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Ermir Lushnjari, albanese naturalizzato italiano, 8 anni fa ha conquistato con fatica e pazienza la sua cittadinanza. E oggi aiuta gli stranieri che devono districarsi in quella giungla della burocrazia italiana per arrivare pronunciare il tanto atteso giuramento. Come ci riesce? Con un’app gratuita e semplice da usare. “A prova di bambino”, dice all’Agi Ermir, 36 anni, consulente legale.

Lanciata nel febbraio 2018, l’app, che si chiama Caj Mali come “un tè di montagna di facile preparazione”, conta oggi 10 mila utenti in più di 80 Paesi del mondo. “Sono perlopiù persone sposate con un cittadino italiano e residenti all’estero”. Lo strumento “si propone di fornire agli utenti informazioni utili e complete o semplicemente permettendoti di verificare a che punto sia la tua pratica”.

Nello specifico l’app ha 4 funzioni:

  1.  Controllo pratica
  2.  Info cittadinanza
  3.  Sollecita la domanda
  4.  Assistenza

Con il “controllo pratica” l’utente si collega direttamente con il portale del ministero dell’Interno per verificare l’andamento della sua domanda. Potrebbe farlo anche senza l’app ma il processo non è così intuitivo “richiede 4 passaggi e la capacità di orientarsi sul web. Io fornisco il link diretto”.

Nella sezione “info cittadinanza”, invece, “spiego e riassumo in modo veloce e chiaro la normativa sulla richiesta di cittadinanza”. Se la pratica va per le lunghe o se c’è necessità di richiedere chiarimenti non c’è bisogno di andare da un legale o dal Caf e pagare perché  l’app “fornisce 5 lettere raccomandate per inviare solleciti o per chiedere il casellario penale, individuando l’indirizzo dell’ufficio competente in base al codice di avviamento postale dell’utente”.

“Basta scaricare il modulo, firmarlo e presentarlo allo sportello”, spiega Lushnjari. Infine, si è messo lui stesso, Ermir, a disposizione degli utenti indecisi che possono contattarlo su Whatsapp. Una funzione, questa, destinata a sparire: “Troppe  telefonate, e poi dopo un anno so quali sono le informazioni che chiedono maggiormente gli utenti, le inserirò nell’app”.

Di una cosa è certo Ermir: “Non è facile per un italiano avere a che fare con la burocrazia italiana, figurarsi per uno straniero”. Sono 170mila gli stranieri che ogni anno fanno domanda per ottenere la cittadinanza. E di questi, circa 30mila sono albanesi. Tra gli scogli più grandi, spiega Ermir, c’è quello di consegnare la documentazione della data del primo ingresso in Italia e poi dei periodi di soggiorno. “Bisogna recarsi nei singoli comuni in cui si è vissuto per avere le date e trasmetterle al ministero dell’Interno, che a sua volta fa delle verifiche presso i database dei comuni. Mi chiedo: al Ministero non basterebbero i dati anagrafici per ottenere queste informazioni ed evitare sprechi di tempo?”.

Ermir è in Italia dal 1999, quando scappò a bordo di un barcone da un’Albania ridotta al caos, entrando nel nostro Paese da clandestino per ricongiungersi ai familiari. “Oggi mi scuso per questo, ma non c’erano molte alternative. Oggi mezzo milione di albanesi vive qui e la maggior parte sono entrati illegalmente. Non lo abbiamo fatto perché volevamo sfidare le leggi, non lo abbiamo fatto con arroganza, ma eravamo senza alternativa”.

Di fatto “molti miei connazionali erano obbligati a vivere da clandestini aspettando la sanatoria di turno. Sarebbe stato tutto più semplice se ci fossero stati dei visti di lavoro: nessuno avrebbe rischiato la vita in mare, peraltro alimentando la criminalità. E noi avremmo pagato volentieri l’ambasciata italiana anziché dare quei soldi allo scafista”.

Arrivato in Italia, Ermir ha iniziato a lavorare in una falegnameria. Vi è rimasto per 11 anni, pagandosi prima la scuola superiore e poi la facoltà di Giurisprudenza. Per anni ha lavorato di giorno e studiato di sera e nei weekend. “Ero molto motivato e quell’esperienza mi ha insegnato molto. So cosa vuol dire essere dall’altro lato della scrivania, quello più scomodo”.

L’amore di Ermir per l’Italia è nato molto prima di quel viaggio della vita. “Noi albanesi vediamo l’Italia come un punto di riferimento. Sophia Loren, Celentano, Fellini, sono sempre stati dei miti per mio padre, ma anche per me”. Al contrario, “l’Italia ha sempre avuto un rapporto con l’Albania come quello che si ha con un cugino di 4 grado: ci conosce, ma ci guarda con indifferenza”. Eppure la comunità è integrata attivamente nella vita sociale.

“Molti albanesi li trovi in diversi settori: imprenditoria, arte, sport, nel mondo accademico. E anche in politica: nelle ultime elezioni sono stati circa 150 candidati per consigliere comunali e con partiti diversi, sia del centro destra che di centro sinistra. Abbiamo avuto persino una candidata italo albanese (per la prima volta) per le europee”. A proposito dei rapporti tra i due Paesi “c’è un libro di Indro Montanelli che leggo e rileggo come un cristiano fa con la Bibbia: si intitola “Albania, una e mille”. Lo consiglio a chiunque pensi che Tirana e Roma siano distanti anni-luce”

Huawei ha aiutato il governo della Corea del Nord a costruire e mantenere una delle reti telefoniche più repressive al mondo. Si chiama Koryolink, e secondo dei documenti esclusivi di cui il Washington Post è entrato in possesso, ha visto il coinvolgimento dell’azienda cinese per almeno otto anni, in collaborazione con un’altra società: la Panda International Information Technology, di proprietà del governo cinese.

Ma la notizia arriva in un momento delicato per Huawei, che da tempo sta cercando di guadagnarsi la fiducia dei governi occidentali, dopo essere stata ripetutamente accusata dagli Stati Uniti di essere asservita alle mire dell’intelligence di Pechino.

A maggio di quest’anno, l’azienda cinese è stata inserita nella lista nera statunitense delle aziende straniere, ottenendo di fatto un divieto di esportare o importare prodotti dal mercato americano. E oggi un divieto ancora precedente potrebbe costare caro alla società per le telecomunicazioni: come evidenziato dal Post, in passato Huawei ha utilizzato anche componenti prodotti negli Stati Uniti.

È quindi possibile che Washington vorrà accertare se questi siano finiti oltre il Trentottesimo Parallelo, dove vige un divieto di commercio imposto in virtù delle sperimentazioni nucleari condotte da Pyongyang.

Huawei si è affrettata a replicare con un comunicato, nel quale dichiara di “non avere alcuna presenza d’affari” in Corea del Nord. Tuttavia, il suo portavoce, Joe Kelly, non ha risposto alle domande di chiarimenti in merito a precedenti collaborazioni con Pyongyang o ad attuali partnership con aziende intermediarie.

Per consentire ulteriori approfondimenti della vicenda, i giornalisti del Washington Post hanno deciso di mettere in condivisione i file da loro ottenuti da fonti riservate su una piattaforma pubblica. I file, la cui autenticità non è finora stata smentita dall’azienda, consistono in due fogli di lavoro che identificano codici, nomi e fornitori di centinaia di progetti.

“Le informazioni in questi fogli di lavoro sono state fornite da un ex dipendente di Huawei, che le ha divulgate sotto garanzia di anonimato”, si legge nella descrizione dei file: “I documenti ottenuti dal Washington Post illustrano come l’azienda tecnologica cinese Huawei, insieme all’azienda cinese Panda, abbia contribuito silenziosamente alla costruzione e alla manutenzione della prima rete wireless commerciale 3G della Corea del Nord, Koryolink”. Altri documenti condivisi dal giornale, tra cui contratti e ordini di acquisto, dimostrano il ruolo di Huawei nella creazione di questa rete.

All’interno dei file la Corea del Nord è indicata con la sigla “A9”. Allo stesso modo, anche Siria e Iran sono denominate con una sigla. Secondo quanto ricostruito dalle fonti del Post, questo metodo sarebbe stato utilizzato probabilmente proprio per non scrivere in chiaro i nomi di quei Paesi, su cui gravano le sanzioni internazionali.

Come funziona Koryolink

Entrato in funzione nel 2008, Koryolink è un Internet Service Provider che serve la gran parte degli abbonati della Corea del Nord. Unico operatore disponibile a Pyongyang – tra i pochi presenti nel Paese – è stato creato dalla società egiziana Orascom Telecom, per rispondere all’esigenza di creare un’infrastruttura per le telecomunicazioni che fosse facilmente controllabile e altrettanto difendibile da tentativi di spionaggio esterni.

Il servizio si basa su due tipi di abbonamento: gli utenti domestici, che possono chiamare altri abbonati domestici ma non effettuare chiamate internazionali o accedere a Internet, e gli utenti internazionali, che possono effettuare chiamate verso qualsiasi parte del mondo a eccezione dei numeri domestici e accedere a qualsiasi sito web a eccezione di quelli della rete intranet statale, come ricostruito dall’agenzia 38 North, che ha collaborato con il Post nell’inchiesta.

Questo metodo di separazione tra gli utenti serve di fatto per controllare in modo più efficace il flusso di informazioni trasmesse. Tuttavia, esiste anche una terza tipologia di utilizzatore, denominata “special user”, utilizzata dalle forze governative e progettata per essere protetta dal rischio di intercettazioni, che sarebbe stata protetta proprio dalle tecnologie di Huawei: “La richiesta iniziale era quello di supportare mille telefoni cellulari, che probabilmente rappresentano i vertici della leadership nordcoreana” – spiega 38 North -. “Le autorità nordcoreane non erano apparentemente disposte a fidarsi di un sistema sviluppato da un paese terzo e hanno optato invece per un sistema di crittografia sviluppato localmente. Possiamo presumere che ciò sia stato fatto per paura di backdoor che avrebbero permesso agli intercettatori di ascoltare le comunicazioni, anche se i sistemi proprietari sviluppati internamente non sono sempre più sicuri degli standard accettati e controllati a livello internazionale”.

Oggi i rapporti tra Huawei, che da tempo cerca di riabilitare la sua immagine internazionale, e gli Stati Uniti, potrebbe complicarsi ulteriormente. Al momento non sono ancora pervenuti commenti ufficiali da Washington, anche se fonti citate dal Post parlano di “grave preoccupazione”.

Il Dipartimento per il Commercio statunitense ha indagato per gli ultimi tre anni sulle possibili relazioni tra Corea del Nord e Huawei, senza mai trovare una prova e finendo per mettere da parte l’indagine. Che potrebbe ripartire proprio grazie all’inchiesta del Post.

L’applicazione per dispositivi mobili più in voga del momento è anche un incubo per la privacy. Si chiama FaceApp e chiunque si sia connesso a Internet nelle ultime quarantotto ore ne avrà almeno viste le conseguenze: migliaia di foto di persone che conosciamo, ma modificate in modo da far sembrare il soggetto più anziano o più giovane, con i capelli di un colore diverso o con un pizzetto originale.

In questo consiste il funzionamento del servizio, che fornisce la possibilità di applicare dei filtri estremamente credibili ai selfie caricati, grazie a potenti algoritmi. Il problema è che, a differenza di molti software che hanno scopi analoghi, FaceApp lavora l’immagine in cloud, o meglio, sul server dell’azienda sviluppatrice, che è originaria di San Pietroburgo.

Lanciata già due anni fa, nel 2017, FaceApp ha raggiunto la ribalta negli ultimi giorni, sfondando gli 80 milioni di download. Ma come molti hanno osservato, costituisce anche un problema per la privacy, dal momento che le condizioni d’utilizzo sono estremamente vaghe e non conformi al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati.

Ma la denuncia più severa, che di fatto ha alimentato un polverone mediatico, è partita da Twitter, dove un analista informatico ha ipotizzato che l’applicazione caricasse sui propri server tutte le fotografie contenute nel rullino. Successivamente smentita da un altro esperto informatico, questa accusa ha quantomeno contribuito ad accendere il dibattito, imponendo a tutti gli utenti una riflessione più approfondita sui dati che condividiamo e lasciando spazio alle altre zone d’ombra di questo servizio. 

Prime a schierarsi sono state le organizzazioni di categoria, parte della galassia di entità che proteggono il web e i suoi utenti. Tra queste anche Privacy International, che ha pubblicato sul proprio sito un’analisi della licenza d’uso di FaceApp, evidenziando che l’utente garantirebbe “una licenza perpetua, irrevocabile, non esclusiva, royalty-free, globale, interamente pagata, trasferibile e sub-licenziabile” delle immagini caricate sull’app. In parole povere, la Wireless Lab OOO, che sviluppa il sistema, avrebbe diritti pressoché illimitati sulle informazioni caricate dagli utenti.

Tuttavia, alle polemiche ha risposto lo stesso amministratore delegato dell’azienda, Yaroslav Goncharov, che in un’intervista al Washington Post ha chiarito che l’unico materiale raccolto da FaceApp è quello che l’utente sceglie di caricare e che “la gran parte” delle immagini vengono cancellate dal server entro 48 ore. Non è chiaro comunque cosa si intenda per “gran parte”, né in base a quale meccanismo alcune dovrebbero rimanere nei sistemi di Wireless Lab OOO.

Un’altra polemica riguarda il luogo fisico in cui risiedono le macchine che fanno funzionare FaceApp: se Wireless Lab OOO è stata fondata a San Pietroburgo, questa risulta registrata nel Delaware, come ricostruito da Wired. Ma i server utilizzati in realtà sarebbero quelli di Amazon, fisicamente situati tra il Canada e gli Stati Uniti. Quindi è probabile che nessuna delle immagini caricate dagli utenti finisca davvero in Russia, o almeno questo non sarebbe richiesto per il funzionamento del servizio.

Goncharov ha fatto sapere con una dichiarazione via email che nessun dato utente viene trasferito in Russia, anche se “il nucleo del team di ricerca e sviluppo si trova lì”, e ha fatto eco al fatto che l’intero rullino della telecamera non viene intercettato per l’upload. Forbes ha riferito che FaceApp utilizza server Amazon situati negli Stati Uniti e in Australia. E, ad essere onesti, FaceApp ha detto che cancella la maggior parte delle foto dopo 48 ore: “Potremmo memorizzare una foto caricata nel cloud. La ragione principale di ciò è la performance e il traffico: vogliamo essere sicuri che l’utente non carichi la foto ripetutamente per ogni operazione di modifica”.

Ma, ancora una volta, tutto quello che abbiamo qui è la sua parola. “Le politiche sulla privacy e i termini sono redatti da avvocati e preferiscono sempre stare sul sicuro”, ha scritto Goncharov in un’e-mail. “Stiamo pianificando di fare qualche miglioramento qui”. Ho chiesto direttamente se l’azienda utilizza attivamente i dati personali per scopi commerciali, e lui non ha risposto.

La paura dei Dem statunitensi

Sulla vicenda FaceApp si sono espressi anche alcuni esponenti del Partito Democratico americano, dopo che i responsabili per la sicurezza hanno invitato i futuri candidati alle presidenziali del 2020 a non utilizzare il servizio. E il senatore dem Chuck Schumer ha annunciato su Twitter di aver fatto formale richiesta all’Fbi e alla Federal Trade Commission (Ftc, l’ente governativo per la tutela dei consumatori) di compiere un’approfondita indagine sul funzionamento dell’app. Nel frattempo, il consiglio che danno tutti è sempre lo stesso: se ancora non abbiamo utilizzato l’app che invecchia il volto, mostriamo un po’ di prudente saggezza ed evitiamo di fornire dati al primo servizio che diventa virale. 

​Dovendo mettere all’asta oggetti collegati alle missioni Apollo, Sotheby sceglie il 20 luglio, data del cinquantesimo anniversario dell’allunaggio.Si tratta dei tre nastri magnetici dove sono stati registrati i video che immortalano la discesa di Armstrong, le esitazioni prima di abbandonare l’ultimo piolo della scaletta, il piccolo passo e tutte le attività svolte nella prima passeggiata lunare. 

La NASA, molto attenta alle relazioni pubbliche, voleva una ripresa video in diretta e, per poterla realizzare, si era dovuta preoccupare sia di avere una telecamera adatta alla banda di trasmissione  disponibile, sia di mettere in piedi un sistema di antenne terrestri pronte e ricevere i segnali.

A causa delle limitazioni della banda di trasmissione, la NASA aveva chiesto alla Westinghouse Electric’s Aerospace Division di sviluppare una telecamera “lenta” che produceva solo 10 immagini al secondo invece delle 30 immagini al secondo utilizzate per le trasmissioni televisive. La telecamera utilizzava anche tecnologia messa a punto per il Dipartimento della Difesa per gestire immagini ad altissimo contrasto. 

Il LEM era fornito di un’antenna per mandare i segnali a Terra dove la NASA aveva “affittato” due radiotelescopi in Australia perché sapeva che sarebbero stati i meglio piazzati per ricevere il segnale. In parallelo era all’erta anche la grande antenna di Goldstone in California perché non si voleva correre il rischio di perdere nulla.

Quando Neil uscì dal LEM, sei ore e mezza dopo l’allunaggio, per prima cosa azionò il meccanismo per mettere in posizione la macchina da ripresa riposta in uno degli scomparti del “bagagliaio” del LEM che si trovava nello spazio tra le zampe della struttura.

Buzz dall’interno del modulo lunare accese la telecamera a scansione lenta che iniziò a trasmettere riga dopo riga la scansione della telecamera. In Australia ed in California le trasmissioni vennero registrate su nastri e, in contemporanea, vennero spedite (via satellite) a Houston da dove partirono in mondovisione.

Dal momento che i sistemi televisivi non potevano gestire 10 immagini al secondo, la soluzione che venne adottata fu quella di usare una telecamera terrestre per riprendere le immagini che scorrevano sugli schermi NASA che potevano gestire i segnali della telecamera lenta. Questa soluzione causò una sgranatura delle immagini che furono viste da 600 milioni di spettatori. 

I nastri con le registrazioni originali delle antenne in Australia e in California così come quelli registrati a Houston vennero immagazzinati senza che gli venisse dato uno status particolare. Solo all’inizio del nuovo millennio la NASA ha cominciato a chiedersi dove fossero finiti i nastri originali delle missioni Apollo e concluse che dovevano essere stati riutilizzati quando, a causa della messa fuorilegge del grasso di balena, c’è stata grande penuria di nastri.

Le registrazioni di Houston sono state in parte vittime della crisi energetica ai tempi del presidente Carter che ebbe l’effetto di razionare l’aria condizionata nei magazzini. L’umidità texana ha deteriorato i nastri nei depositi. Non tutto il patrimonio dei nastri deve essere ammuffito. Adesso scopriamo che Gary George, un ingegnere che aveva fatto uno stage alla NASA, nel 1976 ha comperato ad un’asta di materiale governativo in surplus, 1150 nastri pagandoli 217,77 dollari.

Non sappiamo perché abbia deciso di fare questo acquisto, sicuramente non ci doveva essere una lista del contenuto dei nastri. Tuttavia ha deciso di conservarli tenendoli in un magazzino con umidità controllata.

Non sappiamo neanche come abbia scoperto che 3 dei 1150 nastri contenevano le registrazioni originali dell’Apollo 11. Forse, andato in pensione, ha deciso di mettere ordine e ha visto delle etichette interessanti. Oppure l’ha sempre saputo e ha deciso di tenere i nastri come gruzzolo per la vecchiaia.  Certamente i suoi 217,77 dollari del 1976 sono stati ben investiti. La casa d’asta aspetta una vendita milionaria.

Diciamo subito che i nastri non contengono materiale inedito: sono le stesse immagini viste da 600 milioni di telespettatori, solo che sono più nitide perché non sono passate dalla ulteriore ripresa televisiva.

Per chi non fosse intenzionato a fare un mutuo per i nastri lunari, ricordo che il cinquantenario ha spinto registi ed appassionati a lavorare sulle registrazioni lunari per migliorare la qualità. Per vedere immagini nitide della missione Apollo 11 basta andare sul sito moonscape dove Paolo Attivissimo ha fatto un lavoro veramente fantastico

FaceApp è un’applicazione (sviluppata da Wireless Lab, società russa fondata da Yaroslav Goncharov), disponibile per Android e iOS lanciata a gennaio 2017, che utilizza l’Intelligenza Artificiale per elaborare le foto ed applicare particolari filtri al volto. Uno di questi semplicemente ti invecchia.

É il filtro più noto, ma ce sono anche altri che permettono di applicare il trucco, cambiare colore e taglio di capelli, modificare l’espressione e persino il sesso. FaceApp è tornata di moda e in queste ore impazza su tutti i social network dopo che alcune celebrità hanno dato il via alla #FaceAppChallenge, che consiste proprio nel pubblicare una foto di sé invecchiata con l’app in questione.

Con barba e baffi

FaceApp può essere un’opzione interessante per capire come staremmo con un’acconciatura diversa (barba e baffi inclusi) o con un make-up o un tatuaggio particolare, ma permette anche di recuperare foto venute male permettendo ad esempio di sostituire un muso lungo con un sorriso smagliante. Offre anche alcune opzioni per aggiungere una sfocatura, un filtro particolare o per sostituire lo sfondo con uno diverso.

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Si Tom fuera mujer seria modelo . . . #faceapp #tomhardy #edwardthomashardy #tomhardychile #actor

Un post condiviso da ℍℝ ℕ (@tomhandsomehardy) in data: 22 Giu 2018 alle ore 6:30 PDT

App a pagamento

A parte quello per l’età e pochi altri, la maggior parte degli effetti è a pagamento: per sbloccarli, è previsto un abbonamento (c’è anche la possibilità di avere la versione a vita)

Stelle del cinema, calciatori, politici

Leonardo DiCaprio, Tommaso Paradiso, Gigi Buffon, Silvio Berlusconi e altri personaggi noti hanno risposto alla sfida con i loro visi trattati con l’effetto invecchiamento. Altri come Donald Trump hanno fatto l’opposto, mostrandosi ringiovaniti. Tra i famosi che hanno iniziato a usarla, trasformandola nell’app del momento, ci sono anche i calciatori. PetagnaPapu Gomez l’hanno già sperimentata dando spettacolo sui social. Paulo Dybala ha postato il cambiamento tra le storie di Instagram aggiungendo la didascalia “Tra qualche anno così”. Nella foto si vede la Joya festante dopo un gol e con la fascia da capitano al braccio ben in vista. L’argentino si immagina così tra qualche anno: ancora alla Juventus, felice e capitano.

E la privacy?

Se il nuovo tormentone social coinvolge decine e decine di nuovi utenti ogni giorno, più di qualcuno inizia a interrogarsi sulla questione privacy: come per ogni app, infatti, è bene ricordare che potenzialmente ogni scatto potrebbe essere archiviato nei server in uso dallo sviluppatore.

Il filtro contestato

Nel 20017 FaceApp era stata criticata a causa di un suo filtro. Si chiamava Hotness e prometteva di rendere più sensuale il nostro aspetto nelle foto. Il problema è che l’algoritmo basava l’idea di bellezza su un aspetto caucasico, caratterizzato quindi da una pelle bianca. Se una persona di colore provava a usare questo filtro, il risultato che otteneva era uno schiarimento della sua carnagione. Ai tempi Goncharov si era scusato direttamente con gli utenti spiegando che era un effetto collaterale del set di foto utilizzato per allenare la rete neurale alla base dell’applicazione.

La teoria del complotto lunare ha una data precisa di inizio: 3 giugno 1976. Quel giorno uscì negli Stati Uniti un libro scritto dall’americano Bill Kaysing e dal titolo inequivocabile: We Never Went to the Moon, “Non siamo mai andati sulla Luna”. Kaysing era un laureato in inglese finito a lavorare in un’azienda produttrice di motori a razzo.

Nonostante avesse lavorato solo come supervisore nella stesura dei manuali tecnici, Kaysing si considerava un grande esperto al punto da convincersi che la tecnologia, negli anni Sessanta, non poteva essere in grado di mandare un equipaggio così lontano. Inoltre era convinto che la Nasa fosse stata in cattive acque per permettersi una missione così costosa. Dunque, secondo l’autore, gl americani si erano inventati tutto e avevano affidato la regia a Stanley Kubrick, diventato famoso un anno prima con “2001 Odissea nello Spazio”. Il regista avrebbe accettato, secondo Kaysing, perché sotto minaccia di rendere pubblico il coinvolgimento del fratello Raul con il Partito comunista ai tempi di guerra fredda. Il fatto che Kubrick non avesse mai avuto un fratello, era un dettaglio insignificante.

Secondo i complottisti, la missione Apollo 11 venne “inventata” per togliere il primato dello spazio all’Unione Sovietica, secondo altri doveva servire a distrarre dal fallimento della guerra in Vietnam. Per altri ancora, la messinscena fu necessaria per non perdere i 30 miliardi di dollari di fondi a rischio tagli. C’e’ un filone negazionista anche italiano: con il film American Moon il regista Massimo Mazzucco ha voluto spiegare come la missione sulla luna sia stata infarcita di trucchi e menzogne, dalle interviste alle foto realizzate su un set fino ad arrivare al mistero della scomparsa dei nastri contenenti i dati di volo.

Il fatto che, dopo Apollo 11, gli americani andarono altre cinque volte sulla Luna, non basta a smontare l’idea di complotto. Ad alimentare l’ipotesi negazionista, negli anni Settanta, arrivò anche un film, Capricorn One, del ’78, del regista Peter Hyams: è la storia di una missione su Marte annullata per la mancanza di fondi, che la Nasa decide di portare avanti lo stesso, inscenando tutto. L’idea del set non era una novità: era già apparsa, sette anni prima, in un film di James Bond, “Una cascata di diamanti”, quando l’agente segreto più famoso della storia del cinema si ritrova nel mezzo di un set con astronauti che si muovono piano come fossero davvero sulla luna.

Negli ultimi anni, insieme alla narrazione negazionista, è cresciuta una nuova scuola di pensiero: quella semi-negazionista, secondo cui la missione ci fu, ma venne raccontata in modo artificioso per non svelare ai sovietici troppe informazioni. È la teoria sostenuta dal fotografo francese, Philippe Lheureux, autore del libro Lumie’res sur la Lune, secondo cui le foto vennero scattate su un set per nascondere ai sovietici i dettagli dell’operazione.

Per tutti restano le parole definitive di Umberto Eco, secondo il quale se la missione fosse stata una grande finzione, gli unici ad avere interesse nello sbugiardare gli americani sarebbero stati i sovietici. “Se i russi sono stati zitti significa che lo sbarco sulla Luna era vero. Fine del dibattito”. 

Fu davvero un grande passo per l’umanità, quel piccolo passo compiuto da Neil Armstrong 50 anni fa sulla polverosa superficie lunare. Quel passo ha rappresentato infatti il compimento di un percorso che ha avuto il merito di aprire al mondo le porte non solo della Luna, ma dell’Universo intero, fino ai confini più estremi. Prima di quello sbarco, lo spazio era solo un campo di battaglia sul quale le due principali potenze di allora, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, giocavano la loro Guerra Fredda.

Fu proprio il balzo verso lo spazio compiuto dall’Urss a spingere il gigante americano a mobilitare tutte le sue forze ed energie verso la Luna. A dare il via all’impresa fu invece un segnale radio che per 92 giorni a partire dal 4 ottobre del 1957 ha letteralmente bombardato le cuffie dei radioamatori di tutto il mondo. Era il bip-bip dello Sputnik 1 il satellite sovietico che per primo compì un volo orbitale dimostrando la capacità dei vettori russi di uscire dall’atmosfera terrestre e di trasportare oggetti in orbita intorno alla Terra.

Per gli Stati Uniti guidati dal Presidente Dwight Eisenhower quello era un guanto di sfida che non poteva non essere raccolto. Troppo era infatti lo smacco subito sia in termini strategici – i russi avevano dimostrato di essere in grado di portare le loro testate nucleari ovunque – che di propaganda. A costruire le basi e le premesse politiche, industriali, culturali ed economiche della risposta americana fu proprio Ike, che durante la sua presidenza nel luglio del 1958, appena nove mesi dopo, creò la National Aeronautics and Space Administration (NASA) e avviò un programma di finanziamento alle scuole il National Defense Education Act per sostenere l’educazione dei giovani americani mentre il Congresso provvedeva ad aumentare la dotazione del fondo della National Science Foundation (NSF) di ulteriori 100 milioni di dollari che alla vigilia dello sbarco, nel 1968, sarebbero arrivati a 500.

Mentre l’America si mobilitava per rispondere alla sfida spaziale lanciata dai sovietici, quelli portavano a casa un nuovo straordinario risultato: il primo uomo nello spazio, Yuri Gagarin. “Da quassù la Terra è bellissima, senza confini” disse quel giovane sorridente ragazzo di appena 27 anni che il 12 aprile del 1961 per primo fece il balzo a bordo della Vostok 1. Le parole del cosmonauta russo non potevano nascondere anche il dark side che si celava dietro la corsa allo spazio delle due superpotenze mondiali, ovvero la conquista di una supremazia strategica da far valere nella Guerra Fredda.

Il 30 ottobre dello stesso anno un gruppo di fisici russi guidati da Andrey Sacharov effettuarono il test della bomba termonucleare più potente mai costruito dall’uomo: la Bomba Zar con un potenziale di 50 Megatoni, 3125 volte più di Little Boy, quella sganciata nel 1945 dagli americani su Hiroshima. È in questo contesto che John F. Kennedy, il nuovo presidente degli Stati Uniti, entrato in carica da appena qualche mese nel gennaio del 1961, concepì il viaggio verso la Luna.

“Credo che questa nazione si debba impegnare a raggiungere l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e di farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Nessun progetto spaziale di questo periodo sarà più impressionante per il genere umano, o più importante per l’esplorazione spaziale a lungo raggio; e nessuno sarà così difficile e dispendioso da compiere” disse davanti al Congresso americano il 25 maggio.

Il presidente sapeva che per un paese come gli Stati Uniti non poteva bastare di eguagliare quanto era stato fatto dai sovietici e nonostante il 5 maggio del 1961 Alan Shepard fu il primo americano a volare nello spazio, decise di proclamare la corsa verso la Luna. Non fu però solo lo scontro tra due rivalità: Kennedy pensava che la missione verso la Luna potesse essere oggetto di collaborazione tra le due potenze.

Su Nature recentemente lo storico della Nasa, Roger Launius, ha ricordato come proprio al termine della crisi più acuta della guerra fredda, la crisi dei missili di Cuba, Krusciov e Kennedy provarono ad avviare quella collaborazione che fu spezzata dall’assassinio del presidente americano nel 1963. Le parole di Kennedy si concretizzarono in un progetto faraonico, il programma Apollo, che mobilitò centinaia di migliaia di lavoratori, tecnici, scienziati, ingegneri, chimici, piloti e astronauti e arrivò, nel 1965 a coinvolgere il 5,5 per cento dell’intero bilancio federale. La Nasa, da sola arrivò a impiegare più di 376 mila persone.

Si dovette pensare progettare e sviluppare dal nulla nuovi razzi, i Saturn, nuove navicelle, le Apollo, e anche i moduli per l’allunaggio, il Lem. Non fu tutto rosa e fiori. Il 27 gennaio del 1967 gli astronauti Virgil Grissom, Edward White e Roger Chafee morirono in un incedente passato alla storia come la “Tragedia dell’Apollo 1”. La Nasa seppe superare lo shock e il programma nel 1968 entrò nel vivo con una serie di missioni propedeutiche allo sbarco: le missioni Apollo 7,8,9 e 10. Il 16 luglio del 1969 prese il volo da Cape Canaveral l’Apollo 11, la missione che entro pochi giorni avrebbe portato Neil Armstrong e Buzz Aldrin a scendere per primi sulla Luna.

“Questo è stato un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità” disse Neil Armstrong in diretta mondiale mentre i suoi scarponi lasciavano le loro impronte sulla Luna. E fu davvero così. Da allora, in questo mezzo secolo l’uomo ha compiuto passi in avanti straordinari nell’esplorazione spaziale, tanto da essere sulla soglia di pianificare missioni umane non solo sulla Luna, ma anche su Marte.

In questo mezzo secolo l’umanità, attraverso le agenzie spaziali di molti paesi, ha frequentato in maniera continua e stabile lo spazio immediatamente fuori dall’atmosfera terrestre con diverse stazioni spaziali orbitali, di cui l’International Space Station (ISS) è solo il progetto principale e ha inviato sonde anche oltre i limiti del Sistema Solare visitando e raccogliendo informazioni su Asteroidi, Pianeti, Lune e persino Comete.

Due di queste sonde, le Voyager 1 e 2 sono ora molto oltre i limiti estremi dello Sistema Solare e vagano nello spazio interstellare portando con se immagini del “Pallido puntino blu” che si sono lasciate alle spalle. La corsa verso lo spazio ha spinto anche altri paesi a partecipare ai vari programmi spaziali e a svilupparne di propri. Tra questo anche l’Italia che proprio nel 1963, con la messa in orbita del Satellite Marconi, lanciò il suo programma spaziale che ora la vede tra le protagoniste in collaborazione con la Nasa e con l’Agenzia Spaziale Europea. 

Yoroi Z-Lab ha messo a punto un decryptor per il ransomware LooCipher con l’obbiettivo di impedire ai criminali informatici di sfruttare questo ennesimo strumento di ricatto per minacciare organizzazioni e aziende. Nonostante il suo soprannome evocativo, che allude sia alla figura religiosa popolare, ‘Lucifero’, che alle sue capacità cyber, ‘Cipher’ , le funzionalità di questo malware sono piuttosto semplici, e tuttavia capaci di  eseguire campagne estorsive su larga scala.

Lo comunica con una nota stampa Cybaze Cybaze Group, azienda di consulenza strategica in cybersecurity per le aziende e le istituzioni.

LooCipher è una famiglia di ransomware che si diffonde attraverso e-mail maligne che incorporano documenti Office infetti, cifra tutti i file sul computer vittima, abusa dei servizi proxy di Clearnet-to-Tor per connettersi al suo Command and Control nascosto dietro i siti del famoso servizio di anonimzzazione TOR, The Onion Router.

Per contrastare questa minaccia all’inizio di luglio il team Yoroi Z-Lab ha rilasciato pubblicamente un dettagliato rapporto su LooCipher in quanto il vettore iniziale lasciava prefigurare un’importante diffusione del software malevolo nei giorni successivi. Pochi giorni dopo i ricercatori di Fortinet hanno pubblicato un report su LooCipher (disponibile qui) focalizzato sull’algoritmo di crittografia. Yoroi ha fatto il resto ricostruendo la chiave originale per decrittare tutti i file interessati.

Spesso le analisi sono sufficienti per bloccare temporaneamente i cyber-criminali condividendo gli indicatori di compromissione (IOC) che consentono ad attori nazionali e internazionali (ISP, venditori AV, CERT) di bloccare le connessioni o di eliminare i file. Ma quando il ransomware colpisce una vittima, il desiderio finale è quello di essere in grado di decodificare quei file e ripristinare l’ultimo set di dati coerente.

“Esistono molti modi per combattere il crimine informatico, ma quello che facciamo in Yoroi è l’analisi del malware e la risposta agli incidenti utilizzando tecnologie speciali e proprietarie.”  – ha detto Marco Ramilli, Ceo di Yoroi – “Oggi abbiamo realizzato questo obbiettivo e vogliamo renderlo pubblico, per tutti coloro a cui serve un decryptor per LooCipher.”

Le caratteristiche tecniche di LooCipher sono descritte come segue:

    • Il ransomware si diffonde usando un documento Word malevolo.

    • Il Comando e Controllo è ospitato sulla rete TOR, al seguente indirizzo “hxxp://hcwyo5rfapkytajg[.]onion”.

    • Gli aggressori sfruttano servizi proxy Tor2Web per consentire facilmente l’accesso a Tor C2.

    • Il codice binario può funzionare sia come criptor che come decodificatore.

    • Il C2 genera dinamicamente un indirizzo Bitcoin diverso per ciascuna infezione.

Le ricerche di Fortinet hanno dedicato molto tempo alla descrizione dell’algoritmo utilizzato (AES-256-ECB) e hanno raffigurato un codice di decrittazione.

Il punto di svolta per la messa a punto del decrittatore era comprendere il modo in cui la chiave era codificata e, una volta recuperata la chiave offuscata, è stato possibile ricostruire quella originale per decrittare i file.

La chiave master è disponibile direttamente in memoria nei segmenti LooCipher. Yoroi Z-Lab ricorda di non “killare” il processo se infettati e di non riavviare la finestra di Windows. Se si blocca il processo o si riavvia il sistema, il decrypter di ZLab Team non potrà funzionare.

“In attesa di un tool che possa consentire l’eventuale recupero dei file cifrati anche post-infezione, ovvero anche dopo che il sistema sia stato fatto ripartire, abbiamo voluto rilasciare questo tool utile ad utenti ed amministratori che si confrontano col codice malevolo nelle prime fasi dell’infezione”, ha affermato il CTO di Cybaze-Yoroi, Pierluigi Paganini.

È possibile scaricare QUI il decryptor e usarlo gratuitamente.

Pagani è un piccolo centro tra Napoli e Salerno. E a Pagani si disegna il futuro delle reti di nuova generazione. Così come negli ultimi trent’anni vi ha preso forma la rivoluzione della telefonia mobile.

E Pagani, con i suoi 270 ricercatori al lavoro per Ericsson, è al centro di un triangolo di accademie – Fisciano, Sannio e Napoli – cui attinge per accrescere la competenza in particolare sulle tecniche avanzate del software: quelle soluzioni che ogni sistema di comunicazioni deve avere per riuscire a garantire la la protezione legale dei dati e del traffico. È qui che si sviluppano i sistemi di sicurezza che prevengono azioni malevoli di attacco e intercettazione.

È il centro di eccellenza a livello mondiale in cui Ericsson fa questa attività: dallo smistamento delle informazioni tra i vari punti della rete alla cybersecurity.

Ma perché proprio in questo centro nel meridione d’Italia? “La scelta dell’Italia è dovuta al fatto che comunque le nostre università continuano a esprimere il meglio nel mondo per quanto riguarda lo sviluppo degli apparati. E lo facciamo da anni” dice Alessandro Pane, Direttore R&S di Ericsson in Italia. “Quando si parla di comunicazioni mobili, l’Italia è sempre all’avanguardia. E’ stato per tanti anni il Paese che ha saputo innovare. Nel mondo del privato sulla digitalizzazione non c’è un gap con gli altri Paesi. E’ nel pubblico che l’Italia è indietro per via dei ritardi che abbiamo avuto, ora c’è bisogno di uno sforzo, che si sta facendo, per portare la Pubblica amministrazione allo stesso livello del privato”.

E per Ericsson la collaborazione con gli atenei è fondamentale. “Il rapporto con le università come pure con i centri di competenza di settore si differenzia molto da dipartimento a dipartimento” dice ancora Pane, “in quelli con cui collaboriamo con maggiore frequenza come ingegneria, telecomunicazioni, informatica e robotica, Artificial Intelligence e machine learning troviamo terreno fertilissimo dal punto di vista del modo di ragionare e di aprirsi a soluzioni vincenti sia per il privato che per l’Accademia”.

Oltre che a Pagani, dove si lavora principalmente sulla sicurezza della trasmissione dei dati, Ericsson ha altri due centri di ricerca in Italia: a Genova, dove si sviluppano sistemi di gestione e controllo e sistemi di trasmissione basati su fibra ottica e dove si attestano le prove di latenza del 5G interconnesse all’IoT, e Pisa, dove sorge un centro di ricerca di base su Ottica e Fotonica e dove la collaborazione con la Scuola Sant’Anna ha permesso, ad esempio, di battere il record mondiale di trasmissione su 1.000 km di un pacchetto di dati raggiungendo il Terabit di banda.

Ma a che punto è la tecnologia di Ericsson? “Noi guardiamo a noi stessi” dice ancora Pane, lavoriamo per competere e qualificarci sul livello tecnico e di sicurezza dei nostri equipaggiamenti e delle nostre soluzioni. Lavoriamo in tutti i continenti e siamo in competizione con gli altri fornitori di settore sia per il livello tecnico e tecnologico dei nostri prodotti che per il servizio che siamo in grado di fornire essendo presenti in tutti i paesi del mondo. Il modo per migliorarci tutti i giorni: non pensare di essere più bravi per fattori che non siano competenze tecniche e commerciali, ma perché appunto mettiamo a disposizione reti che rispondono perfettamente alle esigenze dei nostri clienti. La rete del 5G non è solo questione di ampiezza di banda o di latenza, ma è una rivoluzione di tutto il sistema delle telecomunicazioni. Si tratta di cose che a breve toccheremo con mano e che grazie ad Ericsson sarà possibile avere con sistemi di reti performanti, efficienti, sostenibili e sicure anche grazie al talento e ingegno italiano”. 

Chi ricorda l’arrivo nelle nostre vite dei primi smartphone, ricorda anche i primi negozi in cui venivano venduti. Non c’era molta scelta: o si sposava Apple – nelle intensioni di Steve Jobs per tutta la vita – o si andava in uno dei negozi degli operatori e si prendeva un Samsung o un Lg in bundle con l’offerta telefonica pagandolo in 120 mila comode rate.

Oppure c’erano dei negozietti, poco più che bugigattoli dall’aria vagamente losca in cui si potevano trovare a prezzi più ragionevoli cellulari usati (nella migliore delle ipotesi) o quelli che una decina di anni fa cominciavano ad arrivare semiclandestinamente sul mercato europeo: gli smartphone cinesi.

Improbabili marchi con nomi pressoché impronunciabili, touchscreen che al tatto ricordavano il domopak, poche elementari app, suonerie che riproducevano i clacson dei camion pachistani e poco altro.

Sono passati meno di dieci anni e non ha molto senso stare a ricordare dove sono arrivati colossi come Huawei, Oppo, Xiaomi e OnePlus, alcuni dei quali sono diventati tanto grandi da impensierire la Casa Bianca. Ha senso però guardare che fine hanno fatto quei bugigattoli semiclandestini in cui si andava in cerca di imitazioni a basso costo.

Ormai anche gli Apple Store sono storia: nessuno si ferma più incantato di fronte al cubo di vetro sulla Fifth Avenue e i nuovi signori delle telecomunicazioni hanno capito che non basta inondare il mercato di device: bisogna trasformare la scelta di un marchio in una esperienza.

E’ interessante la strada che hanno intrapreso Huawei e Xiaomi. Quest’ultima sta per aprire (la data è il 13 luglio) il nono Mi Store in Italia. Huawei, nonostante appena un mese e mezzo fa c’era chi la dava per spacciata, ha inaugurato da poco a Madrid l’experience store più grande d’Europa, che segue quello aperto a Milano nel 2017.

Due approcci diversi: Xiaomi nel 2019 ha già aperto ben quattro negozi e punta all’espansione territoriale. Nei Mi Store è possibile acquistare non solo gli smartphone, ma gli elettrodomestici e gli accessori come la Mi Smart Band 4, gli auricolari Mi True Wireless Earphones e il monopattino elettrico, Mi Electric Scooter.

Huawei sta invece costruendo un’esperienza. Non a caso i negozi sono stati ribattezzati ‘experience store’. “Nel 2017 abbiamo intrapreso come azienda un percorso di costruzione di un negozio inteso come centro esperenziale” spiega all’Agi Isabella Lazzini, marketing and retail director Huawei CBG Italy, “Contavamo 2.300  negozi di cui il 99% in Cina, e quello in Italia è stato il primo fondato su un concept innovativo, pensato come una piazza in cui la vendita  fosse una naturale conseguenza e non l’obiettivo primario”.

Nell’experience store ci sono servizi di base come le consulenze gratuite per il passaggio di dati da un vecchio smartphone a uno nuovo – a prescindere da dove il prodotto sia stato comprato – ed esperienze più complesse che nascono dalla collaborazione in vari ambiti. “Ad esempio insegniamo il cinese usando i nostri tablet, organizziamo corsi di yoga e ginnastica per far capire i benefici dei nostri indossabili. Facciamo vivere il prodotto nel contesto della propria passione” spiega Lazzini.

La matrice creata in Italia è stata esportata in Europa, aggiunge, orgogliosa di sottolineare che, anche se quello di Madrid è il negozio più grande, l’idea sulla quale si fonda è made in Italy. Avere a disposizione un ‘luogo di incontro’ è stato importante anche nei giorni più difficili, quelli del bando varato dagli Stati Uniti contro Huawei. “Aveva creato confusione nelle persone e chi cercava chiarezza veniva nei negozi, soprattutto sulle tante fake news che circolavano, inclusa quella sulla possibilità di continuare a utilizzare WhatsApp sui nostri smartphone”.

L’intenzione è di continuare a sviluppare esperienze, come quella con Pietro Celo dedicata ai bambini non udenti che nello store milanese possono sperimentare la app che traduce i libri in lingua dei segni. Lo scopo è duplice: stimolare l’apprendimento del linguaggio dei segni e l’abitudine alla lettura. “A prescindere che poi decidano di usare o no un device Huawei” conclude Lazzini.

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