chiavette’ da inserire nelle prese hdmi sono la più semplice e immediata. Tanto che i big dei contenuti come Amazon, Apple e Google si sono tuffati. a capofitto nel mercato. Proprio Amazon ha appena lanciato la sua Fire TV Stick 4K Max, che promette di essere il 40% più potente rispetto a Fire TV Stick 4K grazie anche un nuovo processore quad-core da 1.8GHz e 2GB di RAM, che consente alle app di avviarsi più velocemente, rendendo più fluida la navigazione. Offre anche  il supporto allo standard di nuova generazione Wi-Fi 6, utilizzando il chipset Mediatek MT7921LS Wi-Fi 6, per uno streaming rapido in 4K anche quando si utilizzano più dispositivi collegati tramite Wi-Fi 6.

Fire TV 4K Max supporta lo streaming 4K UHD, HDR e HDR10+, così come Dolby Vision e Dolby Atmos. È dotata del telecomando vocale Alexa di ultima generazione, per trovare facilmente il contenuto che si desidera e gestire i dispositivi per la casa intelligente. Quattro pulsanti preimpostati riconducono rapidamente alle app preferite ed è possibile controllare l’alimentazione e il volume di TV e soundbar compatibili, senza bisogno di un ulteriore telecomando.

 Alexa Home Theater permette di connettersi in modalità wireless ai dispositivi compatibili, come Echo Studio o a una coppia di speaker Echo ed è il primo dispositivo per lo streaming con Live View Picture-in-Picture, per controllare le telecamere smart senza interrompere la visione della TV e offrire una visuale del videocitofono quando qualcuno è alla porta.

Fire TV Stick 4K Max dà accesso a migliaia di app, Skill Alexa e svariati canali, oltre a migliaia di film e serie tv: Netflix, YouTube, Prime Video, Disney+, Now, DAZN, Mediaset Play Infinity e RaiPlay. Inoltre, è possibile ascoltare canzoni, playlist, stazioni radio live e podcast, grazie ad Amazon Music, Spotify e Apple Music. Per ridurre il consumo di energia, il dispositivo entra automaticamente in modalità Risparmio energetico quando non è in funzione. 

 

AGI – Arrivano sul mercato gli occhiali “intelligenti” realizzati da Facebook ed EssilorLuxottica. Si chiamano “Ray-Ban Stories” e sono disponibili in tutti i negozi che vendono il marchio Ray-Ban e sul sito Ray-Ban.com. L’Italia è tra i primi sei Paesi scelti per il lancio.

“Questo prodotto è una pietra miliare che dimostra che i consumatori non devono scegliere tra tecnologia e moda: possono vivere il momento e rimanere connessi indossando il loro stile preferito di Ray-Ban”, ha dichiarato Rocco Basilico, Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. Il prezzo parte da da 329 euro per le montature Wayfarer e saranno disponibili da subito in 6 Paesi: oltre l’Italia, ci sono Usa, Gran Bretagna, Canada, Irlanda e Australia.

Cosa consentiranno di fare gli occhiali Facebook Ray-Ban

Ray-Ban Stories viene lanciato insieme a una app, Facebook View (iOS e Android), che consentiràdi importare, modificare e condividere i contenuti catturati sugli occhiali intelligenti con la possibilita’ di caricarli su qualsiasi social presente con un app sul proprio telefono: Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger, Twitter, TikTok, Snapchat e altre.

“Ray-Ban Stories è progettato per aiutare le persone a vivere il momento e a rimanere in contatto con le persone con cui sono e con quelle che vorrebbero essere. EssilorLuxottica è stata a dir poco stellare in questa partnership e grazie al loro impegno per l’eccellenza siamo stati in grado di offrire sia stile che sostanza in un modo che ridefinirà le aspettative degli occhiali intelligenti. Stiamo introducendo un modo completamente nuovo per le persone di rimanere connessi al mondo che li circonda e di essere veramente presenti nei momenti più importanti della vita, e di guardare bene mentre lo fanno”, ha detto Andrew Bosworth, Vice Presidente di Facebook RealityLabs. 

AGI – L’Italia è diventata la porta di ingresso di Oppo in Europa. Con una crescita di volume che ha pochi predenti nel settore, la casa cinese è passata in un anno dal 3% della quota di mercato al 13%. Complice anche, certo, l’uscita di scena di Huawei, ma soprattutto un’operazione di marketing particolarmente aggressiva che ha portato un brand relativamente nuovo sul mercato italiano a emergere tra i big. 

Oppo – che fa capo alla stessa conglomerata Bkk cui attingono realme, OnePlus e vivo – secondo i dati di GfK ha conquistato a luglio la quarta posizione in Europa con una crescita a tripla cifra – 235% – anno su anno e una quota di mercato al 7%.

Il mercato italiano, dice Isabella Lazzini, a capo del marketing di Oppo Italia, è il fiore all’occhiello, con una quota del 13,2% che sale al 18% nella fascia medio-alta. Un risultato importante, dice Lazzini, “quando ti siedi a negoziare con operatori e grande distribuzione”.

Dopo aver lanciato la sua sfida nel settore dei flagship con il Find X3 Pro, la casa cinese punta alla ‘pancia’ del mercato, quella degli smartphone di fascia media e medio-alta per la quale i clienti sono disposti a spendere tra i 350 e i 600 euro. E il lancio della linea Reno 6 e della versione Pro in particolare, è un passo in questa direzione.

Un device che strizza l’occhio ai produttori di brevi filmati, come i tiktoker o i presenzialisti dei reel di Instagram e che per questo punta su un comparto fotografico di livello e sugli effetti video come il Bokeh Flare Portrai. Pensat per chi, come dice Lazzini, considera lo smartphone “oltre che un abilitatore, una estensione della propria personalità, un prolungamento di sé, l’oggetto attraverso il quale raccontarsi”.

“L’utilizzo maggiore dello smartphone è ancora legato alle funzioni basilari: chiamate, messaggi e fotografia” spiega “È ancora un racconto attraverso la creazione e la fruizione di contenuto: foto e testo”.

Ma è uno scenario che sta cambiando velocemente ed ecco che quelli che fino a poco tempo fa ci apparivano poco più che come gadget divertenti assumono un ruolo nuovo: la fotocamera che funziona come microscopio diventa utile per fotografare un neo e farlo vedere al medico. Ma si possono misurare l’ossimetria e abilitare – per l’appunto – tutte quelle funzioni che, come dice Lazzini, “costituiscono lo scenario futuro della telemedicina e facilitano la discussione tra medico e paziente”.

Superata la soglia psicologica del 10% del mercato, l’obiettivo è creare quell’ecosistema in cui altri la fanno già da padrone. “Siamo ancora in uno stadio preliminare” ammette la manager di Oppo, “presidiamo il mondo degli indossabili, ma sicuramente da qui ai prossimi mesi la famiglia dell’Internet delle cose si allargherà”.

La gamma Reno 6, che va dai 499  ai 799 euro, è pensata anche per una clientela “molto attenta al design”. “Una delle caratteristiche peculiari” spiega Lazzini, “è la lavorazione della scocca antigraffio che permette di usarlo senza cover”.

Reno6 Pro 5G è il flagship della nuova line-up, alimentato dalla piattaforma Qualcomm Snapdragon 870 5G. La modalità Ultra Steady Video si propone di offrire la massimna stabilizzazione, anche per gli scenari di ripresa più veloci e in movimento e la modalità Ultra Dark consente agli utenti di realizzare contenuti chiari e luminosi anche in condizioni di scarsa luminosità e nelle riprese in notturna.

Il comparto fotografico è composto da una AI Quad Camera da 50MP sul retro e di una Selfie Camera da 32MP. La fotocamera principale momta il sensore Sony IMX766 e utilizza anche un algoritmo di aggregazione dei pixel, per realizzare scatti in alta definizione da 108MP.

Le batterie e la tecnologia di ricarica SuperVOOC 2.0  permettono di ricaricare lo smartphone in soli 30 minuti. I display AMOLED hanno una frequenza di aggiornamento di 90Hz e la certificazione HDR10+.

 

AGI – Ogni anno, quando pubblica una nuova edizione dello Zingarelli, Zanichelli decide quali parole nuove devono entrare dal suo vocabolario. Ma anche quali devono uscire. Si tratta perlopiù di parole di cui nessuno sentirà la mancanza, così desuete da non comparire più da decenni in alcun testo. O di oggetti e strumenti scomparsi definitivamente e da tempo dall’uso comune.

Ci sono parole che resteranno ancora a lungo per il fascino che esercitano, ma che si riferiscono a oggetti che, pur mantenendo la stessa funzione, si sono così evoluti da non poter più avere lo stesso nome. Prendiamo il grammofono. Comparsa per la pima volta nel 1908 la parola serviva a definire quello strumento che serviva ad ascoltare suoni provenienti da un disco inciso. Oggi che il vinile è tornato di moda, nessuno chiamerebbe un giradischi “grammofono”, anche se lo scopo è sempre lo stesso: la riproduzione di suoni. E quanti fra dieci o vent’anni chiameranno ancora telefono uno smartphone?

Se si guarda alle offerte delle compagnie telefoniche, salta subito agli occhi che avere traffico voce ed sms illimitati è dato quasi per scontato, mentre la vera sfida si gioca sul campo del traffico dati. In questo l’Italia fa eccezione sia in Europa che rispetto agli Stati Uniti: palate di giga vengono date via a 10 euro perché gli italiani si sono scoperti grandi appassionati di social e fruitori di streaming in un Paese in cui la copertura della banda larga su linea fissa è ancora troppo limitata.

Ma quanto parliamo ancora al telefono? Gli adolescenti – e, ahimè, non solo loro – si scambiano interminabili messaggi vocali che non ammettono il contraddittorio in tempo reale. Nessuno di loro chiama più telefonino il cellulare, sia perché è una parola relegata agli anni ’90 e sia perché non è un piccolo telefono, ma uno strumento del tutto nuovo rispetto a quello entrato prepotentemente nelle nostre vite ormai trent’anni fa.

Ma una cosa non è cambiata: oggi come allora serve per raccontare e raccontarsi. “L’utilizzo maggiore dello smartphone è ancora legato alle funzioni basilari: chiamate, messaggi e fotografia” dice Isabella Lazzini, a capo del marketing di Oppo Italia “È ancora un racconto attraverso la creazione e la fruizione di contenuto: foto e testo”.

Ma è uno scenario che sta cambiando velocemente, come dimostra la travagliata storia del green pass.  Mostrare il certificato verde – e di fatto avere accesso alla vita sociale – è più facile se si possiede uno smartphone ed è più facile ottenere il green pass se si utilizza lo Spid, l’identità digitale per ottenere la quale è praticamente essenziale avere uno smartphone. Lo stesso vale per gli acquisti, il controllo da remoto della sicurezza della casa o della climatizzazione dell’auto. Nulla che abbia a che fare con una chiacchierata al telefono.

“È un nuovo concetto quello che si sta diffondendo” dice Lindoro Ettore Patriarca, direttore marketing di vivo Italia “qualcosa che è già funzione da tempo, ma è diventata da poco una idea condivisa: quello dello smartphone come abilitatore”. Non più un device, ma una porta di accesso a funzioni di ogni genere, dall’organizzazione delle vacanze al consulto medico. Ed ecco che quelli che fino a poco tempo fa ci apparivano poco più che come gadget divertenti assumono un ruolo nuovo: la fotocamera che funziona come microscopio diventa utile per fotografare un neo e farlo vedere al medico. Ma si possono misurare l’ossimetria e abilitare – per l’appunto – tutte quelle funzioni che, come dice Lazzini, “costituiscono lo scenario futuro della telemedicina e facilitano la discussione tra medico e paziente”.

Il problema, a questo punto, è la democratizzazione della tecnologia. Mettere cioè a disposizione del pubblico – di tutto il pubblico – quegli strumenti che non solo rendono la vita più semplice oggi, ma saranno indispensabili domani. Una delle tecnologie più utili e meno discusse è l’NFC (Near Field Communication) che, per citare un solo esempio, è quella che ci permette di pagare con lo smartphone, ma domani potrebbe consentirci di entrare in azienda senza cercare il badge nella borsa o al cinema senza aprie una app per mostrare il green pass. Non in tutti i telefoni l’NFC è presente e questo è già un limite nel processo di democratizzazione delle tecnologie. Un processo che sta portando allo sviluppo esponenziale della fascia media degli smartphone, quelli che stanno tra i 350 e i 600 euro e che costituiscono “la pancia del mercato”, come la definisce Lazzini.

“Siamo in una fase in cui fare ricerca e sviluppo per un produttore di smartphone non significa solo pensare a come rendersi indipendenti dai fornitori di chip” spiega Patriarca, “ma riuscire a mettere a disposizione del cliente la tecnologia migliore al prezzo più competitivo. Da una parte abilitatore di servizi, dall’altra aggregatore di tecnologia”.

È così che si spiega, ad esempio, l’operazione nostalgia che ha portato alla nuova edizione dell’iPhone SE, ormai quasi un anno e mezzo fa. Apple doveva creare un prodotto di fascia media senza che sembrasse che stava sposando la politica di abbassamento dei prezzi cara ai produttori cinesi.

Quello della fascia media è da tempo il campo di battaglia del mercato degli smartphone. Un po’ come accade nel mondo dell’automobile: si sviluppano soluzioni per la Formula 1 per poi adottarle per le berline di famiglia. Le tecnologie da flagship (come si chiamano gli smartphone di fascia alta, quelli cioè compresi tra gli 800 e i 1.200 euro) di oggi saranno adottate nei modelli di fascia media domani (letteralmente perché spesso per il passaggio bastano sei mesi).

E se lo show – con il dispiegamento di gadget – è tutto per i flagship, è nella fascia media che si concentrano gli sforzi delle aziende, come dimostrano il debutto del Reno 6 di Oppo e la strategia di vivo, arrivata in Italia da meno di un anno. Entrambe le aziende hanno attinto a piene mani – sia in termini di mercato che di management – dalla voragine lasciata dal crollo di Huawei ed entrambe hanno imparato, come dice Patriarca, che “la credibilità si crea nella fascia media, per poi risalire”.

L’obiettivo di vivo è “offrire una performance bilanciata, essere adattabili su diverse realtà e diventare da qui a tre anni una fascia di valore” e i primi passi sono stati in effetti mossi nella giusta direzione: l’X60 Pro, presentato come smartphone ufficiale degli Europei di calcio, ha delle novità interessanti come la stabilizzazione pressoché perfetta della fotocamera, una di quelle evoluzioni che sembrano gadget trascurabili ma sono destinate ad applicazioni di là da venire. È un telefono di fascia alta disponibile a un prezzo ragionevole (anche se non da fascia media) che incarna alla perfezione l’idea con la quale nasce: essere un abilitatore. Ottimo hardware, quindi, ma software migliorabile in alcuni aspetti. Nulla che non si possa correggere e che serve comunque a creare quella famosa credibilità che serve nella fascia media.

Oppo – che pure fa capo alla stessa conglomerata Bkk cui attingono realme, OnePlus e la stessa vivo per ricerca e sviluppo – ha fatto da apripista e secondo i dati di GfK ha conquistato a luglio la quarta posizione in Europa con una crescita a tripla cifra – 235% – anno su anno e una quota di mercato al 7%. Il mercato italiano, dice Lazzini, è il fiore all’occhiello, con una quota del 13,2% che sale al 18% nella fascia medio-alta. Un risultato importante se si pensa che un anno fa era fermo al 3%. “Ancora più importante” aggiunge Lazzini, “quando ti siedi a negoziare con operatori e grande distribuzione”.

Superata la soglia psicologica del 10% del mercato, l’obiettivo è creare quell’ecosistema in cui altri la fanno già da padrone: Xiaomi su tutti. “Siamo ancora in uno stadio preliminare” ammette la manager di Oppo, “presidiamo il mondo degli indossabili, ma sicuramente da qui ai prossimi mesi la famiglia dell’Internet delle cose si allargherà”.

Intanto Oppo tira fuori dalla manica un altro asso per la ‘pancia’ del mercato: il Reno 6 Pro 5G, pensato per chi, come dice Lazzini, considera lo smartphone “oltre che un abilitatore, una estensione della propria personalità, un prolungamento di sé, l’oggetto attraverso il quale raccontarsi”.  Non a caso il punto di forza è il comparto fotografico, con l’effetto Bokeh Flare Portrait Video pensata per i giovani storyteller che usano i video-ritratti per raccontare le loro storie”. In poche parole i minivideo di TikTok e i reel di Instagram. Una profusione di intelligenza artificiale alimentata da un dataset di oltre 10 milioni di ritratti e dagli algoritmi per la correzione della luce ambientale e la stabilizzazione. Tutto per raccontare e raccontarsi. Con buona pace delle quattro chiacchiere al telefono.

AGI – Da un po’ si parla del passaggio di Huawei dal mercato delle telecomunicazioni a quello dell’auto elettrica. Più che altro indiscrezioni, fino a quando allo ‘IAA Mobility 2021′ di Monaco non ha presentato la sua soluzione per l’auto intelligente.

Punto critico

“L’industria automobilistica si trova oggi a un punto critico nella sua trasformazione a favore di una mobilità connessa, autonoma, condivisa ed elettrica. In questo processo si prevede che le tecnologie svolgeranno un ruolo sempre più importante, motivo per cui sono così ben accolte dal settore”, ha affermato Tang Ming, Vice Presidente Huawei Intelligent Automotive per l’Europa. “Potendo contare sulla nostra comprovata esperienza e sulle nostre competenze sviluppate in oltre 30 anni nel campo ICT, Huawei ha lanciato soluzioni e componenti intelligenti per automobili, con l’obiettivo di supportare i produttori europei nella costruzione di veicoli intelligenti a prova di futuro”.

Il sistema ‘full-stack’

Ma in cosa consiste la soluzione di guida autonoma ‘full-stack’ di Huawei? L’obiettivo è quello di consentire a chi guida nelle città di abilitare facilmente una modalità di navigazione assistita in qualsiasi scenario e in qualsiasi condizione atmosferica e di traffico: dallo spostamento da un parcheggio all’altro alla guida in condizioni meteo avverse.

La soluzione di Huawei si basa su algoritmi, un centro di calcolo e sensori con l’obiettivo di raggiungere una guida completamente autonoma attraverso investimenti di lungo termine che favoriscano lo sviluppo di veicoli intelligenti e connessi.

Uno degli obiettivi è quello di promuovere il sistema operativo HarmonyOS – quello che la casa cinese ha dovuto sviluppare in fretta e furia per far fronte all’impossibilità di utilizzare i servizi di Google – per il settore automotive. Non a caso, si evince da una nota dell’azienda: “Se potessimo utilizzare un solo sistema operativo per ciascun dispositivo, sia esso un elettrodomestico, una presa o una lampada, riusciremmo ad eliminare le attuali limitazioni che caratterizzano l’esperienza d’uso”. Segno che Huawei si prepara a emulare la strategia di Xiaomi (lo smartphone come hub di tanti prodotti: dal frullatore al monopattino) che non a caso ha di recente annunciato l’ingresso nel settore del’auto elettrica

Iper connesso

Nell’abitacolo intelligente di Huawei, sostiene l’azienda, si potranno utilizzare facilmente diversi dispositivi attraverso le app integrate all’interno della propria auto. Ad esempio, utilizzando un’app per musica o video, i conducenti potranno subito trasformare l’abitacolo in un ufficio mobile, un cinema privato o un box KTV con stereo, schermo e telecamere. Inoltre potranno controllare a distanza gli elettrodomestici di casa direttamente dall’auto. Ad esempio impostare l’impianto di aria condizionata a una temperatura ottimale prima di arrivare a casa.

Ma al di là di quelli che sembrano semplici gadget, l’intenzione è quella di offrire un’esperienza visiva di qualità superiore nei veicoli. Il sistema ‘AR-HUD’ di Huawei offre un angolo di visuale che può raggiungere i 13×5 gradi, coprendo così più corsie contemporaneamente. Pertanto, durante la guida, ‘AR-HUD’ trasforma un normale parabrezza in uno schermo HD da 70 pollici per visualizzare tutte le informazioni di guida necessarie. In questo modo i conducenti possono tenersi informati, ad esempio apprendendo informazioni chiave sugli strumenti o sulla navigazione, il tutto senza mai distogliere lo sguardo dalla strada.

Questo sistema permette anche di migliorare l’attenzione e la sicurezza dei conducenti. Quando si guida in condizioni meteorologiche avverse, ‘AR-HUD’ utilizza sensori e realtà aumentata per visualizzare informazioni e importanti avvisi su pedoni, veicoli e ostacoli che potrebbero essere altrimenti difficili da notare a occhio nudo.

AGI – Apple ci riprova: apre un piccolo spiraglio per evitare che si spalanchi un portone. Gli sviluppatori potranno contattare gli utenti per segnale pagamenti alternativi a quelli in-app. In sostanza, potranno indicare sistemi per evitare le commissioni applicate dall’App Store (del 15% o del 30%). Dal punto di vista simbolico, è un passo importante perché conferma quanto si stia facendo forte la pressione nei confronti di Cupertino. Dal punto di vista pratico, dovrebbe cambiare molto poco. Almeno per ora.

Cosa cambia davvero

La decisione di Apple è frutto di una class action (una causa collettiva mossa, negli Stati Uniti, da migliaia di sviluppatori). Prevede, come si legge nell’accordo preliminare e in un comunicato della Mela, che gli sviluppatori possano “utilizzare comunicazioni, come la posta elettronica, per condividere informazioni sui metodi di pagamento al di fuori della loro app iOS”. In questo caso “non pagheranno ad Apple alcuna commissione”. La certezza, al momento, è una: i produttori potranno attingere a un serbatoio che prima non potevano sfruttare, quello degli indirizzi degli utenti ottenuti tramite l’App Store.

Da qui ai pagamenti alternativi il passo non è breve. Prima di tutto perché “gli utenti devono acconsentire alla comunicazione e avere il diritto di recesso”. E poi perché il sistema proposto deve restare fuori dal recinto di Apple. In sostanza, la trafila sarebbe questa: richiedere il consenso all’invio di comunicazioni, ottenerlo, spedire la mail, indirizzare gli utenti verso il sito dello sviluppatore o dell’app, concretizzare l’acquisto. Una strada quantomeno tortuosa, lungo la quale la platea potrebbe perdersi. Insomma: avendo a disposizione un processo molto più immediato, è improbabile che Apple ci rimetta.

D’altronde, se il potenziale impatto dell’accordo fosse più sostanzioso, il titolo di Apple avrebbe reagito diversamente. Invece si è mantenuto pressoché piatto. Niente scossoni.

Simboli e dollari

La portata simbolica resta, perché c’è una prima (seppur minima) breccia nell’ecosistema della Mela. Ma è coerente con la linea tenuta negli ultimi mesi da Apple e ispirata al Gattopardo: cambiare (il meno possibile) perché nulla cambi (nei bilanci). Con lo Small Business Program, partito a inizio 2021, chi genera meno di un milione di dollari sull’App Store versa nelle casse della Mela il 15% anziché il 30%. In seguito alla class action, Apple si è impegnata a mantenere il programma attivo “almeno per altri tre anni”.

La misura coinvolge il 99% degli sviluppatori statunitensi, ma Cupertino ci rimette solo qualche spicciolo. La cifra emerge proprio dall’accordo preliminare della causa collettiva: grazie al prolungamento dello Small Business Program, gli sviluppatori che hanno partecipato alla class action dovrebbero risparmiare 177,2 milioni di dollari. Ossia 59 milioni l’anno, lo zero virgola di quanto incassa l’App Store.

La vera “battaglia reale” 

La Coalition for app fairness (l’associazione fondata da grandi società digitali per reclamare condizioni più eque) ha parlato di un accordo “finto”, perché “agli sviluppatori sarà comunque impedito di comunicare prezzi più bassi o di offrire opzioni di pagamento concorrenti all’interno delle loro app”. L’apertura di Apple sarebbe solo “un disperato tentativo di evitare il giudizio di tribunali, regolatori e legislatori di tutto il mondo”.

La partita è infatti molto più ampia. La Commissione europea, su impulso di società come Spotify, indaga per pratiche anti-concorrenziali. E poi c’è la causa intentata da Epic Games, lo sviluppatore di Fortnite, che non ha nulla a che vedere con la class action. Nell’estate 2020, il gioco era stato estromesso dall’App Store per aver proposto una propria moneta virtuale (i V-bucks) da spendere in-app. La soluzione, studiata per aggirare le commissioni, era e resta vietata. Una sentenza (attesa nei prossimi mesi) in favore di Epic Games potrebbe (quella sì) rappresentare un duro colpo per Apple.  

Sono passati due anni dal debutto sul mercato dei primi smartphone pieghevoli. A darsi battaglia sul fronte della nuova tecnologia erano i due big del mondo Android: Samsung e Huawei. Molti dubbi smorzarono gli iniziali entusiasmi – qualcuno ricorderà gli incidenti occorsi con la pellicola protettiva di uno dei modelli debuttanti – e l’imponente diffusione di tablet e computer portatili sempre più leggeri e performanti sembravano rendere pleonastici device così ingombranti e costosi come gli smartphone pieghevoli.

In questi due anni sono successe molte cose: la pandemia ha completamente stravolto il modo di lavorare da remoto e il bando imposto dagli Stati Uniti a Huawei ha di fatto messo nell’angolo uno dei due competitor.

Eppure, nel giorno in cui debutta la terza generazione dei pieghevoli di Samsung – i Galaxy Z – questa tecnologia che sembrava appannaggio di una elite disposta a spendere tra i mille i duemila euro, sembra più viva che mai. L’idea che fosse solo un modo per rivitalizzare un mercato impantanato nella ripetitività di modelli tutti uguali è stata ormai accantonata e la scommessa sui pieghevoli sembra essere più sensata di quanto non lo forse due anni fa.

Oggi gli utenti si aspettano smartphone pieghevoli progettati per durare nel tempo e per questo Samsung ha puntato a migliorare la qualità costruttiva ad esempio con la certificazione di resistenza dall’acqua IPX8, la scocca in Armor Aluminum e  Corning Gorilla Glass Victus, oltre alla pellicola protettiva realizzata in PET elasticizzato, dell’80% più resistente rispetto a quello delle precedenti versioni e alle setole più corte.

Per capire quali siano i reali spazi di mercato e le prospettive di una tecnologia come quella degli smartphone pieghevoli, AGI ha intervistato Paolo Bagnoli, Head of Marketing della divisione telefonia di Samsung Electronics Italia.

Quando furono lanciati i primi pieghevoli sembravano un gadget destinato a rivitalizzare il mercato degli smartphone con una novità riservata a una elite. Oggi siamo alla terza generazione, come è cambiato il mercato degli smartphone pieghevoli? A chi si rivolge? Come ha definito meglio il proprio target?

Due anni fa ci siamo avventurati nel rivoluzionario mondo degli smartphone pieghevoli, un nuovo formato che ha aperto infinite possibilità all’insegna di funzionalità, produttività e intrattenimento. In tutto questo tempo abbiamo continuato ad ascoltare i consumatori, migliorando la nostra serie Galaxy Z in risposta alle loro reali esigenze e aspettative, abilitando nuove modalità di vivere le app mobile e le interfacce utente, grazie anche alle nostre collaborazioni con aziende leader del settore.

Con i nuovi Galaxy Z Fold3 5G e Galaxy Z Flip3 5G introduciamo importanti novità desiderate dagli utenti, che li rendono ancora più resistenti, performanti e funzionali, il tutto racchiuso in un design iconico ed elegante. I nuovi smartphone pieghevoli offrono agli utenti nuove opportunità per lavorare, giocare e guardare contenuti con esperienze di intrattenimento sempre più coinvolgenti.

In particolare, Galaxy Z Fold3 è progettato per offrire il massimo della produttività e dell’intrattenimento: un dispositivo pensato appositamente per il multitasking, grazie a performance superiori, al display Infinity Flex senza interruzioni da 7,6 pollici e all’introduzione del supporto della S Pen. Z Flip3, invece, è caratterizzato da un design elegante, compatto e tascabile, nonché da funzionalità fotografiche migliorate e un display esterno più ampio, ed è dedicato agli amanti dello stile e della praticità.

Con Fold3 e Flip3 intendiamo ridefinire nuovamente le possibilità offerte dagli smartphone pieghevoli, offrendo la flessibilità e la versatilità necessarie per tenere il passo con la nostra vita. Ci aspettiamo che questa generazione di pieghevoli sia la più venduta di sempre: la domanda del mercato per questo tipo di formato sta crescendo in misura esponenziale e secondo molti analisti nel 2021 raggiungerà i 6,5 milioni di unità a livello globale, il triplo rispetto all’anno scorso.

Offrendo Flip3 a un prezzo di partenza di poco superiore ai mille euro, intendiamo permettere a una platea sempre più ampia di consumatori di accedere all’innovativa esperienza foldable e confermare il nostro ruolo di fornitore leader in questo mercato.

Il ban imposto dagli Stati Uniti a Huawei ha di fatto tolto di mezzo l’altro grande competitor nel campo degli smartphone pieghevoli. Eppure Samsung non ha rinunciato a questo segmento e a questa tecnologia. È veramente il pieghevole il futuro della telefonia mobile?

I moltissimi feedback emersi dalle ricerche e ricevuti dai nostri clienti confermano la soddisfazione degli utenti per il formato pieghevole, che garantisce un’esperienza smartphone pratica e naturale nell’uso quotidiano. Stiamo assistendo a un’evoluzione nelle modalità di utilizzo dei nostri smartphone, sia in ambito lavorativo sia nel tempo libero, che è destinata a durare nel tempo.

Counterpoint prevede che le spedizioni 2021 di smartphone pieghevoli di Samsung crescano in modo significativo. Questo incremento è guidato da design e hardware migliorati e anche da una gamma con prezzi competitivi. Entro il 2023, si prevede una crescita di 10 volte nelle spedizioni di smartphone pieghevoli. E noi ci approcciamo al prossimo futuro da leader di questo segmento.

Vediamo di buon occhio l’introduzione di innovazione da parte di tutti i produttori perché ci spinge a trovare sempre nuove soluzioni e migliorare quelle attuali. Con tre generazioni di pieghevoli all’attivo, abbiamo ottenuto il know-how necessario e raccolto i preziosi feedback dei consumatori, utili per realizzare esperienze sempre più innovative e rispondere alle esigenze degli utenti.

Schermi pieghevoli sempre più ampi e nitidi e fotocamera sempre più performanti. Il futuro degli smartphone è nell’immagine e nell’intrattenimento o piuttosto nell’utilizzo professionale? Costano ancora molto, è una tecnologia il cui prezzo è destinato a ridursi o a restare ad appannaggio dei pochi che possono spendere 2.000 euro per un device?

Per quanto riguarda il prezzo, il nostro impegno è quello di rendere l’innovativa tecnologia pieghevole sempre più accessibile e con Z Fold3 e, in particolare, Z Flip3, abbiamo reso l’esperienza Galaxy Z ancora più conveniente

Con i nostri nuovi dispositivi pieghevoli intendiamo offrire sia il meglio della produttività, sia esperienze di intrattenimento immersive e coinvolgenti. Galaxy Z Fold3 offre esperienze di visione cinematografiche e permette di visualizzare e interagire al meglio con le proprie app preferite. Inoltre, grazie all’introduzione del supporto alla S Pen e alle funzionalità migliorate della modalità Flex, Z Fold3 si conferma il dispositivo perfetto per il multitasking.

Lavorando in stretta collaborazione con Microsoft abbiamo potuto arricchire l’esperienza Galaxy con le ultime novità in ambito di produttività e con la migliore connettività con i PC Windows. Ad esempio, Galaxy Z Fold3 e la S Pen permettono di prendere appunti condivisi durante una videochiamata con i colleghi in Microsoft Teams, approfittando anche dell’esperienza ottimizzata per adattarsi alla modalità Flex.

Galaxy Z Fold3 permette anche di gestire istanze multiple delle app Office preferite, come PowerPoint ed Excel, o di leggere le singole email in Outlook in maniera completa, restituendo l’anteprima delle altre sul lato opposto, proprio come avverrebbe da desktop, per ottenere il massimo della produttività anche in mobilità.

Grazie all’introduzione di funzionalità fotografiche più innovative, gli utenti Galaxy Z Flip3, invece, possono scattare selfie ancora più incredibili anche senza mani, con la modalità Flex, oppure direttamente dallo schermo esterno con il dispositivo chiuso. E, grazie al refresh rate adattivo da 120Hz, lo scorrimento e la condivisione sono estremamente fluidi.

Z Flip3 è ideale per rilassarsi e guardare vlog su YouTube o show televisivi senza dover utilizzare le mani, approfittando della funzionalità Pannello modalità Flex per un’esperienza di visione più pratica, spostando il video nella metà superiore dello schermo e mostrando i controlli, come luminosità o volume, nella metà inferiore. Infine, grazie ai nuovi e aggiornati Stereo Speaker con Dolby Atmos®, Z Flip3 offre un suono immersivo con incredibile chiarezza, profondità ed effetti spaziali.

AGI – “La campagna vaccinale va avanti, è solo sospesa la prenotazione fino a nuovo ordine”. Lo ha annunciato il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, dopo l’attacco hacker al portale utilizzato per la gestione.

“Ci sono stati tantissimi attacchi anche la scorsa notte” ha aggiunto smentendo che sia stata avanzata una richista di riscatto. “È solo un’ipotesi investigativa che nasce dal fatto che questo genere di cyber attacchi prelude appunto a una richiesta di riscatto o alla vendita all’asta dei codici sulle dark room”

Il cyber-attacco che ha colpito il portale della Regione Lazio rispecchia il mondo nel quale si muovono gli hacker: una realtà transnazionale, gestita da vere e proprie organizzazioni criminali, che negli ultimi anni hanno accresciuto il business dei ‘ricatti digitali’ a dismisura.

Come ha riferito al Corriere della Sera Vittorio Gallinella, direttore dei sistemi infrastrutturali di LazioCrea, di attacchi hacker “ne subiamo centinaia ogni giorno, ma non di questa portata”. “Stiamo decrittando, è la controffensiva al malware, è l’unico modo per evitare riscatti o simili, ma ci vuole tempo” e “ci vorranno settimane di lavoro per uscirne, dobbiamo esportare interi database ma a settori”.

Gallinella ha assicurato che “tutti i protocolli di sicurezza sono rispettati sia dai singoli sia come sistema. Non ci sono state falle o qualche tipo di alleggerimento di cosiddette porte laterali, da cui potrebbe penetrare un hacker. Come sono entrati? Le credenziali o le password si possono violare, ma non posso dire altro perché questo è parte dell’indagine in corso”. “Errori però non ci sono stati, questo no”, ha sottolineato.

“Il crimine digitale non ha le classiche delimitazioni” perché “la Rete ha travolto i confini, tanto più che gli attacchi vengono commessi in una realtà transnazionale, con la sovrapposizione di diversi sistemi legislativi e differenti norme sul trattamento dei dati. Fondamentale è la collaborazione internazionale”. A spiegarlo in un’intervista a La Stampa è Nunzia Ciardi, direttrice della polizia postale e delle comunicazioni.

Secondo Ciardi negli ultimi anni gli attacchi cyber sono aumentati “moltissimo, sia per motivi di natura storica, nel senso che stiamo diventando sempre più una società a carattere digitale, sia per via della pandemia: tra smart working, didattica a distanza, spesa online è aumentato a dismisura il numero delle operazioni nel web e questo ci ha reso più esposti e più vulnerabili. Anche perché navighiamo con connessioni non sicure”. Per avere le dimensioni del fenomeno basti pensare che “dal 2019 al 2020 gli attacchi alle infrastrutture del nostro Paese sono lievitati del 246 per cento. E non va bene neanche per pedopornografia e adescamenti online, con crescite del 130 per cento”.

Quanto poi alla pratica del ricatto con riscatto, ha proseguito Ciardi “il cosiddetto ransomware, è sempre più diffuso. Lo scorso anno, per esempio, ci siamo occupati di un’azienda che ha pagato un riscatto di 18 milioni di euro. È evidente, quindi, che dietro il ransomware non si nascondono sparuti adolescenti nelle loro camerette ma vere e proprie organizzazioni criminali. Si tratta per la maggior parte di collettivi transnazionali”, tanto che “I professionisti nel campo cyber vengono reclutati, a suon di pagamenti in criptovalute, nel dark web”, ha concluso la direttrice della polizia postale, spiegando anche che il ransomware viene avviato inoculando “un virus attraverso un’email, che viene poi aperta con superficialità, o grazie alla vulnerabilità del sistema tramite una finestra lasciata aperta sul computer, minacce gravissime, equiparabili a veri e propri atti terroristici”. 

AGI – La carenza di chip continua a pesare sulla produzione degli smartphone e penalizza nel secondo trimestre le vendite a livello globale. Lo conferma uno studio diffuso oggi, mentre in Cina il mercato è stato penalizzato dai guai di Huawei. A causa della pandemia di Covid, che ha paralizzato le fabbriche di tutto il pianeta, i semiconduttori hanno infatti iniziato a esaurirsi.

Tra aprile e giugno sono stati venduti 316 milioni di telefoni cellulari in tutto il mondo, secondo la società di ricerca specializzata Canalys. Si tratta di un aumento dell’11% su base annua ma di un calo del 9% rispetto alle vendite del primo trimestre.
I produttori “hanno lottato per tutelare i componenti chiave e per soddisfare la domanda”, compresi i chip eessenziali per gli smartphone, ha affermato Ben Stanton, analista di Canalys. 

Di conseguenza, in Cina i marchi hanno intrapreso una “feroce concorrenza” per sostituire accaparrarsi la posizione di Huawei, osserva Canalys. Nel Paese asiatico dominano la classifica i brand locali Vivo, Oppo e Xiaomi, che insieme rappresentano il 62% della quota di mercato.

Apple è quarta con una quota di mercato del 10% e 7,9 milioni di dispositivi venduti nel secondo trimestre. Il mercato cinese è invece in calo del 17% su base annua. Ieri l’americana Intel ha stimato che la carenza di chip, che sta creando grandi strozzature anche nella produzione di auto, potrebbe trascinarsi fino al 2023. In occasione della diffusione dei conti del secondo trimestre, l’azienda ha riferito che la strada è ancora lunga per un ritorno alla normalità: “Abbiamo ancora molta strada da fare, occorre tempo per creare capacita’ produttiva”, ha detto l’amministratore delegato, Pat Gelsinger. Le previsioni di Intel sono in linea con quelle diffuse due mesi fa dalla società di consulenza Forrester, secondo cui bisognerà far fronte alla carenza nell’offerta di semiconduttori per almeno altri due anni. A fronte di una domanda “che resterà elevata e di un’offerta che si manterrà limitata, ci aspettiamo che questa scarsita’ possa durare per tutto il 2022 fino a raggiungere il 2023”, aveva dichiarato il vicepresidente e direttore Glenn O’Donnel. 

Data l’interruzione delle catene di approvvigionamento che continuerà nei prossimi mesi, “i grandi marchi stanno già definendo le priorità” per area geografica, osserva Stanton. Con 58 milioni di telefonini venduti nel secondo trimestre, il gruppo sudcoreano Samsung resta il più grande venditore di smartphone al mondo. Ora è seguito dalla cinese Xiaomi, che prende il secondo posto dalla big statunitense Apple.

Nel secondo trimestre, Xiaomi ha visto le vendite aumentare dell’88% su base annua (52,8 milioni di dispositivi venduti). Un anno fa la connazionale Huawei e’ diventata il principale produttore mondiale di smartphone. Finito poi nel mirino delle sanzioni Usa, il marchio oggi non è più tra i cinque maggiori produttori mondiali di telefonini, anche in Cina, dove ha dominato a lungo il mercato.

Huawei si era trovata nel mirino dell’ex amministrazione Trump, che l’ha accusata di spionaggio a vantaggio di Pechino. Da allora il gruppo è stato inserito nella ‘black list’ di Washington, cosa che gli impedisce di acquisire tecnologie americane essenziali per i suoi telefonini. Il gruppo e’ stato quindi costretto a novembre a vendere Honor, un marchio di smartphone entry-level, azione che spiega in parte il calo delle vendite totali di Huawei nel secondo trimestre. 

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