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Il KuToo è nato una sera di gennaio, in Giappone, e non c’è stato bisogno affinché si diffondesse, o meglio diventasse virale, di chissà quale filosofia politicizzata, semplicemente è bastata una giornata di lavoro particolarmente faticosa di Yumi Ishikawa, assistente in un’agenzia di pompe funebri di Tokyo. Yumi quella sera torna a casa con piedi e schiena distrutti, ha dovuto sopportare tutto il giorno dolori lancinanti a causa dell’ennesima giornata passata in equilibrio su tacchi vertiginosi e guardando con invidia i colleghi uomini tranquillamente rilassati nei loro comodi mocassini. Così, prende il cellulare e twitta:

Ovvero: “Se le donne potessero indossare scarpe del genere, il nostro lavoro sarebbe meno scomodo”. Un tweet che scoperchia un problema che sembra secondario ma che avvilisce da anni le donne giapponesi, tant’è che il messaggio diventa immediatamente virale fino a raggiungere più di 30 mila retweet e più di 68 mila like. Ed è lì che viene coniato per la prima volta l’hashtag #KuToo, combinazione delle parole kutsu (scarpa in giapponese) e l’hashtag di MeToo. Le donne di tutto il Giappone, in massa, cominciano dunque a postare foto delle ferite procurate da ore ed ore in bilico su trampoli che arrivano ai 15 cm.

こんなに血塗れになってでも
パンプス履いて就活しないとダメなのか…
みんな全く同じ格好して、何が見えるの。#KuToo pic.twitter.com/ZK27Y0XwPj

— mini (@mini35378229)
20 marzo 2019

 

Ma soprattutto il tacco diventa simbolo di un’immagine dello stile femminile imposta dagli uomini e che oggi le giapponesi rifiutano categoricamente. Su change.org è stata anche creata una petizione ad hoc per manifestare il disagio al Ministero della Salute nipponico firmata al momento da 16mila persone. Ed è così che Ishikawa da semplice commessa con i piedi distrutti dopo una giornata di lavoro diventa la nuova paladina di un movimento che si fa sempre più grosso, dedito alla smantellazione di uno stereotipo femminile fin troppo doloroso per essere sopportato.

Una vera e propria fissazione quella per i tacchi delle aziende giapponesi, tant’è che una rivista locale, dopo un sondaggio, ha rilevato che il 70% delle donne che lavorano a Tokyo sono costrette ad indossare tacchi alti almeno una volta alla settimana e nel 2017, l’Hilton Hotel Osaka avrebbe offerto sconti per tutte quelle clienti che si presentavano alla reception con i tacchi; 10% di sconto per un tacco di 5 cm, fino al 40% per uno che arrivava ai 15.

Elizabeth LaCouture, direttrice del programma di studi di genere presso l’Università di Hong Kong, ha dichiarato al South China Morning Post che “Anche se l’uso a lungo termine dei tacchi comporta rischi per la salute come danni muscolari, in tutto il mondo sono ancora percepiti come un simbolo di femminilità. “Fa parte di una cultura aziendale occidentalizzata”, ha detto LaCouture, che ha vissuto in Giappone per alcuni anni, aggiungendo “Si ritorna al conservatorismo della cultura aziendale tradizionale: i tacchi fanno parte dell’uniforme femminile, anche gli uomini sono legati a una sorta di uniforme da ufficio, è solo che le loro scarpe sono un po’ più comode”.

Un problema che riguarda anche i paesi limitrofi come Cina, Corea del Nord e del Sud, dove i tacchi continuano ad essere previsti come parte della divisa da lavoro, ma non le Filippine che nel 2017 sono diventate il primo paese asiatico a prendere posizione contro le società che impongono il tacco. Il divieto a livello nazionale è avvenuto dopo che quattro donne si sono lamentate del problema con un sindacato che ha portato la questione al governo.

Ma secondo Ishikawa il problema tacco nella cultura giapponese è solo la punta dell’iceberg di un problema con la figura femminile che il Giappone, grazie al movimento KuToo, sta affrontando per la prima volta di petto e con gli occhi del mondo addosso “Il più grande problema in Giappone – dice la stessa Ishikawa –  è che molte persone pensano che non ci siano problemi per quanto riguarda l’uguaglianza di genere”.

Amsterdam ha messo al bando le visite guidate dei quartieri a luci rosse perché ritenute “irrispettose” nei confronti delle prostitute e nel tentativo di ridurre il flusso dei turisti nel centro storico. “Non è più accettabile nei nostri giorni vedere le lavoratrici del sesso come attrazione turistica”, ha dichiarato il consigliere comunale Udo Kock, secondo quanto riporta il quotidiano britannico Guardian. Da un sondaggio è emerso che l’80% delle prostitute afferma che i turisti che stazionano a “bocca aperta” davanti alle loro vetrine fanno male agli affari. L’anno scorso i consiglieri avevano anche suggerito di spostare il quartiere a luci rosse in un’altra parte della città.

Amsterdam, con i suoi 850 mila abitanti, ha accolto nel 2018, 19 milioni di turisti. Il sindaco Femke Halsema prevede che entro il 2025 saranno 29 milioni. I residenti protestano: il centro storico medievale è sempre più invivibile.

Il divieto, che entrerà in vigore il primo gennaio prossimo, riguarderà i tour pagati e gratuiti, che secondo il consiglio comunale hanno “un effetto magnetico” sui numeri dei visitatori. Il numero massimo di persone consentite per le visite organizzate nel resto del centro città sarà ridotto da 20 a 15, e le guide dovranno avere un permesso dal Comune, superare il controllo di qualità e osservare rigide regole di comportamento.

Secondo il giornale Algemeen Dagblad, la proliferazione di pub e bar e i tour a luci rosse hanno portato ogni settimana oltre mille gruppi di turisti a passare per Oudekerksplein, una piazza al centro del quartiere a luci rosse, con un record di ben 48 comitive in un’ora. Il consiglio comunale di Amsterdam ha adottato finora diverse misure volte a ridurre il sovraffollamento e il disagio causati dal turismo nel centro della città e, in particolare, dal quartiere a luci rosse.

Settemila euro di multa, cinque per il tribunale e due per le associazioni che gli hanno fatto causa, e una lettera di licenziamento dall’hotel dove lavorava come addetto all’accoglienza; la prima esperienza di popolarità, anche se tecnicamente sarebbe più corretto chiamarla viralità, non ha portato questo granché di vantaggi a Nick Conrad, il rapper francese di colore salito agli onori delle cronache internazionali per aver seviziato e infine ucciso un uomo bianco nel video della sua “Pendez Les Blancs”. 

Incitamento alla violenza, secondo la BBC è questo il reato del quale si è reso colpevole Conrad, ma quella di oggi è solo la condanna, che sarebbe anche potuta essere più severa arrivando fino cinque anni di carcere e 45 mila euro di multa, ma i pubblici ministeri ci sono andati leggeri sostenendo che il ragazzo in qualche modo “ha già pagato le conseguenze”.

Effettivamente la multa è salata e la perdita del lavoro sarà un bel problema, ma più che altro forse potrà già dire addio ai suoi sogni rap, difficilmente con queste premesse qualcuno avrà voglia di investire tempo e denaro sul suo progetto. “Pendez Les Blancs” tra l’altro, non è riuscita nemmeno a godere di quell’effetto boomerang/splatter, di stimolare la curiosità dei visualizzatori su YouTube, tant’è che lì, ma anche su tutte le altre piattaforme, i numeri restano piuttosto bassini.

D’altra parte versi come “e rentre dans des crèches, je tue des bébés blancs, Attrapez-les vite et pendez leurs parents” ovvero “Entrate negli asili nido e uccidete i bebè bianchi. Acchiappateli e poi impiccate i loro genitori”, più che attenzione attirano sdegno. Come quello espresso, come ricorda il Corriere della Sera, anche il nostro ministro dell’interno Matteo Salvini, che alla storia lo scorso settembre dedicò un post su Facebook: “Quelli che difendono questo idiota dicono che è “Libertà culturale”, a me pare solo una schifezza”.

In realtà ben pochi sono quelli che si sono appellati alla libertà artistica di espressione, c’ha provato lo stesso Conrad, che ha assicurato che il video non voleva in nessun modo essere razzista, ma i suoi video così come le sue rime, sono spesso incentrate sulla battaglia tra bianchi e neri, chi lo conosce lo sa. Nemmeno il popolo del web, nella maggior parte dei casi abbastanza impermeabile alle provocazioni, si è messo in prima linea per difenderlo, anzi, lo ha letteralmente coperto di insulti, sbagliando mira alle volte e colpendo il povero Nick Conrad, un omonimo conduttore della BBC. 

La Commissione europea ha inflitto una multa di 1,49 miliardi di euro a Google per aver violato le norme antitrust dell’Unione europea. Google avrebbe violato le regole di concorrenza avendo abusato della sua posizione dominante sul mercato imponendo una serie di clausole restrittive nei contratti con i siti web terzi, impedendo ai concorrenti di piazzare le loro pubblicità su tali siti.

Cinquanta morti in diretta Facebook. Il massacro di Christchurch ha ribadito una cosa: le piattaforme tecnologiche, pur migliorando, non sono ancora in grado di controllare con efficacia i contenuti che pubblicano. La discussione, dai suicidi live alla propaganda dell’Isis, non si è mai sopita. Questa volta però porta con sé anche un altro dubbio: i social network sono più morbidi con l’estrema destra che con la propaganda islamista? E se sì, per quale motivo?

Un video su cinque ha bucato Facebook

“La polizia ci ha avvisato di un video poco dopo l’inizio della diretta – ha spiegato Facebook Nuova Zelanda il 15 marzo – e abbiamo rimosso rapidamente gli account Facebook e Instagram che lo avevano pubblicato”. Individuare un video non è semplice, impedire nell’immediato la sua proliferazione praticamente impossibile. Facebook ha rimosso 1,5 milioni di filmati nelle 24 ore successive alla strage. Tanti. Allo stesso tempo, il social ha agito per “rimuovere qualsiasi elogio o supporto alla strage, non appena ne veniamo a conoscenza”.

Leggi anche: Vi dò una notizia: il terrorismo non l’ha creato Internet

Nello stesso tweet, la società sottolinea però un’altra cosa: “Oltre 1,2 milioni di video sono stati bloccati durante l’upload”. È stato cioè impedito agli utenti di caricarli e – di conseguenza – le clip non hanno raccolto alcuna visualizzazione. Le cifre, diffuse da Facebook per sottolineano i suoi sforzi, evidenziano in realtà una crepa. Guardando il negativo di questi dati, ci sono stati circa 300.000 video che, nonostante includessero le immagini di una strage, hanno superato la prima barriera di controllo e sono stati pubblicati sul social network. Almeno un video su cinque ha bucato Facebook prima di essere oscurato.

Il controllo impossibile sulle dirette

Il problema del controllo preventivo non riguarda solo Facebook. Twitter ha rimosso alcuni account legati al video originale. Reddit ha bandito alcuni canali di discussione (r/watchpeopledie e r/gore) che inneggiavano alla strage. YouTube ha confermato il suo impegno “per rimuovere qualsiasi filmato violento”. La piattaforma di Google sta utilizzando un sistema simile a quello messo a punto per proteggere il diritto d’autore.

Il riconoscimento automatico individua i tentativi di ricaricare video già banditi. Tuttavia, l’algoritmo non può essere utilizzato per oscurare le versioni modificate, tagliate e montate del massacro di Christchurch. Un accorgimento dovuto alla necessità di pubblicare materiale informativo che potrebbe includere alcuni fotogrammi della ripresa in soggettiva della strage. In questi casi, la tecnologia segnala la presenza del video. Che resta online fino alla revisione di un gruppo “umano”.

Il percorso apre però alcune brecce nel sistema di controllo, come ha dimostrato il giornalista della Nbc Jason Abbruzzese: utilizzando una chiave di ricerca semplice e generica (“livestream nz”), ha rintracciato decine di video della strage a diverse ore dal massacro. Rasty Turek, ceo di Pex, una piattaforma di videoanalisi, ha spiegato a TheVerge che “oggi nessuno su questo pianeta può risolvere i problemi dei video in diretta”.

Una questione (anche) economica

Il tema però non è solo tecnologico, ma anche economico e politico. Come osserva Vox, l’azione delle grandi piattaforme contro l’estrema destra (e più in generale contri contenuti nocivi) avrebbe diverse falle. Su forte impulso di alcune personalità della politica e della cultura americane, si è concentrata censurando alcuni leader, sottovalutando la proliferazione di contenuti razzisti e suprematisti. La reazione sarebbe poi stata tardiva, più efficace solo quando il problema è arrivato alla cassa. Occuparsene aumenta i costi e rischia di ridurre il coinvolgimento degli utenti. Risultati non certo graditi agli azionisti.

Non vedere – per convenienza o sottovalutazione – è convenuto a lungo. Facebook, Twitter e Youtube si sono mossi con maggior vigore solo quando i contenuti tossici sono diventati un rischio economico-finanziario: la prospettiva di un avvenire travagliato ha spaventato gli azionisti e il timore di essere associati a un video violento ha allertato gli inserzionisti. L’ultimo caso riguarda Youtube: il blogger Matt Watson ha denunciato l’esistenza di un “circolo pedo-pornografico” che si aggregava attorno a video soft-core. La piattaforma ha inasprito il proprio intervento dopo un paio di giorni, quando Disney e Nestlé hanno bloccato i propri investimenti pubblicitari.

Suprematismo vs Isis: due pesi, due misure?

C’è poi un altro punto, forse quello più scomodo e attuale. Le piattaforme si sono dimostrate (giustamente) molto rigide contro i video collegati al fondamentalismo islamista. Sono stati banditi non solo filmati di sgozzamenti e aperta propaganda, ma anche post che – in modo più sfumato – giustificavano azioni terroristiche. I risultati ci sono stati e sono visibili. Con l’estrema destra è stato così? Inchieste e studi sollevano qualche dubbio.

Un anno fa, Motherboard ha notato quanto fosse semplice trovare materiale neo-nazista su Youtube. Alcuni video simili a quelli indicati nell’articolo sono ancora online. Uno, pubblicato il 6 ottobre 2017, sostiene ad esempio il Nordic Resistance Movement, movimento scandinavo di stampo neonazista. Immagini di sfilate e addestramento paramilitare sono accompagnate da questo testo: “Le spade devono essere affilate, poiché la battaglia è in corso e le nostre terre saranno presto perse per gli invasori, dobbiamo rimanere uniti, le spade straniere devono essere cacciate”. È ancora online, nonostante una segnalazione dell’Agi a Youtube. Non ci sono immagini violente, ma il messaggio è comunque chiaro.

Toni di questo tipo non vengono (giustamente) perdonati al fondamentalismo religioso. Nel 2016, i ricercatori della George Washington University hanno confrontato il comportamento su Twitter di neonazisti e sostenitori dell’Isis. Hanno scoperto che, secondo molte metriche social, i primi erano più efficaci dei secondi: avevano molti più follower, twittavano più spesso e avevano “modalità di reclutamento simili”. La ricerca, però, individuava alcune differenze. I suprematisti facevano più fatica a trasformare il reclutamento online in una “forma di partecipazione materiale”. Anche perché – rispetto all’Isis – il panorama era più frammentato. In generale, l’estrema destra “non ha trovato un modo efficace per avanzare verso una fase di risveglio, in cui i nuovi aderenti sarebbero diretti verso un qualche tipo di supporto concreto”.

Dal mouse al fucile

Tra somiglianze e differenze, lo studio rintracciava però “prove sostanziali” di una “significativa rinascita del suprematismo bianco negli Stati Uniti”. E così quel “risveglio” che porta dal virtuale al reale non sembra più così lontano. Secondo un rapporto del Center for Strategic and International Studies dello scorso novembre, gli “attacchi terroristici di estrema destra” (definiti come le manifestazioni violente di natura etnica, religiosa, contro aborto e istituzioni) sono stati 31 nel 2017, il triplo rispetto al 2016. Sono stati 30 anche in Europa, un terzo in più dell’anno precedente e cinque volte quelli registrati nel 2014.

L’aumento dell’attività online si sta traducendo in un incremento di quella con le armi in mano. Con le piattaforme tecnologiche in ritardo. O quantomeno più distratte rispetto ad altri contenuti nocivi. Eppure già alla fine del 2016 (mentre Donald Trump diventava presidente e Mark Zuckerberg definiva “folle” l’ipotesi di influenze russe sulle elezioni) i ricercatori della George Washington University sottolineavano che “altri gruppi e movimenti estremistici sono pronti a seguire le orme dell’Isis, in parte a causa di fattori politici e in parte per la natura stessa dei social media, che consentono a comunità relativamente marginalizzate di avere una visibilità sproporzionata grazie ad azioni coordinate”.

Dopo l’Isis, “i nazionalisti bianchi fanno parte della seconda generazione dell’attivismo estremistico sui social media”. Facebook, Youtube e Twitter sono pronti a usare lo stesso rigore avuto con il terrorismo islamista? Rispondere “sì” vuol dire oscurare anche le zone grigie, scontentando una parte dei propri utenti e delle forze politiche che strizzano l’occhio al peggio.

Alla fine hanno vinto i genitori: la Parkfield Community School, la scuola elementare di Birmingham, ha deciso di interrompere a tempo indeterminato il suo programma di insegnamento dei diritti civili, tra i quali le lezioni sul tema Lgbt. Ore tra i banchi che avevano scatenato la protesta di un nutrito gruppo di genitori, per lo più musulmani, secondo cui argomenti del genere non sono adatti a bimbi fino agli undici anni di età.

Al centro della diatriba c’è il “No Outsiders Programme”, un ciclo di 35 lezioni – cinque l’anno per sette classi, dai bimbi di 3-5 anni fino ai ragazzini di dieci e undici anni – durante i quali si affronta il tema della discriminazione sotto diversi aspetti, dall’età alla religione, da etnia a genere e sessualità.

Obiettivo, si legge sul sito della Parkfield, è “riconoscere e celebrare la differenza e la diversità nella scuola e nelle comunità”. Le lezioni mirano a insegnare “ai bambini i valori britannici, le differenze e un senso di appartenenza” collettivo, “indipendentemente da chi si è”. La parola d’ordine, insomma, è inclusione.

Il programma prende spunto dalla legge britannica approvata nel 2010 in tema di diritti civili, l’Equality Act. “Insegniamo ai bambini a rispettare tutti i membri della comunità” in nome del “tutti sono i benvenuti, nessuno è escluso”, spiega la scuola.

Alcuni genitori, in massima parte musulmana (ma il dato è dovuto al fatto che la scuola accoglie soprattutto bimbi stranieri), hanno però avuto da ridire sui temi affrontati, come quello dei matrimoni tra persone dello stesso sesso (legali, in buona parte del Regno Unito, dal 2014), sostenendo che non siano idonei a essere insegnati studenti così giovani.

La protesta, scrive il Guardian, è cominciata tra gennaio e febbraio ed è stata guidata da una madre, Fatima Shah, che per prima ha deciso di allontanare la propria figlia di 10 anni dalla scuola: secondo lei, parlare di matrimoni omosessuali a quell’età “è inappropriato, totalmente sbagliato”. Alla donna si sono uniti molti altri genitori: sarebbero 600 (numero non confermato dalla Parkfield) i bambini musulmani ritirati dalle classi della scuola di Birmingham dove,complessivamente, studiano 738 alunni (dati del ministero dell’Educazione inglese).

Lo stop al programma: “Niente è più importante dell’insegnamento”

Alla scuola, e al fondatore del programma No Outsiders Andrew Moffat, non è rimasto che prendere atto della posizione dei genitori e optare per lo stop: “Niente è più importante di assicurare che l’insegnamento ai nostri bambini prosegua senza interruzioni – si legge nella nota del 13 marzo – Fino a quando non si troverà una soluzione queste lezioni non avranno luogo. Ci auguriamo che i ragazzi non vengano allontanati dalla scuola in segno di protesta”.

Alla Parkfield Community School, si legge sul sito, studiano bimbi che arrivano da diverse parti del mondo: “Quasi tutti provengono da una vasta gamma di minoranze etniche e quasi la metà degli alunni ha origini pakistane”. Un universo sociale vario che caratterizza l’intera città di Birmingham, come testimoniato dai dati del censimento britannico del 2011: nella seconda città più grande del Regno Unito dopo la capitale Londra, quasi mezzo milione di persone sono straniere, il 47% della popolazione totale. La comunità più numerosa è proprio quella pakistana, che conta 144 mila abitanti (il 13% del totale).

Parkfield, una scuola “eccezionale”

Quanto accaduto a Birmingham fa discutere anche perché la scuola al centro delle polemiche gode di un’ottima fama: l’Ofsted, l’agenzia governativa britannica che monitora la qualità dell’insegnamento riportando al Parlamento gli esiti delle sue ricerche, ha catalogato la Parkfield come “outstanding”, cioè eccezionale. Nelle ore immediatamente precedenti la decisione di sospendere il No Outsider, poi, la stessa Ofsted aveva ribadito come il programma fosse “appropriato per l’età”. Un modello di eccellenza, insomma, al punto da essere adottato anche da diverse altre scuole del Regno Unito.

L’inventore del programma, come detto, è Andrew Moffat. Insegnante omosessuale, vice preside della Parkfield, Moffat è autore del libro No outsiders in our schools in cui espone le sue tesi volte a promuovere l’uguaglianza Lgbt e sfidare l’omofobia sin dalle scuole elementari.

Andrew Moffat receives his #MBE from The Queen at Buckingham Palace for his services to equality and diversity in education. pic.twitter.com/Cy6ga56plb

— The Royal Family (@RoyalFamily)
14 novembre 2017

Il suo impegno “per l’uguaglianza e le diversità” in ambito educativo gli è valso il titolo di membro dell’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico, importante onorificenza assegnatagli dalla regina Elisabetta in persona a Buckingham Palace, il 14 novembre 2017. Nel frattempo, in segno di supporto al professor Moffat, è stata lanciata anche una petizione su Change.org.

Gli inquirenti olandesi prendono in seria considerazione la possibilità che vi sia una “motivazione terroristica” dietro l’attacco su un tram di Utrecht che ha causato tre morti e cinque feriti. In particolare questa ipotesi è avvalorata da una lettera trovato sull’auto di Gokmen Tanis, il turco di 37 anni che ha aperto il fuoco. dalle prime indagini, inoltre, l’assassino non sembra avere alcuna relazione con le vittime, il che fa cadere l’ipotesi dei motivi familiari.

Le Forze democratiche siriane hanno annunciato la presa di Baghuz, l’ultima sacca di resistenza del sedicente Stato islamico in Siria. Lo scrivono i media arabi secondo cui il portavoce delle Fds ha comunque dichiarato “che la battaglia contro l’Isis non è ancora finita”. Nelle ultime ore ci sono stati aspri combattimenti e bombardamenti delle forze della coalizione internazionale. Durante la battaglia di Baghuz, è stato ucciso dall’Isis Lorenzo Orsetti, il volontario italiano che era andato a combattera a fianco delle forze curde.

I combattenti curdi delle Forze democratiche siriane, che oggi hanno preso il controllo dell’accampamento dell’Isis a Baghuz, hanno annunciato di aver catturato “centinaia di militanti dell’Isis feriti o malati che sono stati ricoverati negli ospedali militari vicini”, riferisce su Twitter il portavoce delle Fds, Mustafa Bali. In particolare, sono stati catturati 157 “terroristi esperti”, molti dei quali stranieri.

La conquista di Baghuz “non è l’annuncio della vittoria ma si tratta di un significativo progresso nella battaglia contro l’Isis”, aggiunge Bali, “gli scontri continuano con un gruppo di terroristi, confinato in una piccola area, che combatte ancora”. 

 

Un turco di 37 anni è il responsabile della sparatoria su un tram di Utrecht costata la vita a una persona. La polizia olandese ha diffuso la foto di Gokman Tanis, l’uomo che suk mezzo pubblico diretto alla stazione centrale della città olamdese ha aperto il fuoco sui passeggeri e si è dato alla fuga.

Diverse persone sono rimaste feriti e secondo la polizia potrebbe trattarsi di un attacco terroristico e per questo l’allerta terrorismo è stato elevato a livello 5, mai raggiunto prima in Olanda.

L’attacco è avvenuto in piazza 24 ottobre. Tutti i veicoli su rotaia sono stati fermati. Chiuse le scuole, le università e le moschee. La polizia di Utrecht non esclude possano esserci “nuovi attacchi” dopo quello in piazza 24 Ottobre e esorta tutti i cittadini a “restare in casa”. 

Domenica l’Isis aveva fatto sapere con una serie di messaggi diffusa su Telegram di voler vendicare la strage di musulmani compiuta da un suprematista bianco australiano in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda. 

Onderzoek naar schietincident #24oktoberplein in #Utrecht is gaande. Daarin houden we ook rekening met een eventueel terroristisch motief.

— Politie Utrecht (@PolitieUtrecht)
18 marzo 2019

Secondo l’edizione online di De Telegraaf ci sarebbe almeno un morto. Il reporter inviato sul posto ha riferito di un corpo coperto da un lenzuolo bianco e di una persona portata via in ambulanza mentre i sanitari cercavano di rianimarla.

I passeggeri del tram sono stati fatti scendere e portati via su furgoni della polizia. Un elicottero sorvola l’area e un’eliambulanza è atterrata sulla piazza per trasportare i feriti. I servizi di emergenza hanno chiesto a tutti gli ospedali di sgomberare i pronto soccorso anche se non è stato comunicato di quante vittime si dovranno occupare.  Testimoni hanno raccontato di aver sentito diversi spari e di aver visto persone gettarsi a terra. 

Il primo ministro Rutte ha parlato di una situazione “preoccupante” e si sta consultando con la squadra di crisi che è stata convocata, riferisce RTV Utrecht.

Sono stati fermati tutti i veicoli su rotaia. Chiuse le scuole, le università e le moschee. 

 

Brenton Tarrant, il 28enne australiano autore della strage alle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, aveva comprato armi on line, ma non quella in seguito utilizzata per gli attentati costati la vita a 50 persone. Lo ha rivelato David Tipple, proprietario del negozio di armi Gun City, durante una conferenza stampa. 

Tarrant ha acquistato quattro tipi di armi e munizioni, in tre o quattro transazioni diverse tra il dicembre 2017 e il marzo 2018. Le armi erano di categoria A, ossia semiautomatiche ma con un massimo di sette colpi, in base alla legge attuale neozelandese, che la premier Jacinda Ardern punta a riformare nei prossimi giorni.

“Non abbiamo notato nulla di straordinario nell’ordine. Era un nuovo cliente, con una nuova licenza”, ha detto Tipple. Il suo negozio non aveva invece in dotazione fucili da assalto di tipo militare come quello usato per l’attentato, ha proseguito, perché il suo negozio vende solo armi di categoria A.

L’arma usata per la strage sembra essere un AR-15, l’equivalente ‘civile’ dell’M-16 in dotazione alle forze armate di diversi Paesi. Si tratta dello stesso fucile d’assalto usato per il massacro di Orlando nel 2016 o in quello di Parkland nel giorno di San Valentino del 2018.

Tipple si è detto a favore dell’appello della premier neozelandese per la riforma sul possesso di armi nel Paese. In base a quanto riporta Radio New Zealand, oltre il 99% delle richieste per una licenza di possesso di armi nel 2017 ha avuto successo. 

La polizia neozelandese ritiene che Tarrant abbia agito da solo, ma non esclude che altri possano averlo sostenuto nel progetto stragista. Lo ha dichiarato il commissario Mike Bush, durante una conferenza stampa sugli sviluppi delle indagini. “Voglio dire in via definitiva che riteniamo che ci sia stato un solo attentatore responsabile per questo orrendo gesto”, ha rimarcato Bush. “Questo non significa che non ci potessero essere altre persone a supporto, il che continua a essere una parte molto, molto importante delle nostre indagini”.

Tarrant ha anche deciso che si difenderà da solo. L’avvocato nominato d’ufficio, Richard Peters, che lo ha rappresentato nell’udienza preliminare, ha reso noto che il ventottenne australiano “vuole rappresentare se stesso” e che “è apparso lucido” in questa sua scelta.

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