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Articolo in collaborazione con Samsung

Chi, nel mondo del Terzo Millennio, pensa ancora di poter fare impresa curando solo il proprio orticello è rimasto indietro. Viviamo in un’economia globalizzata sempre più concorrenziale, in cui le aziende devono fare continua innovazione per rimanere competitive.

Questo processo ha determinato nel tempo la trasformazione e l’aggiornamento del concetto stesso di innovazione. Il modello tradizionale, definito Closed Innovation, guardava infatti all’innovazione come a uno dei fattori principali di vantaggio concorrenziale nei confronti delle altre aziende, ma con il cambiamento dei mercati e dei modelli economici è divenuto svantaggioso e vulnerabile.

Closed vs Open

Oggi, in un mercato sempre più mobile, fare innovazione vuol dire sfruttare strategicamente il potenziale dei dispositivi mobili aperti, delle piattaforme e dei sistemi IoT, per modellare i processi di lavoro e sviluppare nuovi servizi. Ciò significherà abbandonare i sistemi chiusi, che sono sempre più visti come obsoleti e caratterizzati da "giardini recintati" che impediscono l'interoperabilità. In parole povere, affinché un'azienda sia agile nella prossima economia mobile, deve marciare al passo con il progressivo spostamento verso gli ecosistemi e il software aperti.

I pilastri dell’economia Open

L'avvento della Next Mobile Economy rappresenta una sfida per le imprese grandi e piccole che dovranno ripensare alla propria strada verso il successo in un mondo mobile-first. Sono quattro i pilastri della Next Mobile Economy:

  • Open Collaboration,
  • Open Customisation,
  • Open yet Controlled,
  • Open yet Secure

Le aziende che sapranno distinguersi negli anni 2020 saranno quelle dotate di dispositivi e sistemi aperti che consentano loro di interrompere, adattarsi, innovare, e crescere.

Open Collaboration

Il mondo del lavoro del futuro sarà “iper-connesso”: non solo sarà fondamentale saper collaborare fra persone, ma anche fra imprese e tecnologie diverse. Le collaborazioni fra aziende saranno elementi cruciali per il successo, ma ciò potrà essere possibile solo se “parlando” la stessa lingua, ovvero facendo “innovazione aperta” e rendendo inter-operativi software e device. La collaborazione ha sempre maggiore successo quando si crea qualcosa assieme, in questo modo la collaborazione contribuisce anche a creare fiducia fra aziende.

Non parliamo solo di grandi aziende: le startup di successo rappresenteranno, non solo occasioni di business, ma terreni d’incontro persino fra multinazionali rivali, che si troveranno ad affrontare gli stessi problemi, cercando assieme nuove soluzioni, alimentando nuove opportunità di partnership e consentendo, infine, lo sviluppo di nuovi servizi.

Su quali servizi puntare? Soluzioni mobile, naturalmente. Le aziende B2B con i migliori risultati sono quelle che utilizzano i sistemi tecnologicamente avanzati per capire meglio le esigenze dei loro partner e – soprattutto – coloro che hanno la migliore comprensione utilizzano il mobile per acquisire informazioni e analisi chiave sul campo. Si parla spesso di Smart city e smart mobility, ma il vero nodo è la “mobile” economy, un mondo che lavora, produce e consuma muovendosi.

Open Customization

Le collaborazioni saranno potenziate dalle soluzioni mobile, ma ciò comporterà l'esigenza di disporre di dispositivi e software che si evolvono assieme alle esigenze del business. In poche parole, per competere nella Next Mobile Economy, non ci si può affidare a soluzioni estemporanee o riutilizzare sempre le stesse ricette.

La vera soluzione al problema è l’Open Customization, cioé affidarsi a sistemi che consentono alle aziende di adattarsi e svilupparsi per soddisfare le esigenze aziendali, dei propri dipendenti e dei propri clienti. Oltre alla personalizzazione di dispositivi e app di lavoro, anche il posto di lavoro fisico subirà una trasformazione profonda: gli strumenti di lavoro che eravamo abituati a conoscere, diverranno sistemi mobili e aperti, “smart” ed in grado di adattarsi allo stile di lavoro dei dipendenti: parliamo di “personalizzazione dell'ambiente di lavoro”.

La più grande azienda di tecnologia mobile al mondo, Samsung è in prima fila per promuovere tale trasformazione. Sostenendo la creazione di soluzioni mobili personalizzate, Samsung ha messo a disposizione il kit di sviluppo software Knox Customization di Samsung, offrendo così alle aziende l’accesso a oltre 1.000 API. Queste permetterà alle aziende del futuro la libertà e la flessibilità necessarie per sviluppare proprie le soluzioni a partire da una tecnologia robusta, eppure altrettanto flessibile per soddisfare al meglio le esigenze delle imprese.

Open yet Controlled

Indipendentemente dal fatto che si utilizzino smartphone, dispositivi indossabili, sistemi VR o sistemi vocali, le aziende si aspettano, se non addirittura esigono, che i loro partner tecnologici permettano una configurazione e gestione di massa di dispositivi mobili e software. Non è possibile perdere un quantitativo spropositato di tempo per configurare un dispositivo alla volta.

Soluzioni per la gestione e la configurazione da remoto come Knox Mobile di Samsung consentono ai responsabili IT di impostare in modo efficiente e sicuro decine di dispositivi mobile contemporaneamente. Non è certamente pensabile che i dipendenti debbano diventare tecnici IT per essere in grado di condurre la propria vita lavorativa. Pertanto, le soluzioni di gestione mobile che garantiscono la facilità e la semplificazione per responsabili IT e dipendenti, saranno fondamentali.

Open yet Secure

Nell’economia del domani – la Next Mobile Economy – le aziende saranno sempre più legate ai dispositivi mobili e ai sistemi cloud. Tuttavia, se da una parte ne beneficeranno in termini di efficienza, dall’altro significherà che le informazioni riservate non saranno chiuse nei server aziendali, ma si muoveranno in rete. Nasce quindi la necessità di affidarsi a piattaforme aperte ma sicure e di software che proteggano sia gli individui che i datori di lavoro.

Secondo uno studio Cisco, si prevede che entro il 2021 la quantità di dati memorizzati sui dispositivi mobili sarà di 4,5 volte superiore rispetto ai dati memorizzati nei data center. Gartner, nel frattempo, prevede che, entro lo stesso anno, il 27% del traffico di dati aziendali supererà del tutto la sicurezza perimetrale, passando direttamente dai dispositivi mobili al Cloud.

La protezione dei dispositivi e dei software aziendali è quindi fondamentale: per poter lavorare e dormire sonni tranquilli, le aziende dovranno adottare dispositivi sicuri dall’hardware in su, attraverso piattaforme integrate come Samsung Knox. Il software Knox Workspace di Samsung consente agli utenti di trasportare comodamente un solo dispositivo per proteggere in modo sicuro vita privata e lavoro. Funzionando come se si trattassero di due telefoni separati all’interno dello stesso device, il sistema di Knox separa i dati personali e di lavoro, isolando le applicazioni e i file da quelli personali. In questo modo sicurezza e privacy mantengono un equilibrio, proteggendo i file aziendali, ma limitando l'accesso dell'amministratore IT alle informazioni personali dei dipendenti.

Il mondo sta cambiando, rivoluzionando anche il lavoro, il business e l’economia globale. Questo è il momento per le aziende (e non solo) di comprendere le sfide e le opportunità che dovremo affrontare in un'epoca in continua evoluzione tecnologica. Il successo nella Next Mobile Economy sarà possibile solo per coloro in grado di collaborazioni, innovare, integrare tutti gli aspetti aziendali attraverso dispositivi mobili. L'intera economia del futuro come mobile-first, insomma, attenzione al vostro smartphone.

Secondo uno studio dell'Università Bocconi di Milano non ci sono dubbi: l’introduzione della chiamata dei taxi tramite applicazione è in grado di generare una riduzione dei tempi di attesa tra una corsa e l’altra stimata tra i 6,5 minuti (nel 18% dei casi) e i 4,1 minuti (nel 27%), con un aumento delle corse (fino a 5 nel 20% dei tassisti) e una maggiore sensazione di rilassatezza (nel 56% dei casi) dei clienti rispetto al percorso e al costo della tratta. E questa tecnologia è sbarcata sull'app di Mytaxi, società fondata nel 2009 e oggi parte del Gruppo Daimler, che oggi conta 100 mila tassisti affiliati in più di 90 città europee, 3500 solo in Italia. 

E innovare è un po' la storia stessa di Mytaxi, racconta ad Agi Eckart Diepenhorst, amministratore delegato della società. "Un lungo viaggio nel settore dell’innovazione dei taxi”, racconta, che ha portato la società ad essere “la prima ad offrire un pagamento tramite app e ad avviare un servizio di pooling per i taxi con la funzione Mytaximatch”. Durante il suo intervento al convegno sulla mobilità urbana e la tecnologia che si è tenuto al Senato, ha sottolineato la necessità di ripensare il "futuro della mobilità urbana”, con migliori infrastrutture soprattutto per le zone periferiche, sottolineando la necessità “di innovazione e di nuovi regolamenti”. 

Mr. Diepenhorst, nel corso del suo intervento, ha ribadito più volte la volontà di Mytaxi di aprire un tavolo di discussione con i regolatori sul futuro della mobilità. Da quali punti partirebbe?
 
"Per sederci attorno ad un tavolo con i regolatori la cosa più importante è avere una prospettiva culturale, cosa che è nel DNA di Mytaxi. Prima di tutto vorremmo discutere, a livello nazionale e locale, del fatto che le leggi sui trasporti contengono norme datate: quindi la prima cosa da fare è un ammodernamento del sistema legislativo". 
 
Nel dettaglio?
 
"Ad esempio, come la concorrenza può essere aumentata a beneficio dei consumatori e come allineare in modo migliore le diverse modalità di trasporto. Questo è ciò di cui vorremmo discutere per migliorare la mobilità del futuro".
 
Lei è stato nominato ceo di Mytaxi appena pochi mesi fa, quali sono le sue linee guida?
 
"Siamo cresciuti moltissimo negli ultimi tre anni e questo ci consente di svolgere un ruolo molto più sostanzioso su come forgiare il futuro della mobilità. Non vogliamo solo far spostare i nostri consumatori, ma ci interessano al tempo stesso passeggeri, guidatori e città, così da migliorare le condizioni di vita nei centri urbani". 
 
Che ne pensa della situazione della mobilità in Italia e che cosa la rende speciale?
 
"La particolarità della mobilità italiana è legata alla bellezza delle città nel vostro Paese e al patrimonio culturale, ai vicoli, alle stradine. Abbiamo bisogno di molti dati per capire come ci si sposta in Italia". 
 
Come intende rapportarsi con le tradizionali associazioni di tassisti?
 
"Vogliamo aiutare il settore tradizionale dei taxi a capire perché siamo qui e a lavorare insieme per un futuro migliore. Possiamo dire con grande soddisfazione che abbiamo già 3500 conducenti che lavorano con noi e tutti hanno detto di essere felici di farlo". 
 
Le prossime città in cui arriverà Mytaxi.
 
"Saremmo felici di collaborare con molti comuni in Italia, ma non è solo una nostra decisione. Abbiamo già tavoli aperti e riveleremo le prossime città solo alla fine di questi colloqui".
 
Che ne pensa di Uber?
 
"Ci sono molte forme di concorrenza sul mercato e noi accettiamo di conviverci. Pensiamo siano un elemento positivo per i cittadini. Ciò che ci differenzia è il nostro modo di collaborare sia con i conducenti dei taxi che con le amministrazioni cittadini".

 

Il predominio nell’intelligenza artificiale, che il governo cinese vuole trasformare in una industria da 150 miliardi di dollari, ha un costo. Lo pagheranno 40-50 milioni di lavoratori a tempo pieno che vedranno il loro posto di lavoro occupato dai robot. Nel giro di 15 anni. Lo dice un rapporto stilato dal think tank governativo China Development Research Foundation (CDRF) insieme a Sequoia China China sulla base dei dati raccolti dal McKinsey Global Institute. In pratica, entro il 2030 i robot sostituiranno un quinto della forza lavoro nel settore manifatturiero. Non solo: 100 milioni di lavoratori dovranno cambiare professione se il processo di automazione dovesse procedere a un passo spedito.

I settori più a rischio

La forza lavoro in Cina ammonta a 776 milioni di persone, di cui il 54% si concentra nelle zone urbane. L’automazione, innescata dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, avrà un impatto sul 70% della manodopera.

Più in dettaglio: il rapporto stima che nel giro di 20 anni l’AI andrà a sostituire il 99% dei lavoratori nel settore agricolo, della pesca e della silvicoltura; il 98% degli impiegati nel settore delle costruzioni; il 94% degli addetti all’installazione a al mantenimento dei sistemi di alimentazione.  

Leggi anche sulla Stampa: World Economic Forum: entro il 2025 i robot svolgeranno metà dei nostri lavori attuali

L’arrivo dei robot ha già portato a sforbiciare il 30-40% della forza lavoro nelle province del Jiangsu, dello Zhejiang e del Guangdong. A rischio 96 mila figure professionali nell’industria delle vendite online e il 23% dei dipendenti negli enti finanziari.  

Grandi stravolgimenti riguardano proprio il settore finanziario che entro il 2027 conterà 9,93 milioni di dipendenti. Rischiano di perdere il lavoro: il 22% dei professionisti impiegati nelle banche; il 25% di quelli che lavorano nel mercato delle assicurazioni; e il 16% di chi è impiegato nel mercato dei capitali.

Il resoconto è spietato: si tratta di mansioni meccaniche che possono essere tranquillamente svolte dagli androidi. “I robot industriali hanno migliorato enormemente l’efficienza industriale, l’AI ha soppiantato il 90% delle mansioni meccaniche nelle fabbriche che usano i miei robot”, ha detto al Global Times Sun Ying, vice presidente della Zhejiang Robot Association e capo di un’azienda di robotica ad Hangzhou.

La Cina è il mercato più grande al mondo per i robot industriali: 68 unità ogni 10 mila lavoratori (dati del 2016). Stando alle previsioni della International Federation of Robotics (IFR), entro il 2020 in Cina ce ne saranno 800 mila.  

La compagnia di Sun costruisce robot per il rilevamento di misurazioni errate nella logistica, nel settore auto e nella comunicazione in fibra ottica. Nel 2016 ha fatturato 200 milioni di yuan (29 milioni di dollari). Nel 2012, appena fondata, il fatturato arrivava appena a 600 mila yuan.

Del resto il costo del lavoro è destinato ad aumentare a causa della scarsa disponibilità della forza lavoro dovuta al progressivo invecchiamento della popolazione, ha detto Luo Jun, amministratore delegato del think tank International Robotics and Intelligent Equipment Industry Alliance. Ovviamente l’automazione non sarà un processo repentino ma graduale. La speranza è l’ultima a morire: “I lavoratori avranno il tempo di spostarsi in altri comparti industriali”, ha detto Luo.

Non è un mistero che robotica, automazione e intelligenza artificiale hanno un ruolo cruciale nel piano Made in China 2025, che prevede massicci investimenti in dieci settori strategici con l’obiettivo di creare un’industria all’avanguardia. Il XIII piano quinquennale del governo cinese (2016-2020) ha programmato la produzione di 100 mila robot industriali all’anno. Di recente ha fatto scalpore la notizia della prima banca cinese completamente automatizzata.

Sfidare un androide è possibile

Evitare di essere sostituiti da un robot è possibile ma bisogna acquisire due facoltà fondamentali: competenze digitali e capacità di leadership. Per evitare disoccupazione e licenziamenti su larga scala, in parte già causati dal ricollocamento di manodopera nei settori affetti da sovraccapacità produttiva (acciaio e carbone), “la Cina deve trasferire le risorse pubbliche e investirle sui talenti, oltre a riformare il sistema scolastico” per aiutare gli studenti a inserirsi in un mercato del lavoro dominato dall’AI “e ridurre le disuguaglianze regionale tra zone rurali e zone urbane”.

Il percorso scolastico per un lavoratore migrante al di sotto dei trent’anni è di appena 9,8 anni e si interrompe senza concludere la scuola superiore, stando all’Accademia delle Scienze Sociali. Inoltre la manodopera che arriva dalle campagne non ha accesso ai programmi statali di formazione professionale, di cui godono invece i cittadini in possesso di regolare permesso di residenza. In tal senso esiste già un piano d’azione promosso dal ministero dell’Istruzione che punta a rafforzare l’insegnamento delle materie tecnologiche e la ricerca universitaria nell’AI. Entro il 2020, in tempo per le invasioni barbariche. 

 

Si dice sia un giapponese. Si dice che abbia pagato il suo viaggio con tanto, tanto anticipo. Si dice che abbia più fiducia in Elon Musk di quanto non ne abbia il maggiore azionista della sua società di punta. Fatto sta che il nome del primo turista spaziale di SpaceX sta per diventare pubblico e i fan delle avventure di Musk invidiano già, pur senza conoscerlo, il privato cittadino che per primo partirà a bordo del 'Big Falcon Rocket' per un'orbita intorno alla Luna. E' stato lo stesso Musk ad annunciarlo, su Twitter: "SpaceX ha firmato il primo passeggero privato del mondo a volare intorno alla Luna a bordo del nostro veicolo di lancio BFR, un passo importante verso l'accesso per le persone comuni che sognano di viaggiare nello spazio. Scopri chi sta volando e perché lunedì, 17 settembre."

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Il BFR, acronimo di Big Falcon Rocket, scrive la Cnn, consiste in due parti: un enorme razzo propulsore che ha l'ambizione di superare per potenza qualsiasi altro vettore mai costruito, e un'astronave. Nei piani di Musk è il vettore che dovrà portare l'uomo su Marte SpaceX  aveva annunciato a febbario 2017 che due persone avevano prenotato un viaggio intorno alla Luna a bordo di un razzo Falcon Heavy – ancora di là da venire – ma senza rivelare i termini economici dell'accordo o l'identità dei 'turisti'.

A febbraio 2018 SpaceX aveva lanciato il tanto atteso Falcon Heavy, che è diventato il vettore più potente al mondo. Ma subito dopo Musk aveva escluso che Falcon Heavy sarebbe stato usato per il volo spaziale umano, presentando invece il BFR, più adatto alle missioni turistiche. Peccato che all'epoca dell'annuncio il volo inaugurale del Big Falcon Rocket fosse ancora considerato questione di anni. 

Insomma, è verosimile che il primo turista spaziale non abbia ancora la più pallida idea di quando farà il suo giro intorno alla Luna: se dopo i test dell'astronave previsti per il 2019, come auspicato da Musk a marzo o "entro una decina d'anni", come più realisticamente ipotizzato dal capo delle operazioni di SpaceX, Gwynne Shotwell ad aprile scorso.

L'idea che possa trattarsi di un giapponese è ispirata dal fatto che, rispondendo a chi gli chiedeva se per caso non sarebbe stato proprio lui il primo turista spaziale, Musk abbia risposto con un tweet emblematico: una bandiera del Giappone.

Chi sono i candidati?
  • Takemitsu Takizaki, fondatore di Keyence, fornitore di sensori e componentistica elettronica per sistemi di produzione automatizzati (i robot in fabbrica). Ha 73 anni e un patrimonio di 16,3 miliardi di dollari
  • Daisuke Enomoto, 47 anni, ex boss dell'Internet provider 'Livedoor', ci prova da anni: prima con i russi che lo hanno escluso da un viaggetto sulla Stazione spaziale internazionale perche soffre di calcoli renali cronici, poi con Space Adventures alla quale ha versato 20 milioni di dollari senza però ottenere nemmeno un giro in taxi.
  • Satoshi Nakamoto (ammesso che esitsa) è il creatore dei bitcoin

Ma quanto c'è da fidarsi degli annunci di Musk? Di recente si sono susseguite indiscrezioni sul suo stato mentale, innescate da una violenta e improbabile litigata in cui il patron di Tesla si è imbarcato con uno dei protagonisti del salvataggio di 12 bambini intrappolati in una grotta in Thailandia e dalle sue rivelazioni su quanto sia spossato e provato dalla mancanza di sonno.

Intanto, come sottolinea Fortune, bisogna tenere conto del fatto che solo 24 uomini sono stati sulla Luna e nessuno dall'ultima missione Apollo, nel 1972. Ma anche che SpaceX ha al suo attivo 'solo' 16 operazioni di lancio e rientro, l'ultima delle quali il 10 settembre per mettere in orbita un satellite canadese. 

Le bufale non sono solo scritte. Viaggiano anche in foto e video. Ecco perché Facebook ha deciso di allargare il suo sistema di fact-checking anche alle immagini. Il sistema di verifica si basa sulla stessa filiera già utilizzata per gli articoli. Una collaborazione tra intelligenza artificiale per scandagliare il social network e umani, per verificare l'attendibilità delle informazioni.

Come funziona 

Foto e video saranno quindi analizzati dai 27 partner di Facebook (in Italia l'unico è Pagella Politica) che, in 17 Paesi, già controllano i contenuti scritti. Ma Menlo Park ne sta selezionando altri per espandere la propria rete e, scrive in un post la product manager Antonia Woodford, “identificare e agire più velocemente contro diversi tipi di disinformazione”.

Facebook ha sviluppato un sistema di machine learning che elabora diversi segnali (tra i quali le indicazioni degli utenti) per scovare i contenuti sospetti. Li analizza o li spedisce ai partner, che saranno formati su tecniche di verifica specifiche per le immagini, da affiancare alle competenze giornalistiche e accademiche che già possiedono. Il responso dei collaboratori ha un doppio ruolo: oltre a quello di distinguere informazione attendibile e false, istruisce ulteriormente l'intelligenza artificiale, che apprende dalla propria esperienza e da quella umana.

Come saranno classificati i falsi

Il social network ha avviato la sperimentazione del fact-checking per le immagini lo scorso marzo. E, in base ai dati raccolti, “di solito” la disinformazione per immagini rientra in una di queste tre categorie: contenuti manipolati o artefatti, fuori contesto o testi e affermazioni semplicemente falsi. Facebook ha spiegato che foto e video-bufala si prestano a facili manomissioni e sono, allo stesso tempo, “particolarmente convincenti” proprio grazie al loro impatto visivo.

La viralità non ha una regola. I contenuti fake si diffondono in modi diversi, che variano da Paese a Paese. “Negli Stati Uniti, ad esempio, gli utenti affermano di vedere più disinformazione negli articoli. Mentre in Indonesia notano più immagini fuorvianti”. Tuttavia, aggiunge Facebook, sarebbe un errore ragionare per compartimenti stagni. “La stessa bufala può viaggiare attraverso diversi tipi di contenuti", che non possono essere trattati come "categorie distinte". È quindi "importante costruire difese contro la disinformazione attraverso articoli, foto e video”.

Rosetta, la cacciatrice di meme 

La società di Mark Zuckerberg afferma anche di “lavorare su nuovi modi per rilevare se una foto o un video è stato manipolato”. Ma su questo punto non emergono dettagli. Woodford ricorda però che è già attivo (da pochi giorni) un sistema di riconoscimento ottico dei caratteri che non si limita a capire il significato di frasi e parole. Si chiama Rosetta ed è una cacciatrice di meme offensivi.

Cosa hanno di particolare rispetto a un articolo o a una fotografia? I meme sono una sfida complessa, per almeno due ragioni. Primo: il loro senso non è comprensibile senza il contesto e l'intreccio (spesso implicito) tra parole e immagini. Secondo: i 2,2 miliardi di utenti Facebook e il miliardo di Instagram postano in diverse lingua e hanno riferimenti culturali anche molto diversi. Per questo motivo, l'intelligenza artificiale di Rosetta è chiamata a un lavoro enorme: elaborare (anche per imparare sempre meglio) circa un miliardo di contenuti al giorno tra Instagram e Facebook. In modo da identificare “automaticamente” i contenuti che “ledono le politiche sull'incitamento all'odio”. Rosetta, quindi, prende sul serio i meme. Perché la disinformazione viaggia anche con toni leggeri.  

 

Somiglia a una cabina telefonica. Solo che è una gabbia, ideata per trasportare il lavoratore nel magazzino e proteggerlo. È un brevetto depositato da Amazon nel 2016, rispuntato in uno studio di Kate Crawford (New York University) e Vladan Joler (Università di Novi Sad) sull'intreccio tra etica e intelligenza artificiale.

Come funziona “la gabbia”

La postazione di lavoro è dotata di una pedana in grado di muoversi. Ha un braccio mobile per maneggiare i pacchi e un joystick per manovrarlo. L'accesso avviene tramite una semplice porta, dotata di una serratura che si sblocca digitando un codice. Gli obiettivi sarebbero due: trasportare il magazziniere e consentirgli di lavorare in sicurezza in un ambiente ibrido, fianco a fianco con macchine autonome. Una visione che, in meno di due anni, sembra già superata dall'evoluzione del settore.

I precedenti di Amazon

La gabbia, però, fa impressione. Il progetto era passato, come molti altri brevetti, sotto silenzio. Ma la sua scoperta e l'idea di un uomo imprigionato ha provocato parecchio clamore. Anche perché Amazon non è un'azienda come le altre. Sono molte i reportage sulle condizioni di lavoro nei magazzini, sullo stress dei dipendenti. E non è la prima volta che un brevetto del gruppo fa discutere. All'inizio dell'anno si era parlato di un braccialetto elettronico da tenere al polso dei dipendenti, per tracciare i loro movimenti.

Tutto si era risolto con l'intervento del governo, dichiaratosi contrario, e con la replica di Amazon, non intenzionata a introdurre quella tecnologia nei magazzini (anche se comunque l'attività dei lavoratori è già in parte monitorata attraverso gli scanner usati per gestire la merce).

Un brevetto già superato

Anche questa volta, a proposito della gabbia, si è fatta sentire Amazon. Ha parlato (anzi, ha scritto su Twitter) il vicepresidente Dave Clark, affermando che il gruppo ha già messo da parete il brevetto. “A volte anche le cattive idee vengono registrate. Questo brevetto non è mai stato utilizzato e non abbiamo in progetto di utilizzarlo”. Anche perché l'idea di proteggere un uomo da un robot con una gabbia sembra già anacronistica. “Abbiamo sviluppato – continua Clark – una soluzione di gran lunga migliore, che può essere indossata da un piccolo giubbotto che causa l'arresto di tutte le unità di trasmissione robotizzate nelle loro vicinanze”.

Doveva essere la serata degli iPhone. È stata quella dell'Apple Watch, che si è preso la scena dello Steve Jobs Theater. Forse la grande attesa e le tante indiscrezioni (azzeccate) hanno consumato la presentazione degli smartphone. Mentre la quarta serie degli orologi hi-tech ha svelato alcune novità. E una buona notizia per il mercato italiano.

iPhone XS: la continuità

Tris doveva essere e tris è stato. A Cupertino sono arrivati un iPhone standard (pieno successore del X), uno extra-large e uno più economico. Il primo si chiama XS (si legge Ten S). E Tim Cook, come ogni anno, lo presenta come “il miglior iPhone di sempre”. Ha la stessa grandezza del predecessore: 5,8 pollici con display Oled (la tecnologia più efficiente e costosa). Le differenze estetiche con lo smartphone del decennio sono minime. Quella che più spicca, infatti, riguarda il colore: finiture dorate inedite, che affiancano le più tradizionali nere e grigie. Per il resto design a tutto schermo con bordi ridotti all'osso e notch, la tacca che ingloba i sensori necessari (tra le altre cose) per sbloccare lo smartphone tramite riconoscimento facciale. D'altronde, che ci dovessero essere ritocchi e non rivoluzioni lo dice anche il nome. La sigla “S” è stata utilizzata per indicare versioni intermedie. Tra il balzo precedente (il design del X) e quello successivo (a questo punto molto probabile nel 2019).

XS Max, il più ampio iPhone di sempre

Il dispositivo extra-large si chiama XS Max. Apple abbandona quindi la dicitura “Plus” adottata fino a ora. Il display è un Oled da 6,5 pollici. Le dimensioni sono l'unica differenza rispetto al XS. Per il resto è identico, sia sopra che sotto la scocca. Entrambi possono restare a due metri di profondità per 30 minuti senza subire danni. E sono, secondo quando detto dal capo del marketing Phil Schiller, immuni anche alla birra. L'aggiornamento più importante è forse nel processore: l'A12 Bionic ha rivisto le componenti e la “Neural Engine” (che sovrintende all'intelligenza artificiale) sarebbe capace di 5000 miliardi di operazioni al secondo. Migliorate anche le fotocamere (quelle posteriori sono due da 12 MP) e la dotazione audio. La batteria dell'iPhone XS promette mezz'ora di durata in più del X. Il XS Max aggiunge 90 minuti in più. Su entrambi arriva anche la doppia Sim (altra voce confermata). Solo per la Cina, però, ci sarà la sede fisica estraibile per due schede. Nel resto del mondo arriva invece la eSim, un chip integrato con la stessa funzione. Preordini al via il 14 settembre. I primi utenti avranno nelle mani i dispositivi sette giorni dopo.Prezzi salati ma in linea con le previsioni. Il XS parte da 1189 euro (lo stesso costo dell'iPhone X). L'iPhone XS Max da 1289 dollari.

L'economico (o quasi) iPhone XR

Il terzo dispositivo è il XR. Nome circolato ma meno gettonato rispetto al XC. È stato ribattezzato “l'iPhone low-cost”. Lo è se confrontato con i fratelli maggiori. Ma resta a un prezzo non adatto a tutte le tasche (cosa che Apple non ha mai cercato): 889 euro per uno smartphone da 6,1 pollici. Ha lo stesso chip dei due XS. Un design simile e la medesima gamma di sensori anteriori, che permettono di avere il FaceID. Cos'è, allora, che taglia il prezzo? Prima di tutto il display: è un Lcd e non un Oled. E poi alcune finiture e l'assenza delle seconda fotocamera posteriore. “Vogliamo portare la nostra tecnologia a un pubblico quanto più ampio possibile”, ha detto Schiller. Tradotto: tagliamo 200 euro per catturare un nuovo pubblico. Più giovane, come dimostrano le colorazioni più eccentriche: bianco, nero, blu, corallo, giallo e rosso. Il tasto dolente, lasciato scivolare durante la presentazione, è la data di lancio: 26 ottobre, un mese dopo i XS. Le ragioni (anche queste previste) dovrebbero essere le stesse che spinsero, lo scorso anno, a posticipare l'arrivo del X. Cioè difficoltà produttive legate al display. Nel 2017 il problema era stato fabbricare Oled su basta scala. Quest'anno combinare la tecnologia Lcd con il nuovo design.

Apple Watch ci mette il cuore

Ed eccoci alla quarta serie dell'Apple Watch. Il ritocco è deciso: display più ampio del 30%, bordi assottigliati e angoli smussati. Audio migliorato. Ma non sono solo queste le caratteristiche che conquistano la platea, nonostante il vicepresidente che lo presenta, Jeff Williams, non brilli per verve. Coerente con la strada intrapresa negli anni scorsi, Apple accelera sulla salute. E copre una gamma di funzioni che vanno dal fitness alla sanità. L'Apple Watch 4, ad esempio, capisce se chi lo indossa è caduto e, se non riceve risposta dall'utente, fa partire delle chiamate di emergenza ai numeri predefiniti. Per tenere a bada il cuore, lo smartwatch invierà una notifica se il battito è troppo lento o irregolare. Ma la vera chicca è un elettrocardiografo integrato. Basta poggiare per una trentina di secondi il polpastrello sulla corona dell'orologio. Il dispositivo elabora i dati e costruisce un elettrocardiogramma. Archivia i dati e produce un documento che può essere inviato al proprio medico. Una brutta e una buona notizia: la funzione, già approvata negli Stati Uniti, per ora non arriverà nel resto del mondo. Anche se Williams ha afferma di “lavorare duramente” per un'espansione globale. La buona nuova è l'approdo in Italia della versione Lte, cioè quella indipendente dallo smartphone che ancora non si era vista da queste parti. L'Apple Watch 4 si potrà ordinare dal 14 settembre e avere al polso dal 21. Il modello solo Gps parte 439 euro e quello Lte da 539 euro.

 

Oltre mille invenzioni provenienti da 61 Paesi diversi, 7 padiglioni in 100 mila metri quadri di estensione, 25 università e centri di ricerca coinvolti, 55 scuole italiane selezionate di cui 5 provenienti dall'Unione europea. Questi sono alcuni dei numeri della sesta edizione di 'Maker Faire Rome – The European Edition', manifestazione promossa dalla Camera di Commercio di Roma e organizzata dalla sua azienda speciale Innova Camera in programma dal 12 al 14 ottobre alla Fiera di Roma che fa convergere nella capitale il meglio dell'innovazione da tutto il mondo.

Una ribalta dedicata alle famiglie, ai bambini e a tutti gli appassionati di innovazione, ma anche un format consolidato per le aziende e gli innovatori di professione che utilizzano la cultura digitale come mezzo per affrontare le nuove sfide dei mercati. Tre sono i temi al centro dell'edizione 2018, come indicato oggi durante una conferenza stampa al Tempio di Adriano a Roma da Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di Commercio di Roma:

  • innovazioni robotiche,
  • intelligenza artificiale,
  • economia circolare.

Proprio quest'ultimo settore è quello che rappresenta la novità e l'interesse maggiore per l'attualità e la portata potenziale delle invenzioni sulla radicale trasformazione sociale ed economica che sta cambiando rapidamente lo stile di vita delle persone.

Un intero padiglione sarà dedicato all'economia circolare e mostrerà i percorsi virtuosi che sono stati sviluppati dalle aziende dotate di una particolare visione – e che da anni hanno abbandonato i vecchi modelli produttivi 'lineari' – a giovanissime startup che presenteranno come l'innovazione tecnologica, nel modo dell'economia circolare, sia sempre sinonimo di creatività.
Nel padiglione ci sarà chi riesce a trasformare la canapa in bioplastica per stampare, con tecnologie 3D, oggetti indispensabili alla vita delle persone o chi produce tessuti utilizzando lo scarto delle lavorazioni casearie o fibre tessili e lane riciclate, o chi realizza prodotti farmaceutici dagli insetti o offre soluzioni al risanamento edilizio con colture microbiche o chi, infine, offre una bioraffineria in scatola per usi domestici.

Cuore del padiglione sarà il grande ristorante circolare allestito nello spazio Eni e progettato dallo studio Carlo Ratti Associati che mostrerà l'impatto concreto sulla vita quotidiana delle persone delle tecnologie Eni che trasformano i rifiuti solidi in energia e in un biocarburante di seconda generazione, oli di frittura in biodiesel e polistirene in polistirene espandibile destinato al settore dell'isolamento termico.

I temi del Maker Faire

A 'Maker Faire' si spazierà, poi, dall'Internet delle cose e dall'intelligenza artificiale alla manifattura digitale, passando per il cibo del futuro alla sensoristica; mobilità smart, riciclo e riuso, realtà virtuale e aumentata, salute e benessere; scienza e biotecnologie e droni. Non mancherà poi un'area dedicata allo Spazio, ovvero alla celebrazione del Programma Apollo, un'anteprima assoluta del cinquantennale del primo sbarco sulla Luna che si celebrerà nel 2019. Protagonisti di quest'area i pionieri che realizzarono i primi satelliti della serie San Marco.

Confermata l'area della robotica – curata da Bruno Siciliano docente di Robotica all'Universita' Federico II di Napoli e autore del libro 'Handbook of Robotics', manuale di riferimento per tutta la robotica mondiale – che, dopo il grande exploit del 2017 con la presenza delle migliori realtà italiane, quest'anno cresce di importanza e si arricchisce di set up dimostrativi provenienti da tutta Europa.

"Mostreremo interessanti invenzioni e faremo vedere che i robot non solo 'job killer', non tolgono il lavoro, ma lo migliorano come il chirurgo robot che entra in sala operatoria ma dietro al quale c'e' sempre l'azione dell'uomo", ha spiegato durante la conferenza stampa il professor Siciliano. 'Maker Faire Rome' non è solo un punto di arrivo per i tanti inventori che espongono i propri progetti, ma vuole essere un punto di partenza verso un futuro migliore. Per questo, anche l'edizione 2018, si arricchisce di contest e iniziative speciali finalizzate a valorizzare i migliori progetti, per garantire visibilità e lo sviluppo delle diverse iniziative presentate: un riconoscimento pubblico e tangibile al valore della creatività esposta durante la manifestazione.

Eni, main partner

Tra i contest proposti quest'anno di particolare importanza è MakeIn'Africa promosso da Eni, main partner della manifestazione, che ha lo scopo di supportare e diffondere la realizzazione di soluzioni tecnologiche innovative a sostegno dell'accesso all'energia, di un'economia circolare e dell'efficienza energetica nel Continente Africano.

"Si tratta di una ventina di progetti di innovazione tecnologica che in un contesto come quello africano assumono un significato particolare – spiega Alessandro Ranellucci, che affianca Massimo Banzi come co-curatore dell'edizione di 'Maker Faire Rome' – come per esempio il miglioramento di un processo di cottura dei cibi, che fa si' che le donne passino meno tempo a trasportare il combustibile nelle abitazioni per cucinare e quindi possano studiare".

Si riconferma, poi, Make to Care promosso da Sanofi Genzyme, giunto alla sua terza edizione, e finalizzato a far emergere e facilitare la realizzazione, nonchè la diffusione, di soluzioni innovative e utili a incontrare i bisogni reali delle persone affette da qualunque forma di disabilità, intesa come qualsiasi diminuzione marcata della qualità della vita a causa di patologie e/o eventi traumatici.

IGPDecaux, leader nella comunicazione esterna in Italia, parteciperà a MakerFaire Rome 2018 in qualità di media partner e lancerà una Social Innovation Challenge volta a mantenere vivo il dialogo su Nuovi Usi partecipati e tecnologici degli spazi pubblici urbani. Verrà chiesto ai partecipanti di lavorare con dei metodi all'avanguardia per progettare nuove pratiche d'uso dello spazio pubblico urbano, inclusive e collaborative, indotte dallo sviluppo tecnologico, che siano promosse e facilitate da servizi finanziabili con la vendita di pubblicità.

Di particolare attualità e interesse, infine, è un altro dei temi che verrà affrontato in questa edizione, ossia quello del negozio 4.0, ovvero come potenziare, senza snaturarlo, il punto vendita tradizionale con le nuove tecnologie digitali, ma non solo quelle. Sarà presente un negozio temporaneo per mostrare alcune tecnologie innovative, ma utilizzabili già oggi con successo, per il punto di vendita fisico. Vi sarà anche una parte di seminari centrata sui temi dell'innovazione nel commercio e nel potenziamento del punto vendita grazie alle nuove tecnologie con due appuntamenti, venerdì 12 ottobre pomeriggio e domenica 14 mattina. 

Il ristorante circolare

 Un intero padiglione dedicato all'economia circolare mostrerà i percorsi virtuosi che sono stati sviluppati dalle aziende per coniugare rispetto per l'ambiente e sviluppo economico. Il cuore del padiglione sarà rappresentato dal grande ristorante 'circolare' allestito nello spazio espositivo di circa 500 metri quadri dell'Eni e progettato con lo studio Carlo Ratti Associati per mostrare l'impatto concreto sulla vita quotidiana delle persone di tre tecnologie Eni: valorizzazione della frazione organica del rifiuto solido urbano (Forsu) per trasformarla in energia e in un biocarburante di seconda generazione; produzione di biodiesel da oli di frittura esausti e riciclo di polistirene per la produzione di polistirene espandibile destinato al settore dell'isolamento termico.

Nel ristorante i visitatori, dopo aver consumato pietanze fritte oppure bevuto bevande centrifugate, diventeranno loro stessi 'attori virtuosi' del ciclo di trasformazione, all'interno dei processi industriali Eni, degli scarti generati dalla cucina in nuove risorse. "Ci siamo concentrati sull'economia circolare perché è la nuova frontiera – ha spiegato durante la presentazione della sesta edizione di 'Maker Faire Rome' al Tempio di Adriano, Giuseppe Ricci, Chief Refining & Marketing Officer di Eni – per il risparmio, per la riduzione dell'impatto ambientale e per lo sviluppo economico, in quanto si creano nuove aziende e nuovi posti di lavoro".

Eni è da anni impegnata concretamente in questo ambito, dal recupero delle plastiche ai biocarburanti. E ora nel ristorante 'circolare' al 'Maker Faire' i visitatori potranno vedere in concreto di cosa si tratta e quanto sia importante. "Se pensate che si producono ogni anno 300 mila tonnellate di oli fritti nel nostro Paese, ma oltre il 70% finisce disperso nell'ambiente – ha detto ancora Ricci – si capisce quanto sia importante l'azione di recupero attraverso la trasformazione in biocarburanti che riduce l'impatto ambientale e dà lavoro. Questo tema non è quindi solo tecnologico, ma culturale ed è di fondamentale importanza fare sistema per far crescere la cultura del recupero".

Sei in ritardo, hai pensato tutto il giorno a cosa indossare per l’appuntamento di stasera, esci dalla doccia, apri l’armadio e no, quella camicia che adori non c’è; allora ti viene un dubbio tremendo, guardi la sedia lì accanto e sai già che sotto quell’accumulo di vestiti riposerà lì stropicciata; e ti chiedi, per l’ennesima volta in vita tua, ma come si può non accumulare quella montagna di vestiti che, per un motivo o per un altro, vegetano impastati su quella sedia, come una specie di limbo dove non vengono né lavati (ancora non sono sporchi) né riutilizzati (perché non stirati). Dalla Gran Bretagna arriva la risposta. 

Ma come sempre è meglio fornire qualche dato: secondo Reuters almeno nel 60% delle nostre camere da letto vegetano vestiti indossati solo una volta e che non metteremo più finché non decideremo di buttarli ancora puliti in lavatrice tagliando così la testa al toro. Beh, quel tempo oggi giunge al termine perché sul mercato inglese e, si spera, prestissimo su quello mondiale arriverà Day2, una sorta di aerosol spray per i nostri vestiti.

Ma cosa fa Day2 esattamente?

Tre cose: elimina gli odori, rimuove le pieghe e ammorbidisce il tessuto; come scrive Quartz, una sorta di antirughe per i nostri vestiti. Day2 non sostituisce il lavaggio ma permette di indossare nuovamente quella maglietta che da una settimana staziona in camera da letto incerta sul suo destino. Costa appena 7,50 Pounds e la bottiglietta contiene 200 ml di liquido magico, 200 ml contro, dice il sito ufficiale, i 60 litri di acqua che vi farà risparmiare utilizzandolo al posto di lavaggi totalmente inutili.

L’azienda che lo produce, Unilever, assicura anche che ogni bottiglietta è alimentata ad aria, per cui non contribuirete nemmeno all’avvelenamento del paese. È proprio il caso di dire, quando una semplice invenzione può migliorarti la vita nelle piccole cose. La casalinga che c’è in voi non vede l’ora di provarlo vero? Non dovrete aspettare moltissimo, Un portavoce di Unilever dice che presto sarà disponibile anche su Ocado, il supermercato online britannico e su Amazon.

Criticare l’azienda per cui si lavora su Facebook può portare dritti, dritti al licenziamento per giusta causa. Non è così se lo si fa in una chat privata. A giugno la Cassazione si era pronunciata su una vicenda del 2012 stabilendo in modo definitivo che no, non ci si può lamentare del proprio datore di lavoro in un luogo pubblico quale è considerata la bacheca di Facebook. Un'altra sentenza di settembre ha specificato che le cose cambiano se si dà addosso al capo in una conversazione privata, quale deve essere considerata una chat (anche con più di due partecipanti). Per capire le differenze tra i due casi bisogna ricostruire le due vicende.

Leggi anche su Repubblica: Insulti i capi in chat. Reintegrato. Cassazione: "Sono conversazioni private"

L'impiegata

Una dipendente di una azienda di Forlì si sfogata così sulla propria bacheca di Facebook: “Mi sono rotta i coglioni di questo posto di merda e della proprietà”. Peccato che tra i suoi 'amici' ci fosse anche il legale della società. Risultato: licenziamento in tronco. La sanzione viene confermata il primo e secondo grado e ad aprile era arrivata anche la sentenza della Cassazione.

Il sindacalista

Una guardia giurata, dipendente di una società di sicurezza, si era riferito all'amministratore delegato dell'azienda usando parole offensive, in una conversazione nel gruppo Facebook del sindacato. La schermata della chat era stata stampata e inviata all'azienda da un anonimo e il sindacalista era stato licenziato. Il provvedimento era stato annullato dalla Corte d'appello di Lecce e la Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda contro la decisione dei giudici di secondo grado: il dipendente dovrà essere reintegrato e risarcito.

Leggi anche l'articolo di TgCom24

Le differenze tra le due vicende

Due casi che sembrano avere gli stessi presupposti, ma sono in realtà profondamente diversi: l'unica cosa che hanno in comune è l'uso di una piattaforma social.

Nel caso dell'impiegata “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l'uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone pertanto la condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo”. In sostanza scrivere una cosa sulla bacheca Facebook è come dirla in una piazza, con l'aggravante di non sapere quanta gente sta ad ascoltarci.

Nel caso del sindacalista, invece, la tutela della "segretezza" delle comunicazioni riguarda anche le mailing list, le newsgroup e le chat, da considerare "alla stregua della corrispondenza privata, chiusa e inviolabile". Per questo i messaggi diffusi all'interno di gruppi ristretti come le chat (anche collettive). Secondo la Cassazione, chat e mailing list devono essere considerate "corrispondenza inviolabile" e quindi sono incompatibili con la diffamazione" che presuppone "la destinazione delle comunicazioni alla divulgazione nell'ambiente sociale". In particolare alla conversazione partecipavano gli iscritti al sindacato e bisogna considerarla "privata e riservata" e le parole usate "uno sfogo in un ambiente ad accesso limitato". Non solo: sfogarsi in quel contesto, secondo i giudici, è "riconducibile piuttosto alla libertà, costituzionalmente garantita, di comunicare riservatamente".

I precedenti

Non è la prima volta che un dipendente perde il lavoro a causa di un utilizzo incosciente dei social network. Nel 2015 era toccato a una dipendente di una mensa scolastica di Nichelino, in provincia di Torino. La donna aveva condiviso sul profilo Facebook – con tanto di restrizioni legate alla privacy – il post di un politico contenente la foto di un piatto di polenta destinato agli alunni contenente un insetto. “Mah…io una polenta con aggiunta di scarafaggi non la mangerei volentieri”, aveva commentato la donna che guadagnava 370 euro al mese. Via dall’azienda.

Nel 2012, invece, un operaio abruzzese era stato adescato sul social dal proprio capo sotto mentite spoglie. Spacciandosi per una donna, il responsabile aveva appurato che l’uomo preferiva chattare con la signora invece di fare il suo lavoro. Anche in quel caso, la Cassazione aveva ritenuto giusto il licenziamento e l’investigazione, considerati anche i precedenti: “Il lavoratore – si legge nella sentenza – era stato sorpreso a telefono lontano dalla pressa cui era addetto”.

Un vademecum

Ma cosa si può scrivere e cosa no sui social? Il sito Workengo prova a stilare un vademecum in 4 punti:

  1. Intanto bisogna ricordarsi che Facebook in realtà è un luogo pubblico, e va trattato di conseguenza, con prudenza ed accortezza, evitando di pubblicare contenuti che possano nuocere all’immagine e reputazione della propria azienda.
  2. Denigrare il proprio datore di lavoro o superiori non è esattamente una mossa da Napoleone! Anzi, porta a un licenziamento in tronco pienamente in linea con l’articolo 2.105 del codice civile, che si instaura al momento dell’assunzione e decade solo quando il contratto di lavoro è cessato, e che prevede la fedeltà all’azienda.
  3. Anche usare troppo i social durante l’orario di lavoro non è una grande idea, dal momento che i computer ed i dispositivi se appartengono all’azienda, non danno alcun adito ad eventuali proteste sull’invasione della privacy, tipiche di chi contesta sanzioni o licenziamenti per l’eccesso di attività su Facebook o altri social.
  4. Se poi siete assenti da lavoro e pubblicate foto mentre fate aperitivo o siete al mare invece di essere sotto le coperte e stravolti dalla febbre come avevate assicurato, beh…non si può dire che il vostro licenziamento sia immotivato da molteplici punti di vista.
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