Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

La vita del giovane freelance può essere molto dura. Lo sa bene il giornalista britannico Oobah Butler che, prima di entrare nello staff di Vice, per arrotondare scriveva su TripAdvisor recensioni fasulle di ristoranti dove non aveva mai messo piede.

I proprietari lo pagavano dieci sterline a post. Post che in rete facevano effettivamente crescere il posizionamento degli esercizi nelle classifiche del portale. Un monito su come, in rete, distinguere il reale dal falso, il vero dal verosimile, sia spesso impossibile per la stessa natura "partecipata" del medium, uno scotto che noi tutti siamo comunque felici di pagare perché il web resti un posto libero. E che ha spinto Butler a cimentarsi in un esperimento sociale che conserverà un piccolo posto nella storia di internet.

Come per tante idee geniali, la premessa è un "Ma se…". Nel caso specifico: "Ma se la fama digitale di tanti ristoranti è basata su recensioni false, cosa accadrebbe se ne inventassi uno di sana pianta?". Così nasce l'epopea di 'The Shed At Dulwich', salito al primo posto della classifica di TripAdvisor dei migliori ristoranti di Londra pur non essendo mai esistito.

 "Grazie alle mie recensioni quei ristoranti miglioravano, e io ne ero il catalizzatore. Questo mi ha convinto del fatto che TripAdvisor rappresenti una realtà del tutto falsata", racconta lo stesso Butler su Vice, "un giorno, poi, mentre ero nel capanno (non scherzo) in cui vivo, ho avuto una rivelazione: a fronte dell'attuale cloaca di disinformazione e della tendenza della società a credere alle stronzate più grandi che si possano immaginare, un finto ristorante potrebbe davvero esistere? Magari è proprio il tipo di posto che potrebbe essere un successo? In quel momento è iniziata la mia missione. Con l'aiuto di recensioni false, ambiguità e nonsense avrei trasformato casa mia, un casotto (in inglese appunto "shed", ndr) in un giardino altrui, in un ristorante recensitissimo su TripAdvisor". È l'aprile 2017.

Butler riesce a registrare il ristorante su TripAdvisor e non viene beccato. Segnala solo la via e non il civico perché a The shed at Dulwich si mangia solo su prenotazione, un'aura di esclusività che non può non incuriosire. Viene messo online un sito con le immagini dei deliziosi manicaretti che vi verrebbero serviti, in realtà costituiti di schiuma da barba, dischi di detersivo per la lavatrice e spugne dipinte.

Amici e conoscenti del giornalista iniziano a riempire TripAdvisor di recensioni entusiaste. The shed at Dulwich inizia a scalare la classifica dei migliori ristoranti della capitale britannica. E inizia a ricevere le prime richieste di prenotazione, con mesi di anticipo. "La prenotazione obbligatoria, la mancanza di un indirizzo specifico e il suo carattere esclusivo sono così attraenti che la gente non ci sta nemmeno a pensare. Ha l'acquolina in bocca. Nei mesi successivi, il telefono dello Shed non smette mai di suonare", spiega Butler. A fine agosto The shed at Dulwich è al centocinquantaseiesimo posto.

Butler è costretto a rispondere di avere tutto pieno fino al 2021 alle centinaia di aspiranti clienti da tutto il mondo. Aziende utilizzano la localizzazione approssimativa attribuita da Google Maps per inviargli omaggi. Cuochi e camerieri inviano i loro curriculum. Addirittura una casa di produzione australiana chiede che il ristorante compaia nei video di bordo di una compagnia aerea. Finché, il 1 novembre 2017, The shed at Dulwich non conquista la vetta.

Raggiunto l'obiettivo, Butler contatta TripAdvisor e spiega loro l'arcano. Come è possibile che un locale inesistente sia arrivato in cima alla classifica? "Generalmente, le sole persone che creano profili di ristoranti falsi sono giornalisti, nel tentativo di metterci alla prova," rispondono per mail, "dato che non esiste alcun incentivo nel mondo reale a creare un finto ristorante, non è un problema con cui abbiamo a che fare normalmente—quindi questo 'test' non è un esempio che trova riscontro nella vita di tutti i giorni". La pagina è stata rimossa due settimane fa ed è consultabile solo in archivio. Con forse un paio di recensioni vere in mezzo alle decine di pareri farlocchi. 

Già, perché, per concludere la goliardata nel migliore dei modi, Butler decide veramente di aprire il ristorante nel suo giardino e accetta le prenotazioni di un paio di clienti, ai quali serve cibi precotti (gratis perché "stavano girando una trasmissione televisiva"). "Eccoci qua: ho invitato delle persone a mangiare in tavoli a caso fuori dal mio capanno, e se ne sono andate pensando che fosse davvero il miglior ristorante di Londra, basandosi esclusivamente su TripAdvisor", conclude, "se volete, potete vederla in modo cinico—sostenere che la risonanza di internet è talmente forte che le persone non riescono a usare in modo appropriato i sensi o il cervello. Ma a me piace essere positivo. Se sono riuscito a trasformare il mio giardino nel miglior ristorante di Londra, tutto è davvero possibile". 

 

E' una corsa contro il tempo, quella dell'inviato speciale dell'Onu in Libia, Ghassan Salamé, per traghettare la Libia verso la stabilità politica mantenendo come base l'accordo di Skhirat, siglato in Marocco il 17 dicembre 2015 e arrivato ormai alla sua scadenza naturale: la durata prevista era di due anni.

Salamé aveva presentato nel settembre scorso, a New York, una roadmap per la Libia basata su tre punti essenziali: modificare l'accordo marocchino rivedendo quelle parti che finora non ne hanno permesso la piena attuazione; istituire un congresso nazionale per coinvolgere tutte le parti libiche in campo e indire le elezioni, legislative e presidenziali, entro l'estate prossima. Ora molti si interrogano su quanto potrà essere ancora efficace l'accordo, scaduti i suoi termini. Il rischio è infatti che il paese nordafricano torni nel pieno caos.

Una prima risposta è arrivata giovedì dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: l'accordo politico libico di Skhirat "rimane l'unico quadro praticabile per porre fine alla crisi politica in Libia", hanno scritto i quindici membri nella dichiarazione adottata.

"La sua attuazione rimane una chiave per tenere le elezioni e per finalizzare una transizione politica, respingendo le false linee temporali che servono solo a minare il processo politico facilitato da Nazioni Unite". Tradotto: l'accordo non scade.

Cosa prevede l'accordo di Skhirat​

Il 17 dicembre 2015 a Skhirat, una città cinquanta chilometri a Sud della capitale marocchina Rabat, viene firmato sotto l'egida dell'Onu (l'inviato speciale è lo spagnolo Bernardino Leòn) l'Accordo politico libico (LPA, Libyan Political Agreement) con la sigla di 90 membri della Camera dei rappresentanti di Tobruk e di 69 deputati del Congresso nazionale di Tripoli.

L'intesa prevede la formazione di un governo di unità nazionale, a sua volta articolato in un Consiglio di presidenza e in un Gabinetto, nonché di una Camera dei rappresentanti e di un Consiglio di Stato. Prevede inoltre l'affidamento del potere legislativo al Parlamento di Tobruk, l'istituzione di un Consiglio superiore per l'amministrazione locale; una commissione per la ricostruzione; il Consiglio per la difesa e la sicurezza e la stesura di una nuova Costituzione.

Al Consiglio di presidenza, guidato da Fayez Sarraj, viene attribuito il compito di formare la lista dei ministri del Governo da insediare a Tripoli entro un mese. Appongono la propria firma numerosi rappresentanti della società civile, dei partiti politici e delle municipalità libiche.  


 

Che fine ha fatto l'accordo

Il 20 gennaio 2016 il nuovo Consiglio di presidenza libico presenta la lista dei membri del Governo di unità nazionale, composta da ben 32 ministri e 64 sottosegretari. Il Parlamento di Tobruk però rigetta di fatto la compagine, votando a larga maggioranza una mozione che dà ulteriori dieci giorni a Fayez Sarraj per presentare una nuova lista di ministri. Un'altra mozione, votata quasi all'unanimità dal parlamento di Tobruk, blocca anche il via libera all'accordo politico di Skhirat, ponendo come condizione assoluta l'eliminazione dell'articolo 8 delle disposizioni finali dell'accordo, articolo che delega le nomine e le decisioni militari al Consiglio di Presidenza, espropriandone di fatto interamente l'influente generale Khalifa Haftar, considerato il leader della Cirenaica.

Il 14 febbraio, ancora una volta a Skhirat, viene presentata una nuova lista di governo, più leggera della precedente, con 13 ministri e cinque sottosegretari. Anche in questa occasione manca la fiducia: l'opposizione arriva da due esponenti del Consiglio di presidenza favorevoli al generale Haftar, al-Qatrani e al-Aswad, che non la sottoscrivono.

Il punto di svolta porta la data del 24 febbraio: 101 parlamentari di Tobruk firmano una petizione a sostegno del nuovo esecutivo proposto da Sarraj.

Il 12 marzo 2016 il Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale, riunitosi a Tunisi, si autoproclama legittimo, rivolgendo un appello a tutte le istituzioni libiche a prendere contatto con il nuovo governo al fine di mettere in atto le modalità di passaggio del potere. Costretto a muoversi tra Tunisi e Rabat, il nuovo governo manca di ancoraggio territoriale: la Libia resta di fatto sotto il controllo dei due governi rivali di Tobruk e Tripoli (che minaccia addirittura di arrestare Sarraj se dovesse mettere piede in Libia). Il giorno dopo, in una riunione a livello ministeriale al Quai d'Orsay di Parigi, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Stati Uniti e Unione europea nella Dichiarazione finale qualificano il Governo di accordo nazionale come il "solo governo legittimo in Libia".

Il 30 marzo 2016 Fayez Serraj e altri sei membri del Consiglio presidenziale sbarcano a Tripoli e il Consiglio di Sicurezza dell'Onu adotta la risoluzione che pone sotto il controllo del governo di unità nazionale il commercio del petrolio e le armi non soggette a embargo. Tuttavia, sono presenti a Tripoli almeno 41 milizie, di cui solo una parte ha accettato il governo Sarraj, mentre a Tobruk il generale Haftar si impone sempre più come figura determinante militarmente e politicamente. In particolare dopo aver strappato Bengasi allo Stato islamico, grazie anche al sostegno delle forze speciali francesi, alleate per l'occasione con Haftar.

La contrapposizione politica perdura in alcuni casi in modo violento, anche dopo aver siglato, il 25 luglio a Parigi, un cessate il fuoco tra il generale e Sarraj.

Gli sforzi dell'inviato speciale Salamé

Il 17 giugno il Segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres approva l'affidamento del delicato incarico di gestire la crisi libica al diplomatico libanese Ghassan Salamé.

Il 20 settembre Salamé presenta la sua roadmap per traghettare la Libia verso la tanto sperata stabilità che manca dalla rivoluzione post primavera araba. In particolare, l'inviato speciale punta alla riforma dell'accordo di Skhirat, al coinvolgimento in un congresso nazionale di tutte le fazioni libiche per arrivare poi alle elezioni nell'estate del 2018.

I colloqui di Tunisi, convocati da Salamé a fine settembre, non danno gli esiti sperati. Nonostante le intenzioni delle parti di andare alle elezioni, non c'è stata possibilità di emendare l'Accordo in scadenza.

Salamé però minimizza: "Le due parti hanno concordato la maggior parte dei punti da modificare, ma ci sono ancora disaccordi che richiedono perseveranza e pazienza da parte dei libici", aveva dichiarato la settimana scorsa durante un incontro con il ministro degli Esteri marocchino. Salamé ha definito gli emendamenti non "essenziali", spiegando che il loro scopo era quello di formare un nuovo governo "indipendente" la cui unica missione sarebbe migliorare le condizioni di vita dei libici in un paese in preda a una profonda crisi economica e istituzionale. "Se siamo in grado di modificare l'accordo, tanto meglio, altrimenti lavoreremo senza. I libici non vogliono passare da una fase di transizione a una nuova fase di transizione, vogliono istituzioni stabili", ha concluso.

Nei giorni scorsi i media di tutto il mondo hanno rilanciato un video del National Geographic in cui si vede un orso polare che vaga alla ricerca di cibo nell’isola di Baffin, in Canada. Le immagini dell’animale che si trascina sulla terra senza ghiacci è stata associata ai guasti provocati dal surriscaldamento globale. Ma secondo il sito Valigia Blu, le cose non stanno esattamente così.

Citando il giornale canadese National Post, il sito sottolinea come le condizioni precarie dell'orso siano "del tutto estranee al riscaldamento globale". L’articolo riporta l’opinione del biologo Jeff Higdon, secondo il quale “l’orso sta soffrendo la fame, ma (secondo me) non è denutrito a causa dell’improvvisa scomparsa del ghiaccio che gli impedisce di cacciare foche”, scrive. Gli orsi polari possono sopravvivere per lunghi periodi dell’anno durante il disgelo estivo. “È più probabile che abbia problemi di salute”.

Non una fake news, quindi, ma un video pubblicato fuori contesto, con il rischio di un contraccolpo negativo sulle campagne di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici. Il biologo dell'università di Sherbrooke, Marco Festa-Bianchet, fa questa analogia in un tweet: "Il riscaldamento globale causato dall'uomo è un problema serio e importante. Ed è reale. Affermare che [il cambiamento climatico] è vero a causa di un video di un orso malato è come affermare che è una bufala perché ieri ha nevicato nel sud del Texas".

Tutto a posto, quindi? Non proprio. Secondo Valigia Blu, il video di SeaLegacy diventato "presenta un problema innanzitutto etico: è giusto creare una notizia ingannevole se si è spinti da buoni propositi? Ma c’è anche un aspetto più pragmatico da tenere in considerazione: l’uso di informazioni inesatte a sostegno di una realtà come quella del cambiamento climatico non è forse controproducente? Certo, toccare i sentimenti delle persone può spingerle a donare, ma se questa "manipolazione emotiva" avviene usando informazioni imprecise il rischio che si corre è quello di consegnare armi argomentative ai negazionisti del cambiamento climatico. Questo non vuol dire che gli orsi di quella regione siano al sicuro: il cambiamento climatico è un problema in continua evoluzione. L'aumento della temperatura e l'allargarsi dei periodi di disgelo oltre i limiti stagionali possono tradursi nella scomparsa di questa specie".

Anche in una zona, come quella in cui è stato girato il video, in cui secondo il National Post, gli orsi non sono a rischio.

 

Mangiare una banana in un video musicale può costare caro in Egitto. Molto caro. Certo la clip di Shima, cantante emergente di 21 anni, è piuttosto esplicita, troppo per il tribunale del Cairo che l'ha condannata a due anni di prigione per aver violato i valori tradizionali nel Paese.

Shima era stata arrestata a novembre dopo lo scandalo suscitato dal video della canzone "Andy Zoroof" (Ho dei problemi), che la mostra ballare e mangiare una banana davanti a una classe, di fronte a una lavagna con scritto "Classe #69". Martedì un tribunale della capitale ha condannato Shima assieme al regista del video a due anni di prigione e al pagamento di 10mila sterline egiziane (pari a circa 480 euro) per incitamento alla "depravazione e all'immoralità". 

Mentre attendeva di ascoltare la sentenza della corte, la cantante è stata vista leggere alcune pagine del Corano. Sia lei che Mohamed Gamal, il regista del video, potranno fare appello alla sentenza.
 
Quando era scoppiato lo scandalo, Shima si era scusata per il video, affermando che non credeva sarebbe stata attaccata in questo modo. "Mi scuso con tutte le persone che hanno visto il video e sono rimaste turbate" aveva dichiarato in un messaggio sulla sua pagina Facebook oggi chiusa. "Non immaginavo tutto questo sarebbe successo e che sarei stata oggetto di forti attacchi da tutti".
 
L'ex concorrente del talent show Arab Idol era stata colpita da una campagna promossa dal noto presentatore e blogger Marwan Younis, che aveva invitato i suoi follower a segnalare la pagina di Shima per i contenuti sessualmente forti. Nel 2015 due danzatrici del ventre chiamate Shakira e Bardis erano state condannate a sei mesi di prigione per gli stessi reati a causa di video amatoriali caricati su YouTube. Anche artisti più affermati recentemente sono stati colpiti da provvedimenti molto duri. A novembre la pop star Sherine è stata denunciata per aver "insultato il Nilo" durante un concerto negli Emirati Arabi Uniti. Alla cantante è stato revocato il permesso per esibirsi nel paese e dovrà presentarsi di fronte a un tribunale per aver violato il codice penale egiziano. 

Si mettono sempre peggio le cose per Dustin Hoffman dopo che altre tre donne lo hanno accusato di molestie, una delle quali era ancora minorenne all’epoca dei fatti. E dopo il racconto delle tre sulla rivista Variety, sale a sei il numero delle vittime di abuso del due volte premio Oscar che, tramite il suo legale, definisce le accuse “false e diffamatorie”.

Il caso Cori

Il nuovo capitolo – riporta la Stampa – vede protagonista una 16enne, Cori Thomas, compagna di classe della figlia dell’attore: Karina. I fatti risalirebbero al 1980. Stando a quanto ha raccontato al sito americano specializzato di cinema e celebrità, la giovane sarebbe stata molestata in un hotel di New York. Dopo una giornata trascorsa a Manhattan con Hoffman e la figlia, i tre avrebbero cenato nella stanza d’albergo dell’attore, che all’epoca stava divorziando dalla moglie.

La Thomas ha raccontato che l’attore si sarebbe avvicinato a lei dopo che la figlia se ne era andata via e, mentre era in attesa che i suoi genitori la andassero a prendere per tornare a casa. “Lei è andata via ed io sono rimasta con lui da sola nella stanza d’albergo”, ha riferito la Thomas. “Ero seduta ad aspettare i miei genitori” quando lui si è presentato solo con un asciugamano alla vita. “Era davanti a me nudo. Sono quasi collassata. Ero mortificata”, ha proseguito, indicando che Hoffman le avrebbe chiesto di massaggiarle i piedi.

Le altre due donne

Un’altra donna, Melissa Kester, ha raccontato, invece, come l’attore le infilò la mano sotto la gonna mentre erano nello studio di registrazione. Una terza è invece rimasta anonima, ma ha accusato Hoffman di averla aggredita durante le riprese del film “Ishtar”. 

I precedenti  

Dustin Hoffman è stato già accusato di molestie nelle settimane scorse dall’attrice Anna Graham Hunter che all’epoca dei fatti, nel 1985, aveva 17 anni, e dalla produttrice e sceneggiatrice tv, Riss Gatsiounis, che ha denunciato fatti accaduti nel 1991 quando lei era una giovane autrice di teatro. 

A puntare il dito contro Hoffman è anche Kathryn Rossetter, che ha raccontato all’Hollywood Reporter di essere stata molestata dall'attore nel 1983. "Ero un'aspirante attrice a New York City, avevo diciassette anni e non avevo avuto il privilegio di frequentare scuole importanti, avevo studiato privatamente e cercato un lavoro in tutti i modi”, ricorda la donna. “Avevo pochissima esperienza quando mandai la mia foto sperando di ottenere un'audizione per la messa in scena, a Broadway, di 'Morte di un commesso viaggiatore', protagonista Dustin Hoffman".

La donna racconta di essere stata convocata, di aver letto alcuni brani della piéce proprio insieme a Hoffman "ed era molto allegro, simpatico, disse che gli piaceva come ridevo e che voleva proprio me. Non potevo credere alle mie orecchie. Il regista obiettava che fossi troppo giovane e Hoffman mi suggerì, per il provino definitivo, di truccarmi in modo da sembrare più grande di quanto fossi in realtà".

 

 

 

In Germania, su Amazon Marketplace, è possibile acquistare soldatini nazisti perfetti in ogni minimo dettaglio. Sono pezzi compatibili con gli originali Lego ma non sono venduti dalla multinazionale, spiega Quartz, bensì da venditori terzi.  Per trovarli basta digitare semplicemente “Wehrmacht Lego” sulla barra di ricerca e, con un click, comprarne quanti se ne desiderano.

I venditori indipendenti che operano sulla piattaforma, come l’azienda tedesca CustomBricks, trasformano i pezzi originali Lego in oggetti personalizzati che rievocano, tramite simboli e colori,  l’epoca della guerra mondiale. Compresi quelli appartenenti all’esercito nazista. L'annuncio CustomBricks su Amazon avverte che i giocattoli "non sono adatti per bambini di età pari o inferiore ai 7 anni" e "richiedono la supervisione di un adulto”. Eppure la legge tedesca vieta l'uso di simboli nazisti, come la svastica, la croce di ferro e l'aquila stilizzata (il "Reichsadler"), al di fuori del contesto educativo o artistico.

Una petizione per bloccare la vendita

Non tutti sono rimasti indifferenti nello scoprire quanto fosse facile iniziare una compravendita di quelli che, a tutti gli effetti, sono oggetti di propaganda. Manuel Hegel si è imbattuto davanti ai Lego nazisti cercando dei giocattoli per i propri figli. E per combattere la loro diffusione ha iniziato una petizione online su Change per raccontare quello che stava succedendo e bloccare la vendita e per denunciare un’operazione commerciale assai distante dai valori diffusi da Lego. Hegel ha affermato che i soldati giocattolo potrebbero incoraggiare i bambini ad accettare "uno dei regimi più disumani della storia”. Le firme raccolte, per ora, sono circa 1500.  L’azienda ha risposto rilasciando un commento alla BBC dove ha annunciato di voler prendere provvedimenti e che “in nessun modo sostiene o sponsorizza” il prodotto incriminato. Dopo la comparsa della petizione diversi pacchetti di soldati sono stati rimossi ma sono ancora numerosi quelli in vendita.

 

 

 

 

 

“Harvey Weinstein è stato anche il mio mostro”. Sul produttore di Hollywood accusato di essere un molestatore seriale piove una nuova pesante accusa e a scagliarla è una delle regine del cinema americano: Salma Hayek. L’attrice latina (è di origine messicana ma naturalizzata statunitense) si è confessata sulle pagine del New York Times due mesi dopo la bufera che ha travolto l’ex Re Mida di Hollywood.

“Per anni è stato il mio mostro”, ha raccontato, spiegando di aver detto di no più volte alle sue richieste di fare la doccia insieme e o di praticarle sesso orale. I fatti risalgono al 2002, ai tempi della lavorazione di “Frida” in cui la Hayek, che aveva voluto fortemente il progetto, interpretava la Kahlo. "Sapevo che era un uomo di grande intelligenza, un amico leale e un buon padre di famiglia", spiega l’attrice che aveva visto in lui il produttore ideale per il film.

Tutti i no di Salma

I due giunsero subito a un accordo: Weinstein avrebbe acquistato i diritti del lavoro che Hayek aveva già scritto mentre lei sarebbe stata retribuita al minimo sindacale con l'aggiunta di un 10 per cento.

“Come produttrice, avrei ricevuto un credito non definito, ma nessun pagamento, cosa peraltro non inusuale per una donna produttrice negli anni Novanta. Lui mi chiese anche di firmare un accordo in base al quale avrei realizzato alcuni altri film con Miramax, e pensai che questo avrebbe rafforzato il mio status. Non mi interessavano i soldi, ero solo felice di lavorare con lui e la sua compagnia e nella mia ingenuità pensavo che i miei sogni si stessero realizzando. Mi aveva dato un'opportunità, mi aveva detto sì. Di lì a breve avrei capito che era venuto il momento di dire no: non aprirgli la porta a qualsiasi ora della notte, hotel dopo hotel, location dopo location, quando si presentava a sorpresa, incluse location in cui stavo girando film con cui non c'entrava niente. Rispondere no alla richiesta di farsi una doccia con lui, di guardarmi mentre mi facevo la doccia, di farmi un massaggio, di lasciare che un suo amico nudo mi facesse un massaggio, di fare sesso orale, di vedermi nuda con un'altra donna".

Weinstein al contrattacco

Quei tanti no il produttore non li mandò giù e decise di vendicarsi sul progetto e sulla Hayek. "In alcuni momenti mi sussurrava parole dolci all'orecchio in altri urlava che mi avrebbe uccisa: 'non credere che non sia capace di farlo', diceva". Poi arrivarono le minacce professionali: le disse che avrebbe affidato il ruolo a un'altra attrice e a qual punto Salma Hayek fece ricorso agli avvocati. Weinstein non si impressionò, anzi: la obbligò a riscrivere la sceneggiatura gratuitamente, a cercare 10 milioni di dollari per finanziare il film, presentare una lista di registi di prestigio e trovare attori famosi per i ruoli minori. Hayek fu aiutata "da un esercito di angeli che vennero in mio soccorso, come Edward Norton che riscrisse tutto e non volle alcun credito, e l'amica Margaret Perenchio, produttrice della prima ora, che trovò i soldi. Julye Taymor accettò di dirigere il film, altri amici accettarono i ruoli minori: Antonio Banderas, lo stesso Norton, Ashley Judd, Geoffrey Rush.

"Weinstein ora era costretto a fare quel film che non avrebbe voluto fare". Ma non bastò. Weinstein arrivò al ricatto finale: “Mi avrebbe permesso di finire il film se accettavo di girare una scena di sesso con un’altra donna e ha chiesto nudità frontale completa”. Il compromesso fu un tango molto sensuale con bacio finale. La Hayek ebbe un crollo e all’ennesima richiesta “capii che non avrei potuto finire il film se non avessi soddisfatto le sue fantasie”.

 

Perché parlare adesso

 

L’attrice, oggi 51enne, ha aspettato 15 anni prima di raccontare la sua storia. E poi, quando il vaso di Pandora è stato scoperchiato, ha aspettato altri due mesi. Il perché lo spiega lei stessa: “In autunno i giornalisti, su consiglio della mia cara amica Ashley Judd, mi hanno chiesto più volte di parlare, di raccontare un episodio della mia vita con il quale, nonostante il dolore che mi ha provocato, ero convinta di aver fatto pace. Mi ero fatta il lavaggio del cervello pensando che fosse roba passata, l'importante era che fossi sopravvissuta. Non parlavo nascondendomi dietro alla scusa che fosse già abbastanza quello che in tanti avevano rivelato del mio mostro. Pensavo che la mia voce non fosse importante, che non avrebbe e fatto la differenza". E poi c’è stata la vergogna, soprattutto nei confronti dei suoi cari. Dietro la scusa “stavo cercando di evitare la sfida di spiegare tante cose ai miei cari”. Poi ha aggiunto: “Stiamo finalmente diventando consapevoli di un vizio che è stato socialmente accettato e ha insultato e umiliato milioni di ragazze come me», continua, «sono ispirata da chi ha avuto il coraggio di parlare, soprattutto in una società che ha eletto un presidente che è stato accusato di molestie sessuali da più di dieci donne e da cui tutti abbiamo sentito dire che un uomo potente può fare ciò che vuole alle donne. Beh, non più”.  

 

È una Theresa May umiliata da una pesante sconfitta ai Comuni quella che arriva oggi a Bruxelles per un vertice Ue in cui la premier britannica punta ad arrivare alla seconda fase del negoziato sulla Brexit, quella sulla delicata questione delle relazioni commerciali con l'Europa dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue.

Il Consiglio Ue arriva poche ore dopo la pesante sconfitta subita dal primo ministro in Parlamento mercoledì sera: i deputati hanno deciso che ci sarà un voto obbligatorio in Parlamento sul futuro accordo raggiunto con Bruxelles sui termini della Brexit. Con uno stretto margine di quattro voti (da 309 a 305), i partiti di opposizione e il gruppo di conservatori dissidenti (dodici conservatori che si sono letteralmente ammutinati, come scrivono stamane i quotidiani britannici) hanno approvato un emendamento che impedisce al governo di iniziare a dare esecuzione all'accordo sull'uscita dall'UE senza il permesso del Parlamento. A guidare la rivolta, Dominic Grieve, che era schierato per il 'Remain' prima del referendum del 2016.

La "vendetta dei ribelli"

La sconfitta è analizzata nel dettaglio dai quotidiani britannici: Times parla di "vendetta dei ribelli"; il Telegraph non esita a definirlo "un ammutinamento ai Comuni"; e l'Express pensa che la sconfitta sia stata "oltraggiosa". E il Daily Mail, pubblicando le foto dei deputati che hanno affossato la May, titola: "Fieri di voi stessi?". E aggiunge che la loro azione, lungi dall'essere l'espressione di un dissenso democratico, "strappa il tappeto sotto ai piedi ai nostri negoziatori dell'UE, tradisce il loro leader, il partito e i 17 milioni e mezzo di elettori che hanno votato la Brexit e – la cosa peggiore di tutte – accresce il rischio di un marxista al n. 10" di Downing Street.

E adesso May, subita la prima sconfitta ai Comuni da quando è premier, si prepara al nuovo round di negoziati decisamente indebolita: è un duro colpo alla vigilia dell'inizio del vertice nel quale i restanti 27 partner della comunità devono decidere se iniziare la seconda fase dei negoziati. Il leader laburista Jeremy Corbyn l'ha definita una "umiliante perdita di autorità", ma il governo minimizza: si tratta di una "battuta d'arresto minore" che non impedirà la Brexit. 

Il governo aveva cercato in tutti i modi di impedire che finisse in questo modo, ma la risposta dei ribelli era stata "È troppo tardi". Era stato il battagliero Grieve ad avvisare May che il parlamento non avrebbe siglato "un assegno in bianco per ottenere qualcosa che, al momento, non si sa cosa sia".

Secondo l'ex vice di Obama, Joe Biden, il Cremlino starebbe manovrando per favorire Lega e Movimento Cinque Stelle alle prossime elezioni, ricostruzione che i diretti interessati – come ha ribadito Alessandro Di Battista sulle colonne de La Stampa di oggi – bollano come bufala. L'uomo considerato l'anello di congiunzione tra Lega, M5s e Federazione russa, il deputato del partito di governo Russia Unita, Serghei Zheleznyak, non ha dubbi: da Mosca non c'è e non c'è mai stata alcuna interferenza nelle cose interne italiane orchestrata attraverso campagne di disinformazione e fake news. È pur vero, che con Lega e M5s esiste una sostanziale sintonia di vedute. In particolare, con il Carroccio, con il quale è stato firmato un vero e proprio accordo di collaborazione che prevede contatti e scambi di opinioni continui. In un'intervista all'Agi, Zheleznyak tiene a dire che la storia della presunta manipolazione del web da parte del Cremlino per diffondere disinformazione, finalizzata a sostenere l'ascesa in Italia di Lega Nord e Movimento Cinque Stelle, fa parte di una più ampia "guerra ibrida" sferrata non dalla Russia ma dai suoi "oppositori occidentali", in primis "da parte dell'establishment americano", interessati a "impedire il ripristino di relazioni normali tra Mosca e l'Europa".

"Con Salvini contatti regolari"

Quarantasette anni, vice segretario del Consiglio generale di Russia Unita e membro della Commissione Affari internazionali della Duma di Stato, Zheleznyak è stato inserito nelle blacklist di Usa e Ue dei funzionari russi coinvolti nell'annessione della Crimea nel 2014. È anche l'uomo che, a marzo scorso a Mosca, ha firmato con Matteo Salvini l'accordo politico tra il suo partito e il Carroccio. "Con i partner della Lega – racconta – siamo in contatto in modo regolare e ci scambiamo opinioni sulle questioni che preoccupano i nostri concittadini. Organizziamo riunioni, consultazioni e si sono svolti viaggi in Russia. Di recente, colleghi della Lega hanno visitato Kaliningrad, dove hanno incontrato rappresentanti della business community ed espresso l'intenzione di attrarre imprenditori italiani e contribuire allo sviluppo della regione".

Zheleznyak ribadisce la comunanza di vedute con la Lega di Salvini: "Non nascondiamo che condividiamo la linea dei partiti che conducono una politica nazionale responsabile, che sono pronti al dialogo su base paritaria, nel rispetto reciproco degli interessi nazionali". Per questo, Russia Unita continua a essere "aperta" a una collaborazione anche con il Movimento di Beppe Grillo, "con cui abbiamo avuto incontri, uno scambio costruttivo di posizioni sulle questioni piu' importanti di politica internazionale e della cooperazione bilaterale, ma non abbiamo firmato alcun accordo. Rispettiamo l'attività dei Cinque Stelle e siamo pronti a sviluppare le nostre relazioni nella misura in cui vi sarà interesse da entrambe le parti", sottolinea Zheleznyak, ribadendo che ad oggi "non ha senso" parlare delle prospettive di un accordo con i pentastellati, perché "non vi è una decisione in tal senso da parte degli organi direttivi dei rispettivi partiti". 

"Mai parlato con Grillo. Nessun aiuto al M5S"

Sui sospetti che dalla Russia arrivi sostegno finanziario al M5S, il deputato chiarisce all'Agi: "Non abbiamo diritto di fornire aiuti finanziari ad altri partiti, ma possiamo condividere esperienze, idee e utilizzare questo nel nostro lavoro, poiché molti problemi hanno natura simile, spesso sono di carattere globale e richiedono sforzi congiunti per essere risolti". Zheleznyak, che a marzo 2016 ha incontrato i grillini Manlio Di Stefano e Alessando Di Battista, sostiene di "non aver mai parlato con Beppe Grillo", ma di "conoscere e capirne le posizioni e opinioni sulle questioni chiave". La visita a Washington, il mese scorso, del candidato premier M5S e vice presidente della Camera, Luigi Di Maio – il quale ha ribadito la "fedeltà" agli Usa e si è distanziato da Mosca – non comporta la perdita d'interesse da parte di Russia Unita verso il Movimento. "Non cerchiamo di costruire alleanze politiche contro qualcuno e riteniamo che 'pensare a blocchi' sia una caratteristica del passato. Il mondo è multilaterale e non può essere costruito sul principio di 'chi non è con noi è contro di noi'. Per questo non c'è nulla di illogico o condannabile nel desiderio dei politici italiani di sostenere relazioni costruttive sia con gli Usa, che con la Russia o con qualsiasi alto paese".

"I mutamenti in Europa dipendono dagli elettori"

Zheleznyak ribadisce, poi, che Mosca "per principio non interferisce negli affari interni di altri Paesi e rispetta qualsiasi cambiamento legittimo nella loro vita politica. I processi elettorali che si svolgono in Italia, la lotta tra i partiti per il voto degli elettori, sono diritti sovrani del popolo italiano. La Russia è interessata a che in Italia e in Europa regnino pace e stabilita'". Allo stesso tempo, Zheleznyak ammette che in Russia "si sta analizzando" la situazione in Europa: "Vediamo che, in diversi Paesi, stanno guadagnando forza quelle formazioni politiche, determinate a difendere gli interessi nazionali e a proteggere i valori tradizionali. Il nostro partito, come anche il nostro Paese, è aperto alla collaborazione con tutte le forze costruttive, che sostengono i valori umani universali, il diritto internazionale e che sono pronte al dialogo su base paritaria e alla collaborazione per risolvere i problemi globali, che riguardano tutti i popoli". Attribuire all'ingerenza russa i "mutamenti in corso in Europa" significa, a suo dire, non capire che questi "sono legati ai cambiamenti degli umori e delle preferenze degli elettori, dovuti alla loro insoddisfazione; i politici europei ragionevoli dovrebbero tenerne conto nella loro attivita'".

Il rapporto dell'Atlantic Council (The Kremlin's Trojan Horses 2.0: Russian Influence in Greece, Italy, and Spain), che denuncia l'esistenza di un network russo, operante nei Paesi mediterranei con il fine di condizionarne il dibattito pubblico, è derubricato da Zheleznyak all'"ennesimo rapporto, pubblicato da strutture finanziate dagli Usa, con l'unico obiettivo di impedire il ripristino di relazioni normali tra la Russia e l'Europa". A suo dire, "l'idea che su internet, infrastruttura ancora tecnologicamente e amministrativamente dipendente dal governo e dai servizi segreti Usa, qualche altra forza possa, indisturbata e su vasta scala, influenzare i processi politici ed elettorali in diverse parti del mondo, appare come un'esacerbazione della schizofrenia anti-russa. Il presupposto stesso che delle elezioni dipendano non dalla volontà di milioni di persone, ma da una manciata di hacker è una mancanza di rispetto nei confronti degli elettori e una stupidità politica", aggiunge.

Il caso di RT e il referendum

L'episodio citato più di tutti come dimostrazione della campagna mediatica russa per delegittimare il governo italiano e destabilizzare il Paese risale al 30 ottobre 2016, quando in piena campagna per il referendum costituzionale voluto dall'allora premier Matteo Renzi, l'emittente finanziata dal Cremlino 'Russia Today' ha presentato le immagini di una manifestazione a Roma per il Sì, come una protesta anti-governativa in sostegno del No. L'Italia, secondo le ricostruzioni stampa, ha sollevato proteste attraverso canali ufficiali. "Sia in Russia, che in Italia – dice Zheleznyak – nessuno per legge ha diritto di intromettersi nelle attività della stampa e influenzarne le politiche editoriali. Russia Today tiene alla sua reputazione e, per quanto ne so, verifica in modo attento il materiale pubblicato. Quel giorno c'erano manifestazioni sia a favore, che contro le politiche di Renzi. Russia Today, nel giro di un'ora e ancora mentre l'evento era in corso, ha corretto la didascalia che accompagnava il video. Purtroppo, una tale correttezza nei confronti dell'informazione sulla Russia da parte di una serie di media occidentali, non c'è e registriamo che in una serie di Paesi i nostri media sono presi di mira; la loro colpa sta solo nel fatto che non rientrano nel coro generale della russofobia, condotto da circoli politici violenti a Washington e Bruxelles".

"Tocca ai giornalisti contrastare le fake news"

L'allarme occidentale per le fake news e la disinformazia russa è ribaltato dal parlamentare. "Le fake news – sostiene – sono il prodotto di una guerra ibrida e uno dei metodi di concorrenza sleale, condotta da alcuni paesi contro altri, nello specifico la Russia, attraverso media assoldati e social network". Allo stesso tempo, Zhelesnyak non sembra appoggiare azioni come quella di Facebook che il mese scorso, dopo l'inchiesta della testa americana Buzzfeed​ su un network di siti italiani di notizie dalla forte caratterizzazione "sovranista", capaci di raggiungere un pubblico di circa 25 milioni di persone, ha cancellato buona parte delle fanpage dei siti in questione. "La libertà di parola e il diritto dei cittadini di ricevere informazioni affidabili sono per il nostro Paese tra i valori universali prioritari, che sosterremo sempre. Chi fa ricorso alla pubblicazione di fake news deve innanzitutto essere contrastato dalla comunità giornalistica professionista e dalle istituzioni della società civile, formando criteri per l'affidabilità dell'informazione e il rispetto verso il pubblico".

"Chi parla di hacker non sa nulla di informatica"

Hacker, fabbriche di troll, per il deputato si tratta solo di "accuse infondate e assurde, gonfiate artificialmente e politicizzate. Finora non è mai stata presentata una sola prova dell'interferenza della Russia nelle elezioni di altri Paesi, perché semplicemente queste prove non esistono. Gli articoli del genere 'Le mani del Cremlino' non sono altro che loro stesse fake news". A suo dire, "tutte le dichiarazioni sull'esistenza di fabbriche russe di hacker o troll sono stupidaggini, inventate da persone che non sanno nulla di tecnologia informatica: la particolarità del cyberspazio è che è transfrontaliero e che un criminale può entrare nella rete globale da indirizzi IP che tecnicamente fanno capo a qualunque luogo della terra. Per questo sarebbe stupido aspettarsi dagli hacker l'utilizzo di indirizzi IP del paese dove si trovano effettivamente". Durante la campagna elettorale per le parlamentari dell'autunno di quest'anno, il sito di Russia Unita è stato attaccato da hacker più di 20.000 volte, "ma di questo non accusiamo nessun altro Stato". Abbiamo più volte offerto a Usa e Ue collaborazione nel campo della cyber security, ma per ora i nostri appelli non hanno avuto risposta. Anzi, l'Occidente e in prima fila gli Usa, hanno iniziato a perseguitare la società russa Kaspersky Lab, che sta sviluppando programmi anti-virus moderni, di livello mondiale. Sembra che per i nostri avversari sia importante non trovare i criminali informatici e garantire una reale sicurezza del cyberspazio, ma inventare qualsiasi scusa per infangare la Russia. Non importa quanto la bugia sia assurda".

"I burocrati hanno rovinato le relazioni con la Ue"

E così succede che sia la Russia, oggi, a temere per interferenze nelle sue di elezioni, quelle che a marzo dovrebbero riconfermare Vladimir Putin leader del Cremlino. "Ci aspettiamo un aumento dell'isteria anti-russa e delle pressioni dei nostri rivali geopolitici. Consideriamo controproducente e pericolosa la guerra ibrida avviata dagli oppositori occidentali della Russia. Certamente proteggeremo il nostro paese e i cittadini da qualsiasi tentativo d'interferenza straniera nella nostra politica". Nella lunga intervista all'Agi, Zhelesnyak non ha esitazioni nel dire che Le relazioni tra Russia e Europa oggi "non possono essere considerate efficaci. Questi rapporti sono stati rovinati per colpa dei funzionari di Bruxelles, abituati a soddisfare la volontà dei vecchi partner da Washington. Non importa quanto alto sia il livello di russofobia degli euroburocrati, in Europa è chiaro che la maggioranza dei cittadini è stanca di questa isteria che danneggia l'economia e le persone.

"Gli Usa accettino un mondo multipolare"

"Secondo i dati dell'Onu, le perdite dell'Occidente dalla sanzioni antirusse in tre anni sono nell'ordine di 100 miliardi di dollari, il doppio delle perdite subite dalla Russia. In Europa la crescita della consapevolezza della mancanza di alternativa al dialogo con la Russia è confermata dalla trasformazioni di politica interna in diversi paesi del continente, e anche dai numerosi incontri bilaterale e multilaterali e delle consultazioni con i politici del più ampio spettro. Siamo pronti a collaborare e su questo con l'Europa abbiamo molte prospettive. Ma la cooperazione implica regole eque, condizioni paritarie e assenza di restrizioni illegittime", conclude Zhelesnyak, "sono convinto che in una cooperazione paritaria e reciprocamene vantaggiosa della Russia con gli Usa, con l'Italia, sia concentrato maggiore potenziale per la sicurezza e la prosperità dei nostri popoli e di tutto il mondo, che non nel nostro scontro. Ma per realizzarla – conclude il deputato di Russia Unita – le autorità americane devono accettare la realtà di un mondo multipolare e smettere di cercare di mostrare alle altre nazioni come vivere. Spero che questo accada presto, perché la trasformazione su vasta scala della civiltà, a cui stiamo assistendo ha un carattere oggettivo". 

Sono morti almeno 6.700 Rohingya in un mese, dal 25 agosto al 24 settembre scorso, a causa della violenza in Myanmar, nello Stato di Rakhine. Tra le vittime 730 bambini al di sotto dei 5 anni e praticamente altrettanti arsi vivi. È quanto emerge da un’indagine condotta dall’organizzazione medico umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) tra i rifugiati dell'etnia minoritaria islamica in Bangladesh, che parla di stime "prudenti".

Secondo MSF, in un solo mese 6.700 Rohingya hanno perso la vita colpiti da armi da fuoco (69% dei casi negli adulti; 59% nei bambini), bruciati vivi nelle loro case (9% negli adulti; 15% nei bambini), per percosse (5% negli adulti; 7% nei bambini) e a causa dell’esplosione di mine (2% nei bambini). MSF ricorda che, nell'ultimo mese, più di 647.000 Rohingya sono fuggiti dal Myanmar per trovare rifugio in Bangladesh, dove oggi vivono in campi sovraffollati e in scarse condizioni igieniche.

Fuga dall'orrore

“Abbiamo incontrato e parlato con i sopravvissuti delle violenze in Myanmar e ciò che abbiamo scoperto è sconcertante. È davvero alto il numero di persone che ha riferito di aver perso un componente della famiglia a causa della violenza, a volte nei modi più atroci. Il picco di morti coincide con il lancio delle operazioni da parte delle forze di sicurezza del Myanmar nell'ultima settimana di agosto”, racconta Sidney Wong, direttore medico di MSF. Finora il bilancio delle vittime, secondo il governo del Myanmar, era di 400 vittime. I dati raccolti da MSF sono il risultato di sei analisi retrospettive sulla mortalità condotte nei primi giorni di novembre in diverse aree dei campi profughi Rohingya a Cox's Bazar in Bangladesh, poco oltre il confine con il Myanmar.

“Il numero totale dei decessi è probabilmente sottostimato perché MSF non ha condotto indagini in tutti i campi profughi in Bangladesh, oltre a non essere riuscita a intervistare i Rohingya ancora in Myanmar”, spiega ancora Sidney Wong. “Abbiamo sentito parlare di intere famiglie morte nelle loro case a cui era stato dato fuoco”. “Ancora oggi molte persone stanno fuggendo dal Myanmar verso il Bangladesh. Chi riesce ad attraversare il confine racconta di essere stato vittima di violenza nelle ultime settimane”, aggiunge il Dr. Wong. “Sono inoltre davvero pochi gli organismi di aiuto indipendenti in grado di accedere nel distretto di Maungdaw, nello Stato di Rakhine, e per questo temiamo per il destino dei Rohingya che sono ancora lì”.

Flag Counter
Video Games