Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Come in una battaglia navale d’altri tempi, una volta la potenza di una casa produttrice di smartphone si valutava nello scontro tra ammiraglie.

Oggi il mercato è cambiato – sarà colpa della pandemia o più probabilmente della saturazione della fascia premium – e lo scontro si è fatto più aspro che mai nella della fascia media, quella, per intenderci, che gravita tra i 350 e i 500 euro.

In questo segmento – al netto delle manovre di Apple che come al solito gioca una partita tutta sua – si è fatta notare nelle scorse settimane la presentazione di OnePlus Nord, un device bello e performante che sarà in vendita dal 4 agosto, e oggi piomba con prepotenza Google con il Pixel 4a.

Lo scorso anno il Pixel 4 si era presentato con alcune feature interessanti e per certi versi rivoluzionarie, ma il prezzo era ancora decisamente troppo alto per non preferirgli uno Huawei o un Samsung top di gamma. Ora invece – ma in realtà dal 1 ottobre – Google ha deciso di entrare a gamba tesa sul mercato di fascia media con uno smartphone che offre due atout non di poco conto: una fotocamera con una buona intelligenza artificiale e soprattutto aggiornamenti costanti che permettono al telefono di migliorare nel tempo. Tutto a un prezzo accessibile: 389 euro.

La fotocamera è la stessa del Pixel 4 con HDR+, controlli per la doppia esposizione, modalità ritrattoscatto migliore, foto notturna con – suona divertentissimo – astrofotografia e la stabilizzazione video.

Il display è molto contenuto: un 5,8 pollici oled che si estende da bordo a bordo in cui è integrata la fotocamera anteriore. Modesto il taglio di memoria – 128 GB di spazio di archiviazione che evidentemente conta sul Drive di Google – e 6 GB di RAM. La presenza del jack per cuffie da 3,5 mm lascia supporre che non sia a prova di (breve) immersione nell’acqua.

Nonostante la batteria sia di appena 3140 mAh, promette 24 ore di lavoro intenso senza ricaricare.

Per i colori, a Mountain View devono essersi ispirati alla Model T di Ford: il Pixel 4 è disponibile in qualunque colorazione purché sia nero, ma in compenso offre sfondi personalizzati, che giocano graficamente con il foro della fotocamera anteriore.

Il mercato degli smartphone sa essere bizzarro. È dominato da variabili controllabili – basti pensare all’impatto che il bando all’uso dei servizi di Google ha avuto sulle vendite di Huawei e a come questo stia portando alla creazione di un terzo ecosistema accanto a quello di Apple e Android – e da fattori psicologici totalmente imprevedibili. O forse immaginabili nella mente di qualche visionario del marketing, come quello che ormai sette anni fa si inventò un sistema per il quale migliaia di persone facevano quasi a botte per aggiudicarsi un telefono di cui non si sapeva praticamente niente.

Il mercato degli smartphone sa mitizzare un marchio come OnePlus – per l’appunto quelli che riuscivano a vendere a scatola chiusa telefoni di cui non si sapeva nulla – e poi accantonarli, renderli obsoleti, poco divertenti, o, per usare parole che vanno di moda in certi ambienti, proni all’omologazione mondialista.

Che cosa sta succedendo a OnePlus

OnePlus aveva smesso di stupire. Dal modello 6T del suo smartphone aveva continuato a produrre ottime macchine – fatte utilizzando il meglio della tecnologia disponibile, proponendola a prezzi ragionevoli e con un design accattivante – ma ormai erano in tanti a competere su quello stesso campo. Persino all’interno della Bbk, la casa madre cui fanno capo nuovi protagonisti del mercato come Oppo e realme, un tempo confinati nella fascia medio-bassa e ora lanciati all’assalto delle ammiraglie di marchi come Huawei e Samsung come nemmeno nella battaglia delle Midway.

OnePlus continua ad assicurare che le sue vendite vanno alla grande, ma il ridimensionamento degli uffici in Europa e lo spostamento del quartier generale a Helsinki ci raccontano un’altra storia. Può essere colpa della contrazione del mercato dei cosiddetti flagship, può essere colpa dall’epidemia, fatto sta che – al netto del curioso caso della fotocamera che riprende attraverso la plastica – il marchio di Pete Lau aveva smesso di stupire.

E quando non si hanno più nuove idee – perché la tecnologia quella è e non ha senso spingere ancora oltre – l’unica soluzione è lanciarsi alla conquista di nuovi territori. Quegli stessi che magari, fino a poco tempo prima, si sono un po’ snobisticamente disdegnati, perché l’ambizione era quella di essere e restare il marchio più cool sul mercato Android. E OnePlus è sempre stata assente da una fascia molto popolosa anche se non ricca quanto quella dei flagship: quella dell’acquirente medio, fatta di ragazzini, curiosi di tech ma non troppo, giovani donne e gente che non vuole complicarsi la vita con telefoni che fanno cose che non si utilizzeranno mai.

Come è fatto OnePlus Nord

Così Pete Lau ha messo i suoi al lavoro e, con un battage di marketing che ricorda tanto i tempi d’oro dell’esordio, OnePlus ha sfornato Nord, il primo prodotto della sua nuova linea di fascia media. Tradotto in soldoni: ottimi telefoni che costano meno di 500 euro. In un caso – a condizione di rinunciare a un po’ di memoria, anche meno di 400. E OnePlus torna a sparigliare le carte, come ai bei vecchi tempi.

Nord è pensato per l’uso quotidiano: un sistema di fotocamere diversificato, una user experience fluida e la qualità OnePlus, che non si mette in discussione. Alimentato dal processore Qualcomm Snapdragon 765G, è innanzitutto uno smartphone 5G, anche se la rete di ultima generazione in Italia è a carissimo amico e con questi chiari di luna non si sa quando sarà realmente utile.

Presentando il telefono è stato lo stesso Pete Lau a evidenziarne i punti di forza: Display a 90 Hz, interfaccia OxygenOS e la rticarica Warp Charge 30T.

Il Nord è dotato dello stesso sensore Sony IMX586 da 48 MP di OnePlus 8, una fotocamera ultra grandangolare da 8 MP, una fotocamera macro e un sensore di profondità per offrire un’esperienza fotografica versatile e diversificata. La modalità Nightscape, disponibile sia sull’obiettivo principale posteriore che sull’ultra-grandangolare, scatta fino a nove immagini diverse a diverse esposizioni, intrecciandole insieme in pochi secondi per produrre foto più nitide, luminose e intense in condizioni di scarsa illuminazione.

È anche il primo smartphone OnePlus a essere dotato di una doppia fotocamera frontale: una principale da 32 MP e una ultra-grandangolare da 8 MP che offre un campo visivo da 105 gradi, per i selfie di gruppo.

Il display è un Amoled da 6.44″ con un refresh rate a 90 Hz per garantire fluidità con 1.048 livelli di luminosità automatica per un aggiustamento automatico.

OxygenOS 10.5, il software di OnePlus, offre la modalità Dark Mode, la Zen Mode, e un set completo di opzioni di personalizzazione che permettono agli utenti di modificare tutto, dalle forme delle icone alle animazioni delle impronte digitali.

La ricarica veloce è assicurata dal Warp Charge 30T di OnePlus, per portare la batteria da 4.115 mAh da scarica al 70% in mezz’ora anche mentre si sta sui social o si gioca. Utilizzando il machine learning, cambiain modo intelligente il modo in cui il telefono si ricarica durante la notte per ridurre la quantità di tempo che trascorre al 100%, migliorando così la salute della batteria.

Il Nord viene venduto in due configurazioni: nella versione 8GB+128GB nei colori Blue Marble e Gray Onyx al prezzo di 399 euro e nella versione 12GB+256GB nei colori Blue Marble e Gray Onyx al prezzo di 499 euro.

Oltre al, OnePlus ha anche lanciato i suoi primi auricolari true-wireless, OnePlus Buds che grazie alla tecnologia Warp Charge, con una ricarica di 10 minuti offrono 10 ore di autonomia. Costano 89 euro.

 

 

 

 

Funambolo TikTok. L’applicazione sta cercando un equilibrio tra mercato internazionale e cinese, tra cassa e politica, fra trasparenza e censura. La strategia è chiara: rifarsi una verginità in Europa e Stati Uniti senza inimicarsi Pechino. Il manichino su cui cucire questo abito double face c’è già.

Un unico sviluppatore, ByteDance, controlla due app uguali ma con rigidità censorie differenti: Douyin in Cina, TikTok nel resto del mondo. Passare dal disegno alla realizzazione del vestito su misura, però, non sarà semplice. ByteDance ci sta lavorando.

India no, Stati Uniti forse

Nell’hardware, le filiere di Cina e occidente sono intrecciate. Produzione e mercati di sbocco non possono fare a meno l’una degli altri. Nei servizi, invece, c’è ancora una forte distinzione per aree di influenza. Facebook, Twitter e Google non sono ammessi da Pechino e le app cinesi non sono riuscite a imporsi oltre i propri confini. La principale eccezione è proprio TikTok, la cui proprietà ha sede nel distretto di Haidian.

Anonymous ha raccomandato di “cancellarla subito”, perché “di fatto sarebbe un malware gestito dal governo cinese per eseguire un’operazione massiva di spionaggio”. La prima a muoversi è stata l’India. Dopo gli scontri al confine tra i due eserciti, il Paese ha bandito l’applicazione (assieme ad altre 58) per questioni di “sicurezza nazionale”: c’è il timore che raccolgano dati per il governo cinese. Le stesse preoccupazione hanno spinto il segretario di Stato Usa Mike Pompeo a “valutare il bando”.

ByteDance, operazione internazionale

India e Stati Uniti non sono due mercati qualsiasi per TikTok: sono i più importanti fuori dalla Cina. Ecco allora la volontà di darsi una lucidata. A parole, lo ha sempre fatto: ByteDance ha parlato di accuse infondate e negato qualsiasi rapporto con Pechino. Adesso però serve altro.

A maggio, alla guida della società è arrivato un americano, Kevin Mayer: dopo una carriera in Walt Disney, è stato nominato ceo di TikTok e coo di ByteDance. I vertici della società hanno assicurato che i dati non vengono conservati in Cina e, secondo il Wall Street Journal, la capogruppo starebbe pensando di stabilire una nuova sede all’estero e di modificare la propria struttura, con un consiglio di amministrazione dedicato esclusivamente all’attività internazionale.

Hong Kong: TikTok e Douyin app siamesi

Tutte le mosse vanno nella stessa direzione: non basta più sdoppiare TikTok e Douyin; serve distinguerle. È coerente con questa strategia anche la sospensione delle attività a Hong Kong: una pausa per capire se la legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino abbia un impatto sulla libertà d’espressione.

Se altre altre società (Facebook, Twitter, Google) hanno fatto lo stesso a cuor leggero (visto che sono già vietate in Cina), per TikTok la mossa non era scontata. Il percorso di sdoppiamento punta al mercato internazionale ma non può pregiudicare gli equilibri interni. Inimicarsi il partito non sarebbe proprio il top della comodità.

ByteDance ha scelto la strada del rischio calcolato: lasciare Hong Kong è anche (se non esclusivamente) un messaggio: siamo indipendenti dalla Cina. Pechino potrebbe non aver gradito, ma dal punto di vista commerciale TikTok non rischia nulla. Douyin prosegue le attività sia in Cina che a Hong Kong

. Sebbene – come riferisce Reuters – non ci sia la volontà di sostituire la versione internazionale con quella cinese, il ceo di ByteDance ha affermato che “ci sono molti utenti di Douyin” nell’ex colonia britannica. In breve: la società guidata da Zhang Nan sacrifica (peraltro solo in parte) un mercato minuscolo come Hong Kong e usa la leva della libertà d’espressione per convincere India, Stati Uniti ed Europa.

Trasparente ma non troppo

La strategia delle app siamesi emerge anche nel “Rapporto sulla Trasparenza”, con il quale TikTok pubblica (ogni sei mesi) quanti contenuti sono stati rimossi e quante richieste di accesso ai dati ha ricevuto dalle autorità di ciascun Paese. Nato per dire che “non abbiamo nulla da nascondere”, il rapporto finisce proprio per sottolineare la doppiezza di ByteDance.

Perché da questa “operazione verità” è esclusa la Cina. Tra il primo luglio e il 31 dicembre, sono arrivate 302 “richieste legali di informazioni relative a utenti” dall’India (nove su dieci accolte), cento dagli Stati Uniti, 16 dal Giappone, 15 dalla Germania. Cinque anche dall’Italia, cui TikTok ha risposto solo in una caso. Zero da Hong Kong. I numeri, in ogni caso, sono minimi se confrontati con la quantità di richieste che arriva a una piattaforma come Facebook. Solo per fare un confronto: nello stesso periodo (il secondo semestre 2019), a Menlo Park sono arrivate 241 richieste da Hong Kong, 2.368 dall’Italia e 51.121 dagli Usa. Questione di stazza, certo. Ma anche Twitter (che ha meno utenti di TikTok) riceve più richieste: nel primo semestre 2019 (l’ultimo periodo disponibile) 2120 dagli Stati Uniti, 66 dall’Italia e tre da Hong Kong. 

Un fatturato, due sistemi

Nel rapporto sulla trasparenza spicca però l’assenza della Cina. E non perché non abbia presentato richieste ma per un’altra ragione: Douyin è un’app distinta, che quindi non rientra nelle statistiche di TikTok. Ha una concezione di trasparenza diversa. Così, proprio mentre la legge sulla sicurezza nazionale fa tramontare la dottrina “un Paese, due sistemi” (che riconosceva autonomia a Hong Kong), ByteDance si ritira dall’ex colonia per rilanciarne la versione commerciale: due app, due sistemi, un solo fatturato.

AGI – Quando si prova a ipotizzare quali siano le tendenze tecnologiche, l’orizzonte non è certo quello di un semestre. Questa volta ad Accenture è toccato fornire una seconda edizione delle sua Technology Vision 2020, riformulando le previsioni di gennaio. Già questo è un indice di quanto l’accelerazione digitale impressa dal coronavirus sia stata forte.

Tanto forte da creare uno “scontro”, ha spiegato Valerio Romano, intelligent cloud & engineering director di Accenture. Si è passati dal techlash (termine spuntato sull’Economist tre anni fa per indicare la disillusione nei confronti dell’entusiasmo digitale) al “tech-clash”: un “disallineamento” tra i valori delle persone e i modelli tecnologici. “Le aziende che non sapranno gestirlo si troveranno ad affrontare un clima di sfiducia e insoddisfazione crescente da parte dei consumatori”. Quelle che invece ambiscono a superarlo, dovrebbero cavalcare queste cinque tendenze.

I cinque trend tecnologici del 2020

Le aziende avranno bisogno di creare esperienze personalizzate, che diano agli individui maggior potere decisionale. “Questo modello trasforma spettatori passivi in attori attivi e partecipi”, afferma Accenture. Cinque imprese su sei ritengono che, per vincere la concorrenza nel prossimo decennio, le organizzazioni debbano trasformare il proprio rapporto con i clienti e renderli partner. È quello che il rapporto ha definito “The I in Experience”.

“AI and Me”: l’intelligenza artificiale potrebbe diventare lo strumento in grado di far emergere il pieno potenziale delle persone. Analizzando il quadro post Covid, sono emersi “i vantaggi della collaborazione tra uomo e AI”. Nel settore sanitario e non solo.

Sta cambiando “il concetto di proprietà di un prodotto”. Non è una questione politica ma economica e tecnologica: un prodotto connesso muta di continuo perché aggiornato di continuo. L’emergenza sanitaria sta aumentando notevolmente il bisogno di oggetti e servizi intelligenti. Il possibile squilibrio tra connettività e privacy è destinato a emergere con grande forza. “Le imprese devono pensare a come introdurre nuove funzionalità nei propri dispositivi senza oltrepassare i limiti”: è il “Dilemma delle Smart Things”.

I robot non operano più solo all’interno dei magazzini e il 5G sta per diventare quel grande acceleratore di cui si parla da tempo. È la tendenza definita “Robots in the Wild”. Con le persone costrette a casa (prima) e la nuova normalità del distanziamento sociale (adesso), i robot sono usciti dai confini tradizionali e sono stati impiegati più velocemente di quanto si sarebbe potuto immaginare. “Ogni azienda deve quindi ripensare il proprio futuro attraverso le lenti della robotica”.

Le imprese possono accedere a una quantità senza precedenti di tecnologie, che vanno dal quantum computing all’AI fino alla blockchain. Già prima del Covid, il 76% dei dirigenti intervistati evidenziava come, per innovarsi alla velocità richiesta dal mercato, le aziende dovessero adottare con urgenza nuove modalità di azione. Dovrebbero avere un “Innovation Dna”. L’accelerazione ha dato immediata concretezza a questa prospettiva.

Benasso (Accenture): “Paradigmi superati”

“Abbiamo toccato con mano che molte attività possono essere fatte con modalità diverse”, spiega Fabio Benasso, presidente e amministratore delegato di Accenture Italia. “Abbiamo capito che molti paradigmi possono essere superati”. È stato un momento di “forte discontinuità”, che ha rivelato il potenziale di settori e tecnologie, facendo emergere allo stesso tempo “alcune fragilità correlate alla parziale digitalizzazione del nostro ecosistema”. Concordano i rappresentanti di due settori molto diversi, collegati in videoconferenza alla presentazione delle Technology Vision 2020: Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, e Gabriele Tubertini, direttore sistemi informativi e organizzazione di Coop Italia.

Capasa (Camera della moda): “Il digitale resterà”

La crisi c’è e si sente tutta: secondo Capasa, la moda accuserà un calo dei profitti 2020 attorno al 30%. Ma il lockdown avrebbe anche innescato alcune tendenze di produzione e consumo positive. “Si tende a comprare prodotti più durevoli, con i brand di alta gamma che stanno recuperando più velocemente del fast fashion”. L’emergenza sanitaria ha poi insegnato a “combinare diversi strumenti tecnologici”. La prossima Milano Fashion Week sarà “digital”. Passerelle, collezioni ed eventi in videoconferenza e con il supporto della realtà virtuale. Alcune delle innovazioni emerse come necessità tenderanno a rimanere. A settembre, infatti, la settimana della moda sarà fisica ma, assicura Capasa, “conserverà una forte componente digitale”.

Tubertini (Coop): “E-commerce tendenza da confermare”

La grande distribuzione è tra i settori che ha risentito meno del lockdown. La spesa online, fino a qualche mese fa componente marginale, è diventata un’abitudine per molti utenti. Ma proprio chi osserva quel mercato dal vicino si dimostra cauto. “Esaurita l’onda, il volume di acquisti online è rimasto leggermente superiore” al periodo pre-lockdown, spiega Tubertini. Ma adesso c’è “una grande sfida” da affrontare nei prossimi mesi: “Se riusciremo a investire in maniera corretta, garantendo l’occupazione, certi comportamenti rimarranno”. Ma se economia e occupazione dovessero perdere ulteriore terreno, “i consumatori saranno più attenti alla convenienza che al servizio”.

Tradotto: se ci saranno pochi soldi in tasca, la priorità sarà risparmiare. Con o senza e-commerce. Il Covid, inoltre – sottolinea Tubertini – non ha spazzato via la singolarità del mercato italiano, fatto di tanti piccoli comuni e caratterizzato dalla frammentazione dei prodotti alimentari, che cambiano da regione a regione. “Nel food&grocery non bisogna commettere l’errore di focalizzarsi solo sulle performance che l’e-commerce ha avuto durante la pandemia. Il vero tema è la sostenibilità del canale”. Cioè non quanto incassa ma quanto guadagna: “Bisogna essere iper efficienti”.

Il futuro della gdo è nei dati

L’e-commerce è un argomento centrale. Ma per Tubertini, nella grande distribuzione il vero cambiamento è stato un altro, meno visibile ma più univoco. La tecnologia permette di sfruttare i dati con costi minori e anche su superfici ridotte. E “la pandemia ha spinto questo tipo di approccio”. “Abbiamo fatto dei test per misurare la densità e la distanza in alcuni reparti”, afferma il direttore sistemi informativi e organizzazione di Coop Italia. È stata un’esigenza di sicurezza, ma la stessa tecnologia “nei prossimi mesi prossimi sarà applicata per altri obiettivi”. Cioè per capire meglio il comportamento dei clienti, offrire servizi migliori e vendere. Tra le innovazioni destinate a rimanere c’è anche il sistema di prenotazioni, “particolarmente gradito” durante il lockdown. Serviranno investimenti. “Ma se le idee ci sono, si trovano”.

AGI – La start up italiana Nanohub, attiva nel campo delle nanotecnologie, ha brevettato il primo filtro al mondo per i sistemi di trattamento aria indoor in grado di inattivare il Sars-CoV-2. La tecnologia applicata – informa una nota – in soli 10 minuti inattiva un’elevata carica virale infettiva (15.000 particelle infettive di partenza) del Sars-CoV-2 di oltre il 98,2%; in 20 minuti di oltre il 99,8%, fino ad arrivare al 100% in 30 minuti.

L’efficacia del filtro è stata testata nel laboratorio guidato da Elisa Vicenzi, capo dell’Unità di Patogenesi Virale e Biosicurezza dell’Ospedale San Raffaele di Milano, che isolò e studiò il coronavirus della Sars dal 2003 al 2008.

Il filtro ideato e brevettato da Nanohub – si afferma – si compone di un reattore fotocatalitico di ultima generazione e da un tessuto antibatterico e antivirale. L’azione congiunta dei componenti permette di sanificare l’aria, raggiungendo gli obiettivi di contenimento e rallentamento della trasmissione del virus.

Nell’applicazione della tecnologia di sanificazione dell’aria negli ambienti indoor, tutte le reazioni si generano sul filtro e solo le sostanze nocive presenti in aria, compresi i virus, vengono distrutte e/o inattivate, mentre nessun danno è prodotto per le persone presenti nell’ambiente.

A differenza delle altre soluzioni di sanificazione dell’aria utilizzabili in presenza di persone e disponibili oggi sul mercato la soluzione di Nanohub è l’unica ad essere stata testata sul Sars-CoV-2 e non “trattiene” il virus, ma ne inibisce completamente la carica infettante. Grazie a questa sostanziale differenza, l’efficacia e la sicurezza del filtro Nanohub è la massima oggi disponibile al mondo.

AGI – L’utilizzo della guida autonoma anche per il trasporto pesante non è una novità, almeno a livello sperimentale. La startup TuSimple, una testa a San Diego e l’altra a Pechino, appare però come l’unica compagnia pronta all’applicazione commerciale su larga scala di queste tecnologie. La concorrente più importante, la Waymo di Alphabet, casa madre di Google, si sta concentrando al momento su minivan che percorrono brevi tragitti. TuSimple punta invece sulle lunghe distanze.

Al momento l’azienda ha solo 40 mezzi (altri 10 verranno aggiunti entro fine anno) e la rotta più estesa che copre è Phoenix-Dallas, mille miglia. Nondimeno per TuSimple ciò è sufficiente per proclamare la propria flotta “la prima al mondo con una rete per la guida autonoma”. E “rete” è la parola chiave per comprendere perche’ TuSimple sia valutata un miliardo di dollari, abbia attratto investitori come la Berkshire Hataway di Warren Buffet e abbia già tra i suoi 22 clienti le maggiori società di logistica Usa, come Ups e Us Xpress. 

Il vero business non è la guida autonoma

Il vero vantaggio di salire per primi sul treno di TuSimple è la possibilità di influenzare, con le proprie commesse, le rotte che verranno mappate digitalmente e finiranno per costituire la base dell’intero business, una volta sviluppato. 

Il presidente di TuSimple, Cheng Lu, lo spiega cosi’ a ReCode: “Immagina se avessi potuto aver voce in capitolo, al tempo, su dove sarebbero stati costruiti i binari ferroviari e scegliere di farli porre esattamente di fronte alla porta di casa tua. Da fornitore, non ti darebbe un grosso vantaggio?.

I piani di TuSimple appaiono inoltre più concreti di quelli della concorrenza perché si appoggiano su un programma di espansione quadriennale molto preciso. Al momento attiva nel Sud Ovest, l’azienda intende coprire l’intero meridione degli Stati Uniti, da Los Angeles alla Florida, entro il 2023 per poi estendersi all’intera nazione l’anno successivo.

La forte preoccupazione del sindacato

Se l’obiettivo finale è un’intelligenza artificiale abbastanza sofisticata da gestire in autonomia una vasta gamma di sensori, telecamere e segnali lidar e radar, per il momento tutti i mezzi di TuSimple avranno a bordo un autista in carne e ossa nel caso qualcosa vada storto. Nondimeno lo storico sindacato dei camionisti, L’International Brotherhood of Teamsters, è già molto preoccupato per l’avvento di una società il cui marketing propone slogan come: “Che succederebbe se creassimo un conducente virtuale che non beve mai, non sta mai al telefono e non si stanca mai?”. Secondo il Bureau of Labor Statistics, sono a rischio quasi 500 mila dei due milioni di posti di lavoro impiegati nel comparto.

Kara Deniz, portavoce dei Teamsters, ha espresso a ReCode la preoccupazione che l’introduzione di queste tecnologie costringa i camionisti a turni piu’ lunghi e pause minori. E non è l’unico problema.

“Nessuna di queste compagnie tiene conto della realtà della guida o dimostra una comprensione dell’industria dalla prospettiva di qualcuno che fa davvero questo lavoro”, spiega ancora Deniz, portavoce dei Teamsters. Il dubbio è come si possa comportare un’intelligenza artificiale di fronte a evenienze come la necessità di rapportarsi con le forze dell’ordine, gestire problemi relativi al carico o prestare soccorso su strada alle vittime di un eventuale incidente.

AGI – I ricercatori della Freie Universität di Berlino e ITA RWTH Aachen, due delle più rinomate istituzioni accademiche specializzate in virologia e industria tessile, hanno confermato l’efficacia della nuova tecnologia auto disinfettante che, una volta applicata su tessuti o superfici è capace di distruggere definitivamente il coronavirus. Questa tecnologia, sviluppata dall’azienda d’igiene svizzera Livinguard riesce a distruggere ininterrottamente i virus espirati, compreso il 99.9% del SARS-CoV-2 (il virus che causa il COVID-19).

Questi risultati scientifici coincidono con quelli ottenuti a Tucson dall’Università dell’Arizona: una similitudine particolarmente importante, soprattutto in questo momento in cui la maggior parte dei Paesi sta gradualmente uscendo dal lockdown e la popolazione ha sempre più voglia di un ritorno alla normalità.

“Tutti gli Stati si stanno mobilitando per rilanciare l’economia e in questo panorama la tecnologia giocherà un ruolo fondamentale nella protezione della salute e del benessere. Le nostre mascherine forniscono una protezione che risponde alle odierne necessità” ha affermato Sanjeev Swamy, Fondatore e CEO di Livinguard. “Quello che ci rende particolarmente contenti è che questa tecnologia risulti essere efficace per la protezione della popolazione nello svolgimento delle attività quotidiane: dall’areo ai mezzi pubblici. Ci auguriamo così di poter aiutare i diversi paesi e le autorità, accelerando e facilitando la riapertura, sempre garantendo la massima sicurezza per tutta la popolazione”. 

“Le nostre ricerche provano che i tessuti con cui sono composte queste mascherine possono rendere inattivi i virus espirati risultando in questo modo ancora più sicure anche da maneggiare” afferma Uwe Rösler dell’Istituto d’igiene animale e ambientale. “Inoltre, questi innovativi tessuti potrebbero contribuire a ridurre molte problematiche igienico-sanitarie anche al di fuori degli ambiti medici e specifici del COVID-19”.

Oltre alle mascherine, la tecnologia d’igienizzazione costante Livinguard può essere applicata su qualsiasi tessuto e su numerose altre superfici, premettendone l’utilizzo in innumerevoli settori: da quello medico-sanitario, a quello dell’igiene personale, ai filtri d’aria per gli impianti e molto altro.

“Basta immaginare ai grandi vantaggi che le compagnie aeree possono trarre dalla nostra tecnologia applicandola a tutto l’ambiente interno: dai sedili ai tavolini pieghevoli assicurando così che virus e batteri possano essere eliminati e se ne prevenga il diffondersi.” afferma Sanjeev Swamy. “Questo non solo potrà portare dei benefici per la sanità pubblica ma anche una notevole efficienza in pulizia e disinfezione per tutte le aziende”.

Come funziona la tecnologia Livinguard

Il principio alla base della Livinguard technology è quello di applicare una carica positiva a livello molecolare sulle superfici dei tessuti. Quando i microbi entrano in contatto con queste cariche positive, le cellule microbiche, che hanno carica negativa, vengono eliminate, portando così alla distruzione permanente dei microorganismi. A differenza di alternative a base metallica come l’argento, lo zinco o il rame che possono essere dannose per l’ambiente e che, se applicate sulle mascherine, possono avere delle implicazioni sulla salute, la tecnologia Livinguard è risultata sicura sia per la pelle che per i polmoni.

Inoltre, la tecnologia Livinguard ha un’efficacia distruttiva continua e permette di riutilizzare le maschere per più di 210 volte, senza compromessi in sicurezza ed efficienza

AGI – Intelligente, sicura e connessa: arriva Narvalo Urban Mask, la prima mascherina protettiva FFP3 dotata di una valvola intelligente ad espirazione facilitata, capace di interagire con l’ambiente interno ed esterno e di dialogare con lo smartphone.

Realizzata in tessuto 3D, la Narvalo Mask è traspirante, lavabile, idrorepellente e antistrappo, secondo l’azienda produttrice filtra il 99,9% degli agenti inquinanti oltre a virus, batteri, polveri ed odori, grazie allo strato in carbone attivo. È dotata di una valvola di espirazione per massimizzare il deflusso d’aria ed evitare accumuli di calore e umidità all’interno.  Un tappo “anti-Covid”, se applicato, blocca la fuoriuscita di goccioline anche durante l’espirazione.

Accanto alla mascherina, c’è la Narvalo App (disponibile per iOS e Android dal 10 luglio) che, grazie al GPS dello smartphone, è in grado di restituire un quadro molto chiaro sulla qualità dell’aria respirata durante il proprio tragitto, mostrando la differenza dell’aria che si respira con o senza la maschera. L’app è scaricabile e utilizzabile da chiunque, con l’obiettivo di fare prevenzione e sensibilizzare le persone sulla qualità dell’aria delle città in cui vivono.

Per la fine dell’anno è inoltre previsto il rilascio della versione “Active” della maschera, ancora più tecnologica poiché equipaggiata con una valvola elettronica dotata di una ventola di estrazione intelligente e di sensoristica a bordo. La maschera diventerà così un device IoT di ultima generazione che permetterà di monitorare dati come la temperatura e l’umidità in maschera nonché i pattern respiratori dell’utente, garantendo sempre più sicurezza e comfort in diversi ambiti.  

A creare la Narvalo Urban Mask è la startup omonima, spin-off del Politecnico di Milano che unisce know how e manifattura 100% Made In Italy: nata alla Scuola del Design del Politecnico di Milano, sviluppata grazie al programma Switch2Product di PoliHub, e realizzata in collaborazione con BLS, azienda italiana con sede a Cormano specializzata da oltre cinquant’anni nella produzione di dispositivi di protezione delle vie respiratorie.

“Quello di Narvalo è un progetto che racconta l’importanza della collaborazione tra imprese e università a livello di trasferimento di competenze e ricerca applicata, che mette insieme manifattura di qualità, know how e tecnologia, per realizzare un prodotto che non ha eguali”, spiega Venanzio Arquilla, Professore del Politecnico di Milano e Presidente di Narvalo. ”Siamo orgogliosi di quanto siamo riusciti a realizzare: la Narvalo Urban Mask ha anche un obiettivo sociale di sensibilizzare maggiormente le persone, soprattutto i più giovani, sul problema dell’inquinamento”.

“Ancor prima dell’emergenza sanitaria, a inizio anno abbiamo testato la maschera coinvolgendo un campione di cinquanta persone tra camminatori, runner e ciclisti, per ottenere feedback su usabilità, funzionalità ed estetica. In seguito alla pandemia, il nostro progetto ha trovato nuove motivazioni e una utilità oggettivamente riconosciuta”, aggiunge Ewoud Westerduin, co-founder e Head of Design di Narvalo.

La startup sta lavorando anche guardando con attenzione all’economia circolare: obiettivo di Narvalo è infatti avviare un ciclo virtuoso per ritirare i filtri dismessi e destinarli ad usi secondari.

AGI – La svolta, per un marchio come OnePlus, non è da poco: abbandonare la totale dedizione ai cosiddetti ‘flagship killer’ per includere nella propria offerta anche telefoni economici. Un po’ un ritorno alle origini, perché il marchio cinese era nato con l’idea di mettere a disposizione il meglio dell tecnologia disponibile a un prezzo competitivo rispetto ai marchi più blasonati. Come? Azzerando i costi di distribuzione nelle grandi catene, innanzitutto, e coinvolgendo a una community di entusiasti smanettoni nelle fasi di miglioramento del prodotto.  

Il gioco, però – in una realtà complessa e affollata come quella degli smartphone di fascia alta, dove a fare concorrenza agli OnePlus ci si sono messi pure gli altri marchi della famiglia Bbk come Oppo e realme – non poteva durare a lungo e così OnePlus ha dovuto rivedere le proprie stategie e ampliare il portfolio smartphone con una nuova linea di prodotti: OnePlus Nord. Un modo per rispondere anche al feedback della community di utenti, che ha espresso un forte desiderio per uno smartphone più accessibile che incorpori gli elevati standard di prodotto e di esperienza utente tipica dei flagship.

Pete Lau, fondatore e CEO di OnePlus, non parla di crisi del mercato né di vendite sotto le aspettative degli ultimi modelli, quanto piuttosto di “un nuovo entusiasmante capitolo”. “Si tratta anche di sfidare noi stessi e di andare oltre la nostra zona di comfort. Siamo immensamente orgogliosi dei nostri flagship e continueremo a crearne per i nostri utenti. Ora siamo entusiasti di condividere l’esperienza OnePlus con un numero ancora maggiore di utenti in tutto il mondo attraverso questa nuova linea di prodotti” dice. 

Il primo dispositivo della linea OnePlus Nord sarà disponibile in Europa e in India. Un numero selezionato di utenti in Nord America avrà la possibilità di sperimentare il nuovo dispositivo attraverso un programma beta molto limitato dopo il lancio

Disponibilità e prezzi saranno resi not in seguito, al culmine di una campagna molto intensa – anche questa ricorda i primi passi dell’azienda – condotta sull’account Instagram ufficiale di OnePlus Nord (@oneplus.nord).

AGI – Dicembre 2018: Sundar Pichai si presenta davanti al Congresso, che (in modo non sempre competente) interroga il ceo di Google su privacy e censura.Pichai se la cava bene (salvo qualche balbettio sul progetto Dragonfly, il motore di ricerca a misura di Cina). Ma da quella tornata di audizioni, ha riservato maggiore attenzione alle impostazioni sulla privacy, rinnovandole a folate. Adesso ne è arrivata un’altra. Mountain View rende per la prima volta automatica la cancellazione dei dati, semplifica la navigazione in incognito e inserisce il controllo dell’account direttamente tra i risultati di ricerca (con l’obiettivo di renderlo più accessibile). Ecco quali sono le novità, annunciata dal ceo in un lungo post.

L’eliminazione programmata

Lo scorso anno, Google ha introdotto la possibilità di impostare l’eliminazione programmata di dati come la cronologia delle posizioni o le ricerche. Opzioni disponibili: 3 o 18 mesi. L’utente però doveva prendersi la briga di entrare nella gestione attività e spuntare manualmente la propria scelta. Adesso questa stessa funzione diventa predefinita. Quando si attiverà per la prima volta la Cronologia della posizioni (che di default è disattivata) l’eliminazione viene fissata a 18 mesi. Lo stesso vale per le Attività web e app (cioè le informazioni raccolte da posizione, ricerche, navigazione). Per YouTube, invece, i tempi si allungano: 36 mesi di base (che con un intervento manuale possono diventare 3 o 18). 

Attenzione: queste novità valgono solo per i nuovi account o per chi non avesse mai attivato la Cronologia delle posizioni (quindi comunque account molto recenti). In tutti gli altri casi non ci sarà alcun cambiamento e, a meno di un intervento dell’utente, i dati continueranno a essere nelle mani di Google fin quando vorrà Google. La società, però, invierà notifiche e mail per ricordare che è possibile impostare la cancellazione automatica. Mountain View lo dice da tempo e lo ripete: “Le vostre informazioni dovrebbero essere conservate in un prodotto solo per il tempo necessario a renderlo utile per voi”. Ma quanto tempo serva perché sia “utile per noi” lo decide ancora – in buona parte – Google.

Il controllo della privacy nel motore di ricerca

L’altro mantra di Google è “a voi il controllo”. Non è un controllo integrale, certo. Ma negli ultimi mesi la società ha reso gli strumenti per la gestione della privacy più accessibili. Niente più caccia al tesoro per trovare la sezione giusta: l’area riservata alla gestione dell’account è stata resa più essenziale e pulita, ma non sempre risulta facilmente rintracciabile per chi non ha idea di dove mettere le mani. Cosa si fa quando si vuole ottenere un’informazione? La si cerca su Google. Ecco, appunto: Pichai porta il controllo dell’account direttamente sul motore di ricerca. Quando si cercheranno chiavi come “Account Google” o risposte alla domanda “Il mio Account Google è sicuro?”, comparirà un riquadro che contiene le impostazioni di privacy e sicurezza.

Navigazione in incognito più intuitiva

Viene semplificata la navigazione in incognito. Adesso è necessario cliccare sui tre puntini che compaiono accanto alla barra degli indirizzi, far aprire una tendina e scegliere “nuova scheda in incognito” per navigare e fare ricerche in (relativa) ombra. Già adesso sull’app di Google per iOS e “a breve su Android e altre app”, basterà una pressione prolungata sull’immagine profilo per attivare la modalità incognito. Prossimamente, dovrebbe essere possibile mantenerla saltando da un’applicazione all’altra di Google (ad esempio da Maps a Youtube). Ma a questo la società sta ancora lavorando. Risponde all’esigenza di semplificare anche la modifica della sezione Controllo privacy. Avrà “raccomandazioni proattive, inclusa una serie di consigli per guidarvi attraverso le impostazioni”.

Controllo password con meno click

La sezione Controllo sicurezza è stata lanciata cinque anni fa. È uno strumento che, in modo immediato, permette di visualizzare eventuali rischi legati a visite indesiderate: indica infatti quali dispositivi hanno accesso all’account, quali sono le app di terze parti autorizzate, se è prevista una mail di ripristino. “Nelle prossime settimane”, scrive Pichai, il Controllo password (lo strumento che controlla quali sono quelle salvate nell’account e se sono state compromesse) diventerà “parte integrante del Controllo sicurezza”. Già oggi le due sezioni sono collegate. Ma con l’integrazione si risparmiano un paio di click e si offre una visibilità più immediata di eventuali rischi.  

Flag Counter