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Dopo Cina e Stati Uniti, anche l’India cede al richiamo delle tecnologie per il riconoscimento facciale, che promettono di amministrare la giustizia identificando automaticamente chiunque passi di fronte a una telecamera. Con un annuncio ufficiale sulla stampa indiana, il Primo Ministro del Paese, Narendra Modi, ha anticipato l’apertura di un bando pubblico per il mese prossimo, che ha il fine di costruire un sistema capace di centralizzare i dati raccolti dalle telecamere di sorveglianza di tutto il Paese, come si apprende dalla documentazione ufficiale pubblicata dal governo di Nuova Delhi.

Secondo quanto spiegato dalle autorità, l’obiettivo sarà quello di supportare il lavoro delle forze dell’ordine del Paese, che con un agente ogni 724 abitanti, sono le più sguarnite al mondo, come riportato da Bloomberg. Ma le ricadute positive si prevedono soprattutto sul mercato delle tecnologie di sorveglianza, che in India potrebbe crescere di sei volte entro il 2024, fino a raggiungere una spesa stimata in 4,3 miliardi di dollari, vicina a quella cinese.

Dall’altra, l’iniziativa preoccupa soprattutto date le inesistenti tutele previste dal sistema indiano per quanto riguarda la privacy e i diritti digitali, che a metà agosto ha potuto imporre il blocco totale di qualsiasi comunicazione per i 12,5 milioni di cittadini della regione del Kashmir.

Come ha osservato Apar Gupta, avvocato di Nuova Delhi, intervistato da Bloomberg. “Siamo l’unica democrazia che implementerà un sistema di questo tipo senza avere alcuna protezione dei dati o legge sulla privacy: È come una corsa all’oro per le aziende alla ricerca di enormi archivi di dati privi di protezione”.

Anche in Paesi in cui si è finora fatto ampio uso di tali tecnologie, cittadini e politica si stanno muovendo per contrastarla. Recentemente lo Stato dell’Ohio ha vietato l’utilizzo del riconoscimento facciale dopo la scoperta che l’Agenzia per il controllo dell’immigrazione e delle frontiere statunitense raccoglieva, illecitamente e senza autorizzazione, dati volti alla deportazione di irregolari dal Paese.

Come scrive Kate Crawford, ricercatrice e co-direttrice dell’AI Now Institute della New York University, sull’autorevole rivista Nature: “La tecnologia per il riconoscimento facciale non è pronta per questo tipo di impiego, né i governi sono pronti a impedirle di causare danni. Sono urgentemente necessarie salvaguardie normative più rigorose, così come un più ampio dibattito pubblico sull’impatto che sta già avendo”.

Come osserva Crawford nel suo editoriale, si avverte l’esigenza di una legislazione completa, in grado di garantire restrizioni e trasparenza, senza la quale “abbiamo bisogno di una moratoria” che impedisca l’uso del riconoscimento facciale negli spazi pubblici.

Prima ancora dell’Ohio, a maggio di quest’anno La città e contea di San Francisco ha approvato un’ordinanza che mette ufficialmente al bando questi strumenti da uffici pubblici e organi di controllo del territorio. Tra i dubbi sollevati, anche il fatto che finora non esistono studi in grado di dimostrare che il riconoscimento facciale funzioni correttamente in un’accettabile percentuale di casi. A luglio, una ricerca condotta dall’Università dell’Essex, Regno Unito, ha dimostrato che il riconoscimento facciale utilizzato dalla polizia metropolitana di alcuni comuni britannici arriva a sbagliare in circa un quinto dei casi.  

“Ci sono poche prove che la tecnologia biometrica sia in grado di identificare i sospetti rapidamente o in tempo reale”, scrive Crawford: “Nessuno studio peer-reviewed (verificato dalla comunità scientifica, ndr) ha fornito dati in grado di convincere che la tecnologia abbia una precisione sufficiente per soddisfare gli standard costituzionali statunitensi di giusto processo, probabile causa e pari protezione che sono necessari per le ricerche e gli arresti”.

Il premier britannico, Boris Johnson, respinge le accuse di un possibile conflitto d’interessi con la ex modella e imprenditrice americana, Jennifer Arcuri. “Non c’era nulla da dichiarare per quanto riguarda i rapporti con Arcuri”, ha risposto a una domanda sul caso durante il The Andrew Marr Show sulla Bbc. “Ho fatto tutto correttamente”, ha aggiunto l’ex sindaco di Londra che accusa l’opposizione di volerlo mettere in difficoltà a causa delle sue posizioni sulla Brexit.

Il Consiglio comunale di Londra aveva chiesto alla polizia britannica di indagare su un possibile conflitto d’interesse per BoJo all’epoca in cui sindaco della capitale. Secondo quanto aveva riportato dal Sunday Times, l’ex primo cittadino londinese avrebbe favorito un’imprenditrice ed ex modella americana con denaro pubblico per 141 mila euro e tramite accesso privilegiato a tre missioni commerciali del Comune di Londra all’estero.

L’attuale capo del governo ha partecipato quattro volte come relatore ospite alle presentazioni della società Arcuri ed era un caro amico dell’imprenditrice, che visitava spesso nel suo appartamento, scrive sempre il giornale britannico. Il Consiglio comunale di Londra ha riferito che all’Ufficio indipendente di condotta della polizia (Iopc, che indaga sulle violazioni degli agenti e il sindaco ha una posizione equivalente al comandante di polizia) è stato chiesto di investigare se la Arcuri abbia beneficiato delle sue relazioni con l’allora sindaco.

Secondo l’accusa Johnson “ha mantenuto un’amicizia con Jennifer Arcuri e, a seguito di tale amicizia, le ha permesso di partecipare a viaggi di lavoro e ricevere sponsorizzazioni“. La richiesta di indagare sul caso si verifica perché “esistono informazioni secondo cui un reato potrebbe essere stato commesso”, sebbene “ciò non significhi in alcun modo che ciò sia dimostrato”, spiegano dal consiglio comunale.

“L’Iopc esaminerà ora se è necessario indagare sulla questione”. Un portavoce di Downing Street ha negato qualsiasi conflitto di interessi nel caso. “Il primo ministro, come sindaco di Londra, ha svolto un’enorme quantità di lavoro per promuovere la nostra capitale in tutto il mondo”, ha affermato la fonte, che ha assicurato che “tutto è stato fatto correttamente e nel modo consueto”. 

E’ di nuovo caos a Hong Kong, dove la polizia ha fatto ricorso ai gas lacrimogeni, ai proiettili di gomma e agli idranti contro i manifestanti nel 17esimo weekend di proteste pro-democrazia. Sono almeno tre i punti principali di tensione. Ad Admiralty, nei pressi delle sedi istituzionali della città, la polizia ha usato gli idranti caricati di liquido chimico blu contro i manifestanti che lanciavano bottiglie molotov e mattoni contro gli edifici governativi, in quella che si presenta come una delle domeniche a più alto tasso di scontri dall’inizio delle proteste anti-governative, nel giugno scorso.

Nelle stesse ore la la governatrice dell’ex colonia britannica, Carrie Lam,ha annunciato che da domani sarà a Pechino per i festeggiamenti dei 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, martedì prossimo. Proprio questa ricorrenza, insieme al quinto anniversario della rivolta degli ombrelli che cadeva sabato, ha reso ancora più infuocato il clima a Hong Kong. Per martedì sono previste iniziative anti-governative e una nuova marcia al consolato britannico per chiedere il sostegno di Londra alla causa della democrazia nella città.

Per disperdere la folla sono intervenute anche le squadre speciali, i “raptors“, che hanno fermato almeno 15 manifestanti, scrivono i media di Hong Kong, ma il bilancio degli arresti potrebbe salire. Il lancio di una molotov ha provocato anche un incendio a uno degli ingressi della stazione della metropolitana di Admiralty, estinto poco dopo.

Scene di tensione anche nel quartiere di Wan Chai, dove i manifestanti hanno eretto barriere usando bidoni della spazzatura, mattoni e coni usati per le segnalazioni stradali, e dove le squadre speciali della polizia hanno eseguito almeno 37 arresti. Una giornalista di nazionalità indonesiana che lavora per un gruppo editoriale di Hong Kong è stata colpita a un occhio ed è stata portata in ospedale.

La polizia dell’ex colonia britannica ha spiegato su Twitter di avere usato un livello di forza “appropriato” per disperdere i “manifestanti radicali” e ha confermato il ricorso ai gas lacrimogeni nei confronti della folla. Altri scontri con la polizia sono in corso nel distretto commerciale di Causeway Bay, sempre sull’isola di Hong Kong. 

La lettura della trascrizione della telefonata Trump-Zelensky e del rapporto della “talpa” della Cia comincia a incrinare il muro repubblicano eretto in questi tre anni attorno al presidente degli Stati Uniti. Lo sostiene il Washington Post, ripreso da altri media americani che adesso si concentrano sulla vera incognita dell’impeachment al presidente: la posizione dei conservatori.

Se Mark Amodei, rappresentante della Camera eletto nel Nevada, è il primo repubblicano a schierarsi ufficialmente a favore dell’inchiesta, e due governatori repubblicani Phil Scott, Vermont, e Charlie Baker, Massachusetts, pur non avendo ruolo nel processo, hanno appoggiato l’impeachment, meritano interesse soprattutto i movimenti che arrivano dal Senato, dove si giocherà la partita più importante: è lì che, se la Camera a maggioranza democratica voterà la richiesta di impeachment, si dovrebbe svolgere il processo che può sancire la fine anticipata di Trump.

Servono i due terzi dei voti a favore e la maggioranza è saldamente in mano ai repubblicani, con 53 senatori su 100, contro i 45 democratici e due indipendenti. Per votare la decadenza di Trump servirebbe un ribaltone con il passaggio di 28 repubblicani sulle posizioni democratiche, ipotesi al momento improbabile.

Serpeggia il malumore, però. Secondo il Post, molti senatori conservatori avrebbero definito, negli incontri privati, un “errore enorme” la pubblicazione della trascrizione della telefonata del 25 luglio tra il presidente Donald Trump e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, durante la quale il presidente americano chiese con insistenza all’ucraino di avviare indagini sul suo potenziale avversario alle prossime presidenziali, il democratico Joe Biden, e il figlio, Hunter, che figurava nel board di una società ucraina del gas finita sotto inchiesta per corruzione. L’indagine era stata bloccata dal governo ucraino e il magistrato, che la conduceva, silurato.

Biden, in un incontro pubblico avvenuto nel 2018 e organizzato dalla rivista Foreign Affairs, aveva rivelato di aver chiesto, quando era vicepresidente di Obama e inviato speciale in Ucraina, il licenziamento del procuratore minacciando di bloccare l’invio di oltre un miliardo di dollari in aiuti. Trump ha invitato il suo partito ad appoggiarlo compatto contro “spie e media corrotti”, ma non tutti hanno raccolto il suo invito.

Al senatore repubblicano dello Utah ed ex candidato presidenziale, Mitt Romeny, che aveva definito “preoccupante” il contenuto della telefonata, si è aggiunto un altro conservatore, Ben Sasse, eletto nel Nebraska, che ha commentato: “Non possiamo più girare intorno al problema e dire no, non c’è niente, perché ovviamente ci sono elementi preoccupanti”.

Pat Toomey, senatore eletto in Pennsylvania, ha definito la telefonata Trump-Zelensky “inappropriata”. Per Mike Turner, senatore dell’Ohio, la conversazione “non e’ okay”, mentre Adam Kinzinger, eletto in Illinos, ha scritto su Twitter che il rapporto dell’informatore sulla telefonata, secondo cui la Casa Bianca avevano tentato di occultare la segnalazione, “solleva questioni importanti”.

Non c’è, però, al momento, rischio di uno smottamento repubblicano. Emblematico è il caso di altri due senatori, Ron Johnson, Wisconsin, e Will Hurd, Texas: il primo ha ammesso di non aver gradito leggere del tentativo della Casa Bianca di nascondere al Congresso la telefonata, mentre il secondo ha definito il rapporto dell’informatore “molto preoccupante”. Ma dopo due ore, entrambi hanno ritrattato le loro dichiarazioni. I senatori Lindsey Graham e Mitch McConnell, i più fedeli a Trump, in queste ore stanno cercando di tenere unito il partito, invitandoli a non perdere di vista il punto chiave di tutto: l’ultima parola sull’impeachment spetta al Senato, e lì i repubblicani hanno il controllo della situazione. 

Una barca con 50 persone a bordo si è capovolta al largo delle coste libiche. Lo rende noto in un tweet l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr). “I soccorritori sono in arrivo e l’Unhcr è pronto a fornire con i partner l’assistenza medica e umanitaria”, si legge nel tweet. 

Talebani all’attacco in tutto l’Afghanistan contro le elezioni presidenziali: sin dalle prime ore del mattina, le operazioni di voto sono state scandite da esplosioni e bombe da nord a sud. Nonostante il clima di terrore, in molti dei 5 mila seggi aperti si sono formate file. Gli elettori registrati sono 9,6 milioni e il dispiegamento di sicurezza comprende 72 mila uomini dopo le minacce dei talebani seguite alla rottura del negoziato di pace con gli Stati Uniti.

Finora ci sono stati due morti e una ventina di feriti. Presso un seggio elettorale nella provincia orientale di Nangarhar, nel distretto di Sorkh Rod, l’esplosione di una mina ha causato una vittima e tre feriti. Un osservatore alle operazioni di voto è morto in seguito al lancio di un razzo nei pressi di un seggio a Kunduz, nel nord del Paese. Ad un seggio elettorale a Kandahar 15 persone tra civili ed un agente di polizia sono rimaste ferite dopo l’esplosione di un ordigno nascosto all’interno di un amplificatore di una moschea utilizzata come seggio. Tre dei feriti sono gravissimi.

Soltanto a Kandahar nella mattinata sono stati disinnescati o fatte brillare dalle forze di sicurezza almeno 31 ordigni esplosivi. Piccole esplosioni sono state segnalate anche nella capitale Kabul, ma non ci sono ancora notizie certe su possibili feriti. Le elezioni si svolgono in presenza di massicce misure di sicurezza, a causa delle minacce dei Taliban – che hanno rivendicato la maggior parte degli attacchi – circa un terzo dei seggi infatti rimane chiuse, dato che si trovano in territori controllati dai talebani.

Le forze di sicurezza hanno dispiegato 72 mila uomini ai circa 5.000 seggi elettorali aperti nel Paese. Non solo: da mercoledì sera le autorità hanno anche vietato l’accesso alla capitale a tutti i camion e furgoni, per paura di autobombe. “Siamo felici che le persone stiano già formando grandi file di fronte ai sondaggi in attesa di mettere le loro schede elettorali”, ha detto Zabi Sadaat, portavoce della commissione elettorale.

È la quarta volta che l’Afghanistan torna a votare dalla caduta del regime talebano. Questa volta nella battaglia per le presidenziali a confrontarsi sono il capo di Stato uscente Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah, il chief executive nel traballante governo di unità nato dalle ceneri del voto del 2014.

Su 35 milioni di abitanti, sono 9,6 milioni gli elettori che si sono registrati, chiamati ad affrontare un voto su cui incombe, oltre alla paura degli attentati, le le attese accuse di frodi e irregolarità. Il problema è che diverse zone sono sotto il controllo dei movimento fondamentalista islamico (mai così forte sul territorio da quando è stato detronizzato nel 2001): circa 2 mila seggi sono stati chiusi ad agosto, e almeno altri 400 questo mese; solo in 4 province su 34 i centri per votare dovrebbero restare tutti aperti.

La disillusione è forte tra la popolazione, la corruzione, la disorganizzazione e l’insicurezza la fanno da padroni. A peggiorare la situazione, la nuova regola che richiede alle donne di scoprire il volto e farsi fotografare per poter partecipare. Una misura che di certo non faciliterà il voto femminile in un Paese dove ancora l’altra metà del cielo lotta quotidianamente, soprattutto nelle zone rurali, per i diritti più elementari.

Il negoziato tra talebani e Usa

Già rinviate due volte quest’anno (si dovevano tenere ad aprile, poi a luglio, infine adesso), le elezioni si inseriscono in quadro così incerto che più d’uno aveva esortato a procastinarle. Sullo sfondo, ci sono i negoziati portati avanti dall’inviato speciale Usa, Zalmay Khalilzad, con i talebani, interrotti bruscamente dal presidente americano Donald Trump all’inizio di settembre quando ha annunciato a sorpresa la cancellazione all’ultimo minuto di un incontro segreto con i leader del gruppo fondamentalista afghano a Camp David. Ma la porta non è del tutto chiusa, per stessa ammissione del capo negoziatore talebano Sher Mohammad Abbas Stanikzai che, in un’intervista alla Bbc ha insistito che i negoziati restano “l’unica via per la pace in Afghanistan”.

Per conoscere i primi risultati si dovrà attendere il 17 ottobre e per quelli definitivi fino al 7 novembre, almeno: più di un mese a disposizione dei candidati per dire la loro, suscitando ulteriori incertezza e confusione. Niente di nuovo per l’Afghanistan, impantanato da 18 anni in un conflitto con diversi attori protagonisti e migliaia di vittime delle violenze ogni anno: solo nell’ultimo mese, ha riferito il Washington Post, si è registrata una media di 74 morti al giorno, con una serie di attentati devastanti che ha insanguinato la campagna elettorale. 

 L”Ucrainagate’ miete la prima vittima. Si è dimesso l’inviato speciale Usa in Ucraina, Kurt Volker, coinvolto nello scandalo che ha portato i democratici ad avviare un’inchiesta sul possibile impeachment del presidente Donald Trump. Volker è stato chiamato a deporre in Congresso giovedì prossimo perché è stato menzionato nella denuncia della talpa dell’intelligence Usa come colui che avrebbe aiutato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a “gestire” le richieste di Trump sull’apertura di un’indagine da parte di Kiev per gettare fango su Joe Biden e intralciare la sua corsa alla Casa Bianca. I democratici ritengono che Trump abbia congelato gli aiuti militari all’Ucraina, usandoli come leva nei confronti di Kiev.

Il coinvolgimento di Volker

Ad anticipare la notizia delle dimissioni di Volker è stato il giornale State Press dell’università dell’Arizona dove dal 2012 il diplomatico dirige il McCain Institute, dedicato agli studi sulla sicurezza nazionale. Come confermato dal dipartimento di Stato americano, Volker aveva anche messo in contatto il legale personale di Trump, Rudy Giuliani, con un alto collaboratore del leader ucraino, Andriy Yermak. Sempre Volker avrebbe fatto a sapere a Giuliani che “era andata bene” la telefonata dello scorso 25 luglio quando Trump chiese a Zelensky di indagare su Biden. 

Volker è un veterano della diplomazia Usa. È stato ambasciatore presso la Nato con il presidente George W. Bush e poi Trump nel 2017 gli ha affidato le politiche in Ucraina con un accordo inusuale che gli ha consentito di mantenere il suo incarico universitario.

Mandato di consegna documenti per Pompeo

Nella rete dell’Ucrainagate anche segretario di Stato americano Mike Pompeo. I presidenti di 3 commissioni della Camera hanno emesso un mandato nei suoi confronti perché fornisca al Congresso entro il 4 ottobre i documenti relativi alla telefonata Trump-Zelensky. Se non rispetterà l’ordine, che prevede anche la deposizione di cinque funzionari di Foggy Bottom a partire da mercoledì prossimo, sarà accusato di intralcio dell’inchiesta sull’impeachment.

Giuliani, dal canto suo, ha fatto sapere che non testimonierà senza il via libera di Trump perché il suo lavoro è protetto dal privilegio esecutivo che tutela i rapporti avvocato-cliente, soprattutto se si tratta del presidente degli Stati Uniti.

I registri segreti della Casa Bianca

La Cnn rivela come la Casa Bianca abbia ‘nascosto’ in registri separati anche le trascrizioni delle telefonate di Trump con il presidente russo Vladimir Putin e con il principe coronato saudita Mohammed bin Salman (Mbs), proprio come ha fatto limitando l’accesso alla trascrizione del colloquio con Zelensky. Speciali restrizioni sarebbero state poste anche sui particolari dell’incontro alla Casa Bianca con il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov e con l’ex ambasciatore di Mosca negli Usa Serghei Kislyak, durante il quale, sostiene il Washingto Post, Trump avrebbe dichiarato di non essere stato infastidito dalle interferenze del Cremlino nelle presidenziali del 2016.

Trump al contrattacco

La miglior difesa è l’attacco secondo il direttore della campagna per la rielezione di Trump, Brad Parscale, cha ha lanciato un spot contro Biden accusandolo di aver promesso a Kiev un miliardo di dollari se avessero licenziato il pm che indagava sulla società di energia per la quale lavorava il figlio Hunter. “Poi quando il presidente ha chiesto all’Ucraina di indagare sulla corruzione i democratici hanno voluto l’impeachment… hanno perso l’elezione (nel 2016) e ora vogliono rubare questa. Non consentiteglielo”, recita lo spot, naturalmente “approvato” da Trump. Sarà trasmetto sui network nazionali e dalle piattaforme digitali da domenica per una settimana.

Secondo il New York Times, il presidente Donald Trump ha inoltre incontrato Wayne LaPierre, il capo della National Rifle Association (Nra), la potente lobby delle armi americana, per discutere di possibili finanziamenti da destinare alla sua difesa dall’impeachment. Trump dovrebbe, in cambio, opporsi ad ogni legge sul controllo delle armi.
 

Una intera settimana dedicata alla grande mobilitazione mondiale per chiedere ai grandi (anagraficamente e politicamente parlando) strategie più incisive contro il riscaldamento globale. Il gran giorno, culmine del terzo sciopero globale per il clima (dopo gli “strike” del 15 marzo e del 24 maggio), è arrivato: in programma circa 2500 eventi in 150 nazioni del mondo. Dati che fanno figurare questo Friday for future la più grande manifestazione per l’ambiente mai organizzata.

Dal 20 al 27 settembre il pianeta è in fibrillazione. In prima linea per il “Global Strike For Future“, o i cosiddetti #FridaysForFuture, soprattutto gli studenti. Giovani che scelgono di disertare gli impegni accademici quotidiani per chiedere provvedimenti più efficaci nel contrasto ai cambiamenti climatici. Oltre 80 paesi, dagli Stati Uniti all’Iran, dal Giappone all’Australia, dall’India all’Europa si sono animati.

E oggi, in Italia, 160 città faranno sentire i loro cori “green”. Da Milano a Roma, da Napoli a Piacenza, i cortei sono partiti tra le 8.30 e le 9.30 di questa mattina: tenteranno di vincere lo sciopero dei trasporti che in alcune città potrebbe ostacolare la marcia di questi giovani “arrabbiati”.

La meta delle manifestazioni “young and green”

Gli scioperi per il clima, nati nell’estate 2018 su iniziativa di Greta Thunberg, chiedono ai governi di rendere la lotta al cambiamento climatico il fulcro della loro azione politica. Tre i cardini intorno a cui ruota l’anima young and green di questo movimento sempre più global.

Fuori dal fossile: ovvero portare a zero le emissioni climalteranti entro 2050 (e in Italia nel 2030) per contenere entro i 1.5 gradi l’aumento medio globale della colonnina di mercurio;

Tutti uniti, nessuno escluso: la transizione energetica deve essere attuata su scala mondiale. Faro guida deve essere la giustizia climatica;

Rompiamo il silenzio dando voce alla scienza: valorizzare la conoscenza scientifica, ascoltando e diffondendo i moniti degli studiosi più autorevoli di tutto il mondo. La scienza da anni informa sulla gravità del problema e sugli strumenti utili per contrastarlo. Agire, ora, è una prerogativa prettamente politica.

Tomorrow we strike back!
Global Climate Strike September 20-27th:
5225 events
In 156 countries
On all 7 continents
And counting!
Find your local strike or register your own at https://t.co/G06WbXNvl1
Spread the word and see you in the streets!#FridaysForFuture #ClimateStrike pic.twitter.com/E6MSYFsqug

— Greta Thunberg (@GretaThunberg)
September 19, 2019

 

Le richieste ad ampio raggio del Fridays for Future Italia

L’account Facebook di Fridays For Future avanza precise richieste al neo ministro dell’Istruzione Fioramonti. Tra queste, aumenti ai fondi per scuola, università e ricerca. Il fine? Sostenere l’innovazione ecologica e rendere gli istituti scolastici 100% sostenibili.

Ma anche rivedere i programmi didattici per evidenziare le conseguenze dell’utilizzo di combustibili fossili, inserire in tutti i programmi insegnamenti basati su modelli di sviluppo ecofriendly. Inoltre dire “stop!” a tutte le collaborazioni tra il Miur e le aziende inquinatrici che ad oggi non si sono ancora impegnate in un piano di decarbonizzazione totale entro il 2025 e un piano esplicito di bonifiche e risarcimento danni. “Il banner al ministero non ci basta, vogliamo azioni concrete per fermare il cambiamento climatico a partire da scuole e università”, chiosa Fridays for future Italia.

Il beneplacito del ministro Fioramonti

Fondamentale per la riuscita della manifestazione è stata l’adesione del Miur, con Il Ministro Fioramonti che ha diramato una circolare alle scuole in cui ha chiesto di considerare come giustificate le assenze degli studenti impegnati nello sciopero globale per il clima. A Piazza Pulita giovedì 26 settembre il neo ministro si è detto molto orgoglioso delle mobilitazioni studentesche.

“Quella di domani è la giornata di chiusura di una intera settimana di proteste giovanili a livello globale. Si tratta di una mobilazione fondamentale perché in ballo c’è la sopravvivenza del genere umano. Non certo, dunque, una questione marginale. Io mi sono permesso di indicare alle scuole italiane la possibilità che questi ragazzi vengano giustificati potendo indicare come motivazione della loro assenza tra i banchi la partecipazione alla mobilitazione per il clima”.

“The weight of the climate crisis has been put on our shoulders by the inaction of our leaders” https://t.co/tyPcrJbA7K #FridaysForFuture #ClimateStrike

— National Geographic (@NatGeo)
September 21, 2019

Anche i sindacati hanno mostrato particolare interesse e attenzione all’evento: Cobas, Flc Cgil, Sisa hanno dichiarato sciopero del comparto scuola, mentre Usb, Usi e Cub Toscana hanno dichiarato sciopero nazionale di tutti i comparti, ad eccezione di quello dei trasporti. Perdipiù, la Fiom ha deciso di scendere in piazza, con le proprie delegazioni, nelle principali città  italiane. La stessa Cisl ha aderito a molte iniziative locali. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha dichiarato: “La piazza ha tutto il mio appoggio, ma non sarò al corteo: è giusto che i ragazzi siano i protagonisti, la scena deve essere tutta loro”.

#27settembre Oggi migliaia di persone scenderanno in piazza per chiedere azioni concrete e immediate per superare la crisi climatica. Ci saremo anche noi perché il cambiamento climatico è una questione di diritti umani #GlobalClimateStrike #FridaysForFuture pic.twitter.com/QvcLD3ex2J

— Amnesty Italia (@amnestyitalia)
September 27, 2019

Ma cosa accadrà quando gli studenti torneranno a casa? Riusciranno questi ragazzi, a cui gli adulti “stanno togliendo il futuro”, a importare i buoni propositi e gli slogan dei cortei anche nella loro quotidianità?Probabilmente sì. O forse no. In ogni caso, al momento tutto rimane in mano alla buona volontà e alla coscienza di ciascuno di loro (e di noi).

Con lo sciopero globale di oggi si chiude l’ultima #WeekForFuture, la settimana di manifestazioni per il clima cominciata venerdì 20 settembre. Secondo gli organizzatori, si tratta della più grande manifestazione ambientalista di tutti i tempi. Un immenso corteo internazionale che ha coinvolto ben 4 milioni di persone.

Greta in Canada

La giovane attivista svedese, che il mese scorso ha navigato attraverso dalla Gran Bretagna verso gli Stati Uniti in una barca a emissioni zero sarà alla testa del corteo a Montreal. Nel resto del mondo, invece, i primi ad aprire le danze sono stati i ragazzi che a Wellington, in Nuova Zelanda, si sono ritrovati davanti al Parlamento, dando vita alla più grande manifestazione che il paese abbia mai registrato.

Oggi, la giovane attivista chiuderà la settimana di proteste a Montreal, dove i leader del trasporto aereo si riuniranno per discutere sulle emissioni degli aerei. Sono attesi anche il primo ministro Justin Trudeau e la leader verde Elizabeth May.

L’ultimo round di proteste è programmato oggi per coinvolgere Asia e Europa (in Italia sono coinvolte oltre 150 città) e culminare nella manifestazione di Montreal.

Montreal, Canada! See you tomorrow at the strike! #climatestrike #fridaysforfuture pic.twitter.com/7TeqfEp8TK

— Greta Thunberg (@GretaThunberg)
September 27, 2019

In Nuova Zelanda il più grande corteo di sempre

“La Nuova Zelanda apre la strada al secondo venerdì di #WeekForFuture. Le prime informazioni ci parlano di 170 mila persone, solo in piazza, per lo sciopero per il clima: il 3,5% della popolazione. Buona fortuna a tutti quelli che protestano in tutto il mondo. Il cambiamento sta arrivando!!”, ha scritto su Twitter la Thunberg.

Check out this turn out in Auckland!#ClimateStrike #schoolstrike4climate #ClimateStrikenz pic.twitter.com/hDchFApv5r

— Tim Batt (@Tim_Batt)
September 27, 2019

Decine di migliaia di persone hanno partecipato a uno dei più grandi cortei di sempre nella capitale Wellington. Gli organizzatori hanno dovuto cambiare “in corsa” i loro piani di sicurezza per far fronte alla folla in continuo aumento. Migliaia di persone hanno marciato ad Auckland e in altre città del Paese.

New Zealand leading the way into Friday nr 2 in #WeekForFuture
Early reports speak of 170’000 people on #ClimateStrike in NZ. Or 3,5% of the population…
Good luck everyone striking around the world. Change is coming!!#FridaysForFuture https://t.co/u5JIWkNDen

— Greta Thunberg (@GretaThunberg)
September 27, 2019

Il primo ministro della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, ha annunciato di avere il sostegno di altri quattro stati per un nuovo accordo commerciale per combattere i cambiamenti climatici. I negoziati inizieranno con Norvegia, Islanda, Costa Rica e Figi all’inizio del prossimo anno, nella speranza che la lista di nazioni coinvolte possa ampliarsi il più possibile. E il prima possibile.

 

 

 

 

Le manifestazioni del terzo “Fridays for Future”, il movimento guidato dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg, in immagini. Dal Brasile all’India, dalla Grecia alla Malesia. Tutti uniti in coro per chiedere un piano di salvaguardia del clima e dell’ambiente

Friday For Future, Grecia

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