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AGI – Il suo nome ricorda Zefiro, il vento primaverile di ponente, leggero ma efficace. Si prepara al debutto negli Usa Zephir, il primo elicottero al mondo con paracadute balistico: un biposto ultraleggero, dotato di paracadute incorporato che può essere aperto in caso di emergenza, rallentando la discesa del velivolo e consentendo, quindi, un atterraggio sicuro.

Un progetto già realizzato in Italia da Curti – gruppo industriale di Castel Bolognese (Ravenna), da 66 anni leader nel settore della meccatronica (100 milioni di euro di fatturato) – che presto verrà riproposto negli Stati Uniti e che prevede già una vendita media di 25 elicotteri all’anno che potranno essere assemblati direttamente negli States.

“In un mercato competitivo come quello statunitense – spiega all’AGI l’ad Alessandro Curti – è stato importante entrare nella mentalità americana, senza darla per scontata. Nonostante la pandemia, siamo pronti per l’invio del velivolo negli States nel mese di luglio”. Una notizia incoraggiante per l’export italiano.

Proprio per incontrare al meglio il mercato americano, il gruppo ravennate ha investito negli Stati Uniti costituendo la società in North Carolina e assumendo personale in loco. Un’avventura iniziata nel 2018 con macchinari industriali innovativi, che hanno poi generato nuove opportunità per lo storico Gruppo.

Macchine per il packaging e tecnologie per la produzione dei cablaggi destinati all’automotive, sono stati il primo investimento della Curti, che sta estendendo le proprie attività oltre oceano anche ad altri rami aziendali: in particolare la “divisione aerospazio” vedrà un suo imminente sviluppo.

La meccatronica ha fatto quindi da apripista ad ulteriori comparti aziendali e si sta pensando anche a un cambio di sede in America, un luogo più spazioso dove costruire un hangar per assemblare il velivolo Zefhir.

AGI – Aiutare le persone vittime di reati attraverso le loro tracce digitali. Questo l’obiettivo di OsintItalia, la prima associazione italiana che usa le tecniche di ricerca ed esplorazione del web proprie dell’Intelligence, l’Osint, l’Open Source Intelligence appunto, per fini sociali, dalla ricerca di persone scomparse al cyberbullismo, dalla violenza in rete al revenge porn.

Sono molti i Paesi nel mondo che hanno già avviato progetti che si avvalgono di questo genere di metodologia,  facendosi supportare da specialisti nelle tecniche Osint. Da qui è nato un vero e proprio movimento di professionisti, ma non solo, che sul web si raccoglie sotto il l’hashtag #OsintForGood e che spontaneamente mette a disposizione della comunità le proprie abilità di ricerca.

Nel 2017, ad esempio l’Europol lanciò il programma “Stop Child Abuse – Trace the Object” e chiedeva alla community online di aiutare le autorità a identificare oggetti contenuti in immagini sessualmente esplicite che coinvolgono minori. I risultati di quell’esperimento furono incredibili. “Dieci bambini salvati da gravi situazioni di maltrattamento e sfruttamento, l’arresto di tre criminali e quasi 26.000 suggerimenti sulle possibili origini degli oggetti”, racconta Alessia Gianaroli, vice presidente di OsintItalia e founder e direttrice scientifica di Deephound, la tech company che lavora nel campo dell’uso strategico delle informazioni online e che è fra gli Strategic Partner della neonata organizzazione.

Negli anni questo genere di operazioni assumono sempre più importanza , tanto che questi “segugi del web” si danno appuntamento in campionati mondiali che hanno come scopo proprio quello di trovare, a partire da tracce sul web, persone scomparse. Un fenomeno non da poco se si pensa che solo in Italia l’anno scorso sono scomparse 13.527 persone e, già dal 2007, il nostro Paese ha istituito il Commissario Straordinario del Governo per le Persone Scomparse. E solo poche settimane fa, il team di OsintItalia si è qualificato terzo a una di queste competizioni.

Ma cosa significa esattamente usare le tecniche Osint?“. Vuol dire non solo possedere capacità tecniche, ma anche conoscere le regole e il perimetro entro cui queste ricerche possono essere fatte – aggiunge Gianaroli – Non si tratta di una semplice ricerca su Google, l’analisi Osint è un mestiere complesso che richiede pianificazione, metodologia e conoscenze tecniche molto specifiche”. 

“L’aumento delle informazioni disponibili in rete è una grande opportunità, ma allo stesso tempo una sfida” prosegue l’esperta, “Trovare il giusto indizio, l’informazione rilevante, al momento giusto in alcuni casi è molto più che impegnativo: il professionista che presta la sua opera a questo genere di ricerche investigative, infatti, è sempre alla ricerca di nuovi strumenti, che spesso sono inaccessibili per costi e risorse quando si tratta di attività di volontariato come quelle promosse dall’associazione, ed è per questo che con Deephound siamo molto orgogliosi e soddisfatti di aver supportato fin dall’inizio la nascita dell’associazione. Tra i nostri obiettivi c’è quello di dotare gli analisti dell’associazione di strumenti e tecnologie verticalizzate nelle attività proprie dell’#OSINT4Good, e con loro specializzare i nostri strumenti per l’uso in ambiti di volontario o bene comune. Speriamo che altri si uniscano a noi seguendo il nostro esempio.”

Founder dell’associazione, oltre ad Alessia Gianaroli, sono Mirko Lapi, Intelligence & Information Security Expert, Antonio Rossi, Fraud Investigation & Corporate Intelligence Expert, Valentina Lavore, Information Security Analyst, Andrea Caldarini, Intelligence & Investigation Agent, Valerio Lilli, Intelligence Analyst e Mattia Vicenzi, Threat Intelligence & Open Source Intelligence Analyst. Lo scopo di OsintItalia è quello di riunire insieme una community di professionisti molto eterogenea (analisti, investigatori, giornalisti, avvocati e tanti altri), utilizzare l’Open Source Intelligence per fini sociali e solidali e realizzare iniziative nazionali e internazionali in ambito di Osint solidale, anche in collaborazione con aziende e istituzioni, permettendo così di aumentare la competenza e la competitività nazionale in questi ambiti. 

“Tra gli obiettivi dell’associazione – dice Mirko Lapi, il Presidente di OsintItalia – c’è anche quello di supportare le istituzioni attraverso l’uso della metodologia Osint, creando un punto di riferimento ‘competente’ che possa offrire il proprio know-how alle autorità impegnate in ricerche investigative. Inoltre, siamo consapevoli che ci sono associazioni che già operano, con un approccio più tradizionale, in alcuni degli ambiti in cui forniremo un contributo, quindi intendiamo rivolgerci anche a loro mettendo a disposizione l’expertise dei nostri soci”. 

AGI – Nella storia di Internet le donne quasi non compaiono. Somigliano per lo più a figure non meglio definite sullo sfondo. Utenti, non inventrici, che soltanto in taluni casi diventano muse ispiratrici dentro storie avventurose di uomini e macchine.

È questo il tema di ‘Connessione. Storia femminile di Internet’ (Luiss University Press, 2020). il libro di Claire Evans, attivista, giornalista tecnologica, scrittrice, ma anche cantante nominata ai Grammy.

L’esperimento è quello di sovvertire il racconto, restituendo alle donne – che hanno contribuito a fondare la rete così come la conosciamo – il posto che spetta a ognuna di loro.

Da Ada Lovelace, figlia di Lord Byron, che nella prima metà dell’Ottocento ha modulato i numeri nel primo algoritmo per computer meccanico, a Grace Hopper, tenace matematica e pioniera della programmazione informatica su computer digitale, da Elizabeth “Jake” Feinler, che ha elaborato una prima versione di Internet negli anni Settanta, a Stacy Horn, che ha fondato uno dei primi social network dal suo appartamento di New York.

Di questo Claire Evans, parla domenica 18 aprile alle 18 nel corso dell’edizione straordinaria del festival Internazionale a Ferrara in diretta streaming sulla pagina facebook del settimanale.

“Scrivere questo libro, per me, è stato inevitabile – dice Evans ad Agi – Sono cresciuta in una famiglia con i computer; mio padre lavorava per INTEL. In quanto figlia unica, passavo una quantità eccessiva di tempo al computer e grazie a questo sono diventata una scrittrice”.

Ma come è nata l’idea di Connessioni?

“Sono rimasta affascinata dal cyberfemminismo, un periodo che aveva coinciso con i miei primi anni online, ma che mi era completamente sfuggito quando avevo iniziato a frequentare Internet. Allora ho pensato che, se negli anni ’90 c’era stato un movimento femminista colorato e affascinante online e mi ci sono voluti decenni per scoprirlo, chissà cos’altro mi ero persa? Molto, a quanto pare. Più guardavo alla storia dell’informatica, più scoprivo storie di donne, che abbracciano secoli. C’era così tanto materiale che sapevo che non poteva venirne fuori nient’altro che un libro. E in effetti ci sono più storie in questa storia di quante il mio libro possa contenerne. Spero che altri scrittori continuino il mio viaggio”.

Come mai queste donne “che fecero l’impresa” al pari degli uomini sono state sempre ai margini della storia e sono state dimenticate?

“Non sono state affatto ai margini. È importante capire che l’informatica è stata storicamente dominata dalle donne. Prima dell’invenzione dei computer meccanici, le reti di donne che lavoravano insieme negli uffici di elaborazione umana eseguivano il brutale lavoro matematico che rendeva possibile l’era scientifica. Nella Seconda Guerra Mondiale, le donne assegnate a far funzionare i primi computer meccanici hanno inventato la programmazione dal nulla; dopo la guerra gestirono i team di programmazione delle prime società di computer commerciali e furono determinanti nello sviluppo dei linguaggi di programmazione. Negli anni ’60 le donne rappresentavano la metà della forza lavoro nell’industria informatica e il 40% delle lauree in informatica presso le università americane fino al 1984 circa erano ottenute da donne”.

Sembra impossibile che nella narrazione condivisa si siano perse le loro tracce. Come è accaduto?

“Ciò che fece uscire le donne dal quadro era la disparità salariale, la mancanza di tutele per la prima generazione di programmatrici donne fuori dal posto di lavoro, una riluttanza strutturale a fare spazio per l’assistenza all’infanzia e un cambiamento nelle credenziali professionali e nei requisiti educativi necessari per ottenere un lavoro come programmatore. In parte ciò è dovuto all’aumento del potenziale commerciale del settore. Diversi storici della tecnologia hanno suggerito che la professionalizzazione del campo ha portato alla sua mascolinizzazione implicita. Se è iniziato come un campo femminile, doveva essere mascolinizzato. Questo è stato un evento abbastanza recente; è successo nel corso di una sola generazione. Sembra aver stabilito un precedente di dominazione maschile nella tecnologia che si è solo rafforzato nel corso degli anni, grazie al marketing, alle pubblicità e ai film”

Nelle sue ricerche talvolta ha avuto l’occasione di incontrare le donne che hanno fatto la storia di Internet, cosa era importante per loro mettere in luce?

Parte del mio senso di urgenza nello scrivere questo libro è dovuto al fatto che molte delle prime donne pioniere dell’informatica sono ancora vive. Sapevo che era essenziale ottenere le loro storie in prima persona finché ero ancora in grado di poterle intervistare. Sono stata molto fortunata in questo senso, e ho beneficiato immensamente della loro saggezza: il libro è vivo, con le loro voci e, a livello personale, non c’è niente di più prezioso che passare del tempo con donne anziane. Molte di loro fanno parte della mia vita e sto ancora imparando da loro.

Parlando con loro ha individuato alcune tematiche di maggiore urgenza?

Siccome ho scelto di espandere la mia definizione di “lavoro tecnologico” per includere cose come la creazione di comunità online, la creazione di contenuti multimediali, la scienza dell’informazione e l’organizzazione politica, le protagoniste del libro rappresentano una vasta gamma di prospettive. Tuttavia, condividono temi comuni. Soprattutto, sembra che tutte fossero interessate agli utenti, in quei luoghi in cui la tecnologia tocca la vita umana in modi significativi. Forse non a caso, l’informatica ha sempre marginalizzato le persone interessate agli utenti. Chi se ne occupa non è visto come un “tecnico”. E oggi stiamo vivendo con le conseguenze di quel pensiero. Non ci sono soluzioni tecnologiche ai problemi sociali; per costruire una tecnologia al servizio dell’umanità, dobbiamo considerare gli esseri umani.

Leggendo il suo libro, si percepisce che la sua narrazione non vuole essere una denuncia fine a se stessa, ma una attestazione di presenza e rivendicazione dell’opera di queste donne. Era questo l’intento?

Sì, naturalmente. Il mio libro non è una polemica; è un correttivo. Cerco di dare spazio alle altre persone presenti nella stanza. Non avremo mai un quadro completo della nostra storia se ci concentriamo con miopia su un solo gruppo demografico. Le prospettive e i contributi delle donne possono aiutarci a comprendere più a fondo il nostro mondo. Volevo creare qualcosa di espansivo; volevo che le donne avessero una storia che non riguardasse solo la lotta contro il sessismo, anche se questa è sempre stata una motivazione sotterranea. Uno dei miei mantra personali è “non combattere l’oscurità, porta la luce e l’oscurità scomparirà”. Spero che il libro possa realizzarlo, in piccola parte.

La marginalizzazione dell’attività delle donne non accade solo nel campo tecnologico, purtroppo. Si sono sviluppate molte teorie, soprattutto nel mondo del lavoro, dalla teoria del soffitto di cristallo a quella del labirinto, che cercano di spiegare perché le donne vedono la loro carriera interrompersi o rimanere ai margini. Lei cosa pensa?

Nel mio libro documento come le donne vengono spesso coinvolte in nuovi domini tecnologici nelle prime fasi del loro sviluppo – molto prima che ci sia un ordine stabilito o una gerarchia, quando c’è più libertà – e vengono gradualmente espulse dagli uomini man mano che le loro innovazioni e idee diventano economicamente importanti. Ogni volta che faccio una presentazione su questo tema, inevitabilmente, qualcuno viene da me in seguito per dire qualcosa del tipo, “questa stessa cosa è successa anche nel mio settore!”. La specificità della mia storia tecnologica è abbastanza universale, a quanto pare; gli stessi schemi si sono ripetuti in molti campi, dalla medicina alla videoarte. Posso solo sperare che se capiamo cosa è successo in passato, possiamo evitare che accada di nuovo in futuro.

AGI – Si inserisce nel quadro elettrico, raccoglie i dati di consumo di energia elettrica di ogni elettrodomestico e, in base a quest’ultimi, fornisce all’utente suggerimenti personalizzati sia sugli elettrodomestici che su come consumare meglio. “Robo” è il prodotto di NeN, startup innovativa di A2A, nel campo delle forniture domestiche: si tratta del primo dispositivo IoT in Italia che permette di monitorare dallo smartphone, in tempo reale, i consumi energetici dei diversi elettrodomestici collegati alla rete elettrica, e di trasformare questi dati in azioni che aiutino l’ambiente e il portafogli.

Basato sulla tecnologia Nilm – una particolare tecnologia non intrusiva che permette di analizzare e monitorare i cambiamenti di tensione – il “Robo” si aggancia al cavo che trasporta l’energia, diventando così un tutt’uno con il quadro elettrico. Dopo un breve periodo di apprendimento, il dispositivo inizia a interpretare i dati, aggregarli e classificarli come provenienti da uno o dall’altro elettrodomestico, riconoscendo i consumi di frigorifero, forno elettrico, lavastoviglie, lavatrice, condizionatore e asciugatrice, oltre a quelli “macro” derivanti da illuminazione e standby.

Ogni elettrodomestico, infatti, consuma elettricità in modo particolare, con picchi di corrente più o meno alti e più o meno costanti, tali da definire, per ciascuno, una “impronta elettrica” univoca. La tecnologia del Robo analizza questi picchi e, di conseguenza, identifica gli elettrodomestici, mostrandone i consumi sulla app di NeN. L’analisi abilita quindi l’azione e, sempre tramite l’app, si passa dal monitoraggio in tempo reale fino alle notifiche con consigli di ottimizzazione e alert per i carichi di energia.

Con il “Robo” – e con l’app ad esso collegata – NeN rende accessibili a chiunque i propri dati di consumo, non solo da un punto di vista operativo e tecnologico, ma anche da un punto di vista di visualizzazione, comprensione e utilizzo dell’informazione. Il Robo, che sarà disponibile in abbonamento per tutti i clienti NeN a partire da oggi, oltre a segnalare i consumi in tempo reale sul “tachimetro della potenza” dell’app, è in grado di avvertire l’utente quando sta per saltare la corrente, o fornire consigli su come ottimizzare i consumi. Ad oggi disponibile solo per la fornitura luce, è allo studio anche nella sua versione “gas”, con l’obiettivo di rendere smart e sostenibile l’intero universo delle forniture domestiche. 

AGI – Quasi 100 gruppi di difesa dell’infanzia e dei consumatori di Nord America, Europa, Africa e Australia hanno rivolto un appello a Mark Zuckerberg perché abbandoni i piani di una versione di Instagram orientata verso i pre-adolescenti.

Instagram “sfrutta la paura dei giovani di perdersi e il desiderio di approvazione da parte dei pari”, sostiene la lettera, firmata tra gli altri da Commercial-free Childhood and the Electronic Privacy Information Center.

“L’attenzione incessante della piattaforma sull’aspetto, l’auto-presentazione e il marchio presenta sfide per la privacy e il benessere degli adolescenti”, sottolinea la lettera, in cui si manifestano preoccupazioni su predatori, bulli e contenuti inappropriati.

Instagram sta valutando l lancio di una versione del social network incentrato sull’immagine per i bambini sotto i 13 anni, con controllo genitori. Il social, di proprietà di Facebook, come la società madre consente solo a chi ha più di 13 anni di aderire, ma la verifica dell’età su Internet rende difficile cogliere tutti gli infrangere le regole. “La realtà è che i bambini sono online”, ha detto la portavoce di Facebook Stephanie Otway, contattata dall’AFP per un commento sulla lettera.

I minorenni, ha aggiunto Otway, “vogliono entrare in contatto con la loro famiglia e gli amici, divertirsi e imparare, e noi vogliamo aiutarli a farlo in un modo che sia sicuro e adatto all’età”.

Facebook sta lavorando con esperti di sviluppo infantile e salute mentale per dare priorità alla sicurezza e alla privacy, secondo Otway. Instagram, che ha più di un miliardo di utenti, ha recentemente svelato una tecnologia volta a impedire ai bambini di creare account e agli adulti di contattare i giovani utenti che non conoscono.

La piattaforma sta anche cercando modi per rendere più difficile per gli adulti che hanno mostrato “comportamenti potenzialmente sospetti” interagire con gli adolescenti.

Ma, obiettano i gruppi firmatari della lettera a Zuckerberg, “la lunga esperienza di Facebook nello sfruttamento dei giovani e nel metterli a rischio rende l’azienda particolarmente inadatta come custode di un sito di condivisione di foto e di messaggistica sociale per bambini”, affermano, e avvertono che “un sito Instagram per bambini sottoporrà i bambini piccoli a una serie di gravi rischi e offrirà pochi vantaggi alle famiglie”.

Segnali dal mondo della privacy. Signal, l’app di messaggistica che fa della riservatezza la propria bandiera, ha superato i 100 milioni di download nel mondo. Per quanto sia un traguardo da ricordare, a colpire non sono tanto i numeri complessivi (ancora piccoli se confrontati con Whatsapp o Telegram) quanto la crescita registrata in questi ultimi tre mesi.

La crescita di Signal nel mondo

Secondo un’analisi di SensorTower, sui 102 milioni di installazioni, 61,4 milioni sono arrivati nel 2021. Vuol dire che i download sono già quadruplicati rispetto a quelli dell’intero 2020. E che Signal è stata scaricata più volte negli ultimi tre mesi che nei suoi primi cinque anni di vita. Un dato ancor più impressionante se si considera che a metà marzo è stata bloccata in Cina. A fare da contraltare è l’India, lo Stato con il maggior numero di download nel 2021: sono stati 23 milioni, ossia il 93% delle installazioni registrate nel Paese da quando Signal è disponibile.

A livello globale, il confronto con le altre applicazioni di messaggistica è ancora impari, ma la distanza – un tempo siderale – si è compressa: nel 2021 Telegram è stata scaricata 131,5 milioni di volte e Whatsapp 130,3 milioni.

La crescita di Signal in Italia

Anche l’Italia, 14esimo Paese al mondo per numero di installazioni, sta scoprendo Signal: nel 2021 i download sono stati 784.000, già il doppio dell’intero 2020 e quasi la metà di quelli totali (1,7 milioni).

Da inizio anno, Telegram (1,6 milioni di installazioni) e Whatsapp (1,4 milioni) hanno avuto un volume di download paragonabile a quello registrato da Signal in tutta la sua storia. Nuovi granelli che si aggiungono a un monte consistente: dal 2014, Telegram ha raccolto in Italia 27 milioni di download e Whatsapp 101,7 milioni (cioè solo nel nostro Paese quanti ne ha ottenuti Signal in tutto il mondo). La distanza con le due app leader, quindi, resta. Ma si è assottigliata.

Niente dati, niente pubblicità

Signal è molto apprezzata tra attivisti e hacker e ha avuto un primo slancio nel 2015. Edward Snowden, l’uomo che meno di due anni prima aveva rivelato i sistemi di sorveglianza di massa della National Security Agency americana, scriveva su Twitter: “Uso Signal ogni giorno”.

L’endorsement di uno degli alfieri della riservatezza racconta già il punto di forza di Signal. L’app ha da sempre avuto la crittografia end-to-end. Significa che solo chi invia e chi riceve il messaggio può conoscerne il contenuto. Anche Whatsapp funziona nello stesso modo (dal 2016): i contenuti sono protetti in automatico.

Su Telegram, invece, la crittografia end-to-end è un’opzione che gli utenti devono attivare. Signal, però, fa di più: non raccoglie neppure i cosiddetti metadati (cioè le informazioni sui comportamenti degli utenti). Per fare un esempio: se Giovanni invia un messaggio a Carla con scritto “passo da te alle 20”, Whatsapp non vede il contenuto della frase ma sa da chi è partita, a che ora, quante volte chattano Giovanni e Carla e così via.

Come ha sottolineato Vincenzo Cosenza, Whatsapp raccoglie nove tipologie di dati come questi; Telegram si ferma a tre. Signal a zero (numero di telefono escluso): non traccia né dati né metadati, non li archivia (neppure aggregati) e, di conseguenza, non può monetizzarli. Signal è in grado di farlo perché non campa di pubblicità. L’app è gestita da una fondazione senza scopo di lucro, presieduta dal co-fondatore di Whatsapp Brian Acton e sostenuta dalle sole donazioni private. Ultimo ma non ultimo: l’applicazione è open source. Chi ha le competenze e la voglia di mettere gli occhi sul codice (l’impalcatura che regge ogni app) può farlo. Per capire se ci sono difetti, falle, “porte di accesso” aperte per fare entrare enti governativi o società private.

La nuova privacy di Whatsapp

Signal non è un’applicazioni nuova. Ma allora perché solo adesso sembra uscire dalla nicchia? Di mezzo ci sono un cambiamento e un testimonial. All’inizio dell’anno, Whatsapp ha annunciato alcune modifiche alle regole sulla privacy. Resta la crittografia end-to-end, ma c’è una maggiore condivisione di dati con la casa madre, Facebook. Gli utenti europei, grazie al Gdpr, sono più protetti: una società non può prendere unilateralmente decisioni di questo tipo. Ma il Garante della Privacy ha comunque parlato di informativa “poco chiara”.

Gli exploit di Signal e di Telegram (scaricato, sia a livello globale che in Italia, più volte di Whatsapp) sono quindi figli di una migrazione. È fuga dall’app di Zuckerberg? Calma. È oggettivo che gli utenti stiano guardando (anche) altrove. Ma in Italia, a oggi Whatsapp è stato installato il quadruplo delle volte di Telegram. C’è voluto un mezzo putiferio perché l’app nata in Russia potesse superare la concorrente, al momento solo per un trimestre. E poi va ricordato che installare non vuol dire utilizzare.

Musk, il testimonial inatteso

Nonostante la privacy sia un tema che riguarda tutti, non capitano spesso migrazioni (o forse sarebbe meglio dire esplorazioni) di questa portata. La consapevolezza sul tema, rispetto ai tempi di Snowden, è aumentata. Ma ha inciso ancora abbastanza sulle scelte di consumo di massa. Oltre all’inciampo di Whatsapp (costretta a posticipare l’applicazione delle nuove regole dall’8 febbraio al 15 maggio), c’è voluto un nome. Elon Musk ha spesso usato Twitter per provocare e non ha mai nascosto le sue antipatie per la galassia Facebook. Il 7 gennaio ha cinguettato: “Use Signal”, usate Signal.

Il messaggio di Snowden del 2015 aveva un peso specifico maggiore perché scritto da chi per la privacy ci ha rimesso la carriera e ha rischiato di rimetterci tutto. Aveva avuto grande eco ma un riscontro popolare, tutto sommato, modesto: 1919 retweet, 65 citazioni e 2686 Mi piace. Non c’è partita con il padre di Tesla, che si è rivolto ai suoi 50 milioni di follower raccogliendo 47.067 retweet, 12.024 citazioni e 368.138 Mi piace. Signal e la privacy erano sul palcoscenico da tempo: avevano bisogno di un riflettore. Lo hanno trovato in Elon Musk.

Realme è sbarcata in Europa da un paio d’anni e con i suoi prodotti di fascia media si è già conquistata una fetta importante del mercato. Con lo smartphone 8 Pro punta a offrire una fotocamera con un sensore principale da 108 MP e un set di funzionalità fotografiche avanzate a meno di 300 euro.

Il sensore Samsung HM2 108MP da 1/1,52 pollici ha una risoluzione massima di 12000×9000 e supporta la tecnologia Pixel Binning 9-in-1, che consente di migliorare la qualità dell’immagine in condizioni di scarsa illuminazione.

La tecnologia In-sensor Zoom permette al sensore di utilizzare i 12 megapixel mappati con la sezione ingrandita per generare un’immagine. Il processo di elaborazione è più veloce grazie alle dimensioni più piccole della foto da 12 MP, consentendo a realme 8 Pro di scattare otto foto da 12 MP di seguito e quindi aumentare ulteriormente la nitidezza dell’immagine grazie all’algoritmo che migliora la definizione.

Grazie a in algoritmo per video time-lapse basato su foto del cielo stellato la fotocamera può impiegare 480 secondi per scattare 30 foto e quindi generare un video time-lapse di 1 secondo: la modalità time-lapse può mostrare i cieli stellati in continuo movimento a una velocità 480 volte più veloce.

Realme 8 Pro è equipaggiato con la ricarica SuperDart da 50W, che permette di caricare la batteria da 4500mAh da 0 a 100% in 47 minuti. Con la modalità di super risparmio energetico abilitata, il 5% della batteria può durare 32 ore in standby o 98 minuti in chiamata.

Il display è un super AMOLED Full HD da 6,4 pollici, con una frequenza di campionamento del tocco a 180Hz. Il processore è il Qualcomm Snapdragon 720G octa-core e la memoria è espandibile fino a 256 GB.

È disponibile nei colori Infinite Blue, Infinite Black e Punk Black e in due configurazioni: 6 GB + 128 GB e 8 GB + 128 GB. Il porezzo di lancio per la prima settimana (dal 24 al 30 marzo) è a partire da 259,00 per la versione con 6 GB di Ram e 128 di storage. Dal 31 marzo sarà in vendita a 279 euro.

 

AGI – A volte le aziende più innovative hanno bisogno di fermarsi un attimo e guardarsi alle spalle per riscoprire da dove vengono e capire quale strada intraprendere. È successo a OnePlus, uno dei produttori di smartphone più amati da chi si rifiuta di essere mainstream e che pure, dopo aver sparigliato le carte con una campagna marketing rivoluzionaria e prodotti di ottima qualità a prezzi ragionevoli, si era un po’ smarrita, incappando in scelte che non avevano trovato il favore dei fan.

Perché nel caso di OnePlus di fan e non si semplici acquirenti si tratta. Basti pensare che loro – la community – sono stati quasi sempre la base alla quale designer e progettisti di sono rivolti per capire quali caratteristiche dovesse avere il modello successivo. E quando hanno smesso di farlo, il marchio ha segnato il passo, perso quote di mercato e, soprattutto, appeal innovativo.

Ora si può dire che la casa fondata da Pete Lau ha ritrovato la strada e ha messo in pista uno dei migliori smartphone di questa stagione, insieme con una partnership che sembra destinata a contraddistinguere per i prossimi anni la produzione della casa cinese. Grazie a un accordo triennale con Hasselblad, il comparto fotografico è il punto forte non solo del top di gamma della serie ammiraglia presentata martedì 23 marzo, ma di tutti e tre i modelli per un range di spesa decisamente al di sotto dei competitor e che va da 719 a 919 euro. 

La serie 9 sposa in ambito fotografico quella ‘controrivoluzione’ che sembra essere diventata filosofia comune tra i produttori cinesi: meno intelligenza artificiale e più realismo. Meno foto migliorate fino quasi alla mistificazione e più resa del reale: nei dettagli, nel colore e nella luce. 

Al momento la partnership con Hasselblad si incentra sulla Natural Color Calibration che si sposa a una nuova generazione di display perché quello che viene fotografato sia reso al meglio sullo schermo. 

Un comparto che richiede prestrazioni di livello e per questo la serie 9 monta il processore Qualcomm Snapdragon 888 e il Fluid Display QHD+ a 120 Hz che incorpora una tecnologia di ultima generazione per migliorare la durata della batteria e le prestazioni di gioco.

La Warp Charge 65T e Warp Charge 50 Wireless riducono il tempo di ricarica del dispositivo.

Negli anni quello che più è stato contestato ai produttori cinesi di smartphione con fotocamere di qualità è stata la ‘spinta’ sul colore. Ora con Hasselblad Camera for Mobile, OnePlus cerca di restituire autenticità alle immagini, calibrando insieme i sensori di OnePlus 9 e 9 Pro, eseguendo numerosi test di laboratorio e sfruttando gli standard di Hasselblad  per analizzare centinaia di scene di vita reale attraverso la fotografia computazionale e affinare il colore, grazie alla loro reciproca comprensione delle prestazioni cromatiche della fotocamera e delle esigenze e delle abitudini degli utenti di smartphone.

La fotocamera principale da 48MP di OnePlus 9 Pro è dotata di un sensore IMX789 progettato in collaborazione con Sony, La fotocamera ultra-wide da 50MP utilizza un sensore Sony IMX766 e la Freeform Lens utilizza una serie di curve progettate ad hoc per correggere la luce in entrata, portando la distorsione ai bordi delle foto a circa l’1%. La fotocamera ultra-wide permette anche di catturare foto macro con la possibilità di mettere a fuoco da una distanza di 4 cm dal soggetto.

Il teleobiettivo da 8MP di OnePlus 9 Pro offre uno zoom 3,3x (77mm) con stabilizzazione ottica (OIS) per ridurre la sfocatura, con un massimo di 30x di zoom digitale. Oltre a queste fotocamere, OnePlus 9 Pro presenta una fotocamera monocromatica dedicata che lavora insieme alla fotocamera principale di OnePlus 9 Pro per aggiungere dettagli e stratificazione alle foto in bianco e nero e la funzione tilt-shift che simula lo speciale effetto in miniatura di un obiettivo tilt-shift per foto più creative.

La fotocamera principale di OnePlus 9 Pro è dotata di un numero di pixel 16 volte superiore a quello dei 1080p standard per video di alta qualità. Può scattare a 4K 120fps, fornendo sempre più possibilità creative nelle riprese video e nell’editing, grazie anche al Digital Overlap HDR (DOL-HDR) che assicura una visione chiara del soggetto in ambienti retroilluminati. La fotocamera ultra-wide di OnePlus 9 Pro può anche creare video time-lapse in movimento.

Il Fluid Display integra la tecnologia LTPO che consente di regolare automaticamente la frequenza di aggiornamento da 120 Hz fino a 1 Hz per adattarsi ai bisogni dell’utente, con un consumo energetico significativamente inferiore. La tecnologia Hyper Touch offre anche un tempo di risposta molto più veloce quando si gioca a certi giochi, aumentando la velocità di sincronizzazione tra il processore e il display a 360 Hz – fino a sei volte più veloce di prima. La connessione 5G è alimentata dal sistema X60 5G Modem-RF  integrato. 

La Warp Charge 65T fornisce l’energia necessaria per l’utilizzo giornaliero in soli 15 minuti e può ricaricare dall’1 al 100% in 29 minuti. OnePlus 9 Pro raggiunge questa velocità utilizzando una batteria da 4.500 mAh con un design migliorato a doppia cellula per ridurre la resistenza interna e il riscaldamento durante la ricarica. Questo dà al OnePlus 9 Pro la capacità di caricare a una potenza più alta per un periodo prolungato.

La Warp Charge 50 Wireless ricarica entrambe le cellule della batteria a 25W, caricando dall’1 al 100% in 43 minuti.

OnePlus 9 Pro è disponibile in tre colorazioni ispirate alla natura – Morning Mist, Pine Green e Stellar Black – e offre una classificazione IP68 per la resistenza all’acqua e alla polvere.

OnePlus ha anche presentato il primo indossabile, un orologio rotondo che emula l’aspetto di uno tradizionale e una cassa da 46 mm in acciaio inossidabile. Offre una durata della batteria di due settimane, con in 5 minuti la ricarica per una giornata e in 20 minuti per una settimana. Sarà disponibile a 159 euro. 

AGI – Il 28 gennaio del 2020, quasi un mese prima del “paziente uno” di Codogno, qualcuno a Venezia ha registrato vaccinocoronavirus.it. È il primo di 6615 domini .it a tema coronavirus registrati nel corso del 2020. Lo afferma l’Osservatorio Domini Covid-19 del Registro .it, l’anagrafe dei “nomi” a targa italiana.

Il numero dei domini ha iniziato a crescere proprio il giorno dopo l’individuazione del primo caso italiano. Il tema coronavirus ha trainato i numeri di Registro .it, che ad aprile e maggio ha avuto un incremento delle registrazioni anno su anno del 44% e del 28%.

Il rischio dei cyberattacchi

L’Osservatorio monitora la pandemia da un altro punto di vista, quello del web. La registrazione dei domini, infatti, non rappresenta solo un indice dell’attenzione rivolta al coronavirus: tiene anche traccia di potenziali rischi di cyber attacchi che sfruttano emotività e allarmismo. Spesso, alla registrazione dei domini non è seguita la costruzione di un sito. L’obiettivo, in questi casi, è attirare l’attenzione (infocoronavirus.it o controillockdown.it) o suscitare l’interesse di potenziali acquirenti, disposti a pagare pur di avere un dominio già esistente (come testsierologicoroma.it, vaccinicovid.it e iononmivaccino.it).

“Tra tutti i domini rientrati nei radar dell’Osservatorio – afferma Maurizio Martinelli, primo tecnologo dell’IIT-CNR – alcuni fanno pensare che dietro un normale indirizzo si possano celare tentativi di illecito informatico, come l’ottenimento di informazioni personali o dati sensibili, la diffusione di fake news o anche, più semplicemente, la registrazione preventiva di un dato dominio con lo scopo di acquisirne l’utilizzo per poi cedere il dominio stesso a chi desideri utilizzarlo”.

Oltre al controllo di eventuali frodi, una mappa dei domini è utile per “monitorare l’andamento di un fenomeno che riguarda tutti, rapportandolo alla Rete per prevenire e interpretare esigenze, reazioni e abitudini dell’utenza rispetto a un evento traumatico come una emergenza sanitaria globale”.

Lombardia in testa per numero di domini

Riguardo la distribuzione geografica, è la Lombardia (con 1514 registrazioni) a primeggiare. Seguono Lazio (906), Veneto (547), Emilia Romagna (495), Campania (450) e Toscana (409). Completano la top ten Piemonte (357), Puglia (340), Sicilia (260) e Marche (196).

Proprio come la pandemia, nel 2021 prosegue anche la registrazione di nuovi domini a tema Covid-19: tra gennaio e febbraio, l’Osservatorio ne ha individuati circa cinquanta. “Non è da escludere – spiega Martinelli – che l’auspicio di una vittoria contro il virus, con l’entusiasmo e la fiducia che ne conseguono, possano essere leva di una nuova impennata di registrazioni”. 

 

AGI – L’espressione inglese è difficile da rendere in italiano: “what you see is what you get”. In sostanza: ‘quello che vedi è quello che compri’ o, in senso lato, ‘quello che ottieni’. Ed è uno dei dilemmi atavici delle fotocamere degli smartphone, in particolare dei brand cinesi, data la passione tutta orientale per i colori molto saturi e le immagini molto contrastate.

Non a caso fu sul primo top di gamma di Huawei, il P6, che fece la sua comparsa l’effetto bellezza: un filtro ancora un po’ rudimentale con il quale, se si eccedeva, si aveva lo stesso straniante effetto che si ha oggi guardando le conduttrici di certi programmi tv. 

Fatto sta che negli anni – e nelle edizioni che si sono succedute – l’asticella dell’aspettativa nelle fotocamere degli smartphone si è molto alzata e così abbiamo visto zoom potentissimi, sensori con megapixel a tre cifre e obiettivi macro da pubblicazione del National Geographic. Con il risultato che tra ciò che l’occhio vedeva nella realtà e che poi vedeva replicato sul display c’era spesso una differenza sostanziale, anche se quasi mai in peggio.

Raggiunti livelli di miglioramento dello scatto oltre i quali c’era solo la mistificazione, l’unica direzione verso cui la fotografia per smartphone poteva andare era restituire autenticità alle immagini, Ed è questa la sfida che lancia Oppo con le fotocamere, ma soprattutto il display della sere Find X3. Tre modelli: Pro 5G, Neo 5G e Lite 5G di cui il primo monta una quadrupla camera all’avanguardia e un display in grado di catturare e riprodurre le sfumature fino a 1 miliardo di colori.

Puntando sull’immagine – fotocamera e display – Oppo mira così decisamente a prendere il posto di Huawei, in caduta libera nel mercato europeo a causa dei ban imposti dagli Usa, che proprio della fotografia ha fatto il proprio punto d’onore. La casa cinese ha da poco raggiunto il traguardo del milione di smartphone venduti in Italia e ora punta a guadagnare ulteriormente spazio in nel segmento dei top di gamma.

Il Find X3 Pro è il primo smartphone con due fotocamere primarie da 50 MP (grandangolare e ultra grandangolare) che sfrutta un sensore di imaging Sony IMX 766, ma soprattutto una elaborazione di immagini e video a 10 bit, una funzione che caratterizza le fotocamere DSLR professionali, ideale per coloro che in postproduzione vogliono spingere i propri contenuti ai limiti della creatività.

In modalità Cinematic è dotato di risoluzione 4K, un’ampia gamma di colori dinamici e registrazione video in formato log. Questo offre il pieno controllo manuale su ISO, bilanciamento del bianco, velocità dell’otturatore e messa a fuoco. La fotocamera ultra grandangolare con lenti freeform aiuta a ridurre drasticamente la distorsione di foto e video.

L’obiettivo combinazione tra le fotocamere da 50 MP e il display da 1 miliardo di colori è di fornire una precisione del colore di livello professionale, grazie anche alla frequenza di aggiornamento di 120 Hz del display e alla risoluzione QHD+.

Il Find X3 Pro 5G monta la piattaforma mobile Qualcomm Snapdragon 888 5G e una batteria da 4500 mAh con ricarica SuperVOOC 2.0 Flash Charge da 65 W, ricarica AirVOOC Wireless Flash charge da 30 W e ricarica inversa.

Find X3 Pro 5G sarà disponibile in Italia a 1.150 euro nei colori Gloss Black, Blue e White;  Find X3 Neo 5G  costerà 800 euro nei colori Starlight Black e Galactic Silver e Find X3 Lite 5G costerà 500 euro ne colori Galactic Silver, Astral Blue e Starry Black.

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