Newsletter
Video News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

La Turchia aprirà una ambasciata a Gerusalemme Est. Lo ha annunciato il presidente Recep Tayyip Erdogan, confermandosi il più acerrimo oppositore alla decisione degli Usa di riconoscere la città santa come capitale di Israele. "Se Dio vuole, è vicino il giorno in cui ufficialmente, con il suo permesso, apriremo la nostra ambasciata lì", ha detto Erdogan, citato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Retorica ad uso e consumo del proprio elettorato o annuncio della prossima mossa dopo la decisione di Donald Trump? Forse è  presto per dirlo, ma la dichiarazione è destinata a destare scalpore. "Il vertice per la Cooperazione dei Paesi Islamici (Oic) ha già riconosciuto Gerusalemme Est come capitale della Palestina, tuttavia non abbiamo potuto aprire la nostra ambasciata perché Gerusalemme è occupata dalle forze israeliane. Con l'aiuto di dio apriremo l'ambasciata turca a Gerusalemme": queste le parole pronunciate da Erdogan durante un comizio nella città di Karaman, nel sud ovest dell'Anatolia

Ma qual è la situazione della città, al netto della decisione di Trump e Erdogan?

Storia di Gerusalemme

In base alla Risoluzione Onu 181 del 1947, Gerusalemme sarebbe dovuta essere un corpus separatum rispetto allo Stato israeliano e allo Stato palestinese che sarebbero dovuti nascere, e sarebbe dovuta essere amministrata direttamente dalle Nazioni Unite (parte III, lettera A).

Queste disposizioni non sono mai entrate in vigore, per via della guerra arabo-israeliana del 1948. In quell’occasione Gerusalemme finì divisa in due, con la parte ovest controllata da Israele e la parte est – dove si trova la Città Vecchia, coi principali luoghi santi per le tre religioni monoteiste – controllata dalla Giordania (che assunse il controllo anche della Cisgiordania, mentre l’Egitto quello della striscia di Gaza).

La situazione è poi evoluta ulteriormente nel 1967, con la “Guerra dei sei giorni”. Israele, che vinse rapidamente la guerra contro Egitto, Siria, Giordania e Iraq, occupò allora i territori palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.

A differenza della Cisgiordania e di Gaza, che sono stati trattati come territori occupati da Israele (più o meno), Gerusalemme est è stata “annessa” allo Stato israeliano. Il diritto internazionale non riconosce questa annessione, ma Israele ha invece legiferato di conseguenza.

Nel 1980 la Knesset – il parlamento israeliano – passò infatti una legge costituzionale (“Basic Law”) che dichiarava Gerusalemme la capitale unica e unita di Israele, coronando così il sogno del fondatore di Israele Ben Gurion, che già nel 1949 aveva rivendicato in un celebre discorso all’Onu Gerusalemme come “capitale eterna” del neonato Stato israeliano. In seguito a tale legge costituzionale, la Knesset e gli altri uffici del potere legislativo, giudiziario ed esecutivo sono stati trasferiti a Gerusalemme.

Le Nazioni Unite hanno reagito approvando due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sempre nel 1980: la 476, che condanna l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e di Gerusalemme est, e nega qualsiasi validità giuridica alle decisioni di Israele di trasformarla nella sua capitale, e la 478. Quest’ultima, vista la mancata ottemperanza di Israele alla precedente, oltre a ribadire la nullità della “Basic Law” israeliana per il diritto internazionale dispone il ritiro di tutte le ambasciate dei vari Paesi da Gerusalemme. Ad oggi queste si trovano infatti a Tel Aviv.

Diritto interno e diritto internazionale

Dunque, in base al diritto costituzionale israeliano Gerusalemme è la capitale unica e unita dello Stato d’Israele. Lo sancisce la “Basic Law” del 1980.

Per il diritto internazionale, invece, quella norma non ha alcun valore, così come non hanno valore le azioni intraprese dallo Stato israeliano in conseguenza della “Basic Law”. Nessuno Stato, a parte gli Usa dopo la decisione di Trump, riconosce  Gerusalemme quale capitale israeliana.

L’Italia ad esempio, che come gli altri Stati non considera Gerusalemme nel complesso la capitale di Israele e non riconosce l’annessione israeliana della parte Est, ha anzi nella città (sia nella sua parte Est che nella sua parte Ovest) un Consolato che cura i rapporti con le autorità palestinesi.

Il consolato è rimasto a Gerusalemme proprio per la mancata risoluzione del caos giuridico seguito all’abbandono dello status di corpus separatum della città e agli sviluppi seguenti.

Il caso Unesco

La questione è ancora molto delicata. Ad esempio negli accordi di Oslo del 1993 fu tenuta fuori – insieme ad altre materie – dal negoziato, proprio per la sua capacità di pregiudicare il risultato finale.

Anche in tempi più recenti lo status della città è stato fonte di frizioni internazionali. In particolare l’Unesco (l’agenzia Onu per la cultura, la scienza e l’educazione) è stata spesso il fulcro di queste recenti frizioni.

A ottobre 2016 fu adottata una risoluzione – e l’Italia si astenne, suscitando molte polemiche – su Gerusalemme Est, che ribadiva l’illegalità dell’occupazione israeliana. Fu molto criticata perché utilizzava solo i nomi arabi per i luoghi santi della città, alcuni dei quali (il Monte del Tempio, in particolare) sacri anche per l’ebraismo. Ed è in questa parte della città che Erdogan sposterà l'ambasciata turca, in netta contrapposizione a Trump. 

Nel 2017, a maggio, fu poi votata un’altra risoluzione Unesco su Gerusalemme – questa volta l’Italia votò contro – che, evitando stavolta di utilizzare una terminologia divisiva e riconoscendo la città santa per le tre religioni del Libro, negava la validità di qualsiasi decisione presa dalla “potenza occupante” (Israele) su Gerusalemme.

La contrarietà italiana (e non solo) in questo caso era dovuta più al metodo che al merito, ritenendo infatti l’Unesco un foro non adeguato per questo genere di risoluzioni.

Nota. La seconda parte dell'articolo è la riproposizione di un nostro Fact-Checking a cura di Pagella Politica. 

Rahul Gandhi è nato il 19 giugno 1970 in una famiglia (non imparentata con il Mahatma) il cui destino sposa quello della storia dell'India indipendente, come quella dei Bhutto in Pakistan. Rahul aveva 14 anni quando sua nonna Indira fu assassinata dalle sue guardie del corpo sikh nel 1984, 21 quando il padre Rajiv fu ucciso in un attentato suicida nel 1991. 

Traumatizzata da queste morti violente, sua madre Sonia impiegò anni per essere convinta a prendere in mano le redini di un Partito del Congresso moribondo alla fine degli anni' 90. Candidata premier nelle elezioni generali dell'aprile-maggio 2004, Sonia rinunciò alla carica di primo ministro, subito dopo la vittoria della sua coalizione, in favore del compagno di partito e ministro delle finanze uscente, Manmohan Singh. Nella stessa consultazione, venne eletto al parlamento indiano anche il figlio Rahul Gandhi di cui la sorella Priyanka aveva curato la campagna elettorale.

Un'ascesa circondata da scetticismo

Erede di una dinastia politica che risale a Motilal Nehru (1861-1931), il giovane Rahul ha frequentato le scuole più prestigiose dell'India prima di studiare ad Harvard e Cambridge. È entrato nella politica indiana nel 2004 presentandosi nel distretto familiare di Amethi, nell'Uttar Pradesh (nord). Le sue lunghe permanenze all'estero, la discrezione dei media e la mancanza di carisma nutrono dubbi sulle sue ambizioni politiche. Molti commentatori si chiedono se ha le qualità e gli "istinti killer" necessari per guidare l'India.

Percepito come erede di default, e meno popolare di sua sorella Priyanka, Rahul Gandhi è anche ritratto in un cablogramma diplomatico statunitense del 2007 come un uomo "senza coerenza". Negli ultimi anni si è impegnato in operazioni mediatiche come fare la fila al distributore durante la demonetizzazione, o essere arrestato mentre tentava di forzare un blocco della polizia in una regione di agricoltori. "Rahul è cambiato o lo vediamo diversamente?" si è chiesta la rivista online The Wire il mese scorso. 

Si sono attivati prima su stimolo della principale autorità sciita in Iraq – l'ayatollah al Sistani – e poi su invito della Guida suprema della Repubblica islamica dell'Iran, dalla quale ricevono gran parte dei finanziamenti, per sostenere l'Esercito iracheno nella guerra all'Isis.

Sono state addestrate dalle Forze di elite dei Guardiani della Rivoluzione (pasdaran), e hanno finito per essere una delle forze militari più rilevanti nel conflitto contro lo Stato islamico; ora che l'Isis è quasi definitivamente sconfitto sul campo di battaglia, le Unità di mobilitazione popolare (PMU, o Hashd al Shaabi), composte perlopiù da milizie sciite, sono al centro delle discussioni sul futuro dell'Iraq.

In questi giorni, infatti, monta il dibattito sullo status delle PMU in un Iraq "pacificato", nel quale l'Occidente e alcune personalità irachene – compreso il leader sciita Moqtada al Sadr, fondatore di una delle milizie che combatterono gli americani dopo la caduta di Saddam Hussein – chiedono che queste ultime consegnino le armi allo Stato. I leader delle PMU, però, non sono dello stesso avviso, e la frattura che si sta creando all'interno dell'estabilishment iracheno rischia di allargarsi nel tempo.

"Abbiamo bisogno di queste forze militari, e insistiamo per mantenerle affinché sia possibile sradicare e distruggere il terrorismo in Iraq", commenta Abu Mahdi Muhandis, vice comandante delle PMU. "Il futuro delle PMU è quello di difendere l'Iraq. Abbiamo bisogno di soldati che abbiano esperienza nel combattere i terroristi e ogni minaccia internazionale, l'Iraq deve avere una forza militare sufficiente a far fronte a queste sfide".

Le milizie sciite hanno assunto un ruolo da assolute protagoniste del conflitto in Iraq a partire dalla metà del 2014, poco dopo la proclamazione del Califfato a Mosul, quando erano accorse sul fronte dopo il sorprendente ritiro dell'Esercito regolare iracheno di fronte all'avanzata dei miliziani di Al Baghdadi.

Il ruolo delle PMU nella sconfitta dell'Isis

​Tre giorni dopo la caduta di Mosul, l'Ayatollah Ali al Sistani aveva emesso una fatwa in cui chiamava alle armi "ogni cittadino iracheno" (senza riferimenti all'appartenenza religiosa), per difendere il Paese dal'Isis.

Le PMU hanno risposto prima di tutti e in maniera più compatta a questa chiamata, affrontando le battaglie principali contro gli uomini di Al Baghdadi, servendosi di migliaia di volontari, in buona parte cittadini comuni a cui sono state messe a disposizione delle armi. Col tempo, hanno finito per essere la forza militare più temuta da questi ultimi, accreditandosi presso alcuni come i "salvatori dell'Iraq".

Pensiamo che il nostro sia un ruolo complementare a quello dell'Esercito iracheno: non può combattere senza di noi, e noi non possiamo combattere senza di loro", aggiunge al Muhandis, intervistato da Middle east eye. Il crescente potere – a cui si accompagna la crescente influenza iraniana – delle PMU in Iraq sta iniziando ad allarmare le cancellerie occidentali, specialmente quella americana. Perché nonostante le milizie siano ufficialmente inquadrate all'interno delle Forze armate irachene dal novembre 2016, Washington sta cercando di fare pressioni affinchè vengano smantellate. 

Un mese fa un senatore americano aveva introdotto un disegno di legge per designare due brigate inquadrate nelle PMU – l'Asaib Ahl al Haq e la Harakat al Nujaba – come organizzazioni terroristiche. Il leader della Harakat al Nujaba, Akram al Kaabi, figura nella lista dei terroristi del Dipartimento di Stato già dal 2008. "Gli Stati Uniti sostengono che è essenziale che le Forze americane rimangano in Iraq, mentre non ritengono necessaria la presenza delle PMU. Questi doppi standard devono finire", aveva commentato in merito a questa notizia il capo della Brigata Badr – inquadrata nelle PMU – Hadi al Amri.

Il sostegno economico e militare dell'Iran 

Da quando esistono, le milizie contano sul sostegno economico, logistico e militare di Teheran, che è stato anche il primo paese a fornire aiuti militari al Governo regionale del Kurdistan, all'indomani della caduta di Mosul nelle mani dell'Isis.

Secondo Muhandis, anche lui considerato un terrorista a Washington per via del suo attivismo durante l'invasione americana dell'Iraq nella seconda metà del primo decennio del ventunesimo secolo, "non un singolo proiettile" è stato sparato dagli americani nei primi sei mesi di vita del Califfato, lasciando spazio appunto al protagonismo delle PMU. 

Non solo sciiti: i battaglioni delle PMU

E è vero che le milizie sono a larga maggioranza sciita, va anche considerato che al loro interno esistono anche battaglioni composti da musulmani sunniti, da turkmeni e da cristiani. Secondo quanto afferma il capo della comunicazione delle PMU, Muhannad Najam Al Aqabi, tra i circa 140000 uomini totali nelle milizie, circa 34000 sono musulmani sunniti e 10000 appartengono a diverse confessioni minoritarie irachene, che comprendono cristiani, shabak e yazidi.

Un esercito di volontari? 

Nonostante le frequenti accuse di settarismo nei confronti delle milizie, secondo il capo della Brigata sunnita Salahadin – inquadrata nelle PMU – Yazan al Jibouri, queste ultime sono state "l'unica organizzazione che ha realmente fornito ai sunniti iracheni l'opportunità di combattere in prima persona l'Isis".

Sul fatto che oggi le PMU siano composte da volontari esistono molti dubbi. I combattenti ricevono infatti circa 500 dollari al mese, a fronte dei circa 1000-2000 dollari che riceve un soldato iracheno. Gran parte dei combattenti delle milizie considera la propria partecipazione al conflitto in maniera ambivalente: da una parte la difesa del Paese e dall'altra il dovere del Jihad contro un gruppo terroristico nemico di qualunque confessione diversa da quella letteralista sunnita.

Un'altra idea di jihad

"L'Isis si è appropriato del concetto sacro di jihad, dandogli una immagine terribile. Il nostro jihad è quello di proteggere il Paese e la nostra gente. Se l'Isis non fosse stato respinto dai nostri sforzi sacri, oggi controllerebbero gran parte del territorio e avrebbero ucciso migliaia di persone in più", spiega Sheikh Alaa al Shabaki al Mosuli. Gran parte dei punti oscuri che riguardano le milizie in Iraq sono legate alle accuse di pesanti violazioni dei diritti umani e settarismo. Ciò riguarda sopratutto alcune milizie "locali" che, sebbene affiliate all'ombrello di Hashd al Shabbi, hanno spesso agito in modo indipendente quando si trattava di "liberare" cittadine controllate dall'Isis. "Non siamo angeli, non ci sono angeli sul campo di battaglia, e abbiamo commesso alcuni errori", ammette Al Aqabi.

"Alcuni dei nostri combattenti ne hanno commessi. Ma il 95% dei report sulle violazioni commesse dalle PMU non sono veritieri. I nostri errori li avrebbe potuti commettere chiunque: l'Esercito americano è considerato il migliore al mondo, ma nonostante questo, in seguito all'invasione del Paese nel 2003, sono usciti centinaia di rapporti, o anche prove, sulle violazioni da loro commesse contro i civili iracheni", conclude al Aqabi. Va detto che nessuna delle forze militari presenti in Iraq può vantare una "fedina pulita" rispetto al tema della violazione dei diritti umani durante il conflitto, sopratutto durante la battaglia di nove mesi condotta su Mosul.

Anche i pashmerga sono stati accusati di abusi, tra i quali la distruzione di abitazioni di arabi, yazidi e turkmeni in aree controllate precedentemente dall'Isis. Mentre le PMU rimangono formalmente sotto il controllo del governo centrale di Baghdad, guidato da Haider al Abadi, e dopo che il loro tributo di sangue alla sconfitta dell'Isis si è rivelato importante (si parla di circa 8000 combattenti morti in battaglia), sembra improbabile, allo stato attuale, che la loro posizione possa essere messa in discussione dall'esterno.

Barry Sherman, uno dei principali miliardari del Canada è stato trovato morto insieme alla moglie Honey nella sua villa di Toronto. La coppia è stata trovata impiccata fianco a fianco accanto alla piscina coperta, hanno detto fonti indipendenti al National Post e al Toronto Sun.

Ufficialmente la polizia di Toronto non ha voluto confermare alcun dettaglio riguardante le morti. "Bisogna fare gli esami della scientifica e le autopsie, ma a questo punto sembra che non ci sia nessun ingresso forzato e nessuna prova della presenza di qualcun altro in casa", ha detto una fonte della polizia.

Per il momento, gli investigatori sembrano privilegiare l'ipotesi del suicidio o dell'omicidio-suicidio. I corpi sono stati scoperti da un agente immobiliare che mostra la casa attualmente in vendita, ha riferito una fonte al National Post.

Un miliardario filantropo

Barry Sherman, che avrebbe compiuto 76 anni il mese prossimo, era un uomo d'affari di successo che trasformò la Apotex, una società farmaceutica appena nata in un colosso del settore e, insieme a sua moglie, divenne famoso per le attività filantropiche.

"Gli piaceva fare soldi perché amava donare soldi – e lo ha fatto, ha donato molto generosamente", ha detto la senatrice Linda Frum, un'amica di famiglia. "La comunita' ebraica e la più ampia comunità di Toronto saranno devastate da questa perdita perché erano tra i filantropi più attivi e generosi", ha detto Frum, che due settimane fa ha consegnato in Senato a Honey Sherman una medaglia come riconoscimento per le attività benefiche della coppia, che aveva quattro figli. 

"Sono senza parole in questo momento. I miei cari amici, Barry e Honey Sherman, sono stati trovati morti. Meravigliosi esseri umani, incredibili filantropi, grandi leader nell'assistenza sanitaria ", ha detto Eric Hoskins, ministro della sanità e dell'assistenza a lungo termine dell'Ontario, "un giorno molto, molto triste."

Nonostante la loro enorme ricchezza, gli Sherman vivevano modestamente, almeno rispetto allo standard dell'elite della città. Barry si vantava di guidare una vecchia macchina malandata e scuoteva la testa di fronte agli amici in business class, ritenendolo uno spreco di denaro. 

I dirigenti di Apotex sono sotto choc: "In questo momento, crediamo che siano loro", ha detto il presidente e amministratore delegato di Apotex, Jeremy Desai, che ha rifiutato di rispondere a ulteriori domande per rispetto della privacy della famiglia.

Giovedì Barry non si è presentato in ufficio, un evento insolito per un uomo ossessionato dal lavoro, hanno detto gli amici. Alle 11:44 è stata ricevuta una chiamata di emergenza medica e i pompieri, l'ambulanza e la polizia hanno risposto alla casa degli Sherman. 

La casa è in vendita per 6,9 milioni di dollari. Dispone di sei camere da letto e nove bagni, una piscina interna ed esterna, un parcheggio sotterraneo per sei auto con rampa riscaldata. È stata sul mercato per 18 giorni. Gli amici dicono che la coppia stava costruendo una nuova casa più vicina al centro di Toronto. La casa degli Sherman è stata la cornice di una raccolta di fondi del Partito Liberale con Justin Trudeau durante la campagna elettorale del 2015, un evento per il quale Sherman era stato indagato con l'accusa di aver violato le leggi sul lobbying.

Il principale organo religioso turco, il Direttorato degli affari religiosi (Diyanet), ha pubblicato una fatwa contro il gioco d'azzardo, affermando che anche l'acquisto di biglietti della lotteria nazionale è considerato una scommessa e che è un comportamento vietato dall'Islam. Rispondendo a una domanda sul suo sito web, il Diyanet ha affermato che accordi e giochi basati sulla fortuna "sono considerati gioco d'azzardo e pertanto proibiti". La lotteria nazionale turca ha indetto per il 31 dicembre un'estrazione straordinaria con un premio di Capodanno fissato a 61 milioni di lire turche, pari a 15,8 milioni di dollari. 

"Tutti i giochi d'azzardo sono basati su un lato che vince e un lato che perde", spiega il Direttorato, secondo il quale i premi della lotteria sono "immeritati" e che questa è una forma di gioco d'azzardo ancora più grave delle altre perché "vi partecipano masse" e "il danno è più diffuso". 

Di recente la Diyanet è intervenuta anche su un argomento di forte attualità: gli investimenti in criptovalute. Secondo l'autorità "è consentito utilizzare ogni genere di divisa che viene generalmente accettata come mezzo di scambio o misura di valore tra gli utenti". Ma il permesso non si estende alle valute che vengono utilizzate "come strumento di inganno" o che presentano "una forte dose di ambiguità nelle forme di produzione". Un buon musulmano non può quindi utilizzare criptovalute che "hanno una forte incertezza di base" e che potrebbero portare a "un arricchimento ingiustificabile e ingiusto".

 

"Non avete nulla da temere". Herbert Kickl è intelligente, e sa che l'Europa va rassicurata. Il nuovo governo austriaco è nelle mani dell'estrema destra del Partito della Libertà (Fpo), del quale il ministro dell'Interno designato è da sempre l'ideologo, fin da quando scriveva i discorsi di Jorge Haider, il leader della Carinzia morto nel 2008 e artefice della prima preoccupante ascesa dei filonazisti nell'Austria del dopoguerra.

Hainz Christian Strache ha ottenuto tutto ciò che aveva chiesto, tranne il referendum sull'Unione Europea, ma non è detto che un giorno non si possa tenere anche quello, magari dopo che Vienna avrà finito di avere la presidenza dell'Unione europea nella seconda metà del prossimo anno. Per adesso Strache può contare su tre ministeri chiave:

  • Interno, con Kickl;
  • Esteri, che sarà guidato da Karin Kneissl;
  • Difesa, affudato a Mario Kunasek.

È una vittoria a man bassa, favorita forse dall'inesperienza del giovane Sebastian Kurz, che ha dovuto cedere anche sul luogo in cui è stata tenuta la conferenza stampa per l'annuncio del governo: una residenza sul Kahlenber, la collina che guarda Vienna e il Danubio, e che nel 1683 fu il punto della riconquista di Vienna nelle mani ottomane. "È solo un bel posto", ha minimizzato Strache, ma Norbert Hofer, capo dello Stato mancato e adesso designato a guidare il ministero delle Infrastrutture, ha spiegato: "Certo, dicono che la scelta di questo luogo non ha una sua rilevanza, ma per il Partito della Libertà la ha, almeno in relazione al 1683".

Il programma del governo è noto, già anticipato nei giorni scorsi da Kurz, che rischia oggi di essere un fantoccio nelle mani di Strache: "Riduzione delle tasse, dare un impulso all'economia, garantire maggiore sicurezza, anche attraverso con il contrasto all'immigrazione illegale". A fare da argine è solo Alexander Van der Bellen, il capo dello Stato, che ha allontanato la prospettiva del referendum sulla permanenza di Vienna nell'Ue ("avremmo voluto farlo, ma per ora non se ne parla", ha detto un dispiaciuto Strache) e ha preteso che sia mantenuto il profilo europeista dell'esecutivo e l'impegno per la Convenzione europea dei diritti umani.

Avvistamenti ripetuti per settimane, oggetti volanti in grado di accelerare a velocità siderali in un attimo, persino la testimonianza di due ufficiali: nel 2004, con alcune unità di pattugliamento nelle acque del Pacifico, la Marina degli Stati Uniti entrò in contatto con qualcosa che non può essere definito, secondo quanti assistettero ai contatti, con un Ufo.

La storia viene rivelata oggi dal New York Times, insieme alla conferma dell'esistenza di un programma del governo americano per studiare le presenze aliene nell'atmosfera terrestre. Stando al racconto dei due graduati, il comandante David Fravor ed il tenente comandante Jim Slaight, entrambi top gun della Marina, per due settimane i radar della loro unità, che incrociava a 100 miglia al largo della costa, registrarono "oggetti volanti che apparivano all'improvviso ad 80.000 piedi di altezza, si tuffavano in direzione dell'oceano e poi si fermavano d'un tratto all'altezza di 20.000 piedo. Quindi, come erano apparsi, sparivano".

Ancora più inquietante il fatto che, mandati in perlustrazione sui loro caccia, quando arrivavano in un punto corrispondente a quello che indicava la presenza degli oggetti sconosciuti, anche i caccia sparivano dai radar. In una successiva perlustrazione al punto di avvistamento corrispondeva – in una giornata di calma piatta – un inspiegabile incresparsi delle onde cosi' forte da far pensare che l'acqua stesse ribollendo. E sollevando lo sguardo Fravor ebbe modo di vedere "a 50 piedi dal pelo dell'acqua un mezzo volante, biancastro, ovale e lungo una quarantina di piedi". Tentato un approccio, il disco prima si avvicinò ma poi decise di allontanarsi "con un'accelerazione mai vista".

Il contatto, riferito ai superiori, è finito nei file di un programma definito "Advanced Aerospace Threat Identification Program" del Dipartimento alla difesa. Chiuso ufficialmente da alcuni anni, il programma è costato ben 22 milioni di dollari. A guidarlo un ufficiale dell'intelligence militare americana, Luis Elizondo. La sede era al quinto piano dell'Anello C del Pentagono, ben all'interno della struttura del palazzo piu' custodito del mondo.

 

La Cina chiede "un incontro a metà strada" tra Stati Uniti e Corea del Nord dopo le parole del segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, che aprono a un dialogo "senza pre-condizioni" per convincere Pyongyang​ ad abbandonare il suo programma di sviluppo di armi nucleari, ma contemporaneamente si prepara all'esodo dalla Corea del Nord nel caso di un conflitto tra gli Usa e il regime di Kim Jong-un.

Già la settimana scorsa, il Financial Times riportava l'esistenza di un piano per accogliere i profughi provenienti dalla Corea del Nord lungo gli oltre 1400 chilometri di confine che separa i due Paesi. Almeno tre, nella località di Changbai, ma la rete di accoglienza di profughi nord-coreani, secondo quanto scriveva il New York Times, potrebbe estendersi ad altre strutture nelle località cinesi di Hunchun e di Tumen, in prossimità del confine con il regime di Kim.

A svelare l'esistenza di un piano per la realizzazione dei cinque campi profughi è un documento del principale operatore di telefonia in Cina, China Mobile, circolato per giorni sui social media e sui siti web in cinese all'estero. Il documento cita una decisione della sezione locale del Partito Comunista di Changbai per la creazione di cinque campi profughi "a causa delle tensioni trans-frontaliere" che Pechino osserva con preoccupazione: il mese corso, il Ministero egli Esteri aveva confermato la chiusura, ufficialmente per lavori di ristrutturazione, del "ponte dell'Amicizia" che collega Cina e Corea del Nord e sul quale passa circa l'80% dei traffici commerciali tra i due Paesi.

Il governo non conferma né smentisce

Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang, ha dichiarato ieri di non essere a conoscenza di notizie su questo caso ma senza spingersi a negare l'esistenza dei piani per l'eventuale gestione dei profughi. Le preoccupazioni per la costante tensione nella penisola coreana sono state oggetto anche di un intervento dello stesso ministro degli Esteri, Wang Yi, pochi giorni dopo l'ultimo test di un missile balistico intercontinentale da parte di Pyongyang, il 29 novembre scorso.

 

Durante una conferenza stampa con il ministro degli Esteri mongolo in visita a Pechino, Damdin Tsogtbaatar, Wang aveva implicitamente criticato sia gli Stati Uniti per le sanzioni unilaterali, sia la Corea del Nord, che martedì ha promesso di diventare "la più forte potenza nucleare al mondo", e aveva definito "spiacevole" che Washington e Pyongyang non avessero approfittato dei circa due mesi e mezzo trascorsi senza provocazioni missilistiche o nucleari da parte del regime di Kim per un avvicinamento. Prima del test del 29 novembre scorso, l'ultimo lancio di un missile balistico di Pyongyang risaliva al 15 settembre scorso, quando un missile balistico a raggio intermedio aveva sorvolato per la seconda volta in pochi giorni i cieli dell'isola giapponese di Hokkaido, facendo scattare le sirene di allarme.

La vita del giovane freelance può essere molto dura. Lo sa bene il giornalista britannico Oobah Butler che, prima di entrare nello staff di Vice, per arrotondare scriveva su TripAdvisor recensioni fasulle di ristoranti dove non aveva mai messo piede.

I proprietari lo pagavano dieci sterline a post. Post che in rete facevano effettivamente crescere il posizionamento degli esercizi nelle classifiche del portale. Un monito su come, in rete, distinguere il reale dal falso, il vero dal verosimile, sia spesso impossibile per la stessa natura "partecipata" del medium, uno scotto che noi tutti siamo comunque felici di pagare perché il web resti un posto libero. E che ha spinto Butler a cimentarsi in un esperimento sociale che conserverà un piccolo posto nella storia di internet.

Come per tante idee geniali, la premessa è un "Ma se…". Nel caso specifico: "Ma se la fama digitale di tanti ristoranti è basata su recensioni false, cosa accadrebbe se ne inventassi uno di sana pianta?". Così nasce l'epopea di 'The Shed At Dulwich', salito al primo posto della classifica di TripAdvisor dei migliori ristoranti di Londra pur non essendo mai esistito.

 "Grazie alle mie recensioni quei ristoranti miglioravano, e io ne ero il catalizzatore. Questo mi ha convinto del fatto che TripAdvisor rappresenti una realtà del tutto falsata", racconta lo stesso Butler su Vice, "un giorno, poi, mentre ero nel capanno (non scherzo) in cui vivo, ho avuto una rivelazione: a fronte dell'attuale cloaca di disinformazione e della tendenza della società a credere alle stronzate più grandi che si possano immaginare, un finto ristorante potrebbe davvero esistere? Magari è proprio il tipo di posto che potrebbe essere un successo? In quel momento è iniziata la mia missione. Con l'aiuto di recensioni false, ambiguità e nonsense avrei trasformato casa mia, un casotto (in inglese appunto "shed", ndr) in un giardino altrui, in un ristorante recensitissimo su TripAdvisor". È l'aprile 2017.

Butler riesce a registrare il ristorante su TripAdvisor e non viene beccato. Segnala solo la via e non il civico perché a The shed at Dulwich si mangia solo su prenotazione, un'aura di esclusività che non può non incuriosire. Viene messo online un sito con le immagini dei deliziosi manicaretti che vi verrebbero serviti, in realtà costituiti di schiuma da barba, dischi di detersivo per la lavatrice e spugne dipinte.

Amici e conoscenti del giornalista iniziano a riempire TripAdvisor di recensioni entusiaste. The shed at Dulwich inizia a scalare la classifica dei migliori ristoranti della capitale britannica. E inizia a ricevere le prime richieste di prenotazione, con mesi di anticipo. "La prenotazione obbligatoria, la mancanza di un indirizzo specifico e il suo carattere esclusivo sono così attraenti che la gente non ci sta nemmeno a pensare. Ha l'acquolina in bocca. Nei mesi successivi, il telefono dello Shed non smette mai di suonare", spiega Butler. A fine agosto The shed at Dulwich è al centocinquantaseiesimo posto.

Butler è costretto a rispondere di avere tutto pieno fino al 2021 alle centinaia di aspiranti clienti da tutto il mondo. Aziende utilizzano la localizzazione approssimativa attribuita da Google Maps per inviargli omaggi. Cuochi e camerieri inviano i loro curriculum. Addirittura una casa di produzione australiana chiede che il ristorante compaia nei video di bordo di una compagnia aerea. Finché, il 1 novembre 2017, The shed at Dulwich non conquista la vetta.

Raggiunto l'obiettivo, Butler contatta TripAdvisor e spiega loro l'arcano. Come è possibile che un locale inesistente sia arrivato in cima alla classifica? "Generalmente, le sole persone che creano profili di ristoranti falsi sono giornalisti, nel tentativo di metterci alla prova," rispondono per mail, "dato che non esiste alcun incentivo nel mondo reale a creare un finto ristorante, non è un problema con cui abbiamo a che fare normalmente—quindi questo 'test' non è un esempio che trova riscontro nella vita di tutti i giorni". La pagina è stata rimossa due settimane fa ed è consultabile solo in archivio. Con forse un paio di recensioni vere in mezzo alle decine di pareri farlocchi. 

Già, perché, per concludere la goliardata nel migliore dei modi, Butler decide veramente di aprire il ristorante nel suo giardino e accetta le prenotazioni di un paio di clienti, ai quali serve cibi precotti (gratis perché "stavano girando una trasmissione televisiva"). "Eccoci qua: ho invitato delle persone a mangiare in tavoli a caso fuori dal mio capanno, e se ne sono andate pensando che fosse davvero il miglior ristorante di Londra, basandosi esclusivamente su TripAdvisor", conclude, "se volete, potete vederla in modo cinico—sostenere che la risonanza di internet è talmente forte che le persone non riescono a usare in modo appropriato i sensi o il cervello. Ma a me piace essere positivo. Se sono riuscito a trasformare il mio giardino nel miglior ristorante di Londra, tutto è davvero possibile". 

 

E' una corsa contro il tempo, quella dell'inviato speciale dell'Onu in Libia, Ghassan Salamé, per traghettare la Libia verso la stabilità politica mantenendo come base l'accordo di Skhirat, siglato in Marocco il 17 dicembre 2015 e arrivato ormai alla sua scadenza naturale: la durata prevista era di due anni.

Salamé aveva presentato nel settembre scorso, a New York, una roadmap per la Libia basata su tre punti essenziali: modificare l'accordo marocchino rivedendo quelle parti che finora non ne hanno permesso la piena attuazione; istituire un congresso nazionale per coinvolgere tutte le parti libiche in campo e indire le elezioni, legislative e presidenziali, entro l'estate prossima. Ora molti si interrogano su quanto potrà essere ancora efficace l'accordo, scaduti i suoi termini. Il rischio è infatti che il paese nordafricano torni nel pieno caos.

Una prima risposta è arrivata giovedì dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: l'accordo politico libico di Skhirat "rimane l'unico quadro praticabile per porre fine alla crisi politica in Libia", hanno scritto i quindici membri nella dichiarazione adottata.

"La sua attuazione rimane una chiave per tenere le elezioni e per finalizzare una transizione politica, respingendo le false linee temporali che servono solo a minare il processo politico facilitato da Nazioni Unite". Tradotto: l'accordo non scade.

Cosa prevede l'accordo di Skhirat​

Il 17 dicembre 2015 a Skhirat, una città cinquanta chilometri a Sud della capitale marocchina Rabat, viene firmato sotto l'egida dell'Onu (l'inviato speciale è lo spagnolo Bernardino Leòn) l'Accordo politico libico (LPA, Libyan Political Agreement) con la sigla di 90 membri della Camera dei rappresentanti di Tobruk e di 69 deputati del Congresso nazionale di Tripoli.

L'intesa prevede la formazione di un governo di unità nazionale, a sua volta articolato in un Consiglio di presidenza e in un Gabinetto, nonché di una Camera dei rappresentanti e di un Consiglio di Stato. Prevede inoltre l'affidamento del potere legislativo al Parlamento di Tobruk, l'istituzione di un Consiglio superiore per l'amministrazione locale; una commissione per la ricostruzione; il Consiglio per la difesa e la sicurezza e la stesura di una nuova Costituzione.

Al Consiglio di presidenza, guidato da Fayez Sarraj, viene attribuito il compito di formare la lista dei ministri del Governo da insediare a Tripoli entro un mese. Appongono la propria firma numerosi rappresentanti della società civile, dei partiti politici e delle municipalità libiche.  


 

Che fine ha fatto l'accordo

Il 20 gennaio 2016 il nuovo Consiglio di presidenza libico presenta la lista dei membri del Governo di unità nazionale, composta da ben 32 ministri e 64 sottosegretari. Il Parlamento di Tobruk però rigetta di fatto la compagine, votando a larga maggioranza una mozione che dà ulteriori dieci giorni a Fayez Sarraj per presentare una nuova lista di ministri. Un'altra mozione, votata quasi all'unanimità dal parlamento di Tobruk, blocca anche il via libera all'accordo politico di Skhirat, ponendo come condizione assoluta l'eliminazione dell'articolo 8 delle disposizioni finali dell'accordo, articolo che delega le nomine e le decisioni militari al Consiglio di Presidenza, espropriandone di fatto interamente l'influente generale Khalifa Haftar, considerato il leader della Cirenaica.

Il 14 febbraio, ancora una volta a Skhirat, viene presentata una nuova lista di governo, più leggera della precedente, con 13 ministri e cinque sottosegretari. Anche in questa occasione manca la fiducia: l'opposizione arriva da due esponenti del Consiglio di presidenza favorevoli al generale Haftar, al-Qatrani e al-Aswad, che non la sottoscrivono.

Il punto di svolta porta la data del 24 febbraio: 101 parlamentari di Tobruk firmano una petizione a sostegno del nuovo esecutivo proposto da Sarraj.

Il 12 marzo 2016 il Consiglio di presidenza del Governo di accordo nazionale, riunitosi a Tunisi, si autoproclama legittimo, rivolgendo un appello a tutte le istituzioni libiche a prendere contatto con il nuovo governo al fine di mettere in atto le modalità di passaggio del potere. Costretto a muoversi tra Tunisi e Rabat, il nuovo governo manca di ancoraggio territoriale: la Libia resta di fatto sotto il controllo dei due governi rivali di Tobruk e Tripoli (che minaccia addirittura di arrestare Sarraj se dovesse mettere piede in Libia). Il giorno dopo, in una riunione a livello ministeriale al Quai d'Orsay di Parigi, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Stati Uniti e Unione europea nella Dichiarazione finale qualificano il Governo di accordo nazionale come il "solo governo legittimo in Libia".

Il 30 marzo 2016 Fayez Serraj e altri sei membri del Consiglio presidenziale sbarcano a Tripoli e il Consiglio di Sicurezza dell'Onu adotta la risoluzione che pone sotto il controllo del governo di unità nazionale il commercio del petrolio e le armi non soggette a embargo. Tuttavia, sono presenti a Tripoli almeno 41 milizie, di cui solo una parte ha accettato il governo Sarraj, mentre a Tobruk il generale Haftar si impone sempre più come figura determinante militarmente e politicamente. In particolare dopo aver strappato Bengasi allo Stato islamico, grazie anche al sostegno delle forze speciali francesi, alleate per l'occasione con Haftar.

La contrapposizione politica perdura in alcuni casi in modo violento, anche dopo aver siglato, il 25 luglio a Parigi, un cessate il fuoco tra il generale e Sarraj.

Gli sforzi dell'inviato speciale Salamé

Il 17 giugno il Segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres approva l'affidamento del delicato incarico di gestire la crisi libica al diplomatico libanese Ghassan Salamé.

Il 20 settembre Salamé presenta la sua roadmap per traghettare la Libia verso la tanto sperata stabilità che manca dalla rivoluzione post primavera araba. In particolare, l'inviato speciale punta alla riforma dell'accordo di Skhirat, al coinvolgimento in un congresso nazionale di tutte le fazioni libiche per arrivare poi alle elezioni nell'estate del 2018.

I colloqui di Tunisi, convocati da Salamé a fine settembre, non danno gli esiti sperati. Nonostante le intenzioni delle parti di andare alle elezioni, non c'è stata possibilità di emendare l'Accordo in scadenza.

Salamé però minimizza: "Le due parti hanno concordato la maggior parte dei punti da modificare, ma ci sono ancora disaccordi che richiedono perseveranza e pazienza da parte dei libici", aveva dichiarato la settimana scorsa durante un incontro con il ministro degli Esteri marocchino. Salamé ha definito gli emendamenti non "essenziali", spiegando che il loro scopo era quello di formare un nuovo governo "indipendente" la cui unica missione sarebbe migliorare le condizioni di vita dei libici in un paese in preda a una profonda crisi economica e istituzionale. "Se siamo in grado di modificare l'accordo, tanto meglio, altrimenti lavoreremo senza. I libici non vogliono passare da una fase di transizione a una nuova fase di transizione, vogliono istituzioni stabili", ha concluso.

Flag Counter
Video Games