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Sarà il Principe Carlo ad accompagnare Meghan Markle all'altare dove la darà in sposa al figlio Harry, facendo di fatto le veci del padre dell'attrice americana, bloccato in California da una crisi cardiaca e da uno scandalo fotografico. Carlo non ha compiti ufficiali durante la cerimonia quindi è del tutto ‘libero’. Lui e sua moglie Camilla sono dei grandissimi fan della coppia, in onore della quale si sono offerti di ospitare il ricevimento serale di Fragmore House. 

I futuri nipotini George e Charlotte avranno il ruolo di paggetto a Windsor. Quattro anni lui e tre lei, i due figli di Kate e William non saranno soli in questo compito speciale. Dietro di loro, riporta il Telegraph, ci saranno i gemelli John e Bryan Mulroney (7 anni), figli di Jessica Mulroney, la migliore amica della sposa e wedding planner.

Chiude la formazione dei paggetti Jasper Dyer (6), figlio di Amanda Kline e del capitano Mark William Galloway Dyer, molto vicino ad Harry. A condividere il ‘fardello’ con Charlotte, invece, ci saranno Florence van Cutsem (3 anni); Remi (6) e Rylan Litt (7), figlie di un’altra amica di Meghan, Benita Litt, e infine Ivy Mulroney (4) la più piccola dei figli di Jessica e Zalie Warren (2) figlia di Jake (amico intimo del principe) e di sua moglie Zoe.

Com’è noto Meghan Markle non ha scelto una damigella d’onore per non far torto a nessuna delle sue amiche.

Trova così finalmente risposta la domanda rimbalzata per giorni sui tabloid dopo il forfait del padre di Meghan. Thomas Markle, si è tirato indietro lunedì scorso, accusando un malore, ma in realtà l’uomo sarebbe in grave imbarazzo per lo scandalo delle foto concordate con i paparazzi in cambio di una lauta ricompensa. Dopo un momentaneo ripensamento, l’annuncio ufficiale: l’uomo dovrà operarsi al cuore.

Ecco chi erano i candidati a prendere il suo posto.

La madre, Doria Ragland

Secondo i tabloid, Meghan avrebbe potuto percorrere la navata della cappella gotica della st George's Chapel del castello di Windsor insieme a sua madre, Doria Ragland. Le due sono molto unite e la donna, insegnante di yoga, è l’unico famigliare di Meghan ad aver conosciuto il principe Harry.

Secondo il cerimoniale definito nei dettagli da Kensington Palace, alla donna toccherà il compito sabato mattina di accompagnare Meghan in macchina, da Clividen House, dove trascorrerà l'ultima notte prima delle nozze, al castello di Windsor. Ora potrebbe invece accompagnarla fino all'altare, con la ‘benedizione’ del suo ex marito. Non sarebbe la prima volta che ciò accade: nel 1885 fu la regina Vittoria ad accompagnare all’altare la figlia minore, Beatrice, per darla in sposa al principe Henry di Battemberg.

Il principe William

Fratello dello sposo e testimone di nozze di Harry, prima di prendere posto accanto a suo fratello, William avrebbe potuto solcare la navata con Meghan. Anche in questo caso c’è un precedente: nel 1960, dopo la morte di suo padre, re Giorgio VI, la principessa Margaret fu scortata fino all’altare da suo cognato, il principe Filippo, marito di Elisabetta II.

Se stessa

Che la 36enne americana sia una sposa che rompe il protocollo si era già capito in occasione delle foto ufficiali di fidanzamento, quando arrivò sul set senza calze. Ma percorrere la navata da sola avrebbe potuto consacrarla definitivamente come la sposa più indipendente mai entrata a far parte della famiglia reale inglese.

Guy Pelly

Era dato 10 a 1 dai tabloid ma c’è anche lui, Guy Pelly, un caro amico di Harry, tra i papabili ad accompagnare Meghan. C’era anche lui quando la coppia reale si conobbe e, in un certo senso, fa parte dello stuolo di Cupido che fecero incontrare Harry e Meghan.

La storia di Meghan e Harry, una ‘civile’ americana e un principe inglese che si innamorano per caso e si sposano, sembra la trama di una soap opera. Una di quelle che avrebbe potuto interpretare la sposa stessa, ex attrice. Ma una serie di scandali ha rischiato di rovinare tutto. Dietro ci sono sempre loro: i Markles, la famiglia sui generis di cui a breve farà parte Harry, sesto in linea di successione al trono britannico.

Tutti gli scivoloni dei pr della regina

Ma com’è possibile che la rete di pubbliche relazioni della regina abbia fatto un tale disastro? Se lo chiedono i tabloid britannici, primo fra tutti il Daily Mail che prova a fare luce su tutti gli ‘scivoloni’.

Era possibile prevedere che il padre di Meghan avrebbe tentato di vendere le foto del matrimonio? O che il fratello avrebbe messo in guardia Harry dalla sorella “cinica e presuntuosa pronta a prendersi gioco di tutti”? Forse non nel dettaglio, ma per il quotidiano sarebbe bastato ‘googlare’ i loro nomi per scoprire un passato non proprio all’insegna della correttezza.

Gli impresentabili di Meghan

Sarebbe sicuramente saltato fuori, ad esempio, che Tom, come viene familiarmente chiamato il fratello di Meghan, tempo fa era stato arrestato perché, ubriaco, aveva minacciato con una pistola la fidanzata. Poi aveva chiesto scusa e la denuncia era stata ritirata.

Con suo padre, Thomas Markle, 73 anni, poi, la futura sposa ha sempre avuto un rapporto altalenante, colpa anche il ‘debole’ per i soldi. Lo stesso per il quale avrebbe concordato con i paparazzi la vendita delle foto del royal Wedding per 100mila dollari. Lo scandalo lo ha travolto all’istante e Thomas, ex direttore delle luci che lavorava a Hollywood e oggi vive in Messico, a Rosario Beach, ha comunicato a Tmz di dover subire un intervento al cuore che gli rende impossibile partecipare al matrimonio reale in programma sabato. Sempre secondo Tmz, Meghan considera "stupido" quello che ha fatto il padre ma non un crimine.

E poi c’è la sorellastra Samantha Grant, 53 anni, ex modella, che ha accusato la futura moglie di Harry di essere un’arrampicatrice sociale. Poi ha chiesto scusa, ha auspicato un invito al matrimonio, salvo infine tornare sui suoi passi, schierandosi dalla parte del padre sostenendo in diverse interviste che Thomas Markle “è stato escluso dal matrimonio per colpa di Meghan”. L’ultimo attacco alla sorella è di qualche ora fa: "Non può permettersi di dirmi se posso parlare o no. Se si tratta di me e di mio padre, in questo paese esiste una cosa che si chiama libertà di parola". Secondo quanto riporta il Times, la donna ha poi promesso di dare alle stampe un libro sul quale sta lavorando che dovrebbe intitolarsi “The Diary of Princess Pushy’s Sister”.

Sono già arrivati a Londra per dare interviste a pagamento alcuni parenti non graditi. Si tratta di Tracy Dooley, ex moglie del fratellastro di Meghan, dei suoi due figli uno dei quali coltiva marjuana: saranno “corrispondenti speciali” di “Good morning Britain”, nonostante non vedano Meghan da 20 anni.

I presentabili (ma non invitati)

Tra gli strani personaggi che popolano la famiglia di Meghan e che imbarazzano Buckingham Palace ce ne sono due che avrebbero potuto risollevare l’immagine dei Markle ma che non sono stati invitati: lo zio diplomatico e quello vescovo. E non si capisce perché non saranno presenti, osserva il Daily Mail.

“Frederick Markle, 75, è il vescovo della Chiesa Cattolica Ortodossa orientale che conta appena 40 membri, ma è pur sempre un religioso che avrebbe potuto chiacchierare con il capo della Chiesa anglicana: la regina Elisabetta”.

L’altro zio, invece, Micheal Markle, 78 anni, è un diplomatico statunitense in pensione. E non è un caso se il suo primo lavoro Meghan lo ottenne proprio presso l’ambasciata americana a Buenos Aires.

A far alzare il sopracciglio ai media britannici c’è poi il fatto che Harry non ha mai incontrato il futuro suocero, e che i più cari amici dello sposo sono stati esclusi dal matrimonio. Persino Pippa Middleton, la sorella della duchessa di Cambridge, Kate, non è nella lista dei 200 amici intimi che prenderanno parte al ricevimento serale.

 

 

 

L'attesissimo accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Corea del Nord potrebbe svanire come un miraggio. E non sarebbe la prima volta. Basta ricordare quando Kim Jong-il, padre dell’attuale leader nord-coreano nel 1998, come abbiamo scritto, promise all’allora presidente americano, Bill Clinton, la rinuncia al nucleare, distruggendo un reattore ma continuando a sviluppare i missili. 

Ora Seul si offre per mediare tra Trump e Kim all’indomani della minaccia di Pyongyang di non partecipare al summit di Singapore tra Kim e Donald Trump e alla cancellazione – a solo due ore dall’inizio – della partecipazione ai colloqui di alto livello inter-coreani, per le esercitazioni militari congiunte americano-sudcoreane.

La metamorfosi di Kim da “little rocket man” a diplomatico fine sembra destinata a portare a un brusco risveglio. O forse è già tutto successo?

Mentre la stampa americana analizza la fragilità della diplomazia americana (lo fa qui il New Yorker)  l’Associated Press ha riepilogato i capitoli fondamentali che hanno scandito la storia dei negoziati tra Washington, Seul e Pyongyang.

Tutto ha inizio nel 1985, quando la Corea del Nord, come racconta più diffusamente il Foreign Policy, fa il suo ingresso nel Trattato di Non Proliferazione Nucleare, senza tuttavia firmare le disposizioni dell’Agenzia Internazionale per l’energia atomica (Aiea) 

1994 – Un inizio non proprio idilliaco

Era il 1994 quando Bill Clinton raggiunse un accordo con la Corea del Nord scongiurando la minaccia di proliferazione nucleare. Pyongyang fermò la costruzione di due reattori in cambio di due termopropulsori nucleari alternativi da impiegare per la fornitura elettrica, oltre al rifornimento di 500 mila tonnellate di petrolio all’anno. La Corea del Nord lamentò i ritardi nella fornitura di petrolio e nella costruzione dei reattori, che non furono mai consegnati.

Dal canto suo, Washington mise sotto accusa l’ambizione del Nord, mai sopita, di costruire missili balistici. 

L’accordo collassò nel 2002 dopo le ammissioni da parte di Pyongyang di aver sviluppato clandestinamente un programma nucleare con l’impiego di uranio arricchito. Qui The Conversation spiega la lezione che Trump può imparare dal caso di questo accordo fallito.

2003 – I dialoghi a sei

Un anno dopo, gli Stati Uniti tornarono a dialogare con il regime nord-coreano, questa volta mettendo i piedi sotto il tavolo del “Dialogo a sei”, che includeva Cina, Corea del Sud, Russia e Giappone. Nell’agosto del 2003 iniziò un lungo periodo di tesi negoziati, sfociati nell’accordo del settembre del 2005 in cui la Corea del Nord accettava di fermare il programma nucleare in cambio di sicurezza e vantaggi economici.

Ma il disaccordo tra Washington e Pyongyang sulle sanzioni imposte al Nord fece vacillare i dialoghi, e nessuno riuscì a impedire che la Corea del Nord conducesse il primo test nucleare nell’ottobre del 2006.

2007 – Ispezioni in cambio di sussidi

I dialoghi per il disarmo vennero ripristinati alcune settimane più tardi, portando nel febbraio del 2007 a un nuovo accordo, secondo cui la Corea del Nord avrebbe smantellato i siti nucleari e autorizzato le ispezioni internazionali, in cambio di un pacchetto di sussidi del valore di circa 400 milioni di dollari.

Ma anche questa volta, l’accordo saltò quando nel dicembre del 2008 i nord-coreani non accettarono il metodo di verifica proposto dagli Stati Unii. I dialoghi a sei finirono in una fase di stallo. Il Nord condusse un altro test nel maggio del 2009.

2015 – La crisi inter-coreana

Sin dalla guerra di Corea (1950-1953), conclusasi con un armistizio che oggi le due Coree  – con la “dichiarazione di Panmunjom” del 27 aprile scorso  – intendono trasformare in un accordo di pace, le relazioni tra Seul e Pyongyang hanno conosciuto molti alti bassi: si sono susseguiti ben tre summit storici alternati a fasi di ostilità, sfiorando sovente il rischio di un conflitto armato.

L’ultima volta è successo nel 2015 dopo che due soldati del Sud finirono su un campo di mine piazzate dai nordcoreani. Il disastro annunciato fu scongiurato grazie a un tempestivo accordo che prevedeva le scuse ufficiali del Nord in cambio della promessa del Sud di sospendere temporaneamente le trasmissioni di messaggi di propaganda anti-Pyongyang sul confine.

2017 – La bomba H

Nel gennaio del 2016, la Corea del Nord condusse il suo quarto test nucleare, che segnò l’inizio di una sequenza culminata nel 2017 con il sesto potentissimo test di un ordigbo presumibilmente all'idrogeno e il lancio di tre missili balistici intercontinentali progettati per colpire gli Stati Uniti.

La sospensione improvvisa del summit inter-coreano previsto per mercoledì 16 maggio, non è stato un inedito. Ad esempio, scrive l’AP, nel 2013 il Nord sospese all’ultimo minuto la riunificazione delle famiglie divise dalla Guerra di Corea per protesta contro le esercitazioni militari congiunte americane-sudcoreane, che per il Nord erano prove di invasioni.

I primi passi di Kim

L’esordio di Kim Jong-un con Washington avvenne a pochi mesi dalla nomina presidenziale del giovane dittatore dopo la morte del padre. Siamo nel 2012 quando Kim raggiunse una intesa con gli Stati Uniti che stabiliva la sospensione dei test nucleari e missilistici e dell’arricchimento dell’uranio, in cambio di aiuti alimentari. Ma l’accordo deragliò nel giro di poche settimane, quando il Nord lanciò un razzo a lunga gittata nel tentativo abortito di trasportare un satellite. Da fuori venne visto come un test per l’avanzamento della capacità dei missili balistici.

Leggi anche: Kim pronto a far saltare il summit con Trump per non finire come Gheddafi?

 

Saranno i futuri nipotini George e Charlotte, nel ruolo di paggetto e damigella, ad accompagnare in chiesa Meghan Markle, l’ex attrice americana che sabato sposerà a Windsor il principe Harry, sesto in linea di successione al trono britannico.

Quattro anni lui e tre lei, i due figli di Kate e William non saranno soli in questo compito speciale. Dietro di loro, riporta il Telegraph, ci saranno i gemelli John e Bryan Mulroney (7 anni), figli di Jessica Mulroney, la migliore amica della sposa e wedding planner.

Chiude la formazione dei paggetti Jasper Dyer (6), figlio di Amanda Kline e del capitano Mark William Galloway Dyer, molto vicino ad Harry. A condividere il ‘fardello’ con Charlotte, invece, ci saranno Florence van Cutsem (3 anni); Remi (6) e Rylan Litt (7), figlie di un’altra amica di Meghan, Benita Litt, e infine Ivy Mulroney (4) la più piccola dei figli di Jessica e Zalie Warren (2) figlia di Jake (amico intimo del principe) e di sua moglie Zoe.

Com’è noto Meghan Markle non ha scelto una damigella d’onore per non far torto a nessuna delle sue amiche.

Intanto, sui tabloid la domanda che rimbalza è una sola: chi accompagnerà Meghan all’altare dopo il forfait di suo padre? Thomas Markle, si è tirato indietro lunedì scorso, accusando un malore, ma in realtà l’uomo sarebbe in grave imbarazzo per lo scandalo delle foto concordate con i paparazzi in cambio di una lauta ricompensa. Dopo un momentaneo ripensamento, l’annuncio ufficiale: l’uomo dovrà operarsi al cuore. Ecco chi potrebbe prendere il suo posto.

La madre, Doria Ragland

Secondo i tabloid, Meghan potrebbe percorrere la navata della cappella gotica della st George's Chapel del castello di Windsor insieme a sua madre, Doria Ragland. Le due sono molto unite e la donna, insegnante di yoga, è l’unico famigliare di Meghan ad aver conosciuto il principe Harry.

Secondo il cerimoniale definito nei dettagli da Kensington Palace, alla donna toccava il compito sabato mattina di accompagnare Meghan in macchina, da Clividen House, dove trascorrerà l'ultima notte prima delle nozze, al castello di Windsor. Ora potrebbe invece accompagnarla fino all'altare, con la ‘benedizione’ del suo ex marito. Non sarebbe la prima volta che ciò accade: nel 1885 fu la regina Vittoria ad accompagnare all’altare la figlia minore, Beatrice, per darla in sposa al principe Henry di Battemberg.

Il principe Carlo

Al secondo posto tra i nomi più papabili c’è quello di Carlo, futuro suocero di Meghan ed erede al trono. Non ha compiti ufficiali durante la cerimonia quindi è del tutto ‘libero’. Lui e sua moglie Camilla sono dei grandissimi fan della coppia, in onore della quale si sono offerti di ospitare il ricevimento serale di Fragmore House.

Il principe William

Fratello dello sposo e testimone di nozze di Harry, prima di prendere posto accanto a suo fratello, William potrebbe solcare la navata con Meghan. Anche in questo caso c’è un precedente: nel 1960, dopo la morte di suo padre, re Giorgio VI, la principessa Margaret fu scortata fino all’altare da suo cognato, il principe Filippo, marito di Elisabetta II.

Se stessa

Che la 36enne americana fosse una sposa che rompe il protocollo si era già capito in occasione delle foto ufficiali di fidanzamento, quando arrivò sul set senza calze. Ma percorrere la navata da sola potrebbe consacrarla definitivamente come la sposa più indipendente mai entrata a far parte della famiglia reale inglese.

Guy Pelly

E’ dato 10 a 1 dai tabloid ma c’è anche lui, Guy Pelly, un caro amico di Harry, tra i papabili ad accompagnare Meghan. C’era anche lui quando la coppia reale si conobbe e, in un certo senso, fa parte dello stuolo di Cupido che fecero incontrare Harry e Meghan.

In Turchia gli attivisti vengono spiati grazie a dei finti link su Twitter, tramite i quali vengono diffusi dei malware governativi. A rivelarlo è l’organizzazione Access Now, che ha pubblicato un report nel quale denuncia l’uso di software di spionaggio prodotti di FinFisher, azienda specializzata in spionaggio informatico.

Dalle primavere arabe in poi non è strano che le proteste inizino sul web, per poi sfociare in pubbliche dimostrazioni. Così, a un anno dal tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016, sui social network si è tornato a parlare di quei convulsi giorni nei quali Istanbul è stata assediata e occupata con i carri armati. Ma tra i commentatori, alcuni prolifici falsi profili hanno approfittato della situazione per diffondere falsi link, mischiati a slogan e richiami all’oppressione da parte del governo. Trappole per gli attivisti, che premendo sui link avrebbero installato i software di spionaggio sui propri dispositivi.

"L'uso ampio e aggressivo dello spyware per colpire le persone coinvolte nel movimento March for Justice in Turchia fornisce una rara finestra sull'attuale implementazione di FinFisher", si legge nel documento di Access Now. "Questo ci fornisce nuovi indizi e modelli di comportamento su come i social media vengono utilizzati in combinazione con i malware", ha aggiunto l'organizzazione. Il software di spionaggio sarebbe in grado di leggere la posta, i messaggi e la rubrica di chi viene colpito, oltre a trasmettere screenshot del telefono e spiare le telefonate.

Secondo Access Now ci sono prove che metodi simili siano stati usati anche in Indonesia, Ucraina e Venezuela. 

Sono innumerevoli le complicazioni legate alla Brexit​ alle quali l'esecutivo inglese sembra non aver nemmeno pensato al momento di indire il referendum dello scorso 23 giugno. E alcune delle più delicate riguardano le relazioni con le altre nazioni che compongono il Regno Unito. La più urgente sembrava quella della nuova frontiera che potrebbe sorgere tra Irlanda e Irlanda del Nord, questione assai delicata per il governo May, che si regge sui pochi voti degli intransigenti unionisti di Belfast, contrari a qualsiasi concessione a Dublino. Ma ancora più dirompenti potrebbero essere gli effetti del conflitto in corso con la Scozia, il cui Parlamento ha respinto martedì scorso la 'Brexit Bill', il provvedimento che sancisce il divorzio dall'Unione Europea, con una maggioranza schiacciante di 93 voti a 30. A favore si sono espressi solo i conservatori, cioè il partito di Theresa May. Le altre formazioni politiche – laburisti, verdi e liberali – hanno votato compatti con lo Scottish National Party, la sigla indipendentista guidata dall'attuale premier Nicola Sturgeon, aprendo una crisi istituzionale senza precedenti, che potrebbe spingere Edimburgo a chiedere un nuovo referendum per ottenere la secessione. 

Il nodo della 'clausola 11'

In Scozia la maggior parte degli elettori si espresse a favore della permanenza nella Ue, che garantiva loro una maggiore autonomia dalle decisioni del governo centrale. A Edimburgo, insomma, l'opzione sovranista era più lo 'Stay' che il 'Leave'. Con la Brexit, almeno nel medio periodo, cambierà tutto. A essere respinta dal Parlamento di Holyrood è stata infatti, nello specifico, la clausola 11 della Brexit Bill, la quale prevedeva che tutti i poteri che erano stati delegati a Bruxelles sarebbero tornati, in un primo momento, a Downing Street. La clausola copre un numero assai esteso di materie, che vanno dagli Ogm alle quote per la pesca, dai sussidi all'agricoltura agli aiuti di Stato alle industrie. Materie che ora sono competenza della Commissione Ue e che tornerebbero esclusivo appannaggio di Londra. 

Edimburgo vuole il diritto di veto

Su questo punto il governo centrale è stato impegnato per mesi in durissimi negoziati con Belfast, Cardiff ed Edimburgo, promettendo che la centralizzazione sarebbe stata temporanea e che le altre tre capitali britanniche sarebbero state consultate di continuo, in modo da negoziare nuove politiche condivise in tutto il Regno. L'Irlanda del Nord e il Galles hanno finito per acconsentire. La Scozia, invece, non si accontenta di essere semplicemente consultata e chiede di poter bloccare ogni decisione la veda contraria. Ovvero, la richiesta di un potere di veto che l'Inghilterra ha respinto con durezza. Nicola Sturgeon ha reagito sottoponendo la questione al Parlamento, il cui verdetto non è legalmente vincolante per Londra. Nondimeno, Theresa May si prenderebbe una responsabilità politica enorme se decidesse di imporre la volontà di Londra contro un voto di segno diverso di Edimburgo, cosa mai avvenuta.

Il tempo stringe, e si rischia un nuovo referendum

"Siamo a tre minuti dalla mezzanotte", ha tuonato Sturgeon, "devono decidere se vogliono ignorare il punto di vista del Parlamento scozzese o tenerne conto e fare il grosso sforzo di trovare un accordo e appianare le differenze che restano tra noi". Mancano infatti poche settimane perché la Camera dei Comuni dia il voto definitivo sulla Brexit Bill. Se ciò avvenisse, Holyrood approverebbe una 'Brexit Bill' concorrente già scritta e la questione finirebbe di fronte alla Corte Suprema (sulla quale, ha rivelato il Guardian, Theresa May starebbe già facendo pressione perché la dichiari illegittima). David Lidington, capo di gabinetto di May, sta cercando una sponda negoziale in Richard Leonard, il capo dei laburisti inglesi, perché provi a portare l'agguerrita premier a più miti consigli. Il timore è che Nicola Sturgeon stia solo attendendo la scusa buona per convocare un secondo referendum sull'indipendenza, dopo quello respinto dagli elettori il 18 settembre 2014. E alzare lo scontro con Londra su una questione epocale come la Brexit potrebbe rivelarsi un'occasione da non perdere.

Da I Miserabili all’eutanasia. L’isola di Guernsey, piccolo avamposto britannico nel canale della Manica, poco distante dalle coste della Normandia, torna ad essere al centro delle attenzioni del mondo. Fino a pochi mesi fa, infatti, l’isola era nota soprattutto per aver ospitato Victor Hugo durante il suo esilio, dal 1855 al 1870. Una lontananza, assai prolifica dal punto di vista letterario, causata dalle accuse dello scrittore nei confronti del “traditore” Napoleone III. In quegli anni lontano da casa, Hugo diede alla luce una delle sue opere più importanti, i Miserabili, iniziato intorno agli anni ’40 del diciannovesimo secolo e completato nella capitale, St Peter Por. Più di 150 anni dopo l’isola torna a far parlare di sé per una proposta, discussa e votata in settimana, che potrebbe rendere Guernsey la prima isola britannica a legalizzare l’eutanasia. Una decisione che secondo il Guardian potrebbe far riaccendere il dibattito nel Regno Unito, già colpito dalla vicenda del piccolo Alfie, tre anni dopo il primo grande rifiuto sul tema del fine vita.

La situazione politica di Guernsey

Dal punto di vista amministrativo l’isola dipende dalla corona britannica ma, allo stesso tempo, non le appartiene. Guernsey è infatti dotata di un governo autonomo presieduto da un primo ministro che esercita il potere esecutivo. Il capo di stato è formalmente il sovrano d’Inghilterra, in quanto Duca di Normandia, ma è un suo delegato a ricoprire la carica di governatore. Il Regno Unito rappresenta Guernsey sia per quanto riguarda la diplomazia internazionale che gli eventi sportivi, a parte quelli che svolgono all’interno del Commonwealth. Sono 800 anni che Guernsey può vantare questa sua indipendenza, con la possibilità di stabilire nuove leggi e tassazioni. Il Parlamento è oggi composto da 40 eletti che non appartengono a nessun partito. Si definiscono, infatti, tutti indipendenti. L’isola, che ha sue banconote e una sua lingua, ha avuto un ruolo preminente durante la seconda guerra mondiale quando venne invasa dai tedeschi e per cinque anni la sua popolazione subì forti privazioni, rigidi coprifuoco ed esecuzioni sommarie. Nel 2018, festeggiato pochi giorni fa, ricorre il 73esimo anniversario dalla liberazione.

La “richiesta” del Primo Ministro

L’emendamento presentato da Gavin St Pier si rifà al cosiddetto modello applicato nell’Oregon, ventuno anni fa, dopo la vittoria di un referendum consultivo. La legge dello stato americano sul suicidio assistito, il cosiddetto Death with Dignity Act, permette di prescrivere dosi letali di farmaci a malati terminali che abbiano i requisiti per farne richiesta. Ovvero devono essere maggiorenni, capaci di intendere e di volere, affetti da malattia terminale con una prognosi che decreta un’aspettativa di vita inferiore ai 6 mesi. Un modello che è stato poi applicato in alti stati americani, in Canada e nella regione australiana di Victoria.

Chi si oppone

Il fronte compatto che si oppone alla legge è  guidato dalla British Medical Association (BMA) e dalla Guernsey Disabilities Alliance. A marzo, il vescovo cattolico di Portsmouth, Philip Egan, ha inviato una lettera alle chiese dell'isola. Il messaggio auspicava che non venissero costruite “cliniche della morte” e faceva appello ai fedeli perché si ribellassero a questa possibilità. Anche per questo St Pier crede che l’esito della votazione non sia affatto scontato. ”L’isola è piuttosto conservatrice” si legge sul Guardian “Ma la discussione sul tema è stata abbastanza matura e civile. La maggioranza delle persone, come raccontano gli ultimi sondaggi nel Regno Unito, sono a favore di una legge che regoli la morte assistita”. Eppure i deputati del Parlamento di Guernsey sono divisi e saranno pochi voti a deciderne il destino. Tuttavia, anche in caso di esito positivo, si tratterebbe solo di un primo passo di un processo che potrebbe durare almeno tre anni. La legge avrà bisogno dell’approvazione del Consiglio privato di sua maestà (Privy Council) e passare per le stanze, finora poco ricettive, di Westminster. Solo in questo modo, infatti, i medici di Guernsey potranno essere sicuri di non venir processati secondo le leggi in vigore a Londra.

La prolungata chiusura dei valichi per Gaza rischia di aggravare la già disastrosa crisi umanitaria in corso, impedendo alla popolazione il rifornimento di beni essenziali come cibo, acqua e carburante. E l’allarme lanciato da Oxfam, dopo i gravissimi fatti degli ultimi giorni.  

"Il valico Kerem Shalom, uno dei pochissimi punti di accesso per i beni e gli aiuti in entrata e uscita da Gaza, dopo essere rimasto danneggiato negli scontri di due giorni fa, al momento è chiuso o aperto solo per il passaggio di pochissimi beni essenziali. – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor di Oxfam Italia per le emergenze umanitarie – Andando avanti così, la popolazione rimarrà presto senza carburante, vitale per l’irrigazione dei pochi campi rimasti, che possono permettere alla popolazione di non morire di fame, così come per la desalinizzazione dell’acqua marina, da cui dipende l’accesso all’acqua potabile del 90% della popolazione di Gaza.

Al momento siamo al lavoro dentro la Striscia per riparare e rendere funzionanti il maggior numero possibile di pozzi, ma non abbiamo un piano B in questa fase. È quindi altissimo il rischio di un ulteriore aumento dei prezzi dei beni alimentari che sarebbe il colpo di grazia per tantissime famiglie”.

Gaza "isolata" da 10 anni

La Striscia di Gaza è sottoposta da oltre 10 anni a un blocco da parte di Israele, che controlla sei dei sette valichi di frontiera del territorio costiero palestinese. Quattro di questi sono stati completamente chiusi da quando, nel 2007, il movimento armato islamico palestinese ha preso il controllo della Striscia, mentre altri due, uno usato solo per il passaggio di persone e un altro per lo scambio di merci, sono aperti e chiusi a discrezione del governo di Tel Aviv. Negli ultimi due giorni, durante gli scontri per la cosiddetta “Marcia del ritorno”, che commemorava la Nakba palestinese, la “catastrofe” araba seguita alla fondazione dello Stato di Israele, l’esercito di Tel Aviv ha ucciso 63 manifestanti e ne ha feriti quasi 3.000.

I dati Onu

Secondo gli ultimi dati appena diffusi dall’Onu, dal 30 marzo sono 104 i palestinesi che sono stati uccisi durante le manifestazioni a ridosso della barriera che circonda e imprigiona la Striscia di Gaza. Di questi, dodici erano minori, bambini. Altri dodici, inclusi due bambini, sono stati uccisi in altre circostanze correlate. L’impressionante numero – riporta il Fatto Quotidiano – di feriti si aggira intorno a 12.600, di cui la metà ricoverati in ospedale, tra cui molti mutilati in gravissime condizioni. Tra questi, il numero di persone che ha subito amputazioni di un arto, o ferite alla testa o al torace, è ancora imprecisato ma dai bollettini medici emergono dati scioccanti.

“Condanniamo fermamente l’uccisione di oltre 60 dimostranti, che si è consumata negli ultimi giorni – ha aggiunto Pezzati – La comunità internazionale deve agire immediatamente per porre fine alle violenze e assicurare un contenimento dell’escalation della crisi. È necessario avviare immediatamente un’indagine indipendente sulle uccisioni avvenute in questi giorni, per accertare le violazioni del diritto internazionale e consegnare alla giustizia i colpevoli”.

La denuncia di Amnesty

E mentre "i militari israeliani hanno ucciso e mutilato manifestanti che non ponevano alcun pericolo per loro” – come denuncia sul proprio sito Amnesty international  il check point di Erez (che collega Gaza a Israele e dunque alla Cisgiordania e da lì alla Giordania e al resto del mondo) è rimasto ermeticamente chiuso e Gaza è senza benzina, senza elettricità, senza acqua potabile, senza servizi di trattamento dei rifiuti, gli ospedali impossibilitati a lavorare, le scorte di emergenza quasi terminate. 

Una squadra israeliana ha deciso di cambiare il proprio nome in onore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Si tratta del Beitar di Gerusalemme, uno dei club più prestigiosi e storici del campionato israeliano, avendo vinto anche quattro titoli nazionali. L'omaggio molto particolare del Beitar avviene in concomitanza dell'inaugurazione della nuova ambasciata americana a Gerusalemme, circondata da un clima di forti tensioni, in quanto è un implicito riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato ebraico. La cerimonia è stata preceduta da violenti scontri al confine tra Israele e la Striscia di Gaza, dove sono morte almeno 60 persone e altre 900 sono rimaste ferite (bilancio, purtroppo, provvisorio).

La squadra quindi adesso si chiamerà Beitar Trump Gerusalemme. Questa la motivazione data dal club con un comunicato sul proprio sito: "Per 70 anni Gerusalemme era in attesa di un riconoscimento internazionale, fino a quando il presidente Donald Trump, con una mossa coraggiosa, ha riconosciuto Gerusalemme come la capitale eterna di Israele".

La Casa Bianca ha eliminato la posizione di coordinatore della cybersicurezza, un ruolo nato pochi anni fa e che sembrava destinato a essere sempre più di rilievo, vista anche la quantità ed entità di cyberattacchi registratisi negli ultimi due anni negli Usa e altrove.

Ma dopo che la scorsa settimana il coordinatore in carica, Rob Joyce, aveva lasciato – come già preannunciato un mese fa – per tornare nella sua precedente agenzia, la Nsa, l’amministrazione Trump ha fatto sapere che non verrà sostituito. Quel posto è infatti saltato, con la giustificazione di migliorare l’efficienza, ridurre la burocrazia e aumentare la trasparenza, ha comunicato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale (National Security Council), l’organo che assiste il presidente americano su questioni di sicurezza. 

 La posizione di coordinatore cyber era stata istituita dall’amministrazione Obama con l’idea di armonizzare le politiche governative su sicurezza, difesa e guerriglia digitale. La decisione di eliminare il ruolo ha lasciato perplessi molti addetti ai lavori, oltre che vari politici.  

Dietro la decisione ci sarebbe Bolton

“Non vedo come far fuori il più importante ruolo cyber nella Casa Bianca possa contribuire a proteggere meglio questo Paese da minacce digitali”, ha scritto in una serie di tweet il senatore democratico Mark Warner, ricordando anche le possibili minacce provenienti da Iran e Cina, oltre che dalla Russia.

Quante persone Trump ha cacciato dalla sua squadra 

Secondo retroscena riportati dalla rivista Politico, dietro il taglio della funzione ci sarebbe John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, che già era riuscito nell’intento di far mandare via, lo scorso mese, il capo di Joyce, il consigliere per la sicurezza nazionale Tom Bossert, che supervisionava il suo lavoro sulla cyber.

La Casa Bianca sminuisce la minaccia

Secondo il Washington Post, Bolton non voleva poteri in competizione nell’apparato di sicurezza nazionale. E soprattutto, la decisione di eliminare il ruolo rientrerebbe in una serie di passaggi dell’amministrazione Trump che sembrano sminuire l’importanza della questione cybersicurezza.

Tra questi, il fatto che la Casa Bianca non abbia ancora presentato un piano coerente per proteggere il sistema elettorale in tempo per le elezioni di medio termine. Il ricordo degli attacchi informatici contro i democratici nel 2016, la campagna di disinformazione o propaganda sui social da parte russa, e la scoperta di violazioni nei sistemi elettorali di alcuni Stati (che però non avrebbero prodotto alcuna alterazione del voto) hanno generato un alto livello di allerta e preoccupazione a Washington.

Fine di un'accoppiata vincente

Bossert e Joyce erano una accoppiata piuttosto forte e orientata in modo aggressivo sulle questioni cyber. Il primo ha spinto per l’attribuzione del ransomware Wannacry – che nel maggio 2017 colpì innumerevoli Paesi mandando in tilt vari ospedali britannici – alla Corea del Nord. Del resto, “stare fermi non è più un’opzione”, aveva detto Bossert presentando l’ordine esecutivo sulla cybersicurezza firmato da Trump nel maggio 2017 che chiedeva a tutte le agenzie federali di rivedere la propria sicurezza. Joyce dal suo canto proveniva dalla Nsa dove aveva gestito l’unità di hacker d’elite nota come TAO (Tailored Access Operations), dedicata ad infiltrarsi in reti e computer. 
 
Secondo Wired, i due avrebbero contribuito a spingere per una presa di posizione più netta nei confronti delle operazioni cyber della Russia, culminata in alcuni provvedimenti e sanzioni presi lo scorso marzo dal dipartimento del Tesoro contro vari individui e organizzazioni russe (incluse la ormai famigerata fabbrica di troll, Internet Research Agency). Non è chiaro dunque come proseguirà la politica americana sulla cybersicurezza ora che i due sono usciti di scena e con loro lo stesso ruolo di coordinatore cyber.

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