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La blockchain ha le potenzialità (le potenzialità) che aveva Internet negli anni ’90. Lo dicono in tanti tra coloro che si sono tuffati nel cripto-mondo, anche se un quarto di secolo fa erano magari alle elementari.

Questa volta però a dirlo è chi quasi un quarto di secolo fa quel momento lo ha vissuto da imprenditore. Da startupper digitale quando non si parlava ancora di startup. Mauro Del Rio ha fondato Buongiorno nel 1999, l’ha portata in Borsa nel 2003 e venduta a Docomo per 300 milioni di dollari nel 2012.

Fabio Pezzotti ha creato Webnext e Xoom.it. Oggi sono tra i co-fondatori di Iconium, società italiana nata nel 2018, che investe su progetti legati alla blockchain.

Questa è la prospettiva di chi ha vissuto l’onda dotcom e adesso vuole cavalcare quella delle criptovalute.

Se ne parla spesso, ma c’è davvero questo parallelismo tra Internet nella seconda metà degli anni ’90 e e la blockchain di oggi?

Del Rio: Ho la sensazione che ci sia. Gli indizi non mancano, anche se non penso che facciano una prova. La blockchain ha sicuramente le potenzialità per avere un impatto molto grande, perché riguarda prima di tutto cose importanti come la fiducia delle persone e il denaro. Mi aspetto un impatto finanziario dello stesso ordine di Internet.

Iconium ha pochi mesi di vita. Perché adesso e non prima, nel 2017 ad esempio?

DR: È un mercato che seguo da tanto tempo. C’è stato un periodo di hype molto grande, come c’era stato anche per Internet. Adesso credo che quella fase sia terminata e che, in questo momento, il settore non sia più dominato da aspettative irrazionali. È ancora tutto in potenza, ma si sviluppa in un ambiente in cui Internet esiste già, quindi in un mercato più veloce e globale di vent’anni fa. Il rischio di investire oggi sulla blockchain resta, ma è sempre l’altra faccia dell’opportunità. Il timing giusto per entrare in un mercato non è quello delle certezze.

Pezzotti: Il mercato è cambiato molto. Ci sono molte meno persone con progetti che non stanno in piedi. È cresciuta la consapevolezza di dover avere un team e un progetto non solo sulla carta. Chi investe si scambia know how, competenze, come su Internet vent’anni fa. C’è un filtro naturale e quindi meno fuffa. Allo stesso tempo, le persone che lavorano nella blockchain sono ormai milioni e stanno arrivando investimenti miliardari. È vero, l’intero settore vale ancora un quinto di Amazon, ma è da qui che nascerà il nuovo Amazon.

Anche i grandi gruppi però, come Facebook, si stanno avvicinando alla blockchain…

P: L’innovazione non arriverà dagli incumbent ma da chi creerà un Facebook migliore di Facebook. Nel mondo della blockchain la speranza è scardinare il mondo del digitale attuale. Anche Internet era nata con questo approccio, ma le grandi società tecnologiche oggi hanno una concentrazione di potere gigantesca. Molti progetti blockchain vanno a distruggere il modo con cui i grandi gruppi fanno soldi. Non è un caso se molti fondi che hanno scommesso su Amazon o Facebook oggi puntano sulla blockchain.

Quindi non sono politica e regolatori a “scardinare” la concentrazione. Sarebbe la tecnologia…

DR: Non si è mai visto prima d’ora un periodo in un cui le aziende sono così potenti e le democrazie rappresentative così poco in forma, tra Brexit, Trump e populismo. Quindi la speranza di maggiore equilibrio ho l’impressione che arrivi più dalla tecnologica che dalla politica. Faccio fatica a pensare che un partito o un governo possa mettere sotto Facebook.

I grandi gruppi hanno però il potere di comprare per “neutralizzare”. Spendono per acquisire concorrenti anche solo potenziali. Perché non dovrebbe valere anche per le società che puntano sulla blockchain?

P: Non voglio essere utopista, ma credo che molte delle persone del settore abbiano una certa ideologia, che nasce dal cyberpunk. Ethereum è decentralizzata e il suo leader, Vitalik Buterin, non è interessato ai soldi; Bitcoin non si può comprare. 

DR: Secondo me non è un caso che chi non è comprabile, Bitcoin ed Ethereum, abbia oggi la maggiore capitalizzazione. Sembra paradossale, ma l’indisponibilità è un valore. Se Buterin decidesse di vendere, credo che il valore di Ethereum crollerebbe. 

P: Da questo punto di vista, penso che la comunità cripto sia staccata dalle logiche non solo delle imprese classiche ma anche delle startup digitali. Difficile dire, oggi, che i progetti non potranno essere comprati, ma ci sono delle speranze. Neppure Internet è di qualcuno, ma di fatto è di poche grandi società. La blockchain può imporre nuovi paradigmi in concorrenza con i vecchi, redistribuendo quello che oggi incassano Google, Facebook, i centri media. Vent’anni fa sembrava un’eresia dire che i grandi editori potessero soccombere al digitale.

Quindi Iconium punta solo sulla “vera” blockchain, aperta e non proprietaria…

P: Sì, la blockchain deve essere pubblica. Uno dei criteri che valutiamo è quanto un progetto è decentralizzato. Abbiamo un portafoglio di una quindicina di progetti, con tagli d’investimento tra i 50 e i 350-400 mila euro. Oggi gli investitori sono soprattutto imprenditori, ma l’obiettivo è arrivare anche agli istituzionali, ampliando le partnership con fondi americani per puntare capitali più importanti.

Anche se va tarata la fuffa in circolazione, le applicazioni potenziali sono tante. Quali sono, secondo voi, le più vicine?

P: Senza dubbio le applicazioni che riguardano la finanza. L’attacco vero arriverà tramite criptovalute e blockchain che dimostreranno capacità di scalare, cosa che non hanno ancora fatto. Impatteranno su rimesse e transazioni internazionali. C’è poi l’e-commerce, che potrebbe beneficiare dagli stablecoin per superare i circuiti come Visa e Paypal e ridurre il costo delle transazioni. E poi il mondo dell’advertising e dell’editoria digitale. Ci sono progetti fantastici come quelli che propongono il possesso della nostra identità digitale.

C’è però il problema dell’integrità dei dati. Si parla tanto della loro immutabilità una volta immessi nella blockchain, ma non di quello che succede prima…

P: È vero, il problema principale è il dato d’origine. Però immaginiamo un mondo in cui le grandi filiere internazionali usino la blockchain, spingendo anche le aziende reticenti a far parte della rete. Vuoi vendere nei supermercati Carrefour? Devi sottostare a standard di controllo rigidi che assicurino il dato. Un’altra possibilità è il riconoscimento dell’identità digitale dei propri oggetti di lusso. La certificazione arriva dal marchio, che ha l’interesse a fornire dati corretti perché aumentano il valore dell’oggetto. Sono progetti che per funzionare devono avere ampia adozione. Diventeranno importanti più in là, ma sono interessanti.

La blockchain è una tecnologia su cui investire, ma anche un sistema con cui farlo. Basti pensare alle Ico e alle loro evoluzioni. Sono metodi sostitutivi o complementari di quelli tradizionali?

DR: Il mio è più un auspicio: mi auguro che siano complementari. Sono uno strumento in più, anche e soprattutto dove c’è scarsità di risorse disponibili. Anche perché si tratta di sistemi molto liquidi, che possono essere importanti, a maggior ragione, in quelle aree, come l’Italia, dove i capitali scarseggiano.

P: Negli Stati Uniti e in Asia, molto meno in Europa, è già così: sono sempre di più i venture capital che hanno fondi cripto.

L’arrivo degli investitori istituzionali non è sempre visto di buon occhio dai “puristi” della blockchain, preoccupati di compromettere la decentralizzazione…

DR: Credo sia sicuramente positivo che gli investitori istituzionali adottino le Ico. È un metodo che, un po’ come il crowdfunding, ha grandi potenzialità ma deve essere maneggiato con cura. Va bene se rende libere persone consapevoli, non se fa fare cose inadatte. Il fatto che ci siano istituzioni e regole è un aspetto positivo. Rispetto ai progetti di vent’anni fa, la possibilità di una maggiore democratizzazione resta.

P: È la bellezza di questo momento: non ci sono pochi che tengono tutto per sé. Quello della blockchain oggi è un ambiente aperto e condiviso, grazie anche ai principi della blockchain stessa.

L’apertura vale anche per l’ecosistema fintech italiano?

P: Oggi c’è una consultazione del governo su Ico ed equity crowdfunding. L’iniziativa è interessante, ma si dovrebbe fare molto di più. La Svizzera in un anno è diventato un hub europeo. Gli Stati Uniti si sono mossi in modo diverso, favorendo l’ingresso dei fondi nelle Ico. Rispetto ad Asia e Usa, il processo in Europa (dove dovrebbe giocarsi la partita) è un po’ farraginoso. Il sistema fintech sta provando a fare qualcosa.

Ma…

P: La mia impressione è che il fintech sia molto integrato al sistema bancario, e anche per questo non stia facendo quadrato. A volte dietro le parole fintech o blockchain c’è più un semplice maquillage che un vero sviluppo di competenze. Lo si faceva anche vent’anni fa, aggiungendo dotcom.

DR: Noi nella nostra storia, io con Buongiorno e Fabio con Xoom, abbiamo lavorato con partner internazionali. Pensiamo di farlo anche con Iconium: partire dall’Italia ma con una logica globale. Hong Kong e Silicon Valley oggi sono più vicine a Milano rispetto a vent’anni fa. Nessuna delle opportunità d’investimento di Iconium, al momento, è italiana. Ma lavoriamo con i nostri investitori e interlocutori italiani perché riteniamo che il nostro ruolo possa essere anche questo: diffondere conoscenza.

Una “web-app” permette di seguire le tracce di Leonardo Da Vinci a Milano, dove il genio toscano visse per una ventina di anni ai tempi di Ludovico il Moro. Si chiama Leowalk ed è disponibile online gratuitamente, in italiano e inglese. 

A guidare i 5 percorsi a tappe attraverso i luoghi che Leonardo ha frequentato nei vent’anni trascorsi nella città degli Sforza sarà la voce del conduttore radiofonico Carlo Pastore. Chi decide di seguire i percorsi, ascolterà i suoi racconti sull’atmosfera dell’epoca, l’arrivo di Leonardo alla corte di Ludovico con una lettera di presentazione in dieci punti e la ‘raccomandazione’ di Lorenzo il Magnifico.

La Milano del Quindicesimo secolo non pare così diversa dall’attuale, visto che anche a Leonardo, come a molti giovani di oggi, fu fra l’altro chiesto di lavorare per organizzare un “evento”: la “Festa del Paradiso” al Castello Sforzesco, e il genio toscano si produsse anche nell’ideazione di uno speciale cocktail afrodisiaco, l’Acquarosa.

L’iniziativa fa parte del palinsesto di eventi e proposte culturali della citta’ per celebrare il cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci ed è realizzato dalla Marketing & Communication Agency BrandMade in collaborazione con il Comune di Milano.

Come funziona l’app

“Leowalk – Sulle tracce di Leonardo” propone una mappa della Milano leonardiana da percorrere in 5 itinerari della durata compresa tra 37 minuti e 1 ora e mezza e lunghi tra i 3 e i 7 chilometri.

Ogni tappa di ogni percorso è accompagnata da testi e foto che narrano il forte legame di Leonardo con la città. Si parte dal Castello Sforzesco per passare dalla Pinacoteca e Biblioteca Ambrosiana, dove sono conservati il dipinto di Leonardo “Ritratto del Musico” e il celebre Codice Atlantico, fino al Duomo, al monumento a lui dedicato in Piazza Della Scala al Palazzo del Senato, dove è conservata l’unica firma autentica di Leonardo Da Vinci.

Gli altri itinerari prevedono un passaggio al monumento equestre in San Siro, al luogo in cui sorgeva la Casa dei Sanseverino, dove Leonardo era solito organizzare le sue feste, alla Casa Atellani, custode della Vigna di Leonardo, al Palazzo Reale, dove si suppone siano state eseguite le prove di volo della Vite aerea, e al Museo Poldi Pezzoli, che conserva il quadro di Leonardo “Madonna che allatta il Bambino”.

Sono previsti percorsi acquatici sui Navigli ideati da Leonardo, un passaggio a Brera e alla Biblioteca Trivulziana, situata nel Castello Sforzesco, che conserva alcuni preziosi scritti del Maestro, al Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, che ospita una mostra con le riproduzioni di alcune tra le più straordinarie opere di Leonardo e alla Veneranda Fabbrica del Duomo, il cui archivio serba documenti attestanti il coinvolgimento di Leonardo (attraverso una proposta mai accolta) nella progettazione del tiburio della cattedrale; naturalmente non puo’ mancare una visita al Cenacolo, la piu’ famosa “traccia” milanese di Leonardo Da Vinci.

C’è nebbia attorno al Galaxy Fold, lo smartphone pieghevole di Samsung. L’arrivo sul mercato, previsto per il 26 aprile, è stato rimandato perché – nei primi test di giornalisti ed esperti del settore – aveva evidenziato alcuni problemi, praticamente immediati. Il 22 aprile, la società aveva scritto ai clienti che avevano già prenotato il dispositivo, avvertendoli che – viste le verifiche in corso – “entro due settimane” sarebbero stati comunicati “maggiori dettagli” sui tempi di consegna. E invece nulla. Adesso dalla stampa coreana arriva un’indiscrezione: il Fold potrebbe arrivare a giugno.

Lancio a giugno?

I più ottimisti speravano che, dopo 14 giorni, sarebbe arrivata una data precisa. Allo scadere delle due settimane, non è arrivato alcun termine e, come si legge nella mail pubblicata da CNET, neppure nuovi dettagli. Samsung si è limitata a dire che “sta facendo progressi” per migliorare il telefono e soddisfare “gli elevati standard che i clienti si aspettano”.

“Questo significa – continua Samsung – che non possiamo ancora confermare la data prevista per la spedizione”. La mancanza di tempi certi non è un buon segnale. Anche perché il prossimo aggiornamento su “maggiori dettagli” arriverà “nelle prossime settimane”. Anziché definirsi, quindi, il programma sembra diventare più nebuloso. I clienti potrebbero quindi dover aspettare più del previsto. Ma, soprattutto, il dilatarsi dei tempi suggerisce problemi consistenti. Che i tempi non siano ancora maturi lo confermerebbe il giornale sud-coreano Yonhap.

Samsung avrebbe individuato i difetti che hanno costretto a rimandare il lancio. Il dispositivo, rinnovato, sarebbe adesso in fase di test e potrebbe arrivare in commercio “il prossimo mese”. La società sarebbe intervenuta per eliminare lo spazio tra display e cerniera. Parte dei problemi sarebbero derivati quindi da minuscoli detriti che, infiltrandosi in questo spazio, avrebbero danneggiato lo schermo. L’altro intoppo era legato a una pellicola protettiva che i primi revisori hanno staccato pensando si trattasse di un elemento esterno (come quelle che si appicciano sui display tradizionali). Era invece un pezzo del display, da non eliminare (come comunicato, forse con poca evidenza da Samsung). Il gruppo avrebbe adesso preferito eliminare ogni possibile fraintendimento e integrare la “pellicola” nel display. Il “nuovo” Fold sarebbe nelle mani di tre operatori coreani, che lo starebbero verificando.

Ordini verso la cancellazione

Se la scadenza di giugno fosse confermata, Samsung riuscirebbe ad anticipare il Mate X di Huawei (in arrivo a luglio) e si confermerebbe (nonostante i ritardi) il primo pieghevole sul mercato. Sarebbe però superata la data (il 31 maggio) oltre la quale i preordini verranno eliminati salvo esplicita richiesta degli utenti. Un silenzio-assenso alla cancellazione che, invertendo la prassi attuale, potrebbe avere un impatto più significativo: oggi chi ha già prenotato un Fold può disdirlo inviando una richiesta. A oggi, le norme prevedono che Samsung non addebiti ai clienti il prezzo del Fold fino a quando non sarà consegnato e permettono di annullare l’acquisto senza sanzioni.

Che cosa farà Samsung?

I termini, né quello di maggio né quello di giugno, sono comunque tassativi: se emergessero difetti dopo le prime vendite, il danno sarebbe maggiore rispetto alla cancellazione dei preordini o alla primazia. Nonostante non manchi la spinta a fare in fretta, la cautela avrà con tutta probabilità la meglio. I pieghevoli, d’altronde, almeno nel 2019 non sono fatti per salvare il bilancio (pessimo per Samsung nell’ultima trimestrale). L’impatto del Fold su Samsung, così come quello del Mate X su Huawei, sarà marginale. Il loro compito è, per ora, un altro: dare una prova di forza, dimostrando agli utenti di guidare l’innovazione.

Si prende quindi posizione in un mercato nuovo, provando a imporre uno standard. In altre parole: è più questione di immagine (da rinnovare) che di conto economico. Da questo punto di vista, il danno è già stato fatto quando i revisori hanno evidenziato i difetti, anche se eccessivi ritardi non saranno certo ben accolti dagli investitori. È chiaro che, se fosse capitato al Galaxy S10, le ripercussioni sarebbero state di ben altra portata. Le certezze non esistono, ma Samsung sa quanto possa costare un ritiro (vedi Note 7) e lancerà il Fold quando sarà sicuro. Il primo inciampo si perdona, il secondo sarebbe più difficile da giustificare.

La città e la contea di San Francisco hanno approvato un’ordinanza che mette ufficialmente al bando le tecnologie per il riconoscimento facciale da uffici pubblici e organi di controllo del territorio. Prima nel suo genere, la misura è stata votata martedì dall’assemblea dei supervisor della città, che hanno così deciso di “mettere fine a una invasiva sorveglianza delle aree pubbliche”.

Leggi anche il blog di Riccardo Luna

“Questo è davvero come dire: ‘Possiamo avere sicurezza senza essere uno Stato securitario. Possiamo avere buone politiche senza essere uno Stato di polizia’”, ha spiegato Aaron Peskin, rappresentante distrettuale e proponente dell’ordinanza: “Parte di questo consiste nel costruire fiducia nella nostra comunità attraverso una corretta informazione della stessa, non con tecnologie da Grande Fratello”.

Approvata con otto voti a favore e uno contrario, l’ordinanza dovrà essere confermata in una seconda votazione che comprenda anche i due assenti. L’aspettativa, anticipa il Guardian, è che la norma sarà definitivamente approvata la prossima settimana.

Dall’identificazione dei criminali al controllo delle folle nei concerti, il riconoscimento facciale prevede l’impiego di algoritmi capaci di associare un’identità a un volto noto. Confrontando un’immagine con archivi che contengono milioni di foto, le moderne tecnologie sono in grado di dare un nome a una persona in pochi secondi. Tuttavia, per molti questo tipo di controllo è considerato eccessivo rispetto alla compressione del diritto alla privacy che genera.

Good news for #humanrights in the #US: the city of San Francisco has banned the use of #facialrecognition software by the police and other agencies. https://t.co/Zef1J0AkJj

— Access Now (@accessnow)
May 15, 2019

Il riconoscimento facciale funziona generalmente in due modi: nel primo caso, un’immagine estrapolata da un video viene utilizzata per compiere un’identificazione; in altri casi, sistemi dotati della capacità di effettuare l’identificazione in tempo reale sono capaci di assegnare istantaneamente un’identità alle persone che passano davanti a una telecamera.

La nuova norma approvata in California rende illegali tutte e due le modalità, imponendo la sospensione di qualunque attività di riconoscimento facciale già in essere. Agenzie governative e polizia saranno inoltre obbligate a divulgare gli inventari delle tecnologie in loro possesso.

Come riportato dal Guardian, chi critica simile misura si appella all’esigenza di fornire alle forze dell’ordine gli strumenti più efficaci per il contrasto alla criminalità, in particolare in luoghi affollati ed eventi particolarmente sensibili.

Ma come obiettato dai proponenti, le tecnologie per il riconoscimento facciale non sono realmente efficaci. Numerosi rapporti indicano come siano soggette ad alte percentuali di falsi positivi, oltre ad avere difficoltà nel riconoscere in particolare la fisionomia di afroamericani e donne.

Questo non è un sondaggio. Il widget che pubblichiamo da oggi sul sito di AGI è uno strumento di ascolto in tempo reale di quello che si dice su Twitter e che prova a tradurre quei messaggi in voti. In pratica ci dice questo: se si votasse su Twitter, se i tweet fossero voti, o almeno intenzioni di voto, questo sarebbe il risultato. In tempo reale. È uno strumento, un indicatore, che abbiamo realizzato in collaborazione con KPI6, una società specializzata in intelligence sui social media, con cui da qualche settimana realizziamo un osservatorio.

 

Nella nota metodologica trovate i dettagli del progetto. In estrema sintesi gli analisi di KPI6 sono partiti intercettando tutte le menzioni dei profili ufficiali dei leader politici e dei partiti (in assenza di un profilo, come nel caso di Giancarlo Giorgetti, sono state utilizzate parole chiave con il nome). Per ridurre al minimo il rischio di prendere in considerazione tweet irrilevanti, a questo scopo, sono stati esclusi quelli provenienti da giornalisti, quelli contenenti in link, e i retweet. Solo tweet originali vengono presi in esame.

Ciò fatto, la cosa più delicata è stata trovare un modo per attribuire una intenzione di voto ad un tweet: per farlo, gli algoritmi di KPI6 isolano soltanto i tweet che contengano ammirazione, gioia o comunque un sentimento positivo verso una parte politica. Ne viene fuori una tabella finale che esprime la probabilità che un certo utente di Twitter eserciti il voto nei confronti di un partito.

Come stanno le cose? Nel momento in cui scriviamo e pubblichiamo per la prima volta questo widget, la Lega di Salvini, se i tweet fossero voti, avrebbe addirittura il 52 per cento; seguita dal PD con il 19,8 (una percentuale non molto diversa dai voti presunti dagli ultimi sondaggi); da M5s al 12,9; Fratelli d’Italia al 6,9; LeU al 3,8; Forza Italia al 3,6 e poi tutti gli altri.

Il dato ce ne rendiamo conto è clamoroso e se non indica affatto che la Lega prenderà il 50 per cento dei voti, alcune cose le dice. Le principali sono due: 1) non sappiamo se come dicono molti osservatori, la famosa macchina social di Salvini inizia a perdere colpi; sicuramente non li sta perdendo su Twitter dove domina la metà di tutte le conversazioni politiche con un sentiment positivo. 2) Stupisce il risultato molto inferiore alla sua forza elettorale del M5s, un dato che potrebbe spiegarsi con il fatto con il MoVimento guidato da Luigi Di Maio è più attivo su Facebook e Instagram.

Il widget si aggiorna in tempo reale e ci aspettiamo cambiamenti continui e anche rilevanti. Lo troverete sempre su agi.it perché lo consideriamo uno strumento di analisi potenzialmente utile a capire l’aria che tira. Magari qualcuno insospettito dai dati, andrà alla ricerca del ruolo dei bot, i profili social gestiti da un algoritmo invece che da esseri umani, che in altre elezioni hanno giocato un ruolo non banale. Magari in questo caso stanno modificando il risultato finale. Altri potrebbero trarne la conclusione che è il caso di presidiare Twitter con maggiore costanza. Noi ascolteremo tutti i feedback e i consigli che ci darete per correggere eventuali errori e migliorare l’affidabilità di questo strumento. 

E’ stato uno dei lanci più attesi degli ultimi anni nel mondo della telefonia mobile e alla fine la serie 7 di OnePlus non ha tradito le aspettative. Non solo per le caratteristiche tecniche e il prezzo, ma perché la casa fondata da Carl Pei e Pete Lau ha di fatto annunciato una scelta rivoluzionaria per il marchio: entrare nel mercato dei grandi al fianco di Apple, Samsung e Huawei. A partire dalla presentazione: non più di un singolo smartphone, ma di una serie che comprende anche una versione 5G (per il momento non disponibile in Italia).

Il nuovo smartphone della casa cinese è stato ancora una volta sviluppato con l’aiuto di una community che per mesi si è confrontata su quali caratteristiche dovesse avere un device per soddisfare i clienti più esigenti, gamers su tutti.

E non è un caso se per provare ed acquistare uno smartphone OnePlus non bisognerà più addentrarsi in un complicato dedalo di inviti esclusivi (ci fu del genio, nel 2013 nell’invenzione della formula per la quale, per avere il telefono, bisognava prima comprare, e a caro prezzo, la possibilità di acquistarlo) ma semplicemente andare in un negozio, a cominciare dai pop-up store che saranno aperti in 22 città europee (In Italia a Roma, via di Torre Argentina) dove il 16 maggio, per 5 ore, sarà possibile averlo in anteprima. Manca ancora un accordo con gli operatori italiani perché OnePlus sia disponibile con gli abbonamenti telefonici – fa sapere una fonte italiana – ma è stato rinnovato l’accordo per la vendita al dettaglio nei negozi MediaWorld.

Ma perché tanta attesa? Perché OnePlus ha deciso di mettere a disposizione degli utenti più esigenti uno smartphone che monta la migliore tecnologia disponibile a un prezzo più che competitivo. Aveva già fatto un passo in questa direzione sei mesi fa con il 6T, un device estremamente performante costruito per durare (e reggere agli aggiornamenti) ben oltre i canonici due/tre anni di vita concessi dalle altre case. Migliorato (e decisamente) il comparto fotografico che era il vero punto debole del 6T, OnePlus ha presentato a Londra il 7 Pro, il 7 e il 7 5G,.

Il Pro monta un display da 6,67 con che si aggiorna 90 volte in un secondo, perfetto per i videogiochi e i film anche perché ha una superficie senza soluzione di continuità. Il notch, quello spazio più o meno grande che alloggia sensori e fotocamera frontale, è stato sostituito da una fotocamera che salta fuori quando serve e torna da sola a posto in un attimo se l’accelerometro rileva che il telefono sta cadendo.

Le tre fotocamere posteriori montano un sensore da 48 megapixel, un teleobiettivo da 8 mega con lunghezza focale da 78 mm e un grandangolare da 117 mm da 16 mega. La novità della fotocamera pop-up non è del tutto inedita e, assicura la casa, è stata testata per 300 mila volte: ossia può essere aperto e chiuso fino a 150 volte al giorno, ogni giorno, per più di 5 anni.

Il processore è il nuovo gioiello di Qualcomm: lo Snapdragon 855 che si trova già in altri top di gamma, ma che qui è affiancato a una Ram da 12 GB. Infine,  grazie al Warp Charge 30, è possibile ricaricare la batteria da 4.000mAh dallo 0% al 50% in 20 minuti anche senza smettere di giocare o guardare una serie.

Il fratello minore, OnePlus 7, monta lo stesso processore ma con al massimo 8 GB di Ram e un comparto fotografico con due fotocamere posteriori (da 48 e 5 megapixel) La fotocamera anteriore non è a scomparsa, ma nel notch.

I prezzi sono, come sempre accade per OnePlus, la vera rivoluzione: la versione più performante del 7 Pro (12 GB di Ram e 256 di storage) sarà in vendita dal 21 maggio a 829 euro; quella più economica (6 GB di Ram e 128 di storage) a 709 euro. Il 7, invece, costerà da 559 (con 6 GB di Ram e 128 di storage) a 609 euro (8 GB d Ram e 128 di storage).

In occasione del lancio l’azienda ha annunciato una novità: i nuovi auricolari OnePlus Bullets Wireless 2 che saranno disponibioli a 99 euro.

Un po’ di roba per smanettoni

  • Display da 6,4” FHD+
  • SoC Snapdragon 855
  • 6/8/12GB di RAM
  • 128/512GB di memoria interna
  • Tripla cam posteriore: 48+20+16MP Wide
  • Cam anteriore da 20MP
  • Batteria da 4150mAh
  • OS Android 9 Pie con Oxygen OS
  • Dimensioni: 162,6 x 76 x 8,8 mm

La fotocamera principale di OnePlus 7 Pro ha un sensore da 48 megapixel con OIS, un teleobiettivo con lunghezza focale da 78 mm e 8 megapixel con apertura focale f/2.4 e dimensione pixel fino a 1µm e stabilizzato da OIS, e un obiettivo ultra grandangolare con un sensore da 16 megapixel con una lente che arriva a 117° e a un’apertura di f/2.2. Il nuovo sistema di autofocus usa in modo intelligente PDAF, CAF e metodi di Laser Focusing. La fotocamera frontale è coperta di vetro zaffiro.

OnePlus 7 Pro sfrutta tutta la potenza della nuova CPU Qualcomm Snapdragon 855 e ha fino a 12 GB di RAM e storage UFS 3.0. La funzionalità RAM Boost apprende dalle abitudini di utilizzo e alloca in modo intelligente la RAM disponibile per le app che richiedono un uso intensivo della memoria: abbrevia i processi di upload in modo che app come quelle di gioco si avviino molto più rapidamente e permette a più applicazioni di restare aperte in background senza nessuna rinuncia nelle performance.

Lo schermo ha 516 ppi, con 4,49 milioni di pixel e HDR10 e HDR10+. Il vetro curvato di 6,67 pollici si estende su tutta la superficie frontale fino a scorrere lungo i bordi e ha ottenuto la valutazione massima da parte di DisplayMate, A+.

Il viaggio per seguire la presentazione è stato offerto da OnePlus 

Trent’anni fa moriva Salvador Dalì. Sabato 11 maggio il leggendario artista spagnolo avrebbe compiuto 115 anni. Ed è tornato in vita. Tecnologicamente parlando. È accaduto al Museo Dalì, di San Pietroburgo, in Florida. I visitatori avvicinandosi ad uno schermo che ha le dimensioni di un essere umano, possono guardare Dalì mentre legge l’edizione di quel giorno del New York Times, ascoltare i suoi commenti sul tempo che fa in quel momento, e soprattutto scoprire dalla sua voce – sarei tentato di dire dalla sua viva voce, ma non ci riesco – i mille dettagli della sua vita e delle sue opere.

Quella figura con l’abito scuro e una cravatta colorata sulla camicia bianca inamidata, si muove, gesticola, parla come se fosse Salvador Dalì. Non è un attore. È proprio lui, riportato in vita, se così si può dire, dalla tecnologia dei deepfakes, la frontiera più estrema delle fake news. Si tratta di video molto richiesti  nel mondo del porno: si prende il volto di una attrice famosa e con il software scaricabile gratuitamente in rete, lo si aggiunge al corpo di una pornostar in azione. Ne abbiamo parlato mesi fa quando l’attrice Scarlett Johansson disse che la battaglia era perduta. Molti temono che il vero pericolo venga da un loro utilizzo politico: far dire a un capo di Stato la cosa sbagliata può scatenare una guerra di questi tempi.

Mai però si era visto un deepfake di stampo culturale e a scopo didattico. Il merito è di una agenzia di comunicazione (la GS&P) che ha applicato questa tecnica di costruzione dei video con una intelligenza artificiale che impara analizzando migliaia di immagini di archivio della persona da replicare per poi creare l’algoritmo giusto: in questo caso seimila fotogrammi di Dalì sono stati digeriti per mille ore, circa una quarantina di giorni.

Il risultato è stato mixato con il corpo di un attore fisicamente simile a Dalì, che ha prestato la voce ricreando quel suo famoso accento misto fra spagnolo, francese e inglese. L’esperienza dicono che sia surreale e anche unica, perché ciascun visitatore vede qualcosa di diverso visto che entro certi limiti può interagire, fare domande e persino “scattarsi un selfie con il morto” come nell’ultima canzone di Daniele Silvestri.

 

 

Dalì sarebbe stato d’accordo? Non si sa, non ha lasciato nessun erede che potesse dire la sua, ma la Fondazione che porta il suo nome ha autorizzato l’esperimento che andrà avanti almeno fino al 2022. E lui del resto della morte diceva: “Ci credo, ma non nella mia. Spero che un giorno la gente di me dirà: è morto ma non del tutto. Quando sei un genio, non hai diritto di morire”.

Facebook ha chiuso 23 pagine in Italia per diffusione di false informazioni e violazione delle regole del social network. La decisione del social network è arrivata dopo aver accertato che le fanpage diffondevano bufale sui migranti e sui vaccini, oltre a messaggi antisemiti. In totale le pagine in questione avevano circa 2,5 milioni di follower. L’azione di Facebook è arrivata dopo la segnalazione di Avaaz, organizzazione non governativa attiva sul tema dei diritti umani, che il 3 maggio scorso aveva segnalato all’azienda di Manlo Park “numerose violazioni delle condizioni d’uso della piattaforma, come cambi di nome che hanno trasformato pagine non politiche in pagine politiche o partitiche; l’uso di profili falsi; contenuti d’odio (hate speech); comportamenti non autentici o di spam delle pagine”, scrivono in in una nota pubblicata oggi sul loro sito.

Nel report che Avaaz ha consegnato a Facebook ci sono diversi siti a scopo politico. Il più attivo, precisa l’organizzazione, “era ‘Vogliamo il movimento 5 stelle al governo’, 130 mila follower, pagina non ufficiale a sostegno del Movimento 5 Stelle”. Avaaz riporta anche qualche esempio di fake news condivisa, come la falsa citazione attribuita allo scrittore Roberto Saviano secondo la quale avrebbe detto che avrebbe ‘preferito salvare i migranti che le vittime italiane dei terremoti'”.

Frase che lo scrittore non ha mai pronunciato, ma la diffusione di questa bufala lo costrinse poi a negarne pubblicamente la paternita’. Altre pagine, come “Lega Salvini Premier Santa Teresa di riva” e “Noi Siamo 5 stelle”, sono state chiuse per aver fatto cambi di nome ingannevoli, trasformandosi da pagine di associazioni locali i pagine a scopo politico.

ZTE ha lanciato il primo smartphone 5G in Cina. AXON 10 Pro 5G è il cellulare di punta 5G e sarà presto disponibile anche in Finlandia e Austria. A fine marzo ZTE è diventato il primo produttore di telecomunicazioni a completare la connessione end-to-end 5G con i vettori in Cina.  Xu FengCEO di ZTE mobile devices, ha sottolineato che l’azienda ha presentato oltre 3.500 domande di brevetto 5G, tra cui migliaia relativi ai terminali. 

Basato sul nuovo standard di rete 5G, ZTE AXON 10 Pro 5G è stato aggiornato in termini di velocità di rete, efficienza operativa e di esperienza di gioco. Ha raggiunto la velocità di download di 2Gbps sotto la rete sperimentale 5G basata sulla tecnologia EN-DC in aprile. Inoltre, ha raggiunto la velocità di download di 100MB al secondo sotto la rete 5G all’evento di lancio.

Leggi anche: Il dossier sul 5G

Diverse le difficoltà tecniche incontrate, come la compatibilità elettromagnetica, il design dell’antenna, il consumo di energia e la dissipazione del calore. Per risolvere il problema dell’alta temperatura della CPU causata dal funzionamento a lungo termine ad alto carico, ZTE applica una tecnologia di raffreddamento a liquido e materiali termici a cambiamento di fase compositi, che permettendo alla CPU di operare a punti ad alta frequenza per lungo tempo. La batteria è da 4000 mAh e il processore è lo Snapdragon 855 con motore di accelerazione. 

Più di 300 studenti impegnati a sviluppare soluzioni su temi innovativi come smart city, efficienza energetica, salute, sicurezza, tutela delle opere d’arte, servizi pubblici digital e fact-checking. Queste sono alcune delle sfide che hanno caratterizzato hack.gov, l’hackaton per innovare la Pubblica Amministrazione organizzato da Agi Agenzia Italia in collaborazione con la Regione Campania e l’Università di Napoli Federico II con il patrocinio di AgID. Tutto si è svolto presso l’Apple Developer Academy durante lo scorso weekend. 

Ecco tutti i vincitori e le loro soluzioni tecnologiche.

 

Challenge 1 – ENI Challenge

Energy Efficiency

Tema della challenge: ai partecipanti è stato chiesto di sviluppare un progetto sul tema dell’efficienza energetica dando vita a soluzioni innovative per ridurre gli sprechi e consumi superflui nell’utilizzo quotidiano o in ambito mobilità 

Vincitori: 36h

Giulio Uzzi (Italia)

Alessio De Gaetano (Italia)

Tommaso Bernardi (Italia)

Maria Luna Ferraresso (Italia)

Federico d’Andolfo (Italia)

Descrizione: Ispirati dai movimenti ambientalisti abbiamo cercato una soluzione alla maggior causa dell’inquinamento: il trasporto individuale. Abbiamo trovato la soluzione ottimizzando un servizio esistente, il car sharing. Aggiungendo la possibilità di condividere la singola corsa aumentiamo la media persone/auto di 0,4 riducendo quindi le emissioni di CO prodotte dai car sharing di un ulteriore 25%.

 

Challenge 2 – AGI D-SHARE AGID Challenge

Factchecking

Tema della challenge: ai partecipanti alla challenge è richiesto di sviluppare un progetto inerente l’ideazione, progettazione funzionale, sviluppo tecnologico e lancio di uno strumento di tipo digitale per la rapida verifica di un fatto, di una dichiarazione o di una informazione di qualunque altro tipo.

Vincitori: WS

Ilya Virnik (Russia)

Ole Henrik Werger (Germania)

Serhii Parshyn (Ucraina)

Anton Zdasiuk (Ucraina)

Aleksei  Belousov (Russia)

Descrizione: Trustify è uno strumento complesso realizzato sotto forma di estensione per browser web. È facile da implementare, economico e può essere utilizzato da giornalisti professionisti o utenti ordinari. Basato sull’apprendimento automatico, valuta le notizie e i post sui social network per prevedere se un contenuto è vero o falso.

Challenge 3 – TIM W-CAP Challenge

Traffic, Urban Security and Pollution

Tema della challenge: Traffico, Sicurezza Urbana, Inquinamento, influiscono sul benessere del cittadino. Facciamo diventare Napoli, una “Smart Napoli Control Room”? Come? I dati della città devono essere a portata di click! La sfida è trovare una soluzione per migliorare la vita dei cittadini nella propria città.

Vincitori: mindTheGap

Guido Buonovino (Italia)

Vincenzo Di Fiore (Italia)

Ciro Faenza (Italia)

Carolina Carbone (Italia)

Domenico Ditale (Italia)

Descrizione: CityClick, è uno strumento operativo e una piattaforma diagnostica pronta per le PA. Utilizzando le API fornite da TIM, si possono tracciare su una mappa diversi dati in tempo reale al fine di consentire, se necessario, interventi tempestivi.

 

Challenge 4 – CISCO Challenge

Services in Large Urban Areas

Tema della challenge: La challenge consiste quindi nell’ideare, progettare e creare un prototipo di nuovi servizi pubblici digitali che possano migliorare la vita di più di 5 milioni di cittadini in una grande area metropolitana mediante l’impiego di tecnologie digitali quali: applicazioni mobili, IoT, reti wireless, tecnologie di collaborazione a distanza e di cybersecurity.

Vincitori: R-easy (Academy + Cisco)

Lello Marasco (Italia)

Marta Canadell Mayo (Spagna)

Fabrizio Pisacane (Italia)

Carlos Felipe Conceicao Fernandes (Brasile)

Vincenzo Gerelli (Italia)

Descrizione: grazie ad Apple Swift Language e Cisco Hardware abbiamo creato un SERVICE (composto da database, server e app) che spinge le persone a riciclare grazie al conferimento di vari premi accumulabili sull’app.

 

Challenge 5 – ALMAVIVA Challenge

Energy Sharing

Tema della challenge: Nella Sharing Economy è necessaria una comunità che condivida risorse. La tua idea di business deve identificare come attrarre gli stakeholder necessari per raggiungere il tuo obiettivo, dando valore alle risorse locali: industrie, amministrazioni pubbliche e persone. Come possono prendere parte all’ecosistema pensando alla comunità e alla sostenibilità?

Vincitori: Virtual Matters

Luigi Barretta (Italia)

Qinze Wang (Hong Kong)

Beyza Paksin (Turchia)

Shing Ngan (Cina)

Descrizione: SharEnergy App è una piattaforma che collega, in breve tempo, le persone che hanno bisogno con chi ne ha in più da condividere. Per far sì che ciò accada si costruisce una Share Station, di fronte a casa tua o al tuo business, che può caricare telefoni, computer, automobili e altro ancora. Le persone che condividono elettricità ottengono un reddito extra. Le aziende che condividono elettricità ottengono entrate extra che migliorano i flussi di gestione dei clienti. 

 

Challenge 6 – EAV Challenge

Improve the Security of the Stations

Tema della challenge: Quale può essere la soluzione più intelligente, avanzata e minimamente invasiva per migliorare la sicurezza nelle stazioni, così da poter contrastare gravi episodi di violenza o vandalismo?

Vincitori: The Green Marmellata

Youssef Donadeo (Italia)

Francesco Stabile (Italia)

Carmine Fabbri (Italia)

Giuseppe Sgrò (Italia)

Isidoro Rosario De Lucia (Italia)

Descrizione: Stazione Viva prevede l’uso di luci e suoni, attraverso sensori PIR, dimmer e switch Wi-Fi, per monitorare sia passeggeri che potenziali malintenzionati. Il tutto trasformando le stazioni in veri ambienti interattivi.

 

Challenge 7 – ERICSSON Challenge

Security of the masses / crowds

Tema della challenge: La sfida è trovare una soluzione per il controllo dell’afflusso e del deflusso di grandi masse di persone tramite accreditamento (grandi eventi e concerti, concorsi pubblici, elezioni..) e successivo controllo della posizione geografica. Tutto nel rispetto della privacy delle persone.

Vincitori: Storms The Revenge

Marco Tammaro  (Italia)

Raffaele Ascione (Italia)

Ciro Cefalo (Italia)

Vittorio Arianna (Italia)

Descrizione: L’ idea si basa sulla gestione della folla attraverso l’uso di droni dotati di telecamere termiche ad alta risoluzione collegate a un server centrale, tutto utilizzando la tecnologia 5G; i dati provenienti dai droni verranno elaborati da algoritmi di machine learning

 

Challenge 8 – SORESA Challenge

Healthcare system improvement

Tema della challenge: L’obiettivo della sfida è progettare una IT solution in grado di analizzare i dati sanitari e di rivelare strumenti adeguati per l’amministrazione della salute pubblica. 

Vincitori n°1: RedPanda

Sabato Francesco Longobardi (Italia)

Gaetano Bastone (Italia)

Giuseppe  Guida  (Italia)

Alessio Cremente (Italia)

Descrizione: Abbiamo sviluppato un’applicazione per gestire gli indici di riferimento LEA in modo intelligente e intuitivo. Predice, confronta e mette in correlazione gli indici tra di loro e tra quelli delle varie aziende ospedaliere. 

 

Vincitori n°2: Mambo N.5

Vincenzo Emmanuel Di Gennaro (Italia)

Antonio Elefante (Italia)

Fabrizio Pezzella (Italia)

Eleonora Della Porta (Italia)

Umberto Ciavattone (Italia)

Descrizione (ENG): Andante è una piattaforma che utilizza un’interfaccia semplice e accessibile per mostrare l’analisi dei dati complessi responsabili dell’indice LEA. 

 

Challenge 9 – Soresa AGID Regione Campania Challenge

Open procurement

Tema della challenge: La soluzione alla sfida vuole aiutare il governo a declinare i futuri appalti di innovazione nel migliore dei modi. La sfida consiste nello scoprire e nel porre in relazione i fabbisogni di innovazione (challenges) pubblicati sulla Piattaforma degli appalti di innovazione  https://appaltinnovativi.gov.it/ con quelli pubblicati su piattaforme di Open innovation regionali

Vincitori: Strong Paper (Academy + Cisco)

Hao Jie Wang Chen (Spagna)

Victor Socaciu (Romania)

Matheus Power (Brasile)

Joyce Loksee Ho (Australia)

Carlos  Guerra Yánez (Spagna)

Descrizione: Il nostro progetto consiste nel trovare relazioni e punti in comune tra le diverse sfide dell’open innovation allocate in diverse piattaforme. Tutto per risparmiare tempo a coloro che sono interessati a una determinata tipologia di challenge.

 

Challenge 10 – NTT DATA Challenge

Hack the Whale (Cyber Security)

Tema della challenge: L’hackathon è incentrato sul tema della Cyber Security. Organizzazioni sia pubbliche che private sono in cerca di persone di talento, capaci di difendere le loro infrastrutture di rete e di mettere a punto soluzioni innovative nel campo della sicurezza. 

Vincitori: HackMac

Christoph Bruckner (Austria)

Sanne Strikkers (Paesi Bassi)

Alessandro Scala (Italia)

Oleksii Titov (Ucraina)

Descrizione (ENG): Vincitori della sfida Hack The Whale catturando “una bandiera”: in questi due brevi giorni abbiamo imparato come usare Kali Linux, come attaccare i server web, come usare Command Line e come lavorare efficientemente insieme.

 

Challenge 11 – TECNO Museo di Capodimonte Challenge

Protection of artworks

Tema della challenge: La conservazione delle opere d’arte rappresenta uno degli obiettivi più importanti per le strutture museali. Si realizzi quindi una possibile soluzione che grazie al supporto di sensori sia in grado di prelevare e condividere informazioni, di registrare parametri come umidità, temperatura e prossimità e che infine sia in grado di inviare le informazioni tramite notifiche (app o web) agli operatori addetti.

Vincitori: Caterpillars

Gaetana Genghi (Italia)

Simone Autiero (Italia)

Domenico Sepe (Italia)

Salvatore Ambrosio (Italia)

Descrizione: Il sistema, costituito da sensori non invasivi, è centro di elaborazione e interfaccia di controllo ad uso del personale amministrativo e di sorveglianza. Elabora i dati ricevuti dai suddetti sensori mandando notifiche sullo stato delle opere al personale attraverso un’app.

 

Challenge 12 – WWF OASI Challenge

Stop the loss of biodiversity

Tema della challenge: La sfida parte dalla premessa che il coinvolgimento degli individui nella conservazione della biodiversità può innescare un effetto di rete, amplificando l’impatto delle micro-attività a livelli tali da contribuire efficacemente alla lotta contro la perdita di biodiversità. L’obiettivo, nello specifico, è contrastare il fenomeno degli incendi boschivi in modo più efficace.

Vincitori: Memento Duo (Academy + Cisco)

Massimiliano Mazzaro (Italia)

Isabel Sánchez Insa (Spagna)

Santiago Bergs Fernández De Bobadilla (Spagna)

Evangelina Becerra Rodero (Spagna)

Luca Marino (Italia)

Descrizione: Camp Fire è un’app per tutti coloro che amano la natura. Offre sfide e premi basati sulla cultura dello scouting e sulle sue buone pratiche nelle aree naturali. La nostra app ha anche lo scopo di ottenere dati in tempo reale sull’ambiente coinvolgendo i cittadini per conservare la biodiversità e prevenire gli incendi.

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