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​Un antico boschetto di pini i cui antenati si ritiene svettassero tra i dinosauri circa 200 milioni di anni fa è stato salvato dagli incendi boschivi in Australiani con una missione segreta dei pompieri del Nuovo Galles del Sud. Lo riferisce la Cnn. È stato il governo locale a organizzare il salvataggio della preistorica pineta di Wollemi, che si trova in una posizione coperta da segreto all’interno del Parco Nazionale Wollemi a 5.000 chilometri a nord-ovest di Sydney.

Pino preistorico (MICHEL GUNTHER / BIOSPHOTO)

Il più antico fossile delle rare specie di pini risale a 90 milioni di anni fa e si pensa che questi alberi esistessero già durante il periodo giurassico. Durante la missioni, la pineta è stata irrorata di liquido ritardante, mentre i vigili del fuoco specializzati si sono calati da elicotteri per installare a terra un sistema di irrigazione per proteggere gli alberi dalle fiamme. Parti del Wollemi National Park sono state colpite dai devastanti incendi boschivi e alcuni dei preziosi pini sono stati carbonizzati.

“Il Wollemi National Park è l’unico posto al mondo in cui questi alberi si trovano e, con meno di 200 rimasti, sapevamo che dovevamo fare tutto il possibile per salvarli”, ha detto Matt Kean, ministro dell’ambiente del Nuovo Galles del Sud. “Per i pini, che prima del 1994 erano ritenuti estinti e la cui posizione è tenuta segreta per prevenire la contaminazione, è stata organizzata una missione di protezione ambientale senza precedenti”, ha aggiunto.

La presidente di Taiwan, Tsai ing-wen, chiede a Pechino di “affrontare la realtà” dell’indipendenza di Taiwan, e avverte che un’invasione dell’isola da parte dei soldati cinesi “costerebbe molto caro” alla Cina. “Non abbiamo bisogno di dichiararci Stato sovrano. Siamo già un Paese indipendente e ci chiamiamo Repubblica di Cina Taiwan, e abbiamo un governo, un esercito e le elezioni”, ha dichiarato la presidente rieletta sabato scorso al vertice dell’isola, nel corso di un’intervista alla Bbc.

Dagli elettori, che hanno votato in massa per lei, è arrivato “un forte messaggio”, ha proseguito la 63enne esponente del Partito democratico progressista (Dpp), e “chiediamo rispetto alla Cina”. La possibilità di una guerra “in qualsiasi momento”, ha ammesso, non è da escludere, e per questa eventualità ha auspicato il sostegno internazionale alla causa dell’isola, oggi riconosciuta diplomaticamente solo da 15 Paesi al mondo, in gran parte Stati insulari dell’Oceano Pacifico e dei Caraibi. “Invadere Taiwan”, ha pero avvertito, “è qualcosa che costerebbe molto caro alla Cina”.

Tsai ha chiesto anche alla Cina una revisione delle politiche nei confronti dell’isola, ribadendo che Taiwan è una democrazia, ma da Pechino, il portavoce dell’Ufficio per le Relazioni con Taiwan del Consiglio di Stato, il governo cinese, Ma Xiaogang, ha ribattuto con toni drastici: il riconoscimento del principio dell’unica Cina – ovvero che i due lati dello Stretto fanno parte di una “unica Cina”, definizione su cui Taipei e Pechino hanno interpretazioni diverse – è il “fondamento indistruttibile” per le relazioni nello Stretto e il futuro di Taiwan “sarà determinato da tutti i cinesi”.

Il rifiuto di Tsai di riconoscere questo principio (insistendo, invece, sul mantenimento dello status quo nelle relazioni) “e’ alla base del deterioramento delle relazioni nello Stretto”, ha detto il portavoce, e “dobbiamo fermare” i tentativi di indipendenza di Taiwan. Dopo la vittoria record alle elezioni presidenziali di sabato scorso, quando ha raccolto 8,1 milioni di voti, Tsai ha incassato anche le congratulazioni del segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che in una nota, ne ha elogiato la partnership con gli Usa e il ruolo di stabilizzazione nello Stretto di Taiwan.

Le parole del capo della diplomazia Usa hanno attirato la “forte insoddisfazione” e la “risoluta opposizione” di Pechino, per cui la linea sull’isola non cambia: Taiwan è destinata alla riunificazione pacifica con la Repubblica Popolare Cinese tramite il modello “un Paese, due sistemi”, che la Cina applica alle ex colonie di Hong Kong e Macao, e contro il quale Tsai si è più volte schierata.  

L’inaspettato rifiuto del generale Khalifa Haftar di firmare l’accordo per il cessate il fuoco in Libia alimenta nuove incertezze, ma la comunità internazionale va avanti e si prepara alla conferenza di Berlino, di cui è stata fissata ufficialmente la data – salvo imprevisti – per domenica 19 gennaio. Lo ha confermato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che continua il suo intenso lavoro diplomatico, e dal Cairo si eèdetto disponibile a inviare altri soldati italiani in Libia nell’ambito di un’operazione di peace monitoring, cioè di monitoraggio del cessate il fuoco. Ma, ha sottolineato, ci devono essere “tutte le premesse di sicurezza” e “un contesto politico molto chiaro”.

“Il mio ottimismo è sempre massimo, come è massima la determinazione per conseguire un risultato”, ha affermato Conte al termine dell’incontro con il capo di Stato egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, tra gli sponsor dell’uomo forte della Cirenaica che nella notte ha lasciato Mosca senza firmare l’intesa sulla tregua, siglata invece dal premier libico Fayez al-Serraj e ora ha chiesto altro tempo per pensarci. “Sia la diplomazia a parlare e tacciano le armi”, ha aggiunto il capo di Palazzo Chigi, convinto che il forfait dato da Haftar “non debba distrarci”: “L’importante è che ci sia un cessate il fuoco sostanziale e si possa indirizzare tutto questo processo verso una soluzione politica”.

Confermata la data della conferenza di Berlino

E in vista dell’appuntamento di Berlino, di cui “è appena arrivato ufficialmente l’invito” per tenersi “salvo imprevisti, domenica prossima”, il premier ha sostenuto che “queste ore saranno determinanti per gli ultimi preparativi”. “Questo è il momento in cui la comunità internazionale deve recitare un ruolo e riuscire a convergere su obiettivi comuni, mettendo da parte egoismi o visioni molto faziose”, ha aggiunto.

Berlino sarà l’occasione per parlare anche della possibilità di inviare altri uomini sul terreno per monitorare il cessate il fuoco. “Non lo escludiamo affatto”, ha assicurato Conte. “Se ci saranno le premesse e riusciremo a dare un indirizzo politico a questa crisi libica, l’Italia è sicuramente disponibile a farlo. Ma – ha aggiunto – dobbiamo creare tutte le premesse di sicurezza. Non manderemo uno solo dei nostri ragazzi se non in condizioni di sicurezza e in un contesto politico molto chiaro”, ha assicurato. 

Il generale della Cirenaica Kalifa Haftar aveva chiesto un periodo di riflessione fino a questa mattina prima di firmare l’accordo formale di cessate il fuoco accettato dal suo rivale, Fayez al-Sarraj, ma alla fine ha lasciato Mosca senza firmare il documento negoziato sotto l’egida di Ankara e Mosca. Le parti sembrano tuttavia rispettare sin da domenica il cessate il fuoco deciso l’8 gennaio dai presidenti Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, mostrando la loro rispettiva influenza, mentre l’Occidente sembra impotente a influenzare il caos libico.

Proprio Erdogan ha accusato Haftar di “essere fuggito” dal tavolo delle trattative. Poi ha minacciato “di infliggere una lezione” all’uomo forte libico se riprenderà gli attacchi contro il governo di Tripoli. “Non esiteremo mai a infliggere al golpista Haftar la lezione che merita se continuerà con i suoi attacchi contro il governo legittimo e i nostri fratelli in Libia”, ha detto Erdogan in un discorso ai deputati del suo partito.

“La Libia sembra lontana ma non lo è”, ha osservato il presidente turco. “È stata una parte importante dell’impero ottomano, con cui abbiamo profondi legami storici e sociali. Nessuno si aspetti che la Turchia abbandoni la Libia, dove ci sono nostri fratelli che subiscono le iniziative del golpista Haftar e che quest’ultimo vuole eliminare. Ci dispiace constatare che alcuni, anche in Turchia, ignorino la presenza di nostri fratelli e nostre fondazioni nel Paese”. Poi ha aggiunto, “la Turchia e la Russia hanno lanciato un’iniziativa che ha richiesto un grande sforzo. Negli incontri svoltisi ieri a Mosca il governo di Tripoli ( di Fayez al Serraj sostenuto da Ankara ndr) ha mostrato un atteggiamento costruttivo. Nonostante questo il golpista Haftar si è rifiutato di aderire al cessate il fuoco, prima ha detto di si, poi ha abbandonato le trattative ed è fuggito”.

E se Ankara appoggia Serraj e dispiega soldati per farlo, Mosca, nonostante lo smentisca, sembra sostenere Haftar con armi, denaro e mercenari. Ora, la partenza di Haftar da Mosca senza aver firmato un accordo solleva interrogativi sulla fattibilità di una conferenza internazionale sulla Libia sponsorizzata dall’Onu a Berlino, prevista per il 19 gennaio. La cancelliera Angela Merkel è andata a Mosca sabato, guadagnandosi il sostegno di Vladimir Putin.

Tra l’arrivo della Turchia sul suolo libico, la sospetta presenza di mercenari russi e l’esistenza di una moltitudine di gruppi armati – tra cui milizie jihadiste, trafficanti d’armi e contrabbandieri di migranti – la comunità internazionale teme un’escalation del conflitto libico.

In particolare, l’Europa teme che la Libia possa diventare una “seconda Siria” e vuole ridurre la pressione migratoria alle sue frontiere, poiché negli ultimi anni ha accolto centinaia di migliaia di migranti in fuga dai conflitti nel mondo arabo-musulmano.

Per Mosca, l’Occidente è in gran parte responsabile del conflitto in Libia, il Paese con le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, in quanto ha sostenuto militarmente i ribelli che hanno rovesciato e ucciso il colonnello Muammar Gheddafi nel 2011.

Oltre ai guadagni geopolitici sui suoi rivali e all’accesso privilegiato al petrolio libico, la Russia spera di riconquistare questo mercato per le sue armi e il suo grano. Tanto più che Vladimir Putin ha l’ambizione di affermarsi in Africa. Anche la Turchia ha ambizioni petrolifere, grazie ad un controverso accordo con il governo libico di accordo nazionale che estende la piattaforma continentale turca e le permette di rivendicare lo sfruttamento di alcuni giacimenti. 

 

La magistratura iraniana ha annunciato che sono stati effettuati i primi arresti per l’abbattimento mercoledì scorso del Boeing 737 ucraino con 176 passeggeri a bordo decollato da Teheran. “Sono state condotte indagini estese e alcune persone sono state arrestate”, ha detto il portavoce della magistratura Gholamhossein Esmaili a una conferenza stampa televisiva.

Da parte sua, il presidente iraniano, Hassan Rohani, anticipando che “non è possibile che ci sia solo un responsabile”, ha chiesto che venga formato “un tribunale speciale con un giudice di alto rango e decine di esperti” per indagare sull’accaduto. 

Dopo tre giorni di smentite, l’Iran ha riconosciuto che l’aereo dell’Ukrainian Airlines precipitato dopo il decollo dall’aeroporto di Teheran è stato abbattuto per errore da un missile terra-aria. Il Boeing 737 è stato scambiato per un jet statunitense in attacco contro basi militari, ha sostenuto il governo degli ayatollah, che ha accusato l'”avventurismo americano” per la tragedia.

L’Iran “si rammarica” profondamente per la “grande tragedia e l’errore imperdonabile”, ha dichiarato il presidente iraniano Hassan Rohani, che ha confermato la versione fornita già tre giorni fa dai servizi di intelligence americani, e sostenuta anche da Canada e Gran Bretagna. “L’indagine interna delle forze armate ha concluso che i missili purtroppo lanciati per errore hanno causato lo schianto dell’aereo ucraino e la morte di 176 persone innocenti”

Rohani ha assicurato che “i responsabili di questo errore imperdonabile saranno perseguiti”.

I vigili del fuoco del Nuovo Galles del Sud hanno annunciato che il mega incendio che da tre mesi bruciava alle porte di Sydney è ora “sotto controllo”. Altra buona notizia arriva dai servizi meteorologici australiani che prevedono per i prossimi giorni fino a 50 millimetri di pioggia in alcune delle regioni più colpite dai devastanti incendi, alimentando le speranze della popolazione. “Se queste previsioni saranno confermate, rappresenteranno tutti i nostri regali di Natale, di compleanni, di anniversari di matrimoni, di studi messi insieme, incrociamo le dita”, ha detto Shane Fitzsimmons, commissario del Servizio antincendio rurale del Nuovo Galles del Sud.

Sul fronte della lotta contro il fuoco a nord-ovest della più grande città australiana, Fitzsimmons ha confermato che l’immenso braciere nella zona montuosa di Gospers che da tre mesi bruciava in modo incontrollato è stato finalmente “domato, ad eccezione di una piccola zona, ma siamo fiduciosi sul suo prossimo confinamento”. Nel parco nazionale alle porte di Sydney le fiamme hanno danneggiato un’area tre volte la superficie della Grande Londra, con decine di focolai che in tutto hanno distrutto più di 8 mila km2. Ma l’intera battaglia non è stata ancora vinta: nella regione più di 100 incendi sono ancora accesi, di cui 36 fuori controllo, con particolare attenzione alla Snowy Valley.

Nello stato confinante di Victoria, l’allarme incendi riguarda le zone di Noorinbee e Nord Noorimbee, con in tutto 19 focolai attivi e più di 1,3 milioni di ettari bruciati. Nella città di Mallacoota le forze armate hanno dovuto evacuare i residenti mentre nella regione rurale di Gippsland le strade sono chiuse al traffico per la caduta degli alberi. Le operazioni di evacuazione sono state attuate via mare e via terra, con veicoli blindati, in direzione di Melbourne.

Per la pulizia stradale, i vigili del fuoco saranno aiutati da 100 ingegneri giunti dalla Papua Nuova Guinea mentre le forze aeree di Singapore hanno rifornito in aiuti i residenti del Gippsland, rimasti isolati. Nello stato dell’Australia del Sud le fiamme stanno ancora divampando sull’Isola dei Canguri, dove 600 case sono senza energia elettrica, mentre i soccorritori hanno riferito di “corpi di animali carbonizzati a perdita d’occhio” e di 210 mila ettari andati in fumo. Secondo le stime ufficiali, dall’inizio della crisi almeno un miliardo di animali sono stati uccisi negli incendi, oltre a una moltitudine di alberi e alberelli andati in fumo.

Una strage senza precedenti per la fauna e la flora che, ha avvertito il ministro dell’Ambiente, Sussan Lay, obbligherà in alcune regioni a decretare il koala “specie a rischio”. Nell’occhio del ciclone c’è il primo ministro Scott Morrison, che nega l’impatto del riscaldamento globale e difende a spada tratta l’industria mineraria, accusato di errata gestione della crisi. Secondo un’indagine di Newspoll, il 59% degli australiani non sono soddisfatti dell’operato del premier conservatore, vincitore delle elezioni del maggio 2019. Dallo scorso ottobre, almeno 28 persone hanno perso la vita negli incendi, più di 2 mila case sono state distrutte nel Nuovo Galles del Sud, altre centinaia tra gli stati di Victoria e dell’Australia del Sud. 

Il capo del governo di accordo nazionale libico (Gna), Fayez al Serraj e il generale Khalifa Haftar sono attesi oggi a Mosca, dove “si terranno contatti inter-libici sotto l’egida dei ministri degli Esteri e della Difesa di Russia e Turchia e nell’ambito dell’iniziativa dei presidenti della Federazione russa e della Turchia”. Lo hanno confermato alla stampa russa fonti del dicastero degli Esteri russo. “A questi contatti ci si aspetta – affermano le stesse fonti – che prendano parte Serraj e Haftar”.

Fayez al Serraj e Khalifa Haftar saranno “a breve” a Mosca per la “possibile” firma della tregua avviata da ieri in Libia. A dirlo, confermando in qualche modo le voci di un arrivo oggi nella capitale russa del capo del Governo di accordo nazionale e del maresciallo della Cirenaica, è Lev Dengov, capo del gruppo di contatti russo per la Livbia. “Per quanto ne so – ha aggiunto Dengov – Serraj e il capo del Consiglio di Stati Khalid al-Mishri negozieranno in merito ad alcuni dettagli del documento”.

“Non è chiaro se le due delegazioni si incontreranno”

Così faranno anche Haftar e il presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh. “Non è chiaro se le due delegazioni si incontreranno”, ha precisato Dengov, sottolineando che esse “terranno incontri separati con funzionari russi e turchi, che lavorano congiuntamente al dossier. Molto probabilmente saranno presenti, in veste di osservatori, rappresentanti dell’Egitto e degli Emirati arabi”.

Nella tarda serata di ieri, nel corso di un intervento televisivo Serraj aveva invitato i libici a “voltare pagina, respingere la discordia, e serrare le file per fare passi avanti verso la stabilità e la pace”. 

Intanto l’appuntamento per il faccia a faccia tra Giuseppe Conte e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è atteso alle 14. Il premier italiano punta a consolidare il ruolo dell’Italia in Libia. Il premier sta facendo ogni sforzo per riportare il dialogo tra il generale Haftar e il presidente del Consiglio presidenziale libico al Serraj e la Turchia, con l’invio di truppe in Libia, è diventata una degli attori principali per evitare l’escalation della tensione tra i due ‘duellanti’.

Il miliardario giapponese Yusaku Maezawa è alla ricerca di una “compagna di vita” che lo accompagnerà nel viaggio inaugurale di Space X sulla Luna. Il magnate della moda, 44 anni, è destinato a essere il primo passeggero civile ad andare sulla Luna. La missione è stata pianificata per il 2023. In un appello online, Maezawa afferma di voler condividere l’esperienza con una donna “speciale”.

L’imprenditore, che di recente si è separato dalla fidanzata, l’attrice Ayame Goriki di 27 anni, ha chiesto alle donne interessate di inviare la propria candidatura sul suo sito web. “Mentre i sentimenti di solitudine e vacuità iniziano lentamente ad affluire su di me, c’è una cosa a cui penso: continuare ad amare una donna”, ha scritto Maezawa sul sito web.

“Voglio trovare una ‘compagna di vita’”, ha aggiunto. “Con la mia futura partner, voglio gridare il nostro amore e la pace nel mondo dallo spazio”. Il sito Web presenta un elenco di condizioni e un programma per il processo di candidatura di tre mesi. Le condizioni dicono che le candidate devono essere single, di età superiore ai 20 anni, sempre positive e interessate ad andare nello spazio.

Il termine per la presentazione delle candidature è il 17 gennaio e alla fine di marzo verrà presa una decisione definitiva. La fama dell’eccentrico Maezawa è nata come batterista in una band punk hardcore e poi è continuata grazie a una serie di bizzarrie che hanno catturato l’attenzione. Ad esempio, all’inizio di questo mese, Maezawa ha promesso di condividere 100 milioni di yen tra 100 persone selezionate a caso che condividevano uno dei suoi tweet.

[WANTED!!!]
Why not be the ‘first woman’ to travel to the moon?#MZ_looking_for_love https://t.co/R5VEMXwggl pic.twitter.com/mK6fIJDeiv

— Yusaku Maezawa (MZ) 前澤友作 (@yousuck2020)
January 12, 2020

“Per partecipare, tutto quello che devi fare è seguirmi e RT questo tweet”, ha detto. Il fondatore del sito che vende abbigliamento online,  Zozo Inc, Maezawa ha fatto fortuna nel mondo della moda. Si ritiene che la sua ricchezza personale ammonti a 3 miliardi di dollari, molti dei quali vengono spesi per l’arte.

La sua fama all’estero è cresciuta alla fine dell’anno scorso dopo essere stato nominato come il primo passeggero privato che avrebbe volato intorno alla Luna da SpaceX, la compagnia di proprietà di un altro famoso miliardario, Elon Musk. Il prezzo che Maezawa ha accettato di pagare per il suo biglietto per lo spazio non è stato reso noto, ma secondo Musk sono “un sacco di soldi”. Maezawa ha dichiarato di voler portare con sé un gruppo di artisti durante il volo. 

È sempre di più un giallo nel giallo il “colpo del secolo” nel castello di Dresda, dalla cui sala della ‘Volta verde’ lo scorso 25 novembre degli sconosciuti erano riusciti a rubare gioielli e preziosi dal valore definito “inestimabile”. Ora gli inquirenti si stanno interrogando sulla misteriosa offerta della vendita di due dei gioielli di maggior pregio della leggendaria collezione di Augusto il Forte ad una società di sicurezza israeliana. 

Come riferisce la Bild Zeitung, è Zvika Nave, direttore commerciale della suddetta compagnia, la Cgi, ad affermare che degli sconosciuti avrebbero inviato una serie di e-mail nelle quali si offre la “vendita” dell’opera Aquila Bianca, ossia la medaglia a forma di stella dell’omonimo ordine polacco, nonchè del Bianco Sassone, un diamante da 50 carati acquistato nel 1728 dal medesimo Augusto il Forte da un gioielliere di Amburgo insieme al celebre “Diamante verde di Dresda”, anch’esso conservato nella ‘Volta Verde’.

Per questi soli due pezzi i malviventi chiedono 9 milioni di euro. Non solo: la società israeliana sostiene di esser stata incaricata valutare le misure di sicurezza prese nella “stanza delle meraviglie” nella quale vengono conservati i tesori di Augusto il Forte, una delle maggiori attrazioni culturali e turistiche della Sassonia. Aggiunge il dottor Neva che chi ha spedito le mail avrebbe chiesto il pagamento in bitcoin, aggiungendo che l’indirizzo dal quale è stata spedita non è tracciabile, dato che sono state utilizzati diversi codici criptati.

In tutto la società avrebbe ricevuto 7 mail dagli sconosciuti, la prima delle quali sarebbe arrivata la settimana scorsa. “Tutte le informazioni da noi ricevute ovviamente sono state subito inoltrate in tempo reale agli inquirenti”, ha aggiunto il direttore commerciale della Cgi.

Ma le cose sono ancora più complesse, se possibile. Infatti, l’Associazione delle collezioni d’arte statali (Skd) si dice “sorpresa” della notizia della presunta offerta. “Non siamo a conoscenza della vicenda”, afferma il portavoce dell’Skd Stephan Adam, citato da alcuni media tedeschi. “E non siamo stati noi ad avere incaricato la società israeliana a compiere delle indagini”.

Peraltro, la Skd precisa anche di non esser mai stata contattata dalla Cgi. Da parte sua il procuratore capo di Dresda, Lorenz Haase, interpellato dalla Bild, spiega “che non vi sono novità rilevanti da comunicare”. Il “colpo del secolo”, come è stato definito, aveva fatto il giro delle prime pagine dei giornali in tutto il mondo. Nonostante una vasta caccia all’uomo ed una speciale commissione d’inchiesta forte di ben 20 investigatori, dei ladri ad un mese e mezzo di distanza non c’è ancora alcuna traccia, a parte la ‘pista israeliana’ che si è appena aperta.

E questo nonostante che agli inquirenti siano giunte oltre 1100 segnalazioni in merito al furto, ognuna delle quali è stata passata al setaccio dalla commissione. Quella dell’offerta alla società israeliana non è l’unica stranezza in questa storia: il mese scorso un misterioso mecenate aveva offerto una ricompensa di 1,3 milioni di euro se i ladri restituiranno il tesoro sottratto.

Nella fattispecie, era stato un detective privato a dichiarare in un video che un “mecenate d’arte” attivo nel mercato di lingua tedesca ma deciso a non rivelare la propria identità avesse messo a disposizione la cifra suddetta per far sì che il tesoro “non venga smembrato e che ritrovi il suo posto” nella ‘Volta verde’ del castello. Solo nel caso che l’iniziativa abbia successo l’uomo rivelerà la sua identità, aveva aggiunto detto il detective. Il timore degli esperti è che i gioielli sottratti vengano “spezzettati” per poter essere messi in vendita sul mercato illegale con maggiore facilità.

Il furto del secolo

Il colpo commesso all’alba del 25 novembre aveva fatto il giro delle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due sconosciuti (ma pare vi fossero due complici all’esterno del castello) erano penetrati nella stanza dei tesori attraverso una piccola finestra e con un’ascia avevano distrutto una vetrina con i gioielli più preziosi della mitica collezione conservata nella “Volta verde” fatta costruire da Augusto il Forte tra il 1723 e il 1730, per poi fuggire senza troppi problemi su un’automobile poi data alle fiamme in un garage sotterraneo.

Poco prima del colpo, era stata fatta saltare una centralina elettrica che si trova sotto un ponte vicino, con l’effetto che era rimasta al buio tutta la via d’accesso al castello. “Non lasceremo niente di intentato per risolvere il caso”, aveva dichiarato il presidente della polizia del Land sassone, Horst Kretzschmer, mentre i responsabili dei musei di Dresda avevano parlato di un “danno incalcolabile”: tanto che le autorità erano arrivati a mettere sul piatto una ricompensa di 500 mila euro a chi fosse in grado di dare notizie capaci di contribuire a fare catturare la banda.

Il furto di Dresda è stato uno choc per la Sassonia e per la Germania. La ‘Volta verde’ dal giorno del furto è ancora chiusa al pubblico: non è stato ancora stabilito quando riaprirà i battenti. Il castello di Dresda viene sorvegliato giorno e notte: all’esterno stazionano i blindati di una compagnia privata di security. Complessivamente è stato rafforzato il personale di sorveglianza del castello, anche se numeri precisi “non vengono resi noti per motivi di sicurezza”. Il mistero continua. 

Tra tutti i paesi del Golfo, l’Oman è quello che soffre del deficit fiscale più consistente, andato crescendo dopo il crollo dei prezzi del petrolio dai loro massimi di oltre i 100 dollari al barile nel 2014. E ciò ha portato il debito pubblico ad un drammatico aumento del rapporto con il Pil dal 5% a circa il 60%. Il sultanato, in realtà, conta su un basso volume di produzione di greggio – i giacimenti sono modesti rispetto agli altri paesi del Golfo – ma è fortemente dipendente dai proventi delle vendite di ‘oro nero’ e arranca a causa della sua limitata diversificazione del settore non petrolifero.

La sfida per il futuro sarà proprio questa: essere più indipendente dal settore del greggio, e sperimentare nuovi settori come ad esempio il turismo che cresce in misura consistente. Nel frattempo però, e nonostante questo grande potenziale, i problemi di bilancio restano la spina nel fianco di Muscat: quest’anno la spesa aumenterà del 2% a 13,2 miliardi di rial (34,38 miliardi di dollari), e il deficit/Pil resterà elevato ai livelli dell’8%.

Come ha rilevato di recente S&P, l’economia dell’Oman è quindi fortemente dipendente dagli idrocarburi, che costituiscono circa il 35% del suo prodotto interno lordo, il 60% delle esportazioni e il 70% delle entrate fiscali. Dal 2020 il Governo prevede che la produzione di greggio aumenterò gradualmente fino a raggiungere 1,1 milioni di barili al giorno entro il 2022, dai circa 0,97 milioni di barili al giorno nel 2019, ma molto probabilmente su questi numeri potranno influire i recenti tagli alla produzione decisi dall’Opec.

Sui settori sui quali punta il sultanato, c’è quello del turismo: l’aumento degli arrivi internazionali cresce a ritmi di doppia cifra, e rappresentano una boccata d’ossigeno. In realtà, per sopperire alla sua fragilità economica, il Paese ha spinto da circa 15 anni l’acceleratore sulla produzione di gas da quando, con BP, si è sviluppato il gigantesco giacimento di gas a tenuta stagna di Khazzan. Ciononostante, la situazione è peggiorata soprattutto a seguito del calo dei prezzi del petrolio del 2014.

Dopo le proteste del 2011 contro la corruzione e la disoccupazione, le assunzioni statali hanno subito un’impennata (facendo ovviamente rialzare la spesa) e si è verificato anche un colpo di freno all’esecuzione di nuovi progetti. Quello più importante e portato a termine riguarda la realizzazione di un nuovo porto e di un polo industriale a Duqm, sulla costa sud-orientale. La privatizzazione però è stata lenta, e la vendita di 1 miliardo di dollari di dicembre del 49% dell’azienda di trasmissione dell’energia elettrica alla rete statale cinese è stato il primo grande affare al di fuori del settore petrolifero.

I turisti crescono del 41,2% e uno su dieci è italiano

Il turismo sta intanto diventando un’importante risorsa per l’Oman, che rappresenta una meta sempre più frequentata: soltanto nel I trimestre del 2018, il sultanato ha accolto 530.758 turisti internazionali, facendo registrare un incremento del 41,2% sullo stesso periodo dell’anno precedente. Di questi, il 10% – 35.984 – sono visitatori italiani: i nostri connazionali hanno fatto infatti registrare una crescita del 131,2% rispetto ai primi tre mesi del 2017. Attualmente l’Italia rappresenta il terzo mercato europeo, dopo Germania e Regno Unito.

A fronte di questi numeri, l’obiettivo del Governo è quello di fornire servizi sempre migliori e di stimolare anche la domanda interna, che infatti nicchia. Per far questo, proprio recentemente il Ministero del turismo ha elaborato un piano per elencare tutti i siti turistici: secondo la Local Tourism Incentive Initiative del ministero, devono essere creati sempre più servizi per soddisfare le esigenze dei turisti.

Parlando al Times of Oman, il leader di questa iniziativa Abdulwahed Al Farsi, direttore del Dipartimento per l’integrazione delle imprese di Omran (l’organismo di sviluppo turistico del Sultanato), ha dichiarato: “Questa iniziativa è stata lanciata nel marzo 2018, e mira a stimolare il turismo locale, creare servizi di buon livello che soddisfino le aspirazioni dei visitatori, migliorare e aumentare l’efficienza delle infrastrutture di servizio pubblico come elementi essenziali per il turismo locale, e fornire le strutture necessarie nelle aree turistiche”.

Il turismo è importante e si sta incrementando nel paese, al punto che il Governo sta pianificando di implementare una nuova tassa sui ristoranti e i caffè che operano nelle aree turistiche del paese. Secondo quanto riportato dall’Oman Times, il Ministero del Turismo del sultanato ha già annunciato che i ristoranti e i caffè gestiti attraverso contratti di franchising e situati nelle aree turistiche dovranno pagare una tassa del 4% sulle entrate. Un modo per rimpinguare le casse erariali. 

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