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AGI – Italia e Cina sono rappresentanti “eminenti” delle civiltà occidentale e orientale e Pechino è pronta a collaborare per promuovere l’uguaglianza, l’apprendimento reciproco e il dialogo tra le civiltà. Con questo messaggio, inviato nel luglio scorso al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente cinese, Xi Jinping, ha rimarcato i legami culturali tra i Paesi eredi di due grandi imperi dell’antichità, cogliendo l’occasione dell’apertura a Pechino della mostra “Tota Italia – Alle origini di una nazione”.

Il legame culturale tra Italia e Cina, nell’anno del Turismo e della Cultura Italia-Cina, rimane forte e apparentemente inossidabile nel tumulto delle relazioni internazionali, dalla guerra in Ucraina alla questione di Taiwan, passando per i sempre più complessi rapporti di Pechino con gli Stati Uniti e, più in generale, con il blocco occidentale.

Pechino riconosce a Roma un ruolo di primo piano sul piano culturale, ma gli entusiasmi innescati dall’adesione alla “Belt and Road”, la Nuova Via della Seta cinese, appaiono lontani. Era il marzo 2019 quando l’Italia entrava nell’iniziativa di sviluppo infrastrutturale euro-asiatico lanciata proprio da Xi sei anni prima, e già allora non erano mancate le polemiche, sia da Bruxelles che da Washington.

“Non ci sono pasti gratis”, fu il monito della Commissione Europea al 124esimo Paese (e primo del G7) a firmare il protocollo d’intesa con la Cina. L’amministrazione Usa, in particolare l’allora segretario di Stato, Mike Pompeo, si era detta “preoccupata” per l’adesione italiana, e l’arrivo del presidente cinese in Italia per la prima visita di Stato da quando è salito al potere aveva innescato dubbi e polemiche.

Xi venne accolto a Roma con tutti gli onori. Il presidente cinese visitò anche Palermo nei tre giorni di permanenza su suolo italiano – prima volta dal 2011, quando da vice presidente cinese partecipò alle celebrazioni per i 150 anni dall’Unità d’Italia – e la tappa nel nostro Paese rappresentò il culmine delle relazioni bilaterali: nel novembre successivo, a Shanghai, per la China International Import Expo, la fiera delle importazioni inaugurata da Xi due anni prima,  il ministro degli Esteri Luigi Di Maio avrebbe dichiarato che “Italia e Cina non sono mai state così vicine“.

Covid e cooperazione sanitaria

 Quasi un idillio, quello tra Roma e Pechino, trainato in gran parte dai volumi in aumento dell’export italiano diretto verso la Repubblica Popolare, ma l’atmosfera si sarebbe raffreddata solo poche settimane dopo, all’inizio del 2020, apertosi con la pandemia che ha tragicamente unito Cina e Italia, primo e secondo Paese colpiti dall’alto numero di decessi.

Nei primi mesi del nuovo anno, la solidarietà cinese si era manifestata con l’invio di kit sanitari, mascherine e respiratori all’Italia, ma il clima si stava già guastando per i dubbi a livello internazionale sull’origine del coronavirus che sarebbe stato identificato come Sars-CoV-2 e che si stava diffondendo in tutto il mondo.

Alcune sortite da parte cinese hanno fatto inarcare più di un sopracciglio, come quando un portavoce del ministero degli Esteri cinese – Zhao Lijian, noto per i toni duri da “lupo guerriero” in difesa di Pechino – aveva diffuso su internet un video di dubbia provenienza che mostrava un quartiere di Roma da cui si udivano voci in sottofondo di persone che, durante un flash-mob, inneggiavano alla Cina, ringraziandola per l’aiuto dato all’Italia.

Golden Power, gli altolà a Pechino

Le polemiche sull’origine della pandemia rimangono sullo sfondo, mentre l’Italia adotta posizioni sempre più caute verso Pechino. Più delle parole e dei contatti con Washington, l’andamento delle relazioni tra Italia e Cina, dopo la firma del protocollo d’intesa con Pechino sulla Nuova Via della Seta, è dato dalle cifre che riguardano l’utilizzo di uno strumento a disposizione del governo italiano per bloccare l’interesse straniero verso gruppi ritenuti strategici: il Golden Power.

Secondo calcoli citati dall’agenzia Reuters, dalla sua introduzione, nel 2012, il governo italiano ha fermato per sette volte gli interessi stranieri in Italia; in sei di queste, lo strumento anti-acquisizione è stato usato nei confronti di imprese cinesi; di queste sei, cinque volte a farvi ricorso è stato il governo guidato da Mario Draghi.

Gli stop del governo italiano spaziano per vari settori: l’ultimo caso, di quest’anno, riguarda il tentativo di acquisizione del gruppo Robox, con relativo trasferimento della tecnologia, da parte del gruppo Efort Intelligent Equipment, quotato alla Borsa di Shanghai.

Il Golden Power è stato utilizzato, però, anche nell’agroalimentare, con l’altolà alla multinazionale dell’agro-chimico svizzero Syngenta – dal 2017 di proprietà del colosso cinese della chimica ChemChina, poi fusosi con un altro gigante del settore, SinoChem, andando a formare un polo della chimica del valore di 150 miliardi di dollari – per l’acquisto del produttore di sementi Verisem, una “realtà strategica per la sovranità alimentare nazionale”, come l’ha definita, in una nota, il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini.

La Cina come “avversario strategico” 

Gli stop del governo italiano ai gruppi di Pechino hanno attirato l’attenzione anche del Mercator Institute for China Studies che ha sollevato la questione delle collaborazioni tra università europee e cinesi: quasi tremila paper a carattere scientifico pubblicati dagli atenei dell’Unione Europea sono stati realizzati con ricercatori collegati a università direttamente o indirettamente controllate dall’Esercito Popolare di Liberazione cinese e, di questi, il think-tank tedesco indica 123 paper che riguardavano partner italiani, con applicazioni che spaziano dalla tecnologia per droni e missili ai semi-conduttori, fino al settore strategico del 5G.

I rischi della cooperazione accademica sono noti anche a Roma. “La Cina rappresenta un avversario strategico la cui presenza viene registrata a livello nazionale nel mondo accademico e delle start-up nazionali”, è il giudizio del Copasir, emesso nel rapporto di febbraio scorso, nel quale si aggiunge, per quanto riguarda la Cina, che “si tratta di una precisa strategia di lungo periodo che ha come obiettivo mercati strategici come quello dell’innovazione tecnologica che punta a penetrare sia il tessuto imprenditoriale che ad avvantaggiarsi degli incentivi alla cooperazione scientifica internazionale con il fine ultimo di guadagnare posizioni di grande vantaggio in un ambito così cruciale”.

Per quanto riguarda il tessuto accademico, infine, il Copasir sottolinea che è ritenuto “un bacino di coltivazione di rapporti privilegiati con esponenti del panorama scientifico, economico e istituzionale del nostro Paese”.

#beltandroadsummit
Li Junhua – Ambassador of #China to #Italy “The #globalization is reshaping the world, China is trying to connect this new world with the Belt and Road Initiative” pic.twitter.com/dfC3IhqF95

— The European House – Ambrosetti (@Ambrosetti_)
November 21, 2019

La crisi afghana e il G20 di Roma 

Il ritorno dei talebani in Afghanistan ha contribuito ad aumentare la percezione di un raffreddamento dei rapporti tra Italia e Cina. La presa del potere degli studenti coranici, nell’agosto dello scorso anno, ha acceso nuovamente i riflettori sul Paese centro-asiatico, da cui gli americani non avevano ancora completato il ritiro dopo venti anni di campagna militare.

Si pensa anche a una riunione straordinaria del G20, sotto presidenza italiana lo scorso anno, e a settembre il presidente del Consiglio parla al telefono con il presidente cinese. Nel colloquio telefonico, secondo il resoconto fornito dall’emittente televisiva statale cinese Cctv, Draghi ha parlato della situazione nel Paese, con cui la Cina condivide 76 chilometri di confine, ma non vi è menzione che Xi abbia toccato l’argomento: il presidente cinese viene citato a favore di un generico sostegno a “lavorare insieme per affrontare sfide comuni” e nell’auspicio che l’Italia svolga un “ruolo attivo” nella promozione delle relazioni bilaterali con Pechino.

Xinhuanet, interfaccia in lingua inglese dell’agenzia Xinhua, rimanda come unico passaggio del colloquio telefonico la menzione alle Olimpiadi Invernali di Pechino 2022, al termine delle quali il testimone passerà proprio all’Italia, che ospiterà nel 2026 i Giochi Olimpici Invernali a Milano e Cortina d’Ampezzo. Xi, che settimana scorsa è uscito per la prima volta dalla Cina dallo scoppio della pandemia, è tra gli assenti del G20 dell’ottobre 2021 a Roma, assieme al presidente russo, Vladimir Putin.

Al suo posto, c’è il ministro degli Esteri, Wang Yi. A margine del summit Wang incontra per cinquanta minuti in una sala del Parco dei Principi il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, che ammonisce la Cina a non tentare di cambiare lo status quo nello Stretto di Taiwan.

Roma sarebbe stata palcoscenico per i rapporti tra Cina e Stati Uniti nuovamente pochi mesi dopo, a marzo di quest’anno, per un incontro – questa volta durato sette ore – tra il consigliere alla Sicurezza Nazionale Usa, Jake Sullivan, e il direttore della Commissione Affari Esteri del Partito Comunista Cinese, l’alto diplomatico Yang Jiechi.

I lockdown scuotono la fiducia delle imprese italiane

Al riposizionamento verso Pechino, si sommano i problemi, più concreti, delle aziende italiane che operano in Cina. La rigidità dello “zero Covid” di Pechino – che rimarrà “fino alla vittoria finale” sul virus, ha detto Xi a giugno scorso – si è abbattuta sull’economia, tornata ai livelli più bassi dal 2020, e sugli apparati produttivi delle aree colpite dalle restrizioni, spesso improvvise e decretate sulla base di una manciata di contagi.

Le chiusure forzate hanno innervosito le aziende italiane in Cina, che ad aprile scorso, mentre Shanghai era in pieno lockdown, hanno lanciato un grido d’allarme: un sondaggio realizzato dalla Camera di Commercio Italiana in Cina rivelava che il 16% di loro era pronta a spostare le proprie attività fuori dal Paese, qualora le restrizioni si fossero estese anche al 2023, e il 40% degli interpellati ha dichiarato di provare incertezza verso il futuro e una “preoccupazione senza precedenti” rispetto alla permanenza nella seconda economia del pianeta.

Quella delle restrizioni legate al Covid-19 è una crisi che “ci colpisce profondamente”, ha detto il presidente dell’associazione, Paolo Bazzoni, con “importanti perdite di fatturato” e rischi legati alla logistica e alla supply chain. Le preoccupazioni delle aziende italiane sono condivise anche da quelle europee.

Nel suo Position Paper pubblicato nei giorni scorsi, la Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina ha manifestato preoccupazione per la “inflessibile” linea anti-pandemica di Pechino e, soprattutto, ha lanciato l’allarme per un deterioramento più complessivo del clima per le imprese europee in Cina, dove, si legge nel rapporto, “l’ideologia sta battendo l’economia”.

Crisi di governo sui media cinesi: torna l’atlantismo

A giovare all’atmosfera delle relazioni tra Italia e Cina non contribuiranno, con ogni probabilità, le ultime dichiarazioni della leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. In un’intervista scritta rilasciata all’agenzia di stampa di Taiwan Central News Agency, Meloni ha espresso la “sincera amicizia” all’isola del suo partito, scagliandosi contro il “comportamento inaccettabile” di Pechino e ha dichiarato che la questione di Taiwan sarà “fondamentale” per l’Italia, nel caso in cui la coalizione di centro-destra vincesse le elezioni.

Quello della Cina è “un comportamento che condanniamo con forza”, ha affermato in risposta a una domanda sulle recenti tensioni attorno all’isola, “assieme con tutte le democrazie del mondo libero”.

Inoltre, in quello che appare uno schiaffo a Pechino, ha messo in dubbio il rinnovo dell’accordo tra Italia e Cina sulla Nuova Via della Seta, qualora diventasse la prossima premier. Firmarlo è stato un “grosso errore” e “se dovessi firmare il rinnovo del memorandum domani mattina, difficilmente ne vedrei le condizioni politiche”, ha dichiarato la leader di Fratelli d’Italia, citando a sostegno della sua posizione la repressione cinese a Hong Kong, le discriminazioni contro gli uiguri, la “posizione ambigua” di Pechino verso la Russia sull’invasione dell’Ucraina e le stesse dimostrazioni di forza nei confronti di Taiwan.

Nessun commento sulla crisi di governo, né sulla campagna elettorale è stato finora espresso ufficialmente da Pechino, il cui mantra è quello della non interferenza negli affari interni di altri Paesi, ma il ritorno dell’Italia su posizioni più atlantiste non è sfuggito alla Cina: l’epilogo dell’esecutivo guidato da Mario Draghi è stato seguito con attenzione dai media cinesi, e in particolare dall’agguerrito tabloid Global Times.

Nel bilancio dei 17 mesi di governo guidato dall’ex numero uno dell’Eurotower, il giornale, noto per i suoi editoriali al vetriolo in difesa della linea di Pechino sui temi di politica estera, aveva notato il cambio di passo in Italia rispetto a posizioni generalmente favorevoli a un aumento dei rapporti con la Cina, che si erano fatte strada nel periodo pre-Covid.

Al centro dell’editoriale sono le posizioni del governo italiano rispetto alla guerra in Ucraina. il Global Times aveva criticato l’esecutivo Draghi per il “duro approccio” adottato contro la Russia. La crisi di governo a Roma, aveva avvertito il tabloid pubblicato dal Quotidiano del Popolo, organo di stampa del Partito Comunista Cinese, avrebbe potuto costituire “un cattivo esempio” per altri Paesi europei, e mandava un segnale che la “coesione politica” si era disgregata in molti Paesi dell’Ue, colpevoli, agli occhi del giornale di Pechino, di seguire “ciecamente” gli Stati Uniti nella linea dura contro Mosca. 

AGI – Il Governo inglese ha presentato un pacchetto di misure che ammonterebbe per i prossimi cinque anni a 45 miliardi di sterline – il più grande da 50 anni – e che prevede tagli alle tasse per rilanciare la crescita economica e contribuire ad alleviare la peggiore crisi del costo della vita da decenni.

Altri 60 miliardi di sterline serviranno infatti ad abbattere le bollette energetiche nei prossimi sei mesi. Queste le principali indicazioni venute dal Ministro delle Finanze Kwarteng in Parlamento. Viene congelato l’aumento dell’imposta sulle società che viene mantenuta al 19% anziché al 25%.

Il tetto sui bonus dei banchieri sarà eliminato per aumentare la competitività di Londra dopo la Brexit rispetto a capitali finanziarie come New York e Hong Kong. Kwarteng ha detto che il governo definirà una serie piu’ ambiziosa di riforme dei servizi finanziari più avanti nel corso dell’anno.

La Gran Bretagna spenderà inoltre circa 60 miliardi di sterline per sovvenzionare le bollette del gas e dell’elettricità per i prossimi sei mesi per le famiglie e le imprese.

Per rafforzare la competitività della City di Londra come centro finanziario globale viene poi eliminato il tetto ai bonus dei banchieri. Inoltre, il governo obbligherà le compagnie di trasporto a mantenere un livello minimo di servizio durante le azioni di sciopero.

Verrà eliminato l’aumento di 1,25 punti percentuali dell’imposta sui salari – o assicurazione nazionale – che era entrato in vigore all’inizio dell’anno, e che sarà annullato a partire dal 6 novembre.

Viene inoltre tagliata l’imposta di bollo, una tassa che grava sull’acquisto di case, prevedendo il raddoppio della soglia di esenzione per chi cambia casa a 250.000 sterline. Anche la soglia dell’esenzione per gli acquirenti della prima casa aumenterà a 425.000 da 300.000 sterline. Infine, l’aumento delle aliquote dell’imposta sui dividendi, che era stato introdotto insieme all’aumento dell’imposta sui salari sarà eliminato a partire dall’aprile 2023.

AGI – Meta deve rispondere all’accusa di aver tracciato e raccolto i dati personali degli utenti di iPhone, nonostante le politiche adottate da Apple per impedire questo tipo di tracciamento. Come riportato da Bloomberg, mercoledì due utenti di Facebook hanno depositato una proposta di class action presso il tribunale federale di San Francisco: si accusa Meta di aver violato il sistema App Tracking Transparency (anche ATT) di Apple e le leggi statali e federali, raccogliendo i dati degli utenti senza il loro consenso all’interno delle sue app Facebook e Instagram.

Una denuncia simile è stata presentata nello stesso tribunale la scorsa settimana. La società ha risposto che entrambe le cause sono prive di merito e che si sarebbe difesa vigorosamente. Ha inoltre dichiarato che i suoi browser in-app rispettano le decisioni sulla privacy, comprese le pubblicità. Le proposte di class action potrebbero consentire a chiunque ritenga sia stato leso di entrare nel procedimento, il che potrebbe significare centinaia di milioni di utenti e aprire la strada a risarcimenti rilevanti.

“Anche quando gli utenti non acconsentono a essere tracciati – scrivono i querelanti – Meta tiene traccia dell’attività online degli utenti di Facebook e delle comunicazioni con siti Web esterni di terze parti iniettando codice JavaScript in tali siti. Quando gli utenti fanno clic su un collegamento all’interno dell’app di Facebook, Meta li indirizza automaticamente al browser in-app che sta monitorando anziché al browser predefinito dello smartphone, senza dire agli utenti che ciò sta accadendo o che vengono monitorati”.

L’azione legale accusa Meta di utilizzare il browser in-app su Facebook e Instagram come un modo per aggirare le regole applicate da Apple per impedire il tracciamento indesiderato degli utenti. “Questo – si legge nella causa – consente a Meta di intercettare, monitorare e registrare le interazioni e le comunicazioni dei suoi utenti con terze parti, fornendo a Meta dati che aggrega, analizza e utilizza per incrementare i propri introiti pubblicitari”.

Apple aveva introdotto l’App Tracking Transparency come parte dell’aggiornamento iOS 14.5, rilasciato ad aprile 2021. La tecnologia consente di chiedere alle app di non seguirti e richiede che tu acconsenta esplicitamente. Una soluzione molto contestata da Meta (e non solo da Meta), perché infligge un duro colpo alle società di social media che facevano affidamento sul monitoraggio del comportamento degli utenti per scopi pubblicitari.

In particolare, Meta ha citato proprio questo aggiornamento di di iOS nelle sue recenti earnings call, quando cioè rende noti i risultati finanziari, chiedendo agli investitori ad adattarsi alla nuova normalità per la sua attività di targeting degli annunci, descrivendo le modifiche alla privacy di Apple come un “vento contrario” che avrebbe dovuto superare. Meta ha specificato che prevede di perdere 10 miliardi di dollari di entrate pubblicitarie nel 2022 a causa di questo aggiornamento Apple.

Entrambe le cause si basano su un rapporto del ricercatore sulla privacy dei dati Felix Krause, che ha affermato che le app Facebook e Instagram di Meta per iOS di Apple iniettano codice JavaScript sui siti web visitati dagli utenti. Krause ha spiegato che il codice ha permesso alle app di tenere traccia di “tutto ciò che fai su qualsiasi sito web”, inclusa la digitazione delle password.

AGI – I russi costringono, con gruppi armati, gli abitanti delle regioni ucraine occupate a votare nel referendum per l’annessione alla Russia. Lo ha detto il sindaco di Luhansk in esilio, Sergey Haidai, secondo quanto riporta il quotidiano inglese The Guardian.

“Secondo le informazioni di cui disponiamo, gli occupanti stanno creando gruppi armati che vanno a bussare alle porte delle case per costringere la gente a partecipare al cosiddetto referendum”, ha affermato Haidai in un post su Telegram sostenendo che alcune persone “saranno automaticamente licenziate” dal proprio datore di lavoro se non votano.

Da oggi e fino al 27 settembre nelle regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia – sotto il controllo parziale o totale delle forze di Mosca – si tengono i “referendum” sull’annessione di tali territori alla Federazione Russa.

Scopo del Cremlino è poter considerare un attacco diretto alla Russia, con quel che ne consegue, qualsiasi ulteriore tentativo di Kiev di riconquistare i territori perduti. Le consultazioni sono state biasimate in quanto illegali dagli alleati occidentali di Kiev, i quali hanno già chiarito che non accetteranno mai il risultato, e sono state criticate anche da Pechino, che ha chiesto il rispetto del principio dell’integrità territoriale degli Stati.

#UPDATE Moscow-held regions of Ukraine will hold votes in the coming days on annexation by Russia, separatist officials said on Tuesday, as Kyiv’s troops wrest back territory captured by Moscow’s forces https://t.co/zCXN8jjk82 #Donetsk #Lugansk #Kherson pic.twitter.com/hZwFF4Rhjc

— AFP News Agency (@AFP)
September 20, 2022

Le autorità filo-russe insediate in questi territori e Mosca hanno comunque promesso di andare avanti. “Il voto inizia domani (oggi, ndr) – hanno dichiarato ieri – e nulla può impedirlo”, ha dichiarato alla televisione russa Vladimir Saldo, capo dell’amministrazione installata dai russi a Kherson.

I separatisti filorussi di Donetsk, nell’Est, hanno indicato da parte loro che “per motivi di sicurezza” il voto sarebbe stato organizzato quasi porta a porta, “davanti alle case” per quattro giorni, con l’apertura dei seggi “solo il l’ultimo giorno”, cioè il 27 settembre.

(Aggiornato alle ore 10,25)

AGI – I ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno condannato l’escalation del conflitto in Ucraina da parte della Russia e hanno concordato di preparare nuove sanzioni. Lo ha annunciato il capo della diplomazia della Ue, Josep Borrell, che ha spiegato che questo pacchetto di sanzioni interesserà nuovi settori dell’economia russa, tra cui quello tecnologico.

“Ulteriori misure restrittive contro la Russia saranno avanzate immediatamente, il prima possibile, in coordinamento con i nostri partner” ha detto Borrell, “L’Ucraina sta esercitando il suo legittimo diritto di difendersi dall’aggressione russa, di riconquistare il pieno controllo del suo territorio e ha il diritto di liberare i territori occupati all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale. E per questo, continueremo a sostenere gli sforzi ucraini con la fornitura di attrezzature militari, per tutto il tempo necessario”, ha aggiunto.

Borrell, rispondendo a una domanda sulla possibilità che qualche Stato membro (l’Ungheria ad esempio) non approvi il nuovo pacchetto di sanzioni, ha dichiarato: “Sono certo che raggiungeremo un accordo unanime”. 

I ministri degli Esteri, riuniti d’urgenza a New York, si sono inoltre impegnati a continuare a fornire armi a Kiev per tutto il tempo necessario in una dichiarazione adottata all’unanimità. La riunione è stata convocata a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dopo che il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato la mobilitazione parziale di 300.000 riservisti e ha minacciato di usare tutto il suo arsenale, comprese le armi nucleari.

I convened this evening an ad-hoc meeting of EU Foreign Ministers

We decided to bring forward as soon as possible additional restrictive measures against Russia in coordination with partners

We will continue to support #Ukraine‘s efforts through provision of military equipment pic.twitter.com/4jTNuXAh3s

— Josep Borrell Fontelles (@JosepBorrellF)
September 22, 2022

“È chiaro che Putin sta cercando di distruggere l’Ucraina, sta cercando di distruggere l’intero Paese con diversi mezzi”, ha sottolineato Borrell in una conferenza stampa al termine dell’incontro. Secondo il diplomatico spagnolo, le ultime mosse di Mosca mirano a minare il sostegno che l’Ucraina riceve dai suoi alleati e a minacciare la pace e la sicurezza internazionale “su una scala senza precedenti”.

“Ma questo non spezzerà la nostra unità nel sostenere l’Ucraina o il nostro ampio sostegno alla capacità dell’Ucraina di difendere la propria integrità territoriale e sovranità per tutto il tempo necessario”, ha insistito. Per quanto riguarda le nuove sanzioni, Borrell ha spiegato che quanto concordato è un accordo politico, data la natura informale dell’incontro, e che saranno necessarie decisioni formali per renderle concrete ed efficaci.

Nella dichiarazione approvata, i ministri degli Esteri europei hanno anche condannato i piani per organizzare referendum sull’annessione alla Russia nelle aree occupate dell’Ucraina e hanno chiarito che non ne riconosceranno mai i risultati. “L’Ue è ferma nel suo sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina e chiede alla Russia di ritirare immediatamente, completamente e incondizionatamente tutte le sue truppe e i suoi equipaggiamenti militari dall’intero territorio ucraino all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti”, conclude il documento.

AGI – Lo spettro di un uso delle armi atomiche evocato da Putin attraversa le prime pagine di tutti i principali giornali internazionali, dove la maggioranza dei commenti evidenzia la debolezza del leader russo di fronte al palese insuccesso dell’invasione dell’Ucraina, e il suo estremo tentativo di intimidire l’Occidente nella speranza molto remota che abbandoni Kiev al suo destino.

In risalto anche l’aumento dei tassi deciso ieri dalla Fed e, sulla stampa americana, il procedimento penale aperto contro Trump dal procuratore generale di New York. 

Washington Post 

Il rilancio di Putin con la minaccia nucleare e l’arruolamento di 300.000 riservisti è la notizia che domina la prima pagina del Washington Post. “Con le zoppicanti prestazioni militari della Russia in Ucraina, Mosca può contare solo sul suo arsenale nucleare per affermare il suo status di potenza globale”, rileva il Post, e sottolinea che il leader del Cremlino, “traboccante di risentimento e rabbia”, ha ormai inquadrato la guerra come uno scontro tra la Russia e i Paesi della Nato.

Biden ha reagito davanti all’assemblea generale dell’Onu con “una condanna insolitamente schietta” di un Paese membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ha fatto appello a tutti i Paesi perché si oppongano con fermezza alla Russia che minaccia il mondo: le azioni di Mosca “dovrebbero farvi gelare il sangue, chiunque siate, dovunque viviate, e qualunque cosa crediate” sono le parole del presidente americano che il giornale sceglie per il titolo. Spazio anche a un servizio sulle proteste scoppiate in Russia dopo il discorso di Putin e sulla corsa all’acquisto di biglietti aerei per lasciare il Paese.

Tra le altre notizie in evidenza, le accuse formalmente rivolte dal procuratore generale di New York Letitia James a Trump, a tre dei suoi figli e a dirigenti della sua società di aver alterato le valutazioni di proprietà e altri beni per ingannare creditori, assicuratori e autorità fiscali. Titoli anche sul nuovo rialzo dei tassi deciso dalla Fed, e sul crollo dell’arruolamento al Virginia Military Institute,la più antica accademie militari degli Usa, dove il numero dei cadetti è diminuito del 25%. 

New York Times 

Putin “sfida l’Occidente con una velata minaccia nucleare”, ma “è all’angolo” secondo il New York Times, che nel titolo di apertura mette insieme il discorso del capo del Cremlino e la risposta che gli ha dato Biden con una durissima condanna davanti all’assemblea generale dell’Onu. “La portata e l’asprezza degli attacchi di Biden a Putin, sono state sorprendenti e sono apparse le più mirate contro un singolo avversario da parte di un presidente americano alle Nazioni Unite dal 2002, quando il presidente George W. Bush definì il governo iracheno di Saddam Hussein un ‘pericolo grave e crescente'”, sottolinea il Nyt.

Il giornale mette in fascia alta anche la decisione di una Corte di appello federale che, ribaltando le disposizioni di un giudice della Florida, ha autorizzato Fbi e Dipartimento della Giustizia a utilizzare a fini investigativi i documenti classificati sequestrati nella residenza di Trump a Mar-a-Lago, senza attendere le valutazioni del perito nominato su richiesta dell’ex presidente. Trump anche in un altro titolo, sull’azione penale promossa contro di lui dal procuratore generale di New York per manipolazioni fraudolente della valutazione del suo patrimonio col fine di frodare il fisco, ma anche le banche e le assicurazioni. 

Wall Street Journal 

Due notizie si dividono la prima pagina del Wall Street Journal: le minacce nucleari di Putin e il rialzo dei tassi deciso dalla Fed. Quella del capo del Cremlino, scrive il Wsj, è “un’escalation disperata”, che “non impedirà all’Ucraina di continuare la sua offensiva militare e non dovrebbe dissuadere l’Occidente dall’accelerare i suoi aiuti militari alle forze di Kiev”. Tanto più perché i 300.000 riservisti mobilitati dal presidente russo “non sono truppe addestrate che possono correre immediatamente al fronte”, e perché questa mobilitazione parziale è un altro segno della debolezza interna di Putin, che non ha potuto spingersi fino alla mobilitazione generale perché ciò avrebbe significato l’arruolamento dei rampolli delle elite di Mosca e San Pietroburgo che lo sostengono.

Quanto al nuovo aumento dei tassi dello 0,75% approvato dalla Fed per contenere l’inflazione, il Wsj ritiene che si tratti di un preludio a ulteriori strette di politica monetaria: gli analisti finanziari prevedono che i tassi saranno portati al 4,6% entro la fine dell’anno prossimo, una previsione in peggioramento rispetto a quella di giugno, che indicava la soglia del 3,8%. Non sono ancora visibili sull’economia americana, secondo il quotidiano, le conseguenze dell’aumento del costo del denaro, e regna un clima di incertezza che rende difficile la programmazione degli investimenti. Facile attendersi, quindi, una persistente volatilità dei mercati. Spazio anche alla nuova contrazione delle compravendite di case negli Usa: in agosto sono diminuite ancora, per il settimo mese consecutivo, a caso dell’incremento del costo dei mutui, che hanno ormai raggiunto un interesse medio del 6%. 

Financial Times 

“Il rumor di sciabole di Putin è l’ammissione dell’enorme errore che ha commesso con l’invasione dell’Ucraina, ma le sue minacce nucleari non devono essere minimizzate: in caso di un errore si rischia la catastrofe”. Così scrive il Financial Times in un editoriale in cui il discorso del leader del Cremlino ha agitato l’arma atomica: l’unanime valutazione occidentale, sottolinea il giornale, è che si tratti di una prova della sua debolezza, di una sorta di riconoscimento che le armi fornite dagli Usa e dai Paesi della Nato all’Ucraina hanno cambiato le sorti della guerra permettendo la vincente controffensiva di Kiev. Ma le parole del presidente russo, scrive Ft, “a Washington e altrove ha fatto scattare l’allarme”.

Nella parte bassa della prima pagina, il quotidiano mette in risalto la campagna acquisti degli investitori francesi nel Regno Unito, dove ieri sono state concluse tre operazioni di grande rilievo: l’imprenditore Xavier Niel ha acquisito il 2,5% di Vodafone, Schneider Electric ha comprato Aveva, e Suez ha riacquistato la sua società di trattamento dei rifiuti. 

The Times 

Invece che sul discorso di Putin, il Times titola la sua apertura sulla risposta di Biden che condanna la minaccia nucleare del capo del Cremlino e la sua “irresponsabile indifferenza” per la sicurezza globale. Secondo il giornale, il vero obiettivo del presidente russo è scoraggiare l’Occidente dal continuare le forniture di armamenti avanzati, specialmente l’artiglieria e i sistemi di puntamento che sono decisivi nell’avanzata degli ucraini e nella riconquista di vaste aree occupate dalle truppe d’invasione.

Una strategia che “non funzionerà”, perché “l’alleanza internazionale è forte e l’Ucraina è forte” ha detto la premier britannica Liz Truss nel suo intervento all’assemblea generale dell’Onu, cui il Times dà spazio. In prima pagina anche i piani del governo per migliorare l’assistenza sanitaria e garantire che i cittadini britannici ottengano un appuntamento col loro medico di base entro 14 giorni dalla richiesta. 

Le Monde 

“Putin sotto pressione sceglie la fuga in avanti”, titola Le Monde, che sottolinea come il minaccioso discorso del capo del Cremlino sia stato pronunciato mentre le sue truppe sono costrette alla ritirata dalla controffensiva ucraina. Il giornale evidenzia in particolare i referendum sull’annessione alla Russia che si terranno dal 23 al 27 settembre nei territori occupati, “manovra che permette a Putin di rilanciare il ricatto nucleare per difendere ‘l’integrità territoriale’ del suo Paese”.

Ma nei Paesi occidentali appare chiara la “confessione di debolezza che c’è dietro queste dichiarazioni marziali”. In evidenza sul quotidiano francese anche le proteste in Iran per la morte di una giovane donna picchiata dalla polizia morale del regime perché non indossava in modo corretto il velo.  

Le Figaro 

Le minacce dello “zar radiottivo”, come lo definisce il titolo dell’editoriale, campeggiano sulla prima pagina di Le Figaro. “Se fossero necessarie ulteriori prove che Vladimir Putin è con l’acqua alla gola per la sua avventura criminale in Ucraina, le ha fornito lui stesso”, perché, sottolinea il giornale, “sostenendo i parodistici referendum di annessione, frettolosamente organizzati in territori ucraini che le sue forze non hanno nemmeno conquistato, e decretando la parziale mobilitazione in Russia di circa 300.000 riservisti, ammette pubblicamente il suo fallimento optando per l’escalation”.

Nel suo discorso, Putin ha imputato all’Occidente il ricatto nucleare che egli pone al mondo, ma “è un classico che un aggressore in difficoltà si presenti come la vittima”, osserva Le Figaro, e auspica che “quel che resta delle istituzioni” in Russia prenda coscienza della catastrofe che rischia il Paese e tutto il mondo, “e neutralizzi in tempo l’autocrate radioattivo del Cremlino”.  

El Pais 

E’ un “Putin sempre più solo” quello che agita la minaccia nucleare, secondo El Pais, che dedica gran parte della sua prima pagina al discorso del capo del Cremlino e alle reazioni che suscitato nel mondo ma anche in Russia, dove ci sono state proteste represse dal regime con 1.300 arresti. Dalle sue parole, scrive il giornale, “non emana la minima consapevolezza della delicata situazione in cui si trova il suo esercito nella guerra da lui stesso iniziata”. Secondo il giornale, Putin ora “punta sugli effetti delle sue minacce e della crisi energetica sull’unità e la determinazione degli alleati di Volodymyr Zelensky, forse con l’aiuto dell’elezione di governi europei più inclini all’equidistanza”. Ma, avverte il giornale, “il modo più rapido per porre fine a questa guerra non è cedere alle minacce di Putin o cedere al suo ricatto nucleare.

Al contrario, sono visibili i segni di un esercito in ritirata e forse sconfitto. Le cose si complicano per il presidente russo in patria e nel mondo, dove cresce l’opposizione alla guerra anche tra coloro che fino ad ora lo seguivano di più. Perché la guerra sia il più breve possibile, non c’è niente di meglio che mantenere l’unità degli alleati, assicurarsi che l’Ucraina disponga delle armi di cui ha bisogno e continuare a sostenere il suo governo e la sua popolazione con solidarietà economica e aiuti ai rifugiati”, conclude El Pais. In risalto anche il nuovo rialzo dei tassi deciso dalla Federal Reserve.  

Frankfurter Allgemeine Zeitung 

La mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti è il dato del discorso di Putin su cui punta la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che lo evidenzia nel suo titolo di apertura. Un discorso che al cancelliere tedesco Scholz è apparso come “un gesto disperato”, sottolinea il quotidiano, convinto che “non bisogna farsi ricattare da Putin”. L’Occidente, scrive la Faz, “deve continuare a sostenere l’Ucraina” perché “cedere alle minacce di Mosca sarebbe un tradimento dei propri valori e interessi”. Secondo il giornale, “c’era da aspettarsi che Putin non sarebbe rimasto a guardare mentre la sua campagna di conquista in Ucraina si trasformava nel disastro che si è profilato negli ultimi giorni”.

Ora, però, Putin si sta praticamente ribaltando mentre sale la scala dell’escalation. Già prima dell’annessione dei territori occupati, anche prima dei referendum fasulli, ordina la mobilitazione in Russia, cosa che finora ha evitato perché alla fine smaschera la sua menzogna secondo cui la guerra non è una guerra. Ora, però, Putin sta minacciando di guerra nucleare con “l’intollerabile cinismo di definire aggressore lo Stato invaso e di invocare la difesa dell’integrità territoriale dopo averla calpestata con gli stivali dei suoi soldati” invadendo l’Ucraina. Finora il popolo russo ha creduto alla propaganda di Putin, ma la mobilitazione da lui annunciata smaschera la sua menzogna secondo cui la guerra non è una guerra”, ed è stata accolta da proteste a Mosca. Di fronte all’indebolimento evidente del presidente russo, dunque, bisogna affondare il colpo e non mollare, secondo la Faz. In evidenza anche la decisione del governo tedesco di nazionalizzare Uniper, il maggior importatore di gas del Paese.  

China Daily 

Il China Daily commenta con freddezza il discorso di Putin, “che era previsto martedì ma è stato pronunciato mercoledì senza che ne fosse data alcuna spiegazione”, e che arriva “dopo settimane in cui le truppe russe hanno subito pesanti perdite sul campo e continua la pressione di Kiev con l’offensiva nel Nord-Est”, sicché gli annunciati referendum annessionisti si terranno “in aree dove vacilla il controllo delle forze russe, le cui linee di rifornimento verso il Donetsk e il Luhansk sono state tagliate” dalle truppe ucraine. Il giornale mette significativamente in evidenza l’appello di Xi Jinping a mantenere la pace nel mondo.

In un messaggio di saluto alla manifestazione che si è tenuta ieri a Pechino per la giornata internazionale della pace, il leader cinese, senza mai nominare l’Ucraina, ha sottolineato “la necessità che tutti i paesi si assumano la responsabilità del mantenimento della pace e promuovano congiuntamente la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità”. 

Quotidiano del Popolo 

L’effetto del discorso di Putin sui mercati è la chiave che il People’s Daily, edizione in inglese dell’organo del Partito comunista cinese, sceglie per trattare la notizia, peraltro esclusivamente con lanci dell’agenzia ufficiale Xinhua. “Le principali Borse europee sono scivolate in territorio negativo dopo l’annuncio della Russia. I prezzi del gas naturale sono aumentati e l’euro ha perso terreno rispetto al dollaro USA. Poi, con il progredire delle contrattazioni, i mercati hanno chiuso misti”, si legge sul quotidiano, che riserva maggiore visibilità ai “nuovi orizzonti indicati da Xi Jinping per rafforzare le forze armate attraverso le riforme”.

Il leader, intervenuto a Pechino a un seminario sul riassetto della difesa, ha detto che “le ostruzioni sistemiche di lunga data, le incongruenze strutturali e le questioni politiche nello sviluppo della difesa nazionale e delle forze armate sono state risolte”, e ha invitato ad applicare l’esperienza di questi successi alla “comprensione della nuova situazione e delle missioni e una priorità alla prontezza al combattimento”. Xi ha sollecitato “sforzi pionieristici e innovativi” per attuare le riforme fatte e pianificare le future, “in modo da fornire un forte impulso al raggiungimento dell’obiettivo fissato per il centenario dell’Esercito popolare di liberazione”. 

AGI – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiesto una “giusta punizione” per i “crimini commessi”, ha lanciato all’Onu l’appello a “togliere alla Russia il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza” e a istituire un Tribunale speciale, e poi detto chiaramente che mentre tutto il mondo vuole la pace, solo la Russia vuole la guerra.

Il videomessaggio registrato, e trasmesso nella sessione pomeridiana della 77esima Assemblea generale, ha messo il sigillo a un momento segnato dalla guerra russa in Ucraina, arrivata al settimo mese, e dalle minacce di escalation del presidente Vladimir Putin.

Poco distante dall’aula, è in programma la riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, per rispondere alle minacce di Putin, che ha fatto capire di essere pronto a passare all’opzione di guerra chimica e nucleare, per ribaltare le sorti di un conflitto che si sta rivelando fallimentare per Mosca. 

Zelensky si è presentato in tenuta militare, con una maglietta verde, a ribadire lo stato di guerra in cui si trova. “Punishment”, punizione, è stato il termine più evocato nel suo discorso, dai toni duri, con voce roca.

“Un crimine – ha detto – è stato commesso contro l’Ucraina e noi chiediamo una giusta punizione. Il crimine è stato commesso contro i nostri confini. Il crimine è stato commesso contro le vite del nostro popolo. Punizione per le torture e l’umiliazione di donne e uomini. Punizione per la catastrofica turbolenza che la Russia ha provocato con la sua guerra illegale non solo a noi, ucraini, ma al mondo intero”.

Zelensky ha chiesto che la Russia venga punita per aver cercato di “rubare il territorio” e per l'”assassinio di migliaia di persone”.

“La Russia – ha proseguito – è uno stato sponsor del terrorismo, a tutti i livelli. Se non avete un meccanismo legale, potete prendere una decisione politica”, per fermare la guerra. “L’Ucraina – ha aggiunto – vuole la pace. L’Europa vuole la pace. Il mondo vuole la pace”.

“C’è solo un’entità” tra tutti i membri che fanno parte delle Nazioni Uniti felice per la “sua” guerra, ha sottolineato Zelensky, alludendo a Putin.

“Ma noi – ha continuato, senza nominarlo – non lasceremo che quell’entità prevalga su di noi”. L’esportazione di gas e petrolio ha finanziato la guerra, ha aggiunto Zelensky. “Limitare i prezzi protegge il mondo, ma il mondo è pronto ad adottare questa misura o avrà paura”.

Alla fine del messaggio, la gran parte dei delegati presenti si è alzata in piedi per tributare un lungo applauso al presidente ucraino, una vera standing ovation, l’applauso più caldo e convinto di questi primi due giorni di interventi da parte dei leader di tutto il mondo. In piedi anche il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi. 

AGI – Il giorno dopo l’annuncio dei ‘referendum’ nei territori ucraini occupati, Vladimir Putin ha ordinato la “mobilitazione parziale” dei riservisti per “difendere la Russia” che “l’Occidente vuole distruggere” ed è tornato a minacciare l’uso di armi nucleari. “Quando la sua integrità territoriale è minacciata, la Russia usa tutti i mezzi a disposizione”, ha detto nell’atteso discorso video preregistrato.

Per il capo del Cremlino, infatti, l’Occidente vuole “indebolire, dividere e distruggere la Russia”. “Ma coloro che cercano di ricattarci con armi nucleari devono sapere che le abbiamo anche noi“. Seduto stesso tavolo dal quale aveva annunciato l’attacco all’Ucraina a febbraio, nel secondo discorso alla nazione da sette mesi, Putin ha ripetuto due volte la sua minaccia: “Non sto bluffando”.

Washington: lo prendiamo sul serio

“Dobbiamo sempre prendere sul serio questo tipo di retorica. È irresponsabile per una potenza nucleare parlare in questo modo. Ma non è una cosa insolita per come ha parlato e lo prendiamo sul serio” ha detto il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americana, John Kirby, commentando il discorso di Putin. 

Il capo del Cremlino ha accusato l’Occidente di usare l’Ucraina come strumento per attaccare la Russia. L’Occidente, che “dice apertamente di aver dissolto l’Urss nel 1991”, ora ritiene sia arrivato “il momento di fare lo stesso con la Russia”.

“Gli Occidentali hanno spinto l’Ucraina in guerra con noi”, sabota sistematicamente i tentativi di dialogo e “Kiev rifiuta di negoziare la pace”. Secondo Putin, l’Occidente usa addirittura il “ricatto nucleare“. “Non sono solo gli attacchi incoraggiati dall’Occidente contro la centrale nucleare di Zaporizhzhia, che possono causare una catastrofe atomica, ma anche le dichiarazioni di alti funzionari della Nato sulla possibilità di usare armi di distruzione di massa contro la Russia”.

“Ma coloro che cercano di ricattarci con l’arma nucleare dovrebbero sapere che la rosa dei venti può girare nella loro direzione”. Putin ha poi ordinato un aumento dei fondi per aumentare la produzione di armi del Paese e sostenere lo sforzo bellico; e assicurato che “pieno sostegno” alla decisione presa dalla maggioranza dei cittadini delle Repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk, e degli oblast di Kherson e Zaporizhzhia, nei cosiddetti ‘referendum’ per l’adesione al territorio della Federazione russa.

Si tratta della prima mobilitazione russa dalla Seconda Guerra mondiale e il decreto è già stato firmato: saranno convocati, ha precisato Putin, solo i riservisti che hanno esperienza militare, che avranno la paga degli attuali soldati a contratto e riceveranno un ulteriore addestramento prima di andare al fronte.

Secondo il ministero della Difesa saranno mobilitate 300mila persone (poco più dell’1 per cento del potenziale complessivo, 25 milioni): è stato il capo della Difesa, Serghei Shoigu, in un discorso diffuso subito dopo quello di Putin, a dare le cifre. Il ministro, per la prima volta da marzo, ha anche dato il numero ufficiale delle vittime da parte russa. “Sono 5.937 morti”, neppure 6mila, dunque: un numero che è un’inezia rispetto agli “oltre 100mila morti” attribuiti alle fila ucraine, infinitamente inferiore rispetto alle stime occidentali delle perdite russe e che comunque non giustificherebbe la mobilitazione.

La Russia entra in una nuova fase.

Putin finora aveva resistito alla mobilitazione, probabilmente contando su una campagna breve; ma evidentemente sull’onda dei successi della controffensiva ucraina, ha ceduto al ‘partito della guerrà, i falchi. Ora la mobilitazione mette a dura prova il sostegno passivo dei russi alla guerra. Subito dopo l’annuncio, il rublo ha perso l’1 per cento scendendo a 61,2 rispetto al dollaro e la Borsa ha ceduto l’8% (dopo qualche ora è risalita, arginando le perdite al 2%).

E nei minuti successivi sono andati esauriti i biglietti per i voli odierni da Mosca, verso Erevan e Istanbul (tra le poche destinazioni con volo diretto), con prezzi lievitati per i biglietti di sola andata. Putin e Shoigu hanno entrambi sottolineato che la mobilitazione è solo parziale e non riguarderà cittadini comuni, coscritti o studenti.

Ma il rischio di una mobilitazione generale e la conseguente chiusura dei confini sono evidentemente un timore palpabile tra i russi ora che Putin ha fatto il primo passo. Da notare che, a fronte di sondaggi, che danno il consenso dei russi all’operazione militare a oltre il 70% e quello per Putin che supera l’80%, solo il 3 % della popolazione si dice disposta a combattere per la Russia.

Dopo annuncio mobilitazione parziale in #Russia, Team Navalny fa appello ai russi per “qualsiasi forma di protesta”: da manifestazioni di piazza al rifiuto di arruolarsi, “siamo disposti a fornirvi assistenza giuridica” https://t.co/Q5TkjXe8gF

— Marta Allevato (@MartaAllevato)
September 21, 2022

Su Telegram in russo circolano già gli elenchi delle organizzazioni che offrono consulenza per la tutela dei diritti del personale militare. Mentre Team Navalny, il gruppo che raccoglie i collaboratori più stretti del blogger anti-Putin, promette “assistenza giuridica” a chi vorrà rifiutarsi di andare al fronte e ha lanciato un appello per “qualsiasi forma di protesta”: dalle manifestazioni di piazza al rifiuto di arruolarsi, fino a dare fuoco agli uffici per la mobilitazione. 

AGI – La mobilitazione parziale annunciata dal presidente russo Vladimir Putin può essere sicuramente il preludio di un’escalation ma offre anche la possibilità, se non di una tregua, di un congelamento del conflitto, purché Kiev si accontenti della riconquista dell’Oblast di Kharkiv e sia disposta a cedere a Mosca i territori persi finora nelle quattro regioni dove si svolgeranno i referendum per l’unificazione con la Russia. È la lettura offerta dal direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, in un’intervista all’Agi.

In che modo l’annuncio di una mobilitazione parziale dei riservisti russi, in seguito alla convocazione di referendum nelle quattro regioni ucraine occupate, segna un cambio di marcia del conflitto?

“Credo che il cambiamento sia a livello politico e strategico. Il riconoscimento da parte della Russia delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, il giorno prima dell’inizio dell’operazione in Ucraina, aveva rappresentato il riconoscimento di entità politico-territoriali di una parte dell’Ucraina abitata per lo più da popolazioni russofone e in certi casi russofile, considerando che due milioni di civili del Donbass sono fuggiti in Russia.
Finora si era parlato di referendum solo per le regioni di Kherson e Zaporizhzhia. Allargare le consultazioni ad aree già in mano ai filorussi dal 2014 significa lanciare un messaggio politico e alzare il livello dell’escalation sul piano politico e militare. Mosca conferma che fa sul serio e, se prima pensavamo volesse creare una zona cuscinetto che separasse la Nato dal territorio russo, ora fa sapere che ritiene quei territori Russia. Se i referendum avranno esito positivo, e certamente lo avranno perché la popolazione filo-Kiev è fuggita da quelle zone, sul piano militare la risposta a qualunque attacco rientrerebbe nella dottrina della difesa nazionale che, in tutti i Paesi del mondo, prevede qualunque tipo di risposta con qualunque tipo di arma di distruzione, non necessariamente nucleare. Penso ad esempio a bombardamenti dei siti nei Paesi Nato dove vengono stoccate le armi da consegnare all’Ucraina.
Ad ogni modo, l’obiettivo di Putin non è allargare il conflitto ma alzare la posta per la Nato e l’Occidente. L’iniziativa russa ha lo scopo di congelare il conflitto e, soprattutto, di lanciare un monito: ‘Noi siamo disposti a difendere queste aree in quanto territorio russo, voi siete disposti a fare la guerra alla Russia?’. È un monito rivolto a tutti i Paesi Nato, in particolare a quelli europei, che in questa guerra stanno perdendo tutto”. 

In concreto, la mobilitazione come potrà mutare la situazione sul campo?

“I limiti dei russi stanno nell’aver impegnato solo parte delle loro forze armate e di aver combattuto in inferiorità numerica, il che è molto difficile in una situazione offensiva. Richiamare i riservisti potrebbe compensare il deficit nei numeri, una volta trascorso il paio di mesi necessario per l’addestramento e l’aggiornamento. Il fatto che i russi mobilitino così tante forze, pur con l’obiettivo di consolidare quanto conquistato, non esclude che i russi lancino azioni offensive per completare il controllo delle regioni occupate fino ai loro confini amministrativi”.

Quali sono gli scenari possibili? Cosa attendersi dall’inverno?

“Gli scenari sono tre: una guerra di attrito prolungata, un’escalation che potrebbe coinvolgere l’Occidente o un congelamento del fronte che apre uno spiraglio per avviare le trattative, fronte sul quale è molto attiva la Turchia. Se poi la guerra si allargasse, Kharkiv e Odessa potrebbero tornare nel mirino”.

Putin ha evocato nuovamente le armi nucleari…

“Putin ha ribadito di avere questa forma di deterrenza e ha chiarito la sua determinazione nel difendere i territori presi. Se il Donbass sarà completamente russificato, viene ricordato che chi attaccherà quel territorio attaccherà il territorio russo, esponendosi a una risposta che non esclude nessun tipo di arma. Ma nessuna potenza nucleare esclude l’utilizzo di armi atomiche, perché servono come deterrenza. Anche gli Stati Uniti non lo hanno mai escluso nella crisi con la Corea del Nord”. 

L’intelligence militare britannica ha suggerito che l’urgenza con cui sono stati convocati i referendum tradisca il timore di una nuova offensiva ucraina. C’è però chi sostiene che Kiev al momento non abbia la possibilità materiale di sferrare un contrattacco paragonabile a quello che ha consentito la riconquista di parte della regione di Kharkiv, che sarebbe costata notevoli perdite umane…

“In realtà è costato molte più perdite il tentato contrattacco a Kherson e su certi aspetti dell’offensiva a Kharkiv ho posto degli interrogativi. Mi ha lasciato perplesso che i russi avessero lasciato in quella regione solo due battaglioni della Rosguardia, non si fossero accorti della concentrazione di sette brigate ucraine e, invece di chiudere il tappo, si fossero ritirati lasciando sul campo molti mezzi.
Non ne discutiamo mai ma dovremmo tenere conto del fatto che russi e americani non hanno mai smesso di parlarsi e che i tentativi di trovare un’intesa non sono mai finiti. I russi sono pronti a discutere su una base negoziale che consenta loro di tenersi parte dei territori che hanno già occupato; gli ucraini forse no. L’escalation di oggi serve ad alzare la posta e stabilire i i paletti sui quali poter avviare una trattativa. Il Cremlino ha segnato una linea: il messaggio è che non c’è l’intenzione di continuare a conquistare territorio ucraino ma quella di rafforzare le aree conquistate finora, dalle quale i russi non intendono spostarsi. Vedremo entro una settimana se su questo punto c’è la possibilità che l’Europa induca l’Ucraina ad accettare un negoziato”.

In sostanza, ritieni che il ritiro da Kharkiv possa essere stato una scelta precisa che ha l’obiettivo di porre le basi per trattare?

“I russi non hanno provato nemmeno a tappare la falla. Non sappiamo se sia stata una scelta precisa o sia stato dovuto a carenza di mezzi. Il risultato è che i russi hanno perso un terreno pari a due volte la Val d’Aosta ma hanno accorciato le loro linee di difesa. Si sono ritirati anche da posizioni difendibili, nell’area al confine settentrionale dove avevano linee di rifornimento garantite da Belgorod, in territorio russo. Non escluderei che il ritiro abbia potuto rispondere all’esigenza di creare condizioni favorevoli all’apertura di un negoziato, consentendo a Zelensky di vantare un successo militare mai visto finora e sedersi al tavolo del negoziato da una posizione più vantaggiosa”.

Da Podolyak a Kuleba, gli alti funzionari ucraini hanno chiarito che intendono perseverare nei tentativi di liberare le aree occupate ma ciò non può avvenire senza nuovi, massicci rifornimenti di armi occidentali. per quanto tempo l’occidente potrà continuare a sostenere Kiev? La germania ha già dichiarato da tempo di aver terminato le riserve…

“L’Ucraina ha fame di mezzi, munizioni e armamenti per sostenere le sue offensive. E mantenere la pressione sui russi ha un significato politico per Zelensky, che è stato molto criticato in patria per le fortissime perdite subite. Gli eserciti occidentali non hanno però quasi più nulla da dare perché, se questa guerra continua, c’è il rischio di un loro coinvolgimento. È una questione di numeri: le forze corazzate delle principali potenze europee hanno un’entità ridicola. L’Italia ha forse 250 carri armati di cui un terzo operativo, la Francia e la Germania ne hanno 200 e non tutti operativi. Nessun esercito occidentale avrebbe la possibilità di reggere un conflitto del genere per più di qualche settimana”.

Oggi Shoigu ha affermato che gli ucraini hanno esaurito le loro scorte di armamenti sovietici. È plausibile?

“Gli ucraini hanno perduto il loro arsenale originale: mezzi pesanti, artiglieria e corazzati ex sovietici che l’Ucraina produceva pure ma adesso la sua industria bellica è stata devastata dalla guerra, perché i russi hanno colpito tutti gli stabilimenti. Ora stanno esaurendo anche le riserve di mezzi forniti dai Paesi Nato e sono mesi che continuano a chiedere più armi. Kiev sta premendo sugli Usa per ottenere armi a lungo raggio che potrebbero arrivare a colpire in profondità. Il messaggio di Putin ha quindi anche lo scopo di scoraggiare la fornitura di questo tipo di armi e incoraggiare il negoziato. Oggi Putin e Shoigu hanno alzato l’asticella. Ciò solleva la preoccupazione per un’escalation ma offre anche l’opportunità di una mediazione”.

L’Ucraina afferma però che i referendum cancellano ogni possibilita di soluzione diplomatica…

“Ci sono elementi di questa crisi che non vengono resi pubblici e che si cerca di offuscare con la propaganda da entrambe le parti. Basti pensare che l’Ucraina non ha tirato nemmeno una sassata contro il gasdotto. Tutte queste ambiguità suggeriscono che ci siano già trattative sotto banco. E lo slittamento della messa in onda del discorso di Putin significa che stanotte ci sono stati alcuni confronti con alcuni interlocutori per definire possibili scenari”.

CI sono quindi le condizioni per un accordo?

“Dipenderà dalla volontà degli europei di continuare a essere protagonisti di una guerra che minaccia la nostra sicurezza. Finora l’Europa è mancata come soggetto geopolitico e si è limitata a seguire la Nato e gli angloamericani. Quanto sta succedendo dovrebbe essere valutato anche alla luce degli interessi dell’Europa. Leggo rapporti di organizzazioni non certo filorusse secondo cui l’obiettivo vero della guerra è la distruzione dell’Europa come potenza economico-industriale. La Russia ne uscirà logorata ma l’Europa in primavera rischia una devastazione economico-industriale senza precedenti. Se questa è la realtà, dobbiamo venire a patti con la Russia o cessare di essere una potenza economica e industriale. E domandarci chi ci guadagnerà”.

@cicciorusso_agi

AGI – Il controllo delle armi nucleari strategiche di Usa e Russia è regolato dall’accordo New Start, il trattato di disarmo nucleare, prorogato nel febbraio del 2021, due giorni prima della scadenza, per cinque anni proprio da Vladimir Putin e Joe Biden.

Siglato l’8 aprile 2010 a Praga dall’amministrazione Barack Obama insieme all’allora presidente russo Dimitry Medvedev, il trattato New START impegna i due Paesi a limitare i propri arsenali a un massimo di 1.550 testate nucleari, 700 missili (fra missili balistici intercontinentali con base a terra (ICBM) o installati su sommergibili (SLBM) e bombardieri pesanti), per ciascuna delle due potenze atomiche. È un arsenale in grado di distruggere facilmente la Terra più volte.

Il trattato consente il monitoraggio satellitare e  a ciascuna delle parti di effettuare ogni anno 18 ispezioni con brevissimo preavviso, con lo scambio di reciproci dati in proposito. Prorogato nel 2021, il trattato dovrebbe durare fino al febbraio del 2026.

Da notare che il trattato non limita il numero di testate nucleari che possono essere immagazzinate ma quelle che possono essere dispiegate. I due Paesi possono dispiegare (rendere pronte al lancio immediato) al massimo 1550 testate nucleari (quindi circa il 30% in meno rispetto ai limiti fissati da nel trattato START I). E il numero delle testate schierate, in ogni caso, può superare le 1550 unità (anche se non di molto per limiti pratici) in quanto nei limiti imposti nel trattato vengono conteggiati solo i bombardieri ma questi ultimi possono trasportare più di una testata.

Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, ciascuno dei due Paesi ha circa 6.000 testate nucleari. Non solo: il trattato non considera le armi nucleari russe non strategiche, ossia con gittata inferiore ai 5.500 km né lo sviluppo di nuovi sistemi di vettori nucleari o le crescenti capacità nucleari cinesi, su cui non ci sono cifre precise.

Quando l’accordo è stato prorogato, gli Usa volevano la partecipazione ai colloqui anche del governo di Pechino, con l’obiettivo di estendere il trattato a comprendere anche le sue forze nucleari; ma la Cina ha ribadito di non essere disponibile a negoziati trilaterali se prima le altre due potenze non avessero ridotto i propri arsenali. 

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