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Anonymous si schiera a sostegno delle proteste scoppiate negli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd. In un video pubblicato sull’account Twitter ufficiale dei cyberattivisti il gruppo, dopo aver elencato decine di episodi in cui la polizia americana si sarebbe macchiata di crimini contro i cittadini, annuncia una vasta operazione in cui promette di smascherare poliziotti e politici coinvolti in questo e altri episodi di violenza hackerando siti istituzionali e profili delle forze dell’ordine.

Anonymous message for the American Spring.

#Anonymous #JusticeForGeorgeFloyd #ICantBreathe #BlackLivesMatter pic.twitter.com/LY6XldgdNp

— Anonymous (@YourAnonCentral)
May 31, 2020

Il video, della durata di due minuti, è stato visto oltre mezzo milione di volte in poche ore solo sui canali ufficiali del gruppo di hacker. Ma sono centinaia di migliaia le volte in cui è stato condiviso. 

 

AGI – Il governo di Hong Kong, fedele a Pechino, ha assicurato che non cederà alle minacce del presidente americano, Donald Trump, che ieri ha dato l’ordine di revocare lo status speciale dell’ex colonia britannica perché “non più autonoma dalla Cina”.

Il ministro dell’interno, John Lee, ha dichiarato che “gli Stati Uniti non vinceranno” con le loro minacce all’esecutivo locale, che “sta facendo la cosa giusta” appoggiando la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong recentemente approvata da Pechino.

Nel frattempo, la ministra della Giustizia, Teresa Cheng, ha sottolineato che “Trump non ha una base legale” per eseguire le misure che ha ordinato, secondo la stazione televisiva e radiofonica pubblica di Hong Kong (Rthk). “La città è pronta ad affrontare possibili sanzioni” e l’esecutivo sta lavorando a un “piano di emergenza” nel caso in cui gli Stati Uniti ritirino lo status speciale concesso a Hong Kong, ha invece annunciato il segretario alle Finanze, Paul Chan.

I manifestanti pro-Pechino si sono radunati davanti al consolato degli Stati Uniti a Hong Kong per protestare contro cio’ che considerano “l’interferenza di Washington negli affari interni della Cina”. Nonostante l’allerta rossa per una tempesta attesa, i sostenitori del governo centrale hanno organizzato due piccole manifestazioni fuori dall’edificio. Alcuni hanno assicurato che “la Cina non cederà alle intimidazioni”, mentre altri hanno esortato altri Paesi a non arrendersi a Washington.

Nel frattempo, il movimento democratico della città continua a preparare la sua strategia e oggi la formazione Demosisto ha chiesto alla comunità internazionale di appoggiare gli Stati Uniti. “Chiediamo a più alleati internazionali di sostenere Hong Kong. Le azioni sono più forti delle parole. Oltre a opporsi alla legge, è importante stabilire strumenti per fare pressione su Pechino”, ha detto il segretario generale del partito, Joshua Wong. “Se non si fa nulla e la legge sulla sicurezza nazionale verrà attuata a Hong Kong, sarà un incubo. Le sanzioni sarebbero un male minore”, ha aggiunto l’ex segretario generale del gruppo, Nathan Law. 

AGI – Un agente del Servizio di protezione federale di Oaklanda, in California, è stato ucciso e un altro è rimasto ferito a colpi d’arma da fuoco nelle proteste per la morte di George Floyd, l’afroamericano morto lunedì scorso a 46 anni sotto il ginocchio dell’agente Derek Chavin. Lo riporta la Cnn. Almeno 7.500 persone sono scese nelle strade della città per manifestare, ha riferito il dipartimento di polizia di Oakland alla Cnn. “Due agenti dei Servizi di protezione federale di stanza all’edificio federale di Oakland Down Town hanno subito ferite da arma da fuoco. Sfortunatamente, uno non ce l’ha fatta“, ha detto il dipartimento di polizia. Il servizio federale di protezione, che rientra nel dipartimento di sicurezza nazionale, fornisce servizi di sicurezza e di contrasto presso le strutture del governo degli Stati Uniti. 

Nelle scorse ore un ragazzo di 19 anni ucciso a Detroit, vicino a un grande raduno di manifestanti a Cadillac Square. 

Qualcuno in una Dodge Durango grigia ha sparato in mezzo alla folla, colpendo il diciannovenne, secondo la polizia. L’assassino è fuggito dalla scena del crimine; la vittima è stata trasportata all’ospedale, dove è stata dichiarata morta. La polizia ha detto che le circostanze della sparatoria sono sotto inchiesta.​ La sparatoria è avvenuta mentre un reporter di Detroit News stava facendo un video della protesta in diretta su Facebook. Nel video si sentono gli spari, che spingono le persone a scappare dalla zona, mentre altri chiamano la polizia per chiedere aiuto.
“E’ iniziata in modo pacifico e la stragrande maggioranza dei manifestanti è venuta qui con le migliori intenzioni e li applaudo per aver voluto farsi sentire”, ha detto Craig in un’intervista telefonica al Detroit News. “Ma la situazione è stata aggravata da un piccolo gruppo”.

La situazione si è fatta tesa quando gli agenti vicino a Randolph e al Congresso si sono messi in fila mentre i manifestanti si avvicinavano, a braccia alzate, gridando “mani in alto, non sparate”. Gli agenti durante quello che sembrava essere un faccia a faccia hanno fatto indietreggiare la fila. I manifestanti hanno lanciato bottiglie mentre altri si sporgevano dai piani superiori di un parcheggio. La polizia ha lanciato i gas lacrimogeni sui manifestanti.

Il Pentagono allerta la polizia militare

L’arresto del poliziotto che soffocò Floyd durante l’arresto, non ha, dunque, placato le tensioni. E il Pentagono, con un raro passo, mette in allerta la polizia militare per andare a Minneapolis. I soldati di Fort Bragg in North Carolina e Fort Drum a New York, due delle basi più importanti del corpo della Polizia Militare dell’esercito americano, hanno ricevuto l’ordine di essere pronti a partire entro quattro ore, se chiamati. Ai soldati di Fort Carson, in Colorado, e di Fort Riley, in Kansas, è stato detto di essere pronti entro 24 ore. Lo hanno rivelato ad Ap fonti protette dall’anonimato.

I precedenti

Si chiama Insurrection Act la legge, del 1807, che consente di impiegare l’esercito sul suolo americano per motivi di ordine pubblico. Un passo raro ma non inedito. L’ultima volta che i militari furono schierati per sedare le proteste fu nel 1992, in California, contro i manifestanti per il caso Rodney King.

King era un tassista nero di 27 anni, picchiato dalla polizia di Los Angeles nel 1991. Quattro agenti finirono sotto processo e furono assolti il 29 aprile 1992. La sentenza innescò la “rivolta di Los Angeles”: cinque giornate di scontri che si conclusero il 3 maggio. Rodney King è morto 20 anni dopo, a 47 anni, nel 2012: fu trovato annegato sul fondo di una piscina. La morte fu archiviata come fatto accidentale.

Spari contro le forze dell’ordine a Minneapolis

Il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Minnesota scrive su Twitter che sono stati sparati dei colpi contro le forze dell’ordine vicino al 5 distretto di Minneapolis. Nel post, la polizia precisa che nessun agente e’ stato ferito. “Lasciate la zona o sarete arrestati”, ha detto il tweet. ​

Gli altri tre poliziotti coinvolti nella vicenda di Floyd non sono stati ancora arrestati ma sono sotto indagine. Dalle testimonianze locali, in particolare quella del vice presidente del consiglio comunale, Andrea Jenkins, è emerso che Floyd e Chauvin, si conoscevano molto bene perché avevano lavorato insieme per diversi anni nella sicurezza di un night club. 

Il governatore del Minnesota: “Situazione incredibilmente pericolosa”

La situazione a Minneapolis rimane “incredibilmente pericolosa”, mentre le proteste continuano in città, ha detto il governatore del Minnesota Tim Walz in una conferenza stampa poco dopo le 1 di notte ora locale. Varie polizie stanno rispondendo ai disordini in tutta la città, dopo che un certo numero di manifestanti ha ignorato il coprifuoco fissato dal governo dello stato alle 20.00.

“Questo è il più grande dispiegamento civile nella storia del Minnesota”, ha detto Walz. Secondo il governatore, gli agenti non possono arrestare le persone solo perche’ sono in strada. “Questa è un’operazione che non è mai stata fatta in Minnesota”, ha aggiunto Walz.

Poi, l’appello su Twitter: “Cittadini del Minnesota, vi prego tornate a casa”. “È il momento di riportare la pace nelle nostre strade e nei nostri quartieri. La situazione è diventata pericolosa per i cittadini e per le forze di primo intervento”.

Cosa dice l’autopsia su Floyd

L’autopsia su George Floyd ha accertato che “non ci sono elementi fisici che supportano una diagnosi di asfissia traumatica o di strangolamento“. Secondo il referto, riportato dai media americani, “gli effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, delle sue patologie pregresse e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo hanno probabilmente contribuito alla sua morte”.
Ma la famiglia di Floyd, morto dopo che un agente bianco gli ha tenuto un ginocchio sul collo per 8 minuti e 53 secondi mentre era a terra, vuole una autopsia indipendente, spiega l’avvocato dei Floyd, secondo il quale i familiari della vittima non si fidano delle autorità di Minneapolis.

Le parole di Trump​

L’attenzione resta alle stelle anche a causa di alcuni precedenti tweet del presidente, Donald Trump, che dopo aver promesso giustizia per la vittima, ha usato parole di fuoco contro quelli che ha definito i “criminali” che hanno commesso atti vandalici e saccheggi e ha minacciato l’uso della forza.

Casa Bianca in lockdown

Intanto le agitazioni hanno costretto la Casa Bianca al lockdown. I servizi segreti, per sicurezza, hanno deciso di chiudere la residenza presidenziale Usa anche alla stampa dotata di ‘hard pass’.

Stato d’emergenza in Georgia, mentre in tre città del Minnesota è stato imposto il coprifuoco. ​Bloccata dai manifestanti la Freeway 101 di Los Angeles, una delle principali arterie della città. La polizia di Los Angeles ha invitato, anche vi Twitter, i residenti e chi lavora in zona ad andarsene: “Abbiamo dichiarato illegale il raduno in tutto il centro di Los Angeles. Dala Freeway 10 alla 101 e dalla 110 fino ad Alameda. 

Nella capitale americana i manifestanti hanno sfilato pacificamente sulla 14esima strada, vicino alla Casa Bianca, mentre a New York si sono radunati davanti al Barclays Center di Brooklyn. 

Casa Bianca vs Minneapolis

Poche ore dopo la notizia che il commissariato numero tre a Minneapolis era stato dato alle fiamme ed evacuato “per la sicurezza del personale”, Trump se l’era presa con il sindaco “di estrema sinistra”, Frey, accusandolo di “debolezza” e avvertendolo di “riportare la situazione sotto controllo” altrimenti invierà la Guardia nazionale.

A stretto giro è arrivata la risposta del primo cittadino, che in precedenza aveva definito a sfondo razziale l’omicidio Floyd. Ribadendo di essere deciso a “non tollerare” il proseguimento di atti vandalici, Frey ha respinto al mittente le accuse di carenza di leadership: “Debolezza è puntare il dito contro qualcun altro in un momento di crisi. Donald Trump non sa nulla della forza di Minneapolis, supereremo questo momento difficile”.

Ma a scatenare la polemica e anche la decisa reazione di Twitter sono state altre affermazioni contenute nel cinguettio di Trump. “Questi criminali stanno disonorando la memoria di George Floyd”, ha scritto il capo della Casa Bianca, esprimendo anche il pieno appoggio dell’esercito al governatore del Minnesota, Tim Walz, il quale ha firmato l’ordine con cui attiva l’intervento della Guardia nazionale. “Quando iniziano i saccheggi, si inizia anche a sparare”, ha concluso Trump, di fatto ventilando l’uso della forza contro i manifestanti responsabili degli atti vandalici.

Questa sua ultima esternazione gli è costata una nuova ‘segnalazione’ da parte di Twitter. Il social network guidato da Jack Dorsey ha marcato il post del presidente, oscurandolo parzialmente, perché ritenuto contrario alle regole di utilizzo del social network e un’incitazione alla violenza.

Il tweet non è stato oscurato del tutto, “poiché potrebbe essere di pubblico interesse”, ma la mossa di Twitter è destinata a rinfocolare lo scontro già acceso con la Casa Bianca. Trump ha poi precisato, sempre su Twitter, che ha parlato di un fatto, non di un’affermazione con il desiderio che accada.

AGI – Angela Merkel snobba apertamente Donald Trump. La cancelliera non andrà di persona a Washington per partecipare al prossimo G7, e questa volta lo scontro, al di là delle formule utilizzate, appare plateale. “Ad oggi, in considerazione della situazione complessiva della pandemia”, la cancelliera “non può accordare la sua partecipazione personale al vertice”, ossia “non viaggerà a Washington”, ha annunciato il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert.

Il presidente Usa aveva lanciato per fine giugno un summit delle sette nazioni piu’ industrializzate del globo da tenersi nella capitale statunitense come “segno di una normalizzazione” dopo la fase più acuta del coronavirus. In un primo momento l’idea era di fissare l’incontro – reale, non in videoconferenza – a Camp David, dal 10 al 12 giugno: progetto abbandonato a causa dell’evoluzione della pandemia a favore di un vertice ‘in remoto’.

Poi, lo scorso 20 maggio, Trump a sorpresa ha rilanciato l’opzione di un vertice ‘dal vivo’, come segno della ripartenza degli Usa e degli altri Paesi. Tra i vari leader, il premier britannico Boris Johnson – con una telefonata al presidente americano – ha deciso ieri di accettare l’invito al summit – che dovrebbe tenersi intorno al 25 giugno – dopo che erano già arrivate le conferme di massima da parte del capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, e dei primi ministri del Giappone e del Canada, Shinzo Abe e Justin Trudeau.

Trump è furioso per il rifiuto della cancelliera

Mentre BoJo ha sottolineato “l’importanza dei incontrarsi al G7”, Trudeau ha ribadito la necessità “di avere come priorità la sicurezza” per la salute, laddove Macron ha voluto specificare che parteciperà “se le condizioni di salute lo permettono”.

Una formula analoga e’ stata utilizzata dal presidente del Consiglio Ue, Charles Michel. Ora, la scelta della cancelliera tedesca sembra non esser passata inosservata a Washington. “Trump è furioso per la riluttanza di Merkel a partecipare al summit”, riferisce Politico, che cita anche “un alto funzionario Usa”, il quale a condizione di anonimato rivela che il capo della Casa Bianca e la cancelliera avrebbero avuto “accesi contrasti su temi tra cui la Nato, il gasdotto Nord Stream 2 tra la Russia e la Germania nonché le relazioni con la Cina” nel corso di una conversazione telefonica dei giorni scorsi.

Da parte sua, in un primo momento Merkel aveva lasciato aperta la questione della propria partecipazione al G7: “In qualsiasi forma si tenga l’incontro”, aveva dichiarato la cancelliera il 20 maggio, “io lotterò in ogni caso per il multilateralismo. Questo è chiarissimo. Sia al G7 che al G20”.

Oggi “no” forte e sonante, per un summit che nelle intenzioni di Trump dovrebbe tenersi nella stessa Casa Bianca. È un fatto che la contrapposizione tra Berlino e Washington si apra su fronti ogni giorno più ampi. Oggi è stato il ministro alla Salute tedesco Jens Spahn a ribadire in modo netto la propria contrarietà alla linea di Trump sull’Oms, definendo “un deludente passo indietro per la politica sanitaria internazionale” il ritiro degli Usa dall’Organizzazione mondiale della Sanità annunciata ieri dal presidente Usa.

“Per avere un futuro, l’Oms ha bisogno di riforme”, afferma Spahn in un messaggio diffuso in tedesco, inglese e francese su Twitter, aggiungendo che “l’Europa si deve impegnare con più forza, anche dal punto finanziario” e che questa sarà “una delle priorità” durante la presidenza tedesca del Consiglio Ue, che prende il via il primo luglio.

AGI – Minneapolis continua a bruciare di rabbia per l’uccisione lunedì scorso, durante un fermo di polizia, del 46enne afroamericano George Floyd, soffocato da un agente.

Il presidente Usa, Donald Trump, dopo aver promesso giustizia per la vittima, ha usato parole di fuoco contro quelli che ha definito i “criminali” che hanno commesso atti vandalici e saccheggi e ha minacciato l’uso della forza.

Cosa sta succedendo a Minneapolis

Centri commerciali devastati, auto ed edifici (almeno cinque) incendiati, strade invase dai lacrimogeni, collegamenti pubblici sospesi e persino un distretto di polizia dato alle fiamme sono le immagini che riassumono la terza notte di scontri tra manifestanti e polizia nella città del Minnesota.

Proteste più o meno violente sono esplose anche in zone limitrofe: nella vicina St. Paul, gli agenti hanno usato i lacrimogeni e oltre 170 attività commerciali sono state danneggiate, portando la Guardia nazionale a mobilitare oltre 500 uomini su entrakmbe le sponde del fiume Mississippi.

Ma dalla ‘Purple City’ del Minnesota, la città in cui nacque Prince, la protesta è dilagata anche altrove negli Stati Uniti, da Memphis a Los Angeles: a New York la tensione è stata piuttosto alta, con la polizia che ha effettuato oltre 40 fermi di persone accusate, tra le altre cose, di possesso illegale di armi.

La rivolta ricorda da vicino quella esplosa a Ferguson nel 2014, dopo la morte del diciottenne Michael Brown, l’episodio che ispirò il movimento Black Lives Matter.

Trump contro il sindaco “di estrema sinistra”

Poche ore dopo la notizia che il commissariato numero 3 a Minneapolis era stato dato alle fiamme ed evacuato “per la sicurezza del personale”, Trump postato un tweet di fuoco contro il sindaco “di estrema sinistra”, Jacob Frey, accusandolo di “debolezza” e avvertendolo di “riportare la situazione sotto controllo” altrimenti invierà la Guardia nazionale.

A stretto giro è arrivata la risposta del primo cittadino, che in precedenza aveva definito a sfondo razziale l’omicidio Floyd. Ribadendo di essere deciso a “non tollerare” il proseguimento di atti vandalici, Frey ha respinto al mittente le accuse di carenza di leadership: “Debolezza è puntare il dito contro qualcun altro in un momento di crisi. Donald Trump non sa nulla della forza di Minneapolis, supereremo questo momento difficile”.

Cosa c’entra Minneapolis com Twitter

Ma a scatenare la polemica e anche la decisa reazione di Twitter sono state altre affermazioni contenute nel cinguettio di Trump. “Questi criminali stanno disonorando la memoria di George Floyd”, ha scritto il capo della Casa Bianca, esprimendo anche il pieno appoggio dell’esercito al governatore del Minnesota, Tim Walz, il quale ha firmato l’ordine con cui attiva l’intervento della Guardia nazionale.

“Quando iniziano i saccheggi, si inizia anche a sparare”, ha concluso Trump, di fatto ventilando l’uso della forza contro i manifestanti responsabili degli atti vandalici. Questa sua ultima esternazione gli è costata una nuova ‘segnalazione’ da parte di Twitter. I

l social network guidato da Jack Dorsey ha marcato il post del presidente, oscurandolo parzialmente, perché ritenuto contrario alle regole di utilizzo del social network e un’incitazione alla violenza. Il tweet non è stato oscurato del tutto, “poiché potrebbe essere di pubblico interesse”, ma la mossa di Twitter è destinata a rinfocolare lo scontro già acceso con la Casa Bianca.

Il caso Floyd

Sul caso Floyd, i procuratori hanno promesso un’indagine “rapida” pur di allentare la tensione. Su tutti i notiziari negli Usa continuano a passare le immagini sconvolgenti dell’arresto, avvenuto lunedì sera: uno dei quattro agenti,il 44enne Derek Chavin, tiene bloccato a terra l’afroamericano, premendo il ginocchio sul collo, mentre l’uomo continua a ripetere “non respiro, amico, non respiro, sento male dappertutto, io resto fermo, ma non farmi morire”.

Ricoverato in ospedale, Floyd è morto dopo un’ora. I quattro agenti, subito licenziati, sono ancora a piede libero e i manifestanti vogliono il loro arresto. Per ora, non sono state formalizzate accuse contro i poliziotti, alcuni dei quali hanno a loro carico segnalazioni da parte degli affari interni del diaprtimento di polizia.

I quattro agenti hanno invocato il diritto al quinto emendamento contro l’autoincriminazione, temendo la vendetta dei detenuti afroamericani, una volta in carcere. Trump ha confermato l’intervento dell’Fbi sul caso e di averne parlato con il procuratore generale William Barr, ma questo non ha raffreddato la rabbia.

La commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti ha chiesto al dipartimento guidato da Barr di investigare, sottolineando che il governo federale ha un ruolo cruciale nel promuovere una cultura della responsabilità all’interno di tutte le forze dell’ordine. 

AGI Per la Gran Bretagna la nuova legge sulla sicurezza nazionale che Pechino vuole imporre a Hong Kong rappresenta un rompicapo politico: da una parte c’è la necessità di difendere l’autonomia della sua ex colonia, dall’altro Londra non vuole mettere a repentaglio i ricchi affari che la vedono prima in Europa per investimenti cinesi, con un totale che negli ultimi cinque anni ha superato l’intero trentennio precedente.

Cosa dice il patto tra Cina e Gran Bretagna?

Da Downing Street finora è arrivata solo l’assicurazione che si monitora “strettamente” la situazione e che il governo “si aspetta che la Cina rispetti i diritti, le libertà e l’alto livello di autonomia di Hong Kong” sancita dal sistema “un Paese, due sistemi“. Quell’impegno fino al 2047, data del passaggio sotto la piena sovranità cinese, era alla base dell’accordo del 1997 tra Regno Unito e Cina, il cosiddetto ‘handover’ che sanci’ il passaggio di Hong Kong da protettorato britannico a regione amministrativa speciale nella sfera di influenza di Pechino.

Che ne sarà dei cinesi con passaporto britannico?

Il premier, Boris Johnson, ha fatto filtrare la notizia che nel caso di una stretta ulteriore su Hong Kong la Gran Bretagna ha un piano per accogliere come profughi centinaia di migliaia di cittadini dell’ex colonia.

Si tratta di almeno 315.000 persone, tra coloro che detengono un passaporto britannico (categoria Overseas) e i loro familiari, a cui verrebbe data la possibilità di risiedere nel Regno Unito.

Ma solo l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, il conservatore Chris Patten, ha alzato i toni per denunciare che “la Cina ha tradito gli abitanti Hong Kong” e ha avvertito che la Gran Bretagna ha “un dovere morale, economico e giuridico” di difenderli senza più deferenze a Pechino inseguendo l'”illusione” di chissà quali tornaconti economici.

Perché Boris Johnson non ha ancora parlato?

Molte voci si sono levate per chiedere però una reazione forte di BoJo alla stretta decisa da Pechino, in linea con quella dell’Amministrazione Trump e del Congresso Usa. Un’Ong per i diritti umani basata a Londra, Hong Kong Watch, ha lamentato che la risposta di Downing Street alla legge sulla sicurezza nazionale è stata “claudicante, inutile e quasi un copia e incolla delle precedenti prese di posizione”, “totalmente inadeguata alla gravità della situazione”.

La Gran Bretagna potrebbe cercare si fare pressioni su Pechino avvertendo che la distruzione delle libertà di Hong Kong rischiano di comprometterne la peculiarità economica che ha un grande valore per la stessa Cina, o che l’ultimo tentativo di mettere il bavaglio all’ex colonia, nel 2003, fu fermato dalle proteste di piazza.

Qual è la risposta di Londra a Washington?

Londra potrebbe anche assecondare i piani Usa di rivedere lo status commerciale privilegiato per Hong Kong, adombrati dal segretario di Stato, Mike Pompeo, portando questo tema al G7 di Washington a giugno.

Nel complesso, però, Johnson non sembra disposto a seguire Trump sulla strada dello scontro con la Cina, che il presidente Usa in piena campagna per la rielezione ha trasferito dall’arena dei dazi a quella dei diritti umani e dei rapporti con Hong Kong e Taiwan.

Anche se non siamo più nell’era d’oro nelle relazioni tra Londra e Pechino inaugurata da David Cameron nel 2015, nelle ultime settimane l’ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming, ha incontrato il Cancelliere dello Scacchiere, il ministro della Salute e il vice consigliere per la sicurezza nazionale britannici, a dimostrazione che il dialogo resta costante.

Lo stesso Liu, parlando a 1.500 imprenditori britannici, ha descritto Gran Bretagna e Cina come “gli alfieri del libero commercio e della globalizzazione oltre il Covid-19”. Secondo alcuni osservatori la Global Britain di cui ha parlato Johnson per il dopo-Brexit nei prossimi anni potrebbe finire al centro di un corteggiamento contrapposto di Usa e Cina per attirarla nella propria sfera di influenza economica. E in quel caso Hong Kong potrebbe far parte dell’altissima posta in gioco. 

AGI – Donald Trump vara la stretta sui social accusati essere un monopolio e di fare politica contro i conservatori. “Siamo qui per difendere la libertà di parola”, ha dichiarato il presidente americano, firmando l’ordine esecutivo che mira a togliere lo scudo penale alle piattaforme accusate di censura.

“Un piccolo gruppo di potenti social media in monopolio controlla una vasta porzione di tutte le comunicazioni pubbliche e private negli Stati Uniti”, ha attaccato il tycoon, denunciando “un potere incontrollato nel censurare, ridimensionare, editare, delineare, nascondere, alterare virtualmente ogni forma di comunicazione tra privati cittadini o con audience ampie di pubblico”.

“Non vi sono precedenti nella storia americana – ha proseguito – di un simile esiguo gruppo di società che controlla una sfera così ampia dell’interazione umana”. Il decreto è scattato dopo lo scontro con Twitter che ha marcato due post del presidente come potenzialmente fuorvianti.

“Non possiamo consentire che questo vada avanti – ha spiegato l’inquilino della Casa Bianca – e tutti penso siano d’accordo, compresi i democratici”. Il decreto di Trump modifica la sezione 230 del “Communications Decency Act”, una legge del 1996 che garantisce immunità penale alle piattaforme digitali rispetto ai contenuti pubblicati da terze parti.

Poiché per emendare una legge occorre il via del Congresso, lo stesso presidente americano ha previsto che ci saranno una raffica di ricorsi in tribunale contro il suo decreto ma ha ostentato fiducia sul verdetto finale.

“Le loro sono decisioni editoriali – ha argomentato Trump – in questi casi Twitter cessa di essere una piattaforma neutrale diventando un editore con un punto di vista. E ciò si può dire di altri”, come Google o Facebook. Il presidente, durante la cerimonia di firma del decreto era affiancato dal fidato Guardasigilli William Barr.

Twitter segnala un altro post su Minneapolis

Twitter torna a segnalare un post di Donald Trump. Il social network ha marcato un post del presidente degli Stati Uniti oscurandolo parzialmente perché ritenuto contrario alle regole di utilizzo del social network. Il tweet però non è stato oscurato del tutto “poiché potrebbe essere di pubblico interesse”.

Il tweet che rischia di accendere un nuovo fronte tra i social e la Casa Bianca è quello in cui Trump, riferendosi ai disordini di Minneapolis, ha scritto: “Quando iniziano i saccheggi, si inizia anche a sparare”. Secondo le regole del social la frase è un incitamento alla violenza.

La sezione 230 modificata da Trump

Il decreto dispone che il dipartimento del Commercio presenti una petizione presso la Federal Communications Commission (Fcc), l’autorità statunitense sulle tlc, perché definisca il raggio di azione della ‘sezione 230’ che, a detta del presidente, potrebbe “venire rimossa o totalmente modificata”. Viene inoltre ordinato alle agenzie governative di tagliare gli investimenti pubblicitari sui social media e alla Fcc di raccogliere le accuse di censura o faziosità perché vengano valutate.

Il capo della Fcc, Ajit Pai, ha già fatto sapere che la sua commissione “valuterà con attenzione” la richiesta del governo. Già lo scorso anno Trump aveva creato uno strumento per riportare comportamenti scorretti da parte delle piattaforme web.

In un’intervista a Fox News, il patron di Facebook, Mark Zuckerberg, ha definito in linea di principio “una reazione non giusta, da parte del governo, censurare una piattaforma perché si è preoccupati della censura”.

Nella conversazione Zuckerberg ha anche criticato la piattaforma rivale per aver “segnalato” i due tweet presidenziali. “Credo fortemente che Facebook – ha affermato – non debba essere l’arbitro della verità di tutto ciò che la gente dice online. In generale le società private, specialmente queste piattaforme, probabilmente non dovrebbero essere nella posizione di farlo.

Per approfondire: Cosa può succedere ora ai social? 

Trump non può “chiudere” un social network. Ma può rendergli la vita molto difficile. Ed è quello che sta provando a fare con un provvedimento che potrebbe riscrive le regole delle responsabilità da assegnare alle piattaforme. Da anni il presidente degli Stati Uniti accusa i social di censurare la voce dei conservatori. Adesso, dopo l’ultimo bisticcio con Twitter (reo di aver segnalato un cinguettio presidenziale come non attendibile), si passa dalle minacce alle carte bollate. Lo strumento scelto è un ordine esecutivo.

This will be a Big Day for Social Media and FAIRNESS!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
May 28, 2020

Secondo la bozza, letta da Reuters e Washington Post, l’obiettivo è ritoccare la “Sezione 230” del Communications Decency Act, che afferma: “Nessun fornitore di un servizio informatico interattivo può essere considerato l’editore di qualsiasi informazione pubblicata da un altro fornitore di contenuti informativi”.

 

In sostanza, queste poche parole permettono a Twitter, Facebook e Google di non accollarsi la responsabilità di tutto ciò che viene postato dagli utenti. è chiaro quindi che mettere le mani su questa norma potrebbe minare alle basi la tenuta dei social network. Dipende da quanto intenso sarà l’intervento, che sarà demandato alla Federal Communications Commission. Dire che le piattaforme sono responsabili di tutto, come lo è un giornale per ogni articolo pubblicate, renderebbe la situazione ingestibile. Non solo per i social ma anche per le attività economiche che ci girano attorno.

Ma è improbabile che si vada in questa direzione. Si potrebbe invece rendere più semplice portare Zuckerberg o Dorsey in tribunale. Anche in questo caso, molto dipenderebbe dai dettagli: allargare molto le maglie vorrebbe dire intasare le società di cause, anche perchè il concetto di “censura” invocato da Trump è sfumato.

Twitter rompe per la prima volta la ‘neutralità’ dei social

Non è un caso che i social abbiano sempre rigettato l’idea di considerarsi ‘editori’ dei contenuti pubblicati, rispondendone in toto dal punto di vista legale. Zuckerberg lo ha detto chiaramente durante le sue audizioni al Congresso americano nel 2018 (“Siamo in parte responsabili di ciò che viene pubblicato, ma non produciamo contenuti”, disse allora).

E lo scorso febbraio lo ha ribadito alla Security Conference di Monaco, dove ha definito Facebook come qualcosa a metà tra un giornale tradizionale e una telco: non siamo sempre responsabili di ciò che viene pubblicato sulla piattaforma a differenza dei media tradizionali, siamo più simili alle società di telecomunicazioni che veicolano i contenuti attraverso le loro reti, come i dati trasmessi durante una videoconferenza.

Twitter mercoledì scorso ha fatto qualcosa che nessun altro social ha fatto prima: ha segnalato come fuorvianti delle affermazioni del Presidente degli Stati Uniti che in un tweet aveva definito fraudolento il voto via posta. Non era mai accaduto prima.

In quel “Get the facts about mail in ballots” (controlla i fatti riguardo il voto via posta, ndr) ha preso una posizione inedita, per lo meno riguardo alle affermazioni di un profilo ufficiale. E la sua scelta di rompere la ‘neutralità’ dei social rispetto ai contenuti pubblicati potrebbe avere ripercussioni su tutte le aziende del settore. 

Il dibattito sulla ‘Sezione 230’ 

La “Sezione 230” è molto dibattuta. Per gli oltranzisti della libertà di parola, Facebook, Twitter o Google non dovrebbero essere responsabili di nulla. Per i critici, la legge ha (più o meno direttamente) concesso alle piattaforme uno scudo normativo che ha permesso loro di ignorare i rischi legati ai contenuti nocivi. O quantomeno, in assenza di un pungolo, di ritardare gli interventi degli ultimi anni.

La Sezione, d’altronde, è del 1996 e (come si nota sin dal vocabolario utilizzato) non contempla i social network. Il problema quindi, Trump o non Trump, esiste: quell’immunità quasi totale è sta infatti già scalfita con la legge “Fosta-Sesta”, ma solo nei casi di reati a sfondo sessuale. A firmare la legge, nel 2018, è stato Trump, ma su proposta bipartisan del Congresso. 

Le accuse di Trump ai grandi social

Twitter è da sempre la piattaforma più amata dal presidente. Ma questo non ha impedito di includere il sito di microblogging nel trio accusato di censurare i conservatori. I repubblicani, anche nelle audizioni dei ceo al Congresso, hanno chiesto conto a Google, Facebook e Twitter di un presunto “shadow banning”, cioè di un “bando nascosto” che tende a penalizzare la diffusione dei contenuti in base all’orientamento politico.

Tutti hanno sempre negato, imputando alcuni episodi di censura (ammessi dallo stesso Dorsey) come inconvenienti tecnici. Fino a ora, Twitter aveva però difeso in modo integrale la libertà d’espressione di Trump, anche di fronte alle proteste degli utenti che sottolineavano come fosse lo stesso presidente – in alcuni casi – ad alimentare le bufale.

Le sue parole, aveva spiegato Twitter, erano in un certo senso giustificate dal suo ruolo. Il cinguettio, anche se improprio, merita di essere pubblicato per il solo fatto di essere stato scritto dal presidente degli Stati Uniti.

L’accusa di Trump e la replica di Twitter

Neanche questa volta c’è stata una vera “censura”. Twitter rimuove i cinguettii contrari alle regole della piattaforma, ma si limita a bollare quelli discutibili con un link che rimanda ad approfondimenti certificati (una funzione introdotta di recente). Martedì è successo per la prima volta con un post di Trump, che aveva affermato, senza alcuna prova, come il voto per posta avrebbero aumentano le frodi.

Il presidente non ci ha visto più. Ha accusato (sempre via Twitter) le “BigTech” di fare “tutto il possibile” per censurarlo in vista delle elezioni di fine anno. “Ci hanno già provato nel 2016 e hanno perso. Adesso stanno impazzendo”. Twitter ha tenuto il punto: “Vietiamo i tentativi di utilizzare i nostri servizi per manipolare o interrompere i processi civili, anche attraverso la distribuzione di informazioni false o fuorvianti sulle procedure o circostanze relative alla partecipazione” al voto. Cioè proprio il caso di Trump.

La spaccatura con Facebook

Dorsey ha replicato lo stesso concetto in un paio di cinguettii, aggiungendo che “questo non vuol dire essere ‘arbitri della verità’”. Occhio alle virgolette. Perché questa, più che una risposta a Trump è una replica a Mark Zuckerberg. Poco prima, intervistato da FoxNews, il ceo di Facebook si era detto contrario a una soluzione che punisse le piattaforme.

Ma aveva anche evidenziato che a Menlo Park ci sono “politiche diverse” e che preferiscono “non essere arbitri della verità su ciò che le persone dicono online”. Insomma: Trump sbaglia ma Twitter di più. Zuckerberg ha già dettato la sua linea: dialogo e basso profilo, come da un po’ di tempo a questa parte.

Anche perché, in qualunque modo la si pensi, mettersi contro il presidente degli Stati Uniti non è un buon affare: dopo le minacce a mezzo social di Trump, il titolo di Facebook ha perso l’1,32% e nelle contrattazioni di pre-apertura è ancora in rosso; il 27 maggio Twitter ha ceduto il 2,76% e negli scambi che precedono la campana di Wall Street ha perso più del 4%.    

 

Il coronavirus torna a far paura in Corea del Sud con 79 nuovi casi di contagi nelle ultime 24 ore, il livello più alto in un solo giorno dal 5 aprile. Come immediata reazione il governo ha ripristinato i blocchi nell’area metropolitana di Seul, che ospita metà dei 52 milioni di abitanti del Paese. Musei, parchi e gallerie d’arte saranno chiusi di nuovo da venerdì per due settimane, ha annunciato il ministro della Sanità Park Neung-hoo, mentre le aziende sono state esortate a reintrodurre misure quali il lavoro flessibile. 

“Abbiamo deciso di rafforzare tutte le misure di quarantena nell’area metropolitana per due settimane da domani al 14 giugno”, ha detto il ministro. Ai residenti di Seul è anche consigliato di evitare incontri sociali o di andare in luoghi affollati come ristoranti e bar. “Le prossime due settimane sono cruciali per prevenire la diffusione dell’infezione nell’area metropolitana”, ha detto Park, aggiungendo: “Se dovessimo fallire, dovremmo tornare alle misure di distanziamento sociale”. Le restrizioni erano state revocate in tutto il Paese il 6 maggio dopo che l’epidemia sembrava essere stata sotto controllo grazie a una ricetta di fatta di milioni di test sierologici, tamponi e tracciamento dei contagi.

 

La Corea del Sud inasprisce le restrizioni dopo un nuovo picco dei contagi da coronavirus. Tornano i blocchi nell’area metropolitana di Seoul, che ospita metà dei 52 milioni di abitanti del Paese. Musei, parchi e gallerie d’arte saranno chiusi di nuovo da venerdì per due settimane, riferisce il Guardian citando il ministro della Sanità Park Neung-hoo, mentre le aziende sono state esortate a reintrodurre misure quali il lavoro flessibile. “Abbiamo deciso di rafforzare tutte le misure di quarantena nell’area metropolitana per due settimane da domani al 14 giugno”, ha detto, il ministro.

Ai residenti di Seul è anche consigliato di evitare incontri sociali o di andare in luoghi affollati come ristoranti e bar. “Le prossime due settimane sono cruciali per prevenire la diffusione dell’infezione nell’area metropolitana”, ha detto Park, aggiungendo: “Se dovremo fallire, dovremo tornare alle misure di distanziamento sociale.” Le restrizioni erano state revocate in tutto il paese il 6 maggio dopo che l’epidemia sembrava essere stata sotto controllo. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati 79 nuovi casi di contagio, numeri di aumento giornaliero che non si vedevano dal 5 aprile.

Emerge anche un nuovo focolaio in un centro di logistica a Bucheon, città alle porte di Seul, al quale sono collegati 69 casi di contagio riscontrati ieri. Il sindaco della città ha dichiarato di avere identificato oltre 3.600 persone con legami con il centro di logistica, di cui solo una piccola parte sottoposta al test per il coronavirus. 

La Corea del Sud era emersa come un modello a sè nel contrasto all’epidemia di coronavirus, un modello alternativo alle misure messe in campo dalla Cina e fondato su una combinazione di trasparenza, utilizzo delle nuove tecnologie e test a tappeto per evitare il contagio, nonostante sia ancora lontano il momento in cui possa dirsi risolta l’emergenza.

Seul ha fatto tesoro dell’esperienza nella lotta contro l’epidemia di Mers (la sindrome respiratoria acuta del Medio Oriente) che provocò la morte di 38 persone e circa duecento contagi. Nel 2015, quando si verificarono i casi di Mers nel Paese asiatico, il Korea Centers for Disease Control and Prevention si trovò spiazzato, e non in grado soddisfare le domanda di kit per il test sulle persone contagiate, con il risultato che molti malati passavano di ospedale in ospedale in cerca di assistenza, aumentando il numero di persone contagiate.

L’emergenza di allora ha portato a nuove leggi per fronteggiare rapidamente l’eventuale arrivo di una nuova epidemia, eliminando una serie di passaggi burocratici. Già l’anno successivo, il 2016, la Corea del Sud potè testare l’efficacia del sistema in vigore oggi, su una scala molto minore di quella attuale, durante l’epidemia di Zika

Attraverso la collaborazione degli enti statali, dei laboratori privati e delle aziende produttrici è riuscito in poco tempo a mettere in piedi un sistema in grado di fronteggiare l’epidemia, nonostante i cluster di contagi che si verificano nel Paese.

Stazioni mobili per il test, visite nelle abitazioni, e punti di controllo in strada, agli automobilisti, hanno contribuito al successo del modello nazionale. La Corea del Sud è il Paese che ha fatto il maggiore numero di test rispetto al totale della popolazione, superando quota 240 mila in un mese e mezzo. 

Il tempo impiegato per i test è di circa dieci minuti e riduce al minimo l’esposizione agli operatori sanitari e agli altri pazienti, al contrario di quanto avverrebbe in un’ospedale o in una clinica.

Un grosso aiuto nella lotta al coronavirus è poi arrivato dalla tecnologia e dai Big Data, con la diffusione di app che permettono di localizzare aree o edifici dove si trovano persone contagiate: proprio quando i dati sui nuovi contagi subivano un’impennata, una app chiamata “Corona 100m”, ha avuto un boom di download sugli smartphone dei sud-coreani.

Questo tipo di app, sviluppate anche in Cina, e un sistema centralizzato che rende pubblici movimenti e transazioni dei cittadini affetti da coronavirus tramite tecnologia Gps e telecamere di sorveglianza hanno generato perplessità sul rispetto della privacy, ma i funzionari sud-coreani non nascondono un certo orgoglio per il sistema in atto che permette ai cittadini di sapere se sono stati in contatto con persone che hanno contratto la nuova malattia.​

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