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È stato arrestato a Dacca, in Bangladesh, l’uomo sospettato di aver fornito le armi e l’esplosivo per l’attentato al ristorante Holey Artisan Bakery, in cui morirono 9 italiani. Ex studente di una scuola coranica, Mamunur Rashid, 30 anni, è stato intercettato dalle ‘teste di cuoio’ della Rapid Action Battalion (Rab) a bordo di un autobus nel distretto di Gazipur, a nord della capitale. Secondo Mufti Mahmud Khan, portavoce del Rab, l’uomo aveva un ruolo fondamentale nel gruppo islamista Jamayetul Mujahideen Bangladesh, a cui gli inquirenti hanno attribuito l’attentato del luglio 2016 nel quartiere diplomatico di Gulshan.

Articolo aggiornato alle ore 10 del 20 gennaio 2019.

Si continua a scavare senza sosta. Da una settimana esatta. È stata scavata più di metà di un tunnel parallelo al pozzo dove è caduto Julen, il piccolo di 2 anni, precipitato nelle viscere della terra domenica scorsa. Fonti dei soccorritori, che da giorni lavorano senza sosta nonostante si siano ridotte al lumicino le speranze di ritrovare il bimbo ancora in vita, hanno reso noto che, alle 07:00 di stamane, erano stati scavati 33 dei 60 metri del tunnel. Sarà proprio in questo tunnel che verrà calata la capsula metallica che permetterà di costruire una galleria orizzontale per avvicinarsi al luogo dove sta il bimbo.

Le operazioni hanno trovato ogni genere di difficoltà, non solo causate dal maltempo degli ultimi giorni, ma anche dalla particolare orografia e conformazione geologica del terreno. Nella notte, ha rallentato lo scavo la presenza di una spessa roccia a 18 metri di profondità. Da quando domenica è caduto in un pozzo abbandonato, largo 25 centimetri e profondo più di 100 metri, nelle campagne di un paesino di nome Totalan, alle porte di Malaga, in Andalusia, il bimbo di appena due anni non ha dato segni di vita. Era nelle campagne insieme ai genitori, per un pranzo con amici di famiglia. Finora è stato impossibile raggiungere il piccolo perché il pozzo è bloccato da uno strato di terra, sabbia e pietre che potrebbero essere state trascinate giù da Julen quando è caduto.

Un blocco di roccia

Ieri le operazioni sembravano essersi sbloccate perché l’escavatore che sta lavorando a pochi metri dal pozzo ha incontrato una massa rocciosa molto dura. L’assenza di studi tecnici preliminari ha costretto i tecnici alla massima cautela per evitare un collasso del terreno.

Ieri la previsione era di altre 15-20 ore per arrivare al livello di profondità del tunnel parallelo necessarie per iniziare lo scavo orizzontale (circa 4 metri). Ma le previsioni lasciano il tempo che trovano, visto appunto la totale non conoscenza del terreno.  “Non sappiamo cosa troveremo lungo la strada”, ha avvertiva ieri pomeriggio Angel Garcia Vidal, capo dei tecnici, nel suo resoconto quotidiano riportato dai media spagnoli. 

La galleria realizzata dagli esperti della Brigata di soccorso minerario sarà di 72 metri in verticale e poi un foro orizzontale leggermente in risalita verso il pozzo. “È lì che speriamo di trovarlo”, ha detto Garcia Vidal. Il pozzo in totale è profondo 110 metri.

E se il bambino non dovesse trovarsi in quel punto? Ha detto Vidal al Pais: “Dovremo valutarlo man mano che andiamo avanti e vedere quali possibilità ci sono di fare gallerie più orizzontali in maggiore profondità, perché questo comporta sempre nuovi rischi”.

Il passaggio orizzontale

L’ingegnere ha spiegato che la galleria orizzontale di accesso al pozzo presenterà importanti complessità tecniche. Due minatori, forse tre scenderanno con una sorta di cesto di ferro giù nel tunnel parallelo. Per scavare il foro orizzontale utilizzeranno martelli pneumatici o picconi a seconda del tipo di roccia che troveranno.

Sono passati sette giorni dall’incidente, non si ha una prova certa del fatto che Julen sia ancora vivo, ma il morale dei tecnici e degli ingegneri che stanno seguendo le operazioni resta alto. Si lavora senza sosta. “L’unico obiettivo è quello di arrivare a Julen il prima possibile e questa è una motivazione enorme. Le ore non pesano, la stanchezza non pesa, il non dormire non pesa. Speriamo di portarlo ai suoi genitori il più presto possibile”, ha concluso Vidal.

I genitori di Julen, José Roselló e Victoria García, hanno dovuto lasciare venerdì sera la montagna dove stavano seguendo le operazioni per motivi di sicurezza. Secondo l’agenzia di stampa Efe, ripresa dal Pais, hanno trascorso la notte di giovedì – insieme ad altri parenti – nella casa di un vicino di casa di Totalán. Un abitante della città ha messo a disposizione alcuni terreni e due scantinati al team di emergenza e della Protezione Civile. Altri abitanti hanno offerto viveri e coperte. L’attenzione resta massima, la preoccupazione per le condizioni di Julen non hanno preso il sopravvento sulla grinta e la concentrazione del gruppo di soccorso.

Sessanta giorni dal sequestro. Quindici giorni senza notizie. Di Silvia Romano, rapita il 20 novembre 2018 nel villaggio di Chakama a circa 80 chilometri da Malindi in Kenya, non si sa nulla da giorni. Quello che sembrava dover essere un rapimento lampo, con una soluzione positiva e rapida, si sta prolungando senza un’apparente ragione. Dalle notizie che raccontavo un’immediata liberazione, si è passati al silenzio, per poi arrivare a dire, da parte della polizia keniana, che si è in possesso di informazioni “cruciali”, ma poi, proprio all’inizio di quest’anno, che sì, “sono stati fatti arresti”, ma le persone implicate non hanno fornito alcuna informazione chiave.

Un ginepraio dove è facile nascondersi

L’unica cosa certa è che permane il coprifuoco nell’area del Tana River dove gli investigatori ritengono sia nascosta la cooperante italiana. Ma anche su questo punto sono numerose le contraddizioni. La prima ipotesi è stata che Silvia fosse nascosta a sud del fiume Tana, un’area ancora accessibile alle forze di sicurezza di Nairobi, poi l’area si è allargata, comprendendo anche la foresta di Boni, a nord del fiume verso il confine con la Somalia, un’area di 1350 chilometri quadrati. Un ginepraio dove si nascondono tutti, gruppi di terroristi somali legati ad al Shaabab, indipendentisti della costa e criminali comuni.

A tale proposito le forze di sicurezza hanno assicurato che tutte “le vie di fuga verso la Somalia” sono state sigillate. Una buona notizia che ha fatto dire alla polizia che “Silvia è viva ed è in Kenya”. Ma, se davvero la giovane italiana si trova nella foresta di Boni, il passo verso la Somalia è breve. Ma dobbiamo stare a ciò che dice la polizia.

L’altro puzzle: che ne è della banda di sequestratori?

Cosa significano quindici giorni di silenzio? Tutto e il contrario di tutto. Di sicuro proseguono le ricerche. Si seguono le tracce, la polizia non si dà per vinta, anzi, è sicura di vincere la battaglia. Ma c’è ancora una notizia che fa pensare. Silvia sarebbe nascosta da qualche parte nell’area del Tana River con quel che resta della banda di criminali comuni che l’ha rapita il 20 novembre scorso.

Con quel che resta, perché uno dei tre componenti il commando, Ibrahim Adan Omar, è stato arrestato nel villaggio di Bangale. In casa aveva un fucile mitragliatore e 100 munizioni. Quindi Silvia sarebbe nelle mani di Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi. Almeno secondo gli identikit diffusi dalla polizia. Questo cosa vuol dire: che la banda si è disgregata? Perché? Oppure significa che nel “gioco” è entrato qualche altro soggetto? Domande a cui dovrebbero rispondere gli investigatori. Una richiesta, inoltre, che arriva anche da parte della società civile keniana che, attraverso i social, chiede al governo del loro paese conto del fatto che non vengano diffuse più sue notizie. Perché?

Una rete di sostegni criminali

La polizia rimane convinta che la banda di sequestratori sia composta da criminali comuni. E questo è un tema spinoso in Kenya, come in altri paesi africani. Criminalità alimentata proprio dai giovani che nel paese non vedono opportunità per il futuro e le prospettive le cercano in guadagni facili, alimentando il crimine. Sono giovani che si vendono per il costo di una motocicletta di bassa qualità, per 3-4mila dollari, e sono disposti a tutto pur di guadagnare.

Di certo, ancora, c’è che i rapitori hanno ricevuto l’aiuto di ufficiali e sottufficiali del Servizio Parchi del Kenya, corrotti. Lo dimostra l’arresto di un alto ufficiale. L’intento, evidentemente, era quello di spartirsi il bottino.

Poi, i rapitori hanno ricevuto l’aiuto della popolazione che vive in quell’area. Ad ammetterlo è stato lo stesso comandante della polizia della Contea del Tana River, Patrick Okeri, che ha sottolineato che “nessuno cammina a lungo nella boscaglia senza aiuto per acqua e cibo”. Da qui anche la decisione di imporre il coprifuoco nell’area così da indurre la popolazione a collaborare con la polizia.

Odi tribali

L’area del Tana River, dove si ritiene sia nascosta Silvia, è abitata da pastori Orma e Wardei oltre che dai contadini Pokomo. Comunità spesso in conflitto tra di loro. I Pokomo, pescatori o agricoltori che vivono lungo il Tana River, il fiume più lungo del Kenya, dipendono per la loro sopravvivenza, dai cicli del corso d’acqua per l’irrigazione dei loro raccolti. Gli Orma, invece, pastori semi-nomadi, hanno bisogno dell’accesso al fiume per abbeverare le loro greggi. Orma e Pokomo sono in conflitto da sempre, inoltre i primi sono musulmani e i secondi cristiani. Conflitti molto duri che hanno provocato decine di vittime e repressi dalla polizia senza riguardo, con azioni brutali. Stessa brutalità utilizzata durante una retata nei villaggi di Chira e Nilisa, che ha portato all’arresto di un centinaio di persone. La polizia, hanno accusato gli abitanti dell’area, ha picchiato e molestato senza alcuna ragione. Tutto ciò potrebbe spiegare la reticenza della gente ha collaborare con le autorità di uno Stato che spesso viene vissuto come assente o oppressivo. Ma spiega anche la facilità con la quale si possono reperire armi da fuoco, che circolano in abbondanza.

Il cooperante fermato

Che le ricerche di Silvia Romano proseguono senza sosta è dimostrato dal fatto che ieri un giovane italiano, 24enne, è stato fermato dalla polizia nel villaggio di Ngao proprio nell’area del Tana River, poi rilasciato insieme a una sua amica, perché in possesso di un visto turistico, mentre svolgeva, a detta sua, attività di cooperazione (notizia riportata dal sito malindikenya.net). Il giovane, un “cooperante fai da te”, è stato fermato in una zona ritenuta pericolosa e soggetta a coprifuoco, proprio perché la polizia ritiene che Silvia sia nascosta lì. Difficile che il giovane non sapesse della pericolosità della zona, visto che per 13 mesi ha collaborato con l’organizzazione Africa Milele, la stessa di Silvia, e proprio nel villaggio di Chakama teatro del sequestro.

“Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese democratico, dove c’è sempre stata la possibilità di esprimere le proprie idee e questa è una delle ragioni per viverci. Vengo da una famiglia molto semplice, i miei genitori hanno sempre lavorato duramente, sono cresciuta con il loro esempio davanti agli occhi, ho visto che a volte era difficile andare avanti e tutto questo mi ha dato una grande forza. Perciò, adesso, quando vedo le persone che protestano, capisco che anche se c’è gente che tenta di usare questa mobilitazione per i propri fini, la maggioranza vuole solo far sentire la propria voce, in modo sincero, per ottenere condizioni di vita accettabili”.

Lo ha detto in una intervista alla Stampa l’attrice francese Letitia Casta. “Penso che abbiamo un presidente che invece di rivolgersi alle persone in quanto esseri umani continua a parlare in termini solo economici. Invece bisognerebbe tenere i due aspetti uniti e migliorare i rapporti e la comunicazione”.

Nuovo sabato di mobilitazione

I ‘gilet gialli’ tornano in piazza per il decimo atto della loro protesta, che segna i due mesi del movimento nato lo scorso 17 novembre e che ha sconvolto la politica francese. Le forze dell’ordine sono in allerta: si teme sempre che le proteste possano degenerare in scontri e attacchi alle forze dell’ordine, che successo più volte in passato. Sono previste manifestazioni a Parigi e in altre città, tra cui Lione, Bordeaux, Lille. I gruppi che tornano a protestare denunciano “l’inutilità del Grande dibattito” avviato questa settimana sotto l’egida dell’Eliseo.

L’invito diffuso sui sociali chiede di portare sugli Champs-Elysees “almeno due amici che finora non hanno mai partecipato” e di munirsi di una rosa o una candela, per rendere omaggio alle persone morte o ferite dall’inizio delle proteste. C’è chi promette “un milione di gilet gialli a Parigi” in risposta a dichiarazioni del presidente Emmanuel Macron, che pochi giorni fa rimproverava i “troppi francesi che hanno dimenticato il senso del sacrificio”.

Altri raduni sono annunciati agli Invalidi e in piazza della Bastiglia, ma finora la prefettura della capitale ha ricevuto solo una richiesta formale. Ad Angers (Maine-et-Loire) la prefettura ha vietato la manifestazione regionale prevista, “a causa di seri rischi per la sicurezza di persone e beni”.

A tenere banco è anche la polemica sull’utilizzo da parte della polizia degli Lbd, armi non letali che sparano proiettili in gomma da 40 millimetri. Jacques Toubon, il ‘Difensore dei diritti’, autorità giuridica indipendente che vigila sul rispetto dei diritti fondamentali, ne ha chiesto la sospensione. I ‘gilet gialli’ accusano gli agenti di aver reso disabili 17 manifestanti colpiti da quei proiettili, mentre fonti di polizia hanno finora riferito di un bilancio di quattro persone che hanno perso un occhio e altre due una mano.

Oltre 4.200 donne hanno fatto causa a Oracle, uno dei giganti della ​Silicon Valley, perché sistematicamente pagate meno dei loro colleghi. In media – secondo gli avvocati – gli uomini guadagnano 13 mila dollari all’anno in più rispetto alle colleghe. Nel fascicolo della class action, presentata in California, l’analisi dei dati rileva una disparità di salario con un “grado di rilevanza statistica straordinariamente alto”. In media, le donne hanno portato a casa stipendi base inferiori del 3,8% rispetto agli uomini con le stesse mansioni. Il divario arriva al 13,2% nei bonus e schizza al 33,1% negli stock azionari. 

Tre persone sono morte e altre sette risultano disperse a causa di una valanga su un passo montuoso dell’Himalaya, nella regione del Kashmir controllata dall’India. La massa di neve ha colpito il passo Khardung La in Ladakh e ha intrappolato dieci persone, hanno riferito le autorità locali. Tre corpi sono già stati recuperati mentre i soccorritori dell’esercito e della polizia sono al lavoro per individuare i dispersi. Le vittime sono operai che lavoravano nella zona quando sono stati colpiti dalla valanga.

L’Europa si prepara a finanziare le organizzazioni non governative che operano in Paesi in cui persista un grave pericolo di involuzione antidemocratica.

“In casi eccezionali”, si legge sul sito del Parlamento Europeo, che ha approvato un documento in materia, “quando la situazione in uno Stato membro si deteriora gravemente e rapidamente e i valori fondanti sono a rischio, la Commissione europea può lanciare un invito a presentare delle proposte, con procedura accelerata, per finanziare le organizzazioni della società civile allo scopo di facilitare e sostenere il dialogo democratico nel Paese in questione”.

“Combattere la violenza”

Una pronuncia che recepisce un appello della stessa Commissione parlamentare per le libertà civili di triplicare i fondi stanziati nel bilancio Ue a lungo termine per il programma diritti e valori fino a 1,834 miliardi di euro.

Con l’obiettivo generale di tutelare e promuovere i diritti e i valori sanciti dall’articolo 2 del trattato UE attraverso il sostegno alle organizzazioni della società civile a livello locale, regionale, nazionale e transnazionale, il programma “mira a promuovere l’uguaglianza, ad incoraggiare l’impegno e la partecipazione dei cittadini al processo democratico e a combattere la violenza”.

Chi minaccia lo Stato di Diritto

Nello specifico, I deputati hanno deciso di menzionare la protezione e la promozione della democrazia e dello Stato di diritto come obiettivo principale, in quanto rappresentano un prerequisito per la tutela dei diritti fondamentali e per garantire la fiducia reciproca tra gli Stati membri e la fiducia dei cittadini.

Ricordatevi di Weimar

Per quanto riguarda le attività da finanziare con i fondi dell’UE, il Parlamento propone delle campagne di sensibilizzazione sui valori fondamentali europei e sui diritti e gli obblighi derivanti dalla cittadinanza europea. Sono state inoltre suggerite iniziative per riflettere sui fattori che portano all’avvento di regimi totalitari e per commemorare le loro vittime. I deputati vogliono inoltre sostenere, tra gli altri: progetti di gemellaggio tra città, difensori dei diritti umani e informatori, misure contro odio e disinformazione, e la protezione delle vittime di violenza.

Sono fortissime le pressioni su Theresa May, il tempo stringe. Lunedì il governo è chiamato a presentare il “Piano B” della Brexit e a spiegare i prossimi passi. Ma quali sono gli scenari più plausibili e le opzioni che Londra ha davanti a sè dopo la sonora bocciatura dell’accordo con Bruxelles volto a garantire un’uscita “regolata” della Gran Bretagna dall’Unione europea? Eccone alcuni.

Un secondo referendum

Nonostante la premier abbia espresso la sua più netta contrarietà, cresce il numero di chi si esprime a favore di una nuova consultazione del popolo britannico sull’addio alla Ue. Mercoledì 71 deputati del Labour hanno firmato una petizione in questo senso, con l’appoggio dello Scottish National Party, dei liberali, dei Verdi e di qualche deputato Tory.

May insiste che bisogna rispettare la volontà già espressa dal popolo, ma tra i deputati c’è chi intende presentare una sorta di emendamento all’ipotetico Piano B che la premier dovrà esporre la settimana prossima. Il voto che ne seguirà potrebbe diventare pericoloso solo se il leader laburista Jeremy Corbyn, anche lui contrario a una nuova consultazione, cedendo alle pressioni – non solo tra le proprie fila – dovesse essere forzato a cambiare idea. 

Una nuova trattativa con l’Ue

Finora Bruxelles e quasi tutte le capitali d’Europa hanno escluso che si possano riaprire i negoziati con Londra. Al centro della questione c’è sempre il “backstop”, ossia il meccanismo che permetterebbe di avere un confine “non rigido” tra Irlanda del Nord – che fa parte del Regno Unito – e Repubblica dell’Irlanda una volta formalizzata la separazione della Gran Bretagna dalla Ue.

I negoziatori avevano stabilito che se non si riuscisse a mettere in piedi un’intesa di libero scambio, Londra sarebbe rimasta nell’unione doganale. Tuttavia tanti a Westminster temono che in questo modo il legame con l’Unione europea rimanga troppo forte: è per questo che May aveva tentato di convincere Bruxelles – inutilmente – a fissare una data finale per il backstop.

Il voto anticipato

I laburisti già da tempo hanno aperto, sia pur non ufficialmente, la loro campagna elettorale. Corbyn l’ha detto: vorrebbe sostituire May a Downing Street per negoziare “un trattato migliore”. E non esclude di sottoporre la premier di nuovo alla prova della fiducia, nonostante che il primo tentativo sia fallito. Quel che appare chiaro che in caso di ritorno alle urne il termine d’uscita dalla Ue verrebbe comunque rimandato. Il che rende l’opzione meno probabile, dato il fuoco di fila degli ultrà della Brexit. 

I Conservatori si spaccano

Tra gli osservatori, c’è chi prevede una spaccatura dei Tories se May dovesse decidere di andare incontro alle richieste del Labour, per esempio in tema unione doganale o sull’opzione “norvegese”, che implicherebbe comunque un legame stretto con il mercato europeo nonostante la Brexit. Il problema e’ che un passo di troppo in direzione laburisti potrebbero costare a May l’insurrezione di molti ultrà tra le proprie fila. Un rischio forse troppo alto, se vuole rimanere al suo posto. 

Il “No deal”

In teoria nessuno vuole arrivare a tanto: ma se la logica dei fronti contrapposti impedirà un compromesso e se Londra non riuscirà a strappare un allungamento dei tempi, la Gran Bretagna il 29 marzo abbandonerà l’Unione europea senza un accordo, senza un piano coerente che regoli in termini di diritto l’uscita dall’Unione, senza una fase transitoria, senza certezza per cittadini e imprese come muoversi a cavallo tra il prima e il dopo.

Il mondo del commercio, dell’industria e degli affari ha già lanciato l’allarme ai livelli più alti. C’e’ un’alternativa, proposta da alcuni tory: una legge che vieti una Brexit senza accordo, secondo la quale se dovesse naufragare anche il “Piano B”, il governo sarebbe obbligato a rinviare l’uscita dalla Ue fino alla fine dell’anno. Praticamente un’agonia. 

Un giornalista investigativo ghanese, Ahmed Husein, che indagava su un grande scandalo di corruzione nella Federcalcio locale che ha portato la Fifa a sospendere il presidente Kwesi Nyantakyi (membro del consiglio) è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco ad Accra.

Lo ha riferito la polizia, aggiungendo che il giornalista è stato colpito da tre proiettili (due al petto e uno al collo) da uomini che lo hanno avvicinato a bordo di una moto nella notte mentre rientrava a casa. Husein, 34 anni, faceva parte del team investigativo di Anas Aremeyaw Anas, il principale responsabile dell’inchiesta, noto per apparire in pubblico con il volto coperto da una maschera.

“Gli hanno sparato e lo hanno ucciso, senza rubargli nulla”, ha raccontato un altro giornalista che fa parte del pool che permise di scoprire le attività illegali di Nyantakyi e dello scandalo che sfiorò il capo di Stato ghanese, Nana Akufo-Addo. Una volta emerso lo scandalo, lo scorso giugno, il governo di Accra ordinò lo scioglimento della Federcalcio e la sospensione dell’attività agonistica, oltre a indurre Nyantakyi alle dimissioni.

L’ex presidente fu anche sospeso da tutte le attività legate al calcio, sia a livello nazionale che internazionale. La Fifa lo inibì a vita e lo multò per circa 500.000 dollari. 

Il giornalista Anas per due anni ha lavorato sotto copertura ha realizzato un documentario di 2 ore intitolato “Numero 12: quando l’avidità e la corruzione diventano la norma” e che mostrava Nyantakyi intascare una mazzetta di circa 55.000 euro. Nyantamkyi, banchiere e avvocato, era presidente dell’Associazione Nazionale del Calcio, vicepresidente della Confederazione di Calcio africana e membro del consiglio Fifa.

Il presidente del sindacato dei giornalisti, Roland Affail Monney, ha sostenuto che l’omicidio di Husein è un “attacco a tutti i giornalisti e al giornalismo”. 

Zec

Il leader laburista Jeremy Corbyn apre a un secondo referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Ue, definendolo una opzione”. “Se il governo resterà intransigente” a non indire elezioni e a non escludere una Brexit senza accordo, il Labour guarderà ad altre opzioni, compreso il ricorso “al voto popolare”, anche se la possibilità di un secondo referendum dovrebbe essere vista come l’ultima spiaggia, ha spiegato Corbyn, secondo quanto riporta Sky News che cita il suo discorso a Hastings. “Tutte le opzioni rimangono sul tavolo – ha aggiunto – data la gravità della crisi, sarebbe sbagliato escluderne qualcuna”. Corbyn ha poi assicurato che la preferenza del Labour è per un accordo, con i termini già elencati.

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