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Quello vinto martedì da Fincantieri non è il primo contratto che la multinazionale italiana è riuscita ad aggiudicarsi nell’ambito dei lavori per la realizzazione dell‘International Thermonuclear Experimental Reactor (Iter), il reattore nucleare che sfrutterà la fusione nucleare – la stessa reazione che avviene nel cuore delle stelle – che è in costruzione a Cadarache nel Sud della Francia.

“Questo – ha spiegato all’AGI Ralf Bugelli, project manager di Fincantieri SI che ha guidato la cordata di cui Fincantieri è capofila – è il terzo contratto che Fincantieri come capofila di tre diversi raggruppamenti si è aggiudicato nell’ambito del programma Iter ed è anche il più significativo e quello che ci fa avvicinare di più al core del reattore, il Tokamak, e prevede la realizzazione di sistemi dedicati alla creazione del vuoto, del cooling e del riscaldamento del plasma”.

“Questi sistemi verranno poi installati in edifici e strutture che si trovano intorno al Tokamak”, prosegue Bugelli, “in particolare questo sistema è uno dei tre previsti per il riscaldamento del plasma e prevede l’impiego di microonde che verranno impiegate per aiutare il plasma a raggiungere le temperature necessarie per avere la fusione nucleare”.

Il reattore Iter è costituito da un consorzio internazionale di paesi a cui partecipano oltre al’UE, Cina, Giappone, Corea del Sud, India Russia e Stati Uniti. Ciascuno dei paesi fornisce le tecnologie e le strutture necessarie alla costruzione del reattore sperimentale. La costruzione richiede quindi anche la capacità non solo di realizzare gli impianti previsti, ma anche la capacità di saper assemblare e gestire pezzi provenienti da diverse parti del mondo e di garantire poi la massima qualità dei sistemi.

Sotto questi aspetti Fincantieri ha fornito ampie garanzie di affidabilità “anche nel tempo, dal momento che queste attività di vedranno coinvolti per i prossimi cinque anni”, ha spiegato Bugelli. Molto probabilmente gli impianti saranno realizzati nel nuovo impianto di Fincantieri Infrastructure di Valeggio sul Mincio (VR) mentre altre attività potranno essere svolte a Sestri. Il cantieri del reattore nucleare, anche grazie a questa nuova commessa, procede intanto “in linea con la tabella di marcia che – ha spiegato – prevede il first firing, la prima accensione, nel 2026″.

“Credo – ha aggiunto – che con uno stato di avanzamento dei lavori del 70 per cento sia un obiettivo realistico”. Dopo questa importante commessa, nel mirino dei manager di Fincantieri ci sono anche altre gare a cui partecipare sempre nell’ambito dei servizi previsti per il completamento del reattore. Per esempio quelle legate all’affidamento dei lavori per la realizzazione degli impianti che dovranno supportare la manutenzione e la gestione del reattore che dovrebbero essere avviate nei entro i prossimi due anni.”Anche per queste nuove gare – ha concluso Bugelli – siamo prontissimi”.

Un tempo c’era il dominio europeo sulla telefonia mobile. C’erano marchi come Ericsson e Nokia che si davano battaglia con giganti americani come Motorola. Poi è arrivato lo smartphone e sappiamo tutti com’è finita.

Motorola sta solo di recente cercando di resuscitare gettandosi in un campo relativamente nuovo come gli smartphone pieghevoli con un’idea relativamente vecchia: rispolverare una gloria come il Razr. Nokia ed Ericsson hanno deciso di lasciare il campo ai device asiatici e si sono concentrati sulle infrastrutture di rete. E così l’Europa sembra scomparsa dal palmo della mano del mondo, dove ora dominano marchi come Apple, Samsung, Huawei

Non è esattamente così, però, perché c’è qualcuno che l’onda cinese, invece che lasciarsene travolgere, ha deciso di cavalcarla. Un piccolo marchio con grandi ambizioni, nato meno di dieci anni fa in Francia, ma con più di un piede molto lontano.

Wiko nasce come startup nel 2011 a Marsiglia. Dal dicembre 2017 fa parte della holding Tinno Mobile Technology Corp: i leader di queste due aziende, Laurent Dahan (Co-fondatore di Wiko) e James Lin (Fondatore e Presidente del gruppo Tinno, Co-fondatore di Wiko), hanno unito le loro competenze e creato un’impresa che, grazie al  “doppio passaporto” franco-cinese, può essere presente in oltre trenta Paesi in Europa (in Italia da fine 2013), Africa, Medio Oriente, Asia e Stati Uniti dove nel maggio del 2019 ha debuttato con l’apertura di due sedi a Dallas (in Texas) e ad Atlanta (in Georgia). I soldi per lo sviluppo dei prodotti e la gestione vengono da Tinno che, assicurano in azienda, è una società privata, non finanziata dal governo cinese e che non investe in infrastrutture. Un chiaro riferimento a due player importanti come Huawei e Zte,

Anche se con qualche falsa partenza, ​con gli anni Wiko è riuscita a corregere alcuni importanti difetti e a conquistarsi la quinta posizione nella top 5 delle vendite di smartphone in Italia. Il 6,5% che viene attribuito al marchio franco-cinese dalla rilevazione di settembre 2019 può sembrare una quota marginale, ma significa essere alle calcagna di Xiaomi (associato al sub-brand Redmi) nel polarizzato e difficile mercato italiano dominato da Samsung, Huawei e Apple..

Il pregio di Wiko è stato saper interpretare le  esigenze degli utenti e piazzare sul mercato i prodotti giusti: smartphone di ragionevoli pretese a poco più (o poco meno) di 100 euro e che abbiano un design, una batteria e un sistema operativo non da smartphone economici. 

Il 2019 è stato ed è un anno importante per Wiko. Il brand ha rinnovato il suo logo, mantenendo l’iconica forma della W e il caratteristico colore Bleen (fusione di blue e green), ma ha deciso di semplificare e razionalizzare il proprio portfolio, andando a perfezionare l’esperienza utente, focalizzandosi sulla durata della batteria e sulle prestazioni del processore.

I modelli di punta sono quelli della View3 collection che si compone dei modelli View3 Pro, View3 e View 3 Lite ed è la naturale evoluzione della View2 collection presentata nel 2018. Questi device integrano display full screen, tripla fotocamera intelligente e una più che rispettabile batterie da 4.000 mAh.

I mercati centrali del business di Wiko sono quelli dell’Europa occidentale dove, dicono in azienda, “nonostante le turbolenze a cui il mercato di riferimento è soggetto e la fortissima competitività, Wiko si è mantenuta salda nella posizione consolidata”. L’obiettivo a medio termine è di conservare l’attestazione attuale. L’ingresso negli Stati Uniti al fianco dell’operatore Sprint (tra gli operatori leader degli Usa) è una sfida che darà al brand nuovo ossigeno e nuove risorse, “da incanalare in un maggiore impegno sul fronte ricerca e sviluppo, in modo da poter offrire prodotti sempre più rispondenti alle esigenze dei consumatori”.

Il target di riferimento di Wiko è quello dell’età15-35. In questa fascia l’attenzione al prezzo è altissima e Wiko è in grado di rispondere con prodotti dal miglior rapporto prezzo-prestazione, all’interno di un “guscio” piacevole. Nella pratica Wiko è in grado di abbracciare un pubblico più ampio e trasversale, che interessa anche gli over 60: la discriminante del prezzo è appetibile in maniera universale.

Fortemente radicato e strutturato nell’open market, Wiko contempla anche accordi con i principali operatori di telefonia in Europa come Orange, Deutsche Telekom e Vodafone. La strategia europea è fatta essenzialmente di 4 asset: osservazione ed analisi dei bisogni e delle richieste dei consumatori, anche attraverso un monitoraggio continuo e costante dei social network; la complementarietà di un know-how francese e di una potenza industriale cinese; la capacità di rendere la tecnologia disponibile a quante più persone possibile con il giusto equilibrio tra tecnologia, design, qualità e prezzo; e infine l’agilità di comunicazione e marketing sui vari mercati, implementando operazioni e attività studiate e adattate per ogni singola nazione

In Italia Il business si concentra fortemente sull’open market: presenza capillare sul territorio nella maggior parte delle realtà distributive italiane. Questo legame con il retail si traduce nella disponibilità dei prodotti in circa 5.000 punti vendita, corrispondenti al 97% del mercato.

“È molto importante che un consumatore che cerca un telefono del brand possa sempre trovarlo in negozio” dicono in Wiko, “Questo è uno degli aspetti su cui si concentra maggiormente la strategia commerciale che risponde all’esigenza di chi quando cerca un telefono, innanzitutto ha in mente un determinato budget di spesa, offrendo il prodotto migliore per quel prezzo. Essere a scaffale in quel momento del processo d’acquisto è assolutamente indispensabile.

Anche se nel mercato degli smartphone Android svettano top di gama da oltre 700 euro – come il P30 Pro di Huawei, il 7tPro di OnePlus e l’S10 di Samsung, la grande “pancia” del mercato ​​è la fascia medio-bassa, quella che va da poco meno di 100 euro fino ai 300. Ed è questo il segmento che Wiko vuole presidiare.

La mission, dicono in azienda, non è portare avanti la cosiddetta innovazione fine a sé stessa, ma di “democratizzare la tecnologia”, offrendo prodotti che condensano alcuni dei principali e migliori trend tecnologici a un prezzo accessibile. Spingere quello che può interessare la massa, quindi, e non le sole nicchie. E in questa strategia si inseriscono la scelta di portare sul mercato il primo smartphone 18:9 full screen sotto i 200 euro con il View, e successivamente il 19:9 full screen al di sotto dello stesso prezzo con il View2. E ancora, nel 2019, la tripla fotocamera al di sotto dei 180 con il View3. 

In questa direzione, il 2020 sarà per Wiko l’anno del 5G. Solo allora l’azienda sarà davvero pronta a “democratizzare” anche questa tecnologia, sulla quale sta già attivamente lavorando.

 

L’Unione Europea potrebbe vietare l’uso del riconoscimento facciale per tre o cinque anni. A darne notizia sono state Politico e Reuters, che hanno anticipato il contenuto di un libro bianco di diciotto pagine attualmente in discussione alla Commissione Europea e in attesa dei pareri degli Stati membri. La misura dovrebbe servire a prendere tempo, in modo da realizzare un quadro normativo comunitario in grado di coniugare le esigenze del comparto industriale con il diritto alla privacy dei cittadini.

Di fatto, sono numerosi i progetti e le iniziative che in tutta Europa hanno al centro tecnologie in grado di riconoscere i volti: queste vanno dal contrasto alla criminalità fino al riconoscimento dei partecipanti durante gli eventi pubblici. Tuttavia i risultati sono spesso diversi dalle aspettative e numerosi studi hanno già dimostrato come gli algoritmi per il riconoscimento facciale non siano realmente efficienti, soprattutto quando si tratta di individuare potenziali criminali e prevenire il crimine.

“Costruito sulla base di quanto rappresentato, il futuro regolamento quadro potrebbe andare oltre e includere un divieto limitato nel tempo sull’uso di tecnologie per il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici”, specifica il documento. Nel frattempo, l’idea è di approfondire i complessi risvolti etici e tecnologici di queste soluzioni, le quali richiedono “un’affinata metodologia per valutare l’impatto di queste tecnologie e possibili misure di gestione dei rischi che devono essere individuate e implementate”.

Tuttavia, il divieto potrebbe prevedere eccezioni specifiche per l’impiego del riconoscimento facciale nella ricerca e nei progetti legati alla sicurezza pubblica. Tra le proposte al vaglio della Commissione Europea anche quella che i Paesi membri nominino delle autorità nazionali incaricate di sorvegliare sull’implementazione delle nuove norme. La proposta verrà adesso sottoposta all’attenzione di Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza, le cui considerazioni sono attese entro febbraio.

Prezzo aggressivo, grandi nomi, pochi titoli. Apple Tv+ si è presentata così il primo novembre. Niente offerta chilometrica: i contenuti – tutti originali – sono al momento una decina. Altri ne seguiranno, ma Apple Tv+ non è, e forse non sarà mai, un serbatoio stracolmo di contenuti come Netflix. La scelta, stilistica e finanziaria, è un’altra. Sta pagando?

Come funziona Apple Tv+

Apple Tv+ è stata rivelata, dopo mesi di rumors, lo scorso marzo. È una piattaforma di streaming come ce ne sono altre, da Netflix ad Amazon Prime Video. Ci si abbona e si ha accesso a una galleria di film e serie tv. Tra i più reclamizzati ci sono The Morning Show e See. La prima si è guadagnata diverse candidature ai Golden Globe, compresa quella alla migliore serie drammatica. Non ha vinto, ma nel lotto delle candidate era l’unica alla prima stagione. È una serie ambientata nel dietro le quinte dei programmi mattutini americani. I protagonisti sono Reese Witherspoon, Jennifer Aniston e Steve Carell. Gente che mette insieme tre Golden Globe e un Oscar.

See è invece una serie, interpretata da Jason Momoa, in cui un’epidemia ha ridotto il genere umano alla cecità. Gli altri contenuti sono For All Mankind, Dickinson, La madre degli elefanti, Helpsters, Lo scrittore fantasma, Snoopy nello spazio, Servant, Truth Be Told e Hala. Più in là ci saranno anche le due docu-serie (una sulla salute mentale e una sugli abusi sul posto di lavoro) firmate da Oprah Winfrey. Nell’evento di lancio, si erano visto sul palco anche Steven Spielberg (redento sulla via dello streaming dopo aver proposto che le produzioni Netflix fossero escluse dalla corsa agli Oscar) e in video Sofia Coppola, Ron Howard, M. Night Shyamalan, Damien Chazelle e J.J. Abrams. Statuette a manciate.

Il prezzo da battaglia

L’abbonamento si sottoscrive inserendo i propri dati. Si inizia a pagare dopo sette giorni di prova. La novità – praticamente inedita per Apple – è che Tv+ non è limitata ai possessori di dispositivi della Mela. Può iscriversi chiunque, anche se non ha un iPhone, un iPad o un Mac. C’è quindi da una parte l’esclusività dei contenuti (che non sono disponibili altrove), dall’altra una fessura nel – solitamente chiuso – ecosistema Apple. Un passo che la dice lungo sul nuovo approccio di Cupertino, meno ancorato all’hardware.

C’è però un (piccolo) incentivo all’acquisto dei dispositivi: chi compra un prodotto di Cupertino avrà un anno di abbonamento in regalo. Un bonus da meno di 60 euro. Il prezzo di Apple Tv+ è infatti di 4,99 euro al mese. Ingresso aggressivo se si considera che Netflix parte da 7,99 euro. Per un’offerta tecnica vicina a Apple (video in 4K e condivisione familiare fino a sei persone), serve però sottoscrivere la versione premium da 15,99 euro. Come detto, però, c’è una discrepanza enorme a livello di quantità: migliaia di contenuti contro una decina.

La scelta di offrire meno scelta

Per fare quantità, Apple ha rinnovato l’app Tv (senza plus). Il suo funzionamento è simile a quello di Google Play: si noleggia o si acquista il singolo titolo. Niente abbonamenti quindi, ma la possibilità (anche in questo caso) di usufruirne anche senza iPhone o Mac. Apple Tv+ fa quindi una scelta precisa: investire, tanto, ma per un’offerta tutt’altro che sterminata.

Netflix è andata in direzione opposta, imboccando un circolo (se virtuoso o vizioso non è ancora certo): gli investimenti in contenuti originali lievitano, i prezzi degli abbonamenti vengono ritoccati al rialzo per reggere, ma vanno giustificati con nuove produzioni originali e un’offerta sterminata. Che a sua volta ha fame di dollari. A volte, se gli algoritmi non funzionano a dovere, il risultato è una navigazione un po’ dispersiva. Apple non ha certo problemi di cassa: ha quindi deciso di limitare le opzioni a disposizione. Le amplierà. Ma potrebbe non avere interesse a raggiungere le dimensioni del catalogo Netflix. La priorità è un’altra.

La priorità è la costanza

Si parla molto di Apple Tv+ come antagonista di Netflix. L’obiettivo – chiaro – per entrambi è sempre guadagnare. Ma per Cupertino, anche se è Cupertino, non sarà semplice partire da zero per inseguire una piattaforma da 160 milioni di abbonati. Ammesso che voglia farlo. A Tim Cook sbaragliare la concorrenza e intascare miliardi non farebbe certo ribrezzo, ma la vera priorità è ottenere un flusso d’incassi più costante, spalmato lungo tutto l’anno. È questo il motivo per cui Apple sta puntando sui servizi, dei quali Tv+ è un tassello: sono più remunerativi e poco o per nulla stagionali (a differenza dell’hardware che fa il pieno a Natale e latita d’estate).

L’abbonamento è mensile, può essere disdetto in ogni momento, ma si rinnova in automatico. Ecco perché i servizi (e anche Tv+) sono stati individuato come antidoto agli squilibri di Apple: attingono a nuovi settori, crescono ma servono anche ad allentare la dipendenza da iPhone e rappresentano una rete di protezione nel caso in cui (com’è successo nelle ultime annate) le vendite di smartphone vadano in affanno.

La crescita dei servizi

Cupertino sta aprendo una tranquilla strada rettilinea che corra accanto alle montagne russe dell’hardware. Anche a costo di tirare sul prezzo, come nel caso di Tv+: i margini di Apple (e in particolare dei servizi) restano comunque ampi. Nell’anno fiscale chiuso lo scorso settembre, mentre le vendite complessive sono calate, quelle dei servizi sono aumentate del 16%. E, di conseguenza, il loro peso è cresciuto: nel 2018 valevano circa il 15% del fatturato, nel 2019 hanno sfiorato il 18%.

Oltre a descrivere la crescita, queste cifre dicono anche un’altra cosa: a differenza di Netflix, che campa solo con i contenuti, i servizi sono una parte del gigantesco bilancio Apple e lo streaming ne sarà un frammento. Aspettare che il rivolo di ricavi si trasformi in un flusso più consistente non è quindi un grosso problema.

Le stime degli abbonati

Cupertino, poco prima del lancio, ha fatto sapere a Cnbc di non aspettarsi da Tv+ un impatto finanziario significativo nel primo anno. Cautela, quindi. Anche perché ipotizzare cifre (cosa che Apple non ha l’abitudine di fare) è un rischio. Le stesse stime degli analisti sono ballerine. Per Barclays, nei primi 12 mesi Tv+ potrebbe conquistare circa 100 milioni di utenti, comprese però le prove gratuite (dopo le quali non è detto che scatti l’abbonamento).

Secondo un’analisi di Cowen di agosto, citata da Appleinsider, Gli abbonati potrebbero essere 12 milioni nel 2020 e 21 milioni nel 2021. E l’impatto sull’utile per azione potrebbe essere tra di 20-25 centesimi ogni 10 milioni di sottoscrittori. Per Morgan Stanley, gli utenti potrebbero essere 34 milioni nel 2020 (11 milioni dei quali paganti). Dovrebbero superare i 100 milioni complessivi nel 2023 e toccare i 136 due anni dopo. E qui i numeri iniziano a diventare corposi, anche perché nel frattempo il prezzo potrebbe rimpolparsi.

Qualche indicazione su Tv+ potrebbe arrivare il 28 gennaio, giorno di trimestrale Apple. La Mela, come di consueto, non dirà molto. Ma incrociando parole dette in conferenza e segmenti di bilancio si potrebbe raccogliere qualche indizio (difficile si ottenga di più). In un comunicato dell’8 gennaio, il gruppo si è limitato a dire che per i servizi è stato “un anno storico”, oltre che il migliore dal punto di vista finanziario. Nulla altro sui numeri dello streaming.

Verso un pacchetto di servizi?

Visti gli elementi del quadro (pochi titoli, prezzi concorrenziali, spinta sulla costanza dei flussi finanziari piuttosto che sulla loro abbondanza), Apple Tv+ va osservato come una componente di una pacchetto più ampio. Forse la più attraente, ma pur sempre una componente. Sin dall’annuncio di marzo, diversi analisti hanno sottolineato quanto sarebbe importante un “bundle”, cioè un’offerta che – con lo stesso abbonamento – metta a disposizione diversi servizi.

All’inizio di ottobre, l’ipotesi è stata rilanciata dal Financial Times, secondo il quale la Mela avrebbe già avviato un dialogo con le principali etichette discografiche per combinare Tv+ ed Apple Music, a un prezzo che dovrebbe essere poco inferiore alla somma dei due abbonamenti. Ma nel pacchetto potrebbero entrare anche altri servizi del gruppo, come Arcade, l’abbonamento dedicato ai videogiochi. E proprio da qui arriva un’altra conferma che la priorità sia la costanza e non il volume (o, meglio, il loro equilibrio): da dicembre è disponibile un abbonamento annuale di Arcade (a 49,99 euro), che affianca quello mensile da 4,99. Una decina di euro in meno, pur di essere certi di incassare per un anno intero.  

Ibm raddoppia. Nel corso del Consumer Electronic Show di Las Vegas, ha affermato di aver raddoppiato (da 16 a 32) il “quantum volume”, cioè l’indicatore che meglio rappresenta le performance di un computer quantistico. Continua così, facendosi sempre più frequente, il rimpallo di annunci tra la società guidata da Ginni Rometty e Google, tra i capofila di questa tecnologia.

Cosa vuol dire il raddoppio del quantum volume

I computer quantistici hanno una propria unità di elaborazione: il qubit. Permette di superare la logica binaria del bit, l’unità dei dispositivi tradizionali. La quantità di qubit è quindi un indicatore importante per capire quanto sia potente un computer quantistico. Nel suo primo sistema, battezzato nel 2016, Ibm era partita da 5 qubit, saltando poi a 16, 20, fino agli attuali 53 qubit. Sono, in un certo senso, i cavalli nel motore. Non è detto, però, che l’auto più veloce a fare un giro di pista sia quella con più cavalli. Certo, aiutano. Ma c’entrano anche aerodinamica, equilibrio e frenata. Ecco: se il qubit è il motore, il quantum volume è il tempo sul giro di pista. E Ibm lo ha dimezzato.

Si tratta, quindi, di un passo avanti importante verso il cosiddetto “quantum advantage”, cioè il punto di sviluppo oltre il quale le applicazioni quantistiche sopravanzano i computer tradizionali e iniziano ad apportare vantaggi significativi e concreti. Il progresso, ha spiegato Ibm, “conferma che i sistemi quantistici sono maturati in una nuova fase, che guiderà piattaforme sperimentali sempre migliori, per consentire una ricerca rigorosa, che faccia da ponte verso il quantum advantage”.

La battaglia Google-Ibm

Insomma, si corre veloce. Anche se – come si nota dalle stesse dichiarazioni di Ibm, che parla di “ponte”, “ricerche” e “sperimentazioni” – le applicazioni concrete e affidabili non sono certo imminenti. Senza dimenticare che i computer quantistici non sono solo dei “supercomputer”, né dei dispositivi “da scrivania”. Per le applicazioni quotidiane, i pc continueranno a essere la soluzione migliore, a lungo e anche oltre. I computer quantistici sono un’altra cosa, perché “ragionano” in modo diverso. Potrebbero permettere di fare quello che i pc tradizionali non potrebbero mai, neppure dopo un forte potenziamento.

Solo per dare un’idea: se Ibm sta rafforzando il quantum advantage, lo scorso ottobre Google ha annunciato di aver raggiunto la “quantum supremacy”. In altre parole: il suo computer quantistico è riuscito a superare le prestazioni del più potente supercomputer al mondo (che è di Ibm). E non di poco: sono bastati 200 secondi per un’elaborazione che al collega avrebbe richiesto 10 mila anni. Ibm ha ridimensionato i tempi: con i giusti accorgimenti, al suo supercomputer sarebbero bastati due giorni e mezzo. Comunque molto di più.

I computer quantistici Ibm fuori dagli Usa

L’incremento del quantum volume e le applicazioni concrete passeranno dalla collaborazione tra sviluppatori, imprese e istituti di ricerca. Ibm lo sa bene. Ecco perché a Las Vegas ha annunciato anche altro. Saranno installati i primi due computer quantistici commerciali IBM Q System One al di fuori degli Stati Uniti: uno in collaborazione con la Fraunhofer-Gesellschaft, la più grande organizzazione europea di ricerca applicata, in Germania; l’altro con l’Università di Tokyo. Il gruppo ha ampliato il suo IBM Q Network, una comunità globale che include oltre cento organizzazioni attive in diversi settori (aziende Fortune 500, startup, università, laboratori), raccolta per esplorare le applicazioni pratiche del quantum computing.

Le ricerche su auto elettriche e aerei

Tra le collaborazioni strette più di recente, ci sono quelle con Delta e Daimler. Che c’azzeccano gli aerei e le macchine con i computer quantistici? Le ricerche di Delta Air Lines (il primo vettore a entrare nell’IBM Q network) si intrecceranno con quelle svolte alla NC State University, dove c’è a disposizione uno dei computer quantistici a 53 qubit. Esploreranno applicazioni per analisi del rischi, gestione dei prezzi dei biglietti, composizione di nuovi materiali, chimica e logistica. Daimler, il gruppo del marchio Mercedes, si sta invece concentrando sulla mobilità elettrica. Il computer quantistico potrebbe migliorare la costruzione di batterie per aumentarne di potenza, durata e costo.

Quante volte, bloccati per ore dentro la nostra auto, incolonnati per tornare a casa dopo una dura giornata di lavoro, abbiamo desiderato mettere le ali alla nostra macchina e bypassare il traffico cittadino volando? “Nel futuro sono sicuro potremo farlo” ci siamo detti. Bene, quel futuro potrebbe essere dietro l’angolo.

Dietro questa eventuale rivoluzione non poteva che esserci Uber, l’azienda che ha di fatto rivoluzionato la mobilità nei maggiori centri urbani del pianeta.

Durante il Consumer Electronics Show di Las Vegas, è stato presentato un modello a grandezza naturale del suo concept di aereo-taxi elettrico. Il progetto è stato sviluppato con la casa automobilistica sudcoreana Hyundai. L’aereo elettrico S-A1, questo il suo nome (anche Urban Air Mobility Vehicle), permetterebbe ad un pilota e tre passeggeri di compiere viaggi in città fino a 100 chilometri e ad una velocità fino a 290 Km all’ora.

Simile a un elicottero alato e con quattro eliche, il velivolo può decollare e atterrare verticalmente, ha una batteria che si ricarica in 5-7 minuti e può volare ad un’altezza tra i 300 e 600 metri.

Il servizio, che la società guidata dal Ceo Dara Khosrowshahi ha l’obiettivo di lanciare entro il 2023 (ma Hyundai pensa piuttosto al 2028), consisterebbe in un vero e proprio servizio di ridesharing aereo.

E’ dal 2016 che la società statunitense lavora a questo progetto. Ha anche creato anche una divisione chiamata Uber Elevate e stretto accordi di cooperazione con una decina di aziende, tra cui Boeing e Bell. Hyundai però è stata la prima azienda del settore auto a firmare. 

In passato Uber aveva anche compiuto test di prototipi di un taxi volante a Dallas in Texas e a Los Angeles in California e aveva già lanciato un nuovo prototipo di velivolo sempre al Ces, nel 2019.

Naturalmente Uber non è stata la prima a pensare ai voli in città, ma prima di sviluppare un progetto del genere era necessario che la tecnologia fosse pronta, che i voli in aerei alimentati con sola elettricità fossero testati e sicuri. Un processo molto (troppo) lento, se si pensa che il primo aereo commerciale completamente elettrico al mondo, un vecchio idrovolante, ha fatto il suo volo di prova inaugurale solo il mese scorso.

E che sia questa la tecnologia del futuro non c’è alcun dubbio, sempre durante il Consumer Electronics Show anche Sony ha presentato la sua prima auto elettrica, una macchina che gode di tutti i comfort e l’intrattenimento frutto di anni di esperienza nel settore da parte dell’azienda. Ancora oscuro però il futuro della Sony nel settore automobilistico; fabbricherà auto? E questo scatenerà una gara con le aziende concorrenti? Avremo presto auto LG, auto Samsung? Oppure si limiterà a vendere la propria tecnologia mettendola al servizio dei leader del settore? 

Per i vertici di Samsung il 2020 sarà l’inizio di una nuova era tecnologica, focalizzata sullo sviluppo di esperienze personalizzate per gli utenti piuttosto che sui prodotti hardware.

La visione del colosso sudcoreano è stata illustrata al CES di Las Vegas dal Ceo della divisione Elettronica di consumo, Hyun Suk Kim. I consumatori, ha detto, “non cercano più di spendere per gli oggetti, quanto piuttosto per la comodità, la tranquillità e il divertimento”.

Per soddisfare questa domanda Samsung prevede di utilizzare il 5G, l’intelligenza artificiale, l’edge computing e la robotica per costruire un mondo pieno di esperienze personalizzate e Kim  ha mostrato alcune idee su come queste esperienze potrebbero manifestarsi, a partire da Ballie, un robot sferico in grado di coordinare le funzioni della smart home, ma anche di fungere da istruttore di fitness e di fare compagnia.

Kim ha detto in futuro che robot come Ballie “ci conosceranno, ci supporteranno e si prenderanno cura di noi in modo che potremo concentrarci su ciò che conta davvero”.

Anche le applicazioni di casa e città intelligenti sono state fortemente influenzate dalla visione di Samsung, con la connettività che ha trasformato ciascuna in “organismi viventi” in grado di comprendere e adattarsi alle preferenze e alle esigenze degli utenti. A partire dalle auto connesse che potrebbero essere in grado di rilevare quando c’è traffico durante il tragitto di un utente e coordinarsi con gli altri dispositivi per regolare automaticamente il piano di guida.

Samsung ha riconosciuto che esperienze più personalizzate si baseranno fortemente sui dati degli utenti, ma ha sottolineato che proteggerà rigorosamente la privacy dei consumatori e non condividerà mai informazioni con terze parti senza il loro consenso esplicito. 

Dal Giappone arriva la conferma che le piante possono migliorare la vita lavorativa. Masahiro Toyoda, Yuko Yokota, Marni Barnes e Midori Kaneko hanno analizzato l’uso pratico delle piante d’appartamento allo scopo di aumentare la salute mentale dei dipendenti.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista HortTechnology ed è stata condotta presso l’Università di Hyogo ad Awaji, in Giappone, allo scopo di verificare scientificamente l’impatto psicologico e fisiologico indotto dalle piante da interno. Invece di condurre esperimenti in un ambiente di laboratorio, i ricercatori hanno calcolato la riduzione dello stress sui dipendenti in ambienti di ufficio reali.

“Al momento, non così tante persone comprendono e sfruttano appieno il beneficio che le piante possono apportare sul posto di lavoro. Abbiamo deciso che era essenziale verificare e fornire prove scientifiche dell’effetto di riduzione dello stress che le piante possono produrre”, afferma Toyoda.

Il team di ricerca ha studiato i cambiamenti dello stress psicologico e fisiologico prima e dopo aver posizionato una pianta sulle scrivanie dei lavoratori. La ricerca ha coinvolto 63 lavoratori, divisi in due gruppi e invitati a riposarsi per tre minuti quando si sentivano affaticati. A differenza del gruppo di controllo, che non prevedeva l’interazione con la pianta, il gruppo di lavoratori che doveva prendersi cura di una piccola pianta manifestava una diminuzione della frequenza cardiaca in modo significativo dopo un riposo di 3 minuti e a seguito dell’interazione con la loro pianta da scrivania. Obiettivo della ricerca era verificare l’effetto di riduzione dello stress derivante della interazione con una pianta, scelta e accudita dallo stesso soggetto, in un ambiente di ufficio reale a seguito di una sensazione di affaticamento durante le ore d’ufficio.

Ai partecipanti è stata offerta una scelta di sei diversi tipi di piante da tenere sui loro banchi: piante aeree, piante bonsai, cactus san pedro, piante a fogliame, kokedama o echeveria. Ogni partecipante ha scelto uno dei sei tipi di piccole piante da interno e lo ha posizionato vicino al monitor del PC sulla propria scrivania. La ricerca dimostrerebbe che l’ansia diminuisce significativamente con l’interazione attiva (osservare e accudire la pianta) rispetto all’interazione passiva (scelta e posizionamento della pianta) in ogni fascia d’età e di impiego del campione di soggetti considerato.

Toyoda e il suo team suggeriscono agli imprenditori che le piccole piante da interno potrebbero essere una soluzione economica e utile per migliorare le condizioni d’ufficio dei dipendenti, promuovendo e facilitando la salute mentale degli impiegati. 

Ci siamo: manca un pugno di ore a Natale e con i regali siete ancora in alto mare. Siete in difficoltà perché vostro figlio, il vostro fidanzato, vostra moglie vi ha fatto capire che sarebbe ora di cambiare quel catorcio di cellulare la cui batteria non dura più di un paio d’ore e che non regge più un aggiornamento da quando andava ancora di moda Angry Birds. Vi siete ripromessi di infornarvi, ma non l’avete più fatto. E così, se non vi hanno chiesto un iPhone, vi ritrovate in un negozio di telefonia senza avere la più pallida idea di cosa scegliere.

Ormai ogni casa sforna almeno due modelli di ogni serie all’anno. Questo significa che c’è una platea di decine di smartphone tra cui scegliere e offrire una guida non è semplice.

Cominciamo con pensare alle caratteristiche.

Display: schermi luminosi, con buoni angoli di visione e una risoluzione ottimale per godersi serie tv e giochi
Hardware: processore (cpu) e memoria (sia per immagazzinare che per garantire velocità)  sufficiente
Autonomia: batterie abbastanza capienti o sistemi di risparmio energetico particolarmente efficienti
Fotocamera: sensori per scatti nitidi anche in condizioni di scarsa luminosità luminosi e con app capaci di aprirsi e di mettere a fuoco velocemente
Software: devono essere semplici e funzionali.

Ecco alcuni modelli Android interessanti e per (quasi) tutte le tasche.

Huawei P30 Pro

E’ il massimo per chi cerca un comparto fotografico d’eccellenza e il fatto che sia realizzato con Leica la dice lunga sulle potenzialità di questo smartphone, più che il sensore da 40Mp  che permette di scattare foto di alta qualità con una risoluzione di 7303×5477 pixel e di registrare video in 4K alla risoluzione di 3840×2160 pixel. È molto sottile – 8mm – e leggero e la batteria permette un uso intensivo per 18 ore al giorno senza dover ricaricare. E’ l’ultimo top d gamma prodotto dalla casa cinese senza i servizi Google e non si sa per quanto lo sarà. Per questo l’azienda punterà a garantirne l’usabilità con patch e aggiornamenti il più a lungo possibile. Con il taglio di memoria da 256 GB e 8 GB di ram si trovano tra i 600 e i 650 euro.

Samsung Galaxy S10+

È il diretto concorrente del P30 nella galassia Android. Evoluzione dello smartphone dell’anno precedente, ha la ricarica wireless inversa, una doppia fotocamera frontale e una tripla fotocamera principale con l’aggiunta di una grandangolare. Lo schermo curvo è ancora più grande e lascia le fotocamere frontali dentro un piccolo foro oblungo nell’angolo, per avere più spazio per lo streaming. Il display da 6.4 pollici ha una risoluzione da 3040×1440 pixel: fra le più elevate attualmente in circolazione. Co il taglio di memoria da 128 GB e 8 GB di ram si trova a circa 650 euro

Asus Rog Phone II

Non regalatelo a una fidanzata sciccosa, né a un marito manager: è un telefono pensato per chi sui videogiochi ci passa la vita e vuole una macchina dalle prestazioni eccezionali anche in mobilità. Per questo lo schermo ha un refresh a 120 hz (cioè l’immagine si ricompone 120 vlte al secondo) mentre nei top d gamma d altre case è al massimo a 90Hz e un processore che non si trova nemmeno in molti portatili, L’estetica non è fatta per essere mainstream e il peso (240 grammi) non è esattamente da taschino, ma le performance giustificano il costo che oscilla tra i 700 e i 900 euro.

OnePlus 7t McLaren Edition

Belli, raffinati e performanti, gli smartphone della casa di Carl Pei non deludono mai e anche l’edizione limitata dell’ultimo flagship è da tenere presente per un regalo fuori dal’ordinario. Tirar fuori un telefono da coatto di borgata era un attimo, ma OnePlus è riuscito a fare del suo top di gamma – il 7t Pro – un device elegante e aggressivo, grazie asi profili che richiamano i colori di scuderia della McLaren e ai materiali ultratech, persino nella cover che richiama il volante della fuoriserie inglese. Dentro, poi, c’è quello che OnePlus da sempre sceglie per i propri telefoni: dal processore al display. Grazie a 12 GB di ram (la vera differenza  con l’edizione normale sul fronte hardware) al refresh a 90hz e alla pop-up camera che permette di avere uno schermo pienamente godibile, è perfetto per la visione in streaming e per il gaming. L’unico neo, il peso, ancora un po’ ‘significativo’. Lo trovate a poco più di 750 euro.

Oppo Reno 2

Se non avete ancora sentito parlare di Oppo è perché non siete stati attenti. E preparatevi a sentirne parlare sempre di più, perché se gli smartphone che abbiamo illustrato fino ad ora sono tutti sopra (e abbondantemente) i 500 euro, questa casa cinese da anni sul mercato, ma solo da relativamente poco tempo in Italia, mette macchine di alto livello a disposizione di tasche molto meno capienti. Come il Reno 2, evoluzione del successo del predecessore, che si presenta con  il segno distintivo della casa: la fotocamera pop-up a pinna di squalo ma con un processore più potente e soprattutto 8GB di ram: una potenza di calcolo paragonabile a quella di qualche top di gamma. I display è un Amoled da 6,5 pollici senza notch, né fori per una visione a schermo pieno.  Le fotocamere posteriori sono 4 e il sensore Sony a  un gran lavoro nelle foto e nei video. Stabilizzazione, modalità notte e macro sono anche qui da tip di gamma. Il prezzo? Intorno ai 400 euro. Restano gli spicci per una cover sfiziosa e qualche accessorio.

Honor 20 Pro

Diciamoci la verità: se vedete uno smartphone Huawei che vi piace e non avete troppa fretta, vi basta aspettare qualche mese e Honor metterà sul mercato un prodotto qualitativamente quasi identico, pur se rinunziando a chicche come un comparto fotografico d’eccezione. La serie 20 è venuta alla luce in un momento infausto per la casa cinese: la presentazione è stata all’indomani della promulgazione del bando sulle suite di Google e così il lancio della versione Pro – la più appetibile – è stata ritardata di qualche mese. Perfetto, però, per arrivare a Natale già collaudato e rodato, forte di tutte le sue peculiarità, a partire da un ottimo corredo fotografico che supplisce all’assenza del marchio Leica con una interessante gestione della capacità dell’intelligenza artificiale. Il processore è un Kirin, orgoglio della casa madre, e la batteria da 4.000 mAh arriva comodamente a fine giornata e oltre. Il prezzo di lancio era un po’ impegnativo, ma ora lo si trova a 420 euro. E li vale tutti.

Huawei Nova 5t

In una curiosa corsa all’emulazione, Huawei ha fatto un telefono che imita un Honor che imita uno Huawei. Una versione Huawei dell”Honor 20, sotto una serie – Nova – che punta a un pubblico giovane, specie per il prezzo di lancio. Roba già vista, quindi, ma sempre interessante da avere in mano, sia per le prestazioni che per il comparto fotografico. Ogni componente fa il suo e lo fa al meglio, specie la batteria. E a più o meno 350 euro, non è affatto male. 

Honor 9x

In attesa di sfidare il mercato europeo con il primo smartphone 5G senza le suite di Google, Honor si è lanciata nel mondo delle pop-up camera con il 9X, lo smartphone con un display da 6,59 pollici che copre il 91% del corpo senza soluzione di continuità, ossia senza il notch per alloggiare fotocamera e sensori. Honor 9X monta una Triple Camera da 48MP​ alimentata dall’intelligenza artificiale AI, con modalità AIS Super Night Mode per scattare anche in ambienti scarsamente illuminati e Super Wide Angle Camera con un’apertura fino a 120 gradi.

Realme X2 Pro

Sì: un’atra casa cinese. Realme è uno spin-off di Oppo e il suo sbarco ufficiale in Europa è stato il 15 ottobre con il lancio a Madrid del  modello di punta: l’X2 Pro. Ecco un concorrente di cui big come Samsung e Huawei dovranno avere paura. Lo smartphone monta hardware d’eccellenza, come il processore Sanpdragon 855+ con funo a 12 GB di ram e 256 di memoria. La fotocamera da 64 Mp ha buone prestazioni supportate da un utilizzo dell’intelligenza artificiale che non esaspera l’esito finale. La batteria da 4.000 mAh regge bene il display a 90 Hz. Lo trovate solo online a 500 euro.

Wiko View 3

È il telefono per i figli adolescenti che sbuffano se si trovano tra le mani una caffettiera da 99 euro, ma ai quali sarebbe quantomeno improvvido affidare una macchina da 800. Con poco più(o poco meno) di 150 euro, ci si porta a casa un device più che dignitoso e con un’autonomia impressionante. La batteria da 4.000 mAh – grazie anche al fatto che il processore non è esattamente un fulmine di guerra – dura due giorni, anche con un’attività piuttosto intensa. Buono per giochi che non richiedono grandi prestazioni  (con quelli in 3D fatica un po’), e per una vita social che non pretenda scatti con scarsa luminosità. Di giorno, invece, le tre fotocamere riescono a sorprendere.  

Secondo molti operatori il 2020 rappresenterà l’anno di maturità per i pagamenti digitali con la loro definitiva affermazione come trend strategico per il settore bancario.

Con l’entrata in vigore nel settembre 2019 della PSD2, la nuova direttiva europea sull’open banking e i pagamenti digitali, si è concluso un primo ciclo di investimenti e di sviluppi tecnologici che ha favorito la creazione di un panorama economico composto da attori bancari e non, pronti a competere e collaborare tra loro per offrire all’utilizzatore finale servizi innovativi e trasversali. 

Significa che finalmente, sul fronte dei pagamenti digitali, l’Italia non sarà più un Paese emergente, come sostiene Paypal? Ne abbiamo parlato con Lorenzo Greco, country manager di Dxc Technology, brand nato dalla fusione tra Csc ed Enterprise Services della Hewlett Packard Enterprise (Hpe), nuovo leader mondiale nell’industria di servizi It.

Quali considerazioni possiamo fare analizzando questo scenario?

La prima è che la digitalizzazione dei pagamenti, essendo per la sua natura trasversale ai diversi settori e vicina al consumatore finale, può rappresentare un formidabile volano di innovazione e di trasformazione per il sistema Paese nel suo complesso. Basti pensare agli impatti positivi che le nuove tecnologie offerte dalle banche ai propri clienti possono apportare al tessuto industriale nazionale, facilitando l’adozione da parte delle PMI di metodi di pagamento veloci, sicuri e poco costosi. Oltre ai benefici economici, l’adozione dei metodi di pagamento digitale può supportare inoltre la modernizzazione dei processi interni e una diffusione della cultura digitale in tutta la società.

I numeri delle transazioni in contante, però, dicono il contrario

I numeri delle transazioni “cash” ci dicono che la diffusione dei pagamenti digitali ha ancora molta strada da fare: in Italia secondo il World Cash Report 2018 ben l’86 % delle transazioni è in cash, contro una media europea del 79% ed un 32% negli USA. Per cogliere questa opportunità, i player di mercato tradizionali hanno avviato importanti collaborazioni con fintech specializzate nel settore dei pagamenti. L’obiettivo è quello di scomporre le componenti del processo di pagamento in servizi elementari, per poi ricombinarle in nuove formule di business. In queste alchimie emergono due principali fattori chiave di successo: da una parte, un focus sulla user experience, sia in termini di elevata qualità del servizio da offrire che di possibili aree di sviluppo da perseguire; dall’altra parte questi modelli sembrano essere vincenti solo quando si aprono ad attori provenienti da settori economici con diverse esperienze da offrire al consumatore finale. Le nuove forme di pagamento digitale, in particolare quelle considerate come digital native payment, non possono essere più considerate come semplici forme di transazione tra soggetti. Rappresentano piuttosto un modo per le aziende per accedere a nuove fette di mercato, composte da quei consumatori finali che considerano queste forme di pagamento digitali come un mezzo per accedere ad esperienze di consumo sempre più avanzate e specifiche delle proprie esigenze.

C’è anche un problema di fiducia del consumatore nelle tecnologie dei pagamenti digitali

In questo quadro è evidente come la tecnologia giochi un ruolo abilitante, offrendo soluzioni tecniche implementative per la transizione dai mezzi di pagamento più tradizionali (bonifici, assegni) a quelli più propriamente digital native (Tap & Go, QR). Non bisogna dimenticare, poi, che tra i fattori di maggior attenzione per l’adozione di strumenti di pagamento digitale, la sicurezza riveste un ruolo fondamentale. Nel rapporto ABI LAB 2019 sugli scenari e i trend del mercato ICT per il settore bancario, si evidenzia che il 58% delle banche intervistate considerano gli aspetti di sicurezza e compliance come fattori ostacolanti per l’adozione delle nuove tecnologie in ambito pagamenti ed incassi. Ancora una volta le soluzioni tecnologiche, come per esempio gli applicativi di Strong Customer Authentication con identificazione multi-fattoriale, giocano un ruolo decisivo per il successo di programmi di trasformazione dell’intero settore bancario.

Come agisce DXC Technology?

Per essere competitivi i servizi finanziari devono rispondere a questo cambiamento velocemente, diventando piattaforme di business, per ripensare la catena di valore tradizionale e come l’organizzazione si pone all’interno di essa, studiare quali servizi le banche vogliono offrire in modo efficiente e come procurarseli, adottare piattaforme digitali che siano integration-centric e che sfruttino gli analytics, l’intelligenza artificiale e l’automazione. DXC Technology, fornitore leader di banking software e di soluzioni front-office managed trading con oltre trent’anni di esperienza, ha creato per supportare le banche un ecosistema di partner che innovano e forniscono soluzioni congiuntamente. Tra questi, AxiomSL, MetricStream, NCR e SAP, oltre a HCL Technologies, Fruition Partners, e Fixnetix. DXC ha creato un modello di consegna di servizi di prossima generazione per garantire automazione intelligente su larga scala, chiamato DXC BionixTM – che sfrutta analytics, IA e automazione per fornire maggiori insight, velocità ed efficienza.

Ha senso parlare di una ‘campagna culturale’ per convincere gli italiani a cambiare abitudini?

Sarà soprattutto il fattore culturale a decidere nei prossimi mesi il successo, o meno, di questa svolta: si sta giocando una partita che può essere vinta solo adottando un approccio collaborativo tra i player di mercato e i partner tecnologici e implementativi, gli unici in grado di offrire soluzioni provenienti da diversi settori economici e in linea con le aspettative del cliente finale. Se questa interazione verrà meno, si parlerà solo dell’ennesima occasione mancata.

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