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AGI – Si chiamano unicorni mica per caso. Incontrare la creatura leggendaria con il corpo di cavallo sarà impossibile, ma trovare una startup che valga un miliardo di dollari è (quasi) altrettanto difficile. In Italia, poi, ancora di più: quelle che ce l’hanno fatta a entrare nel “club degli unicorni” sono due, forse tre (a seconda di quanto si voglia allargare il perimetro delle definizioni).

Satispay entra nel club

Ce l’ha fatta Satispay, il sistema di pagamenti digitali fondato da Alberto Dalmasso, Samuele Pinta e Dario Brignone nel 2013, quando avere un unicorno italiano era al limite dell’impensabile. Da zero a un miliardo in meno di dieci anni. 

Il definitivo salto è arrivato grazie a un round d’investimento (il quarto, serie D) da 320 milioni di euro guidato dal venture capital statunitense Addition. Il londinese Greyhound Capital, investitore già nel 2018, ha incrementato la propria quota. E resta nel capitale di Satispay anche chi era entrato alla fine del 2020 con un round serie C da 93 milioni: tra gli altri, Tencent, Mediolanum e Block (la ex Square, fondata e presieduta dal padre di Twitter, Jack Dorsey).

Italy’s Satispay raises €320M at a €1B+ valuation with backing from Block, Tencent and more for its indy payment network https://t.co/fSvUx0ji7M by @ingridlunden pic.twitter.com/Gbwy9O8sP6

— TechCrunch (@TechCrunch)
September 28, 2022

I numeri di Satispay: con l’ultimo round arriva a una raccolta complessiva di 450 milioni, ha 3 milioni di clienti, 200 mila esercenti convenzionati, 3 miliardi di volumi transati, 300 dipendenti che – anche grazie alla nuova liquidità – dovrebbero raddoppiare nel giro di un anno e mezzo. Obiettivo, espresso sia dal ceo Dalmasso che dai vertici di Addition: espandersi in Francia, Germania e Lussemburgo per rendere Satispay il sistema di pagamenti mobile più usato in Europa.

.@AlbertoDalmasso: “In the last two years, we have experienced exceptional growth, bringing in a lot of additional talent to our teams, helping us transform Satispay into a bigger, more structured competitive reality.” #satisunicorn #doitsmart pic.twitter.com/r76xpXAbuA

— Satispay (@satispay)
September 28, 2022

L’altro unicorno: Scalapay

L’altro unicorno italiano è Scalapay. Stessa città (Milano) e stesso universo di Satispay (il fintech) ma applicazioni diverse. Scalapay è un metodo di pagamento che permette di acquistare subito (sia online che nei negozi fisici) e pagare a rate senza interessi. La sua crescita è stata clamorosa: fondata nel 2019 da Simone Mancini e Johnny Mitrevski, ha ottenuto un primo round da 155 milioni nel 2021 (guidato dalla statunitense Tiger Global) ed è diventata unicorno lo scorso febbraio, grazie a un mega finanziamento da 497 milioni di dollari, arrivati – tra gli altri – da Tencent e dalla newyorkese Willoughby Capital.

Gli altri italiani (o quasi)

La lista sarebbe più lunga se si considerassero gli unicorni nati in Italia, come Depop, incubata da H-Farm ma volata a Londra prima di essere acquisita da Etsy, o fondati da italiani all’estero, come King (la società che ha creato Candy Crush), di Riccardo Zacconi.

Ad andare un po’ più indietro nel tempo, ci sarebbe anche un altro unicorno, nato quando ancora non si parlava né di creature mitologiche né di startup: Yoox. L’e-commerce è stato fondato da Federico Marchetti nel 2000 e si è quotato nel 2009. Nel 2015 si è fuso con Net-A-Porter, per poi essere assorbito dal gruppo Richemont nel 2018 (poco prima del delisting) con un’Opa che assegnava alla società un valore di 5,3 miliardi di euro.

Yoox non viene però annoverato ufficialmente tra gli unicorni, per questioni che potremmo definire generazionali. Una delle prime tracce conosciute del club, infatti, è un articolo di TechCrunch del 2013 in cui il fondatore di Cowboy Ventures, Aileen Lee, definiva gli unicorni come “compagnie software con sede negli Stati Uniti, nate dopo il 2003 e con una valutazione da un miliardo di dollari”.

Secondo Lee, solo lo 0,7% delle imprese di software sostenute da un ventura capital diventa unicorno. Al di là delle percentuali (che contano quanto un rilievo a spanne fatto un decennio fa) e dei confini statunitensi, la definizione escluderebbe Yoox. D’altro canto, non c’è una definizione ufficiale di unicorno. Secondo CBInsight, si tratta di “compagnie private con una valutazione superiore al miliardo di dollari”. Chi si quota, dunque, smette di essere startup o scaleup ed esce dal club (come ad esempio Facebook, Google e tante altre).

Stando a questa lassificazione, CBInsight individua al momento 1.194 unicorni in tutto il mondo, inclusi Satispay e Scalapay. Due italiani, decisamente pochi rispetto ai 29 tedeschi e ai 24 francesi, ma anche meno degli otto svedesi e dei quattro spagnoli. Non è una novità che il mercato del venture capital italiano abbia un ritardo da colmare, ma il fatto che i due unicorni “ufficiali” abbiano raggiunto tale status nel giro di pochi mesi fa ipotizzare l’ingresso nel club di nuovi membri. I candidati non mancano.

Presto unicorni: i soonicorn

Secondo un rapporto di i5invest pubblicato lo scorso gennaio, in Europa c’erano 257 “soonicorn”, cioè startup o scaleup destinate a diventare unicorni presto, nel giro di un paio d’anni. Oltre a Scalapay e Satispay – nel frattempo già entrate nel club – il report indicava altre quattro società con sede in Italia. 

Casavo, piattaforma online che semplifica la compravendita di immobili, a luglio ha ottenuto un round d’investimento da 100 milioni, abbinato a linee di credito per altri 300. Prima Assicurazioni è stata la prima startup italiana a ottenere – nel 2018 – un round a tre cifre: 100 milioni di euro tondi.

Musixmatch ha già ricevuto un forte riconoscimento dal mercato: nel capitale della società, fondata da Max Ciociola e diventata il più grande catalogo per creare e condividere testi di brani musicali, a luglio è entrato con una quota di maggioranza TPG Growth, fondo che fa capo a uno dei giganti del private equity mondiale.

Il quarto soonicorn era BrumBrum, mercato dell’auto online. La sua corsa verso il club, però, è già terminata: all’inizio del 2022 è stata acquisita e assorbita dalla britannica Cazoo per 80 milioni di euro. Ma adesso, dopo aver speso per espandersi, la capogruppo ha cambiato strategie e deciso di rifugiarsi nel solo mercato interno. Di fatto, BrumBrum (diventata Cazoo Italia) è destinata a chiudere.

In una recente analisi, il Club degli Investitori ha ripreso il rapporto di i5invest, allargando però il perimetro di ciò che è italiano alle società fondate da italiani. Ne viene fuori una lista di 15 soonicorn, cinque dei quali con sede operativa e legale all’estero: oltre a Casavo, Prima Assicurazioni e Musixmatch, “potrebbero raggiungere nei prossimi anni il traguardo di unicorno” Yolo, Genenta Science, Credimi, Enthera, Roboze, D-Orbit, Everli, Planet Smart City, Newcleo, Soldo, MMI – Medical Micro Instruments e Moneyfarm.

 

 

AGI – Quali conseguenze avranno l’inflazione e la crisi dei chip sul mercato dell’elettronica di consumo? L’obsolescenza programmata ci ha abituati (o, meglio, fatto rassegnare) alla sostituzione frequente degli elettrodomestici e di strumenti come smartphone, computer e tablet, ma la carenza di componentistica e l’aumento dei costi per famiglie e imprese rischia di renderla insostenibile.

I produttori lo sanno e per questo all’IFA di Berlino, la fiera in cui si mette in mostra lo stato dell’arte della tecnologia di consumo, si è molto parlato di risparmio energetico, di case connesse e di domotica nel suo complesso, ma non di aumento dei costi dei prodotti. Non ancora, almeno.

Il costo degli smartphone

“Ci saranno sempre nuove sfida da affrontare” ha detto Billy Zhang, president of Overseas sales and services di Oppo, che a Parigi ha presentato il suo nuovo smartphone di fascia media, il Reno 8, “noi consideriamo la user experience alla base dei nostri prodotti, a prescindere da come va l’economia. Se i prezzi dei componenti aumenteranno, allora aumenteranno anche i prezzi degli smartphone, ma quello che importa è l’obiettivo dell’azienda: se competere nel mercato o rendere migliore l’esperienza dell’utente.  Noi, ad esempio, destiniamo 50 milioni di yuan alla ricerca e allo sviluppo”. E per questo, ad esempio, si pensa di allungare la vita di uno smartphone garantendo gli aggiornamenti per un periodo più lungo.

Ma, al di là delle buone intenzioni, anche colossi come la cinese Oppo devono fare i conti con le complicazioni lungo la supply chain e la carenza degli approvvigionamenti. Specie sul fronte dei microchip. “La situazione sta migliorando” assicura Zhang, “non vediamo un problema di carenze all’orizzonte”.

Altrettanto sicuro si è mostrato Roger Liyun, general manager Honor Italia, che all’Ifa ha presentato il nuovo smartphone di fascia media, l’N70. “Non prevediamo problemi di approvvigionamento” ha detto, “Anche per questo contiamo di portare avanti senza rallentamenti il nostro piano di lancio sul mercato europeo”.

Le conseguenze sulla casa connessa

Ma il problema dell’aumento dei costi – possibile o probabile che sia – non riguarda solo uno strumento ad alta tecnologia come lo smartphone, che in media gli italiani cambiano ogni due-tre anni (anche perché poi cominciano i problemi con gli aggiornamenti di sistema e di sicurezza) ma anche l’elettronica di consumo: dalle lavatrici ai condizionatori. “Ci auguriamo che l’impatto sui prezzi, che abbiamo valutato intorno al 10%, ci sia già stato”, ha detto Emanuele De Longhi, capo del marketing di Samsung, “per quanto riguarda la crisi dei chip, bisogna riflettere sulle soluzioni possibili per affrancarci da questa schiavitù, per evitare che succeda quello che abbiamo visto accadere nell’automotive: ossia che la richiesta sia superiore alla disponibilità”.

Eventuali ritardi nelle consegne nel mondo dell’elettronica di consumo comporterebbero un danno non solo economico, ma anche tecnologico, allungando quel gap nello sviluppo della casa connessa su cui le aziende puntano non solo per rivitalizzare il mercato, ma anche per mettere a disposizione dei clienti funzionalità in ottica di risparmio energetico e sostenibilità.

“Al momento non ci sono problemi di forniture” ha assicurato Piergiorgio Bonfiglioli, direttore marketing IoT di Haier Europa, altra azienda che ha investito molto sull’Internet delle cose come “educatore alla sostenibilità” grazie, ad esempio, al dialogo tra le macchine e il gestore dell’energia elettrica per un’ottimizzazione automatica degli usi e dei consumi.

AGI – Amazon terrà martedì 11 ottobre e mercoledì 12 ottobre un secondo appuntamento dedicato alle vendite promozionali per utenti Prime: il Prime Early Access Sale. L’iniziativa, di cui si vociferava da giugno, è stata confermata dalla società di Jeff Bezos e non sarà dissimile dal Prime Day (200 milioni di clienti, in agenda dal 2015).

“Prime Early Access Sale offre ai membri la possibilità di dare il via alla stagione dello shopping natalizio in anticipo con centinaia di migliaia di offerte” ha fatto sapere la compagnia. Ci sarà anche “una Top 100 di alcuni degli articoli più popolari e da regalare”.

Nonostante le previsioni in chiaroscuro degli analisti sulla due giorni (inflazione, aumento del costo della vita, crisi), l’ultimo Prime Day di Amazon, che si è tenuto il 12 e 13 luglio, è stato, secondo le dichiarazioni della compagnia, “il più grande Prime Day di sempre a livello globale” e ha fatto registrare 1,7 miliardi risparmiati, un ritmo di acquisto di 100 mila prodotti al minuto, per 300 milioni di prodotti acquistati (sono stati 250 milioni nel 2021).

La piattaforma di ecommerce aveva sottolineato nell’occasione che “sugli store Amazon di tutto il mondo, i due giorni di Prime Day sono stati i migliori di sempre per i partner di vendita, in gran parte piccole e medie imprese.

Le loro vendite sono aumentate più di quelle dell’attività di vendita al dettaglio di Amazon. I clienti in tutto il mondo hanno acquistato più dispositivi Amazon rispetto a qualsiasi altro Prime Day”.

Secondo i dati del secondo trimestre 2022, resi noti a fine luglio, Amazon ha ridotto le perdite e chiuso con una perdita netta di 2 miliardi di dollari, contro i 3,8 miliardi di rosso registrati nei primi tre mesi dell’anno. Il fatturato è salito del 7% a 121,23 miliardi, oltre i 119,09 miliardi previsti dal mercato.

AGI – Intel, in accordo con il governo uscente, ha scelto la cittadina di Vigasio in Veneto come sito per una nuova fabbrica di chip della multinazionale americana.

L’investimento di Intel in Italia, pari a 4,5 miliardi, fa parte di un più ampio piano, annunciato dal produttore di chip statunitense lo scorso marzo, di investire fino a 80 miliardi di euro nel prossimo decennio in Europa. 

L’annuncio del piano di investimenti, Intel lo ha fatto nel marzo scorso un mese dopo che la Commissione Europea aveva predisposto un piano per incoraggiare l’industria dei microchip a investire nei Paesi Ue. 

Secondo Intel lo stabilimento creerà 1.500 posti di lavoro più altri 3.500 dall’indotto e sarà attivo tra il 2025 e il 2027. A riportare la notizia Reuters.

Non ci sono per ora conferme ufficiali da parte di Intel o dall’Esecutivo di Draghi anche perché le trattative, scrive Reuters, sono ancora in corso e confidenziali. Il sito sarà un impianto di confezionamento e assemblaggio di semiconduttori.

Situata vicino a Verona, collegata con l’autostrada e la ferrovia del Brennero, Vigasio è stata la scelta preferita tra una rosa di due siti (l’altro era in Piemonte).

Vigasio risulta anche ben collegata con la Germania e in particolare con Magdeburgo, città dove Intel realizzerà due stabilimenti.

AGI – Le password, sono l’incubo della nostra memoria. “Negli ultimi anni, c’è stato un allarmante aumento del numero di password che una persona deve ricordare”, osserva il Paìs. Un recente rapporto dice, per esempio, che i dipendenti delle piccole e medie imprese ne utilizzano fino a 85 mentre quelli delle grandi aziende, in media, circa 25. Ora la domanda che ci si pone è: ma le password come le conosciamo oggi scompariranno davvero prima o poi?

L’interrogativo non è peregrino perché si sa che giganti della tecnologia come Apple e Google stanno cercando di sviluppare soluzioni “in modo che gli utenti non debbano memorizzare tutte queste credenziali e assicurarsi che siano al sicuro”, scrive il quotidiano madrileno.

Per esempio Apple, con il suo nuovo sistema operativo per iPhone ha avviato una sostituzione delle password, tant’è che gli smartphone “sono più rapidi per accedervi, più facili da usare e molto più sicuri”, afferma l’azienda.

In pratica, questo nuovo sistema “consente all’utente di accedere a qualsiasi applicazione o servizio tramite Face ID o Touch ID, i sistemi di riconoscimento facciale e di identificazione delle impronte digitali di Apple, senza inserire manualmente alcuna chiave d’accesso”, spiega il Paìs.

Si tratta di sistemi più resistenti, ad esempio al phishing, tecnica per entrare nei dati personali e bancari di un utente, e che impediscono di inserire le nostre credenziali in siti fraudolenti pronti a rubarle, poiché l’identificazione come utenti è gestita in modo crittografato “punto a punto” tra il nostro dispositivo e il servizio online a cui si vuole accedere.

Oggi le nuove strumentazioni Apple hanno chiavi d’accesso crittografate e sincronizzate su tutti i propri dispositivi Apple utilizzando il portachiavi iCloud. Se viene utilizzato un dispositivo non compatibile con questo sistema d’archiviazione cloud, viene generato un codice QR che deve essere scansionato con l’iPhone. Sebbene questo metodo d’accesso sembri abbastanza promettente all’inizio, non tutte le app attualmente lo supportano.

Però eliminare le password è diventata oggi una delle sfide principali per le grandi aziende tecnologiche per risolvere alcuni problemi di sicurezza sul web. Ma ci sono controindicazioni: uno dei problemi dei sistemi di autenticazione che utilizzano l’identificazione biometrica è che non può essere modificata ed è “lo svantaggio di usare qualcosa che si possiede in modo univoco”.

Tant’è che un gruppo di ricercatori dell’Università di Tel Aviv in Israele, sostiene il Paìs, ha già fatto sapere “di aver capito come aggirare una grande percentuale di sistemi di riconoscimento facciale” perché i sistemi biometrici non sono infallibili.

Ad ogni modo la fine delle password non è immediata e “ci vorrà ancora del tempo prima che questi sistemi diventino più utilizzabili e sicuri”, dichiara Jordi Serra professore di Informatica, Multimedialità e Studi sulle Telecomunicazioni presso l’Università Aperta della Catalogna, nel concordare che la proposta di Apple “non è ancora sufficientemente relaizzata”.

AGI – Instagram, società controllata da Meta, sta lavorando ad una funzione che ha l’obiettivo di consentire agli utenti di bloccare le foto di nudo non richieste nei loro messaggi diretti. “Nudity protection” sarà un’impostazione della privacy opzionale, simile alla funzione “Parole nascoste” (Hidden Words) lanciata lo scorso anno, che filtra i messaggi contenenti linguaggio offensivo.

Utilizzando l’apprendimento automatico, Instagram impedirà la consegna di immagini di nudo. Inoltre, l’azienda non visualizzerà o archivierà nessuna delle immagini. Quando riceviamo una foto “sospetta” e contenente nudo, secondo le prime indiscrezioni, ci verrà proposta coperta: a quel punto possiamo decidere noi se visualizzarla o meno. Di fatto un filtro. Come riportato da The Verge, secondo Meta questi controlli utente opzionali aiuteranno le persone a proteggersi dalle foto di nudo e da altri messaggi indesiderati. 

Secondo un rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno dal Center for Countering Digital Hate, un’organizzazione no-profit britannica, gli strumenti di Instagram a oggi non sono riusciti ad agire sul 90% dei messaggi diretti indesiderati basati su immagini e sono risultati inefficaci anche su quelli unicamente verbali. L’anno scorso il Pew Research Center ha pubblicato un rapporto secondo il quale il 33% delle donne sotto i 35 anni ha subito molestie sessuali online.

AGI – L’innovazione tecnologica è “un driver di efficienza e di ottimizzazione, una leva di competitività per le aziende e la Pubblica Amministrazione. Sempre più urgente è però una governance strategica che sappia orchestrare tecnologie esponenziali quali AI, cloud e quantum, affinché ci aiutino, in sicurezza e con le giuste competenze, a indirizzare sfide e problemi concreti e attuali”. Lo ha detto Alessandra Santacroce, direttore relazioni istituzionali IBM Italia, intervenuta al Centro Studi Americani a “L’evoluzione dei trend digitali nei vari settori della società e dell’impresa: un confronto tra USA e Italia”, panel di apertura della prima edizione del Festival della Cultura Americana, in corso a Roma fino a venerdì.

“Occorre lavorare in un’ottica di ecosistema, in cui la collaborazione tra i diversi attori alimenti sinergie per sbloccare il grande potenziale del nostro Paese, anche grazie al contributo di eccellenze che riflettano valori condivisi a prescindere dalle geografie” ha detto ancora Santacroce. Ad aprire l’incontro Isabella Cascarano, Ministro consigliere per gli Affari Commerciali presso l’Ambasciata Americana a Roma. “Crediamo fortemente nell’importante ruolo che le società americane possono svolgere nella trasformazione digitale, al fianco ed insieme alle amministrazioni centrali e locali e di concerto con le istituzioni italiane”. 

Nel corso del dibattito sono intervenuti alcuni protagonisti di questo processo. “Il trend della digitalizzazione interessa da vicino anche il mondo della salute, soprattutto dopo la pandemia, che ha accelerato questo processo – ha spiegato Federica Mazzotti, Commercial Excellence & Business Transformation Director di Janssen Italia, azienda farmaceutica del gruppo Johnson & Johnson – la sanità digitale offre oggi molti strumenti a disposizione di medici e pazienti, utili sia per facilitare la connessione, sia per la corretta diffusione delle informazioni scientifiche”. 

Per Paolo Pinzoni, Head of Public Affairs Strategies di Vodafone Italia “le innovazioni digitali capaci di generare nuove opportunità per lo sviluppo della società e migliorare la vita di tutti sono già una realtà: dall’Intelligenza Artificiale, agli ologrammi, fino alle soluzioni per le smart city  e alla realtà aumentata. La sfida corrente – ha precisato – è diffondere queste soluzioni e renderle accessibili a tutti i cittadini. Solo così – conclude –  sarà possibile mettere a fattor comune l’enorme potenziale della digitalizzazione”.

AGI – “Il web come lo conosciamo è a rischio”: serve una nuova pubblicità online, mirata ma più rispettosa della privacy. Matt Brittin, presidente Emea di Google, non ha dubbi. Le alternative sarebbero, al momento, due: un web a pagamento oppure l’addio a ogni annuncio personalizzato. Per Brittin, “questi modelli alternativi non sono solo difettosi ma anche impopolari”. Il primo renderebbe il web “un lusso”; il secondo provocherebbe un danno immediato tra i 32 e i 39 miliardi di dollari.

Quanto conta la privacy nella scelta

Google punta invece sulla terza via: un pubblicità (come oggi) personalizzata, ma (più di oggi) responsabile. Lo spazio sembra esserci: secondo lo studio “Privacy by design: the benefits of putting people in control”, commissionato da Mountain View a Ipsos, gli utenti sono sempre più attenti alla privacy, ma ben disposti a condividere i dati se percepiscono trasparenza.

Il 43% degli intervistati si è detto disposto a rinunciare al brand che rappresenterebbe la sua “prima scelta” se la principale alternativa offrisse un’esperienza migliore relativa alla privacy. Il 71% ha affermato di privilegiare l’acquisto da brand che si dimostrano onesti riguardo alla raccolta e all’utilizzo dei dati.

In altre parole: i marchi che rispettano la riservatezza conquistano la fiducia degli utenti e possono erogare una pubblicità più efficace. Non sembra invece funzionare l’incentivo monetario: pagare per convincere le persone a condividere informazioni personali potrebbe essere controproducente perché fiacca la fiducia nel brand.

Il futuro del web secondo Google

“Il futuro del web dipende dalla fiducia delle persone: solo così si potrà creare pubblicità responsabile e privata per garantire una Rete sostenibile e più sicura per le persone, più efficace per le aziende e per gli editori”, ha sottolineato Brittin. La “pubblicità responsabile”, per dirla con le parole del manager Google, è quindi “una sfida ma anche un’opportunità”.

Entro la metà del 2024, Big G prevede di eliminare completamente i cookie di terze parti, cioè gli elementi che permettono di riconoscere un utente anche su un sito diverso da quello su cui sta navigando. Non è un semplice accorgimento tecnico: “Significa – ha affermato Brittin – reinventare la tecnologia su cui si basa gran parte del sistema pubblicitario del web e sviluppare nuove soluzioni incentrate sulla privacy. Per la pubblicità online e per il futuro di Internet questo è un momento di svolta improrogabile: senza la fiducia delle persone, è in gioco il futuro del Web con pubblicità. I prossimi due anni saranno fondamentali”.

L’approccio delle “tre M”

Se Google sta provando a sviluppare un nuovo modello, Brittin ha raccomandato agli inserzionisti di incardinare la propria strategia sull’approccio delle “tre M”: le esperienze legate alla privacy devono essere significative (meaningful), memorabili (memorable) e gestibili (manageable). Tradotto in azioni concrete, vuol dire chiedere agli utenti come e con che frequenza vogliono che si ricordino le loro preferenze, inviare un’email di sintesi sulla gestione della privacy e chiedere il consenso per la personalizzazione di un sito web.

Oltre ad aumentare del 37% della percezione di controllo sui propri dati, la combinazione di pratiche come queste – rileva l’indagine Ipsos – ha un impatto positivo sulla pubblicità: aumentano la fiducia riguardo la condivisione dei propri dati (+11%), la pertinenza percepita degli annunci visualizzati (+11%) e le risposte emotive positive alle inserzioni (+27%). 

AGI – La tecnologia adottata dalle aziende, tra pc, smartphone, data center e cloud, è responsabile dell’emissione di circa 350-400 Mt CO2e (megatoni di gas equivalenti a CO2). Tanto o poco? Secondo il report “The green IT revolution: A blueprint for CIOs to combat climate change”, a cura di McKinsey & Company, “le emissioni generate dalla componente tecnologica delle aziende sono molto più consistenti di quanto comunemente si creda”.

Equivalgono infatti a circa l’1% delle emissioni globali di gas serra, più o meno quanto il carbonio emesso dall’intero Regno Unito. In altri termini: l’IT pesa circa la metà di settori particolarmente inquinanti come l’aviazione o il trasporto marittimo.

Il report sottolinea che le emissioni arrivano da fonti “inattese”. I dispositivi degli utenti finali (come pc, smartphone, tablet e stampanti) “generano a livello globale 1,5- 2 volte più emissioni di carbonio rispetto ai data center”. Cioè fino al doppio rispetto ai data center on-premise (ossia quelli locali).

I motivi – spiegano i ricercatori di McKinsey – sono due. Primo: i server sono pochi rispetto all’enorme quantità di dispositivi. Presi uno per uno, laptop e telefoni consumano poco. Ma, cumulati, generano – dalla produzione allo smaltimento – un volume di emissioni notevole. Secondo: i dispositivi hanno un ciclo di vita più breve. Gli smartphone vengono cambiati in media ogni due anni, i laptop ogni quattro. La vita media di un server è invece di cinque anni. E si sta allungando.

Da qui al 2027, le emissioni prodotte da smartphone aziendali e compagnia sono destinate ad aumentare del 12,8% all’anno. Sottovalutare il loro impatto ritarda il cambiamento. Il report sottolinea, infatti, quante e quali azioni concrete possono adottare i chief information officer per ridurre emissioni e tagliare i costi energetici.

Le aziende possono ottimizzare sia il numero che l’utilizzo dei dispositivi, selezionare quelli più ecologici, allungare il loro ciclo di vita (anche attraverso riparazione e riuso), impegnarsi di più nel riciclo (l’89% delle organizzazioni ricicla meno del 10% del proprio hardware). Risultato: le emissioni dei dispositivi aziendali potrebbero dimezzarsi.

In parallelo, si può migliorare anche la sostenibilità dei propri server: “Con una migrazione ponderata e un utilizzo ottimizzato del cloud – affermano i ricercatori – le aziende potrebbero ridurre le emissioni di anidride carbonica dei propri data center di oltre il 55% o di circa 40 megatoni di CO2e a livello mondiale, l’equivalente delle emissioni di anidride carbonica della Svizzera”.

AGI – Per fronteggiare l’instabilità delle catene di approvvigionamento (in gergo tecnico supply chain) e migliorare la sostenibilità delle industrie produttive, quasi un Chief Supply Chain Officer (il top manager che in un’azienda si occupa della supply chain, anche CSCO) su due (il 47%) ha dichiarato di aver introdotto nuove tecnologie di automazione negli ultimi due anni.

È quanto emerge da uno studio dell’IBM Institute for Business Value, che ha intervistato 1500 tra Chief Supply Chain Officer e Chief Operating Officer (il COO è il responsabile della gestione operativa di un’impresa) di 35 Paesi e 24 settori industriali. In particolare dall’analisi è emerso che queste figure manageriali hanno dichiarato di aver scelto l’automazione perché è un approccio che può aggiungere prevedibilità, flessibilità e intelligenza alle operazioni della supply chain, e di utilizzare l’Intelligenza Artificiale per monitorare e tracciare le prestazioni.

Secondo il rapporto inoltre 1 CSCO su 2 (il 52%) pone la sostenibilità in cima alla lista delle priorità di cambiamento per le quali l’infrastruttura tecnologica può fornire una spinta concreta. Il 50% dichiara che i propri investimenti in sostenibilità accelereranno la crescita aziendale. È risultato dalle dichiarazioni degli stessi manager poi che le pressioni più dirette verso la trasparenza della sostenibilità provengono da: investitori (56%), membri del consiglio di amministrazione (50%) e clienti (50%). 

Lo studio prende anche in considerazione gli “innovatori”, che si sono distinti per la capacità di accelerare l’innovazione (20% degli intervistati) e che hanno già esperienza dei benefici di tecnologie come AI e automazione. Questo gruppo, secondo i dati, sta già superando i colleghi su parametri chiave tra cui una crescita del fatturato annuo superiore dell’11%.

I parametri sono: l’integrazione di flussi di lavoro automatizzati tra le funzioni organizzative e con i loro partner per ottenere visibilità, approfondimenti e azioni in tempo reale (il 95% in più rispetto agli altri CSCO). La modernizzazione della loro infrastruttura tecnologica: il 56% opera attualmente su cloud ibrido e il 60% sta investendo in infrastrutture digitali per scalare e fornire valore. L’ampliamento delle loro iniziative di sostenibilità, creando nuovi prodotti e servizi. Il 58% vede l’opportunità di migliorare il coinvolgimento dei clienti attraverso gli imperativi di sostenibilità. E infine una dichiarata maggiore attenzione alla cybersecurity (quasi il 20% in più rispetto agli altri CSCO).

“Per combattere efficacemente i fattori di stress senza precedenti della supply chain, come l’inflazione, è imperativo che i CSCO si concentrino sull’attuazione di iniziative di analytics, AI e automazione per costruire supply chain intelligenti, resilienti e sostenibili” ha dichiarato Jonathan Wright, IBM Consulting Global Managing Partner, Sustainability Services and Global Business Transformation. “Automazione e AI possono consentire ai CSCO e alle loro organizzazioni di raccogliere dati, identificare i rischi, convalidare la documentazione e fornire audit trail, anche in periodi di forte inflazione, contribuendo nel frattempo alla gestione dei rifiuti e dei consumi di carbone, energia e acqua”.

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