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Al centro ci sono loro: Arabia Saudita e Iran. Si contendono la supremazia nel Medio Oriente stringendo alleanze politiche, firmando accordi commerciali e intervenendo militarmente in appoggio ai propri alleati. Mai come oggi la contrapposizione è stata così serrata, portando a un diretto coinvolgimento anche altre potenze globali: dagli Stati Uniti, storici alleati di Riad, alla Russia che sostiene volentieri Teheran. E ora il presidente russo Vladimir Putin cerca di riempire il vuoto creato dalla decisione del capo della Casa Bianca Donald Trump di sostenere incondizionatamente l'Arabia Saudita. Inoltre, il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele non ha fatto altro che aumentare le distanze e favorire il consolidamento delle nuove alleanze tra Russia, Iran e Turchia.

Arabia Saudita

Il regno sunnita, custode della terra santa dei musulmani, guidato formalmente dal re Salman ma gestito dal figlio erede al trono Mohammed bin Salman, è uno dei maggiori esportatori di petrolio del mondo ed, è ovviamente, tra i più ricchi (anche se negli ultimi mesi è stato costretto a rivedere i conti a causa della crisi degli idrocarburi e delle eccessive spese militari finora sostenute). L'Arabia Saudita teme da sempre l'egemonia iraniana sul Medio Oriente e tenta di limitare il coinvolgimento e l'influenza dello Stato sciita nella regione.

La strenua opposizione alla nazione degli Ayatollah ha trovato forte sostegno dal presidente americano Donald Trump che, al contrario del predecessore Barack Obama, si è apertamente alleato con Riad. Intanto il principe ereditario porta avanti una purga interna contro i nemici dello Stato, ritenuti corrotti, e una guerra nello Yemen contro gli Houthi, i ribelli che secondo i Salman rappresentano l'ennesima intromissione degli iraniani nella regione. L'Arabia Saudita sostiene inoltre i ribelli siriani in guerra contro il presidente Bashar Al Assad, di famiglia sciita e principale alleato dell'Iran. L'Arabia Saudita è uno dei maggiori importatore di armi nel mondo: a maggio ha firmato contratti con gli Stati Uniti per 110 miliardi (l'obiettivo è arrivare a 350 in 10 anni) e a ottobre, durante la visita del re Salman a Mosca, è stato siglato un preliminare per oltre 3 miliardi di dollari.

Iran

E' una repubblica islamica dal 1979, dopo il rovesciamento della monarchia e il passaggio del potere alla guida suprema Ayatollah Khomeini. La stragrande maggioranza degli 80 milioni di iraniani sono sciiti, e il Paese è la più grande forza sciita nella regione. L'attuale leader supremo, Ali Khamenei, ha l'ultima parola sulle importanti questioni estere e nazionali. Negli ultimi dieci anni, l'influenza dell'Iran è cresciuta notevolmente, specialmente dopo la cacciata di Saddam Hussein (l'ex dittatore iracheno finito sul patibolo il 30 dicembre 2006).

L'Iran ha sostenuto il presidente siriano Bashar Al Assad (di famiglia Aliwita, ramo sciita) nella sua guerra contro i ribelli sunniti, sostenuti dall'Arabia Saudita, e i miliziani dello Stato islamico. L'Iran, a sua volta, accusa l'Arabia Saudita di tentare di destabilizzare il Libano, dove il gruppo filo-Teheran di Hezbollah ha ruolo di primo piano. Il 4 novembre scorso il premier libanese Saad Hariri aveva annunciato le proprie dimissioni proprio da Riad, ritirate poi il 5 dicembre. L'Iran conta di un imponente apparato di forze armate e considera gli Stati Uniti il principale nemico. La Russia rappresenta invece un valido alleato.

Stati Uniti 

Le relazioni tra Washington e Teheran sono descritte come perlomeno tese. Gli eventi più significativi che hanno influenzato la loro relazione sono stati il rovesciamento del primo ministro iraniano del 1953, coordinato dalla Cia, la rivoluzione islamica in Iran e l'attacco all'ambasciata Usa a Teheran negli anni '80. Con l'amministrazione di Obama c'era stata una distensione dei rapporti anche attraverso l'accordo sul nucleare siglato nel 2015. Un accordo che poi Donald Trump ha promesso di stracciare definendolo "un imbarazzo per gli Stati Uniti". 

Al contrario, l'Arabia Saudita è stata a lungo un alleato degli Stati Uniti, sebbene il loro rapporto sia stato teso durante l'amministrazione Obama, soprattutto a causa dell'approccio di Washington nei confronti dell'Iran. Trump non ha mai criticato l'approccio islamista intransigente dell'Arabia Saudita nello stesso modo in cui associa l'Iran al terrorismo. I sauditi non sono stati inclusi nel "travel ban". L'attuale capo della Casa Bianca ha visitato Riad nel suo primo viaggio all'estero in Medio Oriente: ha incontrato leader sauditi e israeliani, sottolineando ancora una volta la necessità di ridurre l'influenza iraniana nella regione. L'Arabia Saudita rappresenta il principale cliente degli Usa nel settore degli armamenti. 

Russia

È un alleato sia dell'Arabia Saudita che dell'Iran, con stretti legami economici. Ha venduto armi sofisticate a entrambe le parti. Mosca ha espresso la volontà di svolgere il ruolo da mediatore nella crisi tra Riad e Teheran, riuscendo così ad estendere la propria influenza e a occupare quel vuoto creatosi dalla scelta del presidente americano di appoggiare solo l'Arabia Saudita. L'intervento russo nella guerra siriana ha cambiato il corso degli eventi per il presidente siriano Bashar Al Assad e per i combattenti iraniani che lo sostengono. Allo stesso tempo, ha rappresentato un duro colpo per la coalizione guidata dai sauditi appoggiati dagli Usa.

Turchia 

La forza sunnita, guidata da Recep Tayyip Erdogan ha stabilito stretti legami con l'Arabia Saudita alla luce della dottrina e dell'opposizione comune del governo siriano. Nonostante la sfiducia nell'Iran, la Turchia ha però stretto un'alleanza con Teheran per arginare l'influenza curda nella regione, considerati una minaccia per entrambi i Paesi. I rapporti con gli Stati Uniti si sono fatti però tesi dopo il riconoscimento da parte di Trump di Gerusalemme come capitale di Israele. Erdogan sembra puntare a sostituire il principe bin Salman nella guida sunnita dell'area, facendosi portavoce del malcontento arabo-musulmano nei confronti della fuga in avanti di Usa e Israele. Dall'altra parte la Russia mantiene un profilo più cauto, proprio per non perdere le alleanze in costruzione con il mondo musulmano. L'ultima visita di Putin in Turchia conferma il riavvicinamento in corso, dopo un periodo di gelo a causa delle divergenze sulla gestione della crisi siriana.

Israele

Nonostante la dichiarazione dell'istituzione dello Stato di Israele nel 1948, non ha relazioni diplomatiche nel mondo arabo se non con l'Egitto e la Giordania. I rapporti in particolare tra Iran e Israeliani non hanno mai avuto una fase di avvicinamento. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fortemente esortato la comunità internazionale a impedire all'Iran di acquisire armi nucleari e ha chiesto l'annullamento dello storico accordo nucleare con Teheran per limitare quella che definisce una politica "aggressiva" nella regione. Le tensioni dopo il riconoscimento di Gerusalemme ovviamente sono aumentate. Tuttavia, in passato c'erano stati dei periodi di cooperazione tra Israele e altri paesi arabi, tra cui Riad. L'alleanza torna a essere solida invece con gli Stati Uniti. 

Egitto

Ha spesso svolto un ruolo fondamentale nella politica in Medio Oriente e ha avuto migliori relazioni con l'Arabia Saudita, soprattutto dopo la rivoluzione islamica. Riad ha sostenuto l'esercito egiziano isolando il leader islamista Mohamed Morsi nel 2013. Ma in alcune occasioni c'è stato un riavvicinamento tra l'Egitto e l'Iran, come quando Teheran sponsorizzò un accordo petrolifero egiziano-iracheno dopo che Saudi Aramco sospese le esportazioni di petrolio in Egitto nell'ottobre 2016. Mentre la tensione tra Arabia Saudita e Iran è aumentata di recente, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha chiesto "di evitare l'escalation nella regione, ma non a scapito della sicurezza e della stabilità del Golfo". Il Cairo mantiene rapporti buoni con gli Stati Uniti e ha ripreso quelli con la Russia: le relazioni avevano subito un duro colpo in seguito all'attacco terroristico a un aereo il 31 ottobre 2015, in partenza da Sharm e diretto a San Pietroburgo, in cui persero la vita 224 turisti russi.

Siria

Damasco è fedele alleato di Russia e Iran, grazie anche all'importante appoggio ottenuto per combattere la lunga guerra innescata dalla primavera araba del 2011. Il territorio siriano è ritenuto altamente strategico sia per la vicinanza al Libano (per l'Iran) che per lo sbocco sul Mediterraneo (per la Russia). 

Libano

I dissidi tra Iran e Arabia Saudita hanno una diretta influenza sulla politica interna di Beirut: il premier Saad Hariri è fedele sostenitore di Riad, il movimento armato di Hezbollah rappresenta invece l'Iran. Questa condizione, quasi paradossale, aveva portato alla crisi innescata nel novembre scorso con le dimissioni di Hariri, ritirato poi un mese dopo. 

I Paesi del Golfo

In passato, Qatar, Bahrein e Kuwait avevano legami più stretti con l'Arabia Saudita che con l'Iran. I rapporti tra Qatar e Arabia Saudita sono però franati il 5 giugno 2017 quando Riad ha interrotto ogni rapporto perché Doha aveva ripreso le relazioni con l'Iran, dopo un blocco durato oltre un anno. Seguendo l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l'Egitto e il Bahrain hanno imposto un boicottaggio contro il Qatar a luglio. Per risposta, l'Iran ha aperto un ponte aereo con Doha per fornire gli aiuti necessari. Nel mese di ottobre il ministro della Difesa russo ha visitato Doha per siglare nuovi accordi militari.

 

"Make Our Planet Great Again", rendere il pianeta di nuovo grande, uno slogan ricalcato sul "Make America Great Again" che fu il principale slogan elettorale di Donald Trump. Queste le parole che il presidente francese Emmanuel Macron ha utilizzato come grido di battaglia del vertice 'One Planet Summit', convocato nella capitale transalpina per fare il punto a due anni dalla Conferenza di Parigi sul clima e lanciare un appello per aumentare i fondi per la lotta al cambiamento climatico. Il principale destinatario del messaggio è lo stesso Trump, che dall'accordo di Parigi si è sfilato lo scorso giugno, pur non escludendo, di recente, di potervi rientrare.

E l'appello a Washington perché torni sui suoi passi non finisce qui. Macron ha tenuto fede all'appello lanciato lo scorso febbraio, quando aveva invitato via Twitter gli scienziati americani attivi nella ricerca sul clima  o in altri campi dell'innovazione a trasferirsi in Francia, anche alla luce del timore di tagli ai finanziamenti federali alla ricerca.

"Make Our Planet Great Again" è stato anche il nome del concorso che ha premiato diciotto ricercatori con assegni di ricerca della durata di cinque anni. La lista dei vincitori è stata svelata ieri: tredici degli scienziati selezionati provengono da alcuni degli atenei più prestigiosi d'America, dalla Columbia University a Stanford.

"Gli Usa hanno firmato l'intesa: è estremamente aggressivo decidere da soli di andarsene e non c'è modo di spingere gli altri a rinegoziare perchè uno decide di lasciare", ha dichiarato Macron alla Cbs, assicurando di avere discussioni "molte fluide e aperte" e di mantenere una relazione "molto diretta" con Trump: "Non sono pronto a rinegoziare ma sono pronto a riaccoglierlo se vorrà rientrare". 

"Stiamo perdendo la battaglia"

Nel suo intervento alla conferenza, Macron ha avvertito che "stiamo perdendo la battaglia" perché "lenti" e ha chiesto "una mobilitazione molto più forte" e una svolta "choc" nei metodi produttivi per limitare l'aumento delle temperature sotto i due gradi centigradi rispetto all'era pre-industriale, ovvero l'obiettivo che era stato fissato nel dicembre 2015 ma che sembra stia sfuggendo di mano, soprattutto dopo il disimpegno dell'amministrazione Trump. Con il sostegno delle Nazioni Unite e la Banca mondiale, Macron vuole riaccendere l'impegno della comunità internazionale e studiare nuove forme di finanziamenti, pubbliche e private, per nuove tecnologie che limitino il surriscaldamento globale. E qua saranno i Paesi più ricchi a dover aprire i cordoni della borsa a favore di quelli meno sviluppati.  

Il parterre è di prim'ordine: tra i circa 4mila partecipanti (tra cui un migliaio di giornalisti), il presidente francese è riuscito a convocare a Parigi oltre 50 tra capi di Stato e di governo (dalle Fiji alle Isole Marshall, dal Bangladesh all'Egitto, passando per Ungheria, Marocco, Mali, Messico, Norvegia, Regno Unito, Tunisia, etc.), mentre sono 130 le nazioni rappresentate a livello ministeriale. Presenti il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, e Antonio Guterres, il segretario generale delle Nazioni Unite, oltre ai suoi due predecessori (Ban Ki-moon e Kofi Annan).

L'idea è nata a fine luglio, al termine del G20, quando tutti i Paesi, tranne gli Stati Uniti, hanno riconosciuto l'"irreversibilità" dell'Accordo di Parigi. E poche settimane dopo l'ultima conferenza sul clima, la Cop 23 a Bonn, terminata con impercettibili (se non nulli) risultati), l'One Planet Summit vuole premere sull'acceleratore. L'obiettivo di 100 miliardi di dollari all'anno promessi dai Paesi sviluppati è ben lungi dall'esser stato raggiunto. 

Un piccolo villaggio nello stato tedesco di Brandeburgo è stato venduto all’asta per 140mila euro. Terreni, edifici e strade compresi. Ignoto l’acquirente, fanno sapere dalla casa d’aste di Berlino, Karhausen, che aveva fissato a 125mila euro la base.

Dove il tempo s'è fermato 

Alwine – questo il nome del paesino a 130 chilometri da Berlino – è immerso in una foresta, conta 15 abitanti e 9 case. Situato nell’ex Germania dell’Est, Alwine vantava una fabbrica di mattonelle, chiusa nel 1990 dopo la caduta del Muro di Berlino.

Negli anni del comunismo il borgo era arrivato a registrare 50 persone, la maggior parte delle quali, soprattutto i giovani, sono andate via subito dopo la riunificazione. Oggi tutto è fermo nel piccolo insediamento: non esistono mezzi pubblici né attività commerciali, se si escludono le abitazioni prese in affitto per circa 16mila euro annui dagli abitanti. Che sono combattuti riguardo la notizia della vendita del villaggio: se da un lato sperano che il nuovo acquirente faccia qualcosa per ristrutturare gli edifici (tutti in cattive condizioni), dall’altro temono che la nuova gestione finisca per far impennare il costo dell’affitto.

Nel 2000 la prima compravendita

Alwine era già stato acquistato in passato al costo simbolico di un franco da due fratelli, i quali avevano scelto di non intervenire in alcun modo se non riscuotendo i soldi dell’affitto. Ora che uno dei fratelli è morto, l’altro ha deciso di rimettere in vendita il villaggio.

Sul futuro di Alwine, l’anonimo acquirente ha detto solo di voler fare “qualcosa di buono per il benessere degli abitanti”, ha dichiarato Matthias Knake. portavoce della casa d’aste.

 

 

Oscar Pistorius è rimasto ferito alla schiena e al costato in una rissa scoppiata nella prigione dove sta scontando la condanna a 13 anni per l'omicidio della fidanzata, Reeva Steenkamp. Il 31enne ex campione paralimpico sudafricano stava chiamando da un telefono pubblico del carcere di Attridgeville, quando ha avuto diverbio con un altro detenuto innervosito perché la conversazione andava troppo per le lunghe. Non sono noti altri dettagli sulla dinamica della zuffa.

L'episodio risale al 6 dicembre ma il Dipartimento penitenziario ne ha dato notizia solo ora spiegando di aver avviato un'indagine interna. Pistorius è stato trasferito nel carcere a nord di Pretoria specializzato per detenuti con disabilità nel novembre 2016. Nel mese scorso la Corte suprema d'appello ha più che raddoppiato la pena inflitta in primo grado all'ex Blade Runner, condannandolo per omicidio volontario dopo che era stato inizialmente giudicato colpevole di omicidio preterintenzionale.

A poco più di un anno dalla fine della lotta armata avviata negli anni '70 dai separatisti del Fronte di Liberazione Nazionale Corso, "Pè a Corsica", un'alleanza di partiti nazionalisti, si è imposta al secondo turno delle elezioni regionali anticipate nell'isola con il 56,6% dei voti. Le due sigle autonomiste – Femu a Corsica del governatore Gilles Simeoni e Corsica Libera del presidente uscente del parlamentino di Ajaccio, Jean-Guy Talamoni, si erano imposte, conquistando il governo, anche nel 2015 ma si erano fermate al 47%, senza ottenere la maggioranza assoluta dei seggi.

La République en Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, si è fermato al 12,7% in una consultazione caratterizzata da un forte astensionismo (il 47% degli elettori non si è presentato alle urne). Forti di una vittoria così netta, Simeoni e Talamoni hanno già chiesto colloqui a Macron per chiedere maggiore autonomia dal governo centrale. Sarà la Corsica la prossima Catalogna?

Cosa vuole Ajaccio

Le tre richieste principali di "Pé a Corsica" sono il riconoscimento di pari dignità alla lingua corsa rispetto al francese, un'amnistia per i detenuti considerati prigionieri politici e il riconoscimento di uno status speciale ai residenti che impedisca agli stranieri abbienti di continuare a fare incetta di abitazioni sulle splendide coste dell'isola, mandando alle stelle i prezzi degli immobili. 

I due partiti non hanno però minacciato un referendum in stile catalano. Nel programma elettorale dell'alleanza è infatti chiarito nero su bianco che "Pè a Corsica" ha "progetti ambiziosi" per la terra natale di Napoleone ma non intende arrivare all'indipendenza. Una posizione moderata che è frutto di un compromesso tra l'autonomista Simeoni e l'indipendentista Talamoni, definito il Puigdemont​ corso, che ha accettato di accantonare le istanze più radicali. I due continuano però a dividersi i ruoli di poliziotto buono e poliziotto cattivo.

Dopo il voto, Simeoni ha invitato Parigi a "un dialogo costruttivo" che porti alla "necessaria emancipazione economica, ambientale e sociale della Corsica e dei suoi abitanti". Talamoni ha invece esortato l'Eliseo ad "aprire i negoziati molto in fretta" se non vorrà vedere i corsi scendere in piazza. Macron, che ha sempre guardato con scarso entusiasmo a una trattativa con gli economisti, si è limitato a replicare con una succinta nota che l'indipendenza non potrà essere discussa, senza rispondere alle specifiche richieste di "Pé a Corsica". 

Indipendentismo o autonomia?

Molti analisti insistono che la Corsica non vuole l'indipendenza perché, a differenza della Catalogna, non è una regione ricca, vive soprattutto di turismo e gode di ingenti trasferimenti da Parigi. Cio è vero ma va sottolineato come la ricca regione spagnola, nei giorni prima del referendum, avesse comunque assistito a una fuga di imprese che trasferivano la loro sede altrove per timore dell'incertezza. Anche se Madrid, per ipotesi, avesse concesso l'indipendenza a Barcellona, quest'ultima avrebbe potuto restare nell'unione monetaria come se niente fosse?

Una regione economicamente depressa

Il punto principale è invece che, come in Sardegna, la maggioranza della popolazione corsa vuole più autonomia ma non una secessione tout-court. Su tale atteggiamento ha il suo peso la violenza della lotta armata, a colpi di esecuzioni e attentati bombaroli ai danni di infrastrutture, ingaggiata dal Fronte di Liberazione Nazionale Corso, il cui gesto più clamoroso fu l'assassinio, nel 1998, del prefetto Claude Erignac, freddato con tre pistolettate mentre si recava a un concerto insieme alla moglie. La ragione principale per la quale i corsi non vogliono tagliare il cordone con Parigi sono i ricchi sussidi garantiti dal generoso welfare transalpino. L'isola è infatti una delle regioni più depresse della Francia, al cui Pil contribuisce per appena lo 0,4%. Un quinto della popolazione è sotto la soglia della povertà, il tasso di disoccupazione è a doppia cifra e l'economia è fortemente dipendente dal turismo, settore che impiega la maggior parte della popolazione attiva, a fronte di un'industrializzazione assai limitata.

I motivi del successo degli autonomisti sta nell'effettiva assenza di un'autonomia paragonabile a quella della Catalogna, che gode già di ampia libertà di manovra in settori quali la salute, la sicurezza e l'educazione, spiega a The Local il professor Thierry Dominici dell'Università di Bordeaux, laddove "la Francia è lo stato unitario più centralizzato d'Europa". "Lo Stato ha tutto da guadagnare a soddisfare almeno una delle loro tre richieste", aggiunge Dominici, "se non farà nulla, gli isolani scenderanno in piazza. E senza il bisogno che i nazionalisti glielo chiedano". 

@CiccioRusso_Agi

 

Una forte esplosione nel maggiore hub di gas dell'Austria, vicino a Vienna, ha provocato "alcuni" feriti. Lo ha riferito la polizia austriaca. L'hub di Baumgarten, nella regione orientale del Paese, e' nevralgico per la distribuzione del gas proveniente da Russia e Norvegia in Austria.
Su Twitter circolano immagini dell'incendio seguito all'esplosione. La situazione e' sotto controllo ma ci sono alcuni feriti.

Le forniture di gas dalla Russia all'Italia sono temporaneamente interrotte dopo l'esplosione a Baumgarten del maggiore terminale austriaco per il trasporto di metano. L'incidente ha causato un morto e almeno 18 feriti. Il ministero per lo Sviluppo Economico ha dichiarato lo stato di emergenza. Snam ha fatto sapere che la sicurezza del sistema energetico è garantita dagli stoccaggi e non esclude una ripresa a breve del flusso. 

Ancora ignote le cause dell'incidente

L'hub di Baumgarten, nella regione orientale del Paese, e' nevralgico per la distribuzione del gas proveniente da Russia e Norvegia in Austria e da lì in Italia e Croazia. Situato vicino al confine con la Slovacchia, è uno dei piu' importanti d'Europa. "L'esplosione e' avvenuta alle 08:45 ed è stata seguita da un incendio: la situazione e' sotto controllo", ha fatto sapere la polizia. Le cause dell'incidente non sono chiare.

Calenda: "Con il Tap non avremmo avuto problemi"

Con l'incidente in Austria "abbiamo un problema serio di forniture del gas che arriva dalla Russia. Il Tap serve a questo, a diversificare l'approvvigionamento del gas. Emiliano ha fatto ricorso al Tar pure su questo e lo ha perso. Se avessimo avuto già oggi il Tap, non dovremmo dichiarare, come faremo oggi, un'emergenza sull'approvvigionamento. È inaccettabile che si blocchi un gasdotto". Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. 

Approvvigionamenti garantiti dagli stoccaggi

Il ministero dello Sviluppo economico ha dichiarato lo stato di emergenza sul gas in una nota: "Questa mattina è stato interrotto in Austria il flusso del gas proveniente dalla Russia per fronteggiare un incendio avvenuto presso il tratto di rete gestito dall'operatore Gas Connect. Di conseguenza è stata sospesa l'operatività del gasdotto che collega attraverso l'Austria il nodo di Baumgarten fino all'ingresso di Tarvisio della rete nazionale italiana. La fornitura di gas ai consumatori italiani è comunque assicurata in quanto la mancata importazione viene coperta da una maggiore erogazione di gas dagli stoccaggi nazionali di gas in sotterraneo. In base al Regolamento europeo e al Piano di emergenza nazionale il Ministero ha pertanto dichiarato lo stato di emergenza. Il Ministero monitora costantemente la situazione in contatto con gli operatori interessati al fine di verificare i tempi necessari per la ripresa dei flussi". 

"Sulla base delle informazioni al momento disponibili, le forniture potrebbero riprendere giaà nella giornata di oggi, se venissero confermate le prime indicazioni sull'assenza di danni alle infrastrutture di trasporto", fa invece sapere Snam, "la sicurezza del sistema italiano è intanto garantita dagli stoccaggi messi a disposizione da Snam". 

 

Sono in corso proteste in diverse regioni della Nigeria contro una controversa unità speciale, accusata di abusi contro i cittadini. La scorsa settimana una campagna virale su Twitter contro le squadre speciali contro le rapine (Special Anti-Robbery Squad, o Sars) ha ottenuto risposte da importanti esponenti politici e delle forze di sicurezza nazionali, che hanno promesso un’indagine nelle accuse.

Su twitter l’hashtag #endsars ha raccolto centinaia di video e testimonianze di violenze, ricatti, stupri e minacce. Una petizione online che chiede al parlamento di provvedere alla chiusura della squadra speciale ha raccolto decine di migliaia di firme. Dopo la forte risposta una coalizione di gruppi di attivisti ha organizzato per oggi proteste per chiedere lo scioglimento della Sars. Secondo i media locali, sono state organizzate manifestazioni a Lagos, nella capitale Abuja e negli Stati federati di Delta, Plateau, Rivers, Kaduna,  Oyo e Anambra.

“Siamo sconvolti dalle storie raccontate dalle vittime, dagli amici e dai familiari delle vittime che hanno raccontato esperienze di estorsione, tortura, omicidio e rapimenti di amici e persone care” hanno dichiarato gli organizzatori della campagna #EndSARS. Il movimento oltre a chiedere lo scioglimento dell’unità anti-rapine chiede anche l’introduzione di un codice di condotta più severo per le forze di polizia e maggiori finanziamenti da destinare a programmi di addestramento e miglioramento delle strutture. Gli organizzatori della campagna hanno dato al governo 21 giorni per venire incontro alle loro richieste, che includono lo scioglimento della Sars e la costituzione di commissione per riformare la polizia e indagare le accuse di abusi.

La campagna social ha iniziato a diffondersi sabato scorso, quando un utente ha pubblicato un tweet con l’hashtag #endsars, in cui affermava di aver appena visto agenti sparare a un ragazzo con un colpo alla testa. Nei giorni successivi l’hashtag ha preso sempre più popolarità, raccontando incidenti difficili da ignorare. Molte delle testimonianze sono state accompagnate da foto e video, che mostrano agenti Sars abusare del proprio potere e aprire il fuoco per motivi futili.

Il capo della polizia ha ordinato una riorganizzazione della squadra e ha avviato un’inchiesta interna, nonostante resistenze all’interno della polizia. Il portavoce della polizia nigeriana, parlando a una trasmissione televisiva ha accusato diversi politici “maliziosi” di aver orchestrato la campagna contro la Sars. Il Senato  federale nigeriano ha votato a larga maggioranza una proposta per avviare un’indagine e anche politici influenti come Atiku Abubakar, ex vicepresidente e probabile candidato alle elezioni del 2019, hanno dichiarato il loro sostegno per l’iniziativa.

Fra nove giorni, il 21 dicembre, i catalani sono chiamati alle urne per eleggere i vertici della regione autonoma dopo lo scioglimento di Generalitat e consiglio che ha fatto seguito alla proclamazione d'indipendenza dopo il referendum illegale di ottobre. Le elezioni precedenti si erano tenute il 27 settembre 2015 e hanno visto la vittoria della lista indipendentista trasversale Junts pel Sì, che ha ottenuto il 39,6%. Dopo un iniziale tentativo di rieleggere il proprio leader Artur Mas a Presidente della Generalitat, Junts pel Sì ha quindi raggiunto un accordo con l'altro partito indipendentista, la CUP (di estrema sinistra), e ha eletto quindi a presidente Carles Puigdemont, che ha avviato il processo indipendentista.

Nel 2015 Junts pel Sì era formato dall'unione trasversale di quattro partiti, tutti legati dallo spirito indipendentista. Puigdemont venne eletto presidente in rappresentanza del partito di centrodestra PDeCat, mentre suo vice fu nominato il leader del partito di sinistra Esquerra Repubblicana (ERC) Oriol Junqueras. 

Cosa dicono i sondaggi

Secondo gli ultimi sondaggi, i partiti indipendentisti potrebbero avere una maggioranza più bassa di quella uscita dalle urne due anni fa. Gli indipendentisti di ERC sarebbero tra il 26% e il 27% e i nazionalisti di Ciutadans tra il 21% e il 28%. Poi il Partito Socialista tra 14% e 15%; Junts pel Sì tra il 12% e il 15%; Podemos tra l'8% e il 9%; Partito Popolare all'8% e CUP al 6%.
Un altro sondaggio pubblicato dal sito del quotidiano La Vanguardia sottolinea le intenzioni sul dopo-elezioni. Il 46% degli intervistati ritiene che si debba rinunciare al percorso indipendentista, con il 44% che vorrebbe proseguire su questa strada. Ma sono di più (un 46% contro il 43%) quelli che escludono una rinuncia al processo indipendentista e il ritorno automatico alla legalità.

Il negoziato con Madrid lo vuole il 56% dei catalani contro il 39% che la ritiene una via da non seguire. Più del 68% degli intervistati ritiene che l'economia catalana abbia sofferto del desiderio di dichiarare l'indipendenza unilateralmente sebbene quasi il 30% non abbia questa percezione.

La cronologia degli eventi che hanno portato al voto anticipato

  • 6 settembre: il 'Parlament' catalano approva la legge per convocare un referendum sull'indipendenza.
  • 7 settembre: La Corte costituzionale spagnola sospende in via cautelare la convocazione del referendum.
  • 23 settembre: il ministero dell'Interno spagnolo assume il coordinamento delle forze di sicurezza spagnole.
  • 27 settembre: La Corte costituzionale ordina il sequestro dei locali in cui si dovrebbe svolgere il voto.
  • 1 ottobre: nonostante la chiusura di molti seggi da parte della Guardia civil spagnola, oltre due milioni e 200 mila catalani votano nel referendum tra tensioni e violenze. Il sì si impone con il 90%.
  • 2 ottobre: il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, chiede una "mediazione internazionale".
  • 3 ottobre: il re di Spagna, Felipe, lancia un appello a rispettare l'ordine costituzionale e accusa i leader indipendentisti di spaccare la società catalana.
  • 5 ottobre: inizia l'esodo delle aziende dalla Catalogna, in due settimane in 1.200 trasferiranno la sede in altre zone della Spagna.
  • 8 ottobre: a Barcellona grande manifestazione per l'unità della Spagna e il dialogo.
  • 10 ottobre: Puigdemont dichiara di aver ricevuto il mandato per formare uno Stato indipendente ma propone di sospendere gli effetti della dichiarazione per favorire il dialogo.
  • 11 ottobre: Ultimatum del premier Mariano Rajoy: Puigdemont chiarisca entro 5 giorni se ha proclamato l'indipendenza.
  • 21 ottobre: Rajoy annuncia che chiederà l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione per sospendere l'autonomia della Catalogna.
  • 27 ottobre: il 'Parlament' catalano approva una mozione per l'indipendenza, il Senato spagnolo da' il via libera all'applicazione dell'articolo 155.
  • 30 ottobre: Carles Puigdemont e altri quattro membri della Generalitat vanno in Belgio.
  • 3 novembre: mandato d'arresto europeo per Puigdemont e gli altri 'ministri' catalani.
  • 17 novembre: prima udienza per estradizione Puigdemont.
  • 4 dicembre: seconda udienza, rinvio al 14.
  • 5 dicembre: la Corte suprema Spagnola ritira la richiesta di estradizione.

La corsa per il seggio in Senato dell'Alabama in palio nel voto di martedì si va sempre più configurando come un punto di svolta per il futuro del Partito Repubblicano che deve puntare su un candidato accusato di aver molestato delle minorenni, pur di mantenere il controllo della camera alta del Congresso. Il presidente, Donald Trump, la linea l'ha dettata. "Ci serve un repubblicano. Votate per Roy Moore", ha esortato via Twitter e durante il comizio organizzato venerdì sera a Pensacola, in Florida, a soli 30 chilometri dal confine con l'Alabama. Una location strategica per consentire anche ai media locali del vicino Stato di seguire e trasmettere il suo endorsement al controverso Moore che resta in testa ai sondaggi. 

"L'ultima cosa di cui l'agenda del rendere di nuovo grande l'America ha bisogno è un progressista al Senato dove ci sono già pochi margini di vittoria", ha ammonito Trump. Il Grand Old Party (Gop) controlla il Senato con appena 52 seggi su 100. Se Moore perdesse, il vantaggio scenderebbe a quota 51. Il repubblicano conservatore Moore, ex giudice della Corte Suprema dell'Alabama, è in corsa contro il democratico Doug Jones, ex avvocato dello stato. Il candidato eletto prenderà il posto lasciato libero da Jeff Sessions, diventato ministro di Giustizia nell'amministrazione Trump. 

Trump sostiene Moore, ma non era il suo candidato

Il settantenne Moore, che alle primarie Gop in Alabama ha avuto la meglio sul candidato sostenuto da Trump, Luther Strange, si era presentato al voto a cavallo, con il cappello da cowboy e, poco prima, durante un comizio aveva sfoderato una pistola. Dietro il suo successo, lo zampino dell'ultraconservatore Steve Bannon, ex capo stratega di Trump silurato la scorsa estate. Durante l'ultimo intervento a favore di Moore, Bannon ha attaccato l'establishment repubblicano più di quanto non abbia attaccato Jones. Moore sostiene che essere gay dovrebbe diventare illegale e che ai musulmani non dovrebbe essere consentito diventare parlamentari degli Stati Uniti. È accusato di aver molestato una 14enne, di avere abusato di una 16enne e di aver avuto relazioni con delle teenager quando era trentenne. Eppure, secondo l'ultimo sondaggio di Change Research, condotto tra martedì e giovedì scorsi, Moore resta in testa con il 51% dei consensi contro il 44% di Jones. Real Clear Politics sottolinea come le accuse di molestie gli abbiano fatto perdere consensi ma gli attribuisce comunque due punti di vantaggio su Jones al quale sono arrivati inattesi finanziamenti per la sua campagna.

Per il presidente, le accuse non sono credibili

Se la Casa Bianca ha definito le accuse a Moore "preoccupanti", Trump, durante il comizio in Florida, ha messo in dubbio la loro credibilità, stigmatizzando una delle sue accusatrici. Beverly Young Nelson, che come prova della sua relazione con Moore mentre lei era al liceo e lui aveva 30 anni, aveva fornito una dedica che lui le aveva scritto sul libro annuale della scuola alla quale ha però ammesso di aver aggiunto lei luogo e data. "Avete visto cosa è successo? È stato commesso un piccolo errore. Ha cominciato a scrivere sul libro annuale", ha ironizzato Trump puntando il dito anche contro l'avvocato difensore, Gloria Allred, in America una vera bandiera degli abusi contro le donne. "La Allred, ogni volta che la vedete c'è qualcosa che va storto", ha attaccato Trump. Gli esperti calligrafici hanno confermato che la dedica di Moore all'allora liceale Nelson è autentica ma per molti elettori dell'Alabama, profondamente conservatori e religiosi, votare per un candidato democratico che sostiene il diritto all'aborto è un peccato più grave degli abusi sessuali di cui è accusato il candidato repubblicano. "La questione dell'aborto da sola è sufficiente per far guadagnare a Moore la vittoria", ha osservato Brent Buchanan, sondaggista dell'Alabama. "Quella dell'aborto – ha aggiunto – è una questione non negoziabile per certi conservatori". 

Lo sa il New African Magazine, che ogni anno annuncia i 100 africani più influenti. I personaggi entrati nella lista per il 2017 includono: un attivista laureato in Legge all'Università di Harvard, un gruppo di ballerini adolescenti provenienti da una baraccopoli ugandese, un eroe mauritano abolizionista della schiavitù moderna.

Sono solo alcuni dei volti nuovi che vanno a unirsi a già famosi magnati del business, a veri e propri pesi massimi politici e a star dello spettacolo. La lista presenta otto categorie: politica e servizio pubblico; affari e finanza; società civile e attivismo; formazione scolastica; scienza, tecnologia e innovazione; media; arte e cultura; sport. L’analisi viene fatta sia su profili di africani che vivono nel continente, che su quelli della diaspora nominati dai loro pari e dagli addetti ai lavori.

"Ciò che i nostri lettori troveranno piacevole, è la diversità quasi sconcertante di questa lista, in termini di razza, etnia e nazionalità. Questo elenco, se non altro, mostra la bellezza e la potenza della pluralità presente nell’Africa che tutti noi amiamo", ha affermato Omar Ben Yedder, Group Publisher e Managing Director di IC Publications, editore del New African Magazine.

Nigeria al top

Quest’anno nella lista, per la prima volta da quando la rivista ha iniziato a pubblicarla ogni fine anno, ci sono ben 42 donne su 100, il numero più alto di voci femminili fino ad ora. Con 21 partecipanti, la Nigeria è in cima alle nomination, seguita da vicino dal Sud Africa che ha 14 nomi nella lista. In totale l'elenco include persone provenienti da 31 paesi, tra cui 12 dall’Africa francofona. Fra le new entry più popolari c’è la Triplets Ghetto Kids dall’Uganda, un gruppo di ballerini, e il nuovo editore, nato ghanese, di Vogue, Edward Kobina Enninful, così come l’astro nascente del pugilato nei pesi massimi nigeriano-britannico, Anthony Joshua.

Sorprendentemente solo tre capi di stato sono nella lista di quest’anno: Nana Akufo-Addo del Ghana, Paul Kagame del Ruanda e Alpha Conde della Guinea. Anche il vicepresidente della Nigeria, Yemi Osinbajo, è nella lista nella categoria Politica e Servizio Pubblico per come ha servito con mano sicura durante l'assenza forzata del presidente Buhari per gran parte del 2017.

I magnati degli affari Aliko Dangote della Nigeria e Mohammed Dewji della Tanzania sono rientrati nella categoria Business and Finance, che vede anche due nomi che quest'anno sono stati più volte sotto i riflettori dei mass media, l’angolana Isabel dos Santos e Jean-Claude Bastos de Morais. Quest'anno nella categoria Affari ci sono più personaggi di lingua francese e araba rispetto alle edizioni precedenti.

La modella con l'hijab

Tuttavia, forse come un segno dei tempi che cambiano in Africa, la sezione dello spettacolo Arts and Culture ha il maggior numero di voci e la maggior parte dei nuovi nomi. Fa un ritorno in questa categoria Chimamanda Ngozie Adichie, scrittrice nigeriana autrice di sei opere, a cui si uniscono volti nuovi come Adwoa Aboah, modella da copertina metà ghanese e metà inglese, e Halim Adem, modella somala, prima a posare in hijab, il velo nero che copre il capo.

Nella sezione sulla società civile c'è una nuova generazione di attivisti, compresi quelli che combattono per i diritti di persone con disabilità, abitualmente ignorati ma tanto presenti in Africa. Eros Ikponwosa, albina, dalla Nigeria è nella lista per il suo lavoro con la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani per evidenziare la difficile situazione delle persone con albinismo. In tempi di denuncia della schiavitù africana in Libia, è entrato nella lista un eroe della lotta alla schiavitù, il mauritano Biram Dah Abeid.

"I nostri criteri per quest'anno sono stati abbastanza semplici, abbiamo cercato le persone il cui lavoro o la cui attività ha avuto una sorta di effetto trasformante per la società, nel senso di un impatto che si sia tradotto in un cambiamento di percezione o che abbia fornito ispirazione agli altri. Molti nella nostra lista hanno mandato in frantumi retaggi culturali del passato o lo stigma della disabilità e lo hanno fatto con grande coraggio, determinazione e sacrificio personale. Altri hanno prodotto una forza economica in grado di influire sui mercati mondiali ", ha spiegato Anver Versi, l'editore della rivista, che ha aggiunto: "Il talento africano nelle arti, nella cultura, nello sport e nella tecnologia ha anche un enorme impatto sul cambiamento della percezione del mondo nei confronti dell'Africa e della sua gente”.

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