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Era stato in Italia per la prima volta esattamente otto anni fa, il 17 marzo 2011, per i 150 anni dell’unità d’Italia, quando era ancora vice presidente cinese. Nel novembre 2016 aveva fatto una breve sosta in Sardegna, dove incontrò l’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi. La prossima settimana, Xi Jinping, 65 anni, segretario generale del Partito Comunista Cinese dal novembre 2012 e presidente cinese dal marzo 2013, sarà in Italia per la sua prima visita ufficiale da quando è l’uomo più potente della Repubblica Popolare Cinese.

Oltre alle cariche di vertice del partito e dello Stato, rinnovate entrambe tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, Xi è dalla fine del 2012 anche a capo delle Forze Armate cinesi come presidente della Commissione Militare Centrale, e dall’ottobre 2016 è core leader del Pcc, o nucleo della leadership, per acclamazione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, il vertice allargato a circa quattrocento dirigenti del partito che si riunisce almeno una volta all’anno.

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Dall’ottobre 2017 il suo nome è iscritto nella carta fondamentale del Partito Comunista Cinese assieme al suo contributo ideologico, il pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, che dal marzo 2018 è entrato a fare parte anche della Costituzione cinese.

Un mandato rinnovabile senza limiti

Il leader cinese non ha rivali dichiarati, nè successori: il suo mandato, dallo scorso anno, è rinnovabile senza limiti. Nel processo di consolidamento al vertice del potere è stato nominato anche a capo di diversi gruppi guida che regolano tutti i più importanti settori della vita dello Stato, dagli Affari Esteri al controllo di Internet. L’ultima carica assunta risale all’inizio del 2017, quando è diventato presidente della Commissione Centrale per lo Sviluppo Integrato di Militare e Civile, un organo che ha attratto i sospetti di Washington. Dai suoi discorsi pubblici è emersa in più occasioni la sua visione della Cina, del Pcc e, più in generale, del mondo e di come la Cina intende rapportarsi allo scacchiere internazionale. 

Il marxismo è “assolutamente corretto” per la Cina, ha detto a maggio scorso in occasione delle celebrazioni per i duecento anni dalla nascita del filosofo tedesco Karl Marx, e “assolutamente corretta” è la leadership del Partito Comunista Cinese, che vive, di questi tempi, una stagione di revival in Cina. 

Realizzare il sogno cinese di rinnovamento nazionale, concetto da lui introdotto all’inizio del suo mandato al vertice del Pcc, “non sarà una passeggiata nel parco e richiederà grandi sforzi, progettualità e dedizione alla causa”, disse a ottobre 2017, al Congresso del Pcc che ne elevò lo status al livello del fondatore della Repubblica Popolare Cinese, Mao Zedong, e di Deng Xiaoping, l’architetto delle riforme economiche.

“Un miracolo che impressionerà il mondo”

“Il protezionismo è una stanza buia”, che ripara dalle intemperie, ma che non permette di vedere la luce del sole, disse a gennaio 2017 articolando il suo concetto di globalizzazione, pochi giorni prima dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, alla platea del World Economic Forum di Davos. Il protezionismo è “miope e destinato a fallire”, disse ancora più chiaramente a novembre scorso, al vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation di Port Moresby, in Papua Nuova Guinea. “La storia dimostra che lo scontro, sia nella forma di una guerra fredda, calda o di una guerra commerciale, non produce vincitori”, spiegò alla platea dei leader, tra cui era presente anche il vice presidente Usa, Mike Pence

“Nessuno è nella posizione di dettare alla Cina cosa possa o non possa essere fatto”, fu il durissimo avvertimento lanciato a dicembre 2018 nel discorso per i quaranta anni dall’inizio delle Riforme e Aperture lanciate da Deng: per il futuro, Xi ha promesso che la Cina sarò in grado di realizzare “un miracolo che impressionerà il mondo”. 

Il Paese straniero che occupa la maggior parte dei suoi pensieri, mai menzionato esplicitamente, sono gli Stati Uniti. L’Italia, per Xi, è “un amico fedele e un partner importante” della Cina, secondo il suo pensiero riportato dai media cinesi nel novembre 2016, dopo la tappa in Sardegna, giudizio ribadito anche pochi mesi più tardi, durante la visita in Cina del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Prima ancora, l’Italia è stata una tappa importante per l’accreditamento di Xi come futuro leader della Cina: in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, “Xi ha scambiato idee con pù di venti tra leader di Paesi e organizzazioni internazionali”, si legge in un passaggio del volume che contiene i suoi discorsi, “The governance of China”.

L’Italia sarà la prima tappa del primo viaggio all’estero dall’inizio dell’anno politico cinese, che si è aperto con la doppia sessione di lavori dei due rami del parlamento cinese, la Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, organo consultivo, e l’Assemblea Nazionale del Popolo, la camera che ratifica le decisioni prese dal governo. In attesa di un annuncio formale del viaggio in Italia, la visita di Xi a Roma, con una tappa anche a Palermo, è stata al centro del dibattito politico in Italia, per l’adesione all’iniziativa Belt and Road di connessione infrastrutturale tra Asia ed Europa, nota anche come Nuova Via della Seta.

L’Italia sarà il primo Paese del G7, fondatore dell’Unione Europea e della Nato a firmare un memorandum con la Cina: all’iniziativa aderiscono già 129 Paesi e 23 organizzazioni internazionali, ma gli Stati Uniti si dicono scettici rispetto all’endorsement di Roma, e nel recente passato hanno usato toni molto duri rispetto all’iniziativa lanciata da Xi nel 2013.

Un ‘soft power’ in crescita

Se Washington guarda Pechino con sospetto, e non solo per la disputa commerciale ancora in corso tra le due grandi economie, in generale la leadership cinese raccoglie un tasso di approvazione sempre più elevato, secondo un recente sondaggio condotto da Gallup. Nel 2018, il 34% degli interpellati in 134 Paesi si dice favorevole alla leadership cinese (il risultato più alto dal 2009), contro solo il 31% dei favorevoli alla leadership statunitense, crollata nei consensi da quando alla Casa Bianca c’è Donald Trump, e oggi ai minimi storici.

Il più alto tasso di sostegno alla Cina è stato raggiunto tra i Paesi africani (53%) mentre in Europa l’approvazione della leadership cinese è solo del 28%: comunque in lieve crescita, spiega Gallup, rispetto ai dati del 2017. Il Pakistan è il Paese con il più alto tasso di approvazione per la leadership cinese, con il 73% degli interpellati che si è detta favorevole, mentre in Vietnam, il tasso di approvazione è solo del 6%.

“A complemento della sua ascesa come grande potenza economica”, si legge nel rapporto, “il governo cinese ha cercato negli ultimi anni di espandere la sua influenza globale in altre sfere”. Il successo cinese sarebbe da attribuire, almeno in parte, anche alla politica estera dell’amministrazione statunitense che, privilegiando il concetto di “America First”, avrebbe “aperto la porta a Cina e Russia per aumentare la loro influenza globale”.

L’Isis ha promesso di vendicare le stragi nelle due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda. Sui canali Telegram dell’organizzazione terroristica è stata condivisa la foto di un fucile, un kalashnikov, con le scritte in bianco, in risposta alle armi usate dal suprematista Brenton Tarrant.

“Vi sconfiggeremo presto, nessuno si salverà. La risposta è in arrivo”, si legge sul fucile avvolto in una bandiera nera dell’Isis. Le minacce rendono ancora più cupo il dolore in Nuova Zelanda, dove il bilancio delle vittime è arrivato a 50 morti, di età compresa fra i tre e i 77 anni. Le prime salme sono state consegnate alle famiglie e, entro mercoledì prossimo, lo saranno tutte, una volta identificate le ultime vittime. Secondo il rito islamico la sepoltura sarebbe dovuta avvenire già nelle 24 ore successive agli attentati di venerdì. Intanto è ancora polemica sul ruolo dei social.

La premier neozelandese, Jacinda Ardern, ha avvertito che “servono altre risposte” e ha sottolineato di aver fatto presente ai vertici di Facebook e alle altre piattaforme che tocca a loro rimuovere i filmati del massacro, trasmessi ripetutamente anche su YouTube, Twitter e Telegram.

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Dal canto suo, il colosso di Mark Zuckerberg ha fatto sapere di aver rimosso in 24 ore “un milione e mezzo di filmati, e di aver impedito che ne venissero caricati altri 1,2 milioni”. Alla Ardern ha fatto eco il primo ministro australiano, Scott Morrison: i social hanno cooperato con i governi fin dal momento in cui è emersa consapevolezza dell’attacco, ha detto, ma “dal punto di vista tecnologico hanno una capacità molto limitata” di intervenire in fatti analoghi a quelli di Christchurch, che hanno visto lo stragista diffondere il proprio pensiero e il suo folle attacco liberamente nel web. In Nuova Zelanda lo stato di allerta è ancora elevato: oggi è stato chiuso temporaneamente l’aeroporto di Dunedin in seguito al ritrovamento di un “pacco sospetto”.

Quanto alle indagini sulle stragi, Ardern ha confermato di aver ricevuto da Tarrant la mail con il ‘manifesto‘ suprematista nove minuti prima degli attacchi, e di averla girata, entro due minuti dalla ricezione, ai servizi di sicurezza.

A Christchurch è stato eretto un memoriale e un gruppo di motociclisti ha eseguito una ‘haka’, la tradizionale danza di guerra Maori, in memoria delle vittime.

Intanto emergono ulteriori dettagli sul massacro compiuto da Brenton Tarrant, il 28enne suprematista australiano: spazzate via, tra gli altri, due generazioni di una stessa famiglia, che si trovavano negli edifici. Qualcuno, anche nel dolore, trova la forza di perdonare. “Vorrei solo dirgli che lo amo come persona”, ha detto di Tarrant Farid Ahmad, 44 anni, sottolineando che “la strada da percorrere è quella del perdono, dell’amore e del prendersi cura degli altri”.

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Husha Ahmad è stata tra le eroine a Christchurch, muovendosi in uno degli edifici per aiutare le persone presenti a sfuggire alla pallottole del neonazista. “Gridava ‘venite qui, sbrigatevi’, ha aiutato bambini e donne a trovare riparo”, ha raccontato il marito, che siede su una sedia a rotelle, spiegando che la moglie era venuta a cercarlo ed è stata colpita nel momento in cui era riuscita a raggiungere l’uscita della moschea”. “Se potessi stare davanti a lui – ha aggiunto l’uomo riferendosi a Tarrant – gli direi di ripensare a quanto ha fatto e di trovare in sé quel potenziale positivo, di generosità, con cui potrebbe salvare l’umanità invece che distruggerla”.

Un israeliano è morto e altri due sono rimasti feriti, di cui uno in modo grave, in un attacco in Cisgiordania, all’incrocio tra la colonia ebraica di Ariel e Gitai. Un palestinese ha rubato un’arma a un israeliano e gli ha sparato, uccidendolo. Poi ha sparato a un altro israeliano, ferendolo, e gli ha rubato l’auto. A una fermata dell’autobus ha aperto nuovamente il fuoco ferendo un terzo israeliano. Nell’area i militari israeliani hanno avviato una caccia all’uomo per catturare il terrorista. Le modalità dell’attacco ricordano l’ondata di attentati in Cisgiordania da parte di ‘lupi solitari’ palestinesi tra la fine del 2015 e il 2016.

L’ufficio della premier neozelandese, Jacinda Ardern, ricevette il ‘manifesto‘ di Brenton Tarrant qualche minuto prima che quest’ultimo compisse la strage nelle moschee a Chistchurch. “Sono una dei 30 destinatari del manifesto, che mi fu inviato nove minuti prima dell’attacco”, ha detto la stessa la Arden, precisando che nella mail non erano indicati il luogo e dettagli dell”attacco. Arden provvide a girare la mail ai sevizi di sicurezza entro due minuti dalla ricezione. 

Negozi saccheggiati, vetrine infrante. Ecco la risposta dei Gilet gialli ad Emmanuel Macron. Forte mobilitazione fin dalla mattina delle forze dell’ordine: oggi è il 18mo sabato di proteste.

Soprattutto è il primo sabato dopo la conclusione, proprio ieri, del Grande dibattito nazionale voluto dal presidente francese e ci si aspetta che la mobilitazione torni ai livelli più alti, in particolare a Parigi. Lo scrive il sito del quotidiano Le Monde, lo pensano in tanti in tutto il Paese.

Per il movimento, quello di oggi potrebbe essere un “punto di svolta” e la polizia si aspetta fin dal mattino di vedere un forte aumento del numero di manifestanti “ai livelli di gennaio”.

Ben lontani quindi dagli scarsi 30.000 scesi in piazza in tutta la Francia ancora sabato scorso. Il movimento del resto ha registrato una sempre minore partecipazione dopo una serie di episodi, tra cui l’assalto antisemita al filosofo Finkielkraut.

Già in tarda mattinata iniziano a giungere le segnalazioni di gruppi di manifestanti che stanno saccheggiando alcuni negozi sugli Champs-Elysees. La polizia risponde con lanci di gas lacrimogeni e con proiettili di gomma.

Tra i locali danneggiati ci sono anche il negozio di Hugo Boss e lo storico ristorante Le Fouquet’s.

“All’interno dei 7-8 mila manifestanti vi sono più di 1.500 ultraviolenti che sono venuti per distruggere e fare guerriglia”, spiega il ministro dell’interno Christophe Castaner durante una visita al quartier generale della polizia di Parigi. “Lo hanno fatto stamattina presto, cercando di assaltare l’Arc de Triomphe, sicuramente orgogliosi dei saccheggi compiuti il primo dicembre scorso”, aggiunge.

Intanto si viene a sapere che le forze dell’ordine hanno fermato 64 manifestanti, e che nei cortei si sono infiltrati gruppi di violenti dei Black bloc che hanno saccheggiato negozi e dato alle fiamme auto e immobili, tra cui l’agenzia di una banca sugli Champs Elysée e alcune edicole.

Un “incendio impressionante”, dicono le radio. Talmente forte che i pompieri on riescono a intervenire ed il palazzo che ospita gli sportelli bancari viene evacuato.

“Gli individui che hanno commesso questo atto non sono né dimostranti né vandali: sono assassini”, tuona ancora  Castaner. 

E’ finita quasi in una rissa la polemica scoppiata in Australia dopo le incendiarie dichiarazioni di un senatore di estrema destra: il senatore è stato colpito da un uovo in testa da un contestatore e lui ha reagito dando uno schiaffo sul volto al giovane che lo aveva aggredito.

Eletto nel Queensland, Fraser Anning ha innescato una bufera venerdì sostenendo che “la vera causa del bagno di sangue nelle strade” di Christchurch sono le sue politiche migratorie, che permettono “a fanatici musulmani” di emigrare in Nuova Zelanda. E per non lasciare dubbi, ha chiarito ulteriormente il suo pensiero: “Sia chiaro, se i musulmani oggi sono le vittime, di solito sono gli autori: la religione musulmana è semplicemente un’ideologia violenta di un despota del sesto secolo, travestito da leader religioso”.

Someone has just slapped an egg on the back of Australian Senator Fraser Anning’s head, who immediately turned around and punched him in the face. @politicsabc @abcnews pic.twitter.com/HkDZe2rn0X

— Henry Belot (@Henry_Belot)
16 marzo 2019

Alla luce della tempesta politica suscitata dalle sue parole, Anning ha convocato una conferenza stampa a Melbourne e mentre, in piedi dinanzi alle telecamere, parlava ai giornalisti, un giovane da dietro gli ha spiaccicato un uovo in testa. Il senatore si e’ voltato e ha reagito in maniera repentina, colpendolo ripetutamente in faccia, prima che intervenissero i presenti a bloccarli.

Le parole del senatore del Queensland sono state condannate dal premier australiano, Scott Morrison: “Sono frasi disgustose e queste posizioni non hanno posto in Australia”, ha scritto su Twitter. Fraser Anning non e’ nuovo a ‘uscite’ incendiarie. Ad agosto aveva suscitato una levata di scudi, sostenendo la necessita’ di una “soluzione finale” – il voto popolare- per mettere fine al “problema immigrazione”. 

Straziata da un conflitto civile che dura ormai da decenni e da continui attentati terroristici, la Somalia è tutt’altro che una nazione sicura. Eppure i somali rifugiati a Londra stanno rimpatriando i figli a ritmo crescente perché li considerano più al sicuro in patria che nella capitale britannica, attraversata negli ultimi mesi da una travolgente ondata di omicidi per accoltellamento, che colpiscono soprattutto gli adolescenti nei quartieri periferici. 

A raccontarlo è il Guardian, secondo il quale sono ormai centinaia i ragazzi somali rispediti nel Paese d’origine, o in Kenya, dai genitori, che temono possano cadere vittima delle gang che terrorizzano aree come Islington, bande di spacciatori che utilizzano bambini come corrieri o venditori al dettaglio. La comunità somala, concentrata nella parte settentrionale della capitale britannica, ritiene infatti che la polizia non sia in grado di proteggere la loro prole dai criminali.

I rappresentanti della comunità affermano che oltre la metà di loro sono stati personalmente toccati dai delitti delle gang. A essere coinvolti nei giri di spaccio sono spesso minori di origine straniera e la comunità somala non fa eccezione. Il Guardian racconta di un quindicenne fuggito da Londra in fretta e furia dopo che l’assassino di un suo amico gli aveva annunciato che sarebbe stato il prossimo. Una madre ha riferito al quotidiano di essere volata personalmente a Mombasa, dove si trova ora il suo figlio diciannovenne, per dissuaderlo dal tornare in Inghilterra: “Sono molto spaventata da quello che potrebbero fargli le gang se ritorna”.

In alcuni casi, spiega la testata britannica, sono gli stessi ragazzi a chiedere ai genitori, per lo più rifugiati giunti negli anni ’90, di essere trasferiti in Africa per il timore di cadere vittima delle bande. “Mandarli via è diventato l’unico modo di garantire loro più sicurezza”, ha spiegato Rakhia Ismail, vicesindaco di Islington, “il problema della sicurezza è stato sollevato più volte dalla comunità ma nessuno ha ascoltato. Così tanti bambini se ne sono andati. Due settimane fa c’è stato un accoltellamento e un bambino è stato rimandato a casa due giorni dopo”.

Dall’inizio del 2019 sono già diciassette le persone uccise a coltellate solo a Londra. E a Birmingham, dove a febbraio tre persone hanno perso la vita in questo modo nell’arco di pochi giorni, sabato scorso si sono registrati tre ricoveri in ospedale dopo un attacco con arma da taglio in un locale notturno. Il fenomeno ha raggiunto proporzioni così preoccupanti che la catena di supermercati Asda ha sospeso la vendita di coltelli da cucina.

Strage in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, durante le preghiere del venerdì. Sono 49 i morti in attacchi “ben organizzati” compiuti da un giovane australiano, Brenton Tarrant, che però, secondo gli inquirenti, avrebbe potuto contare sulla complicità di almeno 3 persone – due uomini e una donna – arrestate con lui. 

Tarrant è stato definito dal premier australiano Scott Morrison “un estremista di destra” e “un violento terrorista”. 

Sui caricatori dei fucili automatici usati per il massacro, Tarrant ha scritto i nomi di persone che hanno compiuto stragi razziali tra cui quello di Luca Traini, il 28enne che nel 2018 ha sparato sugli immigrati a Macerata ferendo sei persone, e quello di Alexandre Bissonnette, autore di una strage in Canada dove vennero uccise sei persone e 19 rimasero ferite. 

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In quello che forse è il più grave attacco contro musulmani in un Paese occidentale, i testimoni parlano di vittime uccise anche a distanza molto ravvicinata. Tra le vittime anche molte donne e bambini. 
La polizia ha chiesto ai cittadini di religione islamica a “non recarsi nelle prossime ore nelle moschee in nessuna parte della Nuova Zelanda”. 

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Poco prima della strage era stato pubblicato sui social, presumibilmente da uno dei killer, un manifesto “anti-immigrati e anti-musulmani” di 87 pagine. Il capo della polizia neozelandese Mike Bush, durante una conferenza stampa, ha detto che sono state rinvenute auto con esplosivi nel centro della città dove era in corso la manifestazione dei giovani studenti per il clima, sulle orme dell’attivista svedese 16enne Greta Thunberg, che è stata evacuata.

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La premier Jacinda Ardern ha descritto l’accaduto come “un atto di violenza senza precedenti” e “uno dei giorni più bui della Nuova Zelanda”. La polizia, via Twitter, ha esortato a rimanere chiusi in casa, a non andare in moschea in tutto il Paese e a non condividere il link dell'”inquietante” video sulla strage a quanto pare trasmesso in diretta.

L’intera città era stata messa in ‘lockdown‘ poi rientrato. La Ardern, parlando alla nazione, ha detto che tra le vittime potrebbero esserci rifugiati e migranti. “Loro hanno scelto la Nuova Zelanda come la loro casa ed e’ la loro casa. Loro sono noi – ha osservato – le persone che hanno compiuto questo atto di violenza non lo sono. Non c’e’ spazio per loro in Nuova Zelanda”.

La strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, è costellata di riferimenti, di simboli di un universo, quello del suprematismo bianco, a cui Brenton Tarrant si rivolge in più momenti, dal manifesto pubblicato online fino all’arma usata, piena di nomi di protagonisti di guerre contro i musulmani. Nel testo “The great replacement”, l’autore ripercorre alcune tesi di Anders Behring Breivik, il responsabile della strage di Utoya, in Norvegia, del 2011: filo conduttore è il presunto “genocidio dei bianchi”.

“Auguro il meglio a tutti, ma se vengono qua li combatterò”

A fugare ogni dubbio, se mai ce ne fosse bisogno, della natura dell’attacco di Christchurch ci ha pensato lo stesso Tarrant scrivendo un manifesto. “C’è una componente razziale”, scrive l’uomo. A preoccuparlo era anche il tasso di fertilità delle donne bianche, il timore che la popolazione bianca possa essere sostituita, come nel caso di Breivik.

L’autore della strage sostiene di “augurare ai diversi popoli del loro mondo il meglio, indipendentemente da etnia, razza, fede e che vivono in pace e prosperità, tra la propria gente, praticando le proprie tradizioni, nella propria nazione”. A disturbarlo al punto da imbracciare un’arma automatica e massacrare le persone raccolte nella mosche è il tentativo di “quelle stesse persone di venire nelle terre dei miei popoli”. “Sarò costretto a combattere” chi cerca di “sostituire e soggiogare la mia gente e fare la guerra al mio popolo”, le sue parole. 

La canzone e i nomi sui fucili

Ma c’è anche una forte componente simbolica nei dettagli. Mentre guida per andare a compiere la strage, il giovane, che si definisce un “ordinario uomo bianco” di “28 anni”, “nato in Australia” da una “famiglia a basso reddito” appartenente alla “classe lavoratrice”, racconta di aver lavorato recentemente come “kebab removalist” e canticchia ‘Remove Kebab‘. E’ una canzone ‘patriottica’ che proviene da un video musicale di propaganda realizzato da soldati dell’esercito serbo come tributo al criminale di guerra Radovan Karadžić, presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina tra 1992 e 1996, gli anni delle guerre balcaniche.

Inoltre sul calcio, la canna, i caricatori delle armi usate per la strage sono scritti nomi e luoghi legati alla guerra tra l’Occidente e i turchi e a fatti di cronaca recenti: dalla strage compiuta in Quebec all’attacco di Luca Traini contro gli immigrati a Macerata. 

Christchurch, la città costruita a tavolino per gli inglesi

In un primo momento Tarrantaveva ipotizzato di effettuare i suoi attacchi a Dunedin, città a 350 chilomeri da Christchurch, poi avrebbe cambiato idea, perché “a Christchurch ci sono molti più invasori”.

A Christchurch, principale centro dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda, vivono circa 400 mila persone. Il suo nome, secondo la teoria più accreditata, è dovuto all’omonimo college di Oxford, Christ Church, da cui provenivano i suoi fondatori. Era metà dell’Ottocento: tali John Robert Godley e Edward Gibbon Wakefield, insieme a una quarantina tra arcivescovi, vescovi, lord e baronetti, diedero vita alla Canterbury Association.

Un gruppo di persone che decise di costruire a tavolino una città che diventasse un angolo di Inghilterra dall’altro lato del mondo. Il piano, racconta il sito My Christchurch City Libraries, prevedeva che i nuovi coloni comprassero i terreni in cui si sarebbero trasferiti dietro pagamento di cifre che sarebbero servire per finanziare opere pubbliche come strade e scuole. Meno di due secoli più tardi, alla storia di una città costruita per accogliere persone provenienti da migliaia di chilometri si è aggiunto un nuovo, triste, capitolo: quello di un uomo convinto di dover combattere le persone provenienti da fuori dai propri confini.

Un gruppo di deputati della Verkhovna Rada, il Parlamento ucraino, ha chiesto al capo dei servizi di sicurezza (Sbu), Vasily Gritsak, di vietare l’ingresso nel territorio ucraino al cantante Toto Cutugno.

Come riporta il sito ucraino Economistua.com, che pubblica anche la lettera di richiesta firmata dal deputato Viktor Romanyuk, i parlamentari motivano la loro iniziativa con le posizioni filorusse di Cutugno, definito un “agente di sostegno della guerra russa in Ucraina”.
Kiev reputa la Russia un Paese occupante dopo l’annessione della penisola della Crimea, avvenuta con un referendum popolare nel 2014, mai riconosciuto dalla comunità internazionale. 

Il cantante italiano – che gode di ampia fama in tutta la ex Urss – ha in programma un concerto a Kiev il 23 marzo. Cutugno si esibisce spesso anche in Russia, sia in concerti pubblici che per party privati; il suo successo e’ tale che in Russia esiste un consistente gruppo di fan che si fa chiamare “cutugnisti”. Nel 2013, Cutugno si era esibito al festival di Sanremo con il coro Aleksandrov dell’esercito russo.

Pochi giorni fa, il ministero della Cultura ucraina ha inserito il Al Bano nella lista nera di personaggi stranieri del mondo dello spettacolo a cui è vietato entrare nel Paese per il loro appoggio alle posizioni del Cremlino.
Il 31 marzo sono previste le elezioni presidenziali in Ucraina. 

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