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Le donne saudite potranno finalmente guidare: il divieto che le teneva, uniche escluse al mondo, lontane dal volante di un auto è stato revocato da un decreto del re Salman alla fine di settembre. Il mondo ha esultato, così come le attiviste che per decenni nel Regno wahabita si sono battute per questa ‘rivoluzione’, pagandola a caro prezzo. Ma gli altri milioni di donne saudite? 

La giornalista Katherine Zoepf sul New Yorker ha delineato una situazione di sostanziale incomunicabilità e disinteresse reciproco su entrambi i ‘fronti’: ricordando le interviste a decine di studentesse universitarie durante il suo primo viaggio nel Paese nel 2007, ha sottolineato come la campagna della femminista Wajeha al-Huwaider per ottenere il diritto di guidare fosse pressoché sconosciuta. “Benché queste giovani donne fossero tutte brillanti e ben informate, non erano a conoscenza di Huwaider né erano interessate a guidare e sembravano perplesse sul perché io immaginavo che avrebbero dovuto esserlo”. 

Per approfondire: Perché Uber aiuterà le donne sauditre a guidare

Le campagne mediatiche indirizzate più all'estero che alle connazionali

Non molto diversa la situazione dall’altra parte della ‘barricata’. Le stesse attiviste saudite che portavano avanti con impegno e coraggio diverse battaglie per i diritti delle donne – non solo la revoca del divieto di guidare ma anche la battaglia contro il sistema tutorale maschile che di fatto imprigiona le donne saudite nella loro quotidianità, dalla nascita alla morte – non erano particolarmente interessate a comunicare con le loro connazionali.

Le loro campagne mediatiche si rivolgevano in primis al pubblico all’estero. “Ho speso 5 anni a raccontare l’attivismo in Arabia Saudita prima di capire finalmente che, per Huwaider e altri attivisti per la giustizia sociale e la democrazia nel Regno, i loro concittadini non sono mai stati il destinatario primario. Loro stavano parlando al mondo esterno”, “non volevano tanto galvanizzare l’entusiasmo interno ma attrarre le simpatie degli stranieri”, ha scritto la giornalista sul New Yorker. 

I motivi sono molteplici, e vanno dal controllo ferreo delle autorità sui media locali alla forte tendenza alla riservatezza che si accompagna a una debole tradizione verso i diritti individuali, fino ad arrivare alla consapevolezza che, per un monarca assoluto, conta infinitamente meno l’opinione pubblica nazionale rispetto a un rappresentante eletto. Che il proclama fosse indirizzato soprattutto al mondo esterno lo prova anche la tempistica: la revoca del divieto per le donne di guidare, infatti, è stata annunciata simultaneamente a Riad e a Washington. E la conferenza stampa più sensazionale è stata quella tenuta dall’ambasciatore saudita nella capitale americana, il principe Khalid bin Salman, nel pomeriggio, in tempo per i notiziari, mentre in patria le autorità saudite hanno dato scarna notizia in tarda serata.

Re Salman voleva impressionare gli interlocutori stranieri

La ragione, secondo la Zoepf, sta nelle motivazioni di fondo che hanno spinto re Salman alla storica decisione: impressionare non tanto i concittadini, quanto soprattutto gli interlocutori stranieri. Conoscendo infatti la nomea di ‘falco’ del nuovo re, salito al potere nel gennaio 2015, molti analisti, pur sorprendendosi che avesse preso lui l’iniziativa, hanno pensato non che fosse esempio di un nuovo impegno a favore dell’uguaglianza di genere quanto un tentativo di sviare l’attenzione internazionale dai recenti arresti di dissidenti sauditi e dalla richiesta del Consiglio Onu per i Diritti Umani di indagare sui crimini di guerra sauditi in Yemen.

Per approfondire: Cosa le donne saudite non possono fare senza un permesso

Ma, nonostante questi fattori possano aver giocato un ruolo nella decisione, a pesare è stato soprattutto qualcos’altro, e cioè che la casa reale si è resa conto che il Regno non può più ignorare l’opinione mondiale rispetto al trattamento delle donne saudite. Con la recente crisi del prezzo del petrolio, Riad ha cominciato a rendersi conto dei costi reali che comporta sprecare le competenze di metà della popolazione. “Le donne saudite hanno lauree migliori, e lavorano di più, hanno maggiormente da dimostrare. I sauditi hanno finalmente capito che l’economia non si diversificherà o riformerà senza inglobare le donne nella forza lavoro”, ha sottolineato Bernard Haykel, professore alla Princeton University.

Ma anche motivazioni economiche: usare le competenze delle donne ora serve

Da qui, la conclusione che dare alle donne il diritto di guidare fosse la concessione meno dolorosa da fare. Il rischio quindi, come hanno sottolineato alcuni sauditi, è che resti un gesto poco più che simbolico. Il sistema tutorale maschile in vigore nella monarchia wahabita, infatti, continua a bloccare le donne, che hanno bisogno del permesso del tutore maschile – padre, marito, fratello, addirittura in alcuni casi figlio – per svolgere tutta una serie di attività, dall’acquistare un auto, richiedere il passaporto, sposarsi, ma anche uscire di prigione, lavorare, accedere ai servizi sanitari o studiare all'estero.

Con sorpresa, però, la giornalista del New Yorker ha registrato sollievo da parte di diverse donne saudite, contente che l’'operazione' abbia funzionato e che la monarchia abbia ristabilito il controllo sulla narrazione e l’immagine del Paese. Come ha sintetizzato su Facebook Dara Sahab, avvocato di Gedda: l’umore generale è “buone notizie per il resto del mondo. Ora potete lasciarci soli”.

 

La Corte suprema del Brasile ha emesso una misura cautelare che impedisce temporaneamente l'estradizione o l'espulsione dal Paese dell'ex terrorista, Cesare Battisti. La misura è stata stabilita da uno degli 11 giudici del Supremo Tribunal Federal su richiesta della difesa. Secondo il giudice Battisti è tutelato dall'asilo a suo tempo concesso dall'ex presidente Lula, almeno fino alla pronuncia del plenum della Corte prevista per il prossimo 24 ottobre. Fonti del ministero della Giustizia di Brasilia sottolineano che si attende soltanto la decisione della Corte Suprema per procedere all'estradizione di Battisti in Italia. 

L'originale della copertina di "Asterix ed il Giro di Gallia" del 1963, quinto episodio della guerra degli "irriducibili" galli contro i romani, è stato battuto all'asta per 1,4 milioni di dollari, oltre sette volte il prezzo previsto dalla casa Drouot a Parigi. Copertina realizzata dal disegnatore Albert Uderzo e co-firmata dallo sceneggiatore Rene Goscinny, deceduto nel lontano 1977, la vera anima geniale delle storie del minuto ma fumantino Asterix e del "corpulento mai grasso" Obelix, caduto da bambino nella pentola della pozione magica – che garantisce forza sovrumana – del druido Panoramix.

A 1,2 milioni di euro è stata battuta invece un'altra copertina, quella di "Asterix e lo scudo degli Arverni". L'iniziativa sembra una iniziativa pubblicitaria per la pubblicazione la prossima settimana del 37esimo episodio (apocrifo, dopo la morte di Goscinny, questa sarà la quarta storia neanche disegnata fromalmente da Uderzo): "Asterix e la corsa d'Italia". Dalla sua prima comparsa (1961) gli album di Asterix tradotti in 111 lingue (incluso il latino) e sono stati venduti in tutto il mondo in 370 milioni di copie, di cui 5,5 milioni in Italia. La sua impronta cosi' francese, o meglio iper-europea ha fatto si' che malgrado i tentativi ripetuti, non abbia mai avuto successo negli Usa. 

Gli effetti del cambiamento climatico sembravano non aver inciso in maniera significativa sui pinguini di Adelia che vivono nella parte orientale dell’Antartide, almeno fino a poco tempo fa. Quest’anno un’inusuale estensione dei ghiacci nel periodo estivo ha impedito ai pinguini adulti di spostarsi per cercare cibo per i pulcini, così su una colonia di 18mila coppie solo due pulcini sono riusciti a sopravvivere. Un crollo riproduttivo catastrofico che era già capitato quattro anni fa quando la stessa colonia, che all’epoca aveva più di  20.000 coppie, non era riuscita a produrre un singolo pulcino. In questo caso la colpa fu del clima insolitamente caldo, seguito da una rapida caduta delle temperature che portò molti pulcini alla morte.

I pinguini di Adelia

I pinguini di Adelia vivono grazie a una dieta costituita principalmente da krill, i piccoli gamberetti che sono alla base dell’alimentazione di tanti animali antartici. La popolazione di pinguini di Adelia nell’area orientale dell’Antartico è in condizioni generalmente migliori rispetto a quella dell’area della penisola occidentale antartica dove ormai d diversi anni si avverte in modo significativo l’effetto del cambiamento climatico.

WWF chiede misure urgenti per protezione Antartide

Durante il meeting internazionale che si terrà a Hobart, in Australia, l WWF chiederà alla Commissione per la Conservazione delle Risorse Marine Antartiche (CCAMLR), composta da 25 Stati membri e dall’UE, un’ampia protezione delle acque delle aree dell’Antartico orientale con l’istituzione di una specifica Area Marina Protetta. Esiste purtroppo il rischio  che questa zona venga anche aperta alla pesca esplorativa di krill, creando una significativa competizione con i pinguini di Adelia per le risorse alimentari. Ciò  sarebbe un vero disastro visto che la specie è già stata colpita da due catastrofici fallimenti riproduttivi negli ultimi quattro anni.

Rod Downie, responsabile del Programma Polare del WWF Internazionale ha dichiarato: “Non possiamo in nessun modo correre il rischio di aprire questa zona alla pesca esplorativa di krill che è l’alimento base dei pinguini. E’ cruciale che  Commissione agisca ora, istituendo una nuova area protetta marina per le acque dell' Antartico orientale e proteggendo in questo modo la casa dei pinguini”.

Un’attesa durata 8 anni

La proposta, guidata da Australia e Francia con il supporto dell’Unione Europea ha affrontato un lungo iter di 8 anni di attesa. Tuttavia le prospettive non sono delle migliori considerando il fatto che il CCAMLR ha da poco varato la più grande area marina dell’Antartide nel Mare di Ross. Il WWF tuttavia insiste: questa nuova area marina protetta è cruciale per garantire un futuro per la fauna selvatica e la biodiversità nella penisola antartica orientale, tra cui in particolare i pinguini di Adelia e i pinguini imperatori. La proposta originale dell'area marina protetta comprendeva sette ampie aree marine costiere dell'area dell'Antartico orientale che sono state successivamente ridotte a quattro. È stato anticipato che solo tre di queste (che sono le aree MacRobertson, Drygalski e l'area della regione di mare D'Urville Mertz dove è localizzata una colonia nella Petrel Island Adélie) saranno accettate quest'anno. Yan Ropert-Coudert, senior scientist per i pinguini del Consiglio nazionale delle Ricerche francese (CNRS) e che ha guidato il programma sui pinguini nella Stazione di ricerca Dumont D'Urville adiacente alla colonia, ha detto: "La regione è sottoposta a significativi cambiamenti ambientali che sono legati alla riduzione del ghiacciaio Mertz sin dal 2010. Un’area marina protetta purtroppo non potrà porre rimedio a questi cambiamenti, ma può prevenire gli ulteriori impatti che derivano dalle dirette pressioni antropogeniche, come il turismo e la proposta di apertura alla pesca”.

 

 

 

 

 

 

L'appello di Donald Trump agli alleati perché si uniscano a lui per "rottamare" l'accordo sul programma nucleare iraniano, faticosamente raggiunto dal suo predecessore Barack Obama, è caduto subito nel vuoto. Francia, Germania e Regno Unito hanno risposto picche con un comunicato congiunto diffuso talmente a stretto giro da dare l'idea di essere già pronto da giorni. Non era infatti un mistero che, dopo aver dato per due volte una riluttante luce verde, il presidente degli Stati Uniti questa volta non avrebbe certificato l'intesa, che ha consentito a Teheran di proseguire l'utilizzo dell'atomo a scopo civile purché elimini le scorte di uranio arricchito suscettibile di impieghi militari.

Ogni 90 giorni la Casa Bianca deve infatti notificare al Congresso l'adesione dell'Iran ai termini dell'accordo, che spetta all'Aiea, l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, stabilire. Secondo Trump, l'Iran non starebbe però rispettando "lo spirito" dell'intesa. Un proclama che ha una forte valenza politica ma, per ora, scarse conseguenze pratiche. La Russia e lo stesso Iran, insieme alla Cina gli altri Paesi firmatari, hanno già avvertito che, formalmente, la repubblica islamica non è venuta meno ai suoi obblighi. Il capo della diplomazia di Bruxelles, Federica Mogherini, ha ricordato che l'accordo è stato ratificato all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu e "nessun singolo paese ha il diritto di porvi termine". Cosa può fare in concreto Trump per farlo saltare?

La parola al Congresso

Rifiutatosi il presidente di certificare l'accordo, la palla passa al Congresso, che avrà 60 giorni di tempo per discuterne. Capitol Hill può decidere di non fare nulla, di chiedere dei correttivi (mutando il processo di certificazione o domandando una rinegoziazione dell'accordo) o di dare ragione a Trump e introdurre nuove sanzioni. In questo caso verrebbe violato l'accordo ma la responsabilità formale sarebbe del Congresso e non della Casa Bianca. Teheran ha minacciato più volte di fare marcia indietro, parziale o totale, dai suoi obblighi in caso di iniziative ostili di Washington. Tutti gli altri firmatari sono però in disaccordo con Washington e potrebbero riuscire a convincere Rohani a evitare rappresaglie. E contrari a nuove sanzioni non sono solo i Democratici ma anche alcuni Repubblicani, come la senatrice Lindsay Graham, che propone una semplice rinegoziazione. Una prospettiva, quest'ultima, già sufficiente a suscitare stizza tanto a Mosca quanto a Bruxelles.​ Se vorrà comunque mostrare i muscoli, Trump potrà accontentarsi di varare nuove sanzioni economiche relative al programma missilistico iraniano, che non ha nulla a che vedere con l'accordo firmato nell'ottobre 2015.

I tre scenari possibili

  • Il Congresso non fa nulla

In questo caso Trump potrebbe dimostrare di fronte agli elettori (e all'area neo-con del Gop che non gli è sempre amica) di voler mantenere le promesse senza alcuna conseguenza concreta. Lo stesso segretario di Stato, Rex Tillerson, ha ammesso che a Capitol Hill i numeri per far saltare l'accordo potrebbero non esserci. Seppure confortevole sul fronte interno, una simile soluzione aprirebbe però una fase di forte incertezza dal punto di vista internazionale. Il danno di credibilità per gli Usa sarebbe doppio: non ci si può fidare degli Usa per un accordo di lungo termine e non ci si può attendere che una presa di posizione di Trump sia recepita dal suo partito.

  • Il Congresso chiede di emendare l'accordo

Secondo Tillerson, Trump intende spingere il Congresso a emendare la legge con la quale gli Usa hanno recepito l'accordo, in maniera tale da stabilire delle violazioni automatiche – non necessariamente relative al nucleare ma al programma missilistico – che facciano scattare nuove sanzioni in maniera automatica. In questo modo Washington sarebbe in grado di ritirarsi dall'accordo senza nessun atto del Congresso. Questi automatismi consentirebbero poi di introdurre un secondo emendamento che solleverebbe Trump dall'incombenza di dover certificare ogni 90 giorni un'intesa che ha definito "la peggiore di sempre". Ciò darebbe al presidente l'atout per chiedere una rinegoziazione generale dell'accordo. Ma, come abbiamo visto, gli altri firmatari difficilmente la concederebbero. Per poter proseguire sulla propria strada, la Casa Bianca dovrebbe comunque far saltare il banco.

  • Il Congresso boccia l'accordo

In questa maniera gli Usa violerebbero i termini dell'intesa. Il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha però già fatto sapere che l'Iran potrebbe non sfilarsi qualora Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania si mantengano fedeli all'accordo nonostante gli Usa. Il problema, in questo caso, diventerebbe come aggirare le nuove sanzioni statunitensi. Se Europa, Russia e Cina troveranno un modo per continuare a fare affari con l'Iran indisturbate, Teheran avrà gli incentivi economici per astenersi da provocazioni. Ma c'è un altro grande punto interrogativo: l'imprevedibile effetto di una rottura dell'accordo con l'Iran sulla partita con la Corea del Nord

Cosa fare di quella stanza dell’hotel di Las Vegas? Cosa fare delle sue maledette finestre da dove il folle Stephen Paddock fece fuoco su una massa di innocenti il primo ottobre scorso? Cancellare o conservare in onore alla memoria le tracce del più sanguinoso crimine del genere nella storia degli Stati Uniti?

Sono questi i tristi dubbi al vaglio della MGM Resorts International, proprietaria del Mandalay Bay Resort and Casino, che ospitò Paddock nella stanza 135, al 32esimo piano, e che l’uomo, un bianco di 64 anni che veniva da Mesquite nel Nevada, trasformò in un temporaneo incredibile arsenale. Cinquantotto i morti, oltre cinquecento i feriti attinti dalle sue pallottole mentre assistevano a un concerto di musica country.

La cinquantanovesima vittima cadde nella suite e fu lui, l’assassino, che dopo avere seminato l’inferno si tolse la vita con un colpo alla testa.

Il fascino di macabre location

Cosa fare dunque di quella camera, che Paddock riempì di 23 fucili e una pistola? Che è tuttora riconoscibile per le finestre rotte, fotografata da tutti i turisti che arrivano a Las Vegas?

Si tratta di una decisione che sarebbe difficile per qualsiasi grande albergo, ma più ancora per un hotel di Las Vegas, dove i visitatori arrivano per evadere dalla vita di ogni giorno, per dimenticare nell'arco breve di un soggiorno possibilmente epicureo i problemi della quotidianità.

L’hotel potrebbe considerare l’ipotesi di mettere i sigilli alla Room 32-135, se non addirittura all’intero piano, per evitare – in casi analoghi è accaduto spesso – di diventare meta di quel genere di curiosi morbosi affascinati dalle location macabre. Quando non è stato possibile smantellare i luoghi teatro di omicidi di massa, anche questo è successo. Per questo il night club Pulse a Orlando, in Florida, dove un pazzo uccise 49 persone a giugno dello scorso anno, resta tuttora chiuso e il suo titolare pensa di trasformarlo in un memorial. Invece la scuola elementare Sandy Hook nel Connecticut, dove nel 2012 furono uccisi sei adulti e 20 bambini, è stata demolita e ricostruita quattro anni dopo.

Per ora, i portavoce del Mandalay Bay hanno rifiutato di anticipare qualsiasi intenzione. Non è escluso che la MGM Resorts International eriga un memoriale da qualche parte nell’albergo, in forma permanente o temporanea, o che lanci una raccolta fondi per le vittime e le loro famiglie. “L’hotel è stato in tutto e per tutto una vittima, e con la trasformazione di uno spazio in qualcosa che onori le vittime, si spera che si possa lenire il dolore e fare una cosa buona” dice il presidente dell’Ink Link Marketing, Kim Miller, con un’esperienza specifica circa le scelte difficili delle società.

Patriottismo e innovazione, in linea con le esigenze del mercato. Su questi binari, la Cina intende condurre la riforma delle imprese di Stato e, contemporaneamente, rafforzare la presa sulle imprese private, per creare campioni nazionali dell’industria. Per riuscirci, il governo sta pensando a una formula che, da un lato favorisca i processi di fusioni e acquisizioni, soprattutto nel caso delle imprese di Stato, e dall’altro permetta di avere maggiore potere decisionale tra i grandi gruppi privati di interesse strategico per Pechino. Le linee guida delle politica industriale saranno tra gli argomenti che verranno dibattuti nel corso del diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, che si aprirà il 18 ottobre prossimo, ma alcuni segnali di come il governo intenda agire sono già emersi nelle scorse settimane.

Spazio ai privati, ma con dei limiti

Nel disegno esposto il mese scorso dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, prosegue il progetto di andare verso una proprietà mista, con l’ingresso dei privati, per le imprese di Stato, ma non in maniera indiscriminata. La riforma, ha spiegato il presidente della Sasac, la Commissione di Viglianza sugli Asset delle Imprese di Stato Cinese, Xiao Yaqing, “deve essere portata avanti in base alle condizione delle aziende e all’interesse degli investitori a partecipare alla riforma” che, dal 2013 a oggi, ha già dato alcuni frutti: negli ultimi quattro anni le aziende statali sono scese da 117 a 98, ma molto ancora deve essere fatto. Tra gli esiti più noti in questo senso ci sono le fusioni di due tra i più grandi gruppi dell'acciaio, Wuhan Steel e Baosteel, e tra i due maggiori costruttori di treni ad alta velocità: Csr e Cnr. L’obiettivo finale, ha spiegato Xiao, non deve essere solo quello di creare giganti industriali, ma veri e propri leader sul mercato. 

Le mani del governo sui colossi di internet

Un discorso diverso riguarda, invece, le imprese private. Secondo un documento emesso il mese scorso dal Consiglio di Stato, il governo cinese, il patriottismo deve essere un elemento chiave dell’azione delle imprese, al pari dell’innovazione tecnologica e della responsabilità sociale. Il documento emesso dal governo ha contribuito a “definire il significato chiave dell’imprenditorialità cinese sotto la nuova era”, secondo quanto scriveva l’agenzia Xinhua, con l’obiettivo di “spronare vitalità nel mercato”. Nel ritratto che prende corpo del capitalismo cinese a pochi giorni dall’inizio del Congresso, il governo mira a un ruolo sempre più ampio nelle imprese private, a cominciare dai giganti di internet e della tecnologia. I grandi gruppi di Internet della Cina, che si sono espansi anche in altri settori, come i servizi e la finanza, avrebbero ricevuto attenzioni da parte del governo per una quota più ampia di partecipazione e per un ruolo diretto nel processo decisionale. Tra i nomi citati dal Wall Streeet Journal, ci sono Weibo, il Twitter cinese, il gigante dell’e-commerce Alibaba​, e TenCent, il gruppo che gestisce la piattaforma WeChat di messaggistica istantanea, popolarissima in Cina.

I settori soggetti a restrizione

I gruppi privati, e soprattutto alcune grandi conglomerate, sono state al centro delle attenzione del governo, la scorsa estate. Grandi nomi dell’industria cinese, come Fosun, Wanda, Hna e Anbang hanno attratto l’attenzione degli organi di vigilanza del settore finanziario, a cominciare dalla China Banking Regulatory Commission, la Cbrc, che a giugno scorso ha chiesto alle banche di verificare la possibilità di eventuali rischi di sistema connessi alle operazioni di acquisizioni all’estero di questi gruppi. Il contenimento di rischi legati alle tante acquisizioni all’estero compiute dai gruppi di Pechino sembra, però, al momento, arginato dall’ultima direttiva del governo di agosto scorso, che ha diviso in tre categorie gli investimenti all’estero dei giganti cinesi: vietati, soggetti a restrizioni o incoraggiati.

Tra questi ultimi ci sono quelli in linea con l’iniziativa di sviluppo infrastrutturale “Belt and Road” lanciata nel 2013 dal presidente cinese, Xi Jinping, per la connessione di Asia ed Europa, quelli che aumentano gli standard tecnologici di un'azienda, quelli in ricerca e sviluppo, e gli investimenti nei settori delle estrazioni di greggio, dell’agricoltura e della pesca. Tra quelli soggetti a restrizioni ci sono gli investimenti nell’immobiliare, negli hotel, nell’intrattenimento, nello sport, in tecnologie obsolete e che non rispettano gli standard ambientali. Vietati, infine, gli investimenti nelle tecnologie militari chiave, nel gioco d’azzardo, nell’industria pornografica e, più in generale, quelli che vanno contro la sicurezza nazionale.

I finanziamenti ai grandi progetti

Tra le linee che non sembrano destinate a cambiare con il prossimo Congresso ci sono quelle legate ai grandi progetti avviati dal governo nei primi cinque del mandato di Xi. Proprio ieri, il Ministero per l’Industria e l’Information Technology ha comunicato che stanzierà 1,5 miliardi di dollari (10 miliardi di yuan) nei prossimi tre anni a sostegno dello sviluppo di progetti che rientrano negli obiettivi del piano “made in China 2025”, per lo sviluppo del settore manifatturiero. Ogni progetto selezionato riceverà un finanziamento compreso tra i trenta e i cinquanta milioni di yuan (tra i 4,5 e i 7,5 milioni di dollari), mentre per i più meritevoli la cifra salirà a cento milioni (15,1 milioni di dollari).

Il governo, secondo quanto scrive l’Economic Information Daily, una pubblicazione dell’agenzia Xinhua, coopererà anche con la China Development Bank per fornire servizi finanziari a sostegno dei progetti che riscontreranno più successo sul mercato, per un totale di 300 miliardi di yuan (45,5 miliardi di dollari) di finanziamenti fino al 2020.  “Il sostegno finanziario dà una direzione chiara sullo sviluppo dell’innovazione nel manifatturiero in Cina”, è stato il commento di un accademico di Pechino al periodico economico-finanziario dell’agenzia di stampa cinese, “e spinge per la fiducia nella ristrutturazione e nell’ammodernamento dell’economia”.

Leggi anche: Cosa sono le aziende zombie e perché Pechino le vuole eliminare

Gli Stati Uniti si ritirano dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite il cui scopo è “promuovere pace e sicurezza attraverso la collaborazione scientifica” e di cui fanno parte quasi 200 membri, perché ritenuta prevenuta nei confronti di Israele. La discordia ha origini antiche, da quando nel 2011 l’organizzazione votò per l’ammissione della Palestina come Paese membro, anticipando la decisione dell’Assemblea Generale dell’Onu di ammetterla come membro osservatore, presa nel 2012.

Washington era già fuori – di fatto – dal 2013 

Gli Stati Uniti avevano già perso il diritto di voto all’Unesco nel 2013, a due anni dalla decisione di sospendere il pagamento della loro quota di partecipazione, proprio in contrasto con l’ammissione della Palestina come stato membro, come riportato dal Guardian. “La scelta dell’amministrazione Trump però approfondisce lo scontro, e viene interpretata come una critica dell’intero sistema Onu”, scrive la Stampa.

Come ricostruito dal Messaggero, “è dal 2011, quando la Palestina venne riconosciuta come membro a pieno titolo dell'organizzazione, che gli Usa hanno smesso di finanziarla pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi e un'influenza dietro le quinte sulle sue politiche. L'odierna decisione entrerà in vigore il 31 dicembre 2018. Gli Stati Uniti – ha precisato il Dipartimento di Stato – intendono diventare in seguito un osservatore permanente della missione per ‘contribuire alle visioni, prospettive e competenze americane su alcune delle importanti questioni affrontate dall'organizzazione inclusa la tutela del patrimonio dell'umanità, la difesa della libertà di stampa e la promozione della collaborazione scientifica e dell'educazione’. A stretto giro, anche il premier Benyamin Netanyahu ha dato istruzioni di ‘preparare l'uscita di Israele dall' Unesco in parallelo con gli Usa’. Netanyahu ha poi reso omaggio alla scelta del presidente americano.” Per Netanyahu la decisione di Trump è “coraggiosa e morale”, che accusa l'Unesco di essere diventata un teatro dell'assurdo nel quale la storia viene “distorta anziché preservata”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

“Secondo fonti citate dall’agenzia Ap, la decisione è stata presa in seguito alle recenti risoluzioni dell’Unesco che hanno condannato Israele e gli insediamenti nei territori occupati in Cisgiordania, risoluzioni che Washington considera anti-israeliane”, scrive il Sole 24 Ore. “Il direttore generale dell’organizzazione, Irina Bokova, in risposta, ha espresso il proprio rammarico e dichiarato che “l’universalità è cruciale alla missione dell’Unesco di rafforzare pace e sicurezza davanti a odio e violenza, in difesa dei diritti e della dignità umana”. Per il Cremlino, la decisione americana è ‘una notizia triste’.

La Stampa ricorda che “Gli Stati Uniti da sempre accusano il Palazzo di Vetro di avere un pregiudizio contro Israele, favorito anche dal fatto che il gruppo dei Paesi musulmani è il più ampio all’interno dell’organizzazione. Questa frizione esiste in quasi tutti gli organismi dell’Onu, dall’Assemblea Generale al Consiglio per i diritti umani. L’Unesco però è diventata il punto di scontro perché è andata oltre tutte le altre agenzie, accettando la richiesta della Palestina di essere ammessa come Stato membro a tutti gli effetti, dopo che il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, si era convinto che i negoziati di pace con Israele fossero finiti.”

L'ennesimo strappo in un lungo tira e molla

L’uscita formale degli Stati Uniti dall’Unesco è prevista per la fine del 2018. E secondo la Stampa, “il messaggio di ‘rottura’ ancora con una volta con gli alleati anzitutto europei, appare netto. Un messaggio che rafforza le divisioni già affiorate con lo strappo sull’accordo di Parigi sul clima come sull’intesa internazionale sul nucleare con l’Iran. Trump potrebbe decertificare fin da oggi quel patto in nome della necessità di indurire le condizioni nei confronti di Teheran – accusata di destabilizzare la regione e fomentare il terrorismo – dopo averlo attaccato come ‘imbarazzante’ e il ‘peggiore mai firmato’. Aprendo così una nuova fase di grande incertezza, con Congresso e amministrazione che avranno 60 giorni per rifinire e calibrare la nuova strategia.”

La Spagna celebra la sua festa della 'Hispanidad' nel pieno della crisi scatenata dalla sfida indipendentista catalana e trasforma la ricorrenza in una sorta di giornata dell'orgoglio nazionale. "Orgogliosi di essere spagnoli" lo slogan della cerimonia che, secondo la stampa madrilena, ha registrato una partecipazione popolare "storica". 

A Barcellona la rabbia neofranchista

Migliaia di persone che hanno riempito i quasi due chilometri di percorso del Paseo de la Castelllana di Madrid sotto lo sguardo dei reali di Spagna Filippo VI e la moglie Letizia e delle massime autorità dello stato. Assenti Carles Puigdemont, Inigo Urkullu e Uxue Barkos, i presidenti delle Comunita' Autonome di Catalogna, Paesi Baschi e Navarra. Per Felipe VI è la prima apparizione pubblica dopo il suo discorso alla nazione, due giorni dopo il referendum del primo ottobre. Anche a Barcellona diverse migliaia di persone, 65 mila secondo la Guardia urbana, hanno sfilato per le strade della città, dove si sono verificati scontri tra forze dell'ordine e manifestanti neofranchisti, che hanno intonato cori del regime e bruciato bandiere catalane. Alcuni ultrà di estrema destra confluiti nella città per la stessa dimostrazione, pur condividendo le stesse posizioni politiche, se le sono date di santa ragione per rivalità di stampo calcistico.

Precipita un Eurofighter, morto il pilota

La festa è stata funestata dall'incidente di un aereo militare delle forze armate spagnole, precipitato nei pressi di Albacete dopo aver partecipato alla cerimonia mentre effettuava le manovre di rientro alla base. Il pilota dell'Eurofighter non è riuscito a lanciarsi dal velivolo prima dell'impatto ed è morto.

Dopo i giorni infuocati seguiti all'intervento di Puigdemont dinanzi al Parlamento catalano e la replica intransigente del primo ministro spagnolo di ieri, il Paese tira il fiato in attesa della prossima mossa nella partita a scacchi tra Madrid e Barcellona. Sul tavolo la dichiarazione di 'indipendenza sospesa' di Puigdemont, la richiesta di chiarimento di Madrid, una riforma costituzionale annunciata e il mondo economico catalano in subbuglio. 

Conto alla rovescia per la sospensione dell'autonomia

Parte della stampa spagnola sostiene che avendo formalmente chiesto al presidente della Generalitat catalana di chiarire entro 5 giorni (le 10 di lunedi' 16 ottobre) se abbia effettivamente dichiarato l'indipendenza della Catalogna o meno, Rajoy, che ieri ha incassato l'appoggio delle principali forze parlamentari, ha già fatto scattare la procedura prevista dall'art. 155 della Costituzione iberica, che può portare alla sospensione dell'autonomia regionale.

Allo scadere dell'ultimatum di lunedì, la Generalitat avrà altri tre giorni, fino alle 10 di giovedi' 19 per ripensarci e fare marcia indietro. Alla scadenza di questo secondo ultimatum, che la stampa spagnola definisce "l'opzione atomica", porterà Rajoy a chiedere la sospensione dell'autonomia al Senato, dove i popolari del premier hanno la maggioranza assoluta (149 seggi su 266 in totale) necessaria per approvare la possibile revoca dell'autonomia o altre misure, come chiudere il parlamento regionale (Parlament) ed indire elezioni anticipate e mettere i Mossos d'Esquadra – la controversa polizia catalana – agli ordini diretti del ministero dell'Interno. Mentre l'Europa guarda e non sa cosa pensare.

 

In italiano si può tradurre come stallo. Ma la sfumatura semantica è ben più pesante, sarebbe più corretto parlare di "punto morto". È "deadlock" la parola utilizzata da Michel Barnier, capo negoziatore dell'Unione Europea, per definire lo stato delle trattative sulla Brexit​ dopo il nuovo, inconcludente tavolo con la sua controparte britannica, David Davis, che da parte sua, a costo di negare l'evidenza, asserisce che "ci sono stati progressi".

Con buona pace dell'approccio "creativo" alla Brexit invocato dalla premier Theresa May, a impedire passi avanti è sempre la solita ragione. La Gran Bretagna intende prima di tutto ottenere garanzie su un accordo commerciale con gli ex partner, come promesso dai fautori del 'Leave' nella campagna referendaria. L'Unione Europea non intende nemmeno parlare di concessioni finché non avrà raggiunto un'intesa su quanto Albione dovrà sborsare per poter dire addio. Per un'Europa dove le forze centrifughe hanno perso impeto ma sono ancora ben vive, sarebbe un autentico suicidio politico lasciar andare Londra senza fargliela pagare (e su questo punto sono particolarmente rigide Francia e Germania, più che le istituzioni comunitarie). Altrettanto devastante sarebbe per Downing Street far digerire ai cittadini un esborso economico nell'ordine delle decine di miliardi di euro (qualcuno calcola un centinaio) senza portare a casa nulla in cambio. 

"Un impasse estremamente preoccupante"

"Non abbiamo fatto grandi passi in avanti", ammette Barnier, al termine del quinto round di negoziati, "il Regno Unito ci ha comunicato di non essere ancora pronto a precisare i suoi impegni". La discussione sulla Brexit Bill? "In un impasse estremamente preoccupante". La questione dell'Irlanda del Nord, che rischia di essere la prossima Catalogna? "C'è ancora molto lavoro da fare". E i diritti dei cittadini comunitari in Gran  Bretagna, che May era venuta fino a Firenze per giurare che avrebbe difeso? Nulla di fatto neanche qui, spiega Barnier: "Abbiamo ancora delle divergenze sulla possibilità del ricongiungimento familiare e l'esportazione delle prestazioni sociali dopo la Brexit". Né ci si poteva aspettare iniziative degne di nota da un interlocutore debole come Davis, ormai scavalcato da un primo ministro che intende condurre la trattativa personalmente, in sede di Consiglio Europeo. 

Nessun accordo sarà meglio di un cattivo accordo?

Nel frattempo l'orologio continua a ticchettare spietato: Bruxelles e Londra dovranno concludere le pratiche del divorzio entro l'ottobre dell'anno prossimo. Un periodo che sembra lungo ma non lo è per nulla, considerando come finora le due parti non siano nemmeno riuscite ad avviare un negoziato propriamente detto. Ciò significa una cosa sola: come ammesso dalla stessa May, è sempre più concreta la possibilità che lo psicodramma della Brexit si concluda senza il minimo accordo. Una prospettiva che ha conseguenze del tutto imprevedibili. In una tesa conferenza stampa congiunta, lo hanno ammesso sia Davis che Barnier. Il primo ha avvertito che "è dovere" del governo britannico prepararsi "a un'alternativa". Barnier: "Per parte nostra saremo pronti ad affrontare ogni evenienza", ha ribattuto Barnier. Nessun accordo sarà meglio di un cattivo accordo? Gli inglesi rischiano di doverlo scoprire abbastanza presto.

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