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Da secoli l’uomo è ossessionato dall’idea di creare l’amante artificiale perfetta, un’idea che oggi non è più fantascienza. A breve si potrà dire addio alle vecchie bambole gonfiabili per dare il benvenuto ai sex robot che saranno in grado di parlare e muoversi attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale. A fronte di questo sviluppo tecnologico sorgono una serie di interrogativi ai quali è difficile rispondere.

  • I robot del sesso cambieranno la nostra vita?
  • C’è il rischio che la donna venga sempre di più considerata come un oggetto?
  • I sex robot renderanno leciti desideri e perversioni che oggi sono considerati dei reati?
  • Dove finisce il confine di ciò che è etico e ciò che non lo è?

A queste e ad altre domande ha cercato di rispondere Aimee van Wynsberghe, docente di etica e tecnologia all’Università di Delft nei Paesi Bassi e condirettrice della Fondazione per la Robotica Responsabile, in un’intervista rilasciata a Quartz. La professoressa a luglio 2017 ha pubblicato un rapporto “Il nostro futuro sessuale con i robot” nel quale cerca di fare il punto sullo stato dell’industria dei sex robot e del loro futuro.

QUARTZ: Cosa esiste oggi in commercio e a che punto è la tecnologia per lo sviluppo di veri e propri sex robot?

AIMEE VAN WYNSBERGHE: “Oggi online si possono comprare delle bambole molto sofisticate e sceglierne le caratteristiche. Ma si tratta comunque di qualcosa con cui non è possibile interagire. A breve saranno, invece, saranno commercializzati dei veri e propri sex robot, che si muovono e con i quali si potrà parlare. Non si tratterà solo di immaginazione perché alcune cose potranno avvenire veramente. Ad esempio non ci sarà più bisogno di immaginare che la bambola stia parlando con te, perché lo farà realmente.

Tra i sex robot più famosi c’è Harmony e il suo creatore, Matt McMullen, è impegnato a dare gli ultimi tocchi al prodotto in un laboratorio della società da lui fondata e presieduta, la Abyss Creations, in California, prevede che sarà messa in vendita inizialmente a 15 mila dollari (circa 14 mila euro). Harmony sorride, sbatte le ciglia, parla, racconta barzellette, all’occorrenza cita Shakespeare e soprattutto interagisce: non si limita a reagire quando il suo compagno, o per essere più esatti il suo proprietario, preme un determinato pulsante, ma prende l’iniziativa elaborando dati, impara cosa procura piacere e cosa no, insomma si comporta in modo simile a un essere umano. Oltre a fare sesso, ovviamente, tutte le volte e in tutti i modi desiderati da chi se l’è portata a casa. Ha il corpo di una porno star e il cervello, bè, di un cervellone elettronico”.

Q: Si tratterà di un oggetto di nicchia?

AVW: “Lo sarà se verrà considerato un oggetto pornografico, utilizzato e dominato da questa industria. Molte persone potrebbero collegarlo ai concetti di sfruttamento e oggettivazione delle donne. Quando comunque uno strumento di questo tipo viene lanciato sul mercato è normale che ci sia un iniziale scetticismo a riguardo. E’ stato così anche per tutti gli altri sex toy".

Q: Qualcuno invece parla di benefici. In che senso?

AVW:Per alcuni i sex robot potrebbero avere scopi terapeutici se utilizzati nel giusto modo. C’è chi sostiene che, insieme ad un adeguato sostegno psicologico, potrebbero aiutare la guarigione di coloro che hanno subito un trauma di natura sessuale o in casi di disfunzioni. Altri pensano che possiamo essere utili anche per i disabili e gli anziani”.

Q: Si è addirittura arrivati a dire che i sex robot potrebbero eliminare la prostituzione. Che ne pensi?

AVW:Credo che sarebbe bello, ma per il momento non lo ritengo possibile. C’è anche chi spera in una riduzione del traffico di esseri umani e della pedofilia. Ma sono scettica al riguardo, anche perché è un fenomeno molto difficile da dimostrare. Servirebbero dei dati a dimostrazione di ciò e penso che sia molto difficile reperirli.

Purtroppo credo che una bambola, seppur tecnologicamente evoluta, non sia in grado di soddisfare tutte le perversioni degli uomini. E anche se, ragionando  utopisticamente, i robot sostituissero gli esseri umani in queste forme di perversione, non possiamo fare finta che siano lecite”.

Q: Cosa ti entusiasma nel sapere che in un futuro prossimo in molti campi ci saranno i robot?

AVW:Sono eccitata da alcuni tipi di robot e da alcune funzionalità che questi potranno avere. Sono però preoccupata per quello che potremmo perdere con il loro arrivo. Temo che confrontandoci troppo con delle macchine perdiamo l’abitudine di stare a contatto con i veri sentimenti e gli stati d’animo degli esseri umani. Potremmo perdere l’abitudine delle relazioni interpersonali reali. Dall’altra sono entusiasta dell’esistenza di droni che possono portare sangue e vaccini in luoghi difficili da raggiungere fisicamente, così come sono entusiasta dei robot che nel campo dell’assistenza sanitaria sono in grado di monitorare e raccogliere i segnali. Tutto questo lo trovo eccitante. Se utilizziamo i robot come un aiuto va bene, ma non dobbiamo pensare che questi possano risolvere dei problemi dell’essere umano”.

Q: Quindi chi dovrebbe decidere come si svilupperà l’industria?

AVW: Uno degli obiettivi della Fondazione è proprio quello di costituire un ponte tra il pubblico e le imprese. Vogliamo creare delle norme, le stesse che ci sono per l’acquisto di qualsiasi altro prodotto.

La belva di Baku sa ancora mordere e non intende farsi sorpassare dalle nuove generazioni troppo facilmente. Dodici anni dopo aver concluso la sua carriera professionale, Garry Kasparov è tornato alla ribalta al torneo di Saint Louis, che, nella prima giornata, lo ha visto sfidare tre tra le stelle più brillanti degli scacchi moderni: il nuovo campioncino russo Sergey Karjakin e i due massimi giocatori americani, Hikaru Nakamura e Fabiano Caruana. Mancava solo il nuovo campione del mondo Magnus Carlsen, che del predecessore Kasparov era stato un protetto. Il giovane "Mozart degli scacchi" è presente a Saint Louis ma non si cimenterà in alcuna partita.

Una partita che fece la storia. E non solo quella degli scacchi

"Sono abbastanza soddisfatto", ha dichiarato il genio cinquantaquattrenne, il cui ritorno sulle scene ha suscitato grande emozione negli appassionati di tutto il mondo, "il piano era sopravvivere il primo giorno. Mi sono dovuto adeguare a questa nuova realtà, a questa atmosfera. Sono contento di queste giocate. Ora sarò più aggressivo". L'umiltà che è propria dei veri grandi. Del resto, Kasparov aveva già dimostrato di non avere problemi ad adeguarsi alla modernità quando, il 2 febbraio 1996, fu il primo campione mondiale di scacchi a essere battuto da una macchina, Deep Blue, il supercomputer creato appositamente dalla Ibm. Una partita che fece la storia, e non solo quella degli scacchi.

Kasparov riuscì a rovesciare il risultato nelle seguenti cinque partite, vincendone quattro e aggiudicandosi il match. L'anno dopo la macchina avrebbe avuto una rivincita di misura, 3,5 a 2,5. L'incontro segnò per sempre la vita di colui che è considerato il più grande scacchista della storia. Se in molti conoscono la sua seconda vita di attivista politico, tra le file degli oppositori filo-occidentali di Vladimir Putin, non tutti sanno dell'interesse sempre più profondo sviluppato negli anni successivi da Kasparov per l'universo dell'intelligenza artificiale, anni che lo vedranno mattatore sui palchi delle più importanti convention di settore, a partire dalla TED.

"Perché non dobbiamo aver paura delle macchine"

La stampa generalista si è occupata della passione di Kasparov per le macchine pensanti soprattutto lo scorso anno, quando lo scacchista raccontò in un volume, 'Deep thinking', la sfida con il computer e quel che ne aveva tratto. Il messaggio è contenuto nel sottotitolo: "Dove finisce l'intelligenza della macchina e comincia la creatività umana". Un messaggio di ottimismo. "Non dobbiamo avere paura delle macchine, dobbiamo imparare a collaborare con loro", dice il campione mondiale che da una macchina fu sconfitto. Nessun entusiasmo acritico ma nemmeno alcuna ansia distopica: "Le macchine distruggeranno alcuni lavori per dare vita ad altri, tutto qua". Un esempio? Facebook, che ha dovuto "assumere migliaia di specialisti perché le macchine non sono in grado di riconoscere le fake news".

"Quando sfidai Deep Blue, la gente pensò: 'oh, wow, la macchina ha vinto'. In ogni gioco, che siano gli scacchi o lo Shogi, non conta apprendere e comprendere il gioco, conta battere l'avversario umano. Il gioco umano è troppo instabile per resistere a una macchina potente", spiegò Kasparov lo scorso luglio in una conversazione con The Parallax, "ciò non perché la macchina ha un gioco perfetto, tutt'altro, ma perché siamo giunti a un punto nel quale ogni programma per giocare a scacchi che avete sul vostro computer gioca meglio dei campioni internazionali, e ogni app gratuita che avete sul vostro smartphone gioca meglio di Deep Blue. Non possiamo battere le macchine. Dobbiamo unirci a loro. Questo è il futuro e ci sono molti problemi che dovremo risolvere insieme".

I computer sono più intelligenti? No, ci battono con la forza bruta

Inoltre la macchina non vince grazie a un'intelligenza superiore, in quella che è l'accezione umana del termine, ma a una superiore potenza di calcolo. Ovvero, nelle parole di Kasparov, "forza bruta". E le macchine non sono perfette. "Ripensando, ad esempio, alle partite del 1997, mi sono reso conto che non fui solo io a commettere errori, ma Deep Blue ne fece alcuni piuttosto gravi, errori gravi che avrebbero potuto ribaltare il gioco", ha ricordato Kasparov in un'intervista a Business Insider di alcuni mesi fa, "dovremmo semplicemente accettare che le macchine prendono decisioni in maniera diversa e concentrarci sul risultato, ovvero se forniscono i risultati che ci aspettavamo. E, probabilmente, dovremmo cercare strade per combinare le abilità umane e quelle della macchina. Questo credo sia il ruolo futuro dell'umanità, assicurare di utilizzare questa immensa forza bruta di calcolo a nostro benificio".

Cosa ci insegnano gli scacchi sull'intelligenza artificiale

Una complementarità che gli scacchi aiutano a comprendere meglio: "A una macchina non interessano fattori psicologici come il sacrificio di un pezzo più forte. Questo è ancora uno dei suoi principali punti deboli perché ragionare sul lungo termine – sacrificare del materiale per vantaggi strategici dilungo termine – può essere difficile per una macchina perché ha bisogno di pensare per risultati immediati. Per esempio, dalla prospettiva di una macchina, la soluzione è semplicissima: bisogna semplicemente sacrificare la regina. Alla macchina non importa perché si rende conto immediatamente che in due mosse vincerà e questo è l'unico modo di vincere la partita. Un giocatore umano, invece, non sacrifica la regina per nulla, nemmeno per una mossa".

"Gli uomini possiedono una sorta di zone morte. Non ci guardo perché è contro quello che ho appreso: non si sacrifica la regina", conclude Kasparov, "le macchine guardano a tutto, e questo è un altro gran vantaggio. Le aree nelle quali le macchine sono relativamente vulnerabili sono piuttosto limitate. Ma comunque, se si mettono un uomo e una macchina contro la più potente macchina possibile, vincerà la prima squadra perché, in una situazione così particolare, il consiglio di un umano potrebbe essere vitale".

Ad agosto le grandi piattaforme social non vanno in ferie. Nell’ultima settimana, infatti, Facebook e Instagram hanno annunciano alcune importanti novità che riguardano la loro funzione video mentre alcune indiscrezioni parlano di rinnovamento anche in casa Twitter. Ma è stata un’estate ricca di novità che ha visto persino il debutto "social" di Amazon

Facebook Watch Tab

Da alcuni anni, lo sappiamo, Facebook sta puntando moltissimo sui video, privilegiati sempre più dal famoso algoritmo. Ma ora l'azienda di Menlo Park ha deciso di virare con decisione sullo streaming presentando Facebook Watch Tab, una nuova piattaforma che permetterà agli utenti di vedere contenuti originali direttamente dall’app del social network. Per molti è il primo tentativo di Zuckerberg di contrastare il dominio di YouTube e Netflix. Al suo interno sarà possibile scegliere tra prodotti molto diversi: dai reality show allo sport, dalle serie televisive ai programmi di cucina.
 
Ma si parla già di prodotti pensati e realizzati appositamente per l’app e dedicati a un pubblico sempre più giovane, privilegiando la brevità e la viralità. Tra gli obiettivi non dichiarati di Facebook Watch, infatti, c’è anche quello di conquistare quella fetta di adolescenti che ancora preferisce Snapchat. La pagina di ogni programma, oltre a contenere le principali informazioni dello show, permetterà di chattare in diretta unendosi ai commenti di chi, contemporaneamente, sta guardando lo stesso video. Insomma, Facebook vuole proporsi sempre più come alternativa alla televisione e alle maggiori piattaforme online che offrono questo tipo di intrattenimento. E sarà sempre più difficile uscirne. 

Le chat “ristrette” di Instagram 

Anche Instagram ha in serbo una novità “video” per i suoi utenti. Se fino ad adesso era possibile andare “live” con tutti i nostri contatti, ora sarà possibile scegliere con chi farlo  Come se fossimo su Skype o su altre app simili. Molti utenti, infatti, rinunciano alla possibilità di usufruire del servizio perché intimiditi dalla possibilità che i loro video possano essere visti da un numero eccessivo di persone.

 
Anche se amici o conoscenti. In questo modo, invece, le chat-video possono essere limitate a pochi utenti con una suddivisione intelligente dello schermo e un'intimità maggiore. Con un semplice click potranno essere aggiunti o rimossi i vari profili di amici che potranno partecipare o essere esclusi dalla diretta. Come sempre, alla fine dell’evento in diretta, l’utente potrà deciderlo se condividerlo o meno con la sua community.

Twitter e la visione “notturna”

Anche twitter sta testando alcune nuove opzioni per il suo “statico” pubblico, magari con la speranza di uscire dall’enpasse degli ultimi anni. La novità riguarda la versione desktop dell’app che presto avere, tra le sue funzioni, la visione “notturna” già lanciata un anno fa per il sistema android. Poca cosa in confronto ai rivali.

Da Amazon a Snapchat: le altre novità  

Questa, del resto, è un’estate ricca di novità. A giugno Snapchat ha lanciato Snap Map, la funzione che dà la possibilità agli utenti di diventare avatar e geo-localizzarsi condividendo la propria posizione in tempo reale e visualizzando anche quella degli altri. A luglio, invece, la novità del “multi-snap" che permette di aggiornare con più frequenza e continuità le proprie storie. Un tentativo, neanche tanto velato, di contrapporsi alle stories di Instagram.
 
Anche Amazon, infine, ha voluto affacciarsi nel mondo dei social lanciando, negli USA, una nuova sezione chiamata Spark. Gli utenti possono pubblicare foto e video dei loro prodotti preferiti ottenendo commenti e consigli. Una sorta di Instagram dello shopping che promette di rivoluzionare il nostro modo di fare e condividere acquisti. 
“Sarahah” è una parola araba che significa onestà. Nelle ultime settimane è diventata molto famosa perché dà il nome a una delle app più scaricate in tutto il mondo, soprattutto dai più giovani. Ma è anche una parola che ha alimentato numerose discussioni, alcune molte accese, per l’utilizzo che ne viene fatto, molto distante dal motivo per cui è nata. 
 

Cos’è e come funziona Sarahah

 
Sarahah è stata creata, nel 2016, da Zain al Abidin Tawfiq, sviluppatore 29enne con una laurea in scienze informatiche. In origine l'obiettivo della piattaforma era molto semplice: trovare un modo per far sì che i dipendenti di qualunque azienda potessero inviare messaggi completamente anonimi, e senza possibilità di replica, ai propri superiori. Un canale per far giungere a un indirizzo conosciuto (nome.Sarahah.com), fornito dal datore di lavoro, messaggi diretti e “onesti”. Una moderna “cassetta dei suggerimenti” se vogliamo azzardare un paragone. Ma anche un modo per denunciare situazioni problematiche senza rischiare di perdere il posto o subire ritorsioni. Oggi, invece, sta diventando uno strumento che gli adolescenti stanno usando per mandarsi messaggi anonimi segnalando il proprio indirizzo, pubblicamente, sul profilo Instagram e su Snapchat. 
 

I social (e gli adolescenti) artefici di un incredibile successo

 
Inizialmente l’idea non riscontra molto successo. Dopo pochi mesi la piattaforma stenta a decollare e pochissimi sono gli utenti registrati e i messaggi scambiati. La prima svolta, come raccontato a Mashable  scatta grazie un amico, un cosiddetto “influencer", che pubblicizzando il servizio sui social riesce a far superare lo scoglio dei mille messaggi inviati. Nei primi mesi del 2017, Sarahah si diffonde nei paesi arabi e in Egitto. “Spread like a virus”. “Si è diffuso come un virus”. Dice Tawfiq. Anche lui, in poco tempo, si accorge delle potenzialità della sua idea: “Nella nostra cultura ci sono barriere come l'età, la posizione, la gerarchia. Non si può andare da qualcuno è dire tutto quello che pensi. Ma l’app poteva abbattere queste barriere”. L’onestà, Sarahah, prima di tutto. Anche con parenti e amici.

Il 13 giugno debutta su App Store

 
Tawfiq, per non far spegnere questo primo “consenso”, decide di sviluppare un’app, con una società esterna, per permettere di inviare i messaggi direttamente dallo smartphone. Il 13 giugno è il giorno del debutto, sull’App Store, in inglese. Ma il pubblico che risponde alla chiamata è diverso da quello che il giovane arabo si aspetta. Molto più giovane e già attivo su Snapchat e Instagram. L’app inizia a essere scaricata in paesi come il Canada, gli Stati Uniti, il Sudafrica, l’Irlanda e l’Australia. Raggiunge in breve tempo le vette degli store ma è Snapchat la seconda chiave di svolta. Da circa un mese, con il lancio di una nuova funzionalità, il fantasmino giallo ha dato la possibilità agli utenti di incollare link nelle storie. Gli utenti hanno così iniziato a chiedere di dare giudizi alle loro storie, in forma anonima, tramite l'app. Gli indirizzi degli account privati hanno iniziato così a viaggiare tra gli smartphone diffondendosi a macchia d’olio. Secondo Tawfiq, Sarahah ha 14 milioni di utenti registrati e ottiene più di 20 milioni di visitatori unici al giorno tra l'applicazione e il sito web. Una marea di messaggi che. oltre a dare grande successo all'app, hanno dato il via a una serie di comportamenti "pericolosi". 
 

I rischi nell’uso di Sarahah

 
L’anonimato, come sappiamo, è una delle ragioni della presenza nel web di fenomeni come l’hate speech e le fake news. Ed è una piaga che ha contagiato tutti i principali social, zeppi di account falsi pronti a diffondere messaggi d’odio e minacce di ogni tipo. Ma per gli adolescenti c’è un ulteriore e pericolosissimo rischio: il cyberbullismo. Sarahah è l’ultima di una serie di social che hanno basato il loro successo, e la loro caduta in disgrazia, sull’anonimato. Da Secret a Whisper, fino ad arrivare al caso più noto: ask.fm
 
Nessuno di loro però aveva raggiunto questo grado di popolarità, in così poco tempo. Nell’intervista a Mashable, Tawfiq ha detto di aver già intrapreso alcune misure di protezione: dal filtraggio di determinate parole alla possibilità per gli utenti di bloccare i messaggi molesti e dunque gli utenti che ne sono i mandanti. Pur non conoscendoli. Ma non è semplice. Una crescita tale comporta la comparsa, e la risoluzione, di bug e la gestione, sempre più complicata, di una quantità enorme di messaggi e utenti. Soprattutto quando è inaspettata. Quella che era una passione è diventata per Tawfiq un lavoro a tempo pieno: “Collaboravo con una società petrolifera ma ho lasciato tutto per occuparmi di Sarahah”. Basterà per darle il futuro “positivo” che spera o finirà come i suoi predecessori? 

Google rispetta le opinioni dei suoi dipendenti, purché non si scada nel sessismo. E così, dopo quelli che il Ceo della società, Sudanr Pichai, ha definito “giorni difficili”,  è arrivata la lettera di licenziamento per l’ingegnere autore del manifesto sessista secondo cui le donne indeboliscono il settore tecnologico per motivi biologici. Lo conferma arriva dall’agenzia Bloomberg secondo cui il nome dell’uomo è James Damore.

“Una violazione del codice etico”

Il motivo del licenziamento lo ha spiegato lo stesso Pichai in un email interna: “Sosteniamo con forza la libertà di pensiero dei nostri dipendenti. Ma (il manifesto) viola il nostro codice di condotta e oltrepassano la linea, proponendo stereotipi di genere dannosi”. “Ogni impiegato di Google – ha aggiunto – dà il massimo per creare un clima lavorativo scevro da molestie, intimidazioni, pregiudizi e discriminazioni”.

Allo stesso tempo, continua Pichai, “alcuni colleghi si chiedono se possono liberamente esprimere le loro idee al lavoro, soprattutto quelle meno condivise. Anche loro si sentono minacciati e questo non va bene. Tutti devono sentirsi liberi di esprimere il loro dissenso”. Gli ultimi giorni “sono stati molto difficili e dobbiamo trovare il modo di capire su quali temi possiamo essere in disaccordo. E dobbiamo farlo in accordo con il nostro Codice di Condotta".

Il documento che fa infuriare le donne (e non solo)

Nel documento di 10 pagine che ha messo Google al centro di una bufera mediatica, l’ingegnere critica in particolare le politiche di inclusione dell’azienda dedicata alle donne, riservando loro un intero capitolo. Tra i passaggi che sono costati il posto all’uomo c’è quello secondo cui: “sarebbe giusto pagare di meno le donne” perché tra i due sessi “esiste un gap dovuto a cause biologiche”. Senza contare che essendo loro più “arrendevoli” non hanno  la forza di chiedere un aumento”- Non solo. Per loro natura, le colleghe sarebbero più “nevrotiche”, “ansiose” e poco “resistenti allo stress”. L’ingegnere propone dunque di introdurre delle politiche per andare incontro ai loro limiti, come introdurre il part time o rendere l’ambiente meno stressante.

 

Un gruppo di italiani, membri del club di titolari Tesla, ha segnato il nuovo record di distanza, percorrendo 1.078 chilometri con una sola carica e si è guadagnato i complimenti del boss della casa automobilistica e guru dell'innovazione, Elon Musk. 
Per l'impresa, che straccia il record precedente stabilito in Belgio a giugno di ben 177 chilometri, è stata usata Tesla Model S 100D e i cinque piloti hanno impiegato le cosiddette "hypermiling": velocità costante (40 km/h), pneumatici a bassa resistenza, poco uso dei freni e niente aria condizionata. 
Luca Del Bo, presidente del club, ha dichiarato che "per completare la distanza record sono stati utilizzati 98,4 kWh di elettricità, pari a otto litri di benzina".
"E' stato possibile grazie all'alta potenza del motore elettrico che trasforma il 95% dell'energia in movimento. Basti pensare che i motori a combustione più efficienti oggi non superino l'efficienza del 30% ". 

Sembrava un nuovo test per un'auto senza conducente, ma si è rivelato un bizzarro scherzo. Per le strade di Arlington, in Virginia, è comparsa una monovolume Ford senza nessuno al volante. L'avvistamento è stato un argomento caldo sui blog di tecnologia fino a quando Adam Tuss, giornalista della NBC, non si è avvicinato alla vettura e ha scoperto che al volante c'era qualcuno: una persona travestita da…sedile di guida. 

da Youtube

Siete ingegneri, matematici o fisici? Siete cittadini americani? Ma soprattutto, siete in grado di mettere a punto delle tecniche di difesa contro batteri alieni? Se sì, allora la Nasa ha il lavoro che fa per voi: funzionario per la protezione del pianeta Terra. Ma sbrigatevi, perché avete rischiato di dover competere con un qualificatissimo "guardiano della galassia". Così si è definito Jack Davis, un bambino di 9 anni che non appena ha saputo dell’annuncio di lavoro pubblicato sul sito del governo statunitense ha inviato al sua candidatura. Pur sapendo bene di non essere in possesso di un master in fisica, Jack ha assicurato di avere una preparazione di tutto rispetto "sullo spazio e sugli alieni" grazie a film come "Man in Black" e "Marvel Agents of Shield". Senza contare la sua "bravura con i videogiochi". Quanto all'inesperienza, ha osservato Jack che è al quarto anno di scuola elementare, "quello è un punto di forza": "Sono giovane e posso imparare a ragionare come un alieno". E come tutte le candidature che si rispettano, Jack ha anche delle referenze: "Sebbene io abbia solo 9 anni so che sarei perfetto per quel lavoro. E uno dei motivi è che mia sorella sostiene che io sia un alieno".

La risposta della Nasa

La candidatura non è passata inosservata alla Nasa che ha spiegato a Jack che purtroppo il lavoro che si richiede è molto meno romantico rispetto a dare la caccia agli alieni. "Si tratta di proteggere la Terra dai piccolo microbi che potrebbero essere contenuti sui campioni lunari e sui fossili raccolti su Marte. E di proteggere gli altri pianeti e la Luna dai nostri germi", ha spiegato a Jack James L. Green, direttore della divisione scientifica planetaria della Nasa. Poi Green ha incoraggiato il bambino a riproporre la sua candidatura in futuro.

Una figura nata nel 1967

Ma forse a sorprendere di più è il fatto che questo lavoro – per il quale la Nasa paga 187mila dollari l'anno (circa 158mila euro – non è affatto nuovo, ma risale al 1967 allo scopo di permettere agli Stati Uniti di rispettare l’Outer Space Treaty. Si tratta di una figura chiave nelle agenzie spaziali, ma mentre nella maggior parte dei casi il ruolo è solo part-time, alla Nasa e all’Esa (l’agenzia spaziale europea) il lavoro è a tempo pieno.

“Attenti a non inquinare Marte”

Il prossimo funzionario prenderà il posto di Catherine Conley, in carica dal 2014, la quale ha confidato all’antica e prestigiosa rivista Scientific American che il suo più grande timore è che nei viaggi con esseri umani su Marte qualcuno potrebbe morire e contaminare il pianeta rosso. “E’ importante non ripetere sugli altri pianeti gli errori che l’uomo ha commesso sulla Terra”. Viceversa, è importante non contaminate il pianeta Terra con i fossili prelevati su Marte.

AstroPaolo l'ha presentato come 'il carico più cool della Iss', puntando su un gioco di parole: cool significa 'figo', ma anche 'gelido'.  Altro non è che un freezer, ma di quelli che non troverete in casa di nessuno, nè tantomeno in un ristorante. Perché lo ha voluto la Nasa per congelare all'istante i campioni biologici e il frutto degli esperimenti scientifici condotti sulla Stazione spaziale internazionale e perché raggiunge la temperatura di -80 gradi. Il suo nome è Melfi, ma non in onore della località lucana. E' un acronimo che sta per Minus Eighty Laboratory Freezer for ISS ed è garantito 10 anni. A montarlo è stato Paolo Nespoli – al quale a quanto pare toccano sempre gli incarichi più faticosi – che ha postato questa foto su Twitter. 

 

"Non vogliamo che tu sia il primo della classe. Vogliamo che tu vada a letto stanco". Come dire che nella vita occorre dare tutto senza risparmiarsi. E' questo il motto con cui è cresciuto Roberto Cingolani, uno dei dieci scienziati più citati del mondo per le scienze dei materiali. Il fondatore e direttore da una dozzina d’anni dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova, si racconta in una lunga intervista al Sole 24 Ore: non solo la formazione accademiche all’Università di Bari o la ricerca al Max Planck di Stoccarda, ma anche e soprattutto le esperienze familiari che più lo hanno formato: dalla lunga malattia del padre, sportivo notevole e autorevole fisico, al tempo passato ad aiutare la madre con i fratelli più piccoli.


Un paio di cose da sapere su Roberto Cingolani

  • Si laurea in fisica all'Università di Bari nel 1985. Sempre a Bari consegue il dottorato nel novembre 1988 perfezionandosi nel 1990 alla Scuola Normale Superiore di Pisa.
  • Dal 1988 al 1991 è stato membro dello staff del Max Planck Institut di Stoccarda sotto la direzione del premio Nobel per la fisica Klaus von Klitzing. 
  • Dal 1991 al 1999 è stato prima ricercatore e poi professore associato di fisica generale presso il Dipartimento di scienza dei materiali dell'Università del Salento
  • Fra il 1997 e il 2000 è stato professore in visita presso l'Università di Tokyo, in Giappone e poi presso la Virginia Commonwealth University, negli Stati Uniti.
  • Dal 2000 al 2005 è stato professore ordinario di fisica generale presso la Facoltà d'Ingegneria dell'Università del Salento, dove ha fondato e diretto il Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie di Lecce.
  • Dal dicembre 2005 è direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova
  • Nel 2001 ha lavorato come perito per la Procura di Roma sul caso Marta Russo e Unabomber.

Ecco cinque cose notevoli che Cingolani ha detto in questa intervista: per capire il suo lavoro, il suo approccio e il modo di fare scienza in Italia

I rapporti umani

"Qualunque screzio con una persona si traduce in una sfida a comprenderlo. E i soli umani che non si possono accettare sono quelli che imbrogliano".

La scienza in Italia

In Italia serve un modello organizzativo che metta a disposizione dei ricercatori laboratori multidisciplinari, orientati al progetto non alla pubblicazione accademica.

L'importanza di avere un direttore visionario

L’Iit è una piattaforma abilitante per ricercatori: nell’insieme si vede una tensione convergente verso l’evoluzione tecnologica che avanza nella collaborazione multidisciplinare. E che funziona come un’orchestra che può contare su un direttore visionario.

Cogliere l'essenza delle cose

Il disegno è artistico se coglie l’essenza. Quando riesco nel disegno è perché mi sono fatto un’idea precisa di qualcosa e la riproduco sulla carta. È come se avessi in testa una foto ad alta risoluzione e, disegnandola, la stampo. Nella scienza – come nella fisica che è fondamentalmente basata sui grafici – analogamente, non ti perdi nei dettagli, cerchi l’essenza, disegni nella mente una teoria, la verifichi, abituando la mente a prevedere l’evoluzione di una dinamica.

Il potere acceca

Non sei quello che hai, sei quello che sai. E il potere acceca. Sicché sono certo che chi prenderà il timone dell’Iit lo porterà avanti interpretando in modo nuovo la ricerca che ci siamo dati il compito di compiere. Il nemico dello scienziato è il mentitore

Il futuro del'Iit

Cingolani ha annuncato che non si ricandiderà per un altro mandato e ha avviato la procedura per la competizione internazionale che porterà alla scelta del prossimo direttore. Con ogni probabilità, non andrà al tecnopolo di Milano che ha contribuito a progettare e che si sta realizzando con una larga partecipazione della comunità accademica lombarda. Che farà, dunque, uno dei massimi scienziati italiani dopo che, tra un paio d’anni lascerà la sua creatura genovese? "Il fil rouge della mia vita è che ho sempre studiato fisica" si limita a dire al Sole.

 

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