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In Francia la festa per la vittoria della nazionale algerina ai quarti di finale in Coppa d’Africa si è trasformata in tragedia: a Montpellier una donna di 42 anni è morta e il suo figlioletto di un anno è stato gravemente ferito dopo che un tifoso, 21enne, li ha travolti con l’auto a folle velocità. Nell’incidente è rimasta ferita anche la figlia 17enne. L’uomo è stato arrestato.

In tutto il Paese una ventina di agenti hanno subito lievi ferite dopo gli scontri con i tifosi che per diverse ore nella notte hanno animato le piazze di tante città. Le persone fermate sono oltre 70, ha reso noto il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, che ha definito “inaccettabili” gli incidenti.

A Parigi, alcuni gruppi hanno approfittato della presenza di migliaia di tifosi sugli Champs Elysees per saccheggiare diversi negozi del centro, di cui quello della Ducati. I testimoni raccontano che sono state portate via diverse moto, oltre a tanti accessori. Diversi bidoni dell’immondizia sono stati dati alle fiamme e tanti locali sono stati vandalizzati.

Gli agenti hanno dovuto ricorrere ai gas lacrimogeni per disperdere la folla. Le scene di distruzione hanno ricordato la devastazione portata dai ‘gilet gialli’ il primo dicembre scorso. “Hanno replicato il primo dicembre dei gilet gialli, è la seconda volta che ci succede in sette mesi”, ha raccontato il responsabile dello store della Ducati. “Sono scene di saccheggio inammissibili”, ha tuonato il presidente del 17esimo diciassettesimo della capitale, Geoffroy Boulard. “Ieri sera c’è stato un evidente problema di sicurezza”, ha criticato. Il prefetto ha confermato “che si è ripetuto il modello del primo dicembre, con i saccheggi che hanno accompagnato le manifestazioni”.

A Tours, nel centro del Paese, “c’è stato un tentativo” di sostituire la bandiera francese con quella algerina in una delle piazze centrali della città.

A Marsiglia, una della città con la maggior presenza di comunità algerina, sono scese per strada circa 9 mila persone. Anche qui non sono mancati gli scontri che hanno portato la polizia a lanciare i gas lacrimogeni.

L’Algeria, la favorita della Coppa d’Africa di quest’anno, ha sconfitto la Costa d’Avorio 4-3 ai rigori nella città egiziana di Suez. Domenica se la vedrà in semi-finale con la Nigeria e in Francia c’è già chi teme le conseguenze di un eventuale trionfo della nazionale guidata da Djamenl Belmadi.

Il Rassemblement national, il partito di destra di Marine Le Pen, ha affermato che gli incidenti evidenzia un “rigetto della Francia” da parte dei facinorosi e ha sollecitato le autorità a vietare l’accesso agli Champs Elysees per la prossima partita. Nel frattempo la prefettura della capitale ha annunciato un rinforzo degli agenti per la serata che si preannuncia molto delicata.

Per alcuni è una redazione investigativa da premio Pulitzer, per altri una testata che pubblica scoop anche senza verificarli, per ammissione del suo stesso direttore. Dopo le rivelazioni sulla presunta trattativa per finanziare la Lega con soldi russi, BuzzFeed News è tornata al centro dell’attenzione. Nata 7 anni fa dalla costola di BuzzFeed, un sito di informazione e intrattenimento per il web con 1700 dipendenti e ricavi annui che superano i 150 milioni di dollari, BuzzFeed News è diretta da Ben Smith, 43 anni, giornalista di New York, figlio di un giudice di corte d’appello. Dal 2016 la redazione ha una squadra di venti giornalisti investigativi, guidata da Mark Schoofs, premio Pulitzer, l’oscar americano per il giornalismo.

La testata, che su Twitter ha 1,3 milioni di follower, e dal 18 luglio 2018 ha un sito web proprio staccato dalla “casa madre”, rivelò la storia delle molestie sessuali di Kevin Spacey nei confronti di un giovane attore (denunce poi ritirare), ed è stata due volte finalista al Pulitzer. Ma ha fatto parlare di sè anche per “scoop” controversi.

La polemica sul Rapporto Steele

Il primo, nel gennaio 2017, ha riguardato la pubblicazione del Rapporto Steele, dal nome dell’ex capo dell’ufficio di Mosca dell’M16, i Servizi segreti britannici, Christopher Steele, in cui si rivelava di come la Russia da cinque anni stesse lavorando per favorire l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca e dell’offerta di Mosca di offrire il contenuto delle email di Hillary Clinton hackerate. Nelle 35 pagine del dossier pubblicate da BuzzFeed si faceva cenno anche a un tentativo di Trump di mettere a tacere una storia riguardo “prestazioni sessuali” con prostitute russe.

Mentre New York Times e Nbc News si rifiutarono di pubblicare il documento per “mancanza di prove evidenti”, Smith lo fece, informando i lettori, che il dossier “non era stato verificato” e includeva “errori evidenti”. La redazione, aveva aggiunto il direttore, stava comunque lavorando per trovare conferme. “Intanto – aveva chiosato – lo condividiamo con i lettori, è il nostro modo di essere trasparenti”. Trump lo definì “cumulo di spazzatura”, mentre Jake Tapper, un giornalista della Cnn, network non vicino al presidente, lo aveva bollato come “atto irresponsabile”.

Citata in giudizio per diffamazione da un uomo d’affari, Aleksej Gubarev, il cui nome era apparso nel dossier, nel dicembre 2018 BuzzFeed si è vista pero’ riconosciuta la qualità del proprio lavoro. Secondo il giudice, l’articolo era risultato “corretto e veritiero”, poiché si era limitato a pubblicare un documento originale, senza aggiungere commenti.

Quel presunto scoop smentito da Mueller

Nel gennaio di quest’anno, la testata è finita di nuovo nella bufera per un’altra rivelazione, sempre legata ai rapporti tra Mosca e Trump: il presidente, sosteneva BuzzFeed, aveva ordinato al suo avvocato, Michael Cohen, di mentire al Congresso riguardo la tempistica delle relazioni con la Russia per la costruzione della Trump Tower a Mosca. Si sosteneva che i colloqui fossero avvenuti durante la campagna presidenziale, cosa vietata negli Stati Uniti.

La rivelazione di BuzzFeed fece il giro del mondo, mentre i democratici valutarono l’ipotesi di impeachment, ma due giorni dopo la notizia ricevette la smentita ufficiale del procuratore speciale, Robert Mueller. Rompendo per la prima e unica volta il silenzio in due anni, il procuratore bollò come “inaccurata” la ricostruzione giornalistica. Con la chiusura dell’inchiesta sul Russiagate, BuzzFeed pubblicò un articolo dal titolo “Il rapporto Mueller dice che Trump non chiese a Michael Cohen di mentire”.

Le domande a Salvini

Nonostante qualche scivolone, l’agenzia americana indipendente NewsGuard, che stila pagelle sulla qualità di informazione dei siti giornalisti, in passato ha promosso BuzzFeed con il massimo dei voti. “La redazione è formata da giornalisti esperti – ha commentato all’Agi una fonte interna di NewsGuard – nel caso italiano sono comparse anche registrazioni, e ci risulta che abbiano inviato domande a Matteo Salvini per verificare l’informazione”.

Da parte sua, Alberto Nardelli, il giornalista di BuzzFeed che firmato l’articolo sui presunti finanziamenti russi, dal suo profilo Twitter ha rivolto tre domande a Salvini. La prima: “Quale è la sua relazione con Savoini? Per quale motivo un uomo che non ricopre alcun ruolo ufficiale nel governo partecipa a viaggi ufficiali a Mosca con il ministro, sedendo nelle riunioni con ministri russi e partecipando a cene con il presidente Putin? In che ruolo fa tutto questo?”.

E ancora: “Cosa sa Salvini sull’incontro al Metropol del 18 ottobre. Era consapevole della trattativa e della proposta di accordo per finanziare il suo partito e la campagna elettorale? Sa quali altri italiani hanno partecipato alla riunione?”. E infine: “Cosa ha fatto Salvini la sera del 17 ottobre a Mosca dopo aver parlato alla conferenza al Lotte Hotel? E come mai i funzionari russi che avrebbe incontrato quella sera vengono poi nominati il giorno successivo durante l’incontro al Metropol Hotel?”.

“Non sono un fan del Bitcoin e della altre criptovalute, che non sono soldi e il cui valore è altamente volatile e basato sull’aria. I cripto asset non regolamentati possono facilitare comportamenti illeciti, compreso il commercio di droga e altre attività illegali”. Così il presidente Donald Trump, via Twitter, prendendo di mira anche la valuta virtuale di Facebook, la Libra, che definisce senza “levatura o affidabilità”.

“Se Facebook e oltre società vogliono diventare una banca”, ha osservato il presidente, “devono essere soggette a tutte le regolamentazioni bancarie, come le altre banche, sia nazionali e sia internazionali”. “Abbiamo solo una reale valuta negli Usa ed è più forte che mai, sicura ed affidabile”, ha proseguito Trump. “È di gran lunga la valuta più dominante nel mondo e resterà sempre così. Si chiama dollaro statunitense”, ha insistito. 

È fallita una missione spaziale europea Vega: due minuti dopo il decollo dalla base di Kourou, nella Guyana francese, il razzo ha perso la traiettoria a causa di una grave anomalia ed è caduto nell’Oceano Atlantico. Il razzo avrebbe dovuto portare in orbita un satellite per l’osservazione della Terra commissionato dagli Emirati Arabi Uniti ad Airbus.

La notizia dell’incidente è stata data dalla Arianespace e dall’italiana Avio, l’azienda di Colleferro, nel Lazio, che ha progettato e costruito il 70% del razzo. Il titolo di Avio è arrivato a perdere il 15% alla Borsa di Milano, poi ha leggermente recuperato. Si tratta del primo fallimento di un lancio di razzi Vega (acronimo di Vettore Europeo di Generazione Avanzata) dopo che i primi 14 erano avvenuti senza problemi.

Anche se la missione fa capo alla francese Arianespace che ovviamente è assicurata per questi questi incidenti, esiste il timore che possa emergere che l’anomalia sia dipesa da un difetto del razzo. Il lancio del modulo spaziale era avvenuto regolarmente ma poco dopo l’accensione del secondo stadio Zefiro 23 si è verificata l’anomalia.

“Sono in corso analisi dei dati per chiarire le ragioni di quanto accaduto”, ha spiegato Avio in una nota. Nelle prossime ore, annuncia l’azienda, “verra’ istituita una commissione di inchiesta indipendente”. Saranno necessari alcuni giorni di analisi dei dati per ricostruire le cause del malfunzionamento.

Arianespace è una delle aziende spaziali private più grandi al mondo: è stato sviluppato con una collaborazione tra Agenzia Spaziale Europea e Agenzia Spaziale Italiana, con l’obiettivo di offrire un’alternativa ai razzi russi e statunitensi ai clienti che vogliono lanciare in orbita satelliti di piccole dimensioni. 

Alcune navi armate iraniane hanno tentato di sequestrare una petroliera britannica ma sono state bloccate da una fregata della Royal Navy che la scortava. Secondo quanto riporta la Cnn, gli iraniani hanno ordinato alla petroliera Heritage, che stava entrando nell’area dello stretto di Hormuz, di cambiare rotta e dirigersi nelle vicine acque di Teheran.

Aerei statunitensi hanno ripreso la scena dall’alto, segnalando come la Hms Montrose della Marina reale britannica abbia puntato i cannoni contro le navi intimando loro di allontanarsi come poi hanno fatto.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani aveva avvertito che ci sarebbero state “conseguenze” dopo il blocco di una sua petroliera a Gibilterra (territorio britannico d’oltremare) da parte del Regno Unito su richiesta di Washington. Il sequestro della nave Grace 1 che trasportava greggio iraniano diretto in Siria (avvenuto per presunta violazione dell’embargo dell’Unione europea), e’ stato definito “illegale” da Teheran.

Proprio ieri gli Stati Uniti avevano fatto sapere di voler creare una coalizione militare internazionale per difendere le petroliere in transito davanti alle acque dell’Iran e dello Yemen. Secondo il piano del generale Joseph Dunford, capo dello Stato maggiore congiunto delle forze statunitensi, gli americani fornirebbero sorveglianza dello spazio marittimo mentre le navi sarebbero scortate dalle nazioni di cui battono bandiera.

Le zone piu’ a rischio sono proprio lo stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, lo stretto che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden. Già il mese scorso, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, aveva auspicato che almeno una ventina di Paesi, compresi Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti, si impegnassero in un’alleanza per la sicurezza marittima. 

La versione iraniana

Le Guardie rivoluzionarie, i Pasdaran iraniani, hanno smentito di aver cercato di fermare una petroliera nel Golfo persico. Lo riferisce l’agenzia Fars rilanciata dalla Reuters. Gli iraniani smentiscono dunque fonti americane secondo cui cinque mezzi navali iraniani si sono avvicinati a una petroliera britannica nel Golfo e le hanno chiesto di entrare nelle vicine acque iraniane ma poi si sono ritirate grazie all’allerta di una nave della Royal Navy.

La versione londinese

Secondo un portavoce del governo di Londra le navi iraniane che “hanno tentato di ostacolare” il passaggio di una nave commerciale britannica, la British Heritage, attraverso lo stretto di Hormuz sarebbero invece tre. La HMS Montrose, in forza alla marina britannica, è stata quindi costretta a “lanciare avvertimenti verbali” alle imbarcazioni che poi si sono allontanate. “Siamo preoccupati per l’accaduto e continuiamo a sollecitare le autorità iraniane ad azioni di de-escalation della la situazione nella regione”. 

Una possibile risposta al sequestro di Gibilterra

Nella notte del 5 luglio 30 militari britannici del 42° commando dei Royal Marines hanno assaltato una petroliera iraniana nelle acque internazionali a largo di Gibilterra. Un’azione spettacolare per fermare la Grace 1 che, secondo il capo del governo del territorio d’oltremare britannico, Fabian Picardo, stava trasportando greggio alla raffineria di Nanyas in Siria, violando le sanzioni dell’Unione europea.

La cerchia vicino all’ayatollah Ali Khamenei, avevano allora parlato di “atto di pirateria” con l’Iran pronto a rispondere ai bulli “senza esitazione”. Teheran aveva anche fatto sapere che, in caso di mancato rilascio della sua nave, sarebbe stato “dovere delle autorità nazionali sequestrare una petroliera britannica”. Quello che, forse, hanno tentato di fare con la petroliera Heritage.

Lo stretto di Hormuz​

Il canale è la principale arteria petrolifera mondiale. E una sua chiusura è la rappresaglia che Teheran evoca ogni volta che i suoi avversari minacciano un’iniziativa militare o un inasprimento delle sanzioni. Il punto più stretto è largo 33 chilometri ma le “autostrade del mare” effettive dove devono passare le petroliere sono larghe tre chilometri. Le imbarcazioni più grandi sono quindi costrette spesso a passare per le acque territoriali iraniane, il che rende il canale facilmente controllabile. 

Quello che lo scià Reza Pahlavi chiamava la “vena giugulare” dell’antica Persia, lo è diventato per l’approvvigionamento energetico del pianeta. Per questo motivo non è stato mai chiuso alle petroliere neanche per i primi tumulti della Rivoluzione islamica, tra il 1978 e il 1981, o durante la guerra con l’Iraq tra il 1980 e il 1988.

Situato tra il Sultanato dell’Oman e la Repubblica Islamica di Iran, mette in connessione il Golfo Persico con il Golfo di Oman e, quindi, con il Mar Arabico e l’Oceano Indiano. Di fatto, grandi produttori come Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar ed Iran usufruiscono dello Stretto per la maggior parte delle proprie esportazioni.

 

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, è stata presa da tremore per la terza volta nel giro di poche settimane, meno di un mese. È accaduto mentre, in compagnia del primo ministro finlandese, Antti Rinne, assisteva alla parata degli onori militari all’aperto, nel cortile della cancelleria a Berlino.

Le emittenti tedesche hanno ripreso chiaramente la Merkel mentre era scossa da un forte tremore, dalla testa ai piedi, con i pugni stretti e il volto contratto. Gli episodi si vanno ripetendo, in maniera ormai cadenzata, senza che sia stata data ancora una spiegazione chiara. La prima volta è accaduto il 18 giugno in occasione della visita del presidente ucraino, Volodymyr Zelenskiy: i due si trovavano all’aperto, sotto il sole, e le telecamere l’hanno ripresa mentre oscillava violentemente per circa 30 secondi e cercava di restare in piedi, le mani giunte al petto.

Un’ora dopo, però, la cancelliera apparve davanti alla stampa e attribuì il problema alla disidratazione: “Ho bevuto tre bicchieri e adesso sto bene”, spiegò. Meno di dieci giorni dopo, il 27 giugno, è avvenuto il secondo episodio, in occasione dell’incontro con il presidente Frank-Walter Steinmeier: stavolta i due si trovavano al chiuso e il portavoce non diede spiegazioni, limitandosi a confermare che la Merkel sarebbe partita per il G20 a Osaka in Giappone.

Dopo il tremito al fresco di Palazzo Bellevue a fianco del presidente Steinmeier, le speculazioni si sono sprecate: c’è chi ipotizza che possa trattarsi dell’effetto collaterale di cure farmacologiche antidepressive. E adesso pare che i servizi segreti di non meglio specificate “potenze straniere” starebbero cercando di mettere le mani sulle cartelle cliniche della cancelliera.

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WATCH: German chancellor Angela Merkel seen shaking uncontrollably for the third time in weeks, fuelling concerns about her health pic.twitter.com/WLpK62ZZKJ

— The Speaker (@TweetTheSpeaker)
10 luglio 2019

 

“Sto benissimo, non c’e’ nessun bisogno di preoccuparsi”. Merkel ha reagito pubblicamente al nuovo caso che l’ha vista protagonista. Parlando con i giornalisti, durante la conferenza stampa seguita all’incontro, ha sostenuto come in passato che non ci sono preoccupazioni sul suo stato di salute e che si trova in una fase di “elaborazione” del fenomeno e che “ci sono stati progressi”.

L’ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Kim Darroch, si è dimesso in seguito alla bufera scatenata dalla diffusione sui media di suoi cablo segreti nei quali il diplomatico aveva espresso giudizi poco lusinghieri sull’amministrazione di Donald Trump. Attaccato pesantemente nei giorni scorsi dall’inquilino della Casa Bianca, Darroch ha annunciato l’abbandono dell’incarico: “L’attuale situazione mi rende impossibile portare avanti il mio ruolo come vorrei”.

Dopo aver detto di non voler più trattare con Darroch, in una serie di tweet con insulti personali, Trump ha attaccato non solo il diplomatico, ma anche il governo britannico.

Il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, ha a sua volta contrattaccato per i commenti “irrispettosi e sbagliati” di Trump nei confronti di Darroch. Hunt, sfidante di Boris Johnson alla guida dei Tory e quindi del Paese, ha fatto sapere che terrebbe Darroch come ambasciatore negli Usa se dovesse vincere. “Trump, gli amici parlano francamente e così farò io: questi commenti sono irrispettosi e sbagliati nei confronti del nostro premier e del mio Paese. I tuoi diplomatici danno le loro opinioni private al segretario di Stato Mike Pompeo e così fanno i nostri!”, ha scritto su Twitter, rispondendo al presidente americano.

The wacky Ambassador that the U.K. foisted upon the United States is not someone we are thrilled with, a very stupid guy. He should speak to his country, and Prime Minister May, about their failed Brexit negotiation, and not be upset with my criticism of how badly it was…

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
9 luglio 2019

Trump ha annunciato che non avrà piu’ avuto a che fare con Darroch, definito “un tizio molto stupido, uno sciocco borioso“. L’inquilino della Casa Bianca ha inoltre attaccato più volte la May per il fallimento dei negoziati sulla Brexit, sostenendo che una buona notizia per i britannici è che tra poco avranno un nuovo premier. 

 

 

Parigi ha ammesso la presenza di suoi missili in una base usata da forze leali al generale libico Khalifa Haftar, a Gharian, ma ha negato che sia stata la Francia a fornirli ai combattenti. Il ministero della Difesa francese ha spiegato che i quattro missili Javelin, trovati dalle truppe del premier Fayez al-Serraj nella base di Gharian, dopo la riconquista della località a sud di Tripoli, erano in dotazione alle forze francesi, “schierate a scopi di intelligence antiterrorismo” in Libia.

Tuttavia, i missili “danneggiati e fuori uso” erano stati “temporaneamente immagazzinati in un deposito per la distruzione”. “E non sono stati trasferiti alle forze locali”, ha sottolineato il ministero in una nota senza però spiegare come siano finite nelle mani dei ribelli filo-Haftar. Queste armi erano “di proprietà delle nostre forze per la loro stessa sicurezza” e “non è mai stata in questione” l’idea di “vendere, cedere, prestare o trasferire queste munizioni a chiunque in Libia”, ha ribadito.    

#Libya: Weapons captured from #LNA when the #GNA captured Garyan, including M79 Osa, HMGs, a 9K113, and at least 4 FGM-148 Javelin!

Also included was Chinese GP-1 155mm Guided Artillery Shells, known to be in Libya & other arms marked as from the UAE.

Partially via @Oded121351 pic.twitter.com/aEksokPl8G

— Cᴀʟɪʙʀᴇ Oʙsᴄᴜʀᴀ (@CalibreObscura)
28 giugno 2019

Salvini all’Agi: “Sarebbe un fatto gravissimo”

“Sarebbe un fatto gravissimo, chiederemo spiegazioni: dobbiamo lavorare tutti insieme per pacificare la Libia, non per armare gruppi che poi attaccano obiettivi civili”, dice all’Agi il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, interpellato sulla vicenda.

Sebbene non riconosciuto ufficialmente, Parigi è tra i principali sponsor dell’uomo forte della Cirenaica, Haftar, in lotta contro il governo internazionalmente riconosciuto di Serraj. L’ammissione è decisamente un motivo di imbarazzo per la Francia che ha sempre negato di assistere le forze di Haftar sulle terreno.

Le rivelazioni del New York Times

A rivelare il ritrovamento dei missili anticarro era stato il New York Times, il quale aveva riportato le conclusioni di un’indagine del dipartimento di Stato, il quale aveva concluso che le armi erano state vendute a Parigi. Prodotti dalla Lockheed-Martin, i Javelin costano più di 170 mila dollari l’uno e vengono venduti dagli Usa solo a nazioni alleate. Nel 2010 la Francia aveva ordinato a Washington fino a 260 Javelin. Una fonte militare francese, aveva rivelato ancora il New York Times, aveva affermato che i missili, già inutilizzabili, erano stati stoccati temporaneamente in un magazzino in attesa di essere smantellati e non trasferiti alle milizie locali. 

 

Il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha sciolto le riserve e per la prima volta ha chiesto un secondo referendum sull’uscita del Regno Unito dalla Ue con o senza accordo. Il leader dell’opposizione britannica era stato fortemente criticato, anche dalla base del partito, per la sua mancanza di chiarezza sulla questione, che avrebbe anche causato l’emorragia di voti alle ultime europee.

In una lettera ai membri del Labour, arrivata dopo un incontro con il suo staff, Corbyn ha sfidato il prossimo premier, che uscirà dalle primarie Tory: “Chiunque diventerà il nuovo primo ministro, deve essere abbastanza sicuro da rimettere l’uscita dall’Ue, con e senza accordo, al voto popolare”, insieme all’opzione di rimanere nell’Unione.

Sempre nella stessa missiva, Corbyn ha chiarito che il Labour, nella campagna referendaria sosterrà il Remain, “sia contro una Brexit no deal, che contro un’uscita con un accordo dei Tory, che non protegge l’economia e i posti di lavoro”. 

Saranno giorni difficili per Ursula von der Leyen. La presidente designata della Commissione è da ieri a Bruxelles per tessere la tela politica che la porterà al voto della plenaria del Parlamento europeo martedì prossimo, quando l’assemblea di Strasburgo si esprimerà a maggioranza e con voto segreto per approvare o respingere la nomina decisa dai leader nella lunga maratona negoziale della settimana scorsa.

Il voto non è scontato, in una partita in cui la politica europea si intreccia con gli equilibri interni dei vari governi. Italia compresa. Formalmente la ministra tedesca ha bisogno di 375 voti per succedere a Jean Claude Juncker alla guida dell’esecutivo Ue. Ma politicamente quella soglia è troppo risicata e il rischio è quello di partire con una legittimazione troppo fragile.

Per questo i contatti di queste ore di Von der Leyen e del suo ‘transition team’ (uno staff di cinque persone messe a disposizione dall’amministrazione di Berlaymont) con tutti gli attori in campo, è febbrile. Nei prossimi giorni la presidente designata della Commissione, che ha visto i capigruppo dei Verdi come segno di attenzione verso i Gruenen tedeschi molto critici con la sua nomina, incontrerà i Conservatori dell’Ecr e poi i Socialisti e i Liberali.

Alla fine del giro di consultazioni è prevista una riunione congiunta con la conferenza dei capigruppo delle principali famiglie politiche dell’Eurocamera e nella giornta di mercoledì il quadro dovrebbe essere più chiaro. Ma al momento la confusione sotto il cielo è grande. Il voto dei Popolari, seppur con qualche mal di pancia, appare scontato.

I socialisti invece sono spaccati: i socialdemocratici tedeschi, almeno per il momento, voteranno quasi certamente contro, così come altre delegazioni socialiste soprattutto del nord Europa. No anche dai laburisti britannici, mentre gli olandesi, seppur bruciati dallo stop a Frans Timmermans, sono più dialoganti. Un via libera dovrebbe arrivare anche dal Pd e dagli spagnoli. I liberali non si sono ancora espressi, ma data l’impronta ‘macroniana’ del pacchetto nomine deciso dal summit dei capi di Stato e di governo, è scontato immaginare che daranno il loro via libera.

Una sorpresa potrebbe arrivare dai Conservatori e Riformatori dell’Ecr, il gruppo in cui siedono i ‘Fratelli d’Italia’ di Giorgia Meloni e che non fa parte della maggioranza europeista su cui potenzialmente dovrebbe fondarsi la legislatura. “Aspettiamo di sentire cosa ci dirà e poi decideremo”, spiega un eurodeputato. Se la delegazione più grossa della famiglia conservatrice, i polacchi del PiS, sponsor in Consiglio della designazione della von der Leyen, dovessero decidere per il ”si”, sarebbe certamente un fatto politicamente rilevante e potrebbe pesare sul prosieguo dell’intera legislatura.

Intanto, mentre a Bruxelles si negozia, anche la politica italiana ragiona sul da farsi. Sabato scorso Giuseppe Conte ha pubblicamente invitato gli eurodeputati di Lega e M5s ad esprimersi a favore della presidente designata: in ballo c’è il negoziato sul nome del commissario (e sul peso del portafoglio) che il governo punta a ottenere nella trattativa con Bruxelles. Un voto favorevole dei due azionisti di maggioranza del governo alla Von der Leyen, è il ragionamento del presidente del Consiglio, sarebbe certamente una carta importante da giocare al momento della scelta e rafforzerebbe di certo l’Italia.

Ma mentre i 5 Stelle hanno le mani più libere e potrebbero far convergere i loro 14 voti su von der Leyen (i pentastellati hanno appoggiato fin da subito la linea Conte sulle nomine e non hanno un gruppo parlamentare cui rendere conto), la Lega è più in difficoltà. Il dilemma non è semplice: appoggiare von der Leyen smentendo di fatto la critica all’Europa franco-tedesca e sconfessando la posizione del gruppo sovranista? Oppure votare contro, indebolendo così la posizione del governo italiano nella trattativa sul commissario, che la Lega stessa intende portare a casa?

I parlamentari del Carroccio non hanno ancora deciso, il capogruppo di Identità e Democrazia, Marco Zanni, dopo una prima presa di posizione ufficiale molto rigida (‘voteremo no'”, aveva detto a caldo), prende tempo. “Non voteremo a favore a scatola chiusa, vedremo da qui al 16 luglio valutando sia in termini di programma che di squadra”. Insomma la porta della Lega resta socchiusa, ma rischia di aprire una crepa nel fronte sovranista. Tutte le altre forze del gruppo Identità e Democrazia infatti, a cominciare dai francesi del Rassemblement National di Marine Le Pen, salvo colpi di scena clamorosi voteranno ‘no’.  

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