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Gli ultimi due leader dei Khmer Rossi ancora in vita sono stati condannati per genocidio, quasi 40 anni dopo la caduta del brutale regime di Pol Pot. A finire alla sbarra sono stati il 92enne Nuon Chea, braccio destro del dittatore comunista, e l'87enne Khieu Samphan, all'epoca capo di Stato cambogiano. I due stavano già scontando una condanna all'ergastolo per crimini contro l'umanità compiuti tra il 1977 e '79. La corte aveva riconosciuto le accuse contro di loro di omicidio, sterminio, resa in schiavitù, deportazione, incarcerazione, tortura, persecuzione per motivi religiosi, razziali e politici, sparizioni forzate e stupro di massa attraverso il programma statale dei matrimoni forzati.
 

Nuon Chea, ex braccio destro di Pol Pot, è stato riconosciuto colpevole di genocidio nei confronti della minoranza vietnamita, di ex funzionari Khmer e della minoranza musulmana dei Cham, mentre Khieu Samphan è stato condannato per il genocidio dei vietnamiti ma assolto per il coinvolgimento nello sterminio dei Cham.

Finora sono tre gli ex funzionari del regime di Pol Pot condannati dalla Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (Eccc), speciale tribunale istituito nel 2006 e composto da giudici cambogiani e internazionali, nei confronti del quale e' critico lo stesso primo ministro cambogiano, Hun Sen.  La sentenza odierna di colpevolezza rappresenta il primo riconoscimento come genocidio, in base alla definizione del crimine stabilita dalle leggi internazionali, delle violenze perpetrate dal regime dei Khmer Rossi.

Mentre l'Europa convoca un vertice straordinario sull'accordo sulla Brexit per il 25 novembre, il governo britannico di Theresa May continua a perdere pezzi e questo poche ore dopo aver approvato la bozza d'intesa sulla Brexit definita a Bruxelles.

Pioggia di dimissioni 

Fra i conservatori in Gran Bretagna è caos: Dominic Raab, ministro britannico per la Brexit, si è dimesso. "Non posso sostenere i termini proposti per il nostro accordo con l'Ue" ha annunciato su Twitter. Prima di lui Shailesh Lakhman Vara aveva lasciato la carica di ministro per l’Irlanda del Nord, anche lui pubblicando la lettera di dimissioni su Twitter. Il motivo, in entrambi i casi, è il disaccordo con il via libera del Governo May alla "soft exit" negoziata con l’Unione Europea. 

Dopo Raab e Vara arriva la terza defezione in poche ore: il ministro del Lavoro, Esther McVey, rimette il mandato. La McVey, accesa sostenitrice della Brexit e tra le più ostili voci alla soluzione della May – spiega Tgcom24 – ha spiegato che "l'accordo non onora il risultato del referendum". E con lei lascia l'incarico anche la sottosegretaria per la Brexit, Suella Braverman

Ora – spiega Sky tg24 – tocca ai 27 Paesi membri dell'Ue sancire la svolta con il vertice straordinario e dare il via all'iter verso le ratifiche parlamentari, entro il termine fissato da Londra per la sua uscita formale dall'Ue e il via alla transizione di 21 mesi a partire dal 29 marzo 2019. Ma il periodo potrebbe anche essere esteso.

Leggi anche: Le prossime tappe del cammino verso la Brexit

Cosa cambia, la guida all'accordo Brexit

Sui contenuti della bozza, descritti in 585 pagine, si sapeva già molto. Confermati – si legge sul Corriere della sera –  l'impegno sul "conto di divorzio" che ammonta a circa 40 miliardi di sterline (quasi 50 miliardi di euro) e gli impegni presi a tutela dei diritti dei cittadini "ospiti". In confine fra Irlanda e Irlanda del Nord resterà temporaneamente senza barriere.

  • Nel primo articolo si afferma che il Regno Unito esce dalla Ue e dall'Euratom.
  • L'articolo 5 stabilisce che Ue e Gran Bretagna devono assistersi reciprocamente "in buona fede" per l'applicazione dell'accordo.
  • L'articolo 14 stabilisce che i cittadini della Ue e del Regno Unito potranno uscire ed entrare nelle due aree con il passaporto o con la carta d'identità. Dopo 5 anni dalla fine del periodo di transizione, le carte di identità potrebbero essere rifiutate se non rispetteranno gli standard di identificazione biometrica. Se i familiari dei cittadini di Ue e Gran Bretagna sono cittadini di Paesi terzi sarà necessario da subito per loro il passaporto valido.
  • L'articolo 24 stabilisce la parità dei diritti dei lavoratori, senza alcuna discriminazione sulla base della nazionalità. I figli dei lavoratori, che lasciano lo Stato in cui sono ospiti ("host State"), potranno completare il ciclo educativo fino alla maggiore età
  • Gli articoli 30 e seguenti prevedono le regole per il coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che varranno anche per i cittadini di Norvegia, Svizzera, Liechtenstein e Islanda.
  • Gli articoli 41 e seguenti trattano la circolazione dei beni che proseguirà tra Ue e Regno Unito fino alla fine del periodo di transizione (previsto per il 31 dicembre 2020). Regole particolari sono previste per i prodotti animali, germinali e anche per i medicinali.
  • Numerosi gli articoli dell'intesa dedicati alla cooperazione giudiziaria, di polizia, allo scambio di informazioni e alla protezione dei dati personali. Ci sono norme anche sul trattamento di rifiuti radioattivi. 
  • L'articolo 132 stabilisce che, entro il primo luglio 2020, il Comitato congiunto potrebbe decidere di estendere, senza alcun limite prefissato, il periodo di transizione, per il momento fissato al 31 dicembre 2020. In questo caso il Comitato congiunto deciderà l'entità del contributo della Gran Bretagna alla Ue dal primo gennaio 2021 in avanti
  • Gli articoli 135 e seguenti stabiliscono le modalitaà di partecipazione della Gran Bretagna al bilancio Ue per gli anni 2019 e 2020.
  • L'articolo 149 stabilisce le modalità di restituzione da parte della Bce del capitale versato dalla Bank of England. La Gran Bretagna potrà rimanere parte del Fondo europeo per lo Sviluppo. Il Regno Unito onorerà gli impegni contratti con la Ue per i Fondi per i migranti dall'Africa e per i rifugiati in Turchia.
  • Per le controversie l'articolo 164 prevede la creazione di un Comitato congiunto, copresieduto da Ue e Regno Unito. Il Comitato congiunto emanerà anche un report annuale sul funzionamento dell'accordo. Possibile anche la creazione su singole questioni di 'arbitration panel'.
  • L'accordo, che entrerà in vigore il 30 marzo 2019, prevede protocolli per Irlanda/Nord Irlanda, Gibilterra, le basi aeree a Cipro
  • Il protocollo Irlanda/Nord Irlanda stabilisce all'articolo 1 che viene rispettata l'integrità territoriale del Regno Unito. Viene comunque evitato "un hard border" tra Irlanda e Nord Irlanda, date "le circostanze uniche" che caratterizzano l'isola irlandese. Vanno mantenute "le condizioni necessarie" per continuare la cooperazione tra Nord e Sud Irlanda.
  • Un ulteriore accordo tra Ue e Regno Unito su Irlanda/Nord Irlanda potrà "sostituire" l'attuale protocollo entro il 31 dicembre 2020

May "Non è accordo finale"

Ma, difende l'accordo raggiunto davanti alla Camera dei Comuni. "L'intesa con l'Ue non è l'accordo finale", ha dichiarato la premier May. "Abbiamo scelto di fare la scelta giusta e non quella facile, per onorare la promessa fatta al popolo".

Le precedenti dimissioni

Il governo conservatore non è nuovo a questi colpi da ko. A luglio scorso si erano già dimessi due esponenti importantissimi della corrente euroscettica nell'esecutivo: il negoziatore per la Brexit David Davis e il ministro degli Esteri Boris Johnson. Entrambi lasciarono perché giudicavano troppo morbido il piano presentato dalla premier per il negoziato sull’uscita dall’Unione Europea. 

Facebook sapeva. Sapeva tutto. E non ha fatto niente. Sapeva della canpagna di disinformazione russa condotta durante la campagna elettorale per le presidenziali 2016; sapeva degli errori commessi nella gestione della privacy dei dati degli utenti e sapeva che sul social network proliferavano i contenuti offensivi senza che nessuno facesse alcunchè per arginarli. Sapeva tutto e non ha fatto niente.

Un'indagine del New York Times ha rivelato come Facebook abbia combattuto chi cercava di chiamarla a rispondere delle sue colpe: indugiando, negando e sviando. Una strategia fallimentare, la definisce il quotidiano, per gestire gli allarmi sulla crisi della privacy della piattaforma social che gestisce i dati di oltre 2,2 miliardi di persone.

Solo nel settembre 2017, un anno dopo i primi segnali degli interventi russi nelle elezioni Usa attraverso il social network, l'amministratore delegato (e fondatore) di Facebook, Mark Zuckerberg, e il direttore operativo, Sheryl Sandberg, hanno preso in mano il problema. Entrambi troppo presi dai progetti personali e dal promettente futuro dell'azienda.

E quando nella scorsa primavera è scoppiato lo scandalo di Cambridge Analytica l'azienda ha cercato di deviare le colpe e mascherare il problema, per passare poi in seconda fase all'attacco. Mentre Zuckerberg era impegnato in un tour globale di scuse pubbliche, Sandberg ha supervisionato una campagna di lobbying aggressiva per combattere i critici di Facebook, spostare la rabbia dell'opinione pubblica verso le compagnie rivali e scongiurare una regolamentazione dannosa. "Facebook ha impiegato una societaà di analisti per screditare i manifestanti attivisti, in parte collegandoli al finanziere George Soros. Oltre a un lavoro fitto di lobbying sui membri del Congresso.

L'inchiesta pubblicata dal New York Times si basa sulle interviste fatte a 50 persone, tra cui alcuni dirigenti e dipendenti, ex ed attuali, dell'azienda; legislatori e funzionari governativi; lobbisti e membri del personale del Congresso. Zuckerberg e Sandberg hanno rifiutato di commentare i risultati ma in una dichiarazione dell'azienda viene riconosciuta la lentezza nell'affrontare i problemi emersi, facendo comunque notare i progressi fatti da allora. "E' stato un momento difficile per Facebook e l'intero team di gestione si è concentrato sull'affrontare i problemi che affrontiamo", si legge nella dichiarazione. "Stiamo lavorando duramente per garantire che le persone trovino i nostri prodotti utili e per proteggere la nostra comunità da cattivi elementi". 

Il ministro britannico per l'Irlanda del Nord, Shailesh Vara, si è dimesso perché contrario all'accordo sulla Brexit annunciato dalla premier Theresa May. "Con molta tristezza e rammarico ho presentato la mia lettera di dimissioni da ministro dell'Irlanda del Nord al premier", ha scritto il 58enne esponente dei Tory in un tweet. "Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti ad obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo. Il popolo del Regno Unito merita di meglio", ha aggiunto.

Dopo l'accordo tecnico raggiuntoi ieri tra Londra e Bruxelles, oggi entra nel vivo la fase finale della Brexit, da concludere entro il termine prestabilito del 29 marzo 2019, giorno in cui la Gran Bretagna uscirà comunque formalmente dall'Unione europea. Un processo complesso e ancora tutto in salita, che ancora non esclude il 'no deal', il mancato accordo, uno scenario carico di incognite e pesanti ripercussioni non solo sui britannici.

May riunisce il governo

Nel pomeriggio, in un consiglio dei ministri straordinari, la premier Theresa May presenta la bozza dell'accordo tecnico raggiunto con l'Ue per ottenere il consenso del suo esecutivo. May deve cercare di convincere i ministri scettici, alcuni dei quali, in segno di protesta, potrebbero presentare le dimissioni, a titolo individuale. Sembra da escludere invece un ammutinamento generale – come auspicato dall'ex titolare degli Esteri, Boris Johnson – in quanto i conservatori presumibilmente cercheranno di salvare il governo, evitando di farlo precipitare in una crisi e scongiurando così il rischio di elezioni anticipate e una vittoria dei laburisti di Jeremy Corbyn. Un fronte comune dunque per evitare il peggio, ma non per questo convinti che l'accordo raggiunto sia quello migliore per il Paese.

May stamane ha continuato a incontrare i ministri, uno ad uno: stamane, il 'numero due', David Lidington; il responsabile del Foreign Office, Jeremy Hunt; quello della cultura, Jeremy Wright, tra gli altri. Aveva già visto lunedi' sera, il ministro dell'Economia, Philip Hammond; il titolare del commercio internazionale, Liam Fox; il ministro del Tesoro, Elizabeth Truss, e la leader dei 'tory' alla camera dei Comuni, Andrea Leadso. secondo Downing Street, tutti i membri dell'esecutivo hanno già avuto accesso alla bozza, di circa 500 pagine, e si incontreranno a partire dalle 15:00 ira italiana, dopo la consueta seduta settimanale di 'question time', della premier, alla Camera dei Comuni.

Il Consiglio Europeo straordinario

Dopo il probabile sigillo del governo britannico, l'accordo tecnico sulla Brexit tra Londra e Bruxelles dovrà passare al vaglio di un vertice europeo straordinario, presumibilmente convocato per il 24 e il 25 novembre. Lo step potrebbe incontrare qualche intoppo, in primis la voce critica degli irlandesi, che hanno già chiesto di cambiare nel testo le clausole speciali riguardanti l'Irlanda de Nord – in particolare quelle su nuove barriere commerciali con la Gran Bretagna – per non minare l'integrità costituzionale ed economica del Regno Unito.

Il voto a Westminister

Al momento, lo scoglio più grande da superare è il voto del Parlamento britannico, che potrebbe essere inserito in agenda già la prima settimana di dicembre. A Westminster, per ora, la May non ha i numeri per far passare l'accordo. Oltre al voto contrario di tutti gli euroscettici, deve fare i conti anche con la valutazione critica del Dup, il partito unionista nordirlandese, che rischia di non appoggiare l'intesa nella sua versione attuale. Facendo ancora una volta leva sullo spauracchio del 'no deal', la premier conservatrice potrebbe ottenere il sostegno di alcuni laburisti dissidenti, ma il passaggio in Parlamento appare davvero difficile. Non a caso i leader di opposizione hanno già chiesto con una lettera aperta che il voto del Parlamento sull'accordo per la Brexit possa essere "autenticamente significativo", con la possibilità anche di votare su singoli emendamenti. La lettera aperta, indirizzata alla May, è stata firmata da Jeremy Corbyn (laburisti), Ian Blackford (Scottish National party), Liz Saville Roberts (i gallesi di Plaid Cymru) e Vince Cable (liberaldemocratici). Se l'accordo venisse bocciato da Westminster, oltre alla strada del 'no deal' si aprirebbe anche quella del 'no Brexit', verso la convocazione di un secondo referendum. 

Il voto a Strasburgo

Se in qualche modo lo scoglio del Parlamento britannico venisse superato, l'ultima tappa del percorso sarà il voto del Parlamento europeo, magari anche all'inizio del 2019. Da quel punto, la strada sarebbe finalmente in discesa.

La transizione 

Dalle 23 del 29 marzo 2019 Londra lascerà ufficialmente l'Unione Europea, in ogni caso, anche senza accordo. A quel punto prenderà il via una fase di transizione, fino al 31 dicembre 2020, durante la quale Londra continuerà ad applicare e a beneficiare di tutte le norme dell'Ue, ma senza partecipare al processo decisionale. In attesa di aprire altri negoziati per stabilire la relazione futura e definitiva tra Londra e l'Unione europea. 

Sulla vicenda dei presunti fondi illegali dell'Afd in cui sarebbe coinvolta in prima linea la leader Alice Weidel cresce la pressione politica nei confronti del partito dell'ultradestra tedesca. Nel giorno in cui – a quanto afferma lo Spiegel – si viene a sapere che la Procura federale ha deciso di avviare un'inchiesta preliminare per verificare "se vi siano i presupposti per un procedimento penale", i primi ad attaccare sono i Verdi con la deputata al Bundestag Britta Hasselmann: "Il sospetto di un finanziamento illegale si sta consolidando sempre di più: è clamoroso come la leader dell'Afd sia cercando di prendere per stupida l'opinione pubblica. Nessuno crede ad Alice Weidel.

È impensabile che non sapesse che i finanziamenti provenienti da Paesi esterni all'Unione europea non sono legali in Germania ed è assurdo che non sappia da dove venga quel denaro". Secondo Hasselmann, il Bundestag deve al più presto verificare se la Afd abbia sistematicamente violato la legge sul finanziamento dei partiti.

Soldi dalla Svizzera

La stessa Afd ha confermato l'esistenza di una serie di versamenti per complessivi 130 mila euro effettuati da un'azienda farmaceutica svizzera a favore dell'associazione territoriale del partito dell'ultradestra tedesca del Lago di Costanza tra luglio e settembre 2017, come rivelato da una squadra di reporter investigativi delle emittenti Ndr, Wdr e della Sueddeutsche Zeitung.

La causale indicata sulle distinte – di cui i giornalisti hanno preso visione – era "per la campagna elettorale di Alice Weidel". La somma di 130 mila euro sarebbe stata versata in 18 diverse tranches successive. Weidel da parte sua nega ogni responsabilità personale per questi pagamenti, affermando di essersi fidata del tesoriere dell'associazione territoriale dell'Afd sul Lago di Costanza: "Quelle somme non erano destinate alla mia persona", ha risposto Weidel, che è succeduta a Frauke Petry alla guida della formazione nazional-populista, entrata per la prima volta nel Bundestag nel settembre del 2017, uscendo dalle urne come terza forza politica del Paese.

Ma chi è il vero donatore?

Il "donatore" effettivo dei fondi all'Afd del Lago di Costanza, sede della circoscrizione elettorale di Frau Weidel, è però anonimo: a quanto affermato dalla società "Pharmawholesale International AG" di Zurigo, gli uffici contabili dell'azienda avrebbero trasferito il denaro in questione ad un non meglio precisato "amico in affari" senza sapere che il destinatario finale sarebbe stato l'Afd.

La Spd e i Verdi non hanno dubbi: se sarà accertato che l'origine dei finanziamenti è di natura illegale, la leader del partito di estrema destra deve rassegnare immediatamente le dimissioni. Alexander Gauland, che guida l'Afd insieme a Weidel, ha difeso la sua collega: "Non credo che abbia niente da rimproverarsi", ha detto alla Bild Zeitung.

Di diverso parere ovviamente il socialdemocratico Carsten Schneider, secondo cui la leader del partito nazional-populista dovrebbe "attenersi agli alti livelli etici che quelli dell'Afd pretendono dagli altri", mentre la segretaria generale della Fpd, Nicola Baer, considera come minimo "dubbio" l'affaire consumatosi in casa Afd. L'esponente della Linke Jan Korte chiede "un divieto totale" di finanziamenti da parte di aziende a favore di partiti per scongiurare al fondo il sospetto di quella che lui definisca "una politica comprata".

All'attacco anche il vicesegretario dell'organizzazione anti-corruzione Transparency Deutschland, Hartmuth Baeumer: "Frau Weidel deve spiegare quando ha saputo del finanziamento illecito arrivato dalla Svizzera e quali contromisure ha messo in atto".

L'Afd ha ora quattro settimane di tempo per rispondere alle richieste di chiarimento presentato dall'Ufficio amministrativo del Bundestag.

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, si è dimesso per protesta contro la decisione dell'esecutivo Netanyahu di aderire al cessate il fuoco con le fazioni palestinesi della Striscia di Gaza. Quell'accordo e' "inaccettabile", ha sottolineato il falco leader del partito di estrema destra Israele Beytenu. Lieberman ha spiegato che anche tutti i membri del suo partito lasceranno il governo e ha chiesto che si vada a elezioni anticipate. "C'e' una mancanza di chiarezza nella visione politica e della sicurezza dell'attuale governo ed è ora di presentare la data delle elezioni", ha detto Lieberman che aveva definito "una resa al terrorismo" il cessate il fuoco raggiunto lunedì con il movimento islamico palestinese nella Striscia di Gaza. Tra le decisioni che lo hanno spinto a dimettersi, Lieberman ha citato sia fatti recenti – l'autorizzazione al trasferimento di carburante e di milioni di dollari di fondi dal Qatar alla Striscia – che vecchie rivendicazioni degli ultra-nazionalisti per scelte dei governi israeliani come l'accordo per lo scambio di prigionieri nel 2011 che pure riportò a casa il soldato Gilad Shalit lo stesso ritiro unilaterale israeliano da Gaza nel 2005. Per Hamas le dimissioni di Lieberman sono una "vittoria per Gaza" e dimostrano "l'incapacita' di affrontare la resistenza palestinese".

Il maresciallo libico Khalifa Haftar, che controlla la Cirenaica, ha lasciato Palermo subito dopo aver partecipato all'incontro (durato oltre due ore e mezza) con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il presidente del governo di Tripoli, Fayez al-Serraj, e altri leader della regione. La stretta di mano tra i due leader libici c'è stata ma Haftar, come previsto, non ha partecipato ai lavori della conferenza, a causa della presenza di attori a lui sgraditi. "Non ci parteciperei nemmeno se dovesse durare cento anni", ha dichiarato oggi Haftar in un'intervista alla tv araba Al Hadath "la mia presenza è limitata agli incontro con i ministri dell'Europa e poi riparto immediatamente". Una sua delegazione è comunque presenti ai lavori.  

Alla riunione, erano presenti tra gli altri, anche il ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi e il premier russo Dimitri Medvedev. "Non si cambia cavallo mentre si sta attraversando il fiume", ha dichiarato Haftar, ad al Serraj. Fonti riferiscono che così Haftar ha dato appoggio alla presidenza di Serraj, non prima di nuove elezioni che saranno programmate. Secondo quanto si apprende da fonti, "la riunione è stata molto cordiale, in un clima collaborativo e positivi tra tutti i presenti". Come dimostrano anche le foto scattate, non sono mancati i sorrisi. "Qualcuno dei presenti ha anche fatto qualche battuta", riferiscono le stesse fonti. 

La Turchia, esclusa dalla riunione, lascia la conferenza

La Turchia ha deciso di lasciare "immediatamente" la Conferenza di Palermo perché "non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l'hanno causata ed escludendo la Turchia". Lo ha spiegato il vice presidente turco, Fuat Otkay, che era a capo della delegazione presente alla Conferenza di Palermo, parlando ai cronisti fuori da villa Igiea mentre era ancora in corso la plenaria. Il vice capo di Stato ha ritenuto "ingannevole e un processo dannoso" l'esclusione di Ankara dalla riunione della mattina con Haftar e Serraj.

In Libia "le soluzioni non possono essere imposte dall'esterno" ma serve un processo che accompagni il Paese ad elezioni, "auspicabilmente a primavera del 2019": lo  ha affermato il premier, Giuseppe Conte, al termine della Conferenza di Palermo. "Abbiamo tenuto ad assicurare la piena inclusività all'incontro di tutti quegli attori che hanno a cuore la stabilizzazione e il futuro della Libia", ha sottolineato Conte, "abbiamo inoltre sottolineato, da subito, quanto fosse cruciale avere con noi oggi i principali attori libici". 

"Non abbiamo, lo voglio chiarire, mai avuto la pretesa di fornire, attraverso questa Conferenza, "la soluzione" alla crisi libica, ha sottolineato Conte.  "Resta cruciale", ha aggiunto il presidente del Consiglio, che" le elezioni "possano svolgersi nel rispetto delle necessarie condizioni di sicurezza, oltre che di quelle legislative e costituzionali, con una prospettiva temporale che guarda auspicabilmente a primavera del 2019". 

Per Conte "le Nazioni Unite devono restare la stella polare del processo di stabilizzazione" del Paese nordafricano. Poi ha assicurato che l'Italia è pronta a fare la sua parte, anche sul piano dell'addestramento militare, e si è compiaciuto della disponibilità dimostrata dagli altri partner internazionali. "Tutte le parti in Libia devono raggiungere un compromesso" altrimenti la situazione esploderà di nuovo", ha avvertito nel suo intervento il premier russo, Dmitri Medvedev, dicendosi "fiducioso" che si possano ottenere "progressi" sulla base degli accordi di Skhirat.

La Turchia ha deciso di lasciare "immediatamente" la Conferenza di Palermo perché "non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l'hanno causata ed escludendo la Turchia": lo ha spiegato il vice presidente turco, Fuat Otkay, che era a capo della delegazione presente alla Conferenza di Palermo, parlando ai cronisti fuori da villa Igiea mentre era ancora in corso la plenaria. Il vice capo di Stato ha ritenuto "ingannevole e un processo dannoso" l'esclusione di Ankara dalla riunione della mattina a cui hanno preso parte, tra gli altri Haftar e al Serraj.

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