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AGI – Non poteva capitare in un momento peggiore la nuova serie di The Crown, che esce a novembre: racconterà la lotta senza quartiere tra Lady Diana e Carlo, ora nuovo re, e dunque riporterà alla memoria gli anni più bui dell’allora principe, a soli due mesi dall’inizio del suo regno.

La popolarità di Carlo è migliorata da quando è salito sul trono, ma ora Buckingham Palace teme un colpo di immagine. Un trailer pubblicato nel fine settimana mostra Carlo, interpretato da Dominic West, e Diana, interpretata da Elizabeth Debicki, che si preparano per le clamorose interviste televisive sulla loro relazione.

La clip, che dà il tono alla nuova serie, fa sentire la voce di un giornalista televisivo immaginario che descrive le loro azioni come “una guerra totale”. Buckingham dunque è subito corsa ai ripari. Una fonte autorevole del Palazzo ha voluto ricordare che The Crown “è una commedia, non un documentario”, a conferma che vuole prenderne le distanze.

Netflix, dal canto suo – che nei giorni del lutto ha sospeso le riprese della nuova serie, la sesta, quella sui principi più giovani e la ‘Megxit’ – non ha voluto rimandare la programmazione di novembre che racconterà in particolare l’Annus Horribilis di Elisabetta II: correva l’anno 1992 e in pochi mesi le toccò vedere l’incendio scoppiato nel castello di Windsor e -cosa ben peggiore- le separazioni dei figli maschi, il principe Andrea e Carlo, dalle rispettive mogli, e il divorzio della principessa Anna da Mark Phillips.

AGI – Funerali di Stato tra lutto e polemiche in Giappone per l’ex primo ministro, Shinzo Abe, ucciso in un attentato l’8 luglio scorso. A dare l’ultimo saluto all’ex premier migliaia di persone che hanno lasciato omaggi floreali, ma l’evento è stato anche occasione per forti contestazioni.

Nelle settimane che hanno preceduto la cerimonia sono aumentate le polemiche degli oppositori ai funerali di Stato – i primi per un ex premier negli ultimi 55 anni – e sono aumentate le richieste di cancellare la cerimonia, soprattutto per gli elevati costi (oltre 1,6 miliardi di yen, secondo stime dell’agenzia Kyodo, circa 11 milioni di dollari).

Manifestazioni davanti all’ufficio del primo ministro e davanti al parlamento hanno scandito le polemiche: un uomo si è anche dato fuoco, a inizio settembre, in segno di protesta contro i funerali di Stato.

I resti di Abe, cremato dopo il funerale privato tenutosi a luglio scorso, sono arrivati Al Nippon Budokan Hall, nel centro di Tokyo, tra imponenti misure di sicurezza: circa ventimila agenti sono stati schierati per garantire la sicurezza dell’evento, a cui hanno partecipato più di quattromila persone, tra cui circa 700 ospiti stranieri.

 

I’m en route to Japan to represent the U.S. at the funeral of former Prime Minister Abe Shinzo. Later in the week, I will visit South Korea. This trip comes at an important time as we reaffirm our commitments to our Allies and continue to deepen engagement in the Indo-Pacific.

— Vice President Kamala Harris (@VP)
September 26, 2022

 

Tra questi anche la vice presidente Usa, Kamala Harris – che dopo la tappa in Giappone si recherà in Corea del Sud, dove farà visita alla zona demilitarizzata al confine con la Corea del Nord – il primo ministro indiano, Narendra Modi, il primo ministro australiano, Anthony Albanese, il presidente del Comitato Internazionale Olimpico, Thomas Bach, e per l’Italia la ministro dell’università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, e l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Alla Budokan Hall era presente anche una delegazione di tre membri di Taiwan, tra cui il rappresentante dell’isola in Giappone, Frank Hsieh, mentre la Cina ha inviato Wan Gang, vice presidente della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, organo consultivo del parlamento. Fiori, preghiere e 19 spari a salve dal picchetto d’onore hanno porto l’estremo saluto al primo ministro di più lungo corso della storia del Giappone, ma allo stesso tempo divisivo tra i giapponesi, per gli scandali politici in cui è rimasto coinvolto e per l’orientamento fortemente nazionalista.

La vedova di Abe, Akie, avvolta in un kimono nero, ha portato nella sala le ceneri del marito, seguita dal principe ereditario, Akishino. Presenti alla cerimonia anche altri sei membri della famiglia imperiale giapponese, gli ex primi ministri Yoshiro Mori e Junichiro Koizumi, e in prima fila anche il fratello di Abe ed ex ministro della Difesa, Nobuo Kishi. Sia il primo ministro attuale, Fumio Kishida, che il suo predecessore, Yoshihide Suga, hanno pronunciato elogi funebri.

 

PM @narendramodi arrives in Tokyo.

Will participate in the State Funeral of former PM @AbeShinzo later today.

Will also hold a bilateral meeting with PM @kishida230, reaffirming commitment to further strengthening of India-Japan Special Strategic and Global Partnership. pic.twitter.com/vlEXs1ihWK

— @Subhajit .শুভজিৎ (@Subhoji16416681)
September 27, 2022

 

“Abe Shinzo è stato colui che ha lavorato più duramente di chiunque altro per costruire e mantenere la pace in Giappone, nella regione e nel mondo”, ha detto Kishida, “e per mantenere e promuovere un ordine internazionale che tiene in considerazione libertà democrazia, diritti umani e stato di diritto”. Suga, ha, invece, parlato a nome degli amici di Abe: l’ex primo ministro è stato, per anni il portavoce di Abe, prima di succedergli, dopo il ritiro dell’ex premier per motivi di salute. Suga ne ha ricordato la determinazione a fare del Giappone un Paese che potesse contribuire al mondo “in tutte le aree” e un Paese che ama la pace. “Hai dovuto prendere decisioni ogni giorno, ma non ti abbiamo mai visto senza un sorriso sul volto”, ha aggiunto.

Shinzo Abe venne ucciso l’8 luglio scorso, a Nara, da due colpi di arma da fuoco artigianale sparati da Tetsuya Yamagami, mentre stava sostenendo un candidato del Partito Liberaldemocratico in campagna elettorale. Subito arrestato, il 41enne attentatore ha dichiarato di provare risentimento verso l’ex premier per i suoi legami con la setta del reverendo Moon, la Chiesa dell’Unificazione, a cui la madre aveva donato ingenti somme, finendo sul lastrico: le polemiche sui legami tra membri del Partito Liberal-democratico e la setta di Moon sono state tra i fattori che hanno portato al rimpasto di governo, il mese scorso. A fare le spese dei legami con la setta è stato anche il fratello di Abe, Nobuo Kishi, sostituito al vertice del ministero della Difesa dall’ex ministro Yasukazu Hamada.

Shinzo Abe è stato in carica come primo ministro dal 2012 al 2020, quando si ritirò per motivi di salute, e prima ancora tra il 2006 e il 2007, quando elevò il ministero della Difesa dal livello di semplice agenzia governativa. L’ex premier è noto soprattutto per la politica economica che da lui prende il nome di “Abenomics”, che puntava al rilancio del Paese con un’iniziativa macro-economica composta da una politica monetaria espansiva senza precedenti, una forte spesa pubblica e riforme strutturali, che hanno ravvivato l’economia durante il suo primo mandato, perdendo, però, efficacia negli anni a seguire. Il lato più controverso della sua eredità politica riguarda soprattutto il tentativo, non riuscito, di modificare la Costituzione pacifista del Giappone, a cui molti giapponesi si sentono legati. Shinzo Abe rimane una figura tuttora divisiva: secondo un sondaggio compiuto da Tv Asahi solo il 30% degli interpellati era a favore dei funerali di Stato, mentre il 54% di loro si è detto contrario.

 

AGI – Nei settantasei anni trascorsi dalla prima volta in cui anche le donne in Italia hanno potuto votare per la prima volta, nel 1946, i progressi della rappresentanza femminile nella politica non sono stati sicuramente al livello delle aspettative.

La classifica mondiale del divario di genere stilata ogni anno dal World Economic Forum, vede quest’anno l’Italia poco più su della metà classifica, al 63/mo posto su 146 Paesi, surclassata da una ventina di Paesi europei; poco meglio vanno le cose nella specifica classifica dedicata al “political enpowerment” dove l’Italia è quarantesima; 36/ma per numero di donne in Parlamento, 33/ma per numero di ministri donne, ma ultima in compagnia di quasi tutti per assenza totale di leader donne in tutta la storia, almeno fino a oggi.

Il successo elettorale di Giorgia Meloni, paradossalmente una leader che non ha certo della politica di genere una delle sue priorità, potrebbe far risalire l’Italia in questa specifica voce della classifica. La legge elettorale prevede le quote di genere nelle candidature di Camera e Senato; nell’ultima legislatura questo ha portato ad avere più di un terzo di elette in entrambi (al loro scioglimento, alla Camera le donne erano il 37% dei deputati e al Senato il 35%).

La prima donna ministro

Le cose sono molto migliorate dal punto di vista governativo rispetto all’immediato dopoguerra: per avere una donna ministro si è dovuto aspettare fino al 1976, quando Tina Anselmi fu scelta da Giulio Andreotti come ministra del Lavoro nel suo terzo esecutivo. Nell’ultimo governo guidato da Mario Draghi, le donne erano 8 su 23, cinque sugli otto “senza portafoglio” e 3 dei quindici ministri principali.  Della quarantina di sottosegretari, circa la metà erano donne, almeno in questo in giusta rappresentanza di una popolazione italiana divisa quasi esattamente a metà fra uomini e donne con una lieve prevalenza femminile (quasi 31 milioni sui 60 complessivi). 

Subito dopo la guerra, la prima donna a ricoprire un incarico pubblico fu Elena Fischli Dreher, nata nel 1913 e già partigiana: fu nominata assessore all’Assistenza e Beneficenza a Milano. Prima ancora dell’elezione di 21 donne su 556 componenti dell’assemblea costituente, 13 furono convocate nella Consulta nazionale del governo Parri, che fece le veci del Parlamento fino alle elezioni dei 2 giugno 1946.

E la prima a prendere la parola fu Angela Guidi Cingolani, come le altre colleghe proveniente dall’esperienza partigiana, che successivamente, nel 1951, sarò anche la prima a entrare in un governo, il settimo guidato da Alcide De Gasperi. Nella prima legislatura, quella iniziata con le elezioni dell’8 maggio 1948, vennero elette 45 donne alla Camera, pari al 7,1% del totale dei deputati, e 4 in Senato (1,2%).

Dopo Tina Anselmi ministra, la prima donna presidente della Camera arriva tre anni dopo, nel 1979, Nilde Jotti vi sarebbe rimasta per ben tre legislature fino al 1992. Per la prima presidente del Senato occorre aspettare fino al 2018, quando Maria Elisabetti Alberti Casellati ricopre la carica nella legislatura che si è appena conclusa con lo scioglimento anticipato delle Camere lo scorso luglio. Per quanto riguarda la rappresentazione politica all’estero, nella legislatura in corso al Parlamento europeo le elette sono 30 su 76 europarlamentari italiani.

Il caso Emma Bonino

A livello di Commissione europea, sono state due le donne nominate in quota italiana nella storia: Emma Bonino, indicata dal governo Berlusconi e commissaria dal 1995 al 1999 alle politiche dei consumatori, della pesche e degli aiuti umanitari di urgenza, e Federica Mogherini. L’attuale rettore del Collège d’Europe di Bruges è stata a capo della diplomazia Ue come alto rappresentante per la politica estera dal 2014 al 2019.  

Un’altra italiana, l’ex eurodeputata Monica Frassoni, è stata al vertice dei Verdi europei come co-presidente per tre mandati, dal 2009 al 2019. Circa un anno fa, suscitò polemica un’affermazione del popolare storico Alessandro Barbero: disse che le donne dovrebbero essere più aggressive e impegnarsi di più in politica. Non è l’unico a pensare che una parte della responsabilità della inadeguata rappresentazione femminile nelle istituzioni sia anche delle stesse donne.

Come spiega all’Agi la formatrice ed esperta di politiche di genere Paola Martino, “gli ostacoli alla partecipazione politica delle donne non sono solo esterni (assenza di politiche di conciliazione, scarsa propensione maschile a coinvolgere le donne nella loro attività) ma anche interni, e questi dipendono soprattutto da un fattore culturale: sono spesso le stesse  donne a non voler delegare le attività a cui si sentono destinate, in particolare quelle della cura e assistenza a bambini e anziani, mentre dovrebbero osare di più, sentirsi più sicure, avere meno sensi di colpa, fare rete tra di loro e delegare di più il lavoro di cura”.

AGI – Un uomo ha aperto il fuoco in una scuola di Izhevsk, capitale della Repubblica dell’Udmurtia, nella Russia centrale, uccidendo 9 persone – tra cui 5 bambini – e ferendone 20. Come riportano i media locali, studenti ed insegnanti nella scuola n 88 sono stati evacuati e sul posto sono al lavoro i soccorsi.

L’agressore, secondo le prime ricostruzioni, ha sparato con due pistole Makarov e indossava un passamontagna e una maglietta con simboli nazisti. L’uomo si è poi tolto la vita. La direttrice della scuola, scrive la testata Gazeta.ru, è riuscita a nascondersi con uno dei bambini feriti. 

AGI – Le elezioni italiane in prima pagina sulla stampa internazionale, che dà grande risalto alla vittoria di Giorgia Meloni e si esercita in analisi per spiegarne il significato politico e immaginare le sue prime mosse sulla scena internazionale, con la doppia sottolineatura che sarà la prima donna premier in Italia e guiderà il governo più a destra nella storia repubblicana.

WASHINGTON POST

“L’Italia elegge la prima donna premier e il governo più a destra dopo Mussolini”: questa la sintesi del Washington Post, che al voto italiano dedica un piccolo richiamo nella parte bassa della prima pagina, dove, a parte l’Ucraina, dominano notizie americane, dalla polemica sul trasferimento dei migranti dalla Florida deciso dal governatore repubblicano De Santis alla gentrificazione di Oakland, dalle politiche dei repubblicani  sulla lotta contro la criminalità alla carenza di badanti che mette in difficoltà gli anziani. “Gli elettori italiani sembrano aver infranto diversi precedenti domenica, appoggiando partiti che ora sono destinati a formare il governo più di estrema destra del Paese dalla caduta di Mussolini, e guidato dal suo primo premier donna”, scrive il giornale, e ricorda le preoccupazioni degli oppositori per la svolta che ciò potrebbe determinare nella politica europea “spingendo l’Italia in un blocco illiberale con Polonia e Ungheria”.

Meloni nel discorso della vittoria “ha usato toni conciliatori”, nota il Post, che guardando al futuro osserva: “In Italia è più facile prendere il potere che restarci abbastanza a lungo per cambiare. Il governo in media non dura più di 400 giorni. Gli zig-zag politici sono la norma. Se confermata come primo ministro, Meloni dovrà affrontare immediate prove in patria e in Europa, visto il logorio l’impennata dei prezzi dell’energia e le divisioni all’interno della sua stessa coalizione sulla Russia e la sua invasione dell’Ucraina”. Quanto ai rapporti con l’Ue, secondo il quotidiano, “Meloni si troverà di fronte a vincoli naturali in Europa, dato che molti nel ricco mondo dei ricchi interessi economici di destra in Italia preferiscono un rapporto stabile con Bruxelles. Un debito nazionale grande come una montagna significa che qualsiasi governo, con passi falsi che spaventano gli investitori, potrebbe avvicinarsi a una crisi finanziaria. Ciò comporterebbe un forte incentivo per Meloni a procedere con cautela”.

NEW YORK TIMES

Un “trionfo nazionalista” secondo il New York Times, quello “dell’estrema destra” in Italia, dove Giorgia Meloni “si avvia a diventare la prima donna premier”. Il giornale dà spazio in prima pagina alle elezioni, e scrive: “Domenica l’Italia sembrava aver voltare la pagina della storia europea eleggendo una coalizione di estrema destra guidata da Giorgia Meloni, la cui lunga storia di attacchi all’Unione Europea, ai banchieri internazionali e ai migranti ha seminato preoccupazione sull’affidabilità del Paese nell’alleanza occidentale”. Perché sebbene Meloni “sia una forte sostenitrice dell’Ucraina, i suoi partner di coalizione ammirano profondamente il presidente russo, Vladimir Putin, e hanno criticato le sanzioni contro la Russia”.

La sua vittoria, “in un’elezione con un’affluenza inferiore al solito, arriva quando i partiti precedentemente tabù e emarginati con radici naziste o fasciste stanno entrando nel mainstream – e vincendo le elezioni – in tutta Europa”, nota il giornale, secondo cui è la conferma che “il fascino del nazionalismo – di cui è una forte sostenitrice – è rimasto immutato, nonostante i risultati dei Paesi dell’Ue nell’unire sovranità e risorse negli ultimi anni, prima per combattere la pandemia di coronavirus e poi di fronte all’inizio del più grande conflitto in Europa dalla seconda guerra mondiale da parte di Putin”. Ora, per il Nyt, “la principale preoccupazione dell’establishment europeo è come, e quanto profondamente, una coalizione di destra in Italia guidata dalla Meloni potrebbe minacciare che quella coesione”.

La leader di FdI si è schierata nettamente a sostegno dell’Ucraina, ma Salvini e Berlusconi “si sono chiaramente allineati a Putin, mettendo in dubbio le sanzioni e rilanciando la sua propaganda”, rileva il giornale, e ipotizza che “questa divergenza, e l’aspra competizione tra i leader di destra, potrebbero rivelarsi fatali per la coalizione, portando a un governo di breve durata. Ma alcuni analisti politici affermano che la Meloni, dopo aver raggiunto il potere, potrebbe essere tentata di ammorbidire il suo sostegno alle sanzioni, che sono impopolari in gran parte dell’Italia. Se lo facesse, c’è la preoccupazione che l’Italia possa essere l’anello debole che spezza la forte posizione unita dell’Unione Europea contro la Russia”.

WALL STREET JOURNAL

La vittoria elettorale di Fratelli d’Italia ha il posto d’onore sulla prima pagina del Wall Street Journal, con una grande fotografia di Giorgia Meloni sotto il titolo “Coalizione di destra destinata a guidare l’Italia dopo le elezioni”. Gli italiani, scrive il Wsj, hanno scelto “un leader non sperimentato che affronterà la crescente recessione economica e la crisi energetica dell’Europa derivanti dall’invasione russa dell’Ucraina”. Il voto in Italia è stata “la prima grande prova della coesione politica dell’Unione Europea nel momento in cui si confronta con il tentativo della Russia di ridisegnare l’ordine del continente post-Guerra Fredda”, osserva il giornale, e sottolinea che gli elettori “si sono spostati verso partiti con chiare posizioni filo-occidentali, secondo gli exit poll, mentre i partiti deboli nei confronti della Russia hanno ottenuto risultati scarsi rispetto alle precedenti elezioni nazionali del 2018, nonostante i loro sforzi per corteggiare la popolarità mettendo in discussione le sanzioni occidentali a Mosca e resistere agli aiuti militari per l’Ucraina”.

Il quotidiano ricorda poi che un debito pubblico pari a circa il 150% del Pil rende l’Italia “vulnerabile alle vendite sui mercati obbligazionari se gli investitori perdessero fiducia nella solidità delle politiche fiscali di Roma, e dipendente dalla Banca centrale europea per mantenere stabili i suoi rendimenti obbligazionari”.

 Perciò, “consapevole che qualsiasi reazione avversa da parte degli investitori obbligazionari potrebbe danneggiare ulteriormente le prospettive economiche dell’Italia, Meloni ha cercato di rassicurare i mercati finanziari sul fatto che un governo guidato da Fratelli d’Italia cercherà di mantenere la disciplina fiscale. Tale vincolo potrebbe lasciare una portata limitata per i tagli fiscali radicali che alcuni nella coalizione di destra vogliono”, scrive il Wsj, secondo cui nei rapporti con l’Ue “molti osservatori a Roma affermano che Fdi è consapevole di quanto sia limitato lo spazio di manovra dell’Italia, data la sua fragilità economica e la necessità di buone relazioni con altri importanti attori in Europa e in Occidente”. Tra gli altri titoli di prima pagina, l’Ucraina con il surriscaldarsi dei toni tra Russia e Usa, la sanguinosa repressione delle proteste in Iran, e la sfiducia che induce sempre più investitori a discostarsi dalla strategia ‘buy the dip’, ossia quella di comprare titoli in forte ribasso scommettendo sulla loro imminente ripresa.

FINANCIAL TIMES

La vittoria elettorale di Giorgia Meloni fa titolo in prima pagina sul Financial Times. Dagli elettori arriva “un mandato decisivo per la coalizione di destra” guidata dalla leader di Fratelli d’Italia, “che diventerà la prima donna premier” del Paese. Il giornale sottolinea la bassa affluenza alle urne, e che la vincitrice “della competizione innescata dall’improvvisa caduta del governo di unità nazionale di Mario Draghi quest’estate, dovrà affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia, le tensioni politiche paneuropee causate dall’invasione russa dell’Ucraina, e un elevato debito pubblico”.

Secondo il quotidiano, “la vittoria della destra italiana fa presagire rischi ma non una sbandata nell’estremismo”. In evidenza su Ft anche le crescenti preoccupazioni dei Tory per il deprezzamento della sterlina dopo il piano di tagli fiscali varato dal governo Truss, che malgrado la crisi valutaria ne promette ancora.

THE TIMES

“Giorgia Meloni si avvia a diventare la prima donna premier in Italia dopo la virata a destra degli elettori”: questo il quadro tratteggiato dal Times che mette in evidenza la notizia con una grande fotografia della leader di Fratelli d’Italia al seggio. Oltre che la prima donna, Meloni sarà anche “il primo ministro più di destra dalla fine della guerra”, sottolinea il giornale. Il titolo principale della prima pagina è però per la politica interna, con i nuovi tagli fiscali annunciati dal governo Truss che comporteranno a cascata una riduzione dei salari dei dipendenti pubblici e una riduzione dei servizi offerti ai cittadini, soprattutto nei settori della sanità e della scuola. In evidenza anche la diffusione delle tossicodipendenze tra gli studenti delle università britanniche.

LE MONDE

Quello di Giorgia Meloni è un “successo storico” ed “eclatante”, nella valutazione che Le Monde fa in apertura del suo sito web, cui bisogna guardare per notizie e commenti sul voto italiano, visto che il quotidiano francese non è in edicola il lunedì. L’alleanza a trazione FdI “ha ottenuto una maggioranza chiara e netta tanto alla Camera quanto al Senato”, eppure Meloni nel suo discorso ha salutato la vittoria “senza trionfalismi e con toni insolitamente gravi e misurati”, e “dopo aver denunciato la campagna ‘violenta’ e ‘aggressiva’ che il suo partito avrebbe, secondo lei, subito, ha chiesto il ‘reciproco rispetto'”, e che la sfida sarà adesso “unire gli italiani”. Il giornale francese ha colto “un riferimento un po’ criptico alle origini travagliate del suo movimento, erede della complessa storia del fascismo del dopoguerra” nella dedica che la leader ha fatto “a tutte le persone che non ci sono più e che meritavano di vivere questa notte”.

LE FIGARO

“Giorgia Meloni, donna forte plebiscitata in Italia dopo la vittoria alle elezioni legislative del suo partito nazional-conservatore, Fratelli d’Italia, con il 26% dei voti, è in una posizione di forza per diventare la prima Presidente del Consiglio”, si legge sul sito di Le Figaro, che non mette le elezioni italiane in prima pagina della sua edizione cartacea, puntata invece sull’insofferenza dei francese per le misure austerità energetica decise dal governo. Nell’analisi del quotidiano, Meloni, è la nuova ”figura provvidenziale” scelta dall’Italia, un Paese “all’incessante ricerca di un salvatore” e per questo “condannato all’instabilità”, perché ai leader  si concede solo “un piccolo giro e poi via”. Così, “dopo Renzi il ‘rottamatore’, Salvini il ‘capitano’ e ‘Super Mario’ Draghi, l’Italia si è data domenica sera un nuovo salvatore per raddrizzare il timone”.

EL PAIS

Giorgia Meloni “è la più votata e va verso un governo con Salvini e Berlusconi”, da leader di una coalizione di destra “che approfitta delle divisioni dei centro sinistra” in un voto segnato da “un’astensione record che svela il disincanto degli italiani per la politica”: così El Pais riassume nella sua apertura l’esito delle elezioni italiane. “La preoccupazione di Bruxelles per la vittoria di una coalizione in Italia guidata dall’estrema destra Giorgia Meloni sembra ragionevole”, commenta il giornale spagnolo, ma sottolinea che “prima di mettersi le mani nei capelli vale la pena ricordare che l’Italia da decenni fa a modo suo, ed è stata, nel 1998, la prima democrazia occidentale governata da un post-comunista, un certo Massimo D’ Alema, ex dirigente del mitico Pci.

Durò un anno e mezzo, cosa frequente tra i presidenti degli esecutivi italiani, forse la posizione più effimera della scena politica europea”. Inoltre, sottolinea El Pais, Meloni “non arriva a Palazzo Chigi per via di un intrallazzo politico come D’Alema, ma spinta da milioni di voti degli italiani”.

Bisognerà dunque vedere alla priva dei fatti “se il suo governo sarà abbastanza virtuoso in materia economica e abbastanza obbediente a Bruxelles in materia politica”. Tuttavia, per il giornale, dopo il voto “emergono almeno due fronti di tensione: uno interno e l’altro europeo e internazionale”. Sul primo, “considerando anche i forti limiti alla politica economica derivanti dalla partecipazione all’eurozona e lo stato dei conti pubblici, il nuovo governo potrebbe puntare su questioni di identità e diritti civili, favorendo quella lenta erosione illiberale dei regimi democratici già vista al lavoro in Ungheria e Polonia” e questo sarebbe “rafforzato da una riforma della Costituzione in chiave presidenziale”. Il secondo fronte “riguarda il ruolo dell’Italia nell’Ue” perché “con un governo apertamente sovranista, funzionamento dell’integrazione nel processo decisionale dell’Ue potrebbe essere più complicato”.

FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG

La destra vince le elezioni italiane, ma secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung il dato saliente è l’astensione. Il giornale tedesco, che non mette in prima pagina le notizie sul voto ma le impagina in apertura sul suo sito web, scrive: “L’ulteriore calo dell’affluenza alle urne di circa dieci punti rispetto al 2018 a circa il 65% è spaventoso. Tuttavia, nessuno dei campi politici sembra aver beneficiato in modo particolare del tasso di astensione allarmante. Con circa il 35%, il “partito dei non votanti” è la forza politica più forte del Paese, con ben dieci punti” di vantaggio sul partito più votato, Fratelli d’Italia. Nella coalizione di centrodestra “Meloni è emersa come la netta vincitrice”, mentre Matteo Salvini, come capo della Lega, “deve rispondere di un risultato più debole rispetto alle elezioni del 2018” e Berlusconi “non dovrebbe essere in grado di ritardare ancora a lungo la consegna della leadership del partito”.

Tra i vincitori, il quotidiano tedesco indica anche Giuseppe Conte perché, “sebbene l’ex presidente del Consiglio, in qualità di nuovo capo dei 5 stelle, sia riuscito a ottenere solo la metà dei voti ottenuti dal movimento populista di sinistra nel trionfo elettorale del marzo 2018”, è comunque “riuscito a invertire la tendenza negativa” e ha fatto di M5s “con un chiaro orientamento di sinistra e pacifista la terza forza politica” dopo FdI e Pd. Il tema principale sulla prima pagina è l’energia, con i contratti firmati da Scholz negli Emirati arabi per la fornitura di gas liquido alla Germania, e con il dibattito nella maggioranza di governo sull’abbattimento dei costi delle bollette.

CHINA DAILY

Il ventesimo congresso nazionale del Partito comunista cinese è in evidenza sul China Daily, con l’elezione di tutti i 2.296 delegati completata ieri. Scelti in rappresentanza e degli oltre 96,7 milioni di iscritti, “sono membri eccezionali del Pcc, altamente qualificati ideologicamente e politicamente, con buoni metodi di lavoro e standard morali elevati, sono competenti nel discutere gli affari di Stato e hanno ottenuto risultati notevoli nel loro lavoro”, si legge nel comunicato ufficiale cui il giornale dà spazio. Il quotidiano aggiunge che tra di loro figurano dirigenti del Partito e esponenti della base, un numero considerevole di donne e rappresentanti delle minoranze etniche. Con l’elezione, comunque, il processo selettivo non è concluso perché “l’idoneità di questi delegati sarà verificata da uno speciale comitato di revisione prima che partecipino al prossimo Congresso”, che si aprirà a Pechino il 16 ottobre.

QUOTIDIANO DEL POPOLO

L’elezione dei delegati al Congresso nazionale del Partito comunista cinese è la notizia del giorno, ovviamente, per il People’s Daily, che del Pcc è l’organo e che in un editoriale esorta i 2.296 prescelti a “compiere il loro dovere lealmente”. Per il giornale, Secondo l’editoriale, “è fondamentale basarsi sui successi passati per portare avanti la causa del Partito e del Paese, per il futuro del socialismo con caratteristiche cinesi e per il grande ringiovanimento della nazione cinese” per “per unire e galvanizzare persone di tutti i gruppi etnici nel loro sforzo di ottenere una nuova vittoria per il socialismo con caratteristiche cinesi”.

Quindi, ammonisce il giornale, “tutti i delegati dovrebbero partecipare seriamente a ogni punto all’ordine del giorno con un forte senso di responsabilità politica e missione storica, nonché pieno entusiasmo e morale alto”, perché il ventesimo congresso “con il compagno Xi Jinping al centro e attraverso gli sforzi concertati di tutti i delegati, sia un congresso di unità, vittoria e impegno”.

AGI – Due esponenti al vertice del Parlamento russo, fedeli alleati del presidente Vladimir Putin, si sono espressi contro “gli eccessi” della mobilitazione militare voluta dal Cremlino per la guerra in Ucraina; e hanno invitato i funzionari regionali che gestiscono la situazione a risolvere rapidamente gli “eccessi” che stanno alimentando la rabbia dell’opinione pubblica.

Valentina Matviyenko, presidente della ‘camera alta’ russa, il Consiglio della Federazione, ha detto pubblicamente di essere a conoscenza del fatto che siano stati convocati uomini non idonei per la leva: di fatto vengono chiamate, è il sospetto, anche persone che non avrebbero i requisiti, persone per esempio che non hanno mai fatto il servizio militare.

“Tali eccessi sono assolutamente inaccettabili. E ritengo assolutamente giusto che stiano scatenando una forte reazione nella societa’”, ha detto in un post su Telegram.

E poi, rivolgendosi ai governatori regionali – che, a suo dire, hanno la “piena responsabilita’” del processo – ha aggiunto: “Occorre assicurarsi che l’attuazione della mobilitazione parziale avvenga nel pieno e assoluto rispetto dei criteri delineati. Senza un unico errore”.

Anche Vyacheslav Volodin, presidente della Duma di Stato, la ‘camera bassa’ della Russia, si è detto preoccupato: “Ci sono reclami. Se si commette un errore, è necessario correggerlo. Le autorità di ogni livello dovrebbero comprendere le proprie responsabilità”. Volodin ha assicurato che “i deputati della Duma di Stato risponderanno sicuramente a tutti i ricorsi per violazioni”. 

Oltre 2mila arresti dall’inizio della mobilitazione

Sono oltre 2mila le persone che sono state arrestate per le proteste in Russia contro la mobilitazione militare parziale decisa dal presidente Vladimir Putin. Lo riferisce il sito indipendente OVD-Info. Solo sabato sono state fermate 798 persone in 33 città.

Reuters ha riferito che la rabbia per la mobilitazione è affiorata anche in quello che ha scritto il caporedattore di RT, un’emittente saldamente pro-Cremlino, che ha criticato chi ha mandato le lettere agli uomini sbagliati: “È stato detto che i singoli possono essere reclutati fino all’età di 35 anni.

Ma le lettere arrivano a chi ha fino a 40 anni”, ha scritto su Telegram il caporedattore di RT Margarita Simonyan. “Stanno facendo infuriare la gente, come se fosse fatto apposta, per dispetto. Come se fossero stati mandati da Kiev”.

Media, verso chiusura confini a uomini per mobilitazione

Le autorità russe chiuderanno i confini per gli uomini in età di mobilitazione. La data per l’introduzione del divieto di uscita dal territorio della Federazione potrebbe essere il 28 settembre, all’indomani del referendum nelle regioni ucraini controllate dalle truppe di Mosca. Lo scrive la testata indipendente Meduza, citando una fonte vicina all’amministrazione presidenziale, ma che per ora non trova conferme ufficiali.

Dopo l’annuncio della mobilitazione parziale per mandare rinforzi in Ucraina, tra i russi si era subito diffuso il panico anche per la possibile chiusura dei confini. In molti, non solo uomini, stanno lasciando la Russia ammassandosi alle frontiere con Georgia o Finlandia.

Il Cremlino, in passato, ha smentito che si potesse arrivare al divieto di uscita dal Paese per gli uomini, ma aveva anche respinto le ipotesi di una mobilitazione che poi invece è stata annunciata da Vladimir Putin questa settimana.

AGI – Capelli biondi e niente velo: si chiamava Hadis Najafi, aveva appena 20 anni ed è stata uccisa dalle forze di sicurezza iraniane, ieri sera, durante le proteste nella città di Karaj, vicino a Teheran. Secodo vari account Twitter, la ragazza è stata raggiunta da sei colpi di proiettile che l’hanno raggiunto al petto, in viso e al collo.

This Iranian woman is getting ready to stand face to face to security forces. Iranian regime have guns and bullets but they scared of our hair.
They killed #MahsaAmini for a bit of hair. Let’s have a Hair Revolution.
Our hair will bring down Islamic dictators. #مهسا_امینی pic.twitter.com/skjaPF63Ml

— Masih Alinejad ️ (@AlinejadMasih)
September 24, 2022

La giovane era diventata una delle ragazze simbolo delle proteste: quando affrontava la polizia, era senza velo perché contraria all’hijab obbligatorio e alle leggi discriminatorie della Repubblica islamica. In un video che era circolato sui social, si vedeva chiaramente la giovane legarsi i capelli con l’elastico prima di unirsi ai manifestanti. Un gesto comune a tante ragazze occidentali, fatto ogni giorno, ma che in Iran si puo’ pagare con la vita. 

Governo iraniano: “Tv in inglese istigano a rivolte”

Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato l’ambasciatore britannico a Teheran per esprimere la protesta dell’Iran nei confronti di quelli che considera “tentativi ostili dei canali televisivi in lingua persiana con sede a Londra di istigare violenze” nel quadro delle proteste in scoppiate in diverse citta’ per la morte della giovane Mahsa Amini. Lo riporta il Tehran Times.

Il riferimento del governo iraniano potrebbe essere, tra gli altri, al canale in farsi della Bbc.

AGI –  Capelli biondi e niente velo: si chiamava Hadis Najafi, aveva appena 20 anni ed è stata uccisa dalle forze di sicurezza iraniane, ieri sera, durante le proteste nella città di Karaj, vicino a Teheran.

Secondo vari account Twitter, la ragazza è stata raggiunta da sei colpi di proiettile che l’hanno raggiunto al petto, in viso e al collo. 

 

1)
Heartbreaking News:

This woman who’s video of getting ready to stand face to face with the killer of #MahsaAmini got killed herself.
Her name was Hadis Najafi. Her sister told me that she was only 20 Yr old and she got killed by 6 bullets in the city of Karaj. #مهسا_امینی https://t.co/9zagfYe4FJ pic.twitter.com/6wAIFNag1G

— Masih Alinejad ️ (@AlinejadMasih)
September 25, 2022

 

La giovane era diventata una delle ragazze simbolo delle proteste: quando affrontava la polizia, era senza velo perchè contraria all’hijab obbligatorio e alle leggi discriminatorie della Repubblica islamica.

 

This Iranian woman is getting ready to stand face to face to security forces. Iranian regime have guns and bullets but they scared of our hair.
They killed #MahsaAmini for a bit of hair. Let’s have a Hair Revolution.
Our hair will bring down Islamic dictators. #مهسا_امینی pic.twitter.com/skjaPF63Ml

— Masih Alinejad ️ (@AlinejadMasih)
September 24, 2022

 

In un video che era circolato sui social, si vedeva chiaramente la giovane legarsi i capelli con l’elastico prima di unirsi ai manifestanti. Un gesto comune a tante ragazze occidentali, fatto ogni giorno, ma che in Iran si può pagare con la vita.

AGI – L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe tornare su Facebook (e su Instagram) da gennaio 2013, a due anni esatti dal ban, conseguenza dei fatti di Capitol Hill a Washington (il 6 gennaio), alimentati proprio dai messaggi dell’ex presidente sui social network.

Ne ha parlato giovedì Nick Clegg, il numero uno delle relazioni esterne e degli affari globali di Meta, a Washington, nel corso di un evento della testata giornalistica Semafor. È possibile che il ban di Facebook (che non è permanente, come quello di Twitter) venga revocato, permettendo all’ex presidente Usa di tornare a utilizzare la piattaforma per la sua nuova corsa elettorale verso la Casa Bianca.

“Se pensiamo che ci siano contenuti sulla nostra piattaforma che porteranno a danni nel mondo reale, e intendo danni fisici – ha detto Nick Clegg – allora sentiamo di avere una chiara responsabilità di agire contro di essi”. Questi danni potenziali saranno al centro di una discussione tra esperti in materia, che valuteranno l’opportunità, per Trump, di tornare sulla piattaforma. Determinante la volontà di Mark Zuckerberg.

Da capire se, in caso di ritorno di Trump su Facebook, l’ex presidente dovrà ripartire da zero o potrà contare sui 35 milioni di followers che si è trovato costretto ad abbandonare due anni fa. La revoca del ban sarebbe un vantaggio non da poco se Trump dovesse candidarsi di nuovo alla presidenza nel 2024. “Quando prendi una decisione che interessa la sfera pubblica, devi agire con grande cautela”, ha sottolineato Clegg.

Facebook non è stata l’unica piattaforma social a bannare Trump. L’8 gennaio 2021, Twitter ha annunciato di aver “sospeso definitivamente” il suo account “per il rischio di un ulteriore incitamento alla violenza”. Elon Musk, il 10 maggio, poco dopo aver dichiarato di voler acquisire la piattaforma di microblogging (decisione su cui poi ha fatto un passo indietro e per cui è in piedi una contesa giudiziaria) ha dichiarato che “vietare Twitter a Donald Trump è stato un errore: i divieti permanenti dovrebbero essere estremamente rari”.

La decisione di Twitter di rimuovere l’account di Trump per le ripetute violazioni della sua policy, in particolare per i suoi messaggi che avrebbero incitato alla violenza, per Musk è stata “moralmente sbagliata e totalmente stupida”. Musk ha aperto di fatto le porte a Trump, ma non è detto che l’ex Presidente Usa voglia tornare. “Non andrò su Twitter, rimarrò su Truth” aveva detto Trump a Fox News nelle ore in cui Musk pensava di finalizzare l’accordo per l’acquisto del social. “Spero che Elon compri Twitter perché farà dei miglioramenti ed è un brav’uomo, ma rimarrò su Truth” ha aggiunto Trump. 

Truth Social, finanziato dalla Trump Media & Technology Group, è stato lanciato a febbraio 2022 e conta 3,9 milioni di follower (Trump aveva 79 milioni di follower su Twitter prima di essere bannato). È al 30° posto nella classifica Apple delle app social scaricate sugli iPhone. Ad agosto Google aveva dichiarato che non avrebbe distribuito l’app di Trump sul Play Store. Secondo l’azienda di Mountain View, il social network violerebbe le norme sulla moderazione dei contenuti, in particolare rispetto alle minacce e all’incitamento alla violenza. 

AGI – Gli Stati Uniti stanno inviando “segnali molto sbagliati e pericolosi” a Taiwan, e più le attività di indipendenza di Taiwan sono dilaganti, meno è probabile che sarà un accordo pacifico. Questa è la posizione di Pechino espressa dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, al segretario di Stato Antony Blinken. Wang ha aggiunto che gli Usa stanno tentando di minare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina su Taiwan.

Blinken, in precedenza, aveva “sottolineato che preservare la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan è fondamentale per la sicurezza e la prosperità regionale e globale”.

I met with PRC Foreign Minister Wang Yi today in NYC. I reiterated the need to maintain open lines of communication and discussed ways to responsibly manage the U.S.-PRC relationship, especially during times of tension. pic.twitter.com/hjCn2witzI

— Secretary Antony Blinken (@SecBlinken)
September 24, 2022

La “ferma opposizione” dell’ambasciata cinese su Taiwan

“Di recente, la parte cinese ha notato alcune osservazioni negative che sfruttano la questione di Taiwan per stimolare un approccio ostile nei confronti della Cina. Di ciò manifestiamo il nostro forte malcontento e la ferma opposizione”: cosi’ in una nota l’ambasciata cinese.

Taiwan è una parte inalienabile della Cina“, si legge ancora nella nota. “La questione di Taiwan riguarda la sovranità e l’integrità territoriale cinese. Gli affari di Taiwan sono puramente affari interni della Cina e non tollerano interferenze esterne. Il principio di una sola Cina è il consenso della comunità internazionale e la norma fondamentale delle relazioni internazionali, nonchè la premessa politica e la base con cui la Cina stabilisce e sviluppa le relazioni diplomatiche con tutti i Paesi, Italia compresa”.

“Sollecitiamo tutti – conclude l’ambasciata – a rendersi conto dell’estrema sensibilità della questione di Taiwan, a rispettare seriamente il principio di una sola Cina, a non inviare segnali fuorvianti alle forze separatiste dell”indipendenza di Taiwan'”.

La precisazione arriva dopo le parole di Giorgia Meloni che la leader di Fratelli d’Italia aveva condannato “con forza” il “comportamento inaccettabile” della Cina nei confronti di Taiwan. Dichiarazioni apparse in un’intervista scritta rilasciata all’agenzia di stampa di Taiwan Central News Agency.

“Questo è un comportamento inaccettabile da parte di Pechino, un comportamento che condanniamo con forza”, ha detto Meloni in risposta a una domanda sulle recenti tensioni attorno all’isola, “assieme con tutte le democrazie del mondo libero”.

L’Unione Europea, ha continuato Meloni, deve “schierare tutte le armi politiche e diplomatiche a sua disposizione” ed “esercitare la pressione piu’ dura possibile” per evitare che la Cina causi un conflitto militare nello Stretto di Taiwan. “Non dimentichiamo”, ha aggiunto, “che l’Ue è anche un mercato di sbocco chiave per la Cina, che rischia di essere chiuso se decidono di attaccare Taiwan”.

Pechino e Kiev

Intanto la Cina ha chiesto di risolvere le divergenze attraverso il dialogo mentre si svolgevano i referendum per l’unione alla Russia nelle autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk e negli Oblast di Kherson e Zaporizhzhia, e si dice disposta a svolgere un “ruolo costruttivo” nell’attenuazione della situazione in Ucraina.

Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, in risposta a una domanda sulle preoccupazioni manifestate dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

Wang ha poi ribadito la posizione cinese, secondo cui “sosteniamo sempre che la sovranità e l’integrità di tutti i Paesi debbano essere rispettate, gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni debbano essere osservati, le legittime preoccupazioni in materia di sicurezza di tutti Paesi debbano essere prese sul serio e tutti gli sforzi volti alla risoluzione pacifica della crisi debbano essere sostenuti”. 

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