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La sfida della banda ultralarga per le imprese, “la più importante per il Paese”, il piano Aree Grigie allo studio del governo, il 5G come lo standard “che farà da volano” per “molti servizi, soprattutto business, che potranno essere erogati, a patto però che ci sia la fibra”.

Di questo si è parlato a Telco per l’Italia – 360Summit, convegno organizzato da CorCom (Digital360), dedicato alla banda ultralarga, al 5G e alle possibilità di sviluppo per le imprese. In particolare la discussione si è concentrata sulle cosiddette Aree Grigie, quelle economicamente strategiche, dove ha sede la maggior parte delle imprese e dei distretti industriali.  

Ad aprire i lavori il ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano, da pochi giorni anche presidente del COBUL (Comitato Banda Ultralarga). “Il 19 dicembre – ha annunciato – affronteremo in una riunione il tema delle infrastrutture del nostro Paese e le potenzialità che nuove tecnologie come il 5G possono portare”. Sempre a proposito delle nuove tecnologie, Pisano ha ricordato come sia prima di tutto necessario “studiare il modello di business”, in termini di “nuovi servizi, di chi li utilizza e chi saranno i nuovi consumatori”.

Nel corso dell’appuntamento è stato anche presentato il rapporto di Ericsson sulle potenzialità del 5G sull’industria italiana, con numeri sui ricavi potenziali per gli operatori delle TLC e di 10 settori industriali, identificati come quelli a maggior potenziale.
A fare il punto sul piano Aree Grigie e dei voucher (misure a sostegno della domanda,  iniziative per l’attivazione di servizi di connessione ad almeno 100 Mbps in download) Salvatore Lombardo, Direttore Generale di Infratel, società in-house del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) che si occupa dei Piani Banda Larga e Ultra Larga del Governo.

“Nel 2025 – ha ricordato Lombardo – la Commissione Europea ha posto un nuovo obiettivo: quello della Gigabit society, che deve garantire a tutte le imprese ad alta intensità tecnologica servizi ad un Gigabit, a tutte gli uffici pubblici e alle scuole. Inoltre si deve avere una copertura 5G per le principali città e strade di comunicazione”.

Per Lombardo “occorre realizzare reti cosiddette VHCN, capaci di evolvere da 100 Megabit a 1 Gigabit, reti che verranno sviluppate nelle principali città e aree di impresa. Il piano aree bianche è ‘in compliance’ con gli obiettivi del 2025 (piano che “coinvolge 6600 località, 30 mila sedi di PA e 14 milioni di abitanti”).

Lombardo ha sottolineato che quello da “fare è il piano Aree Grigie, necessario anch’esso per raggiungere gli obiettivi della Gigabit society. Ma occorre un intervento di stimolo alla domanda”.

Per Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform “sulle Aree Grigie è fondamentale l’intervento pubblico ma bisogna passare dall’annuncio a fare le cose. C’è bisogno di dare segnale concreto”. Sui voucher “sono un buono strumento ma devo essere di almeno 100 Megabit”. Il 5G? “Sarà un bel boost per il mercato”.

Dunque il 5G come volano di sviluppo. Per Andrea Rangone, CEO di Digital360, “dal 5G può venire un nuovo importante sviluppo per la digitalizzazione del Paese perché sono molti gli ambiti di business in cui le reti 5G potrebbero dare un contributo significativo: dalle smart city alle auto connesse, dalla realtà aumentata e virtuale all’Industria 4.0, dall’Intelligenza Artificiale alla Blockchain, dai Big Data al Cloud, dall’E-Health ai trasporti. Un importante contributo alla crescita del PIL, pari a circa l’1%, potrebbe arrivare proprio dai servizi basati sulle nuove reti, come fibra e 5G. Ma perché questo si realizzi il settore Telco deve essere messo nelle condizioni di investire e sperimentare, anche grazie a partnership con altre imprese, università e pubbliche amministrazioni”.

La sfida della banda ultralarga per le imprese, “la più importante per il Paese”; il piano Aree Grigie allo studio del Governo; il 5G come lo standard “che farà da volano” per “molti servizi, soprattutto business, che potranno essere erogati, a patto però che ci sia la fibra”. Di questo si è parlato a Telco per l’Italia – 360Summit, convegno organizzato da CorCom (Digital360), dedicato alla banda ultralarga, al 5G e alle possibilità di sviluppo per le imprese. In particolare la discussione si è concentrata sulle cosiddette Aree Grigie, quelle economicamente strategiche, dove ha sede la maggior parte delle imprese e dei distretti industriali.  

Ad aprire i lavori il ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano, da pochi giorni anche presidente del COBUL (Comitato Banda Ultralarga). “Il 19 dicembre – ha annunciato – affronteremo in una riunione il tema delle infrastrutture del nostro Paese e le potenzialità che nuove tecnologie come il 5G possono portare”.

Sempre a proposito delle nuove tecnologie, Pisano ha ricordato come sia prima di tutto necessario “studiare il modello di business”, in termini di “nuovi servizi, di chi li utilizza e chi saranno i nuovi consumatori”. Nel corso dell’appuntamento è stato anche presentato il rapporto di Ericsson sulle potenzialità del 5G sull’industria italiana, con numeri sui ricavi potenziali per gli operatori delle TLC e di 10 settori industriali, identificati come quelli a maggior potenziale.

A fare il punto sul piano Aree Grigie e dei voucher (misure a sostegno della domanda, iniziative per l’attivazione di servizi di connessione ad almeno 100 Mbps in download) Salvatore Lombardo, direttore generale di Infratel, società in-house del ministero dello Sviluppo economico (MISE) che si occupa dei piani banda larga e ultra larga del governo. “Nel 2025 – ha ricordato Lombardo – la Commissione Europea ha posto un nuovo obiettivo: quello della Gigabit society, che deve garantire a tutte le imprese ad alta intensità tecnologica servizi ad un Gigabit, a tutte gli uffici pubblici e alle scuole. Inoltre si deve avere una copertura 5G per le principali città e strade di comunicazione”.

Per Lombardo “occorre realizzare reti cosiddette VHCN, capaci di evolvere da 100 Megabit a 1 Gigabit, reti che verranno sviluppate nelle principali città e aree di impresa. Il piano aree bianche è ‘in compliance’ con gli obiettivi del 2025 (piano che “coinvolge 6600 località, 30 mila sedi di PA e 14 milioni di abitanti”). Lombardo ha sottolineato che quello da “fare è il piano Aree Grigie, necessario anch’esso per raggiungere gli obiettivi della Gigabit society. Ma occorre un intervento di stimolo alla domanda”.

Per Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform “sulle Aree Grigie è fondamentale l’intervento pubblico ma bisogna passare dall’annuncio a fare le cose. C’è bisogno di dare segnale concreto”. Sui voucher “sono un buono strumento ma devo essere di almeno 100 Megabit”. Il 5G? “Sarà un bel boost per il mercato”.

Dunque il 5G come volano di sviluppo. Per Andrea Rangone, CEO di Digital360, “dal 5G può venire un nuovo importante sviluppo per la digitalizzazione del Paese perché sono molti gli ambiti di business in cui le reti 5G potrebbero dare un contributo significativo: dalle smart city alle auto connesse, dalla realtà aumentata e virtuale all’Industria 4.0, dall’Intelligenza artificiale alla blockchain, dai big data al cloud, dall’e-health ai trasporti. Un importante contributo alla crescita del PIL, pari a circa l’1%, potrebbe arrivare proprio dai servizi basati sulle nuove reti, come fibra e 5G. Ma perché questo si realizzi il settore Telco deve essere messo nelle condizioni di investire e sperimentare, anche grazie a partnership con altre imprese, università e pubbliche amministrazioni”. 

Esiste una black list di emoji realizzata da Facebook in linea con la politica più conservatrice messa in atto dalla società di Zuckerberg; per molti troppo conservatrice, con un pensiero rivolto immediatamente ai nudi d’arte più volte vittime di censura.

Sotto la lente d’ingrandimento sono finite melanzane, pesche, banane…sono questi i frutti del peccato ai quali i controllori di Facebook (ma anche di Instagram) presteranno particolare attenzione riguardo il loro utilizzo. La teoria è che il linguaggio in codice, informale, che viene spesso utilizzato in conversazioni private su Whatsapp, dove appunto pesche, banane oppure l’emoji con le tre goccioline d’acqua, rappresentano metafore di messaggi osè, diventi un’abitudine di pubblico dominio, dunque ufficialmente pornografica, dunque non rispettosa della policy adottata dall’azienda.

Non si tratta di un divieto tout court ma di un’attenzione che verrà rivolta nei confronti di certe emoticon e dell’utilizzo che ne facciamo. Alcuni esempi possono forse chiarire meglio la situazione: se avremo voglia di celebrare il corpo di una star di Hollywood, magari postando una foto dove il suo lato B sia protagonista assoluto dell’attenzione dei nostri follower, non sarà possibile coprirlo con una pesca; il frutto non vi salverà dalla violazione delle regole dei social.

E scatterà il segnale di stop anche se qualcuno dovesse commentare con le tre famigerate goccioline d’acqua. Naturalmente il sistema di controllo si basa su un algoritmo, che difficilmente ha una capacità di giudizio elastica, per cui in passato è già successo che, come già ricordato, nudi d’arte fossero scambiati per pornografia o vignette satiriche per dichiarazioni terroristiche. Un rappresentante di Facebook ha dichiarato a XBiz.com, la rivista online che per prima si è accorta di questo aggiornamento, che nulla di sostanziale è cambiato: “Spesso apportiamo aggiornamenti ai nostri standard comunitari. Pubblichiamo queste modifiche sul nostro sito in modo che la nostra community ne sia a conoscenza. Con questo aggiornamento, nulla è cambiato in termini di politica stessa o di come la applichiamo, abbiamo semplicemente aggiornato la lingua per renderla più chiara per la nostra comunità”.

 

Facebook, Instagram Target Sex Workers With Updated ‘Community Standards’ @facebook @instagram https://t.co/xy4QlIioky pic.twitter.com/xlaxL6050S

— XBIZ (@XBIZ)
October 23, 2019

 

E a chi grida alla censura lo stesso rappresentante di Facebook, rimasto anonimo, risponde “il contenuto verrà rimosso da Facebook e Instagram solo se contiene un’emoji sessuale insieme a una richiesta implicita o indiretta di immagini di nudo, sesso o partner sessuali o conversazioni di chat sessuale”.

Su alcuni servizi online vietati ai minori, l’unica barriera è una domanda: hai almeno 18 anni? L’avrà capito anche chi ne ha meno che basta cliccare “sì” per passare. Instagram non faceva neppure questo: i termini d’uso hanno sempre proibito l’accesso agli under 13, ma con controlli molto limitati, che non prevedevano neppure di chiedere (figurarsi di verificare) la data di nascita dell’utente. Fino a ora.

Instagram chiederà ai nuovi utenti la loro data di nascita. Se si hanno meno di 13 anni, niente account. Se è collegato con quello di Facebook, verrà automaticamente aggiunta la data di nascita che si trova sul social parente. Ma non verrà resa pubblica. Quindi niente notifiche di compleanno. Se si modifica la data di nascita su Facebook, si aggiornerà automaticamente anche su Instagram. Se i due account non sono collegati, è possibile aggiungere o modificare la propria data di nascita direttamente sulla piattaforma fotografica. Certo, si può sempre mentire. Se il social sospettasse la bugia, il profilo verrebbe sospeso in attesa di ulteriori verifiche.  

Un’esperienza “personalizzata”

“In passato – si legge in un post della società – Instagram non ha mai chiesto l’età delle persone perché si è sempre posta come un luogo dove potersi esprimere liberamente”. L’obiettivo non è solo vietare l’ingresso a chi non è (mai stato) autorizzato. “Questi cambiamenti – afferma Instagram – permetteranno di adeguare le diverse esperienze offerte dalla piattaforma all’età dei suoi utenti con un’attenzione particolare ai più giovani”. Nelle prossime settimane, verrà introdotta una nuova impostazione che permette di non ricevere messaggi diretti o di non essere aggiunto ai gruppi di chat da persone che non seguono.

Nel corso dei prossimi mesi “verrà studiato come le nuove informazioni potranno contribuire ad accrescere ulteriormente i livelli di protezione. Ad esempio i più giovani verranno incoraggiati ad utilizzare tutti gli strumenti di controllo dell’account e della privacy che la piattaforma mette a loro disposizione”. Quindi notifiche e raccomandazioni su misura. È anche chiaro che, come fa ogni social che chiede la data di nascita, “esperienza personalizzata” vuol dire anche una pubblicità che si orienta in base all’età.   

Le funzioni per i più giovani

Nelle scorse settimane, Instagram aveva annunciato almeno due misure legate all’età degli utenti. A settembre, la piattaforma ha stretto sui prodotti dimagranti, beveroni miracolosi e chirurgia estetica. Vietate non soltanto le inserzioni (pagate dalle aziende al social) ma anche i post promozionali (pagati dalle aziende agli influencer). I casi più eclatanti sono esclusi, per tutti.

La zona grigia, invece, è modulata in base all’età. Alcuni post non saranno più visibili ai minorenni (o almeno quelli che secondo i dati in possesso della piattaforma lo sono). All’inizio di ottobre è arrivata l’estensione globale della funzione “silenzia”: chiunque potrà togliere la voce a un utente, senza necessariamente bloccarlo. E i suoi commenti non saranno più visibili sotto i post. Quest’ultima, è un’opzione disponibile per ogni utente, immaginata però soprattutto per i più giovani: è stata infatti strutturata – come ha spiegato il capo di Instagram Adam Mosseri – per arginare il bullismo. L’account silenziato potrà continuare a commentare i post dell’utente, ma non sarà più visibile agli altri. In sostanza, non saprà di essere stato zittito, riducendo il rischio di ritorsioni social.  

La gara italiana per esperti di sicurezza informatica riparte con l’apertura delle iscrizioni alla CyberChallenge.IT, il primo programma nazionale di addestramento rivolto a giovani talenti per creare i cyber-defender del futuro.

Dopo il successo dell’edizione 2019, che ha portato l’Italia a conquistare il secondo posto della European Cybersecurity Challenge, il programma riparte quest’anno rilanciando l’ambizioso obiettivo di incoraggiare il “talento cyber” di giovani studenti e universitari dai 16 ai 23 anni.

Le registrazioni sono aperte dal 2 dicembre al 17 gennaio e daranno l’opportunità a centinaia di giovani brillanti e motivati di essere selezionati per partecipare a un programma di addestramento gratuito presso ventisette sedi universitarie, nella primavera del 2020: primo passo per una futura carriera nell’ambito della sicurezza informatica.

I giovani talenti saranno seguiti da esperti universitari e da aziende leader del settore, che li introdurranno ai principi scientifici, tecnici ed etici della cybersecurity con attività pratiche di difesa dagli attacchi cyber. Il programma culminerà in una gara finale nazionale che eleggerà la migliore squadra d’Italia. Tra tutti i partecipanti alla formazione e alle gare, i migliori saranno poi selezionati per formare la Squadra Nazionale Italiana dei Cyberdefender, che avrà l’opportunità di confrontarsi con le altre nazionali in eventi e competizioni in tutto il mondo.

Il programma è organizzato dal Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del CINI.

“Con questa iniziativa, ormai giunta alla quarta edizione, intendiamo incoraggiare lo sviluppo di nuovi innovatori nell’ambito della sicurezza informatica, dando ai più giovani l’opportunità di crescere in un percorso altamente qualificante e che dà grande lustro al nostro Paese – ha commentato il direttore Laboratorio Nazionale Cybersecurity del Cini, Paolo Prinetto -. CyberChallenge.IT è la punta di diamante tra le iniziative che il  Laboratorio ha progettato e realizzato, lavorando per colmare una carenza di figure professionali all’altezza delle sfide cibernetiche e industriali del futuro”.

Ulteriori dettagli sono disponibili sul sito Web: www.cyberchallenge.it.​

Contro i rischi di un furto delle impronte digitali, sempre più utilizzate per sbloccare smartphone e tablet, Kaspersky ha prodotto il primo anello sblocca-telefono. Un accessorio che oltre alla valenza estetica, integra un’impronta digitale artificiale univoca, che l’utente può chiedere di sostituire nel caso in cui questa venga compromessa.

Per realizzare il gioiello l’azienda russa specializzata nella sicurezza informatica si è rivolta al designer Benjamin Waye e all’agenzia di creativi svedesi Archetype, che lo hanno progettato. Realizzato da una gomma innervata di conduttori, l’accessorio viene letto dai sensori come un normale dito, la cui superficie contiene appunto l’impronta digitale. Questo può essere configurato per sbloccare un dispositivo, validare una transazione o aprire una porta ed è compatibile con i lettori di impronte in circolazione. Tuttavia, nel caso in cui l’impronta dovesse essere compromessa (se un attaccante è motivato, un bicchiere usato dal bersaglio può essere sufficiente), sarà sufficiente disattivare lo sblocco con impronta digitale del dispositivo ed eventualmente richiedere un nuovo anello.

Per garantire l’unicità del prodotto, spiega Kaspersky, l’accessorio è realizzato utilizzando uno specifico software che garantisce una distribuzione casuale delle fibre conduttive nascoste sotto l’impronta digitale. Una trama non ripetibile che rende la sola impronta insufficiente a sbloccare un dispositivo e dunque dà la possibilità all’utente di utilizzare il lettore biometrico senza doversi preoccupare che la sua impronta reale possa essere rubata.

Purtroppo per i più curiosi e appassionati di gadget digitali, l’anello è finora stato presentato esclusivamente con uno scopo dimostrativo. L’obiettivo dell’iniziativa è infatti tanto quello di fornire un esempio di miglioramento delle tecnologie biometriche quanto di accrescere l’attenzione verso soluzioni di questo tipo, che finora hanno dato numerose prove della loro inaffidabilità.

Se pin e password possono essere resettate e modificate, altrettanto non vale per le impronte digitali, che per loro stessa natura non sono modificabili. Ma il discorso può essere esteso a qualsiasi tipo di dato biometrico, ovvero di tutti quelle informazioni che fanno parte del nostro corpo e che una volta compromesse diventano inutili ai fini della sicurezza digitale.

Un esempio eclatante risale al 2015, quando dei criminali informatici hanno avuto accesso a un archivio del personale dell’amministrazione statunitense, rubando e rendendo pubbliche le impronte digitali di circa 5,6 milioni di dipendenti. Utilizzate per l’identificazione biometrica, quelle informazioni sono irrimediabilmente compromesse.

Più recente invece la scoperta di un archivio non adeguatamente protetto e contenente le impronte digitali e le mappe facciali di oltre un milione di agenti di polizia, contractor militari e dipendenti bancari, per un totale di circa un milione di identità. Sebbene non vi sia prova che quelle informazioni siano state trafugate, il rischio che un criminale informatico se ne sia impossessato senza rendere nota l’informazione le rende potenzialmente compromesse.

“L’anello è solo uno dei possibili modi che abbiamo a disposizione per affrontare i problemi di oggi legati alla cybersecurity in ambito biometrico e di sicuro non rappresenta la soluzione definitiva – ha commentato il direttore del team di ricerca e analisi europeo di Kaspersky, Marco Preuss – Una soluzione definitiva comporterà la creazione di misure e di tecnologie che garantiscano davvero la protezione dell’identità unica delle persone. Una soluzione di questo tipo deve ancora essere sviluppata e, a voler essere onesti, lo stato attuale degli studi relativi alla sicurezza in campo biometrico non ha ancora raggiunto una tale maturità”.

Tuttavia, l’impiego di simili metodi è in costante crescita, imponendo agli utenti e al mondo della sicurezza informatica un cambio di passo nel modo in cui vengono conservati e protetti i dati. “Per questo abbiamo pensato fosse estremamente importante avviare un dibattito all’interno delle aziende interessate – conclude Preuss -, in modo da sviluppare al più presto un approccio collaborativo che sia in grado di portare a una protezione più efficace”.

Circa 30 Gigabit al secondo: è la velocità record di trasferimento dati raggiunto da un gruppo di ricercatori dell’Università giapponese di Osaka che  sono riusciti a creare un nuovo ricevitore per le radiazioni di frequenza terahertz che consente una comunicazione dati wireless estremamente rapidi.

Il record di trasmissione da 30 gigabit al secondo in tempo reale senza errori che hanno ottenuto potrebbe aprire la strada alla tecnologia di rete cellulare di prossima generazione (6G). I risultati delle loro ricerche sono stati pubblicati su su Scientific Reports. I dati wireless sono molto richiesti. Non solo i telefoni cellulari hanno bisogno di alte velocità per lo streaming di video in movimento, ma alcune persone che vivono nelle aree rurali fanno affidamento interamente sul wireless per le loro connessioni a banda larga domestica.

L’alta frequenza della radiazione terahertz consentirebbe di trasmettere più dati al secondo, rispetto all’attuale standard di circa 800 MHz. Tuttavia, un pratico ricevitore terahertz è rimasto irrealizzabile, per due motivi principali. Innanzitutto, le oscillazioni elettromagnetiche sono troppo veloci per essere gestite dall’elettronica convenzionale, e sia l’oscillatore che il rivelatore terahertz hanno una scarsa efficienza.

In secondo luogo, il rumore termico del rilevatore di temperatura ambiente oscura i segnali ricevuti. Ora, i ricercatori dell’Università di Osaka hanno inventato un nuovo ricevitore che non solo supera questi ostacoli, ma ha anche stabilito il record per la più veloce velocità di trasmissione in tempo reale senza errori.

Hanno usato uno speciale componente elettronico chiamato diodo tunneling risonante. Contrariamente all’elettronica normale – per la quale la corrente aumenta sempre a tensioni maggiori – in un diodo a tunnel risonante, esiste una specifica tensione “risonante” che produce la corrente di picco. Pertanto, esiste una regione in cui la corrente cade effettivamente all’aumentare della tensione.

Questo comportamento non lineare consente agli scienziati di sincronizzare i segnali terahertz ricevuti rapidamente con un oscillatore elettronico interno nel dispositivo e quindi separare i dati dall’onda portante. Alla fine, la sensibilità è stata migliorata di un fattore di 10.000. Le torri per telefoni cellulari non sono gli unici posti in cui potresti trovare radiazioni terahertz in futuro. “Questa tecnologia – ha spiegato il principale autore della ricerca, Masayuki Fujita -può essere utilizzata in un’ampia gamma di applicazioni, oltre alla comunicazione wireless 6G di nuova generazione. Questi includono il rilevamento spettroscopico, l’ispezione non distruttiva e il radar ad alta risoluzione “

“Il 99% di House of Cards è vero. L’1% è falso perché è impossibile far approvare così in fretta una legge sull’istruzione”. Pare che, qualche anno fa, l’ex presidente Bill Clinton abbia confidato a Kevin Spacey il gradimento per la serie che racconta gli intrighi della politica statunitense. In quel 99% c’è anche Remy Danton, un lobbista che era stato a capo dello staff di Frank Underwood-Spacey. O almeno è quello che suggerisce l’archivio di Opensecrets.

Per l’organizzazione che traccia l’attività di lobbying negli Stati Uniti, Congresso e gruppi di pressione sono divisi da “porte girevoli”. La metafora rende bene l’idea della facilità con cui i due mondi comunicano. Forse però i numeri lo fanno ancora meglio. Attualmente, sette ex membri del Congresso lavorano per una delle cinque maggiori società tecnologiche. E 63 lobbisti assunti o incaricati da Amazon, Apple, Microsoft, Facebook e Alphabet hanno un passato nello staff di chi oggi è seduto in Senato o alla Camera dei rappresentanti. Senza grandi distinzioni politiche.

Dagli incarichi federali alle lobby

In pratica, un parlamentare statunitense su dieci ha un ex collaboratore pagato dalle “Big 5”. Se poi ci si allarga dai membri degli staff a chiunque abbia o abbia avuto un ruolo federale, si arriva a 344 incarichi sui 429 totali (il numero dei lobbisti è di poco inferiore perché alcuni lavorano per più di una società). Oggi, quindi, l’80% dei professionisti ingaggiati dalle principali compagnie tecnologiche hanno fatto parte di comitati, organismi di controllo e uffici con i quali è molto probabile che si confrontino, questa volta dall’altra parte del tavolo.

Arruolare questi profili non è prerogativa esclusiva di Silicon Valley e dintorni. Negli Stati Uniti l’attività di lobbying è istituzionalizzata, come dimostra il fatto che questi dati, spulciando, sono aperti e reperibili. Ma colpisce comunque la frequenza con cui politica, gruppi di pressione e grandi società si scambiano competenze. Porte girevoli, appunto. Attraversate da assistenti, consiglierei, addetti alla comunicazione. E da chi, per anni, è stato a capo dello staff della speaker Nancy Pelosi o del vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence.

Sette ex parlamentari per Amazon e Microsoft

Sette ex membri del Congresso si sono dati, più o meno di recente, alle lobby. Quattro lavorano oggi per Amazon, tramite incarichi che passano da tre società esterne. Vic Fazio ha avuto un posto alla Camera dei rappresentanti tra il ’79 e il ’98. Democratici come Fazio sono Kendrick Meek e Norm Dicks.

Il primo è stato membro della Camera tra il 2003 e il 2011. Ha poi fatto parte della delegazione Usa all’Onu. È un lobbista dal 2017, e rappresenta – tra gli altri – anche British American Tobacco.

Dicks è stato alla Camera dal 1976 al 2012. Poi la nuova esperienza professionale e l’incarico di rappresentare Amazon, ma anche Expedia e Boeing.

L’unico repubblicano del gruppo è Ander Cranshaw, alla House of representatives dal 2001 al 2017. Gli altri tre ex parlamentari lavorano per Microsoft. Steve Buyer, repubblicano, è stato alla Camera dal 2001 al 2010. La società di Redmond risulta essere il suo unico cliente. Caso curioso: se l’incarico a Buyer passa da una società esterna (10 Square Solutions), tra i lobbisti assunti direttamente da Microsoft c’è Michael Copher, che è stato capo staff di Buyer ai tempi della sua carriera politica.

L’esperienza parlamentare di Benjamin Quayle, un altro repubblicano, si è consumata tra il 2010 e il 2012. Molto più folta pare quella da lobbista. Si sono affidati a lui ben 27 clienti, tra i quali Bayer e Garmin.

Alla Camera ci ha invece passato quasi trent’anni il democratico Howard L. Berman. Dal 2013 è passato alle lobby. Nel 2019 non ci sono altri ex membri del Congresso al servizio delle grandi società tecnologiche. Facebook ha però collaborato per anni con il repubblicano John Shadegg (alla Camera dal ’95 al 2011) e Alphabet si è avvalsa fino allo scorso anno di Susan Molinari, altra repubblicana che dal ’90 al ’97 ha rappresentato lo Stato di New York. 

La squadra più numerosa: Microsoft

L’intreccio si amplia quando si guarda ai lobbisti che hanno fatto parte dell’entourage dei parlamentari in carica. Tutte le società integrano il proprio ufficio di rappresentanza con professionisti pescati tramite società esterne.

Per Microsoft sono in tutto 110 persone, costate quest’anno 7,8 milioni. Ben 90 hanno nel proprio curriculum incarichi federali. Il loro passato è legato a 27 membri del Congresso. La matassa non si esaurisce in questi numeri. Basti pensare a chi non è incluso in questo conteggio: gli ex parlamentari o chi ricopre ruoli di prestigio pur non facendo parte del Congresso. È il caso dei governatori. O del vicepresidente degli Stati Uniti. Il suo capo staff per oltre dieci anni, William Smith, lavora per Microsoft.

Nella squadra ci sono altri cinque lobbisti che hanno ricoperto lo stesso ruolo per altri politici. Michael Hutton è stato accanto al senatore Robert Menendez per vent’anni. Quasi due decenni è durata anche la collaborazione tra William Hollier e il senatore repubblicano Mike Crapo. In alcuni (rari) casi, i ruoli convivono: Jeffrey Alan Shapiro, lobbista sia per Microsoft che per Facebook, risulta ancora oggi capo dello staff del rappresentante repubblicano Adrian Smith.

Facebook e lo staff di Nancy Pelosi

Quest’anno Facebook ha già speso 12,3 milioni. Gestisce una rete di 69 lobbisti, 58 dei quali con un passato federale. Nonostante una squadra più contenuta, Menlo Park spende molto (solo Amazon sborsa di più) e ha una scuderia legata a 22 membri del Congresso. In sette casi si tratta di ex capo staff. Luke Albee ha fatto addirittura doppietta democratica, essendo stato prima il braccio destro di Patrick Leahy, poi di Mark Warner.

Ma Facebook ha attinto soprattutto dai collaboratori di Nancy Pelosi. Sono tre quelli che oggi lavorano per il gruppo. Dean Aguillen (consigliere della speaker della Camera dal 2002 al 2007) e Shanti Stanton sono stati ingaggiati passando da società esterne. Ma c’è anche un caso di assunzione diretta, non proprio marginale. Uno dei 12 lobbisti che lavorano solo per Facebook è Catlin O’Neill, capo dello staff di Pelosi per dieci anni, tra il 2003 e il 2013.

Nessuno spende quanto Amazon

Nessuno, quest’anno, ha speso in lobbying quanto Amazon tra le società tecnologiche: 12,4 milioni di dollari. Risorse che pagano 101 professionisti, in 69 casi con incarichi federali nel proprio passato. Una rete che riconduce a 20 parlamentari in carica. Per quattro di loro, i lobbysti di Amazon sono stati capo staff. Non fanno parte di questo conteggio (perché il loro assistito non è un parlamentare in carica) Steven Elmendorf, vice manager della campagna presidenziale di John Kerry (nel 2004), e Barry LaSala, che di Kerry è stato consigliere tra il 2003 e il 2007.

I 108 lobbisti di Alphabet 

Anche la squadra di Alphabet, la holding cui fa capo Google, è numerosa: 108 lobbisti, sostenuti con 9,7 milioni di dollari. Quelli passati dalle porte girevoli sono 90 e riconducono a 20 parlamentari. Una miscela di repubblicani e democratici che ha regalato alle lobby ben sei capo staff.

Tra i quali Kyle Simmons, per 15 anni accanto al republicano Mitch McConnell. Segni particolari di questo senatore (eletto per la prima volta nel 1984): dai suoi uffici è passata la bellezza di 58 ex o attuali lobbisti. David Quinalty non è stato alle dipendenze di attuali parlamentari. Ma per otto anni è stato un funzionario di vertice del Comitato per il commercio, la scienza e i trasporti del Senato. Nel 2017 è diventato l’unico lobbista assunto da Waymo, la società di Alphabet specializzata nella guida autonoma.

Apple, ingaggiati sei ex capo staff

Apple è più parsimoniosa: ha speso 5,5 milioni nel 2019 e conta su 41 lobbisti. Quasi tutti (37) hanno un passato tra commissioni e uffici federali, 11 un legame con senatori e rappresentanti in carica. Walt Kuhn, ex capo consigliere del senatore repubblicano Lindsey Graham, è un dipendente della Mela. 

Anne Macmillan è stata consigliere di Nancy Pelosi per due anni. Billy Piper assistente speciale del senatore Mitch McConnell (sempre lui) per vent’anni. L’anomalia è Robert Seidman: fa il lobbista, oltre che per Apple, anche per Verizon, Walt Disney e Dropbox.

Secondo l’archivio di Opensecrets, non risulta aver abbandonato l’incarico di “policy director” per la senatrice repubblicana Marsha Blackburn. Remy Danton è un personaggio di fantasia inventato per House of Cards. O forse no.

I fan di Star Wars attendono con trepidazione il 18 dicembre, quando nelle sale di tutto il mondo sarà proiettato l’ultimo capitolo di quella che è probabilmente la saga, inaugurata nel 1977, più lunga e coinvolgente della storia del cinema.

Una data storica dunque e chiaramente l’attesa fa la sua parte contribuendo a trasformare una curiosità in una vera e propria ossessione. Un gioco delle parti che rischiava di rovinarsi in maniera quasi catastrofica quando qualche tempo fa una copia del copione di “Star Wars: L’ascesa di Skywalker” è finita in vendita su Ebay.

A raccontare l’imprevisto, incapace di nascondere il fastidio, il regista JJ Abrams al popolare show radiofonico “Good Morning America”. “Uno degli attori, – sostiene Abrams – non dirò il suo nome anche se vorrei, l’ha lasciato sotto il suo letto ed è quindi stato trovato da qualcuno che si occupava delle pulizie che l’ha poi dato a qualcun altro”.

Di certo chi si è ritrovato in mano il copione non ha ben capito quale immenso tesoro aveva tra le mani, tant’è che il prezzo fissato per cederlo era di 65 sterline, circa 76 euro, una miseria per un appassionato di Star Wars, e il mondo ne è pieno. Fortunatamente a salvare il progetto è intervenuta la Disney, casa di produzione del film, che ha immediatamente ritirato l’asta.

Ma la curiosità è rimasta ed è subito scattata la caccia alle streghe: chi è l’attore che stava rischiando di diffondere quello che è forse lo spoiler più grave della storia della pellicola? Immaginatevi se qualcuno vi avesse rivelato in anticipo il nome del padre di Luke Skywalker, giusto per restare in zona Guerre Stellari, uno dei colpi di scena più iconici di sempre; l’intera saga probabilmente avrebbe perso di appeal.

Alla fine è arrivata la confessione: ad aver dimenticato il copione sotto il letto durante un trasloco è stato John Boyega, che nella saga interpreta Finn. Sempre agli stessi microfoni di “Good Morning America” racconta: “Stavo traslocando, ho lasciato il copione di Star Wars sotto il letto. Tra me e me mi sono detto: ‘lo lascio qui sotto il letto, quando mi sveglio domattina lo riprendo e vado via’. Ma poi – spiega – sono venuti a casa degli amici, abbiamo festeggiato un po’ e il copione è rimasto lì”.

Fortuna che l’intervento della Disney è stato tempestivo, altrimenti il guaio, in termini di incassi, avrebbe potuto assumere dimensioni catastrofiche. “Mi hanno chiamato tutti i capi. – racconta Boyega – Perfino Topolino mi ha chiamato per chiedermi: ‘Ma che hai fatto??’”. Pericolo scampato, come tradizione impone negli action movie, ora non resta che aspettare circa un mese per poi vedere, con i nostri occhi, come si conclude questa magnifica epopea.

Entro la fine del 2025 ci saranno 2,6 miliardi di abbonamenti al 5G e le nuove reti copriranno fino al 65% della popolazione mondiale, gestendo il 45% del traffico dati mobile. Lo afferma l’Ericsson Mobility Report. Considerando l’attuale slancio, il rapporto prevede che l’adesione al 5G sarà più veloce rispetto al 4G/LTE. Il ritmo sarà più rapido soprattutto in Nord America, con il 74% degli abbonamenti mobile 5G entro la fine del 2025. Seguono Nord Est, con il 56%, e l’Europa con il 55%.

I numeri del 5G

Il passaggio moltiplicherà sia il consumo dei dati. I primi passeranno dagli attuali 7,2 GB medi a 24 GB al mese. La crescita sarà in parte guidata dai nuovi comportamenti dei consumatori, più inclini a utilizzare streaming e realtà virtuale. Per avere un riferimento: con 7,2 GB al mese è possibile trasmettere ogni giorno 21 minuti di video HD, mentre 24 GB equivalgono a 30 minuti di video HD e 6 minuti di contenuti in realtà virtuale. Le nuove reti spingeranno il numero totale di connessioni IoT cellulari, che dovrebbero raggiungere i cinque miliardi entro la fine del 2025, partendo da 1,3 miliardi a fine 2019, per un un tasso di crescita annuale del 25%. Se queste sono le prospettive, Ericsson definisce il 2019 l’anno dell’attivazione. Il lancio del 5G in Cina a fine ottobre ha comportato anche un aggiornamento degli abbonamenti stimati entro la fine del 2019, passati da 10 a 13 milioni.

Il caso Corea del Sud

Le attivazioni sono troppo recenti avere già un bilancio. Ma qualche indizio arriva dalla Corea del Sud, il primo Paese a lanciare il 5G, lo scorso aprile. Gli operatori del Paese hanno registrato più di tre milioni di abbonamenti sottoscritti entro la fine di settembre. E stanno osservando un’espansione più rapida rispetto al 4G, non tanto in termini di copertura quando di adozione. Le reti della precedente generazione, ha spiegato l’operatore coreano SK Telecom, sono state lanciate nel 2011 e hanno impiegato circa 11 mesi per avere un copertura nazionale. Il 5G dovrebbe raggiungere il 90% della popolazione entro la fine del 2020. Ma se il 4G aveva impiegato otto mesi per toccare il milione di abbonati, al 5G ne sono bastati 4 e mezzo. Certo, merito di una base molto più ampia, ma anche di una scelta precisa dell’operatore. SK Telecom ha deciso di non procedere in ordine sparso ma coprendo prima le aree dove ha identificato una numero maggiore di potenziali clienti, con offerte dedicate a singole aree geografiche legate alla quantità di servizi disponibili.

I prezzi degli abbonamenti

Andando oltre la Corea del Sud, si ha anche un indizio sui possibili prezzi degli abbonamenti 5G. Gli operatori sono ancora pochi (una ventina) e le maggiorazioni rispetto agli abbonamenti 4G sono ancora abbondanti. Ericsson individua però una tendenza che sembra rispondere alle aspettative dei potenziali clienti. In un sondaggio di inizio 2019, la società aveva evidenziato che per il 5G gli utenti sarebbero stati disposti a spendere – in media – il 20% in più rispetto al loro attuale pacchetto. Le offerte attuali, per quanto ancora limitate, sono in media più care del 18%. “Nel 2020 – ha affermato Fredrik Jejdling, executive vice president e head of networks di Ericsson – faranno il loro esordio sul mercato molti nuovi dispositivi compatibili con il 5G e questo aumenterà considerevolmente l’adozione della nuova tecnologia. La domanda non è più se, ma quanto velocemente possiamo convertire i casi d’uso in applicazioni pertinenti per i consumatori e le imprese”.

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