Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – Continuano a viaggiare ben sostenuti i prezzi del petrolio, vicini ai massimi da sei settimane a causa dei timori di una riduzione dell’offerta statunitense. Negli Usa infatti la produzione continua a rallentare a causa dei danni provocati dall’uragano Ida e per le preoccupazioni che un’altra tempesta possa rallentare il riavvio della produzione in Texas. Secondo il National Hurricane Center degli Stati Uniti, nuove interruzioni dovute al maltempo potrebbero essere dietro l’angolo. A minacciare le coste del Texas infatti c’è la tempesta tropicale Nicholas che si sta avvicicando alle coste del Golfo del Messico con venti che arrivano a 120 chilometri orari.

Le autorità statunitensi hanno innalzato il livello di pericolosità della tempesta Nicholas, classificandola come uragano.

“L’impatto dell’uragano Ida sta durando più di quanto il mercato si aspettasse e poiché una parte della capacità di produzione di petrolio rimane chiusa questa settimana, i prezzi stanno aumentando a causa del mancato ripristino dell’offerta e quindi del mancato raggiungimento delle raffinerie che hanno riavviato le operazioni più rapidamente dei produttori”, ha spiegato un’analista di Rystad Energy. 

Sui circuiti elettronici il Brent guadagna lo 0,71% (dopo che ieri è avanzato dello 0,8%) e passa di mano a 74,03 dollari. Il WTI che ieri ha registrato un rialzo dell’1,1% viene scambiato a 70,98 dollari, in rialzo dello 0,75%. 

AGI – “Minaccia imminente” od operatore umanitario: nel raid Usa del 29 agosto è stata uccisa la persona sbagliata? Il New York Times e il Washington Post, sulla base di immagini esclusive delle telecamere di sicurezza e testimonianze hanno dimostrato che gli Usa hanno sferrato l’attacco in cui sono rimaste uccise 10 persone, tra cui sette bambini, senza sapere veramente chi stessero colpendo.

L’auto presa di mira era parcheggiata nel cortile di una casa e tra le vittime c’era il 43enne operatore umanitario Zemari Ahmadi, secondo quanto denunciato dalla sua famiglia. Per il Pentagono invece l’obiettivo era una persone legata all’Isis, la sua auto era piena di esplosivo ed era una minaccia imminente per le truppe statunitensi coinvolte nelle evacuazioni all’aeroporto di Kabul.

Ma a quanto pare, sottolineano i due giornali americani, quello che i militari non sapevano era che Ahmadi era un operatore umanitario di lunga data, che secondo le testimonianze di colleghi e familiari ha trascorso le sue ultime ore a fare commissioni e ha concluso la sua giornata a casa sua.

Poco dopo, la sua Toyota è stata colpita da un missile. Il sospetto è che, quelle che sono state interpretate come le mosse sospette di un terrorista, potrebbero essere stati solo i movimenti di una giornata tipo di Ahmadi. E le “taniche” potrebbero essere solo dei rifornimenti d’acqua per le famiglie in difficoltà e non esplosivi destinati a un attentato.

Chi era Zemari Ahmadi

Secondo quanto emerge dai due articoli si tratta di un ingegnere elettrico che per 14 anni ha lavorato per l’ufficio di Kabul della Nutrition and Education International, Ong con sede in California che combatte la malnutrizione. Ad esempio ha dato vita a 11 impianti di lavorazione della soia in Afghanistan per sopperire alla mancanza di cibo in vaste aree del Paese causata soprattutto dalla guerriglia con i talebani. Q

uasi tutti i giorni, l’uomo guidava una delle corolle bianche Toyota della compagnia, portando i suoi colleghi da e verso la sede di lavoro e distribuendo cibo agli afghani sfollati.

La ricostruzione dell’attacco

I filmati analizzati dai due quotidiani ricostruiscono i movimenti della giornata dell’ingegnere.

Alle 14:35, Ahmadi tira fuori un tubo e con l’aiuto di un collega riempie i contenitori vuoti di plastica che poi caricherà in macchina insieme ad alcuni pacchetti. Il motivo è semplice: nel quartiere c’era carenza d’acqua per cui l’uomo la portava regolarmente dall’ufficio per distribuirla a chi ne ha bisogno.

Intorno alle 15:38, un collega sposta l’auto di Ahmadi nel vialetto. Poco dopo i militari affermeranno di aver visto l’auto di Ahmadi entrare in un ‘complesso sconosciuto’ (probabilmente la sede della Ong) a 8-12 chilometri a sud-ovest dell’aeroporto. Qui le immagini finiscono perché la giornata di lavoro si conclude. Non ci sono quindi filmati successivi ma lo scenario probabile è che nell’attacco con il drone l’auto dell’operatore umanitario sia stata vista come una potenziale minaccia, le taniche d’acqua siano state scambiate per esplosivo. A quel punto Ahmadi è tornato a casa.

Secondo il fratello, i suoi bambini hanno circondato la macchina accogliendolo dopo un’altra giornata faticosa di lavoro. Un funzionario americano ha detto che i militari temevano che l’auto sarebbe potuta ripartire e poi usata per un attentato in una strada ancora più affollata o all’aeroporto stesso.

Gli operatori del drone hanno rapidamente esaminato il cortile riportando di aver visto solo un altro maschio adulto che parlava con l’autista dell’auto e nessun bambino. E hanno deciso che era il momento di colpire. L’auto di Ahmadi è stata colpita da un drone MQ-9 Reaper che ha lanciato un singolo missile Hellfire con una testata da 9 chilogrami.

Secondo il Washington Post il missile ha impiegato circa mezzo minuto per raggiungere la berlina bianca. Il quotidiano inoltre specifica che la casa “non era precedentemente nota agli analisti militari e di intelligence”.

La versione del Pentagono

Nei giorni successivi il Pentagono ha ripetutamente affermato che l’attacco missilistico ha provocato altre esplosioni, e che queste hanno probabilmente ucciso i civili nel cortile. “Significative esplosioni secondarie provenienti dal veicolo preso di mira hanno indicato la presenza di una notevole quantità di materiale esplosivo“, si legge. “Poiché c’erano esplosioni secondarie, si puo’ ragionevolmente concludere che c’erano esplosivi in quel veicolo”. Affermazioni che secondo il New York Times non sono il frutto di certezze ma solo di ipotesi.

“Abbiamo raccolto foto e video della scena scattati da giornalisti arrivati sul posto e visitato il cortile più volte. Abbiamo condiviso le prove con tre esperti di armi che hanno detto che il danno era coerente solo con l’impatto di un missile Hellfire. Hanno indicato il piccolo cratere sotto l’auto di Ahmadi e i danni dei frammenti di metallo della testata. Tutti e tre gli esperti hanno anche sottolineato ciò che mancava: qualsiasi prova delle grandi esplosioni secondarie descritte dal Pentagono“.

A questo si aggiunge il ritrovamento di elementi che possono essere riconducibili ai contenitori in plastica che trasportavano i rifornimenti d’acqua. Il Pentagono, aggiunge ancora il New York Times, “non ha fornito le prove di esplosivi nel veicolo di Ahmadi o ha condiviso collegamenti dell’uomo allo Stato Islamico”.

Il Washington Post, in più, riporta le parole di Steven Kwon, presidente di Nutrition and Education International (NEI), che ha confermato come la berlina bianca di Ahmadi appartenesse all’ente benefico americano: “Stiamo cercando di aiutare le persone. Perché dovremmo usare esplosivi per ucciderle?”. Il Pentagono ha aperto un’indagine per capire come siano andate realmente le cose ma il sospetto è che “la ragionevole certezza” con cui è stato condotto l’attacco possa essere stato il frutto di un tragico e grave errore di valutazione. 

AGI – Due razzi sono stati intercettati dal sistema di difesa aerea Iron Dome. Il primo è stato lanciato nella notte, nel terzo giorno consecutivo di attacchi dalla Striscia.

Il secondo all’alba, mentre i caccia israeliani bombardavano obiettivi di Hamas. Il capo di stato maggiore dell’esercito, Aviv Kohavi, ha avvertito che Israele “difenderà il suo confine con la Striscia di Gaza e non accetterà alcuna violazione della sovranità.

Risponderemo con forza a ogni violazione e continueremo a farlo. Se la situazione dovesse degenerare, Hamas e la Striscia di Gaza pagheranno un prezzo pesante”. 

Israele ha bombardato obiettivi di Hamas a Gaza, in risposta a lanci di razzi dalla Striscia. Lo ha riferito l’esercito israeliano, spiegando di aver colpito quattro obiettivi: siti utilizzati per l’addestramento militare, depositi di armi e l’ingresso di un tunnel sotterraneo.

In Cisgiordania, a sud di Betlemme, un palestinese è stato “neutralizzato” dopo un tentativo di accoltellamento. Secondo quanto riferito dall’esercito in un tweet, nessuno è rimasto ferito. 
 

AGI – La Corea del Nord ha testato un nuovo tipo di missile da crociera a lungo raggio nel fine settimana, in quella che appare una provocazione del regime di Kim Jong-un, che la settimana scorsa aveva celebrato con una parata notturna il 73esimo anniversario della fondazione del Paese.

I missili, riporta l’agenzia di stampa nordcoreana Kcna, hanno viaggiato per 7.580 secondi sopra le acque territoriali, prima di colpire il bersaglio in mare aperto a una distanza di 1.500 chilometri. Il principale quotidiano del regime, il Rodong Sinmun, ha pubblicato immagini del test che mostrano il lancio del missile, circondato da una palla di fuoco, e un missile in volo.

Il test, al quale erano presenti alti funzionari del regime – ma non Kim – è stato condotto “con successo”, e lo sviluppo dei nuovi missili rappresenta “un’arma strategica di grande importanza” per il Paese, riferisce l’agenzia di stampa.

Il test è stato accolto dalle critiche degli Stati Uniti e dal Giappone. I missili rappresentano “minacce” per i Paesi vicini e per la comunità internazionale, e dimostrano la “continua attenzione allo sviluppo del programma militare” della Corea del Nord, sottolinea una nota del Comando Indo-Pacifico degli Stati Uniti.

Preoccupazione è stata espressa anche dal Giappone. Il portavoce del governo, Katsunobu Kato, ha sottolineato che Tokyo continuerà a lavorare a stretto contatto con Washington e Seul per monitorare la situazione. 

Sono i primi lanci da marzo scorso, quando Pyongyang aveva testato due missili balistici a corto raggio. Secondo gli analisti rappresentano un avanzamento della tecnologia missilistica nordcoreana, in grado di evitare i sistema di Difesa di Corea del Sud e Giappone, anche se attraggono meno l’attenzione dei lanci di missili balistici perché non rappresentano un’esplicita violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L’annuncio dei test giunge a poche ore dagli incontri a Tokyo tra i capi negoziatori per la questione nordcoreana di Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone: la questione della denuclearizzazione della penisola sarà sul tavolo anche a partire da domani, a Seul, dove è atteso l’arrivo del ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.

I colloqui sulla minaccia missilistica e nucleare nordcoreana sono in stallo dal 2019, dopo il no deal tra Kim e l’amministrazione Usa guidata da Donald Trump: l’attuale amministrazione americana, guidata da Joe Biden, ha fatto sapere di essere pronta a incontrare i funzionari di Pyongyang “in qualsiasi momento”, secondo le parole dell’inviato speciale Usa Sung Kim, ma da Washington non sono finora arrivate indicazioni su un possibile allentamento delle sanzioni che colpiscono il regime per lo sviluppo dei suoi programmi missilistici e nucleari.

Pyongyang, intanto, secondo un rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) avrebbe ripreso la produzione di plutonio per le armi nucleari dal reattore della centrale di Yongbyon, e il dialogo con Seul appare in stallo dopo l’annuncio del ripristino della linea di comunicazione diretta tra le due Coree: le speranze per una possibile ripresa dei negoziati sono rimaste però deluse, perché la hotline è rimasta silente da parte nordcoreana dopo le esercitazioni militari congiunte annuali del mese scorso di Stati Uniti e Corea del Sud, fortemente avversate da Pyongyang.

AGI – “Mio nipote Eitan è stato sequestrato dal nonno materno, Shmuel Peleg, ed è stato portato in Israele”. Lo ha denunciato Aya Biran-Nirko, zia affidataria del piccolo di 6 anni, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, residente nella frazione Rotta di Travacò, a Pavia, ai poliziotti della questura cittadina.

E la procura della Repubblica, poche ore dopo, ha aperto un fascicolo per sequestro di persona, mentre per il momento la Farnesina non commenta. Dall’ambasciata israeliana a Roma un portavoce fa sapere che “vengono seguiti gli sviluppi della situazione”

Le preoccupazioni per la salute

Il bambino, che nell’incidente della funivia (14 le vittime) ha perso entrambi i genitori, il fratellino e i bisnonni che erano venuti a trovarlo in Italia, da mesi è al centro di una battaglia per la custodia legale. Eitan è cittadino italiano, è arrivato in Italia a un anno, la sua casa è a Pavia dove è cresciuto. Tutto il suo percorso di vita è stato a Pavia”, ha detto Aya Biran-Nirko, la zia paterna di Eitan nominata tutrice legale. “Lo aspettiamo a casa e siamo molto preoccupati per la sua salute”. “Adesso è seguito da un fisiatra e da uno psicoterapeuta. Questi trattamenti devono essere garantiti in modo regolare. Questa settimana Eitan ha due visite di controllo in ospedale a Pavia e a Torino”, ha aggiunto. 

Dopo un lungo ricovero all’ospedale Regina Margherita di Torino, mentre si stava riprendendo seguito dagli psicologi, Eitan è stato affidato alla zia paterna, medico 41enne che vive con il marito Or Nirko e due figlie che frequentano la stessa scuola di Eitan, l’istituto delle Canossiane. Ma tre mesi dopo la tragedia, il ramo materno della famiglia che vive in Israele ha avanzato un’istanza per l’affidamento del bambino. 

“Me lo sentivo dall’inizio che quella famiglia avrebbe fatto qualcosa di sporco per aggirare la legge italiana – ha detto – la sua vita era fin troppo difficile, non meritava altrra sofferenza”.  

Il nonno condannato per maltrattamenti

“Con questa mossa unilaterale e gravissima della famiglia Peleg, vedo come mio dovere sottolineare alle autorità israeliane quanto è già conosciuto al sistema giuridico italiano”, ha continuato la zia. Shmuel Peleg, il nonno del bimbo che lo ha portato in Israele, “è stato condannato per maltrattamenti nei confronti della ex moglie, la nonna materna. Chiedo anche alle autorità israeliana di guardare in profondità nelle cartelle cliniche pubbliche e non private per scoprire la verità sullo stato di salute mentale e fisico della zia materna, di guardare le pregresse gravi condanne nei confronti del marito attuale della nonna materna”. 

“Con questi presupposti è impossibile che l’autorità israeliana possa prendere in considerazione le richieste di adozione o affidamento avanzate dalla famiglia materna. Sono sicura e piena di speranza che autorità israeliane collaboreranno con quelle italiane per garantire il ritorno di Eitan a casa”.

La posizione della zia materna

Non si è fatta attendere la replica di Gali Peleg, l’altra zia del bimbo. “Non abbiamo rapito Eitan e non useremo quella parola, l’abbiamo portato a casa e abbiamo dovuto farlo perché non avevamo precedenti sulla sua salute e condizione mentale”. “Abbiamo portato a casa Eitan secondo ciò che i suoi genitori volevano e desideravano”, ha aggiunto. 

Per quanto riguarda la famiglia del piccolo da parte di suo padre, che adesso la sta contrastando per la custodia di Eitan, Peleg ha detto: “Aya, la zia da parte di Amit, ha la tutela su Eitan che ci è stato portato via illegalmente. Vive relativamente vicino a mia sorella, ma questo non significa che ci fosse una connessione tra lei ed Eitan, lui era molto più vicino a noi. Lei non ha foto con lui”.

Gali Peleg ha raccontato l’incontro con il bambino quando è sbarcato in Israele: “Eitan ha urlato di eccitazione quando ci ha visto e ha detto che era finalmente in Israele. Deve capire che questo è un bambino il cui genitori sono stati sepolti qui in Israele, lui è con una famiglia che conosce, non è giusto. Abbiamo agito esclusivamente per il suo bene”.

La visita e la scomparsa

Amos Dor, amico intimo di Aya Biran, la zia di Eitan ha raccontato in tv: “Il nonno è venuto a trovare Eitan, una visita concordata e organizzata in anticipo. Il nonno avrebbe dovuto riportare Eitan ad Aya intorno alle 18:30, cosa che non è avvenuta. E ora il nonno ha interrotto i contatti con Aya”. 

La notizia è stata diffusa dall’emittente israeliana N12, e ha trovato conferma in serata da parte dei legali della zia: “Siamo di fronte a un sequestro di persona”, ha detto all’AGI l’avvocato Armando Simbari. Una preoccupazione legata al fatto che il bambino “è stato strappato alle cure psicologiche e terapeutiche a cui era sottoposto, alla famiglia con cui vive da quando è successa la tragedia e quindi c’è la preoccupazione che possa subire un nuovo trauma”.

Da parte sua Milo Hasbani, presidente della Comunita’ ebraica di Milano, contattato dall’AGI, ha detto che “Eitan avrebbe iniziato la scuola come qualsiasi altro bambino di 6 anni, accompagnato dalla zia paterna che l’aveva in custodia, invece non sarà così, un’altra tragedia che si aggiunge alla tragedia. Sembra confermato – ha aggiunto – che Eitan sia arrivato in Israele questa sera (sabato) con il nonno materno, che avrebbe dovuto riportarlo a casa alle 18.30 e non l’ha fatto, è una tristissima storia”.

AGI – Papa Francesco riprende le visite all’estero dopo la pausa forzata per il Covid e ha intrapreso il suo 34esimo viaggio apostolico, con prima tappa a Budapest. Nelle sette ore nella capitale ungherese il Pontefice celebra la messa conclusiva del 52esimo Congresso eucaristico internazionale. In occasione del viaggio il Papa ha incontrato privatamente il presidente della Repubblica Janos Ader e il primo ministro Viktor Orban, trattenendosi con loro 15 minuti al museo delle Belle Arti. 

I congedi

Il Pontefice ripartirà poi in direzione della Slovacchia. Per Papa Francesco, come ha spiegato lui stesso recandosi a salutare i giornalisti che lo seguono durante lo spostamento, è un viaggio che ha “un po’ il gusto del congedo”. “Perché – ha sottolineato Francesco – ci lascia il Maestro delle cerimonie (monsignor Guido Marini, ndr): è l’ultimo viaggio, perché è diventato vescovo. Poi ci lascia ‘il dittatore di turno’ (si volta e guarda sorridendo monsignor Datonoua). È bravo… anche lui è stato nominato vescovo e lascia il posto a un monsignore…”. 

Il Papa ha anche spiegato che il “gusto del congedo” è dovuto anche ad Alitalia che opera, con questo viaggio, il suo ultimo volo papale. “Ci lascia Alitalia, grazie per averci portato fin’ora”, ha detto. 

L’importanza dei viaggi

“Tanti congedi, ma riprendiamo i viaggi e questa è una cosa molto importante, perché andremo a portare la parola e il saluto a tanta gente”, ha concluso il Pontefice, che prima di partire aveva inviato un messaggio al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

“Nel momento in cui mi accingo a partire per Budapest in occasione della giornata conclusiva del Congresso eucaristico internazionale, diretto poi in Slovacchia per incontrare i fratelli nella fede e gli altri abitanti di quella Nazione, mi è gradito rivolgere a Lei, signor Presidente, e all’intero popolo italiano il mio cordiale pensiero che accompagno con sinceri auspici di serenità e di generoso impegno per il bene comune”, ha scritto Papa Francesco al presidente italiano. 

AGI – “Mio nipote Eitan è stato sequestrato dal nonno materno, Shmuel Peleg, ed è stato portato in Israele”. Lo ha denunciato Aya Biran-Nirko, zia affidataria del piccolo di 6 anni, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, residente nella frazione Rotta di Travacò, a Pavia, ai poliziotti della questura cittadina. E la procura della Repubblica, poche ore dopo, ha aperto un fascicolo per sequestro di persona.

L’affido dopo la tragedia 

Il bambino, che nell’incidente della funivia (14 le vittime) ha perso entrambi i genitori, il fratellino e i bisnonni che erano venuti a trovarlo in Italia, da mesi è al centro di una battaglia per la custodia legale“Parlerò quando sarò pronta a farlo”, ha detto Aya Biran-Nirko all’AGI.

Dopo un lungo ricovero all’ospedale Regina Margherita di Torino, mentre si stava riprendendo seguito dagli psicologi, Eitan è stato affidato alla zia paterna, medico 41enne che vive con il marito Or Nirko e due figlie che frequentano la stessa scuola di Eitan, l’istituto delle Canossiane. Ma tre mesi dopo la tragedia, il ramo materno della famiglia che vive in Israele ha avanzato un’istanza per l’affidamento del bambino. 

Me lo sentivo dall’inizio che quella famiglia avrebbe fatto qualcosa di sporco per aggirare la legge italiana – ha detto al Corriere – la sua vita era fin troppo difficile, non meritava altrra sofferenza”.

La visita e la scomparsa

Amos Dor, amico intimo di Aya Biran, la zia di Eitan ha raccontato in tv: “Questa mattina il nonno è venuto a trovare Eitan, una visita concordata e organizzata in anticipo. Il nonno avrebbe dovuto riportare Eitan ad Aya intorno alle 18:30, cosa che non è avvenuta. E ora il nonno ha interrotto i contatti con Aya“. 

La notizia è stata diffusa dall’emittente israeliana N12, e ha trovato conferma in serata da parte dei legali della zia: “Siamo di fronte a un sequestro di persona”, ha detto all’AGI l’avvocato Armando Simbari. Una preoccupazione legata al fatto che il bambino “è stato strappato alle cure psicologiche e terapeutiche a cui era sottoposto, alla famiglia con cui vive da quando è successa la tragedia e quindi c’è la preoccupazione che possa subire un nuovo trauma”.

“Fino ad ora il bambino non è stato riaccompagnato dal nonno a casa, notizie ufficiali di rapimento io non ne ho”, ha aggiunto l’avvocato Cristina Pagni, civilista che assiste, anche lei, la zia di Eitan. “La realtà è che per ora non è tornato a casa, avrebbe dovuto essere a casa per le 18.30 – orario delle visite autorizzate dal giudice per il nonno e per gli altri parenti – e invece a quell’ora non è rientrato. Aspetterei a parlare di rapimento, aspetterei che lo facessero le autorità, per il momento questo bambino non è stato accompagnato a casa dal nonno all’orario previsto”.

Da parte sua Milo Hasbani, presidente della Comunita’ ebraica di Milano, contattato dall’AGI, ha detto che “Eitan avrebbe iniziato la scuola come qualsiasi altro bambino di 6 anni, accompagnato dalla zia paterna che l’aveva in custodia, invece non sarà così, un’altra tragedia che si aggiunge alla tragedia. Sembra confermato – ha aggiunto – che Eitan sia arrivato in Israele questa sera (sabato) con il nonno materno, che avrebbe dovuto riportarlo a casa alle 18.30 e non l’ha fatto, è una tristissima storia”.

AGI – Venti anni fa il più grave attacco terroristico della Storia sconvolgeva il mondo, cambiando le priorità non solo dell’Occidente, nel mirino di al Qaeda, ma della scena globale. Politici, economisti, analisti e sopravvissuti si interrogano su come sia cambiato il mondo negli ultimi due decenni.

16,03 – George W. Bush e Kamala Harris insieme in Pennsylvania

L’ex presidente George W. Bush, in carica durante gli attacchi del’11 settembre, e la vicepresidente Kamala Harris hanno raggiunto il memoriale di Scranton, in Pannsylvania, luogo in cui si schiantò il volo United 93 a bordo del quale i passeggeri si ribellarono ai dirottatori.

Vice President Harris and former President Bush arrive at Flight 93 National Memorial.

Watch Shanksville, PA #September11 Remembrance Ceremony – LIVE online here: https://t.co/xb2f0Q8kP1 pic.twitter.com/KQD7XVljF2

— CSPAN (@cspan)
September 11, 2021

15,38 – Trump, “incompetenza” Biden in ritiro da Afghanistan

L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha perso l’occasione del 20/mo anniversario degli attacchi dell’11 settembre per criticare l'”amministrazione inetta” e l'”incompetenza” di Joe Biden nel ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan. In un video messaggio, Trump premette che “Questo e’ un giorno molto triste”, aggiungendo che l’11 settembre “rappresenta un grande dolore per il nostro Paese”.
“È anche un momento triste per il modo in cui la nostra guerra contro coloro che hanno fatto così male al nostro Paese si è conclusa la scorsa settimana”, ha continuato, riferendosi al ritiro delle truppe Nato e alla presa di potere dei talebani a Kabul. “Il leader del nostro paese è sembrato uno sciocco e questo non puo’ mai essere permesso”, ha detto, parlando di “cattiva pianificazione, incredibile debolezza e leader che davvero non hanno capito cosa stava succedendo”. 

15,19 – Melania Trump, il male non piegherà il nostro spirito

“In questo solenne giorno della memoria la nostra nazione onora il 20 anniversario dell’11 settembre”, twitta l’ex First Lady, Melania Trump. “Non possiamo dimenticare le vite innocenti che sono state perse e gli eroi altruisti che sono emersi. Ricordiamoci che il male non piegherà il nostro spirito. Dio benedica la nostra nazione, i nostri militari e le loro famiglie”.

Today, 20 years after the attacks of September 11th, #CIA Director Burns, Deputy Director Cohen and officers from across the Agency gathered at CIA’s 9/11 memorial to observe a moment of quiet reflection.#911Anniversary pic.twitter.com/QRyfwElE0R

— CIA (@CIA)
September 11, 2021

15,09 – Springsteen canta e il pubblico piange a Ground Zero

“I’ll see you in my dreams”: Bruce Springsteen canta accompagnato dalla chitarra e i partecipanti alla cerimonia per i 20 anni degli attacchi dell’11 settembre 2001 piangono. 

15,02 – Biden, gli Obama e i Clinton a Ground Zero

Il presidente Joe Biden è arrivato a Ground Zero accompagnato dalla First Lady Jill. Il presidente in carica precedeva le due coppie presidenziali Barack e Michelle Obama e Bill e Hillary Clinton. Durante la cerimonia della lettura dei nomi delle vittime, gli ex presidenti e le ex First lady hanno preso posto nella fila dietro i Biden. 

President Biden and First Lady Jill Biden, former President Obama and Michelle Obama, and former President Clinton and Hillary Clinton arrive for #September11 Remembrance Ceremony in New York. pic.twitter.com/GcsG9aQ9cu

— CSPAN (@cspan)
September 11, 2021

14,47 – New York, inizia cerimonia, area Ground Zero blindata

Mentre inizia la cerimonia di commemorazione a 20 anni esatti dall’attacco alle Torri gemelle, è tutta blindata la zona attorno a Ground Zero. Giornalisti, troupe televisive di tutto il mondo e pubblico sono tenuti fuori dal recinto che comincia, a est, all’altezza di Church Street. Le transenne saranno tolte solo a mezzogiorno. I newyorkesi sono qui per rendere omaggio alle quasi tremila vittime di quell’attacco. Alle 8,46, l’ora del primo impatto dell’aereo dirottato sulla Torre nord, viene osservato un minuto di silenzio, atto che si ripeterà alle 9,03, quando anche la Torre sud venne colpita.

13,48 – Di Maio a Blinken, minaccia terrore resta; noi con voi

“Vent’anni di storia che hanno attraversato le nostre vite, da quell’istante in cui non solo gli Stati Uniti, ma tutto il mondo si è fermato. Vent’anni di impegno comune in difesa dei diritti umani e a difesa dei nostri valori. Oggi a Roma ho partecipato alla cerimonia di commemorazione degli attentati dell’11 settembre, per affermare la nostra vicinanza al popolo americano”. Lo scrive su Facebook il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.
“Così come ho scritto al segretario di stato Usa Blinken, nonostante siano stati inferti duri colpi al terrorismo internazionale, la sua minaccia continua ad essere attuale”, aggiunge il ministro.
“L’Italia – conclude – proseguira’ nel suo impegno volto a contrastarlo, al fianco degli Usa e dei partner internazionali. La strada per affrontare ogni crisi e uscirne piu’ forti si percorre fianco a fianco. Sempre”.

The U.S. Department of State will always remember those lost on #September11. We honor their lives and legacy by promoting a world worthy of their memories. #NeverForget pic.twitter.com/WJYpuCJIUC

— Department of State (@StateDept)
September 11, 2021

13,38 – Obama, l’America è sempre stata patria di eroi

Il ventesimo anniversario dell’11 settembre è l’occasione per una “riflessione su ciò che abbiamo imparato nei 20 anni trascorsi da quella terribile mattina”. Lo afferma l’ex presidente Usa, Barack Obama. “Quell’elenco di lezioni è lungo e in crescita. Ma una cosa che è diventata chiara l’11 settembre è che l’America è sempre stata la patria di eroi che corrono verso il pericolo per fare ciò che è giusto”, ha aggiunto Obama. “Per Michelle e me, l’immagine di quel giorno non è semplicemente la caduta delle Torri o relitti fumanti. Sono i vigili del fuoco che salgono le scale mentre gli altri scendono”, sono “i passeggeri che decidono di prendere d’assalto una cabina di pilotaggio, sapendo che potrebbe essere il loro ultimo atto”, sono “i volontari disposti a mettere in gioco la propria vita. “Negli ultimi 20 anni, abbiamo visto lo stesso coraggio e altruismo”, l’11 settembre “ci ha ricordato come tanti americani diano se stessi in modi straordinari, non solo nei momenti di grande crisi, ma ogni singolo giorno. Non dimentichiamolo mai, e non diamolo mai per scontato”. 

 

13,20 – Una grande bandiera Usa su edificio Pentagono

Una grande bandiera Usa copre parzialmente l’edificio del Pentagono, all’alba del 20esimo anniversario degli attentati dell’11 settembre. Il Pentagono è stato uno dei tre siti contro cui si schiantarono gli aerei dirottati. Nell’impatto morirono 189 persone tra militari e civili, 125 delle quali lavoravano all’interno dell’edificio. 

12,35 – Parolin: “Un dramma, un trauma” per il mondo intero.

Il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin che condivide con i giornalisti un ricordo personale: “Ero appena tornato dagli Stati Uniti dove avevo partecipato a un programma offerto dagli Stati Uniti ai diplomatici di tutto il mondo. La notizia mi ha raggiunto qualche giorno poco dopo fu e mi colpì particolarmente forte. Poi quello che ha provocato in tutto il mondo fu un dramma, un trauma”. “Ricordo – aggiunge il cardinale – che una delle riflessioni che si fece in quella circostanza fu quella che il terrorismo non si combatte solo puntando sulla sicurezza, ma anche cercando di cambiare la cultura attraverso un’opera di educazione e formazione”. Secondo il segretario di Stato, “rimane ancora oggi quella la chiave in un mondo che fa ancora oggi esperienza del terrorismo. A tanti anni di distanza è cambiato molto poco. Il mondo continua a essere pieno di difficoltà e di problemi”.

11,57 – Letta: “La fuga dell’Occidente dall’Afghanistan deve farci riflettere”

Dalla data di oggi viene fuori l’idea che l’Europa debba essere piu’ unita anche in politica estera” afferma Enrico Letta, segretario del Pd a margine di un incontro a Montepulciano. “Oggi è una giornata triste – aggiunge – pensiamo tutti alle vittime e alla scia di morti nei 20 anni successivi. Il terrorismo però non è sconfitto”.

11,55 – Meloni: “A distanza di 20 anni è impossibile dimenticare l’immagine apocalittica”

“Con tremila morti e seimila feriti, è stato l’attentato piu’ sanguinoso di sempre. Un evento che ha dimostrato che l’Occidente deve fare i conti con un nemico che teorizza e pianifica la sua distruzione. Un nemico che a distanza di vent’anni continuiamo a non voler citare: l’integralismo islamista. Guardare negli occhi il pericolo che abbiamo dinnanzi e chiamarlo con il suo nome è un dovere nei confronti delle migliaia di innocenti che hanno perso la vita nell’attacco alla civiltà occidentale dell’11 settembre 2001”, scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

11,52 – Fico: “L’Italia è in prima linea contro il terrorismo”

“Il nostro Paese è impegnato in prima linea nella lotta al terrorismo e all’estremismo violento e continuerà ad adoperarsi, in stretta collaborazione con gli altri Stati – a livello europeo e internazionale – nelle attività di prevenzione e contrasto e per rimuovere le cause”, afferma il presidente della Camera, Roberto Fico

11,45 – Salvini: “Certa violenza, certo fanatismo non sono finiti”

“Sono passati 20 anni ma purtroppo certa violenza, certo fanatismo non sono finiti. In Europa, in casa nostra ci sono” dice il leader della Lega Matteo Salvini, a Caserta per un tour elettorale in vista delle amministrative. “L’estremismo va sempre condannato -aggiunge – La violenza fisica e verbale vanno sempre condannati. Un certo modo di trattare le donne, che c’è anche in casa nostra da parte di bestie italiane e straniere, che è terrorismo domestico, va condannato e stroncato senza se e senza ma”. 

11,24 – Elisabetta II a Biden, prego per le vittime e i sopravvissuti

“I miei pensieri e le mie preghiere – e quelli della mia famiglia e dell’intera nazione – vanno alle vittime, ai sopravvissuti e alle famiglie colpite, così come ai primi soccorritori e ai soccorritori chiamati in servizio”. Lo ha affermato la regina Elisabetta II in un messaggio al presidente Usa, Joe Biden, in occassione del ventesimo anniversario dell’11 settembre. “La mia visita al World Trade Center nel 2010 è rimasta impressa nella mia memoria” e “mi ricorda che mentre onoriamo coloro che mentre onoriamo coloro che di molte nazioni, fedi e background hanno perso la vita, rendiamo anche omaggio alla resilienza e alla determinazione delle comunità che si sono unite per ricostruire”, ha aggiunto Elisabetta.

10,31 – Michel, Ue con gli Usa contro ogni terrorismo

“Gli orribili attacchi dell’11 settembre di 20 anni fa hanno cambiato il corso della storia. Ricordiamo le vittime e il nobile sacrificio di tanti soccorritori e operatori umanitari”. Lo scrive in un tweet il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. “L’Ue sta dalla parte degli Stati Uniti e del presidente nella continua lotta al terrorismo e all’estremismo in tutte le sue forme”, continua. 

10,24 – von der Leyen, Ue al fianco degli Usa in difesa libertà

“L’11 settembre ricordiamo coloro che hanno perso la vita e onoriamo coloro che hanno rischiato tutto per aiutarli. Anche nei momenti più bui e difficili, il meglio della natura umana può trasparire”. Lo scrive in un tweet la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “L’Ue è al fianco degli Usa nella difesa della libertà e della compassione contro l’odio”, aggiunge. 

AGI – Amava le canzoni di Julio Iglesias, Lucia Crifasi, che l’11 settembre di vent’anni fa rimase uccisa nel crollo delle Torri gemelle. Siciliana di Montevago, nel Belice, la partenza con la famiglia dalla Sicilia nel 1958 per gli Stati Uniti le aveva risparmiato la paura del terribile sisma del 1969 e di altri crolli che avrebbero mietuto centinaia di vite giovani come la sua, ma gliene riservava un altro ancora più micidiale perchè mirato, pianificato da mano (dis)umana all’età di 51 anni, quando lei aveva conquistato con fatica il proprio posto nella società americana.

‘Lucy’ Crifasi è una degli italiani/e e degli italo-americani/e morti nell’attentato che segnò l’inizio di una nuova epoca per il mondo, e che vede oggi tornare al potere a Kabul i demoni che la scatenarono. Il loro numero, ancora oggi, non è chiaro: fu l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a parlare, in occasione di una commemorazione nel 2008 (http://presidenti.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=712), di “dieci vittime con cittadinanza italiana o doppia cittadinanza e 260 di origine italiana”, ma il numero è continuamente oscillato nel corso degli anni.

Quei numeri al presidente li diede Giulio Picolli, imprenditore che da anni aggiorna il conto delle vittime italoamericane dell’11 settembre. “Napolitano – tiene a sottolineare all’AGI, che lo ha contattato – fu l’unico presidente venuto a New York a incontrare le famiglie delle vittime fermandosi sotto la lapide”. Oggi, spiega, i nomi dei morti di origine italiana sono 219. A essi si è aggiunto negli ultimi giorni, tra altri, quello di Caterina Kathy Mazza, primo capitano di polizia donna dell’Autorita’ portuale di New York morta mentre tentava di guidare un gruppo di civili fuori dal World Trade Center (https://www.odmp.org/officer/15797-captain-kathy-mazza).

Il lavoro di Picolli è stato – e sarà ancora – certosino: “Non posso identificare con più accuratezza i nomi a causa delle leggi americane e italiane sulla privacy. Ma questi nomi non vanno dimenticati. Il consolato a New York – dice all’AGI – non può darmi nomi e documenti per non infrangere la privacy. Lo capisco, e allora guardo perfino i necrologi per capire chi siano le persone morte, di quale etnia siano, servendomi poi di indicazioni date dal prete o dai parenti. Nel 2002 avevo 490 nomi; quest’anno ne ho contati 215 al 31 agosto; al 10 settembre ne ho aggiunti altri 4″.

L’11 settembre del 2001 Picolli perse il figliocco. “Luigi Gino Calvi, un ragazzo di 34 anni, nato e cresciuto con i miei figli. Era come un figlio – ricorda – uno di quei piccoli eroi della finanza americana, appena assunto dalla Cantor Fitzgerald, uno dei maggiori broker di Nyt, che ebbe l’80% dei propri dipendenti ucciso nell’attentato”. “Non ho mai smesso di cercare – continua – e nel libro che sto per pubblicare vi sono altre cornici in bianco. Ho 80 anni, e continuerò. L’importante è ricordarsi anche di una sola vittima italiana. L’emigrazione italiana in America, e nel private equity di Nyt, ha avuto un impatto importantissimo. Senza italiani, la ristorazione non esisterebbe. Dobbiamo dire grazie all’emigrazione, grazie a questi signori. Non li dimenticheremo mai”.

Molte delle vittime erano originarie della Sicilia. “I primi nomi – ha scritto in passato Luca Guglielminetti, presidente dell’Associazione vittime del terrorismo fino al 2015 (https://hommerevolte2.blogspot.com/) – arrivano da una celebrazione di due vittime originarie di Nissoria, Sicilia: Vincenzo Di Fazio e Salvatore Lopes. Notizia stampa pubblicata sul sito della base aereo navale americana di Sigonella”.

Il 16 settembre del 2001, cinque giorni dopo il massacro, una corrispondenza di Pantaleone Sergi per il quotidiano La Repubblica (https://www.repubblica.it/online/mondo/macerie/attesa/attesa.html) riportava un “balletto” di cifre e di nomi, dietro i quali si intravede la geografia delle partenze per l’America: “Non si hanno più notizie dei cugini Salvatore Lopes e Vincenzo Di Fazio, trentottenni di Nissoria in provincia di Enna. Salvatore, sposato e padre di due bambine di 8 e 11 anni, lavorava in un’agenzia di viaggi al piano numero 104; Vincenzo, anch’egli sposato e padre di tre figli, lavorava invece come agente di borsa. Dell’elenco fa parte anche Luigi Arena, 40 anni, di Capaci. Vigile del fuoco, l’uomo era entrato nella prima torre durante le operazioni di salvataggio. Nessuno ha saputo più niente di lui, come nulla si sa di Angelo Sereno, 30 anni, di Torretta, installatore di condizionatori d’aria, e di Calogero Gambino, anche lui di Torretta, che lavoravano in una delle torri. Scomparsi sono anche Giuseppe Randazzo, 28 anni, di Capaci, e Gianni Spataro, 32 anni, figlio di italiani ma nato qui (il padre di Ragusa e la madre di Termini Imerese) lavorava in una banca al 98esimo piano della prima torre. Dalla Calabria invoca informazioni la signora Maria Riverso e spera ancora che suo figlio Jo sia ancora in vita. Resta tra i dispersi anche Raimondo Cima, un architetto di 63 anni originario di Civitavecchia, che lavorava al 92esimo piano del Wtc. Il timore per la loro sorte – concludeva Sergi su La Repubblica – aumenta col passare delle ore. E sono ore terribili”.

“Riconoscere tutte le vittime dei conflitti è imprescindibile per le istituzioni”, scrive Guglieminetti su Avvenire. “Non solo per garantire loro i diritti sanciti dalle legislazioni italiana ed europea e per evitare un’ingiustificabile e vergognosa sperequazione che lascia aperte le ferite delle memorie, ma perchè è una precondizione per riumanizzarle: cioè, per dare spazi e voce ai “sommersi” attraverso i “salvati”, con tutte le difficoltà che ci ha insegnato Primo Levi, ma anche tutto il portato di conoscenze che da loro può scaturire permettendoci di provare a prevenire nuove catastrofi.

Capaci e Torretta, nel Palermitano; Montevago, nel Belice. Sono i punti da cui tradizionalmente partivano le famiglie siciliane alla volta dell’America. Come quella di Lucia, che trovò un lavoro – scrisse il New York Times in un obituary il 9 dicembre del 2001 (https://www.legacy.com/obituaries/name/lucy-crifasi-obituary?pid=113356) – nell’ufficio del broker Marsh & McLellan in una delle due Torri. “L’amavano tutti – si poteva leggere nel quotidiano – e non poteva essere altrimenti perchè Lucy era il genere di donna che aveva sempre un grande sorriso e il tempo di risolvere i problemi degli altri“.

Viveva a Glendale, nel Queens, e un giorno alla settimana lo trascorreva con la madre 85 enne. Amava viaggiare, Lucia, e spesso trascinava con sè i fratello e sorella in giro per il mondo. Un anno prima dell’attentato la famiglia era tornata a Montevago, e poi aveva viaggiato a Roma per salutare e pregare con il Papa. Aveva solo due vizi, raccontò al Nyt il fratello Frank: “Le scarpe e i libri”.

La mattina dell’11 settembre al lavoro Lucy indossava forse una camicia a strisce verde oliva. Qualche ora dopo sarebbe entrata a far parte del lunghissimo elenco di persone “Missing”, scomparse. Gli amici, scrisse Marshall Sella sul New York Times il 7 ottobre 2001 (https://www.nytimes.com/2001/10/07/magazine/missing.html), la cercavano disperatamente, stamparono la sua foto in centinaia di fogliettini da diffondere in giro e poi ne stamparono un’altra più recente, con gli abiti che avrebbe potuto indossare quel giorno.

E altre informazioni, aggiungevano a quei volantini della speranza: Lucy aveva una piccola cicatrice al centro della fronte e un neo sulla mascella e “una cicatrice di quattro pollici sul piede sinistro o destro”. I parenti di Lucia Crifasi chiamarono perfino dal Venezuala. Una delle ultime persone che sentirono al telefono Lucia fu una sua collega, Sue Johnson, che il 10 settembre del 2006 lasciò un suo ricordo nella pagina della MarshMcLennan: “Parlai con lei qualche minuto prima delle 8.46 quella mattina, ma non avevo capito che lavorata al Wtc finchè non vidi una sua foto alla Cnn. Penso spesso a lei, e spero che la sua famiglia trovi pace” (https://memorial.mmc.com/C/lucy-crifasi.html).

“Lucy – ha scritto sul memorial della Cnn Julia LaRosa (https://memorial.mmc.com/C/lucy-crifasi.html) – era da molti anni una mia amica. Ci incontravamo quasi ogni giorno sul bus che veniva da Glendale e vi tornava, fin quando lei non fu trasferita in centro. Era un agente di viaggio, e qando mia figlia le fece sapere di voler lavorare nel settore, l’aiutò molto con una serie di consigli. Adesso Robyn è un’agente di viaggi che ha avuto successo. Lucy era molto dolce e generosa, e teneva in modo forte alla famiglia”.

Montevago la ricorda con affetto ogni anno, e a vent’anni da quel giorno le dedichera’ un francobollo. Chi voglia leggere i nomi delle vittime italoamericane dell’11 settembre 2001, può farlo a questo link: http://casamemoriamilano.eu/wp/wp-content/uploads/2014/07/Elenco-vittime-ita-119.pdf. I ‘sommersi’ sono lì, in una ‘spoon river’ che l’Italia rischia di dimenticare. 

AGI – Non uscimmo per primi, ma c’è una spiegazione: la redazione era in assemblea per ascoltare il discorso di insediamento del nuovo direttore. Un’assemblea tranquilla, senza tensioni. C’era stato un breve confronto su vari temi, poi si era deciso di rimandare a dopo pranzo la presentazione del piano editoriale, il passaggio più delicato e quindi più meritorio di attenzione. E, si sa, una pancia che brontola non è mai ben disposta. 

Nell’attesa, parlavo con un collega e buttai un occhio su Televideo – sì, all’epoca era indispensabile in ogni redazione – e… vidi la notizia. Poche righe: un piccolo aereo da turismo si era schiantato contro una delle Torri Gemelle. Tre pensieri: il pilota era una vera schiappa; il pilota si era sentito male come nel film ‘Airport’; peccato che “la rete” fosse chiusa. Perché è così che funziona, quando la redazione di un’agenzia va in assemblea, chiude “la rete”, si sospendono le trasmissioni. Quindi eravamo muti. Muti mentre si scatenava l’inferno.

Chiesi a un caporedattore centrale se non fosse il caso di riaprire “la rete”: lavoravo alla redazione Esteri da meno di due anni e amavo occuparmi di tutto quello che accadeva oltre quelli che mi apparivano come gli asfittici confini nazionali. Una cosa come quella, anche se era solo un piccolo aereo da turismo, ai miei occhi valeva più di qualunque dibattito sindacale. Fatto sta che noi non avevamo ancora scritto una riga e io stavo col naso incollato alla Cnn mordendo il freno. Certo, a guardare le immagini, il ‘piccolo aereo’ aveva fatto un bel danno… Ma quanto era piccolo?

Stavo pensando a questo quando vidi il secondo aereo schiantarsi contro la Torre Sud. Esplosione, fiamme, fumo. Nessun rumore. Per un tempo che mi sembrò infinito, un silenzio quasi assoluto, dalla tv e nella redazione. Nemmeno un’imprecazione, non un sospiro. Niente. Ricordo che pensai la cosa più stupida che potessi pensare, ma che oggi serve a dare un’idea di quanto fosse assurdo quello che avevamo appena visto: “Ma che stanno combinando alla torre di controllo?”.

Poi in tv qualcuno disse “Oh my God” e fu come se avessi riacquistato l’udito. “Riaprite la rete!” urlò un caporedattore. 

Nel tempo che servì per riprendere le trasmissioni fu come se si fossero accese mille lampadine nelle nostre teste. Fui io a scrivere il primo flash e molti altri dopo. Internet non era quello di oggi: la mole di utenti aveva reso inaccessibile la rete e le uniche fonti che avevamo erano la Cnn e le agenzie internazionali, che all’epoca viaggiavano ancora su satellite. Ma anche quelle tacevano. Oggi posso solo immaginare che nelle loro redazioni stesse succedendo quello che stava succedendo da noi: troppi interrogativi, nessuna risposta. Chi era stato? Perché? Era finita o era solo l’inizio? 

La prima risposta arrivò dritta sul Pentagono, alle 15,37 ora italiana. Nove minuti dopo battevamo la notizia: “Incendio al Pentagono”. Un altro aereo.

Davamo una media di notizia al minuto, alcune volte anche due. A leggere ora il ‘mandorlo’, come si chiama in gergo l’elenco dei titoli del notiziario, si percepisce il caos che regnava ovunque. Oggi pochi lo ricordano, ma sembrava che l’attacco fosse ancora più massiccio di quello che era in realtà: alle 15,42 fu dato che un terzo aereo era in avvicinamento su Manhattan, poi alle 16,17, che c’era stata un’esplosione al Campidoglio. Alle 16,34 che un’autobomba era esplosa davanti al Dipartimento di Stato.

Quale fosse l’origine di quelle notizie false non è stato mai chiarito perché nel frattempo l’orrore si sommava all’orrore: alle 15,59 crollava la Torre Sud e 29 minuti più tardi toccava alla Nord. La Casa Bianca era stata evacuata (15,44), e così anche per il Campidoglio (15,51) e il Dipartimento di Stato (15,58). Le organizzazioni internazionali cercavano di mettere al sicuro il personale: quello dell’Onu veniva mandato negli scantinati alle 16,16 e alle 16,28 veniva ordinato lo sgombero. Il Programma alimentare mondiale, a Roma, veniva evacuato alle 17,17.

Era l’inferno. Chiesi a un collega del politico – eravamo tutti in redazione per l’assemblea – se poteva fare una scheda sulla storia delle Torri Gemelle. Alla cronaca impazzivano dietro agli allarmi che si moltiplicavano anche in Italia e alle dichiarazioni di stato di allerta: alla base di Aviano (16,35), all’ambasciata Usa a Roma (16,45), al comando Nato di Bagnoli (16,35) e all’aeroporto di Fiumicino (16,46). 

In quel delirio di richieste, telefoni che squillavano e voci che si sovrapponevano, quello che di lì a pochi mesi sarebbe diventato il capo degli Esteri si avvicinò a me con una cartella azzurra su cui era scritto una sigla: al Qaeda. Era piena di ritagli di giornale, lanci di agenzia e materiale vario che andava dall’attentato alle Torri Gemelle nel 1993, a quelli alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, a quello al cacciatorpediniere Cole il 20 ottobre del 2000. “Sono stati loro” mi disse, “facciamo una scheda”. L’unica cosa che avevamo sul notiziario era una rivendicazione del Fronte di Liberazione della Palestina (15,38) smentito appena 11 minuti dopo. La sua sicurezza aveva un senso. 

Alle 16,56 uscì la scheda su al Qaeda con questo titolo: “Bin Laden minacciò attentati ‘senza precedenti’”. Oggi può non sembrare chissà quale intuizione, ma allora, meno di due ore dopo l’inizio di quell’immane tragedia… possiamo dire di averci visto lungo. 

Alle 17 la Cnn diede la notizia che un aereo era precipitato in Pennsylvania. Era il volo United 93, quello a bordo del quale i passeggeri si ribellarono ed ebbero la meglio sul piano dei terroristi per farlo schiantare sulla Casa Bianca o sul Campidoglio. La conferma arrivò 54 minuti più tardi.

Nel frattempo, sentendosi gli occhi del mondo addosso, i talebani avevano convocato una conferenza stampa (17,18)  durante la quale dissero: Bin Laden non è responsabile (18,02).

Dopo aver parlato agli americani per dire che quello su New York sembrava un attentato (15,32) e che i colpevoli non avrebbero avuto tregua (15,36) per tutta la giornata George W. Bush era passato da una base aerea all’altra, in attesa che i servizi segreti e la Difesa capissero se c’era un posto in cui sentirsi al sicuro. 

Ecco: sentirsi al sicuro. Quando tornai a casa albeggiava. I miei figli dormivano: per mesi la più grande non avrebbe disegnato altro che aerei e grattacieli in fiamme. Ero in piedi da ventiquattr’ore, ma l’adrenalina era tanta, non avrei mai preso sonno. Stava scemando, è vero, lasciava il passo alla consapevolezza di aver vissuto una giornata destinata a entrare nella Storia. Ma soprattutto aprendomi una voragine nell’anima: non potevamo più sentirci al sicuro. Nessuno, da nessuna parte. Mi sedetti sul bordo del letto e piansi tutte le lacrime che avevo.

Flag Counter