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AGI – Aggiornato alle ore 12.10

È salito a più di 100 morti, oltre 4 mila feriti e un centinaio di dispersi il bilancio della doppia devastante esplosione di ieri nei pressi del porto di Beirut.

La prima stima del governatore della capitale libanese, Marwan Abboud, parla di danni per 3-5 miliardi di dollari, il disastro ha lasciato senza casa 250-300 mila persone. I soccorritori sono al lavoro per fornire rifugi, cibo e acqua ai sopravvissuti. 

Per il presidente Usa, Donald Trump, le esplosioni sono state causate da una bomba. Una tesi che è stata però contraddetta da tre fonti anonime della Difesa Usa citate dalla Cnn, secondo le quali non ci sono indicazioni di attacchi. Le stesse autorità libanesi, che hanno invitato chi può a lasciare la città a causa dell’aria tossica, hanno al momento ammesso che le deflagrazioni sono avvenute in un deposito nei pressi del porto, dov’erano custodite 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, confiscate anni fa a contrabbandieri. Una sostanza pericolosissima che è deflagrata forse per le scintille sprigionatesi durante un’operazione di saldatura nel magazzino.

Le immagini delle esplosioni

“Stiamo assistendo ad un’enorme catastrofe“, ha detto il capo della Croce Rossa libanese George Kettani ai media locali. “Ci sono vittime e vittime ovunque. Oltre 100 persone hanno perso la vita. Le nostre squadre stanno ancora conducendo operazioni di ricerca e salvataggio nelle aree circostanti”, ha spiegato, mentre il governatore Abboud, ha confermato che i dispersi sono più di 100. Una nave della task force marittima Unifil attraccata nel porto è stata danneggiata e alcuni soldati delle forze di pace navali sono rimasti feriti, alcuni dei quali gravemente. Si è già scatenata una gara di solidarietà con offerte di aiuto da tutto il mondo. L’Ue ha attivato il meccanismo di Protezione civile e offerto 20 milioni. Dalla Francia partiranno oggi tre aerei carichi di aiuti e personale e l’Eliseo ha annunciato che domani il presidente Macron sarà a Beirut. 

 

La Difesa ha confermato che un militare italiano rimasto ferito sta bene. è stato lui stesso ad informare i familiari.  L’effetto delle esplosioni è stato apocalittico: un boato udito fino a Nicosia, sull’isola di Cipro, distante più di 240 chilometri, un urto pari a quello di un terremoto di magnitudo 4,5.

La capitale del Libano è piombata nel sangue, nel caos, nella disperazione, in un incubo che il governatore ha sintetizzato così: “Sembra quello che è successo a Hiroshima e Nagasaki”. Le scene sono di spaventosa devastazione: moltissimi gli edifici danneggiati seriamente nel raggio di chilometri. Tra questi anche il palazzo presidenziale e diverse ambasciate.

Indenne la rappresentanza diplomatica italiana. Nella città è stato proclamato lo stato d’emergenza per due settimane. La Farnesina sta monitorando l’eventuale coinvolgimento di altri italiani, che al momento non risulta.

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Gli ospedali di Beirut sono entrati immediatamente in crisi, investiti dall’ondata immane di feriti. In uno solo di questi, l’Hotel Dieu, sono giunte 500 persone bisognose di cure urgenti.

La Croce Rossa libanese si sta coordinando con il ministero della Sanità per individuare luoghi per allestire obitori improvvisati.
Gli ospedali hanno chiesto ai pazienti con ferite non letali di rimanere a casa perché non sono in grado di far fronte ad un afflusso del genere. Numerosi ospedali sono stati danneggiati dalle esplosioni e nel distretto di Gemmayze, il personale medico è stato costretto a curare i pazienti in un parcheggio.

Mancano forniture di medicamenti base, a partire dagli antibiotici.L’Organizzazione mondiale della sanità ha annunciato che sta preparando 23 tonnellate di aiuti umanitari nel suo magazzino di Dubai da inviare a Beirut 

Si sono moltiplicati gli appelli alla donazione di sangue e al rientro immediato in servizio di tutti i medici e infermieri. Ma per Save the Children, il rischio è che i bambini non potranno essere curati negli ospedali al collasso: “Intere strade sono state spazzate via, i bambini sono dispersi, mentre le squadre di soccorso lavorano negli edifici distrutti estrarre gente dalle macerie”. Il Porto principale di Beirut, ormai completamente devastato, è vitale per gran parte del cibo, i cereali e il carburante che il Libano importa e le famiglie, già colpite dalla crisi sanitaria ed economica, risentiranno immediatamente della carenza di beni di prima necessità a causa di questa tragedia.

Il presidente, Michel Aoun, ha convocato il Consiglio supremo di difesa, e ha definito “inaccettabile” il fatto che 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio siano rimaste immagazzinate per sei anni nel porto di Beirut senza misure di sicurezza. Il premier, Hassan Diab, ha assicurato che tutti i responsabili di “questa catastrofe”, saranno “chiamati a risponderne”. Si indagherà, certo.

E intanto fonti israeliane suggeriscono che quel magazzino venisse utilizzato da Hezbollah. Da parte sua, il movimento libanese sciita ha affermato stamattina che tutti i poteri politici del Paese devono superare la “dolorosa catastrofe” e unirsi.

Da ieri,le scorte di grano stoccate in porto non sono più utilizzabili, ma il Libano dispone di abbastanza grano per un mese e mezzo. Il silos nel porto di Beirut, con una capacità di 120 mila tonnellate, era quasi vuoto al momento dell’esplosione, ha rivelato al quotidiano Ahmed Hatteet, direttore del sindacato degli importatori di grano, aggiungendo che quattro navi che trasportavano 28 mila tonnellate di grano non sono state in grado di attraccare al porto.

Intanto il porto di Tripoli, nel Nord, sarà il principale centro di spedizioni del Paese, ha annunciato il ministro dei Lavori Pubblici, Michel Najjar.

Diab ha chiesto sostegno alle nazioni amiche, e tra i primi a rispondere è stato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ha promesso il sostegno dell’Italia. Anche Israele ha offerto aiuti umanitari e l’Ue si è detta pronta a fornire assistenza, così come Germania e Francia. Il Libano, devastato da una profonda crisi economica, è alle prese con un ritorno dei contagi da coronavirus, che hanno indotto il governo a reintrodurre misure restrittive. Venerdì inoltre è attesa la sentenza del Tribunale speciale per il Libano (Tsl), con sede all’Aja, sull’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, ucciso il 14 febbraio del 2005 con altre 21 persone.

 

AGI – Il segretario alla Sanità e ai Servizi Umani degli Stati Uniti, Alex Azar, sarà “nei prossimi giorni” in visita a Taiwan, in quella che sarà “la visita di più alto livello” di un funzionario del governo degli Stati Uniti nell’isola dal 1979, quando Washington ruppe i legami con Taiwan per riconoscere diplomaticamente la Repubblica Popolare Cinese. Lo ha annunciato l’American Institute in Taiwan, la de facto ambasciata statunitense a Taipei, con una decisione destinata a fare infuriare Pechino, che ritiene l’isola parte integrante di una “unica Cina”.

La “storica visita” di Azar, come la definisce l’istituto americano di Taipei, servirà a rafforzare la partnership degli Stati Uniti con Taiwan e ad aumentare la cooperazione contro la pandemia di Covid-19. “Questo viaggio rappresenta un’opportunità per rafforzare la nostra cooperazione economica e di sanità pubblica con Taiwan, soprattutto mentre gli Stati Uniti e altri Paesi lavorano per rafforzare e diversificare le nostre fonti per i prodotti medici cruciali”, ha spiegato Azar in una nota.

La visita avrà come scopo “comunicare il supporto del presidente degli Stati Uniti per la loro leadership sanitaria globale e per sottolineare la nostra convinzione condivisa che le società libere e democratiche sono il migliore modello per proteggere e promuovere la salute”, ha scritto Azar con un riferimento indiretto, ma molto chiaro, del contrasto con Pechino. Ancora non sono state definite nel dettaglio le tappe della missione, che vedrà Azar a confronto con le controparti di Taiwan e con esperti per discutere della risposta alla pandemia. Azar terrà anche un discorso agli specializzandi e agli ex allievi del Centro Usa per il Controllo delle Malattie sull’isola.

L’ultima visita di un alto funzionario del governo degli Stati Uniti a Taiwan risale al 2014, quando l’allora presidente Barack Obama inviò sull’isola la presidente dell’agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti, Gina McCarthy. La visita di Azar e’ anche la prima da parte di un alto funzionario governativo sull’isola dalla promulgazione del Taiwan Travel Act degli Stati Uniti, entrato in vigore nel 2018, che incoraggia gli scambi tra funzionari di Washington e Taipei “a tutti i livelli”.

AGI – Sono 700.647 i decessi legati al coronavirus nel mondo. Secondo il bollettino della Johns Hopkins University, i casi di contagio sono 18.540.119.  Particolarmente colpiti dalla pandemia in questo momento gli Usa e l’America Latina.

Negli Stati Uniti, nelle ultime 24 ore sono morte altre 1,302 persone. In tutto si tcontano 156,668 morti dall’inizio della pandemia. “I nostri sforzi per contenere il contagio stanno funzionando”, ha dichiarato il presidente americano, Donald Trump, ribadendo che “Non chiuderemo il nostro Paese”. Poi il presidnete ha rivendicato “uno dei tassi di mortalità più bassi del mondo”.

Il virus ‘corre’ anche in Brasile dove le nuove vittime sono 1.154. Il bilancio sale a 95.819 vittime, secondo quanto riferito dal ministero della Salute. Altri 51.603 nuovi casi di contagio nelle ultime 24 ore. Lo Stato di San Paolo è il più colpito dalla pandemia con 23.702 morti.

In Perù si registrano 196 nuove vittime nelle ultime 24 ore, con più di 6.790 nuovi casi. Con questo bilancio il Paese ha superato i 20mila morti per coronavirus, secondo il bilancio del ministero della Salute peruviano. 

Non è chiaro se sia stato ironico o serio ma il tweet di Elon Musk in cui afferma che “le piramidi sono state ovviamente costruite dagli alieni” non poteva passare inosservato. Il fondatore di SpaceX e Tesla ha riportato tra i trend topic un tema tanto caro ai teorici della cospirazione e ha generato un flusso prevedibile di risposte che vanno dall’ironico al furioso, in particolare tra la comunità egiziana che non ha gradito il sarcasmo.

La ministra egiziana della cooperazione internazionale, Rania al-Mashat, anche lei esperta dei social, ha comunque visto un’opportunità di marketing per contribuire a rilanciare il settore del turismo del Paese colpito dalla pandemia. “Seguo il tuo lavoro con molta ammirazione”, ha scritto Mashat, ex ministra del Turismo. “Invito te e Space X a esplorare gli scritti su come siano state costruite le piramidi e anche a controllare le tombe dei costruttori delle piramidi. Musk, ti ​​stiamo aspettando”, ha aggiunto, invitando l’imprenditore a venire a vedere di persona una delle sette meraviglie del mondo antico, le enormi tombe egiziane costruite per i faraoni e le loro consorti. 

AGI – Nel suo buen ritiro di Los Angeles, dove si è trasferita con il principe Harry nei mesi scorsi dopo la ‘fuga’ da Londra, Meghan Markle compie oggi 39 anni e da Oltreoceano sono arrivati gli auguri ‘social’ della Famiglia Reale britannica.

Wishing The Duchess of Sussex a very happy birthday!

The Queen and The Duchess are pictured during a joint visit to Chester in 2018. pic.twitter.com/jTv8NmISYo

— The Royal Family (@RoyalFamily)
August 4, 2020

Sul profilo Instagram di Buckingham Palace è stata postata una foto che la ritrae insieme alla regina Elisabetta II durante la visita a Chester, il primo viaggio insieme poco dopo le nozze nel maggio 2018, con un messaggio di “tanti auguri alla duchessa di Sussex”.

Tanti auguri a Meghan sono stati postati anche da Clarence House, residenza del principe Carlo e di Camilla, cosi’ come da Kensington Palace, in rappresentanza di William e Kate. La prossima settimana è prevista l’uscita di una biografia esplosiva di Harry e Meghan, ‘Finding Freedom’, subito sconfessata dalla coppia, nella quale vengono messi in luce gelosie, intrighi di Corte e scontri con gli altri membri della ‘Firm’. 

Il governo e la famiglia reale continuano a mantenere un riserbo strettissimo su dove si trovi ora Juan Carlos, il re emerito che ha comunicato ieri la decisione di lasciare la Spagna per evitare che il deterioramento della sua immagine, sporcata dalle accuse di corruzione, possa danneggiare il regno del figlio Felipe VI. Mettendo da parte le voci più fantasiose, che lo vorrebbero in Francia o addirittura in Italia, le due ipotesi più probabili sono che l’ex monarca si sia ritirato in Portogallo o che vi abbia fatto tappa per poi prendere un volo per i Caraibi, probabilmente per la Repubblica Dominicana. I media sembrano però concordare sul fatto che Juan Carlos abbia lasciato il Paese già nel fine settimana, prima che venisse ufficializzata la sua scelta di allontanarsi. 

Portogallo o Caraibi?

Secondo la rete televisiva portoghese Tvi, la nuova dimora del re emerito sarebbe Estoril, la località dove Juan Carlos trascorse parte della sua infanzia, ai tempi dell’esilio della famiglia reale, nella municipalità di Cascais, dove anche Umberto II di Savoia visse a partire dal 1961. Le autorità locali, interpellate dall’agenzia Efe, non hanno potuto confermare l’arrivo dell’ottantaduenne sebbene la settimana scorsa il sindaco Carlos Carreiras si fosse dichiarato pronto ad accoglierlo “a braccia aperte”. 

Secondo il quotidiano Abc, conservatore e filomonarchico. Juan Carlos sarebbe invece solo transitato in Portogallo, per poi volare verso la Repubblica Dominicana, dove lo aveva invitato un suo amico di vecchia data, l’imprenditore cubano Pepe Fanjul

Il re emerito, scrive Abcm avrebbe trascorso il fine settimana a Sanxenxo, in Galizia, dove ha amici fidati e trascorre spesso le vacanze, per poi passare la frontiera in auto e recarsi a Porto, da dove avrebbe preso un aereo per Santo Domingo. Anche El Mundo e La Vanguardia sostengono che Juan Carlos si sia recato ai Caraibi, pur non sbilanciandosi sul luogo preciso. El Confidencial sostiene invece la stessa versione della televisione portoghese Tvi, che vuole l’ex monarca a Estoril.

Di cosa è accusato Juan Carlos

Il re emerito ha comunicato ieri al figlio, il re Filippo VI, la sua decisione di lasciare la Spagna per salvaguardare il prestigio della Corona, dopo mesi di notizie che avevano guastato in modo irrimediabile l’immagine pubblica di un monarca che fu popolarissimo. Le accuse più gravi riguardano una tangente da 100 milioni di dollari che Juan Carlos avrebbe incassato dall’ex re saudita, Abdallah, per la sua opera di mediazione nella concessione a 12 imprese spagnole, nel 2012, dell’appalto per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità tra le due città sante dell’Islam: la Mecca e la Medina. Secondo i media iberici, Juan Carlos sarebbe intervenuto anche quattro anni dopo, quando ormai aveva lasciato il trono, per ricomporre un contenzioso, legato ai ritardi nella realizzazione dei lavori, che stava rischiando di far saltare l’affare. 

La somma, secondo le accuse, sarebbe stata poi depositata su un conto segreto in Svizzera, dove Juan Carlos avrebbe nascosto al fisco parte delle sue ricchezze. Avevano fatto inoltre molto rumore, nelle ultime settimane, le voci su una donazione da 65 milioni di euro all’amante Corinna Larsen, anch’essa nascosta all’erario. Rivelazioni che avevano riacceso il dibattito sull’inviolabilità legale della persona del re.

La Corte suprema indaga

Con in carica un governo di sinistra – per di più in piedi grazie al voto degli indipendentisti baschi e catalani – Juan Carlos ha cercato con il suo allontanamento di evitare che la discussione portasse a una revisione costituzionale che si ritorcesse contro il figlio. Anche dopo aver lasciato la Spagna, Juan Carlos manterrà il titolo di re emerito che gli era stato riconosciuto dopo la sua abdicazione nel giugno 2014. Il vitalizio gli era stato ritirato lo scorso marzo dal re Felipe che, per limitare i danni, aveva inoltre rinunciato all’eredità del padre.

Sui possibili llleciti compiuti dopo l’abdicazione, la Corte suprema di Madrid ha aperto proprio in questi gironi una nuova inchiesta in seguito a un esposto presentato da Izquierda Unida e dal Partito Comunista. Un analogo ricorso presentato in passato dalle due formazioni di sinistra era stato invece respinto.

@cicciorusso_agi

AGI – La Russia annuncia che punta a lanciare la produzione di massa di un vaccino contro il coronavirus già dal mese prossimo e a produrre “diversi milioni” di dosi al mese entro il prossimo anno.

Il Paese sta procedendo con diversi prototipi di vaccino. Quello preparato presso l’istituto Gamaleya di Mosca ha raggiunto fasi avanzate di sviluppo.

“Contiamo molto sull’avvio della produzione di massa a settembre“, ha detto il ministro dell’industria Denis Manturov in un’intervista all’agenzia di stampa TASS.

“Saremo in grado di garantire volumi di produzione di diverse centinaia di migliaia al mese, con un eventuale aumento a diversi milioni entro l’inizio del prossimo anno”, ha detto, aggiungendo che uno sviluppatore sta preparando la tecnologia per la produzione in tre siti diversi nella Russia centrale.

Un altro vaccino, sviluppato dal laboratorio Vektor con sede in Siberia, è attualmente in fase di sperimentazione clinica e altri due inizieranno i test sull’uomo entro i prossimi due mesi, ha detto Murashko.

Il vaccino della Gamaleya è un cosiddetto vaccino vettore virale, il che significa che impiega un altro virus per trasportare la codifica del DNA della risposta immunitaria necessaria nelle cellule. Il vaccino di Gamaleya impiega l’adenovirus, una tecnologia simile al prototipo di vaccino coronavirus sviluppato da CanSino in Cina, attualmente in fase avanzata di sperimentazione clinica.

L’istituto Gamaleya è stato bersagliato dalle critiche dopo che i ricercatori e i responsabili si sono iniettati il prototipo mesi fa, e gli specialisti hanno criticato la mossa come un modo poco ortodosso e frettoloso di iniziare gli studi sull’uomo.

Il numero di casi di coronavirus della Russia è attualmente al quarto posto nel mondo dopo Stati Uniti, Brasile e India con 854.641 casi accertati e 14.183 morti.

AGI – Potrebbe non esserci mai la ricetta magica, la panacea, contro il Covid 19: parola del direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Un certo numero di vaccini sono al momento nella fase tre delle sperimentazioni cliniche e tutti speriamo di avere una serie di vaccini efficaci che possano aiutare a prevenire le persone dal contagio”.

“Tuttavia – ha proseguito – al momento non c’è il ‘silver bullet’, la pallottola d’argento, e potrebbe non esserci mai”.

 

AGI – Le autorità australiane hanno annunciato la chiusura di tutte le attività non essenziali a Melbourne, la seconda città più popolosa del Paese: è la cosiddetta ‘fase 4’, il tentativo di frenare il contagio del Covid-19 che invece al momento avanza: l’annuncio delle nuove restrizioni arriva nel giorno in cui si sono registrati 429 nuovi casi e altri 13 morti, come nel giorno più letale dall’inizio della pandemia. Chiuderanno migliaia di negozi, fabbriche e aziende, ha spiegato il premier, e a Melbourne sarà in atto anche un coprifuoco notturno.

Nonostante le misure di confinamento in atto dall’inizio di luglio a Melbourne, le autorità dello Stato di Victoria non sono infatti riuscite a fermare la diffusione del Covid, che ha contagiato più di 12mia persone dall’inizio della pandemia, la gran parte però – 9mila- dal 1 luglio. Il premier, Daniel Andrews, ha anche dichiarato lo stato di disastro nella sua giurisdizione, la secondo più grande in Australia in termini demografici ed economici, che il coprifuoco notturno a Melbourne andrà avanti per sei settimane e l’inasprimento di una serie di restrizioni.

“Centinaia di migliaia di persone devono rimanere a casa”, ha detto. il tentativo è fare in modo che si sposti per lavoro un milione di persone in meno. A mezzanotte di mercolediì chiuderanno attività non essenziali come ristoranti, caffè, palestre e saloni di bellezza. I negozi di ferramenta, costruzione e giardino saranno aperti solo ai commercianti, il rapporto con il pubblico sarà limitato al solo ritiro del materiale, senza contatto. Altre attività come l’edilizia o i macelli ridurranno le loro operazioni e dovranno utilizzare dispositivi di protezione individuale e attuare controlli di temperatura, mentre le attività essenziali come supermercati, banche, farmacie e negozi di liquori continueranno a funzionare normalmente.

“Questo periodo di sei settimane è assolutamente critico”, ha aggiunto Andrews, invitando tutti a non farsi prendere dal panico: “Non posso garantire che ogni singolo prodotto sia lì esattamente nelle quantità che vorreste acquistare, ma ci sarà abbastanza perché le persone abbiano ciò di cui hanno bisogno.”

L’Australia, che aveva vinto brillantemente la sua battaglia con il virus fino alla crisi a Melbourne, ha registrato un aumento delle infezioni graduale ma inarrestabile e inizialmente legato a sospette violazioni delle misure di quarantene imposte a chi rientrava dall’estero. La crisi a Melbourne ha anche portato al rinvio indefinito della ‘bolla’ per gli spostamenti tra Australia e Nuova Zelanda: era stata negoziata dai due governi, ma ora – ha reso noto la primo ministro neozelandese, Jacinda Ardern– è tornata in alto mare.

Sono stati rilasciati centinaia di prigionieri talebani nel terzo e ultimo giorno della tregua in Afghanistan: una tregua inusuale, la terza in 19 anni di guerra, e che ha retto nella maggior parte del territorio afghano, in coincidenza con le celebrazioni delle festività musulmane di Aid al Adha. Il presidente, Asharf Ghani, e i talebani hanno lasciato intendere che i negoziati potrebbero riprendere alla fine di Aid.

L’accordo siglato tra talebani e Stati Uniti a febbraio prevedeva l’avvio dei cosiddetti negoziati interafghani a marzo, negoziati che però sono stati rinviati a causa delle tensioni irrisolte e mai sopite e per la questione dello scambio di prigionieri. L’accordo di Doha prevede infatti che il governo rilasci 5 mila ribelli in cambio di un migliaio di uomini delle forze di sicurezza afghane. Nella giornata, secondo il Consiglio di sicurezza nazionale, sono stati rilasciati 300 prigionieri, per cui adesso sono circa 4.900 i talebani tornati a piede libero.

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