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Una scelta che “sta scuotendo la nostra fiducia nel sistema legale”, dice Nick Haekkerup, ministro della cultura danese, a seguito della scelta dell’autorità giudiziaria di rivedere oltre 10 mila sentenze già emesse, relative a processi dove come prova sono stati portati i dati di localizzazione del cellulare. Perché? Sembra che nel passaggio dei dati dalla compagnia telefonica alle autorità competenti che poi utilizzano quei dati come prove nei processi penali, qualcosa sia andato perduto. Il trasferimento delle informazioni non è perfetta.

La polizia avrebbe sistemato questo bug informatico, ma c’è chi ora contesta quelle sentenze arrivate nel periodo in cui il problema era ancora sconosciuto. In alcuni processi i dati di localizzazione del cellulare hanno ricostruito scene del crimine collegando telefoni a torri sbagliate, quindi potenzialmente piazzando nella zona di un crimine persone innocenti. Dal 2012 sono 10.700 i processi cui sentenze potrebbero essere state viziate da un’informazione potenzialmente imprecise, anche per questo il tribunale ha deciso, per i prossimi due mesi, di non ammettere in aula quel genere di prove.

Polizia e compagnie telefoniche si rimbalzano la colpa del bug. Ma intanto è partita la revisione delle carte dei processi, fase alla fine della quale ogni avvocato difensore coinvolto nei casi riceverà una copia dei risultati per capire se il proprio assistito sia stato danneggiato da questo errore informatico, magari finendo addirittura in prigione. Al momento, fortunatamente, il problema dovrebbe essere stato localizzato e circoscritto alla sola Danimarca, così come è stato riferito dal governo direttamente alle autorità competenti europee.

“L’idea che gli errori nei dati possano aver portato a procedimenti penali errati in Danimarca è inquietante – ha affermato Mikael Sjoberg, capo dell’associazione dei magistrati danesi – e il fatto che la base delle nostre decisioni possa essere messa in discussione ci mette in una situazione molto spiacevole”. Preoccupata anche Karoline Normann, che dirige il comitato di diritto penale della Danish Bar and Law Society, che ricorda come in aula le prove tecniche possano essere discusse ma mai sono state messe in dubbio, essendo dati oggettivi, il precedente che prende più forma autorizzerà di fatto ogni avvocato del paese a non considerare più questo genere di prove come inattaccabili.

Il direttore della Telecom Industry Association del paese Jakob Willer respinge ogni addebito e dichiara apertamente che l’uso dei dati delle torri dei cellulari nelle cause giudiziarie andava oltre il suo scopo originale: “Non sono state create per realizzare sistemi di sorveglianza, ma reti telefoniche”. Ora il problema diventa anche morale, etico, psicologico, un intero paese dovrà scegliere su cosa fare affidamento durante i processi e dovrà soprattutto ritrovare una fiducia nel sistema giudiziario al momento fortemente in bilico.

Non è facile approcciarsi a certe teorie talmente contrarie al sistema che regola la vita dell’uomo sulla terra da risultare bizzarre, alle volte del tutto folli, regolarmente divertenti. Eppure il movimento anti-natalista esiste ed è molto più sviluppato e “pensato” di quanto possiamo immaginare. Si tratta di una vera e propria presa di posizione filosofica contro la nascita di ulteriori bambini nel mondo. Una posizione dalle radici molto antiche, risalenti all’antica Grecia, come riportato dalla BBC, e condivisa, secondo Wikipedia, anche da personaggi come Giacomo Leopardi e Arthur Schopenhauer, una posizione che nel suo cinismo paradossalmente risulta essere tutt’altro che anti-umanista.

Certo, una posizione estrema, su questo non c’è dubbio, che ha portato un ragazzo indiano di 27 anni lo scorso febbraio a denunciare i propri genitori per averlo messo al mondo. “L’esistenza umana è totalmente inutile – ha dichiarato – Tante persone soffrono. Se l’umanità fosse estinta, la Terra e gli animali sarebbero più felici”.

Basta fare un giro su YouTube per rendersi conto che sotto l’ala dell’anti-natalismo si celano le teorie più disparate. Da quella molto green sulla salvaguardia dell’ambiente, basata sul concetto indubbiamente corretto che sia stata la razza umana a distruggere in maniera probabilmente irreversibile il proprio pianeta; a quella concettuale, molto in voga tra l’altro, secondo la quale nessuno ci ha chiesto il permesso di metterci al mondo, sarà folle ma è anche molto vero. 

E poi anche quella che punta, al contrario, alla sopravvivenza dell’uomo: si tratta di calcoli già ampiamente fatti riecheggiare sul web attraverso numerose teorie complottistiche, che dimostrerebbero come e quanto le risorse del pianeta non siano sufficienti a lungo termine per tutti e, di conseguenza, quanto sia stupido far nascere altre bocche da sfamare.

È chiaro che non tutti gli anti-natalisti sono fini pensatori come i succitati Leopardi e Schopenhauer, che l’articolo della BBC evidenzia come siano molti gli adepti a tale pensiero che soffrono dichiaratamente di disturbi mentali o siano estremi attivisti ambientali. “A giudicare dalle posizioni nei gruppi anti-natalisti c’è chiaramente una grande sovrapposizione tra le loro idee e l’attivismo ambientale; sento che è egoista avere figli in questo momento”, aggiunge Nancy, un’appassionata vegana, attivista plastic free e per i diritti degli animali e istruttrice di yoga nelle Filippine, sentita proprio dalla tv di stato inglese: “La realtà è che i bambini nascendo distruggono l’ambiente”.

In questo momento è in atto una raccolta firme da far arrivare direttamente sul tavolo delle Nazioni Unite un dossier dal titolo: “Radice della sovrappopolazione e della catastrofe climatica – il parto in tutto il mondo si ferma ora”. Relazione sottoscritta da circa 27 mila persone. Un pensiero vago almeno quanto vario l’anti-natalismo, tant’è che lascia spazio a posizioni più morbide rispetto a chi vorrebbe eliminare il problema alla radice, di fatto, sradicandola. “Il nostro obiettivo è raggiungere l’armonia tra la razza umana e il pianeta in cui siamo fortunati ad abitare”, afferma Robin Maynard, direttore di Population Matters, un gruppo che non professa lo sterminio della razza umana ma appoggia diversi aspetti del pensiero anti-natalista. “Se abbiamo meno figli in tutto il mondo e famiglie più piccole, possiamo diventare una popolazione molto più sostenibile”.

In realtà, sempre nello stesso articolo, viene spiegato dal corrispondente della BBC Global Population Stephanie Hegarty, che non possiamo sapere con certezza quale sarà il nostro futuro, di che morte moriremo, se vogliamo dirla come un anti-natalista, sappiamo che nei prossimi 80 anni probabilmente arriveremo ad essere 11 miliardi, ma quanto questo influirà effettivamente sulle risorse del pianeta, resta domanda senza risposta precisa.

Nel frattempo in rete dilagano teorie “grigie” sulla natalità, c’è chi sostiene che dovrebbero essere interrotte automaticamente tutte le gravidanze a rischio, chi vorrebbe vietare alle donne di restare incinte in zone di guerra o se appartenenti a famiglie con un basso reddito; e chi ammette senza alcuna vergogna lo “schifo” che prova guardando una donna in attesa del parto.

Altro movimento ancora è quello che viene chiamato Voluntary Human Extinction MovemenT (Movimento per l’estinzione umana volontaria), che sul sito ufficiale si presenta così: “Il VHEMT (che si pronuncia vehement, parola inglese che significa veemente) è un movimento, non un’organizzazione. È un movimento portato avanti da gente che ha a cuore la vita sul pianeta Terra. Non siamo un gruppo di disadattati maltusiani misantropi e asociali che provano un piacere morboso ogni volta che qualche disastro colpisce gli umani. Non potrebbe esserci nulla di più distante dalla realtà. L’estinzione umana volontaria è piuttosto l’alternativa umanitaria ai disastri che colpiscono la gente”.

Un sito che lascia ampio spazio anche alle domande più comuni che vengono immediatamente in mente a chi non conosce tali teorie, tipo “fate davvero sul serio?”, (la risposta è si), “i volontari si aspettano davvero di riuscire nel loro intento?” (anche stavolta la risposta è si) e anche “Chi ha fondato questo movimento?”, il suo nome pare sia Les U. Knight, ed è uno pseudonimo, di lui ciò che si sa è che è l’autore che si cela dietro il motto di tutti coloro i quali vorrebbero la razza umana spazzata via dal pianeta: “Si possa noi vivere a lungo ed estinguerci”. 

È salito ad almeno cinque il numero dei morti negli Stati Uniti per insufficienza respiratoria presumibilmente legata all’uso di sigarette elettroniche. Lo hanno riferito le autorità sanitarie, comunicando anche che il numero di pazienti con gravi difficoltà respiratorie tra i fumatori delle cosiddette e-cigarette è raddoppiato: 450 casi in 33 Stati.

Gli investigatori federali non hanno specificato quali marchi o sostanze utilizzate per le sigarette elettroniche avrebbero causato i problemi respiratori osservati. C’è però un elemento ricorrente tra i pazienti: in molti “svapavano” prodotti contenenti Thc, il principio attivo della cannabis. I medici, comunque, hanno invitato alla cautela, non avendo ancora individuato una particolare sostanza responsabile degli specifici danni ai polmoni.

Gli ultimi due decessi sono avvenuti in California e Minnesota e si trattava di persone di 55 e 65 anni. Da quest’estate 450 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale con problemi respira in queste condizioni. Tutti sono ‘svapatori’. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa.

L’ex Ceo e co-fondatore di Uber Travis Kalanick ha acquistato un attico da 36,5 milioni di dollari a New York, nel grattacielo 565 Broome SoHo progettato da Renzo Piano. Lo riporta il New York Times, segnalando che la transazione, chiusa lo scorso agosto, è stata la più alta del mese a New York. L’attico abbraccia entrambi i corpi di fabbrica che compongono l’enorme torre a vetrate. L’appartamento, di oltre 625 metri quadrati, ha 4 camere da letto, 5 bagni e 3 terrazze da 315 metri quadri, anche con piscina sul tetto ed una cucina esterna. Kakanich, che aveva aveva co-fondato Uber nel 2009, ha rassegnato le dimissioni nel giugno del 2017. Lo scorso anno ha annunciato la creazione di fondo di investimento denominato: “10100”. Forbes stima che la ricchezza di Kalanick sia pari a 3,5 miliardi di dollari.

L’Organizzazione per la Ricerca Spaziale dell’India (Isro) ha perso i contatti con il modulo spaziale indiano Chandrayaan-2 nelle ultime fasi di allunaggio. “La discesa è andata come pianificato ed è stata osservata una normale attività fino a un’altitudine di 2,1 chilometri. Successivamente, la comunicazione è stata persa e stiamo analizzando i dati”, ha detto alla sala di controllo il capo comandante dell’Isro, Kailasavadivoo Sivan. 

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina diventa sottomarino, con il crescere di tensioni tra i due Paesi per il controllo delle reti informatiche che passano sui fondali oceanici. Lo scrive il Wall Street Journal, che riporta come, per la prima volta, il comitato di agenzie guidato dal dipartimento di Giustizia statunitense abbia espresso un parere contrario alla realizzazione di un collegamento in fibra ottica che dovrà collegare Los Angeles e Hong Kong.

L’impresa bloccata è il Pacific Light Cable Network: quasi 13 mila chilometri di fibra ottica di proprietà di Google, Facebook e dell’investitore cinese Dr. Peng Telecom & Media Group Co, visto come potenziale facilitatore di un’intrusione da parte dei servizi cinesi nei segreti americani.

Eppure, la gran parte del cavo (la cui installazione è iniziata nel 2016) è già stata posizionata, data la strategicità di un’opera fondamentale con la costante crescita del traffico di dati nel mondo. In parole povere, ogni giorno si mandano più messaggi, si vedono più film in streaming, si caricano più documenti in cloud e si fanno più videoconferenze: tutte funzioni per le quali è necessaria una costante crescita dell’infrastruttura informatica e che richiedono affidabilità e velocità di trasmissione. 

“Non vedo niente di nuovo: gli Stati Uniti continuano nell’applicazione della loro politica di sicurezza nazionale escludendo ogni possibile rischio legato a qualsiasi minaccia in ambito tecnologico che possa attentare alla sicurezza nazionale del Paese”, ha spiegato ad Agi Stefano Mele, avvocato e presidente della commissione Sicurezza cibernetica del comitato Atlantico italiano.

“Dai cavi sottomarini passano ancora informazioni estremamente sensibili e riservate e la Casa Bianca non intende dare a Pechino un vantaggio strategico permettendo – anche solo ipoteticamente – operazioni di spionaggio su questi dati. Già oggi, ma sempre di più in futuro, vedremo lo stesso approccio anche sul mercato dei satelliti e delle tecnologie a essi correlate, sempre più centrali nel trasferimento di informazioni”.

A inizio del 2019, come ricostruisce il Sole 24 Ore, erano in funzione circa 378 cavi sottomarini, per una lunghezza totale di più di 1,2 milioni di chilometri (dati Telegeography), attraverso i quali passa il 99 per cento del traffico internazionale di voce e dati.

Ormai indispensabili a tenere il mondo connesso, queste infrastrutture sono diventate nel tempo sempre più appannaggio di aziende private, che controllano il traffico e si assicurano che i servizi che offrono siano sempre eccellenti. Tra questi, uno dei più importanti è il progetto Marea: oltre seimila chilometri di fibra ottica tra la Spagna e gli Stati Uniti che puntano a migliorare la connessione dei servizi di Microsoft (tra cui Azure, Bing e Xbox Live) e di Facebook, soprattutto per quanto riguarda Instagram e WhatsApp.

E anche dal punto di vista economico, quello delle connessioni sottomarine è un mercato di enorme valore. Secondo le stime della Fondazione per le Tecnologie dell’Informazione e l’Innovazione (ITIF), tra il 2019 e il 2021 è attesa la posa di più di cinquanta nuovi cavi, con un mercato che passerà dai 10,3 miliardi di dollari nel 2017 ai 30,8 miliardi di dollari nel 2026.

Cifre che comunque non bastano per mettere da parte il tema della sicurezza nazionale negli Stati Uniti, “le cui esigenze “le cui esigenze giustificano ampiamente gli importanti interventi che oggi la Casa Bianca ritiene di essere costretta ad effettuare sia in ambito economico che tecnologico”, precisa Mele.

“Lo abbiamo visto, ad esempio, con il 5G: mai prima d’ora si era assistito a una tale campagna di sensibilizzazione interna e internazionale contro alcune aziende cinesi. Un simile approccio non si può giustificare solo nei termini di una battaglia commerciale: gli Stati Uniti sono realmente convinti che vi sia un rischio per la loro sicurezza nazionale, e si comportano di conseguenza per tutelarla al meglio”.

Boris Johnson va avanti per la sua strada e insiste per le elezioni anticipate, unica “strada” – dice – per sbloccare l’impasse della Brexit, di cui non chiederà la proroga “nemmeno morto”. Ma intanto la battaglia spacca la famiglia del premier britannico, unita dall’ambizione ma divisa sull’uscita dall’Ue. Jo Johnson, il più piccolo dei quattro figli del patriarca Stanley Johnson, ha lasciato il partito e il governo per “una tensione irrisolvibile” tra la “lealtà alla famiglia e l’interesse nazionale” perché, a differenza del fratello maggiore, si oppone alla Brexit.

Jo, 47 anni, si era già dimesso dal precedente esecutivo conservatore di Theresa May e ancora prima da quello di David Cameron. Ma era tornato al governo grazie al fratello, nuovo leader Tory, in un evidente conflitto di interessi che si è chiuso con la sua uscita a sorpresa.

 I Johnson formano un clan ambizioso e molto affiatato, in cui la consanguineità finora è stata più forte del dissenso politico. Il New York Times li ha paragonati ai Kennedy o ai Kardashian. Ma le divisioni nel clan hanno finito per essere un microcosmo delle divisioni che stanno lacerando la società britannica e le plateali dimissioni di Jo lo hanno confermato. 

I due fratelli e la sorella del premier britannico – il maggiore dei quattro – sono tutti contrari all’uscita dall’Ue, esattamente come il padre, Stanley, ex eurodeputato che votò Remain nel referendum del 2016. La sorella Rachel, convinta sostenitrice della permanenza del Regno Unito nella Ue, si era unita a Change UK per partecipare alle ultime elezioni all’Europarlamento. Jo, giornalista e ‘investment banker’ prima di diventare deputato nel 2010, è sposato con una giornalista del Guardian, Amelia Gentleman; ha ricoperto diversi incarichi ministeriali con Cameron e May, ma si è dimesso da ministro dei Trasporti lo scorso novembre per chiedere un secondo referendum. 

Il fratello minore, Leo, che ha una moglie musulmana di origine afghane, si definisce “quello che non fa politica” ma anche lui aveva sostenuto Remain e ha chiesto un secondo tifoso voce sull’accordo finale per la Brexit. 

Una strada in salita

Intanto il premier ha incassato l’appoggio del vice presidente Usa, Mike Pence, che gli ha ribadito che Washington è pronta a negoziare immediatamente un accordo di libero scambio dopo la Brexit. Ma per lui adesso la strada è tutta in salita. Il governo porterà nuovamente in aula lunedì una mozione che chiede elezioni anticipate.

Johnson è già stato sconfitto mercoledì, quando la questione è stata messa ai voti. Ci riprova, perché lunedì molto probabilmente sarà legge la proposta avanzata dal laburista Hilary Benn per evitare una Brexit senza accordo, il 31 ottobre. Proprio questo è stato indicato nei giorni scorsi dal leader laburista Jeremy Corbyn come il passaggio sine qua non prima di tornare alle urne.

Johnson spera di riuscire a convincere i laburisti e gli servono 434 voti. Ma nonostante Corbyn sia tentato, molti temono questa mossa perché non si fidano del premier che potrebbe posticipare la data dopo il 31 ottobre oppure ottenere una maggioranza tale da poter poi abrogare la legge che impedisce il no-deal. In entrambi i casi avverrebbe il temuto scenario dell’uscita senza accordo e ora questo a volerlo sono sempre in meno, nonostante il premier anche ieri abbia ripetuto imperterrito il suo refrain: “Dobbiamo uscire il 31 ottobre”

L’ex presidente dello Zimbabwe, il primo del post-indipendenza, Robert Mugabe, è morto all’età di 95 anni, a Singapore dove negli ultimi anni si recava spesso per cure mediche. Ad annunciare ufficialmente il suo decesso, su Twitter, è stato il presidente Emmerson Mnangagwa. “E’ con grande tristezza che annuncio la morte del padre fondatore dello Zimbabwe ed ex presidente, Robert Mugabe”, si legge nel post dell’account presidenziale.
Mugabe aveva guidato il suo Paese dal 1980 al 2017, quando fu spodestato da un colpo di Stato militare. 

Un tubo di alluminio anodizzato 22 centimetri di altezza per 4 di larghezza che contiene all’interno dell’acqua facilmente ricaricabile. Funziona con una normale batteria e con una ricarica si può utilizzare circa 20 volte. È il bidet portatile messo in commercio dalla Sonny e inventato da Zack Levinson, americano, al quale l’idea pare sia venuta pensando soprattutto al conseguente smodato utilizzo di carta igienica in sostituzione dell’acqua del bidet. Gli americani infatti consumano 36,5 miliardi di rotoli di carta igienica all’anno, che costano al pianeta circa 15 milioni di alberi.

Il bidet portatile Sonny disegnato dalla Box Clever, azienda leader nel mondo del design industriale, offre una nebulizzazione spray che dura, a scelta, tra i 25 e i 40 secondi; è disponibile in diversi colori, naturalmente, ed è facilmente trasportabile in una borsetta.

Il progetto è stato realizzato grazie ad una campagna di crowfunding che, come è possibile verificare sul sito ufficiale, ad oggi ha raccolto quasi 950 mila dollari da 8.500 investitori. Le prime spedizioni partiranno, è previsto, già il prossimo dicembre al prezzo di 90 dollari, un prezzo accessibile considerando, oltre l’utilità dell’oggetto in sé, anche il favore che faremmo all’ambiente.

D’altra parte, come spiega lo stesso Levinson: “Se smettiamo di usare sacchetti di plastica nei supermercati, sostituendo asciugamani di carta con super assorbenti e scrivendo su quaderni di carta riciclata, perché continuiamo a usare carta salviette igieniche e umide?”.  

La BBC ha recentemente definito il bidet (quello fisso) “un simbolo universale della supremazia igienica italiana” si sta rapidamente diffondendo nel mondo, oltre a Spagna, Portogallo, Argentina e Giappone, luoghi dove è ormai comunemente utilizzato. Un passaggio che potrebbe passare, appunto, anche dal bidet portatile della Sonny.

Quanto all’invenzione italiana, è storia ormai nota che in realtà non ce lo siamo inventato noi il bidet, ma fu un francese, che esportò in Italia il suo prodotto grazie a Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, regina di Napoli, che se ne fece installare uno nel suo bagno personale nella Reggia di Caserta.

La Commissione europea sollecita le imprese che commerciano con il Regno Unito a prepararsi a un’uscita senza accordo ultimando i preparativi prima del 31 ottobre. E per agevolarle ha pubblicato una lista di controllo dettagliata.

“Al fine di ridurre al minimo le perturbazioni degli scambi commerciali, tutte le parti coinvolte nelle catene di approvvigionamento con il Regno Unito – indipendentemente dal loro luogo in cui sono stabilite – dovrebbero essere consapevoli delle loro responsabilità e delle necessarie formalità nel commercio transfrontaliero”, si legge nel comunicato stampa emesso mercoledì.

Ecco 10 aspetti da sapere (e regolarizzare) in vista della Brexit​​

Certificati e autorizzazioni

Al fine di garantire la sicurezza dei prodotti e la protezione della salute pubblica e dell’ambiente, l’immissione sul mercato europeo di determinati prodotti richiede un certificato da parte di un organismo dell’Ue o un’autorizzazione da parte di un’autorità di uno Stato membro dell’Ue. È il caso, ad esempio, del settore dei dispositivi medici o del settore automobilistico. Nel post-Brexit, certificati o autorizzazioni rilasciati dalle autorità del Regno Unito o da organismi con sede nel Regno Unito non sono più validi nell’Ue.

Requisito di localizzazione

Al fine di facilitare l’effettiva applicazione delle norme Ue sui prodotti, le persone responsabili devono risiedere nell’Ue (requisiti di localizzazione). Questo è il caso, ad esempio, dell’importatore o del titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio di determinati beni. Ciò è particolarmente vero per il settore chimico. Dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue le persone risiedenti nel Regno Unito non saranno più conformi a questi requisiti di localizzazione.

Etichettatura

Al fine di tutelare i consumatori, molti prodotti immessi sul mercato dell’Ue devono essere etichettati o contrassegnati con il nome, l’indirizzo o il codice identificativo. È il caso, ad esempio, di prodotti industriali, prodotti farmaceutici e dispositivi medici, alimenti e alimenti per animali. Dopo la Brexit, tali marchi o etichette, quando si riferiscono a organismi, società o persone stanziati nel Regno Unito, non sono più conformi ai requisiti in materia di etichettatura. E tali prodotti non possono essere immessi sul mercato dell’Ue.

Tariffe agevolate

Quando si esportano beni verso Paesi terzi con cui l’Ue ha un Accordo di libero scambio, i prodotti possono beneficiare di un’aliquota tariffaria agevolata (cioè inferiore) se i prodotti sono sufficientemente “europei”, rispettano cioè i criteri sull’origine del prodotto. Ciò è rilevante ad esempio nel settore automobilistico e in quello agroalimentare. Nel post-Brexit, il contributo del Regno Unito al prodotto finito non è più considerato come contenuto dell’Ue.

Procedure doganali

Al fine di far rispettare il fisco (dazi e imposte indirette, come l’IVA e le accise), la protezione della salute, la sicurezza e l’ambiente, tutte le merci che entrano o escono dall’Ue sono soggette a controllo doganale e sono soggetti a un regime doganale. Dopo l’uscita della Gran Bretagna questi controlli saranno attuati sempre per le merci che viaggiano da e verso l’Ue o per quelle che fanno riferimento al Regno Unito.

Restrizioni

L’importazione e l’esportazione dall’UE di determinati prodotti è soggetta a “divieti e restrizioni”. Le merci interessate sono le più disparate e vanno dai rifiuti ai medicinali e da determinati prodotti agroalimentari a diamanti grezzi, beni culturali o determinati materiali radioattivi. Nel post-Brexit, i divieti e le restrizioni per le importazioni da e verso Paesi terzi verranno applicati anche nei confronti del Regno Unito. Inoltre, le licenze del Regno Unito per l’importazione / esportazione di merci da / verso l’Ue non saranno più valide.

Controlli sanitari e fitosanitari

Gli animali vivi, i prodotti alimentari di origine animale e vegetale e i prodotti vegetali sono sistematicamente controllati, al momento dell’importazione in Ue, in strutture dedicate (posti d’ispezione frontalieri) . Da novembre anche quelli provenienti dal Regno Unito saranno sottoposti a controlli.

Licenze e autorizzazioni

In molti settori economici la prestazione di servizi richiede una licenza o autorizzazione da parte di un’autorità di uno Stato membro dell’UE. Ciò vale, ad esempio, nel settore dei trasporti, nel settore dei servizi finanziari, in quello audiovisivo e quello energetico. Nel post-Brexit, le licenze o le autorizzazioni rilasciate dalle autorità del Regno Unito non sono più valide in tutta l’Ue.

Qualifiche professionali

Al fine di facilitare la libera circolazione delle persone e la prestazione di servizi, il riconoscimento, in uno Stato membro, della qualifica professionale ottenuta in un altro Stato membro da un cittadino dell’Ue è facilitato dal diritto comunitario. Dopo la Brexit, il riconoscimento delle qualifiche professionali ottenute nel Regno Unito seguirà le regole (nazionali) per il riconoscimento delle qualifiche di Paesi terzi. In molti casi, questo processo di riconoscimento è più oneroso.

Proprietà intellettuale

Un marchio e un design unitario, nonché un sistema di indicazioni geografiche, uniti a norme europee assicurano la protezione della proprietà intellettuale in tutta l’Ue. Dopo la Brexit, la protezione garantita da questi diritti non si applica più al territorio del Regno Unito. 

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