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Nel market del futuro non ci sono file o cassieri, e il cliente può riempire il proprio cestello e andarsene senza doversi preoccupare del pagamento, al quale pensa l’intelligenza artificiale incaricata di gestire il negozio. Il market del futuro apre oggi a Seattle e si chiama Amazon Go, ultima scommessa dell’azienda leader nel campo dell’e-commerce. In realtà il progetto è vecchio di un anno, quando l’azienda aveva dovuto decidere di rimandare l’inaugurazione perché il sistema non era in grado di gestire più di venti clienti contemporaneamente (ne avevamo parlato qui). Ma oggi Go è pronto a fare il suo debutto in società: nel market di Jeff Bezos, fondatore di Amazon e uomo più ricco del mondo, il cliente entra e si serve. I tornelli all’ingresso registrano il “login” dell’acquirente, che può così aggirarsi tra le corsie e riempire la propria busta con i prodotti che vuole acquistare. Ogni articolo prelevato dagli scaffali viene identificato da un complesso sistema di telecamere intelligenti e “aggiunto al carrello”, proprio come avviene su un qualsiasi sito di commercio elettronico. Una volta terminati gli acquisti, l’utente lascia il negozio passando dai tornelli, e Amazon gli addebita automaticamente il costo della spesa.

Il negozio di Bezos è un gioiello della tecnologia: 1.800 metri quadri su cui vegliano centinaia di telecamere collegate a un’intelligenza artificiale, capace di identificare i prodotti sugli scaffali e di rilevare se vengono rimossi. Uno dei problemi che i tecnici di Amazon hanno dovuto risolvere è stato far sì che il sistema non si inceppasse se un articolo veniva spostato da una posizione all’altra. Ma la tecnologia è stata perfezionata al punto che non è possibile ingannarla neanche nascondendo un articolo sotto la giacca e provando a uscire senza essere visti. Ci ha provato un giornalista del New York Times, che si è sorpreso nel vedersi addebitare anche il costo del finto taccheggio. Dei sensori sugli scaffali sono in grado di riconoscere lo spostamento di un oggetto e, incrociando i dati con quelli delle telecamere, dispongono di un controllo multisensoriale su ogni prodotto.

Ma lontano dal mettere tutti d’accordo, Amazon Go ha sollevato anche qualche polemica. Dalla preoccupazione per la sparizione di posti di lavoro tradizionali ai problemi legati alla privacy, le tech-companies puntano alla razionalizzazione, e ci si chiede se gli Stati saranno in grado di colmare i vuoti lasciati dall’innovazione tecnologica. Un altro dubbio viene dalla gestione della propria identità digitale: Amazon Go è l’ennesimo spazio in cui una società privata può acquisire dati e informazioni sulle abitudini di consumo degli utenti, per i quali ormai è difficile, se non impossibile, sfuggire al tracciamento da parte di soggetti privati. Una rassicurazione però arriva dalla stessa Amazon, la quale ha fatto sapere che nel negozio non viene utilizzato il riconoscimento facciale, il che rende l’esperienza di fare la spesa in questo negozio del tutto simile a quella di un acquisto online, anche dal punto di vista della privacy.

I comandi vocali e l’assistenza vocale 'intelligente' da remoto saranno sempre di più gli alleati del futuro (in realtà, del presente) degli operai manutentori e degli addetti agli interventi ‘on field’, sul campo. Alleati tecnologici che consentiranno interventi più efficaci e rapidi con una riduzione di costo dovuta proprio al risparmio di tempo. È per questo che Almawave e OverIT, aziende leader nell’Information Technology, hanno firmato  un accordo di partnership che prevede l’integrazione delle tecnologie focalizzata sull’uso del comando vocale e sull’analisi predittiva nella gestione degli interventi di manutenzione.

Da strumenti di rendicontazione, gli applicativi diventano un aiuto intelligente per trovare in modo facile e veloce le giuste informazioni, per riportare tempestivamente rilevazioni e interventi e per semplificare la vita lavorativa di operai e tecnici. “Questo grazie alla potenza dei comandi vocali dell’automatic transcription e dell’artificial intelligence per la classificazione, l’interazione automatica e il fast search”, annunciano le due aziende in una nota.

Prima un operaio aveva con sé  l'esperienza e gli strumenti  del mestiere. Oggi ha nel tablet una utile banca  dati con cui "parla" e che gli suggerisce interventi efficaci e archivia ogni informazione 

La collaborazione strategica e industriale tra le due aziende mira a sviluppare prodotti e soluzioni per gestire le attività sul campo, monitorare il lavoro degli operatori in tempo reale e organizzare processi, modalità e tempi degli interventi. Finora, gli addetti impegnati nelle attività inserivano manualmente le informazioni sui device mobili, spesso appesantiti da guanti e strumenti di lavoro. Oggi, grazie alle tecnologie di assistenza vocale, possono sfruttare i benefici del comando vocale per dare informazioni al sistema attraverso la sola voce, operando quindi in modalità hands-free. Questo consente loro di ritrovare facilmente i contenuti corretti per svolgere le attività, nonché classificare semplicemente e puntualmente ogni intervento avvenuto in modo tempestivo e completo.

Le funzionalità di registrazione audio possono essere sfruttate per descrivere l’esito dell’attività, l’ora di inizio e fine intervento di un operaio specializzato, i materiali utilizzati, ecc., anche in assenza di connettività. 

I comandi vocali possono essere utilizzati anche per attivare procedure di content sharing sfruttabili dagli operatori per risolvere velocemente problematiche già riscontrate in passato. Un tecnico incaricato della manutenzione sulla rete ferroviaria può ad esempio inserire note vocali relative alle operazioni che sta eseguendo. Il commento registrato viene archiviato secondo criteri ontologici e potrà essere consultato direttamente dall’applicazione mobile dal tecnico che lavorerà successivamente sullo stesso sito e ricercherà informazioni, grazie all’integrazione tra le componenti applicative di Almawave e OverIT.

Le stesse informazioni archiviate possono suggerire la soluzione all'intervento e indicare in via preventiva possibili guasti (attraverso un algoritmo che analizza i Big data).

L'effetto, insidioso, è quello di un nuovo "Grande Fratello", questa volta su quattro ruote. È così che provocatoriamente il Washington Post definisce i moderni sistemi computerizzati istallati sulle automobili di ultima generazione. Il prezzo che pagano i cittadini è altissimo: queste automobili efficienti e sicure, silenziosamente raccolgono dati e informazioni degli autisti e delle loro famiglie. Un numero impressionante di americani – decine di milioni – è costantemente monitorato dalle case automobilistiche grazie appunto ai computer istallati nelle loro vetture.

Per le grandi case automobilistiche si tratta di una straordinaria banca dati che permette loro di accedere a preziosissime informazioni sulle abitudini dei propri clienti. Certo, la raccolta di questi dati è stata autorizzata dai soggetti che hanno acquistato le automobili: una minuscola riga nel paragrafo dedicato ai servizi li ha legalmente avvertirti. La firma del contratto ratifica l'accordo e il gioco è fatto. Monitorando gli spostamenti, spiega il Washington Post, è infatti possibile risalire ad una serie di fondamentali (ed utili) indicazioni sulla vita privata dei soggetti: come guidano, quanto carburante consumano, ma anche quali sono i posti che frequentano più ricorrentemente, quali sono i momenti ricreativi che prediligono, dove fanno la spesa, quali cibi amano mangiare.

Leggi anche su Lettera43: Cos'è l'eCall, l'apparecchio Gps d'obbligo sulle auto dal 2018

Secondo gli esperti, le nuove automobili dotate di sistemi computerizzati sono in grado di conoscere abitudini e comportamenti delle persone più di quanto faccia uno smartphone. Il solo pensiero fa rabbrividire. I produttori si difendono. Secondo loro, questo sistema migliora le prestazioni dell'auto ed ovviamente la rende più sicura. L'obiettivo è quello di ridurre incidenti, furti e fatalità, spiega il Post. Entro il 2021 il 98% delle macchine in Usa e in Europa sarà connesso come recentemente anticipato al salone dell'auto di Detroit. Interrogate, al momento però le compagnie non sono in grado di rendere conto sull'utilizzo specifico dei dati raccolti.

Se in passato le informazioni acquisite dai computer di bordo restavano nelle "scatole nere" delle auto, ora esse vanno a finire in rete. È quanto spiega Lauren Smith che si occupa di queste questioni per il Future of Privacy Forum. A preoccupare gli esperti della privacy sono ovviamente i dati relativi alla localizzazione dei cittadini.

Pam Dixon, direttrice del World Privacy Forum, sottolinea quanto tutto ciò sia insidioso: "La maggioranza delle persone non si rende conto di quanto siano radicate le proprie abitudini e come il modo in cui parcheggiamo e il luogo possano raccontare cose di noi". Informazioni appetibili per privati e governi. Nel 2014 in una lettera alla Federal Trade Commission, le case produttrici si sono impregnate a non condividere questo tipo di notizie con terzi senza il consenso degli automobilisti. Era stata la General Motors nel 1996 a garantire che "la compagnia non raccoglie o usa dati personali dei clienti senza consenso".

Politiche simili utilizzate anche da Ford. La situazione resta comunque preoccupante per gli esperti. Ryan Calo, professore associato di diritto legato al mondo informatico e robotico presso l'università di Washington, è molto chiaro: "Non solo i produttori di automobili raccolgono molti dati, ma essi non hanno un regime specifico che regoli come lo fanno". Calo però ammette che sino ad ora le case automobilistiche sono state piuttosto collaborative cercando comunque di rispondere all'esigenza di privacy dei clienti. Inutile però negare quanto forte sia la tentazione di utilizzare un giorno, per i propri fini, una mole di dati che ogni anno diventa più consistente. 

Centinaia di gigabyte di dati sottratti e almeno cinquecento telefoni Android hackerati: una campagna di attacchi informatici ha tenuto sotto controllo giornalisti, militari e membri della società civile per sei anni.

E gli indizi lasciati nei ventuno paesi interessati dai misteriosi hacker fanno risalire a un edificio del Direttorato libanese della sicurezza, secondo quanto denunciato dall’azienda di sicurezza informatica Lookout congiuntamente con la Electronic Frontier Foundation. 

Il gruppo di hacker, soprannominato Dark Caracal, ha sfruttato le vulnerabilità ormai note di Android per sottrarre dai telefoni infettati Sms, registri delle chiamate e file multimediali. Secondo quanto riportato in un comunicato, Dark Caracal sarebbe stato addirittura in grado di attivare le fotocamere dei dispositivi. "Abbiamo le prove di numerose campagne condotte da Dark Caracal, e sappiamo che i dati che abbiamo osservato sono solo una piccola parte dell'attività totale", hanno dichiarato Lookout ed Eff.

Tracciando l’attività del software malevolo, i ricercatori ritengono che i dispositivi utilizzati per testare l’attacco siano raggruppati in un edificio di Beirut, appartenente ai servizi di sicurezza libanesi. "Sulla base delle prove disponibili, è probabile che il Direttorato libanese per la sicurezza, una delle agenzie di intelligence del Paese, sia associato a Dark Caracal o direttamente coinvolto nelle operazioni di spionaggio”.

Nonostante l’estensione dell’attacco e la quantità di dispositivi e dati coinvolti, gli hacker sembrano aver sottovalutato l’importanza di nascondere le proprie tracce. Il materiale ottenuto attraverso gli attacchi infatti è stato archiviato su server non protetti e potenzialmente alla portata di chiunque. "È quasi come se i ladri che rapinano una banca si dimenticassero di chiudere la porta dove hanno nascosto i soldi", ha dichiarato all’Associated Press Mike Murray, il capo dell'intelligence di Lookout.

Il malware di Dark Caracal è un software malevolo personalizzato, capace di infettare i dispositivi Android quando si installano alcune versioni non ufficiali di app di messaggistica come Whatsapp o Signal. Oltre a questo, il gruppo di hacker si è servito anche di altri strumenti di sorveglianza come il malware Finfisher, notoriamente utilizzato come strumento di controllo da parte delle forze di sicurezza nazionali di molti Paesi.

"Dark Caracal ha condotto con successo numerose campagne parallele e sappiamo che i dati che abbiamo osservato sono solo una piccola parte dell'attività totale", hanno detto Eff e Lookout nel loro rapporto. Secondo l’analisi dell’attività di Dark Caracal, si ritiene che gli hacker abbiamo condotto sei diverse campagne d’attacco, di cui la prima potrebbe risalire al 2012.

La Electronic Frontier Foundation afferma di aver identificato per la prima volta le impronte di Dark Caracal nell'agosto del 2016. In un rapporto erano descritti attacchi indirizzati a giornalisti e attivisti politici critici del governo autoritario del Kazakistan. Grazie allo studio di alcuni dispositivi infettati, Lookout ha potuto successivamente ricondurre i malware a una famiglia di software malevoli chiamata Pallas.

"L’elemento più interessante è che che questo attacco non richiede strumenti sofisticati o costosi.Tutto ciò di cui Dark Caracal aveva bisogno erano i permessi delle applicazioni, che gli utenti stessi concedono quando scaricano le app, senza sapere che contengono un malware”, ha detto in una nota Cooper Quintin, esperto di sicurezza informatica di Eff. "Questa ricerca dimostra che non è difficile creare una strategia che consenta a persone e governi di spiare obiettivi in tutto il mondo".

La notizia dell’operazione di spionaggio arriva a pochi giorni dalla scoperta di Skygofree, software spia in grado di attivare i microfoni e le camere degli smartphone Android e probabilmente realizzato da un’azienda italiana per finalità di spionaggio da parte delle forze dell’ordine o dei servizi segreti.

Leggi anche: Skygofree – il malware che consente di spiare gli smartphone Android

Cosa può esserci di meglio per uno studente delle medie di un'iPad a scuola con cui stare sui social network? Beh, secondo l'amministratore delegato della Apple, che gli iPad li produce, potrebbe non essere una così buona idea. Né avere la tecnologia a scuola, né avere i ragazzini sui social. "Non credo nell'uso eccessivo della tecnologia" ha detto Tim Cook all'università di Harlow nell'Essex, una delle 70 istituzioni in tutta Europa che utilizzerà il programma educativo 'Tutti possono programmare' voluto da Apple. "Non sono il tipo di persona che afferma che abbiamo raggiunto il successo se la stiamo usando tutto il tempo ", ha aggiunto, secondo quanto riporta il Guardian. "Non ne sono affatto convinto".

Cook è andato oltre: crede che ci dovrebbero essere dei limiti all'uso della tecnologia nelle scuole e non vuole che suo nipote usi un social network. "Ci sono ancora concetti di cui vuoi parlare e capire. In un corso di letteratura, bisogna usare molto la tecnologia? Probabilmente no". E riguardo ai social​ è stato laconico: "Non ho un bambino, ma ho un nipote al quale ho messo dei limiti. Ci sono alcune cose che non permetterò: non li voglio su un social network".

Un viaggio elettronico racchiuso tra le pagine di un libro: Papier Machine, macchina di carta, è la scommessa di riportare i bambini a giocare e imparare divertendosi e mettendo per un attimo da parte i videogiochi e gli smartphone.

Un prodotto editoriale stampato con inchiostro d’argento che forma circuiti funzionanti, con sei esperimenti che combinano sensori, biglie metalliche, qualche piezo e componenti sonori. Obiettivo di questa impresa è mostrare in modo semplice e divertente il funzionamento di ciò che si nasconde all’interno dei dispositivi che usiamo tutti i giorni. Il tema del primo volume di Papier Machine è il suono, ma i suoi autori promettono che ne seguiranno degli altri.

“Se dovessi descrivere Papier Machine a un bambino di dieci anni, gli direi che è il gioco che vorrebbe trovare in una classe di tecnologia per appassionarsi definitivamente a questi temi”, ha detto ad Agi Agnes Agullo, portavoce della squadra di tre persone che ha ideato il libro.

“Abbiamo avuto molte occasioni di presentare questo progetto al pubblico, iniziando dal Museo di arti decorative di Parigi lo scorso Maggio”: il continuo confronto e tre anni di lavoro, ricerche e test sono serviti agli autori per realizzare il numero zero della collana, nel quale tutto stimola l’intuito e la creatività. A partire dalle istruzioni, esclusivamente fatte di immagini e quindi adatte a ogni lingua. Sfogliando gli inserti da staccare, le pagine da piegare e colorare danno vita ai circuiti stessi tramite un sistema di incastri.

Un crowdfunding di successo

Resistenze, giroscopi, suoni, sensori del vento, circuiti e interruttori compongono i sei giochi del numero di lancio della collana. E tantissimi sostenitori hanno deciso di crederci: la campagna su Kickstarter ha raccolto in ventiquattr’ore 47mila euro di donazioni. Duemila in più rispetto al traguardo minimo necessario per iniziare la produzione. “Arrivano finanziatori da tutto il mondo”, ha spiegato Agullo. “Ma le più importanti sono state Francia, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Svizzera”.

“L'elettronica è ovunque, e Papier Machine è un'interpretazione di ciò che è nascosto nelle misteriose scatole nere che ci circondano”, spiegano i tre autori Raphael, Marion e Agnes. “Solitamente nascosti alla vista, i circuiti celano un potenziale narrativo sorprendente. Papier Machine ha scelto di raccontare le loro storie in un modo più attraente, giocando con colori e forme, ed estendendo le molteplici possibilità della carta grazie all’uso dell’inchiostro conduttivo”. 

Papier Machine rientra in quelli che in inglese sono chiamati “STEM toys” (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), e che sono realizzati per cercare di rendere l’apprendimento una scoperta divertente e interattiva. Un esempio noto? I Lego, considerati un modo incredibilmente efficace di aprire un occhio sul mondo dell’ingegneria in modo creativo. Giochi che rafforzano la pazienza, la capacità di risolvere problemi e la determinazione. Giochi un po’ più lenti e riflessivi, di cui forse oggi i bambini hanno davvero bisogno per (ri)scoprire che il gioco più bello di tutti è la fantasia.

Sono passati più di cinque anni dall’ultima volta che un gioco ispirato a Harry Potter, il mago creato dalla penna di J.K Rowling, provava a conquistare il mercato dei videogiochi. Pochi giorni fa è stato presentato “Hogwarts Mystery”, sviluppato per iOS e Android da Jam City. È il primo gioco prodotto dalla Portkey Games, nuova etichetta di proprietà della Warner Bros Interactive Entertainment. Gli amanti della saga possono realizzare un vecchio sogno creando il loro studente-avatar e frequentando virtualmente la più importante scuola di magia della letteratura contemporanea. Il gioco, annunciato qualche mese fa dalla stessa Rowling sul suo sito Pottermore, uscirà questa primavera e qui c’è il primo teaser.

 

Il telefono impazzito di Rovazzi

Fedez ha fatto uno scherzo al suo amico Fabio Rovazzi. Un regalo di compleanno speciale. Ha pubblicato il suo numero di telefono su Instagram, in una “Stories” fatta durante la serata di festeggiamenti. Il risultato? Un flusso ininterrotto di notifiche che hanno intasato lo smartphone dello showman, protagonista dell’ultimo film di Gennaro Nunziante, “Il Vegetale”.

 

 

Quando las-ci il numero di Rovazzi nelle stories per fargli un bel regalo di compleanno!

Un post condiviso da Fedez (@fedez) in data: Gen 17, 2018 at 2:18 PST

 

Cos’è Nintendo Labo?

È il nuovo progetto dell’azienda giapponese e ha molto a che fare con Nintendo Switch, la sua ultima console. Si tratta di una serie di accessori di cartone che possono essere applicati ai joypad della Switch. Un modo divertente, tra analogico e digitale, per interagire con i videogiochi in un modo tutto nuovo. I primi cartoni da costruire arriveranno il prossimo aprile e comprendono, ad esempio, un pianoforte e una canna da pesca. Le reazioni della rete? Fuori di testa (ma molto divertenti).

 

 

L’aborto in uno stato come El Salvador

Nel Paese centroamericano le donne che abortiscono rischiano di passare trent’anni in galera. La BBC ha deciso di raccontare questa tragica situazione in un documento video molto coinvolgente. Dura 22 minuti ed è in inglese. Ma vale la pena vederlo.

 

 

Quale città verrà scelta per diventare il secondo quartier generale di Amazon?

Se lo chiedono in tanti ma l’azienda di Jeff Bezos non ha ancora scelto quale sarà la sua seconda casa. Negli ultimi giorni però il campo si sta restringendo. In questo tweet, Amazon ha individuato 20 città (in una lista di 238). Queste. Chi sarà la prescelta?

 

 

La nuova copertina di Der Spiegel (ancora contro Trump)

Il magazine tedesco non è mai stato tenero con il Presidente americano. Le sue copertine, già in passato, avevano ironizzato sulle sue parole e sui suoi comportamenti. E anche stavolta i suoi redattori non ci sono andati leggeri…

 

 

 

È nata la Nuova California!

Da questa parte dell’oceano abbiamo ancora in mente il tentativo di indipendenza della Catalogna ma dall’altra parte, in California, un gruppo di indipendentisti ha deciso di staccarsi da Los Angeles, San Francisco e, in particolare, dal mondo di Beverly Hills e Hollywood. Ma non dagli Usa. Come finirà la vicenda (che oggi sembra davvero poco seria)? Intanto qui c’è il sito per saperne di più.

 

 

Una grotta sottomarina lunghissima

Per essere più precisi è la più estesa del mondo. L’annuncio è stato dato dalla Underwater Exploration Group of the Great Maya Aquifer Project (GAM) dopo mesi di duro lavoro, esplorazione e misurazione. La grotta si trova vicino alla città di Tulum, nella penisola messicana dello Yucatan, ed è lunga poco meno di 350 chilometri. National Geographic ha pubblicato un video che ci permette, in parte, di esplorarla. Ed è un vero spettacolo. 

 

Può una modella diventare testimonial di prodotti per capelli anche se indossa un Hijab?

Sì, è successo ad Amena Khan, nota fashion blogger che ha annunciato su Instagram di essere stata scelta dalla L’Oreal per una campagna pubblicitaria molto particolare.

 

 

Altre news (in breve)

Pornhub, sito pornografico tra i più noti al mondo, ha rivelato che alle Hawaii, dopo i 38 minuti di panico causati dal falso allarme di un attacco missilistico imminente, ha registrato un 48% di accessi in più rispetto alla media.

Hollywood Reporter ha rivelato che presto il libro rivelazione di Micheal Wolff, Fire and Fury, potrebbe essere adattato per il piccolo schermo. La domanda ora è: Chi interpreterà Donald Trump?

Secondo diversi siti, Whatsapp starebbe testando una funzionalità che bloccherebbe le odiosissime catene di Sant’Antonio. Tipo quelle che annunciano che Whatsapp diventerà a pagamento.

 

Novità in arrivo da Instagram. L’app starebbe sviluppando una nuova funzionalità chiamata “Type” che permetterà gli utenti di condividere, all’interno delle “stories”, dei messaggi costituiti esclusivamente da materiale testuale. Un’alternativa alle attuali funzionalità che riguardano, invece, foto e video. Si tratta di una sperimentazione che, dopo aver coinvolto utenti in Giappone e negli Stati Uniti, si sta affacciando anche in Europa anche se è disponibile solo per un numero limitato di persone.

Come funziona Type

I passaggi sono molto semplici. Il nuovo contenuto si trova in basso, accanto a funzionalità ormai note come Boomerang, Rewind e Live. Type dà la possibilità di scrivere un piccolo testo che l’utente può personalizzare in vari modi, dal font da utilizzare allo sfondo in cui collocarlo. In precedenza, per ottenere lo stesso risultato, bisognava scattare una foto e usare il tasto “penna”, posto in alto, selezionare il colore e la grandezza del font e, infine, condividere. L’obiettivo di Instagram è quello di semplificare tutti questi passaggi e avere, di default, caratteristiche predefinite per realizzare messaggi rapidi e immediati. The  Next Web scrive che ci sarà anche la possibilità di usare una foto come sfondo e realizzare quella che sarebbe, a tutti gli effetti, una cartolina virtuale temporanea.

Screenshot Notifications

Secondo il sito WABetainfo ci sarebbe, inoltre, un’altra piccola implementazione da parte di Instagram e che riguarderebbe alcune notifiche inviate a seguito degli screenshot fatti nei confronti di una storia altrui. L’app avvertirebbe l’autore della storia riferendogli chi ha fatto lo screenshot. Ma solo dopo a partire dal secondo scatto “rubato”.   

Blackberry punta sulla cybersecurity. La società canadese ha lanciato un nuovo software in grado di analizzare le vulnerabilità nei sistemi delle automobili a guida autonoma per la prevenzione degli attacchi hacker ai veicoli.

In un comunicato rilasciato lunedì, la società ha spiegato che il software Jarvis – nome che si ispira a quello dell’assistente vocale di Iron Man – è in grado di scansionare il codice del sistema della macchina autonomamente alla ricerca di problemi o di codice malevolo.

Blackberry ha fatto sapere di aver testato Jarvis in collaborazione con l’azienda automobilistica indiana Tata (proprietaria di Jaguar e Land Rover). L’automotive ha confermato che il software di Blackberry ha ridotto i tempi necessari per individuare una vulnerabilità nel sistema operativo che guida i veicoli da trenta giorni a sette minuti.

La creazione di Jarvis aggiunge un tassello alla strategia di Blackberry, sempre più orientata verso il mondo della tecnologia in campo automobilistico: a settembre l’azienda aveva annunciato una collaborazione con la Delphi Automotive per la realizzazione di un sistema operativo per automobili, mentre all’inizio di gennaio è stato reso pubblico un accordo con la Web Company cinese Baidu per lo sviluppo di tecnologie orientate alle quattro ruote.

La strategia di Blackberry ha contribuito a rilanciare il marchio, che a settembre dell’anno scorso ha realizzato i primi profitti dopo anni. Il marchio canadese, reso celebre per i suoi telefoni con tastiera Qwerty, aveva perso terreno nel confronto con gli smartphone con schermi full-touch e con i sistemi operativi Android e iOS. La nuova marcia impressa John Chen, amministratore delegato della compagnia dal 2013, ha riguardato un maggiore investimento su prodotti orientati alla sicurezza informatica. 

Stretta di Pechino sui software usati dai dipendenti della multinazionali di stanza in Cina per navigare liberamente su Internet, aggirando i blocchi imposti dalla censura cinese.

Lo rivela il Financial Times, secondo il quale le autorità cinesi hanno deciso di chiudere tutti i buchi del cosiddetto 'Great Firewall', il muro di sorveglianza che blocca dati potenzialmente sfavorevoli in entrata in Cina, provenienti dai paesi stranieri e che e' gestito dal Ministero della Pubblica Sicurezza. 

Le indiscrezioni sulla stretta sono state date al Ft da 5 grandi multinazionali, secondo le quali l'accesso all'Internet globale dai loro uffici cinesi è stato disturbato negli ultimi mesi. Storicamente le multinazionali straniere utilizzano delle reti speciali, chiamati Vpn, per aggirare la censura cinese e ricevere Internet da tutto il mondo. Negli ultimi mesi però le stesse multinazionali ammettono di avere avuto difficoltà a utilizzare questi software dai loro uffici cinesi.

Pechino agisce con un'aggressiva censura sul Web, e nega l'accesso in Cina a Facebook, Google e YouTube. Negli ultimi tempi il Governo ha proposto alle multinazionali di usare Vpn approvati dallo Stato, cioè una forma di censura mitigata e legalizzata. Questi Vpn sono molto costosi, hanno dei canoni che possono arrivare a diverse decine di migliaia di dollari al mese e sono comunque sottoposti alla censura di Pechino.

"L'intenzione della Cina – spiega al Ft Lester Ross, partner dello studio legale WilmerHale a Pechino – è controllare interamente il flusso di informazioni, costringendo la gente a usare solo Vpn approvati dal governo e rendendo difficile, se non impossibile, l'utilizzo di strumenti alternativi". 

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