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A Cupertino è scattato il piano “S”: dire che va tutto bene è impossibile, meglio dire allora che l’iPhone non è tutto. “S” sta per servizi. Include (tra le altre cose) iCloud, Apple Music, Apple Pay ed è la voce di bilancio più stabile e che cresce di più. Da tempo Cupertino la spinge con forza, consapevole che sia l’unica carta per riequilibrare un bilancio troppo dipendente dagli iPhone (nei suoi successi ma anche nei suoi chiari di luna). Questa volta però il ceo Tim Cook, una settimana dopo aver annunciato il sanguinoso taglio delle stime per il primo trimestre 2019, si è presentato davanti alle telecamere di Cnbc per dire che “ci saranno nuovi servizi quest’anno”. Non ha voluto dire di cosa si tratti, ma ha detto che saranno “più cose”. Quali potrebbero essere? Gli indizi per fare qualche ipotesi non mancano.

La piattaforma di streaming

Apple è già impegnata nella produzione di contenuti originali, con l’obiettivo di investire 4,2 miliardi di dollari entro il 2022 e creare una piattaforma concorrente di Netflix. Il progetto è andato avanti, fino a ora, con tempi piuttosto compassati. A quanto pare anche per volontà di Cook. Il ceo si sarebbe opposto alla produzione di programmi, serie tv e film violenti, sessualmente espliciti o politicamente schierati. Il primo veto sarebbe arrivato su Vital Signs, serie tv ispirata alla biografia del rapper Dr Dre. Motivo: una scena che ritraeva un’orgia.

La Mela sarebbe quindi orientata a creare un sorta di Netflix per famiglie, adatta a tutti. Una scelta dovuta probabilmente al timore che eventuali critiche sui contenuti possano ripercuotersi sulle vendite di iPhone. Chissà se, adesso, l’urgenza di spingere i servizi non convinca Cook a sciogliere qualche laccio. Una politica così rigida nasconde qualche rischio. Le grandi firme che Apple ha intenzione di ingaggiare (tra sceneggiatori, registi e attori) accetteranno di sottostare al timbro di Cupertino? E gli spettatori saranno contenti, visto che molte serie di grande successo (da Narcos a Breaking Bad, da Dexter a The Walking Dead) non sono certo a misura di bambino?

I segnali di accelerazione non mancano. E neppure quelli di apertura. Samsung ha appena annunciato che i suoi televisori connessi prodotti nel 2019 avranno accesso ai contenuti televisivi di iTunes. È la seconda volta che la Mela consente a un’azienda terza di accedere al servizio. La prima, nel 2003, era stata Microsoft, con la libreria di contenuti accessibile da Windows. La mossa è un doppio indizio. Primo: un’app che raccoglie solo i contenuti visivi di iTunes potrebbe essere il preludio della piattaforma simil-Netflix. Secondo: Apple ha capito che la chiusura del proprio ecosistema (che è un punto di forza dell’iPhone) potrebbe rappresentare un vincolo per i servizi.

La Netflix dei giornali

Ma Cook ha detto che ci saranno “più cose”. L’altra potrebbe essere una Netflix dei giornali: un servizio in abbonamento che, per una decina di dollari, darebbe accesso alla lettura digitale di riviste e giornali. Sarebbe una sorta di versione premium di Apple News e,potrebbe arrivare nella primavera 2019. La base da cui partire è Texture, un’app acquisita dalla Mela lo scorso marzo. Disponibile su iOs, integra già decine di contenuti (sopratutto settimanali e mensili). Il grande passo sarebbe arruolare i quotidiani. Eddy Cue, gran capo dei contenuti Apple, starebbe negoziando con New York Times, Wall Street Journal e Washington Post.

Non si sa se la trattativa è andata a buon fine. In caso di via libera, Cupertino potrebbe garantire un’offerta che nessuno ha. I grandi giornali avrebbero accesso a una platea nuova ed enorme, ma devono fare bene i conti. Il Washington Post offre il proprio abbonamento digitale per 10 dollari al mese; il Times per 15 e il Wsj per 37. Texture, che paga i fornitori di contenuti in base a quante volte vengono letti, potrebbe erodere parte degli abbonamenti in proprio, dai quali i quotidiani (senza intermediari) incassano di più.

Servizi per la salute

Tra gli altri servizi ipotizzabili ce ne potrebbero essere alcuni legati alla salute. Cook ha affermato che Apple “amplierà il proprio portfolio nel settore”. E si è detto certo che è qui che il gruppo “può dare il suo maggiore contributo al genere umano”. “Siamo solo all’inizio”, ha aggiunto, di un processo di “democratizzazione” che permetterà a ciascuno di “gestire la propria salute”. Le parole di Cook sono coerenti con una sempre maggiore attenzione nelle app per il benessere e la sanità, che dovrebbero sposarsi con l’Apple Watch. Se c’è una cosa che, lo scorso autunno, ha rubato la scena agli iPhone è stato proprio l’orologio della casa. Soprattuto grazie al primo elettrocardiografo integrato. Pochi gesti e il referto è pronto per essere stampato o inviato al proprio medico.

I 100 miliardi di Apple

Basteranno questi e altri servizi per ammortizzare la crisi degli iPhone? No, almeno nel breve periodo. Il 60% del fatturato della Mela arriva dai suoi smartphone, mentre i servizi valgono circa il 16%. Non hanno stagionalità e progrediscono con più costanza, ma non è sufficiente. Cook (chiaramente) lo sa bene. Tanto che – durante l’intervista a Cnbc – ha voluto guardare il bilancio da un’altra prospettiva: “Nel nostro ultimo anno fiscale abbiamo avuto 100 miliardi di dollari di entrate non provenienti da iPhone. E in questo ultimo trimestre, se si prende tutto ciò che non è iPhone, il fatturato è cresciuto del 19%. Il 19% su un business enorme”.

È chiaro: fa parte del lavoro di Cook indicare il bicchiere mezzo pieno. Quello che il ceo non dice, si vede osservando il negativo delle sue parole. Nell’ultimo anno fiscale il fatturato è stato di 265,6 miliardi. L’iPhone, quindi, incassa ancora molto di più di tutto il resto messo assieme. Basta che lo smartphone inciampi per scatenare un putiferio. Nonostante quei 100 miliardi.  

Il blocco dell’aeroporto di Gatwick del 19 dicembre, causato dal presunto avvistamento di droni nelle vicinanze della pista di decollo, sarebbe costato a EasyJet circa 18 milioni di euro, come riporta la compagnia aerea. In un rapporto l’azienda ha descritto l’aspetto economico della vicenda, nella quale il clima natalizio del secondo scalo più grande di Londra è stato rovinato da uno stop di 36 ore dell’hub, che ha portato alla cancellazione di più di mille voli e a disagi per migliaia di passeggeri.

A un mese dall’episodio – e a pochi giorni dall’arresto di un altro uomo trovato a pilotare un drone vicino al più grande aeroporto di Heathrow – “è sempre più evidente l’importanza di fare prevenzione, di stabilire protocolli d’azione e di verificare la reale capacità di un drone di danneggiare un aereo”, ha spiegato ad Agi Luca Masali, giornalista esperto di droni e fondatore della testata Dronezine.

“L’episodio di Heathrow è stato gestito in modo efficace, con una chiusura al traffico aereo di solo un’ora – spiega Masali – e questo ci dimostra che con l’organizzazione anche i possibili disagi possono essere ampiamente evitati”. Tuttavia, nel caso del blocco aereo di Gatwick, del presunto drone avvistato da passeggeri e personale non c’è traccia. Non una fotografia né un video delle telecamere di sorveglianza è stato in grado di riprendere l’oggetto non identificato che, per ammissione delle stesse autorità, potrebbe non essere mai esistito.

Come evitare i falsi allarmi?

A questo servono i sistemi specifici, di cui il mercato internazionale sta vedendo la fioritura, in grado di identificare un drone ed eventualmente disattivarlo a distanza qualora si avvicinasse a un’area interdetta al traffico di simili apparecchi. Oppure capaci di chiarire se vi sia un reale pericolo o se l’avvistamento di un oggetto non identificato sia solo frutto di un errore, come quando nel 2016, il pilota di un Airbus A320 della British Airways denunciò alle autorità di averne urtato uno, scoprendo poi che si trattava di una busta della spesa

Nelle scorse settimane una squadra di Fucilieri dell’Aria del 16° Stormo di Martina Franca si è qualificata per operare in autonomia con sistemi elettromagnetici per il contrasto all’uso illegittimo dei droni. Impiegando un sistema radar di rilevamento (Counter Unmanned Aerial System, sistema aereo di contrasto ai velivoli senza pilota a bordo) con ottiche diurne e notturne e dispositivi per l’interdizione elettronica per inibire il volo assicurando la necessaria sicurezza, la squadra è pronta alle attività di protezione di aeroporti, infrastrutture critiche o altri siti sensibili. L’attività è stata resa possibile grazie a una collaborazione strategica tra l’Aeronautica Militare e l’azienda Ids – Ingegneria Dei Sistemi, società italiana specializzata nel settore dell’aeronautica e dei sistemi senza pilota.

Tuttavia, la gran parte dei dispositivi in commercio è dotata di sistemi di geofencing, che cioè si arrestano e tornano indietro quando stanno per entrare in una zona vietata, come quelle degli aeroporti. Questi sistemi, basati sulla geolocalizzazione del dispositivo, fanno parte della comune dotazione di sicurezza dei droni, che ne garantisce il ritorno al punto di partenza automatico e la stabilizzazione anche se se ne dovesse perdere il controllo.

La situazione italiana

Nel 2017, le segnalazioni di episodi che hanno coinvolto aeromobili a pilotaggio remoto o aeromodelli sono state 46, secondo quanto riportato dall’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo italiana (Ansv). “Tuttavia, non è mai stato trovato il responsabile di questi avvistamenti, né sono stati individuati i droni”, precisa Masali: “Non sono mancati in passato falsi positivi, come quando il pilota di un aereo di linea ha segnalato la presenza di un drone a cinquemila metri d’altitudine nell’Artico canadese, luogo dove peraltro è estremamente improbabile che qualcuno si metta a giocare con dei droni”.

Nel suo rapporto annuale, pubblicato ad aprile, l’Ansv ha precisato che la gran parte degli avvistamenti sarebbero avvenuti in “aree sensibili per l’attività di volo”, zone dunque già interdette all’utilizzo di droni dalla vigente normativa. “Se i responsabili venissero individuati – precisa Masali -, questi rischierebbero un’incriminazione per il reato di attentato alla sicurezza dei trasporti”. Ma oltre al problema giuridico, ce n’è anche uno amministrativo: in Italia, la normativa distingue i droni per l’utilizzo – hobbistico o professionale – e non per la dimensione”, spiega Masali. “L’obbligo di essere assicurati però è previsto solo per i secondi, e questo fa sì che anche un amatore possa usare un aeromobile a pilotaggio remoto del peso di due chili o più senza obbligo di essere assicurato”.

Se chiedete al responsabile marketing di una azienda che produce smartphone qual è il loro target di riferimento, vi conviene mettervi comodi.

Comincerà una interminabile tiritera di termini perlopiù incomprensibili e a volte scientemente usati a caso per prendervi per sfinimento, così che vi dimentichiate cosa diavolo gli avevate chiesto. 

Del resto è per questo che lo pagano: convincere gente a comprare cose di cui non ha bisogno ed evitare di rispondere a domande alle quali non deve rispondere dando l’impressione di fare il contrario. 

Quale smartphone scegliere?

Il risultato è che alla fine non sapete davvero cosa vi conviene comprare: se un Apple, un Samsung o uno Huawei. O, se siete appena un po’ più smart, un Honor, uno OnePlus, un Oppo o uno Xiaomi. 

Perché se andate su un top di gamma, tra i tre player che si contendono il podio dovete rassegnarvi a superare i mille euro e se invece vi accontentate di un entry level perché pensate di risparmiare rischiate di trovarvi con un telefono destinato nella migliore delle ipotesi a non reggere il carico di una giornata di lavoro già dopo un anno. 

Per chi è pensato Honor View20 

Sono pochi i brand che lanciano un nuovo telefono sul mercato e dicono: ecco serve a queste cose e per questo tipo di persone. Uno di quelli che lo fa è Honor. Ormai dovreste conoscerlo: dopo il botto fatto nel 2016 con l’Honor 8 – un fenomeno sfuggito al controllo della stessa azienda e che fece intuire a Huawei, la casa madre, le potenzialità del brand cadetto – si è consolidato in quarta posizione per le vendite in Italia, ha trovato la propria strada e la segue con tenacia. Il suo mercato di riferimento sono gli adolescenti e quindi ecco display luminosi e processori potenti pensati per il gioco, fotocamere di qualità per i social e colori fashion per la scocca. 

Una strada interessante, ma come tutte le aziende che vedono all’orizzonte lo spettro della saturazione di mercato, non può bastare. E quindi ecco un leggero cambio di rotta, ma sarebbe meglio dire un ampliamento di raggio per includere una nuova fetta di mercato. ben precisa: le donne. A leggere le caratteristiche di Honor View20, che è stato presentato a Parigi, è facile intuire chi siano i destinatari. Sia subito chiaro che non è un giocattolo e nemmeno un ninnolo da fashionistas, ma un’ammiraglia che costerà intorno ai 700 euro.

Perché piacerà agli adolescenti

Gli adolescenti, innanzitutto: e non a caso sul palco è salito Tim Sweeney, fondatore e CEO di Epic Games, quelli di Fortnite, per intenderci, che ha subito messo in chiaro la sua visione: “Offrire esperienze di alta qualità sugli smartphone è importante per il futuro dei giochi” Per questo, ad esempio, su Honor View20 Fortnite funziona a 60 fotogrammi al secondo”.

Ma quella per certi giochi, si sa non è una passione eterna (vi ricordate Angry Birds e Ruzzle?) e prima o poi anche di Fortnite si parlerà al passato, così Honor ed Epic Games hanno iniziato a lavorare insieme per ottimizzare dispositivi Honor selezionati per l’Unreal 4 Engine. In buona sostanza rubare mercato a Sony e Nintendo e far giocare su uno smartphone con la stessa fluidità di una console. La fotocamera 3D permette di giocare a videogiochi motion-controlled come Fancy Skiing e Fancy Darts.

Perché piacerà alle donne

Le donne, dicevamo. La fotocamera 3D e le funzionalità di Intelligenza Artificiale sono in grado di identificare oltre 100 tipi di alimenti e forniscono informazioni caloriche per aiutare a mantenere uno stile di vita sano. L’intelligenza artificiale è anche in grado di identificare oltre 300 punti di riferimento famosi (non solo Torre Eiffel e Colosseo, quindi) e 100.000 dipinti provenienti da tutto il mondo e di fornirne informazioni.

E che dire della collaborazione con Moschino per creare una gamma esclusiva di prodotti e accessori? Ne sono nati una versione speciale di Honor View20 nella colorazione phantom blue e una cover con l’iconico Teddy Bear di Moschino in rilievo. Non a caso sul palcoscenico di Parigi è salito anche Gabriele Maggio, CEO di Moschino.

Un po’ di roba per smanettoni 

Se siete arrivati a leggere fin qui, vorrete sapere un po’ di roba per smanettoni. Eccovi serviti: la fotocamera posteriore è da 48MP, quella frontale da 25MP integrata nel display offre un’esperienza visiva senza notch e un rapporto schermo del 91,8%. La fotocamera frontale è sotto un foro trasparente da 4,5 mm creato da processi litografici. Quella  posteriore è  alimentata dal sensore Sony IMX586 , con un CMOS da 1/2″ e pixel equivalenti da 1,6 μm in Quad Bayer array. Il sensore, potenziato dal chipset Kirin 980, supporta la nuova modalità 48MP AI Ultra Clarity. La fotocamera scatta diverse immagini da 48MP in una sola volta e raccoglie i migliori dettagli da ogni foto per creare un’unica immagine da 48MP. Il chipset Kirin 980 con dual-NPU elabora la foto utilizzando un algoritmo che analizza l’immagine, ottimizza i dettagli nelle aree più scure e regola i colori rendendoli più vividi.

Per Honor View20 è stata utilizzata la nanolitografia per creare una nano texture con una sfumatura di colore a V. Il corpo curvo 3D con design ad arco ha uno spessore di 8,1 mm.

La tecnologia Wi-Fi a tripla antenna potenziata da AI che impedisce che il segnale si indebolisca quando le mani dell’utente coprono il ricevitore; una batteria da 4.000 mAh per giochi di lunga durata

Anche Ducati guarda avanti e promette un futuro elettrico per la due ruote italiana più famosa nel mondo. A margine della competizione Moto Student, iniziativa promossa dalla casa di Borgo Panigale e rivolta alla formazione, l’Amministratore delegato Claudio Domenicali ha dichiarato che la casa motociclistica è vicina ad avviare la produzione in serie di moto elettriche.

“Il futuro è elettrico – ha detto Domenicali secondo quanto riportato dalla testata Corsedimoto -, non siamo lontani dall’iniziare la produzione della serie“. E anche se non ci sono anticipazioni né leak di possibili design per una Ducati elettrica, da diversi anni l’azienda ha mostrato grande interesse verso questo settore.

Un primo concept arriva dal lontano 2016, quando un team della Scuola politecnica di design ha collaborato con Ducati per disegnare un prototipo di moto che incarnasse lo spirito del marchio italiano. Il risultato, la Ducati Zero, coniuga le forme di una moto futuristica con gli elementi della tradizione più cara ai centauri, come il fatto che in questo progetto la moto avrebbe le marce, non necessarie ai motori elettrici.

Più concretamente, a novembre Ducati ha presentato al Milan Motorcycle Show una mountain bike elettrica sviluppata in collaborazione con la piemontese Thok di Stefano Migliorini. Basata sulla serie Mig, la Ducati MIG-RRR è già ordinabile in prevendita e dovrebbe essere disponibile dalla primavera di quest’anno.

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La ribalta delle moto elettriche

Leggermente in ritardo rispetto alle quattro ruote alimentate a batterie, che in Europa si stanno già diffondendo grazie anche a incentivi e leggi sull’inquinamento, anche il mondo delle moto guarda con sempre più interesse alla riduzione di consumi e inquinamento. Il 7 gennaio, durante la Fiera dell’innovazione tecnologica di Las Vegas (Ces, Consumer Electronic Show), Harley Davidson aveva annunciato l’apertura delle prenotazioni per la LiveWire, prima moto del marchio completamente elettrica.

Già annunciata nel 2014, la LiveWire rappresenta la sfida di Harley Davidson a quanti sostengono che un vero rider non possa accettare di viaggiare su un mezzo elettrico. Accelerazione da 0 a 60 miglia orarie (96 chilometri orari) in meno di 3,5 secondi e cento per cento della torsione alla partenza fanno di questo mezzo la risposta a marchi come Tesla e Jaguar, che già sono riusciti a raggiungere prestazioni eccezionali senza consumare una goccia di carburante.

Leggi anche: Ecco come cambiare l’auto e avere gli incentivi del governo

“Stiamo creando una Netflix dei videogiochi”. Già nei mesi scorsi Microsoft ha svelato la volontà di creare una piattaforma in streaming accessibile da diversi dispositivi, Project xCloud. Adesso però a definirla così e a svelare alcuni dettagli del progetto è il ceo in persona, Satya Nadella. Potrebbe essere attiva entro la fine dell’anno.

I punti di forza di Microsoft

L’idea di base è la stessa cui stanno puntando anche altri big. Custodire i giochi in cloud, cioè su computer più potenti di quelli casalinghi, e renderli accessibili su abbonamento in qualsiasi momento e su qualunque dispositivo: console, smartphone, pc. Nadella è convinto di essere in una posizione di vantaggio rispetto ai (futuri) concorrenti. Non è una garanzia di vittoria, ma Microsoft ha sicuramente basi solide. Prima di tutto non è digiuna di videogiochi, vista l’esperienza accumulata con la sua Xbox. “Abbiamo un enorme catalogo e nostri giochi”, ha sottolineato Nadella, come ad esempio Halo.

C’è poi l’esperienza su pc, il business dal quale è nato il successo del gruppo. Già adesso ci sono delle sinergie: il servizio Xbox Play Anywhere permette di acquistare titoli digitali e di giocarci sia su console che su pc con Windows 10. “Disponiamo sia di console che di pc”, ha rimarcato il ceo. E poi c’è il cloud che Microsoft già utilizza per i suoi servizi e che rappresenta l’infrastruttura su cui far viaggiare Project xCloud. Sul futuro della “Netflix dei videogiochi” era già stato chiaro anche il vicepresidente di Microsoft Phil Spencer: “Ci sono 2 miliardi di videogiocatori sul pianeta, ma non venderemo mai 2 miliardi di console. Molte persone non possiedono un televisione, altre non hanno mai avuto un pc. L’obiettivo è raggiungere un cliente ovunque si trovi”.

La concorrenza cresce

La realizzazione ha diversi nodi: un gioco in streaming deve mantenere lo stesso grado di dettaglio e avere un tempo di latenza (cioè il tempo tra il comando e la risposta sullo schermo) praticamente nullo. La diffusione del 5G aiuterà a risolvere questi problemi. Tanto che, proprio in questi mesi, molte delle grandi società tecnologiche stanno puntando su una “Netflix dei videogiochi”. Sony ha il vantaggio di essere già partita, con PlayStation Now e di avere un catalogo già pronto cui attingere, ma non ha un “nuvola digitale” potente come quella di Microsoft.

Il 5 ottobre Google ha fatto esordire Project Stream, per ora ad accesso limitato e con un solo titolo a disposizione: “Assassin’s Creed Odyssey”. Per Big G il cloud non è un problema, ma la compagnia non ha esperienza nel settore dei videogiochi. Per questo motivo ha stretto un accordo con Ubisoft (una delle maggiori case di sviluppo al mondo). Non c’è ancora la conferma ufficiale, ma anche Amazon sarebbe pronto a entrare nel mercato: è il leader mondiale del cloud e può contare sulle possibili sinergie con Twitch, la Youtube dei videogiochi che controlla.

È stata eletta “donna più influente nel digitale” in Italia piazzandosi in classifica davanti a nomi come quelli di Clio Zammateo – famosa come ClioMake Up – Milena Gabanelli e Samatha Cristoforetti. È Paola Pisano assessore all’Innovazione del comune di Torino.

Docente di gestione dell’innovazione all’università del capoluogo piemontese, 42 anni, tre figli, è un fiume in piena quando racconta i progetti che ha in mente per trasformare la città, consapevole delle tante difficoltà che ci sono, a partire dalla sfida della digitalizzazione della pubblica amministrazione, al posizionare il capoluogo piemontese come punto attrattivo per imprese che vogliono innovare, a fare conciliare il futuro con i trend che caratterizzano sempre di più la popolazione delle città. “A fine mandato – racconta – voglio lasciare Torino come la città italiana dove si vedrà il futuro con servizi digitali semplici, fruibili, utili per i cittadini”.

Questo è l’obiettivo futuro, ma quale è stato l’impatto al suo arrivo in questo nuovo ruolo?

“Quando sono arrivata è stato un impatto forte. Io vengo dall’università ma ho sempre lavorato come consulente su progetti per l’innovazione in aziende, sono sempre stata abituata ad essere  in posti dove si voleva fare un cambiamento innovativo e anche se non c’erano tutte le condizioni si sapeva che si voleva andare verso un obiettivo”.

“Sono partita con un assessorato nuovo, dal momento che Torino non ha mai avuto un assessore all’innovazione e ci siamo mossi un po’ con un modello startup confrontandoci con una pubblica amministrazione che aveva sempre agito in un determinato modo.  Per questo abbiamo dovuto e dobbiamo scardinare un po’ sia il modo di fare le cose, sia cosa bisogna fare, consapevoli sempre delle risorse che si hanno a disposizione”.

“Spesso ci dicono che avremmo dovuto aspettare il momento migliore per fare certi progetti, ma noi non possiamo aspettare, bisognava partire subito. Abbiamo iniziato a pensare a quale doveva essere il nostro futuro, considerando che alcuni trend sono già sotto gli occhi di tutti: le città diventeranno più popolate, l’età media si alzerà e nello stesso vi è la necessità di sempre maggiore inclusione e rispetto dell’ambiente. Da lì ci siamo mossi”.

In che modo?

“Lo abbiamo fatto agendo  su determinati filoni di innovazione come ad esempio l’auto autonoma, che permetterà una mobilità più semplice con zero impatto ambientale, per tutti i cittadini perché inclusiva: penso al trasporto di anziani, disabili e bambini, ma anche in condivisione”.

“Oppure I droni, un’altra nostra tecnologia di riferimento, perché facili da utilizzare nella manutenzione delle infrastrutture, perché le merci devono girare nelle città occupando poco spazio, perché possono esserci problematiche o incidenti in cui l’essere umano non può arrivare – attentati terroristici o incidenti gravi – in cui l’utilizzo di un robot permette di reperire immagini di cosa è accaduto e organizzare al meglio i soccorsi”.

“Ed ancora i robot collaborativi con l’essere umano, che consentono a chi non è occupato di fare dei lavori. Ci sono casi, che stiamo cercando di portare sul territorio, in cui a lavorare sono i robot, ma comandati a distanza da invalidi o persone che passano lungo tempo in ospedale. Queste persone avranno così la possibilità di lavorare anche se impossibilitati a muoversi. Ci sono già esempi per il mondo e qui a Torino siamo ancora in altissimo mare, ma stiamo cercando di arrivare a qualcosa del genere: dare la possibilità anche a  chi non lavora per impedimenti fisici di poter lavorare grazie ad un robot”.

Anche la tecnologia 5G, in cui Torino ha assunto il ruolo di capofila, va in questa direzione?

“Sì: a Torino il numero di antenne è ancora superiore a quello delle altre città. Ma la partita non si gioca sull’ infrastruttura quanto sul servizio, sul riuscire ad attrarre da noi aziende che offrono queste tecnologie. Abbiamo creato una politica che si chiama “Torino city lab” in cui chiediamo alle aziende che hanno una innovazione di frontiera ad alto rischio, ancora allo stadio precommerciale, di sottopporla alla città per venire qui a fare i testing”.

“Noi quindi ci proponiamo come partner. Non una smart city, ma partner delle aziende che voglio rischiare e innovare. A queste noi diciamo: ‘Vieni qui, ti forniamo una città per i testing , il nostro ecosistema fatto di piccole e medie imprese molto forti su stream come automotive, aerospace, robotica e telecomunicazioni. Ti supportiamo sia per quanto riguarda la realizzazione del primo prototipo, sia nel modello di business’ per cui se servono finanziamenti troviamo altre aziende che le supportino. A questo proposito stiamo cercando di legare a questo modello i ventures e le forme di finanziamento. Torino potrebbe così diventare una buona piazza per tutti quei ventures che non si occupano di start up ma di ‘scalare’ il business”.

Ci sono già esempi pratici?

“A Torino nei mesi scorsi abbiamo testato il ‘bar robotico’, abbiamo dato le autorizzazioni per usarlo in un’area della città e coinvolto i cittadini nel testing per migliorare questa tecnologia. Per tre mesi il bar robotico ha preparato e servito cocktail ai cittadini, ha interagito con loro. Abbiamo avuto il feedback con cui è stata migliorato il robot, ora l’azienda ha assunto qualche persona qui a Torino e sta vendendo il robot migliorato”.

In questo anno si è parlato tanto di droni, addirittura hanno sostituito i tradizionali fuochi artificiali di san giovanni facendo storcere un po’ il naso a qualcuno più tradizionalista.

“Abbiamo fatto uno spettacolo con 200 droni a guida autonoma in occasione della festa di San Giovanni, lo scorso anno, che ci ha permesso di fare vedere al mondo che Torino era pronta per questa tecnologia, che noi eravamo una piazza pronta per testarla. Da lì è partito il mondo: abbiamo fatto una partnership con Intel, sta arrivando DjI, definita la Apple dei droni, che farà una sperimentazione da noi. Abbiamo scoperto il tessuto di piccole e medie imprese che si occupano di droni e poi Leonardo  ci ha proposto un grosso progetto sui droni di cui ora non possono ancora svelare nulla. Insomma abbiamo così tanti progetti che abbiamo deciso di fare nel 2019 il ‘mese dei droni’, tra giugno e luglio prossimi e se ne vedranno delle belle”.

E la città come risponde?

“Da parte delle imprese e del mondo universitario c’è voglia di fare e il nostro ruolo è proprio supportare gli attori del territorio nel crescere ed attrarne di nuovi. Ci siamo posizionati non come modello di smart city: non stiamo acquistando tecnologia per risolvere i problemi, ma siamo città partner di innovazione per aziende che vogliono innovare  per aprire loro il mercato”.

Ma il cittadino comune come vive questa voglia di innovazione?

“Questa è una politica economica sulla città, di attrattività e di posizionamento. C’è però un aspetto che riguarda la digitalizzazione dei servizi e questo certamente interessa più da vicino il cittadino”.

“Abbiamo un grosso progetto di digitalizzazione sull’anagrafe, puntando a servizi a comando vocale, sul modello di Alexa o dell’assistente Google che risponderà  direttamente al cittadino. E poi il 22 gennaio presenteremo il portale “TorinoFacile” che si basa proprio su un cambio di paradigma che è avvenuto e di cui bisogna prendere piena consapevolezza”.

“Ossia fino a oggi la pubblica amministrazione è stata monopolista nella fornitura dei servizi ma il cittadino si è evoluto, si è abituato ad Amazon e quindi non accetta più se i servizi non vengono erogati in un certo modo, è abituato ad accessi facili. Allora abbiamo studiato come lavoravano le banche, come lavorava Fineco e da qui è nato questo portale che sarà l’e-banking del cittadino che avrà a disposizione tutti i dati e informazioni sulla sua situazione”.

“È un processo circolare con la tecnologia che deve essere integrata con il capitale umano. Mi rivolgo al cittadino totalmente digitalizzato ma devo anche creare un servizio per il cittadino che sarà sempre ‘off line’, che allo stesso modo deve essere facilmente orientato. E poi c’è il cittadino misto che è quello che va a fare la spesa, ma poi usa la cassa automatica e io devo aiutare anche lui. Tecnologia, dunque, ma anche capitale umano”.

“Noi stiamo lavorando notte e giorno” conclude Paola Pisano e tornando a parlare del riconoscimento ricevuto “inaspettato considerando anche gli altri grandi nomi con cui competevamo”, riflette. “Forse sì, ce lo siamo davvero meritato questo riconoscimento” dice e promette: “A Torino si vedrà davvero il futuro”. 

Un algoritmo sviluppato in 30 anni di ricerca, un calibro digitale che registra rapidamente i dati ed una piattaforma in grado di trasformare il frutteto da reale a virtuale: sono gli ingredienti di Perfrutto, il servizio creato dall’agronomo bolognese Marco Zibordi, capace di prevedere scientificamente e a inizio stagione, le dimensioni finali di mele, pere o kiwi.

Una sorta di ‘sfera di cristallo’ 4.0, ad alto contenuto tecnologico che consente agli agricoltori di sapere in tempo reale la pezzatura finale dei frutti da cui, poi, dipenderà il prezzo di vendita. Più le mele sono grandi e più hanno valore. Così, nel caso di dimensioni insufficienti, le correzioni immediate (diradamento dei frutti, irrigazione o concimazione) hanno permesso di aumentare, per gli agricoltori, il fatturato fino al 40 per cento ad ettaro. Un sistema, unico al mondo, utilizzato in Italia e all’estero da piccoli frutticoltori fino a grandi marchi come Pink Lady o Jingold. Si tratta, in sintesi, di un supporto decisionale, racconta lo startupper all’Agi, applicato nel campo della frutta. Ed in un periodo di grandi cambiamenti climatici è particolarmente utile

Il vostro prodotto viene utilizzato direttamente dal cliente. Come funziona?

“Si scelgono casualmente dodici piante per ettaro e con il calibro digitale, dotato di un processore con memoria per la registrazione automatica dei dati, si misurano 20 frutti per ogni pianta. Questo quando mele, pere o kiwi sono ancora piccoli, verso giugno. Grazie al nostro algoritmo, il frutticoltore avrà nel giro di pochi minuti la stima scientifica delle dimensioni a fine raccolto. Se necessario, noi forniamo anche consulenza su come ottimizzare l’accrescimento della pezzatura, ad esempio, suggerendo il diradamento o interventi sul sistema di irrigazione”

Quali sono i vantaggi per i frutticoltori che utilizzano Perfrutto?

“Nel caso delle mele o di altri frutti è la pezzatura che determina il guadagno. Se già a giugno, quindi ad inizio stagione quando si hanno ancora due mesi prima della raccolta finale, capisco che c’è qualche problema nel processo di crescita dei frutti posso trovare una soluzione. Perfrutto è una sorta di gps che ti dice a che ora arriverai a destinazione. Se sei in ritardo devi accelerare”.

Ci sono altri vantaggi oltre agli aspetti relativi all’aumento di fatturato?

“Si. Tra i nostri clienti non ci sono solo i piccoli agricoltori ma anche le grandi cooperative del settore che sfruttano il nostro sistema per avere un quadro preciso del raccolto finale in termini dimensionali e di quantità in modo da razionalizzare la logistica e la vendita in quanto fornitori. Perfrutto rappresenta, poi, una ‘cartina tornasole’ anche per il consulente agronomo che ha un riscontro costante ed in tempo reale, delle eventuali misure correttive”.

Come è nata l’idea di commercializzare l’algoritmo predittivo?

“Ero dottorando con il docente dell’Alma Mater, Luca Corelli Grappadelli che fin dagli anni ’80 aveva iniziato a raccogliere dati sull’accrescimento dei frutti a diverse latitudini in tutto il mondo. Quindi era già disponibile un vasto data base che permetteva di costruire algoritmi grazie ai quali si potevano fare previsioni. Noi abbiamo trasformato l’algoritmo da artigianale ad ‘industriale’ per poterlo lanciare sul mercato creando poi la piattaforma per l’elaborazione delle misurazioni e il calibro digitale”

Quando è nata la vostra start up?

“La società chiamata ‘Horticultural Knowledge’ è nata formalmente nel 2011 ma, di fatto, è diventata operativa nel 2016 quando ho deciso di lasciare la carriera accademica per dedicarmi a tempo pieno all’attività di imprenditore. Ora lavoriamo in Italia (30%) e all’estero (70%). Abbiamo clienti in diversi Paesi: Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Nuova Zelanda, Cile e stiamo iniziando anche in Iran e India”.

Come siete riusciti a finanziarvi nella fase iniziale?

“E’ stata fondamentale la campagna di equity crowdfunding sbarcata in Italia nel 2017 grazie a cui abbiamo raccolto 300mila euro. Questa esperienza è stata molto importante anche per allargare il nostro network di contatti”

Nel bel mezzo della buriana tra Washington e Pechino e mentre una società cinese su cinque ha rinunciato al Ces, da Las Vegas arriva un accordo sull’asse Usa-Cina. Baidu fornirà la tecnologia con cui Walmart consegnerà la spesa su furgoni autonomi. Neppure le tensioni commerciali bastano a frenare l’espansione cinese, soprattutto se non si tratta di accordi diretti. L’anello che congiunge Baidu e Walmart è Udelv: la startup, con sede in California, ha realizzato un sistema di guida autonoma basato sulla piattaforma Apollo, creata dal gigante cinese.

Come funziona

Il servizio sarà attivo entro l’anno. E Walmart è solo il cliente più illustre, ma non l’unico, ad adottare i furgoni di Udelv (che nel 2018 hanno completato 1200 consegne nell’area si San Francisco). “Apollo di Baidu – ha spiegato Daniel Laury, amministratore delegato di Udelv – ci consente di fare un passo avanti verso la realizzazione della nostra missione di reinventare la consegna portando veicoli autonomi nel settore dell’e-commerce”. Attingendo ai “pezzi” di software messi a disposizione da Apollo, ha aggiunto Laury, “abbiamo ridotto il nostro ciclo di sviluppo, accelerato l’innovazione e facilitato la nostra capacità di scalare”.

La Android della guida autonoma

Baidu ha lanciato la piattaforma Apollo nel 2017, puntando a creare una sorta di “Android della guida autonoma”. Cioè un sistema proprietario ma aperto e adattabile ai diversi produttori. Le compagnie non pagano la piattaforma ma i servizi collegati. Ad esempio, Udelv paga per il cloud di Baidu nello sviluppo dei propri veicoli. Anche se non è un accordo diretto con Walmart, è un passo importante perché è la prima volta che Apollo viene adottata negli Stati Uniti, aprendo una breccia proprio nel momento in cui i muri sembrano inspessirsi. Lo scorso ottobre, Baidu ha siglato un accordo con un’altra compagnia americana, Ford. Sempre nel settore della guida autonoma, ma per un progetto non operativo negli Usa perché pensato per la Cina. E in ogni caso non c’è ancora alcun veicolo Ford che utilizzi Apollo. La piattaforma è utilizzata da oltre 130 produttori, tra i quali Daimler, Honda, Volvo e Volkswagen.

Il confronto con Google

Baidu è spesso definito “la Google cinese”, perché è (tra le tante cose) il principale motore di ricerca del Paese. Nelle ricerche, però, non si è mai contrapposto al suo omologo occidentale, che da anni non ha accesso alla Cina. Lo sbarco di Apollo negli Usa apre invece una prima convivenza nel mercato della guida autonoma. A dicembre Waymo (società che, come Google, è sotto l’ombrello della holding Alphabet) ha lanciato il primo servizio commerciale di taxi autonomi, a Phoenix. Mentre Baidu si sta preparando a fare lo stesso a Chengdu.   

Noi forniamo tecnologia e consulenza a basso costo. Voi ci pagate ma risparmiate, non sprecate tempo nella gestione tecnica e vi occupate di ciò che dovreste essere bravi a fare: informazione. È il progetto Newspack, appena lanciato da WordPress.com tramite la società che la controlla, Automattic. Un “pacchetto” pensato per le testate locali e medio-piccole.

Come funziona Newspack

“Con molte organizzazioni che stanno lottando per trovare modelli sostenibili per il giornalismo – scrive WordPress nel post che presenta il progetto – stiamo notando la necessità di una piattaforma economica”. Con due obiettivi: essere un fornitore di tecnologia ma anche uno sherpa che aiuti a rintracciare il miglior modo per guadagnare. In sostanza, WordPress propone una via intermedia tra i servizi che già offre. Da una parte ci sono i piccoli blog. Si possono aprire e adattare gratuitamente (il codice è open source), ma la piattaforma guadagna comunque vendendo servizi aggiuntivi per pochi euro (come dominio e temi grafici) o vendendo agli inserzionisti spazi pubblicitari.

Dall’altra parte c’è WordPress.com VIP, un servizio che offre assistenza, hosting, aggiornamenti continui, elevati standard di sicurezza, formazione. Si rivolge a siti ad alto traffico, che quindi hanno bisogno di governare una grande mole di contenuti e di avere un pronto intervento in caso di necessità. Tra i clienti VIP ci sono anche Time.com, CNN e Quartz. Chiaramente, questi servizi si pagano, fino a qualche decine di migliaia di dollari al mese. Newspack punta alle strutture più piccole, con esigenze meno complesse e fatturati meno corposi. L’offerta è quindi più a buon mercato. Con “tariffe comprese tra i 1000 e i 2000 dollari al mese”.

Chi lo finanzia: da Google alla blockchain

WordPress ci punta parecchio e ha definito Newspack “una piattaforma di nuova generazione” per l’informazione. La gestione è affidata ad Automattic, che ha ricevuto il sostegno finanziario della Google News Initiative, il progetto con il quale Big G promuove nuove iniziative editoriali (anche in Italia).

Da Mountain View è sono arrivati 1,2 milioni di dollari. Hanno contribuito anche The Lenfest Institute for Journalism (con 400.000 dollari), The John S. e James L. Knight Foundation (con 250.000). E c’è anche il mondo cripto. Sono arrivati 350.000 dollari da ConsenSys. Si tratta di una società, fondata da uno dei padri del progetto Ethereum, che investe sulla blockchain con l’obiettivo di creare “un mondo decentralizzato”. È tra i principali finanziatori di Civil Media, la startup che punta a sostenere le piccole testate (per ora con risultati modesti) tramite criptovalute: l’idea è quella di usare le monete digitali per raccogliere fondi ma anche per conferire ai lettori il diritto di esprimere il proprio parere, indicare quali approfondimenti seguire ed espellere i giornalisti che non rispettino il codice di condotta di Civil. È il preludio per un utilizzo di criptovalute sui giornali che adottano Newspack?

Presto per dirlo, anche se avere tra i propri finanziatori una compagnia che fa affari con la blockchain potrebbe voler dire che il tema sarà, quantomeno, esplorato. Newspack è ancora tutto da costruire. Per farlo, WordPress sta collaborando con Spirited Media (che gestisce siti locali a Denver, Philadelphia e Pittsburgh) e con News Revenue Hub, una società nata dalla costola di un giornale (Voice of San Diego) per aiutare gli editori digitali a trovare il giusto modello di business. La piattaforma, di fatto, farà i primi passi assieme ai giornali che decideranno di aderire all’iniziativa: per la candidatura c’è tempo fino al primo febbraio.

Chi può candidarsi

Automattic, si legge sul blog di Newspack, cercherà di riunire un gruppo di testate che rappresentino una vasta gamma di modelli organizzativi, tecnologie e approcci commerciali, pubblico e aree geografiche. Tanto per cominciare, saranno presi in considerazione i siti che hanno “dimostrato di aver successo editoriale e finanziario” nelle loro aree.

Quindi non sarà un salvagente per chi è già annegato ma una vela nuovo per una barca che, quantomeno, galleggi. “I candidati devono essere in grado di esporre un chiaro approccio editoriale e di business per lo sviluppo e la crescita”. Deve esserci quindi chiare informazioni sul passato e “un budget credibile per garantire il funzionamento del sito per almeno un anno”. Non sono escluse le startup. Ma, anche qui, a patto che abbiano un “solido piano di lancio” (che vuol dire non solo qualche bella idea ma anche i soldi per reggere “almeno 12 mesi”).

Il progetto è aperto anche ai siti con “modelli che potrebbero essere applicabili ad altri editori digitali” e a quelli che “hanno affrontato sfide tecniche significative nell’attuazione della loro strategia”. Sarà “data precedenza ai candidati che già utilizzano WordPress” e a siti che – su valutazione di Automattic – consentano una “facile migrazione” sulla piattaforma. I siti devono coprire una chiara area geografica o tematica e non devono essere aggregatori ma produrre notizie in proprio. Non ci sono format esclusi, anche se “in questa fase non verranno supportati siti progettati principalmente per la pubblicazione di audio o video”.

I giornali ammessi si impegnano “a partecipare a una videochiamata due volte a settimana” e a mettere a supportare la migrazione sulla piattaforma Newspack, che avverrà a sei mesi dall’inizio del progetto. Entro luglio, verrà lanciata una versione provvisoria e lo sviluppo durerà fino al gennaio 2020. Questa prima fase sperimentale sarà finanziata interamente Automattic. I giornali non pagheranno nulla. Le tariffe scatteranno solo in seguito.  

L’attacco informatico iniziato lo scorso agosto con il ransomware Ryuk, che blocca l’accesso ai file finché non si paga un riscatto, ha fruttato agli hacker l’equivalente di circa 3,7 milioni di dollari in Bitcoin.

Le 52 transazioni anonime effettuate da altrettante vittime sono state ricostruite dalle società di sicurezza informatica Crowdstrike e FireEye, che hanno rilevato anche come il malware fosse progettato per attaccare solo grandi realtà evitando i piccoli bersagli. Il 29 dicembre Ryuk ha colpito anche i sistemi del Los Angeles Times e del San Diego Union Tribune, determinando un rallentamento della consegna dei giornali in tutto il Paese.

Dietro agli attacchi si nasconderebbero degli hacker russi mossi da intenti criminali e non agenzie al soldo del governo nordcoreano, come precedentemente ipotizzato. Crowdstrike è convinta che Ryuk sia una versione modificata di un malware già noto, di cui il collettivo denominato “Grim Spider” (dall’inglese, ragno feroce) sarebbe entrato in possesso dopo averlo acquistato su un forum online.

La strategia

Secondo i rapporti pubblicati dalle due aziende, Ryuk viene installato sui sistemi delle vittime solo alla fine di un lungo processo di infezione, attraverso altri malware diffusi tramite email di phishing.

Una volta distribuiti i vettori di attacco, gli hacker inizierebbero ad analizzare quali aziende sono riusciti a infiltrare, alla ricerca dei bersagli più grandi. Il lavoro di analisi, riportano i ricercatori, può durare anche diversi mesi, alla fine dei quali gli hacker utilizzano il malware Ryuk – che probabilmente prende il nome da un personaggio dell’anime giapponese Death Note. La vittima si ritrova così una richiesta di pagamento in Bitcoin in cambio delle chiavi per tornare ad accedere ai propri file. 

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