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Probabilmente 13 anni fa Mark Zuckerberg, quando ebbe l’idea di creare Facebook , non immaginava che su quella piattaforma potessero finire contenuti di ogni genere. Oggi il problema è quanto mai evidente. E tra 'hate speech' (incitamenti all'odio) e 'fake news' (notizie bufala) il colosso digitale ha dovuto individuare delle regole precise e tali da arginare i contenuti più pericolosi. Aibhinn Kelleher, product policy manager di Facebook per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, spiega ad Agi le difficoltà di scrivere queste regole, perché spesso i temi trattati sono molto delicati e non è mai facile capire il limite che non deve essere oltrepassato.

 

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Da un'inchiesta condotta dal Guardian si capisce come non sempre sia facile per i dirigenti di Facebook trovare delle regole da applicare su temi delicati e difficili. Dall’altra, c’è l’enorme difficoltà dei moderatori, che sono sopraffatti dalla quantità di cose da analizzare e spesso costretti a prendere una decisione in 10 secondi. Come si 'sopravvive'?
"Le tematiche portate alla luce dal Guardian dimostrano quanto sia complesso il meccanismo di revisione dei contenuti e quante variabili siani da considerare per garantire la libertà d’espressione e la sicurezza dei nostri utenti. Mediamente, ogni giorno, più di un miliardo di persone usano Facebook. Vengono condivisi molti post in diverse lingue e vari formati, dalle foto ai live video. Una percentuale di questi contenuti viene segnalata e l’analisi è spesso complessa. Non è quindi facile definire regole che, allo stesso tempo, assicurino la sicurezza delle persone e consentano loro di condividere liberamente. A questo si deve aggiungere la difficoltà di dover rispondere rapidamente a milioni di segnalazioni settimanali".

Leggi su questo argomento il post di Riccardo Luna

Il Guardian ha anche dichiarato di aver preso visione di oltre 100 manuali di formazione, fogli di calcolo e diagrammi di flusso che hanno permesso di capire quali sono i principi attraverso i quali Facebook affronta le questioni più difficili. Come mai le policy non sono pubbliche?
"Il nostro obiettivo è creare policy che consentano di mantenere le persone al sicuro permettendo loro di esprimersi liberamente. Non condividiamo sempre i dettagli, perché non vogliamo aiutare le persone ad aggirarle, ma abbiamo reso pubblici i nostri standard della comunità che indicano ciò le linee guida che sta seguendo Facebook".

I revisori, hanno espresso molte perplessità su molte politiche aziendali relative ai contenuti. Le regole per i contenuti sessuali, per esempio, sono considerate molto complesse e confuse. Lei crede che ciò sia vero?
"I nostri standard della comunità variano nel tempo. Abbiamo un dialogo costante con esperti e organizzazioni locali, su una ampia varietà di temi, dalla sicurezza dei minori, al terrorismo, ai diritti umani. Ci sforziamo molto per rimanere obiettivi. I casi che esaminiamo non sono i più semplici: si collocano spesso in una zona grigia dove le persone non sono d'accordo. L'arte e la pornografia non sono sempre facilmente distinguibili, ma abbiamo scoperto che le immagini di nudo generate digitalmente sono più spesso di natura pornografica rispetto a quelle artigianali, e le nostre policy seguono questa strategia.I casi ipotetici che usiamo per formare i revisori sono intenzionalmente estremi. Sono ipotesi pensate per aiutare le persone che fanno questo lavoro ad affrontare i casi più difficili. Quando abbiamo creato i nostri standard della comunità quasi un decennio fa, molto è stato lasciato alla discrezione dei singoli dipendenti. Ma, poiché capita difficilmente che più persone abbiano la stessa opinione su cosa costituisca hate speech o bullismo, o altre tipologie di violazioni, abbiamo fatto evolvere le nostre policy verso definizioni chiare".

Siete soddisfatti del livello raggiunto in termini di starndard di controllo?
"Tutti noi sappiamo che possiamo fare molto di più. Il mese scorso, abbiamo annunciato che stiamo assumendo altri 3.000 revisori in tutto il mondo che si occuperanno di rivedere quello che viene segnalato dalle persone. E’ un lavoro impegnativo e continueremo a dare ai revisori il giusto supporto, sia facilitando la revisione più approfondita delle decisioni difficili in tempi brevi sia fornendo loro il supporto psicologico di cui hanno bisogno. La tecnologia offre, a un numero sempre crescente di persone, un potere maggiore di comunicare in modo più ampio che mai. Riteniamo che i vantaggi della condivisione superino i rischi. Ma riconosciamo anche che la società sta ancora cercando di capire cosa sia accettabile e cosa invece sia dannoso e che noi, in Facebook, possiamo svolgere una parte importante in quella conversazione".

Spesso su Facebook circolano molte notizie false. Cosa sta facendo l'azienda per arginare questo fenomeno? Cambieranno le policy dell’azienda? Se sì, come?
"Sappiamo che le persone vogliono vedere su Facebook informazioni corrette, e lo vogliamo anche noi. Le notizie false e le bufale sono pericolose per la nostra comunità e rendono il mondo un luogo meno informato. Tutti noi abbiamo la responsabilità di frenare la diffusione di notizie false. In Facebook ci siamo concentrati su tre aree chiave per contrastare il fenomeno: Interrompere le possibilità di guadagno, perché gran parte delle notizie false derivano dalla volontà di trarne profitto;  Costruire nuovi strumenti per frenare la diffusione di notizie false e migliorare la diversità di informazioni; Aiutare le persone a prendere decisioni in modo più consapevole, quando si trovano davanti a delle notizie false".

Può essere più precisa? In concreto cosa significa?
"Soprattutto per combattere le fake news abbiamo cercato di lavorare preventivamente con First Draft, un’associazione non profit dedicata a migliorare la capacità e la metodologia utilizzata per segnalare e condividere informazioni online. In questo modo abbiamo cercato di aiutare le persone a individuare le notizie false. In cima al News Feed di Facebook è stato infatti visibile per alcuni giorni agli utenti di 14 Paesi un decalogo utile per riconoscere le notizie false. In Italia il nostro partner in questo progetto è stato Fondazione Mondo Digitale. Cliccando sullo strumenti del News Feed, le persone accedevano all’interno del Centro Assistenza Facebook, dove sono presenti consigli su come individuare meglio notizie false, come ad esempio controllare l’URL del sito, investigare sulle fonti e cercare altre segnalazione sul tema. Stiamo inoltre lavorando con la Presidenza della Camera dei Deputati, il Ministero dell'istruzione, l'università e la ricerca e altri partner per sviluppare una campagna di sensibilizzazione e formazione specifica per l'Italia, "#bastabufale", partendo dalle scuole".

Hate speech e Counterspeech sono  strumenti che stanno crescendo sulla piattaforma. Cosa fa Facebook per eliminare l’hate speech e cosa, invece, per promuovere il counter speech?
Facebook non è un posto per la diffusione di discorsi di odio (hate speech), di razzismo o di appelli alla violenza. Per questo motivo abbiamo sviluppato gli “Standard della Comunità” che chiariscono quali contenuti non sono autorizzati sulla nostra piattaforma: sono le nostre policy. Inoltre, abbiamo  creato degli strumenti, intuitivi e facili da usare, che permettono agli utenti di segnalare contenuti che violano questi standard, includendo un link di segnalazione accanto a quasi ogni singolo contenuto presente sulla piattaforma. Valutiamo seriamente tutti i contenuti che ci vengono segnalati e diamo sempre un riscontro alle persone che segnalano un contenuto, fornendo aggiornamenti in tempo reale attraverso la casella del “Riepilogo delle Segnalazioni”. Imparando dagli esperti, continuiamo a perfezionare il modo in cui implementiamo le nostre policy per far sì che la nostra community possa essere al sicuro, soprattutto per le persone che possono essere vulnerabili o sotto attacco. Lavoriamo a stretto contatto con i nostri partner, come l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), e le autorità locali per contrastare le situazioni non conformi alla legge italiana".

E' vero che avete di assumere nuovo personale per controllare i contenuti?
"Vero. Abbiamo inoltre recentemente annunciato che entro la fine del prossimo anno assumeremo 3500 persone, oltre alle 4000 già impiegate, per occuparsi della revisione dei contenuti segnalati. Oltre ad avere policy ben determinate e meccanismi di supporto, infine, crediamo sia altrettanto importante costruire e dare valore al “contro discorso” (counterspeech) per offrire narrative differenti e trasmettere messaggi positivi che sfidino i messaggi d’odio. Facebook è una piattaforma molto potente per la diffusione di counter-speech. Tutti quei contenuti (articoli, video, discorsi, commenti) che cercano di sfidare punti di vista estremi o violenti, raccontando e diffondendo messaggi positivi".

Qual è la parte più difficile del suo lavoro? 
"Facebook è una piattaforma globale, e come tale permette di confrontarsi continuamente con molteplici realtà locali, rapportarsi con le esigenze delle istituzioni, dialogare con interlocutori sempre diversi. Sicuramente questo è una sfida, ma anche un’occasione di apprendimento, scambio e crescita continuo".

Tre anni fa nemmeno esisteva sul mercato italiano. Ora ha adottato strategie simili a quelle di giganti come Apple, Samsung e Huawei (di cui è uno spin-off), prima fra tutte quella di lanciare un nuovo smartphone ogni anno. Honor si presenta come un brand 'giovanile' e non 'per giovani' e punta a una fascia di clienti che si allarga sempre di più: quella che le statistiche indicano in modo un po' vago come i 'Millenials', ma che in realtà condivide gusti (e portafoglio) con almeno una generazione precedente. 

"Perché dobbiamo tenere il passo"

"Il debutto era stato con Honor 6" dice all'Agi George Zhao, amministratore delegato di Honor "e la risposta del mercato è stata così interessante che ci siamo dovuti tenere al passo, Non potevamo permetterci di perdere la presa sul pubblico più giovane, che è quello le cui aspettative in termini di estetica e di prestazioni crescono più rapidamente. Dovevamo aggiornare i nostri smartphone agli standard più elevati, soprattutto su quelli che sono gi aspetti che più interessano ai millenials: qualità della riproduzione musicale, versatilità della fotografia e fluidità nella modalità di gioco. Chi pensa che il nostro obiettivo sia fare concorrenza a Apple o Samsung sbaglia. La loro politica dei prezzi non è la nostra. Vogliamo difendere la posizione che abbiamo conquistato – la clientela giovane – e per farlo dobbiamo mettere a disposizione una tecnologia aggiornata e performante a prezzzi ragionevoli. Lasciamo che i giganti combattano la loro battaglia, mentre la nostra sfida è con noi stessi".

"L'intelligenza artificiale ha senso solo se è a servizio dell'uomo"

A Berlino, a margine della presentazione del nuovo Honor 9, Zhao si lascia andare a considerazioni più generali: sul futuro – non solo quello della telefonia – e sull'intelligenza artificiale. "Ha senso parlarne" dice, "finché la consideriamo come qualcosa a servizio dell'uomo. Se è l'uomo a sentirsi al servizio della macchina, allora vuol dire che siamo sulla strada sbagliata. Lo stesso vale per gli smartphone che io vedo come i veri vettori dell'intelligenza artificiale: dobbiamo pensarli come macchine al servizio dell'uomo e non viceversa. L'intelligenza artificiale trasforma uno smartphone in uno strumento per rendere più semplice la vita: dalle informazioni in tempo reale sugli orari dei trasporti pubblici a in quanto tempo e su quale nastro bagagli arriverà la mia valigia. Deve essere un nostro assistente, non ridurre noi a suoi prigionieri.

Un successo inatteso

Il successo (quaasi inaspettato per ammissione dei suoi stessi manager) di Honor 8 un anno fa ha spinto la casa cinese a mettere a punto in meno di un anno il nuovo top di gamma: Honor 9. Il target è sempre lo stesso: i più giovani che puntano a un elevato rapporto qualità-prezzo. Non a caso il lancio di Honor 0 a 449 euro è accompagnato da quello degli auricolari sviluppati con la casa di hi-tech musicale Monster a 49 euro, alla smartband a 69 euro e agli airicolari bluetooth a 69 euro. 

Come è fatto Honor 9

  • corpo da 7,45 mm
  • vetro curvo 3D posteriore a 15 strati per riflettere la luce naturale
  • pannello anteriore 2.5D,
  • bordi in metallo sabbiato e il sensore d’impronta in ceramica
  • schermo da 5,15 pollici 
  • disponibile in due colorazioni: Sapphire Blue e Glacier Grey, mentre nei prossimi mesi arriverà nei negozi anche in Midnight Black.
  • doppia fotocamera con sensore monocromatico da 20MP ed uno RGB da 12MP con zoom ibrido 2X che lavorano in parallelo: il sensore monocromatico scatta in bianco e nero, quello RGB cattura i colori e un software combina le due immagini
  • La tecnologia Pixel binning consente di fotografare in condizioni di scarsa illuminazione
  • Moving Pictures: per la prima volta su uno smartphone Android le foto prendono vita con un tocco, registrando quello che accade 1,2 secondi prima e dopo lo scatto.
  • Zoom ibrido: La dual camera offre la possibilità di zoomare a 2X
  • 3D Panorama realizzata in collaborazione con FYUSE, che consente di catturare oggetti, selfie e scene in 3D.
  • Huawei Histen 3D, una nuova tecnologia sonora ultra-wide progettata da Huawei e l’equalizzatore Honor Purity realizzato con Monster
  • La batteria da 3200mAh arriva fino a 2,5 giorni o a 78 ore di ascolto ininterrotto di musica offline. Honor 9 supporta inoltre la ricarica veloce 9V/2A, che permette di portare la batteria dallo 0% al 40% in 30 minuti.

Disponibilità e prezzo

Honor 9 è disponibile nelle maggiori catene italiane di elettronica di consumo, online e offline, al prezzo consigliato di 449 euro.

Per chi acquisterà Honor 9 fino al 26 luglio e si registreranno al sito www.honorpromo.it/honor9Ilovesharing inserendo i codici IMEI del nuovo Honor 9 e del vecchio smartphone Honor, riceveranno un bonifico di 50€ direttamente sul loro conto corrente bancario

Roba per smanettoni

  • Display: 5,15” FHD (1920×1080), 428ppi, vetro frontale 2.5D
  • Processore: Kirin 960 Octa-Core (4 x 2,4GHz + 4 x 1,8GHz)
  • RAM: 4GB o 6GB
  • ROM: 64GB (espandibile con microSD card fino a 256GB)
  • Dual Camera: 12MP RGB + 20MP B/W con Zoom Ibrido 2X
  • Fotocamera frontale: 8MP
  • Bluetooth 4.2, NFC
  • WiFi 802.11 a/b/g/n/ac Dual Band
  • Porta IrDA per telecomando universale
  • USB Type-C, con supporto OTG
  • Sensore d’impronta digitale frontale
  • Batteria: 3200mAh con Fast Charge
  • Sistema Operativo: Android 7.0 + EMUI 5.1
  • Doppia Nano SIM o Nano SIM + microSD
  • Dimensioni: 147,3 x 70,9 x 7,45mm
  • Peso: 155 grammi

Tre anni fa, Erik Finman, adolescente americano dello stato rurale dell'Idaho, non ha più voluto saperne della scuola: ha chiesto ai suoi genitori di ritirarlo dall'istituto e di permettergli di studiare in casa perché quel tipo di educazione "non faceva per lui". Una storia come tante, fin qui, se non fosse che Erik ha alzato la posta in gioco: se fosse diventato milionario entro i 18 anni, mamma e papà – entrambi PhD in fisica e ingegneria elettrica alla Stanford University – non lo avrebbero costretto a iscriversi all'università.

A tre anni da quel patto, Erik ha vinto la sua scommessa. Come? Investendo in bitcoin – la moneta virtuale – e sviluppando uno spirito imprenditoriale. La sua storia sta rimbalzando sui media americani, infarcita com'è di ingredienti 'golosi' che vanno dalla critica al sistema scolastico americano al mito della Silicon Valley. Ma partiamo dall'inizio. 

Leggi anche: Cosa è bitcoin, come funziona e perché è la moneta degli hacker 

"Và a lavorare in un Mc Donald's"

A 12 anni, Erik riceve 1.000 dollari in regalo da sua nonna. Su consiglio del fratello maggiore, Scott, decide di investirli in Bitcoin. Poi continua con la sua vita. Le giornate trascorrono tra noia e frustrazione: il ragazzo non riesce a emergere a scuola e non si sente motivato. I suoi due fratelli maggiori, Scott e Ross, si sono fatti strada nei settori dell'hi-tech e dell'ingegneria, dopo un PhD al Mit, e a casa Erik si considera quasi la 'pecora nera' di una famiglia di menti brillanti che lui stesso definisce "la versione Elon Musk dei Kardashian".

Ma il punto di maggior frustrazione lo raggiunge quando un professore gli consiglia caldamente di "abbandonare gli studi e andare a lavorare da Mc Donald's" perché tanto nella vita "non avrebbe mai ottenuto nulla di buono". I suoi genitori decidono così di ritirarlo dalla scuola e a dare il via a un percorso di insegnamento a casa. 

Il bitcoin inizia a dare i suoi frutti

Nel 2013, Erik raccoglie i primi frutti del suo investimento. Il bitcoin è valutato 1.200 dollari a 'pezzo'. E, due anni dopo, quei mille dollari iniziali valgono 100mila dollari. Che farne? Il giovane Finman non ha dubbi e con una parte di quel denaro, all'inizio del 2014, crea Botangle: una piattaforma online che aiuta gli studenti frustrati come Erik a trovare un insegnante attraverso una video-chat. A 15 anni, Erik si trasferisce a San Francisco. Da li il passo per la Silicon Valley è breve. Lo stesso anno arriva anche la consacrazione dalla rivista Time: Erik Finman è tra i teen-agers più influenti

Da 100mila a 1 milione di dollari

Nel gennaio del 2015 trova un investitore che per Botangle gli offre 100mila dollari o 300 bitcoin, che all'epoca era crollato a 200 dollari a moneta. Erik sceglie i bitcoin e oggi vanta un patrimonio di 403 bitcoin, il cui valore ammonta a 1,09 milioni di dollari. Da allora cura i suoi investimenti e quelli della sua famiglia, e lavora ad alcuni progetti importanti, come quello del lancio di un razzo in collaborazione con la Nasa pensato per attrarre e reclutare studenti

"La scuola non funziona, meglio Wikipedia"

Se c'è una cosa che Erik ha imparato dalla scuola è che "non funziona bene per tutti". "Non raccomanderei a nessuno questo sistema scolastico", ha dichiarato diverse volte ai media americani, aggiungendo: "Puoi imparare molte più cose su Wikipedia o su Youtube". 

Ricaricare il cellulare facendo pipì? Ebbene sì, la nuova frontiera nella produzione di energia elettrica si basa sul riuso dell’urina. Un team di scienziati del Bristol Robotics Laboratory ha messo a punto un processo per utilizzare il nostro scarto che è, per antonomasia, una fonte inesauribile e continua. Come ha sottolineato Ioannis Ieropoulos, direttore del Bristol Bioenergy Centre, “la bellezza è che non dipendiamo dalla natura irregolare del vento o del sole, ma riutilizziamo uno scarto per creare energia”.

 

Da energia chimica a elettrica grazie alle pile a combustibile microbiologica

Il sistema è già realtà ed è stato testato per mandare messaggi di testo e fare anche brevi telefonate. L’obiettivo ora è riuscire ad allungare i tempi di ricarica in modo da avere energia sufficiente per un uso prolungato di un apparecchio più complesso. “Sebbene sia già stato dimostrato in passato che un cellulare basico può essere ricaricato dalle Mfc – ha ricordato il direttore del Centro – lo studio attuale va al di là di questo e mostra come, semplicemente usando l’urina, un sistema di Mfc ricarichi con successo uno smartphone”.

Il processo è semplice: il getto di urina passa attraverso una cascata di pile a combustibile microbiologica (Mfc) che convertono l'energia chimica in energia elettrica mediante la reazione catalitica di microrganismi: più questi ‘mangiano’ urina, più energia producono e per un periodo maggiore.

“Il concetto è stato testato e funziona. Adesso si tratta di estenderlo e migliorare il processo in modo da sviluppare pile a combustibile microbiologica per ricaricare completamente una batteria”, ha spiegato Ieropoulos. Ma l’uso dell’urina non si ferma alla ricarica di un cellulare. L’idea è di montare, in un futuro vicino, questa tecnologia nei bagni per poter sfruttare l’urina e creare elettricità sufficiente per far funzionare docce, luci e rasoi.

Da Bristol a Usa e Sudafrica, il progetto punta ad allargarsi

Gli scienziati puntano ad allargare a esperti internazionali il progetto, portato avanti dal Bristol Robotics Laboratory, ente nato dalla collaborazione tra l’Università di Bristol con l’ateneo dell’Inghilterra occidentale. “Stiamo offrendo finanziamenti per lavorare insieme a partner negli Stati Uniti e in Sudafrica per sviluppare una ‘smart toilet’”.

Vicino al bar dell’università, riferisce il Daily Mail, è stato realizzato un prototipo che genera elettricità in continuazione: poco più di mezzo litro di urina è sufficiente per sei ore di ricarica, che può alimentare uno smartphone per tre ore.
 A studenti e professori è stato chiesto di donare la loro pipì per far funzionare il sistema e generare abbastanza elettricità per alimentare l’illuminazione interna del bar.

Perché non utilizzarla anche in campo umanitario?

E le applicazioni sono infinite, anche in campo umanitario, basti pensare a quanto può essere utile nei campi per migranti e sfollati. “Oxfam è esperta nel fornire servizi igienici in zone di disastri ed è sempre una sfida portare la luce in aree inaccessibili lontane dalla rete elettrica”, ha ricordato Andy Bastable, a capo della sezione acqua e servizi igienici dell’organizzazione internazionale.

“Questa tecnologia è un grande passo avanti: vivere in un campo rifugiati è già abbastanza duro senza dover aggiungere la minaccia di essere aggrediti in un luogo buio di notte”, ha spiegato, sottolineando che “le potenzialità sono enormi”. E i costi abbordabili, ha aggiunto Ieropoulos: “Una pila a combustibile microbiologica costa circa una sterlina (1,13 euro) per farla, e crediamo che una piccola unità come il prototipo che abbiamo realizzato per l’esperimento potrebbe costare 600 sterline (680 euro), un vantaggio significativo dal momento che questa tecnologia è in teoria eterna”.

Il nome ricorda lo slogan di un noto marchio alimentare. Ed effettivamente la tavola c'entra. Ma "Startup in famiglia" non ha a che fare con dadi e sughi pronti: è un nuovo format che porta l'innovazione nelle case degli italiani, con 70 cene, in quaranta città (da Milano a Torino fino a Bari e Palermo, passando per Roma e Firenze). Tutte nello stesso giorno: il 30 giugno.

L'iniziativa è promossa da Heroes, meet in Maratea (festival su futuro in programma nella città lucana dal 21 al 23 settembre), Gnammo (la principale piattaforma italiana di social eating), con la community di Instagramers Italia.

Le famiglie sono state selezionate tra i 220mila utenti di Gnammo: apriranno le porte di casa propria e ascolteranno le idee degli startupper d'avanti ai piatti preparati dai cuochi attivi sulla piattaforma. Non saranno solo ospiti ma anche giudici: valuteranno le startup ed eleggeranno una vincitrice. In palio servizi di accelerazione come mentoring, consulenza grafica e rebranding, oltre alla partecipazione ad Heroes, dove saranno presenti manager, investitori e business angels provenienti dall’Italia e dall’estero.

Insomma, una vetrina sui generis, in un contesto atipico. Per crare, afferma Cristiano Rigon, presidente e ceo di Gnammo, “un ponte tra l’universo delle startup e il mondo reale, uscire fuori da classici schemi, anche linguistici, dettati dagli addetti ai lavori”.

L'obiettivo, però, è anche un altro: “Svolgere un'attività di alfabetizzazione all'innovazione “, si legge in una nota diffusa da Heroes, rivolta a chi di solito è “lontano dai luoghi classici legati al mondo dell’autoimprenditorialità e delle startup d’impresa, quali università e incubatori”.

“Verranno raccolte idee, frammenti di vita quotidiana, foto e storie, video e parole che permetteranno alla migliore idea di impresa di emergere tra le altre”, spiega Andreina Serena Romano, co-founder di Heroes. Poi, certo, è anche un modo (legittimo, creativo) di lanciare il festival di Maratea. Che ha avuto successo: all'appello di Startup in famiglia hanno risposto giovani imprese di diversi settori, “dal babysitting al food, dall’arte al digitale, dall’ambiente alla tecnologia”.

Giovedì 21 giugno Facebook ha ospitato il primo Facebook Communities Summit a Chicago che ha visto la partecipazione di centinaia di amministratori di Gruppi. Durante l’evento, Mark Zuckerberg ha annunciato nuove funzionalità per supportare le community e ha comunicato una nuova mission che guiderà il lavoro dell’azienda nel corso del prossimo decennio: dare alle persone il potere di creare comunità e rendere il mondo più unito. Qui il testo del suo intervento. 

"Oggi abbiamo ospitato il nostro primo Facebook Communities Summit a Chicago che ha visto la partecipazione di centinaia di amministratori di Gruppi e in cui abbiamo annunciato nuove funzionalità per supportare le loro comunità su Facebook.

Mark ha aperto l’incontro soffermandosi sul ruolo che hanno i gruppi nella comunità di Facebook e ringraziando gli amministratori che li guidano. Mark ha anche annunciato una nuova mission per Facebook, che guiderà il nostro lavoro nel prossimo decennio: dare alle persone il potere di creare comunità e rendere il mondo più unito.

Una parte importante nella realizzazione della nostra nuova mission è dare supporto agli amministratori dei gruppi, che sono veri leader delle comunità su Facebook. Stiamo quindi aggiungendo diverse nuove funzionalità per aiutarli a crescere e gestire i propri gruppi:

·        Insight per i gruppi: gli amministratori dei gruppi ci hanno spesso fatto notare che una migliore comprensione di ciò che sta succedendo nei loro gruppi potrebbe aiutarli a prendere decisioni su come sostenere meglio i loro membri. Ora, con gli insight per i gruppi, potranno accedere a metriche in tempo reale relative a crescita, engagement e iscrizioni – come ad esempio il numero di post e i momenti in cui i membri sono più coinvolti.

·        Filtro per le richieste di iscrizione: gli amministratori ci hanno inoltre segnalato che l'ammissione di nuovi membri al gruppo è una delle cose che richiede loro più tempo. Abbiamo quindi progettato una nuova funzionalità che consente loro di ordinare e filtrare le richieste di iscrizione in base a categorie generiche, come il sesso e la posizione geografica, e quindi accettare o rifiutare tutto in una volta.

·        Rimozione di membri: per aiutare a mantenere le proprie comunità sicure dai cosiddetti “bad actors”, gli amministratori del gruppo possono ora rimuovere, con un solo passaggio, una persona e il contenuto che questa ha creato all'interno del gruppo, inclusi i post, i commenti e altre persone che ha aggiunto al gruppo.

·        Post programmati: gli amministratori dei gruppi ed i moderatori possono creare e pianificare comodamente i post in un determinato giorno e ora.

·        Collegamento tra i guppi: stiamo iniziando a testare per collegare i gruppi, che permette agli amministratori di un gruppo di suggerire ai propri membri gruppi simili o correlati al proprio. Questo è solo uno dei modi con cui vogliamo aiutare ad avvicinare comunità e sotto-comunità.

Più di 1 miliardo di persone in tutto il mondo utilizza i gruppi e più di 100 milioni di persone sono membri di "gruppi significativi". Questi sono gruppi che diventano rapidamente la parte più importante dell'esperienza degli utenti su Facebook. Oggi abbiamo un obiettivo: aiutare 1 miliardo di persone a partecipare a comunità rilevanti come queste. A Chicago, abbiamo celebrato gruppi costruiti intorno a quartieri, passioni condivise e esperienze di vita. Ad esempio, alcuni dei gruppi e degli amministratori che hanno partecipato includono:

·        Terri Hendricks ha fondato Lady Bikers of California, per far sì che le donne che guidano motociclette possano entrare in contatto tra loro, incontrarsi nella vita reale attraverso gite di gruppo e offrirsi reciprocamente supporto sia su argomenti relativi alla moto sia su questioni personali. Terri afferma che quando ha iniziato ad andare in moto era raro vedere altre donne condividere la stessa passione e invece ora nel gruppo non c'è "niente che queste donne non farebbero l’una per l’altra".

·        Matthew Mendoza, un ex tossicodipendente, ha aperto il Gruppo di Supporto  Affected by Addiction. Il gruppo è uno spazio sicuro per le persone che si stanno disintossicando da droga e alcol, così come per i loro amici e familiari, per offrire e avere supporto, oltre che condividere esperienze.

·        Kenneth Goodwin, ministro della Bethel Church di Decatur, GA, e amministratore di un Gruppo, utilizza il gruppo Bethel Original Free Will Baptist Church su Facebook per pubblicare annunci relativi alla comunità locale su tutto ciò che accade a Bethel. Gli amministratori condividono spesso informazioni su eventi, ora e luogo di incontri dei sacerdoti e trasmettono live i sermoni cosicché le persone che non possono partecipare alla messa possano seguire direttamente dalle loro abitazioni.

Siamo ispirati da queste storie e dalle centinaia di altre storie che abbiamo sentito dalle persone che hanno partecipato all'evento di oggi. Abbiamo in programma altri eventi per riunire gli amministratori dei Gruppi al di fuori degli Stati Uniti e non vediamo l'ora di condividere più dettagli a breve".

Quando un ex guida turistica riesce a creare la più grande piattaforma di e-commerce al mondo, vuol dire che ha avuto la capacità di guardare al futuro. Quando parla di avvenire, quindi, vale la pena ascoltarlo. Non sarà Nostradamus e a volte parlerà per interesse personale. Ma raramente lo farà senza cognizione di causa. Jack Ma, il padre di Alibaba, ha rilasciato a Cnbc un'intervista di quasi 30 minuti nella quale parla di intelligenza artificiale, futuro del lavoro, globalizzazione, Trump.

Intelligenza artificiale

Nonostante sia a capo di uno dei maggiori gruppi tecnologici al mondo (o forse proprio per questo) Jack Ma vede nell'intelligenza artificiale enormi potenzialità e altrettanti rischi. Le rivoluzioni tecnologiche (quelle vere, epocali) sono state, afferma, alla base della prima e della seconda guerra mondiale. Al di là di questa interpretazione della storia, Ma afferma che machine learning e intelligenza artificiale rappresentano “la terza rivoluzione tecnologica”. E quindi “potrebbero causare una terza guerra mondiale”. Sarà una battaglia tra uomo e macchine o tra Stati messi in ginocchio dalla disoccupazione? Non è dato sapere.

I prossimi trent'anni? “Dolorosi”

Jack Ma si dice “preoccupato” per il futuro. E prevede trent'anni in cui i dolori saranno superiori alle gioie. Se l'automazione fosse lasciata a uno sviluppo selvaggio, non ci dovremmo preoccupare di scenari distopici ma dei conflitti umani. Perché ci sarebbe un crescente divario tra ricchi e poveri (con i lavori meno qualificati sostituiti dalle macchine).

Tra trent'anni le persone potrebbero lavorare quattro ore al giorno

Per scongiurare questo problema, serve che i governi prendano “decisioni difficili”. Che però, nel lungo periodo, saranno premianti. Quali sarebbero? Jack Ma non dà risposte esplicite, ma accenna ad alcuni fattori.

AI e conflitti sociali

“Non penso che dovrebbe sviluppare macchine come gli uomini”, ha affermato Ma. “Dovremmo invece essere certi che facciano cose che l'uomo non è in grado di fare”. Tuttavia, la sostituzione di alcuni lavori è praticamente certa. E meno “qualitativa e creativa” sarà la formazione dei più giovani, maggiori saranno i rischi. Come se ne esce? Mitigando i conflitti sociali: l'uomo deve concentrarsi “su giovani, inclusione, povertà e ambiente”. E usare la tecnologia con un obiettivo: “Migliorare la vita delle persone”.

Leggi anche: cosa ha detto il ceo di Microsoft sull'Intelligenza artificiale

Pro globalizzazione (e contro Trump)

Jack Ma parla di intelligenza artificiale evocando un conflitto mondiale. Ma non accenna mai alla volontà di bloccare il processo in corso. Tentare di farlo è, semplicemente, “impossibile”. Erigere muri è quindi del tutto inutile. E qui il padre di Alibaba si rivolge a Trump: “La globalizzazione non si può fermare. Se non puoi fermarla, allora, migliorala, rendendola più inclusiva”. Un discorso che vale per il commercio e per gli uomini: “La mobilità è destinata ad aumentare”. Si può gestire, non annullare.

Come creare lavoro

“Il miglior modo per creare posti di lavoro – dice Ma – è aiutare i piccoli business a crescere”. Cioè a “produrre locale e vendere ovunque”. La globalizzazione e lo sviluppo tecnologico attuale sono stati costruiti da e per “le grandi compagnie” e si sono basati “sulla standardizzazione”. Il futuro è “dei piccoli” e della “personalizzazione”. Un'affermazione singolare, soprattutto perché detta da chi guida un gigante. Jack Ma, però, non pensa di mettersi da parte (e perché dovrebbe?): usa la prima persona plurale (“noi” grandi gruppi e governi) e il verbo “aiutare”.

Il futuro è “dei piccoli” e della “personalizzazione”

Il futuro visto da Jack Ma è un mondo nel quale pochi intermediari di grandi dimensioni sostengono la diffusione di piccoli business in un unico mercato globale. “L'evoluzione tecnologica metterà alla prova decine di settori. Se non aiutiamo i piccoli business a diventare globali ci saranno grossi problemi”. Per evitarli occorre “agire subito”, prima che diventino irrisolvibili: “Il tetto va riparato quando splende ancora il sole”, ha affermato Ma.

Lavorare meno

“Mio nonno – racconta il fondatore di Alibaba – lavorava in una fattoria 16 ore al giorno ed era molto occupato. Noi lavoriamo otto ore al giorno, cinque giorni a settimana e pensiamo di essere molto occupati”. “Tra trent'anni le persone potrebbero lavorare quattro ore al giorno o anche 4 ore alla settimana”. “Come fa a esserne certo?” gli chiede il giornalista David Faber. Nessuna risposta categorica: “Vedremo tra 30 anni (se sarò ancora vivo)”.

L'era dei Data

I dati saranno importanti come l'acqua, dice Ma. Perché sono i dati a nutrire l'intelligenza artificiale. Senza, “lo sviluppo è impossibile”. Oggi è solo “l'inizio dell'era dei Data”. Parliamo già di “Big” ma è solo una questione di proporzioni: ciò che oggi sembra grande, tra poco apparirà minuscolo. Ma visto che i dati sono come l'acqua, in futuro diventa ancor più importante “la loro protezione”.

“Vinceranno gli uomini”

Ma dopo i trent'anni di sofferenza? Jack Ma, in fin dei conti, si attende un lieto fine. È convinto che in un conflitto tra uomo e macchine “vinceranno gli uomini”. “Ne sono certo, garantito”. La competizione con i software a chi è più intelligente, secondo Ma, è persa: “Saranno più forti e veloci di noi”. L'uomo dovrebbe quindi puntare su una cosa che le macchine “non avranno mai: la saggezza”.  

Napoli si conferma città piena di iniziative e di grande fermento e il 'Think Tank Trinità dei Monti' continua la prestigiosa collaborazione, intrapresa già nel corso del 2017, con l’Università degli Studi di Napoli Federico II e l'assessorato ai Giovani del comune di Napoli, promotore della manifestazione 'Giugno Giovani'. Nell’ambito dell’edizione di Giugno Giovani 2017, la kermesse di arte, cultura, musica e approfondimenti rivolta al mondo dei giovani, Trinità dei Monti promuove lunedì 26 giugno un evento di una giornata dal titolo “La Digital Transformation. Come cambia il mondo del Lavoro” co-organizzato con il dipartimento di Ingegneria Elettrica e Tecnologie dell’Informazione DIETI sotto la preziosa direzione del Prof. Giorgio Ventre, Direttore anche dell'Academy iOS Apple di Napoli che ospiterà il dibattito nei suoi spazi.
 
L’evento, con un panel di relatori illustri esperti di settore, che verranno, oltre ad alcuni professionisti di primissimo piano della città, da Bruxelles, Milano e Roma per rivolgersi ai giovani di Napoli con l’obiettivo di approfondire il tema della trasformazione digitale nella sfera del mondo del lavoro e delle nuove professioni. Un focus a 360° di come il processo di digitalizzazione investa tutti gli ambiti, dal mondo imprenditoriale, accademico, istituzionale a quello legato alle nuove professioni di creatori di startup. La sessione mattutina sarà dedicata ad una panoramica sulla Digital Transformation e sulle opportunità ad essa correlate; nel pomeriggio si approfondirà il tema di come cambia il lavoro nella pubblica amministrazione, in azienda, nell'università, nella scuola, nelle libere professioni. Infine la chiusura del dibattito sarà dedicato ad una tavola rotonda dove si parlerà di come creare una start-up in Italia, e mantenere valore per il Paese trattenendo i propri talenti. Maggiori informazioni qui
 

Le startup vogliono un canale di comunicazione per dialogare con il legislatore. Il Parlamento rivendica il ruolo di regolatore: la richiesta arriva da Soundreef e Flixbus alla fine di un incontro tenuto a Luiss Enlabs, acceleratore romano di startup, e nella stessa occasione il presidente della commissione Bilancio della Camera Vincenzo Boccia ha rivendicato le funzioni del legislatore. I fondatori delle due imprese innovative hanno chiesto ufficialmente al ministero dello Sviluppo economico di "creare un organismo di tutela per le imprese innovative per interagire con lo Stato e le istituzioni in modo trasparente e regolamentato".

Sfida a Siae

Soundreef, società fondata da Davide d'Atri, è nota per aver sfidato il monopolio Siae nella gestione del diritto d'autore chiedendo la liberalizzazione del mercato.

Un emendamento frena Flixbus

Flixbus è stata limitata nella sua operatività dalla manovra dello scorso maggio, che le impedirà dal prossimo ottobre di offrire servizi di linea perché non possiede autobus di proprietà. Due casi che raccontano come società con business alternativi a quelli tradizionali abbiano trovato difficoltà ad operare in Italia, nonostante abbiano creato migliaia di posti di lavoro. E le difficoltà in questi casi, come in quello più famoso di Uber o della startup degli architetti Cocontest, arrivano da un freno voluto dal legislatore per tutelare gli interessi delle società che già operano sul mercato. "Negli ultimi anni – ha detto Davide d'Atri, amministratore delegato di Soundreef – società innovative come Soundreef e Flixbus hanno rivoluzionato i rispettivi settori di appartenenza, incontrando però contesti normativi sorpassati e inadeguati. Vogliamo costruire un dialogo costante con le istituzioni perché il nostro contributo in termini economici possa spingere la crescita stessa dell'intero Paese". Fabio Maccione, responsabile public affairs di FlixBus Italia ha da parte sua sottolineato che "se da un lato il legislatore dichiara di voler supportare e dare impulso al mondo delle startup e dell'imprenditoria giovanile, dall'altro lato sembra resistere al cambiamento, non fornisce adeguati strumenti legislativi, non aiuta gli imprenditori e blocca i processi innovativi del Paese".

Le due startup hanno avuto il supporto del rapper Fedez, primo fra i grandi cantanti a lasciare la Siae per affidare la gestione dei suoi diritti d'autore a Soundreef. "Mi sono esposto una volta e subito dopo hanno fatto due interrogazioni parlamentari accusandomi di vilipendio al capo dello Stato e di incitazione alla rivolta di piazza", ha premesso Fedez, che ha voluto comunque ribadire la sua volontà di impegnarsi a lottare "per un cambiamento e contro il mantenimento di posizioni di privilegio. La rivoluzione digitale – ha detto – è già in atto e anche la politica non potrà fermarne la forza dirompente".

Le prerogative del Parlamento

Vincenzo Boccia, Pd presidente della commissione Bilancio della Camera risponde nella stessa occasione che "Il mio dovere di legislatore è cercare di regolare il mercato in maniera tale che nessuno soffra dai cambiamenti portati dalle nuove tecnologie, come abbiamo fatto per il settore dei trasporti". Un emendamento della manovrina approvata lo scorso maggio di fatto impedirà all'azienda di operare nel settore dei trasporti su strada annullandone le licenze. "Io sono dalla parte di Flixbus e dell'innovazione", ha detto Boccia, "ma l'autorizzazione a operare come concorrente e ottenere delle licenze è qualcosa che deve decidere il Parlamento e non un tecnico del ministero dei Trasporti che dà le licenze. Con questo non voglio dire che Flixbus ha ricevuto dei favori dal ministero, ma questo è un settore su cui deve decidere il Parlamento". Boccia difende il provvedimento dicendo che il compito del legislatore oggi che "non c'è più differenza tra economia reale e economia digitale" è evitare che il digitale spazzi via interi settori dell'economia tradizionale aggirando alle leggi di un paese. L'accusa di Maccione però è diversa: "Noi siamo arrivati in Italia dopo aver letto e studiato la normativa, non abbiamo imposto il nostro modello in Italia ma abbiamo cambiato il nostro business modellandolo sulla normativa italiana. La vostra risposta invece è stata cambiare la normativa". 

Dopo una ‘lettera’ in cui ha spiegato ai fan tutte le sue ragioni, l’attore Alessandro Gassmann ha annunciato il suo addio all'account Twitter da 200 mila follower. La decisione è una risposta alle polemiche scoppiate negli ultimi giorni sui social dopo che l'attore aveva espresso la sua posizione favorevole allo Ius soli.

La lite sullo Ius soli

Tutto ha inizio dopo un duello sui migranti scoppiato su Twitter tra Gassmann e la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni. Il motivo è il diritto di cittadinanza agli immigrati, lo Ius soli in discussione negli negli ultimi giorni alla Camera.

L’opinione espressa dall’attore e ambasciatore Unhcr in un post pubblicato il 19 giugno ha innescato la risposta di Meloni, che gli ha scritto: “La tua umanità radical chic mi lascia senza parole”. Lui ha replicato: “Non sono radical e non sono chic, dico quello che penso e rispondo a tono quando serve. Chi lavora nei campi senza contratto è uno schiavo”.

I contendenti hanno avuto rispetto per le reciproche opinioni. Ma a sconvolgere l'attore, come spiega Gassmann stesso in una ‘lettera ai follower’, è la zuffa che ne è seguita con altri internauti. “Sono stato insultato, minacciato, offeso, preso in giro in maniera violenta e continua, così anche la mia famiglia e le mie origini”, spiega l’attore. Questi i motivi che lo hanno spinto ad annunciare che lascerà Twitter.

Per approfondire leggi su L’Unità

Tutti gli ‘addii’ famosi

  • Lapo Elkann. “Vorrei vivere nella vita reale anziché in quella virtuale”, ha dichiarato Elkann a Gennaio 2017 sui suoi profili su Facebook e Instagram, annunciando l’abbandono dei suoi account. Una promessa mantenuta fin’ora, per iniziare una nuova vita dopo le ultime accuse che erano state archiviate.
  • Demi Lovato. Una promessa più evanescente quella della cantante americana. Il 21 giugno 2016 aveva chiuso i suoi account Twitter e Instagram, ma solo per 24 ore, dopo che era stata presa di mira dai fan della cantante Mariah Carey, per alcuni commenti.

  • Rosario Fiorello. Nel marzo 2012 aveva detto Fiorello aveva cancellato improvvisamente il suo account Twitter, suscitando una marea di commenti sui social network. Oggi il suo account è più attivo che mai e raccoglie 1,13 milioni di follower.

  • Laura Chiatti. Dopo il botta e risposta con alcuni utenti che le fanno notare gli errori grammaticali  presenti nei suoi post, l’attrice abbandona l’account Instagram nel gennaio 2016. Ma oggi si prende cura quotidianamente dei suoi 285 mila follower.

  • Selena Gomez. Per l’attrice e cantante americana l’addio a Instagram del 15 agosto 2016 era qualcosa di più. Coincideva con un’astinenza di 3 mesi durante la quale doveva ‘disintossicarsi’ dai social in una clinica psichiatrica.

  • Kekko Silvestre. L’annuncio della cancellazione data dal cantante del gruppo Modà in una intervista nel novembre 2015 è legata a una storia di stalking che coinvolgeva la famiglia. Oggi c’è un suo profilo Facebook privato.

  • Essena O’Neil. Questa adolescente australiana era diventata famosa Instagram, dove aveva collezionato 500 mila follone, e su youtube. La fama aumentò nell’ottobre 2015 quando annunciò che avrebbe cancellato i suoi profili social per vivere “la vera vita”.

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