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AGI – L’italiana Alessandra Galloni è stata nominata nuovo direttore di Reuters, la prima donna in un simile ruolo nei 170 anni di storia dell’agenzia di stampa internazionale.

Dal 19 aprile prenderà il posto di Stephen J. Adler che andrà in pensione. “Così onorata di guidare la migliore redazione al mondo!”, è stato il suo commento su Twitter.

So honored to lead the best newsroom in the world! https://t.co/BoaNp7RWkG

— alessandra galloni (@aagalloni)
April 13, 2021

Dopo aver mosso i primi passi proprio nella redazione Reuters a Roma, Galloni è stata per 13 anni al Wall Street Journal prima di rientrare nell’agenzia come caporedattore globale, supervisionando il lavoro dei reporter in 200 luoghi in tutto il mondo.

“Per 170 anni, Reuters ha posto lo standard per un’informazione indipendente, affidabile e globale. E’ un onore guidare una redazione di livello mondiale piena di giornalisti di talento, dedicati e stimolanti”, ha sottolineato la 47enne.

AGI – L’Iran accelera sul programma nucleare e lancia una sfida che rischia di compromettere i colloqui con gli Stati Uniti per la revoca delle sanzioni. Teheran ha annunciato l’avvio dell’arricchimento dell’uranio al 60% nell’impianto nucleare di Natanz, dove entreranno in funzione altre mille centrifughe. A renderlo noto è stato il vice ministro degli Esteri Abbas Araghchi., che si trova a Vienna in veste di capo negoziatore dell’Iran.

La lettera all’Aiea

Con una lettera al direttore generale dell’ l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, Araghchi ha comunicato questo salto di qualità nel programma nucleare che oltre a rappresentare una seria violazione del vecchio accordo dul nuclare, il Jcpoa, avvicina l’Iran alla soglia del 90% necessaria per la produzione della bomba atomica. L’accordo sul nucleare del 2015 consente l’arricchimento dell’uranio fino al 3,67%. 

I colloqui di Vienna

Araqchi si trova a Vienna, con una delegazione di cui fanno parte anche rappresentanti del ministero del Petrolio e della Banca Centrale, per riprendere i colloqui sul programma nucleare di Teheran (Jcpoa) con i rappresentanti del gruppo ‘4+1’ (Russia, Cina, Francia, Gran Bretagnae Germania).

(Aggiornato alle 15,30 del 13/4/2021) 

AGI – Negli Stati Uniti stop all’uso del vaccino Johnson&Johnson dopo che sei persone hanno sviluppato una malattia rara con coaguli di sangue entro due settimane dalla somministrazione. Le agenzie sanitarie federali Fda e Cdc hanno chiesto la sospensione immediata nell’uso del vaccino monodose dopo che i casi che hanno riguardato sei donne di età compresa tra i 18 e i 48 anni. Una di loro è morta e una seconda in Nebraska è stata ricoverata in gravi condizioni, hanno riferito i funzionari americani, citati dal New York .

Già sette milioni di dosi somministrate

Sono già più di sei milioni e 800 mila gli americani vaccinati con Johnson&Johnson. “Raccomandiamo una pausa nell’uso di questo vaccino come estrema misura di cautela”, ha twittato la Food and Drugs Administration, sottolineando che si tratta di casi estremamente rari. L’annuncio ha fatto calare il titolo di J & J del 3% prima dell’apertura di Wall Street.

La replica della casa farmaceutica

La società farmaceutica in una nota ha sottolineato che “al momento nessun nesso causale chiaro è stato stabilito fra i rari eventi tromboembolici segnalati e il vaccino anti Covid Janssen”, il nome del siero prodotto dalla J&J.

Speranza convoca un vertice 

Subito dopo la notizia dello stop americano, è stata convocata una riunione al ministero della Salute alle 16 di martedì, con la partecipazione dell’Agenzia italiana del farmaco. L’allarme Usa è arrivato proprio nel giorno dell’arrivo in Italia delle prime dosi 184mila dosi di vaccino Johnson & Johnson, recapitate nell’hub nazionale della Difesa a Pratica di Mare.

In Europa è stato autorizzato dall’Ema

Il vaccino della Janssen, società controllata della Johnson & Johnson, l’11 marzo è diventato il quarto raccomandato nell’Ue per prevenire Covid-19 dopo i farmaci Pfizer, Moderna e AstraZeneca. L’efficacia del prodotto – ha spiegato l’Ema – è stata dimostrata in uno studio clinico che ha coinvolto oltre 44mila persone dai 18 anni in sui negli Stati Uniti, in Sudafrica e nei Paesi dell’America Latina. Lo studio ha rilevato una riduzione del 67% del numero di casi Covid sintomatici dopo 2 settimane nelle persone che hanno ricevuto il vaccino Janssen (116 casi su 19.630 persone), rispetto alle persone a cui è stato somministrato placebo (348 persone su 19.691).

AGI – Il Bhutan ha superato tutti in corsa e ha vaccinato quasi il 93% degli adulti in sedici giorni. Lo ha riferito l’Associated Press, sottolineando che il risultato eccezionale è dovuto non solo ai numeri contenuti della sua popolazione (800 mila in tutto), ma soprattutto alla schiera di volontari impegnati in prima fila.

Le prime 150 mila dosi di AstraZeneca sono arrivate dalla vicina India a gennaio, ma sono rimaste chiuse nei magazzini in attesa di cominciare la distribuzione il 27 marzo, data favorevole secondo l’astrologia buddista. I monaci hanno consigliato alle autorità di far somministrare la prima dose da una donna a una paziente donna, entrambe nate nell’anno della Scimmia.

Il 27 marzo, alle 9.30 di mattina, ora propizia, dopo la recitazione di preghiere e l’accensione di lampade, in una scuola della capitale, Thimphu, c’è stata la prima inoculazione. L’obiettivo era di raggiungere in sette giorni 533 mila adulti, escluse donne incinte e che avevano appena partorito, persone fragili e pazienti gravi. 

Nel giro di una settimana, quasi 470 mila hanno ricevuto la prima dose, pari all’85% degli adulti del Bhutan; a sedici giorni di distanza dall’avvio, sono il 93%, pari al 62% della popolazione complessiva. Solo Israele e Seychelles hanno superato una simile quota, ma impiegando molto più tempo. 

Dall’inizio dell’epidemia di Covid, il Paese himalayano ha registrato solo 910 contagi e un morto; è in vigore una quarantena obbligatoria di 21 giorni per chiunque arrivi mentre scuole e istituti di istruzione sono aperti e monitorati seguendo un rigido protocollo.

AGI – All’indomani dell’inaugurazione di nuove centrifughe avanzate per l’arricchimento dell’uranio, l’impianto nucleare di Natanz, in Iran, è stato colpito da un blackout elettrico. Secondo il capo dell’Organizzazione dell’energia atomica, Ali Akbar Salehi, si è trattato di unattacco terroristico” per il quale Teheran “si riserva il diritto di agire contro gli autori”. L’Iran ha accusato Israele e ha promesso “vendetta”.

“I sionisti vogliono vendicarsi per i nostri progressi sulla strada della revoca delle sanzioni, hanno detto pubblicamente che non lo permetteranno. Ma ci prenderemo la nostra vendetta”, ha avvertito il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif citato dalla tv di Stato. Un funzionario dell’amministrazione di Teheran, citato dal Washington Post, ha parlato di “crimine contro l’umanita’”.

Le autorità iraniane hanno comunicato di aver identificato la persona che ha interrotto il flusso di energia, che ha portato all’interruzione dell’elettricità nel sito. “La persona è stata identificata … Sono state prese le misure necessarie per arrestare questa persona che ha causato l’interruzione dell’elettricità in uno dei padiglioni del sito di Natanz”, riporta il sito web Nournews, senza fornire dettagli sul colpevole.

“Respingiamo ogni tentativo di distruggere gli sforzi diplomatici per il dialogo sul nucleare iraniano”, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea, Peter Stano. “Bisogna chiarire subito tutte le circostanze di questo incidente”, ha spiegato Stano che ha ribadito che “non vi è alternativa alla via diplomatica per risolvere tutti i problemi concernenti il nucleare in Iran”.

Fonti di intelligence occidentale hanno affermato che si è trattato di un cyber-attacco, opera del Mossad israeliano, che ha causato “gravi danni al cuore del programma di arricchimento” dell’uranio iraniano, poche ore dopo che sono state inaugurate le centrifughe insieme a una nuova parte della struttura, colpita l’estate scorsa da un’esplosione sospetta. Allora le autorità avevano parlato di “sabotaggio” da parte di terroristi senza però rivelare i risultati delle indagini. 

I media hanno citato fonti di intelligence anonime secondo le quali il Mossad ha portato a termine con successo un’operazione di sabotaggio presso il sito di Natanz, ritardando potenzialmente di “almeno nove mesi” l’attività di arricchimento dell’uranio.

Israele non ha formalmente commentato l’incidente: il sito di arricchimento dell’uranio di Natanz, in gran parte sotterraneo, è uno dei numerosi impianti iraniani monitorati dagli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).

Fonti di intelligence Usa citate dal New York Times parlano di ruolo dei servizi israeliani. Secondo il quotidiano il programma di arricchimento dell’uranio potrebbe essere stato ritardato di almeno nove mesi a causa di una grande esplosione che ha completamente distrutto il sistema di alimentazione interno indipendente – e super protetto – che alimenta le centrifughe sotterranee. 

In Israele, per la prima volta da febbraio, si riunirà la prossima settimana il gabinetto di sicurezza di alto livello, durante il quale probabilmente si parlerà della recente escalation di tensione con la Repubblica islamica dell’Iran. A richiedere la riunione, il ministro della Difesa Benny Gantz e il procuratore generale Avichai Mandelblit.  

“La lotta contro l’Iran, le sue metastasi e il suo armamentario è un grosso compito, la situazione odierna non sarà necessariamente quella di domani”, ha commentato sibillino il premier Benjamin Netanyahu, in occasione di un brindisi con i vertici della sicurezza, sottolineando il ruolo di potenza non solo “regionale” ma “in un certo modo anche globale” dello Stato ebraico. 

Il capo del Pentagono, Lloyd Austin, in visita nel Paese mediorientale domenica, primo esponente di alto livello della nuova amministrazione Usa, ha ribadito l’impegno “forte e duraturo” di Washington nei confronti di Israele e lavorerà per mantenerne il “vantaggio qualitativo militare” nella regione. 

Da parte sua, l’omologo israeliano ha confermato la stretta collaborazione con gli Usa, per proteggere il Paese e garantire che un nuovo accordo nucleare con l’Iran non minacci lo Stato ebraico, “evitando una pericolosa corsa agli armamenti nella nostra regione”. 

Nei giorni scorsi per la prima volta ci sono stati colloqui indiretti tra Usa e Iran a Vienna in occasione della riunione della commissione congiunta del Jcpoa, l’accordo internazionale sul nucleare firmato nel 2015, nel tentativo di provare a salvare l’intesa dopo il ritiro unilaterale Usa nel 2018 da parte dell’amministrazione di Donald Trump e il seguente disimpegno di Teheran dai suoi obblighi. 

La nuova amministrazione Usa si è detta disponibile a rientrare nell’accordo ma chiede a Teheran di impegnarsi nuovamente a rispettarne i termini, mentre l’Iran pretende prima la revoca di tutte le sanzioni Usa. 

AGI – La nuova statua di Cristo in costruzione a Encantado, in Brasile, sarà più alta di quella famosissima a Rio de Janeiro. Con i suoi 43 metri, piedistallo incluso, sarà la terza al mondo per altezza, svettando sul Redentore di Rio che arriva a 38 metri.

Lavori iniziati nel 2019

I lavori sono iniziati nel 2019 su iniziativa del politico locale Adroaldo Conzatti, morto il mese scorso per Covid, e dovrebbero essere completati entro la fine di quest’anno. Il progetto da 350 mila dollari è stato finanziato da donazioni fatte da individui privati e società. Un ascensore interno porterà i turisti fino all’altezza del petto della statua, da dove potranno ammirare il panorama circostante.

 La nuova statua di Cristo in costruzione a Encantado, in Brasile

AGI – La Cina ha ammesso per la prima volta la scarsa efficacia dei suoi vaccini contro il Covid-19: “Non hanno un tasso di protezione molto alto”, ha detto Gao Fu, a capo del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Cina, parlando in conferenza stampa ieri da Chengdu. Come riporta Associated Press, Gao ha annunciato che le autorità cinesi stanno valutando di mixare i diversi vaccini per potenziarli e ha esortato a prendere in considerazione i vantaggi dei sieri occidentali a mRNA, che la Cina non produce.

Finora nella Repubblica popolare non è stato autorizzato l’uso di nessun vaccino straniero. Pechino ha distribuito centinaia di milioni di dosi in altri Paesi. “Si sta ora valutando ufficialmente se dovremmo usare diversi vaccini per il processo di immunizzazione”, ha dichiarato Gao. 

Il tasso di efficacia del vaccino Sinovac nel prevenire contagi sintomatici da Covid-19 si attesta al 50,4% secondo i trial clinici effettuati in Brasile. Altri due vaccini della cinese Sinopharm dimostrano un’efficacia del 79,3 e del 72,5%, mentre il dato per il vaccino del colosso biofarmaceutico  CanSino è del 65%. Per fare un paragone, il siero Pfizer/BionTech è efficace al 97%.

Il capo del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Cina non ha fornito dettagli sul possibile cambio di strategia, ma ha invitato a “considerare i benefici che i vaccini a mRNA possono portare all’umanità”. “Non dobbiamo ignorarli solo perché abbiamo già diversi vaccini”, ha aggiunto.

Gao in passato aveva sollevato dubbi sulla sicurezza dei vaccini a mRNA. A dicembre, citato dall’agenzia Xinhua, aveva detto di non poter escludere effetti collaterali negativi di questa tipologia sperimentale di vaccini, usati sull’uomo per la prima volta.

AGI – Il 19 marzo scorso l’Unione europea ha inviato una lettera ad AstraZeneca “per la risoluzione del conflitto contrattuale” sulla fornitura di dosi di vaccino contro il Covid. Il contratto siglato tra l’azienda angolo-svedese e la Commissione Ue prevede che AstraZeneca debba rispondere alla lettera entro venti giorni. Ma finora, scaduto l’ultimatum, non sembra che la missiva sia stata presa in considerazione.

Bruxelles contesta in particolare, secondo i dettagli forniti dal Corriere della Sera che ha ripreso un’esclusiva del quotidiano economico francese Les Echos, il mancato rispetto degli obblighi contrattuali per la fornitura delle dosi e del principio della “massima diligenza possibile”.

Lo stesso commissario Ue, Thierry Breton, a capo della task force per la produzione di vaccini, ha più volte criticato di “aver visto da AstraZeneca una diligenza ma non la massima diligenza possibile”.

Secondo quanto previsto dall’accordo di acquisto anticipato siglato il 27 agosto scorso, AstraZeneca avrebbe dovuto fornire all’Ue 120 milioni di dosi entro il primo trimestre me ne ha fornite poco meno di 30 milioni.

Inoltre, l’Unione europea contesta il fatto che l’azienda – sfruttando anche il pagamento anticipato versato da Bruxelles – abbia destinato a Londra alcune dosi prodotte in impianti britannici che erano indicati nel contratto per la produzione europea. L’accusa è di avere, in sostanza, promesso le stesse dosi sia all’Unione che alla Gran Bretagna pur garantendo nel contratto di non avere con altri impegni “in conflitto” con l’accordo preso con l’Ue.

Inoltre, l’aziende avrebbe anche ritardato la richiesta di autorizzazione all’Ema proprio per prendere tempo a causa dei suoi problemi di produzione di dosi. Nella lettera viene ricordato che la Commissione aveva pagato una prima rata di 227 milioni subito dopo la firma del contratti (in agosto) ma che in autunno e’ stata sospesa la seconda rata di 112 milioni per “mancanza delle rendicontazione richiesta”. Ora Bruxelles non solo chiede l’applicazione del contratto e quindi la fornitura per tempo di tutte le dosi concordate ma non esclude una richiesta di danni.

AGI – “Vi comunico che le nostre forze di sicurezza hanno rintracciato uno dei maggiori criminali nazisti di sempre: Adolf Eichmann“. Quando il premier israeliano Ben Gurion si rivolse alla Knesset per dare la notizia il mondo sembrò fermarsi. Perché era stata un’operazione leggendaria, quella messa a segno dal Mossad per assicurare alla giustizia il “tecnocrate della Shoah”, uno dei maggiori responsabili dell’orrore del Terzo Reich, l’uomo che aveva fatto funzionare l’imponente macchina di morte dello sterminio, colui che dopo la guerra era riuscito a fuggire in Argentina dandosi una nuova identità, Riccardo Klement, grazie alla quale sottrarsi al giudizio della storia, prim’ancora che al giudizio degli uomini.

Neanche dodici mesi dopo, ossia l’11 aprile 1961 a Gerusalemme partì il processo contro lo “SS-Obersturmbannfuehrer” Eichmann, l’uomo che aveva contribuito a progettare e organizzare sin nei minimi dettagli la deportazione e la “soluzione finale”.

Un processo che rappresenta un capitolo imprescindibile – per certi aspetti forse ancora più di Norimberga – nella difficilissima vicenda del rapporto del mondo libero con i crimini all’umanità perpetrati dalla Germania nazista. Perché Eichmann non solo incarna la “banalità del Male” – come codificato all’epoca dall'”inviata” d’eccezione Hannah Arendt – ovvero il burocrate apparentemente dimesso che con puntigliosa precisione contribuisce a realizzare e a far funzionare l’organizzazione dello sterminio hitleriano, ma anche il prototipo del tedesco che s’inscena come semplice ingranaggio di un meccanismo più grande di lui, dove altro non si poteva fare che “obbedire agli ordini”.

In realtà, al di là di ogni dubbio, Eichmann fu uno dei principali esecutori materiali della Shoah, in quanto coordinatore e responsabile della logistica delle deportazioni: per quanto non appartenesse all’èlite nazional-socialista, fu lui a organizzare materialmente i convogli ferroviari che trasportavano i deportati ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento nazisti.

Da parte sua, davanti ai giudici di Gerusalemme l’ex ufficiale delle Ss Otto Adolf Eichmann entrò perfettamente nella parte dell’oscuro burocrate. Colui che era stato accolto nello Stato ebraico con un’ondata emotiva immensa – fatta al tempo stesso di esultanza per l’arresto e di odio verso il responsabile dello sterminio di intere famiglie – l’imputato si presentò in maniera sommessa, come un funzionario privo di potere reale che non odiava affatto gli ebrei: fondamentalmente minimizzando le proprie responsabilità e limitandosi ad affermare, appunto, “di aver eseguito gli ordini come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra”.

Sembrò che a Gerusalemme in quel 1961 si celebrasse il giudizio del Novecento spezzato in due dal nazismo, sembrò che alla sbarra ci fosse anche il tentativo dell’orrore di farla franca: alla fine, dopo esser riuscito a fuggire oltreoceano nel 1950 attraverso la cosiddetta ‘ratline‘ via Italia grazie ad alti esponenti della Chiesa e un lasciapassare della Croce rossa nonché una serie di false identità, e dopo aver passato, in seguito al suo spettacolare arresto, un anno in una cella di tre metri per quattro e visitato ogni giorno dal medico (il timore che potesse sottrarre al processo suicidandosi), eccolo sì, Eichmann, con il suo sguardo mite dietro un grosso vetro antiproiettile: e c’era tutto il mondo a guardare quando il procuratore israeliano Gideon Hauser elencò i 15 punti dell’accusa. Che comprendevano, tra gli altri, il crimine nei confronti del popolo ebraico (in 4 punti), i crimini contro l’umanità (in 7 punti), il crimine di guerra (1 punto).

Al processo, che ebbe una copertura mediatica senza precedenti, furono ascoltati 108 testimoni, compresi sopravvissuti ai campi di concentramento, esperti e storici, così come furono scandagliati oltre 1600 documenti. Dopo otto mesi – durante i quali l’imputato apparve sostanzialmente imperscrutabile – i giudici confermarono praticamente tutti i punti dell’accusala sentenza alla pena capitale arrivò il 15 dicembre di quello stesso anno. Di sicuro il processo ad Eichmann ha rappresentato uno spartiacque cruciale nella coscienza collettiva israeliana, al di là del numero infinito di film, libri, documentari che sono stati realizzati da allora. Non solo perché aprì la porta dell'”indicibile” – ossia il primo confronto a viso aperto con una rottura di civiltà di tali dimensioni – ma anche perché l’ex ufficiale delle Ss era stato obiettivamente tra coloro che avevano progettato sin nei dettagli il completo sterminio della popolazione ebraica in tutta Europa.

Eichmann era stato uno dei protagonisti della conferenza al Wannsee, tenutasi il 20 gennaio 1942 presso l’omonimo lago nei pressi di Berlino – “ideata” da Hitler in persona e organizzata su ordine di Hermann Goering – nella quale furono decise, in pratica, le modalità della “soluzione finale della questione ebraica”.

Pur essendo nei fatti già in atto, comprese le prime “esperienze” con le camere a gas, fu al Wannsee che la questione fu “sistematizzata”, messa nero su bianco e pianificata: vista l’impossibilità di trasportare ben 11 milioni di ebrei europei fuori dal continente, l’idea di fondo alla quale ci si volse – con grande agilità e un linguaggio ultra-burocratico – era quella dello “sterminio attraverso il lavoro”. Insomma, come lo stesso Eichmann ebbe a spiegare proprio alla sbarra del processo del 1961, “si parlò di uccisioni, di eliminazione e di sterminio”.

D’altronde, il ministro alla Propaganda Joseph Goebbels l’aveva già annotato nel suo diario: “Riguardo alla questione ebraica, il Fuehrer è deciso a fare piazza pulita. La guerra mondiale già c’è, la distruzione dell’ebraismo deve essere la necessaria conseguenza”.

Così durante la conferenza fu redatto il relativo Protocollo, in 30 copie (di cui è arrivata a noi esclusivamente una sola copia, come rivelò qualche anno fa la Zeit): ebbene, il testo di questo documento nella sua primissima stesura era stato redatto proprio da Eichmann. Ma nonostante la fuga in Argentina, il conto della storia alla fine raggiunse anche il burocrate dell’annientamento: il quale, dopo aver rifiutato l’ultimo pasto preferendo mezza bottiglia di vino rosso secco israeliano, morì per impiccagione pochi minuti prima della mezzanotte di giovedì 31 maggio 1962. Si narra che le leve della corda furono tirate contemporaneamente da due persone: nessuno doveva sapere con certezza per quale mano fosse morto il condannato

AGI – Due infermiere cristiane di Faisalabad, città del Punjab pakistano, sono accusate di aver vilipendio al Corano in base al 295 B, uno degli articoli del codice penale pakistano della famigerata “legge di blasfemia”. 

Come appreso dall’Agenzia Fides, il Primo rapporto di indagine (FIR) n. 371/21 c è stato depositato il 9 aprile. Il caso è stato registrato su istanza presentata dal sovrintendente medico Mirza Mohammad Ali dell’ospedale civile di Faisalabad.

Secondo il denunciante due infermiere cristiane, Maryam Lal e Navish Arooj – accusate da una caposala, di religione musulmana – avrebbero rimosso e strappato da un armadio un adesivo che conteneva versi del Sacro Corano. 

Alla notizia che due infermiere erano state ritenute colpevoli di di aver disonorato i versetti del Sacro Corano, uno dei ragazzi del reparto, ha tentato di uccidere una delle due con un coltello. La donna però si è solo ferita al braccio. Entrambe le infermiere sono sotto la custodia della polizia.

Kashif Aslam, coordinatore del programmi nella Commissione nazionale per la Giustizia e la pace dei vescovi del Pakistan, parlando a Fides, rileva: “E’ un’altra falsa accusa contro le donne cristiane; c’è una questione personale tra i membri dello staff che deve essere scoperta nell’inchiesta. I fedeli cristiani hanno profonda sensibilità su questi temi , e inoltre viene insegnato loro a rispettare le altre religioni. Non credo che le giovani infermiere cristiane abbiano profanato l’adesivo contenente i versi del Sacro Corano”.

“È allarmante – sottolinea Saleem Iqbal, attivista cristiano per i diritti umani – vedere aumentare le persone accusate ingiustamente in casi di blasfemia e le conversioni forzate delle ragazze appartengono a minoranze religiose. Questo è il secondo caso che si registra quest’anno: in precedenza l’infermiera cristiana Tabitha Gill è stata accusata in un ospedale di Karachi. Ora questo è successo a Faisalabad”.

Iqbal lancia un appello ai politici cristiani affinché “si affrettino ad agire per proteggere il loro popolo e chiediamo ai fedeli di essere sempre attenti a quanti possono intrappolarli in ​​tali questioni, utilizzando la blasfemia per rancori personali o gelosie personali”.

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