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AGI – È una startup che si occupa di Intelligenza Artificiale e più nel dettaglio sviluppa software che rendono possibile e più agevole la comunicazione tra uomo e macchina, computer per essere precisi. Basata a Palo Alto e costituita a marzo 2022 da Mustafa Suleyman e Reid Hoffman, due nomi noti della Silicon Valley, conosciuti per aver fondato Deepmind e Linkedin, Inflection AI ha chiuso un round da 225 milioni di dollari (come dichiarato alla Securities and Exchange Commission). Non è stato reso noto chi ha guidato l’operazione. 

Adept, Anthropic e lo stipendio dei talenti

L’idea di tradurre le intenzioni umane in un linguaggio che i computer possano comprendere non è nuova. I migliori chatbot e gli assistenti vocali presenti oggi sul mercato non hanno però mantenuto le promesse: Suleyman e Hoffman scommettono invece che i prossimi progressi nell’IA renderanno possibile un’interfaccia uomo-computer intuitiva. Entro i prossimi cinque anni. 

Ma non c’è solo Inflection su questo mercato. Il mese scorso, Adept, una startup co-fondata da ex ingegneri e ricercatori di DeepMind, OpenAI e Google, ha reso pubblico che sta sviluppando tecnologie di Intelligenza Artificiale in grado di automatizzare qualsiasi processo software.

DeepMind sta esplorando un modo per insegnare all’IA a controllare i computer, facendo in maniera che un’IA osservi i comandi della tastiera e del mouse delle persone che completano attività informatiche “seguendo le istruzioni”, come la prenotazione di un volo. OpenAI ha speso milioni di dollari per lo sviluppo di GPT-3, sistema in grado di generare su richiesta un testo simile a quello umano. 

Anthropic, poi, un’altra startup che sviluppa modelli di Intelligenza Artificiale, ha recentemente raccolto oltre mezzo miliardo di dollari per esplorare, come ha sottolineato il co-founder Dario Amodei, le proprietà di scalabilità dei sistemi di apprendimento automatico.

Sviluppare tecnologie di Intelligenza Artificiale costa. A pesare è soprattutto il valore delle competenze. Rare quindi preziose. Nel 2018, il New York Times ha scovato la dichiarazione dei redditi di uno di questi talenti e ha rivelato che OpenAI (sono cifre che OpenAI è tenuta a rilasciare pubblicamente perché è un’organizzazione senza scopo di lucro) ha pagato nel 2016 il suo ricercatore di punta, Ilya Sutskever, più di 1,9 milioni di dollari, circa 1,8 milioni di euro.

Comunicare con una macchina

Non è un caso che le nuove risorse verranno utilizzate da Inflection AI proprio per assumere esperti di IA che possano supportare i piani della compagnia. «Se si pensa alla storia dell’informatica – ha detto Suleyman al momento del lancio del progetto – abbiamo sempre cercato di ridurre la complessità delle nostre idee per poterle comunicare a una macchina. Anche quando scriviamo una query di ricerca, semplifichiamo, riduciamo o scriviamo in maniera stenografica in modo che il motore di ricerca possa capire cosa vogliamo».

Talenti da Deepmind, Meta ai e Google

Oltre a Suleyman e Hoffman, del team fanno parte l’ex ricercatrice di DeepMind Karén Simonyan. A marzo, si è aggiunto Heinrich Kuttler, che ha lasciato il ruolo di research engineering manager che aveva in Meta AI a Londra. Anche Joe Fenton ha lasciato il suo ruolo di senior product manager in Google a febbraio per lavorare nella startup. Inflection al momento è incubata dalla società di venture capital Greylock Ventures, di cui Suleyman e Hoffman sono partner. 

AGI – Gli Stati Uniti sono il Paese che raccoglie più dati sui viaggiatori. Ne accumulano e ne conservano a lungo più di quanto non faccia la Cina. Nella classifica dei peggiori, l’Italia è sesta, ma a pari merito con la maggior parte dei Paesi Ue.

L’analisi di Comparitech, una società che promuove la cybersicurezza, ha coinvolto 50 Paesi e assegnato un punteggio in base a quali informazioni vengono chieste ai viaggiatori provenienti dall’estero, quali dati sono schedati e per quanto tempo. Punteggio massimo: 69 punti. Impossibile da raggiungere se non in un mondo senza Stati, senza confini e senza alcun controllo. Chi si avvicina di più è il Brasile, con 45 punti. Seguito da Israele.

Perché gli Usa sono “i peggiori”

Gli Stati Uniti sono, secondo l’analisi, i peggiori in assoluto: totalizzano appena 18,5 punti. Pesano la chiusura (solo 39 Paesi sono autorizzati a viaggiare senza visto) e il fatto di archiviare le impronte digitali di chi entra ed esce. Ma sul primato incidono anche i tempi biblici di conservazione dei dati: quelli biometrici vengono tenuti in archivio per 75 anni, le informazioni sui passeggeri per 15 e le richieste di visto per sette. Anche la conservazione delle foto scattate ai passeggeri appena sbarcati ha tempi dilatati: fino a 14 giorni.

Cina meglio della Gran Bretagna

Sulla valutazione negativa della Gran Bretagna (21 punti) incide la rigidità dei visti, la lunga archiviazione delle domande di ingresso e cittadinanza (fino a 25 anni per le richieste di naturalizzazione) e l’utilizzo, in alcuni aeroporti, della scansione dell’iride per identificare i viaggiatori. Fattori e punteggio simili (22 punti) per l’Australia, dove solo i cittadini neozelandesi possono accedere senza visto e senza rilasciare le proprie impronte digitali.

Secondo Comparitech, la Cina – quarta – ha un punteggio (anche se di poco) migliore: 23 punti. Le norme sui visti sono rigide. L’accesso al Paese richiede impronte digitali. I dati biometrici sono conservati per cinque anni, anche se possono essere trasferiti ad ambasciate e governi, rendendo di fatto “indefiniti” i tempi di archiviazione.

Italia a metà classifica 

L’Italia, come detto, è sesta sui cinquanta Paesi analizzati. La posizione va però spiegata. Il punteggio (25,5) è pari a quello di altri 21 Paesi, cioè quasi tutti quelli che aderiscono all’Unione europea, dove le regole nella gestione dei dati dei viaggiatori sono omogenee. L’unica eccezione europea di rilievo è la Francia, che fa leggermente peggio (24,5) perché richiede alcune informazioni supplementari. In sostanza, quindi, l’Italia è a metà classifica.

I dati nel mondo

L’analisi di Comparitech evidenzia un tema delicato, quello dei dati necessari per viaggiare. E fa emergere alcuni elementi preziosi: tutti i Paesi, anche se con un uso più o meno massiccio, hanno “una qualche forma di tecnologia di riconoscimento facciale negli aeroporti”. “La maggior parte dei Paesi ha o sta pensando di implementare la biometria all’interno dei processi per gestire gli arrivi e i visti”. Tutti, con l’eccezione di Taiwan, controllano i dati dei viaggiatori attraverso il database condiviso dell’Interpol. E la maggior parte degli Stati ha degli accordi di condivisione che fanno percorre ai dati molti più chilometri di quanto non facciano i viaggiatori. Ad esempio, le informazioni di un cittadino statunitense che arriva in Francia, non saranno a disposizione solo di Parigi ma (a differenza del cittadino americano) potrebbero volare in tutti gli altri Paesi membri dell’Ue.

I punti deboli dell’analisi: trasparenza e sicurezza

Se i punti d’interesse non mancano, la classifica va tarata. Parte infatti dal presupposto che qualsiasi raccolta e condivisione di dati sia negativa. Non si parla mai di qualità di gestione delle informazioni ma solo di quantità e tempo. Non conta, ad esempio, se i dati biometrici vengono utilizzati solo per ristrette funzioni di sicurezza o anche per reprimere o sorvegliare delle minoranze etniche.

Se raccogliere un’enorme mole di dati è un elemento su cui riflettere, l’approccio dell’analisi ha anche alcune crepe. Ad esempio: vengono penalizzati gli Stati dell’Ue perché condividono informazioni, anche basilari, con gli altri Paesi dell’Unione. Che poi è il presupposto di un’Europa in cui la libertà di movimento – per fortuna – è superiore rispetto ad altre aree del pianeta. Secondo questo approccio, la scarsa condivisione di informazioni da parte della Cina è un fattore positivo. Ma non è affatto detto che lo sia per la sicurezza dei viaggiatori. Non a caso, tra i Paesi con il punteggio più alto ce ne sono molti che non brillano certo per trasparenza, dal Pakistan agli Emirati Arabi.

Comparitech sembra inoltre ignorare il tema della sicurezza. Se alcuni dati possono prestarsi a distorsioni (come i caratteri biometrici) e il tempo di raccolta sembra spesso eccessivo, la necessità di un visto o la verifica dell’identità di un passeggero prima di salire su un aereo sono basilari per poter volare e viaggiare con tranquillità.  

AGI – Nel Metaverso potremo fare shopping, prendere il sole, passeggiare in una città lontana, esplorare terre sconosciute. Il nostro avatar potrà perfino incontrare Valentino Rossi (o meglio il suo avatar). Proprio lui, il 9 volte campione del mondo di motociclismo, ha deciso di accelerare. Ha costituito una società, VR46 Metaverse, per progettare e sviluppare contenuti unici dedicati a VR46, al gaming e al mondo degli NFT (non-fungible token).

Il suo obiettivo è ricreare, all’interno dei mondi virtuali persistenti, una piattaforma globale dedicata al suo mondo. Gli appassionati delle gesta del pilota e del motociclismo potranno vivere esperienze di intrattenimento virtuale incontrando i piloti, interagendo con gli altri utenti e gareggiando tra loro.

Valentino Rossi fa il suo esordio nel metaverso con VR46 Metaverse#SkyMotori https://t.co/lMBkFhpcyk

— Sky Sport MotoGP (@SkySportMotoGP)
May 18, 2022

Già, ma perché gli NFT? I non fungibile token, che validano su blockchain un bene come pezzo unico e insostituibile, sono un po’ la chiave per portare i pezzi del mondo reale nel Metaverso, dove potremo acquistare beni virtuali (e certificati), nel caso specifico di Valentino, oppure partecipare a eventi esclusivi.

Che cos’è il Metaverso

Il Metaverso è un insieme di spazi virtuali attraversati da avatar. Considerato il futuro di Internet, è una sorta di realtà virtuale condivisa tramite la Rete, dove si è rappresentati in tre dimensioni attraverso il proprio Avatar. Il Metaverso è un universo virtuale in cui ritrovare gran parte delle attività quotidiane, e molto di più: riunioni, pranzi, allenamenti, film, concerti, giochi, tutto declinato in versione 3D e alla portata di tutti con un click e una serie di strumenti fondamentali per vivere in pieno questa esperienza immersiva.

E saranno in tanti a popolare questo mondo: secondo la società di analisi Gartner entro il 2025, il 25% della popolazione mondiale trascorrerà almeno un’ora al giorno nel Metaverso, esplorando nuovi interessi e nuove opportunità sociali, ricreative, educative e di shopping. 

Magny-Cours circuit,France
Sunday,2nd Race of Sprint Cup @followWRT pic.twitter.com/DeMZzD4LlJ

— Valentino Rossi (@ValeYellow46)
May 15, 2022

I famosi nel web 3.0

Valentino Rossi è solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di personaggi famosi dello sport, dello spettacolo e della musica, che hanno deciso di investire nel Metaverso. A febbraio il calciatore italiano Marco Verratti, attualmente nel Paris Saint-Germain, ha acquistato un’isola privata nel Metaverso, messa in vendita su The Sandbox da Exclusible, marketplace specializzato in NFT.

Tra gli acquirenti delle 24 isole rimaste c’erano il calciatore del Bayern Monaco Kingsley Coman, i tennisti Ana Ivanovic e Stanislas Wawrinka e la modella Sara Sampaio. Paris Hilton ha scelto Roblox per replicare la propria villa californiana su un’isola digitale chiamata Paris World. Snoop Dog ha investito in NFT su The Sandbox per il suo spazio virtuale Snoopverse a cui può accedere un gruppo ristretto di fan, sborsando poco meno di 2mila euro. Su The Sandbox c’è anche il cuoco e personaggio televisivo Gordon Ramsey.

AGI – Gli umanoidi Sophia e iCub e il cane robot Spot, tre fra i robot più avanzati (e conosciuti), saranno protagonisti insieme alla fiera Rimini, dal 16 al 18 giugno, al WMF 2022, festival dell’innovazione (lo scorso anno ha accolto 24mila persone, 600 speaker, 500 espositori, 700 startup, 100 eventi).

La tre giorni tasterà il polso alle nuove tecnologie: Intelligenza Artificiale, marketing, advertising, transizione ecologica, lavoro, startup, imprenditorialità, inclusione sociale e territoriale, design, programmazione, crowdfunding, filantropia, istruzione.

Quest’anno tanto spazio verrà dato alla robotica, con ospiti internazionali, formazione e intrattenimento, interventi di esperti e la possibilità di interagire con Spot, Sophia e iCub. Alla fiera di Rimini si traccerà un po’ lo stato dell’arte della robotica, delineandone le prospettive di sviluppo future.

Icub e il Metaverso

Metaverso, health e robotica è il quadro in cui si muove iCub, il robot umanoide  “bambino” nato da un progetto europeo open source e sviluppato dall’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). Già protagonista del documentario realizzato nel 2019 dal WMF “Il futuro dell’uomo nei luoghi dell’innovazione – il WMF all’IIT”, e oggetto degli interventi delle edizioni passate realizzati dai ricercatori dell’IIT Daniele Pucci (WMF 2019) e Alessandra Sciutti (WMF 2020 – novembre), iCub sarà presente fisicamente al WMF 2022: un’occasione in più per appassionati e curiosi di vederlo da vicino e comprenderne le potenzialità applicate al mondo della ricerca e della salute.

AVATAR. Giunto alla terza versione, presentato dall’IIT nel 2009, iCub (alto 104 cm e pesante 22 kg) nei mesi scorsi è stato testato come avatar di un essere umano, mettendo alla prova il controllo virtuale a distanza delle sue capacità: muoversi nello spazio, manipolare oggetti, percepire stimoli e interagire verbalmente e fisicamente con le persone e l’ambiente. Attraverso l’integrazione di diverse tecnologie e lo sviluppo di software specifici, un gruppo di ricercatori e ricercatrici IIT ha teleoperato iCub a 300 chilometri di distanza, dai laboratori di Genova all’interno del Padiglione Italia alla 17.  Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia.

TELE-ESISTENZA. Grazie ad un visore e una tuta coi guanti dotati di sensori, l’operatore ha controllato a distanza i movimenti del robot nello spazio, facendogli manipolare oggetti e interagire verbalmente e fisicamente con le persone e con l’ambiente. Allo stesso tempo, l’operatore ha ricevuto sensazioni di tipo tattile da remoto e percepisce quando e dove il robot viene toccato. Anche i movimenti della testa vengono trasferiti all’avatar, ad esempio per annuire, chiudere gli occhi e muovere le sopracciglia per esprimere emozioni come paura o stupore. Tutto questo è stato possibile grazie ad un sistema chiamato tele-esistenza, sviluppato da IIT, che permette di sincronizzare l’utente e l’avatar robotico da remoto, con un ritardo di comunicazione di circa 25 millisecondi, utilizzando una comune fibra ottica. In pratica, iCub ha portato un umano nel Metaverso.

Spot al parco Archeologico di Pompei

Il cane robot della Boston Dynamics sarà presente in fiera con due esemplari, grazie al coinvolgimento della Digital Library del Ministero della Cultura che, presente in Area Espositiva con uno stand dedicato, a cura del Segretariato Generale, esporrà al suo interno il modello impiegato nel Parco Archeologico di Pompei per attività di monitoraggio dei relativi siti archeologici. Il modello è stato acquisito nell’ambito del progetto del parco che coinvolge aziende di Information Technology come Leica Geosystems e Sprint Reply, per impiegarlo in lavori ed ispezioni impossibili o pericolose per l’uomo.

L’altro esemplare di Spot sarà presente grazie alla partecipazione all’evento di Rimini del Regional Center of Excellence for robotics Technology di Zagabria e del suo Direttore, il Professor Bojan Jerbić, già coinvolto durante la tappa croata del WMF International Roadshow dello scorso marzo. Jerbić entrerà nel dettaglio delle applicazioni del quadrupede della Boston Dynamics.

VIGILANZA E MONITORAGGIO DELLE AREE PERICOLOSE. Spot, equipaggiato con una telecamera in grado di osservare a 360 gradi e di un sistema d’illuminazione che gli permette di esplorare luoghi bui, angusti e praticamente inaccessibili per gli esseri umani, sarà utilizzato per tenere sotto controllo il sito archeologico di Pompei, uno dei più celebri al mondo. Oltre alla vigilanza, tra i compiti assegnati ci sono l’ispezione e il monitoraggio delle zone a rischio crollo, come i tunnel scavati negli anni dai tombaroli. 

Le skill. 40 chili di peso, un’ora e mezza di autonomia con una carica completa, 6 km/h di velocità massima.

Sophia

A Rimini ci sarà anche Sophia, il robot umanoide arriverà direttamente da Hong Kong, quartier generale della casa produttrice Hanson Robotics Limited (Hong-Kong). Per la prima volta dal vivo, Sophia porterà al festival un esempio delle evoluzioni della robotica e dell’Intelligenza Artificiale e darà l’occasione ai partecipanti di interagire con lei durante momenti dedicati.

ARTISTA. Sophia, nata nel 2016 dalla Hanson Robotics di Hong-Kong, è modellato sulle fattezze dell’antica regina egiziana Nefertiti, su Audrey Hepburn e sui tratti della moglie del suo inventore, Amanda Hanson. È stata il primo robot ad avere un passaporto (nel 2017 l’Arabia Saudita le ha concesso la cittadinanza).

Nel 2021, Sophia ha prodotto un suo autoritratto che è stato venduto all’asta per la cifra di 688.888 dollari. Per realizzare la sua prima opera Sophia ha osservato diversi ritratti di se stessa realizzati dall’artista italiano Andrea Bonaceto. Grazie a una rete neurale, il robot ha rielaborato le immagini e ha prodotto un proprio autoritratto. L’opera consiste in un video di 12 secondi dove i ritratti realizzati da Bonaceto si sono trasformati nell’autoritratto realizzato da Sophia.

One Love Machine, suoni e riciclo

Sul palco anche la robotica “creativa”. La band One Love Machine, la cui formazione è composta da macchine, animerà diversi momenti in Area Espositiva. Il gruppo oltre a dare prova della sempre più avanzata applicazione della robotica al mondo dell’intrattenimento, saprà divertire i partecipanti e incuriosire anche riguardo le tematiche del riciclo e della sostenibilità. Il gruppo è infatti formato da robot realizzati con materiali metallici riciclati.

AGI – Quando si sottoscrive una newsletter, ci si registra su un sito, si acquista un biglietto, si fa una prenotazione di un hotel o anche il check-out online, si dà per scontato che se si digita male l’indirizzo e-mail o si cambia idea, basta uscire dalla pagina e tutto finisce. La convinzione è che non sia successo nulla finché non si preme il pulsante “Invia” e che i dati che inseriamo non andranno da nessuna parte, finché appunto non premiamo il pulsante di invio. Non è così. I nostri dati sono già andati da qualche parte. Dopo aver analizzato più di 100 mila siti Web, un gruppo di ricercatori della KU Leuven, della Radboud University e dell’Università di Losanna ha scoperto che un numero impressionante di siti Web raccoglieva di nascosto tutto ciò che veniva digitato in un modulo online, anche se gli utenti cambiavano idea e lasciavano il sito senza premere il tasto Invio. 

Le nostre e-mail

Al centro di questa trama ci sono i nostri indirizzi mail. “I marketer si affidano sempre più a identificatori statici come numeri di telefono e indirizzi e-mail perché le aziende tecnologiche stanno gradualmente abbandonando il monitoraggio degli utenti basato sui cookie per motivi di privacy. “Tracciare gli utenti su Internet con i cookie sta diventando sempre più problematico per molte aziende”, ha sottolineato Güneş Acar,  professore e ricercatore della Radboud University, a capo della squadra che si è occupata dello studio.

Raccolta senza consenso

La ricerca ha utilizzato un software che simulava un utente reale, che visitava cioè pagine Web e compilando pagine di accesso o registrazione senza inviare, e ha rilevato in particolare che 1.844 siti Web nell’Ue avevano raccolto i propri indirizzi e-mail senza il consenso dell’utente. Negli Stati Uniti è stato anche peggio, con 2.950 siti che hanno fatto lo stesso.

“Considerando la sua portata, l’invadenza e gli effetti collaterali non intenzionali, il problema della privacy su cui indaghiamo meriterebbe una maggiore attenzione da parte dei fornitori di browser, degli sviluppatori di strumenti per la privacy e delle agenzie di protezione dei dati”, hanno avvertito gli autori nello studio.

Servizi di marketing e analisi dei dati

Il fatto è questo: molti siti incorporano servizi di marketing e analisi di terze parti, che raccolgono i dati dei moduli, indipendentemente dall’invio. “Se c’è un pulsante “Invia” su un modulo, la ragionevole aspettativa è che faccia qualcosa, che invierà i tuoi dati quando fai clic – ha spiegato sempre Güneş Acar – siamo rimasti molto sorpresi da questi risultati. Pensavamo che forse avremmo trovato alcune centinaia di siti in cui la email viene registrata prima dell’invio, ma questo ha superato di gran lunga le nostre aspettative”.

Gli autori dello studio hanno scoperto che i siti Web in cui gli indirizzi e-mail sono stati raccolti, in Europa includevano anche testate internazionali. Dopo aver pubblicato lo studio, i ricercatori hanno anche scoperto che Meta e TikTok stavano utilizzando i propri tracker di marketing, invisibili, per raccogliere dati anche da altre pagine web.

I siti Web che avevano utilizzato Meta Pixel o TikTok Pixel, frammenti di codice che consentono ai domini dei siti Web di tracciare l’attività dei visitatori, avevano una funzione di “corrispondenza avanzata automatica”, che consente alle piattaforme dei social media di acquisire dati dai siti Web dell’inserzionista.

Concretamente che cosa è successo? Quando si inseriva un indirizzo e-mail nella pagina in cui era presente Meta Pixel, i ricercatori hanno scoperto che facendo clic sulla maggior parte dei pulsanti o collegamenti che portavano gli utenti lontano da quella pagina, i dati personali venivano presi da Meta o TikTok.

Secondo le stime dello studio negli Stati Uniti 8.438 siti potrebbero aver fatto arrivare dati a Meta tramite il suo Pixel, mentre 7.379 siti potrebbero essere stati interessati dagli utenti dell’U4.

Come avviene il tracciamento

I ricercatori, che presenteranno i risultati di questo studio alla conferenza sulla sicurezza di Usenix ad agosto, hanno sottolineato che, in sostanza, la pratica è simile a quella dei cosiddetti key logger, programmi dannosi che registrano tutto quello che un determinato soggetto digita. I ricercatori hanno notato però alcune diversità in questa pratica. Alcuni siti hanno registrato i dati battuta per battuta, molti hanno acquisito gli invii completi quando gli utenti hanno fatto clic su quello successivo. 

Le differenze. “In alcuni casi, quando fai clic sul campo successivo – ha precisato Asuman Senol, ricercatore presso KU Leuven e coautore dello studio – raccolgono quello precedente, come se fai clic sul campo della password e loro raccolgono l’e-mail, o semplicemente fai clic in un punto qualsiasi e raccolgono immediatamente tutte le informazioni. Non ci aspettavamo di trovare migliaia di siti Web. Negli Stati Uniti i numeri sono davvero alti, il che è interessante”. 

Secondo i ricercatori le differenze potrebbero essere legate al fatto che le aziende sono più caute riguardo al tracciamento degli utenti e integrano con un minor numero di terze parti, a causa del regolamento generale sulla protezione dei dati dell’UE. Ma sottolineano anche che questa è solo una possibilità .

Per Güneş Acar “il rischio è che gli utenti così verranno tracciati in modo ancora più efficiente: possono cioè essere monitorati su diversi siti Web, su sessioni diverse, su dispositivi mobili e desktop. Un indirizzo email è un identificatore così utile per il tracciamento, perché è globale, unico, costante. Non puoi cancellarlo come cancelli i tuoi cookie. È un identificatore molto potente”.

AGI – “Accordo temporaneamente sospeso”. Con un cinguettio, Elon Musk ha annunciato l’interruzionedi un percorso che sembrava lanciatissimo. Si dice ancora “ancora impegnato nell’acquisizione” di Twitter, ma il danno è già fatto: il titolo perde il 9%. Musk afferma di aver voluto una pausa per raccogliere maggiori dettagli sull’impatto di profili falsi e spam. Ma tempi e motivazioni della frenata non convincono del tutto e potrebbero rappresentare (anche) altro.

I falsi utenti di Twitter

Ancor prima di ricevere il via libera all’acquisto da parte del consiglio di amministrazione, Musk aveva indicato una delle sue priorità: “Batteremo lo spam o moriremo provandoci”, twittava il 21 aprile. È quindi innegabile che il tema gli stia a cuore. Ed è innegabile che lo conoscesse bene, anche perché (da anni) è di pubblico dominio. 

If our twitter bid succeeds, we will defeat the spam bots or die trying!

— Elon Musk (@elonmusk)
April 21, 2022

Nel suo tweet con cui ha annunciato la sospensione dell’affare, Musk rilancia un articolo di Reuters nel quale si stima che gli account fake sarebbero “meno del 5%”. Data di pubblicazione: 3 maggio. La fonte non è affatto riservata: il dato è contenuto nella trimestrale di Twitter, diffusa in quelle ore: “Abbiamo eseguito una revisione interna di un campione di account e abbiamo stimato che la media degli account falsi o spam durante il primo trimestre del 2022 ha rappresentato meno del 5%”.

Non solo: la società ammette che la stima sia basata su “ampia discrezionalità” e “potrebbe non rappresentare accuratamente il numero effettivo effettivo di account falsi o spam”, che quindi “potrebbe essere superiore”.

Il problema è serio, ma non è una novità

Twitter ha un serio problema di account falsi. Gonfiano la platea, ma rendono le interazioni meno significative e – di conseguenza – meno appetibili agli inserzionisti. Sapere quanti siano gli utenti reali è fondamentale, anche perché Musk ha obiettivi che definire ambiziosi è poco.

Nei documenti presentati agli investitori e rivelati dal New York Times, punta a quintuplicare il fatturato entro il 2028, a dimezzare la quota che arriva dalla pubblicità (da oltre il 90 al 45%). E, soprattutto: l’incasso medio per utente dovrebbe passare da 24,8 a 30,2 dollari. La platea complessiva è fondamentale. Ma è ancora più importante che sia composta da profili autentici, perché valgono più dollari degli altri.

Non è quindi in discussione l’importanza di individuare i fake ma il tempismo della dichiarazione. Nel 2017, una ricerca delle università di Southern California e Indiana ha stimato che i bot costituissero tra il 9 e il 15% degli account. Nel 2018, SparkToro, una società che sviluppa software applicati al marketing, ha stimato che circa la metà dei follower di profili molto seguiti (da Obama a Trump fino a Musk) fossero tarocchi. Insomma: il 5% di Twitter sembra sì molto conservativo, ma Musk non lo ha scoperto né oggi né all’inizio di maggio.

I fake sono solo un pretesto?

La domanda, a questo punto, è: gli utenti finti sono, almeno in parte, un pretesto? Niente certezze, ma da una parte c’è un fattore noto, che pare debole o, quantomeno, non sufficiente a bloccare un’operazione da 44 miliardi; dall’altra tanti buoni motivi per frenare.

Per raccogliere una cifra di queste dimensioni, anche l’uomo più ricco del mondo deve fare qualche sacrificio. Tra risorse personali, vendita di azioni Tesla, impegni di investitori e linee di credito, ha raccolto quasi tutto ciò che gli serve. Ma secondo Forbes, all’inizio di maggio gli mancavano ancora 3 miliardi.

Musk potrebbe pensare di rinegoziare l’accordo per spillare un prezzo più favorevole, anche perché le sue affermazioni e le sue mosse stanno contribuendo a ridurre il valore delle azioni di Twitter. È vero: ci perde anche lui, ma solo nella quota che, al momento, è già nelle sue tasche. La cifra che potrebbe risparmiare con un’offerta al ribasso potrebbe bastare per recuperare. Ipotesi improbabile ma non impossibile. 

I miliardi di motivi per rinunciare

Dal punto di vista strettamente finanziario, non mancano certo i motivi per rinunciare all’affare. In caso di passo indietro, Musk dovrebbe sborsare una penale da un miliardo. Visti la portata dell’acquisizione e il suo patrimonio, spiccioli. Attenzione però a possibili azioni legali e sanzioni: Twitter è ancora una società quotata e la disinvoltura con cui Musk si muove, parla e fa oscillare il titolo è attaccabile. È già successo: a metà aprile, un gruppo di azionisti di Twitter ha citato il patron di Tesla per non aver rivelato tempestivamente l’acquisto del 9,2% della società. 

Attenzione poi agli effetti collaterali su Tesla (e quindi sul portafogli del suo ceo). Da quando il cda di Twitter ha detto sì all’offerta, il titolo della società ha perso più del 20%, mentre nel giorno del congelamento causa utenti falsi guadagna più del 5%. Il messaggio è chiaro: il mercato teme un disimpegno, con energie dirottate dalla sua creatura più redditizia verso il social network.

Se la libertà di più complessa di Marte

Nulla, a oggi, è scontato. Il percorso verso l’acquisizione di Twitter potrebbe bloccarsi o essere più tortuoso del previsto. L’accordo attuale ha una scadenza: l’operazione decade se non viene chiusa entro il 24 ottobre, con una possibilità di estensione di altri sei mesi al verificarsi di particolari condizioni (ad esempio i dubbi delle autorità Antitrust o la necessità di controlli supplementari sulla provenienza dei capitali). Una cosa è certa: Elon Musk, l’uomo che vuole arrivare su Marte, conferma che gestire i social media e la libertà di parola online può essere più complicato che mandare un razzo nello spazio.

AGI – Mark Zuckerberg ha presentato in anteprima assoluta il progetto di realtà mista ‘Project Cambria’, il visore VR di fascia alta che verrà lanciato quest’anno e che sarà caratterizzato dalla funzione Passthrough a colori per ottimizzare le esperienze che poi diventeranno normalità nel metaverso.

Zuckerberg ha anche annunciato che la Presence Platform – un insieme di funzionalità di apprendimento automatico e di IA che aiuta gli sviluppatori a creare esperienze di realtà mista con interazioni naturali di tipo vocale e gestuale – sarà presto disponibile per gli sviluppatori, con la prossima uscita dell’SDK.

Inoltre, ha spiegato che sarà rilasciata un’applicazione dimostrativa, The World Beyond, realizzata con tutte le funzionalità della Presence Platform, in modo che gli utenti possano sperimentare la realtà mista su Quest 2. The World Beyond sarà disponibile anche open source, così da permettere agli sviluppatori di utilizzarla come app campione. 

AGI – Stati Uniti e Giappone sono i paesi capofila in fatto di produzione di brevetti nelle tecnologie di Intelligenza Artificiale. Segue la Cina. Il resto va all’Europa. In Italia siamo prossimi allo zero. La spesa per ricerca e sviluppo i paesi leader sono sempre gli stessi. Con la Cina che avanza.

Paola Severino, ex ministro della Giustizia, presidente della SNA – Scuola Nazionale dell’Amministrazione, Vice Presidente di Luiss Guido Carli, è autrice e curatrice del libro “Intelligenza artificiale. Politica, economia, diritto, tecnologia”.

Obiettivo del volume (a più voci) è comprendere la natura e offrire un primo inquadramento (necessariamente multidisciplinare) da diverse prospettive ai dilemmi più urgenti in fatto di Intelligenza Artificiale.

Sullo sfondo l’impatto che questa tecnologia ha avuto nelle nostre vite e il mutamento epocale che ha determinato. La pervasività degli strumenti digitali invade il mondo e sempre più si corre il rischio di non riuscire a controllare macchine pensanti che diventano da automatiche ad autonome. 

Etica e diritto

“Fino a poco tempo il tema dell’Intelligenza Artificiale era riservato a pochi mentre oggi, soprattutto in seguito allo scoppio del conflitto ucraino, siamo tutti interessati e guardiamo con terrore al rischio che una macchina intelligente possa scatenare una guerra mondiale solo perché ha male interpretato un segnale”, sottolinea Paola Severino.

In seguito a due eventi drammatici, la pandemia e la guerra “l’IA ha ricevuto un intensificazione di attenzione”, ora però è necessario fissare dei paletti. Sul tavolo ci sono fattispecie che sono già fra noi e che vanno in qualche modo regolate: il giudice robot e le auto che si guidano da sole. Con le macchine che acquisiscono la capacità di autocorreggersi chi è responsabile in caso di incidente? È l’inventore o la macchina? È un tema che le assicurazioni già si stanno ponendo. Un legislatore deve prevedere l’evoluzione del fenomeno e cercare di dare norme armonizzate con altri paesi”.

Ha detto ancora Severino nel corso di un dibattito nella sede dell’Istituto Affari Internazionali. “Noi giuristi dobbiamo essere nel futuro per porre in essere norme adeguate al fenomeno. L’IA e l’analisi dei dati può essere utilizzata, ma – ha precisato – non può essere la sola fonte di giudizio”.

Ha ribadito poi il valore della “completezza della valutazione umana. IA sì, ma non sostituzione dell’uomo. Dobbiamo essere avanti, veloci e proiettati nel futuro”.

Democrazia e nuove tecnologie

La riflessione di Sebastiano Maffettone, direttore di Ethos Luiss Business School, verte sul concetto di “sostenibilità digitale”. Le nuove tecnologie, quindi anche l’Intelligenza Artificiale, “vanno comprese e trattate. Non si tratta di alzare i muri. Gli algoritmi, è vero, possono limitare la libertà: sono numeri, non comprendono il contesto”. E la politica? “Il primo problema è il controllo”. 

Il dilemma delle black box e la trasparenza degli algoritmi

“Uno dei problemi fondamentali dell’IA – ha sottolineato Giuseppe Italiano, professore ordinario di Machine Learning alla Luiss Guido Carli – è che sono molto complesse, gli algoritmi sono scatole nere, black box, e non si riesce a capire cosa c’è dentro, cosa succede. Dentro queste tecnologie ci sono miliardi di neuroni artificiali, ognuno di loro fa un piccolo compito ma non sappiamo perché c’è un determinato segnale in uscita.  Nonostante questo hanno generato risultati incredibili: riconoscono cellule tumorali, sintetizzano nuovi farmaci”.

Che sta succedendo al mondo dell’Intelligenza Artificiale? “Sta succedendo che molti algoritmi, da automatici, stanno diventando autonomi, prendono cioè decisioni“. Seguono, in particolare, transazioni finanziarie, influenzano decisioni importanti per la collettività, guidano veicoli. È necessario per Italiano “riuscire a rendere trasparenti i comportamenti degli algoritmi” e far sì che “questi comportamenti siano nell’interesse di tutti, non di poche persone”.

Dunque i dati. “Per operare al meglio agli algoritmi servono dati, tanti”. Se per esempio ho bisogno di assumere, avrò necessità di dati storici. Quanto rischio c’è che si possano replicare pregiudizi del passato, come ad esempio nei confronti delle donne?

Economia  e polarizzazione

Dalle transazioni finanziarie alla geopolitica dell’Intelligenza Artificiale. Ad occuparsi di economia nel libro di Paola Severino e anche nell’incontro allo Iai è stato Stefano Manzocchi, prorettore per la Ricerca alla Luiss Guido Carli. Partiamo dalla mappa con la distribuzione geografica dei brevetti legati all’Intelligenza Artificiale: Stati Uniti e Giappone guidano la classifica con 27 e il 25%, la Cina è al terzo posto con il 16%, segue l’Europa con l’11%, l’Italia ha percentuali vicine allo 0.

“Il tema della polarizzazione è un tema che attraversa tante dimensioni economiche dell’Intelligenza Artificiale. Da quelle mappe emerge una polarizzazione forte delle economie: dove conta chi ha investito prima, chi ha beneficiato di risorse pubbliche, le percentuali in spesa in ricerca e sviluppo”.

Il vantaggio dei singoli stati “tende poi a replicarsi e consolidarsi”. La polarizzazione è trasversale, crea leadership, riguarda “il mercato del lavoro (il tema del divario delle competenze e della marginalizzazione di alcune professioni) e anche il mercato delle imprese”.

Sicurezza, difesa e human in the loop

La complessità delle tecnologie di Intelligenza Artificiale impatta anche con la difesa. A fare il punto tra Intelligenza Artificiale e applicazioni militari è stato Alessandro Marrone, Responsabile Programma Difesa, Istituto Affari Internazionali. “L’IA fa parte di equipaggiamenti militari. Parliamo di investimenti nel settore missilistico, spaziale, aeronautico”.

Altro punto. “Il settore militare, se escludiamo gli Stati Uniti, non è quello più innovativo”. Questo perché “nelle forze armate ci sono grandi ostacoli all’introduzione dell’IA soprattutto in Europa, che si riflettono anche in ambito NATO”. In tema di capacità militari il “settore dove si investe di più in Intelligenza Artificiale è la difesa antimissile”.

Pensiamo ai missili supersonici, “poche decine di secondi guadagnati sono preziosi”. Ma, ha ricordato Marrone, l’Intelligenza Artificiale si ferma alla definizione degli scenari e delle opzioni. “La decisione spetta sempre all’ufficiale responsabile, secondo la catena di comando e secondo il principio dello Human in the loop”. Nello spazio poi IA ha un ruolo ancora maggiore “soprattutto nell’intelligence, nella comunicazione satellitare e nei servizi in orbita”.

E i droni? “lI fatto che i droni siano sistemi che volano senza piloti a bordo non vuol dire che volano da soli”. Sono veicoli a pilotaggio remoto “e la decisione di colpire un obiettivo rimane una decisione militare e politica. È l’uomo che prende decisioni nei momenti cruciali”.

AGI – Un nuovo smartphone della gamma Pixel, nuovi auricolari e alcuni aggiornamenti che renderanno l’interazione con gli smart speaker e la pubblicità. Sono le principali novità del Google I/O, l’annuale conferenza con cui la società rivela alcuni dei prodotti e delle funzioni più rilevanti.

Pixel 6a

È arrivato, come da previsioni, il Google Pixel 6a, smartphone di fascia media che rappresenta un passo intermedio tra il Pixel 6, presentato lo scorso ottobre, e il 7, che arriverà il prossimo autunno. La gamma “a”, come d’abitudine, assorbe alcune caratteristiche dei dispositivi di fascia superiore, con un prezzo ridotto. Il 6a non è un’eccezione: sarà disponibile negli Stati Uniti a partire dal 21 luglio, a 449 dollari. Simile al 6, a partire dalla barra che delimita l’area della fotocamera, è il design. Più che sulle elevate prestazioni, si punta su un utilizzo molto pratico: il display è da 6,1 pollici e la batteria da 4.400 mAh, che promette di reggere “più di 24 ore”.

Hub Nest più interattivo

Google ha puntato da tempo su smart speaker e assistente digitale. Hanno raggiunto elevati livelli di comprensione, ma l’interazione è resa ancora poco naturale dal fatto di dover formulare un comando per attivare il dispositivo: “Hey, Google”. Per rendere la conversazione più scorrevole, la società ha sviluppato due nuove funzionalità. La prima si chiama “Look and talk”. Come dice il nome (guarda e parla), il Nest Hub Max (il dispositivo di punta della gamma) si attiva solo guardandolo, identificando la voce e riconoscendo il volto dell’utente. La seconda funzione si chiama “Quick Phrases”: una lista di semplici frasi predefinite permettono di interrogare l’assistente digitale senza un comando di attivazione.

Google Pixel Buds Pro

I Google Pixel Buds Pro sono gli auricolari wireless di fascia alta, disponibili a 199 dollari dal 21 luglio. Sono studiati per adattarsi ai Pixel e agli altri telefoni Android. Il sistema Silent Seal permette agli auricolari di adattarsi all’orecchio, limitando la dispersione del suono. I sensori integrati misurano la pressione nel condotto uditivo per assicurarti maggiore comfort anche in sessioni d’ascolto prolungato. Entro la fine dell’anno, supporteranno l’audio spaziale, concentrando nel padiglione auricolare un sistema audio immersivo.

La pubblicità si sceglie

Due nuove funzioni cambiano, almeno un po’, pubblicità e risultati di ricerca. My Ad Center, attivo verso la fine dell’anno, permette di avere un piccolo controllo sugli annunci, sia nelle ricerche di Google che su Youtube: l’utente potrà scegliere, da un apposito cruscotto, di vedere più spesso annunci di determinati marchi o specifici settori. Allo stesso tempo, sarà possibile indicare gli annunci che si preferirebbe evitare.

La funzione “Results about you in Search” semplifica la rimozione di risultati di ricerca che riguardano informazioni personali. In sostanza: se, cercando noi stessi su Google, ci imbattessimo nel nostro numero di telefono o nel nostro indirizzo mail, sarà più facile cancellarlo dalla lista dei link indicizzati.

Google Wallet

Google I/O è stato il teatro per presentare anche le novità più importanti del sistema operativo Android 13, già diffuso nelle scorse settimane tra gli sviluppatori. Ha catturato l’occhio Google Wallet, un portafogli digitali che mira a raccogliere nel proprio smartphone tutte le carte che sono nelle nostre tasche. Non solo sistemi di pagamento, ma – potenzialmente – ogni tessera, dalla chiave della camera d’hotel alla patente. Google ha infatti affermato di lavorare con le autorità americane per digitalizzare le licenze di guida e permettere così di memorizzarle sullo smartphone.

AGI – “Sono proprio curioso di scoprire cosa pensano gli umani di noi”. Si è chiesto Pepper mettendosi in un angolo dell’aula Pio XI del campus milanese dell’Università Cattolica. Il robot umanoide è di casa nell’Ateneo, dove accoglie gli studenti nella sede di via Sant’Agnese rispondendo a domande su aule e lezioni. Oggi ha introdotto i relatori che hanno partecipato alla presentazione di ‘Humane Robotics: A multidisciplinary approach towards the development of humane-centered technologies’.

Il volume pubblicato da Vita e Pensiero è stato curato dai docenti dell’Ateneo, Giuseppe Riva e Antonella Marchetti, e analizza l’impatto sociale della robotica raccogliendo contributi dei gruppi di ricerca della Cattolica, coordinati dal laboratorio Humane Technology Lab, e di altre realtà accademiche europee e internazionali. Il convegno è stato aperto dal rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Franco Anelli.

Papa Francesco ha sottolineato più volte che siamo davanti a un vero cambiamento d’epoca che può portare nuovo benessere ma anche rimettere l’Uomo nella condizione di distruggere sé stesso: “Questo è avvenuto con le armi nucleari, su cui siamo riusciti a trovare un accordo. Poi è avvenuto con i cambiamenti climatici, su cui capi di Stato e di governo sono riusciti a trovare una intesa durante la Cop26 di Parigi. Ora è urgente che la stessa cosa avvenga per l’Intelligenza Artificiale” ha sottolineato monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Anche perché ormai ognuno di noi passa 6 ore in media al giorno davanti a schermi o interagendo con tecnologia di ogni tipo: “La domanda a cui dobbiamo rispondere è se essa ci fa stare meglio – si chiede Giuseppe Riva, direttore dello Humane Technology Lab – la sua diffusione è esplosa quando è diventata un’esperienza. Oggi un bambino che non sa leggere è già in grado di interagire con un Iphone e tra dieci anni il confine tra digitale e fisico sparirà con il metaverso. Questo tocca tutte le aree dell’esperienza umana ed è proprio con lo sguardo multidisciplinare tipico della Cattolica che lo Humane Technology Lab porta avanti le sue ricerche”.

Il lato etico di robotica e Intelligenza Artificiale deve recuperare terreno nei laboratori dove esse vengono sviluppate: “Noi tecnologhi facciamo fatica a gestire questo fronte – ha confermato Giorgio Metta, direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia – io sono un tecno-ottimista, credo che oltre a sforzarci per non usarla male dovremmo fare uno sforzo a livello nazionale per sviluppare la nostra tecnologia. Attualmente l’Italia ha forse l’1% delle capacità di calcolo globali. Per investire in maniera corretta però dobbiamo darci orizzonti temporali che vadano oltre la durata dei governi. I nostri ricercatori hanno avviato la ricerca su una molecola che potrebbe risolvere alcuni disturbi dello sviluppo neuronale dieci anni fa e potrebbe volerci un altro decennio per produrre un farmaco”. 

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