Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Tra governo e Gilet gialli "è arrivato il momento del dialogo": lo ha detto il primo ministro francese Edouard Philippe dopo un altro sabato di tensione, con scontri in tutto il Paese e anche a Bruxelles e quasi 1.400 fermi. Un dialogo che, ha sottolineato Philippe, "è iniziato con incontri di politici e continuerà anche a Matignon dove voglio incontrare questi francesi che protestano". La prossima settimana si attende che si esprima il presidente Emmanuel Macron, che finora in pubblico ha mantenuto sull'ondata di proteste in corso ormai da quasi un mese.

Il piano sicurezza approntato per oggi ha portato a 1.385 fermi. Sono stati 125.000 i manifestanti in tutta la Francia, di cui 8.000 nella sola Parigi. "C'è stata una violenza inaccettabile anche se tenuta sotto controllo grazie all'abnegazione delle forze dell'ordine", ha commentato il ministro dell'Interno, Christophe Castaner. "Siamo stati in grado di spezzare lo slancio dei vandali", ha aggiunto, e ha ricordato che sono state trovate, ancor prima che iniziassero le manifestazioni, armi bianche e maschere anti gas. Segno, per Castaner, che "centinaia di gilet gialli erano arrivati a Parigi per provocare danni".

La protesta si è allargata anche a Bruxelles: almeno 400 persone fermate e un poliziotto rimasto ferito nella capitale belga, dove era sceso in piazza un migliaio di manifestanti. L'agente, colpito al volto, non è in pericolo di vita. Alcuni 'gilet gialli' hanno lanciato oggetti contundenti, tra cui ciottoli, contro le forze dell'ordine schierate nel quartiere delle istituzioni europee, completamente chiuso a veicoli come a pedoni.

Il presidente americano Donald Trump ha in qualche modo messo il cappello sui gilet gialli, collegando la protesta contro il caro-carburante all'accordo di Parigi sul clima, da cui gli Usa si sono sfilati. "L'accordo di Parigi – ha twittato Trump – non sta funzionando così bene per Parigi. Proteste e rivolte in tutta la Francia. Le persone non vogliono pagare tanti soldi, molti ai Paesi del terzo mondo (che sono governati in maniera discutibile), forse per proteggere l'ambiente. Scandiscono 'vogliamo Trump', amo la Francia".

E dalla Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdogan, ha messo l'accento sui diritti umani: "Guarda cosa sta facendo ora la polizia di quelli che hanno preso in giro la nostra polizia, quelli che hanno detto che la nostra polizia era repressiva", ha detto Erdogan, riferendosi alle critiche ricevute dall'Europa durante le grandi proteste in Turchia cinque anni fa. "Coloro che hanno usato il populismo politico contro i rifugiati e l'islamofobia sono caduti nel buco che loro stessi hanno scavato", ha concluso Erdogan.

La polizia del Kenya ha arrestato un alto ufficiale del Kenya Wildlife Service (KWS), il servizio parchi, nell'ambito delle indagini sul rapimento della volontaria italiana, Silvia Romano. Lo scrive l'emittente keniana Ntv sul proprio sito.

Questo arresto segue quello di un sergente del KWS, Abdullahi Bille, e di suo fratello, sospettati di legami con i rapitori. Si ritiene che Silvia, rapita il 20 novembre scorso, sia prigioniera nella zona della contea meridionale di Tana Delta, spiega il sito dell'emittente.

L’emittente, tuttavia, non rivela il nome dell’alto ufficiale del servizio parchi del Kenya. In giornate di silenzio sul rapimento della cooperante italiana, questa notizia può essere letta positivamente, anche se non vi sono dettagli sulle motivazioni dell’arresto, perché evidenzia che le indagini delle autorità keniane proseguono – non si sono mai fermate – in maniera serrata e non risparmiano nessuno.

La notizia, inoltre, rivela che i sequestratori, in questi diciannove giorni di sequestro hanno avuto il sostegno, non solo della popolazione, ma anche, con molta probabilità, di funzionari corrotti dello Stato. E, questo, inquieta perché apre scenari sulle possibili ragioni del rapimento.

Il legame tra i sequestratori, la popolazione e i funzionari

Di certo l’arresto di ieri rileva che lo scopo del rapimento è stato a scopo di estorsione, che i rapitori sono criminali comuni, che il sequestro non è stato improvvisato e, soprattutto, che esistono legami tra i rapitori e la popolazione locali e, probabilmente, con funzionari statali corrotti.

Questi arresti fanno pensare, inoltre, che i sequestratori, forse – inizialmente pensavano a un rapimento lampo – hanno fatto un salto di qualità. Da subito è stato chiaro che si trattava di una banda di criminali che pretendevano soldi subito. Non è un caso che nel momento del rapimento a Silvia sia stato chiesto il telefonino per poter trasferire, nell’immediato, i soldi da loro pretesi.

In Kenya il trasferimento di denaro, così come i pagamenti anche più minuti, avvengano attraverso il servizio MPESA, gestito dalla compagnia telefonica Safaricom.

Attraverso questo sistema si possono fare pagamenti minuti, ma anche trasferimenti di molti soldi e in più transazioni. In Kenya è normale. I sequestratori però non potevano sapere che Silvia non aveva con se il telefonino e, probabilmente, anche se lo avesse avuto, non aveva i soldi che i rapitori avrebbero potuto pretendere.

Un primo intoppo. Poi è iniziata la trattativa con le forze di polizia keniana. Il nodo, infatti, sembra essere la cifra del riscatto. E le pretese dei sequestratori si sono alzate, visto il clamore e la rilevanza mediatica che la vicenda ha suscitato. L’emittente keniana Ntv, inoltre, spiega che Silvia Romano sarebbe tenuta prigioniera nella contea meridionale di Tana Delda. Qui i rapitori potrebbero aver trovato un rifugio sicuro da dove trattare con tranquillità, magari con l’appoggio di qualche funzionario corrotto, con il quale spartirsi il bottino.

 Se i Gilet gialli presentassero una lista per le elezioni europee otterrebbero in Francia il 12% dei voti, e sarebbero la seconda forza politica del Paese. E' il risultato di un sondaggio di Ipsos pubblicato oggi da 'Le Journal du Dimanche', secondo cui la rilevazione è stata condotta tra mercoledì e giovedì scorsi su incarico del partito del presidente Emmanuel Macron, La Republique en marche. Il movimento di Macro, alleato con i centristi di MoDem, otterrebbe il 21% e sarebbe al primo posto.

Terza piazza per il Rassemblement National di Marine Le Pen (14%) e quindi i verdi (3%), i conservatori di Les Republicains (11%) e la sinistra di Lfi (9%). Il sondaggio ha ipotizzato anche uno scenario in cui non vi siano liste dei Gilet gialli: in questo caso, per l'alleanza guidata da Macron il risultato sarebbe invariato, mentre ne beneficerebbero il partito di Marine Le Pen, che otterrebbe, il 17% e Lfi, che prenderebbe il 12%. 

Articolo aggiornato alle 13:40 dell'8 dicembre 2018

'gilet gialli' tornano nelle piazze francesi per il quarto atto di una protesta contro il governo che fonti di Eliseo hanno definito "un tentativo di golpe". Ancora lacrimogeni e tensioni ai margini degli Champs-Elysées, a Parigi. Ci sono inoltre numerose azioni di blocco e interruzioni sulle autostrade in tutto il Paese, compresi i due principali valichi di frontiera con la Spagna alle estremità dei Pirenei. E stando all'ultimo bollettino della prefettura, qualche minuto dopo mezzogiorno si contavano già 548 fermi. 

Intorno 10:25, la polizia ha sparato gas lacrimogeni contro i manifestanti in una strada perpendicolare al famoso viale, vicino all'Arco di Trionfo. Quasi un'ora dopo, ancora lacrimogeni per disperdere decine di "gilet gialli" che cercavano di penetrare lungo un altro viale adiacente agli Champs Elysees. Poco prima delle 11.00, diverse decine di manifestanti hanno anche fermato la circolazione lungo la tangenziale di Parigi, vicino a Porte Maillot per qualche minuto, ma sono stati rapidamente dispersi dalla polizia antisommossa.

Le autorità hanno dato ordine alle forze di sicurezza di intervenire subito per contenere le concentrazioni ed evitare che degenerino in scene di guerriglia urbana come avvenuto nei tre sabati precedenti. Nell'ambito di questa strategia, gli agenti hanno fatto centinaia di arresti preventivi. Il governo del resto è determinato a non lasciarsi sfuggire di mano la situazione, preoccupato che tra i manifestanti possano nascondersi facinorosi e persone armate.

Il premier Edouard Philippe si è presentato a metà mattinata dinanzi al giornalisti, per fornire qualche aggiornamento sulla situazione, al termine di un incontro con gli uomini della sicurezza del Ministero dell'Interno e con il ministro, Christophe Castaner. All'alba le forze dell'ordine avevano anche condotto numerosi controlli ai pedaggi di accesso autostradale a Parigi e fermato persone con maschere antigas, biglie e altri oggetti contundenti.

Una città blindata

I principali monumenti e musei della capitale francese sono chiusi, a cominciare dal Louvre, la Tour Eiffel, Arc de Triomphe e l'Opera. Il sindaco, Anne Hidalgo, ha spiegato che sono state ritirate circa 2 mila elementi di arredo urbano (panchine, segnaletica stradale) per evitare che possano essere usate come oggetti contundenti. E sono state annullate decine di partite di calcio in tutto il Paese, eventi festivi e anche altre manifestazioni programmate da tempo. 

Nonostante tutto, c'è comunque qualche turista che si aggira per le strade. Le Figaro ha fotografato una famiglia italiana di Verona: "Non abbiamo paura, non sembra così terribile. Siamo solo seccati che tutte le metropolitane siano chiuse: non è facile visitare qualcosa". 

Leggi anche: Gilet gialli, il nuovo algoritmo di Facebook che ha favorito la rivolta

Intanto il movimento si divide. La delegazione di 'gilet gialli liberi', ala moderata del movimento di protesta, ha chiesto che la calma sia rispettata. Dopo aver incontrato il premier Edouard Philippe, uno dei rappresentanti, Benjamin Cauchy, ha riferito che il messaggio di "urgenza" è stato trasmesso, sostenendo di aver trovato il capo dell'esecutivo "attento, cosciente delle problematiche, in ascolto". Ora, ha aggiunto, è il momento che il presidente Emmanuel Macron prenda la parola, una richiesta ribadita anche da altri membri del movimento di protesta. Per Jacline Mouraud, portavoce dei 'gilet gialli liberi', "è necessario che Macron si esprima, che sia il presidente di tutti i francesi".

Leggi anche: Le bufale più diffuse sulle proteste dei gilet gialli

Da quando è tornato dal G20 a Buenos Aires, Macron non ha mai preso pubblicamente la parola, neanche dopo che Philippe ha annunciato la moratoria per tutto il 2019 dell'innalzamento della tassa sui carburanti. Il presidente francese ha fatto sapere che interverrà sulla crisi dei 'gilet gialli' solo a inizio della prossima settimana per evitare di buttare "benzina sul fuoco" prima della manifestazione di domani.

La quarta giornata di proteste dei 'gilet gialli' in Francia si sta svolgendo in un ambiente di relativa calma, ma ha già provocato qualche tensione non solo sugli Champs-Elysees: cariche della polizia e il lancio di gas lacrimogeni. La tensione comunque sta via via aumentando. Ci sono inoltre numerose azioni di blocco e interruzioni sulle autostrade in tutto il Paese, compresi ai due principali valichi di frontiera con la Spagna ad entrambe le estremità dei Pirenei. E secondo l'ultimo bollettino fornito dalla prefettura qualche minuto dopo mezzogiorno, ci sono già stati 548 fermi.     

   Di buon mattino, la polizia ha lanciato lacrimogeni e ha fatto cariche contro una folla ai margini degli Champs-Élysées. Intorno 10:25, la polizia ha sparato diverse bombole di gas lacrimogeni contro i manifestanti in una strada perpendicolare al famoso viale, vicino all'Arco di Trionfo. Quasi un'ora dopo, la polizia antisommossa ha sparato gas lacrimogeni per disperdere decine di "gilet gialli" che cercavano di penetrare lungo un altro viale adiacente agli Champs Elysees. Poco prima delle 11.00, diverse decine di manifestanti hanno anche fermato la circolazione lungo la tangenziale di Parigi, vicino a Porte Maillot, per qualche minuto, ma sono stati rapidamente dispersi dalla polizia antisommossa. Alcuni hanno risposto lanciando proiettili e petardi. Queste azioni riflettono l'indicazione delle autorità alle forze di sicurezza: intervenire subito per contenere le concentrazioni ed evitare che degenerino in scene di guerriglia urbana come avvenuto una settimana fa. Nell'ambito di questa strategia, gli agenti hanno fatto centinaia di arresti preventivi. 

Sul rapimento di Silvia Romano, avvenuto in Kenya, si susseguono molte voci, spesso incontrollate, senza fondamento, ma di fatti, finora, molto pochi. Per capire il contesto dove è stata rapita la giovane cooperante, Agi ha raggiunto a Nairobi, capitale del Kenya, Tommy Simmons, fondatore di Amref Italia, che vive in quel paese da quarant’anni. Simmons è un profondo conoscitore del Paese e di quelle zone.

Rapita in una zona tranquilla da criminali comuni

"L’area in cui è stata rapita la giovane italiana – ci spiega Simmons – è abbastanza tranquilla. Sicuramente non è percorsa da bande di terroristi legati ai gruppi somali di al Shabaab. Quella strada, da Nairobi, fino alla costa, che passa attraverso il parco Tsavo, l’ho percorsa moltissime volte, sia per lavoro, sia con la famiglia per andare in vacanze e devo dire che ci ripasserei domani senza pensarci due volte”.

Una zona nella quale nessuno poteva prevedere quello che poi si è verificato. Sembra chiaro quindi che gli autori del sequestro sono dei criminali “comuni”, anche perché, secondo Simmons, se i “terroristi avessero voluto fare un’azione dimostrativa, sicuramente avrebbero scelto la costa e non le zone interne, dove abitano comunità estremamente povere. Il rapimento deve essere stato messo in atto da pastori armati per motivi non ancora chiari, forse per denaro o per faide interne”.

L’area, quella del rapimento, che è a sud del fiume Tana, è abitata da pochi agricoltori e da pastori, “gente che vive in zone marginali, aride. Contadini poveri – spiega – che lottano con la scarsità di acqua e le scarse piogge per coltivare quel poco che producono. Sono zone in cui le tensioni tra pastori e contadini, che si contendono la poca acqua che c’è, sono all’ordine del giorno”.

Non in mano ai terroristi di al Shabaab

Di diversa natura, invece, è la zona a nord del fiume Tana, per semplificare, dove operano i terroristi di al Shabaab, quell’area della foresta di Boni, un’area molto “calda”, verso la Somalia. "Quest’area è davvero pericolosa, ma anche la presenza dell’esercito è molto forte. I controlli sono stringenti. Nei posti di blocco di Garsen, sulla strada che porta a Lamu, i controlli sono minuziosi, i passeggeri devono scendere tutti dalle auto o dai pulmini – racconta Simmons –  Spesso su quella strada ci si muove in convoglio".

"E’ indubbiamente una zona più a rischio. Ma anche il ponte sul fiume Tana è controllatissimo dall’esercito. E’ vero che si può attraversare il fiume in altri punti, ma i pericoli sono maggiori. Per capirci: in linea d’aria, dalla zona dove si pensa sia Silvia, per raggiungere questa zona, ci sono tra gli 80 e i 100 chilometri di nulla. Occorre camminare giorno e notte, con un ostaggio non abituato a quelle fatiche, senza acqua, o poca, e senza cibo. I rapitori dovrebbero continuamente nascondersi".

La polizia, che sta attivamente cercando la cooperante italiana, è convinta che i rapitori abbiamo trovato una zona tranquilla dove nascondersi, magari vicino a Garsen, dove alcuni testimoni avrebbero visto Silvia viva, in attesa di capire cosa fare.

Il presidente americano, Donald Trump, è ottimista sulle trattative con Pechino per risolvere la disputa commerciale. "I negoziati con la Cina vanno molto bene", ha scritto in un tweet il capo della Casa Bianca.

Si restringe l’area in cui si sta cercando Silvia Romano rapita in Kenya il 20 novembre scorso nel villaggio di Chakama a 80 chilometri nell’entroterra di Malindi, nella contea di Kilifi. Secondo le informazioni raccolte dai cronisti del giornale keniano “The Standard” gli inquirenti keniani e italiani starebbero setacciando un’area di savana e foresta nella zona di Garsen, dove un testimone sentito nei giorni scorsi, avrebbe detto di aver visto Silvia viva e prigioniera in una casa proprio nei pressi di quella cittadina. Notizia, tuttavia, che non ha avuto riscontro.

La zona delle ricerche si trova a sud del fiume Tana, attraversato il quale si entra in un’area che potrebbe portare i sequestratori facilmente in Somalia. Ipotesi che gli inquirenti escludono avendo, a detta loro, chiuso ogni via di fuga verso quel paese. Dopo la positività espressa dalle forze di polizia keniane nei primi giorni ora, invece, silenzio e riserbo prevalgono su tutto. Qualcosa è andato storto durante le trattative che si sono aperte e non sono ancora chiuse. Le ipotesi si sprecano. Il nodo, rimane, almeno così sembrerebbe, la cifra del riscatto.

La cifra del riscatto

I rapitori potrebbero aver alzato la posta, visto il clamore e la rilevanza mediatica che la vicenda ha suscitato. Di quanto? Nessuno lo sa, ma questo non dovrebbe rappresentare un ostacolo alla liberazione. L’altra ipotesi, forse la più inquietante, e che la giovane italiana sia stata venduta a una banda più organizzata e strutturata. Un gruppo sconosciuto alle stesse forze di sicurezza keniane, che hanno sempre contato sull’incapacità organizzativa dei rapitori.

La terza è che le trattative si siano interrotte, non per una questione di denaro e nemmeno per la vendita dell’ostaggio, ma perché i sequestratori si sono addentrati in una zona a loro sconosciuta, muovendosi a fatica o avendo perso l’orientamento. Le comunicazioni, inoltre, con i rapitori sono avvenute via telefonino, ma per mantenerli in vita occorre essere in un’area fornita da corrente elettrica e abitata, con tutti i rischi del caso. Anche per questo le forze di polizia contano su una collaborazione fattiva delle persone che abitano quella porzione di foresta.

Gli arresti della polizia, e le conseguenze

Subito dopo il rapimento della cooperante italiana la polizia ha messo in atto una raffica di arresti, prima 14, fino ad arrivare a 20 persone. Arresti che hanno fatto pendere la bilancia verso l’ottimismo, perché gli arrestati hanno “fornito notizie molto importanti”. Subito è partita una caccia all’uomo massiccia. La polizia ha messo in campo anche i droni per monitorare l’area del rapimento. Il capo della polizia regionale, Noah Mwivanda, ha spiegato che è “stata lanciata una grande operazione di sicurezza con il coinvolgimento di diversi corpi di polizia e delle forze speciali, incaricati di rintracciare i sospetti che, si ritiene, si nascondano nella foresta”.

Gli inquirenti, inoltre non hanno dubbi: i sequestratori sono criminali comuni e la possibile pista di un rapimento messo in atto da gruppi affiliati ai terroristi somali di al Shabaab, viene esclusa. Anche perché non c’è stata nessuna rivendicazione in proposito. Già dal quinto giorno dal rapimento sono state diffuse le foto segnaletiche di quelli che si ritiene siano gli autori del rapimento: tre persone. E questo è un buon segno.

La polizia, poi, ha chiesto l’aiuto della popolazione promettendo una ricompensa in denaro, 6800 euro, a chi fornisce notizie utili per la liberazione della giovane italiani. In quei giorni sono state trovate le tracce dei rapitori, oltre alle motociclette servite al commando per fuggire e alle treccine di Silvia. Ma, quella che sembra una svolta arriva con l’arresto della moglie, Elima, di uno dei sequestratori grazie alle intercettazioni telefoniche. Fatto che riveste molta importanza per gli inquirenti. La donna, sempre secondo la polizia, ha fornito notizie utili.

Silvia è viva, ma l'ottimismo è diventato incertezza

La notizia più importante di quei giorni è che “Silvia è viva”. Ai sequestratori sarebbe stata chiesta una prova in vita della giovane per avviare le trattative con i sequestratori. Prova che è stata fornita e quindi si sono avviate le trattative. L’ottimismo prevale. “Ci stiamo avvicinando. Tutto indica che abbiamo quasi raggiunto i rapitori”, sostiene Mwivanda. Alle indagini, inoltre, stanno collaborando anche gli anziani dei villaggi e della comunità dei pastori semi-nomadi Orma, che si sono dissociati dal sequestro, ma non solo, hanno lanciato un monito: guai a chi aiuta i rapitori. Aiuto, tuttavia, che è arrivato. Ormai gli inquirenti sembrano convinti di una svola positiva.

Entusiasmi che si smorzano rapidamente lungo la giornata di giovedì scorso, quando la liberazione sembrava essere una questione di ore. L’ottimismo si è trasformato in “no comment”.  Nell’arco di poche ore si è passati dal “Ci siamo, avrete presto buone notizie” al mutismo più assoluto. Quel giorno tutto diceva che l’annuncio della liberazione sarebbe stato dato nel giro di poche ore e, invece, tutto è piombato in un silenzio denso di incognite. Evidentemente qualcosa è andato storto, certamente non nel verso sperato.

Le uniche certezze, almeno quelle che sembrano essere tali, nella vicenda del rapimento di Silvia Romano, che dura ormai da diciassette giorni, è che la giovane sarebbe ancora nella foresta e che è viva.

 

I sospetti di violazioni delle sanzioni nei confronti dell’Iran da parte del colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei hanno pesato sull’arresto della numero due del colosso delle telecomunicazioni cinese, Huawei, Meng Wanzhou.

La direttrice finanziaria del gigante di Shenzhen è stata arrestata il 1 dicembre scorso a Vancouver, in Canada, mentre a Buenos Aires, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente cinese, Xi Jinping, stabilivano una tregua di novanta giorni alle dispute commerciali che dividono e due grandi economie mondiali. 

La guerra tra hi-tech cinese e gli Usa

Meng rischia l’estradizione negli Stati Uniti, per le presunte violazioni del suo gruppo alle sanzioni nei confronti dell’Iran. Il colpo inferto al gigante delle telecomunicazioni fondato nel 1987 dal padre di Meng, Ren Zhengfei, ex ingegnere dell’Esercito Liberazione Popolare cinese, arriva a pochi mesi dalla risoluzione della disputa che ha messo in ginocchio un altro gigante della tecnologia Usa nei mesi scorsi: Zte

L'accusa era di avere violato le sanzioni nei confronti dell’Iran e della Corea del Nord, ed era stato preso di mira da un settennale bando di vendita di componenti elettroniche da parte dei suoi fornitori, successivamente ritirato dagli Usa dietro la promessa del pagamento di una multa da un miliardo di dollari e del cambio in toto della classe dirigente. 

Se Cina e Stati Uniti hanno novanta giorni di tempo per trovare una soluzione alla disputa sul commercio, con alcuni impegni pare già concordati, l’arresto di Meng appare destinato a inasprire uno dei più delicati capitoli delle tensioni tra le due potenze: la disputa tecnologica.

Quali prove ci sono contro Huawei

La prove di una connessione tra il colosso cinese delle telecomunicazioni e la Repubblica Islamica risalgono, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters, al 2010, e coinvolgerebbero un gruppo delle telecomunicazioni di Hong Kong, Skycom Tech, nel cui consiglio di amministrazione sedeva, tra il 2008 e il 2009, la stessa Meng Wanzhou, o Sabrina Meng, come è nota con uno dei suoi nomi inglese (l’altro è Cathy). 

All’inizio di quell’anno, il gruppo di base a Hong Kong si sarebbe offerto a Huawei per tentare di vendere attrezzature per computer Hewlett-Packard al più grande operatore di telefonia mobile iraniano, Mobile Telecommunication Company of Iran, in un affare dal valore complessivo di 1,3 milioni di euro. L’inchiesta della Reuters, pubblicata a gennaio 2013, mirava a provare un coinvolgimento di Huawei e della stessa Cfo con il gruppo di Hong Kong e con l’Iran. I sospetti si sarebbero fatti più forti quando, sempre nel 2010, un gruppo londinese di intelligence finanziaria, la International Company Profile, aveva identificato Skycom Tech come “una sussidiaria di Huawei”.     

Anche se all’epoca Meng non era più tra i vertici del gruppo, i direttori di Skycom Tech che sono venuti dopo di lei avrebbero sempre intrattenuto buoni rapporti con il gigante delle telecomunicazioni cinese: uno di loro, Zhang Hongkai, secondo indagini del gruppo londinese sentito dalla Reuters, compariva nel 2009 come Ceo di Huawei in Iran sul sito web dell’Ambasciata Cinese a Teheran. 

La relazione pericolosa con Skycom

A provare il collegamento tra Huawei e l’Iran nel tentativo di vendita di tecnologia Hewlett-Packard ci sarebbe anche un documento di tredici pagine, classificato come “Huawei confidential” e sul quale compare il logo del gruppo di Shenzhen. Huawei ha smentito di avere provato a vendere lei stessa, o tramite Skycom Tech, tecnologia soggetta a embargo all’Iran. “La relazione tra Huawei e Skycom è una normale partnership di affari”, ha scritto il gruppo in una e-mail citata dall’agenzia britannica, in risposta alle accuse di allora, “e le nostre attività in Iran sono nel pieno rispetto delle leggi e delle regolamentazioni, incluse quelle delle Nazioni Unite, e chiediamo ai nostri partner, come Skycom, di impegnarsi allo stesso modo”. Già all’epoca, però, il colosso di Shenzhen aveva attirato le critiche degli Stati Uniti per non avere risposto a domande e per non avere fornito prove riguardo al suo ruolo in Iran.

Le attenzioni delle autorità statunitensi su Huawei si sono intensificate a partire dal 2016, con l’aumentare delle preoccupazioni a Washington, riguardo alle questioni di violazioni della proprietà intellettuale e alle accuse di spionaggio. A febbraio scorso, a puntare il dito contro Huawei e Zte era stata la Commissione di Intelligence del Senato degli Stati Uniti, i capi di cinque agenzie di intelligence e il direttore dell’Fbi, Christopher Wray. Ad aprile scorso, secondo quanto anticipato dal Wall Street Journal, Huawei si trovava sotto indagine del Dipartimento di Giustizia di Washington per il possibile uso della tecnologia per lo spionaggio ai danni degli Stati Uniti. Nessuna conferma delle indagini era allora arrivata per vie ufficiali, ma Huawei non ha mai smesso di essere nel mirino di Washington. 

Il pressing di Washington sugli alleati perché lascino Huawei

Secondo una lunga inchiesta condotta il mese scorso dal quotidiano finanziario Usa, la Casa Bianca ha esercitato recentemente pressioni sugli alleati – tra cui vengono citati Germania, Italia e Giappone – e sulle loro aziende hi-tech, perché abbandonino la tecnologia Huawei per preoccupazioni riguardo la sicurezza informatica, con particolare enfasi sullo sviluppo delle reti 5G. 

Alle indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal aveva risposto un altro quotidiano cinese, l’influente Global Times, che in un editoriale si è detto convinto che i Paesi europei non vogliano una competizione strategica o, ancora meno, una “guerra fredda tecnologica” con la Cina.

Le notizie su presunte violazioni di Huawei sono sempre state smentite dal colosso di Shenzhen, che anche nelle scorse ore ha dichiarato di non essere a conoscenza di “illeciti” compiuti dalla sua direttrice finanziaria. “La compagnia crede che i sistemi legali di Canada e Stati Uniti raggiungeranno alla fine una giusta conclusione” sulla vicenda. Toni più duri, invece, li ha usati il Ministero degli Esteri di Pechino: il portavoce, Geng Shuang, oggi ha dichiarato che la Cina non è stata finora informata delle ragioni dietro la detenzione della numero due di Huawei, e ha chiesto “chiarimenti immediati” alle autorità di Washington e Ottawa. 

Inizia venerdì il congresso della Cdu ad Amburgo, un passaggio cruciale per la Germania. I 1.001 delegati da tutto il Paese eleggeranno il successore di Angela Merkel alla guida del partito. E quello che forse diventerà il prossimo cancelliere.

Tre gli sfidanti: l’ex governatrice e attuale segretaria generale della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer, detta 'AKK', definita talvolta “mini-Merkel” per la sua vicinanza alla cancelliera; l’ex capogruppo Friedrich Merz, considerato un conservatore, il quale anni fa decise di lasciare la politica dopo essersi scontrato proprio con Merkel per intraprendere una carriera assai munifica come lobbista e uomo d’affari; il ministro alla Sanità Jens Spahn, il 'giovane' del gruppo che ha spesso attaccato la cancelliera ma che non dovrebbe avere reali chance di vittoria. 

Minimerkel in fuga per la vittoria, Merz attende l’ultima curva

Nei sondaggi tra gli elettori e militanti Cdu 'AKK' è in netto vantaggio. Ma il voto decisivo sarà quello dei 1.001 delegati e secondo alcuni segnali è Merz a scaldare di più i cuori dei funzionari cristiano-democratici.

Negli ultimi anni – se non altro dalla grande crisi dei migranti del 2015, quando circa un milione di profughi si riversò sulla Repubblica federale – è cresciuto il mal di pancia nei confronti della Merkel. l'ex 'ragazza dell'est' si sarebbe spostata troppo 'a sinistra', svuotando dall’interno l’identità del partito che fu di Adenauer e di Kohl. Il risultato, secondo i più critici, si sarebbe visto con il successo dell’ultradestra dell’Afd: “Abbiamo scoperto il fianco destro”, è il mantra più ripetuto dalle elezioni federali del settembre 2017 ad oggi.

Leggi anche: chi è Friedrich Merz

Le radici cristiane di una Democrazia cristiana

Tutti e tre gli sfidanti hanno quindi lanciato segnali precisi verso l’anima moderata del partito, dal tema migranti (sul quale Kramp-Karrenbauer ha esplicitamente criticato Merkel, mentre Merz ha cercato di mettere in discussione il diritto d’asilo individuale), al matrimonio omosessuale, alla caratura religiosa del partito (la famosa 'C' della Cdu).

E’ stata una campagna intensa, combattuta a viso aperto in otto conferenze regionali in tutto il Paese, ed eventi come il convegno dei giovani del partito o la manifestazione del gruppo lavoratori Cdu e similari. E se la 'pancia' del Paese sembra più sensibile ad 'AKK', un bel pezzo del mondo imprenditoriale pare sensibile al comeback – deciso un minuto dopo che Merkel aveva annunciato che non si sarebbe ricandidata – del milionario Merz. La cui ricchezza da lobbista, però, potrebbe essere il suo tallone d’Achille, in un Paese in cui la morigeratezza dei governanti ha ancora un valore.

Il successo corre sul filo del telefono

La partita è aperta. Il nuovo presidente del partito potrebbe anche non uscire alla prima votazione e Spahn, se al primo giro nessuno prende più della metà dei voti, diventerà l'ago della bilancia. Le gole profonde parlano di scambi di telefonate con i singoli delegati: i voti devono essere conquistati uno per uno. Ne va dell’eredità di Angela Merkel, ma ne anche del profilo che la Germania vorrà darsi di fronte alla sfida di sovranisti e populisti in un’Europa sempre più lacerata.

Flag Counter