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A una settimana dal voto per riportarlo al potere, trema il presidente del governo spagnolo uscente, Pedro Sanchez, che potrebbe non farcela. L’ex premier socialista ha accusato la sinistra radicale di Podemos di voler rompere il negoziato per formare un nuovo governo. E la possibilità che non ce la faccia adesso è più che mai concreta.

Arrivato alla Moncloa nel giugno 2018 mediante una mozione di sfiducia al conservatore Mariano Rajoy, Sanchez ha vinto le elezioni dello scorso aprile senza ottenere però la maggioranza necessaria per governare, solo 123 seggi sui 350 della Camera. Ha dunque bisogno di alleanze, in particolare con i 42 deputati di Podemos e gli altri partiti regionali.

Il voto di investitura è fissato per il 23 luglio. Ma in un’intervista all’emittente Cadena Ser, Sanchez ha denunciato “una rottura unilaterale” del negoziato da parte del leader di Podemos, Pablo Iglesias. A giudizio di Sanchez, il dialogo si è arenato su un referendum ‘truccato’ tra la base di Podemos a proposito della scelta del partito. “È una mascherata bella e buona del signor Iglesias per giustificare il ‘no’ alla mia investitura”.

Podemos condiziona il suo sostegno alla formazione di un governo di coalizione: chiede di fatto una vicepresidenza e diversi ministeri con portafoglio. Sanchez, che inizialmente si opponeva, la scorsa settimana ha aperto alla possibilità di cedere alcuni dicasteri a persone con profili tecnici, proposti dalla formazione, ma non membri della direzione. Il che vuol dire che Iglesias non potrebbe entrare nel gabinetto di Sanchez. Così Podemos ha deciso di consultare la base, il che per Sanchez è la rottura del negoziato.

In tutti i casi, con o senza Podemos, il voto di investitura del 23 luglio è destinato al fallimento, visto che Sanchez non dispone della maggioranza assoluta di 176 voti sui 350 della Camera bassa. Un secondo voto si terrà 48 ore più tardi e a quel punto a Sanchez basta ottenere più sì che no.

Adesso l’ex premier socialista ha una settimana dinanzi per convincere Podemos, Pp e Ciudadanos all’astensione. Finora tanto i liberali di centrodestra che i conservatori gli hanno detto no. E Sanchez vuole evitare a tutti i costi che la sua elezione dipenda dall’astensione degli indipendentisti, visti i feroci attacchi della destra che lo accusa di essere ostaggio dei separatisti. Se non si arrivasse a un nuovo governo, il 23 settembre si andrebbe automaticamente a nuove elezioni, le quarte in quattro anni in Spagna.  

Dopo gli Stati Uniti, anche la Francia punta alla creazione di unità militari spaziali. A darne annuncio è stato il presidente Emmanuel Macron, che in un discorso alle forze armate tenuto alla vigilia della Festa nazionale francese, ha rivelato la prossima creazione di reparti specializzati nella protezione dei satelliti del Paese. Già entro settembre, dunque, l’aeronautica francese potrebbe cambiare nome e diventare l’Armée de l’air et de l’espace: l’Armata del cielo e dello spazio.

A dare impulso alla nuova strategia francese era stata per prima la ministra della Difesa Florence Parly, che già a settembre del 2018 aveva evidenziato l’esigenza di una più capace difesa dei sistemi di telecomunicazione in orbita. L’obiettivo, ha spiegato Macron sabato scorso, sarà quello di “assicurare lo sviluppo e il rafforzamento delle nostre capacità spaziali” e di rafforzare “la nostra conoscenza della situazione spaziale”, così da “proteggere meglio i nostri satelliti”.

Restano ignote le previsioni di spesa e la quantità di uomini coinvolti nel progetto, che stando a quanto annunciato dall’inquilino dell’Eliseo, non dovrebbe essere una forza armata a parte quanto piuttosto un’unità già compresa nelle forze aeronautiche. Strategia simile quindi a quella inaugurata dal presidente statunitense Donald Trump a febbraio, quando firmò la Space Policy Directive 4: documento che traccia le linee guida per la costituzione di una forza dedicata allo spazio alle dipendenze della US Air Force. Inizialmente pensato come una forza a sé stante, il sesto ramo dell’esercito statunitense verrà creato dal Pentagono in seno all’Aeronautica, con uno stanziamento ancora da definire ma che è stato stimato in 13 miliardi di dollari.

Dopo terra, acqua e aria, lo spazio è considerato da diversi Paesi il quarto dei campi di battaglia. Anche se il riconoscimento ufficiale da parte della Nato arriverà questo dicembre (dopo che nel 2016 era stato già riconosciuto quello dei dati e del mondo cibernetico), è proprio nello spazio che Paesi come Cina e Russia stanno investendo parte della loro attenzione. Almeno così riportano anni di rapporti sullo stato della Difesa statunitense e le parole della stessa ministra Parly, che ha accusato Mosca di essere responsabile di un atto di spionaggio nei confronti del satellite militare franco-italiano Athena-Fidus, che sarebbe avvenuto nel 2017.

Anche nello spazio quindi, per ora si parla più che altro di spionaggio, e della capacità di alcuni Paesi di intercettare ed esfiltrare informazioni dai satelliti per le telecomunicazioni. Oggi il 65 per cento dei satelliti in orbita appartiene a Paesi membri del Patto Atlantico, ma nel futuro la Cina ha già programmato una massiccia colonizzazione dell’orbita terrestre, con lo scopo ufficiale di migliorare i sistemi di telecomunicazioni e la velocità di trasmissione dei dati. Un atto di forza da parte di Pechino lo si è già visto a gennaio di quest’anno, quando grazie a un satellite ponte, il dragone è stato il primo ad allunare sul lato più remoto della Luna. Primato tecnologico che rivela anche capacità tecniche finora inedite, di fronte alle quali nessun Paese vuole restare indietro. 

“La Russia non ha mai dato soldi ad alcun politico o partito in Italia”. Interpellato dall’Agi, il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, spiega la posizione di estraneità di Mosca alla vicenda legata alle presunte trattative tra russi e militanti della Lega, per finanziare la campagna elettorale del Carroccio alle europee. Alla domanda se il Cremlino sia a conoscenza dell’identità dei partecipanti russi all’incontro all’hotel Metropol, Peskov risponde: “Non abbiamo nulla a che fare con questa storia e per questo, semplicemente, non possiamo conoscere i dettagli che vi interessano”.

Il portavoce del presidente Vladimir Putin, infine, risponde cosi’ all’Agi che chiedeva di un’eventuale disponibilità russa a collaborare nelle indagini aperte in Italia: “Esistono meccanismi di assistenza legale reciproca a cui (i magistrati italiani, ndr) potranno ricorrere, se necessario”.

“Dobbiamo assolutamente investire di più tutti insieme nell’aprire vie legali e sicure affinché i rifugiati giungano in modo ordinato e non debbano ricorrere ai trafficanti senza scrupoli e a viaggi pericolosi. Richiedere asilo al di fuori dell’Ue in un paese terzo solleva molte questioni legali. Il reinsediamento è l’unica alternativa praticabile, con la collaborazione dell’Unhcr”.

Cosi il commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos in un’intervista a Il Messaggero oggi in edicola nel giorno in cui il ministro degli Esteri italiano Enzo Maovero Milanesi illustrerà il Piano italiano migranti sui flussi, a Bruxelles, nel corso del Consiglio europeo Affari Esteri, insistendo sul fatto che “va rafforzato il progetto sul ruolo dei paesi terzi”.

Per questo il Commissario Ue è perplesso sulle proposte del ministro Moavero che ieri ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera attraverso la quale il titolare della Farnesina illustrava la sua idea di creare “zone franche” per gli sbarchi e ”la distribuzione dei rifugiati”. Ovvero, corridoi umanitari per chi supera la prova e gli accertamenti “uscendo dalla tirannia delle emergenze e dell’emotività”, così si è espresso Moavero Milanesi.

Ma la proposta del ministro degli Esteri italiano che sembra invece ricevere l’appoggio del M5S e di alcune voci della sinistra, include anche l’istituzione di uffici europei nei Paesi di transito e un’apertura sugli ingressi legali per motivi di lavoro, come si può leggere sul Corriere edizione online.

“Rafforzare la cooperazione con i paesi terzi”

Avramopoulos sostiene che rafforzare la nostra cooperazione con i Paesi terzi “è essenziale se vogliamo ridurre gli arrivi irregolari e garantire rimpatri effettivi per coloro che non hanno il diritto di rimanere”. Continuando così sulla strada già intrapresa dalla Ue che ha “drasticamente ridotto” gli arrivi degli irregolari. Chi invece ha bisogno di protezione “può continuare a contare sull’Ue come rifugio, perché questo è un principio a cui non possiamo rinunciare”. Tutti gli altri vanno rimpatriati il prima possibile. E su tutte queste questioni, afferma il Commissario, “il ruolo dell’Italia è della massima importanza”.

Circa la questione della solidarietà tra diversi Stati, Avramopoulos resta tuttavia fiducioso perché dice di sentire un orientamento “sempre più esplicito” di alcuni Stati membri “che vogliono progredire” verso l’istituzione di un accordo più strutturale su come “redistribuire i migranti soccorsi dopo lo sbarco”. Per questo motivo quel che sta facendo la Ue è proprio “organizzare corridoi umanitari” in quanto, ad esempio, “la Libia non è sicura per i migranti”.

Quanto al ministro Salvini che vuole introdurre norme più stringenti per colpire le Ong, Avramopoulos dice che “non è competenza della Commissione decidere dove far sbarcare le persone soccorse in mare” ma che questa azione “spetta alle autorità nazionali, in linea con il diritto internazionale del mare”.

Mentre il Commissario Ue si dice d’accordo con il nuovo Presidente dl Parlamento europeo, l’italiano David Sassoli, circa la necessità di riformare il Regolamento di Dublino, perché “lasciare questa impresa incompiuta sarebbe dannoso per il futuro dell’Europa”.

Tardo pomeriggio del 15 aprile 2019, le immagini della cattedrale di Notre Dame in fiamme fanno il giro del mondo. A tre mesi da quel giorno, la cattedrale si è trasformata da gioiello del gotico nel più grande cantiere di Parigi.

Il restauro non è ancora cominciato

“Il rischio sempre reale eè che la volta crolli, ecco perché non possiamo circolare nè nella navata, nè nel transetto, nè nel coro, solo nelle navate laterali” della cattedrale, spiega Jean-Michel Loyer-Hascoet, della direzione generale del patrimonio presso il ministero della Cultura. L’imperativo, prima di cominciare il restauro, è sempre quello di rendere sicuro il sito: vengono installati ganci per consolidare i contrafforti volanti e sgomberato mediante robot le macerie (pietre, pezzi di legno. ..) dalla navata. Questo compito viene svolto dalle squadre che stavano già lavorando al restauro della cattedrale prima dell’incendio, a cui si aggiungono altri operai specializzati.

In totale, “un centinaio di persone” lavorano ogni giorno per proteggere il sito. Il processo dovrebbe durare fino all’autunno: è anche necessario installare un solaio sotto e sopra la volta e smantellare l’impalcatura. Questa operazione è “estremamente delicata: basta che cada un pezzo dalla volta per innescare la caduta di un altro pezzo”, ha affermato Loyer-Hascoet.

Preoccupa il piombo depositato sulle macerie

All’inizio di luglio, un inquietante articolo di Mediapart ha denunciato livelli di piombo da 400 a 700 volte più alti della soglia autorizzata, all’interno e attorno alla cattedrale, quindi potenzialmente pericolosi per residenti, turisti e lavoratori. Senza confermare o negare questi livelli, l’Agenzia regionale per la salute (ARS) dell’Ile-de-France rileva “puntualmente alti valori” di piombo.

“L’inquinamento è soprattutto sulla cattedrale, dove la polvere di piombo si e’ depositata, ma non nell’aria”, dice Loyer-Hascoet. Dopo l’incendio, ai residenti è stato chiesto di ripulire le loro case. Le stesse misure sono state prese nelle scuole e negli asili dei dintorni. Per quanto riguarda i lavoratori, devono seguire un protocollo specifico (pediluvio, sportello di sicurezza, camera di decontaminazione, doccia) e indossare una muta stagna, una maschera e scarpe antinfortunistiche per lavorare all’interno.

Vengono inoltre ripuliti tutti gli oggetti che escono da Notre-Dame ed è progressivamente prevista pulizia di tutto il duomo. “Una parete divisoria separerà via via le parti pulite finché non sarà ripulito tutto l’insieme”. “Camminare sul piombo non ha assolutamente alcun rischio”, ha assicurato nei giorni scorsi il prefetto di Parigi, Didier Lallement. I rischi per la salute esistono “se il piombo viene ingerito”.

L’inchiesta sulle cause

Il procuratore di Parigi ha completato le indagini preliminari alla fine di giugno, concentrandosi sulla tesi dell’incidente. Tra le possibili cause dell’incendio, un malfunzionamento elettrico o una sigaretta spenta male.

Donazioni: realizzato il 10% delle promesse

Dopo l’incendio, lo slancio di generosità è stato considerevole, con circa 850 milioni di euro promessi da varie entità, singoli individui o grandi aziende; promesse accompagnate da una polemica sugli sconti fiscali di cui possono beneficiare i donatori. “Un po’ più del 10%” di questi impegni e’ stato “realizzato”, ha reso noto il Ministro della Cultura, Franck Riester. 

Stessa situazione alla Fondazione Notre-Dame, che ha raccolto 38 milioni di euro (tra i quali 20 milioni dalle famiglie dei miliardari Bernard Arnault e Francois Pinault, che hanno promesso rispettivamente 200 e 100 milioni per ricostruire la cattedrale). “Questi due sponsor mi hanno scritto per confermare gli importi”, ha assicurato Christophe Rousselot, delegato generale della Fondazione. “Non sono minimamente preoccupato”. La Fondation de France, da parte sua, ha ricevuto 9 milioni su 20 promessi.

Uragano per poche ore, la tempesta tropicale Barry continua a sferzare lo Stato della Louisiana, negli Stati Uniti, con forti piogge e venti. E adesso il timore è quello delle inondazioni. Barry, che per qualche ora è stato il primo uragano della stagione atlantica, si è indebolito in una tempesta tropicale quando sabato ha toccato terra, sulla costa della Louisiana, ma continua ad avere un forte impatto spostandosi verso Nord, nell’entroterra. Tutti i voli di arrivo e partenza a New Orleans sono stati cancellati, migliaia di persone sono state evacuate dalle loro case, decine di migliaia sono rimaste senza elettricità.

Ma il sistema di protezione di New Orleans ha retto, anche se il sindaco della città LaToya Cantrell ora ammonisce: “Non siamo ancora fuori pericolo”. Anche il governatore della Louisiana, John Bel Edwards, ha previsto che la tempesta si intensificherà nell’arco delle prossime ore e che in molte zone continuerà a cadere una pioggia violenta: “Non abbassare la guardia pensando che il peggio sia passato”. “Barry è ancora una tempesta pericolosa con un impatto che aumenterà solo di domenica”, ha twittato il National Weather Service.

La Louisiana subì gli effetti dell’uragano Katrina nel 2005, che provocò oltre 1800 morti, in particolare proprio nella città di New Orleans. Da allora molte cose sono cambiate, è stato allestito un sistema di prevenzione e protezione dalle alluvioni, ma il ricordo di Katrina è ancora una ferita aperta.

È tornata la luce a Manhattan, ma ci sono state ore di tensione per un black out della luce elettrica durato 4 ore e che ha lasciato al buio 72 mila persone nella parte occidentale della Grande Mela: linee della metro bloccate, teatri fermi, semafori in tilt.

Il blackout è cominciato intorno alle 20 ora locale e oltre a influire sul normale funzionamento della metropolitana ha lasciato molti cittadini intrappolati negli ascensori. Persino parte di Times Square è rimasta senza i suoi tabelloni di solito luminosi. I negozi hanno dovuto chiudere e gli spettacoli di Broadway anche, poiché la maggior parte dei teatri ha cancellato le programmazioni, compreso lo spettacolo di Jennifer Lopez al Madison Square Garden.

La compagnia energetica Con Edison ha inizialmente parlato di 42.000 clienti senza elettricità, ma la cifra è salita successivamente a 72.000, concentrati sul lato ovest di Manhattan. Sulle cause, i vigili del fuoco hanno parlato di un incendio a un trasformatore a ovest della 64esima strada e “fumo in diversi edifici”. La giornata era stata torrida e quindi era schizzato il consumo di elettricità, attivato dai condizionatori d’aria.

Il sindaco di New York, Bill de Blasio, in corsa per la nomination democratica per le presidenziali del 2020, era in Iowa al momento dell’incidente ed è stato criticato per la sua assenza. L’interruzione di elettricità è accaduta nello stesso giorno del grande blackout del 1977, quando New York sprofondò nell’oscurità.

Mazzata o buffetto? I commentatori si dividono sulla multa di 5 miliardi di dollari inflitta dalla Commissione federale Usa per il commercio per l’imponente violazione della privacy relativa al caso Cambridge Analytica. La commissione, rivelano il Wall Street Journal e il Washington Post, ha approvato l’accordo con Mark Zuckerberg con 3 voti favorevoli (repubblicani) e 2 contrari (democratici). Ora manca solo il via libero definitivo alla sanzione che deve essere dato dal ministero della Giustizia.

L’indagine della Commissione (Ftc) era stata avviata nel marzo 2018 dopo che l’Observer aveva rivelato che la società di consulenza politica Cambridge Analytica aveva ottenuto impropriamente le informazioni private di oltre 50 milioni di utenti di Facebook, ricorda il Guardian. In seguito a un’altra inchiesta Facebook si era impegnata nel 2012 a proteggere meglio la privacy degli utenti. L’inchiesta si era incentrata proprio sull’eventuale violazione di questo impegno, preso sempre con la Ftc.

La multa da 5 miliardi è il massimo previsto dalla legge ed è la più grande mai comminata dalla Commissione contro una società tecnologica e la più grande contro qualsiasi azienda per violazione della privacy. Ed è l’avverarsi della peggiore – in termini economici – delle ipotesi fatte da Facebook quando, nell’aprile scorso, fece sapere che si era ormai prossimi alla chiusura di un accordo.

Oltre alla sanzione pecuniaria, Facebook deve riesaminare la gestione dei dati degli utenti, ma c’è chi sostiene che le modifiche richieste non siano abbastanza radicali e che la sanzione difficilmente inciderà sul patrimonio dell’azienda che nel primo trimestre del 2019 ha registrato entrate per oltre 15 miliardi di dollari.

“Questa non è una sanzione, è un favore per Facebook, una multa per divieto di sosta che si trasformerà in un via libera a una sorveglianza ancora più illegale e invasiva”, ha detto Matt Stoller, esperto di monopoli dell’Open Markets Institute. Allo stesso modo la pensano gli investitori, tanto che il prezzo delle azioni di Facebook è salito di oltre l’1% quando la notizia della multa è piombata su Wall Street poco prima della chiusura delle contrattazioni per il fine settimana.

David Cicilline, il deputato democratico che presiede la sottocommissione della Camera sull’antitrust, ha definito quella della Ftc “un regalo di Natale con cinque mesi di anticipo” e “un buffetto sulla mano a un’azienda così enormemente potente da permettersi un comportamento così grave”.

La multa sarà discussa dai rappresentanti delle principali aziende della Silicon Valley durante un’audizione del sottocomitato antitrust. Si prevede che Facebook dovrà affrontare nuove sfide normative mentre si prepara al lancio della sua nuova criptovaluta, Libra, nel 2020. Giovedì, Donald Trump l’ha bocciata con un tweet: “avrà poca reputazione o affidabilità” ha scritto il Presidente. La questione sarà discussa dal comitato dei servizi finanziari della Camera il 17 luglio: la criptovaluta di Facebook, dicono i legislatori, richiede nuove, più stringenti normative. 

“Viste le ripetute violazioni della privacy di Facebook, è chiaro che sono necessarie riforme strutturali fondamentali”, ha dichiarato il senatore Mark R. Warner della Virginia. “Con la Ftc incapace o riluttante a mettere limiti ragionevoli per assicurare che la privacy e i dati dell’utente siano protetti, è tempo che il Congresso agisca”.

“Non giocare con il fuoco”: da Budapest, il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, ha messo in guardia dopo il ‘via libera’ da parte del Dipartimento di Stato Usa alla vendita di armamenti per 2,2 miliardi di dollari a Taipei (un pacchetto che comprende 108 carri armati M1A2T Abrams e 250 missili Stinger con relativi equipaggiamenti). La Cina infatti minaccia sanzioni. “Al fine di salvaguardare gli interessi nazionali”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, in una nota diffusa ai media cinesi a margine della conferenza stampa odierna, “la Cina imporrà sanzioni a società statunitensi coinvolte nella vendita di armi a Taiwan”.

La questione delle forniture di armi all’isola, che Pechino considera una provincia ribelle destinata alla riunificazione con la Repubblica Popolare Cinese, aveva scatenato una reazione sdegnata dal parte del Ministero degli Esteri cinese poche ore dopo la diffusione della notizia, martedì scorso: Pechino aveva chiesto la “cancellazione immediata” dell’affare.

Un impatto solo simbolico?

L’approvazione della vendita di armi a Taiwan giunge in un momento di tensione tra Cina e Stati Uniti, impegnate a risolvere la disputa tariffaria in corso da un anno, e ora nuovamente in fase di tregua, dopo l’incontro a margine dello scorso G20 tra il presidente Usa, Donald Trump, e il presciente cinese, Xi Jinping. Rimane difficile, però, stimare un impatto dall’annuncio di Pechino di oggi, dal momento che i gruppi della Difesa Usa non possono fare accordi con Pechino dopo la strage di piazza Tiananmen del 1989.

Proprio in queste ore, è negli Stati Uniti la presidente dell’isola, Tsai Ing-wen, nel suo primo stop-over in territorio statunitense sulla via per i Caraibi, dove nei prossimi giorni sarà in visita in quattro dei 17 alleati diplomatici su cui Taipei può ancora contare (Saint Vincent and Greandines, Saint Lucia, Saint Kitts and Nevis e Haiti).

“La nostra democrazia non è arrivata facilmente”, ha detto Tsai all’arrivo a New York, “e sta ora affrontando minacce e infiltrazioni da forze straniere”, in un velato riferimento alla Cina. Pechino non fa mistero di puntare alla riunificazione, anche ricorrendo alla forza militare. E si oppone apertamente anche agli stop-over della presidente di Taiwan negli Usa in occasione dei suoi viaggi tra gli alleati diplomatici nei Caraibi (sulla via del ritorno farà scalo a Denver).

Un sostegno mai interrotto

Pur non essendo tecnicamente un alleato diplomatico, dopo il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese nel 1979, gli Stati Uniti non hanno mai interrotto il sostegno a Taiwan, anche con la vendita di armi, che irrita fortemente Pechino e per la quale non è stato stabilito un termine. In particolare, da quando alla Casa Bianca si è insediato Donald Trump, i rapporti tra Washington e Taipei sono aumentati, assieme alle vendite di armi: la presidente di Taiwan, in cerca di un secondo mandato alle presidenziali del 2020, ha espresso gratitudine e apprezzamento verso gli Stati Uniti, via Twitter, per l’approvazione dell’ultimo pacchetto di armamenti.

Pechino, invece, vede con sospetto Tsai, che non ha mai riconosciuto pubblicamente il principio dell’unica Cina, fondamentale per la Cina per regolare le relazioni con Taiwan, e negli ultimi anni ha sottratto quattro alleati diplomatici all’isola: Panama e Repubblica Domenicana in America centrale, e Burkina Faso e Sao Tomè and Principe in Africa, dove anche il Gambia è tornato a riconoscere formalmente Pechino all’inizio del 2016, lasciando solo lo eSwatini, ex Swaziland, come unico alleato diplomatico di Taipei nel continente).

Una relazione del Bundestag riapre a sorpresa la controversia con la Grecia sui risarcimenti per i danni provocati dagli occupanti nazisti durante la Seconda guerra mondiale. A quanto riferisce lo Spiegel, un parere dell’ufficio Servizi scientifici del parlamento tedesco mette in dubbio la base giuridica della posizione della Germania, che si è sempre opposta al pagamento dei risarcimenti.

“La posizione del governo federale è sostenibile dal punto di vista del diritto internazionale, ma assolutamente non è vincolante”, afferma la relazione. Pertanto, questa la conclusione, si invita a fare intervenire la Corte internazionale dell’Aja per “fare chiarezza” sull’annosa vicenda. Dato che però questa riguarda fatti accaduti oltre 70 anni fa – spiega lo Spiegel – il governo tedesco dovrebbe disporsi volontariamente al giudizio. 

La richiesta di Atene

Ad inizio giugno, dopo un dibattito in parlamento di oltre 12 ore, il governo greco aveva inoltrato una richiesta ufficiale a Berlino volta ad aprire trattative sui risarcimenti di guerra. Tre anni fa una commissione speciale aveva indicato in 289 miliardi di euro la cifra complessiva dei risarcimenti che Berlino, secondo le autorità di Atene, dovrebbe pagare alla Grecia.

Fino ad ora il governo tedesco ha sempre sostenuto che il tema dei risarcimenti è ormai un capitolo chiuso: nel 1960 la Repubblica federale ha pagato ad Atene 115 milioni di marchi, una somma che però non comprendeva i danni alle infrastrutture, i crimini di guerra e il prestito che il Paese fu costretto a contrarre per la ricostruzione.

Inoltre, nel 1990, il trattato “2 + 4” che regolava l’assetto della riunificazione tedesca – firmato da Repubblica federale, Ddr, Francia, Urss e Usa – considerava “conclusa” la questione dei risarcimenti per la Grecia. Atene pero’ ricorda che nel trattato la questione delle riparazioni non viene esplicitamente affrontata, vieppiù che la Grecia non partecipò ai negoziati.

E anche Varsavia potrebbe chiedere i danni

Il tema dei risarcimenti è tornato d’attualità quando lo scorso aprile anche la Polonia ha fatto sapere di intendere di far valere le proprie richieste di risarcimento. “La decisione di Atene dimostra che l’internazionalizzazione del tema risarcimenti di guerra da parte della Germania eè realistico”, aveva scritto in un tweet l’incaricato speciale del governo di Varsavia, Arkadiusz Mularczyk, riferendosi alla richiesta di nuove trattative ufficiali.

Date le dimensioni delle distruzioni, delle deportazioni e delle uccisioni causate dal Terzo Reich durante l’occupazione polacca, la questione ha un impatto potenziale enorme. E questo senza considerare altri Paesi che dovessero decidere di muoversi sulla stessa linea, dopo Atene e Varsavia. Non sorprendentemente, per quanto riguarda la Polonia si parla di cifre immense: difficile calcolare quanto valgano milioni di morti, ma una stima che circola a Varsavia parla di almeno 800 miliardi di euro. 

Pur dicendosi “consapevole della responsabilità storica” della Germania, la posizione del governo tedesco è sempre stata chiara: “La questione dei risarcimenti è già regolata in maniera definitiva”, affermava tre mesi fa il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert, ricordando la rinuncia più volte ribadita negli anni dalla Polonia. Varsavia però risponde che quella rinuncia era contenuta in dichiarazioni del 1953 e del 1970 che oggi considerate anticostituzionali dalla Polonia e che, per di più, furono varate su forte pressione dell’Urss con riferimento esclusivo alla Germania dell’est. Nel caso della Polonia, il parere del Servizio scientifico del Bundestag afferma però che le richieste non sono giustificate e che la rinuncia rimane “vincolante” dal punto di vista del diritto internazionale. 

Una ferita riaperta dall’austerity

È stato durante la crisi greca degli scorsi anni – con la politica di austerity di cui i greci ritengono responsabile in primis la Germania di Angela Merkel e del suo ministro alle Finanze Wolfgang Schaeuble – che il tema era tornato ad occupare le prime pagine dei giornali.

Il punto, sin dal 2013, è che stando ad un rapporto del ministero alle Finanze greco il debito derivante dalle somme non pagate ma dovute per le riparazioni di guerra – comprendenti le cifre spese per la ricostruzione delle infrastrutture nonché la somma derivante dai crediti obbligatori che furono estorti dagli occupanti – sarebbe ben più consistente del debito che Atene ha dovuto affrontare per i molteplici fondi di salvataggio ottenuti durante la crisi economica. 

Ancora non è dato sapere quale sia la posizione in merito del nuovo governo greco, guidato dal conservatore Kyriakos Mitsotakis. Lo si capirà presto: uno delle sue prime missioni all’estero sarà certamente a Berlino.

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