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AGI – LinkedIn, il social network legato alle attività professionali, ha ceduto alle stories. I 14 milioni di utenti di LinkedIn in Italia possono condividere storie con foto e video della durata massima di 20 secondi utilizzando l’app mobile (come già avviene con Instagram e Facebook), e queste saranno visibili sui propri profili per 24 ore. Le storie possono essere personalizzate con testo e adesivi a tema, e sarà possibile avviare una conversazione tramite la funzione “Domanda del giorno” (“Question of the Day”).
Negli ultimi sette mesi i lavoratori italiani si sono ritrovati a lavorare da casa e la distinzione tra vita professionale e personale non è più netta come prima.

In un contesto nel quale le consuetudini della vita domestica si sono andate a mescolare con ciò che possiamo definire l’ufficio virtuale in casa, le dinamiche relazionali tra colleghi e nelle reti professionali sono cambiate, e le persone fanno sempre più affidamento sui propri network online per restare in contatto con gli altri. Ciò si riflette anche sul modo in cui le persone utilizzano LinkedIn, con un aumento del 55% su base annua delle conversazioni tra gli utenti, e un aumento del 60% relativo alla creazione di contenuti sulla piattaforma.

L’obiettivo delle storie di LinkedIn è offrire un altro modo per condividere informazioni sul quotidiano della propria vita lavorativa e rimanere in contatto con la propria comunità professionale.

“Rimanere connessi, a livello personale e professionale, non è mai stato così importante come ora” dice Michele Pierri, News Editor di LinkedIn Italia, “Durante il lockdown i nostri membri hanno utilizzato LinkedIn per tenersi in contatto con colleghi e altre persone sia per cercare consigli, che per trovare nuove opportunità, o semplicemente per tenersi aggiornati. Vediamo le storie come una naturale continuazione di questa connettività più personale tra colleghi, e abbiamo già visto centinaia di migliaia di nuove conversazioni che si sono innescate tramite le storie.” 

Alla fine il televisore che si arrotola è arrivato. A produrlo e a metterlo sul mercato è LG Electronics: il Signature Oled R (modello RX) sarà disponibile inizialmente in Corea del Sud in alcuni negozi di elettronica di consumo premium al prezzo di 100 milioni di KRW (75 mila euro).

Prodotto nello stabilimento Gumi in Corea del Sud, vanta un display OLED flessibile da 65 pollici che fa sfrutta la tecnologia a pixel auto illuminanti e a controllo individuale.

Lo scopo di una tv arrotolabile è di abbattere le limitazioni imposte dai muri, consentendo di gestire il proprio ambiente domestico senza dover destinare in modo permanente lo spazio per un grande schermo nero che è utile solo quando è acceso. “Questo”, ha dichiarato Park Hyoung-sei, presidente di LG home entertainment “è un vero prodotto di lusso che reinventa ciò che può essere un TV: questo televisore unico offre infatti un’esperienza differenziata e un nuovo modo di pensare lo spazio”. 

La leggenda racconta che sia stato il signor Bose in persona, esasperato per il rumore di fondo a bordo di un aereo di linea, a lanciarsi per primo nella corsa allo sviluppo e che il suo brevetto sia arrivato quasi in contemporanea a quello della tedesca di Sennheiser: la cancellazione del rumore, Stiamo parlando della seconda metà degli anni ’80, quando i cd portavano nelle case un suono cristallino come non si era mai sentito, le musicassette si preparavano alla pensione e il walkman si apprestava a essere rimpiazzato dai lettori portatili di minidisk.

Cos’altro mancava a questo mondo perfetto? L’isolamento. Uscire nel traffico, scendere nella metropolitana, attraversare un terminal affollato, volare su un aereo rumoroso o viaggiare su un treno pieno di pendolari continua a significare dover affrontare una serie di ambienti e una miriade di sollecitazioni sonore che si insinuano nel padiglione auditivo, per quanto protetto dagli ovattati cuscini delle cuffie. 

La cancellazione del rumore è venuta a risolvere la faccenda, con un sistema semplice a dirsi: mandare nelle orecchie un segnale uguale e contrario a quello riscontrato nell’ambiente. Così, mentre si ascolta ‘The great gig in the sky’ dei Pink Floyd, all’udito arriva solo quella e non ciò che ci circonda.

Eppure mancava ancora qualcosa, perché ciò ci circonda cambia velocemente: dal traffico alla metro, dal terminal al vagone pieno di pendolari e non era detto che un sistema di cancellazione del rumore funzionasse altrettanto bene in ognuno di questi ambienti e per questo con Jabra nel 2019 è stata la prima a introdurre l’intelligenza artificiale: la stessa che è capace di capire se una fotocamera sta inquadrando un piatto di frutta o un gatto, può essere educata a riconoscere tra migliaia di suoni che non c’entrano con quello che vogliamo ascoltare e a tenerli lontani dalle nostre orecchie, sia che siamo impegnati in una conversazione telefonica o nell’ascolto di una sinfonia. 

L’ultimo anno è stato una gara tra i produttori di tecnologia – anche quelli non specificatamente dediti al suono – per mettere a punto gli auricolari più performanti. Attenzione: non bisogna confondere gli auricolari con le cuffie. Le cuffie sono molto molto più ingombranti, generalmente parecchio più costose, ma offrono prestazioni migliori soprattutto perché sono dotate di un cuscino che circonda e isola il padiglione auricolare (around ear) o vi si sovrappone (over ear). La scelta con il miglior rapporto qualità prezzo, nel primo caso, sono le Jabra Elite 85h con due modalità di cancellazione del rumore che si possono trovare a meno di 200 euro. 

Ma torniamo agli auricolari, che bisogna distinguere in due categiorie: i wireless e i true wireless. I primi sono scollegati fisicamente dal telefono, ma collegati tra di loro da un cavetto che in genere si tiene dietro al collo. Offrono una maggiore stabilità, più autonomia e più facilità nei controlli, ma soprattutto sono più difficili da perdere dei true wireless, che invece sono completamente privi di fili e possono essere così leggeri che, se non sono in funzione, non ci si accorge nemmeno di non averli più.

Non a caso proprio un anno fa lungo le linee della metropolitana di New York gli AirPods, gli auricolari bluetooth della Apple erano diventati l’oggetto più smarrito in assoluto, strappando il primato ai ciucci per bambini. E ponendo problemi di sicurezza per la quantità di gente che si calava sui binari per recuperarli. Tanto che nella loro versione più recente – gli AirPods Pro, Apple ha inserito il gommino che migliora la vestibilità e la cancellazione del rumore, oltre ai comandi lungo lo stelo che, come un cotton fioc spezzato, esce dall’orecchio. Ottima la resa sonora, decisamente migliorabile l’autonomia – che non è mai stata il massimo per nessun device Apple – al di sotto delle cinque ore. Il costo è da Apple: intorno ai 200 euro.

Sullo stesso stile se la battono 3 new entry legate al mondo degli smartphone più che a quello dell’audio puro: OnePlus, Honor e Huawei. 

Con le Buds OnePlus ha fatto un passo avanti rispetto ai già ottimi wireless Bullet: anche se l’assenza di gommino e la incredibile leggerezza (37 grammi) danno un’impressione di instabilità, restano salde nell’orecchio anche quando si fanno movimenti bruschi. Godono della certificazione IPX4 contro polvere e umidità, ma essendo in plastica liscia, il sudore potrebbe renderle scivolose durante lo sport. Anche se non c’è la cancellazione del rumore – limitata alle chiamate – la resa sonora va ben oltre gli 89 euro che costano, ma hanno un forte limite: per personalizzare i comandi bisogna accoppiarle a un telefono OnePlus. Scelta perfetta, quindi, solo per chi ne ha uno.

Se è vero il detto che si dà il meglio di sé sotto pressione, allora Huawei l’ha preso alla lettera, perché le Freebuds Pro che ha presentato per questa stagione sono la prova che la casa cinese continua a sfornare tecnologia di altissimo livello. Questi auricolari in-ear il cui design e le cui funzioni ricordano in effetti quelli di Apple hanno un livello di cancellazione del rumore (Anc) praticamente imbattibile e che non è paragonabile a quello delle cuffie solo per l’ovvia assenza del padiglione sovraurale. L’Anc su quattro livelli si appoggia a una app – AI Life – e riconosce l’ambiente circostante cambiando di conseguenza la potenza della cancellazione del rumore. Le modalità vanno da ‘aware’ che permette di sentire i rumori esterni pur continuando a godere della musica, a ‘ultra’ che isola quasi completamente. In conversazione danno il meglio di sé; durante l’ascolto della musica il suono è pieno e rotondo, anche se con una lieve tendenza a privilegiare i bassi: la possibilità di regolare l’equalizzatore attraverso la app non sarebbe stata male. Il costo – 179 euro – è ampiamente giustificato dalla qualità dei materiali e dall’autonomia che, grazie alla custodia, può arrivare a 20 ore senza mai attaccarsi alla presa: una prova che supera qualunque volo intercontinentale.

Nella stessa famiglia – e stiamo parlando di Honor – troviamo gli auricolari prodotti dalla Moecen: true wireless dal prezzo assolutamente competitivo – circa 30 euro – che ne fanno un’ottima scelta per chi cerca discreta qualità del suono – soprattutto grazie alla cancellazione del rumore in chiamata – un’ottima batteria che garantisce 6 ore di musica e 4 di telefonate, un’autonomia di 24 ore grazie alla custodia e controlli touch semplici ed efficaci.

Lasciando la Cina e soprattutto tornando all’ampia gamma di prodotti realizzati da case che si occupano quasi esclusivamente di qualità del suono, gli ultimi arrivati sono gli in-ear (cioè non hanno il bastoncino) della svedese Jabra che ha deciso di portare sulle Elite 85t le caratteristiche delle cuffie 85h. A 229 euro offrono sei microfoni per l’ascolto dei rumori esterni e altoparlanti da 12 mm con bassi potenti, migliorando al tempo stesso il comfort e alleviando la pressione sull’orecchio grazie al design semi-aperto. C’è soprattutto la possibilità di gestire manualmente la cancellazione del rumore con una tecnologia che sfrutta un doppio chipset per regolare l’intensità dell’isolamento con un cursore. Il passaggio dalla cancellazione totale a HearThrough, per sentire i rumori ambientali, può così essere graduale, con l’opzione di selezionare anche un livello intermedio. Notevole, poi, l’autonomia: fino a 5,5 ore di ascolto con la tecnologia ANC attiva, che si estende a 25 ore con la custodia di ricarica (con ANC accesa) e a 31 ore (con ANC disattivata).

Tra gli altri marchi sono da segnalare le WF-1000XM3 di Sony, considerate universalmente tra le migliori wireless in-ear per l’ascolto della musica e dei contenuti multimediali, ma con due limiti evidenti nell’impossibilità di regolare il volume dagli auricolari e nel prezzo sensibilmente più alto. 

Le Sennheiser Momentum True, grazie alla tecnologia di uno dei marchi più affidabili nel settore audio, portano con sé una qualità indiscutibile, ma anche una custodia un po’ troppo ingombrante, dimensioni degli auricolari ‘importanti’ e un prezzo decisamente – ma giustificatamente – più elevato. 

Ancora più alto il prezzo delle Beoplay E8 2.0 di Bang & Olufsen che anche senza avere la cancellazione del rumore offrono un sound cristallino con bassi potenti e definiti. Ma qui si va su portafogli (e orecchie) decisamente di un’altra categoria. 

AGI – La Guardia di Finanza di Gorizia ha posto sotto sequestro preventivo 58 siti web illegali e 18 canali Telegram che, attraverso 80 milioni di accessi annuali, è stato calcolato rappresentino circa il 90% della pirateria audiovisiva ed editoriale in Italia. Con l’operazione ‘Evil web’, che ha portato a quattro denunce, gli inquirenti hanno focalizzato l’attenzione sia sul mondo della pirateria, sia sul sistema illegale delle cosiddette Iptv.

Le indagini partite in Friuli Venezia Giulia nei confronti di una persona che si nascondeva col nickname Diabolik, si sono estese prima in Puglia ed Emilia Romagna e poi all’estero (Germania, Olanda e Stati Uniti).  

I quattro denunciati – oltre a Diabolik, altri tre che si facevano chiamare Doc, Spongebob e Webflix – secondo le Fiamme gialle sono divenuti nel tempo “veri e propri oracoli della rete” dediti alla diffusione,  anche con servizi di messaggistica istantanea e broadcasting , di film di prima visione, prodotti audiovisivi appannaggio delle pay tv, eventi sportivi di ogni genere, cartoni, pornografia, software, giornali, riviste e manuali.     

Nell’ambito dell’indagine sulle Iptv illegali, sono in corso accertamenti per identificare circa un migliaio di abbonati al cosiddetto ‘pezzotto’ che verranno segnalati alla magistratura per la violazione della legge sul diritto d’autore, con pene previste fino a 3 anni di reclusione e oltre 25 mila euro di multa. I clienti rischiano l’accusa di ricettazione.  

Il Colonnello Antonino Magro, comandante della Gdf di Gorizia, ha ricordato come secondo recenti studi l’impatto negativo in termini di Pil della pirateria audiovisiva è pari a circa 500 milioni di euro ed il rischio in termini di posti di lavoro è di circa 6000 unità, con un danno per l’economia italiana che sfiora  il miliardo e cento milioni di euro. 

Una chiamata per giovani talenti dell’Information and Communications Technology con l’obiettivo di arricchire le loro competenze digitali e aprire nuove strade nello sviluppo delle reti del futuro e in particolar modo del 5G, delle tecnologie di Intelligenza Artificiale, del cloud computing e della cybersecurity. Questa in sintesi la missione di Seeds for the Future, il programma che Huawei dedica alle competenze delle giovani generazioni.

Per la settima edizione del programma italiano, che inevitabilmente risente delle restrizioni imposte dall’emergenza Coronavirus (negli anni scorsi gli studenti scelti avevano la possibilità di seguire i corsi in Cina, a Pechino e Shenzhen), le iscrizioni si sono appena aperte: c’è tempo fino a ottobre per rientrare nei 50 posti messi a disposizione dal bando. Obiettivo è fornire agli studenti skill molto specialistiche e avvicinare il mondo dell’università e quello dell’azienda (come si lavora in una compagnia? Che rapporti si hanno con i clienti? Che cosa sono i progetti).

I numeri di Seeds for the Future

Nato a livello globale nel 2008, sbarcato in Europa nel 2011 e in Italia dal 2013, l’iniziativa della compagnia di Shenzhen ha già coinvolto 126 Paesi, oltre 500 università e ha visto la partecipazione di 5.773 studenti.

Chi può partecipare

Possono accedere al programma di formazione di Huawei studenti universitari iscritti al terzo anno e laureandi in ingegneria delle telecomunicazioni, ingegneria elettronica e informatica. Si richiede la media del 27 e la conoscenza della lingua inglese: perché essere bilingue è necessario. In tema di soft skill ci vuole voglia di imparare e di comprendere i meccanismi e le opportunità delle nuove tecnologie applicate all’industria e una grande curiosità.

La formazione online

La prima parte del programma di formazione si svolgerà dal 2 al 6 novembre su una piattaforma online. Fra i temi dei corsi, 5G network architecture and key technologies,AI, machine learning and deep learning, Cloud Computing architecture and key technologies, Huawei Mobile Services ecosystem, Internet of Things, Cybersecurity. Gli studenti avranno anche occasione di conoscere il contesto in cui nasce Huawei attraverso tour virtuali del suo quartier generale di Shenzhen (dove lavorano 50 mila persone) e di alcuni dei principali luoghi della Cina antica e moderna.

Il training in presenza

La seconda parte del programma di formazione sarà invece riservata a 10 studenti selezionati tra i 50 che hanno partecipato alla prima parte e si svolgerà invece in presenza dal 9 al 13 novembre presso i centri di Huawei a Milano: i corsi verranno tenuti dagli esperti della compagnia. Durante questa fase i già trattati verranno calati nella realtà locale con approfondimenti e presentazioni di casi d’uso, a cui si aggiungeranno esercitazioni pratiche per stimolare negli studenti la proposta di soluzioni innovative. Prevista anche la partecipazione a una challenge. Gli studenti avranno inoltre la possibilità di visitare a Milano l’Innovation Experience and Competence Center, i centri di ricerca globali di Huawei e il flagship store dei device Huawei.

E dopo la formazione?

Il rapporto tra la compagnia e gli studenti non si interrompe dopo il percorso di formazione. Negli anni si è formata una community internazionale, alcuni degli studenti sono entrati in azienda, altri poi sono diventati dei testimonial. Fino agli anni scorsi poi gli studenti che hanno partecipato al programma si sono anche riuniti a Bruxelles, al Parlamento Europeo, in una giornata evento.

La formazione, non solo per i giovani

Il piano di formazione di competenze digitali di Huawei non vuole fermarsi ai giovani e agli studenti, ma coprire un po’ tutta la vita lavorativa. È in via di lancio un progetto di re-skilling, di ri-aggiornamento delle competenze dedicato ai più grandi. Seeds for the Future, in ogni caso, è un programma che si colloca all’interno dei piani di investimento in innovazione dell’azienda che destina tra il 12% e il 15% del proprio fatturato globale alla Ricerca e Sviluppo e in cui Il 45% degli impiegati (circa 180 mila in tutto il mondo) lavora proprio in questo settore.

AGI – Alla fine l’annuncio tanto atteso è arrivato in uno dei momenti più difficili per Huawei: Harmony, il sistema operativo su cui il colosso cinese sta lavorando da tempo e che dal 2019 fa funzionare indossabili (smartwatch e sportwatch) e televisori, sarà open source e la versione mobile sarà disponibile per gli sviluppatori entro la fine dell’anno.

In soldoni significa che Huawei ha deciso di proporre il proprio sistema operativo come alternativa ad Android di Google e ha chiamato alle armi gli sviluppatori perché lavorino sodo per migliorarlo e renderlo competitivo.

Se le cose andranno come prevede l’azienda di Shenzhen, tra pochi mesi potrebbe arrivare su piazza il terzo sistema operativo a sparigliare il duopolio iOs/Android consolidato dopo la scomparsa di Windows Mobile.

Dal varo del bando voluto dalla Casa Bianca sui Google Mobile Service (Gms) – quell’insieme di app (da Maps a Pay) che fanno funzionare al meglio gli smartphone Android – era stato chiaro che il colosso cinese non sarebbe stato ad aspettare che l’amministrazione Trump trovasse il modo di togliergli dalle mani anche il sistema operativo. E l’annuncio fatto oggi alla conferenza degli sviluppatori è la prova che, nonostante le ripetute assicurazioni che l’intenzione prima era continuare a lavorare con Google, Huawei stava lavorando a un ‘piano B’ cosi’ alacremente che in breve e’ diventato il ‘piano A’.

“Le stelle brillano anche nelle notti più buie. E gli sviluppatori sono le nostre stelle. Tutti insieme formano una galassia stupenda che ci illuminerà la strada” ha non a caso detto Richard Yu, Executive Director and CEO of Huawei Consumer Business Group: retorica cinese per dire che l’azienda venderà cara la pelle nonostante i tentativi americani di lasciarla prima a corto di software con il bando sui Gms, poi di hardware con il divieto planetario di rifornirla di microprocessori.

“Il passo avanti di Huawei nello sviluppo del suo ecosistema è il risultato del forte sostegno da parte di sviluppatori e partner globali” ha aggiunto Yu, “Huawei aprirà completamente ai developers le sue tecnologie chiave, software e hardware, collaborando con loro per promuovere un’ulteriore miglioramento dell’ecosistema Huawei all-scenario”. Tradotto: faremo di tutto per avere un sistema operativo così performante da tirare dalla nostra parte anche altri produttori cinesi.

E se si pensa alle quote di mercato del gruppo Bkk (Oppo, OnePlus e realme) e, perché no, a Xiaomi, qualora i cinesi dovessero decidere di fare squadra, le cose per Google potrebbero mettersi male.

Intanto con il supporto di oltre 1,8 milioni di sviluppatori, AppGallery e l’ecosistema Hms (Huawei Mobile Services) – l’insieme di servizi con cui l’azienda cerca di supplire alla privazione dei Gms – sono cresciuti esponenzialmente nel corso dell’ultimo anno. AppGallery ha attualmente oltre 96.000 app integrate con HMS Core e oltre 490 milioni di utenti attivi a livello globale. Inoltre, ha anche raggiunto il record di 261 miliardi di download di app tra gennaio e agosto 2020. Come se non bastasse Huawei sta costruendo tre laboratori globali di ecosystem cooperation in Russia, Polonia e Germania per essere a servizio degli sviluppatori e fornire servizi di abilitazione, test e certificazione. Cinque centri di servizi per sviluppatori globali saranno anche costruiti in Romania, Malesia, Egitto, Messico e Russia, fornendo servizi e piattaforme locali per aiutare gli sviluppatori. 

La promessa è piuttosto impegnativa: mettere a disposizione, a un prezzo decisamente competitivo, uno smartphone da ricaricare due, massimo tre volte a settimana. È il salto di qualità che si ripromette Wiko, i ‘cinesi di Francia‘ che hanno lanciati sul mercato la serie 5 del loro modello di punta: il View. Con una batteria da 5.000 mAh, View5 e View5 Plus. puntano sull’autonomia grazie anche al supporto della tecnologia AI Battery Master. L’obiettivo è garantire 3 giorni e mezzo di autonomia con una sola carica che, riferisce la casa, è stata già certificata da SmartViser.

Display e comparto fotografico sono sempre stati il punto debole di Wiko che ora vuole recuperare con Full O display senza cornici e la Quad Camera da 48 MP. Quanto a memoria, la versione base ha uno storage di 64 giga espandibile con una scheda da 256 giga e 3 giga di ram, mentre il Plus è dotato di 128 giga di memoria interna (espandibili) e 4 di RAM. 

Il target di riferimento di Wiko è quello dell’età 15-35. In questa fascia l’attenzione al prezzo è altissima e la casa franco-cinese è in grado di rispondere con prodotti dal miglior rapporto prezzo-prestazione, all’interno di un “guscio” piacevole. Nella pratica Wiko è in grado di abbracciare un pubblico più ampio e trasversale, che interessa anche gli over 60: la discriminante del prezzo è appetibile in maniera universale.

Il prezzo di View5 è di 170 euro e quello del View5 Plus 200 euro.

 

AGI – Agli albori degli smartphone, ZTE tentò un timido approccio al mercato italiano. Non andò bene e la casa cinese decise di alimentare altrove il proprio mercato device e di concentrarsi, per l’Italia, su quello delle infrastrutture. In uno scenario da Risiko degli smartphone, Huawei era destinata a prendersi la fetta più grossa del mercato Android nel nostro Paese e Zte, risolta la dolorosa querelle con gli Stati Uniti sulla vendita di tecnologia alla Corea del Nord, si sarebbe divisa con il colosso di Shenzhen quello della tecnologia 5G. Poi è arrivato Trump e per Huawei sappiamo tutti come sta andando a finire, sia sul fronte dei device che del 5G. Intanto Zte ha continuato a lavorare, fornendo tecnologia agli operatori italiani interessati a sviluppare sia le reti di quinta generazione che le altre.

Oggi che la guerra tra gli Usa e Huawei sembra aver raggiuto lo zenit e che secondo alcuni analisti il colosso cinese è destinato a soccombere sotto la lenta manovra di soffocamento attuata da Washington attraverso il mercato dei semiconduttori, Zte potrebbe trovarsi con un territorio immenso da conquistare.

Nessuno li ha esplicitamente menzionati tra i fornitori da tenere alla larga dalle reti europee – il monitoraggio delle loro azioni da parte del dipartimento del Commercio Usa è strettissimo, in base all’accordo siglato a chiusura dell’affaire nordcoreano – e se davvero la quota di Huawei sarà ridimensionata (e parecchio) sul fronte degli smartphone c’è un vasto mercato da spartirsi con Samsung e i marchi che fanno capo alla conglomerata Bkk (Oppo, OnePlue e realme).

Per imporsi all’attenzione, però, ci vuole un colpo da maestro e Zte sembra averlo messo a segno con una delle poche innovazioni davvero attese e sensate nel mondo degli smartphone: la fotocamera sotto lo schermo. Già mostrata da Oppo durante il Mobile World Congress del 2019 ma non ancora messa in produzione, potrebbe essere l’asso nella manica di Zte per sbarcare alla grande sul mercato italiano. Ma non subito.

Axon 20 5G, il primo vero full display del settore, “segna l’inizio della nuova strategia di prodotto di ZTE”, ha dichiarato Ni Fei, Presidente di ZTE Mobile Devices  “Gli smartphone saranno la nostra principale area di innovazione di prodotto. Nel frattempo, ci impegneremo anche a sviluppare prodotti mobili a banda larga per uso personale e domestico, dispositivi portabili intelligenti e ulteriori nuovi prodotti che permettano una vita smart perfettamente connessa agli scenari 5G”.

Ad alimentare quella che viene presentata come la ‘Five Core Technologies’ ci sono materiali speciali, chip a doppio controllo, circuiti driver unici, la speciale matrice di pixel e l’algoritmo di autodiagnosi interno.

L’algoritmo di selfie della fotocamera frontale di ZTE, ad esempio, ha ottimizzato le prestazioni della fotocamera in diverse condizioni di luminosità e ha supportato la regolazione automatica della gamma dinamica, con un grande miglioramento della nitidezza della foto e del contrasto dell’immagine.

Sono state sfruttate le tecnologie aggiuntive sotto il display, compresi i sensori di luce ambientale, di suono e di impronte digitali, per ottenere un vero e proprio schermo intero senza fori.  

Il display è un OLED da 6,92 pollici e supporta una profondità di colore a 10 bit e una copertura del 100% della gamma di colori DCI-P3, facendo sì che le prestazioni del display raggiungano gli standard del cinema digitale a colori. Lo spessore è di 7,98 mm e la connessione 5G è garantita da un’antenna PDS all’avanguardia con un design integrato a 360 gradi surround e una tecnologia intelligente di sintonizzazione a circuito chiuso, che può migliorare la stabilità della connessione di rete e la velocità di download.

Inoltre, dodici diverse antenne sono state integrate nella superficie esterna del telaio centrale,  più distanti dalla scheda madre e dai componenti interni, permettendo così una ricezione del segnale più sensibile e una più rapida ricerca di rete.

Alimentato dalla piattaforma mobile Qualcomm Snapdragon 765G, ZTE Axon 20 5G è dotato di un motore di ottimizzazione del sistema che aumenta la velocità di avvio delle applicazioni più utilizzate fino al 40%.  La batteria da 4.220 mAh può supportare 30W Quick Charge e una modalità di risparmio energetico da 5G che migliora la durata del 35%. ZTE Axon 20 5G è disponibile in Cina dal 1 settembre a partire da 2.198 yuan, poco più di 270 euro. Non è ancora prevista una eventuale data di arrivo sul mercato italiano.

AGI – Schiacciata tra Usa e Cina, dipendente dai brevetti statunitensi e dai prodotti cinesi, l’Europa non è stata in grado di sviluppare una propria autonomia tecnologica. Ma è ora che l’Unione ritrovi la propria sovranità anche attraverso lo sviluppo di hardware e software in grado di garantire sicurezza e indipendenza. È l’appello lanciato sulle pagine del Sole 24 Ore da Thierry Breton, Commissario Ue all’Industria e al digitale. 

“Dinanzi alla guerra tecnologica tra gli Stati Uniti e la Cina” scrive, “l’Europa deve gettare le fondamenta della sua sovranità per i prossimi vent’anni“.  Nulla a che vedere, sottolinea Beton, con le “tendenze dannose e controproducenti all’isolamento o al protezionismo che sono contrarie” agli “interessi a valori e alla cultura” europee, quanto piuttosto “di compiere scelte essenziali per il nostro futuro, sviluppando tecnologie e alternative europee senza le quali non vi è autonomia né sovranità”.

“Quando in passato si è mobilitata”, ricorda il commissario Ue, “l’Europa ha dimostrato di essere in grado di svolgere un ruolo di primo piano sulla scena mondiale. È giunto il momento di riprendere queste iniziative comuni“.

Breton indica anche quali sono i passi da compiere, il primo dei quali è “mettersi in condizione di sviluppare e produrre i microprocessori più efficienti a livello mondiale, inclusi quelli quantistici”. 

Nella stessa ottica “è essenziale dotarsi di un sistema autonomo di cloud europei che garantiscano alle nostre imprese che i loro dati industriali non saranno soggetti a leggi di Paesi terzi e che saranno protetti da interferenze esterne”.

Sul fronte delle telecomunicazioni bisogna “pensare a una costellazione di satelliti a bassa orbita per fornire a tutti gli europei, ovunque si trovino sul continente, la connettività a banda larga che si aspettano: niente più aree bianche e un livello di sicurezza nuovo”. 

C’è oggi in Europa la volontà politica e i mezzi per raggiungere tali ambizioni? Il commissario Ue non ha dubbi: “La risposta è sì: l’insieme dei programmi europei finalizzati a rafforzare la sovranità Europea beneficia di un aumento di budget di oltre il 20% rispetto al bilancio pluriennale precedente e persino del 30 per se consideriamo l’uscita del Regno Unito dall’Ue”.

La promessa fatta da Huawei quindici mesi fa e ribadita più volte che i dispositivi con Android installato continueranno a ricevere aggiornamenti potrebbe scontrarsi con la dura realtà delle sanzioni Usa

Le società statunitensi sono state autorizzate a collaborare con Huawei, almeno in misura limitata, sebbene la società cinese sia sulla lista nera delle minacce alla sicurezza. Questa “Licenza generale temporanea” era valida per 90 giorni ed è stata prorogata più volte. Fino ad ora.

Cosa significa che la licenza è scaduta

Come riportato dal Washington Post, l’ultima licenza è scaduta il 13 agosto e Google e Huawei hanno confermato che non è stata ancora prorogata. Ciò significa che Google non è più autorizzato a lavorare con Huawei su prodotti rilasciati prima dell’entrata in vigore delle restrizioni commerciali a maggio 2019. Questo, come sottolinea Futurezone, significa che Google non pubblicherà più aggiornamenti per gli smartphone Huawei con sistema operativo Android, indipendentemente da quando sono stati prodotti e messi in commercio.

Ciò mette a rischio la sicurezza di milioni di clienti Huawei in tutto il mondo – oltre 240 milioni di smartphone venduti nel solo 2019 – e insieme con la penuria di chipset made in America messi a disposizione del colosso, mette a repentaglio l’esistenza stessa dei futuri device della casa cinese.

I telefoni saranno aggiornati

Ma ciò non significa che i telefoni Huawei non riceveranno alcun aggiornamento. Poiché Android è un sistema operativo open sourceHuawei può implementare autonomamente gli aggiornamenti di sicurezza. Google non è autorizzato a fornire a Huawei gli aggiornamenti in anticipo, come accade con altri partner, e questo significa che le patch arriveranno forse con un ritardo, ma arriveranno.

È anche possibile che gli smartphone Huawei non ricevano più aggiornamenti importanti per Android. Di solito vengono forniti da Google solo agli smartphone che sono stati testati e trovati compatibili. A causa del divieto di collaborazione, Google non potrebbe più testare gli smartphone Huawei

 È anche ancora da vedere se Google potrà aggiornare le sue app Android, che ora sono installate sugli smartphone Huawei. Si parla di applicazioni come Chrome, Google MapsYouTube, Google Pay che sui telefoni Huawei saranno presto disponibili solo in versioni obsolete.

Le app bancarie continueranno a funzionare?

Un altro problema può essere SafetyNet. Questo servizio di Google raccoglie continuamente dati sul dispositivo e utilizza un algoritmo per decidere se è affidabile. Molte app bancarie, ma anche app di Google come YouTube, funzionano solo su dispositivi che risultano affidabili. Se Google dovrà escludere Huawei da questo servizio, gli smartphone saranno considerati non sicuri e queste app non potranno più funzionare.

Finora, Huawei e Google non hanno ancora commentato, ma secondo alcune fonti Huawei continuerà a fornire aggiornamenti di sistema e patch di sicurezza e tutti i dispositivi su cui è preinstallato Google Play potranno comunque utilizzarlo per scaricare e aggiornare le app. Per gli smartphone come il P40, che non hanno Google Play preinstallato, nuove app e aggiornamenti possono essere gestiti tramite Huawei AppGallery.

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