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Dalla passeggiata solitaria di Meghan Markle lungo la navata (fino a un certo punto) agli ospiti famosi, fino a un sermone infuocato, ecco cinque cose da ricordare del royal wedding.

1 – L'entrata di Meghan

Dopo giorni di discussioni su chi l'avrebbe accompagnata all'altare, la sposa si è fatta strada lungo la navata della Cappella di San Giorgio da sola in una sorprendente dimostrazione di indipendenza. Meghan aveva chiesto a suo padre Thomas Markle di accompagnarla, ma dopo una provvidenziale operazione al cuore seguita a un imbarazzante scandalo fotografico, è intervenuto il padre di Harry, il Principe Carlo. Il programma reale – stampato prima del cambiamento – chiariva che Meghan aveva da sempre programmato di entrare da sola, e di essere accompagnata solo per gli ultimi passi. E così è stato.

2 – Le celebrità

La coppia reale ha deciso di non invitare alcun leader politico, in contrasto con il matrimonio del fratello di Harry, il principe William, nel 2011, ma la chiesa era piena di celebrità con qualche bizzarria:

  • Elton John ha sfoggiato un paio di occhiali rosa
  • George Clooney ha accarezzato la spalla di un poliziotto mentre entrava.
  • L'icona del calcio David Beckham ha fatto ridere la folla che guardava la cerimonia sui max-schermi quando è stato sorpreso dalle telecamere a masticare vistosamente un chewing-gum in chiesa, clamorosa violazione dell'etichetta.

3 – Il predicatore

Twitter è pieno di clip che mostrano le espressioni dei reali – inclusa una in cui William cerca di non ridere – in ascolto dell'appassionato sermone del predicatore anglicano americano Michael Curry. È raro trovare riferimenti alla schiavitù e al potere che ha l'amore di cambiare il mondo durante le cerimonie della Chiesa d'Inghilterra

Ma c'è stato un momento più leggero quando Curry ha sintetizzato la love story di Harry e Meghan dicendo che: "Due giovani si sono innamorati e così siamo tutti qua", provocando un'esplosione di risate.

4 – Le ex di Harry

Le due ex fidanzate più seri di Harry, Chelsy Davy e Cressida Bonas, erano tra gli ospiti. Le loro espressioni sono state scrupolosamente esaminate dai media, e quando la Davy è stata sorpresa con un'espressione assorta, alcuni commentatori non hanno esitato ad attribuirla al mancato invito al ricevimento serale.

5 – "Ora sono pronti per un drink"

Dopo il matrimonio, Harry e Meghan hanno fatto il giro di Windsor in carrozza, salutando oltre 100.000 fan lungo la Long Walk fino al castello. Diretti al ricevimento ospitato dalla regina Elisabetta II, Harry ha scherzato: "Ora sono pronto per un drink".

E' nata “Sillabe di Seta”, una Associazione culturale che raccoglie e rilancia l’ampia richiesta di intensificare le relazioni culturali e educative tra Italia e Cina.

L’Associazione si propone di sviluppare gli scambi culturali tra Italia e Cina con un focus particolare sugli studenti, attraverso il sostegno solidaristico incentrato sulle potenzialità e sulle attitudini degli individui.

L’idea di creare l’Associazione “Sillabe di Seta” è nata all’interno del Convitto Nazionale di Roma, che rappresenta l’eccellenza nel panorama didattico Italiano nello studio della lingua cinese. L'impegno degli studenti del Liceo Internazionale nello studio del cinese rappresenta una buona prassi per gli scambi culturali tra Italia e Cina.

Il cuore pulsante dell’Associazione è il Convitto Nazionale di Roma, ma protagonisti saranno soprattutto i genitori, gli studenti, gli ex-studenti e i soggetti istituzionali ed economici pubblici e privati che vorranno aderire per sostenere e promuovere in modo sistematico lo scambio culturale tra Italia e Cina, nel solco della Nuova Via della Seta affinché sempre più studenti possano proseguire gli studi in contesti universitari e
professionali stimolanti.

L’Associazione “Sillabe di Seta” intende promuovere, una serie di iniziative specifiche tra cui: 

  • scambi di esperienze didattiche, linguistiche e culturali di studenti e docenti;
  • periodi di soggiorno-studio, mobilità didattica e culturale individuale e di gruppo, degli studenti italiani in Cina e degli studenti cinesi in Italia;
  •  progetti di alternanza scuola-lavoro in Italia e in Cina; 
  • orientamento universitario in Italia, Europa, Cina e altre nazioni o continenti;
  • collaborazione tra Istituzioni Educative.

Rischiava l'eutanasia in un canile americano, invece da domani entrerà ufficialmente a far parte della Royal Family. È la "favola" di Guy, il beagle adottato da Meghan Markle, anche lui varcherà la soglia del castello di Windsor. 

In attesa dell'eutanasia

L'improbabile viaggio di Guy inizia in un rifugio per cani statunitense. Ritrovato in mezzo ai boschi del Kentucky – si legge su The Guardian – il beagle era stato messo in lista d'attesa per l’eutanasia prevista per gli animali che non vengono adottati.

Il viaggio in Canada

A salvarlo è intervenuta un’associazione canadese, "A Dog's dream rescue", guidata da Dolores Doherty. Il cane è stato trasportato per più di 800 chilometri, fino in Canada dove la sua permanenza è durata meno di 24 ore.

Lo stesso giorno in cui è arrivato, infatti, Dolores lo ha portato ad un evento per le adozioni alla periferia di Toronto. "Stava lì seduto con i suoi grandi occhi tristi, era irresistibile", ha raccontato. Decine di persone si sono fermate a guardarlo, ma una è rimasta particolarmente colpita, una certa Meghan Markle.

Star di Instagram

All'epoca la futura sposa di Harry viveva a Toronto per girare le scene di Suits, la serie tv in cui ha recitato. Dolores non conosceva l’attrice, ma è stata ben felice di trovare una padrona per il povero beagle. Mai si sarebbe aspettata, però, che Guy sarebbe diventato molto popolare, con post su Instagram da migliaia di visualizzazioni e che da domani entrerà a far parte della famiglia reale.

Tutti i fan di Guy dovranno però, d'ora in poi, accontentarsi di vederlo sui profili ufficiali della Royal Family. L’account @meghanmarkle (da quasi due milioni di followers) e gli altri, sui quali l’attrice era solita caricare le sue foto, sono stati disattivati in vista delle regali nozze. “Miss Markle è grata a tutti coloro che l’hanno seguita sui social nel corso degli anni. Pur non usandoli già da diverso tempo, ha preso la decisione di chiuderli”, è stata la dichiarazione ufficiale diffusa tramite il ‘The Daily Mail’. I profili ufficiali degli appartenenti alla famiglia reale, infatti, vengono generalmente gestiti da esperti deputati a quello, che evitano attentamente di diffondere opinioni personali degli interessati che possano creare imbarazzo o problemi alla Corona.

La municipalità cinese di Tianjin ha annunciato il progetto di creare un fondo di quasi 16 miliardi di dollari (100 miliardi di yuan) per sostenere l’industria dell’intelligenza artificiale, e sviluppare una serie di tecnologie di nuova generazione, riferisce Reuters. I soldi saranno raccolti da istituzioni finanziarie cinesi ma anche dal settore privato domestico ed estero.

La città portuale, situata a 100 Km a sud-ovest di Pechino, orienterà i corposi finanziamenti verso settori in rapido sviluppo, dai robot intelligenti al software. Metterà anche da parte un fondo speciale per la ricerca su apparecchi smart e l’aggiornamento delle industrie tradizionali.

Il vicesindaco Sun Wenkiu ha promesso poi un sostegno finanziario fino a 30 milioni di yuan (4 milioni di dollari) per ogni istituzione di ricerca scientifica che voglia sistemarsi a Tianjin. E verrà predisposto anche un fondo separato per promuovere la manifattura intelligente.

Il progetto si inserisce nel più ampio piano della Repubblica popolare di diventare un leader nel settore dell’intelligenza artificiale (AI) entro il 2030, ribaltando la situazione attuale in cui a guidare sono gli Stati Uniti. Dopo che il governo centrale ha fatto dell’AI una priorità, vari enti locali e città in Cina hanno investito soldi e redatto piani di sviluppo.

Quello di Tianjin è il progetto più ambizioso annunciato finora. Anche altre città si stanno attrezzando, scrive il South China Morning Post. Pechino ha annunciato a gennaio scorso un piano da 13,8 miliardi di yuan per costruire un parco tecnologico dedicato all'AI, mentre Shanghai punta a sviluppare un'industria da 100 miliardi entro il 2020 per lanciare una sfida a livello globale. 

Il predominio cinese nell’intelligenza artificiale, che il governo cinese vuole trasformare in una industria da 150 miliardi di dollari, è sempre più tangibile. Stando ai dati del  China Internet Network Information Center, a giungo di quest’anno oltre un quarto delle oltre duemila compagnie IA del mondo si trovano in Cina, con un numero di brevetti (15.700) che la pone al secondo posto dopo gli Stati Uniti.

Egemonia globale

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale ha un ruolo cruciale nel piano Made in China 2025, che prevede massicci investimenti in dieci settori strategici con l’obiettivo di creare un’industria all’avanguardia. Nel XIII piano quinquennale del governo cinese (2016-2020) ha programmato la produzione di 100 mila robot industriali all’anno. L’ultima notizia arriva dalla prima banca cinese completamente automatizzata.

La Cina ha già assunto una posizione dominante nel mercato mondiale della videosorveglianza: si contano già 176 milioni telecamere di sicurezze, con un tasso di crescita annuale del 13% dal 2012 al 2017. Il 3% della crescita globale impallidisce a confronto.

Le forze di polizia stanno utilizzando il riconoscimento facciale in via sperimentale per tracciare ogni movimento della popolazione.

Leader indiscusso del settore è Sense Time, la start-up specializzata nel riconoscimento facciale (finanziata anche da Alibaba) che vale oltre 3 miliardi di dollari. L’azienda di Hong Kong ha accesso ai dati di tutti i cittadini grazie alla collaborazione con il suo maggior cliente: il governo cinese. Le autorità stanno sviluppando un database in grado di collegare in pochissimi secondi il volto di ciascun cittadino con la foto identificativa.

Tencent, la più grande società al mondo nel settore dei giochi online per gli smartphone (proprietaria della piattaforma di messagistica Wechat) partecipa attivamente alla vita dei cittadini cinesi: quando chattano, mangiano, pagano, giocano e ascoltano la musica. Le ripercussioni sulla privacy dei cittadini è un tema che ha già sollevato diverse polemiche.

Nella corsa a immagazzinare i dati degli utenti, fondamentali per il  sistema di credito sociale (il programma di rating che assegna un voto alle attività online dei cittadini e delle imprese), Alibaba, Tencent e Baidu da tempo trasferiscono alle forze dell'ordine le tracce elettroniche degli utenti. Il riconoscimento facciale sta rivoluzionando i più svariati settori: dal retail banking ai pagamenti online.

Mentre a Washington è in corso il secondo round di colloqui tra Cina e Stati Uniti per la risoluzione delle dispute commerciali, uno dei settori nei quali gli americani temono di perdere l’egemonia è proprio l’intelligenza artificiale. A partire dal settore militare dove Pechino può già rivendicare posizioni di vantaggio. L’innovazione è il terreno in cui si consuma uno scontro più ampio: la Cina ha già scavalcato il Giappone come seconda potenza al mondo per brevetti internazionali, e l’Onu prevede il sorpasso sugli Usa in tre anni.

Durante il matrimonio dell’anno, quello reale tra il Principe Harry e Meghan Markle, prenderà parola il capo della Chiesa episcopale degli Stati Uniti d’America. Si tratta di un piccolo ma importante strappo alla regola, rispetto al protocollo reale. La tradizione, infatti, vorrebbe, che questo onore andasse ai membri anziani della chiesa d’Inghilterra. Micheal Curry, 65 anni, vescovo di Chicago, è il primo religioso afroamericano a ricoprire un ruolo così importante ed è americano come Meghan. Due elementi importanti, ricchi di simboli, che dimostrano quanto questo matrimonio sarà molto distante da quelli che Londra è abituata a vivere.

Un gesto per la sposa

Quella delle nozze non è stata una preparazione facile per Meghan. Dai problemi con il padre e la famiglia alla messa in evidenza del suo stato di divorziata con i tabloid inglesi impegnati a frugare nel suo passato in cerca di scoop. per molti quello di Kensington Palace vuole essere un gesto di apertura e vicinanza. A officiare la cerimonia sarà l' Arcivescovo di Canterbury Justin Welby, capo della Chiesa anglicana d' Inghilterra. Curry pronuncerà, invece, il discorso principale delle nozze. Il reverendo David Conner, decano di Windsor, avrà infine l’onore di essere la guida all’intera cerimonia. Lo stesso Welby ha definito il collega statunitense un brillante predicatore applaudendo per la notizia e la scelta degli sposi.

La Chiesa episcopale americana appartiene alla comunione anglicana, di cui la Chiesa d'Inghilterra è la principale guida. Nella sua autobiografia del 2015, Songs My Grandma Sang, Curry ha raccontato come la sua famiglia discenda da schiavi e mezzadri della Carolina del Nord e dell’Alabama. Nella sua lunga carriera si è occupato di giustizia sociale, immigrazione e diritti civili. Tutti particolari che rendono il suo discorso particolarmente atteso.

È di 110 morti il bilancio del disastro aereo avvenuto a Cuba, dove un Boeing 737 della compagnia di bandiera Cubana de aviacion appena decollato da L'Avana si è schiantato e incendiato nell'impatto al suolo in una zona agricola. Solo tre donne sono estratte vive dai rottami, e sono state ricoverate nell'ospedale "Calixto Garcia" della capitale cubana. Le loro condizioni sono gravi.

Le autorità cubane non hanno fornito dettagli sulla nazionalità delle vittime. La Farnesina sta verificando se siano coinvolti italiani. Sul volo viaggiavano 103 passeggeri e 9 membri dell'equipaggio. Nessuno di questi ultimi era cubano. Tra i passeggeri c'erano anche cinque bambini, uno dei quali di meno di due anni. Il Boeing era in servizio su una rotta interna ed era diretto a Holguin, nella parte orientale dell'isola.

Il presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, si è subito recato sul luogo dell'incidente, a circa un chilometro e mezzo dal Terminal 1 dell'aeroporto internazionale "Josè Marti'" de L'Avana, accompagnato da diversi ministri ed esponenti del Partiro comunista. La risposta dei soccorsi è stata "immediata", ha detto il presidente. "Si è subito dato corso – ha affermato Diaz-Canel – a tutte le azioni previste dai piani per eventi di questo tipo. Si è organizzato tutto, sono state domate le fiamme, si stanno identificando i resti ed è stata gia' istituita una commissione per indagare sui fatti".

Diaz-Canel ha assicurato che "verranno svolte tutte le indagini" per accertare le cause dell'incidente, e ha espresso il suo cordoglio ai familiari delle vittime. I primi ad accorrere dopo il disastro, ha riferito il presidente, sono stati abitanti della zona che si sono prodigati per assistere i feriti. 

È l'ennesima strage in un liceo negli Stati Uniti. Questa volta a Santa Fe, nel Texas, dove uno studente 17enne, Dimitrios Pagourtzis, si è presentato armato e ha fatto fuoco, uccidendo almeno dieci persone e ferendone undici, tra cui un agente. La polizia è riuscita ad arrestarlo, dopo averlo ferito. Con lui è stato fermato anche un complice.

Il presidente americano Donald Trump, "afflitto per la grave perdita di vite umane", si è detto "determinato a fare tutto il possibile per fermare le sparatorie".

La dinamica

Qualche minuto dopo le 8 (le 14 in Italia) nel liceo pubblico di Santa Fe, frequentato da 1.400 studenti, è scattato l'allarme antincendio: i ragazzi si sono precipitati all'esterno. Qui li attendeva Pagourtzis che ha scaricato su di loro il suo fucile a pompa. Una valutazione iniziale dello sceriffo della contea di Harris, Ed Gonzalez, riporta da 8 a 10 morti, tra loro studenti e insegnanti. Secondo la Cnn, nove studenti e un insegnante sono stati uccisi: questo si confermerà il bilancio finale. Degli 11 feriti, sei hanno già lasciato l'ospedale.

Nel giro di pochi minuti l'edificio è stato circondato dalle forze dell'ordine. "Un incidente si è verificato questa mattina in una scuola superiore che coinvolge un uomo armato, l'incidente è ancora in corso ma è sotto controllo, ci sono dei feriti", ha pubblicato la scuola sul proprio sito. Nell'edificio gli artificieri hanno scoperto anche dell'esplosivo sia nella casa che nell'auto del killer. 

L'attentatore

Dimitrios Pagourtzis, un 17enne dello stesso liceo che giocava nella squadra di football, nei giorni scorsi aveva postato sulla propria pagina Facebook dei simboli che inneggiano al nazismo, e una maglietta nera con la scritta bianca "born to kill" (nato per uccidere). Uno studente del liceo ha detto a un'emittente locale che Dimitrios Pagourtzis veniva molestato dalla squadra di football e che stava sempre da solo.

Il governatore del Texas, Greg Abbott, durante una conferenza stampa, ha detto che il diciassettenne aveva pianificato di suicidarsi dopo la strage. è stato trovato dell'esplosivo nella sua auto e nella sua abitazione. Pagourtzis, recentemente aveva postato su Facebook, la foto di una maglietta con la scritta "born to kill", ovvero "nato per uccidere". Su Facebook dopo la sparatoria è apparso un falso profilo di Pagourtzis, con una foto in cui indossa un cappellino elettorale di Hillary Clinton. Il profilo è stato poi rimosso. 

L'emergenza armi nelle scuole

Nel 2018, nelle scuole degli Stati Uniti in media c'è stata una sparatoria alla settimana. A dipingere il quadro un'analisi della Cnn, che dimostra come nelle prime 20 settimane dell'anno si siano registrati 22 casi di uso di armi da fuoco in istituti scolastici.

Solo sette giorni fa, in California, a Palmdale, un ex studente ha aperto il fuoco nella sua vecchia scuola. L'ultima, prima di quella di oggi, ha causato una vittima un mese fa in Maryland, dove a perdere la vita è stato l'autore della sparatoria, mentre il 7 marzo in Alabama a morire è stata una studentessa di 18 anni. E poi ancora in Virginia, in Mississippi, in Georgia. Una piaga che quest'anno ha toccato tutti gli Stati Uniti, da est a ovest, da nord a sud. L'episodio più sanguinoso il 14 febbraio: la strage di San Valentino in un liceo della Florida, a Parkland, dove sono state uccise 17 persone. Altre sparatorie, senza feriti o morti, sono avvenute in Florida, in Missouri, nello stato di New York. 

A poche ore dal matrimonio dell’anno, quello che si celebrerà sabato tra il principe Harry e l’attrice americana Meghan Markle, i tabloid si chiedono come sarà l’abito della sposa. E chi sarà il fortunato stilista. Quattro, secondo i media inglesi, i brand più papabili – ovviamente tutti britannici:

  • Ralph&Russo che ha firmato anche l’outift per il fidanzamento
  • Burberry
  • Erdem 
  • Alexander McQueen (lo stesso di Kate)

Quanto al colore, si scommette sul bianco. Se Meghan Markle solcasse la navata di St George Church con un abito rosso fuoco, il mondo definirebbe la moglie del principe Harry la più anticonformista delle spose di Buckingham Palace.

Quando i colori sgargianti erano la regola

Eppure è ‘solo’ da 180 anni che l’abito bianco è diventata la regola in chiesa. Prima di allora, quando le unioni era strette più sulla base degli interessi che dell’amore, l’abito delle spose reali serviva a testimoniare il prestigio della casata. Stoffe pregiate dai colori sgargianti e cimeli di famiglia erano lo standard.

Nel 1468, Margaret di York, ricorda la CNN, aveva così tanti gioielli applicati sul vestito da non riuscire a camminare per il suo peso. Il risultato fu che dovette essere trasportata fino all’altare.

Quattro secoli dopo, la principessa Charlotte, nel 1816, indossò un abito argentato ricamato con fiori e conchiglie. Il costo fu di 10mila sterline, l’equivalente di circa 1,3 milioni di euro attuali.

La regina Vittoria in bianco

Così, quando nel 1840 la regina Vittoria scelse di indossare un abito bianco per le sue nozze con il principe Alberto, il look apparve frugale e sottotono. La scelta del colore, in realtà, fu più che studiata: l’attività del ricamo e merletto della cittadina di Beer era allora in declino. Quale miglior modo per rilanciarla se non quello di far risaltare quei minuziosi lavori sull’abito da sposa della regina? Non solo: Vittoria evitò anche di indossare gioielli, tessuti pesanti e colori intensi per non apparire come una monarca agli occhi di suo marito. Col tempo, anche tra le persone senza sangue blu, l’abito bianco divenne l’emblema della purezza e del benessere. Le donne delle classi più povere, infatti, si sposavano con gli abiti che avevano, magari i più nuovi e puliti, ma presenti già nell’armadio. Potersi permettere un abito speciale, da indossare per un solo giorno anche per via del suo colore, era la prova del benessere di quella famiglia. Fu solo dopo la Seconda Guerra mondiale che, nel mondo occidentale – in Cina ci si sposa in rosso e in Malesia in viola, ad esempio – le future mogli iniziarono a copiare lo stile delle spose reali.

Hollywood fa eccezione

Solo le attrici di Hollywood hanno fatto eccezione. Prima fra tutte Brigitte Bardot che per le nozze del 1959, con Jacques Charrier, indossò un abito a quadretti bianchi e rosa Vichy con gonna larga, manica a tre quarti e scollo rotondo. Nel 1964, fu Elizabeth Taylor a rompere con la tradizione: per dire sì a Richard Burton indossò un abitino giallo canarino di chiffon, corto alle ginocchia, con scollo ad anello e lunghe maniche a sbuffo. Nel 1997, l’icona di stile Sarah Jessica Parker, meglio conosciuta come la Carrie Bradshow di “Sex and the City”, ha fatto quello che il galateo mette in cima alla lista dei divieti: ha sposato Matthew Broderick con un abito di Morgan Le Fay composto da una canottierina di raso nero e gonna di satin tutto rigorosamente nero. Nel 2003 Julianne Moore ha detto sì in un vestito di Prada color lavanda. Mentre, più di recente, nel 2013, Keira Knightley ha scelto un abito corto grigio di Chanel per pronunciare i voti nuziali.

Le Filippine sono pronte a una svolta epocale, quella di rendere il divorzio legale. E non è una questione da poco. Nel Paese il 93% della popolazione aderisce alla religione cristiana (81% sono cattolici) ed è il quinto paese al mondo per numero di fedeli, il primo in Asia. È l’unico, insieme alla Città del Vaticano, a non aver legalizzato la separazione tra coniugi. Ora però tutto questo potrebbe cambiare. Il Senato di Manila sta considerando di approvare una legge, il cui disegno è stato approvato, a marzo, dalla Camera dei rappresentanti. Il risultato, anche se in terza lettura, non lascia adito a dubbi: 134 voti a favore e 57 contrari, con due astensioni. L’iter, però, è ancora lungo e complesso.

I filippini vogliono il divorzio?

Non c’è una risposta chiara a questa domanda. Un recente sondaggio ha mostrato una tendenza positiva con il 53% della popolazione favorevole e un 32% contrario. Il dato più importante però è quello che riguarda gli indecisi, il 15% del totale, che potrebbe rovesciare il dato finale. I partecipanti al sondaggio sono equamente divisi tra uomini e donne: il 62% è sposato mentre il 15% convive. Il resto sono separati o rimasti vedove/i o sono persone che non hanno intrapreso una relazione duratura.

Possono separarsi o no?

L’annullamento è l’unica alternativa possibile in caso di rottura tra i due componenti della coppia. Ma ottenerlo è un’operazione assai complicata perché passa dall’attivazione di una causa civile che comprende persino un test di salute mentale. Solo il giudice, alla fine, può dichiarare se il matrimonio è valido o meno. Le cause possono durare anche diversi anni e sono molto costose.

Gli ostacoli per la legge

Il presidente Duterte, secondo quanto scrive Vice News, non ha preso una posizione netta, evitando di rispondere direttamente a domande sull’argomento. Il suo portavoce, invece, ha fatto intendere che sarebbe contrario al divorzio e che appoggerebbe le richieste dei rappresentanti della Chiesa cattolica. Non è un elemento banale visto che, in ultima istanza, Duterte potrebbe opporre il suo veto e cancellare l’eventuale approvazione. Pia Cayetano, una delle autrici del disegno di legge, ha detto che è proprio la chiesa l’ostacolo più grande per ratificare la decisione. Nel 2012, ad esempio, ci fu una vera battaglia sociale per cercare di impedire la promulgazione di una legge che consentiva il libero accesso ai metodi contraccettivi. Secondo la Cayetano molti politici subiscono la forza e l’influenza che il cattolicesimo infonde nel Paese. Broderick Pabillo, vescovo di Pabillo, è impegnato in prima linea per far sì che il divorzio non diventi legale in nessuna occasione. “Siamo noi ad essere fuori dal tempo o stiamo difendendo ciò che è giusto?”. La battaglia per questo diritto, insomma, è ancora tutta da giocare.

Lanciato nello spazio il primo razzo suborbitale realizzato da una compagnia privata cinese. Il missile si chiama “Chongqing Lingjiang Star” e il suo volo, partito martedì 15 maggio da una località ignota, non è durato molto: ha raggiunto un’altitudine di 273 chilometri prima di schiantarsi sulla Terra. Tanto è bastato per testare la capacità dei razzi OS-X di cui si è dotata la start-up aerospaziale OneSense, che sfida le rivali statunitensi, tra cui SpaceX e Blue Origin. L’obiettivo è accaparrarsi una fetta del settore che – stando alle stime di Merril Lynch – vale ben 339 miliardi di dollari.

Il razzo è lungo nove metri, possiede un motore che impiega propellente solido – più competitivo del combustile liquido – ed è progettato per trasportare in orbita un carico di 100 chilogrammi fino a un’altitudine di 800 kilometri. Entro il 2020, OneSpace vuole costruirne 20, ha detto il portavoce Chen Jianglan dell’azienda basata a Pechino.  

L’impiego? Monitorare i raccolti, il meteo, prevenire le calamità. Almeno stando al comunicato ufficiale emesso dall’azienda.

Il prossimo obiettivo è posizionarsi nell’industria dei micro-satelliti. OnceSense è già all’opera per sviluppare un altro tipo di razzo: la serie M.

Ci sono almeno altre dieci le aziende privati cinesi in fermento (Landscape, Linkspace), che sono in grado di produrre razzi a prezzi competitivi. Ce n’è una in particolare che rivendica di aver effettuato il primo lancio di un razzo commerciale. Si chiama iSpace, e il mese scorso ha lanciato dall’isola tropicale di Hainan il razzo suborbitale, Hyperbola-1S, raggiungendo un’altitudine di 108 chilometri. OneSpace non si lascia strappare il primato, confermando che il suo razzo ha “capacità di controllo maggiori”.

Quanto è costato?

L’azienda, rivela Quartz, ha raccolto meno di 500 milioni di yuan (78 milioni di dollari) per finanziarie l’operazione. OneSpace non ne ha reso noto il prezzo, che secondo i concorrenti dovrebbe aggirarsi intorno ai 5-6 milioni di dollari a lancio.

Il governo cinese scruta il cielo

Se il programma spaziale cinese ha dato via libera alle compagnie private per il lancio in orbita di razzi commerciali, l’accesso al settore da parte delle compagnie di trasporto internazionali non è visto di buon occhio, specie per i presunti legami dell’industria aerospaziale con i programmi di difesa.

Landscape nel 2016 aveva ammesso di aver utilizzato il motore di un razzo già testato in volo: una tecnologia che era stata già sviluppata nell’ambito del programma spaziale nazionale.

Del resto, secondo Quartz, dietro alla costruzione di “Chongqing Lingjiang Star” c’è il gruppo statale Chongqing Liangjiang Aviation Industry Investment Group, che ha co-finanziato il progetto.

Sarà in grado di competere con i big a stelle e strisce? Per ora, i cinesi volano a quota periscopio: Shu Chang, il Ceo di OneSpace, ha detto alla CNN che il paragone con SpaceX è azzardato. “Il divario” è ancora alto, ha ammesso.

Meritano un discorso a parte le collaborazioni spaziali internazionali, da cui fino a qualche tempo fa la Cina era esclusa. A dimostrazione della “space diplomacy”, la cooperazione scientifica tra Italia e Cina che ha di recente portato al lancio congiunto del satellite Cses.  

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