Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Nel 2019 le Big 5 della tecnologia occidentale (Apple, Facebook, Microsoft, Google e Amazon) hanno avviato (tra donazioni e investimenti) piani da 13 miliardi di dollari per alleviare l’emergenza abitativa nelle aree dove hanno sede. Tredici miliardi, più o meno quanto il Pil delle Bahamas. Tutti nella stessa direzione, anche se con cinque progetti diversi. Una pioggia di soldi che però non tutti vedono con favore. Per il senatore democratico Bernie Sanders sono “un’ipocrisia”. 

I progetti immobiliari delle Big 5

Il 4 novembre, Apple ha annunciato un piano da 2,5 miliardi. Un miliardo è destinato a un fondo che permetterà di costruire e vendere case a prezzi più accessibili. Un altro miliardo va a un fondo che sosterrà prestiti nei confronti di chi voglia acquistare la prima casa. La compagnia metterà a disposizione propri terreni sui quali costruire nuovi alloggi. Valore: 300 milioni. C’è poi un terzo fondo dedicato al sostegno abitativo nella Bay Area e altri 50 milioni messi a disposizione per supportare la “popolazione vulnerabile”.

Il 22 ottobre, Facebook ha rivelato che investirà un miliardo nel prossimo decennio, con l’obiettivo di creare 20 mila case. Dovrebbero servire ad aiutare “insegnanti e infermieri” a rimanere più vicini alla comunità dove la compagnia ha sede. Quando si parla di emergenza abitativa, infatti, non ci si riferisce solo ai senzatetto. A San Francisco e dintorni, una famiglie di quattro persone che guadagna 100 mila dollari l’anno – ha ricorda Facebook – è considerata a basso reddito.

Il 18 giugno, l’annuncio è arrivato da Sundar Pichai, ceo di Google: un impegno da un miliardo in dieci anni. Il grosso (750 milioni) servirà per costruire circa 15 mila case su terreni di Big G. Parte di uffici e spazi commerciali saranno trasformati in appartamenti, di diverso valore per coprire differenti fasce di reddito. Altri 250 milioni confluiranno in un fondo d’investimento che farà da propulsore alla costruzione di altre 5 mila case. Al miliardo si aggiungono 50 milioni devoluti, tramite Google.org, a organizzazioni no profit che si occupano dei senzatetto.

L’11 giugno Amazon ha stanziato 8 miliardi per supportare l’emergenza abitativa nell’area di Seattle, dove la compagnia ha il quartier generale. Cinque miliardi per gli homeless e tre per creare un sistema a supporto delle famiglie a basso reddito, che altrimenti non potrebbero permettersi una casa

A gennaio, Microsoft (che non ha sede nello stato di Washington), ha avviato unprogetto da 500 milioni: 25 sono donazioni in favore dei senzatetto. Il resto si divide in due fondi d’investimento che forniscono prestiti con tassi agevolati a famiglie a medio e basso reddito.

L’accusa di Sanders: “Spiccioli”

Tredici miliardi in tutto. Che però, secondo Sanders, sono “spiccioli” messi sul piatto di una crisi che le compagnie “hanno contribuito a creare”. Il senatore cita Apple, ma fa riferimento anche alle altre Big 5: Cupertino sarebbe infatti solo una delle società tecnologiche che intendono far passare “l’ingresso nel settore edilizio come un atto di altruismo filantropico”. Sanders non è nuovo ad accuse nei confronti di Apple ed è stato uno dei grandi avversari di Amazon, almeno fino a quando il gruppo di Bezos ha deciso di aumentare la paga minima oraria dei dipendenti.

Ha fatto notare che 2,5 miliardi non sono nulla se confrontati con le tasse che Cupertino evita di versare negli Stati Uniti attraverso la sua rete estera. “L’annuncio – ha affermato Sanders – è uno sforzo per distrarre dal fatto che Apple ha contribuito a creare la crisi abitativa in California. E non possiamo fare affidamento sugli evasori fiscali per risolverla”.

O sei parte della soluzione o sei parte del problema

Semplificando il problema all’osso: nella Silicon Valley come a Seattle e Redmond, la presenza di un’azienda ambita che paga molto bene migliaia di dipendenti rivoluziona la domanda di case e fa esplodere il costo della vita. Chi non rientra nell’orbita di quell’impresa (o, più in generale, chi non ha il portafogli abbastanza gonfio), non può permettersi una casa. E trovare alternative non è certo semplice, anche perché gli Stati Uniti non brillano per il proprio welfare. Il problema non tocca solo disoccupati e poveri ma famiglie che altrove sarebbero classe media.

È vero: in città arrivano investimenti e ricchezza (Amazon ha calcolato che per ogni dollaro investito a Seattle ne ha generati 1,4 per l’economia locale), ma anche squilibri. C’è poi il tema degli incentivi fiscali, Stati e comuni contrattano agevolazioni con le grandi società. L’obiettivo è convincerle a restare ed espandersi. Ma così si drenano – secondo una stima del New York Times – 90 miliardi l’anno che dovrebbero finire nelle casse pubbliche. Il caso più eclatante, da questo punto di vista, è stato il secondo quartier generale di Amazon, per il quale Bezos ha indetto una vera e propria asta tra le amministrazioni locali.

La compagnia avrebbe garantito 5 miliardi di investimenti e l’afflusso di 50 mila dipendenti. Nella scelta, oltre a infrastrutture e posizione strategica, le agevolazioni fiscali avrebbero avuto un ruolo fondamentale. Amazon alla fine ha optato per due nuove sedi, che si sarebbero spartite investimenti e lavoratori. Una a Crystal City, in Virginia (che procede); l’altra nel Queens, a New York (che ha trovato l’opposizione di Alexandria Ocasio Cortez).

Ocasio Cortez contro Amazon

Un anno fa, poco dopo la sua prima elezione, mentre buona parte della Grande Mela festeggiava per aver conquistato Amazon, Ocasio Cortez ha increspato le acque dell’Hudson. New York, ha scritto su Twitter, dovrebbe stipulare “partnership economiche che offrano reali opportunità per le famiglie invece di partecipare a una gara”: “Quando parliamo di portare posti di lavoro, dobbiamo scavare in profondità: la società ha promesso di assumere nella comunità locale? Qual è la qualità dei posti di lavoro e quanti sono quelli promessi? Sono a basso o ad alto salario? Ci sono benefici? Le persone possono contrattare collettivamente?”.

La presenza di mega-uffici avrebbe infiammato affitti e costo della vita, pesando su un quartiere popolare e su cittadini poco abbienti, che – nella maggior parte dei casi – non avrebbero avuto le competenze richieste per essere assunti da Amazon.

Secondo la deputata, in sostanza, la nuova sede non avrebbe necessariamente accompagnato lo “sviluppo della comunità”: “Investire in condomini di lusso – aveva aggiunto – non è la stessa cosa che investire in persone e famiglie”. Elettori e analisti si sono divisi: da una parte i sostenitori di Ocasio Cortez, dall’altra chi – nonostante tutto – era certo che i vantaggi sarebbero stati maggiori delle controindicazioni. L’aria però si era fatta pesante e, lo scorso febbraio, Amazon ha scelto di rinunciare.

Cambia la geografia tech

L’emergenza abitativa attorno alle sedi delle grandi società potrebbe presto non riguardare solo la costa ovest. Sta infatti cambiando la geografia tecnologica degli Stati Uniti, con avamposti che spuntano altrove. Amazon non è l’unica ad aver messo gli occhi su New York. Alphabet, la holding che controlla Google, sta investendo un miliardo di dollari per la sua espansione immobiliare nella Grande Mela: il “Google Hudson Square” sarà operativo nel 2020 e raddoppierà i 7 mila lavoratori di Alphabet a New York. Assieme all’annuncio, reso pubblico nel 2018, era arrivato il promemoria delle donazioni: “Google ha supportato le no profit di New York con oltre 150 milioni di dollari”.

Poco più di un anno fa, Apple ha annunciato un investimento da un miliardo per un campus a Austin (in Texas), che a pieno regime ospiterà 15 mila persone. Sarà la sede più grande fuori dalla California. Sono previsti – entro il 2021 – investimenti a Seattle, San Diego, Culver City (California), Pittsburgh, New York, Boulder (Colorado) e Portland. E con tutta probabilità arriveranno anche nuovi piani-casa. 

Lo stato dell’Iowa è uno dei maggiori produttori statunitensi di mais e avena ed è anche uno degli Stati politicamente cruciali in tutte le presidenziali Usa. Non a caso Donald Trump ha chiesto a Pechino di firmare proprio in questo piccolo Stato del Midwest di appena tre milioni di abitanti la Fase 1 dell’accordo commerciale tra Cina e Usa. Per il presidente americano sarebbe un bel colpo riuscire a portare Xi Jinping proprio nel cuore della ‘rural America‘, impegnandolo a comprare i prodotti agricoli ‘made in Usa’.

Ci riuscirà? Le Borse scommettono di sì e oggi i listini europei vanno in rally e Wall Street si prepara ad imitarli dopo la proposta di Trump alla Cina. Insomma, l’Iowa è diventato una sorta di crocevia politico che potrebbe suggellare il negoziato tra Washington e Pechino. Gli agricoltori dell’Iowa sono a larga maggioranza trumpiani ma hanno fortemente risentito della guerra commerciale tra Usa e Cina.

I numeri dell’esport

Tutta la cintura agricola americana sta pagando un prezzo molto alto per lo scontro tra Usa e Cina. Nel 2018 le aziende agricole del Midwest che hanno dichiarato fallimento sono più che raddoppiate rispetto a cinque anni fa. Gli Stati Uniti esportano circa 140 miliardi di dollari di prodotti agricoli all’estero, di cui 39 miliardi vanno in Canada e Messico, 12 miliardi in Europa e altri 39 miliardi in Cina, Giappone e Corea del Sud, tutti stati direttamente implicati nella guerra commerciale.

Il braccio di ferro tra Cina e Usa

Lo scorso agosto Pechino ha minacciato di smettere di acquistare del tutto i prodotti agricoli americani, in risposta agli aumenti tariffari di Washington. Ha anche cominciato a farlo, salvo poi impegnarsi lo scorso ottobre ad acquistare prodotti agricoli statunitensi per 40-50 miliardi di dollari, che poi è il pezzo forte dell’accordo preliminare che Trump vorrebbe siglare nell’Iowa. La Cina non ha ancora detto sì alla sua proposta del presidente Usa, ma non l’ha neanche bocciata, anzi sembrerebbe incoraggiarla.

Per Trump quella firma nello Iowa ha un grosso valore simbolico. Gli agricoltori dell’Iowa hanno contribuito ad eleggerlo alla fine del 2016 e continuano a sostenerlo, non per niente un simbolo della destra americana come John Wayne era originario dell’Iowa.

I timori dei contadini

Tuttavia i contadini dello Stato sono preoccupati per la guerra commerciale. Trump ha stanziato 28 miliardi di dollari di aiuti per gli agricoltori americani danneggiati dallo scontro sui dazi. Ma loro non vogliono sussidi, hanno un motto: vogliamo “libero scambio, non aiuti”. I democratici contano molto sul malessere degli agricoltori Usa per recuperare consensi.

Trump punta tutto sull’Iowa

Non ce l’hanno fatta nel novembre 2018 con la carica di Governatore dell’Iowa, che è stata vinta dalla repubblicana Kim Reynolds, ma in compenso sono stati in grado di ribaltare due seggi alla Camera repubblicana nel 2018, eleggendo i rappresentanti Cindy Axne e Abby Finkenauer. E puntano a togliere nel 2020 l’ultimo seggio detenuto dai repubblicani nello stato.

Per Trump dunque l’Iowa ha un alto valore simbolico, in vista della sua riconferma alla Casa Bianca. E la firma della fase 1 in questo stato è quindi una carta politica importante, per la quale è pronto a spendere parecchio, Cina permettendo. 

“Ecco quanto valgono Don Jr., Eric ed Ivanka Trump“. Così Forbes ha fatto i conti in tasca ai tre figli maggiori del presidente Donald Trump, mettendo insieme proprietà immobiliari, documenti giudiziari e dichiarazioni al governo.

La più ricca è Ivanka, in parte anche per il suo matrimonio con Jared Kushner: ha una fortuna stimata in 375 milioni di dollari.

Donald Junior ed Eric vantano circa 25 milioni di dollari ciascuno.

I figli minori del tycoon, Tiffany di 26 anni e Barron di 13, devono ancora ereditare buona parte della fortuna del genitore.

Ivanka, Don ed Eric sono tutti manager della Trump Organization. La vice presidenza dell’impero di famiglia ha fruttato ad Ivanka 25 milioni di dollari.

Infine, la first lady Melania si è dovuta accontentare di “un piccolo appartamento nella Trump Tower… che vale 1,5 milioni di dollari”.

La Corte suprema indiana ha dato il via libera alla costruzione di un tempio indù in un sito sacro oggetto di una disputa storica con i musulmani. Si tratta del sito di Ayodhya, nel nord del Paese, teatro nel 1992 di una rivolta dei nazionalisti indù che oggi fanno riferimento al premier, Narendra Modi.

Nelle violenze fu distrutta una moschea antica di circa 460 anni che i musulmani, ha ancora decretato il tribunale, dovranno ricostruire su un altro terreno. La sentenza, che segna una vittoria giuridica e politica per il nazionalismo, era attesa in un clima di altissima tensione settaria nel Paese.

È dal 2016 che flirta con la corsa alla Casa Bianca: ora il miliardario ex sindaco di New York Michael Bloomberg potrebbe rompere gli indugi, perché non vede in campo candidati dem in grado di battere Donald Trump alle presidenziali del 2020. Intanto, per lasciarsi la porta aperta, il magnate 77enne ha presentato la candidatura in Alabama e in Michigan. L’Alabama designerà il suo candidato democratico al Super Tuesday del prossimo tre marzo.

“Se Mike decidesse di correre, offrirebbe una diversa possibilità di scelta ai democratici fondata su conseguimenti unici: dalla guida della più grande città d’America alla creazione di un business dal nulla, fino alle sfide tra le più impegnative in America in qualità di filantropo di alto profilo”, ha dichiarato qualche giorno fa in una nota il collaboratore di Bloomberg, Howard Wolfson. “Sulla base dei risultati ottenuti, con la sua leadership e con la sua capacità di unire la gente per guidare il cambiamento, Mike sarebbe in grado sfidare Trump e vincere”, ha assicurato Wolfson.

Tra i fattori che avrebbero fatto cambiare idea a Bloomberg, che lo scorso marzo aveva escluso di candidarsi, il crollo di popolarità di Joe Biden e il successo dei democratici in Virginia all’Election Day del 2019, anche grazie al suo contributo nel fare lobby per una stretta sulle armi.

Il primo cittadino della Grande Mela dal 2001 al 2013 è uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti. Eletto sindaco con il partito repubblicano, lo ha poi abbandonato diventando indipendente fino al 2018 quando si è iscritto al partito democratico. È percepito come un centrista da Wall Street che considera Elizabeth Warren e Bernie Sanders due democratici troppo liberal per guidare il Paese. Ma su armi, ambiente, immigrazione e diritti civili, l’ex sindaco ha un cuore progressista. Durante la convention democratica del 2016, Bloomberg definì Trump “un pericoloso demagogo” rivendicando di aver anche lui costruito un impero ma da nulla e “non con il primo milione regalo di papà”.

“Se stai cercando piani politici molto popolari che possano fare un’enorme differenza per le famiglie dei lavoratori, inizia da qui”, ha twittato Warren dando il “benvenuto” a Bloomberg e postando il suo “calcolatore per miliardari” che consente agli elettori di verificare quanto pagherebbero di tasse i ‘paperoni’ se lei venisse eletta presidente. Il piano di Warren prevede una tassa del 2% sui patrimoni netti tra 50 milioni e un miliardo e del 3% su quelli oltre il miliardo. Bloomberg, che ha dichiarato una ricchezza di 52 miliardi di dollari, è uno degli esempi citati da Warren nel suo calcolatore che stima per lui tasse per 3,078 miliardi di dollari il prossimo anno se la senatrice venisse eletta.

Welcome to the race, @MikeBloomberg! If you’re looking for policy plans that will make a huge difference for working people and which are very popular, start here: https://t.co/6UMSAf90NT

— Elizabeth Warren (@ewarren)
November 7, 2019

“Sempre più miliardari che cercano piu’ potere politico sicuramente non rappresentano il cambiamento che serve all’America. La classe dei miliardari è spaventa e deve esserlo”, è stato il commento di Sanders mentre Biden per ora tace.

“Hanno dunque torto i morti a tornare?” Se lo chiese, trovando la moglie ormai nuovamente coniugata, il colonnello Hyacinthe Chabert protagonista di un romanzo breve di Balzac, il quale lo immaginò disperso nella battaglia russa di Eylau e ricomparso in patria solo dieci anni dopo. Nessun torto invece oggi per il ritorno in Francia di un altro ufficiale, senza alcun dubbio morto, il quale rivive però nelle cronache dopo essere stato inghiottito – e quasi dimenticato – dalla Storia.

Si tratta del generale napoleonico Charles Etienne Gudin, fra le molte vittime della disastrosa campagna di Russia: i suoi resti sono stati identificati a Smolensk, nei cui pressi il 19 agosto 1812 si combattè la battaglia di Valutino. Grazie al test del dna, un team di scienziati franco-russo ha accertato che il corpo, rinvenuto tra i frammenti di una bara, apparteneva all’alto ufficiale. La scoperta è stata raccontata da Le Point, che ha seguito le indagini dei ricercatori, indirizzati all’identificazione di Gudin dalla circostanza che allo scheletro manca buona parte della gamba sinistra.

Eroi d’altri tempi, quando la chirurgia da campo muoveva i primi passi e non si conosceva la penicillina nè i conforti dei contemporanei anestetici, i soldati dell’epoca napoleonica sopportavano atroci amputazioni nel tentativo di sopravvivere alle ferite di guerra. Al generale Gudin fu segato l’arto che era stato maciullato da una palla di cannone nemica, ma malgrado l’intervento morì tre giorni dopo di cancrena. Aveva solo 44 anni.

Gli scienziati hanno comparato il suo dna a quello prelevato dai sepolcri dei famigliari: il fratello, la madre e il figlio Charles Gabriel Cesar, il quale pure seguì Napoleone (lo avrebbe accompagnato nella disfatta di Waterloo) e la cui esumazione ha avuto luogo il 16 ottobre scorso nella cappella di un piccolo cimitero a Saint-Maurice d’Aveyron, dipartimento del Loiret: “Non è che mi facesse piacere, ma era l’unica soluzione per essere sicuro che si trattasse di lui”, ha spiegato a Le Point uno dei discendenti di Gudin, Alberic d’Orleans, il quale ha voluto per rispetto che si svolgesse in forma privata l’esame, affidato al team dell’antropologo Michel Signoli dell’Università d’Aix-Marsiglia.

Le ricerche sono state incoraggiate dalla Fondazione per lo sviluppo delle iniziative storiche franco-russe istituita dall’ex europarlamentare Pierre Malinowski, un simpatizzante del presidente Vladimir Putin, che ha propiziato gli scavi sui luoghi della campagna napoleonica. Con i francesi alla guida del maresciallo Michel Ney, il generale Gudin comandava ben diecimila uomini e una quindicina di cannoni: “Era uno tra gli ufficiali più illustri dell’Armata, stimato tanto per le qualità morali quanto per il coraggio e per l’audacia”, scrisse Napoleone all’indomani della sua morte. S’era talmente affezionato a Gudin, che questi morì proprio tra le braccia del piangente Imperatore.

Il generale era nato a Montargis nel 1768. Nel 1791 ottenne i gradi di ufficiale ed ebbe il battesimo del fuoco quattro anni più tardi con l’Armata del Reno. Nel 1800 era già generale di divisione. Brillò sei anni dopo nella battaglia di Auerstaedt, quando Napoleone sconfisse l’esercito prussiano e gli concesse l’onore di sfilare alla testa delle truppe. Nel 1809 fu ferito nella battaglia di Wagram. Poi, la disastrosa spedizione russa terminata con la morte nel ’12.

Eppure l’avventura marziale di Gudin ebbe già un primo epilogo quando una parte di quei resti che oggi hanno ritrovato luce e identità raggiunse la Francia. Estratto dal corpo, il cuore del generale fu riportato a Parigi per ordine dell’Imperatore. Si trova dal 1822 nel cimitero del Père-Lachaise dove una iscrizione ne ricorda la sorte. Non basta: il nome di Gudin fu inciso sull’Arc de Triomphe e un busto gli venne dedicato nella galleria delle battaglie al castello di Versailles. Adesso spera, il suo discendente Alberic, che la patria rinnovi l’omaggio all’eroe con una cerimonia agli Invalides.

La filiale giapponese della Microsoft ha appena scoperto i vantaggi della settimana breve. È stato agosto il mese di prova in cui ai 2300 dipendenti della multinazionale sono stati concessi i venerdì liberi, ora l’azienda ha reso noti i risultati e sono a dir poco stupefacenti.  

“Stessi risultati in meno tempo”

La produttività è aumentata del 40%, le pause durante il lavoro diminuite del 25%, così come il consumo di elettricità, sceso del 23%, e sempre per quanto riguarda l’aspetto dell’impatto ambientale, le stampanti degli uffici hanno sputato fuori il 59% di carta in meno. Il tutto lavorando il 20% in meno del tempo, andando incontro ad un gradimento dell’iniziativa da parte del 92% dei dipendenti.

“Lavora per poco tempo, riposa bene e impara molto”, ha dichiarato Takuya Hirano, presidente e CEO di Microsoft Japan, in una nota al sito ufficiale, “Voglio che i dipendenti pensino e sperimentino come possono ottenere gli stessi risultati con il 20% in meno di orario di lavoro”.

I ‘pionieri’ della settimana corta

Ma i giapponesi non sono i primi ad aver voluto provare questa nuova soluzione per permettere ai lavoratori una vita più equilibrata tra casa e ufficio, non sono i primi, insomma, a scommettere di fatto sulla felicità dei propri dipendenti. A ottobre del 2018 la neozelandese Perpetual Guardian ha testato la settimana cortissima riscontrando aumento della produttività e un significativo calo dei livelli di stress del personale; lo scorso febbraio la scelta è diventata definitiva. Il cosiddetto “Work-Life-Balance”, entrato ufficialmente in vigore tempo fa, contribuisce a rendere la Danimarca uno dei paesi più felici del mondo.

Realtà che erano già state ampiamente anticipate dagli studi, come quello condotto dall’importante società di consulenza sulle risorse umane Robert Half, che rivelava già diverso tempo fa come il 66% dei lavoratori fosse sicuro di poter rendere di più andando meno a lavoro.

Un sondaggio del 2018 portato avanti dall’Istituto Workforce su 3.000 dipendenti ha rivelato che oltre la metà era convinto di poter svolgere il proprio lavoro in cinque ore anziché otto. E, come se non bastasse, l’Harvard Business Review ha pubblicato i dati relativi ad un esperimento che dimostrava che già anche solo la diminuzione della giornata lavorativa da otto a sei ore aumentava sensibilmente la produttività di un’azienda.

Una filosofia insomma vincente, ed è questo l’obiettivo svelato da un rappresentante Microsoft: “Nello spirito di una mentalità di crescita, siamo sempre alla ricerca di nuovi modi per innovare e sfruttare la nostra tecnologia per migliorare l’esperienza dei nostri dipendenti in tutto il mondo”.

Le inattese parole del presidente francese Emmanuel Macron sullo stato di “morte cerebrale”, in cui a suo dire si trova la Nato, hanno scatenato una levata di scudi in difesa dell’Alleanza da parte di Germania e Stati Uniti e il plauso di Mosca, da sempre critica sulle condizioni di salute e l’efficacia del blocco.

In una lunga intervista all’Economist, a poche settimane dal summit dell’Alleanza di dicembre a Londra, Macron ha denunciato senza mezzi termini che “stiamo vivendo la morte cerebrale della Nato”. Il riferimento era alla mancanza di coordinamento tra Europa e Stati Uniti e all’azione aggressiva in Siria della Turchia, un membro chiave dell’Alleanza Atlantica. “Non c’è alcun coordinamento del processo decisionale strategico tra gli Stati Uniti e i suoi alleati”, ha dichiarato il capo dell’Eliseo, “c’è un’azione aggressiva non coordinata da parte di un altro alleato della Nato, la Turchia, in un’area in cui sono in gioco i nostri interessi”.

It is high time for Europe to “wake up”, according to Emmanuel Macron. Read an astonishingly candid interview with France’s president https://t.co/bYuTBTgURL pic.twitter.com/z4RMjqqBI7

— The Economist (@TheEconomist)
November 7, 2019

La cancelliera tedesca Angela Merkel è intervenuta, poco dopo, a moderare Macron: “Ha usato parole drastiche, che non collimano con la mia visione della cooperazione nella Nato. Non abbiamo bisogno”, ha aggiunto, dopo aver avuto un colloquio con il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, “di opinioni così generiche, anche di fronte all’esistenza di problemi ai quali bisogna applicarsi insieme”. Parlando alla stampa da Berlino, a fianco di Angela Merkel, il numero uno della Nato ha assicurato che l’Alleanza “è forte” e ha avvertito che ogni tentativo di allontanare l’Europa dal Nord America “rischia non solo di indebolire l’Alleanza, ma anche di dividere l’Europa”.

Gli ultimi sviluppi in Siria hanno visto l’intervento militare turco contro le forze curde nel Nord, fortemente criticato da alcuni membri Nato come la Francia, ma reso possibile dal ritiro delle truppe Usa, ordinato dal presidente Usa Donald Trump. Per Macron, “politicamente e strategicamente dobbiamo riconoscere che abbiamo un problema”.

Anche gli Usa non hanno condiviso l’allarme di Macron. “Credo che la Nato resti una delle partnership più cruciali e strategiche nella storia”, ha affermato il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, nel corso di una visita a Lipsia. Ecco perché, ha aggiunto, “è un imperativo assoluto che ciascun Paese membro contribuisca in modo adeguato alla missione per una sicurezza comune”.

L’unico plauso all’analisi impietosa di Macron è arrivato da Mosca, partner cruciale – a suo dire – con cui serve “riaprire un dialogo strategico”. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito quelle di Macron “parole d’oro” e “sincere, che riflettono l’essenziale, una definizione precisa dello stato attuale della Nato”. Il presidente francese però nella stessa intervista aveva pronunciato anche parole severe sulla Russia di Putin, il cui modello, a suo giudizio, è “insostenibile”. 

Un bambino albanese, sequestrato nel 2014 all’eta di 6 anni dalla madre foreign fighters che lo ha portato portato da Barzago (Lecco) in Siria, strappandolo al padre, è stato ritrovato in un campo profughi e sta tornando in Italia.

Una operazione complessa e rischiosa portata a termine dall’Italia, primo Paese che è riuscito a realizzare un corridoio umanitario dall’inizio della guerra in Siria, grazie al Servizio di cooperazione internazionale di polizia (Scip) e al Ros dei carabinieri, cha ha condotto le indagini.

È la storia di Alvin Berisha, ora undicenne, raccontata dalla trasmissione Le Iene il 16 ottobre scorso. Il bambino è stato sequestrato e portato via dall’Italia dalla radicalizzatasi via web in Italia e partita per la Siria per unirsi ai combattenti dell’Isis. Le ricerche a livello internazionale hanno portato a localizzare il bambino nel campo profughi di Al Hol, controllato dai curdi, che ospita oltre 70.000 persone, in prevalenza compagne e figli di combattenti jihadisti in prigione.

Nel mese di agosto scorso è stato attivato il Servizio cooperazione internazionale di polizia (Scip) del ministero dell’Interno, che è il punto di contatto italiano per la cooperazione internazionale di polizia. Lo Scip e il Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei Carabinieri – titolare dell’indagine sul sequestro su cui era stato emesso un mandato di arresto europeo a carico della donna per la sottrazione del minore – hanno appreso che la madre del bambino, Salmona Berisha, era morta in Siria durante un combattimento e che Alvin viveva nella cosiddetta “area degli orfani” del campo di Al Hol. 

Per accertare l’identità del bambino, la Polizia scientifica italiana ha effettuato un esame di comparazione fisionomica dando un giudizio di totale compatibilità, anche per una malformazione specifica dell’orecchio destro di Alvin, riferita dal padre.

Contemporaneamente, il 10 settembre scorso, su autorizzazione della procura della repubblica di Milano, è stata diramata in ambito Interpol una ‘yellow notice’, vale a dire una nota di rintraccio del minore, e il Gip del Tribunale di Milano ha chiesto di ascoltare in modalità protetta il bambino, una volta in Italia, sui fatti di terrorismo oggetto d’indagine.

Lo Scip è stato quindi impegnato in una delicata partita a scacchi, durante la quale sono stati impegnati anche i ministeri degli Esteri italiano e albanese. Alvin e il padre, Afrimm Berisha, hanno la cittadinanza albanese, pur con regolare permesso di soggiorno italiano, e sono state attivate le autorità di Tirana per i documenti necessari al trasporto in Italia del piccolo minore, avvenuto attraverso il Libano.

Allo stesso tempo, lo Scip ha chiesto l’intervento della Croce Rossa Internazionale, unica ad operare presso il campo Al Hol, che si è subito attivata con la Mezzaluna Rossa ed è riuscita ad identificare il bambino e a trasportarlo, grazie alle guarentigie offerte per le operazioni umanitarie, dal campo profughi a Damasco e poi fino al confine della Siria con il Libano.

Al confine il bambino è stato preso in carico da un dirigente della Polizia di Stato dello Scip che, insieme alla Cri, al Ros dei Carabinieri e ad una delegazione del governo albanese, l’ha portato, fino all’ambasciata italiana a Beirut dove partirà alla volta dell’Italia a bordo di un volo.

Un possibile dirottamento ha messo in allarme per qualche ora l’aeroporto di Amsterdam, Schiphol. A smentire l’ipotesi è stata la compagnia aerea Air Europa, che su Twitter scrive: “Falso allarme. Nel volo Amsterdam-Madrid di questo pomeriggio è stato attivato per sbaglio un pulsante di allarme che ha fatto scattare la procedura anti dirottamento. Non è successo nulla, tutti i passeggeri sono al sicuro e aspettano di imbarcarsi presto. Ci scusiamo profondamente”. 

Nel pomeriggio la polizia e le forze speciali olandesi avevano circondato un Airbus diretto a Madrid, a bordo del quale, secondo i media locali, erano già saliti 27 passeggeri, oltre ai membri dell’equipaggio. “Stiamo indagando su un evento speciale, una situazione sospetta, e questo è tutto ciò che possiamo dire”, si era limitato a spiegare il portavoce della polizia Alfred Ellwanger.

Secondo fonti di sicurezza citate dalla radiotelevisione olandese Nos, il capitano del volo aveva in effetti premuto il pulsante “dirottamento a bordo”. La polizia aveva comunque rassicurato in un tweet che passeggeri ed equipaggio a bordo sono al sicuro. Alcune zone dell’aeroporto erano state chiuse e alcuni voli cancellati o in ritardo. 

Flag Counter