Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Che impatto hanno avuto le innovazioni degli ultimi vent'anni sull'economia e sulla società italiana, le speranze e le paure di un Paese che sta cambiando: sono questi i temi affrontati dal Rapporto 2017 Agi-Censis 'La cultura dell'innovazione' che sarà presentato lunedì 18 dicembre a Montecitorio (ore 11, Sala della Lupa), alla presenza della presidente della Camera, Laura Boldrini, del direttore di Agi, Riccardo Luna, e del segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, nel corso l'evento "#InnovazioneItalia: storie, idee e persone che cambiano il mondo" promosso da Agi.

Il rapporto fotografa la "voglia di futuro" degli italiani concentrando l'attenzione sulla disponibilità ad aderire ai nuovi schemi: dalla sharing economy alla web tax. Accanto alla "voglia di futuro" emergono con forza nuove domande di sicurezza, diritti ed equità. Molte le attese per le opportunità della rivoluzione energetica. Dopo la presentazione dello studio saranno premiati con la Fondazione Cotec i 34 campioni dell'innovazione italiana.

Il Premio dei Premi 2017, istituito dal Governo nel 2008, è giunto alla nona edizione a testimonianza della vitalità del tessuto imprenditoriale italiano, in possesso di conoscenze avanzate e ricco di elementi di creatività.

La presentazione del rapporto può essere seguita in streaming sul sito agi.it o sulla pagina Facebook e con gli hashtag #InnovazioneItalia, #innovationday e #id2017

L'abolizione della net neutrality negli Stati Uniti "non è la fine di Internet" ma certo rischia di riaprire il dibattito in Europa sull'opportunità di mantenerla visto che "siamo rimasti solo noi". Lo spiega ad AGI il commissario di AgCom, Antonio Nicita, all'indomani della decisione della Commissione federale delle telecomunicazioni americana (Fcc) di ribaltare il principio sancito nel 2015 per cui i fornitori della connettività (gli Internet service providers, Isp) non possono discriminare il traffico in rete privilegiando, per esempio, chi paga di più.

"Per noi non cambia nulla – chiarisce Nicita – nell'Europa dei 27, ma anche il Regno Unito ha aderito, vige un regolamento, approvato dal Parlamento nel 2015 che è poi stato ulteriormente definito dalle linee guida approvate alla fine del 2016 dal board che riunisce tutte le 'autorità' europee".

Il principio fondamentale, dice Nicita, "stabilisce che gli operatori non possono in alcun modo discriminare il traffico se non su servizi speciali, come la salute e le auto che si guidano da sole, che arriveranno in futuro e che hanno bisogno di una altissima connettivita'".

La battaglia dello 'zero rating'

A un anno di distanza è appena stato pubblicato il primo Rapporto che racconta come stanno andando le cose. Due gli interventi principali: sul primo, dice Nicita, ovvero la creazione di uno strumento condiviso che consenta di misurare non solo l'effettiva banda ricevuta da ciascun utente, ma anche le eventuali discriminazioni, siamo ancora indietro e sarà pronto nel corso del 2018.

"Siamo stati più attivi invece sul tema 'zero rating' ovvero il divieto di offrire connettività gratuita per accedere a certi servizi. Vuol dire che non possono essere fatte offerte per navigare gratis su social o altre piattaforme di distribuzione di video o musica se hai esaurito il traffico comprato; inoltre l'Isp non può indicare solo un certo servizio ma spetta al cliente scegliere tra Facebook o Netflix e un loro competitor, per fare un esempio". Dice Nicita che nel 2017 ci sono state offerte di questo tipo in Italia e sono state bloccate. 

La partita si sposta in Europa

La decisione della Commissione americana non sarà però senza conseguenze, secondo Nicita. "Abolire la net neutrality può avere un impatto negativo sull'innovazione se gli Isp privilegiano nel traffico solo le app con cui firmano contratti. Inoltre negli Stati Uniti c'è un tema di antitrust che in Europa non c'è, visto che due solo operatori, At&T e Verizon, hanno il 70 per cento della quota di mercato, e quindi teoricamente la decisione della Fcc può essere affrontata anche tramite un caso di antitrust".

Infine c'è il tema di che accadrà in Europa. Qualche giorno fa Tim Berners Lee, il creatore del world wide web, ha scritto che in questo modo gli Stati Uniti perdono il ruolo di 'chief innovation officer' del mondo. "Ha ragione", commenta Nicita, "ma adesso la partita si sposta in Europa, tenendo presente che anche da noi c'era molta resistenza sul tema e che il regolamento venne adottato solo dopo la decisione americana del 2015. Ora che gli Stati Uniti tornano indietro, c'è il rischio che gli avversari della net neutrality tornino alla carica formulando l'argomento che in questo momento sulla net neutrality siamo rimasti solo noi europei". 

L'abolizione della net neutrality negli Stati Uniti, con la quale Donald Trump ha demolito una delle più importanti eredità dell'amministrazione Obama, sta venendo interpretata da più parti come l'esito di uno scontro politico tra i Repubblicani schieratisi con i grandi internet provider, usciti apparentemente vincitori, e i giganti della Silicon Valley, tra i quali è sempre prevalso l'orientamento liberal. Una lettura parziale e un po' semplicistica. A rischiare davvero sono le startup non abbastanza ricche per competere in un internet fatto di "corsie preferenziali" per chi se le può permettere, dove non siamo più tutti uguali di fronte alla connessione. Giganti come Facebook, Google e Amazon hanno un peso – sia in termini di risorse economiche che di capacità di fare lobbying – superiore a quello dei provider (cioè le aziende che materialmente forniscono i servizi internet), i quali dovranno decidere se farli o meno pagare perché gli utenti possano avere un accesso più rapido ai loro prodotti.

Amazon e il nodo dello "zero rating"

"Nessuno è così pazzo da mettersi contro Bezos o Zuckerberg", si potrebbe asserire. La questione è più complessa, soprattutto per quanto riguarda Amazon​ e Netflix, concorrenti dirette di alcuni provider, come At&T e Comcast, in uno dei mercati più fiorenti del momento, quello delle serie televisive. È qua che entra in gioco la controversa pratica dello "zero rating", già messa all'indice da Tom Wheeler, l'uomo che guidò la Federal Communication Commission (Fcc) prima che Trump lo sostituisse con Ajit Pai, destinato a passare alla storia come il carnefice della net neutrality in Usa. Cosa significa "zero rating"? In sostanza, se guardi i contenuti prodotti dal tuo provider (o da fornitori terzi che lo pagano per questo), il traffico non viene contato nel limite di banda previsto dal contratto. Una pratica distorsiva della concorrenza che era già diffusa prima della decisione della Fcc. E, con l'abolizione della net neutrality, i provider vedranno aumentare ulteriormente (almeno in teoria) il peso negoziale nei confronti delle grandi web company. 

Va detto che, nel caso specifico di Amazon, la lettura politica è troppo suggestiva per non essere almeno evocata. Jeff Bezos, il numero uno di Amazon, è ostile a Trump e il giornale da lui controllato, il Washington Post, è la testata dalla quale arrivano gli strali più duri all'immobiliarista diventato presidente. Sulla carta, una rete non più neutra minaccia l'obiettivo di Amazon Video di scalzare Netflix dal trono. Discorso diverso per lo shopping online, core business di Amazon, dove la forza del marchio è tale da non dover temere una connessione più lenta.

Apple e Microsoft nelle retrovie. Per ora

Apple​ nè Microsoft​ sono membri della Internet Association, che raccoglie i principali giganti della rete, con Facebook e Amazon in prima linea, ed è stato il principale interlocutore della Fcc nel tentativo di convincere Pai a fare marcia indietro. Nella battaglia per la net neutrality entrambe le aziende sono rimaste per ora ai margini. Un approccio che ora potrebbe cambiare radicalmente. Apple, per esempio, sta per lanciare a sua volta un'offerta di contenuti video originali. Tale mercato è quello dove è più evidente la possibile distorsione della concorrenza a favore dei provider ma non è certo l'unico. Comcast, At&T e compagnia offrono quasi tutti servizi cloud e, in assenza di net neutrality, sarebbero nelle condizioni di favorire i propri a scapito di quelli rivali, uno scenario assai preoccupante sia per Cupertino che per Redmond.

Aol e Yahoo, le grandi assenti

Spiegare perché Aol e Yahoo non abbiano partecipato alle mobilitazioni in favore della net neutrality, a partire dal Day of Action, è piuttosto semplice. Entrambe le compagnie sono controllate da Verizon, uno dei principali provider americani, nonché uno degli più strenui difensori della politica dello "zero rating", che il vicepresidente Craig Sillman provò a giustificare paragonandola al servizio di consegna gratuita di Amazon. Aol e Yahoo sono due nobili decadute di internet, i cui servizi sono sempre più indietro, in termini di quote di mercato, rispetto a Google. Venuta meno la net neutrality, qualcosa potrebbe cambiare in positivo, soprattutto adesso che Verizon si prepara a integrarle in un'unica compagnia che si chiamerà "Oath".

Zuckerberg predica bene e razzola male

Facebook è una potenza tale che qualunque azienda tremerebbe alla sola idea di entrarci in conflitto. Nondimeno il suo fondatore Mark Zuckerberg è sempre stato tra i più grandi sostenitori della net neutrality. Almeno a parole. Il servizio Free Basics, pensato per i Paesi in via di sviluppo e con infrastrutture digitali mediocri, è infatti una clamorosa violazione dei principi della net neutrality, tanto da essere stato vietato in India. Free Basics fornisce infatti accesso gratuito ad alcuni siti fondamentali: i portali dei servizi pubblici della nazione di turno e… Lo stesso Facebook. L'intento dichiarato è nobile: consentire anche ai più poveri di connettersi a internet. Ma di fatto anche Menlo Park pratica lo "zero rating". Ovvero, ha già la possibilità di ripagare con la stessa moneta i provider. Non si tratta di uno scenario teorico. Pensiamo al Messico, dove Free Basics è disponibile e quasi tutti i provider Usa hanno una filiale.

La sfida di Google, aspettando la 5G

Pur facendo parte della Internet Association, Mountain View è il gigante del web che – come ha osservato Wired – forse più ha da guadagnare dall'abolizione della net neutrality. Alphabet, la holding che controlla Google, è infatti a sua volta un provider, attivo sia nella fibra ottica (Google Fiber) che nel wireless (Project-Fi). Se Alphabet riuscirà a espandersi ancora con l'arrivo della banda ultralarga, potrà proporre vantaggiosissimi pacchetti tutto compreso dove infilare anche il cloud e la tv digitale. Così non ce ne sarebbe più per nessuno. 

Bisognerà quindi attendere una più vasta diffusione della 5G per capire quali saranno effettivamente i giochi. Ajit Pai e gli altri avversari della net neutrality hanno sempre sostenuto che, con la sua abolizione, si sarebbero reperite nuove risorse per finanziare gli investimenti su banda ultralarga, il che avrebbe favorito l'ingresso di nuovi attori in un mercato che è desolatamente oligopolistico. Come sottolinea Forbes, nel 55% del territorio Usa c'è solo un operatore su banda larga e nella maggior parte del restante 45% ce ne sono due. Quando la 5G consentirà a comparti ora embrionali, come la realtà aumentata e la realtà virtuale, di svilupparsi, è tuttavia difficile prevedere che il mercato diventerà più concorrenziale. A imporsi sarà il player in grado di presentare l'offerta integrata più conveniente ed esaustiva. E, in questo campo, sarà davvero complicato battere Alphabet.

@CiccioRusso_Agi

Google si espande in Cina e apre a Pechino il suo primo centro di ricerca sull’intelligenza artificiale in Asia. Lo ha preannunciato la stessa Google prima dell’annuncio formale al Google Developer Days che si apre a Shanghai. Nel nuovo centro lavoreranno un ristretto gruppo di ricercatori, guidati da Jia Li, direttore della Ricerca e Sviluppo di Google Cloud Ai, e alcune centinaia di ingegneri.

La mossa rientra negli sforzi di Google di ricalibrare il proprio posizionamento nel Paese dove, dopo una disputa con il governo nel 2010, molti dei suoi servizi sono bloccati dalla censura del Great Firewall.

“L’umanità sta andando incontro a una enorme trasformazione grazie alla fenomenale crescita del computing e della digitalizzazione”, ha sottolineato Fei-Fei Li, Chief Scientist a Google Cloud Ai and Machine Learning, che farà parte del team di ricercatori del nuovo centro: “Mentre la tecnologia comincia a modellare la vita umana in modo più profondo, dobbiamo lavorare insieme per assicurare che l’Ai di domani sia di beneficio per tutti. Il Google Ai China Center è un piccolo contributo a questo obiettivo”.

Gli agguerriti competitor 'Bat'

L’apertura del nuovo centro andrà incontro anche ai piani del governo cinese di fare dell’intelligenza artificiale una priorità sul piano dell’innovazione e di sviluppare un settore in grado di generare ricavi per quattrocento miliardi di yuan all’anno (sessanta miliardi di dollari) entro il 2025.

Nel campo dell’intelligenza artificiale, Google dovrà fare i conti con rivali agguerriti come il gigante dell’e-commerce Alibaba, il gestore della piattaforma di messaggistica WeChat, TenCent, e il gestore del maggiore motore di ricerca usato in Cina, Baidu. Insieme i tre gruppi compongono la sigla “Bat”, da cui il governo si attende in questo campo i maggiori progressi nei prossimi anni.

Scoprire quali sono stati i termini più cercati su Google in Italia è un po' fare il riassunto dell'anno appena trascorso. Come di consueto, anche nel 2017 Big G ha diffuso le sue classifiche, divise per modalità di ricerca.

Alla voce "Parole", cioé dei termini che in assoluto sono stati immessi più spesso nella banda bianca di Google, primeggia "Nadia Toffa". La Iena ha fatto parlare di sé per le sue inchieste, ma le ricerche sono decollate dopo il malore accusato all'inizio di dicembre. Il dato, quindi, impressiona. Perché le ricerche si concentrano in meno di 10 giorni. E superano altri eventi di grande impatto.

Leggi anche: Perché cerchiamo su Google la ricetta delle olive in salamoia di Riccardo Luna

Al secondo posto c'è "Hotel Rigopiano", la struttura travolta da una valanga lo scorso gennaio nella quale hanno perso la vita 29 persone. "Italia-Svezia", il playoff che ha sancito l'addio della nazionale di calcio ai mondiali di Russia 2018 è terza. Seguono "Sanremo" (il Festival, evento televisivo per eccellenza, dimostra grande vitalità anche sul web) e "Terremoto". Le ricerche sul sisma hanno una coda più lunga, anche se sono legate soprattutto alle scosse più intense (con un picco tra il 15 e il 21 gennaio). E sono ancora più numerose proprio nelle regioni colpite (Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio), a conferma che anche la ricerca di informazioni "sul campo" passa da Google.


Le parole emergenti 

  1. Nadia Toffa
  2. Hotel Rigopiano
  3. Italia – Svezia
  4. Sanremo
  5. Terremoto
  6. Giro d’Italia
  7. Occidentali’s Karma
  8. Tour de France
  9. Corea del Nord
  10. Champions League

Oltre a questa cinquina, che rappresenta la classifica generale delle ricerche, Google indica anche alcune sottosezioni. Tra i personaggi, alle spalle di Nadia Toffa, ci sono Gianluigi Donnarumma (al centro della querelle di calciomercato dell'estate) e Nicky Hayden, l'ex campione di motociclismo scomparso in un incidente stradale.


I personaggi emergenti

  1. Nadia Toffa
  2. Gianluigi Donnarumma
  3. Nicky Hayden
  4. Paolo Villaggio
  5. Fabrizio Frizzi
  6. Chester Bennington
  7. Ermal Meta
  8. Chiara Ferragni
  9. Chris Cornell
  10. Fiorella Mannoia

Tra gli eventi, oltre a Italia-Svezia, Sanremo e al Terremoto del centro Italia, ci sono due corse ciclistiche: il Giro d'Italia e il Tour de France. I biglietti più cercati sono invece stati quelli dell'Eicma (l'Esposizione Mondiale del Motociclismo) e per i concerti di Vasco Rossi.

Chi ha usato Google per decidere la meta delle vacanze ha digitato "Sicilia", "Grecia" e "Sardegna". Google però non è solo un motore di ricerca. E' un generatore di risposte. Ecco perché si cercano spesso i "come fare". Cioè tutorial online, dalla cucina all'informatica. I più gettonati sono "Le olive in salamoia", "Il back up" e "la marmellata di albicocche". Le ricette più cercate sono quelle del Migliaccio napoletano, della carbonara e della pastiera.


I 'perché?'

  1. La Catalogna vuole l’indipendenza
  2. Fischiano le orecchie
  3. Le cicale cantano
  4. Si festeggia l’8  marzo
  5. Si festeggia ferragosto
  6. Il sale scioglie il ghiaccio
  7. La Corea del Nord vuole attaccare gli Stati Uniti
  8. Fedez piange
  9. Si chiama Blockhaus
  10. C’è la guerra in Siria

Gli utenti chiedono a Google anche i "Perché". E qui si va dalla sete di informazioni alle curiosità zoologiche. Nel 2017 "Perché la Catologna vuole l'indipendenza" batte tutti. Seguita da "perché fischiano le orecchie" e "perché le cicale cantano". Nella versione vocabolario, i termini di cui si è cercato più spesso il significato sono "Ipocondriaco", "Mannaggia" e "Despacito". 

Da quando è nato, nell’ottobre del 2015, il DNI (Digital News Initiative) di Google ha finanziato progetti giornalistici innovativi con oltre 94 milioni di euro presi da un fondo creato per l’occasione il cui totale è pari a 150 milioni. Questo significa che più di 350 buone idee, provenienti da 29 paesi, hanno ricevuto una spinta per provare a trasformare il nostro mestiere. Oggi sono stati annunciati i vincitori del quarto round e ancora una volta i numeri sono incredibili: 102 progetti premiati (su 685 candidati) provenienti da 26 nazioni europee. Si tratta di 47 prototipi, progetti in fase iniziale che richiedono fino a 50.000 euro di finanziamenti; 33 progetti di medie dimensioni che richiedono un investimento fino a 300mila euro; 22 progetti di grande dimensione che richiedono fino a un milione di euro. Per un totale di oltre 20 milioni di euro erogati. Nella lista dei progetti vincitori c’è anche Videomate, lo strumento proposto da Agi che ha convinto la giuria del DNI.

Cos’è e come funzionerà Videomate

Creare “on-the-fly” video editoriali partendo da testi, immagini, dati o elementi grafici. Fare giornalismo digitale puntando sulla produzione di qualità. Trasformare rapidamente le redazioni raccogliendo le sfide imposte dal digitale e dall’informazione di oggi, coniugando velocità e affidabilità in un nuovo linguaggio multimediale. Il tutto con una piattaforma tecnologica – pensata specificamente per l'utilizzo da parte delle redazioni – in grado di creare automaticamente videoclip a forte connotazione giornalistica partendo da "ingredienti" base come un testo, un titolo, una foto o una collezione di dati che divengono, ad esempio, una infografica animata da pubblicare sul sito. Questi sono gli obiettivi del progetto “Videomate” che è stato premiato dal DNI con un finanziamento da 218 mila euro. Un progetto che sarà realizzato in stretta collaborazione con D-Share, digital company italiana leader nello sviluppo di tecnologie per i media con clienti in otto nazioni del mondo. La piattaforma, che al termine della fase di sviluppo verrà impiegata in prima istanza dalle redazioni di Agi, verrà messa anche a disposizione del mercato e sarà dunque utilizzabile da parte dei clienti dell'Agenzia.

Con “Videomate” si rafforza, quindi, il percorso di digital transformation a 360° di Agi, che da agenzia di stampa tradizionale si trasforma nella prima agenzia italiana mobile first per giornalisti e utenti, in grado di coniugare innovazione e velocità con le regole deontologiche ed etiche dell’informazione per rimettere al centro, e alla base di qualsiasi modello di business, il giornalismo.

 “Siamo particolarmente felici per questo importante riconoscimento del Digital News Initiative Fund di Google. Grazie al progetto Videomate sarà possibile produrre, con modalità nuove e originali, contenuti giornalistici affidabili ed autorevoli, dal momento che sono tante le storie che possono essere raccontate più facilmente attraverso i video”, dichiara Riccardo Luna, direttore di Agi. Aggiunge Salvatore Ippolito, ad dell'agenzia:  “Nel giornalismo digitale e nella moderna produzione di notizie, la tecnologia è uno dei fattori competitivi più importanti. In qualità di organizzazione che raccoglie le notizie, vogliamo stimolare lo sviluppo del digital business nell’industria editoriale non solo offrendo servizi tradizionali, ma lanciando anche gli strumenti digitali per supportare il lavoro giornaliero delle redazioni”.

I progetti del 4° bando DNI

È Ludovic Blecher, capo del progetto, a raccontare quali sono stati i tratti principali che hanno disegnato i connotati di questo quarto round. Tra i prototipi, ad esempio, la parola chiave è stata “factchecking” con la presentazione di moltissime soluzioni in grado di aiutare gli editori e i giornalisti nel limitare il fenomeno delle fake news. Nelle categorie più consistenti, invece, l’occhio di Google si è posato in quei progetti capaci di monetizzare e quindi di creare nuovi modelli sostenibili per il giornalismo di oggi. Non è un caso se, oltre a diversi strumenti dedicati alla creazione di video, hanno avuto un ruolo di primo piano quelli incentrati sull’Intelligenza Artificiale e sul Machine Learning.

Complessivamente il 21% dei progetti selezionati si concentra sulla creazione di nuovi modelli di business, il 13% il miglioramento della fruizione dei contenuti, il 37% l’unione di diverse organizzazioni o media che perseguono uno stesso obiettivo. I rimanenti, invece, si concentrano sull’analisi dei big data, sul coinvolgimento e sulla creazione di una community più forte e sulla sviluppo di nuove opportunità nell’ambito della raccolta pubblicitaria. Li trovate tutti qui.

Gli altri progetti italiani

Nel complesso l’Italia porta a casa 1,8 milioni di euro. Terza nazione d’Europa dopo la Francia (oltre 4 milioni) e la Gran Bretagna (oltre 3). Dietro di noi Spagna, Germania, Portogallo e Finlandia che superano, di poco, il milione di euro. Le idee selezionate dal DNI, oltre Videomate, sono 6:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jacopo Diamanti (Dipartimento di Fisica) e Daniele Cerioni (Dipartimento d’Ingegneria), del team“SmartAttack” di Roma Tre, hanno progettato e realizzato un sistema che simula una casa comandata dalla domotica con assistente vocale che gli è valso l’alloro.

«Siamo orgogliosi di questo riconoscimento, che conferma l’eccellenza degli studenti del nostro Ateneo», ha commentato il rettore Luca Pietromarchi. «Siamo certi che le competenze dei nostri giovani sapranno ancora farsi valere nella prossima edizione del Campionato. Tutto il corpo docente e le strutture sono al loro fianco per aiutarli a portare alla ribalta nuovi progetti».

Il primo torneo universitario per “artigiani digitali” nel corso dell’anno ha visto centinaia di giovani universitari di tutt’Italia sfidarsi, sulla piattaforma Arduino, in quattro tappe che si sono svolte nell’Università Roma Tre e nei Politecnici di Torino, Milano e Bari.

Nella finale, che si è svolta nell’ambito del “Maker Faire Roma, The European Edition”, il più importante evento makers a livello mondiale, i team vincitori delle singole tappe si sono sfidati nella creazione di output ispirati al tema “Smart Home”.

Alla promozione del Campionato nelle Università del Lazio ha collaborato fattivamente Porta Futuro Lazio,progetto della Regione Lazio che offre servizi d’orientamento e formazione gratuiti e che ha una sua sede proprio all’interno di Roma Tre.

Si potrà controllare lo stato delle coltivazioni, irrigare i campi automaticamente e interagire con le piante, monitorandone minuto per minuto lo stato per ridurre l’impatto ambientale. Si potranno inviare i parametri di un paziente in emergenza dall’ambulanza direttamente in ospedale, ad un medico, che potrà così seguirli e formulare una diagnosi (con il risultato di un dimezzamento delle code in pronto soccorso). Si potrà gestire con un unico cervellone le minivetture che ci porteranno a casa le merci ordinate online. È l’internet of things, l’internet delle cose, e passa attraverso la rete 5G. Dal 2018 però, almeno a Milano, tutto questo non sarà più futuro ma presente. L’infrastruttura coprirà l’80 per cento della popolazione entro il prossimo anno e il 100 per cento nel 2019, almeno nelle intenzioni di Comune e Vodafone, colosso vincitore del bando del Ministero dello sviluppo Economico per l’area metropolitana milanese. 
 

Ad annunciare la sperimentazione è stato ieri il sindaco Giuseppe Sala, insieme ad Aldo Bisio (Ad di Vodafone Italia), Ferruccio Resta (rettore del Politecnico di Milano), Francesco Vassallo (consigliere Delegato alla Semplificazione e Digitalizzazione Città Metropolitana), Roberta Cocco (assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici) e Antonello Giacomelli (sottosegretario del Ministero dello Sviluppo Economico, con delega alle telecomunicazioni). 
 

 

Il valore aggiunto sarà l'immediatezza

Novanta milioni gli investimenti dell’azienda di telecomunicazioni, che per l’Italia ha il suo headquarter proprio nella periferia sud del capoluogo lombardo “e che ha scelto Milano anche per questo”. L’area inoltre “ha già una buona copertura con la fibra”: “Più del 50 per cento delle abitazioni si connette oggi ad 1 gigabit al secondo”, ha spiegato proprio dall’ad di Vodafone Italia, Aldo Bisio. Che ha poi aggiunto un dato sorprendente: con il 5G, i gigabit di dati trasmettibili in un solo secondo “potranno essere addirittura 3: una velocità impensabile fino a solo un anno fa”. 
 

Ma di cosa parliamo quando parliamo di un segnale così rapido? “Di un sistema di invio/ricezione di dati talmente veloce da poter essere supportato anche da auto che si guidano da sole. Si tratta di tecnologie che si basano proprio sull'immediatezza di risposta, per evitare collisioni”. Insomma macchine in grado di gareggiare con i riflessi di un autista urbano umano. 

Il turismo è un altro obiettivo

Sono però 41 in tutto, oltre ai trasporti, le aree di interesse per le quali Vodafone si è impegnata con il Mise a rendere la nuova rete un valore aggiunto per lo sviluppo sociale. Nel paniere sono comprese anche sicurezza e il turismo. I droni per le riprese aeree in caso di manifestazioni di piazza, ad esempio, necessitano della capacità del 5G per scambiare una grande mole di dati video ad alta risoluzione e in tempo reale. Sarà così che la gestione dell’ordine pubblico nei grandi eventi diventerà molto più agile e immediata. Il Turismo 4.0 è un altro obiettivo: l’esperienza del turista in visita o del cittadino alla scoperta della propria città si potrà estendere attraverso l’uso della Realtà Aumentata per scoprire, in mobilità e in modo “immersivo”,  prospettive nuove o storiche del patrimonio artistico.
 

Ed è così che Milano diventa “il più grande laboratorio di gigabit society d’Europa”, ha annunciato Bisio; qui le start-up innovative, che ruotano intorno al Poli-hub del Politecnico di Milano, potranno sperimentare i loro progetti sfruttando l’infrastruttura e pensando nuovi prodotti e tecnologie. Per una volta, poi, l’Italia non è indietro ma “avanti di qualche secondo, e può prendere la volata”, ha sottolineato il sottosegretario Giacomelli: “Perché grazie al progetto del governo sulla copertura territoriale nazionale della banda larga, si è potuto andare oltre le richieste dell’Europa”. Se da Bruxelles infatti si era stabilito che ogni stato membro avrebbe dovuto avere almeno una città coperta con il 5G, “la risposta del governo italiano è stata quella di partire subito con cinque aree urbane”. Oltre a Milano, quindi, anche Bari e Matera, che costituiscono il blocco del sud; e L’Aquila e Prato per quello del centro Italia. 

 

È successo tutto in 24 ore. Sabato scorso Spotify, leader del mercato dello streaming di brani musicali a pagamento, ha ufficializzato lo scambio di quote azionarie con il colosso cinese Tencent, aprendosi a un numero colossale di nuovi utenti. Nelle stesse ore TechCrunch dava per cosa fatta l'accordo, confermato oggi, che ha portato Shazam​, l'app che consente di riconoscere brani musicali a partire da un frammento, nella galassia Apple. E nel frattempo da Bloomberg arrivava una di quelle indiscrezioni che le grandi aziende spesso piazzano ad arte: YouTube, la piattaforma video controllata da Google, a marzo è pronta a lanciare un proprio servizio per ascoltare brani a pagamento: Remix, che punta a riscattare Alphabet dai flop di Google Play Music e YouTubeRed. Grandi manovre che, tra pochi mesi, potrebbero cambiare gli equilibri di un mercato dove il player dominante non è, per una volta, uno dei colossi della Silicon Valley, ma una startup europea, svedese per la precisione, che ha annichilito i concorrenti, dai francesi di Deezer a Tidal, comprata un anno fa dal rapper Jay Z, consolidando un primato che appare difficile da scalzare. 

Un po' di numeri

Spotify ha 140 milioni di utenti al giugno 2017, 60 milioni dei quali pagano l'abbonamento che consente l'accesso a una quantità immensa di dischi, compresi gli artisti underground più oscuri che possiate immaginare, senza le interruzioni pubblicitarie e la qualità audio relativamente bassa della versione "free". Apple Music ha raggiunto i 30 milioni di iscritti solo lo scorso settembre e continua a crescere troppo lentamente. Apple Music aggiunge circa mezzo milione di nuovi abbonati al mese, un quarto dei due milioni annunciati da Spotify fino allo scorso luglio, quando l'azienda scandinava ha smesso di fornire aggiornamenti su questo fronte. Indizio di un rallentamento? 

Perché Apple ha comprato Shazam?

La storia della londinese Shazam (iniziata nel 1999, prima dell'avvento delle app, quando ancora il servizio era basato sugli sms) e quella di tante aziende tech che hanno un'idea geniale, diventano popolarissime (lo scorso settembre è stato raggiunto il miliardo di download su smartphone) ma non riescono mai a trovare un modello di business che consenta loro di stare finanziariamente in piedi. E prima o poi gli investitori (a meno che non ti chiami Elon Musk) iniziano a perdere la pazienza. Tutto sta nel trovare un acquirente che abbia bisogno delle tue peculiarità e ti sappia valorizzare. 

Secondo le indiscrezioni, Cupertino avrebbe speso 400 milioni di dollari per comprare la compagnia londinese, meno della metà del miliardo di dollari di valutazione assegnata a Shazam nel suo ultimo round ma molto di più dei 54 milioni di dollari di ricavi che Shazam ha generato nel 2016, pur resistendo alla crescente concorrenza di app analoghe come SoundHound. È tuttavia una cifra che rende quella di Shazam la seconda maggiore acquisizione nella storia di Apple dopo quella delle cuffie Beats, per le quali Tim Cook sborsò 3 miliardi di dollari nel 2014. Ma Apple ha più di una buona ragione per essersi lanciata in un simile investimento.

Al momento, le ricerche effettuate tramite Shazam possono portare l'utente ad ascoltare, o acquistare il brano, sia su Spotify che su Apple Music. Cupertino, che punta a un'integrazione di Shazam sia con Apple Music che con Siri, potrebbe decidere di tagliare fuori la concorrente dalla app, facendole perdere potenzialmente centinaia di migliaia di accessi al giorno. In secondo luogo, il ritardo di Apple Music su Spotify in termini di penetrazione e fidelizzazione dell'utente è molto probabilmente legato ad algoritmi meno efficaci, che non consentono di essere competitivi con le playlist e i suggerimenti perfettamente calibrati di Spotify. Apple spera quindi che Shazam porti in dote le competenze giuste per colmare il gap. 

Spotify si appoggia a Pechino per sbarcare a Wall Street

Spotify, che ha invece faticato finora convincere Wall Street, ha stretto un'alleanza con Tencent Music, che controlla le piattaforme di streaming musicale QQ Music, KuWo e KuGou, per un totale di 450 milioni di utenti mensili (gli abbonati ai servizi a pagamento sarebbero però appena 15 milioni). Secondo i ben informati, le due società ora controllerebbero il 10% l'una dell'altra. ​Un'alleanza che porta due vantaggi a Spotify: un "piano B" qualora i ricavi dello streaming iniziassero a calare (una volta che Tencent Music sarà sbarcata in borsa, la partecipazione resterà un asset ben redditizio) e la possibilità di presentarsi agli investitori  – la quotazione è prevista per il prossimo anno – con una strategia per dare l'assalto al mercato cinese. 

È presumibile che Spotify e Tencent finiscano per dar vita a una joint venture contro la quale Apple Music, che in Cina ha 3,5 milioni di utenti, difficilmente riuscirebbe a competere. Non c'è altrimenti motivo per cui il gruppo cinese dovrebbe far entrare in patria un concorrente che è leader del settore su praticamente tutti gli altri mercati. 

E a marzo arriva Remix di YouTube

La vera incognita all'orizzonte è però Alphabet, che a marzo lancerà un servizio a pagamento che concentrerà quelle che sono le offerte di Google Play Music e YouTube Red. Sia musica in streaming che video senza pubblicità, quindi, il tutto con un solo abbonamento. Del Resto YouTube rimane il principale canale online attraverso cui si ascolta musica, spesso contenuti piratati che fioriscono con una tale prepotenza da aver reso impossibile per le case discografiche segnalarli con puntualità. Secondo una ricerca della International Federation of the Phonographic Industry, l'85% del miliardo e mezzo di utenti mensili della piattaforma, si connette a YouTube per la musica. Come convincerli a sborsare del denaro, placando così l'ira di quel che rimane dell'industria discografica?

Delle tre grandi label superstiti, scrive Bloomberg, Warner ha già sottoscritto un accordo con Alphabet, mentre Universal e Sony sono ancora in trattativa, così come Merlin, un consorzio di etichette indipendenti. Universal ha già su YouTube un canale ufficiale, Vevo, attraverso il quale trasmette materiale video dei propri artisti, ma il contratto è in scadenza e andrà ridiscusso.

I punti deboli del progetto di Alphabet

La mente dietro Remix è Lyor Cohen, un ex manager di Warner che, in virtù dei suoi contatti con il settore, è stato investito del ruolo di guidare i negoziati. Già la scorsa estate Cohen aveva cercato di convincere gli interlocutori che l'ingresso di un nuovo player nel settore non può che favorire la concorrenza (pazienza se Alphabet è un gigante in grado di far impallidire Spotify, figurarsi i suoi concorrenti). 

Il problema principale, però, rimane un altro: la maggior parte dei contenuti musicali presenti su YouTube sono streaming pirata di album o canzoni con la copertina del disco sullo sfondo. Se Alphabet non riuscirà a rimuoverli tutti, la corsa di Remix sarà azzoppata in partenza. Non solo, chi sottoscrive un abbonamento a Spotify, rinunciando alla versione gratis con le interruzioni pubblicitarie e una qualità audio minore, è spesso un appassionato che, comprando sempre meno dischi fisici, vuole contribuire a sostenere il settore. Un "approccio etico" che, di fronte a uno dei giganti di internet, potrebbe cadere o, comunque, lasciar preferire un'azienda dalle dimensioni più modeste, quale è appunto Spotify. Chi, invece, vuole solo sentire a scrocco l'ultimo singolo della popstar di turno, infischiandosene della qualità audio, continuerà a digitare il titolo del brano nella barra di ricerca e cliccherà sul primo risultato, anche se illegale.

C'è un settore dell'economia digitale dove i giganti della Silicon Valley non sono ancora il player principale. Stiamo parlando dello streaming di brani musicali a pagamento, dove Spotify domina finora incontrastata.

L'azienda svedese sta però per essere vittima di una vera e propria manovra a tenaglia. Da una parte YouTube, che a marzo lancerà il nuovo servizio Remix sperando di spodestarla dal trono. Dall'altra Apple, che lunedì, secondo TechCrunch, annuncerà l'acquisizione di Shazam, la popolare app che consente di riconoscere brani musicali e video a partire da un frammento o un fotogramma.

I termini finanziari dell'accordo non sono noti e le fonti interpellate da TechCrunch non concordano: c'è chi parla di 400 milioni di dollari e chi di un miliardo.

Fondata nel 1999, quando ancora i suoi servizi erano basati sugli sms, Shazam, che ha sede a Londra, lo scorso settembre ha raggiunto il miliardo di download su smartphone, una soglia che la ha spinta a valutare la possibilità di integrarsi con altre società, in modo da portare i conti in utile. È già in corso una collaborazione sia con Spotify che con Apple Music, che pagano Shazam quando la ricerca di un brano sulla app porta a un acquisto sulle rispettive piattaforme. Se rimane da vedere come verrà completata l'integrazione, è da sottolineare come Shazam sia già in sinergia ​con numerosi servizi di Apple, tra i quali Siri.

Flag Counter
Video Games