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(AGI) – Bruxelles, 26 mag. – Frontex amplia l’operazione Triton nel Mediterraneo e stabilisce una base regionale in Sicilia da dove coordinera’ le attivita’. L’annuncio e’ arrivato oggi dall’agenzia Ue che estendera’ anche l’area di intervento dell’operazione a 138 miglia nautiche dalla costa con un aumento di uomini e mezzi al fine di “sostenere le autorita’ italiane nel controllo dei confini marittimi e nel salvataggio di vite umane”. La Commissione europea inoltre fornira’ a Frontex 26,25 milioni di euro aggiuntivi per rafforzare Triton in Italia e Poseidon in Grecia dal giugno 2015 fino a fine anno portando il budget complessivo per il 2015 38 milioni e a 45 milioni per l’anno successivo. Dalla Sicilia Frontex lavorera’ in stretto contatto con i funzionari di Europol, Eurojust e Easo (l’agenzia per le richieste di asilo) in sostegno alle autorita’ italiane. Il tutto mentre la Commissione europea lavora sul ricollocamento dei rifugiati. Secondo una bozza di proposta che sara’ potata domani al collegio dei commissari Ue l’esecutivo comunitario avrebbe fissato a 6752 il numero di rifugiati che dovranno essere ricollocati in Francia da Italia e Grecia, una cifra rappresenta il 16,88% dei 40,000 rifugiati che potranno essere redistribuiti da Italia (24,000) e Grecia (16,000) nei 24 mesi successivi all’entrata in vigore della decisione. Se questi numeri saranno formalizzati da Commissione e Consiglio, la Francia sara’ dunque il paese che si fara’ carico del maggior numero di rifugiati provenienti da Italia e Grecia, a eccezione della Germania a cui andranno il 21,91% dei rifugiati ricollocati, pari a 8.763. Tranne Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca, tutti gli altri paesi Ue si faranno carico di rifugiati presenti in Italia e Grecia, inclusi quindi i piu’ riluttanti, come per esempio l’Ungheria, dove andranno fino a 827 migranti. Questi numeri sono al netto dei rifugiati che avrebbero comunque diritto a essere redistribuiti in applicazione delle norme europee sulle ricongiunzioni familiari. Decisioni che comunque verrebbero applicate dopo l’entrata in vigore del provvedimento e che comunque prevederebbero anche la possibilita’ di essere ‘bloccate’ dai paesi qualora si dimostrasse che i rifugiati in questione possano rappresentare una minaccia alla sicurezza o all’ordine pubblico. Analoga sospensione si applicherebbe se Grecia e Italia non dovessero eseguire appropriatamente la registrazione e l’accoglienza dei migranti. La redistribuzione inoltre si applichera’ solamente a quei paesi per cui l’Ue in media riconosce almeno il 75% delle domande di asilo. Al momento, a questa categoria appartengono solo siriani ed eritrei, che sono comunque tra le nazionalita’ piu’ comuni tra coloro che sbarcano sulle coste italiane e greche. Mentre si delinea sempre di piu’ l’intervento Ue per l’immigrazione, Wikileaks svela le raccomandazioni dei militari in vista della missione ‘Eunavfor Med’ in Libia. Un’operazione Csdp “con una cornice legale e regole di ingaggio solide” che puo’ “contribuire agli sforzi Ue per smantellare il modello di business delle reti di trafficanti di migranti” si legge in un documento riservato dell’Ue pubblicato da Wikileaks e pubblicato da l’Espresso. L’operazione, secondo i militari, “costituisce una sfida dal punto di vista militare data la complessa situazione in mare e sulle coste”. E’ dunque necessario “calibrare l’attivita’ militare con grande attenzione, particolarmente all’interno delle acque libiche o sul litorale, per evitare di destabilizzare il processo politico causando danni collaterali, colpendo attivita’ economiche legittime o creando la percezione di aver scelto una parte” politica. Quanto all’obiettivo, ‘Eunavfor Med’ dovra’ ritenersi conclusa quando “il flusso di migranti e l’attivita’ dei trafficanti saranno significativamente ridotti”. (AGI) .

(AGI) – Baghdad, 26 mag. – Il governo iracheno ha annunciato di aver avviato una vasta operazione militare contro l’Isis nella provincia occidentale di Anbar, di cui i miliziani jihadisti controllano anche il capoluogo Ramadi. Secondo quanto riferisce l’emittente di Stato irachena, l’esercito ha dato il via all’offensiva questa mattina. All’operazione partecipano anche milizie sunnite e le forze paramilitari della Mobilitazione popolare sciita. Nella riconquista di Tikrit, a inizio aprile, e ora nella controffensiva su Ramadi un ruolo chiave e’ svolto dalle milizie paramilitari sciite, nonostante le continue accuse di saccheggi e violenze da parte di attivisti per i diritti umani. Nei primi mesi del 2014 l’Isis era riuscito a conquistare una parte della provincia di Anbar, offensiva culminata con la presa di Ramadi completata nelle scorse settimane. La caduta della citta’ ha segnato una grande sconfitta per le forze irachene che, grazie al sostegno dei raid aerei della coalizione internazionale contro lo Stato islamico guidata dagli Stati Uniti, avevano iniziato a respingere i terroristi da diverse aree del Paese, in particolare dalla provincia settentrionale di Salah el Din. Come per la conquista di Mosul, avvenuta nel giugno del 2014, i militari avrebbero abbandonato le loro posizioni, consentendo alle milizie dello Stato islamico di impadronirsi non solo della citta’, ma anche di grandi quantita’ di armi e mezzi abbandonati dall’esercito durante la fuga. La situazione dell’esercito iracheno ha suscitato duri commenti da parte dei vertici della Difesa statunitense, impegnati in questi anni nell’addestramento dei militari e nella ricostruzione delle forze armate irachene. Lo scorso 24 maggio, il segretario alla Difesa Usa, Ashton Carter, aveva dichiarato in un’intervista alla Cnn che l’esercito iracheno era sicuramente piu’ numeroso e meglio armato del nemico, sottolineando che la caduta di Ramadi avesse dimostrato la poca volonta’ dei militari di combattere. Le parole di Carter hanno suscitato forti reazioni da parte delle autorita’ irachene. Il primo ministro Haider al Abadi ha sottolineato che il governo e’ rimasto sorpreso dai commenti del segretario alla Difesa Usa, frutto probabilmente di informazioni non corrette sullo stato delle forze armate. Nonostante la difesa formale del ruolo dell’esercito, l’esecutivo iracheno ha gia’ preso provvedimenti per affrontare un’eventuale revisione delle forze armate. Il presidente del parlamento iracheno, Salim al Juburi, non ha escluso lo scioglimento dell’esercito del suo paese. Al Juburi ha spiegato in un’intervista al quotidiano Al Sharq al-Awsat che “e’ stato redatto un rapporto sulla caduta di Mosul, avvenuta circa un anno fa, il quale mette alla luce le caratteristiche dei nostri difetti, e le cause dell’accaduto, oltre ai nomi dei responsabili”. Secondo il presidente del parlamento iracheno, “saranno sottoposte al voto una serie di raccomandazioni per rinviare a giudizio i responsabili delle disfatte militari per negligenza, altrimenti ci aspettera’ un’ulteriore collasso, e non avremo alternativa allo scioglimento dell’esercito”. Intanto e’ di almeno centoquaranta miliziani dello Stato Islamico uccisi, e di decine di altri feriti, il bilancio di un massiccio bombardamento a tappeto compiuto dall’Aviazione lealista siriana sulla base aerea di al-Tabqah, situata nel nord-est della Siria pochi chilometri a ovest di al-Raqqah, capitale di fatto del Califfato proclamato dai jihadisti la scorsa estate sui territori conquistati a cavallo delle frontiere con l’Iraq: lo ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale ‘Sana’, citando fonti militari riservate. La struttura, d’importanza non solo strategica ma anche simbolica in quanto sorge sulle rive del lago Assad, era stata espugnata dall’Isis nell’agosto 2014, al termine di una cruenta battaglia con le truppe governative della 17ma Divisione dell’Esercito, molti dei cui soldati furono giustiziati per decapitazione. Le milizie jihadiste del sedicente Stato Islamico si sono invece ritirate dai villaggi lungo il fiume Khabur, nella provincia siriana nord-orientale di Jazira, che avevano occupato lo scorso 23 febbraio costringendo alla fuga di massa la popolazione locale, formata in maggioranza da cristiani assiri. Fonti locali confermano all’agenzia Fides che il ripiegamento dei miliziani dell’Isis e’ stato provocato dall’intensificarsi dei raid aerei realizzati dalle forze della coalizione a guida Usa contro le postazioni degli jihadisti, in supporto alla controffensiva di terra compiuta dalle milizie curde. Le formazioni militari curde e assire entrate nei villaggi abbandonati hanno riferito a fonti locali di aver trovato le chiese devastate e le case saccheggiate, con le croci divelte dai luoghi di culto cristiano e slogan anti-cristiani dipinti sui muri. Secondo quanto riferito dall’agenzia Ara News, una parte delle famiglie assire che avevano trovato rifugio a Hassake’ hanno gia’ fatto ritorno nel villaggi di Tel Tamar, dove la campana della chiesa assira e’ stata ripristinata e i suoi rintocchi hanno dato il segnale della prima Messa celebrata dopo l’esilio forzato. Mentre permane l’incertezza sulla sorte dei piu’ di 230 cristiani che i miliziani dell’Is hanno preso in ostaggio al momento della loro offensiva nella valle del Khabur, deportandoli nelle proprie roccaforti. (AGI) .

(AGI) – Quito, 26 mag. – Si e’ risvegliato dopo 33 anni il vulcano Wolf, sull’isola Isabela, nell’arcipelago delle Galapagos. L’eruzione potrebbe mettere a rischio le rarissime iguane rosa, presenti solo in quelle isole del Pacifico, territorio dell’Ecuador. L’ecosistema delle Galapagos ispiro’ le teorie evoluzionistiche di Charles Darwin che visito’ l’arcipelago nel 1835.

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I responsabili del parco nazionale delle Galapagos hanno pubblicato su Twitter le immagini spettacolari dell’eruzione. Il ministero dell’Ambiente ha spiegato che la lava sta scendendo sul versante meridionale del vulcano e che le iguane rosa sono sul lato opposto e dovrebbero riuscire a fuggire.

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Nell’aprile scorso era stata registrata un’inusuale attivita’ sismica sul vulcano Sierra, sempre sulla stessa isola Isabela, la piu’ grande delle 13 isole dell’arcipelago. .

(AGI) – Bruxelles, 26 mag. – La Commissione europea ha fissato in 6752 il numero di rifugiati che dovranno essere ricollocati in Francia da Italia e Grecia, secondo la bozza di proposta che sara’ portata domani al collegio dei commissari Ue. Questa cifra rappresenta il 16,88% dei 40,000 rifugiati che potranno essere redistribuiti da Italia (24,000) e Grecia (16,000) nei 24 mesi successivi all’entrata in vigore della decisione. La Commissione europea ha fissato in 6.752 il numero di rifugiati che dovranno essere ricollocati in Francia da Italia e Grecia, secondo la bozza di proposta che sara’ portata domani al collegio dei commissari Ue. Questa cifra rappresenta il 16,88% dei 40.000 rifugiati che potranno essere redistribuiti da Italia (24.000) e Grecia (16.000) nei 24 mesi successivi all’entrata in vigore della decisione. Se questi numeri saranno formalizzati da Commissione e Consiglio, la Francia sara’ dunque il paese che si fara’ carico del maggior numero di rifugiati provenienti da Italia e Grecia, a eccezione della Germania a cui andranno il 21,91% dei rifugiati ricollocati, pari a 8.763. Tranne Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca, tutti gli altri paesi Ue si faranno carico di rifugiati presenti in Italia e Grecia, inclusi quindi i piu’ riluttanti, come per esempio l’Ungheria, dove andranno fino a 827 migranti. Questi numeri sono al netto dei rifugiati che avrebbero comunque diritto a essere redistribuiti in applicazione delle norme europee sulle ricongiunzioni familiari. D’altro lato, pero’, le redistribuzioni potranno essere bloccate se il paese di destinazione ritiene “probabile” che i rifugiati in questione possano rappresentare una minaccia alla sicurezza o all’ordine pubblico. Analoga sospensione si applicherebbe se Grecia e Italia non dovessero eseguire appropriatamente la registrazione e l’accoglienza dei migranti. La redistribuzione si applichera’ ai richiedenti asilo che arriveranno dopo l’entrata in vigore della decisione, ed esclusivamente per quelli provenienti da paesi per cui l’Ue in media riconosce almeno il 75% delle domande di asilo. Al momento, a questa categoria appartengono solo siriani ed eritrei, che sono comunque tra le nazionalita’ piu’ comuni tra coloro che sbarcano sulle coste italiane e greche. (AGI) .

(AGI) – Roma, 26 mag. – Un’operazione della durata iniziale di un anno, divisa in tre fasi, con l’obiettivo di ridurre “significativamente l’afflusso di migranti e le attivita’ dei trafficanti”. Due protocolli riservati dell’Ue – pubblicati da Wikileaks e rivelati da l’Espresso – svelano dettagli e strategia della missione ‘Eunavfor Med’ in Libia, la cui natura appare propriamente “militare” e con un raggio d’azione che puo’ comprendere “le acque interne libiche” e le operazioni “a terra”. In uno dei documenti, contente le raccomandazioni militari alla missione, si legge che quest’ultima “costituisce una sfida dal punto di vista militare data la complessa situazione in mare e sulle coste”. In particolare, e’ scritto nel documento, e’ necessario “calibrare l’attivita’ militare con grande attenzione, particolarmente all’interno delle acque libiche o sul litorale, per evitare di destabilizzare il processo politico causando danni collaterali, colpendo attivita’ economiche legittime o creando la percezione di aver scelto una parte” politica. Fondamentali, dunque, saranno le regole di ingaggio della missione che – come viene specificato nel paragrafo dal titolo “Uso della forza” – dovranno essere “robuste e ben validate, in particolare per il sequestro dei barconi in caso di resistenza, per la neutralizzazione delle imbarcazioni e dei beni dei trafficanti, per situazioni specifiche come il salvataggio degli ostaggi e per la temporanea detenzione di coloro che possono rappresentare una minaccia o sono sospettati di crimini”. Saranno, inoltre, richieste regole di ingaggio anche “per la gestione dei migranti e dei trafficanti”. Nelle loro osservazioni, i militari mettono in guardia rispetto alla “potenziale presenza di forze ostili, estremisti o terroristi del Daesh (Stato Islamico, ndr)”. Anche la “minaccia derivante dalla mera gestione di grandi volumi di migranti” e’ da tenere in considerazione cosi’ come i rischi che possono presentarsi durante “le operazioni di abbordaggio, attivita’ a terra o in prossimita’ di coste insicure”. Quanto all’approccio diviso in fasi, esso viene consigliato allo scopo di “lanciare l’operazione il piu’ rapidamente possibile” e di “modellarla al meglio all’interno di una cornice legale”; anche perche’ vi sono aspetti operativi, come il sequestro dei barconi, che dipendono dalla legislazione nazionale e/o da un’eventuale risoluzione Onu che faccia riferimento al capitolo VII della Carta. I militari sottolineano inoltre che non c’e’ ancora “una sufficiente e chiara conoscenza del modello di business utilizzato dalle reti di trafficanti di migranti nella regione del Mediterraneo meridionale e centrale” e forniscono anche alcuni consigli sulla gestione ‘mediatica’ della missione, il cui focus – affermano – non deve concentrarsi sul salvataggio dei migranti in mare ma sulla distruzione del modello di business dei trafficanti. Quanto all’obiettivo, ‘Eunavfor Med’ dovra’ ritenersi conclusa quando “il flusso di migranti e l’attivita’ dei trafficanti saranno significativamente ridotti”. (AGI) .

(AGI) – Roma, 26 mag. – “Oggi e’ presto per arrivare a una decisione definitiva. Tra dieci anni, quando ne avro’ 90, convochero’ una grande riunione e in quell’occasione verra’ presa una decisione definitiva. Abbiamo ancora tempo”. Cosi’ il Dalai Lama in un’intervista al settimanale ‘Oggi’, che nel numero in edicola da domani racconta l’incontro con la massima autorita’ buddista avvenuto nella sua residenza di MacLeod Ganj, nell’India settentrionale. Il Dalai Lama si e’ mostrato ottimista per il futuro del suo martoriato Paese, anche se la situazione in Tibet negli ultimi anni e’ addirittura peggiorata come dimostra il fatto che oltre 100 persone di ogni eta’, sesso e condizione sociale si siano date fuoco per protestare contro la repressione di Pechino. E adesso, addirittura, il governo cinese pretende anche di decidere su cosa dovra’ accadere alla tradizione dei Dalai Lama una volta scomparso l’attuale. Tenzin Gyatso e’ di parere contrario: “Fin dal 1969, in una dichiarazione ufficiale, ho affermato che se la tradizione dei Dalai Lama debba o meno continuare dovra’ deciderlo il popolo tibetano. Periodicamente mi incontro con i maggiori esponenti delle diverse scuole del buddismo tibetano e nel 2011, nel corso di una di queste riunioni, prendemmo in esame a fondo il futuro dell’istituzione del Dalai Lama. Ovviamente la domanda principale e’ se questa istituzione dovra’ continuare. E, in caso affermativo, come scegliere il mio successore. Da un punto di vista teorico si potrebbe fare come nel caso del Papa, scegliendolo per votazione. Oppure, come e’ previsto dalla tradizione tibetana, un maestro puo’ indicare la sua nuova incarnazione anche prima di morire”. Il Dalai Lama ha raccontato anche un aneddoto della sua giovinezza: “Le persone che sono scelte per preservare il loro lignaggio dovrebbero porre estrema attenzione allo studio e alla pratica. Nel mio caso, per esempio, porto il sacro nome del Dalai Lama, ma quando stavo ancora studiando il mio tutore aveva un frustino giallo. Lui era un uomo molto concreto, non pensava che per un lama importante non fosse necessario studiare, quindi impugnava quel frustino. Io ero uno studente piuttosto svogliato, non molto interessato alle materie di studio, ma a causa della paura del frustino dovevo darmi da fare!”, ha raccontato sorridendo. .

(AGI) – Makurdi (Nigeria), 26 mag. – Almeno 96 civili sono stati uccisi in una serie di attacchi contro alcuni villaggi dello Stato federato di Benue’, nella Nigeria sud-orientale. Autori delle stragi sono estremisti fulani, un’etnia nomade di fede islamica e dedita prevalentemente alla pastorizia, hanno riferito fonti militari e di polizia. Gli attacchi sono iniziati da alcuni giorni e i combattimenti sono ancora in corso in cinque localita’ rurali nel distretto di Logo. L’area e’ abitata in prevalenza da agricoltori cristiani, contro le cui comunita’ i fulani hanno preso le armi in numerose occasioni da oltre un anno. Si sospetta che gli aggressori siano in qualche modo sostenuti dai jihadisti di Boko Haram. Al centro della disputa inter-confessionale, il controllo delle risorse idriche e delle terre fertili. .

(AGI) – Nairobi, 26 mag. – Almeno 25 poliziotti keniani sono rimasti uccisi nell’est del Paese per l’esplosione di una mina e per un’imboscata in un villaggio ad opera degli Shebaab. Gli attacchi sono stati rivendicati dal portavoce militare dei miliziani islamisti somali, Sheikh Abdiasis Abu Musab. Cinque mezzi della polizia sono stati incendiati. Una ventina di agenti sono morti lunedi’ sera in un agguato nel villaggio di Yumbis, 70 chilometri a nord di Garissa, hanno riferito i media locali. I poliziotti stavano raggiungendo il veicolo dei loro colleghi distrutto nell’esplosione di una mina che ha ucciso almeno cinque agenti. Il villaggio era gia’ stato attaccato la scorsa settimana dai miliziani somali che avevano anche issato la bandiera su una moschea locale prima di andarsene. Anche per questo Nairobi ha spedito rinforzi nella zona per garantire la sicurezza. A Garissa la scorsa settimana ci sono stati scontri fra le forze si sicurezza e gli Shebaab che ad aprile avevano anche attaccato l’universita’ locale, uccidendo 142 studenti e sei uomini delle forze di sicurezza. .

(AGI) – Quito, 26 mag. – Si e’ risvegliato dopo 33 anni il vulcano Wolf, sull’isola Isabela, nell’arcipelago delle Galapagos. L’eruzione potrebbe mettere a rischio le rarissime iguane rosa, presenti solo in quelle isole del Pacifico, territorio dell’Ecuador. L’ecosistema delle Galapagos ispiro’ le teorie evoluzionistiche di Charles Darwin che visito’ l’arcipelago nel 1835.

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I responsabili del parco nazionale delle Galapagos hanno pubblicato su Twitter le immagini spettacolari dell’eruzione. Il ministero dell’Ambiente ha spiegato che la lava sta scendendo sul versante meridionale del vulcano e che le iguane rosa sono sul lato opposto e dovrebbero riuscire a fuggire.

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Nell’aprile scorso era stata registrata un’inusuale attivita’ sismica sul vulcano Sierra, sempre sulla stessa isola Isabela, la piu’ grande delle 13 isole dell’arcipelago. .

(AGI) – Teheran, 26 mag. – Si e’ aperto a Teheran il processo al corrispondente del Washington Post, Jason Rezaian, accusato di spionaggio. Secondo l’agenzia Irna, nello stesso processo sono imputati anche la moglie del reporter, la giornalista Yeganeh Salehi, e un fotografo. Rezaian, 39 anni, e’ in carcere da 10 mesi nella famigerata prigione di Evin, alla periferia di Teheran, dove sono detenuti i prigionieri politici. Il giornalista e’ accusato di “spionaggio, collaborazione con governi ostili, raccolta di informazioni classificate e diffusione di propaganda contro la Repubblica islamica”, ha ricordato il suo legale, Leila Ahsan, che ha sottolineato come le accuse non siano supportate da alcuna prova. Il processo si celebra davanti alla quindicesima sezione della Corte rivoluzionaria di Teheran, dove solitamente sono giudicati i casi di natura politica o legati alla sicurezza nazionale. Rezaian, con doppia cittadinanza iraniana e americana, era stato arrestato nel luglio dello scorso anno, assieme alla moglie (poi rilasciata su cauzione) e al fotoreporter, in un momento delicato dei negoziati tra l’Iran e i Paesi del 5+1 sul controverso programma nucleare di Teheran. L’amministrazione americana e il Washington Post hanno piu’ volte ribadito che contro il giornalista siano state formulate accuse assurde e hanno rivolto numerosi appelli all’Iran affinche’ sia rilasciato. Teheran, tuttavia, non riconosce la doppia nazionalita’ e insiste sul fatto che si tratti esclusivamente di un caso interno. (AGI) .

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