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Il neonato parito pro-Brexit di Nigel Farage vola nei sondaggi, accreditato da un sondaggio pubblicato dal Guardian del 34% delle intenzioni di voto per le Europee contro il 21% dei laburisti e il 12% dei liberaldemocratici. In caduta libera i conservatori di Theresa May, con appena l’11% delle intenzioni di voto.

Il sostegno ai Tories alle elezioni europee è ora meno di un terzo di quello per il partito di Farage, e al di sotto anche di quello per i liberaldemocratici. I Tories, inoltre, all’inizio di maggio hanno subito un duro colpo alle elezioni locali in Inghilterra, perdendo quasi 1.300 consiglieri.

Un altro sondaggio, per il Telegraph vedrebbe il partito di Farage al 20% contro il 27% dei laburisti e il 19% dei conservatori, che escono comunque con le ossa rotte da questi mesi di guida incerta sulla Brexit.

Se si votasse invece per le politiche, il partito di Farage irromperebbe in Parlamento con 49 seggi alla Camera dei comuni e i Tories passerebbero da 318 a 179 seggi mentre i laburisti si troverebbero primo partito con 316 seggi contro i 262 attuali. 

“Sono finiti sott’acqua uno ad uno. Li ho visti morire davanti ai miei occhi”, ripete Ahmed Bilal, un contadino del Bangladesh sopravvissuto al tragico naufragio avvenuto ieri davanti alla costa della Tunisia, in cui sono morte almeno 65 persone, tutti in fuga dalla Libia, con la speranza di raggiungere l’Italia.

“Non riesco a smettere di piangere”, racconta Ahmed all’Afp in un rifugio d’emergenza della Mezzaluna Rossa a Zarzis, nel sud della Tunisia, dove i 16 sopravvissuti sono stati accolti venerdì sera. Dopo sei mesi di viaggio, Ahmed, 30 anni, è esausto. Ha trascorso tre mesi in prigionia in Libia e otto ore nelle gelide acque del Mediterraneo fino a quando un peschereccio tunisino ha avvistato i naufraghi, a più di 60 chilometri da Sfax. Ma era già troppo tardi per suo cugino e cognato, di 22 e 26 anni.

Originario della regione di Sylhet, nel nord-est del Bangladesh, Ahmed, padre di due bambini piccoli, afferma di aver lasciato il suo villaggio sei mesi fa, insieme ad altre quattro persone. “La mia famiglia ha venduto la nostra terra, dove raccoglievamo il riso una volta all’anno, sperando di diventare come le altre famiglie che sono riuscite a mandare uno dei loro membri in Europa”, dice. 

L’incontro col trafficante e il viaggio

Una “vita migliore” è ciò che un intermediario del Bangladesh ha promesso loro, offrendo un viaggio l’Europa al costo di circa 7000 dollari. “La gente lo chiama ‘Good Luck’. mia ha detto che avremmo una vita migliore e gli abbiamo creduto”, dice amaramente Ahmed. “In effetti, sono sicuro che la maggior parte delle persone che si affidano a lui muoia durante il viaggio. Io ci ho parlato solo al telefono, ma ho visto suo fratello in Libia”, aggiunge.

Così Ahmed e la sua famiglia volano da Daqqa a Dubai, poi a Istanbul e infine a Tripoli. Finiscono rinchiusi per tre mesi, insieme ad altri 80 bengalesi, in una stanza nella parte occidentale della Libia. “Ho già pensato che sarei morto in Libia, ci hanno dato da mangiare una volta al giorno, a volte meno, c’era un bagno per tutti e non potevamo lavarci, tranne i denti. Chiedevamo sempre del cibo”.

Una volta intrapreso il viaggio in mare, la loro imbarcazione è andata in avaria nelle acque territoriali tunisine. Ahmed racconta che gli scafisti hanno stipato un immenso gruppo di uomini su un gommone. Destinazione – in teoria – l’Italia. A bordo, da 75 a 80 persone, secondo Ahmed. Forse 90, a detta di un altro sopravvissuto, un egiziano.

“Abbiamo iniziato ad affondare quasi immediatamente”

La maggior parte sono bengalesi, ma ci sono anche egiziani, alcuni marocchini, qualcuno venuto dal Ciad e altri il cui ricordo è già quasi cancellato. “Abbiamo iniziato ad affondare quasi immediatamente, verso mezzanotte”, ricorda il sopravvissuto egiziano, Manzour Mohammed Metwella, 21 anni. “Abbiamo nuotato tutta la notte.” Ahmed invece racconta di aver visto i suoi cari morire davanti ai proprio occhi. “Anch’io stavo per arrendermi, ma Dio ha mandato dei pescatori a salvarci. Se fossero arrivati dieci minuti dopo, penso che mi sarei lasciato andare”.

Una barca da pesca tunisina, arrivata verso le 8 del mattino, è riuscita a salvare 16 migranti, tra cui 14 bengalesi, un egiziano e un marocchino. “Se i pescatori tunisini non li avessero visti, probabilmente non saremmo mai stati informati di questo affondamento”, afferma Mongi Slim, un funzionario della Mezzaluna Rossa della Tunisia.

I sopravvissuti hanno 60 giorni per decidere se vogliono andare a casa, chiedere asilo attraverso l’Altro commissariato per i rifugiati o rimanere da soli in Tunisia. “Abbiamo perso così tanto. Io non ho più niente. Spero ancora di andare in Europa, di fare abbastanza soldi e tornare a casa”, dice Ahmed. “Ma non voglio mai più andare in mare”.

Alle nostre latitudini, una vittoria con il oltre il 57% dei voti sarebbe un trionfo assoluto. Non così in Sudafrica, dove quello messo a segno dall’African national congress del presidente Cyril Ramaphosa è il peggior risultato della sua storia, ossia da quando il glorioso partito di Nelson Mandela aveva preso il potere, mettendo fine all’Apartheid, 25 anni fa. Nei suoi anni migliori, l’Anc arrivava a mettere a segno un consenso che superava il 70% era la speranza democratica “arcobaleno” del continente. Un quarto di secolo dopo, la repubblica sudafricana viene additata come una delle nazioni più corrotte del globo. 

Con lo scrutinio completato in oltre 90 distretti elettorali, l’Anc ha potuto potuto comunque confermare la maggioranza assoluta, però con 5 punti in meno rispetto a cinque anni fa. Anche il più grande partito dell’opposizione, ossia l’Alleanza democratica, ha dovuto cedere qualche posizione, fermandosi al 21%, mentre è cresciuta la formazione della sinistra populista, l’Eff (Combattenti per la libertà economica) conquistando il 10% degli elettori. 

Un’astensione senza precedenti

Quello su cui sono d’accordo gli osservatori, è che il sistema di potere dell’Anc ha visto un’ulteriore erosione, in un clima di sfiducia confermato anche dalla bassa affluenza, fermatasi al 66% degli aventi diritto. Le masse mobilitate una volta sono ormai un ricordo lontano. Almeno 9 milioni di sudafricani non si sono neanche registrati al voto, in particolare i giovani. Tra coloro che si recavano per la prima volta alle urne, il numero degli astenuti si è assestato oltre l’80%. 

Non solo: nella cruciale provincia industriale di Gauteng – che comprende Johannesburg e Pretoria – l’Anc rischia di perdere la maggioranza, in due terzi dei distretti rimane appena sotto la soglia del 50%. Questo mentre nella Provincia del Capo occidentale, compresa Città del Capo, per la prima volta in dieci anni è l’Alleanza democratica a conquistare la maggioranza. 

A detta degli analisti, se comunque l’Anc è riuscita a contenere le perdite, si deve in gran parte proprio a Ramaphosa: “Molti sudafricani gli credono, pensano che alle parole seguiranno i fatti”, scrivono i giornali. Il presidente in alcuni strati della nazione è ancora considerato l’uomo della speranza, dopo la pessima performance del suo predecessore Jacob Zuma, che aveva portato il Paese ad un passo dall’abisso economico, disperdendo tanta parte dell’eredità morale e politica di Nelson Mandela.

Oggi la disoccupazione tocca il 27%, tra i giovani uno su due il lavoro non ce l’ha proprio, inoltre si segnalano continui blackout elettrici e una criminalità violenta che non è mai venuta meno. Gli scandali di corruzione dell’epoca Zuma hanno fatto il resto. 

Ramaphosa giurerà nuovamente da presidente il prossimo 25 maggio. L’ex leader sindacale è considerato un uomo dalle mani pulite. La sua credibilità, si commenta a Pretoria, dipenderà anche da quanta pulizia riuscirà a fare nel suo stesso partito. Si è scusato degli scandali del passato ed ha promesso un nuovo inizio. Ma non sarà facile. 

Ha appena lasciato il carcere ma potrebbe ritornarci presto. La storia di Chelsea Manning, l’ex analista dell’Intelligence dell’esercito americano arrestata per aver fornito documenti segreti a WikiLeaks nel 2010, non si è chiusa con il rilascio dal carcere avvenuto giovedì. Manning era stata rinchiusa in prigione per 62 giorni dopo essersi rifiutata di testimoniare davanti al giudice che indaga sulla pubblicazione dei documenti riservati. I termini della carcerazione erano scaduti.

L’ex analista, però, è stata di nuovo convocata mercoledì, 16 maggio, da un altro giudice che porrà le stesse domande su WikiLeaks. Manning, hanno annunciato i suoi legali, non risponderà come aveva fatto a marzo. Due mesi fa gli avvocati avevano ottenuto l’immunità per la loro assistita, ma quando il giudice aveva cominciato a porre le domande, l’ex analista si era rifiutata di rispondere, denunciando la violazione dei suoi diritti costituzionali. Il giudice della corte federale della Virginia, Claude Hilton, l’aveva condannata al carcere fino a quando non avesse deciso a parlare.

L’indagine lega Manning a Julian Assange, il leader di WikiLeaks, in una battaglia con gli Stati Uniti cominciata sotto l’amministrazione Obama e proseguita con Donald Trump. Assange per sette anni ha vissuto, come rifugiato politico, dentro l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, da dove ha continuato a portare avanti la sua battaglia sulla rivelazione di segreti di stato hackerati. Tra questi documenti, figuravano le email di Hillary Clinton, rese pubbliche durante la campagna presidenziale del 2016. Il mese scorso l’Ecuador ha espulso l’ideatore di WikiLeaks, consegnandolo di fatto all’arresto. Gli Stati Uniti vogliono processarlo.

Il ruolo di Manning diventa decisivo: l’ex analista, davanti alla corte marziale del 2013, aveva ammesso di aver spedito a WikiLeaks 250 mila comunicazioni di diplomatici americani e quasi 480 mila report dell’esercito dai fronti di guerra di Afghanistan e Iraq. Ha confessato di aver tentato di parlare direttamente con Assange, ma ha affermato di aver agito in autonomia, non su ordine di WikiLeaks. Al termine del processo del 2013, Manning venne condannata a 35 anni di prigione, finendo per essere graziata dal presidente Obama e uscire nel 2017.

La sua storia ha avuto ulteriore rilievo a causa delle vicende personali: Manning è una transgender, al tempo della prima detenzione era anagraficamente un uomo, Bradley Edward Manning, nato a Crescent, Oklahoma, il 17 dicembre 1987. Durante il carcere Manning aveva avviato la sua transizione come donna, cambiando anche il nome in Chelsea. Per nove mesi aveva passato 23 ore al giorno in una cella di un metro e ottanta per due, in condizioni che le Nazioni Unite avevano definito a livello di tortura. Tre anni fa, Chelsea ha tentato per due volte di togliersi la vita.

Più di cento detenuti sono ricercati dopo un’evasione di massa da un carcere indonesiano sull’isola di Sumatra, nell’ultima falla di un sistema penitenziario scricchiolante. I prigionieri sono fuggiti all’alba dall’istituto del distretto di Siak dopo una rivolta durante la quale è stato appiccato un incendio al penitenziario. 

Le autorità hanno lanciato una massiccia caccia all’uomo e sono riuscite a ricatturare 115 evasi. Ma restano in libertà diverse decine di detenuti. Il capo della polizia della provincia di Riau, Widodo Eko Prihastopo, ha detto che “la polizia, coadiuvata dall’esercito e dalla comunità sta ancora cercando gli evasi”. 

La rivolta si è scatenata dopo che le guardie hanno picchiato diversi detenuti. Tre reclusi hanno subito ferite da arma da fuoco e un poliziotto è stato colpito durante gli scontri. Le evasioni sono comuni in Indonesia, dove i detenuti sono spesso detenuti in condizioni insalubri nelle carceri sovraffollate.

In Germania non si scherza con il morbillo. Jens Spahn, il giovane ministro della Sanità del governo Merkel, con la sua ultima proposta di legge ha scatenato un infinito dibattito nella Repubblica federale: non solo l’obbligo della vaccinazione dei bambini contro il morbillo, ma una multa fino a 2.500 euro per chi si rifiuta ostinatamente di sottoporvi i figli. Non solo: i renitenti, ossia i loro figli, non potranno entrare in scuola finché non si saranno messi in regola.

La nuova normativa entrerebbe in vigore a partire dal marzo 2020, come ha spiegato qualche giorno fa lo stesso Spahn alla Bild. “Le campagne e i buoni appelli non bastano a debellare la malattia”, ha spiegato il ministro. E per chiarire il concetto, ha aggiunto la ratio della super-multa: “Chi in maniera ostinata e duratura si rifiuta, nonostante numerosi inviti in questo senso, di adempiere ad un dovere, deve essere trattato diversamente da chi semplicemente se n’è dimenticato. È come nel traffico: quando si superano i limiti di velocità e si mettono in pericolo altre persone, si paga una multa”. Probabilmente, aggiunge e si augura Spahn, questa sanzione sarà applicata di rado dato che “dopo i primi appelli la maggior parte delle persone accettano il vaccino”.

Stando ad una ricerca del ministero della Sanità, l’obbligo della vaccinazione riguarderebbe circa 600 mila persone in Germania e sarà applicata in primis negli asili, nelle scuole, per chi lavora negli ospedali o negli studi medici. In particolare, secondo queste stime del governo, sono circa 361 mila i bambini di asili e scuole non sufficientemente protetti contro il morbillo, a cui andrebbero sommati circa 220 mila dipendenti di ospedali e studi medici. A quanto scrive lo Spiegel, il governo prevede di varare il progetto di legge prima della pausa estiva.

A quanto affermano le autorità sanitarie tedesche, per impedire la diffusione dei virus del morbillo è necessario un tasso di vaccinazione di oltre il 95%: ma in Germania sarebbe circa del 7% la quota di chi inizia la scuola a non essere sufficientemente protetto. Il Robert Koch Institut consiglia di vaccinare contro il morbillo i bambini entro i primi due anni due volte: la prima volta tra gli 11 e i 14 mesi, la seconda volta entro i 15 e i 23 mesi. 

Dubbi costituzionali

La Spd, alleato di governo della Cdu di Frau Merkel, appoggia esplicitamente il progetto Spahn, i Verdi sono più scettici.  La leader socialdemocratica, Andrea Nahles, l’ha detta così: “C’è un dovere di protezione. La libertà individuale ha i suoi limiti là, dove mette a rischio la saluta del prossimo”. La discussione, tuttavia, non manca, neanche tra le fila degli stessi partiti che appoggiano la normativa. La cosa curiosa è che pochi mettono in discussione il concetto della multa. Invece affiorano dei dubbi “costituzionali” nelle parole della ministra della Salute della Bassa Sassonia, Carola Reimann, socialdemocratica come Nahles: “L’obbligo vaccinale entra a gamba tesa nel diritto all’autodeterminazione prevista dalla Costituzione, e dunque necessita di una particolare giustificazione”. 

Del tutto favorevole il presidente dell’associazione federale dei medici, Frank Ulrich Montgomery: “Se i tassi di vaccinazioni sono molto alti, certi agenti patogeni possono essere eliminati addirittura a livello mondiale”. Anche Angela Merkel ha segnalato il proprio appoggio alla legge proposta da Spahn. Ma anche lei ha voluto allargare lo sguardo ben oltre i confini della Germania: “È necessario che i progressi in campo medico-scientifico raggiungano anche i Paesi più deboli economicamente perché anche essi siano raggiunti da un vaccinazione più efficace”. E i cittadini tedeschi che dicono? Sarà un caso, ma secondo gli ultimi sondaggi in particolare tra i politici che hanno messo a segno i più significativi aumenti di popolarità ci sono Merkel e Spahn. Un sintomo, anche questo. 

Danny Baker, 61 anni, è stato licenziato dalla BBC dopo un tweet pubblicato ieri sul suo profilo personale. Il messaggio, corredato di una foto, metteva a paragone il royal baby con uno scimpanzé appena uscito dall’ospedale. Un tentativo di ironia che non solo non ha fatto ridere nessuno ma che contemporaneamente, come da lui stesso annunciato in un secondo tweet, gli è costato il posto di lavoro.    

 

A niente sono valse le scuse successive e l’ammissione di colpa (“Ho scritto una fesseria. Non mi era venuto in mente che qualcuno potesse infuriarsi”) e l’immediata cancellazione del tweet. Le proteste degli utenti, i messaggi ricevuti e gli screenshot che hanno iniziato a circolare in rete avevano già spinto l’emittente britannica a prendere provvedimenti.

In una nota pubblicata sul suo sito, la BBC ha voluto sottolineare che il licenziamento del conduttore radiofonico è stato ratificato a causa del suo comportamento che “contrastava i valori che noi come emittente intendiamo incarnare”. Secondo Baker, invece, la chiamata ricevuta dall’azienda è stata eccessiva e pomposa: “Mi hanno letteralmente gettato sotto a un autobus”.

 

Dorian Ragland, madre della duchessa di Sussex, è di origine afro-americana. La stessa Megan Markle, moglie del principe Harry, era stata oggetto di insulti e offese sul fatto che dal loro matrimonio potesse nascere un “principe nero”. Non stupisce quindi che il paragone tra Archie Harrison Mountbatten-Windsor, questo il nome del primogenito, e uno scimpanzé abbia fatto scattare immediatamente l’indignazione popolare. In Gran Bretagna, infatti, le leggi che puniscono la discriminazione e il razzismo sono molto rigide. Scherzare, con cattivo gusto, sui membri della famiglia reale è, di certo, un’ulteriore aggravante.

 

Il presidente americano Donald Trump ha nominato Patrick Shanahan come ministro della Difesa. Sin dallo scorso febbraio Shanahan, già numero due del Pentagono dal luglio 2017, ricopriva la posizione di ministro ad interim avendo colmato il vuoto lasciato dal dimissionario James Mattis uscito di scena in aperto contrasto con le politiche del presidente. Shanahan è passato alla storia per aver occupato la funzione di ministro della Difesa ad interim per ben 128 giorni, il lasso di tempo più ampio nella storia degli Usa.

Sembra che in molti abbiano declinato l’offerta di Trump per il ruolo. Tra i nomi che giravano, quello dei senatori repubblicani Lindsey Graham, Tom Cotton e l’ex senatore John Kyl. Tra i papabili anche la ministra per l’Air Force, Heather Wilson, che si è tirata fuori dalla rosa annunciando che avrebbe lasciato l’amministrazione alla fine di maggio per diventare presidente della University of Texas a El Paso.

La nomina non era più posticipabile alla luce delle numerose questioni internazionali aperte: dal Venezuela alla Cina, dalla Corea del Nord all’Iran. E Patrick Shanahan, 56 anni, è un fedelissimo di Trump, sebbene con una esperienza limitata in ambito governativo. Tra gli scettici già sulla sua conferma come viceministro c’era stato anche il defunto senatore dell’Arizona John McCain, a capo della commissione Difesa del Senato.

Ingegnere meccanico con un master al prestigioso MIT, Shanahan è figlio di un reduce del Vietnam. Prima di entrare nella squadra di governo del presidente Trump, è stato un alto dirigente di Boeing, in cui ha lavorato per circa trent’anni, diventandone vicepresidente per le operazioni e il settore approvvigionamento.

Soprannominato “Mr. Fix-it” per la sua capacità di sistemare e gestire i momenti di crisi, nello specifico quelli legati alla controversa vicenda del Boeing 787 Dreamliner e degli incidenti ad esso legati. La sua presenza nel gabinetto ha fatto sollevare più di un sopracciglio anche in occasione della vicenda legata al Boeing 737 Max, il modello di jet coinvolto in due gravi incidenti aerei con 300 vittime. Su quest’ultimo fronte Shanahan ha assicurato di esserne rimasto fuori.

La sua relazione con il colosso Usa dell’aviazione era stata al centro di una indagine interna a cura dell’Ispettore Generale del Ministero della Difesa volta a determinare se avesse o meno favorito la Boeing penalizzando altre aziende aerospaziali concorrenti. La compagnia, difatti, aveva ottenuto contratti pubblici per milioni di dollari, nonostante Shanahan si fosse astenuto in tutte le questioni sensibili.

Dopo la caduta delle accuse, Trump ha finalmente avuto il via libera alla sua nomina. “Se sarò confermato dal voto del Senato continuerò l’aggressiva implementazione della nostra strategia di difesa nazionale”, ha dichiarato Shanahan sottolineando poi la sua intenzione di puntare alla modernizzazione del comparto. Numerosi i malumori tra gli esperti del ministero della Difesa e i legislatori che continuano ad avanzare forti perplessità sulla sua capacità di guidare il Pentagono con così poca esperienza in politica estera e difesa. In tanti, inoltre, si chiedono se e quanto sarà capace di indirizzare le decisioni del presidente Trump.

George Alexander Louis, primogenito di Kate Middleton e William del Galles, come ogni royal baby che si rispetti di nomi ne ha tre. E come ogni bambino di cinque anni ama inventarsene tanti altri.

Secondo quanto racconta il Sun, il principino avrebbe rivelato a un passante di chiamarsi «Archie». L’aneddoto arriva dal Berkshire, nei dintorni della casa di famiglia dei Middleton.

Baby George, terzo in linea di successione al trono, stava facendo una passeggiata vicino al fiume in compagnia della sorellina Charlotte, 3, e di nonna Carole Middleton quando ha incontrato una donna che stava portando a spasso il cane.

 “Il mio nome è Archie, Archie Cambridge”

«Un uomo della sicurezza mi ha chiesto di non scattare foto ai bambini, cosa che ovviamente non ho fatto», ha raccontato la donna che ha chiesto di rimanere anonima, «George ha iniziato ad accarezzare il mio cane, così ci siamo messi un po’ a chiacchierare. E ho chiesto al bambino quale fosse il suo nome, anche se lo sapevo benissimo. Lui mi ha risposto, con mio grande stupore, e sorridendo: “Mi chiamo Archie”». E ancora: «Non so perché si sia chiamato così, ma i bambini giocano spesso con i loro nomi e penso che sia adorabile».

Non è noto, infatti, se «Archie» sia un soprannome usato in famiglia, oppure solo un nome di fantasia inventato sul momento. O ancora baby George potrebbe aver dato un altro nome, per motivi di sicurezza.

Se fosse un meme, potremmo dire che l’ha scelto per provare a confondersi tra noi «poracci».

Nonno Galles

Del resto pare che il primogenito di Kate e William sia un appassionato di soprannomi (oltre che di elicotteri). Ne avrebbe uno per ogni membro della famiglia.

Papà Williams lo chiama «Pops», il nonno Carlo, invece, è «nonno Galles», mentre la bisnonna regina continua a essere sempre «Gan-gan».

George, che ha sempre avuto una passione per i giochi all’aria aperta (a Kensington, infatti, chiederebbe spesso alla tata Maria Borrallo di portarlo a giocare fuori, nel parco del palazzo), ama trascorrere il tempo libero in campagna, con i nonni Middleton. Come fosse un bambino qualsiasi.

Alla Thomas’s School a Battersea, da quasi 18 mila sterline l’anno, ha appena iniziato il secondo semestre del secondo anno. 

Lì la prima regola è «essere gentili», e i «migliori amici» sono vietati, per evitare di «ferire i sentimenti» dei più piccoli.

A scuola pare che i compagni lo chiamino «George Cambridge». Molto più semplice di His Royal Highness.

Il Sebin (il servizio di intelligence venezuelano) ha utilizzato una gru per arrestare il braccio destro di Juan Guaidò, il primo vicepresidente del Parlamento, Edgar Zambrano, che era uno dei deputati ‘ribelli’ a cui Nicolas Maduro ha fatto levare l’immunità. Zambrano è stato arrestato vicino la sede del suo partito, Accion Democratica; e poiché si rifiutava di uscire dal suo veicolo, gli agenti della polizia politica del regime, con il volto coperto e armati, hanno utilizzato “una gru” per portarlo via. Lo hanno riferito varie fonti di Accion Democratica. È l’ennesimo capitolo della battaglia politica tra Maduro e i suoi oppositori, un capitolo destinato a inasprire ulteriormente lo scontro.

L’Ambasciata Virtuale degli Stati Uniti a Caracas ha minacciato “conseguenze” se le autorità venezuelane non libereranno Zambrano. Nel suo account su Twitter l’ambasciata parla di arresto “illegittimo e inescusabile”. Zambrano stesso, ‘twittando’ al momento dell’arresto dall’interno della sua auto da cui si rifiutava di uscire, ha raccontato che gli agenti della polizia politica bolivariana hanno utilizzato una gru per portarlo all’Helicoide, la sede dell’intelligence.

Fuimos sorprendidos por el SEBIN, al negarnos salir de nuestro vehículo, utilizaron una grúa para trasladarnos de manera forzosa directamente al Helicoide. Los demócratas nos mantenemos en pie de lucha.

— Edgar Zambrano (@edgarzambranoad)
8 maggio 2019

Dopo il suo arresto Guaidò, riconosciuto come presidente ad interim da oltre 50 Paesi, ha accusato il governo di Maduro di voler disintegrare l’organismo legislativo (nelle ultime ore è stata levata l’immunità a sette deputati, tra i quali anche Marianela Magallanes, sposata a un italiano e in attesa della cittadinanza, che ha trovato rifugio nell’ambasciata italiana a Caracas).

Gli Stati Uniti non hanno un’ambasciata in Venezuela dallo scorso marzo, quando hanno annunciato la sospensione temporanea delle operazioni a Caracas e il ritiro del personale diplomatico. Da allora, l’account Twitter della rappresentanza diplomatica è stata ribattezzata Ambasciata Virtuale.

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