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Un’operazione così vasta contro Aleksei Navalny non si era ancora mai vista in Russia: la polizia ha perquisito tutte le sedi regionali della vasta rete di uffici che l’oppositore ha aperto in tutto il Paese, ha bloccato i conti bancari di diversi coordinatori locali ed effettuato raid anche nelle loro abitazioni private.

Per l’attivista non c’è dubbio: è il frutto dell'”isteria” del Cremlino, provocata dal successo della strategia del “voto intelligente” nelle elezioni locali, svoltesi domenica scorsa in tutta la Federazione. In mancanza di reali candidati indipendenti – a cui non è stato concesso correre – Navalny aveva invitato i russi a votare qualunque candidato potesse battere i rivali, appoggiati dal partito putiniano Russia Unita.

La strategia ha funzionato soprattutto a Mosca, dove la formazione di governo ha perso un terzo dei seggi al Parlamento locale. Nella maxi-operazione di polizia, sono state effettuate perquisizioni in 200 diversi indirizzi, in oltre 40 città, scrivono i media indipendenti.

Если вы в Питере выигрываете выборы, а потом не хотите отказаться от своей победы в пользу кандидата «Единой России», то с вами делают вот так: pic.twitter.com/o6w7D74xgJ

— Alexey Navalny (@navalny)
September 12, 2019

 

“Questo dimostra che il voto intelligente è la tattica più dolorosa per le autorità noi non ci fermeremo”, ha scritto su Twitter la portavoce dei Navalny, Kira Yarmysh, la quale ha parlato di colpo “senza precedenti”. Una frase a cui fatto eco lo stesso Navalny: “È l’operazione di polizia più grande della Russia moderna”.

Le perquisizioni – in cui sono stati impiegati polizia, inquirenti, guardia nazionale e servizi di sicurezza – sono state, in alcuni casi, violente: a Perm, gli agenti sono entrati negli uffici rompendo una finestra, mentre a Chelyabinsk sono stati maltrattati i volontari, presenti in sede. Secondo le stime del braccio destro di Navalny, Leonid Volkov, in tutto sono stati mobilitati mille poliziotti, che hanno confiscato “quanto più possibile materiale e attrezzature”.

Oltre ai raid mirati, sono stati bloccati i conti personali dei dipendenti di diversi uffici e alcuni attivisti sono sottoposti a interrogatori. “Un atto di intimidazione e rapina”, ha denunciato Yarmysh.
La vasta operazione è legate all’inchiesta per riciclaggio di denaro, aperta contro il Fondo anticorruzione di Navalny, l’organizzazione che da anni denuncia il malaffare nella politica e nelle istituzioni russe.

Il Fondo anticorruzione, però, non ha sedi regionali e gli uffici perquisiti oggi appartengono ufficialmente a un’altra organizzazione. Intanto, le perquisizioni effettuate oggi anche nelle abitazioni di tre coordinatori regionali della Ong Golos, che spesso denuncia brogli e manipolazioni nelle elezioni, rafforzano le tesi di chi ritiene che il flop alle urne a Mosca abbia irritato il Cremlino. 

Stoccaggio del carbonio e conservazione del suolo, regolazione del ciclo idrico nel terreno. L’attività degli alberi non si ferma qui. Anzi, i vegetali sostengono sistemi alimentari e sono case per innumerevoli specie animali – compresa la nostra – fornendoci materiale da costruzione.“Le foreste sono l’ancora di salvezza del nostro mondo”, spiega Meg Lowman, direttrice della Tree Foundation, un’organizzazione no-profit in Florida dedicata ad attività di ricerca, studio e formazione sugli alberi. “Senza di loro, perdiamo funzioni straordinarie ed essenziali per la vita sulla Terra.”

Eppure, di tutti gli alberi presenti sul pianeta – circa 3 trilioni secondo lo studio “Mapping tree density at a global scale” condotto da T. W. Crowther, H. B. Glick e M. A. Bradford dell’Università di Yale e pubblicato su Nature nel 2015 – l’uomo ogni anno ne abbatte oltre 15 bilioni. 

Da quando è iniziata l’antropizzazione del mondo – cioè da quando l’uomo ha iniziato a praticare l’agricoltura – il numero di alberi è diminuito del 46%.

Uno scenario distopico

Ipotizzando uno scenario terrestre sprovvisto di alberi, dovremmo immaginare un mondo distopico che ha perso gran parte della sua biodiversità. “La perdita di habitat è il principale motore di estinzione in tutto il mondo: la distruzione di tutto il manto boschivo sarebbe catastrofica”, sostiene  Jayme Prevedello, ecologista presso l’Università statale di Rio de Janeiro.  Ne ha parlato anche la BBC 

Nel 2018, Prevedello e colleghi hanno scoperto che anche un singolo albero isolato in una zona aperta può agire come ‘magnete’ di biodiversità, cioè può attrarre e fornire risorse per molti animali e piante. Gli alberi mediano il ciclo dell’acqua agendo come delle ‘pompe biologiche’: raccolgono l’acqua dal suolo e la liberano in atmosfera, dopo averla trasformata da liquido a vapore. In questo modo, le foreste contribuiscono alla formazione di nubi e quindi di precipitazioni. Gli alberi possono anche scongiurare il pericolo inondazioni -intrappolando l’acqua in eccesso – e tutelare la sopravvivenza delle comunità costiere dall’azione delle tempeste. Le loro radici rendono la struttura del terreno stabile e parallelamente aiutano le comunità microbiche che lo popolano a prosperare.

Farmaco contro aridità e caldo

Senza alberi, le aree un tempo boschive diventerebbero aride e più soggette a siccità estreme: le inondazioni che potrebbero colpire queste zone avrebbero effetti disastrosi, vista la fragilità del suolo. “Abbattere gli alberi significa anche perdere enormi quantità di terra per l’oceano”, sottolinea Thomas Crowther, ecologista dei sistemi globali all’ ETH di Zurigo e autore dello studio pubblicato nel 2015 su Nature.

La presenza di copertura verde comporta anche un effetto di raffreddamento localizzato. Gli alberi – che forniscono l’ombra necessaria a mantenere costante la temperatura del suolo –  assorbono il calore piuttosto che rifletterlo. Nel processo di evapotraspirazione, canalizzano l’energia delle radiazioni solari in acqua liquida e poi vapore. Senza tutte queste attività di raffreddamento, la maggior parte dei luoghi deforestati o disboscati subirebbe un drastico aumento delle temperatura.

Secondo Prevedello, la rimozione completa di un appezzamento di 25 kmq di foresta comporterebbe un aumento delle temperature locali annuali di almeno 2° nelle aree tropicali e 1° nelle aree temperate.

La lotta al cambiamento climatico    

Gli alberi sono anche alleati nella lotta al cambiamento climatico. Il loro contributo è quello di immagazzinare il carbonio nei  tronchi e rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera. La deforestazione comporta il 13% delle emissioni globali di carbonio, secondo la relazione dell’IPCC pubblicata in agosto. “In un  mondo completamente deforestato, gli ecosistemi precedentemente boschivi diventerebbero una ulteriore fonte di emissione di anidride carbonica nell’atmosfera”, sottolinea Paolo D’Odorico, professore di scienze ambientali all’Università di Berkeley (California). In questo modo grandi quantità di carbonio si riverserebbero negli oceani, causando acidificazione estrema e distruggendo gran parte dell’habitat marino.

Aumento delle temperature, interruzione del ciclo dell’acqua e perdita di ombra avrebbero effetti gravissivi soprattutto sugli 1,6 miliardi di persone che attualmente dipendono direttamente dalle foreste per il loro sostentamento. Analogamente, i sistemi agricoli sarebbero completamente fuori uso. Colture ombreggiate come il caffè sarebbero in drastico declino. In ogni modo, i suoli impoverirebbero ovunque, richiedendo sempre più fertilizzanti per le colture.

Gli alberi e la salute

Gli alberi puliscono l’aria assorbendo inquinanti e intrappolando particelle nelle foglie, nei rami e nei tronchi. Secondo D’Odorico, in assenza di vegetali potremmo assistere allo sviluppo di epidemie di malattie rare, trasferite da specie animali con cui normalmente non entriamo in contatto. Un’improvvisa perdita di foresta comporterebbe un picco temporaneo nella nostra esposizione alle infezioni zoonotiche – cioè trasmesse direttamente o indirettamente da animali – come l’Ebola, il virus Nipah o quello del Nilo occidentale West Nile virus.

Benessere mentale

Il Dipartimento per la Conservazione dell’Ambiente dello Stato di New York raccomanda di camminare immersi nella natura per migliorare la salute generale, quindi ridurre lo stress, aumentare i livelli energetici e migliorare la qualità del sonno sonno. “Il bagno di foresta è ora una prescrizione medica in Giappone” ricorda Kathy Willis docente di biodiversità all’Università di Oxford. “Tanti problemi di malessere fisico e mentale possono essere significativamente ridotti trascorrendo del tempo in un ambiente boschivo. Ecco perché ‘il bagno di foresta’ è ora una medicina nel paese del Sol Levante”.

Il valore culturale degli alberi

La perdita di alberi avrebbe riipercussioni anche sul piano culturale. Basta pensare alla loro presenza nell’arte, nella letteratura, nella poesia e nella musica. Fin dalla preistoria sono protagonisti in molte religioni animistiche e svolgono ruoli di primo piano in altre religioni praticate ancora oggi: Buddha ha raggiunto l’illuminazione dopo essersi seduto sotto l’albero di Bodhi per 49 giorni, mentre gli Indù adorano gli alberi di Peepal, entità simbolo per la divinità maschile Vishnu. Nella Torah e nel Vecchio Testamento, Dio dà vita agli alberi il terzo giorno della creazione – prima ancora di animali e umani. Nella Bibbia, Gesù muore su una croce di legno.

Inoltre, senza alberi non si sarebbe diffusa la leggenda secondo cui lo scienziato Isaac Newton scoprì la forza di attrazione gravitazionale quando una mela gli cadde in testa dall’albero della sua casa Woolsthorpe Manor a Grantham (Inghilterra).

“Anche se potessimo vivere in un mondo senza alberi, chi lo vorrebbe davvero?”, si chiede Thomas Crowther. “Questo pianeta è unico rispetto a tutto ciò che attualmente sappiamo dell’universo. E questo grazie ad una cosa inspiegabile, chiamata vita, che senza alberi non sarebbe possibile”.

I centri d’accoglienza dei migranti sulle isole greche stanno per esplodere. La guardia costiera greca ha reso noto che nel giro di 24 ore sono arrivati altri 427 profughi a Rodi, Leso e Samos, andando ad aggravare una situazione già esplosiva nei vari campi: in quelli di Lesbo, Chios, Samos, Leros e Kos i migranti registrati sono oramai oltre 20 mila contro una capacità prevista di 6300. Altri 4000 migranti sono stati sistemati in campi più piccoli quasi improvvisati e in abitazioni private.

Non del tutto sorprendentemente, sono arrivati ieri le dimissioni del responsabile del centro migranti di Moria a Lesbo, Yannis Balbakakis: “Me ne vado a testa alta”, ha detto all’agenzia di stampa greca Ana Mpa, “ma sono stanco”. Sullo sfondo le crescenti tensioni con la Turchia, che ha più volte minacciato nei giorni scorsi di mandare in soffitta l’accordo con l’Ue sottoscritto nel 2016, grazie al quale si è riusciti a contenere il flusso dei migranti verso l’Europa. 

La battaglia di Hong Kong si estende al di fuori dei ‘confini’ dell’ex colonia britannica e coinvolge la Germania. Pechino ha convocato l’ambasciatore tedesco, Clemens von Goetze, per protestare formalmente per l’incontro a Berlino del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, con l’attivista pro-democratico Joshua Wong, uno dei volti-simbolo della protesta nella Città-Stato.

L’ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha sottolineato “quanto grande sia la delusione da parte cinese” per le azioni tedesche: “Protestiamo con forza, questo incidente avrà un impatto molto negativo sulle relazioni bilaterali”, ha aggiunto. Già ieri, la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, aveva espresso “estrema insoddisfazione e risoluta opposizione” all’incontro, definito “irrispettoso”. Affidarsi agli stranieri o parlare e agire per dividere il Paese, ha avvertito, sono tentativi “destinati a fallire”.

What’s it all about the leaderless #HongKongProtests? Tech, human-chain, trust, spontaneity and others. Wonderful exchanges thanks to #GermanystandswithHK https://t.co/emIyFHZi4A

— Joshua Wong 黃之鋒 (@joshuawongcf)
September 11, 2019

Wong, volato in Europa nella giornata di lunedì dopo esser stato rilasciato da una breve detenzione, e atteso venerdì negli Usa. L’attivista è alla ricerca del sostegno internazionale a favore della lotta dei manifestanti di Hong Kong. “L’aria di libertà che respiro qui, invece dell’odore irritante dei lacrimogeni, mi ricorda quanto sia importante condividere i pensieri delle persone che partecipano alle proteste proprio ora”, ha affermato nella capitale tedesca, chiedendo al governo di interrompere l’esportazione di armi e attrezzature antisommossa da destinare alla polizia dell’ex colonia britannica, da oltre mesi scossa da violenti proteste.

“Hong Kong è la nuova Berlino in una nuova guerra fredda”, ha ribadito l’attivista, respingendo le accuse di separatismo: “Vogliamo solo eleggere il nostro governo. Continueremo la nostra battaglia fino al giorno in cui non raggiungeremo la democrazia”, ha proseguito il segretario generale del partito di ispirazione pro-democratica Demosisto, ricordando che le libere elezioni rientravano nell’accordo con il quale nel 1997 l’ex colonia tornò alla Cina.

“Non stiamo cercando alcuna interferenza straniera nel processo di Hong Kong, ma è un obbligo per il mondo libero sostenerne la democratizzazione”, ha puntualizzato. Wong ha anche espresso apprezzamento per la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che la settimana scorsa ha mostrato preoccupazione per la situazione a Hong Kong durante l’incontro a Pechino con il primo ministro cinese, Li Keqiang.

“Auspichiamo che in futuro l’Unione europea, quando farà negoziati commerciali con la Cina, includa anche i diritti umani”. La Merkel oggi è tornata a parlare di Hong Kong, ricordando davanti al Bundestag che per Berlino “il rispetto dei diritti umani e’ imprescindibile”, ribadendo al contempo il sostegno al principio “un Paese, due sistemi”. 

Negli Stati Uniti d’America il tasso di omicidi risolti tra il 1965 e il 2017 è precipitato dal 90% al 60%. Si tratta di uno tra i dati più bassi di tutto l’Occidente.  Ergo, i serial killer la fanno franca più di prima. Oggi, nel 40% dei casi. Eppure secondo l’Istituto Nazionale di Giustizia, rispetto agli anni ’70 e ’80 – periodo di massima attività di killer come Ted Bundy e John Gacy – il numero di assassini seriali (cioè autori di almeno due omicidi, spesso con moventi psicologici) oggi è molto diminuito. Diminuito tanto da costituire meno dell’1% dei delitti, sottolinea l’FBI. Ne ha parlato anche The Atlantic.

Tra i motivi che possono gustificare questo forte calo ci sarebbero la certezza di pene detentive più lunghe, ma anche maggiore riduzione della libertà vigilata rispetto al passato. Parallelamente, ad ostacolare l’attività omicidiaria parteciperebbe anche un cambiamento culturale e, insieme, tecnologico. Quello attuale è un tempo in cui si fanno meno autostop e si attivano più telecamere di sorveglianza (circa 60 milioni). Ma è anche un tempo in cui la scienza forense continua a fare passi avanti.

Omicidi irrisolti e killer non identificati

Thomas Hargrove, fondatore del Progetto di Responsabilità Omicidi (una no profit che raccoglie dati su omicidi), ha voluto indagare sul numero di omicidi irrisolti. Ebbene, secondo l’esperto i serial killer non identificati sarebbero circa 2.100.

Non la pensa diversamente Michael Arntfield, detective della polizia in pensione e autore di 12 libri su omicidi seriali. A suo avviso, le proiezioni dell’FBI sono sbagliate: sarebbero almeno 4 mila gli assassini seriali in azione.

Come si spiega questa diminuzione di casi risolti? Secondo Arntfield è ricondubile a più fattori: maggiore “competenza criminale” (gli assassini studiano i passi falsi di altri assassini e dunque sanno come ingannare i poliziotti, ad esempio seminando false prove), risorse limitate (a causa dei salari stagnanti, i detective sono meno qualificati rispetto ai loro predecessori), crescente isolamento sociale dei cittadini (che può rendere le  vittime potenziali più vulnerabili). Infine, una maggiore mobilità geografica degli assassini (che rende più difficile rintracciarli).

Il caso di Samuel Little

Dal 2012, la polizia lo ha collegato ad almeno 60 omicidi. Ma il killer seriale sostiene di averne commessi altri 33. Samuel Little – che ora ha 78 anni e sconta tre ergastoli consecutivi per tre omicidi commessi a Los Angeles negli anni ’80 – ha confessato di essere autore di 93 omicidi, commessi in tutto il paese. Vittime predestinate le donne emarginate, tra cui prostitute e tossicodipendenti.

Anche se gli investigatori ritengono attendibili le confessioni di Little, finora hanno accertato solo la metà degli omicidi riconosciuti da Little. A partire dagli anni 60, il killer seriali è stato arrestato quasi 100 volte in numerosi stati per crimini tra cui rapina a mano armata, stupro e rapimento, scontando però meno di 10 anni di prigione.

Il killer ha dichiarato di aver cercato e individuato le sue vittime tra i ghietti. “Non ho mai ucciso senatori o governatori o giornalisti di moda di New York. Se l’avessi fatto, il giorno dopo la notizia sarebbe circolata su tutti i quotidiani cittadini”.

Angela Williamson, consulente senior di politica forense presso il Dipartimento di Giustizia, ha sottolineato che senza le confessioni di Little gli investigatori non avrebbero mai potuto accertare tutti i crimini da lui commessi. La maggior parte delle volte, infatti, mancavano prove fisiche.

Le professioni del serial killer

Nel suo “Murder in Plain English”, Arntfield ha analizzato i profili professionali dei serial killer americani. Ha così scoperto che spietati assassini si nascondono tra camionisti, agenti di polizia, personale militare, silvicoltori, albergatori e magazzinieri. La domanda chiave per Aamodt è se gli impegni richiesti da una determinata professione ostacolano o incentivano l’attività omicidaria: “L’addetto al distributore di benzina – ricorda Mike Aamodt, fondatore del Radford University’s Serial Killer Information Center – non ha alcuna opportunità. Il camionista a lungo raggio, invece, ne ha un sacco.”

Ursula von der Leyen ha presentato la sua squadra per la Commissione europea in cui Paolo Gentiloni occuperà una delle caselle più rilevati: quella di commissario agli Affari economici. 

Gentiloni dovrà “collaborare moltissimo con Valdis Dombrovskis“, “e tutte le decisioni “saranno prese dal collegio dei commissari” ha puntualizzato von der Leyen alla domanda dei giornalisti che chiedevano della attribuzione all’Italia di un portafoglio economico delicato per i conti pubblici.  “Volevamo avere un equilibrio di punti di vista diversi”, ha aggiunto “credo che riusciremo a raggiungere questo equilibrio”.

“Questo è un argomento importante di cui ho parlato a lungo sia con Gentiloni che con Conte”, ha detto rispondendo alla domanda sulla opportunità di nominare un commissario italiano alla luce della situazione relativa ai conti pubblici del Paese. “Paolo Gentiloni è un ex primo ministro con una grande esperienza, sa bene quanto siano complesse le questioni da affrontare. In primo luogo siamo europei”, ha aggiunto. “Volevamo avere equilibrio di punti di vista diversi” all’interno della Commissione, ha ribadito von der Leyen, “credo che riusciremo a raggiungere questo equilibrio”.

“Sarà una commissione diversificata come l’Europa e forte come l’Europa” ha detto von der Leyen. “E’ una squadra che mette insieme esperienza e giovani, est e ovest sud e nord, uomini e donne. Una squadra bene equilibrata che unisce esperienza e competenza. Chiedo che lavori con determinazione e che offra delle risposte”.

Ecco i nomi.

Presidente della Commissione

Ministro della difesa tedesco dal dicembre 2013 nonché esponente di punta della Cdu, la nuova presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è stata considerata a lungo una delle principali candidate al titolo di ‘delfina’ della cancelliera Angela Merkel. Nata Albrecht, cresciuta fino al 1971 proprio a Bruxelles (tanto che la sua conoscenza del francese è pressoché perfetto, mentre parla fluentemente altre due lingue), Ursula dal punto di vista politico e’ una “figlia d’arte”: suo padre, Ernst, è stato a lungo presidente del Land della Bassa Sassonia. 

Sposata con il medico e imprenditore Heiko von der Leyen, è madre di ben sette figli, nati tra il 1987 e il 1999. La sua carriera politica inizia negli anni ’90, quando si iscrive alla Cdu: von der Leyen ricopre vari incarichi a livello locale finché non viene nominata, nel 2003, ministra per gli Affari sociali, la famiglia e la salute in Bassa Sassonia.

Eletta nel 2004 membro della presidenza dell’Unione cristiano-democratica, fa il salto sulla scena nazionale, tanto da venire rapidamente scelta da Merkel come ministro per la Famiglia dal 2005 al 2009, per passare dal 2009 al 2013 alla guida del dicastero del Lavoro e gli Affari sociali. Non sono pochi quelli che ricordano che alla guida del dicastero per la Famiglia si fece notare, contro le resistenze del suo stesso partito, per il suo impegno a favore delle mamme lavoratrici, con un piano fondato sulla costruzione di nuovi asili nido e il congedo parentale. Anche come titolare al ministero del Lavoro, la difesa delle donne, con l’introduzione delle quote, rimase uno dei suoi fari. 

Il passaggio al ministero della Difesa – prima donna a ricoprire tale ufficio nella storia della Germania – avviene con il governo Merkel III, e questo passaggio risulta certamente più problematico. Due anni fa è stata al centro di uno scontro frontale con i vertici militari tedeschi dopo che era scoppiato uno scandalo sulla presenza di militari filonazisti nella Bundeswehr, avendo von der Leyen accusato i generali di “debolezza di conduzione” dell’esercito. La ministra rispose alle critiche annunciando una grande riforma delle forze armate e chiedendo piu’ investimenti. Di quest’anno, invece, la polemica sui consulenti del ministero della Difesa, cosi’ come quelle dell’estrema debolezza dell’equipaggiamento e degli armamenti dell’esercito.

Green Deal

Il socialista olandese Frans Timmermans “sarà vice presidente esecutivo per il green deal europeo, che deve essere il marchio di fabbrica europeo”. Nato nel 1961, il primo vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans nell’esecutivo Juncker è stato anche commissario o per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali.

Esponente di spicco del partito laburista dei Paesi Bassi, membro della Camera dei rappresentanti olandese dal 1998 al 2007 e dal 2010 al 2012, è stato ministro degli Esteri olandese dal 2012 al 2014. 

Nel novembre 2018, in vista delle Europee del 2019, è stato indicato nominato ‘Spitzenkandidat’ del Pse. Oltre al limburghese e all’olandese, Timmermans parla fluentemente l’inglese, il francese, il tedesco, l’italiano e il russo.

Concorrenza

La vicepresidente Margrethe Vestager sarà anche commissaria alla Concorrenza e al digitale.  Cinquantuno anni, una lunga esperienza al governo e al Parlamento danese, potrebbe incontrare le critiche della Casa Bianca: già commissario alla Concorrenza nella passata commissione presieduta da Jean-Calude Juncker, per le maxi multe inflitte ai colossi americani della Silicon Valley, Vestager è stata definita “Lady tax” dal presidente Usa, Donald Trump, secondo il quale la danese “odia gli Stati Uniti”.

Economia

Valdis Dombrovskis è stato nominato vice presidente esecutivo ai Servizi Finanziari

Commercio

L’irlandese Phil Hogan sarà il prossimo commissario al Commercio. Ferocemente critico della Brexit e del premier britannico Boris Johnson, sarà colui che, se veramente si arriverà a un divorzio tra Bruxelles e Londra (il condizionale resta d’obbligo), sarà chiamato a trattare a nome dei 27 un nuovo accordo commerciale con il Regno Unito. 

Il premier irlandese, Leo Varadkar, si è affrettato a sottolineare in un tweet che Hogan “lavorerà per l’Europa nel suo insieme”, ma non ha nascosto che è “un netto vantaggio avere un irlandese responsabile di questo settore cruciale nei prossimi 5 anni”. L’Ue ha già fatto sapere a Londra che non aprirà i negoziati su un nuovo patto commerciale finché le questioni riguardanti l’uscita non saranno risolte, compresi i nodi più spinosi come il tema del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord e il pagamento delle ‘spese’ di divorzio.

Commissario all’Agricoltura nella squadra di Jean-Claude Juncker, Hogan si è costruito la fama di “negoziatore corretto” (copyright della von der Layen) ma d’attacco. Sulla Brexit d’altronde non l’ha mai mandata a dire e ad aprile ha stroncato senza mezzi termini il “piano globale” del Regno Unito per uscire dall’Ue, riconoscendo che permetterà al Paese di “riconquistare la sovranità di cercare e trovare accordi dove vuole ma con una ridotta capacità negoziale, meno sicurezza su mercati e filiere di rifornimento così come frizioni e costi aggiunti su ogni spedizione verso l’Ue, il suo più grande partner commerciale”. 

Non è stato più tenero con Johnson – un “premier non eletto”, ha sottolineato perfidamente poche settimane fa – accusandolo di mettere “gli interessi dei Tory prima di quelli del suo Paese”. Nel mirino sono finiti anche i “sommi sacerdoti della Brexit”, come Michael Gove e Nigel Farage: a forza di “inganni e menzogne”, l’opinione pubblica britannica ha finalmente capito chi ha votato, ha sottolineato.

E se Hogan sarà un osso duro per Johnson & co. (o chi per loro) in un futuro negoziato, non sarà da meno Sabine Weyand, sua stretta collaboratrice nella nuova posizione: ex vice di Michel Barnier, il capo negoziatore Ue sulla Brexit, la 55enne tedesca di recente e’ stata promossa a direttore generale del dipartimento del Commercio. E’ considerata la mente dietro l’accordo di uscita raggiunto da Bruxelles con l’ex premier Theresa May ma respinto per ben tre volte dal Parlamento britannico, il ‘poliziotto cattivo’ che con battute fulminee ridicolizza e smentisce le tesi degli hard Brexiteer. 

Mercato interno

La francese Sylvie Goulard avrà il portafoglio del Mercato interno. 

Eguaglianza

Helena Dalli (Malta): 

Coesione e Riforme

Elisa Ferreira (Portogallo)

Innovazione e Gioventù

Mariya Gabriel (Bulgaria)

Bilancio

Johannes Hahn (Austria)

Affari Interni

Ylva Johansson (Svezia)

Valori e alla Trasparenza

Vra Jourov (Repubblica Ceca)

Salute

Stella Kyriakides (Cipro)

Gestione delle crisi 

Janez Lenari (Slovenia)

Trasporti

Rovana Plumb (Romania)

Giustizia

Didier Reynders (Belgio)

Immigrazione

Margaritis Schinas (Grecia)

Lavoro

Nicolas Schmit (Lussemburgo): commissario al Lavoro

Relazioni interistituzionali

Maro Efovi  (Slovacchia)

Energia

Kadri Simson  (Estonia)

Ambiente

Virginijus Sinkeviius (Lituania)

Democrazia e Demografia

Dubravka Uica (Croazia)

Allargamento

Laszlo Trocsnyi (Ungheria)

Affari Interni

Jutta Urpilainen (Finlandia): commissario Partenariati internazionali

Agricoltura

Janusz Wojciechowski (Polonia): commissario all’Agricoltura

Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza 

Josep Borrel (Spagna) 

Da stamattina Michael Schumacher viene sottoposto a cure innovative anti-infiammatorie nell’ospedale europeo Georges Pompidou di Parigi, dove è stato ricoverato ieri pomeriggio. Lo riferiscono fonti di stampa d’Oltralpe, sottolineando a quasi 6 anni dal suo tragico incidente “il mistero totale attorno alle condizioni di salute” del sette volte campione del mondo tedesco di Formula 1. Altrettanto “segrete” le cure che riceverà tra oggi e domani nell’unità di sorveglianza continua del reparto di chirurgia cardiovascolare dell’ospedale sito nella XV circoscrizione della capitale francese.

Scortato ieri da un ingente dispositivo di sicurezza, a bordo di un’ambulanza gialla e blu con targa svizzera, il campione oggi 50enne è stato affidato al professore Philippe Menasché, eminente chirurgo cardiaco di 69 anni, pioniere della terapia cellulare per curare l’insufficienza cardiaca. Menasché è anche membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto del cervello e del midollo spinale presso l’ospedale parigino Pitiè-Salpetriere, dove lavora con il professore Gerard Saillant, presente anche lui al Pompidou dopo il ricovero di Schumacher.

Nel 2014 il professore Menasché ha praticato un trapianto di cellule cardiache embrionali su una paziente affetta da insufficienza cardiaca, un primato mondiale. Da allora il chirurgo ha compiuto nuove sperimentazioni che consistono in iniezioni per endovena di cocktail di secrezioni terapeutiche preparate in laboratorio utilizzando cellule cardiache ultra giovani, a loro volta provenienti da cellule staminali speciali. Una nuova ‘via’ che Menasché sta attualmente testando sugli animali. Il quotidiano ‘Le Parisien’, che per primo ha dato la notizia, ha riferito che l’ex pilota “beneficerà di infusioni di cellule staminali diffuse nell’organismo per ottenere un’azione antinfiammatoria sistemica, cioè in tutto il corpo”.

Il “trattamento dovrebbe iniziare martedi’ mattina e il paziente che dovrebbe lasciare l’ospedale mercoledi’,” ha aggiunto il giornale, secondo il quale il tedesco “ha fatto almeno due visite all’ospedale europeo Georges-Pompidou la scorsa primavera”. Cure coperte dal segreto medico sulle quali la direzione dell’Assistenza pubblica Ospedali di Parigi non si è pronunciata in via ufficiale. Schumacher non è stato visto in pubblico da quando è rimasto ferito in un incidente sciistico il 29 dicembre 2013 a Meribel (Alpi francesi).

Da allora quasi nessuna informazione è filtrata sul suo stato di salute. Silenzio osservato sia da fonti sanitarie che dai famigliari dell’ex campione di Formula 1, la cui ultima comunicazione su Facebook risale allo scorso 3 gennaio, in occasione dei 50 anni di ‘Schumi’. “Siate sicuri che lo abbiamo affidato ai più competenti e facciamo tutto quello è umanamente possibile per aiutarlo”, recitava il post.

Che il trattamento a cui verrà sottoposto Schumacher a Parigi sarà di carattere neurologico e riguarderà quindi il sistema nervoso centrale, il cervello e non necessariamente il cuore è convinto Giulio Pompilio, vicedirettore scientifico del Centro Cardiologico Monzino IRCCS, di Milano. “Conosco molto bene il professor Menasché – ha detto Pompilio – e so che è impegnato in diversi filoni di ricerca che riguardano le cellule staminali. Non so cosa abbia in mente di preciso ma posso farmi un’idea conoscendo il suo lavoro”.

I filoni su cui si divide l’attività di ricerca del professor Menasché sono essenzialmente due. Il primo riguarda un lavoro ancora in fase di trial sperimentale sulle cellule staminali per la creazione di patch, di cerotti biologici da applicare sul muscolo cardiaco nella speranza di fargli recuperare la funzionalità contrattile. Il secondo filone invece riguarda l’impiego di cellule mesenchimali. Queste ultime sono però utilizzate per le loro capacità di rafforzare il sistema immunitario e loro proprietà antiinfiammatorie.

“Nel caso di Michael Schumacher credo però – conclude Pompilio – che ci troviamo di fronte ad un altro tipo di problema, di natura più neurologica che non direttamente cardiologica. Per questo credo che se vorremo capire meglio il tipo di trattamento cui verrà sottoposto dovremmo immaginare a qualcosa che ha riguardo proprio questo ambito specifico, di cui comunque il professor Menasché è ampiamente competente”.

È un esponente dell’Npd, il partito neonazista tedesco, i servizi segreti interni tedeschi l’hanno messo varie volte sotto osservazione e ora è stato eletto sindaco di un paesino dell’Assia di 2.500 anime, Altenstadt. Grazie anche ai voti di Cdu, Spd ed Fdp. Motivazione: “È bravo a inviare le email”. Un’elezione, avvenuta lo scorso 5 settembre, che ora ha scatenato una bufera politica di prima grandezza, tanto che il ministero dell’Interno del Land tedesco ha fatto sapere che potrà essere annullata se i due terzi dei membri del consiglio locale volteranno in tal senso.

Cristiano-democratici, socialdemocratici e liberali hanno colto la palla al balzo, annunciando che intendono presentare una mozione comune in questo senso. “L’errore sarà corretto”, ha detto la ministra dell’Assia per gli Affari europei, Lucia Puttrich, della Cdu di Frau Merkel. Il problema, come scrive lo Spiegel, è che alcuni comuni di quest’area sono già note come roccaforti dell’Npd. Tre anni fa la formazione apertamente neonazista aveva preso il 10,2% nelle elezioni comunali a Buedingen, che conta 21 mila abitanti. Più o meno lo stesso risultato ad Altenstadt. Vieppù che il voto per Stefan Jagsch, vicesegretario dell’Npd in Assia, è stato unanime.

Il caso fa scalpore anche perché l’Npd (Partito nazionaldemocratico di Germania), fondata nel 1964, è ritenuta decisamente più a destra della stessa Afd, la formazione di ultradestra entrata per la prima volta nel Bundestag alle ultime elezioni federali del 2017. Notevole la dinamica grazie alla quale è stato eletto. Richiesto dei motivi, il rappresentante locale dei cristiano-democratici del paesino dell’Assia, Norbert Szielasko, ha spiegato quel ruolo era vacante da settimane e che “non ne avevamo un altro, soprattutto ci mancava uno piu’ giovane, che se ne intendesse di computer e che sapesse inviare delle email”.

D’altronde, ha aggiunto Szielasko, “cosa faccia Jagsch nel suo partito o quello che fa privatamente non è affar nostro”. Vieppiù che nel consiglio di Altenstadt “si comporta in modo assolutamente collegiale e tranquillo”.

Di tutt’altro tono le reazioni, tutte furibonde, dei politici nazionali. Mentre lo stesso Jagsch definisce il trambusto intorno alla sua elezioni “assolutamente esagerata e ridicola”, la leader della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha definito assolutamente “giustificata” l’indignazione: “Il nostro obiettivo è ottenere l’annullamento della sua elezione”. Si Twitter, il segretario generale della Spd, Lars Klingbeil, ha scritto “non coopereremo mai con i nazisti, mai!”, aggiungendo che la decisione del consiglio di Altenstadt è “incredibile e non giustificabile”.

Idem il suo omologo nella Cdu, Paul Ziemiak, che si dice “senza parole” e definisce l’episodio “una vergogna”. In una intervista alla Bild l’esponente del partito che fu di Adenauer aggiunge: “Mi aspetto che questa decisione venga immediatamente corretta”. Da notare, l’assoluta assenza di commenti sul caso Altenstadt da parte dell’Afd, il partito dell’ultradestra.

Gli allarmi si moltiplicano: sull’Europa potrebbe abbattersi in tempi brevi una nuova, incontrollata, ondata di flussi migratori. Ma non dalla Libia: l’attenzione degli analisti è rivolto alla Turchia, al Mar Egeo, alla Siria. Ad essere a rischio è infatti la tenuta dell’accordo tra Ankara e l’Unione europea del 2016 dopo che l’anno prima la Germania aveva accolto oltre un milione di profughi.

La Turchia nei giorni scorsi ha ripetutamente minacciato di far saltare l’intesa riaprendo le frontiere ai profughi e ora si fa concreto il rischio che gli accordi naufraghino definitivamente. A creare preoccupazione è il combinato disposto tra la situazione esplosiva nei centri d’accoglienza sulle isole greche e la pressione dei profughi siriani sulla Turchia.

“Solo quest’anno in Grecia sono arrivati 26 mila migranti, quasi cinque volte il numero di quelli giunti in Italia”, scrive il settimanale tedesco Spiegel, secondo il quale nelle scorse settimane la situazione è drasticamente peggiorata: in agosto 8000 persone sono approdate sulle isole greche, un numero in linea con le cifre del 2016, quando la crisi era al suo apice. A Lesbo, in certi giorni sono giunte contemporaneamente 13 barche, mentre i centri d’accoglienza messi in piedi dal governo di Atene sono sul punto di scoppiare: nell’hotspot’ di Lesbo, afferma la testata amburghese, ultimamente erano presenti 10 mila persone, ossia tre volte le sue capacità.

Una situazione drammatica – “con bambini che dormono per terra in container affollati, malati che non vengono curati, affamati che elemosinano cibo” – che ha indotto il nuovo premier greco Kyriakos Mitsotakis ad evacuare 1500 migranti sulla terraferma. A detta dello Spiegel, con la sua mossa Atene ha dato un segnale: la via verso il nord è di nuovo libera.

Il punto è che l’intesa sottoscritta quattro anni fa con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan era volta a rendere pressoche’ impossibile il passaggio verso il Vecchio Continente. E, più o meno, finora ha funzionato. Ma l’Ue, ricorda lo Spiegel, è venuta meno alle sue promesse, tra le quali quella di trasferire una quota di migranti dalla Turchia in Europa, così come si è mancato di far rientrare in Turchia un numero concordato di profughi approdati sulle isole greche. Dove, come detto, la situazioneè esplosiva. Tanto che Mitsotakis ha chiesto oggi ai partner europei di accogliere rifugiati minori non accompagnati, nel senso del “principio di responsabilità” contenuto nei trattati Ue. 

Poi, ovviamente, c’e’ il fronte turco: Ankara nei giorni scorsi ha piu’ volte ribadito la minaccia di riaprire le frontiere ai migranti con destinazione Europa. L’avvertimento viene dallo stesso Erdogan. “Qualcuno non ha mantenuto fede ai patti. Se questo progetto si rivelerà un buco nell’acqua allora dovremo riaprire i nostri confini. Se davvero l’Europa ci sostiene allora lo faccia in maniera concreta, altrimenti lo dicessero”, ha tuonato Erdogan giovedì scorso.

“Non è una minaccia, ma neanche un bluff. Si tratta di una possibilità reale”, rincara la dose due giorni dopo il vicepresidente Fuat Oktay. Il capo di Stato turco – la cui politica delle ‘porte aperte’ ai siriani ha pesato sul calo dei consensi al suo partito, l’Akp – in pratica si lamenta dello scarso sostegno alla Turchia, che ospita oltre 3,7 milioni profughi siriani, e ricorda quelli che secondo lui sono i molti ritardi dell’Europa nel mantenere fede ai patti.

Dei 6 miliardi di euro promessi dall’Ue nel 2016, la Turchia avrebbe ricevuto la metà, avendo speso di suo 40 miliardi di dollari in 8 anni. Un esborso enorme in un Paese che sta affrontando notevoli difficoltà economiche. Vieppiù che molti turchi, proprio a causa della crisi, tendono a vedere nei siriani come concorrenti sul mercato del lavoro. Così il governo di Ankara ha cominciato a spostare profughi nelle zone di guerra, mentre le autorità greche sospettano che la Turchia abbia “alleggerito” i controlli lungo le coste.

Ankara è in questi mesi stata impegnata in un fragile dialogo con la Russia per quello che riguarda la regione di Idlib, nel nord-est della Siria. Tramite Mosca, Erdogan vuole contenere gli attacchi del regime di Damasco in una regione in cui i civili a rischio fuga verso la Turchia sono circa 3 milioni. L’altro tavolo su cui il presidente turco è impegnato è quello della ‘safe zone’ da costituire a est del fiume Eufrate insieme agli Stati Uniti.

Un progetto su cui il governo turco non ammette ritardi, desideroso di spazzare via le postazioni dei curdi-siriani del Pyd-Ypg, ma anche di creare un’area pacificata in cui riportare a casa alcuni dei tantissimi siriani che attualmente vivono in Turchia. Erdogan ha messo anche il progetto della ‘zona tampone’ sul piatto dell’accordo sui migranti: vuole il sostegno dell’Europa.

Greece plays an important part in the tough migration dossier. My Greek colleague and I spoke about the increase in migrant arrivals and the worrisome admission conditions on the Greek islands. Support from the rest of the EU remains necessary. pic.twitter.com/tjvP7aYiNx

— Mark Rutte (@MinPres)
September 3, 2019

Forse non per caso una prima apertura alle richieste di collaborazione del presidente è arrivata dal premier olandese Mark Rutte, secondo cui l’Ue deve “andare incontro all’insoddisfazione della Turchia e rinegoziare i termini dell’accordo”.

Questo mentre Mitsotakis respinge le accuse di Erdogan. “L’Europa”, ha ricordato il premier greco, “ha dato già 6 miliardi per aiutare la Turchia a gestire i flussi migratori”, ed i negoziati si conducono con “un linguaggio da buoni vicini” non sulla base di “minacce”. Oggi, però, gli occhi delle capitali europee sono puntate sula Siria, all’offensiva delle forze di Assad insieme ai russi intorno a Idlib: il nuovo spettro dell’Europa sono nuove colonne di profughi in marcia verso la Turchia. 

Mark Zuckerberg come Cesare: se non puoi batterli, unisciti a loro. In guerra o in Rete, il principio è lo stesso. Mark Zuckerberg chiede da mesi nuove norme sulla privacy degli utenti e “un ruolo più attivo di governi e regolatori”. L’effetto Cambridge Analytica, più che sul bilancio, si vede da qui: Facebook è passato dal “possiamo cavarcela da soli” al “dobbiamo farlo insieme”. Perché farlo insieme è l’unico modo che c’è per evitare che lo facciano gli altri.

Questione di “portabilità”

L’ultimo passo in questa direzione è un documento intitolato Charting a Way Forward on Privacy and Data Portability. Si parla di “portabilità” dei dati, cioè del diritto degli utenti a gestire le proprie informazioni, trasferendole in modo libero da una piattaforma all’altra. “In Facebook – scrive Erin Egan, vicepresidente e capo della privacy – crediamo che avere una Rete libera e aperta significhi che le persone siano capaci di condividere i loro dati con le app e i servizi che preferiscono. Questo dà loro controllo e possibilità di scelta”.

All’articolo 20, il regolamento europeo sulla privacy afferma che ogni utente debba ricevere “i dati personali forniti” a un servizio per trasferirli “senza impedimenti” altrove. “Anche se alcune norme, come il Gdpr, già garantiscono il diritto alla portabilità – scrive Facebook – crediamo che le compagnie e le persone beneficerebbero di nuove linee guida”.

Il documento passa poi ad alcune domande, perché non è ancora chiaro cosa sia esattamente la portabilità, quali dati (e di chi) coinvolgerebbe. Di chi è la responsabilità delle informazioni trasferite e di quelle che restano”. Menlo Park si augura che i quesiti “aiutino il dibattito globale su cosa significhi costruire una portabilità sicura”.

Parola d’ordine: dialogo

I temi indicati nel documento sono più che legittimi, ma a colpire è soprattutto l’approccio, che si riassume in una parola: dialogo (conversation). C’è infatti un dettaglio curioso nel white paper di Facebook, che racconta bene la prospettiva di Menlo Park. In 21 pagine, la parola “conversation” compare otto volte, “regulation” (“regolamentazione”) solo quattro. E così anche nel post di presentazione: cinque contro una.

È poco più di una curiosità, certo. Ma il lessico rivela. “Speriamo che questo white paper – si legge – darà inizio a una serie di discussioni con esperti di privacy, regolatori e altre compagnie del pianeta sullo sviluppo della portabilità, per massimizzare i benefici e minimizzare i rischi”. Rischi e benefici, intende Facebook, per gli utenti. Ma la stessa identica frase vale anche per sé. Promuovere e discutere le regole vuol dire gestire un cambiamento che – se imposto dall’alto – potrebbero diventare molto più intricato.

Obiettivo: governare il cambiamento

La necessità di nuove regole è stata ribadita più volte, e con maggior forza da marzo, quando Zuckerberg – che di solito lascia i grandi annunci alla sua bacheca – ha firmato un articolo sul Washington Post. Si intitola The Internet needs new rules. Let’s start in these four areas (Internet ha bisogno di nuove regole. Iniziamo da queste quattro aree). Il ceo di Facebook invoca un ruolo “più attivo” dei governi, ma non è certo una ritirata. Come nel documento sulla portabilità, è Zuckerberg che indica i punti su cui i regolatori dovrebbero concentrarsi: contenuti rischiosi, integrità delle elezioni, privacy e – appunto – portabilità dei dati.

In quell’articolo, il ceo si dice “responsabile” di quanto pubblicato dagli utenti e “d’accordo” con chi dice che la piattaforma abbia troppo potere sulla libertà di parola. Rimuovere tutti i contenuti a rischio “è impossibile”, ma aiuterebbe il contributo dei governi e “un approccio standardizzato” comune alle società tecnologiche.

Quanto alle elezioni, Zuckerberg ricorda gli sforzi fatti dopo le influenze russe sulle presidenziali 2016 e raccomanda “una aggiornamento della legislazione”. Alla voce privacy, propone (rivisto e migliorato) un modello Gdpr da estendere anche oltre l’Unione europea. Infine la portabilità, che offrirebbe “possibilità di scelta” agli utenti e agli sviluppatori. E quindi (anche se questo Zuckerberg non lo dice) potrebbe mettere al riparo Menlo Park da azioni antitrust.

Le mosse delle grandi compagnie

L’obiettivo è costruire regole comuni, con una geografia quanto più estesa possibile, che implichino trasformazioni (anche importanti) senza però erodere le fondamenta. Già nel 2018, Facebook – con Google, Microsoft e Twitter – è entrato a far parte del Data Transfer Project, nato per “trovare una soluzione comune per trasferire le informazioni delle persone in qualsiasi momento vogliano”.

Menlo Park è infatti la società più in vista, ma non è certo l’unica a dover gestire problemi come privacy, contenuti nocivi e abuso di posizione dominante. Google, dopo essere stata multata dall’Unione europea, ha patteggiato un’ammenda da 170 milioni di dollari con la Federal trade commission perché Youtube ha raccolto dati sui bambini senza il consenso dei genitori. Meglio pagare che farsi spulciare in un processo. Anche perché la parola “privacy” è diventato un mantra in ogni presentazione di Google.

A maggio, il ceo Sundar Pichai ha scritto sul New York Times che “non può essere un bene di lusso”. Nel frattempo, Big G ha lanciato una serie di strumenti per la gestione dei dati e abortito (per ora) Dragonfly, il motore di ricerca cinese a misura di regime. Un anno fa, il ceo di Twitter Jack Dorsey aveva messo a fuoco un punto: occorreva rivedere “il sistema di incentivi” tipici di molti social, perché non sono neutri ma “esprimono un punto di vista su ciò che vogliamo che le persone facciano”. Tradotto: il conteggio dei follower in tempo reale e il numero dei like in bella evidenza inquinano la conversazione. E così Twitter ha varato una nuova grafica che dà meno risalto ai numeri. Instagram, in scia, ha cancellato il conteggio dei “Mi piace” e Facebook sta valutando se fare lo stesso.

Dall’opposizione alla negoziazione

Non è una questione di beneficenza: gli aggiornamenti sono segnali di collaborazione in una trattativa costante e servono alle piattaforme per sopravvivere. Dopo un’audizione al Congresso, Dorsey aveva scritto un post molto chiaro: “Se non troviamo soluzioni, perderemo il nostro business”. O cambiamo o siamo condannati a scomparire. Con le dovute proporzioni, vale anche per Facebook. Gli sforzi delle piattaforme e la volontà di negoziare le regole sono mosse della stessa partita.

Non è certo un caso che l’articolo di Zuckerberg sul Washington Post sia arrivato meno di un mese prima della trimestrale in cui Facebook ha svelato di aver accantonato 3 miliardi di dollari (poi diventati 5) in vista di una multa della Federal trade commission per il caso Cambridge Analytica.

È stato il momento (simbolico) in cui Facebook è passato ufficialmente dall’opposizione alla negoziazione delle regole: “Comprendo che qualsiasi regolamentazione potrebbe danneggiare la nostra attività – scriveva Zuckerberg in un post del 24 aprile – ma penso sia necessaria”.

Il ceo sottolineava che “risolvere correttamente questi problemi è più importante dei nostri interessi”. In realtà, è (anche) nei loro interessi, come conferma poche righe dopo: “Nel lungo termine, credo che possa avere un impatto positivo molto più grande per la nostra comunità e la nostra attività rispetto a qualsiasi colpo a breve termine che stiamo per subire”, come la multa della Ftc che di lì a poco sarebbe diventata ufficiale. Molte parole per dire quello che Dorsey aveva sintetizzato in una sola frase qualche mese prima: o si cambia o si perde parecchio, forse tutto.  

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