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È di nuovo boom di sbarchi. Lo dicono i numeri: oltre 10.500 persone salvate nel Mediterraneo in soli quattro giorni. Di questi, 8.500 soccorsi negli ultimi due giorni sono approdati, o sono in procinto di farlo, sulle coste italiane. Un'emergenza che, secondo i dati del Viminale aggiornati al 26 giugno, non solo non conosce tregua ma registra un aumento del 13,43% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In particolare, dall'inizio dell'anno 76.873 migranti sono approdati sulle coste italiane, contro i 67.773 dello scorso anno. Tra questi, oltre 9mila sono minori non accompagnati. I porti maggiormente interessati dagli sbarchi sono, nell'ordine, Augusta (13.000 sbarcati), Catania (9.620), Pozzallo (7.161), Palermo (5.799), Reggio Calabria (5.806), Vibo Valentia (5.299), Lampedusa (5.168), Trapani (4.742), Messina (3.902) e Crotone (3.224). Quello degli sbarchi è un numero destinato ad aumentare considerato che ci sono oltre 90mila persone pronte a partire dalla Libia nei prossimi tre mesi e che i mesi estivi sono i più sicuri per intraprendere un viaggio in mare. 

Il rientro in Italia del ministro Minniti 

Proprio le ultime notizie hanno spinto martedì il ministro dell'Interno Marco Minniti a rientrare in Italia dal suo viaggio a Washington. Anzi, spiega La Stampa, "più che di un rimpatrio si è trattato di un’inversione di rotta dell’aereo che stava trasportando Marco Minniti e il suo staff a Washington, per alcuni incontri istituzionali. Durante il volo verso la capitale degli Stati Uniti, il titolare del Viminale ha esaminato i dati allarmanti degli ultimi sbarchi e ha iniziato a valutare l’ipotesi della marcia indietro. Ma la decisione definitiva è maturata durante lo scalo tecnico in Islanda: aggiornato al telefono sulle ultime cifre dell’esodo dalla Libia, ieri pomeriggio ha preferito abbandonare il viaggio e tornare". 

Il piano d'emergenza

Il piano per fronteggiare l'emergenza messo a punto da Minniti prevede una distribuzione dei migranti più omogenea su tutto il territorio attraverso due soluzioni (entrambe allo studio): mini tendopoli, due per provincia, e ricorso a caserme e a edifici pubblici in disuso. Parallelamente si lavora su una maggiore collaborazione con la guardia costiera libica e con Bruxelles per stabilire che chi soccorre deve farsi carico di accogliere i migranti. Il riferimento è a Spagna, Francia e altri Paesi impegnati in missioni di soccorso.

Le rotte principali 

Ma da dove arrivano i migranti? Esistono due rotte fondamentali via terra che conducono ai punti d'imbarco principali in Libia e in Egitto: una dall'Africa Occidentale (rotta Occidentale-Est) e un'altra dal Corno d'Africa (rotta Orientale-centro). "I migranti da Senegal, Gambia, Guinea, Liberia e Costa d'Avorio abbandonano il proprio paese d'origine per recarsi prima a Bamako, in Mali e poi a Ouagadoudou in Burkina Faso, fino a raggiungere il Niger", si legge in un dettagliato rapporto condotto da Medici per i Diritti Umani (Medu). Dal Niger, arriveranno in Italia attraverso il Canale di Sicilia. Da Agadez, in Niger, comincia un lungo tratto di strada nel deserto noto come 'la via per l'inferno', che conduce a Sabah, in Libia. La durata di questo lungo viaggio è in genere di 20 mesi, il tempo di permanenza in Libia di 14.

Coloro che fuggono dal Corno d'Africa, invece, incontrano subito un ostacolo: il confine tra Eritrea e Sudan, dove i militari eritrei sono incaricati di sparare e uccidere tutti coloro che cercano di fuggire dal paese. Se riescono ad arrivare in Sudan, la prima tappa è la città di Kassala o il campo profughi di Shagrab; arrivati nella capitale Karthoum, comincia la traversata del deserto, che avviene quasi sempre in pick-up sovraccarichi, alla volta della Libia.
Questo viaggio dura 15 mesi, il tempo di permanenza in Libia per chi arriva dal Corno d'Africa è di circa 3 mesi. Poi, l'ultimo viaggio verso l’Italia attraverso il Canale di Sicilia. 

Quanto alle rotte via mare, la principale e più breve rotta via mare dalla Libia all'Italia ha i suoi punti d'imbarco in alcune località a ovest di Tripoli. Da Zuwara e Sabratha a Pozzallo, in Sicilia,  ci sono circa 260 miglia marine. L'altra tratta più battuta è quella da Bengasi alla Sicilia. La terza, e più rischiosa, è quella che vede il suo punto d'imbarco ad Alessandria, in Egitto. E' la più utilizzata dai migranti che dal Corno d'Africa e dal Sudan evitano la Libia e risalgono l'Egitto. La distanza dall'Italia è di quadi 800 miglia marine. La traversata, molto rischiosa, dura almeno 8-10 giorni e avviene in genere attraverso più di un imbarcazione. 
 

Da tre mesi il Venezuela è precipitato in una crisi di cui non si intravede la fine. Tre mesi di proteste – e morti – quasi giornaliere, con beni di prima necessità sempre più scarsi, un’inflazione inarrestabile, la rabbia popolare che si gonfia e riempie le strade. L’opposizione al regime di Nicolas Maduro si allarga e lambisce le forze armate.

Oscar Rodriguez, agente della Brigata di azioni speciali, martedì ha sorvolato in elicottero il centro di Caracas, prima di lanciare quattro granate contro la Corte Suprema, senza fare vittime.

Le granate contro la Corte Suprema e la rivendicazione su Instagram

L’azione, rivendicata su Instagram, è frutto di “un’alleanza di funzionari militari, poliziotti e civili alla ricerca di un equilibrio e contro questo governo transitorio e criminale”. Il dispiegamento aereo, ha spiegato, ha “l’unico fine di restituire il potere al popolo democratico, e quindi rispettare e far rispettare le leggi, per ristabilire l'ordine costituzionale”. Richiamandosi agli articoli 330 e 350 della Costituzione, che autorizzano la rivolta contro autorità antidemocratiche, Rodriguez ha chiesto “le immediate dimissioni di Maduro” e “la convocazione di elezioni generali”

 

Le tappe della crisi

  • 29 marzo: La Corte Suprema annuncia a sorpresa la decisione di avocare a sè i poteri del Parlamento. L’Assemblea nazionale è controllata dalle forze dell’opposizione coalizzate nella Mesa de Unidad Demicratica (Mud) dopo la schiacciante vittoria alle elezioni nel dicembre 2015, le ultime convocate da Maduro prima di sospendere qualsiasi nuova consultazione. Per l’opposizione è un vero e proprio colpo di Stato: in un tweet, Leopoldo Lopez, leader in carcere dopo un processo-farsa, esorta il popolo a scendere in strada per “respingere la dittatura e salvare la democrazia”. Julio Borges, presidente dell’Assemblea nazionale, nel corso di una conferenza stampa, lancia un appello anche alle forze armate chiedendo loro di prendere posizione contro Maduro. Manifestazioni vengono organizzate in diverse zone del Paese.
  • 2 aprile: La Corte Suprema fa marcia indietro. "Le decisioni della corte non hanno spogliato il Parlamento dei suoi poteri", dichiara il giudice Maikel Moreno, sottolineando che la Corte Suprema non dovrebbe essere in conflitto con altri rami del governo "perché è solo un arbitro". Moreno fa sapere che i magistrati hanno “soppresso” alcune parti della precedente decisione, compresa la disposizione che revoca l’immunità ai parlamentari.
  • 7 aprile: Henrique Caprile, uno dei principali leader dell’opposizione, viene messo al bando dalla vita politica, non potrà assumere nessun incarico pubblico per 15 anni. Caprile, governatore dello Stato di Miranda, è accusato dall’ufficio del supervisore dei conti di “irregolarità amministrative”. Il leader dell’opposizione per due volte è stato candidato alla presidenza contro Maduro.
  • 19 aprile: In occasione della Festa dell’Indipendenza, l’opposizione lancia “la madre di tutte le proteste”. La giornata si conclude con scontri violenti e due morti, entrambi studenti: Carlos Moreno di 17 anni, è ucciso a nord della capitale da un proiettile alla testa sparato dalle squadre della morte, i colectivos. La 23enne Paola Ramirez Gomez muore a San Cristobal in circostanze simili. Anche Maduro chiama a raccolta le forze chaviste, organizzando una contro-manifestazione, “la marcia delle marce” a sostegno del governo.
  • 1 maggio: Maduro risponde alle crescenti proteste di piazza convocando una nuova ‘Assemblea costituente del popolo’ per riformare lo Stato e scrivere una nuova costituzione. Dell'Assemblea, convocata per il 30 luglio, faranno parte 500 membri, metà scelti da organizzazioni sociali e di settore, gli altri da leader delle comunità attraverso voto segreto e diretto. Una mossa denunciata dall'opposizione, che la vede come un chiaro tentativo golpista di rimanere al potere, evitando le elezioni, rinviate dal presidente da quasi due anni.
  • 19 giugno: L’Organizzazione degli Stati Americani (Oas) si riunisce per discutere della crisi venezuelana ma non riesce a trovare una posizione comune al suo interno. Venti Paesi si schierano contro il progetto di riforma costituzionale di Maduro ma non riescono a raggiungere la maggioranza di due terzi necessari per far passare la risoluzione di condanna. Il Venezuela è il 35esimo membro dell’organizzazione ma ad aprile ha annunciato l’intenzione di uscirne. Il ministro degli Esteri venezuelano, Delcy Rodríguez interviene solamente per sottolineare che qualsiasi decisione verrà presa, non verrà recepita da Caracas. Viene lanciato un appello a continuare a cercare il dialogo, ma non viene fissata la data per un nuovo incontro.
  • 21 giugno: Maduro sostituisce Delcy Rodriguez, nominando il suo vice, Samuel Moncada, nuovo ministro degli Esteri. Intanto Luisa Ortega Diaz, procuratore generale nominata dallo stesso Maduro tre anni fa, si oppone al procedimento di destituzione aperto nei suoi confronti davanti al Tribunale Supremo di Giustizia. Difendendosi, sottolinea che “il Venezuela corre oggi il maggior pericolo della sua storia repubblicana, e vedo un oscuro panorama di distruzione dello stato in Venezuela”. Il bilancio, continua, è di “74 morti, 1.413 feriti, 3.971 processati, 532 privati della libertà in 81 giorni di protesta”. Il 9 giugno la Ortega Diaz, a sorpresa, aveva presentato un ricorso di nullità contro la convocazione di una Assemblea costituente.

Arriva la svolta nelle indagini sulla morte di Pietro Sanna, il ragazzo 23 enne italiano ucciso a coltellate lunedì scorso a Londra. La polizia ha arrestato una donna che si trova ora nella stazione delle forze dell’ordine di East London. Gli investigatori inglesi non hanno fornito ulteriori particolari, ma secondo quanto alcuni media italiani, la donna fermata potrebbe essere la sua coinquilina, che per prima aveva lanciato l'allarme. Oggi si svolgerà l'autopsia sul corpo del ragazzo nell'obitorio di East Ham.

Scotland Yard cerca testimoni

La polizia britannica ha lanciato un appello a tutti coloro che possano contribuire alle indagini sulla morte del giovane italiano. "Manteniamo la mente aperta sul movente di questo attacco" aveva dichiarato il titolare delle indagini Gary Holmes. 

Holmes: “aggressione brutale”, ora l’autopsia

La polizia britannica era stata avvertita della morte di Sanna con una telefonata, attorno alle 11.40 di martedì mattina. E’ stata una "aggressione brutale e vile contro un giovane nella sua abitazione" e per quanto riguarda il movente, ha precisato, al momento "si considerano tutte le possibilità". Ulteriori dettagli arriveranno dall'autopsia sul corpo di Sanna che si svolge mercoledì nell'obitorio di East Ham, a Londra.

Chi era Pietro Sanna

Pietro viveva a Londra da 2 anni e nella capitale vive anche il fratello maggiore Giomaria. Pietro era arrivato nella capitale britannica con l'obiettivo di perfezionare l'inglese e, dopo il precariato iniziale, era stato assunto in un grande magazzino. La famiglia Sanna è molto nota nel Nuorese, dove possiede varie attività legate al turismo e alla ristorazione

Le indagini sull’omicidio sono affidate agli investigatori di Scotland Yard con il supporto dell'Interpol. Il padre del giovane, Piergraziano Sanna, si trova a Londra ed è assistito dal console generale Massimiliano Mazzanti. In attesa del via libera per riportarla a casa, la salma del figlio resta a disposizione degli inquirenti. 

Leggi ancheCosa sappiamo finora del ragazzo sardo ucciso a Londra

Secondo i ricercatori di Eset, noto produttore di software per la sicurezza digitale europeo, l'Italia è il secondo Paese più colpito dal virus Petya dopo l'Ucraina, dove si è diffuso inizialmente 'sparato' dalla Russia dove è stato realizzato. Gli specialisti di Eset hanno individuato il punto da cui si è propagata la nuova epidemia causata da Petya: "I cyber criminali hanno compromesso con successo il software di contabilità M.E.Doc utilizzato in molte aziende in Ucraina tra cui istituzioni finanziarie, aeroporti e metropolitane. Molte di queste hanno eseguito un aggiornamento di M.E.Doc compromesso dal malware, che ha permesso ai cyber criminali di lanciare ieri pomeriggio la massiccia campagna di ransomware che si è poi diffusa in tutto il mondo".

Secondo le statistiche di Eset, l’Italia – con il 10% delle rilevazioni – è il secondo Paese attualmente più colpito dall’infezione, preceduto solo dall’Ucraina (78%). Segue Israele con il 5%, Serbia con il 2% poi Romania, Stati Uniti, Lituania e Ungheria con l’1% delle rilevazioni.

Individuato dai ricercatori di Eset con il nome di Win32/Diskcoder.C Trojan, questo ransomware è in grado di bloccare l’intero sistema operativo Windows criptando la tabella MFT del filesystem NTFS e chiedendo un riscatto di 300 dollari in Bitcoin.

Scrive Eset in una nota: "Petya utilizza per la diffusione una combinazione dell’exploit SMB (EternalBlue) utilizzato da WannaCry per ottenere l’accesso ad una rete, per poi diffondersi all’interno di questa attraverso PsExec. Probabilmente questa combinazione pericolosa è la ragione della diffusione globale e rapida di Petya, anche dopo che il recente caso di Wannacry ha portato alla correzione della maggior parte delle vulnerabilità. I computer non aggiornati sono però ancora attaccabili e ne basta uno perché Petya entri all'interno della rete e ne contagi altri". 

Leggi qui: Cosa sappiamo di Petya il nuovo supervirus

Per ulteriori informazioni su Petya è possibile visitare il blog di ESET Welivesecurity al seguente link  oppure collegarsi al blog di ESET Italia 

Granate contro la Corte Suprema a Caracas lanciate da un elicottero della polizia. Il presidente Nicolas Maduro ha confermato l'attacco sulla tv di Stato, definendolo un attentato terroristico. Il 54enne successore di Hugo Chavez, da tre mesi alle prese con proteste e scontri di piazza nei quali hanno perso la vita almeno 80 persone (leggi qui cosa sta succedendo), ha detto che alla guida dell'elicottero c'era un agente dissidente dell'intelligence che è riuscito a fuggire e che è ora ricercato dalle forze speciali del governo. Tra i responsabili ha anche indicato un agente della Brigata azioni speciali (Bae), Oscar Rodriguez, che ha collegato con Miguel Rodriguez Torres, ex ministro degli Interni e della Giustizia, accusato di essere "in contatto con la Cia".

Sui social media sono rimbalzate le immagini dell'agente che pilotava l'elicottero, a volto scoperto, mentre un altro uomo mascherato sventolava uno striscione con la scritta "350 Libertad", riferendosi all'articolo della Costituzione che consente ai cittadini disobbedienza civile rispetto "ad ogni regime che nega le garanzie democratiche e mina i diritti umani".

Leggi anche: In Venezuela i giornalisti sfidano la censura facendo i tg negli autobus

Guarda questo video sugli ultimi scontri di piazza 

 

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In Venezuela i militari in Parlamento si scontrano con deputati e senatori

Attacco hacker globale dalla Russia agli Usa, colpiti anche i sistemi di controllo di Chernobyl e aziende in Francia. La prima denuncia di un attacco informatico è arrivata dalla compagnia danese di trasporto marittimo, energia e cantieristica navale Maersk, seguita poco dopo dal gigante petrolifero russo Rosneft e dalla sua controllata Bashneft.

Il virus si chiama Petya e si comporta in modo analogo a Wannacry, infettando i computer e chiededo un riscatto di 300 bitcoin.

Repubblica lo racconta così

La major petrolifera di Stato russa Rosnef ha annunciato che i suoi server sono stati colpiti da un "potente attacco hacker", lo ha reso noto su Twitter, chiedendo ai servizi di sicurezza russa di indagare la questione.

 

 

"Speriamo che, in nessun modo, quanto avvenuto sia legato alle attuali procedure giudiziarie", scrive sempre Rosneft. L'attacco è avvenuto dopo che ieri un tribunale ha congelato gli asset della holding Sistema del businessman Vladimir Evtushenkov, come risultato di una causa intentata da Rosneft, la compagnia petrolifera da lei controllata, Bashneft, e dal governo della Repubblica russa del Bashkortostan, convinti che Sistema si sia appropriata di 3 miliardi di dollari di Bashneft, dal 2009 al 2014 quando ne era proprietaria.

 

 

Ucraina, sotto attacco governo e imprese

Non solo banche e imprese: nel mirino del massiccio cyberattacco che sta affrontando l'Ucraina sono finiti anche i computer del governo, delle Ferrovie, dell'aeroporto di Kiev e della metrolitana della capitale. Lo ha reso noto su Facebook il vicepremier Pavlo Rozenko, che pubblicato anche una foto dello schermo di uno dei computer del gabinetto dei ministri, i cui file non sono accessibili. L'agenzia russa Rbc aggiunge che il 'virus – ricattatore' sta colpendo un po' tutto il paese, compresa la metropolitana di Kiev e le Ferrovie dello Stato.

Il monitoraggio di Chernobyl

L'attacco hacker che ha coinvolto diversi Paesi in Europa, tra cui l'Ucraina, ha colpito anche il sistema di monitoraggio dei livelli di radiazione della centrale nucleare di Chernobyl. Lo ha riferito un portavoce. Il portavoce ha spiegato dell'agenzia statale che gestisce la zona di esclusione ha spiegato che "i sistemi tecnologici della centrale funzionano normalmente", ma "il sistema di monitoraggio delle radiazioni nell'area industriale si sta svolgendo in modo manuale in seguito a una disconessione temporanea del sistema Windows".

Usa, colpita la Merck

L'attacco hacker in corso in diversi paesi ha colpito anche gli Stati Uniti. I sistemi dell'azienda farmaceutica Merck sono stati infettati.

 

 

"Siamo stati colpiti insieme ad altre aziende", ha fatto sapere Merck su Twitter. "Stiamo indagando – aggiunge il tweet – appena avremo nuovi elementi, forniremo ulteriori informazioni".

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Nuovo attacco hacker: arriva Adylkuzz. Ed è peggio di Wannacry

Bitcoin adesso vale 1.700 dollari. Sospetti sull'effetto Wannacry 

"Un attacco senza precenti", chi è stato colpito da Wannacry

Chi sperava che l'elezione di Donald Trump avrebbe portato a una distensione dei rapporti tra Usa e Russia, in particolare sullo scacchiere mediorientale, è finora rimasto deluso. In particolare dopo l'attacco missilistico americano contro una base aerea dell'esercito siriano avvenuto lo scorso 7 aprile. Un'azione unilaterale che fruttò, per una volta, a Trump i plausi dei partner europei ma suscitò le ire del Cremlino, che ha nel presidente Bashar al-Assad uno dei suoi principali alleati. Il casus belli era stato il lancio di armi chimiche contro la popolazione civile avvenuto a Idlib, le cui responsabilità, tra scambi d'accuse reciproci, non sono mai state chiarite. Colpa dei ribelli, secondo i russi. Colpa di Assad, secondo la Casa Bianca. Che ora sostiene di aver "identificato potenziali preparativi per un nuovo attacco con armi chimiche" da parte del governo di Damasco, "che comporterebbe una strage di civili, compresi innocenti bambini, come è avvenuto lo scorso 4 aprile". Un attacco che Assad pagherebbe "a caro prezzo", tuona Washington. "Se vi saranno altri attacchi contro il popolo siriano sarà accusato Assad ma anche la Russia e l'Iran che lo sostengono nell'uccidere la propria gente", ha rincarato la dose l'ambasciatrice americana all'Onu, Nikki Haley.

La replica del Cremlino: "Minacce inaccettabili"

"Non abbiamo nessuna informazione in tal senso", ha replicato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, definendo "inaccettabili minacce di questo genere alle autorità legittime della Repubblica araba siriana". E a Mosca c'è già chi allude a una manovra degli Usa per giustificare un nuovo attacco contro le truppe di Assad. Come il primo vicepresidente della Commissione difesa e sicurezza del Consiglio federale, il Senato russo, Frants Klintsevich. "Gli Stati Uniti stanno preparando un nuovo attacco alle posizioni dell'esercito siriano, è chiaro", ha dichiarato Klintstevich all'agenzia statale Ria Novosti, "si sta preparando una nuova provocazione cinica e senza precedenti". A detta di Klintsevich, sarà proprio questa provocazione che "passerà come attacco chimico" e potrebbe essere seguito da un raid statunitense "contro chi è sull'orlo di una soluzione costruttiva della situazione".

Mattis rassicura: "Restiamo fuori dalla guerra civile"

Le mosse di Trump in politica estera rimangono molto difficili da interpretare. C'è chi ha visto nel muso duro mostrato contro Mosca in Siria la volontà del presidente, nella bufera per il cosiddetto 'Russiagate', mostrare ai suoi avversari che non esiste alcuna prossimità tra lui e Putin. In campagna elettorale il tycoon aveva definito la rimozione di Assad come una questione non più prioritaria. E anche dopo il blitz di aprile ha continuato a sostenere che le truppe statunitensi si trovano in Siria solo per combattere l'Isis. A rassicurare in merito ai pericoli di un'escalation che avrebbe esiti imprevedibili è ancora una volta il ministro della Difesa James Mattis, volto pragmatico dell'amministrazione Trump. 'Mad Dog' ha ribadito che gli Stati Uniti intendono stare alla larga dal conflitto tra fazioni in corso in Siria: "Non vogliamo, invece, essere coinvolti nella guerra civile", rispetto alla quale "siamo impegnati soltanto per favorire la fine attraverso la diplomazia". "Rispondiamo al fuoco soltanto se siamo attaccati, nel quadro della legittima difesa facciamo quanto necessario", ha proseguito Mattis a proposito del recente abbattimento di un jet di Damasco e di due droni di fabbricazione iraniana. Il momento della verità sarà l'offensiva su Raqqa, ultimo bastione di Daesh in Siria, sotto il fuoco incrociato dei curdi e della coalizione a guida Usa da una parte e dei soldati fedeli ad Assad, sostenuti dall'aviazione russa, dall'altra. "Bisogna muoversi con molta cautela, più siamo vicini e più le cose sono delicate", ammette Mattis. Nell'auspicio che la "linea rossa" aperta tra Washington e Mosca per evitare incidenti in Siria continui a funzionare. 

Va avanti il braccio di ferro tra le autorità russe e l'app di messaggistica istantanea Telegram, che Mosca la settimana scorsa ha già minacciato di chiusura. I servizi segreti (Fsb) hanno annunciato che l'attentato terroristico alla metropolitana di San Pietroburgo dello scorso 3 aprile è stato preparato, utilizzando proprio Telegram.

Leggi anche: "Ecco come l'Isis usa Telegram per fare propaganda"

Secondo il comunicato stampa diffuso dall'Fsb e riportato dal sito Meduza, l'intelligence ha "informazioni attendibili sull'utilizzo da parte del terrorista-kamikaze, dei suoi complici e del curatore all'estero di chat Telegram per mascherare le loro intenzioni criminali, in tutte le fasi dell'organizzazione e della prostrazione dell'atto terroristico".

L'Fsb ha aggiunto che i terroristi internazionali utilizzano proprio Telegram per connessioni tra complici e "curatori all'estero", perché il programma di messaggistica – inventato dal russo Pavel Durov – "ha la capacità di creare chat segrete, con un alto livello di crittografia delle informazioni trasmesse". Le chat di Telegram hanno, infatti, la possibilità di autodistruggersi. I servizi segreti hanno così avvertito che c'è la possibilità che Telegram venga bloccato in Russia.

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Il 23 giugno, il capo dell'ente federale russo per il controllo delle telecomunicazioni Roskomnadzor, Aleksander Zharov, ha scritto una lettera aperta a Durov, da anni emigrato all'estero proprio per le pressioni subite dall'intelligence russa, quando era ancora a capo di Vkontakte, il social network da lui fondato e conosciuto come il Facebook russo. Nella missiva, l'ente regolatore ha accusato l'app di messaggistica di violare la legislazione russa, perché non ha consegnato le informazioni necessarie sulla società. Durov ha risposto senza mezzi termini all'Authority: l'eventuale blocco di Telegram rappresenta "un sabotaggio degli interessi dello Stato", ha scritto sulla sua pagina Vkontakte, definendo paradossali le minacce di Roskomnadzor.

"E' ironico che all'ordine del giorno in Russia non vi sia alcun blocco di WhatsApp e di Facebook Messenger, controllate dagli Stati Uniti, ma attivamente si discute il blocco di Telegram, neutrale verso la Russia", si legge nel suo post. Durov ha poi avvertito che appena la sua creatura verrà bloccata, "i funzionari russi nelle loro comunicazioni con amici e familiari e per dati sensibili utilizzeranno Whatsapp o Viber, passando nel campo controllato da Apple iCloud e Google Drive".

In poco tempo gli ha risposto Zharov, definendo Telegram "neutrale verso i terroristi e i criminali che usano il suo servizio". Il capo di Roskomnadzor ha poi espresso rammarico per il fatto che da Durov "non è arrivata una risposta in merito alle questione sollevate nella lettera aperta". "Nessun governo o servizi segreti al mondo hanno ricevuto un solo byte di informazioni da noi. E così sarà per sempre", ha garantito Durov che già tra il 2011 e il 2012 si era opposto alle pressioni dell'intelligence russa che chiedeva dati sugli utenti di Vkontakte, che allora organizzavano le manifestazioni anti-governative proprio convocando le persone sul Facebook russo. Durov non solo ha lasciato la Russia, ma anche la guida di Vkontakte. 

Nuovo accordo dei colossi del web per la lotta al terrorismo: Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube annunciano la creazione del 'Global Internet Forum to counter terrorism', che renderà "i rispettivi servizi di hosting di contenuto ostili a terroristi ed estremisti violenti". Il nuovo forum si fonda su iniziative quali l'EU Internet Forum e lo Shared Industry Hash Database, su discussioni con il governo britannico e sulle conclusioni delle recenti riunioni del G7 e del Consiglio Europeo. Il forum:

  • Formalizzerà e strutturerà le aree esistenti e future della collaborazione tra le aziende.
  • Promuoverà la cooperazione con le aziende tecnologiche più piccole, la societa' civile, gli accademici, i governi e gli organismi sovranazionali come l'Ue e l'Onu. 

Le grandi aziende del web, si legge in una nota congiunta di Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube, "lavoreranno insieme per perfezionare e migliorare progetti tecnologici congiunti già avviati, come il database Shared Industry Hash, condivideranno le best practices via via che vengono sviluppate e implementate nuove tecniche di rilevamento e classificazione dei contenuti utilizzando il machine learning, definiranno metodi standard per offrire trasparenza sulla rimozione dei contenuti terroristici".

Leggi anche: "Le quattro mosse di Google per combattere il terrorismo online"

Sul fronte della ricerca, aggiungono, "commissioneremo studi e ricerche per guidare i nostri sforzi di counterspeech e le future decisioni tecniche e di policy relative alla rimozione del contenuto terroristico".

Il forum inoltre avrà l'obiettivo di condividere le conoscenze. "Lavoreremo con esperti di contro-terrorismo, quali governi, società civile, accademici e altre aziende per condividere le conoscenze acquisite sul terrorismo. Attraverso una partnership con lo UN Security Council Counter-Terrorism Executive Directorate e l'iniziativa ICT4Peace, stiamo costituendo un'ampia rete di condivisione delle conoscenze al fine di collaborare con aziende più piccole per aiutarle a sviluppare la tecnologia e i processi necessari per affrontare i contenuti terroristici e estremisti online e sviluppare best practice: abbiamo già stretto partnership con organizzazioni quali Center for Strategic and International Studies, Anti-Defamation League e Global Network Initiative per individuare il modo migliore per contrastare l'estremismo e l'odio online. Possiamo contribuire a diffondere queste best practice e sviluppare conoscenza condivisa su argomenti quali lo sviluppo delle linee guida e l'applicazione delle norme delle community. Inoltre, si punterà sul 'counterspeech': ognuno di noi ha già solide iniziative di counterspeech. Il forum che abbiamo creato ci permette di imparare e al tempo stesso di contribuire ai reciproci sforzi di counterspeech e di discutere di come potenziare e formare le organizzazioni della società civile e gli individui impegnati in attività simili e sostenere gli sforzi in corso, come ad esempio il Civil society empowerment project (CSEP)".

La diffusione del terrorismo e dell'estremismo violento è un problema globale urgente, concludono i quattro player digitali. "Prendiamo questi problemi molto seriamente e ognuna delle nostre aziende ha sviluppato politiche e pratiche di rimozione che ci consentono di tenere una linea dura contro i contenuti terroristici o violenti di estremisti sulle nostre piattaforme. Crediamo di poter avere un impatto maggiore sulla minaccia del contenuto terroristico online lavorando insieme e condividendo il meglio delle nostre rispettive tecnologie e modalità operative. L'ambito del nostro lavoro, conclude, evolverà nel tempo, poiché dovremo essere pronti a rispondere alle tattiche, in continua evoluzione, di terroristi ed estremisti".

Un ragazzo italiano di 24 anni, Pietro Sanna, di Nuoro, è stato accoltellato ed ucciso a Londra per ragioni non ancora accertate dagli inquirenti. La famiglia appartiene ad una delle famiglie di imprenditori più note a Nuoro. I genitori sono state informati in serata dal Consolato italiano a Londra. I familiari non sarebbero al momento ancora in possesso dei particolari sull'uccisione degli figlio. Il ragazzo viveva a Londra da circa due anni.

Il consolato generale d'Italia a Londra, in stretto raccordo con la Farnesina, è in contatto con i familiari del ragazzo per prestare ogni assistenza necessaria e con le autorità britanniche che stanno indagando sulla dinamica dell'accaduto. Lo riferisce la Farnesina. Non ci sono ancora ipotesi precise sulla maorte del ragazzo, Scotland Yard sta effettuando i rilievi. Non si esclude la pista del tentativo di furto finito male.

 

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