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Un uomo dominante e ossessionato da mitologie medievali e quattro donne sottomesse, sempre vestite di nero, di cui una – la più giovane – risultava scomparsa da tempo. Cinque morti, di cui tre trafitti da frecce di balestra e due di cui gli inquirenti ignorano tutt’ora le causa del decesso.

Più dettagli emergono nel “giallo della balestra” che sta tenendo la Germania con il fiato sospeso, più il mistero dipanatosi tra la città bavarese di Passau e e una località della Bassa Sassonia, Wittingen, s’infittisce. Al centro del mistero, Thorsten W., 53 anni, titolare di un negozietto di bizzarrie medievali.

Trovato cadavere sabato scorso nella camera di un alberghetto a Passau mano nella mano con Kerstin E., 33 anni, ambedue colpiti al cuore da un dardo di balestra. Per terra, Farina C., 33 anni, che forse – questa l’ipotesi degli inquirenti – ha prima ucciso gli altri due, per poi rivolgere la balestra contro se stessa: aveva la gola squarciata da un altra freccia.

Farina, a quanto emerso finora, era legata sentimentalmente con Gertrud C., 35 anni, trovata due giorni dopo, a varie centinaia di chilometri di distanza, nel suo appartamento di Wittingen, insieme a Carina U., 19 anni. La pista sulla quale stanno lavorando attualmente gli inquirenti è quella di una piccola setta, caratterizzata – oltreché dalla comune passione per i cavalieri e le armi medievali – da una sorta di sottomissioni delle tre donne nei confronti di Thorsten W.

L’emittente televisiva Rtl afferma che la 19enne risultava scomparsa da anni. I suoi genitori, in un’intervista, hanno dichiarato che la ragazza poco dopo aver conosciuto il 53enne avrebbe interrotto ogni contatto con la famiglia. Un conoscente di Thorsten ha invece raccontato alla Bild che le tre donne avevano un atteggiamento di evidente sottomissione nei confronti dell’uomo: “Lui viveva con tre donne. Cercavano il suo aiuto, perché non erano capaci di mettere ordine nelle loro vite”.

Sempre a detta del tabloid, Thorsten avrebbe conosciuto le tre in una scuola di sport di lotta. Tutto il resto della vicenda rimane avvolto nel buio più fitto. Non solo non si sa perché i tre abbiano scelto proprio Passau per uccidersi, ma gli inquirenti non sono riusciti neanche a darsi una risposta su come siano morte le due donne a Wittingen: non si sono trovate tracce di lotta, nè sono stati rinvenute frecce o similari.

I corpi di Carina U. e Gertrud C. erano state scoperte nell’appartamento che quest’ultima divideva con Farina, la trentatrenne trovata morta a Passau: il punto è che, a detta del medico legale, il momento della morte delle due donne a Wittingen sarebbe precedente all’omicidio-suicidio di Passau. Il che apre vari scenari, il più “gettonato” dei quali è quello di un suicidio “concordato” di tutti e cinque ed eseguito in due tempi.

L’altro è che Farina abbia ucciso le due compagne, e successivamente Thorsten e Kerstin, per poi compiere il suicidio finale. Ma si tratta, attualmente, di ipotesi. Una fonte vicina alle indagine la dice così: “La verità è che siamo a un mistero racchiuso in un mistero”.

Condividevano una passione al limite del fanatismo per il folklore e le armi medievali le tre persone trovate morte sabato scorso, trafitte da frecce di balestra, in un alberghetto di Passau, in Baviera. Un elemento di mistero nel giallo che sta scuotendo la Germania: da una parte, nella città bavarese, un uomo e una donna – lui 53 anni, lei 33 – sdraiati sul letto, mano nella mano, e accanto il corpo di un’altra donna, 30enne, riversa per terra in un lago di sangue, per quello che li inquirenti per ora classificano come un probabile omicidio-suicidio.

Dall’altra parte, a oltre 650 chilometri di distanza, a Wittingen in Bassa Sassonia, altre due donne trovate morte nell’appartamento della 30enne che a Passau – questa l’ipotesi – prima ha ucciso la coppia, e poi ha rivolto la balestra contro se stessa. Le prime ricostruzioni degli inquirenti non fanno che ingrandire il giallo.

Nella camera d’hotel a Passau la polizia ha trovato anche il testamento di due delle vittime, nessun segno di lotta e neanche indizi sul coinvolgimento di una quarta persona. Per quello che riguarda i due cadaveri scoperti in Bassa Sassonia, si tratta di una 19enne di Wittingen e di una 35enne legata sentimentalmente all’omicida-suicida di Passau. Qui non sono state trovate balestre, e i risultati dell’autopsia disposta dall’autorità giudiziaria non sono ancora stati resi noti.

Le vittime erano accomunate dalla passione per il Medioevo, ha rivelato la Bild Zeitung: per la precisione Torsten W. – il 53enne – nella cittadina di Hachenburg, vicino a Coblenza, era titolare di un negozio di materiali finto-medievali, il “Milites conductius”, dove sono in vendita, tra l’altro, asce e spade, vessilli di templari, coltelli e gadget magici. L’uomo, sempre secondo il tabloid, aveva le braccia tatuate con simboli degli alchimisti, e la sua bottega di sera ospitava lezioni di scherma, mentre la vetrina era impreziosita da un manichino femminile imbrattato di vernice rossa sangue con indosso bretelle, corde e catene e la testa fasciata.

A quanto scrive invece il Merkur di Monaco di Baviera, Farina C. era impiegata come contabile in panetteria e anche lei aveva una passione “per il Medioevo, il trambusto dei mercati medievali con giocolieri e tornei di cavalieri”.

Nella camera d’albergo di Passau sono stati trovati anche il testamento di Torsten e di Kerstin E., la 33enne trovata morta al suo fianco. Per ambedue, che mostravano ferite da freccia anche alle teste, il colpo fatale di balestra è stato quello al cuore. Farina C., la trentenne, l’hanno invece trovata per terra: la freccia aveva squarciato la sua gola. I tre erano arrivati venerdì sera all’hotel Zur Triftsperre, che si trova vicino al confine con l’Austria. Farina avrebbe pagato in anticipo 300 euro per tre notti, senza colazione. Poi i tre sono scomparsi nella loro camera. Al loro ingresso certo non erano passati inosservati: le due donne, Kerstin e Farina, erano completamente vestite di nero e non avevano bagaglio. A parte le borse contenenti le balestre, che successivamente sono andati a prendere nell’auto parcheggiata davanti all’albergo.

Quando la polizia è entrata nella camera, hanno trovato tre balestre, una delle quali ancora nella sua custodia. Nell’appartamento a Wittingen, invece, non sono state trovate né balestre, né frecce. “Non è confrontabile il modus operandi tra i due episodi”, ha detto un portavoce della polizia. Non e’ chiaro quale fosse il rapporto tra la 19enne di Wittingen e la compagna di Farina.

Nel villaggio vicino a Hachenburg, Renania Palatinato, da lunedì due agenti di polizia stanno di guardia davanti al grande edificio di tre piani in cui abitava Torsten W. “Il paese è sotto shock”, racconta un vicino di casa ai giornalisti. “Questa è una zona sonnolenta, qui non succede mai nulla, al massimo inciampa una mucca, cose così. Chissà cosa gli girava per la testa, a Torsten?”. Troppe domande senza risposte. 

Stati Uniti e Russia vogliono inaugurare una nuova fase delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. È il dato più significativo emerso dall’incontro a Sochi tra Vladimir Putin e Mike Pompeo, ma non è ancora chiaro se sarà destinato ad avere conseguenze su dossier come quello venezuelano e iraniano, che vedono Mosca e Washington su posizioni del tutto divergenti tra loro. “Sono qui oggi perché il presidente Trump si è impegnato a migliorare questi rapporti”, ha detto il segretario di Stato americano incontrando il collega Serghei Lavrov prima di essere ricevuto dal capo del Cremlino.

Sul tavolo di Putin e Pompeo vi erano i dossier relativi a “Iran, Siria, Venezuela, la denuclearizzazione della penisola coreana e altre possibili questioni”, aveva spiegato il portavoce del presidente russo, Dmitry Peskov. Altri dossier aperti tra Mosca e Washington sono il Russiagate (l’inchiesta del procuratore speciale americano Robert Mueller è stata “abbastanza obiettiva” e ha dimostrato l’assenza di collusione tra Mosca e l’attuale amministrazione Usa, ha poi affermato Putin) e i casi di cittadini americani e russi detenuti nei due Paesi (Maria Butina, l’unica russa condannata dalla giustizia Usa per la presunta interferenza di Mosca nelle elezioni americane del 2016, e lo statunitense Paul Whelan, accusato di spionaggio).

Putin e Pompeo hanno discusso, inoltre, del possibile nuovo summit tra i due presidenti: ieri la Casa Bianca aveva affermato che il bilaterale di alto livello potrebbe tenersi a margine del G20 di Osaka, il mese prossimo, ma il Cremlino, a poche ore di distanza, aveva sottolineato di non aver ricevuto nessuna richiesta formale in questo senso.

Da qui ad allora si vedrà se il vertice di Sochi è stato fruttuoso, e i fatti corrispondenti alle intenzioni. Putin, in serata, ha dichiarato che la Russia vuole “ristabilire pienamente le relazioni” con gli Usa, ma quanto accade in America Latina e nel Golfo richiama i due attori a mantenere le posizioni assunte da tempo. A partire dall’Iran, che subisce una “pressione massima” da parte degli Stati Uniti. 

“Il presidente Putin ha detto piu’ volte di non riuscire a comprendere tale politica”, ha detto Peskov ai giornalisti. Inoltre, ha aggiunto il portavoce, “la storia moderna ha dimostrato che la pressione su alcuni Paesi, messi letteralmente all’angolo, non produce risultati”.

Cinque americani che denunciano di essere stati vittime di preti pedofili hanno fatto causa al Vaticano perché apra gli archivi e diffonda i nomi dei predatori e i dettagli sui loro abusi. I querelanti contestano alla Chiesa cattolica le pratica di segretezza e il fatto che non abbiano riportato alle autorità i preti sospettati di pedofilia, contribuendo così a mettere a rischio molti minori. 

Durante una conferenza stampa, Stephen Hoffman, vittima insieme ai suoi due fratelli di un prete pedofilo e tra coloro che hanno presentato il ricorso, ha spiegato, trattenendo a stento le lacrime, che l’obiettivo della causa legale è quello di impedire che quanto è accaduto a loro possa ripetersi. Hoffman, insieme ai suoi fatelle Benedict e Luke, hanno detto di essere stati molestati in Minnesota da Curtis Wehmeyer, un prete arrestato nel 2012 e condannato a 5 anni di carcere dopo la denuncia della madre. Il caso portò alle dimissioni dell’arcivescovo John Nienstedt, che non prese alcun provvedimento disciplinare contro il pedofilo.

Il quarto querelante è un uomo di 51 anni, Jim Keenan, che ha subito abusi negli anni Settanta da parte di un prete abusatore seriale, Tom Adamson, le cui azioni sarebbero state documentate in segreto dalla Chiesa. Il quinto ad aver fatto causa è Manuel Vega, tre le 30 vittime di un prete messicano, Fidencio Silva Flores, che sembra sia tornato in patria dopo aver compiuto i suoi abusi negli Usa. 

“È un altro di quelli che devono essere trovati”, ha spiegato Vega durante la stessa conferenza stampa. “Da quello che ho sentito è in Messico o in Spagna, ancora attivo e ancora pericoloso”.

Una forte scossa di terremoto, di magnitudo 7,5 della Scala Richter, è stata avvertita in Papua Nuova Guinea e nelle isole Salomone e il centro di monitoraggio Usa del Pacifico ha diramato un’allerta tsunami. L’epicentro è stato localizzato 44 chilometri a nord-est di Kokopo.

Victor Lance Vescovo, americano classe 1966, è un ufficiale della marina in pensione con la passione per le esplorazioni sottomarine che qualche giorno fa è entrato ufficialmente nella storia per essersi calato dentro la Fossa delle Marianne, il punto più profondo dell’Oceano Pacifico, ed essere andato più giù di qualsiasi altro essere umano prima di lui: 10.927 metri, per l’esattezza, 11 in più dei suoi predecessori: il tenente della Marina statunitense Don Walsh nel 1960 assieme all’ingegnere svizzero Jacques Piccard, in una nave prodotta in Italia chiamata batiscafo Trieste e poi il regista James Cameron che il 26 marzo del 2012 ha raggiunto il fondo della fossa in solitaria.

Tornato a galla Vescovo ha subito dichiarato alla BBC: “È quasi indescrivibile come tutti noi siamo eccitati nel realizzare ciò che abbiamo appena fatto”. Chiaramente Vescovo ha riportato in superfice anche la testimonianza di ciò che ha avuto modo di scorgere sul fondale più estremo dell’Oceano, specie di crostacei mai viste prima simili a gamberetti, una creatura definita “verme a cucchiaio” lunga circa sette metri e poi rocce dai colori vivaci, probabilmente, dice, creati dai microbi sul fondo del mare.

E infine la triste conferma di quanto già ampiamente documentato dalle sonde che più volte sono state spedite a certe profondità: plastica. Gli scienziati ora vogliono capire, analizzando le specie animali riportate sulla terra ferma se anche dentro di loro, come già riscontrato nelle razze di pesci che abitano a meno profondità, si trovano residui di microplastiche, il che, inutile specificarlo, significherebbe che il danno provocato dall’essere umano è davvero arrivato ovunque, più avanti (in basso in questo caso) di dove lo stesso essere umano si sia mai abituato ad arrivare.  

Uno sciopero del sesso in risposta ad una legge anti aborto, è questa la protesta di Alyssa Milano, attrice americana che il grande pubblico, anche italiano, specie tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo, ha amato per la sua partecipazione a serie tv come Melrose Place e Streghe. Il messaggio, diffuso nelle ultime ore attraverso Twitter e l’hashtag #SexStrike, è chiaro: “I nostri diritti riproduttivi sono stati cancellati. Finché le donne non avranno il controllo sui loro corpi non possiamo rischiare la gravidanza. Unitevi a me e non fate sesso finché non riavremo l’autonomia del corpo”.

E basta dare un’occhiata alla bacheca dell’attrice per accorgersi quanto il problema in questo momento negli Stati Uniti sia sentito e, in questo senso, l’impegno della Milano va ben oltre questa ultima provocazione social. La Milano appare intanto politicamente agguerrita nei confronti di Trump, ma questa non è una novità nei giri dello showbiz hollywoodiano, mentre è degno di nota il report in sette tweet riguardante le leggi sull’aborto che in questo momento si stanno discutendo negli Stati Uniti.

Secondo la stampa americana, dalla CNN al New York Times, l’obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di rovesciare la Roe vs Wade, una sentenza storica risalente al 1973, la prima che certifica il diritto di una donna ad abortire entro le 24 settimane, ovvero, tecnicamente, prima che un feto sia “praticabile” fuori dall’utero; più semplicemente prima che il bambino nella pancia si sia formato del tutto.

In Alabama presto si potrebbe votare una legge che in pratica gli aborti li mette fuori legge, e un medico interrompendo una gravidanza rischierebbe fino a 99 anni di carcere, 10 anche solo per averci provato; si stanno prendendo in considerazione eccezioni in caso di stupro, incesto o gravi minacce per la salute della madre. In Georgia il governatore Brian Kemp ha firmato un disegno di legge che vieta l’aborto ai primi segni di un battito cardiaco fetale, in più la stessa legge consente di conteggiare un feto in occasione di un censimento e di conseguenza la possibilità di valutarlo come minorenne dipendente sulle imposte sul reddito; un chiaro invito anti aborto.

 

L’American Civil Liberties Union e il Centro per i diritti riproduttivi hanno promesso di contestare la legislazione prima che entri in vigore nel gennaio 2020. Nel Mississippi è stata approvata la stessa legge, che però sarà contestata in tribunale alla fine del mese; durante la cerimonia della firma, il governatore Phil Bryant, un repubblicano, ha descritto il battito del cuore come “il marchio universale della vita sin dall’inizio dell’uomo”.

Un giudice federale ha invece messo un freno alla legge nel Kentucky e lo stesso dovrebbe avvenire in Ohio, dove la legge entrerà in vigore a luglio. La stessa strada era stata intrapresa da Iowa e Nord Dakota ma la legge è stata subito valutata incostituzionale, in Virginia subito accantonata, senza bisogno dell’intervento di un giudice. In tutt’altra direzione invece lo stato di New York, che il 22 gennaio, proprio in occasione dell’anniversario della sentenza Roe vs Wade, per mano del democratico Andrew M. Cuomo è stata firmata una legge che permette l’aborto anche oltre la 24esima settimana.

La battaglia di Alyssa Milano dunque è solo la punta dell’iceberg di un movimento impetuoso e certamente anche politico che si sta sviluppando in questo momento negli Stati Uniti. E la Milano questa battaglia l’ha già cominciata lo scorso 12 aprile con l’inaugurazione di un podcast dal titolo SorryNotSorry, diventato poi naturalmente anche questo un hashtag, dove l’attrice chiede alle donne di raccontare le loro storie con l’aborto.

 

Scorrendo commenti e retweet sono in tanti quelli a condividere la battaglia della Milano, ma sono altrettanti quelli che vedono in queste manifestazioni social nient’altro che un colpo di reni per risollevare una carriera, c’è anche addirittura chi ipotizza un futuro nella politica attiva da parte dell’attrice ed effettivamente, osservando bene la costruzione della pagina e la scelta di foto e fonts per la copertina, non si può proprio dire che l’idea sia strampalata: SorryNotSorry è sponsorizzato come se fosse un vero e proprio movimento politico e non passa certo inosservato il richiamo ai colori della bandiera americana.

Se sarà così potrà dircelo solo il tempo, nel frattempo l’astinenza nel nome della riappropriazione del proprio corpo seduce centinaia di migliaia di utenti ed ha fatto breccia nelle redazioni di mezzo mondo. La prima vittoria, si, politica, in questo senso, è stata portata a casa; l’impressione è che la Milano non voglia fermarsi qui, ma soprattutto la battaglia per il diritto all’aborto non si fermerà qui. 

Quattro bimbi cristiani e una catechista sono stati uccisi da missili lanciati domenica dai jihadisti ribelli sul villaggio di Suqaylabiyah, nella provincia di Hama, nel nord-ovest della Siria. Lo riferisce l’Agenzia stampa ufficiale siriana, Sana. Nel bombardamento, spiegano da Damsco, sono rimasti feriti altri sei bimbi. I quattro deceduti avevano tra i i 6 e i 10 anni. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riferito che i razzi sono stati sparati dalla vicina regione Idlib, controllata dall’ex affiliata di al-Qaeda, Hayat Tahrir al-Sham.

I narcos usano anche i sommergibili per trasportare cocaina. Un mezzo subacqueo è stato intercettato dalle forze di sicurezza del Costa Rica nel Pacifico, con un carico di due tonnellate di droga. Arrestati i due colombiani che manovravano il sottomarino e che sono stati feriti nelle fasi della cattura.

Il mezzo si era incagliato sulla spiaggia di Llorona nel Parco nazionale di Corcovado, e un terzo componente dell’equipaggio è riuscito a dileguarsi sulle montagne della zona.

I primi prototipi di narco-sommergibili, riporta il sito Nautica Report, datano al 1993: erano semi-sommergibili in quanto non potevano immergersi totalmente, ma fino alla cabina di guida e i gas di scarico avevano gli scappamenti oltre il pelo dell’acqua. Gli ultimi narco-sottomarini sono invece completamente sommergibili, progettati specificamente per essere difficili da rilevare anche da radar, sonar e sistemi a infrarossi.

Il traffico via mare è nato con il trasporto di dimensioni imponenti avviato dai narcos, e in particolare da Pablo Escobar, negli anni ’80. All’epoca alle barche veloci, la scelta migliore per il contrabbando in molte parti del mondo, si affiancavano aerei piccoli e medi che volavano a bassa quota e spesso venivano abbandonati sulle piste improvvisate nelle quali atterravano. Ma l’11 settembre ha cambiato le regole e anche volare a poche decine di metri di altezza non era più una garanzia di successo. D’altro canto le barche veloci potevano essere rilevate dai radar e fu così che i cartelli colombiani della droga svilupparono il progetto del semi-sommergibile.

La prima volta che la US Coast Guard ne intercettò uno, venne soprannominato Bigfoot perché se ne era sentito parlare, ma nessuno li aveva mai visti effettivamente. Era la fine del 2006 quando un fu sequestrato a sud ovest del Costa Rica mentre trasportava diverse tonnellate di cocaina. Nello stesso periodo funzionari statunitensi ne individuarono altri 3 e nel 2008, ne furono individuati una decina dieci al mese. Pochi però i sequestri, circa un decimo degli avvistamenti, anche perché, una volta intercettati, gli equipaggi riuscivano ad affondare l’imbarcazione in circa un minuto.

Il rapportro costo-benefici dell’operazione narco-sub era assolutamnete vantaggioso: i semi-sommergibili costavano fino a due milioni di dollari ciascuno, ma potevano generare con un solo viaggio più di 100 milioni di dollari. Nel 2009, gli Stati Uniti rilevarono 60 trasferimenti con i narco-sub e si calcolò che i battelli muovevano circa 330 tonnellate di cocaina all’anno.

Dopo il 5 novembre 2010, con l’arresto di Harold Mauricio Poveda, il principale collegamento messicano-colombiano, si scoprì che dietro la costruzione dei narco-sommergibili c’erano le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) che collaboravano con il cartello di Sinaloa per finanziare le proprie attività armate.

La costa colombiana del Pacifico, dove i fiumi fangosi sfociano in mare, è stata a lungo il paradiso dei contrabbandieri. Dietro le scogliere frastagliate che si protendono in mare c’è una vasta giungla, fatta di insenature di mangrovie e di migliaia di chilometri di corsi d’acqua, luoghi adatti per cantieri clandestini. La capacità logistica e quella di nascondere le attrezzature, comprese quelle pesanti come motori e gruppi elettrogeni nel cuore della giungla, ha sorpreso i vertici della Marina colombiana. 

I narco-sommergibili possono essere costruiti in un anno e alcune imbarcazioni sono monouso: destinate ad essere abbandonate in mare dopo la consegna. Per alcuni viaggi di andata, però, è previsto anche un ritorno, con la scafo pieno di armi destinate ai cartelli e ai guerriglieri.  

Le tecniche di progettazione e fabbricazione impiegate nella costruzione dei narco-sub sono migliorate nel corso del tempo. Le barche sono diventate più veloci e con più capacità di carico. Un narco-sommergibile lungo poco più di 18 metri è in grado di raggiungere una velocità di 18 km/ h trasportando fino a 9 tonnellate di cocaina.

I battelli sono realizzati in vetroresina, alimentati da un motore diesel da 300 o 350 CV e con un equipaggio di quattro persone. Hanno abbastanza spazio di carico per trasportare dalle 2 alle 10 tonnellate di cocaina, grandi serbatoi di carburante che danno loro una autonomia di 3.200 km e sono dotati di navigazione satellitare. Non vi è wc e la sistemazione è molto stretta, gran parte della loro struttura è in fibra di vetro e un nuovo modello del tubo di scarico raffreddato lungo la parte inferiore, prima dello sfiato, rende la barca ancora meno rilevabile ai raggi infrarossi. Sono più facilmente individuabili dal cielo, sebbene siano dipinti di blu e non lasciano alcuna scia. 

Ma con gli anni i narcos hanno fatto passi da gigante nello sviluppo della tecnologia e sono arrivati a riprodurre veri e propri sottomarini in grado di lunghe permanenza completamente immersi. E’ il caso di una imbarcazione d’acciaio di 30 metri costruita in un magazzino fuori Bogotà. Era a doppio scafo e potrebbe aver viaggiato per quasi 4.000 km a 100 metri di profondità e avere trasportato dalle 140 alle 180 tonnellate di cocaina.

Il 3 luglio 2010 le autorità dell’Ecuador sequestrarono, completamente funzionante, un mezzo completamente sommergibile nella giungla al confine con la Colombia. Aveva un motore diesel e uno elettrico e uno scafo in fibra di vetro e Kevlar lunga 31 metri di lunghezza e alta 3, una torre di pilotaggio con periscopio e aria condizionata. Aveva una capacità di circa 10 tonnellate di carico, un equipaggio di cinque o sei persone e poteva immergersi completamente a 20 metri di profondità con una lunga autonomia. 

Il 14 febbraio 2011 un altro sommergibile in fibra di vetro e Kevlar fu sequestrato dalla marina colombiana: era lungo 31 metri ed era nascosto nel fitto della giungla in Timbiqui, nel sud-ovest della Colombia. Era in grado di viaggiare 9 metri sott’acqua e di trasportare quattro persone e 8 tonnellate di carico.

 

Nelle manifestazioni dei ‘gilet gialli’ la polizia avrebbe fatto uso di lacrimogeni contenenti cianuro. La direzione generale della polizia ha dichiarato a Liberation che “nessuna traccia di cianuro di idrogeno è stata rilevata nei test fatti sui dispositivi usati da polizia e gendarmeria”. Tuttavia, vari testimoni – tra cui l’ex deputata del partito di sinistra Raquel Garrido – hanno dichiarato di aver manifestato sintomi simili a quelli dell’intossicazione da cianuro o dai suoi derivati. Molti manifestanti in giallo hanno effettuato esami del sangue e delle urine dopo le manifestazioni. Un gruppo di medici e infermieri effettuerebbe dei prelievi direttamente durante i cortei. Tra questi, secondo il quotidiano Le Parisien ci sono “un oftalmologo, un anestesista belga e un medico generico”.

L’iniziativa ha suscitato forti polemiche, soprattutto dopo la pubblicazione di un video – realizzato il 20 aprile – che mostra un prelievo effettuato su un manifestante in giallo, seduta su un marciapiede. Le Parisien parla di un altro autore di questi prelievi, presentato come laureato in biologia molecolare, attualmente professore di matematica in un liceo. Secondo il testimone, questi test in strada sarebbero “il solo modo per verificare” eventuali intossicazioni e il solo modo per allertare su un eventuale rischio “per la salute pubblica”.

A detta del quotidiano, i risultati degli esami sarebbero ottenuti con il “CyanoKit”, prodotto in Svizzera. Questo test però permetterebbe di constatare la presenza di “cianuro libero” nel sangue, ma non un’eventuale intossicazione. Da qui i dubbi sulle analisi svolte dal gruppo di medici in strada, dai quali si sono dissociati anche gli “Street Medics”, i volontari vestiti di bianco che forniscono le prime cure di pronto soccorso durante nelle manifestazioni dei gilet gialli. 

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