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Alle 17,04 un furgone guidato da un attentatore terrorista è piombato sulla folla sulla Rambla di Barcellona. Tredici le vittime e decine di feriti. L'attentatore è riuscito a fuggire. Sulla rete e sui social network sono arrivati decine di immagini e video.

da Twitter

Alle 17,04 un furgone guidato da un attentatore terrorista è piombato sulla folla sulla Rambla di Barcellona. Due le vittime e decine di feriti. L'attentatore è riuscito a fuggire. Sulla rete e sui social network sono arrivati decine di immagini e video.

da Twitter

Aggiornamento. Un furgone è piombato sulla folla questo pomeriggio a La Rambla di Barcellona, lo riporta il quotidiano spagno El Pais. Secondo diversi testimoni ascoltati dalla polizia spagnola l'autista dopo aver scagliato il furgone sulla folla avrebbe tentato la fuga, riuscendoci. Finora non è noto il numero di feriti nell'incidente. In questo momento tutta l'area è stata transennata. Si tratta di una delle aree più frequentate della città, particolarmente affollata in questo periodo dell'anno. 

Fonti della polizia hanno spiegato che si tratta di un furgone bianco che ha travolto molte persone e dopo l'azione l'autista è fuggito a piedi. In questo momento a Barcellona è caccia all'autista. 

 

In Nepal dopo le gravi inondazioni causate dalle piogge monsoniche, molti elefanti nel Chitwan National Park, a 200 km dalla capitale Kathmandu sono stati utilizzati per far fronte all'emergenza e trarre in salvo turisti e popolazione.

CT, ANIL DHAKAL / AFP

L’ondata di sdegno seguita ai tragici eventi di Charlottesville ha colpito le ‘corde’ dei colossi del web. PayPal ha annunciato che vieterà sulla sua piattaforma movimenti di denaro volti a promuovere odio, violenza e intolleranza. Servizi vietati anche da parte di Google e Uber. E la lista si allunga sempre di più. Ultimo arrivato, nientemeno che Facebook.

 

Tra le aziende tecnologiche che stanno prendendo le distanze dall’alt-right, mettendo al bando gruppi e seguaci che usano i loro servizi – a cominciare dal famigerato ‘The Daily Stormer’, sito web di suprematisti bianchi – ci sono anche Apple, Airbnb, WordPress, l’indiana Zoho, il sito di crowdfunding GoFundMe, la società di web security CloudFare con il suo servizio di newsletter SendGrid e la voice chat Discord

La presa di posizione di mr. Facebook

Da parte su, Mark Zuckerberg ha preso posizione con un lungo post sul suo profilo Facebook, sottolineando che “non c’è posto per l’odio nella nostra comunità. Ecco perché abbiamo sempre eleminato qualsiasi post promuovesse o celebrasse crimini d’odio o atti di terrorismo – compreso quello che è successo a Charlottesville. Di fronte alla possibilità di nuove manifestazioni, seguiamo la situazione da vicino e toglieremo ogni minaccia di danno fisico. Non saremo sempre perfetti ma – ha assicurato – avete il mio impegno che continueremo a lavorare per rendere Facebook un posto dove ognuno si senta al sicuro”. 
 

Una decisione importante ma che arriva in ritardo, accusano i gruppi per i diritti civili, che da tempo denunciano come i gruppi suprematisti bianchi usino le piattaforme on-line per diffondere odio e raccogliere fondi. 

PayPal: “Sempre vigili e impegnati contro odio e intolleranza”

In un lungo post, PayPal ha espresso il suo dolore per le “vite perse a causa di odio e intolleranza, una tragedia per tutti noi”. Quanto successo a Charlottesville, dove una donna è morta dopo che un auto guidata da un simpatizzante nazista è piombata su un raduno di manifestanti contro il suprematismo bianco, “è un altro esempio inquietante delle tante forme in cui si manifestano razzismo e odio”.

“L’intolleranza – si legge – può esprimersi in tanti modi, on-line e off-line, attraverso una vasta gamma di contenuti e linguaggi”. Parte da queste premesse il tentativo di PayPal di trovare “l’equilibrio tra la libertà di espressione e il dialogo aperto e la limitazione e chiusura di siti che accettano pagamenti o raccolgono fondi per promuovere odio, violenza e intolleranza”.

In particolare, vengono espressamente citate organizzazioni come “il Kkk, gruppi suprematisti bianchi o nazisti”. Si tratta di una “linea sottile”, ma l’azienda “farà il suo meglio per distinguere siti web offensivi e basati su opinioni da quelli che vanno oltre e violano le nostre politiche”.

In questo, si chiede l’aiuto degli utenti che “possono e dovrebbero avvisare” la società in caso di “contenuti ritenuti discutibili o offensivi”. “PayPal – conclude – resterà sempre vigile e impegnata ad assicurare che le nostre piattaforme non siano usate per perpetuare odio e violenza o intolleranza razziale”.

Per gli attivisti dei diritti civili è un passo importante ma tardivo

Una presa di posizione che per gli attivisti dei diritti civili è una presa di coscienza tardiva. “E’ una vergogna che gli sia servito Charlottesville per prenderla sul serio”, ha commentato Keegan Hankes, analista del Southern Poverty Law Center (Splc), ricordando che “per molto tempo, PayPal è stato di fondo il sistema bancario per il nazionalismo bianco”.

Secondo questa associazione che monitora i movimenti d’odio, la piattaforma online ha permesso ad almeno otto gruppi e individui apertamente razzisti di muovere denaro sia prima che dopo gli avvenimenti della scorsa settimana in Virginia. “PayPal – ha accusato Splc sul suo blog Hatewatch.org  – era parte integrante nella raccolta soldi per orchestrare l’evento”.

La decisione di bandire almeno 34 gruppi dalla piattaforma di pagamenti online – tra cui il National Policy Institute di Richard Spencer, due società che vendono armi esplicitamente rivolte all’uccisione di musulmani e tutti gli account legati a Jason Kessler, organizzatore della marcia a Charlottesville – è “ampiamente tardiva”, ha commentato Hankes, ricordando che sono due anni che il centro fa pressioni, fornendo dati e dossier, per ottenere questo risultato.

Allo stesso tempo, gli attivisti sono consapevoli che rispetto alle iniziative intraprese in passato – in occasione di fatti di sangue come l’uccisione di nove fedeli neri nella chiesa di Charleston nel 2015, quando PayPal bandì il Council of Conservative Citizens – questo è un passo avanti senza precedenti: “Stanno prendendo una posizione dura”.

Altrettanto dura è la posizione di Color of Change, associazione che da mesi è in contatto con PayPal e altre società per ottenere la messa al bando di gruppi razzisti che usano le piattaforme. Dopo quanto successo in Virginia, “abbiamo lanciato un ultimo avvertimento, dicendo che saremmo andati avanti con questa campagna”, ha fatto sapere Rashad Robinson, direttore esecutivo dell’associazione. “Basta parlare: questa non è una questione politica ma pratica, se queste aziende sono disposte o meno a mettere veramente in pratica i loro valori e politiche”.

Dopo le rivelazioni del New York Tims giunte in contemporanea con la decisione del governo italiano di riaprire l’ambasciata al Cairo, torna di strettissima attualità il caso Regeni, il ricercatore torturato e ucciso in Egitto tra gennaio e febbraio dello scorso anno.

Il retroscena del ritorno dell'ambasciatore al Cairo

Su Repubblica una fonte della Farnesina spiega la necessità di rimandare l’ambasciatore Giampaolo Cantini in Egitto. “Il nostro isolamento rischiava, se prolungato, di provocare danni – spiega -. Non solo per quanto sta accadendo in Libia ma soprattutto nei confronti della nostra comunità al Cairo e nella ricerca della verità su Regeni". Il quotidiano romano rivela un retroscena, la lettera di incarico del governo all’ambasciatore: Cantini arriverà al Cairo affiancato da una figura specifica che gestirà la cooperazione giudiziaria e investigativa con la procura generale del Cairo. Non è ancora stato deciso se si tratterà di un magistrato o di un ufficiale di polizia giudiziaria.

Viene confermato poi l'ordine del giorno del settembre 2016 che blocca ogni fornitura gratuita di materiale bellico al regime di Al Sisi. Resta congelato sine die – come si legge ancora dalla lettera di incarico – il business council italo-egiziano. Verrà mantenuta l'allerta sul sito istituzionale della Farnesina e saranno aumentati i progetti di cooperazione e sviluppo con l'Egitto con oggetto il rispetto dei diritti umani e la parità di genere. C'è infine – spiega ancora la fonte della Farnesina – il capitolo della "memoria" che "non sarà rituale". Sarà intitolata al ricercatore italiano la futura università italo- egiziana e l'auditorium dell'istituto di cultura. Il 25 gennaio, data della scomparsa di Giulio, sarà istituito il giorno della memoria in tutte le nostre sedi istituzionali in Egitto.

L'avvocato egiziano: "Nessuna cooperazione"

Il Corriere della Sera intervista Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, Ong che offre consulenza ai legali della famiglia di Giulio Regeni. Arrestato il 25 aprile 2016, Abdallah è rimasto in carcere per 4 mesi e mezzo con l’accusa di aver partecipato all’organizzazione di proteste che miravano a rovesciare il regime. La sua opinione sulla decisione di rimandare l’ambasciatore italiano al Cairo è nettamente negativa, al pari della famiglia Regeni. Si parla di progressi nelle indagini e di “rinnovata cooperazione” tra inquirenti, ma Abdallah ha pochi dubbi: “Non c’è nessuna cooperazione”. Il procuratore generale Nabil Ahmed Sadek, che dovrebbe garantire la giustizia in Egitto, spiega l’avvocato, “ha rifiutato finora di consegnarci il fascicolo sull’uccisione di Giulio e ha bloccato ogni tentativo legale di ottenerlo. La famiglia non ha avuto nessuno degli atti – aggiunge -. Non sappiamo nemmeno se quelli inviati agli inquirenti italiani siano un riassunto dell’inchiesta oppure gli originali. Penso che dovremmo vedere i documenti. Comunque, sulla base di quello che abbiamo visto sinora, mi aspetto che il fascicolo sia pieno di bugie”.

Renzi: "Obama non mi ha detto nulla"

Sulla Stampa si parla, invece, delle rivelazioni del New York Times, di quelle “prove esplosive” del coinvolgimento dei servizi segreti nell’omicidio Regeni che Obama avrebbe consegnato a Matteo Renzi. Il quotidiano di Torino cita l’ex premier che avrebbe detto al suo successore, Paolo Gentiloni: “Lo sai, con Obama, ci siamo visti tante volte, abbiamo parlato anche dal caso Regeni, ma mai una volta il presidente degli Stati Uniti mi ha fatto rivelazioni o fornito documenti. Né ha mai sentito il bisogno di metterci in allerta”. E anche Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri del governo Renzi, a suo tempo, parlò del caso col suo omologo di allora, il segretario di Stato John Kerry, ma anche in questo caso senza mai ricevere elementi di fatto e tantomeno “prove esplosive”. E soprattutto – sottolinea ancora La Stampa – non furono suggerite tracce che fossero diverse da quelle già in possesso dei Servizi italiani.

Necessità di normalizzare i rapporti

La decisione di inviare l'amasciatore nuovamente al Cairo è giustificata da Palazzo Chigi con la necessità di 'normalizzare' i rapporti con l'Egitto dopo un anno e mezzo di ferri corti dovuti all'omicidio del ricercatore italiano. "Vogliamo tutta la verità sulle responsabilità di apparati dello Stato egiziano nella morte di Giulio", hanno sempre detto ministri e premier italiani in questi mesi. I silenzi ricevuti avevano portato al ritiro dell'ambasciatore dal Cairo. Prima di Ferragosto la notizia del reinvio di un nostro diplomatico (leggi anche l'articolo del Sole 24 ore) a fronte di nessuna sostanziale novità sul fronte delle indagini (anche se la procura di Roma che indaga sul caso ha parlato di "passi avanti" sul fronte della collaborazione con le autorità egiziane). Poi, a Ferragosto, la bomba sganciata dal quotidiano americano, che ha prodotto migliaia di commenti sulla rete, tra i quali, naturalmente, quello sgomento della famiglia di Giulio (leggi su questo l'articolo dell'HuffPost).

I nodi che restano aperti

Una nota che non spegne le polemiche. Il Corriere della sera mette in fila i punti scoperti portati alla luce dal quotidiano di New York: 

  • l’inchiesta spiega che le «prove esplosive» non furono passate dall’amministrazione americana al governo italiano, ma rivela che quelle prove esistono. Dal canto suo, Palazzo Chigi non smentisce, ma conferma quanto effettivamente scritto dal quotidiano: gli «elementi di fatto» non furono inviati da Washington a Roma;
  • nella nota delle «fonti» del governo italiano si sottolinea come «la collaborazione» investigativa tra Usa e Italia sia completa: un modo per smorzare ogni polemica; 
  • i rappresentanti governativi americani citati dall’articolo dicono che non fosse chiaro «chi» avesse dato l’ordine di catturare e «presumibilmente» di uccidere Regeni: una frase che indica che le prove in possesso degli Stati Uniti non siano in grado di chiarire né la responsabilità ultima, personale, dietro la decisione di rapire Regeni, né di indicare in modo incontrovertibile quale agenzia di sicurezza e intelligence lo abbia torturato e ucciso, né se la sua morte venne «decisa» o fu il risultato delle violentissime torture subite;
  • anche se non lo nomina esplicitamente, sembra che la fonte citata dal New York Times alluda ad Al Sisi e a membri del suo governo quando spiega che a sapere che cosa fosse successo a Regeni fosse «the very top», il vertice supremo dello Stato (usando il pronome «they», «loro»).

Nottetempo, piazza per piazza. I quattro monumenti simbolo dell’America confederata nella città di Baltimora sono stati rimossi così, per ordine del sindaco democratico Catherine Pugh, organizzando squadre, cavi e gru e autocarri tra le 11 e mezza di sera e le 5,30 di ieri mattina.

Così sono scomparsi i monumenti, “il più velocemente possibile”, ha detto il sindaco, dopo un anno di discussioni e sterili contrasti. Perché “era necessario tirarli giù”: subito e senza clamori per la sicurezza dei cittadini – tutti – dopo i fatti di Charlottesville in Virginia, dove sabato scorso è morta una donna negli scontri seguiti al raid di un suprematista bianco contro la rimozione di una statua del generale della Guerra di Secessione, Robert E. Lee.

Quali sono le statue rimosse la notte scorsa a Baltimora?

  • Il monumento ai soldati e ai marinai confederati (in Mount Royal Avenue vicino a Mosher Street). Eretto nel 1903 dalle Maryland Daughters of the Confederacy, fu realizzato dallo scultore newyorkese di origini francesi F. Wellington Ruckstuhl e rappresenta l’allegoria della Gloria che sostiene un soldato confederato morente con la bandiera sudista fra le mani.
     
     
  • Il monumento alla donna confederata (in Bishop Square Park all’University Parkway e Charles Street).Risale al 1917 e fu finanziato dalla Unione dei veterani confederati, dall’Unione delle figlie della Confederazione e dallo Stato del Maryland. Ritrae un soldato morente con la bandiera e due donne, una che lo tiene fra le braccia e l’altra, eretta, che scruta l’orizzonte.
     
     
  • Il monumento al generale Robert E. Lee e al comandante Thomas ‘Stonewall’ Jackson (in Wyman Park Dell vicino all’Art Museum and Wyman Park drives). Datato 1948, il gruppo bronzeo raffigura Robert E. Lee e ‘Stonewall’ Jackson a cavallo prima della battaglia di Chancellorsville in Virgina, nel 1863, che è reputata la “battaglia perfetta” di Lee malgrado la morte di Jackson. Il monumento fu finanziato dal banchiere J. Henry Ferguson, che morì nel 1928. Fu plasmato dalla scultrice Laura Gardin Fraser, che si aggiudicò un concorso per la sua realizzazione.
     
     
  • La statua a Roger B. Taney (in Mount Vernon Place). Eretta nel 1887, la scultura del quinto presidente della Corte Suprema, originario del Maryland, fu opera di William Henry Rinehart ed è la copia di quella che si trova nella Maryland’s State House. Taney, con la rimozione della stuatua, sconta una sua storica sentenza a favore della schiavitù.
     

Un esempio che sarà seguito a New York

Non è chiaro quale fine faranno le statue né a quanto ammontino i costi della loro rimozione, perché il sindaco Pugh, a quanto riferisce “The Baltimore Sun”, li ha definiti un dettaglio rispetto alle motivazioni che hanno portato alla decisione, corroborata comunque da un voto unanime del Consiglio. Al loro posto, saranno probabilmente collocate delle placche che spiegheranno quali monumenti sorgevano in quei punti e il motivo della rimozione.

L’aria è che altre municipalità seguiranno, negli Stati Uniti, l’esempio di Baltimora e la prossima rimozione potrebbe riguardare una targa infissa su un vecchio acero, sempre in onore del generale confederato Lee, che si trova a Brooklyn a New York, davanti a una chiesa episcopale frequentata dal comandante il quale piantò pure l’albero.

Per secoli è stata il flagello per eccellenza. Era considerata un castigo divino e il suo spettro ha aleggiato in numerosi capolavori della letteratura, dal Decamerone ai Promessi Sposi. Oggi di peste non si muore quasi più e quei mille o duemila casi che si registrano annualmente nel mondo si verificano quasi tutti in Africa, dove non è certo l'emergenza sanitaria più grave. Ma suscita comunque impressione vedere riapparire in uno dei Paesi più industrializzato del mondo il batterio della peste bubbonica.

Allarme in Arizona

Le autorità sanitarie di due contee dell'Arizona, Navajo e Coconino, hanno avvertito i residenti di aver rilevato delle pulci portatrici del batterio Yersinia Pestis, all'origine della malattia. Dati gli indubbi progressi compiuti dalla medicina dai tempi del Medio Evo, a rischiare la vita – leggiamo sul Washington Post – sono però soprattutto cani e gatti, più che i loro padroni, invitati a tenere i loro animali al guinzaglio e a evitare di toccare carogne. 

Come si cura la peste

Oggi, negli esseri umani, la peste bubbonica può essere curata facilmente con gli antibiotici se diagnosticata in tempo ma quando iniziano ad apparire i suoi sintomi più iconici, dalle vesciche sulla pelle agli arti che diventano neri, è spesso già troppo tardi. Perire di peste nel XXI secolo è nondimeno faccenda assai rara. Gli ultimi casi mortali negli Stati Uniti risalgono agli anni '20, quando il contagio era ancora endemico, soprattutto nell'area sudoccidentale. Oggi si registrano circa sette casi all'anno negli Usa, gli ultimi due dei quali sono stati diagnosticati nel Nuovo Messico lo scorso giugno.

 

Il governo americano sta cercando di ottenere i dati di tutte le persone che hanno visitato un sito anti-Trump, scatenando le proteste per quella che viene vista come una campagna anticostituzionale contro l'opposizione. Nel mirino del dipartimento di Giustizia è finita la società DreamHost la cui piattaforma ospita il sito www.disruptj20.org, usato dagli attivisti per coordinare le dimostrazioni di piazza in occasione della cerimonia di insediamento del presidente americano. Il mandato di perquisizione presentato lo scorso 17 luglio, riferisce il Guardian, mira infatti a ottenere non solo informazioni sui gestori del sito ma anche i dati di tutti coloro che lo avevano visitato – oltre 1,3 milioni di persone – insieme a date, permanenza e sistemi di accesso. 

Per il legale di DreamHost è "una prevaricazione"

Il caso è stato reso pubblico lunedì scorso quando la società ha annunciato che avrebbe dato battaglia in tribunale durante la prossima udienza prevista per venerdi'. Si tratta di una prevaricazione "puramente accusatoria portata avanti da un dipartimento di Giustizia altamente politicizzato diretto da Jeff Sessions – ha commentato il legale della DreamHost, Chris Ghazarian – dovreste essere preoccupati che chiunque possa essere preso di mira semplicemente per aver visitato un sito". 

Già all'indomani delle proteste del 20 gennaio il governo aveva inoltrato alla società una richiesta di informazioni sul proprietario del sito per poi tornare alla carica a luglio per ottenere dati più ampi sui visitatori. "Siamo i guardiani della porta tra il governo e decine di migliaia di persone che hanno visitato il sito, vogliamo tenerle protette", ha ribadito Ghazarian. Per Mark Rumold della Electronic Frontier Foundation, che sostiene la battaglia della DreamHost, il caso riguarda la "difesa del primo emendamento" e ha definito il tentativo della Giustizia di rintracciare le identità dei visitatori anticostituzionale. 

Non è la prima volta che le autorità tentano di risalire all'identità degli oppositori di Trump. Già a marzo un'agenzia governativa aveva ordinato a Twitter di consegnare indirizzo email e numero di telefono di un utente associato a un account critico nei confronti dell'amministrazione, @ALT_USCIS. Davanti al rifiuto della società, che aveva anche presentato una denuncia in tribunale, l'agenzia aveva fatto marcia indietro.

In principio fu Sean Spicer con i suoi "fatti alternativi", secondo la celebre definizione della consigliera del presidente, Kellyanne Conway. Poi fu la volta dell'effimera parabola di Anthony Scaramucci, durato appena dieci giorni, dopo aver lasciato la sua azienda e essere stato piantato dalla moglie, che non sopportava Donald Trump. Ora, leggiamo sul New York Times, la delicatissima posizione di capo della comunicazione della Casa Bianca è passata a Hope Charlotte Hicks, una ventottenne, modella per Ralph Lauren nell'adolescenza, molto vicina a Ivanka, la figlia prediletta del presidente.

Benché sia piuttosto giovane e non abbia avuto alcuna esperienza politica prima di entrare nel circolo dei Trump, Hicks ha sicuramente un curriculum più adeguato del suo predecessore, che non aveva alcuna esperienza di rilievo nel campo della comunicazione. Anzi, è, per così dire, figlia d'arte: suo padre, Paul Burton Hicks, è stato il vicedirettore dell'ufficio stampa dell'Nfl, la federazione nazionale del football americano, dal 2010 al 2015 e prima ancora era stato il capo dello staff di Stewart McKinney, un deputato repubblicano del Connecticut.

L'incontro con 'The Donald'

I rapporti di Hope con la famiglia Trump iniziano nel 2012, quando, per la società di pubbliche relazioni dove era stata assunta, la Hiltzik Strategies, inizia a curare la comunicazione della nuova linea di moda firmata da Ivanka, che due anni dopo la vorrà a tempo pieno nella Trump Organization. La ragazza si fa notare, tanto che nel gennaio 2015, 'The Donald' la convoca per una proposta che non potrà rifiutare. "Mister Trump mi guardò e mi disse: 'sto pensando di correre per la presidenza e tu sarai il mio addetto stampa',", è il racconto di Hicks. Occuperà la posizione fino alla conclusione della campagna elettorale che porterà l'immobiliarista alla Casa Bianca, diventando il membro più longevo del team. Hope è quindi una "trumpista" della prima ora, come Steve Bannon e la stessa Comway, in compagnia dei quali viene spesso ritratta.

Uno stipendio da record

Sin dai giorni delle primarie fu Hope a decidere, tra le 250 richieste di contatto ricevute al giorno, quali giornalisti avrebbero parlato con il magnate. Ed era lei che dettava a Trump alcuni dei suoi controversi 'tweet'. Hope trascorreva quasi tutta la giornata nell'ufficio dell'allora candidato. Un impegno – e qua un parallelismo con Scaramucci c'è – che le costerà un fidanzato che stava con lei da sei anni. È però grazie al suo lavoro (portato avanti in solitaria) che, nel gennaio 2017, si guadagna un posto nella lista di Forbes degli under 30 più influenti. Oggi è la figura più pagata della squadra della Casa Bianca, con uno stipendio mensile di 179.700 dollari, lo stesso di Bannon e del 'chief of staff' Reince Priebus.

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