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Dodici persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite in un incidente stradale in Indonesia dopo che un passeggero di un bus ha cercato di strappare il controllo del volante all’autista in seguito a un litigio. L’incidente e’ avvenuto intorno all’una di notte (ora locale, le 20 di domenica in Italia) quando il pullman è finito nella corsia opposta, scontrandosi con due auto e un camion, su un’autostrada nella Giava Occidentale. In ospedale sono finite almeno 43 persone, ha riferito la polizia locale.

“A bordo, un passeggero ha tentato di prendere il controllo del volante”, ha spiegato Atik Suswanti, capo della polizia stradale di Majalengka. L’autista dell’autobus è morto mentre il passeggero di 29 anni, ritenuto responsabile dell’incidente, è rimasto gravemente ferito. 

Il 27 giugno l’Iran supererà il limite imposto dall’accordo sul nucleare per l’arricchimento dell’uranio, fissato a 300 chilogrammi. Lo ha dichiarato il portavoce dell’Organizzazione dell’energia atomica iraniana (Aoei), Behrouz Kamalvandi. “Andremo oltre da questo limite e non solo, aumenteremo drasticamente la produzione. Dopo aver superato il limite di 300 chili aumenterà anche il ritmo e la velocità della produzione di uranio arricchito al tasso più basso”, ha affermato Kalmavandi.

Teheran ha annunciato l’intenzione di violare alcuni punti del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), il cosiddetto accordo sul nucleare, l’8 maggio scorso, un anno dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dall’intesa. Il presidente iraniano Hassan Rohani aveva dato ai Paesi firmatari (Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia) 60 giorni per attuare le loro promesse di proteggere il settore petrolifero e bancario dell’Iran dalle sanzioni statunitensi.

La Russia continua a essere convinta che l’Iran è uno dei Paesi “piu’ controllati” dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e che “sta rispettando gli impegni”, presi nel quadro dell’accordo sul nucleare, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, commentando l’annuncio. “Una recente ispezione dell’Aiea e il relativo rapporto hanno constato che l’Iran sta assolvendo appieno i suoi obblighi e noi ci basiamo su questo”, ha detto Peskov.

“Yes we can (Si, possiamo), Greta. Sono fiducioso grazie a te e a tutti i giovani che stanno lottando per proteggere il pianeta. Continua a farlo”. E’ l’endorsement di Barack Obama alla 16enne attivista svedese Greta Thunberg che precedenza la giovane aveva twittato una foto con l’ex presidente Usa accompagnandola con il celebre slogan che aveva portato il senatore del Michigan alla Casa Bianca nel 2008,

Yes we can, Greta. I’m hopeful because of you and all the young people who are fighting to protect the planet. Keep at it. https://t.co/sUBwC0uNW8

— Barack Obama (@BarackObama)
16 giugno 2019

Un enorme guasto nel sistema di interconnessione elettrica ha lasciato al buio l’Argentina, il Cile, l’Uruguay, il Paraguay e parte del Brasile. Lo riferisce in un tweet la società di fornitura Edesur Argentina. Secondo quanto riportato dai media argentini, l’interruzione di corrente si è verificata poco dopo le 7:00 (le 14:00 in Italia), causando un blocco dei treni e l’interruzione dei segnali stradali.

Una falla masiva en el sistema de interconexión eléctrica dejó sin energía a toda la Argentina y Uruguay. Ampliaremos con más información. #SinLuz #CortedeLuz

— Edesur Argentina (@OficialEdesur)
16 giugno 2019

Un funzionario del ministero dell’Energia argentino ha dichiarato al New York Times che le cause e la portata del problema non sono ancora note. In Argentina e Uruguay vivono complessivamente circa 48 milioni di persone. In Argentina il blackout non ha risparmiato le province di Santa Fe e San Luis, dove oggi sono in programma le elezioni amministrative. Notevoli disagi e ritardi anche per gli autobus nella regione di Buenos Aires, per la mancanza di segnaletica elettrica. La fornitura è ripresa in alcune regioni dell’Argentina (Cuyo, Noa e Comahue), riferisce il quotidiano argentino La Nacion. Il governo parla però di “collasso” e avverte che ci vorranno diverse ore prima che la situazione torni alla normalità.

Paralizzata l’attività dell’Aeroparque, il secondo aeroporto di Buenos Aires. 

Il governo uruguaiano ha confermato che gran parte del Paese è rimasta al buio, in particolare tutto il litorale, dove si affaccia anche la capitale Montevideo, ma anche le zone interne, come il Dipartimento di Rocha. La Edesur ha comunicato che il suo centro di controllo ha “iniziato lentamente a ripristinare il servizio, che ha raggiunto “i primi 34.000 clienti”. Primi miglioramenti anche nel sistema interconnesso della capitale e della Gran Buenos Aires”.

A Buenos Aires, a metà mattinata di una domenica piovosa, c’è poco movimento nelle strade, anche se alcuni supermercati e altre attività commerciali sono aperte e lavorano grazie ai generatori. Nelle strade di Montevideo funzionano solo alcuni semafori e l’illuminazione stradale è completamente assente.

Argentina (44 milioni di abitanti) e Uruguay (3,4 milioni) condividono un sistema di interconnessione elettrica basato sulla diga di Salto Grande, situata a circa 450 chilometri a nord di Buenos Aires e a circa 500 chilometri a nord di Montevideo.

Per gli Stati Uniti è la prova inoppugnabile della responsabilità dell’Iran nell’attacco alle due petroliere finite in fiamme nel golfo dell’Oman. C’è invece chi lo considera una nuova “provetta di Colin Powell”, paragonandolo alle false prove con cui l’amministrazione Bush accusò Saddam Hussein di avere armi di distruzione di massa per giustificare l’invasione dell’Iraq.

Il video diffuso dalla Marina Usa che mostrerebbe, secondo Washington, un membro dei pasdaran iraniani che rimuove una mina magnetica inesplosa (in inglese “limpet mine”, ovvero “mina patella”) dallo scafo di una delle petroliere, la giapponese Kokuka Courageous, appare autentico, secondo un’analisi del New York Times, ma non per questo conferma la versione dei fatti della Casa Bianca. Versione dei fatti peraltro smentita dallo stesso armatore della Kokuka, il quale ha riferito che la nave è stata colpita da “oggetti volanti”, bollando come “false” le ricostruzioni che hanno parlato di mine o siluri. 

Colpisce inoltre la coincidenza dell’attacco a un’imbarcazione di proprietà nipponica con la visita a Teheran del capo del governo di Tokyo, Shinzo Abe, che ha incontrato il presidente della Repubblica islamica, Hassan Rohani, per provare a mediare con Washington. Alcuni analisti sostengono che frange dei Guardiani della Rivoluzione ostili a Rohani abbiano inscenato l’attacco per costringerlo a sposare una linea meno diplomatica. Una ricostruzione tutt’altro che da scartare ma che comunque non consentirebbe a Washington di puntare il dito direttamente contro il governo persiano. 

Dall’analisi del New York Times risulta che la nave raffigurata nel video, girato da un drone, è proprio la Kokuka e che il pattugliatore che la avvicina, dal quale si erge poi un uomo per rimuovere un oggetto dallo scafo, sembra dello stesso modello di quelli in dotazione ai pasdaran, a partire dal simbolo presente sulla prua. I dubbi sorgono sull’identità dell’oggetto rimosso. 

La marina Usa ha diffuso un’immagine della Kokuka che mostra da un lato il buco provocato nello scafo dall’esplosione di una mina e dall’altro un oggetto indicato come la mina patella poi rimossa da un uomo a bordo del pattugliatore. È quindi l’esplosione della prima mina ad aver provocato l’incendio? Così afferma Washington. Ma, a prescindere dalla diversa versione dei fatti fornita dall’equipaggio, c’è più di un punto che non torna.

In primo luogo le mine patella hanno di solito una carica esplosiva limitata. Adottati a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, questi ordigni vengono utilizzati per bloccare una nave senza causare gravi danni. La questione principale è però che tali mine vengono piazzate da sommozzatori nella parte dello scafo che si trova sott’acqua, non sopra. Il motivo è che l’energia dell’esplosione si propaga dove incontra meno resistenza. Senza la pressione dell’acqua, l’onda d’urto si propaga quindi per lo più all’esterno, e non contro lo scafo, producendo perciò pochi danni.

Pur ammettendo che i Guardiani della Rivoluzione volessero compiere un gesto dimostrativo, appare quindi difficile che una mina patella, per di più piazzata sopra il piano di galleggiamento, produca un incendio come quello che ha investito la Kokuka.

Le mine patella, inoltre, vengono solitamente piazzate su navi all’ancora o attraccate, come nel caso delle petroliere saudite sabotate il mese scorso nel Golfo Persico. Farle aderire a navi in movimento, come le due petroliere attaccate tre giorni fa, è un’operazione molto più complicata. Certo, se delle mine magnetiche sono state attaccate allo scafo di una nave in movimento da un pattugliatore, e non da sommozzatori, ciò spiegherebbe perché siano state messe fuori dall’acqua e non sulla carena. Si tratterebbe però di un’operazione piuttosto raffazzonata per forze armate competenti come quelle iraniane. 

A suscitare i maggiori dubbi è infine che un pattugliatore affollato si sia avvicinato alla petroliera e un uomo abbia rimosso manualmente la mina circondato dai compagni. Si tratta infatti di un’operazione estremamente pericolosa anche nell’ipotesi che l’ordigno non contenesse il dispositivo, spesso presente nelle mine patella, che causa l’immediata detonazione in caso di tentata rimozione. In questi casi, per minimizzare i danni in caso di esplosione, viene inviato un numero molto limitato di persone, lo stretto necessario per l’operazione, non un pattugliatore affollato come quello che si vede nel video. 

La leader di Hong Kong, Carrie Lam, ha deciso di sospendere gli emendamenti alla legge sull’estradizione, dopo giorni di forti proteste che hanno portato centinaia di migliaia di persone a manifestare per le strade e causato i più violenti scontri degli ultimi decenni nella città semi-autonoma cinese. Una vittoria per i manifestanti, che hanno comunque confermato la protesta di domani e il loro obiettivo finale: il ritiro degli emendamenti.

La questione “non è piu’ urgente” per Hong Kong, ha detto Lam in conferenza stampa, spiegando che Taiwan ha dichiarato che non intende chiedere l’estradizione per il giovane Chan Tong-Kai, accusato di avere ucciso la fidanzata incinta lo scorso anno a Taipei, prima di tornare a Hong Kong. La proposta di riformare la legge era nata da quel caso, ma gli emendamenti avrebbero previsto la possibilità di consegnare i ricercati anche ad altri Paesi con cui Hong Kong non ha in vigore un trattato, come la Cina, destando forti dubbi sullo stato di diritto nella Regione Amministrativa Speciale cinese.

“Dopo avere studiato la questione negli ultimi due giorni”, ha aggiunto Lam, “annuncio che congeleremo gli emendamenti”. La sospensione non è, però, un ritiro della proposta di riformare la legge sull’estradizione, perché ci sono “scappatoie” legali che devono essere tappate, ha proseguito la leader di Hong Kong.

Lam ha incontrato il numero sette di Pechino?

Lam si è detta rammaricata per le proteste sfociate in scontri con la polizia il 12 giugno scorso, quando era in programma il dibattito sulla legge, all’Assemblea Legislativa, il Parlamento di Hong Kong. “Abbiamo rattristato e deluso molte persone. Anch’io ero rattristata e ho provato rammarico. Accetteremo umilmente e sinceramente le critiche e miglioreremo”, ha promesso Lam.

Una ripresa dei lavori sulla legge non è, però, prevista prima della fine dell’anno, ha aggiunto. Molte le domande sul ruolo di Pechino, dietro all’insistenza con cui la sua amministrazione ha spinto per l’approvazione degli emendamenti.

Nessuna conferma è arrivata dalla capo esecutivo alle voci insistenti di un suo incontro con un altissimo funzionario del Partito Comunista Cinese, Han Zheng, numero sette nella gerarchia politica cinese, per trovare una soluzione e riportare la calma a Hong Kong. Da Pechino, ha detto Lam, sono arrivati “comprensione, fiducia, rispetto e sostegno” per la scelta di non andare oltre con la legge, giudizi confermati poco dopo anche dal governo cinese, che ha ribadito la fiducia in lei. 

Allo stesso tempo, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, “vorrei sottolineare che Hong Kong è una Regione amministrativa speciale della Cina e gli affari di Hong Kong sono affari interni della Cina”.

Gli interrogativi che restano

Dopo quasi ottanta minuti di incontro con i giornalisti rimangono, però, ancora molti interrogativi sullo stallo politico che la città torna ad affrontare a quasi cinque anni dalle manifestazioni pro-democratiche di Occupy Central: Lam non ha chiesto scusa per i disordini, nonostante sette sollecitazioni su questo punto, e ha glissato anche sulle domande riguardanti le sue dimissioni, criticando i manifestanti per le “sommosse” di mercoledì scorso.

Le sue parole hanno lasciato scontenti proprio i protagonisti delle proteste, che avevano già annunciato una marcia per domani, e che continuano a chiedere il ritiro della legge e le dimissioni della capo esecutivo. “Se lei resta, noi restiamo”, ha commentato seccamente una rappresentante dei pan-democratici, minoranza al parlamento di Hong Kong, dominato dai gruppi pro-Pechino, citata dal South China Morning Post.

“I nostri piani rimangono gli stessi”, le ha fatto eco il Fronte per i Diritti Umani e Civili, una delle sigle più battagliere delle proteste di questi giorni, che ha indetto la marcia di domani e che chiede anche il rilascio dei manifestanti arrestati mercoledì scorso. 

Avete mai sentito parlare del ligre? Il felino più grande del mondo nasce dall’accoppiamento tra il leone maschio e la tigre femmina, ma non è una specie scientificamente riconosciuta. La sua andatura sinuosa lo rende molto elegante, ma le sue misure sono davvero impressionanti: il ligre può raggiungere il metro e mezzo di altezza e pesare fino a 500 chili.

Sui social spopola il ligre “Apollo”

Felino da record ma poco conosciuto, il ligre è venuto alla ribalta dopo la pubblicazione di un video su Instagram che ci ha fatto conoscere Apollo, un esemplare di 5 anni che pesa la bellezza di 340 chili. È ospitato nel Myrtle Beach Safari, in Carolina del Sud, da Mike Holston e Kody Antle. L’imponente stazza dei ligri li rende molto popolari nelle riserve e negli zoo, quindi il migliaio di esemplari esistente al mondo vive in cattività.

Quello tra un leone maschio e una tigre femmina è un incontro insolito quanto raro: normalmente leoni e tigri non condividono il loro territorio quindi non hanno molte possibilità di accoppiarsi fra di loro. Inoltre le abitudini delle due specie sono molto differenti. Anticamente coesistevano in Persia e Cina mentre oggi i rari casi di convivenza tra le due specie sono localizzati nella foresta di Gir, in India.

Il ligre non è un animale ufficialmente riconosciuto come specie e difficilmente potrà esserlo in futuro a causa dell’assenza di spermatozoi riscontrata negli esemplari maschili conosciuti. L’incrocio inverso, prodotto da un tigre maschio e una leonessa viene invece chiamato tigone. E qui la vicenda si fa complessa: leone più ligre femmina – che diversamente dal maschio è fertile – dà vita al liligre; leone più tigone femmina origina il litigone; tigre maschio col liligre femmina produce il tiligre e infine il tigre maschio con il tigone femmina dà luce al titigone.

Crescita esponenziale per dimensioni da record

Il ligre cresce maggiormente rispetto a leoni e tigri: alcuni esemplari maschi possono raggiungere i 350 cm di lunghezza e i 400 chilogrammi di peso, mentre le femmine arrivano fino ai 330 cm di lunghezza e i 320 chilogrammi di peso. 

Per fare un confronto, le tigri siberiane e le tigri del Bengala, quelle più grandi in assoluto, generalmente non superano i 320 cm di lunghezza, i 220-300 chilogrammi di peso e 125 cm di altezza.

Le dimensioni da record mondiale del ligre vengono attribuite al fatto che la tigre femmina non trasmette nessun gene inibitore della crescita – come avviene invece nelle leonesse – e non avendo questo gene le ligri crescono ad un ritmo molto più elevato, fino a quando raggiungono la taglia massima, a circa sei anni di vita, come per gli altri due felini. Oggi il ligre è il più grande felide esistente, a pari merito con l’ormai estinto Smilodon populator.

Rispetto al leone maschio e alla tigre femmina, che in media consumano rispettivamente 5-6 e 3-4 chilogrammi di carne cruda al giorno, il ligre ne mangia tra 11 e 14. Ha un ciclo vitale che va dai 15 ai 26 anni.

La mappa dei ligri, esemplari anche in Abruzzo

In natura esiste circa un migliaio di esemplari. Oltre ad Apollo, diventato famoso in questi giorni, il Myrtle Beach Safari della South Caroline ospita anche Hercules che con i suoi 333 cm di lunghezza, 125 cm di altezza e 418,2 kg detiene il primato di felide più grande in vita.

Celebre anche la ligre Zita, ospitata dal 2004 allo zoo di Novosibirsk, in Russia, che si è accoppiata con il leone africano Samson, dando alla luce nel settembre 2012 a Kiara, la prima liligre della storia. Nel maggio del 2013 la stessa coppia ha avuto una nuova cucciolata di tre piccoli.

 

Ligre Zita, nello zoo di Novosibirsk, in Russia (ALEXANDR KRYAZHEV / SPUTNIK)

In Italia tre esemplari di ligre risultano essere ospiti del bioparco faunistico d’Abruzzo, a Rocca San Giovanni. Dieci anni fa fece scalpore la notizia del sequestro di tre cuccioli di ligre, nati nell’autunno 2008 proprio a Rocca San Giovanni, vicino a Lanciano. L’allevatore, un imprenditore locale 50enne, venne denunciato e il Corpo forestale ha posto sotto sequestro i tre animali trasportati senza l’apposita documentazione prevista dalla Convenzione di Washington sul commercio delle specie in pericolo di estinzione. Le indagini erano scattate a seguito dell’intervento dell’allevatore in un programma televisivo della Rai, nel quale erano stati mostrati i tre esemplari vivi di ligre, in ottima salute, in compagnia della madre.

La scienza non è ancora in grado di salvare i pulcini maschi tedeschi dalla morte: non utili alla produzione di uova e nemmeno a quella di carne, i piccoli potranno continuare a essere gassificati e triturati. Lo ha deciso il tribunale di Lipsia. Il giudice ha rigettato il ricorso degli animalisti secondo i quali uccidere i pulcini maschi dopo la loro nascita violava la legislazione tedesca a tutela degli animali.

Secondo la corte la pratica è legale almeno fino a quando non verranno trovate alternative migliori. I giudici amministrativi hanno anche riconosciuto che questa pratica non è in tutto conforme al primo articolo sulla legge sulla protezione degli animali, in base al quale “a nessuno è consentito di infliggere dolore, sofferenza o danno fisico agli animali senza una causa ragionevole”.

Contrario a questa pratica è anche il ministro dell’Agricoltura Julia Kloeckner, secondo cui “uccidere i pulcini è inaccettabile dal punto di vista etico: bisogna smettere di farlo al più presto”, ha detto l’esponente del governo Merkel in un’intervista al Rheinische Post. Il ministro, riporta Il Sole 24 Ore, ha inoltre stanziato otto milioni di euro per trovare alternative al truculento metodo attualmente in uso, tra cui il test degli embrioni dei pulcini, utilizzato e già commercializzato dalla Respeggt. In pratica le uova vengono processate con una tecnica che permette di individuare il sesso del pulcino prima della nascita. Un sistema che eviterebbe il massacro di 45 milioni di pulcini solo in Germania.

6 miliardi di pulcini triturati ogni anno

Ogni anno, nel Pianeta sei miliardi di pulcini maschi vengono uccisi e, come hanno denunciato a più riprese inchieste di diverse associazioni ambientaliste, “triturati per farne mangime per altri animali”. In Italia si parla di 44 milioni di pulcini maschi uccisi l’anno. Ma come funziona? Il nuovo sistema usa un marcatore chimico che a contatto con il fluido interno dell’uovo assume un colore diverso a seconda se l’embrione sia maschio o femmina. Grazie a un minuscolo foro di 0,3 millimetri praticato da un laser il fluido viene estratto con aria compressa e sottoposto al test. L’intera tecnica richiede un secondo.

Presto in Italia

Questa tecnica per Assoavi, associazione italiana degli allevatori avicoli, potrebbe presto arrivare anche in Italia. “E’ un sistema innovativo, anche se ancora sperimentale – spiega a Repubblica Gianluca Bagnara, presidente di Assoavi, associazione degli allevatori avicoli italiani. – L’abbiamo richiesto da tempo e aspettiamo che arrivi anche in Italia. Al momento siamo in contatto con i tedeschi e sappiamo che la tecnica ha ancora margini di errore, ma fa ben sperare per un sistema più etico.

Oggi, sia da parte degli allevatori che dei consumatori, c’è una maggiore attenzione al benessere animale e questo metodo, oltre a risparmiare le vite di milioni di pulcini apporterebbe anche benefici economici per gli allevatori. Per questo anche di recente abbiamo sollecitato i nostri colleghi per poterlo sperimentare al più presto anche qui da noi”.

L’episodio è molto delicato. Non è un incidente ma un attacco deliberato. Stiamo parlando di quello alle due petroliere, ora in fiamme, nel golfo dell’Oman, lungo la rotta dove passa un quinto di tutto il greggio consumato nel mondo, centrate – secondo alcune ipotesi – da due diversi siluri. Il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, che ha additato l’Iran come il colpevole, scrive il New York Times. E così mentre lo scenario di un possibile conflitto diretto Washington-Teheran rischia di infiammarsi, secondo la descrizione che ne fa The Guardian, l’inglese The Telegraph si chiede: la tensione nello stretto “strategico” di Hormuz potrebbe condurre ora ad una nuova guerra?

Il giorno dopo gli Stati Uniti, pur sottolineando di non avere “interesse a impegnarsi in un nuovo conflitto in Medio Oriente”, hanno diffuso un video nel quale, affermano, appare un soldato iraniano impegnato a rimuovere una mina inesplosa da una delle petroliere colpite. Il video, di poco meno di un minuto e mezzo e rintracciabile su Youtube, è in bianco e nero e le immagini sono spesso sfocate. Nelle immagini si vede accanto alla petroliera un’imbarcazione che secondo gli Usa è dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, ossia i Pasdaran. 

La Cina rimane a fianco di Teheran

Il soldato, si legge in una nota diffusa dal portavoce del Comando Centrale Usa, Bill Urban “è stato osservato e ripreso mentre rimuoveva la mina inesplosa dalla Kokuka Courageous”. Accuse che Teheran respinge come “allarmanti”, mentre il presidente cinese Xi Jinping, che con l’Iran ha rapporti sempre più stretti, conferma che la Cina manterrà buone relazioni con la Repubblica Islamica comunque si evolva la situazione. 

“Nessuno vuole vedere una guerra nel Golfo”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, nel corso di una conferenza stampa, “non è nell’interesse di nessuno”. 

Una ricostruzione che viene smentita dall’equipaggio della Kokuka Courageous, che ha dichiarato di avere visto “oggetti volanti” poco prima dell’attacco. Lo ha riferito il presidente della società giapponese che gestisce l’imbarcazione, Yutaka Katada, citato dall’Associated Press. Gli oggetti volanti potrebbero essere proiettili, ha detto, escludendo la possibilità che si tratti di mine o di siluri. Katada ha definito “false” le notizie di un attacco portato da mine.

Il prezzo del petrolio si impenna

“L’attacco ha fatto impazzire i prezzi del petrolio, salito del 4 per cento in poche ore, e portato alle stelle le tensioni fra l’Iran e gli Stati Uniti”, analizza La Stampa in una corrispondenza da Beirut. Il tutto mentre il premier giapponese Shinzo Abe era a colloquio con la guida suprema della Repubblica islamica Ali Khamenei, e gli aveva appena consegnato una lettera di richieste da parte del presidente americano Donald Trump. Tanto che si pensa che “qualcuno, è il sospetto di molti, ha voluto far saltare la possibile mediazione”.

Uno scenario da incubo che non si è trasformato in una strage di marinai soltanto perché le navi sono state colpite “al di sopra della linea di galleggiamento” e gli equipaggi sono stati tratti in salvo da navi iraniane e statunitensi. Ma “la solidarietà in mare – osserva il quotidiano sabaudo – non stempera però le tensioni fra i due Paesi”. Tant’è che in serata il segretario di Stato Mike Pompeo accusa l’Iran di essere “il responsabile” degli attacchi e di voler bloccare “il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz” per “colpire gli alleati degli Stati Uniti e alimentare le tensioni mondiali”. Ma “alcuni analisti ritengono probabile che da Washington si rinnovino accuse verso Teheran, anche in mancanza di prove” precisa il Sole 24 Ore.

Coincidenze sospette

Il quotidiano confindustriale evidenzia che “il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha sottolineato che gli attacchi di ieri a due navi ‘collegate’ in qualche modo al Giappone appaiono ‘sospetti’, anche perché sono avvenuti proprio in coincidenza con l’incontro tra il premier Shinzo Abe e il leader supremo, l’ayatollah Khamenei, per ‘estesi e amichevoli colloqui’: qualcun altro, è il suo messaggio, pare intenzionato a sabotare gli sforzi per una distensione”.

Analisti israeliani sostengono invece – spiega ancora La Stampa – che la circostanza era propizia proprio per allontanare i sospetti. Anche perché Khamenei ha gelato Abe e, nonostante il riconoscimento della sua ‘buona volontà’, gli ha detto che non risponderà a Trump ‘per non ripetere gli errori del passato’. Cioè, non si fanno accordi con l’America”. Tanto che pure Trump a sera ha ribadito di ritenere che “sia troppo presto addirittura per pensate di fare un accordo. Loro non sono pronti, e neppure noi!”

Il Corriere della Sera traccia invece uno scenario tra “manovre sottomarine e una scia di sabotaggi” che portano solo in una direzione: “Così inizia una guerra”. Anche perché, scrive Guido Olimpo, “le esplosioni a bordo di due petroliere a Est dello Stretto di Hormuz non sono più un caso isolato, bensì parte di una catena di eventi regionali che si mescolano a sfide globali. E di mezzo ci sono l’economia, la libera navigazione, la partita mai finita tra Iran e Usa, con il seguito di alleati interessati”.

Il calendario è piuttosto preciso e basta solo sfogliarlo: un episodio precedente risale al 12 maggio, “il primo sabotaggio contro navi cariche di greggio”. Poi un seguito c’è il 7 giugno: “Sono gli iraniani a raccontare dello strano incendio a bordo di alcuni loro piccoli cargo, i classici dhow, divorati dalle fiamme. Circolano anche delle foto, nessuna teoria sulle cause”. Quindi il fatto di ieri. Come un’escalation.

“Quanto è avvenuto ieri – analizza ancora Olimpo – fa comodo e preoccupa, nello stesso tempo, i due schieramenti. Infatti, entrambi possono denunciare i pericoli per un settore strategico interno ed internazionale, si sentono in diritto di mobilitare le loro forze militari, hanno un buon motivo per sollecitare l’intervento della diplomazia al fine di evitare che le fiamme sulle petroliere diventino la scintilla per un rogo devastante. Il petrolio è per tutti o per nessuno, i guardiani della rivoluzione hanno più volte minacciato di chiudere Hormuz come ritorsione”.

La politica della “massima pressione”

Osserva il Foglio: “L’Amministrazione Trump ha una posizione molto dura nei confronti dell’Iran, ha revocato l’accordo nucleare, ha dato nomine importanti a uomini che sono considerati falchi contro l’Iran da molto prima che Trump entrasse in politica – come Mike Pompeo e John Bolton – e segue la cosiddetta politica della maximum pressure, vale a dire della massima pressione possibile contro il regime. Di questa politica fanno parte l’inserimento delle Guardie della rivoluzione nella lista dei gruppi terroristici internazionali (all’inizio di aprile) e l’imposizione di sanzioni contro chiunque acquisti greggio dall’Iran (che dal primo maggio sono totali, nel senso che valgono contro chiunque: prima alcune nazioni erano esentate)”.

“Dall’inizio di maggio – si legge inoltre – la situazione di tranquillità nel Golfo è finita ed è stata rimpiazzata da un clima di guerra in cui tutto è possibile. Domenica 5 maggio l’Amministrazione americana ha annunciato l’invio di una portaerei e di bombardieri nell’area per rispondere a una non meglio specificata minaccia iraniana”.

Il calendario è noto. L’escalation è cominciata. Eppure con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca le manovre di disturbo erano cessate del tutto “perché la nuova Amministrazione era troppo imprevedibile, l’Iran si convinse che era meglio non offrire il pretesto per un conflitto nel Golfo Persico”, scrive ancora il quotidiano diretto da Claudio Cerasa. Da ieri non è più così.

“Tutte le imbarcazioni che navigano con bandiera Ue sono obbligate a rispettare il diritto internazionale quando si tratta di ricerca e soccorso, cosa che comprende la necessità di portare le persone salvate in un porto sicuro. La Commissione è sempre detto che queste condizioni attualmente non ci sono in Libia”. Lo ha detto una portavoce della stessa Commissione, Natasha Bertaud, rispondendo a una domanda sulle dichiarazioni del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sulla Sea Watch che dovrebbe sbarcare i migranti a Tripoli.

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