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Il buco nero di Fortnite è durato pochissimo. Poco più di 24 ore. Il videogioco più popolare al mondo è tornato con il “Capitolo 2”, la novità che molti aspettavano e che sostituisce l’escamotage trovato da Epic Games per tenere tutti gli appassionati con il fiato in sospeso in attesa di capire cosa sarebbe successo. Sì, perché trovarsi davanti a una pagina scura in cui tutto è stato risucchiato, mappe e personaggi compresi, e non saper più come giocare o andare avanti, non è solo stato un mod diverso per raccontarsi. È stata una trovata di marketing assai geniale che ha generato una chiacchiera continua sui social e sulle pagine dei giornali, cartacei e online, di tutto il mondo.

Ma i creatori hanno deciso di seguire alla lettera il famoso detto che dice: “Ogni scherzo è bello quando dura poco”. Verso alle 10 di ieri, notte fonda negli Usa (altra scelta non banale) la voragine è stata prima sostituita dall’annuncio che suggeriva di scaricare un nuovo aggiornamento, e dopo dalla possibilità di poter tornare a giocare. Una piccola introduzione, poche parole di testo, raccontano come il giocatore sia riuscito a fermare la distruzione dell’universo all’ultimo momento. Un breve stop determinato anche da una questione economica visto che durante quello stop nessuno ha “comprato” o versato soldi per continuare a divertirsi. 

Su YouTube e altre piattaforme online, poco dopo, sono stati condivisi i trailer che raccontano questo “sequel” con le sue novità principali: una innovativa ambientazione che ha già stuzzicato la curiosità dei giocatori e le nuove funzioni, compresa la possibilità di potenziare le proprie armi, annunciate sul sito ufficiale del gioco. Come un bazooka speciale che serve a curare in una maniera non proprio convenzionale o un lanciarazzi particolarmente potente. 

Com’è la nuova mappa

“Un’isola nuovissima con 13 nuove località”. Questa è la descrizione della stessa Epic Games. Un’isola che sembra più selvaggia, misteriosa e meno ricca di insediamenti umani. Con un’aggiunta importante: la possibilità di vivere l’esperienza di un “gioco acquatico”. Ma gli utenti hanno accolto in maniera positiva la presenza di laghi e montagne, di un faro e di un ambiente più difficile da domare. Con la componente marina ha prendersi la scena. Sul Guardian, ad esempio, è stato raccontato come sia possibile dedicarsi ad attività come il nuoto e la pesca, oltre che usare le imbarcazioni per muoversi lungo tutto il territorio. Non tutti i centri sono nuovi. Alcuni come Pleasant Park e Salty Springs, molto apprezzati, sono ancora presenti.

Fortnite Chapter 2 Official Map (Named Locations) pic.twitter.com/2g7RfQQth2

— Fortnite Funny (@FortniteFunny)
October 15, 2019

 

“In poco tempo abbiamo già fatto una nuotata in una piscina termale, siamo saliti su una barca a motore, abbiamo trovato una canna da pesca e visto un faro su un litorale distante. Abbiamo notato che anche le modalità Playground e Creative sono state aggiornate” scrivono sul giornale britannico.

In uno dei nuovi trailer, per la modalità battaglia, è stata rivelata anche una nuova gamma di armi e un nuovo sistema di premiazione in cui i giocatori ricevono medaglie per svolgere compiti precisi come, ad esempio, riuscire a entrare nella lista dei 50 sopravvissuti. In più sono state implementate diverse modalità per poter festeggiare i propri successi, da soli o insieme ad altri appassionati di Fortnite. Un bell’incentivo per riprendere a giocare. 

Google sposa il display a 90Hz e lancia il suo smartphone Pixel 4 nel mondo del gaming spinto e dell’entertainment. Dopo OnePlus (che lo aveva introdotto già nella serie 7) e Realme (che ha presentato questa mattina a Madrid l’X2 Pro), anche il colosso di Mountain View ha presentato a New York il display di nuova generazione unito – per la prima volta su un Pixel – alla doppia fotocamera e a un sensore di movimento che utilizza un sensore radar in miniatura per aiutare il telefono a capire cosa sta succedendo intorno ad esso. Ad esempio, si può sbloccare il dispositivo quando ci si avvicinate al telefono e si può spegnere lo schermo quando non si è nelle vicinanze. 

Motion Sense attiva anche i Gesti rapidi, che aiuta a gestire il telefono senza necessariamente toccarlo. Basta muovere la mano sul telefono per posticipare la sveglia o silenziare la suoneria, controllare la musica mentre il display è spento o anche quando si è su un’altra applicazione. 

Pixel 4 introduce  miglioramenti all’HDR+, nuove funzionalità per la modalità foto notturna e uno zoom ad alta definizione affiancato all’obiettivo principale. Manca ancora il grandangolare presente in quasi ogni modello della concorrenza. La modalità ‘foto notturna’ è un miglioramento del software, tanto che sarà disponibile anche su Pixel 3 e 3a (sebbene in versione light).

Il nuovo assistente Google, in arrivo in Italia nel 2020, permetterà di aprire rapidamente le applicazioni, fare ricerche sul telefono, condividere quanto c’è sullo schermo con una domanda. Prenderà in considerazione anche il contesto delle richieste per rispondere in maniera più pertinente. Si può così chiedere all’Assistente Google “mostra le mie foto di New York” e proseguire con “quelle di Central Park”, per poi condividerle dicendo semplicemente “mandale alla mamma”.

La nuova applicazione Registratore impiega l’Intelligenza Artificiale per registrare riunioni, lezioni e tutto ciò che si desidera salvare e riascoltare in seguito, per poi rendere possibile la trascrizione. In una prima fase sarà disponibile solo in inglese, ma presto sarà disponibili anche altre lingue.

Sul fronte hardware, il Pixel 4 monta 6 GB di ram e il processore Pixel Neural Core, oltre al chip di sicurezza personalizzato Titan M di Google per proteggere i dati sensibili e garantire l’integrità del sistema operativo. Insieme all’ultima versione di Android 10 vengono forniti tre anni di aggiornamenti software e di sicurezza e l’accesso ai servizi di sicurezza avanzati di Google.

Pixel 4 e Pixel 4 XL saranno disponibili in Italia a partire dal 24 ottobre, nei colori bianco, nero e – in edizione limitata per Pixel 4 – nella nuova colorazione arancione a partire da Euro 759 euro per Pixel 4 e da 899 euro per Pixel 4 XL.

In Italia l’intelligenza artificiale potrebbe valere un incremento del Pil pari al 13% da qui al 2030. Che tradotto in moneta vuol dire 228 miliardi di euro. La stima, presentata durante l’evento The Future Is Now, arriva dalla società di consulenza McKinsey & Company e dal suo istituto di ricerca economica McKinsey Global Institute. 

Il peso dell’intelligenza artificiale

Per l’Europa,  l’aumento del Pil potrebbe essere del 19%, per un valore pari a 2700 miliardi di euro nel prossimo decennio. Massimo Giordano, managing partner McKinsey Mediterraneo ha sottolineato che l’AI “rappresenta un’opportunità unica per la competitività e la crescita del nostro continente, che può puntare su diversi punti di forza: un settore industriale all’avanguardia; un ampio bacino di talenti nella ricerca e nel tech; un numero di startup in continua crescita. Sarebbe quindi un peccato perdere questa occasione. Non si tratta infatti di un tema astratto, ma di ricchezza concreta”.

Molti talenti, pochi capitali

Quando si guarda al prossimo decennio, l’evoluzione tecnologica è – come sempre – accompagnata da mutamenti profondi. A partire dal mondo del lavoro. Il tempo impiegato in mansioni che richiedono competenze tecnologiche elevate aumenterà del 40%. Quello impiegato facendo fruttare competenze di basa del 65%. Per soddisfare questa fame di “skill” ci sono due modi, spiega McKinsey: aggiornare l’offerta formativa per chi arriverà nel mondo del lavoro e riqualificare chi ci sta già dentro. L’Europa può contare su una comunità di ricercatori più ampia di quella degli Stati Uniti o della Cina.

Il numero di programmatori software europei è cresciuto del 4-5% negli ultimi due anni e oggi raggiunge 5,7 milioni (negli Usa sono 4,4 milioni). Buoni segnali ma non sufficienti. Perché, come spiega la società di consulenza, la concorrenza per i tech-talenti è mondiale e l’Europa deve tornare a essere un polo di attrazione, richiamando i suoi cervelli in fuga e attraendo le migliori menti dalle altre parti del mondo.

In Europa il numero di startup che si occupa di intelligenza artificiale è triplicato negli ultimi tre anni e gli investimenti sono a livelli record, con 21 miliardi di euro investiti nel 2018 (+360% rispetto agli ultimi 5 anni). Ma, ricorda McKinsey, il numero di “unicorni” europei – ossia startup che hanno una valutazione superiore a 1 miliardo di dollari – è cresciuto a una velocità dimezzata rispetto agli Stati Uniti. Colpa anche di un mercato del venture capital europeo meno sviluppato e troppo concentrato: il 90% di questi finanziamenti è destinato a soli otto Stati Ue.

Tra pubblico e privato

Tra le leve indicate dalla società di consulenza ci sono il Business-to-Business (cioè le attività di imprese che guardano ad altre imprese). “I confini tra i settori sono sempre più labili ed è quindi fondamentale pensare e agire in ottica sinergica, di ecosistema”, sottolinea McKinsey. Che cita come esempio virtuoso la European Automotive Telecom Alliance, un’alleanza tra operatori del settore delle telecomunicazioni e il mondo dell’auto per promuovere la diffusione della guida connessa e automatizzata.

Anche il settore pubblico potrebbe “fare da volano per lo sviluppo dell’innovazione in Europa”: la spesa europea per i prodotti e servizi pubblici ammonta a circa 2.000 miliardi di euro l’anno (pari al 14% del Pil). Se “una parte rilevante” di questa spesa fosse destinata all’innovazione “il settore pubblico, innovando esso stesso, potrebbe innescare un circolo virtuoso di cui beneficerebbe anche il settore privato”. 

Dopo aver sondato il terreno per un paio d’anni con lanci sporadici, Realme “osa fare il salto”, come recita lo slogan della casa cinese, e si presenta sul mercato europeo con tre modelli che puntano a quella vasta quota che va sotto la denominazione di ‘fascia media’ e che comprende i giovani e i giovanissimi, una certa fetta di pubblico femminile e chiunque non abbia intenzione di spendere una fortuna per uno smartphone senza rinunciare a prestazioni da alta gamma.

Il che si traduce in batteria capiente, ma soprattutto ricarica ultraveloce; display con notch per la fotocamera ridotto al minimo e un processore in grado si sostenere sessioni di gioco intense. X2, X2 Pro e 5 Pro, i tre modelli presentati a Madrid da Realme, soddisfano queste esigenze in varie declinazioni di clientela, ma soprattutto di prezzo. Abbiamo chiesto a Levi Lee, direttore per l’Europa, qual è la filosofia dietro l’approccio a un mercato come quello europeo che appare complesso, affollato e per certi versi già saturo.

“Siamo nati nel 2018 con lo scopo di soddisfare i bisogni dei giovani consumatori. Non vogliamo che sacrifichino la ricerca dell’estetica e dell’eccellenza nella performance per il prezzo e per questo vogliamo dar loro un prodotto con tecnologia di alta gamma e un bel design che si adatti alla loro vita. Abbiamo cominciato in India, dove in tre giorni abbiamo venuto un milione di smartphone e siamo felici di essere presenti in 20 Paesi.

Cosa differenzia I tre modelli che avete presentato a Madrid dagli altri smartphone di fascia media?

5 Pro, X2 e X2 Pro hanno tutti e tre un comparto fotografico con 4 fotocamere: siamo primi a farlo. Fin dal loro lancio sul mercato asiatico, I nostri prodotti sono stati accolto con favore per le loro performance e per lo stile.

Qual è il vostro target?

Realme è oggi uno dei 4 brand di punta in India, tra i primi 5 in Indonesia and e siamo nella top 10 a livello mondiale. Puntiamo a diventare un marchio mainstream e a portare un’esperienza di alto livello nelle mani dei giovani in tutto il mondo. Per questo, dopo il successo che abbiamo avuto in Asia, vogliamo coinvolgere i giovani europei nella nostra community di fan e nella nostra famiglia che conta 17 milioni di clienti.

Con che strategia pensate di conquistare i giovani italiani storicamente legati a tre brand come Apple, Samsung e Huawei?

L’Europa è per noi un mercato molto importante e altrettanto lo è l’Italia. Per questo abbiamo deciso di lanciare l’X2 Pro contemporaneamente in Europa e in Asia. Vogliamo portare nelle manio dei giovani italiani un prodotto di alta qualità a un prezzo per tutte le tasche.

Da dove viene Realme?

All’origine di questa grande avventura c’è il nostro Ceo Sky Li che in anni di esperienza all’estero ha avuto modo di conoscere a fondo il mercato giovanile in tutto il mondo. Siamo uno spin-off di Oppo, ma ora siamo un brand indipendente con un proprio posizionamento di mercato, strategia, comparto di ricerca e sviluppo e marketing.

Chi sono I vostri competitor?

La competizione nel settore degli smartphone ha un solo beneficiario: il cliente. Siamo felici di affrontare qualunque competizione per metterci alla prova e realizzare prodotti sempre migliori. Anche se là fuori c’è una pletora di concorrenti, noi preferiamo concentrarci su noi stessi e su come possiamo offrire ai giovani consumatori europei una grande esperienza con il loro smartphone, Ogni giorno ci mettiamo in competizione con noi stessi per diventare un produttore di punta nel mercato.

Un nuovo protagonista si affaccia sul mercato europeo degli smartphone. Viene (ma che sorpresa!) dalla Cina e punta (ma che sorpresa!) alla fetta più appetibile: quella dei giovani e dei giovanissimi.

Si chiama Realme ed è uno spin-off di un altro produttore piuttosto recente sulla scena italiana ed europea: Oppo. Lo sbarco di Realme in Europa è fissato per il 15 ottobre, quando lancerà a Madrid il suo modello di punta: l’X2 Pro, che ambisce a mettersi in competizione con gli smartphone di fascia medio-alta di marchi come Huawei e Samsung, che nell’ecosistema Android hanno posizioni molto forti e consolidate, ma anche con gli OnePlus serie 7t appena presentati.

Nonostante il rallentamento delle vendite e le cassandre che annunciano la saturazione del mercato, fino al secondo trimestre del 2019, il mercato degli smartphone ha mostrato di essere ancora vivo. Huawei e Samsung hanno rilevato una crescita su base annua rispettivamente del 7,1 e del 4,6%. L’azienda sud coreana resta in prima posizione in termini di quote di mercato (21,3%), seguita da Huawei (15,8%) e nell’ultimo rapporto Counterpoint si comincia a parlare di  Realme che ha spedito 4,7 milioni di dispositivi contro gli 0,5 milioni dello stesso trimestre del 2018, con un incremento di 848 punti percentuale, entrando per la prima volta nella top 10.

Il mercato europeo, uno dei più complessi, ha una distribuzione per grandi volumi, con il 35% della quota saldamente in mano a Samsung; il 19% a Huawei; il 15% ad Apple, il 7% a Xiaomi e il 2% a OnePlus. In Italia, semplificando (e molto) si può dire che in Italia il 30% del mercato degli smartphone appartiene a Samsung, un altro 30% a Huawei e il 20% ad Apple. Il restante 10% è in mano a protagonisti con quote marginali comeOnePlus, Oppo, la franco-cinese Wiko e Xiaomi.

Marginali, certo, ma pronte a esplodere. E per questo aziende come OnePlus preparano da anni il terreno mettendo a punto prodotti top di gamma quali il 7T (nelle sue tre versioni) in grado di muovere guerra al P30 Pro di Huawei e all’S10 di Samsung. O il Reno 2 di Oppo, che potrebbe affiancare modelli di fascia medio-alta come le varie varianti Lite della serie P e Mate di Huawei.

Come si colloca Realme in questo scenario? Per comprendere la strategia dell’azienda, forse si dovrebbe pensare a Honor, una costola di Huawei, nata come spin-off e diventata brand indipendente e di un certo peso in Italia. In sostanza il duo Oppo-Realme replicherà la combinata Huawei-Honor che ha funzionato alla grande fino al giorno in cui Trump ha twittato la sua dichiarazione di guerra. “Realme è nata con l’obiettivo di soddisfare le esigenze dei giovani consumatori” dice ad Agi Levi Lee, il direttore per Europa di Realme, “In realtà non vogliamo che i giovani utenti sacrifichino la loro ricerca estetica e prestazioni eccellenti per il prezzo, quindi ‘Osiamo saltare’ come afferma il nostro slogan, in modo da poter raggiungere il nostro obiettivo principale: offrire loro un prodotto di fascia alta con tecnologia e grande design”.

Nata appena un anno fa, nel 2018, Realme ha iniziato il suo percorso in India, uno dei mercati con la crescita più rapida e imponente, dove ha raggiunto il traguardo delle vendite di 1 milione di telefoni cellulari in 3 giorni, passando dall’1,2 di quota mercato del secondo trimestre del 2018 al 7,7 dello stesso periodo del 2019. “Sappiamo di essere molto felici di operare in 20 paesi e di sbarcare in Europa” aggiunge Lee, che dice di aver scelto la Spagna come porto di approdo “perché è un mercato molto aperto all’innovazione e una cultura molto accogliente che si allinea molto bene con il nostro motto”. “Inoltre” aggiunge, “il mercato spagnolo è cresciuto e ha raggiunto un punto in cui pensiamo che i nostri prodotti saranno accolti molto bene tra i consumatori”.

“L’Europa è un mercato così importante per noi” dice ancora Lee, che “il lancio di Realme X2 Pro avverrà simultaneamente in Europa e in Asia per la prima volta, diventando una pietra miliare per l’azienda e rafforzando l’importanza del mercato europeo per il marchio”. Stessa premessa vale per l’Italia:

“È uno dei più grandi mercati in Europa e anche uno dei mercati chiave per l’Europa. Realme fornirà i migliori prodotti a un prezzo accessibile per i consumatori italiani e siamo certi che i nostri prodotti diventeranno popolari tra i giovani in Italia”.

Ma che telefoni presenterà il 15 ottobre a Madrid?

L’X2 Pro, innanzitutto, il top di gamma che monta un processore Sanpdragon 855+ e una batteria da 4.000 mAh che grazie alla tecnologia da 50 W sarà possibile ricaricare in 35 minuti e un display con refresh a 90HZ. Il comparto fotografico è dotato di una quad camera da 64MP con zoom ibrido da 20X, grandangolo di 115 gradi,  teleobiettivo e obiettivo per ritratti.

L’X2 è pensato per gli amanti dei selfie grazie all’obiettivo da 32 MP con nightscape per gli scatti in notturna. Monta un processore Snapdragon 730G e una batteria da 4.000 con tecnología da 30W. La fotocamera principale ha un obiettivo 64MP in combinazione con un obiettivo ultra grandangolare, un micro obiettivo da 4 cm e un obiettivo vertical. realme X2 è il punto di partenza di una nuova era della Quad Camera.

5 Pro è invece pensato per i giovanissimi: una fotocamera da 48MP, una piattaforma mobile Snapdragon 712 AIE che dà il meglio di sé nei giochi e nell’intrattenimento. Include anche un nuovo gel che consente una migliore dispersione di calore quando si svolgono operazioni pesanti, ad esempio giochi di grande portata. La ricarica da 30W riduce il riscaldamento sia del caricatore, sia del dispositivo.

“L’uomo è come un algoritmo, non esiste una sua versione finale ma una che si può sempre ottimizzare e migliorare”. Francesco Marconi, 33 anni, giornalista e responsabile ricerca e sviluppo del Wall Street Journal, mi ripete più volte questo concetto durante una chiacchierata sul suo ultimo libro uscito in Italia (Diventa autore della tua vita, 30 giorni per scoprire le tue aspirazioni e cominciare a raggiungerle, Rizzoli, 2019).

Background tecnologico solidissimo, esperto di intelligenza artificiale e machine learning, soprattutto applicate al mondo dell’informazione, Marconi racconta all’Agi di come gli italiani abbiano bisogno di maggior “self-confident”, fiducia in se stessi. “Spesso sono troppo umili, questo a volte può essere un vantaggio ma anche un grosso ostacolo quando si vuol provare a cambiare lavoro o iniziare un nuovo progetto”. Un passato ad Associated Press, un presente da ricercatore al Mit di Boston e al Wsj, Marconi nel 2017 è stato riconosciuto da MediaShift come uno dei 20 principali innovatori nell’ambito dei media digitali.

Ognuno di noi, quindi, è un algoritmo umano che per crescere “ha bisogno di dati, di input, di sollecitazioni che arrivano dall’esterno”. Tutto quello che serve per avviare un meccanismo di machine learning interiore in cui la componente umana, quella non fredda e asettica dei calcolatori, è ingrediente necessario: “Questo libro non è una serie banale di formule di auto-aiuto, né promette false illusioni. È un oggetto, fisico, che può essere usato nel momento del bisogno o, ancora meglio, che puoi regalare a una persona a cui tieni particolarmente e che è in cerca della sua strada”.

Marconi è nato in Portogallo, nelle sue vene scorre sangue italiano, e vive a New York. Pochi anni fa scrisse un articolo in cui illustrava il suo “metodo E.N.G.A.G.E.” dove raccontava quanto fosse importante arrivare a stringere un patto con sé stessi per provare a cambiare la propria esistenza e perseguire i propri desideri. Tra consigli ed esercizi, pause e respiri. Quell’articolo è diventato un libro di successo che ora sbarca nelle nostre librerie con un adattamento, C.R.E.A.T.I., che non perde efficacia.

“Non è una formula di marketing” dice Marconi “Io voglio che si crei una connessione tra chi lo compra e le persone che gli stanno intorno, alla community di riferimento. Ci si può lavorare sopra, può stare sul comodino o in valigia quando si viaggia. Non è una lettura tradizionale che si consuma in due giorni. Si può leggere anche solo un capitolo alla volta, con la cadenza viene decisa dal lettore. E non c’è limite di età, si può ripetere il processo ogni volta che serve”.

Nelle pagine ci sono aneddoti personali della vita di Marconi, storie di grandi uomini e donne come Steve Jobs e Victor Hugo, i creatori di Stranger Things e Zaha Hadid ma anche, se non soprattutto, dati e ricerche che scientificamente danno solidità alla narrazione dell’autore. Per spiegare bene le peculiarità del testo si può ricorrere a una frase che è uno dei piloni portanti delle teorie di un’altra grande ricercatrice, Brené Brown: “Stories are just data with a soul”. Dati e anima. Algoritmo e umanità.

Il nostro cervello, come sostiene il neuroscienziato Rick Hanson “è come il velcro per le esperienze negative e come il teflon per quelle positive”, ovvero tende a dare più risonanza e importanza alle prime rispetto alle seconde. Chi fa il mestiere del giornalista questo lo vede anche nel tipo di notizie che fanno presa nella mente del lettore. Ma non solo.

Come giornalisti sappiamo che tutti i giorni si leggono cose con una matrice fortemente negativa, dalle guerre ai terremoti, e a volte mi sembra che siamo circondati da troppe energie di questo tipo. Ci sono studi scientifici che dimostrano come l’essere esposto a positività permette a ciascuno di noi di crescere e di migliorarci. È difficile quantificarne l’impatto ma credo sia molto importante avere accanto persone dinamiche e creative. Tornando al concetto dell’algoritmo umano: se i dati che prendi all’esterno sono negativi anche il tuo processo di “machine learning” sarà altrettanto negativo. Meglio allenare questo processo di sviluppo con positività, creatività, collaborazione.

Nel libro ci sono tre capitoli dove suggerisce di coltivare la gentilezza, di eliminare la critica sistematica, di provare a distinguersi per essere riconoscibili. Bene, la provoco. Dobbiamo abbandonare i social come Facebook? O grazie a nuovi fenomeni come Tik Tok, i giovanissimi possono tornare a ricercare una propria identità?

Penso che tutto questo abbia a che fare con il tentativo di essere “autentici”. Una piattaforma come TikTok ti lascia essere davvero autentico e creativo, altre come Facebook o Twitter sono focalizzate nel promuovere la conformità. Oggi c’è una tensione sempre più forte tra il conformarsi alla società e il provare a essere autentici. Ma succede, a volte, di trovarsi davanti a quella che viene chiamata come “fake authenticy”. Questo è quello che si dovrebbe evitare. Essere autentici e, allo stesso tempo, essere grati per quello che si ha penso sia una soluzione che possa aiutare davvero le persone a concentrarsi sulle cose importanti.

Nel libro scrive anche quanto sia importante non essere interrotti e imparare a superare il disagio del silenzio. Viene citato uno studio di Microsoft che indica come ogni dipendente venga interrotto in media quattro volte ogni ora..

Sì, per me questa è certamente un qualcosa che riguarda la sfera sociale e l’interazione umana ma ha anche qualcosa di fisico. Pensiamo ad esempio a come sono disegnati gli uffici oggi. Al Wall Street Journal è tutto “open space” e io credo che questa non sia la forma migliore dove lavorare. Vieni interrotto troppe volte. Sarebbe importante creare una struttura dove si ha il tempo per essere al 100% focalizzati nel lavoro e parallelamente altri spazi per la connessione sociale e l’interazione con gli altri individui.

E suggerisce anche di mettere sempre per iscritto le proprie idee

Serve a dare forza e concretezza ai propri obiettivi. Io procedo così: li scrivo per averli sempre davanti e ogni giorno provo a fare una o due cose che mi permettano di procedere verso il loro raggiungimento. Se lo faccio per due o tre mesi, il risultato arriva più facilmente. È come costruire una casa: cominci con i mattoni e alla fine hai un edificio.

Pieno di post-it

Esatto.

Parliamo di deepfake. In Italia abbiamo visto da poco il caso del “falso” Renzi e molti ci sono cascati. 

Al Wall Street Journal abbiamo creato una squadra di media forensics dove ci sono 21 giornalisti che hanno imparato a fare la “detection” dei deepfake e altri video che promuovono l’odio. Stiamo continuando ad apprendere nuove tecniche per farlo ma quella che per me è più importante di tutte è continuare a seguire il processo tradizionale giornalistico: controllo e ricerca delle fonti. I deepfake, come ogni tecnologia, evolvono di continuo. Quando troviamo una soluzione potrebbe non bastare. Inizialmente in questi video non si vedeva sbattere gli occhi, ora è un’azione che questi volti fanno. È come un gatto che insegue il topo, non dobbiamo fermarci ma sviluppare sempre nuove tecnologie per combatterli. Il grande problema è che nel momento in cui tu hai identificato un deepfake come tale, lo stesso è già stato ampiamente visto grazie alle reti sociali che lo hanno condiviso. La sfida è anche quella di informare queste persone del fatto che hanno visto una fakenews.

Parliamo anche di fact-checking. Fondamentale, utile, molti lo apprezzano, ma non è diventato uno strumento di successo per le masse di lettori. Perché?

È molto importante per i giornalisti ma è un ingrediente base del nostro mestiere. Se non fai fact-checking non sei un giornalista o non puoi lavorare in un’agenzia. Se fai buon giornalismo, fai factchecking. È un elemento non dovrebbe distinguerti dagli altri. Penso che i giornalisti ne siano più ossessionati di quanto lo sia il pubblico. Una volta, nelle operazioni di marketing di un giornale americano, lessi “leggi il nostro giornale per proteggerti dalle fakenews”. Penso che sia una cosa molto importante per noi ma un po’ secondaria per i lettori.

Decisiva allora quella che nel libro diventa “la pepita”, ovvero quella capacità di vedere le cose in una maniera unica, trasversale, originale. Nel giornalismo e nella vita. Come la si trova?

Posso dirle come faccio io. Non posso trovare un’altra prospettiva quando sono totalmente preso dal lavoro che sto facendo. Devo diversificare le attività da fare ogni giorno. È molto difficile uscire dalla routine, dall’autopilota inserito. Ma è importante provare a farlo. Il tempo libero serve a sviluppare la creatività, a parlare con altre persone, a fare ricerca. Questo è il segreto.

“Ogni giorno è il giorno più importante della tua vita”, scrive.

A volte stiamo troppo concentrati nel voler raggiungere un grande obiettivo. Dovremmo invece avere un approccio maggiormente legato alla forma incrementale. Crescere giorno dopo giorno per creare la base del proprio futuro.

Nella prefazione leggo: “Ho lasciato l’Italia perché volevo diventare migliore. A volte penso di tornare una volta per tutte. Il motivo per cui non l’ho ancora fatto è che voglio tornarci nella migliore versione di me stesso”. Quando tornerà?

Non so ancora come risponderle. I 30 piccoli capitoli del libro sono disegnati in un maniera simile al processo in cui si sviluppa un’intelligenza artificiale. Sto ancora testando se l’algoritmo umano funziona e lo saprò solo in una versione di me più ottimizzata.

Da tempo ormai le Cassandre si danno il cambio a ripetere più o meno la stessa cosa: il mercato degli smartphone è saturo e si sta trasformando in una bolla destinata prima o poi a esplodere. Eppure continuano a moltiplicarsi i modelli e sempre nuovi produttori entrano nel settore tentando la scalata alle quote lasciate libere da colossi come Samsung, Huawei e Apple.

Cos’è, allora, che permette di svuotare i magazzini? Un paio di considerazioni sul mercato, innanzitutto, che si allarga sempre di più: alle nuove generazioni e ai clienti di intere regioni che fino a poco tempo fa non erano nemmeno prese in considerazione nelle indagini di marketing. L’Africa su tutti, dove la cronica carenza di infrastrutture per la telefonia fissa ha portato al rapido sviluppo di quella mobile, ma anche l’India, il sudest asiatico e l’America Latina. Ma al di là della distribuzione geografica c’è un fattore ‘filosofico’ che viene definito dai clienti e incide moltissimo sul successo di un brand. Non a caso ci sono produttori che amano riferirsi alla clientela come una ‘comunità’ e quello che più di altri è riuscito a farlo è OnePlus.

L’azienda cinese creata da Pete Lau e Carl Pei ha fatto dell’ascolto della community il fulcro del proprio operato e per questo ha optato per una filosofia che ai più può apparire incomprensibile: lanciare un nuovo modello e dopo sei mesi migliorarlo e rimetterlo sul mercato. Da questo approccio nasce la serie ‘T’ di OnePlus, che porta con sé modifiche – a volte appena percettibili – realizzate su input dei clienti rispetto al modello appena uscito.

A maggio OnePlus ha lanciato il suo modello 7, il primo con il display a 90hz e con un comparto fotografico finalmente in grado di competere con produttori come Samsung e Huawei.

 Oggi OnePlus ha presentato a Londra l’update della versione 7 e in tre modelli: 7T, 7tPro e 7tPro McLaren. Tutti hanno in comune il display a 90hz che porta con sé un’esperienza di visione di altissima qualità per uno smartphone, ma anche il solito problema: il consumo di energia. Invece di aumentare la capacità della batteria – che sul 7T è 3.800 mAh e sul Pro 4.085 – OnePlus ha  deciso di sviluppare la ricarica veloce Warp 30 per passare da 0 a 68% di autonomia in 30 minuti. Una sfida in cui si sono lanciato un po’ tutti i produttori: invece di aumentare la capacità della batteria, diminuire i tempi di ricarica.

Una filosofia distante da quella di Huawei e Samsung. Il colosso cinese ha due appuntamenti fissi ogni anno: in primavera con la nuova serie P e in autunno con il Mate e lo stesso può dirsi della concorrenza coreana che a marzo lancia la serie S e ad agosto il Note. Due serie (S vs P da una parte e Note vs Mate dall’altra) che si rivolgono a clientele diverse, mentre l’evoluzione T di OnePlus ‘parla’ alla stessa communiy.

Pensare che chi ha comprato un 7 meno di sei mesi fa possa sentirsi preso in giro dall’uscita di un modello migliorato in tempi così brevi significa non tenere conto di una caratteristica degli smartphone OnePlus: ignorano cosa sia l’obsolescenza programmata. La casa garantisce 2 anni di update del sistema operativo  Android e 3 anni di patch di sicurezza e in giro ci sono ancora non pochi OnePlus 1, il modello divenuto iconico grazie anche a una rivoluzionaria campagna di marketing.

Un altro elemento su cui l’azienda ha investito molto è il sistema operativo: OxygenOs è il meno invasivo tra quelli sviluppati su piattaforma Android e prima di essere distribuito passa attraverso 115 aggiornamenti e 77 mila feedback dalla community.

Gli smartphone della serie OnePlus 7T sono dotati anche di OxygenOS 10.0 con quattro colori Horizon Light tra cui scegliere; impostazioni di personalizzazione memorizzate in un unico luogo come sfondi, stili di orologio e Horizon Light e passaggio da un’app all’altra durante la visione di un video in modalità orizzontale senza dover tornare alla modalità verticale.

OnePlus 7T Pro monta un display da 6,67 pollici senza notch grazie alla fotocamera pop-up. Il sistema a tre fotocamere con software UltraShot ottimizzato per le condizioni di scarsa illuminazione è arricchito dalla modalità macro e dal sistema di stabilizzazione ibrida per i video. Il Pro monta uno zoom 3x rispetto al 2x del 7T.

OnePlus 7T sarà disponibile dal 17 ottobre a 599 euro per la versione con 8GB di RAM e 128GB di storage. 

Il 7T Pro sarà disponibile dalla stessa data a 759 euro con 8GB RAM e 256GB di storage.

E per il secondo anno OnePlus haq rinnovato la partnership con McLaren per dar vita a una versione Limited Edition del 7t Pro con livrea ispirata alla speed tail della suopercar e i dettagli papaya orange, colore di scuderia. McLaren Edition sarà disponibile dal 5 novembre a  859 euro con 12GB RAM e 256GB storage. 

Nella lista nera di Trump, la stessa che include Huawei, sono entrate 28 nuove organizzazioni cinesi. Alcune si occupano di intelligenza artificiale e riconoscimento facciale. Si toccano quindi dirittamente settori sempre presenti nella battaglia tecnologica tra Washington e Pechino, ma fino a ora rimasti sullo sfondo. Non è detto però che sia un segnale di irrigidimento.

La sorveglianza sugli uiguri

L’ingresso nella “Entry list” del Dipartimento Usa del Commercio comporta limitazioni identiche a quelle che coinvolgono Huawei: niente forniture da società americane senza il consenso di Washington. Tra le organizzazione coinvolte ce ne sono tre che incrociano intelligenza artificiale e riconoscimento facciale: Hikvision, SenseTime e Megvii. Il segretario al Commercio Wilbur Ross ha sottolineato che il bando “garantirà che le nostre tecnologie non vengano utilizzate per sopprimere popolazioni minoritarie indifese. Le organizzazioni entità sono state coinvolte in violazioni dei diritti umani, detenzione arbitraria e sorveglianza ad alta tecnologia contro uiguri, kazaki e altri membri di gruppi minoritari musulmani”. Lo scorso aprile, un’inchiesta del New York Times ha rivelato che il riconoscimento facciale è già utilizzato per monitorare la minoranza degli uiguri.

Le fonti del giornale statunitense spiegano che, in alcune aree, vengono effettuate 500.000 scansioni del viso al mese. Il sistema traccia così le “anomalie” e attiva l’allerta: “Se in un quartiere dove vive di solito un uiguro ne vengono rilevati sei, scatta immediatamente un allarme”. La sorveglianza sarebbe stata usata  in città come Hangzhou, Wenzhou e Sanmenxia, a partire dal 2018. E “quasi due dozzine di dipartimenti di polizia, in 16 diverse province”, hanno richiesto l’utilizzo della stessa tecnologia. Il New York Times citava SenseTime e Megvii, ma non Hikvision (per distacco la più grande tra le tre). Che infatti dichiara di “opporsi fermamente” alla decisione di Washington.

Il riconoscimento facciale negli Usa

Ross ha definito “inammissibile” l’utilizzo del riconoscimento facciale per una sorveglianza di massa. Negli Stati Uniti l’applicazione è meno pervasiva, ma molto discusso. Secondo il Washington Post, Fbi e Ice (l’agenzia federale che controlla l’immigrazione) utilizzano le foto delle patenti come archivio e l’intelligenza artificiale come strumento, senza il consenso degli utenti. Alcuni dipartimenti di polizia hanno testato Rekognition, il sistema di riconoscimento facciale sviluppato da Amazon. Pur non essendo stati indirizzati contro specifici gruppi etnici, diverse ricerche hanno dimostrato che sistemi di questo tipo tendono ad avere un tasso di errore maggiore su visi di colore, esponendo così soprattutto determinate etnie.

Intelligenza artificiale e leadership globale

I funzionari americani hanno dichiarato che il provvedimento non ha nulla a che fare con la ripresa dei negoziati sui dazi. Ma nessuno nega che la battaglia commerciale sia legata alla leadership tecnologica, che passa anche dall’intelligenza artificiale. Nel 2017 la Cina ha pubblicato il “New Generation of Artificial Intelligence Development Plan”, che punta a rendere il Paese leader mondiale del settore entro il 2030 (superando proprio gli Usa). L’AI è anche uno dei propulsori di “Made in China 2025”, il piano con il quale Pechino sta convertendo la propria struttura industriale verso settori più tecnologici.

Passa la linea Microsoft?

Secondo Reuters, Hikvision incassa quasi il 30% dei suoi 50 miliardi di yuan (7 miliardi di dollari) all’estero. Ma a subire sono anche le società americane. Due fornitori di Hikvision stanno accusando pesanti cali a Wall Street. Nvidia è in rosso del 4% e Ambarella del 10%. Come per Huawei, l’ingresso nella Entry List è un inconveniente per entrambe le parti. Ecco perché anche le compagnie statunitensi si stanno facendo sentire. Il caso più eclatante, fino a ora, è stato quello di Microsoft. A settembre, il suo presidente, Brad Smith, ha affermato – in un’intervista a Bloomberg Businessweek – che la Casa Bianca starebbe trattando Huawei in modo ingiusto. E che provvedimenti come quello che ha colpito Shenzhen dovrebbero essere basati su “solide basi di fatti, logica e stato di diritto”.

Smith aveva indirizzato alla Casa Bianca un messaggio chiaro: il Dipartimento del Commercio dovrebbe mettere da parte “la mannaia” per usare “il bisturi”. Cioè avere un approccio più selettivo, che non blocchi lo scambio tecnologico di interi settori  ma metta all’indice compagnie e applicazioni specifiche che comporterebbero un rischio la sicurezza nazionale. Meno casi come Huawei e più attenzioni ad applicazioni militari o contrarie ai diritti umani. Il bando di Hikvision, SenseTime e Megvii tiene sì alta la tensione con la Cina, ma sembra andare proprio nella direzione auspicata da Microsoft. 

 

Adesso è ufficiale: la PlayStation 5 sarà in vendita dalla fine del 2020, probabilmente dal mese di novembre. A comunicare la notizia, dopo mesi di rumor della stampa di settore, è stata la stessa Sony attraverso un ampio articolo in esclusiva sulla rivista americana Wired e a un comunicato sul suo blog aziendale.

La quinta incarnazione della piattaforma per videogame di maggior successo arriva dopo sette anni esatti dall’uscita della PlayStation 4 che, a sua volta, aveva sostituito la PlayStation 3 dopo che questa era sul mercato da sette anni. Dal suo arrivo nei negozi nel 2013, Ps4 ha totalizzato oltre 100 milioni di console vendute, vincendo cin ampio margine la sfida delle console casalinghe di questa generazione e lasciando dietro per volumi di vendita sia Xbox One che Nintendo Wii U (e poi anche Switch). Non stupisce quindi che tutti gli occhi degli appassionati e degli addetti ai lavori siano concentrati sugli annunci legati alla prossima console Sony e a come questa potrebbe cambiare il mercato dei videogame.

Here’s Another Picture Of The PlayStation 5 Dev Kits!!!! #PS5 #PlayStation #PlayStation5

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— 4 Gamers Gaming (@4GamersGaming1)
October 8, 2019

Controller e hard disk

Le novità più importanti svelate da Sony e dal lead architect di Ps5 Mark Cerny sono relative alla tecnologia che presto avremo in casa. Innanzitutto Sony rivoluziona  completamente il suo DualShock, il controller della console, per dotarlo di un nuovo sistema di vibrazione che passa dall’attuale “rumble” a un vero e proprio feedback aptico: invece di una semplice vibrazione, al giocatore saranno fornite delle sensazioni tattili molto più precise e diversificate, in grado ad esempio di fargli sentire la differenza tra un personaggio che cammina sulla sabbia rispetto allo stesso che nuota.

Sempre sul fronte controller, viene introdotta la resistenza programmabile nei “grilletti”, i tasti dorsali (oggi chiamati L2 ed R2) che gli sviluppatori potranno adattare a loro piacimento, rendendoli ad esempio più duri quando il giocatore deve tendere un arco rispetto a quando sta sparando con un mitra automatico.

Non meno interessante il tema hard disk. Ps5 potrà leggere dei “tradizionali” dischi ottici da 100 GB e avrà ancora un lettore Blu Ray (per l’Ultra hd), ma sarà dotata anche di un disco rigido allo stato solido (SSD) per il caricamento più rapido dei giochi.

L’obiettivo è quello di abbattere i tempi di caricamento e di accensione della console, spesso davvero lunghi anche nelle macchine di questa generazione e sarà anche possibile installare solo alcune parti dei videogame, escludendo quella funzioni non desiderate e che finirebbero solo per occupare spazio in memoria. Un esempio è quello del lato multiplayer che i giocatori interessati solo all’esperienza singola potranno decidere di non installare. Viene poi confermato l’utilizzo della nuova e promettente tecnologia di illuminazione dinamica nei videogiochi, il ray-tracing, che sarà supportato a livello di hardware della Gpu.

L’ultima console

Lo sbarco nel settore dei videogame da parte di Sony risale al lontano 1994 con quella prima PlayStation che, rompendo il duopolio Nintendo-Sega, rivoluzionò il settore e portò il gaming verso un pubblico più adulto. Dopo anni di trionfi ininterrotti e qualche passo falso (l’avventura nel settore mobile con le due poco fortunate Psp), Ps5 potrebbe ora trovarsi di fronte alla più grande sfida da molto tempo a questa parte. Più che guardarsi dalla concorrenza delle storiche rivali Nintendo e Microsoft, la prossima PlayStation dovrà infatti dimostrare di avere ancora un posto nel mondo.

Il settore videoludico da una parte vede infatti la sempre maggiore diffusione di smartphone in grado di riprodurre videogiochi molto elaborati e, dall’altra, l’arrivo del “cloud gaming” di nuove piattaforme come Google Stadia che promettono nei prossimi anni di farci dimenticare la necessità di avere delle console casalinghe fisiche e di sostituirle con quei tablet, quei pc e quegli smartphone che abbiamo già in casa. Convincere decine di milioni di persone per un altro settennato che il miglior modo di videogiocare sarà ancora quello di collegare una nuova “scatola” al televisore potrebbe insomma rivelarsi più complicato.

Nel 1965 l’Universo era qualcosa di semplice, quasi “vuoto”. Grazie al lavoro dei nuovi tre Nobel per la Fisica la nostra visione è completamente cambiata. James Peebles, canadese di 84 anni, è nato a Winnipeg nel 1935, e ha lavorato nell’Università americana di Princeton. Il suo lavoro ha contribuito alla predizione dell’esistenza della radiazione cosmica di fondo, la radiazione elettromagnetica che permea l’Universo e che viene considerata come l’eco del Big Bang.

Questo ci ha permesso di comprendere meglio l’evoluzione dell’Universo e del posto della Terra nel cosmo. Fondamentale è stato anche il suo contributo alla teoria della materia e dell’energia oscura, quello di cui è composto il 95 per cento del nostro Universo e che rappresentano ancora oggi un mistero.

L’altra metà del Nobel va a Michel Mayor, 77 anni, e Didier Queloz, 53 anni. Sono i “cacciatori” di mondi alieni. A loro si deve la scoperta nel 1995 del primo esopianeta, 51 Pegasi b, un gigante gassoso che orbita attorno a una stella a 50 anni luce di distanza.

Queloz era un dottorando di Mayor, quando hanno iniziato a osservare 140 stelle simili al sole per rivelare nane brune e pianeti giganti. Un giorno notarono che la stella 51 Pegasi mostrava oscillazioni periodiche interpretabili come il moto orbitale di un pianeta di massa simile a Giove.

La sorpresa era, però, il periodo orbitale, poco più di 4 giorni, corrispondente a un’orbita vicina alla stella, ben più vicina di Mercurio al Sole. Si trattava di una configurazione inattesa, secondo le teorie dei sistemi planetari correnti. Impiegarono un anno a ripetere le osservazioni per escludere altre ipotesi e il 6 ottobre del 1995 pubblicarono l’osservazione del primo esopianeta intorno a una stella simile al Sole.

Per riuscire nell’impresa hanno usato una tecnica allora pioneristica, la spettroscopia Doppler, anche conosciuta come misurazione della velocità radiale, che permette di rilevare mondi distanti, misurando come la stella madre “vacilla” al passaggio di un pianeta nella sua orbita.

I due astronomi stavano lavorando all’Universiità di Ginevra quando hanno fatto la scoperta. Oggi Mayor è ancora professore emerito nello stesso ateneo. Mentre Queloz lavora all’Università di Cambridge, nel Regno Unito, ed è ancora uno dei protagonisti nella caccia a nuovi pianeti. 

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