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AGI – Erano stati presi alla sprovvista, i nazisti. Uno sciopero generale, a difesa degli ebrei di Amsterdam, convocato dopo il pogrom, i rastrellamenti e le prime deportazioni lanciate dal loro quartiere, completamente isolato dal resto della città, con tanto di filo spinato, chiusura di ponti mobili e i posti di blocco. Un atto di resistenza e di eroismo che prese di contropiede gli uomini delle SS e della Wehrmacht, con le fabbriche chiuse, i negozi che abbassarono le saracinesche, i ristoranti vuoti, il traffico fermo. E la protesta che finì per allargarsi ad altre città: Haarlem, Utrecht, Hilversum, Zaandam.

Era il 25 febbraio 1941. Sembrò l’inizio di una rivolta in tutto il Paese, occupato dalle truppe di Hitler in soli cinque giorni neanche nove mesi prima.  Ad Amsterdam era stata una rapida e drammatica sequenza di eventi, in quel febbraio di ottant’anni fa, a portare allo sciopero.

Prima, il 12 febbraio, la ‘Ordnungspolizei‘ aveva fatto irruzione nella gelateria Koco e alcuni agenti rimasero feriti, nei giorni seguenti seguirono altri atti di ostilità nei confronti della polizia tedesca. Infine la vendetta: una rappresaglia su larga scala, 425 uomini ebrei tra i 20 e i 35 anni letteralmente strappati dalle strade, arrestati e trascinati prima al campo di concentramento di Schoorl e da lì ai lager di Buchenwald. Di questi, 389 furono poi deportati a Mauthausen. Solo due riuscirono a sopravvivere. La maggior parte morì prima della fine dell’anno. 

Quel che le forze delle SS e i collaborazionisti olandesi non avevano previsto era stata la reazione della città. A prendere l’iniziativa fu il partito comunista, che ovviamente era stato dichiarato fuori legge. Furono due militanti, Piet Nak e Willem Kran, a proporre lo sciopero durante una riunione al Noordermarkt convocata per il 24 febbraio, alla quale parteciparono anche membri dei sindacati. Vennero stampati dei volantini che invasero tutte le strade: a grandi lettere c’era scritto “Sciopero! Sciopero! Sciopero!” (“Staakt! Staakt! Staakt! in olandese), e poi “chiudiamo tutta la città di Amsterdam per un giorno”.

La mobilitazione fu sostenuta anche dal Fronte Marx-Lenin-Luxemburg, fondata da Henk Sneevliet, già sodale di Trotsky.

Il crescendo dello sciopero

Quel che segue è la narrazione di una delle più straordinarie storie di resistenza della Seconda guerra mondiale.

Lo sciopero del 25 febbraio iniziò con gli autisti dei tram ed il personale sanitario.

Seguirono i lavoratori del porto, poi tanta gente comune percorreva le strade suonando i campanelli delle biciclette e fermando il traffico.

Partecipò anche il personale delle scuole così come gli impiegati di società private, tra cui tra gli altri i grandi magazzini De Bijenkorf. Si calcola che almeno 300 mila persone abbiano partecipato allo sciopero. Il giorno dopo, la protesta si allargò ad altre zone vicine, da Utrecht al Kennemerland a Bussum.  

La repressione fu immediata. Gli ultimi focolai della protesta vennero stroncati nel sangue nel giro di due giorni, finanche le granate vennero lanciate, quando non erano stati sufficienti i mitragliatori: morirono nove partecipanti allo sciopero, a decine rimasero gravemente feriti, ed entro i primi giorni di marzo furono arrestate e fucilate altre 18 persone.

Gli storici concordano: anche se la protesta era stata soffocata, il “Februaristaking” – lo “sciopero di febbraio”, come lo chiamano gli olandesi – rappresenta un giorno cruciale nella storia della Resistenza al nazi-fascismo: per la prima volta in un Paese occupato dai tedeschi la popolazione si era ribellata in modo compatto e deciso a sostegno della comunità ebraica.

Un evento, peraltro, a cui seguì lo sciopero studentesco del novembre 1941, e successivamente, quello dell’aprile-maggio 1943, a segnare l’inizio, nei Paesi Bassi, della resistenza armata su scala nazionale.

I non ebrei in piazza

Eppure quella Amsterdam è una storia particolare: non-ebrei scesi in strada a rischiare la vita a sostegno dei loro vicini di casa e concittadini ebrei.  

Quella ebraica rappresentava a quel tempo il 10% della popolazione complessiva di Amsterdam, con circa 79 mila abitanti nel 1941, di cui circa 10 mila persone di origini straniere – tra questi Anne Frank e la sua famiglia – che qui avevano trovato rifugio negli anni trenta. Il fatto è che gli ebrei olandesi si erano trovati in un vicolo cieco, senza via di scampo: tutto congiurava contro di loro, compresa la geografia, chiusi dal mare a ovest e a nord, da una frontiera in comune con la Germania e un’altra con il Belgio occupato.

Dopo la capitolazione delle forze armate dei Paesi Bassi il 14 maggio 1940 (e dopo la fuga della regina Guglielmina dall’Aja alla volta di Londra), le prime misure antisemite prese dagli occupanti non si erano fatte attendere: prima gli ebrei furono esclusi dal servizio di difesa contraerea, poi toccò a tutti quelli che occupavano posizioni pubbliche ad essere rimossi d’ufficio, a cominciare ovviamente dalle università.

Ci furono tensioni e atti di sangue, con il Movimento nazional-socialista che lanciò provocazioni a non finire nei quartieri ebraici, a cui seguirono scontri armati tra il suo braccio armato – il ‘Weerbaarheidsafdeling‘ – e i gruppi di autodifesa ebrei e i loro sostenitori.

Dai nazisti il terrore

Episodi a quali la risposta nazista fu il terrore, il pogrom e le prime deportazioni.   All’indomani dello sciopero e dello scioglimento dell’intero consiglio comunale della città, la scelta di Hitler e delle SS fu la progressiva e sistematica organizzazione dell’annientamento.     

Affidate le forze di polizia a Sybren Tulp, che aveva servito nell’esercito coloniale nelle Indie orientali olandesi – e che si dimostrò rapidamente un collaborazionista prezioso per il Fuehrer – si spalancarono le porte del genocidio, come nel resto dell’Europa: dall’aprile del 1942 gli ebrei olandesi furono costretti a portare la stella di David, tre mesi dopo iniziarono le deportazioni verso i campi di sterminio, a cominciare da Auschwitz-Birkenau e Sobibor.

Molti ebrei fecero il loro passaggio verso est – come Anne Frank – nel famigerato campo di transito di Westerbork.

Mentre i tedeschi confiscarono le proprietà lasciate dagli ebrei deportati (solo nel 1942 il contenuto di quasi 10 mila appartamenti ad Amsterdam venne espropriato e spedito in Germania), e dopo che circa 25 mila ebrei, compresi almeno 4.500 bambini, erano riusciti a nascondersi per evitare la deportazione (un terzo di questi ‘clandestini’ fu scoperto, arrestato e deportato), nel settembre del 1943 i tedeschi arrivarono a dichiarare Amsterdam una città “judenfrei”, ossia “libera dagli ebrei”. L’efficienza del genocidio non conosceva soste. Oltre tre quarti della comunità ebraica d’Olanda del 1940 non sopravvissero all’Olocausto. 

AGI – Vincent Muscat, uno dei tre sospettati dell’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, si è dichiarato colpevole. Muscat, insieme a George Degiorgio e sua fratello Alfred, sono stati accusati di aver piazzato e fatto detonare la bomba che ha ucciso la reporter investigativa nell’ottobre 2017.

La mossa di Muscat, che ha rotto la strategia difensiva portata avanti finora dai tre sospettati di essere gli esecutori materiali, potrebbe avere un effetto domino sugli altri due accusati, i due fratelli Degiorgio, e la presunta mente dell’attentato contro la Caruana Galizia, Yorgen Fenech.

Secondo fonti citate da Times of Malta, l’uomo sta cooperando con le autorità e si è dichiarato colpevole nella speranza di avere una riduzione della pena. Un accordo per un patteggiamento sembra che sia stato trovato: la procuratrice Elaine Mercieca ha riferito alla corte che il suo ufficio ha presentato insieme all’avvocato difensore di Muscat un documento congiunto rispetto alla pena.

AGI – La Cina punta ad accelerare la produzione e le esportazioni di vaccini contro il Covid-19, soprattutto ai Paesi in via di sviluppo.

Pechino conta di produrre due miliardi di dosi entro la fine del 2021 e punta a raddoppiare la cifra alla fine del prossimo anno, coprendo il 40% della domanda mondiale di vaccini, secondo quanto dichiarato in una recente intervista al tabloid Global Times da Feng Doujia, presidente della China Vaccine Industry Association. 

Feng ha confermato le cifre della produzione di vaccini dei due maggiori gruppi farmaceutici cinesi, Sinovac e Sinopharm, che hanno stimato una produzione di almeno un miliardo di dosi a testa, entro la fine del 2021. In totale, ha aggiunto il dirigente cinese, sono diciotto le industrie del settore che stanno lavorando per espandere la capacità di produzione.

I vaccini di Sinovac e Sinopharm sono i più utilizzati nella campagna di vaccinazione in Cina, che a oggi conta oltre 40 milioni di dosi somministrate, soprattutto a personale di fasce considerate a rischio. La “diplomazia del vaccino” – come spesso viene definito l’uso del vaccino da parte della Cina con l’obiettivo di guadagnare influenza all’estero – è da tempo sotto osservazione, ma il numero di Paesi attratti dall’offerta cinese sembra in crescita: comprende anche il Sud America, dove 12 Paesi hanno già ricevuto o sono in attesa di ricevere le prime dosi.

Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin, ha confermato che la Cina sta fornendo assistenza sui vaccini contro il Covid-19 a 53 Paesi, la maggiore parte dei quali sono Paesi in via di sviluppo, e che la Cina sta esportando i propri vaccini in 27 Paesi, tra cui Serbia e Ungheria. “Ci auguriamo che tutti si uniscano e diano il proprio contributo”, ha aggiunto il portavoce, “per sostenere in particolare i Paesi in via di sviluppo a superare la pandemia”. (AGI) 

AGI – Le Adf (Allied Democratic Forces) sono una formazione ribelle nata nel 1995 in Uganda, ma ormai da anni radicata nelle zone orientali della confinante Repubblica democratica del Congo. Guidata da Jamil Mukulu, un ex cattolico convertito all’Islam, è considerata vicina al movimento sunnita Tablighi Jamat e si ritiene sia legata all’Isis, anche se l’affiliazione non è mai stata ufficializzata.

Nel 2020 al gruppo è stata attribuita l’uccisione di almeno 849 civili nei territori di Irumu e Mambasa, nella provincia di Ituri, nonché a Beni nel Nord Kivu, con il rapimento di 534 civili, di cui 457 sono ancora dispersi. Il gruppo jihadista si è formato da un’alleanza tra ex membri del Nalu (National Army for the Liberation of Uganda) e jihadisti del gruppo Salaf Tabliq, uniti dalla lotta contro il presidente ugandese, Yoweri Museveni.

Nella seconda metà degli anni ’90 l’Adf lanciò una campagna militare nei distretti del Rwenzori dell’Uganda. La risposta dell’esercito lo costrinse però a spostare le proprie basi sul lato congolese dei Monti Rwenzori. Alla fine di dicembre 2005 una massiccia offensiva militare congiunta delle forze armate congolesi e della missione Onu, Monuc, ha distrutto la maggior parte dei campi dell’Adf e ucciso più di 90 ribelli.

Dalla fine del 2013 l’Adf ha avviato una serie di sanguinosi attacchi contro la popolazione civile del territorio di Beni nel Nord Kivu e gli attacchi contro i civili sono aumentati di 10 volte tra il 2017 e il 2018, nonostante le campagne militari dalle forze ugandesi, congolesi e delle Nazioni Unite.

La regione orientale della Repubblica democratica del Congo, Nord e Sud Kivu e Ituri, è da mesi al centro di un crescente numero di attacchi da parte di vari gruppi, contando da sola la metà di tutte le violenze riconducibili a gruppi armati irregolari dell’intero continente africano. È quanto emerge dall’analisi dei bollettini mensili realizzati dal Centro antiterrorismo dell’Unione Africana (Ua) da cui emerge come ad ottobre l’est del Congosia stata la regione dell’Africa che ha registrato il maggior numero di morti tra civili e terroristi.

“Del numero totale di attacchi perpetrati in tutto il continente (195, ndr), 116 sono stati registrati nella zona, che rappresentano il 63% del totale e segnano un 20% di aumento rispetto ai dati registrati nel mese di settembre. Questi attacchi hanno provocato la morte di 237 persone“.

Dal bollettino del centro antiterrorismo africano si apprende inoltre che il gruppo armato dei Mayi Mayi (storica formazione nata tra la fine degli Anni ’90 e l’inizio degli anni ‘2000 come una sorta di autodifesa dalle truppe che ruandesi che per alcuni anni occuparono una parte dell’area) è da mesi il gruppo più attivo nel Paese.

Ai Mayi Mayi il centro affida la responsabilità di 82 attacchi costati 81 morti. “Gli attacchi registrati nel mese di ottobre – si legge nel bollettino del Centro antiterrorismo dell’Unione Africana – evidenziano l’espansione della portata dell’estremismo terroristico e violento nella regione dei Grandi Laghi, che soffre l’azione di gruppi terroristici armati che minacciano la pace e la sicurezza e mirano alle enormi risorse economiche dell’area”.

Secondo il centro, “le crescenti attività terroristiche e violente estremiste nella regione dei Grandi Laghi sono le conseguenze dei molteplici conflitti persistenti nella parte orientale del Congo, e potrebbero anche essere influenzate dalle attività terroristiche e di estremismo violento in Mali, Niger, Nigeria, Burkina Faso, Ciad e Camerun”.

“Anche le rivalità tra l’Isis e gli affiliati di Al Qaeda nella regione del Sahel potrebbero spingere uno dei due, l’Isis, a guardare ad una nuova area di espansione, che potrebbe essere l’Africa centrale”, scrive concludendo la sua breve analisi dell’area il centro antiterrorismo dell’Unione Africana.

AGI – L’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e un carabiniere della scorta, Vittorio Iacovacci, sono morti In un attacco a un convoglio delle Nazioni Unite nel parco dei Virunga, nella parte est del Paese.

Il diplomatico italiano è rimasto coinvolto in un’imboscata condotta da miliziani armati contro mezzi dell’Onu in transito su una strada a nord della città di Goma, capoluogo della provincia orientale congolese del Nord Kivu.

Il convoglio transitava nei pressi della città di Kanyamahoro, intorno alle 10:15 di stamattina, quando il commando armato, secondo quanto riferito da un portavoce del Virunga National Park, ha tentato di rapire alcuni membri del gruppo.

L’ambasciatore e il militare viaggiavano a bordo di una autovettura di un convoglio della Monusco, la missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo. Nell’attacco il diplomatico è rimasto ferito gravemente e poco dopo è deceduto. Con lui sono morti anche un carabiniere e un’altra persona di cui ancora non sono state rese note le generalità.

I rangers del parco sono intervenuti per cercare di proteggere il gruppo ma senza successo. Solo un mese fa, erano rimasti uccisi nella stessa zona sei rangers: in quel caso, responsabile dell’attacco era stato il Mai-Mai, una milizia armata che rivendica la difesa del territorio contro altri gruppi armati.

La matrice dell’attacco di oggi non è ancora chiara sebbene circoli con forza l’ipotesi di un tentativo di rapimento di personale Onu.

Unico diplomatico italiano a Kinshasa, Attanasio, era nato a Saronno (Varese) nel 1977 ed era nella Repubblica democratica del Congo dal 5 settembre del 2017, quando era stato nominato capo missione. Il 31 ottobre del 2019 era stato confermato in qualità di ambasciatore straordinario plenipotenziario. Era sposato e padre di tre bambine.

Laureato con Lode all’Università Commerciale Luigi Bocconi mel 2001, dopo un breve percorso professionale nella consulenza aziendale e un Master in Politica Internazionale aveva intrapreso la carriera diplomatica nel 2003.

Alla Farnesina era stato assegnato alla direzione per gli Affari economici, ufficio sostegno alle imprese, poi alla segreteria della Direzione generale per l’Africa. Successivamente era stato Vice capo segreteria del Sottosegretario con delega per l’Africa e la Cooperazione Internazionale.

All’estero era stato capo dell’ufficio economico e commerciale presso l’Ambasciata d’Italia a Berna (2006-2010) e Console Generale reggente a Casablanca, Marocco (2010-2013).

Nel 2013 era rientrato alla Farnesina dove aveva ricevuto l’incarico di capo segreteria della direzione generale per la Mondializzazione e gli Affari Globali.

Ritornato in Africa, era stato primo consigliere nell’Ambasciata di Abuja, in Nigeria nel 2015.

Lo scorso ottobre era stato insignito del Premio Internazionale Nassiriya per la Pace 2020: un premio che riconosceva “il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli” e “per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari distinguendosi per l’altruismo, la dedizione e lo spirito di servizio a sostegno delle persone in difficolta’”.

Il giovane diplomatico aveva condiviso il premio con la moglie, Zakia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che opera nelle aree più difficili della Repubblica democratica del Congo, lavorando con bambini e giovani madri. “Non si può essere ciechi davanti a situazioni difficili che hanno come protagonisti i bambini”, aveva spiegato in quella occasione Zakia. “È necessario agire per dare loro un futuro migliore. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo”.

 Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha appreso la notizia mentre era al Cae a Bruxelles e dopo aver informato i colleghi Ue dell’accaduto è partito subito per far rientro a Roma, in anticipo rispetto al previsto.

L’omicidio dell’ambasciatore italiano in Congo ha un precedente che risale al 2 novembre del 1990 quando venne ucciso nel corso di una rapina l’ambasciatore Daniele Occhipinti, 49 anni, in un ristorante della Costa d’Avorio, nell’Africa occidentale. Occhipinti era divenuto ambasciatore italiano in Costa d’Avorio da appena sette mesi.

Due uomini armati fecero irruzione nel ristorante libanese L’Oriental, in un quartiere malfamato di Abidjan, e forse a causa della reazione di uno dei presenti fecero fuoco uccidendolo mentre stava consegnando ai banditi il proprio orologio e portafogli. 

AGI. – “È una grande perdita per la sua famiglia – lascia la moglie e tre bambine piccole – per la Repubblica democratica del Congo, per l’Africa tutta e per l’Italia. L’ambasciatore Luca Attanasio era un giovane diplomatico molto impegnato a favore della pace e per promuovere una narrazione diversa sul continente, che non sia solo guerre e negatività”. Lo dice all’Agi il giornalista omonimo Luca Attanasio, romano, esperto di Africa e migrazioni forzate, specializzato in Repubblica democratica del Congo, commentando la notizia dell’uccisione dell’ambasciatore italiano in un’imboscata al convoglio a bordo del quale viaggiava nell’Est del Paese dei Grandi Laghi.

Attanasio era spostato con Zakia Seddiki, presidente e fondatrice dell’ong ‘Mama Sofia’, attiva proprio in Repubblica democratica del Congo.

“L’ultimo suo messaggio Whatsapp è del 23 gennaio. Diceva che mi aspettava con simpatia e amicizia in Congo dove avrei dovuto andare tra marzo ed aprile per la parte conclusiva della mia inchiesta sul cobalto, nell’ex Katanga. Lui ci teneva a questo mio viaggio e mi stava organizzando una serie di interviste per diffondere una nuova narrazione. Mi diceva che potevo stare tranquillo in termini di sicurezza” riferisce ancora Attanasio.

Ad accomunarli il nome e il cognome ma anche la stessa passione, lo stesso interesse per l’Africa. “Ci conosciamo virtualmente da diverso tempo poiché ci occupiamo delle stesse cose, seppur in settori diversi. Ci hanno anche più volte scambiato” racconta il giornalista romano.

Proprio in una di quelle occasioni c’era stato uno scambio imbarazzante e complesso da gestire: era stato in occasione della pubblicazione di un articolo firmato da Attanasio, il giornalista, molto duro sul Congo, in particolare sull’operato del governo dell’allora presidente Joseph Kabila. “Il presidente congolese chiamò personalmente l’ambasciatore Attanasio per chiedere delucidazioni in merito a quell’articolo. Lui fece molta fatica a spiegare che non era lui l’autore del pezzo, ma un giornalista italiano con lo stesso nome e cognome” prosegue l’interlocutore.

Con l’ambasciatore, insediatosi a Kinshasa nel 2017, il giornalista romano aveva avuto diversi scambi virtuali, fino un incontro lo scorso ottobre a Roma. “Ci aveva invitato a pranzo, con un altro collega, durante un suo passaggio nella capitale pochi mesi fa. In quella occasione ho conosciuto anche la moglie e le figlie. Era giovane, competente e appassionato, davvero una grande perdita” conclude Attanasio.

L’ambasciatore italiano in Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, e un militare dell’arma dei Carabinieri hanno perso la vita nell’attacco ad un convoglio della locale missione Onu, la Monusco, nell’area del parco nazionale del Virunga, nell’instabile provincia del Nord-Kivu, non lontano dalla città di Butembo, nell’Est del Paese africano.

Il parco del Virunga è patrimonio mondiale dell’Unesco dal 1979, decretato in pericolo dal 1994. Luogo unico per la ricchezza della sua biodiversità, è famoso in tutto il mondo come remoto rifugio delle ultime specie di gorilla di montagna, ma è diventato una vera e propria polveriera in una regione storicamente instabile, al confine con il Rwanda, già teatro della cosiddetta grande guerra africana, combattuta tra il 1998 e il 2003.

Da allora il Virunga, uno spazio di 7800 km quadrati che ospita importanti popolazioni di elefanti, ippopotami, okapi e scimpanzè, è il covo di numerosi gruppi armati che minacciano il futuro della più vecchia area protetta di tutta l’Africa, in primis dei rangers che ne assicurano la protezione e di chiunque si avvicini e possa minacciare i loro interessi. 

Secondo un bilancio diffuso dalle stesse autorità del parco, negli ultimi 25 anni almeno 200 ranger sono stati uccisi al suo interno per difendere animali e civili, gli ultimi sei lo scorso 10 gennaio. Un pesante bilancio che fa del Virunga l’area naturale protetta che ha pagato il più alto tributo di sangue al mondo proprio per la sua tutela.

La maggior parte degli ultimi attacchi mortali compiuti ai danni delle guardie è stata messa a segno dai miliziani Mayi Mayi, uno dei tanti gruppi armati che seminano morte nella regione e si contendono il controllo delle risorse naturali e minerarie. 

Questa vasta area nel cuore della regione dei Grandi Laghi, une delle più povere e densamente popolate dell’Africa, è ricca di risorse naturali che fanno gola ai diversi gruppi armati congolesi, ruandesi e ugandesi che vi hanno trovato rifugio negli ultimi 20 anni.

Secondo le stime ufficiali, il saccheggio delle foreste del parco in carbone di legna ha un valore annuo di circa 27,5 milioni di euro. Elefanti vengono uccisi per il loro avorio, venduti dai trafficanti attraverso i confinanti Ruanda e Uganda.

A queste attività di contrabbando si aggiungono le tasse percepite illegalmente dai gruppi armati, sia i Mayi Mayi che le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), imposte ai pescatori sulle sponde del Lago Eduardo. In tutto ogni settimana circa duemila piroghe pagano ai miliziani cinque euro in cambio di un gettone che autorizza la loro circolazione. A denunciarlo è il Centro di ricerca sull’ambiente, la democrazia e i diritti umani (Creddho) di Goma, capoluogo del Nord Kivu. 

Nel Virunga si è poi sviluppata un’altra attività altamente redditizia per i gruppi armati: il rapimento dei dipendenti delle Ong internazionali, ma anche di poveri contadini e soprattutto dei preti. I rapiti vengono liberati solo se le famiglie, in genere molto povere, riescono a pagare il riscatto, somme esorbitanti fino a 500 mila dollari. Numerose famiglie hanno raccontato di essersi indebitate a vita pur di salvare i propri cari. Essendo diventata sempre più insicura, dal 2016 la nazionale numero 2, la principale strada che attraversa il parco, si può percorrere soltanto sotto scorta.   

Dieci anni fa è stata costituita l’Alleanza Virunga – su iniziativa dell’Istituto congolese per la conservazione dell’ambiente (Iccn), di ong locali ed internazionali, dell’Unesco, dell’Unione europea e altri donatori – per garantire lo sviluppo economico delle zone limitrofe. Tra gli interventi prioritari c’è il rifornimento in energia elettrica ai 4 milioni di residenti e il miglioramento delle loro condizioni di vita, in particolare grazie ad alcune centrale idro-elettriche già in servizio ed altre in costruzione, poco fuori dal parco. 

Nel corso degli anni le guardie ambientali sono diventate veri e propri soldati incaricati di proteggere anche i civili, ma evidentemente non basta. Oggi 800 agenti sono dispiegati nel parco del Virunga, ben equipaggiati e addestrati dalle forze belghe. Nonostante le aggressioni subite il numero di gorilla e di altre specie è in aumento e il miglior rifornimento in luce e acqua sta giovando al turismo, concentrato nell’enclave dei vulcani Mikeno e Nyiragongo. “I gruppi armati cercano di sabotare le nostre azioni a favore delle popolazioni ma non ci scoraggiamo” aveva dichiarato al quotidiano francese ‘Le Monde’ il vice direttore del Virunga, Innocent Mburanumwe.

AGI – Il vaccino Pfizer/BioNTech sembra fermare, nella gran parte di coloro che l’hanno ricevuto, il contagio, ed è la prima indicazione concreta che l’immunizzazione frenerà la trasmissione del coronavirus. I dati, riferisce Bloomberg, arrivano dal ministero della Salute israeliano che ha lavorato a quattro mani con le due aziende, nell’osservazione e nell’analisi del materiale (che peraltro non è stato ancora peer-reviewed’, rivisto cioè da specialisti della comunità scientifica).

Efficacia al 90%

Dall’analisi sembra che il vaccino, cominciato ad utilizzare in Israele dal 20 dicembre,è stato efficace all’89,4% nell’evitare il contagio. I risultati, pubblicati anche da Der Spiegel, sono l’ennesimo segnale positivo emerso da quel che sta succedendo in Israele, il Paese che sta vincendo la campagna per l’immunizzazione della sua popolazione e dove quasi metà dei cittadini hanno già ricevuto almeno una dose del vaccino.

Drastico calo dei decessi

Tra l’altro sabato, le autorità israeliane avevano fatto sapere che una dose di Pfizer/BionTech è efficace al 99% nell’evitare i decessi. Più in generale, i dati sono importanti perché mostrano che il vaccino può anche impedire ai portatori asintomatici di diffondere il virus, un dato su cui finora non c’era un consenso univoco. 

AGI – Facebook ha chiuso la pagina dell’esercito birmano (conosciuto col nome ufficiale di Tatmadaw) per aver violato le regole della piattaforma, che proibiscono l’incitamento alla violenza. Lo riporta il Guardian. Il social ha fatto sapere di aver cancellato la pagina ‘Tatmadaw – True News Information Team’, “in linea con le sue politiche globali per le ripetute violazioni degli standard della nostra community che vietano l’incitamento alla violenza”.

Il bando di Facebook è arrivato mentre Internet in Myanamr è stato bloccato per la settima notte consecutiva e all’indomani dell’uccisione di due manifestanti anti-golpe a Mandaly, seconda città più grande del Paese. Nonostante la violenza – condannata dall’Onu e dall Ue – anche oggi i birmani sono scesi in strada a Yangon e Mandalay per protestare contro il regime militare. Intanto, e’ emerso che polizia ha arrestato un famoso attore, Lu Min per il suo supporto alle proteste. L’attore, che ha recitato in numero film e vinto diversi premi in patria, aveva partecipato ad alcune manifestazioni. Sua moglie ha raccontato che gli agenti hanno fatto irruzione in casa e lo hanno portato via senza specificare dove.

AGI – La principessa Eugenia e il marito Jack Brooksbank hanno chiamato il loro primogenito, nonché nono bisnipote della regina Elisabetta II, August Philip Hawke Brooksbank. Buckingham Palace ha diffuso un’immagine della coppia con il piccolo.

“Vogliamo presentarvi August Philip Hawke Brooksbank”, ha scritto la principessa Eugenia, condividendo la foto su Instagram. “Grazie per gli splendidi messaggi, i nostri cuori sono pieni di gioia, le parole non possono esprimerla”, si legge ancora nel post. Scegliendo Filippo come secondo nome, la coppia ha voluto fare omaggio a duca di Edimburgo, consorte della regina, ancora ricoverato in ospedale all’età di 99 anni.

Il bebè, undicesimo in linea di successione al trono e primo nipote del principe Andrea e della ex moglie Sarah, è venuto alla luce il 9 febbraio scorso all’ospedale Portland di Londra. I due neo-genitori avevano rotto la tradizione, annunciando loro stessi la nascita con una foto in bianco e nero su Instagram che mostra le loro mani mentre stringono quella del nuovo nato. 

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