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Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato che i militari turchi addestreranno le truppe libiche. Il presidente turco è tornato a parlare della Libia in una lettera a Politico, in cui ribadisce che la Turchia si occuperà di preparare le truppe libiche e definisce “un errore storico” lasciare il Paese in mano a Khalifa Haftar.

“Forniremo addestramento alle truppe libiche contro il terrorismo, il traffico di migranti e contro le minacce alla sicurezza internazionale. Lasciare la Libia in mano a un signore della guerra (Haftar) sarebbe un errore storico”, ha scritto Erdogan prima della conferenza di Berlino.

La responsabilità della comunità internazionale

“Da circa 10 anni la Libia è interessata da un conflitto sanguinoso con la comunità internazionale che non si è mai assunta le proprie responsabilità, perché dopo la fine della violenza (la morte di Gheddafi ndr) è necessario portare pace e e stabilità e questo non è stato fatto”.

“In Libia abbiamo da parte un governo legittimo, riconosciuto dalle nazioni Unite” – quello di Fayez al Serraj – “e dall’altra un signore della guerra” –  Khalifa Haftar – “che riceve armi da Egitto, Arabia Saudita, Emirati e altri Paesi poco democratici”, ha scritto Erdogan, per poi parlare del ruolo e dei dubbi di Bruxelles.

Le conseguenze della caduta di Serraj

Con un’attenzione verso le conseguenze di un cambio al vertice. “L’Europa sta ancora decidendo cosa fare in Libia ed è abbastanza divisa. La Germania che sta con Serraj ha promosso la conferenza di Berlino, ma la Francia ha preso posizione al fianco di Haftar. È necessario invece che sostenga il governo legittimo di Tripoli coerentemente con la propria adesione a certi valori di democrazia e rispetto dei diritti umani, perché se il governo di Tripoli cade l’Europa dovrà fronteggiare nuovi problemi e minacce”.

Se il governo del premier libico Fayez al-Serraj dovesse cadere ci sarebbe il rischio di una nuova minaccia terroristica per il vecchio Continente: “Organizzazioni terroristiche come Isis e al-Qaeda, che hanno subito una sconfitta militare in Siria e Iraq, troveranno terreno fertile per tornare in piedi”, dice il leader turco.

La conferenza di Berlino

Per Erdogan “quello che sta accadendo in Libia fa pensare che alcuni leader europei non abbiano imparato alcuna lezione dal passato. L’Ue è costretta a mostrarsi come un attore significativo nell’arena politica. Ora con la conferenza di Berlino mi aspetto che vengano compiuti passi importanti. Dai leader europei mi aspetto che parlino di meno e compiano passi concreti” e, per fare questo, è importante “fidarsi della Turchia” schierandosi al fianco del governo di Tripoli di Fayez al Serraj. In questo modo sarà possibile difendere “il diritto internazionale e i diritti umani”.

“La Turchia sostiene appieno il governo di Tripoli e i protocolli firmati tra noi e Serraj servono a difendere un governo legittimo, per questo addestreremo le truppe libiche. L’Europa ora è a un punto di svolta e deve essere coraggiosa nel sostenere chi sta cercando di raggiungere la pace; bisogna fare tutto il possibile per porre fine alle violenze e l’Europa, per garantire questi obiettivi, può fare affidamento su un alleato e un amico come la Turchia”, ha concluso.

A otto anni dall’ultima volta, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è tornato a guidare il sermone del venerdì e si è rivolto al Paese in uno dei momenti più difficili dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Dalla moschea Musalla, nella capitale Teheran, Khamenei ha attaccato gli americani, definendo il presidente Donald Trump “un pagliaccio con un pugnale avvelenato che vuole colpirci alla schiena”; e ha accusato gli europei “di obbedire agli ordini dell’America” portando avanti negoziati sul nucleare che sono “un inganno”.

C’era grande attesa per il discorso di Khamenei, che parla solo nei momenti di crisi più acuta del Paese. Una folla enorme si era radunata nella moschea tappezzata di gigantografie del generale Qassem Soleimani, ucciso in un raid americano. Del resto sono settimane di crescente tensioni tra Usa e Iran, culminate nelle proteste anti-regime dopo l’abbattimento accidentale del volo ucraino.

E tra propaganda ed esortazioni, l’ayatollah ha cercato di ricompattare il popolo iraniano. Seguito dalla folla silenziosa che qualche volta lo ha interrotto per gridare “morte all’America, morte a Israele”, Khamenei si è scagliato contro chi nei giorni scorsi era sceso nelle piazze per manifestare contro il regime e contro i Guardiani della rivoluzione per aver abbattuto l’aereo ucraino. “L’incidente aereo è stato una tragedia amara, ci ha bruciato il cuore. Ma alcuni hanno cercato di sfruttarlo in modo da dimenticare il grande martirio e il sacrificio” del generale Soleimani, capo del braccio delle operazioni estere delle guardie rivoluzionarie iraniane, le Forze Quds definite da Khamenei “un’organizzazione umanitaria”.

“Era un forte comandante contro il terrorismo, il suo assassinio ha portato alla luce la vera natura terrorista degli Stati Uniti”, ha detto l’ayatollah. “I nostri nemici erano tanto felici quanto noi eravamo tristi per l’incidente, contenti di aver trovato qualcosa per mettere in discussione le Guardie, le forze armate, il sistema. Le poche centinaia che hanno insultato l’immagine del generale Soleimani, sono il popolo iraniano? O questa folla di milioni di persone nelle strade?”, ha evidenziato ancora facendo riferimento alle proteste contro i Pasdaran.

Khamenei ha inoltre rivendicato il successo della risposta agli americani, con il lancio di missili contro le basi Usa in Iraq. “Abbiamo dato uno schiaffo all’America, agli arroganti, dando dimostrazione che Dio è con noi”. Nell’attacco, hanno reso noto nella notte fonti del Comando americano a Baghdad, sono rimasti feriti undici soldati.

Quanto all’accordo nucleare, Khamenei non è stato meno ruvido: “Non ho alcuna fiducia nel dialogo con l’Occidente sulle nostre attività nucleari e nei signori che stanno ai tavoli negoziali con guanti di seta sulle loro mani di ferro. Sono al servizio degli Usa. Il dialogo con loro è un inganno”. Tuttavia, “esclusi gli Stati Uniti, siamo aperti a dialogare con chiunque”.

La popolazione cinese supera per la prima volta quota 1,4 miliardi di persone, ma il numero di bambini nati nel 2019 tocca i minimi da quasi sessanta anni. Il tasso di natalità è stato del 10,48 per mille, secondo i numeri diffusi  dall’Ufficio Nazionale di Statistica, e il numero di bambini nati lo scorso anno ha registrato un calo di 580 mila rispetto al 2018, a quota 14,65 milioni e al livello più basso dal 1961, anno in cui nacquero 11,8 milioni di bambini. La popolazione totale della Cina, intanto, ha superato quota 1,4 miliardi di persone, contro gli 1,39 miliardi registrati lo scorso anno. 

Col voto della Duma che ha dato il via libera alla nomina di Mikhail Mishustin a primo ministro, in Russia si è aperta formalmente una nuova era, che gli analisti chiamano la ‘transizionè a un assetto in cui, nel 2024, Vladimir Putin sarà costretto a lasciare il Cremlino.

Tecnocrate a capo fino a ieri dell’Agenzia federale delle entrate, Mishustin, 53 anni, era stato indicato meno di 24 ore prima dal presidente russo come il successore di Dmitri Medvedev, dimessosi con tutto il governo dopo l’annuncio da parte di Putin di quella che si presenta come la maggiore riforma politica nel Paese degli ultimi 25 anni: significativi cambiamenti della Costituzione che potrebbero garantire al longevo leader di tirare le fila della macchina di potere russa anche quando, al termine del suo secondo mandato consecutivo, non potrà ricandidarsi a causa dei limiti impostigli dalla legge.

Distintosi per aver portato in 10 anni efficienza nel fisco russo, attraverso una massiccia digitalizzazione del sistema, Mishustin è ritenuto un tecnico brillante ma senza ambizioni politiche e sconosciuto ai più. Dopo lo stupore con cui è stata accolta ieri la sua candidatura, si è presentato alla Duma delineando gli obiettivi del suo governo.

La missione del nuovo esecutivo

La parola chiave è innalzare gli standard di vita dei russi: “La popolazione dovrebbe sentire reali cambiamenti in meglio, ma non sta accadendo dappertutto”, ha detto. “Ossessionato dai big data”, come lo ritrae chi lo ha conosciuto, il nuovo premier ha messo la “digitalizzazione del governo” tra le priorità insieme all’aumento delle esportazioni, l’ammodernamento delle infrastrutture, il miglioramento del business climate e l’aumento degli investimenti stranieri.

Le richieste di Putin

Il nuovo capo del governo – che ha promesso di presentare presto la rosa dei candidati ministri – dovrà soddisfare la “richiesta di cambiamento” di cui lo stesso Putin ha parlato, ieri, nel suo discorso sullo stato della nazione. Parallelamente, è iniziato anche il processo che dovrà portare, entro quest’anno, alla riforma della Costituzione, da sottoporre a voto popolare.

Putin vuole sovrintendere tutto l’iter: ha istituito un gruppo di lavoro per preparare il testo degli emendamenti e ha chiamato a farne parte figure ‘di sistema’ come lo scrittore nazionalista Zakhar Prilepin, l’attore Vladimir Mashkov e la campionessa olimpica Yelena Isinbayeva; i nomi fanno intendere che si tratterà di un organo destinato a confermare le idee del presidente, più che a proporne di proprie. Il nuovo sistema che si prepara a varare Putin rimane quello di una repubblica presidenziale, ma con un maggiore trasferimento di poteri al premier e al Parlamento, che avrà voce in capitolo nella nomina dei ministri e dello stesso primo ministro.

Anche il potere dei governatori regionali sara’ aumentato, mentre si prevede un potenziamento del Consiglio di Stato, finora un organo meramente consultivo ma che Putin potrebbe scegliere di guidare dopo il 2024, ritagliandosi un ruolo simile a quello dell’ex presidente kazako, Nursultan Nazarbayev, dimessosi per diventare direttore del Consiglio di sicurezza col titolo di ‘padre della nazione’. Il tradizionale ruolo di premier o presidente potrebbe risultare stretto a Putin, in quello che dovrebbe diventare un sistema piu’ aperto, con maggiori controlli e contrappesi. 

Il presidente del Governo di accordo nazionale, Fayez al Serraj, ha confermato la partecipazione alla Conferenza di Berlino. È stato annunciato nella pagina ufficiale del Governo di Tripoli dando conto di un incontro tra al Serraj e alcuni leader locali. “Saremo presenti a Berlino e porteremo il nostro messaggio”, ha affermato il premier libico.

La morte di una studentessa universitaria che spendeva solo due yuan al giorno (26 centesimi di euro) per nutrirsi e destinava il resto del denaro alle spese per le cure mediche del fratello, ha fatto infuriare gli utenti di Internet in Cina, portando alla luce un nuovo caso di povertà estrema.

Wu Huayan, 24 anni, originaria di un villaggio nella provincia sud-occidentale del Guizhou, una delle aree più povere della Cina, è morta lunedì scorso, secondo quanto riferiscono i media locali. Wu soffriva di malnutrizione: con la cifra che destinava al cibo poteva permettersi solo peperoncini e un pugno di riso, ed era arrivata a pesare 21 chilogrammi.

Provata nel fisico, soffriva di problemi al cuore e ai reni. Era alta 135 centimetri: aveva anche perso le sopracciglia, e una parte dei capelli. I vestiti che indossava erano solitamente frutto di donazioni, ed erano spesso inadeguati alle basse temperature, secondo la testimonianza di un compaesano che la conosceva citato dal Quotidiano del Popolo.

Un video di due minuti di durata, che la riprende seduta sul letto dell’ospedale della Guizhou Medical University presso cui era ricoverata, visibilmente deperita, è stato visualizzato oltre cinque milioni di volte negli ultimi giorni. Al Chongqing Morning Post, Wu ha dichiarato di avere deciso di rivolgersi ai media dopo avere visto morire suo padre e sua nonna che non avevano  i soldi per curarsi.

Wu aveva perso entrambi i genitori: sua madre era morta quando aveva quattro anni, mentre il padre quando ne aveva 18. Rimasta sola con il fratello minore, che soffre di problemi mentali aveva detto: “Non voglio fare la stessa fine, aspettare di morire a causa della poverta’”.

Lo scorso anno, la notizia della sua malnutrizione aveva commosso gli utenti di Internet ed erano stati raccolti per lei oltre un milione di yuan (circa 130 mila euro), ma a Wu ne arrivarono solo ventimila (2.600 euro) dalla charity che aveva organizzato la raccolta fondi. Il gruppo, la China Charities Aid Foundation for Children, ha spiegato che Wu e i suoi zii – che si prendevano cura di lei e del fratello con una disponibilità finanziaria di soli 300 yuan al mese (39 euro) – volevano risparmiare per un’operazione chirurgica cui la giovane si sarebbe sottoposta e per la riabilitazione, ma la motivazione non ha convinto gli utenti di Internet che hanno accusato l’associazione di essersi intascata i soldi delle donazioni.

Il caso di Wu Huayan ha riacceso i riflettori sul problema della povertà in Cina, che il presidente Xi Jinping vuole sradicare, e stride con le affermazioni di alcuni funzionari locali: recentemente, la provincia del Jiangsu ha reso noto di avere solo 17 cittadini poveri su oltre 80 milioni di abitanti, una cifra pari allo 0,00000021% della popolazione, irrisa su Internet.

La vicenda della giovane studentessa morta denutrita getta un’ombra anche sugli enti di beneficenza in Cina, in un momento in cui crescono le donazioni, aumentate del 27% nel 2019 rispetto all’anno precedente, a 3,17 miliardi di yuan (412,5 milioni di euro). 

La pace in Libia dipenderà in parte dal successo della Conferenza di Berlino. E il successo della Conferenza di Berlino dipenderà in tutto dall’autorevolezza di chi vi parteciperà. Così nelle ultime ore si rincorrono le voci su presenze e assenze, confermate e smentite, dei leader che hanno in mano il dossier libico. Dagli Stati Uniti, scrivono diverse fonti tra cui il quotidiano panarabo al Sharq al Awsat, arriveranno sicuramente il segretario di Stato, Mike Pompeo, e potrebbe accompagnarlo il consigliere per la Sicurezza nazionale, Robert O’Brien.

Un segnale chiaro da Washington che vuole ancora avere voce in capitolo sulla Libia. Da Berlino, scrive Al Jazeera, viene confermata inoltre la presenza dei due principali artefici della tregua in vigore da domenica scorsa: il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan. E ancora: al tavolo ci sarà il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, nonostante gli screzi con Ankara.

L’Onu sarà rappresentata al grado piu’ alto con l’intervento del segretario generale, Antonio Guterres. Dalla Libia ancora non ci sono conferme ufficiali su chi volerà in Germania. Sia il presidente del Governo di accordo nazionale, Fayez al Serraj, sia il suo avversario, il generale della Cirenaica Khalifa Haftar, sono stati ufficialmente invitati.

Oggi il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha ribadito l’invito durante una telefonata con al Serraj. Secondo il suo consigliere, Hassan El Honi, parteciperà. Ma ancora nulla di ufficiale. Lo stesso vale per Haftar, dato ieri per certo da Al Arabiya. A livello europeo è attesa la partecipazione, ovviamente, dell’Italia, grande sponsor della Conferenza, con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

La cancelliera Angela Merkel farà gli onori di casa e probabilmente riceverà, tra gli altri, il presidente francese, Emmanuel Macron, e il primo ministro britannico, Boris Johnson. Non mancherà certamente l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, Josep Borrell, così come alcuni esponenti dell’Unione africana. Dalla regione sono inoltre attesi il neo presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune e il neo presidente tunisino, Kais Saied. Sicuramente anche gli emiratini invieranno un proprio rappresentante. Non mancherà nemmeno la Cina, sempre più presente in Africa. 

Meghan Markle è apparsa per la prima volta in pubblico dopo il ‘divorzio’ dei duchi di Sussex dalla famiglia reale britannica. Come riferisce la rete televisiva americana Nbc, la duchessa è stata fotografata in Canada mentre si imbarcava su un idrovolante, e mentre visitava a Vancouver una casa famiglia per donne.

Lo staff del Downtown Eastside Women’s Centre ha pubblicato su Twitter una foto con Meghan sorridente, vestita con pantaloni neri e una larga maglia color crema. 

Due giorni fa la regina Elisabetta II ha dato il ‘via libera’ alla nuova vita di Harry e Meghan, dopo il vertice a Sandringham tra i componenti ‘senior’ della Famiglia reale, convocato dopo la decisione dei duchi del Sussex di sfilarsi dagli obblighi della Casa. Con un comunicato in cui si è espressa direttamente la 93enne monarca, è stato acconsentito che la coppia si divida tra il Canada e il Regno Unito “in un periodo di transizione”.

La regina ha aggiunto di voler dare, insieme alla famiglia, “il completo sostegno al desiderio di Harry e Meghan di avere una nuova vita da giovane famiglia”. La regina non ha nascosto però, nella nota, il suo rammarico, forse anche dolore, per la scelta dei duchi: avrebbe preferito che continuassero “a lavorare a pieno titolo come membri della Famiglia Reale“. Ma – ha aggiunto- “rispettiamo e comprendiamo il desiderio” di Harry e Meghan “di vivere una vita più indipendente, pur rimanendo una parte preziosa della mia famiglia”.

Poche ore prima i fratelli avevano diffuso il primo comunicato congiunto da quando è cominciata la crisi per smentire formalmente le “speculazioni” che il rapporto tra i due sia ormai ai ferri corti. Nella ridda di voci, più o meno attendibili che si susseguono da giorni, una fonte aveva raccontato come i duchi di Sussex si siano sentiti allontanati dal fratello maggiore, che Harry avesse percepito William non sufficientemente accogliente nei confronti della moglie e che Harry e Meghan si sentissero addirittura “bullizzati” dal fratello maggiore.

Di qui il bisogno di smentire: nessun veleno tra noi, hanno tenuto a precisare i principi, che si sono sentiti probabilmente particolarmente toccati da quel termine – ‘bullizzato’ – che sa tanto di arroganza e prevaricazione.​​

​Un antico boschetto di pini i cui antenati si ritiene svettassero tra i dinosauri circa 200 milioni di anni fa è stato salvato dagli incendi boschivi in Australiani con una missione segreta dei pompieri del Nuovo Galles del Sud. Lo riferisce la Cnn. È stato il governo locale a organizzare il salvataggio della preistorica pineta di Wollemi, che si trova in una posizione coperta da segreto all’interno del Parco Nazionale Wollemi a 5.000 chilometri a nord-ovest di Sydney.

Pino preistorico (MICHEL GUNTHER / BIOSPHOTO)

Il più antico fossile delle rare specie di pini risale a 90 milioni di anni fa e si pensa che questi alberi esistessero già durante il periodo giurassico. Durante la missioni, la pineta è stata irrorata di liquido ritardante, mentre i vigili del fuoco specializzati si sono calati da elicotteri per installare a terra un sistema di irrigazione per proteggere gli alberi dalle fiamme. Parti del Wollemi National Park sono state colpite dai devastanti incendi boschivi e alcuni dei preziosi pini sono stati carbonizzati.

“Il Wollemi National Park è l’unico posto al mondo in cui questi alberi si trovano e, con meno di 200 rimasti, sapevamo che dovevamo fare tutto il possibile per salvarli”, ha detto Matt Kean, ministro dell’ambiente del Nuovo Galles del Sud. “Per i pini, che prima del 1994 erano ritenuti estinti e la cui posizione è tenuta segreta per prevenire la contaminazione, è stata organizzata una missione di protezione ambientale senza precedenti”, ha aggiunto.

La presidente di Taiwan, Tsai ing-wen, chiede a Pechino di “affrontare la realtà” dell’indipendenza di Taiwan, e avverte che un’invasione dell’isola da parte dei soldati cinesi “costerebbe molto caro” alla Cina. “Non abbiamo bisogno di dichiararci Stato sovrano. Siamo già un Paese indipendente e ci chiamiamo Repubblica di Cina Taiwan, e abbiamo un governo, un esercito e le elezioni”, ha dichiarato la presidente rieletta sabato scorso al vertice dell’isola, nel corso di un’intervista alla Bbc.

Dagli elettori, che hanno votato in massa per lei, è arrivato “un forte messaggio”, ha proseguito la 63enne esponente del Partito democratico progressista (Dpp), e “chiediamo rispetto alla Cina”. La possibilità di una guerra “in qualsiasi momento”, ha ammesso, non è da escludere, e per questa eventualità ha auspicato il sostegno internazionale alla causa dell’isola, oggi riconosciuta diplomaticamente solo da 15 Paesi al mondo, in gran parte Stati insulari dell’Oceano Pacifico e dei Caraibi. “Invadere Taiwan”, ha pero avvertito, “è qualcosa che costerebbe molto caro alla Cina”.

Tsai ha chiesto anche alla Cina una revisione delle politiche nei confronti dell’isola, ribadendo che Taiwan è una democrazia, ma da Pechino, il portavoce dell’Ufficio per le Relazioni con Taiwan del Consiglio di Stato, il governo cinese, Ma Xiaogang, ha ribattuto con toni drastici: il riconoscimento del principio dell’unica Cina – ovvero che i due lati dello Stretto fanno parte di una “unica Cina”, definizione su cui Taipei e Pechino hanno interpretazioni diverse – è il “fondamento indistruttibile” per le relazioni nello Stretto e il futuro di Taiwan “sarà determinato da tutti i cinesi”.

Il rifiuto di Tsai di riconoscere questo principio (insistendo, invece, sul mantenimento dello status quo nelle relazioni) “e’ alla base del deterioramento delle relazioni nello Stretto”, ha detto il portavoce, e “dobbiamo fermare” i tentativi di indipendenza di Taiwan. Dopo la vittoria record alle elezioni presidenziali di sabato scorso, quando ha raccolto 8,1 milioni di voti, Tsai ha incassato anche le congratulazioni del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che in una nota, ne ha elogiato la partnership con gli Usa e il ruolo di stabilizzazione nello Stretto di Taiwan.

Le parole del capo della diplomazia Usa hanno attirato la “forte insoddisfazione” e la “risoluta opposizione” di Pechino, per cui la linea sull’isola non cambia: Taiwan è destinata alla riunificazione pacifica con la Repubblica Popolare Cinese tramite il modello “un Paese, due sistemi”, che la Cina applica alle ex colonie di Hong Kong e Macao, e contro il quale Tsai si è più volte schierata.  

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