Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Un fundraising da 20 mila euro per accendere i motori della società, una campagna di equity crowdfunding per dare ai cittadini la possibilità di diventare parte dell’azienda, una piattaforma capace di far incontrare domanda e offerta di decoro delle aree verdi di Roma (ci sono 44 milioni di metri quadrati di aree verdi abbandonate). E non da ultimo, un modello di business che renda sostenibile la solidarietà: per dare ai senzatetto (8 mila solo nella Capitale), un’altra possibilità, un’opportunità di reinserimento sociale grazie al giardinaggio e sì, anche una piccola remunerazione di 400 euro. Sono queste le linee su cui si muove Ridaje!, progetto imprenditoriale a carattere sociale, presentato ieri a Villa Blanc, il campus della LUISS Business School. 

L’idea. Ridaje! si pone come obiettivo la reintegrazione sociale dei senzatetto, attraverso il lavoro di recupero del verde urbano e della realizzazione e gestione di quello privato. Il modello è un’impresa sociale inclusiva in cui i senzatetto possano essere attivati come giardinieri a disposizione della cittadinanza. L’approccio è frutto del lavoro sul business empowerment di ERSHub di LUISS Business School (network di ricercatori di LUISS dedicato allo studio delle connessioni tra etica, responsabilità e sostenibilità).

Il team. Dietro la startup, che ad agosto diventerà una srl, un team guidato da Lorenzo Di Ciaccio, CEO di Pedius, che ha sviluppato un device che permette ai non udenti di parlare al telefono, Sara Del Vecchio, Communication and Marketing Specialist Pedius, Luca Mongelli, Coordinatore Scientifico ERSHub, Marcello Di Paola, Docente LUISS Guido Carli e Fondatore Minima Urbania, e Ahmed Abdel Rahman, CEO di Elysium. Ieri erano tutti presenti nello spazio su via Nomentana a Roma, per presentare l’iniziativa, raccontarne lo spirito e gli obiettivi e per fare un po’ il punto sul complesso rapporto fra business e solidarietà. 

La piattaforma. “Ad agosto Ridaje! – ha spiegato Lorenzo Di Ciaccio –  diventerà una srl e verrà lanciata una piattaforma che servirà a recepire le risorse per i giardinieri (400 euro al mese). Meno di un part-time – ha precisato – ma l’obiettivo non è dare uno stipendio a queste persone, ma contribuire al loro reinserimento nella società. Abbiamo già raccolto 20 mila euro in fundrising, una somma calcolata per sostenere 2 persone in un anno. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo trasformato le donazioni in investimento”. Ha aggiunto Di Ciaccio, che prima di guidare Pedius ha fatto il consulente informatico e ha esperienza anche come volontario “una cosa che ho imparato facendo servizio alla stazione Termini è il piacere di stare con le persone e di mangiare insieme a chi ha bisogno. Con Ridaje! – ha aggiunto – vogliamo dare un’impronta imprenditoriale alla solidarietà: la nostra missione non è tamponare un’emergenza, ma creare un impatto che duri nel tempo”. 

Bene comune ed economia. Del contesto in cui è nato Ridaje!, di imprenditorialità che incontra il sociale, di corporate responsability, di bene comune ed economia e del rapporto fra empowerment e business ha parlato Luca Mongelli, Coordinatore Scientifico ERSHub. “Empowerment vuol dire forza, spazio, ma anche sviluppo integrale della persona. Empowerment e business sono due concetti antitetici? A ERSHub ci abbiamo riflettuto su e su questo modello è nato Ridaje!”. Lorenzo Di Ciaccio “è quello che con Pedius ha fatto parlare i sordi con il cellulare. Era l’uomo giusto” ha raccontato Mongelli. Così è nata l’idea di trasformare i senza tetto in giardinieri, un’idea che ha raccolto l’adesione di Sara Del Vecchio, manager di Pedius, di Ahmed Barkhia e di Marcello Di Paola, di Minima Urbania. “Ad un certo punto ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti ‘Si può fare’”.

I progetti già avviati. La startup e i suoi giardinieri hanno già portato a termine un intervento di manutenzione ordinaria al giardino dell'associazione Diritti al Cuore Onlus, ONG che opera nel campo dei diritti umani e della cooperazione internazionale, un intervento di riqualifica di un'area verde del Mercato Esquilino di Roma, e un altro intervento di manutenzione ordinaria.

Ieri, mentre in Italia il ministro dell’Interno bloccava una nave carica di migranti a Trapani manco fosse un magistrato; e mentre il presidente degli Stati Uniti trattava i suoi alleati come un ispettore del fisco; e mentre gli appassionati di calcio di tutto il mondo discutevano su chi tifare Francia o Croazia nella finale di domenica; per oltre centotrentamilioni di persone, soprattutto adolescenti ma non solo, quasi tutti abitanti della parte del mondo ricco e sviluppato, era il giorno più atteso dell’anno. Il giorno della nuova stagione di Fortnite. La stagione 5.

Di Fortnite abbiamo già parlato. È uscito da un anno (era il 25 luglio 2017) ed è già il videogioco più popolare della Terra, secondo la definizione del magazine The New York. È l’Instagram del mondo dei giochi, cioé è quello a cui giocano i giovanissimi quando non si fanno i selfie. (ma anche ai mondiali di calcio in Russia se avete visto i giocatori fare degli strani balli dopo un gol, ecco, stavano mimando le danze di Fortnite). Ieri era il giorno della “stagione 5”, come una serie tv: vuol dire che veniva aggiornata la mappa dell’isola dove si svolge la battaglia reale, e quindi c’erano nuovi posti da scoprire, nuove armi da trovare, nuove armature (le ambitissime skin) e nuovi personaggi. Ad ogni nuova serie, i precedenti benefit si azzerano e devi ricomprare il pass battaglia ad un prezzo che va dai 9 euro in su: in questo modo solo a maggio Fortnite ha incassato oltre 300 milioni di euro. Ieri deve essere andata anche meglio perché per un paio d’ore i server della Epic Games, che lo ha inventato e lo produce, sono andati ko per le troppe richieste di download. E persino un magazine patinato e attempato come Forbes ragiona sull’opportunità di spendere o meno dei soldi per il pass battaglia come se parlasse di hedge fund.

È come una serie tv, dicevo, ma quello che succede lo decidi tu, anzi lo decidono contemporaneamente cento giocatori per volta collegati online ciascuno dal computer della sua cameretta, o dal telefonino, o dalla consolle: Fornite si gioca su qualunque piattaforma. Non è il primo videogioco a diventare un successo planetario, ma è uno dei pochi ad aver avuto la capacità di creare un mondo parallelo, con un linguaggio tutto suo: i ragazzini se lo raccontano usando termini derivati dall’inglese come shoppare, rispaunnare, killare. Ho chiesto a mio figlio perché preferiscano dire killare a uccidere. E lui mi ha detto che uccidere è una cosa brutta, killare è un gioco. È un mondo a parte, Fortnite, ma di tutto questo nel nostro mondo, quello degli adulti, non c’è traccia. E questo non è un bel segnale da parte nostra.

Al momento di fare i compiti delle vacanze ieri ho detto a mio figlio che la maestra voleva che si inventasse una storia con i personaggi di Cenerentola. L’ho visto affranto. Allora gli ho detto che secondo me valeva anche se la storia la inventava nel mondo di Fortnite: si è illuminato e ha iniziato a scrivere felice. Tocca a noi adulti lo sforzo di provare a capirli. Non escludo che possa anche essere divertente.

“Da oggi i tassisti sono liberi di scegliere con quali e con quanti operatori lavorare e tutti i nostri passeggeri potranno avere a disposizione una flotta di taxi più ampia ed un servizio ancor più efficiente e di qualità. Operiamo in tutta Europa solo con tassisti con licenza e nel pieno rispetto delle leggi vigenti, innovando un settore storicamente tradizionale senza però stravolgerne le fondamenta. Le clausole di esclusiva limitavano le possibilità di scelta dei tassisti e la nostra segnalazione all’antitrust è nata proprio per rispondere a una esigenza fortemente sentita da tutti i tassisti, quella di poter lavorare con più operatori contemporaneamente, come già accade in altri paesi europei, come ad esempio la Germania”.

Non sta nella pelle Barbara Covili, bolognese, general manager di MyTaxy Italia, app per smartphone inventata nove anni fa e sviluppata dai tedeschi della Daimler con un obiettivo preciso: dare a tutti i tassisti – tutti i tassisti del mondo, possibilmente – un’applicazione per che consentisse a loro e ai clienti di trovarsi più rapidamente, valutarsi durante il tragitto, pagare la corsa senza contanti e senza carta di credito, dare un voto alla fine. Sia il passeggero al tassista, sia viceversa. Un po’ Uber, un po’ Trip Advisor. Una app che consentisse di scegliere il taxi e di verificare la reputazione dell’autista, di tenere d’occhio l’auto durante l’avvicinamento. Se ci pensate, la scoperta dell’acqua calda. Ma per un mondo, quello del trasporto pubblico non di linea, da sempre abituato a lavorare con le chiamate telefoniche (o il braccio alzato per strada), una vera rivoluzione. Che in Italia non è andata giù agli operatori dei radiotaxi, organizzati in cooperative, che si sono sempre spartiti il mercato nelle grandi città, richiedendo ai propri iscritti non solo un giusto canone per il servizio offerto, ma anche l’esclusiva. Se lavori con noi, non puoi usare mytaxi, devi scegliere.

Poi col tempo anche i grandi gruppi di radiotaxi si sono costruiti la propria app per smartphone e hanno scoperto che il pubblico apprezzava molto. Ora il pronunciamento dell’Antitrust, che ha stabilito che le clausole di esclusiva presenti nei regolamenti dei principali radiotaxi di Milano e Roma risultano restrittive della concorrenza, perché limitano la libertà di scelta di tassisti e la possibilità di usufruire di un servizio di qualità per i passeggeri. Per l’Autorità quelle clausole sono “reti di intese verticali restrittive della concorrenza in violazione dell’articolo 101 del TFUE, nella misura in cui vincolano ciascun tassista a destinare tutta la propria capacità operativa, in termini di corse per turno, ad un singolo radiotaxi”.

Leggi qui il testo integrale dell'Antitrust

I tassisti, singoli o riuniti in cooperative, devono (e da oggi, possono) poter sviluppare il loro business secondo le proprie potenzialità e il principio di leale concorrenza nel mercato, puntando anche ad una ottimizzazione del matching tra domanda e offerta. Spiega Barbara Covili all'Agi: “Ciò si traduce per gli utenti del taxi in una riduzione dei tempi di attesa e, di conseguenza, del costo della corse; mentre, per i tassisti, nella possibilità di utilizzare diverse fonti di dispacciamento corse, aumentando il proprio lavoro e le proprie entrate”.

A presentare il ricorso, a gennaio 2017, fu proprio mytaxi. “La portata storica della decisione dell’Antitrust avrà conseguenze nel settore taxi non solo in Italia ma anche all’estero – dice Andy Batty, direttore generale ad interim di mytaxi –  e ci permetterà di espandere ulteriormente i numerosi benefici apportati da mytaxi, come l’internazionalità, la facilità di utilizzo e la trasparenza del servizio, anche in nuove città italiane in cui siamo pronti a lanciare.”

I radiotaxi di Milano e Roma hanno già annunciato il ricorso la Tar contro il pronunciamento dell’Autorità, che però è già efficace. “I tassisti che hanno lavorato con noi in questi anni hanno sperimentato l’efficienza della app e trovato un nuovo pubblico, quello che usa mytaxi in tutte le città del mondo, che quando atterrano qui si sentono un po’ a casa. Ma col tempo si dimostrerà che questa apertura del mercato alle nuove piattaforme favorirà tutti, anche chi oggi ci combatte”.

Il ragionamento di Covili è semplice. Potendo utilizzare tanto il sistema radio che l’app (o più app) liberamente, il tassista lavorerà di più e guadagnerà di più. Gli utenti troveranno più facilmente un taxi libero (quante attese al telefono vengono lasciate cadere perché lunghe e inconcludenti) e impareranno a utilizzarlo più spesso. Questo cambierà la percezione del servizio, che diventerà più diffuso e meno costoso (l’app seleziona sempre il taxi più vicino, facendo diminuire il costo all’arrivo). Si useranno di più i taxi e meno le auto private. Il traffico ne beneficerà e i taxi arriveranno ancora prima a destinazione. “Un circolo virtuoso di cui trarranno i benefici tutti i tassisti, anche quelli che oggi ricorrono al Tar. La valutazione degli utenti costringerà tutti ad aggiornarsi e a migliorare. E questo porterà uno sviluppo dell’economia di questo settore, oggi non pienamente cresciuto. Succederà anche a Roma o a Milano quello che avviene a New York, dove un turista si muove con bus, taxi e metropolitana e dove nessuno si sogna di affittare un’auto provata o di portarci la propria”.

Cos'è mytaxi 

Fondata nel giugno del 2009, mytaxi è la prima taxi-app al mondo a stabilire un collegamento diretto tra tassista e passeggero. Con oltre 10 milioni di passeggeri e 100.000 tassisti, è leader in Europa nel settore delle chiamate taxi. Fa parte del gruppo Daimler Mobility Services GmbH.

A luglio 2016, mytaxi ha annunciato la fusione con Hailo, App leader in Regno Unito e Irlanda per la prenotazione dei taxi, raggiungendo un importante traguardo che ha permesso di rafforzare ulteriormente la sua leadership di mercato. Con più di 500 dipendenti in 26 uffici, mytaxi è presente in oltre 150 città europee. Eckart Diepenhorst è il nuovo CEO provvisorio di mytaxi.

In Italia mytaxi conta 3.000 tassisti affiliati: 850 a Milano (lancio ad aprile 2015), 2.000 a Roma (lancio a maggio 2016) e 150 a Torino (lancio a settembre 2017).

Dove opera mytaxi

mytaxi è disponibile in oltre 150 città europee tra cui:

  • Germania: Aachen, Augsburg, Berlino, Bochum, Bonn, Bremen, Cologne, Dortmund, Dresden, Düsseldorf, Duisburg, Essen, Erlangen, Francoforte, Gelsenkirchen, Amburgo, Hannover, Ingolstadt, Leipzig, Lübeck, Mannheim, Monaco, Mülheim a.d.R., Norimberga, Offenbach, Potsdam, Stoccarda, Westerland (Sylt), Wiesbaden
  • Austria: Vienna, Salzburg
  • Spagna: Barcellona, Madrid, Valencia, Sevilla
  • Italia: Milano, Roma, Torino
  • Polonia: Varsavia, Cracovia, Tricity (Gdansk/Sopot/Gdynia), Katowice/Silesian Agglomeration, Poznan
  • Portogallo: Lisbona, Porto
  • Svezia: Stoccolma
  • Regno Unito: Londra, Nottingham, Edimburgo, Manchester, Brighton
  • Irlanda: Dublino, Cork, Galway, Limerick, Waterford

Come funziona

I passeggeri possono richiedere un taxi dal loro smartphone tramite la app mentre il tassista più vicino riceve la richiesta sulla versione della app dedicata ai driver di mytaxi. Appena un driver accetta la richiesta la connessione è diretta ed entrambi, sia il passeggero che il tassista, possono visualizzare le seguenti informazioni:

  • Tassista: luogo e nome del cliente;
  • Clienti: nome, targa e foto del guidatore, così come il tempo stimato per il suo arrivo. Una volta che il tassista inizia a muoversi, il suo spostamento può essere seguito sul telefono del cliente.
  • La app gratuita per i passeggeri disponibile su dispositivi iOS e Android.
  • Senza costi fissi per i tassisti: iscrizione gratuita senza obblighi contrattuali, tasse annuali/mensili o costi di recessione.
  • I tassisti pagano una commissione solo sulle corse effettuate tramite la app: in Italia, mytaxi applica una commissione del 7%.
  • Dispone di localizzazione automatica del cliente via GPS: non vi è bisogno di conoscere il nome della strada in cui ci si trova.
  • Live-Tracking: il passeggero può seguire sulla mappa l’arrivo in real time del taxi.
  • Tempo di arrivo: il cliente può vedere in anticipo il tempo approssimativo che ci impiega il tassista ad arrivare. Una volta confermato l’arrivo del taxi, apparirà un countdown nella app che mostra al passeggero lo scorrere del tempo.
  • Trasparenza: ancora prima del suo arrivo, il passeggero riceve informazioni sul tassista, quali il suo nome, la sua foto, la media delle valutazioni ricevute, la targa e il modello dell’auto.
  • Opzioni di pagamento: la corsa con mytaxi può essere pagata direttamente tramite la app (Visa, MasterCard, American Express, PayPal e carte prepagate) oppure in contanti al tassista
  • Invio della ricevuta in automatico via email.
  • Qualità assicurata: una volta terminata la corsa, ogni passeggero può valutare l’esperienza di viaggio assegnando da 1 a 5 stelle sia al tassista che al veicolo.

Negli Stati Uniti Mitsubishi lancia una app con la quale i pendolari potranno condividere i propri dati di guida con le compagnie assicuratrici. In cambio di sconti sul carburante.

L’idea di raccogliere i dati di guida delle automobili non è nuova e gli assicuratori hanno sempre mostrato particolare interesse ad aprire un occhio su quello che succede sulle strade. Come si è osservato anche in Italia, dove la diffusione delle scatole nere è accompagnata da forti sconti sul costo delle assicurazioni. Ma nel caso di Mitsubishi, per la prima volta è una casa automobilistica a proporsi di fare da tramite tra conducenti e compagnie assicuratrici.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Mitsubishi sta offrendo ai suoi clienti dieci dollari di sconto se accettano di essere costantemente osservati nelle loro abitudini di guida. Un automobilista può iscriversi e lasciare che il proprio telefono tracci, attraverso i suoi sensori interni, dati quali velocità, curve, posizione e rotazione. Durante il percorso il guidatore guadagnerà punti, assegnati sulla base della correttezza della sua guida. E che potranno essere successivamente convertiti in crediti nei distributori di benzina e per l’acquisto di accessori per l’auto. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere possibile anche comprare il caffè nelle stazioni di servizio.

Sebbene lo scambio possa sembrare equo, rimane il problema dell’interpretazione che dei dati verrà fatta dalla compagnia assicuratrice. Le compagnie assicuratrici vogliono mettere le mani su quei dati per poter ricavare informazioni statistiche sulle abitudini di guida degli automobilisti, ma non è chiaro se le informazioni trasmesse saranno anonime o se potranno invece consentire una precisa ricostruzione delle abitudini di guida delle singole persone. Non è raro che, in condizioni di emergenza, vengano effettuate manovre che potrebbero non essere esattamente lecite. E in questo tipo di casi resta il dubbio di come verrebbero letti i dati trasmessi dal telefono.

Il vantaggio dell’iper-connessione risulta però evidente, almeno dal punto di vista economico. A fare un passo in questa direzione, soprattutto in Italia, sono le scatole nere fornite dalle compagnie assicuratrici. Dispositivi che registrano le informazioni relative all’andamento di un’automobile e che vengono usati per decidere se e quanto pagare in caso di incidenti.

Secondo i dati forniti dal presidente dell’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni, Salvatore Rossi, nel quinquennio 2013-2017 il premio medio è sceso di quasi un quarto, oltre 100 euro, arrivando a una media di 340 euro. Diminuzione che sembra dettata proprio dalla diffusione di scatole nere, che nel periodo tra il 2013 e il 2017 sono passate dal 10 per cento a oltre il 20 per cento del totale. 

Saranno 216 i giovani, tra laureandi e neolaureati, chiamati a cimentarsi per l’Hackathon Unilever “Sai immaginare il futuro?”, una sfida di 24 ore che vedrà 36 team confrontarsi su tre challenge, per la prima volta in Italia, in tre diverse città italiane connesse tra loro. Unilever, che vanta importanti brand nel suo portafoglio tra cui Dove, Sunsilk, Knorr, Algida, Magnum, Lipton, Mentadent, Svelto e Coccolino, ha aperto le candidature per partecipare all’iniziativa, che punta a una partecipazione record e che si svolgerà contemporaneamente a Milano, Roma e Napoli il 27 e il 28 settembre, dando inizio alla rivoluzione digitale dell’azienda.

Il digital Hackathon, che favorisce un’iperaccelerazione nella generazione di idee e di progetti innovativi, nasce dalla scelta di Unilever di promuovere la crescita sostenibile del nostro paese attraverso un cambiamento che non può prescindere dai giovani, grazie soprattutto alla loro creatività e alla facilità con cui si rapportano con l’universo digitale.

“Siamo orgogliosi di lanciare il primo Hackathon in Italia in tre città connesse tra loro, coinvolgendo giovani talenti e le loro idee per contribuire alla crescita sostenibile del nostro paese” – afferma Gianfranco Chimirri, HR&Comms Director di Unilever Italia – “Con questa iniziativa, Unilever Italia vuole porsi alla guida della rivoluzione digitale al fine di innovarsi e, allo stesso tempo, innovare il modo di fare business in ottica sostenibile attraverso il contributo imprescindibile dei giovani”.

I partecipanti raccoglieranno idee nuove per le attività dell’azienda sviluppando tre piani: uno per migliorare l'esperienza del consumatore dei marchi Unilever attraverso l'intelligenza artificiale e la realtà aumentata, uno di influencing marketing su specifici brand e un terzo piano di e-commerce per andare oltre i modelli più utilizzati oggi.

Le selezioni andranno avanti fino al 18 settembre. I profili che verranno scelti per l’Hackathon risponderanno a una serie di requisiti: essere prossimi alla laurea o averla conseguita nei 24 mesi precedenti, avere una buona conoscenza dell’inglese e la capacità di creare soluzioni innovative e di operare in team, dimostrare creatività, curiosità, resilienza, capacità di anticipare le tendenze e una mentalità aperta alle sfide digitali.

L’Hackathon è organizzato da Unilever Italia che tra i premi metterà in palio anche attività di formazione a livello internazionale, e si svolgerà in tre location che rappresentano altrettanti centri di innovazione: Accenture Customer Innovation Network a Milano, Luiss Enlabs a Roma e 012 Factory a Napoli. All’iniziativa parteciperà il Presidente di Unilever Italia Fulvio Guarneri, che durante la sfida si sposterà nelle tre città per incontrare i giovani, i protagonisti della digital revolution per un futuro sostenibile.

I ragazzi per partecipare dovranno registrarsi ai seguenti link: Milano – Roma – Napoli

La sfida potrà essere seguita sulle pagine social ufficiali di Unilever Italia: Facebook: @UnileverCareersItalia; Instagram: @unilevercareersita; Twitter @UnileverItalia.

Gli Stati Uniti guidano la classifica per investimenti stanziati in Intelligenza Artificiale, mentre la Cina ha annunciato di voler arrivare a 65 miliardi di dollari l’anno. Cifre che rischiano di tagliarci fuori: dobbiamo coordinare gli sforzi.

Lo ha ricordato Rita Cucchiara, dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, neo direttore dell’AIIS, il nuovo laboratorio dedicato all’Intelligenza Artificiale del Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica (CINI), presentato oggi all’Università La Sapienza di Roma.

Il laboratorio ha già raccolto l’adesione di 40 università, centri di ricerca (CNR, IIT e Fondazione Bruno Kessler) e 600 studiosi. In questo senso il contribuire alla creazione di un ecosistema italiano dell’intelligenza artificiale vuol dire anche rafforzare il ruolo scientifico e tecnologico dell’Italia in Europa e nel Mondo.

Perché un nuovo laboratorio? 

“E’ il momento di lavorare insieme mettere insieme competenze, fare ecosistema e farlo in collaborazione con le autorità italiane. Con la nascita del Laboratorio Nazionale, l'intelligenza artificiale italiana fa un ulteriore passo avanti”.

E' l'Industria 4.0? 

”Non bisogna pensare all'intelligenza artificiale come a qualcosa di completamente staccato dalla vita quotidiana. Ci sono già applicazioni importanti nella medicina, nella sicurezza informatica e persino nella moda per quanto riguarda il futuro vogliamo collaborare con l'industria 4.0 e richiamare investimenti dall'Italia e dall'estero. Non è casuale che i giganti dell'informatica come Google stiano investendo pesantemente nel settore”.

Il Laboratorio collaborerà con il mondo industriale?

"Nei settori in cui si prevede un grande sviluppo nel futuro come la medicina, anche preventiva, la sicurezza informatica, l'industria automobilistica e la digitalizzazione dei media. Il Laboratorio si dedicherà anche alla formazione, collaborando con alcune scuole di intelligenza artificiale tra le migliori al mondo come quella di Catania, e alla ricerca, dove l'Italia può vantare studiosi di livello internazionale".

Di quali  ambiti di ricerca si occuperà il laboratorio? 

"Etica, privacy e sfide sociali. Pensiamo al  riconoscimento facciale: possiamo essere taggati e controllati ovunque. Questo apre problemi, che vanno risolti insieme. Il secondo ambito è quello del teaching and education. Siamo fortunati. Il nostro Paese è bello: in Italia ci sono le migliori scuole di IA, cone Catania. Poi l’impresa. Abbiamo aziende importanti che lavorano in tutto gli ambiti dell’AI. Ecco, dobbiamo poter lavorare con loro. E poi ancora la ricerca"

“Microsoft non intende fornire strumenti di intelligenza artificiale che possano violare i diritti umani”. Arrivano dalle colonne del quotidiano francese Le Monde le parole di Eric Horvitz, direttore dei laboratori di ricerca della società di Redmond negli Stati Uniti. In una lunga intervista, Horvitz ha spiegato le mosse di Microsoft riguardo al tema dell’utilizzo etico dell’AI. A cominciare dalla recente polemica sull’utilizzo di tecnologie sviluppate da Microsoft da parte dell’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement (Ice), che monitora l’immigrazione tra Stati Uniti e Messico.

La levata di scudi dei dipendenti

Al centro del dibattito c’è la vicenda della separazione dei bambini dai propri genitori al confine tra i due Paesi. Il caso, scoppiato a giugno, aveva spinto alcuni dipendenti a chiedere a Microsoft di interrompere il contratto con la Ice. “Sono certo che discuteremo di questo argomento insieme – ha spiegato Horvitz -, perché affrontiamo questi temi in modo molto serio”.

Il rapporto tra l’azienda informatica statunitense e l’agenzia federale, prosegue, riguarda l’utilizzo del “nostro servizio cloud Azure, con cui la Ice gestisce email, documenti e messaggi”. L’intelligenza artificiale, chiarisce Horvitz, in questo caso non c'entra. È vero che a gennaio, in un comunicato, Microsoft annunciava che Ice avrebbe utilizzato l’AI per velocizzare il riconoscimento facciale e l’identificazione, ma “si è trattato di un errore di comunicazione perché non c’è mai stato” un utilizzo simile. Usare una simile tecnologia per scopi di sorveglianza è qualcosa che “ci preoccupa molto”, ha chiarito il numero uno dei laboratori di Redmond.

“Abbiamo detto no a una città poco rispettosa dei diritti umani”

Horvitz, che è anche cofondatore di Partnership on AI, un consorzio di ricerca nato nel 2016 e che riunisce più di 50 aziende tecnologiche attive nell’ambito dell’intelligenza artificiale, ha anche raccontato come, in nome di un utilizzo etico dei servizi di Microsoft, sia già capitato di dire no ad alcuni clienti.

“Abbiamo ricevuto una richiesta da una grande città di una regione del mondo che non è famosa per il suo rispetto per i diritti umani – ha ricordato Horvitz senza specificare quale sia -. Abbiamo riunito il nostro comitato: dopo aver riflettuto a lungo abbiamo deciso di dire di no. Microsoft non vuole rischiare di fornire strumenti che potrebbero essere utilizzati per violare i diritti umani”. I comitati di Microsoft sono sette, analizzano e giudicano casi concreti su diversi temi, dall’utilizzo dell’AI in casi sensibili ai pregiudizi della tecnologia, fino alla collaborazione tra macchine ed esseri umani.

The future computed, il libro guida di Microsoft

“L’intelligenza artificiale e il suo ruolo nella società”: è questo il sottotitolo di The future computed, la pubblicazione di Microsoft dello scorso gennaio in cui l’azienda cercava di decifrare le sfide dei prossimi vent’anni in ambito informatico.

Un lasso di tempo in cui “inevitabilmente sorgeranno nuove e complesse domande” che riguarderanno la società e il suo modo di rapportarsi con la tecnologia. Fin da ora, veniva sottolineato nel testo, “serve uno sguardo critico” per mettere a punto “principi etici resistenti, (adeguate, ndr) riforme del mercato del lavoro e leggi” all’altezza. 

Il momento in cui chiameremo un'azienda, alzerà la cornetta un call center e risponderà un software è molto più vicino di quanto pensassimo. O almeno è questo l'indizio che arriva da un rivelazione di The Information. “Alcune grandi società” stanno testando Duplex, la tecnologia di Google che permette a una macchina di conversare con gli umani, dando l'impressione di essere (fin troppo) umano.

Chi vuole Duplex

In particolare, “un'importante compagnia assicurativa”, afferma una fonte coinvolta nel progetto, sta esplorando diversi modi per utilizzare Duplex, compreso il lavoro nei call center. L'intelligenza artificiale smazzerebbe le telefonate più semplici e ripetitive, passando la mano a un lavoratore in caso di maggiore complessità. C'è però un problema. E non è tanto tecnico quanto etico e (in parte) legato alla reputazione di chi adotterebbe la soluzione. La risonanza avuta da Duplex e le preoccupazioni emerse su un suo utilizzo avrebbero infatti rallentato i test. Forse in attesa che il polverone si posi.

Tra entusiamo e proteste

Quando il ceo di Google Sundar Pichai ha presentato la tecnologia, durante la conferenza degli sviluppatori, la prima reazione è stata di entusiasmo. Le due telefonate in cui Duplex interagiva con un cliente per prenotare un tavolo al ristorante e un appuntamento dal parrucchiere avevano messo in mostra una voce naturale, per nulla robotica, e un modo di esprimersi umano, costruito anche con l'artificio di alcuni intercalare non necessari, come “aaah” e “mmm”. Dopo aver chiuso la bocca per lo stupore, è subentrata la preoccupazione. Da una parte per i lavoratori che, con tutta probabilità, avrebbero perso il proprio posto. Dall'altra il tema della trasparenza: alcuni osservatori avevano definito “orripilante” l'idea di non poter distinguere tra uomo e macchina. La reazione è stata talmente forte da spingere Google a replicare. In una nota aveva affermato di “comprendere” il problema e di impegnarsi per costruire “meccanismi di trasparenza incorporati” che “identifichino in modo appropriato” l'intelligenza artificiale. In altre parole: Duplex dirà ai suoi interlocutori che è un software, senza bocca e orecchie.

Quando arriverà?

I temi etici e occupazionali sono ancora lì, intatti. E anche se “rallentati”, sono lì anche i test. Alla fine di giungo, Google aveva già detto che avrebbe avviato le sperimentazioni con piccoli gruppi di collaudatori. Siamo ancora ai primissimi passi. L'orizzonte non è immediato, ma neppure distante. Prima che sia un software ad alzare il telefono, spiega la fonte di The Information, potrebbero essere necessari “mesi, se non di più”. Cioè, praticamente, sarà una realtà dopodomani. Di sicuro l'interesse delle aziende è carburante per una potenziale accelerazioni.

Google non è sola

Google Duplex non si ferma. Non può farlo: è in compagnia e ha l'esigenza di prendere posizione in un mercato in grande espansione. Secondo le stime di MarketsandMarkets, i call center basati su cloud varranno 20,9 miliardi di dollari entro il 2022. Lo scorso anno ne valevano 6,8. Ecco perché in fila ci sono, tra gli altri, Amazon (con la sua intelligenza artificiale, Alexa), Ibm, Cisco. Microsoft ha svelato qualcosa di molto simile a Duplex a fine di maggio. Prima in un evento a Londra e poi durante la conferenza francese VivaTech: Xiaoice è un assistente digitale in grado di fare chiamate vocali con gli umani. E in Cina (unico Paese dov'è disponibile) è già attivo. In altre parole: Google non è sola, anche se Duplex ha fatto più trambusto dei suoi colleghi.

Nella guerra sui trasporti urbani, è il turno delle due ruote. Lyft, la società di trasporto privato su auto rivale di Uber, ha deciso di muoversi oltre le quattroruote e di puntare anche sul bike sharing. L’azienda ha acquistato Motivate, una società che offre un servizio di condivisione bici in varie città americane, da New York a San Francisco a Chicago. Non sono stati rivelati i termini dell’accordo ma in precedenza le trattative si aggiravano sui 250 milioni di dollari. “Insieme Lyft e Motivate rivoluzioneranno il trasporto urbano”, recita il comunicato dell’azienda.

Le società che offrono trasporti su auto come Uber e Lyft sono da tempo in allarme di fonte alla crescita di servizi di trasporto basati su bici e monopattini, che potrebbero rubare loro una fetta della torta. A meno di non comprarseli.

La 'stazioni' per le bici sono ancora un business

In questo caso Lyft non si è presa tanto le biciclette, ma i contratti con le città (in alcuni casi esclusivi) e il rapporto creato nel tempo da Motivate con le amministrazioni. Questa azienda copre infatti fino all’80 per cento dei viaggi di bike sharing negli Stati Uniti. In dote, Lyft riceve anche una cospicua quantità di stazioni per biciclette. Ora vanno di moda bici e scooter elettrici senza stazioni, che si bloccano e sbloccano via app. Ma quegli spazi potrebbero essere utili per essere riconvertiti come snodi fisici per il trasbordo dall'auto alle due ruote.

Negli ultimi tempi il mercato dei servizi di bici e monopattini urbani è particolarmente mobile. Uber ad aprile ha comprato la startup Jump, altra azienda di bike-sharing, per una cifra imprecisata. Sia Lyft che Uber sono in competizione per ottenere un permesso dalla città di San Francisco per gestire un servizio di monopattini elettrici.

L'Amazon dei trasporti

E pure Google ha investito in Lime, una società americana che fornisce proprio questo genere di veicoli, che si possono affittare con una app. E che ora è valutata intorno a 1,1 miliardi di dollari. La sua rivale principale è Bird, ed è stata fondata, guarda caso, da un ex dirigente Uber.

Dove vogliono arrivare tutte queste società apparentemente diverse fra loro? L’obiettivo lo ha fatto intravedere il Ceo di Uber, Dara Khosrowshahi, qualche tempo fa: “vogliamo essere l’Amazon dei trasporti”, aveva detto. Non sono gli unici. Ogni volta che un utente esce di casa aprirà una app per decidere come muoversi, in auto, in bus, in bici, in monopattino e così via. E il punto ora è presidiare quello spazio.

 

Decine di migliaia di utenti del popolare videogioco Fortnite​ sono stati infettati da un malware dopo aver provato a installare dei programmi che promettono aiuti illeciti durante le partite.

I gestori di Rainway, piattaforma di videogiochi in streaming, hanno lanciato l’allarme dopo aver individuato del traffico anomalo sui propri sistemi. Secondo quanto scoperto e pubblicato in un post, 78 mila utenti hanno installato un programma con il quale avrebbero dovuto ottenere crediti gratuiti nel gioco e un’assistente alla mira per consentire maggiore precisione nei combattimenti.

Il malware invece compie un attacco “men-in-the-middle” (uomo nel mezzo), con il quale il traffico Internet del dispositivo colpito viene fatto passare da dei computer controllati dagli attaccanti, i quali “iniettano” pubblicità mentre l’utente naviga sul web.

Rainway ha fatto sapere di essere riuscita a mitigare l’effetto dell’attacco e a far rimuovere il malware dai siti sui quali era possibile scaricarlo: “Abbiamo anche inviato un avviso a tutti gli utenti colpiti e aumentato la nostra sicurezza abilitando il blocco dei certificati, aiutando a mitigare eventuali futuri attacchi di questo tipo. In futuro, avviseremo gli utenti quando rileveremo attività estranee che riteniamo possano essere segno di un'infezione. In totale, abbiamo ricevuto 381.000 segnalazioni”, si legge nel comunicato.

L’amministratore delegato di Rainway, Andrew Sampson, ha commentato: “Dovrebbe essere ovvio ma penso che non si dovrebbero scaricare programmi a caso. Un’eccellente misura di sicurezza personale è che se qualcosa è troppo bella per essere vera, probabilmente finirai per riformattare il tuo computer”.

Leggi anche Così mentre guardiamo la partita il nostro smartphone 'mina' bitcoin

Ma su Internet è possibile trovare decine di programmi che promettono vantaggi gratuiti e che invece prendono il controllo dei dispositivi infetti. Proprio nel caso di Fortnite, recentemente si è assistito a un’esplosione di app per Android che dicono di consentire l’accesso al gioco tramite smartphone, nonostante questo non sia ancora disponibile per i telefoni di casa Google. Ma sul Play Store Google lavora incessantemente per rimuovere applicazioni che hackerano i dispositivi degli utenti e che in alcuni casi potrebbero danneggiarli irreparabilmente.

Flag Counter