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Google ha annunciato novità nel modo in cui mostrerà sul suo browser Chrome i siti web protetti da cifratura. Fino ad ora le pagine web protette dal protocollo HTTPS (HTTP Secure, cioè “HTTP Sicuro”, perché crea un canale di comunicazione sicuro rispetto a HTTP) sono indicate con l’immagine di un lucchetto e il termine “Sicuro” nella barra degli indirizzi. Ma in futuro, a partire dal rilascio della versione di Chrome 69 a settembre, la parola Sicuro sparirà (così come l’attuale colorazione in verde). Ecco uno schema qua sotto, come è ora in Chrome 67 e come sarà in Chrome 69: 

La ragione, secondo le dichiarazioni della manager di prodotto Emily Schechter contenute nel blog Chromium, è che ormai una larga parte del traffico web passa per HTTPS, e quindi non sarebbe più necessario indicare quella modalità come Sicura. “Gli utenti dovrebbero aspettarsi il fatto che il web sia sicuro di default, e che saranno avvisati quando c’è un problema”.

D’altra parte, come già annunciato in precedenza, Chrome inizierà a indicare come Non Sicure tutte quelle pagine web che saranno ancora in HTTP a partire da luglio, quando verrà rilasciato Chrome 68. Questo sarà un cambiamento significativo e potrebbe spingere molti siti che ancora non hanno adottato HTTPS ad accelerare il passaggio. Da ottobre Chrome farà anche in modo di trasformare la dicitura Non Sicuro in rosso ogni volta che un utente inserirà dei dati in un sito HTTP, cioè ogni volta che metterà informazioni sensibili (email, password) in un modulo. Come si vede nell’immagine sotto: 

"Speriamo che questi cambiamenti aprano la strada a un web che è facile da usare in modo sicuro di default”, ha dichiarato Schechter. “Oggi HTTPS è più economico e semplice di prima, e consente funzionalità potenti – non aspettate a migrare a HTTPS”.

La battaglia di Google per rendere più sicura la navigazione web va avanti da tempo. Almeno da quando nel 2014 annunciò che passare al protocollo HTTPS avrebbe migliorato il posizionamento (il ranking) di un sito. E dal 2017 aveva preso a indicare come non sicure le pagine HTTP che contenevano moduli da compilare. La migrazione all’HTTPS è stata favorita anche dalla diffusione di un progetto come Let’s Encrypt, che rilascia certificati web gratuiti. Purtroppo va detto che la presenza di HTTPS non garantisce dell’autenticità di un sito, come dimostrato dai crescenti casi di truffe in cui siti di phishing (finti siti usati per rubare le credenziali degli utenti) usano domini simili a quelli che vogliono impersonare con tanto di connessione “sicura”.

Per ora è poco più di una vittoria simbolica, ma raccoglie i frutti di mesi di lavoro e di tweet di protesta: il 17 maggio il Senato americano ha votato sul mantenimento della neutralità della rete con 52 voti a favore e 47 contrari. Il principio – sancito durante l’amministrazione Obama – prescrive l’obbligo da parte degli operatori di trattare i dati trasmessi su Internet nello stesso modo. Quindi di non creare preferenze sulla velocità di alcuni servizi rispetto ad altri.

La decisione contrasta il principio fortemente sostenuto da Trump e dalla Federal communications commission – l’agenzia statunitense per le comunicazioni – secondo il quale gli operatori devono essere liberi di assegnare velocità diverse ai servizi online.

Ma ora la risoluzione dovrà passare per la Camera dei rappresentanti (dove i Repubblicani hanno la maggioranza), prima dell’entrata in vigore dell’abolizione della neutralità della rete, prevista il mese prossimo.

La decisione di Donald Trump di demolire una delle più importanti eredità dell'amministrazione Obama, era stata vista dai più come l'esito di uno scontro politico tra i Repubblicani, schierati con i grandi Internet provider, e i giganti della Silicon Valley, tra i quali è sempre prevalso l'orientamento liberale. I problemi della Casa Bianca con le grandi aziende tecnologiche sono all’ordine del giorno dall’elezione di Trump, a partire dai reiterati attacchi del Presidente nei confronti dell’editore del Washington Post, che è anche fondatore di Amazon.

Leggi anche: Cosa succede se Trump fa saltare la net neutrality

Cosa significherebbe l'abolizione della neutralità

L’abolizione della neutralità della rete, in concreto, determina la possibilità da parte dei provider di assegnare diverse velocità ai servizi che si servono di Internet. Questo implica che un operatore possa, per esempio, fornire abbonamenti specificamente progettati per l’uso di Facebook o YouTube. Una soluzione di questo tipo favorirebbe però uno sbilanciamento del potere delle società tecnologiche più grandi rispetto a servizi emergenti. Ai quali potrebbe essere assegnata arbitrariamente una velocità minore.

Chi sostiene invece l’abolizione del principio di equo trattamento, evidenzia il fatto che alcuni servizi (come per esempio gli accessori dell’Internet of Things, che si servono della rete), non hanno bisogno della stessa capacità di altri servizi, e quindi sarebbe giusto poterla limitare. 

Dal monopolio al dominio

Se la risoluzione sulla net neutrality non passerà anche alla Camera bassa del Congresso americano, sarà la vittoria di Trump, che da quando è in carica ha lavorato per sovvertire alcuni principi voluti dal suo predecessore. Come l’intesa sul nucleare e l’accordo sul clima di Parigi. Ma a rendere importante il tema della neutralità della rete negli Stati Uniti è anche il fatto che, con la “dottrina Trump”, chi offre la connessione a Internet salirebbe a una posizione di sostanziale dominio, dal momento che nel Paese At&T e Verizon controllano il 70 per cento della quota di mercato.

Leggi anche: Gran parte dei post favorevoli all'abolizione della net neutrality sono fake

Il dibattito sulla neutralità della rete aveva generato una vera e propria battaglia sui social network. Da un lato i sostenitori della politica di Obama, dall’altra chi si era schierato con Trump e con il capo della Fcc, Ajit Pai. Ma una ricerca pubblicata a gennaio dalla società di analisi di Internet Gravwell, aveva dimostrato che la gran parte dei commenti online a favore dell’abolizione della neutralità rete erano in realtà dei fake, di cui un milione proveniente da finti account PornHub. 

Una buona e una brutta notizia per Jeff Bezos. Amazon è ancora il leader dei “maggiordomi digitali”: le vendite aumentano. Ma la sua quota di mercato cala rapidamente: per la prima volta è scesa sotto il 50%. Perché gli altri hanno iniziato a galoppare oppure sono appena entrati in pista, con risultati incoraggianti. A rincorrere il gruppo di Seattle sono Google e gli ultimi arrivati Alibaba e Apple. Lo afferma un'indagine di Strategy Analytics.

Un mercato in crescita

I dispositivi casalinghi connessi venduti nel primo trimestre 2018 sono stati 9,2 milioni. Nel giro di un anno, il numero è quadruplicato: erano 2,4 milioni nel primo trimestre 2017. Allora, più di otto smart speaker su dieci erano Amazon. Oggi lo è il 43,6%. Non è stato Echo​ a rallentare. Tutt'altro: le sue vendite sono raddoppiate da 2 a 4 milioni di unità. Sono stati gli altri a crescere o a esordire. Google (con il suo Google Home) si afferma come seconda forza del settore: nel primo trimestre 2018 ha venduto 2,4 milioni “maggiordomi”. È di Big G un dispositivo su quattro. Amazon è ancora lontana, certo. Ma il settore si muove a una velocità tale che Jeff Bezos non può stare tranquillo.

Alibaba & Apple

A erodere lo strapotere di Amazon non è solo Google. Sono anche due società che un anno fa non erano ancora entrate in questo mercato: Alibaba e Apple. Il gigante cinese ha venduto 700.000 unità e detiene una quota del 7,6%. La Mela segue a breve distanza: 600.000 HomePod​ venduti, pari al 6% del mercato.

Cupertino non ha fatto il botto, ma la performance resta significativo in ottica futura. Perché Apple, dopo qualche intoppo, ha lanciato il suo speaker connesso solo a febbraio. Rincorre anche Xiaomi, con 200.000 unità. E si allarga il gruppone dei marchi che Strategy Analytics mette sotto la voce “altri”.

Tutti assieme valgono il 13,9%, mentre un anno si fermavano al 5,8%. Segno di un comparto sempre più affollato. Senza dimenticare che, a breve, dovrebbe arrivare nella cristalleria un altro elefante: Facebook ha rimandato il lancio del suo maggiordomo digitale (con display) Portal.

È solo l'inizio

“Amazon e Google sono ancora dominanti, con una quota combinata del 70%”, afferma il direttore di Strategy Analytics David Watkins. Tuttavia, la loro fetta “è diminuita dall'84% registrato nel quarto trimestre 2017 e dal 94% del primo trimestre 2017”. Un andamento “in parte dovuto alla forte crescita del mercato cinese in cui attualmente sono assenti sia Amazon che Google. Alibaba e Xiaomi stanno aprendo la strada in Cina e la loro forza nel solo mercato interno si sta dimostrando sufficiente per spingerli nella top cinque globale”.

I dati, afferma il vicepresidente di Strategy Analytics David Mercer, “conferma che questo mercato rappresenta più di una semplice fiammata”. Per Mercer siamo ancora in un periodo di evoluzione, nel quale gli smart speaker non sono “prodotti finiti”: “Nei prossimi anni vedremo una rapida evoluzione nel design, nella funzionalità e nei campi d'utilizzo. Ci stiamo dirigendo verso un futuro, non troppo lontano, nel quale la voce diventerà la una modalità standard di interazione tecnologica, come lo sono tastiera, mouse e touchscreen”.

Articolo realizzato in collaborazione con il mensile L’Automobile.

La tecnologia può anche uccidere. Almeno a leggere cosa raccontano negli Stati Uniti. A scrivere la storia è il New York Times. Secondo il quotidiano americano, dimenticare di premere il pulsante per lo spegnimento dei veicoli keyless ovvero senza chiave, avrebbe causato 28 morti e 45 feriti dal 2006 a oggi. Numeri incredibili e folli.
 
Una distrazione, magari legata all’uso dello smartphone, che può essere letale. Guidatori che, ignorando i segnali di avvertimento emessi dalle vetture, lasciano le auto ancora accese nei garage, che spesso sono attigui o collegati, come avviene spesso in America, alle abitazioni. Il motore rimane acceso a un regime di giri molto basso ma sufficiente comunque ad emettere dagli scarichi il monossido di carbonio. Inquinante letale e pericoloso: inodore e incolore, satura gli ambienti circostanti senza che nessuno riesca ad accorgersene in tempo. Il gas velenoso in ambienti chiusi si sostituisce all’ossigeno, fino a uccidere.

Il New York Times cita due casi molto simili tra loro. Nel 2010 Chasity Glisson e Timothy Maddock furono ritrovati in stato di incoscienza nel bagno della loro abitazione, per la ragazza non ci fu nulla da fare mentre il compagno si salvò, riportando però gravi lesioni cerebrali. Motore non spento nel garage di casa. Quattro anni prima Fred Schaub aveva dimenticato la sua Toyota Rav 4 accesa nel box, è stato trovato morto nella sua stanza da letto, con un livello di gas 30 volte superiore a quello tollerabile.

A questo punto sembra necessario correre ai ripari. Un avvisatore acustico, magari come quello utilizzando quando si lasciano i fari accesi, oppure una norma che regoli o obblighi le Case a trovare metodi efficaci e sicuri per contrastare possibili dimenticanze fatali. Ford e il gruppo Volkswagen hanno implementato nelle vetture un sistema che spegne automaticamente i veicoli nel momento in cui si abbandona il posto di guida. Toyota, invece, dopo 30 minuti che il conducente si allontana dall’auto.
 

Google ha annunciato novità nel modo in cui mostrerà sul suo browser Chrome i siti web protetti da cifratura. Fino ad ora le pagine web protette dal protocollo HTTPS (HTTP Secure, cioè “HTTP Sicuro”, perché crea un canale di comunicazione sicuro rispetto a HTTP) sono indicate con l’immagine di un lucchetto e il termine “Sicuro” nella barra degli indirizzi. Ma in futuro, a partire dal rilascio della versione di Chrome 69 a settembre, la parola Sicuro sparirà (così come l’attuale colorazione in verde). Ecco uno schema qua sotto, come è ora in Chrome 67 e come sarà in Chrome 69:

La ragione, secondo le dichiarazioni della manager di prodotto Emily Schechter contenute nel blog Chromium, è che ormai una larga parte del traffico web passa per HTTPS, e quindi non sarebbe più necessario indicare quella modalità come Sicura. “Gli utenti dovrebbero aspettarsi il fatto che il web sia sicuro di default, e che saranno avvisati quando c’è un problema”.

D’altra parte, come già annunciato in precedenza, Chrome inizierà a indicare come Non Sicure tutte quelle pagine web che saranno ancora in HTTP a partire da luglio, quando verrà rilasciato Chrome 68. Questo sarà un cambiamento significativo e potrebbe spingere molti siti che ancora non hanno adottato HTTPS ad accelerare il passaggio. Da ottobre Chrome farà anche in modo di trasformare la dicitura Non Sicuro in rosso ogni volta che un utente inserirà dei dati in un sito HTTP, cioè ogni volta che metterà informazioni sensibili (email, password) in un modulo. Come si vede nell’immagine sotto:

"Speriamo che questi cambiamenti aprano la strada a un web che è facile da usare in modo sicuro di default”, ha dichiarato Schechter. “Oggi HTTPS è più economico e semplice di prima, e consente funzionalità potenti – non aspettate a migrare a HTTPS”.

La battaglia di Google per rendere più sicura la navigazione web va avanti da tempo. Almeno da quando nel 2014 annunciò che passare al protocollo HTTPS avrebbe migliorato il posizionamento (il ranking) di un sito. E dal 2017 aveva preso a indicare(https://www.albertopuliafito.it/https-seo/) come non sicure le pagine HTTP che contenevano moduli da compilare. La migrazione all’HTTPS è stata favorita anche dalla diffusione di un progetto come Let’s Encrypt, che rilascia certificati web gratuiti. Purtroppo va detto che la presenza di HTTPS non garantisce dell’autenticità di un sito, come dimostrato dai crescenti casi di truffe in cui siti di phishing (finti siti usati per rubare le credenziali degli utenti) usano domini simili a quelli che vogliono impersonare con tanto di connessione “sicura”.

Snapchat ha successo con le Storie? Facebook e Instagram le importano. Telegram funziona soprattutto grazie ai gruppi? WhatsApp prova a migliorare i propri. L'app di messaggistica ha svelato alcune nuove funzioni, per cercare di avere una gestione più semplice e stimolare la creazione di gruppi più numerosi. Ecco che cosa cambia.

Il campo “descrizione”

Sarà possibile aggiungere al gruppo, oltre al nome, una “descrizione”. Cioè un breve testo all'interno della schermata “Info gruppo”. Permetterà – scrive Whatsapp in un post – di “impostare lo scopo, le regole e l'argomento del gruppo”. Quando un nuovo utente entra nel gruppo, la descrizione viene visualizzata in cima alla chat.

Più potere agli amministratori

Confermando le indiscrezioni dei mesi scorsi, arrivano anche maggiori “poteri” nelle mani degli amministratori. Che possono adesso scegliere quali partecipanti avranno il permesso di cambiare l'oggetto, l'immagine e la descrizione del gruppo. Non solo: gli amministratori potranno revocare i privilegi di amministratore ad altri partecipanti e i creatori del gruppo non potranno più essere rimossi dal gruppo che hanno creato. Non c'è, invece, la conferma ufficiale di un'altra funzione che dava maggiore forza agli amministratori: la possibilità di silenziare alcuni o tutti i membri del gruppo. Un'opzione che sarebbe stata utile quando i gruppi vengono utilizzati per comunicazioni “a una direzione”.

“Panoramica” in stile Twitter

Un'altra novità è la “Panoramica delle menzioni” e si rivolge soprattutto a chi si è perso un pezzo di conversazione. L'ultimo aggiornamento, sia per Android che per iOS, avrà un nuovo tasto. Si trova in basso a destra della chat (subito sopra il tasto per i messaggi vocali) ed è indicato con il simbolo della “chiocciola”: @. Permette all'utente di visualizzare velocemente i messaggi in cui è stato menzionato. Un po' come avviene per le notifiche di Twitter. La funzione “Ricerca dei partecipanti”, infine, consente di trovare chiunque faccia parte del gruppo cercando direttamente dalla schermata Info gruppo. Una possibilità che potrebbe essere efficace nei gruppi molto numerosi.

Leggi anche: Come cambia il lavoro con Whatsapp e le altre app

Facebook, il cannibale

“I gruppi – sottolinea il post – rappresentano una parte importante dell'esperienza WhatsApp, dai gruppi di familiari che comunicano tra loro da una parte all'altra del mondo, agli amici d'infanzia che si tengono in contatto col passare degli anni. Ci sono anche persone che usano i gruppi per aiutarsi, dai neo genitori in cerca di consigli, agli studenti che si organizzano in gruppi di studio, o addirittura alle autorità locali che devono coordinare i soccorsi dopo una catastrofe naturale”.

Sarebbe prematuro parlare di nuovo corso. Anche perché lo sviluppo di una nuova funzione non si fa in una settimana. Ma gli aggiornamenti dei gruppi sono di fatto il primo atto del nuovo ceo di Whatsapp, Chris Daniels, dopo l'addio del fondatore Jan Koum. Le novità testimoniano comunque la costante attenzione di Facebook (che controlla l'app di messaggistica) ai punti di forza dei concorrenti. Telegram su tutti, che proprio sui gruppi fonda gran parte del proprio successo. E poco importa se i numeri in ballo siano molto distanti: Whatsapp a 1,5 miliardi di utenti attivi; Telegram circa 200 milioni. Ma meglio non lasciare nulla al caso.

Un’altra grossa azienda ha deciso di saltare sul carro della blockchain​, proponendo addirittura un telefono interamente basato su questa tecnologia. Di sicuro, andando oltre le parole d’ordine del marketing, si tratta di un dispositivo che intende capitalizzare sugli utenti di criptovalute. Il produttore di telefoni HTC, grossa impresa taiwanese che però negli ultimi anni ha perso quote di mercato, ha deciso di rilanciare sviluppando un nuovo smartphone Android incentrato su blockchain, ovvero su quel tipo di tecnologia decentralizzata alla base di Bitcoin e di altre criptovalute. 

Il telefono – di nome Exodus – sarà dotato di un portafoglio (wallet) universale e di un hardware apposito per proteggere e facilitare l’utilizzo di criptovalute e di applicazioni decentralizzate. Ma HTC vorrebbe anche creare una sua piattaforma blockchain, con i telefoni Exodus a fare da nodi – riferisce The Next Web – per facilitare il trading di monete digitali tra gli utenti dello smartphone. 
 
A guidare questo progetto e le altre iniziative dedicate alla blockchain sarà Phil Chen, già responsabile del visore per la realtà virtuale dell’azienda, Vive. “Attraverso Exodus, siamo contenti di poter supportare protocolli come Bitcoin, Lightning Networks, Ethereum”, ha dichiarato Chen. “Vorremmo supportare l’intero ecosistema blockchain, e nei prossimi mesi annunceremo nuove partnership”. HTC potrebbe anche accettare pagamenti in criptovalute per il suo telefono, di cui però non c’è ancora un prezzo. 

Lo smartphone di HTC, anche se è il primo annunciato da una azienda di peso, dovrà vedersela almeno con un altro concorrente. Anche la società Sirin Labs sta infatti lavorando su un telefono incentrato su blockchain e criptovalute, che sarà prodotto dalla taiwanese Foxconn, e potrebbe uscire già ad ottobre. Si chiamerà Finney, costerà circa 999 dollari, e offrirà un portafoglio offline (cold storage), oltre a vari sistemi di protezione e autenticazione. Naturalmente bisognerà vedere quanto questo genere di dispositivi riusciranno effettivamente a offrire in più e meglio rispetto a normali smartphone che possono già integrare servizi e funzioni legate alla criptovalute, o ulteriori protezioni, attraverso dei software.

HTC ha assistito a una riduzione della sua quota di mercato globale dall’11 per cento del 2011 a meno dell’1 per cento nel 2017. Ed è possibile che affidi parte del suo rilancio, anche di immagine, al mondo delle criptovalute. In ogni caso l’attenzione di grosse aziende tech verso blockchain e dintorni è in crescita, tanto che qualche giorno fa pure Facebook ha annunciato una nuova unità dedicata a questa tecnologia, anche se ancora non è chiaro che progetti e intenzioni abbia. Mentre il colosso sudcoreano dell’elettronica Samsung vorrebbe usare la blockchain per gestire alcune attività di logistica e approvvigionamento.

È possibile imparare la storia e la geografia attraverso un videogioco? Secondo i creatori di Assassin’s Creed, sì. Il programmatori del prodotto dalla Ubisoft, le cui trame narrative si perdono all’interno di varie epoche storiche dell’umanità, hanno deciso che nell’ultima versione, dedicata all’Egitto tolemaico, ci sarebbe stato più spazio per l’apprendimento. Hanno creato una sorta di guida turistica virtuale per conoscere, fino in fondo, una delle civiltà più enigmatiche e affascinanti della Storia. Ma non finisce qui. L’obiettivo parallelo è quello di trovare un nuovo modo per avvicinare insegnanti e studenti in un campo di gioco che sia più congeniale a questi ultimi.
 

Il problema della violenza

Non è la prima volta che i docenti provano a utilizzare giochi come Assassin’s Creed per raccontare frammenti di storie e porzioni di mondo. Il vero problema, dal punto di vista degli educatori, è l’eccessiva violenza presente all’interno delle avventure, un limite che cancella il potenziale educativo alla base del gioco. Lo sfondo, ricco di particolari, viene cioè dimenticato in favore della guerra e del sangue, dell’impresa e della battaglia. In questa versione, invece, l’aspetto didattico è al centro delle azioni dei protagonisti. Il giocatore può scegliere tra 25 avatar diversi, semplici cittadini o personaggi storici molto noti. Adulti e bambini; egiziani, greci e romani; legionari e commercianti, Cleopatra e Giulio Cesare.

Come una vera guida, una voce fuori campo racconta il mondo in cui l’avatar vive. Con un’infinità di dettagli e oggetti in vista. Dalle ceramiche alle pergamene, dagli attrezzi agricoli ai forni per la cottura del pane. I 75 tour disponibili del gioco raccontano in toto la vita quotidiana, i monumenti, le attività agricole e cittadine degli abitanti. Il giocatore potrà far eseguire al proprio personaggio azioni che si facevano allora. Dal togliere la pagnotta appena sfornata dai carboni ardenti al seminare un campo appena arato. Anche se si è scelto di usare una figura di riguardo come Giulio Cesare. Un lavoro certosino che è stato il frutto della consulenza di storici, ricercatori ed esperti del mondo antico.

Alessandria e la sua biblioteca

In quest’articolo del New York Times, gli sviluppatori del gioco hanno posto l’attenzione su una delle fermate più importanti dell’intero tour. Quella della Biblioteca di Alessandria, una delle grandi meraviglie dell’antico Egitto. Per costruirla, ha spiegato Maxime Durand, principale consulente storico del gioco, si sono presi ad esempio i resti di un’altra biblioteca del passato le cui rovine sono ancora in piedi a Efeso, in Turchia. Quella di Celso.

Ma la Storia, si sa, è ricca di misteri e di ipotesi. Alcuni fatti ci sono stati tramandati tra descrizioni e racconti. Non sono più osservabili dagli occhi umani. Per giustificare scelte e ricostruzioni è stata quindi attivata una funzione, una specie di “dietro le quinte”, dove vengono presentate le ipotesi e i motivi per cui sono state prese alcune decisioni. Un modo per non attuare un insegnamento passivo ma sviluppare nei ragazzi uno spirito critico sempre attivo.

Il test nelle scuole di Montreal

Ma alla fine, i presupposti si sono trasformati in realtà? Marc-André Éthier, professore all'Università di Montreal, ha deciso insieme a Ubisoft di tentare un esperimento che ha coinvolto circa 330 studenti, di età compresa tra 12 e 16 anni, appartenenti a 9 scuole della città canadese. Gli studenti sono stati divisi in gruppi di 40 ed è stato chiesto loro di eseguire un semplice test sull’Egitto Tolemaico. Poi metà di ogni gruppo ha eseguito il tour della Biblioteca di Alessandria mentre l'altra ha ascoltato una lezione classica, all’interno di un’aula, con un insegnante. Alla fine gli studenti hanno fatto un secondo quiz per vedere quanto è stato appresso in un caso e nell’altro. Il gruppo che ha lavorato con un'insegnante ha fatto meglio rispetto a quello che aveva solo fatto il tour. Anche se i punteggi di questi ultimi, dal primo al secondo test, hanno mostrato evidenti miglioramenti, tra il 22% e il 44%. Insomma, i videogiochi funzionano solo se, accanto, c’è qualcuno in grado di svelare, con passione e professionalità, i segreti che vi sono riprodotti. 

Dal liberalismo digitale alle app che fanno da balia. Sembra questo uno degli effetti collaterali generati dai casi fake news e Cambridge Analytica. Oltre a un maggiore controllo e ad alcuni progetti didattici, social network e sistemi operativi stanno studiando funzioni che permettano agli utenti di sapere se stanno trascorrendo troppo tempo appiccicati allo smartphone. L'ultimo esempio è Instagram: è in fase di sviluppo la funzione “Usage Insights”. Non è ancora chiaro se si tratterà di un conteggio quotidiano, settimanale, mensile o totale, ma l'aggiornamento è certo.

Svelato da Techcruch, è stato poi confermato su Twitter dal ceo della piattaforma, Kevin Systrom: “È vero – ha scritto – stiamo creando strumenti che aiuteranno la community di Instagram a saperne di più sul tempo che trascorrono sull'app: è importante capire quanto il tempo online impatti sulle persone ed è responsabilità di tutte le aziende essere oneste. Vogliamo essere parte della soluzione”. Un ribaltamento di prospettiva rispetto a un paio di anni fa.

 

Il tempo secondo Zuckerberg

Prima delle presidenziali Usa del 2016, Mark Zuckerberg si diceva certo che gli utenti sapessero distinguere bufale e contenuti attendibili, buoni e cattivi del web. In altre parole: che fossero in grado di gestirsi. Poi, sotto la spinta delle inchieste e dei dati, ha cambiato idea. Ha fatto mea culpa e ha promosso un approccio del tutto diverso.

E il “contatore” di Instagram ne è un esempio. È vero: far capire agli utenti quanto trascorrono su un'app potrebbe spaventarli. Con il rischio di veder calare il tempo speso sulla piattaforma, che fino a ora è stato un indicatore del suo successo. Ancora una volta, però, Zuckerberg ha già dettato la linea: a gennaio ha affermato che il tempo speso su Facebook, a causa delle modifiche del NewsFeed, è calato e sarà destinato a farlo ancora. Per il fondatore, però, è “una buona cosa”.

Perché? L'idea di fondo (su Facebook ma anche su Instagram) è questa: barattare la quantità con la qualità del tempo. Più delle ore trascorse online, diventa importante cosa gli utenti fanno online. Con un bonus: apparire più trasparenti e migliorare la propria reputazione. In altre parole: Zuckerberg accetta qualche tribolazione nel breve periodo per avere una comunità più coesa (e appetibile per gli inserzionisti) sul medio lungo termine. Grazie anche all'evoluzione tecnologica, che permetterà di avere annunci e contenuti sempre più mirati.

Il timer di Android 

L'idea che le app debbano fare da tutore agli utenti non si ferma a Menlo Park ma sembra essere una tendenza più ampia. La scelta di Instagram (che, essendo in fase di sviluppo, non è ancora disponibile per gli utenti e non si sa ancora quando lo sarà) arriva poco dopo quella di Google: durante la I/O, la conferenza dedicata agli sviluppatori tenutasi dall'8 all'11 maggio, la società ha presentato una funzione molto simile su Android P. Si chiama Dashboard e dirà quanto tempo si trascorre su ciascuna app. Se l'utente, allarmato dal timer, decidesse di disintossicarsi, potrà impostare un tempo limite. Se non altro per ricordarsi di staccare gli occhi dallo smartphone. Con Android P ci sono anche altre funzioni che vanno nella stessa direzione. Come "Wind Down", che vira i colori del display in toni di grigio e attiva la modalità "non disturbare" quando l'ora (impostata dall'utente) è tarda ed è tempo di dormire.

“Dobbiamo diventare intelligenti noi prima delle macchine, capire a 360 gradi il nuovo modello con cui abbiamo a che fare” dice Piero Poccianti, presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale che promuove con Media Duemila e l’Osservatorio TuttiMedia il terzo appuntamento su “Intelligenza Artificiale e Stupidità Naturale: cosa può fare più danni?”. Le parole chiave per questo appuntamento sono diseguaglianza, Pil, economia, democrazia declinate per il mondo dell’Intelligenza Artificiale.

L’appuntamento è a Firenze il 18 maggio (Auditorium della Banca Monte dei Paschi di Siena – via Panciatichi, 50) alle 9,30: gli studenti discutono con Luigia Carlucci Aiello (professore Dipartimento di Ingegneria Informatica automatica e Gestionale Antonio Ruberti); Nicola Costantino (Economista aziendale Politecnico di Bari); Francesco Ulivi (Settore Innovazione MPS membro del Direttivo AI*IA); Piero Poccianti (presidente AI*IA) e Derrick de Kerckhove (OTM/Media Duemila). Gli studenti saranno i veri protagonisti dell’appuntamento 2018 perché a loro verranno rivolte domande per comprendere cosa si aspettano da questa società dove l’uomo sembra dover essere sostituito dalle macchine in tutto e per tutto. Modera l'incontro Maria Pia Rossignaud (OTM/Media Duemila).

 

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