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AGI – Nel bel mezzo di un’ondata di tagli di posti di lavoro che si sta abbattendo nei settori della tecnologia e dei media nel corso delle ultime settimane, le riduzioni a lungo attese e confermate martedì al Washington Post caratterizzano un periodo di massima incertezza nel settore. Per ora si tratta di 20 dipendenti della redazione, persone dello staff, numeri che vengono giudicati inferiori alle attese.

Infatti, poco più di un mese fa, a metà dicembre, l’editore del Post aveva annunciato l’intenzione di eliminare una buona percentuale del suo personale, costituito da 2.500 addetti, spiegando che “non può continuare a investire risorse in iniziative che non soddisfano le esigenze dei nostri clienti”.

Quale effetto di queste interruzioni dei rapporti di lavoro, il Post chiuderà la sezione videogiochi, eSport, Launcher, che ha debuttato nel 2019, così come KidsPost, una sezione di notizie rivolta ai bambini. L’editore esecutivo Sally Buzbee ha poi assicurato che “non stiamo pianificando ulteriori eliminazioni di posti di lavoro in questo momento” per affermare poi che i responsabili della redazione hanno cercato di dare la priorità all’eliminazione dei posti di lavoro dei collaboratori eccedenti rispetto al licenziamento dei dipendenti contrattualizzati” e che comunque agli estromessi “è stato offerto aiuto per fare domanda per eventuali nuove aperture dentro la redazione”.

La reazione sindacale è stata immediata: “Riteniamo che qualsiasi eliminazione di posti di lavoro in questo momento – in un momento di continua crescita ed espansione – sia inaccettabile”, è stato il Commento della Washington Post Guild, anche se il quotidiano sottolinea che tutto il settore editoriale sta attraversando una cupa stagione di tagli. Ma per quanto riguarda il Post, si tratta di una brusca inversione di tendenza, anche culturale, “per un’istituzione che tagli e licenziamenti ha cercato per lo più sempre di evitarli”, si legge nell’articolo.

Lo stesso Washington Post che dà la notizia dei licenziamenti scrive anche che Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, “ha trasformato The Post dopo averlo acquistato per 250 milioni di dollari nel 2013, inaugurando anni di investimenti e ambiziosi programmi per raggiungere un pubblico nazionale e internazionale più vasto”, tanto che “la redazione del Post è passata da circa 580 dipendenti a più di 1.000 oggi”. E che gli anni successivi sono stati “un periodo di boom per i media, poiché la candidatura e la presidenza di Donald Trump e successivamente la pandemia hanno sovralimentato il ciclo delle notizie” al punto che il traffico digitale del Post “è aumentato vertiginosamente, raggiungendo 139 milioni di visitatori mensili nel marzo 2020”. Però da allora “molte testate giornalistiche hanno assistito a un notevole calo del pubblico” tanto che nel dicembre 2022, “solo circa 58 milioni di persone hanno visitato le piattaforme digitali del Post” e gli abbonamenti digitali, “che erano cresciuti a 3 milioni entro gennaio 2021, sono scesi a 2,7 milioni entro la fine dello stesso anno”.

AGI – Dopo il via libera degli Stati Uniti e della Germania all’invio di carri armati a Kiev, il dibattito sul sostegno militare all’Ucraina da parte degli Stati alleati sale di livello: ora in gioco c’è l’eventuale fornitura di aerei da combattimento. E’ l’analisi del Finantial Times che pone comunque l’accento sugli  “enormi ostacoli” legati soprattutto alla vocazione all’attacco dei jet americani e alla difficoltà dunque a mantenere la linea ‘difensiva’ sugli aiuti al paese di Zelensky.

Ma tra gli alleati, sostiene il quotidiano britannico, c’è chi è pronto a dare a Kiev tutte le armi necessarie per liberare il territorio invaso dai russi.  “Ci sono molte discussioni sul trasferimento di F-16 a Paesi terzi“, racconta al Ft un alto dirigente di Lockheed Martin, il più grande appaltatore della difesa degli Stati Uniti e produttore del jet da combattimento.

Teoricamente gli Alleati potrebbero proporre di inviare gli aerei da combattimento direttamente a Kiev. Oppure potrebbero inviare moderni jet occidentali (come l’F-16) negli ex Stati del Patto di Varsavia (da sostituire agli aerei militari dell’epoca sovietica) per poi dirigerli in Ucraina. Una terza possibilità: finanziare l’acquisto di jet in entrambi gli scenari. Tutte ipotesi ma al momento una sola certezza: gli Stati Uniti hanno respinto l’idea.

Nonostante questo c’è chi spera in un’inversione di rotta da parte di Washington proprio come è avvenuto per i carri Armati M1 Abrams: ne saranno consegnati  (al momento) 31 in coordinamento con la Germania che manderà i Leopard.  

Carri armati e jet, terra e cielo: due vocazioni diverse in guerra e anche due “livelli tecnici distinti” per i militari a bordo. A livello logistico “a differenza di un soldato che guida un carro armato pieno di missili non si può scambiare un pilota Nato con uno ucraino sorvolando il confine polacco a 2mila chilometri orari”, è il ragionamento del Ft.

Il dibattito sul jet è attenuato nei paesi occidentali più ottimisti che vedono nei tank tedeschi Leopard 2 la chiave di volta per la vittoria di Kiev. Ma la loro efficacia in guerra dipenderà in gran parte dalla capacità dell’Ucraina di condurre le cosiddette “operazioni combinate di armi”, paragonabili a un gioco di “sasso, carta, forbici” declinato sul campo di battaglia.

AGI – Attacco russo in corso in Ucraina: l’allarme aereo è risuonato in tutto il Paese e missili sono stati lanciati “in direzione delle regioni di Vinnytsia e Kiev”, hanno riferito le forze armate, esortando a restare nei rifugi. Secondo stampa locale, esplosioni sono state udite a Vinnytsia, regione centrale del Paese. In alcune zone ci sono state interruzioni di corrente di emergenza.

Le truppe russe hanno lanciato “oltre 30 missili” nell’attacco odierno contro diverse zone del territorio ucraino. Lo hanno riferito le forze armate di Kiev. 

Esplosione a Kiev

Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha riferito di un’esplosione nella capitale ucraina mentre è in corso un attacco missilistico russo su larga scala in diverse zone del Paese. Le forze armate ucraine hanno riferito di aver abbattuto 15 missili da crociera sparati dalle truppe di Mosca.

Secondo quanto riferito dal sindaco di Kiev una persona è morta e altre due sono rimaste nell’attacco missilistico. 

Colpita anche Odessa

Due strutture energetiche sono state colpite da missili russi nella regione meridionale ucraina di Odessa. Lo hanno riferito le autorità locali. “Ci sono già informazioni sui danni arrecati a due infrastrutture energetiche cruciali a Odessa. Non ci sono feriti. La difesa aerea è al lavoro”, ha affermato il capo dell’amministrazione militare della regione, Yuriy Kruk.

Abbattuti 15 droni

Le autorità ucraine hanno riferito che “circa 15 droni nemici sono stati abbattuti nello spazio aereo” sopra Kiev durante la notte. Le forze russe hanno lanciato un attacco con veivoli senza pilota contro le regioni centrali e la capitale, ma senza successo, hanno sottolineato. L’allarme aereo e’ risuonato a Kiev, cosi’ come nelle regioni di Mykolaiv e Zhytomyr.

Robot russi contro i tank

Dimitri Rogozin, ex vicepremier russo e ex capo dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, ha riferito che le truppe russe stanno progettando di utilizzare la loro piattaforma robotica da combattimento, Marker, nella guerra contro l’Ucraina. Sul suo canale Telegram, Rogozin ha spiegato che sarà messa a punto una versione da combattimento del robot Marker per distruggere i carri armati da combattimento Abrams e Leopard inviati dall’Occidente.

Il robot Marker è un veicolo terrestre senza pilota equipaggiato con mitragliatrici da 7,62×54 mm e due proiettori missilistici anticarro. In precedenza, Rogozin aveva riferito che, a febbraio, saranno inviati quattro robot Marker nella zona dei combattimenti, nel Donbass, robot che la Russia prevede di utilizzare in sostituzione dei soldati nelle missioni pericolose.

 

AGI – Le forze americane presenti in Germania sono “truppe d’occupazione, in termini legali ed effettivi“. Poco dopo l’annuncio dell’accordo tra Washington e Berlino per l’invio di tank a Kiev, il presidente russo, Vladimir Putin, in un incontro con alcuni studenti a Mosca, non nasconde la sua ira.

Secondo quanto riportano i media russi, il leader del Cremlino ha spiegato che “le elite (politiche) (dei Paesi europei) spesso non servono i propri interessi nazionali, ma gli interessi di paesi terzi”.

-“In un modo o nell’altro alla fine l’Europa riconquisterà la sua sovranità. Anche se, a giudicare da quanto sta accadendo, ci vorrà del tempo” ha poi aggiunto il presidente russo. 

AGI – La Cina si è emozionata per un amore “vero e bellissimo” durato 60 anni, un matrimonio felice raccontato da un 81enne rimasto vedovo dalla moglie in un memoir scritto sulla base dei 55 diari da lui compilati nel corso della loro vita di coppia.

Ora la loro storia sta facendo il giro del mondo grazie a video ricordo postati sui social dalla nipote, con tanto di foto e stralci dei diari amorosi scritti dal nonno sin dal primo incontro con quella destinata a diventare la donna della sua vita.

Ad aver raccontato della loro storia molto romantica è stato il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post in quanto la coppia vive a Xinxiang, nella provincia di Henan (centro), dopo che Ren ha avuto il cuore infranto per la scomparsa della moglie, il mese scorso, a seguito di anni di malattia.

“Senza di lei, perdo interesse per tutto. Non riesco a rimettermi in sesto” ha confessato Ren – soprannome dato dai media – a seguito del grave lutto, non riuscendo più nemmeno a completare il suo ultimo diario.

“Aveva 24 anni quando mi ha sposato. È al mio fianco da 60 anni. Anche se aveva 84 anni, volevo che si godesse la vita per molti altri anni, dato che adesso stavamo un po’ meglio” ha scritto di recente Ren, i cui pensieri e sentimenti sono stati condivisi in rete dalla nipotina.

Una volta superato il senso di smarrimento per la morte della moglie, Ren ha ripreso a scrivere il suo diario, scoprendo che le annotazioni più vecchie erano piene di ricordi della loro vita insieme: una forma di terapia per lenire il dolore della perdita, per colmare il vuoto lasciato dalla compagna di un’intera vita. Da allora il vedovo si è impegnato quotidianamente nella scrittura, trasformando le sue numerose annotazioni dei diari in un ricordo del suo matrimonio durato sei decenni.

“Ha iniziato le sue memorie con la storia di come si sono incontrati per la prima volta, poi ha continuato con tutto ciò che riusciva a ricordare”, ha spiegato la nipote, soprannominata Ren Junior dai media cinesi. “Prendeva sempre appunti dettagliati per le cose sulla nonna” ha ancora riferito, consentendo così alla famiglia di avere informazioni certe e dettagliate ad esempio sull’ultimo controllo sanitario della nonna, ovvero quando era stato eseguito, dove e con quale esito. 

Nel diario del nonno i familiari hanno anche trovato risposte a tante domande, oltre a dettagli e retroscena della vita di altre componenti. “Una volta l’ho visto scrivere nel suo diario che ‘La nipotina è tornata di nuovo a casa tardi. Che era molto preoccupato.’ Mi è piaciuta questa sensazione di cura nei miei confronti”, ha commentato la diretta interessata.

Invece altri membri della famiglia sono stati estremamente invidiosi del profondo amore che univa Ren alla sua defunta moglie, ha deplorato la nipotina, concludendo commossa: “Deve aver amato così tanto mia nonna”. Sui social i commenti sono arrivati a centinaia, per lo più di segno positivo per una “amore vero e bellissimo”, tra chi sogna come questa già mitica coppia cinese “di invecchiare con qualcuno che ami, la cosa più romantica della vita” e chi ha provato una punta di invidia.

AGI – Via libera del governo tedesco alla consegna di carri armati Leopard all’Ucraina. L’annuncio è stato dato dalla cancelleria tedesca.

La Germania fornirà all’Ucraina 14 carri armati da combattimento Leopard 2 A6. “Questa decisione è in linea con la nostra ben nota linea di sostenere l’Ucraina al meglio delle nostre capacita’. Stiamo agendo in stretto coordinamento internazionale”, ha detto il cancelliere Olaf Scholz. L’obiettivo è assemblare rapidamente due battaglioni.

I carri armati Leopard 2 potrebbero essere operativi in Ucraina in circa tre mesi. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius. Il ministro ha definito “storica” la decisione di Berlino di inviare carri armati in Ucraina. 

In totale saranno 80 i carri armati

Saranno 80 i carri armati da combattimento Leopard 2 che gli alleati europei si preparano a consegnare a Kiev e che formeranno due battaglioni. Lo riporta lo Spiegel che ha un suo contegggio al riguardo. Secondo il settimanale tedesco, gli europei vogliono dividere il gruppo di 80 carri armati in due battaglioni di 40 veicoli.

La Germania ha reso noto oggi che fornirà un gruppo di 14 carri armati Leopard 2 A6, prelevati dai magazzini della Bundeswehr, e che dotrebbero arrivare entro marzo. Questi carri armati dovrebbero far parte dello stesso battaglione, insieme a quelli di Finlandia, Spagna e Paesi Bassi, tutti Leaopard 2 A6. Il secondo battaglione dovrebbe essere formato da Leopard dalla Polonia e dalla Norvegia, che hanno Leopard 2A4. Da notare che non ancora tutti questi Paesi europei hanno annunciato ufficialmente l’invio.

Ucraina: “Ne serviranno molti”

Il capo dello staff del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha elogiato la decisione della Germania di inviare a Kiev 14 carri armati da combattimento Leopard 2, ma ha ribadito che ne serviranno “molti”. “É stato fatto il primo passo”, ha osservato Andriy Yermak su Telegram. “Il prossimo è una ‘coalizione di carri armati’. Abbiamo bisogno di molti Leopard”.

 

AGI – Il giudice libanese Tarek Bitar, che indaga sulla devastante esplosione che nell’agosto 2020 ha distrutto il porto di Beirut e parte della città, ha incriminato altre otto persone, tra cui il procuratore generale Ghassan Oueidat e altri tre magistrati. Lo ha riferito una fonte giudiziaria, precisando che le accuse nei loro confronti è di “omicidio, incendio doloso e sabotaggio”.

L’esplosione al porto di Beirut, avvenuta il 4 agosto 2020, ha provocato la morte di oltre 215 persone e il ferimento di più di 6.500, devastando lo scalo e una parte della capitale libanese. A innescarla è stato un incendio in un magazzino dove incautamente era stoccata da anni una gran quantità di nitrato di ammonio. Secondo l’accusa, Oueidat nel 2019 aveva supervisionato un’indagine dei servizi di sicurezza sulle crepe nel magazzino in cui era conservata la sostanza, solitamente usata come fertilizzante ma anche per produrre esplosivi.

In tutto, sono 13 le persone accusate nell’ambito dell’inchiesta, fortemente ostacolata dai poteri politici che hanno cercato in tutto i modi di insabbiarla, bloccando di fatto per oltre un’anno l’operato di Bitar che proprio ieri ha ripreso in mano il fascicolo. Tra le persone già finite nel mirino della giustizia, ci sono l’ex premier Hassan Diab, l’ex ministro dei Lavori Pubblici, Yousef Fenianos, l’ex ministro delle Finanze Ali Hassan Khalil e l’ex ministro dei Lavori Pubblici Ghazi Zeiter.

Nuovi interrogatori sono stati fissati nella settimana tra il 6 e il 13 febbraio ma Diab ha già rifiutato. Tra i nomi nella lista filtrati ieri anche quelli dell’ex direttore della Sicurezza generale, Abbas Ibrahim, vicino a Hezbollah, e del capo della Sicurezza di Stato, Tony Saliba, alleato dell’ex presidente cristiano maronita Michel Aoun. Bitar è stato duramente attaccato da Hezbollah e dal partito affiliato Amal che lo accusano di essere parziale e ne hanno chiesto l’esonero a più riprese, organizzando anche manifestazioni di protesta.

All’inizio del 2021 il suo predecessore era stato rimosso dopo aver incriminato politici di alto livello; lo stesso Bitar ha dovuto affrontare decine di procedimenti nei suoi confronti e il ministero dell’Interno non ha dato seguito ai mandati di arresto da lui ordinati, ostacolando l’inchiesta. La stampa allineata con il movimento sciita lo ha accusato di “agire su ordine degli americani e con il sostegno giudiziario europeo”. L’ambasciata di Washington a Beirut ha immediatamente postato un tweet in cui ha espresso sostegno alle autorità libanesi, esortandole a “condurre un’indagine tempestiva e trasparente”.

AGI – “Chi insulta i valori sacri non si aspetti sostegno per entrare nella Nato”. Alla fine è arrivata la reazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan nei confronti delle autorità svedesi, che lo scorso sabato hanno autorizzato una manifestazione dinanzi all’ambasciata turca a Stoccolma, durante la quale è stata bruciata una copia del Corano.

Un veto perentorio

“Chi ha autorizzato questa scandalosa dimostrazione non si aspetti nessun tipo di sostegno per entrare nella Nato. Sappiano che hanno superato il limite disonorandoci con un colpo basso. Se davvero credono di essere rispettosi delle libertà allora rispettino la fede dei musulmani. Se non lo faranno non avranno mai il nostro sostegno ad entrare nella Nato”, ha detto ieri sera il presidente turco al termine del consiglio dei ministri. Una reazione di chiusura totale a Stoccolma, il veto turco rimane e rimarrà e la Turchia è destinata, con la prossima ratifica da parte del parlamento ungherese, a essere l’unico membro Nato a bloccare l’ingresso della Svezia nell’Alleanza. Un no perentorio, tanto che le autorità finlandesi sono state spinte a compiere una parziale marcia indietro rispetto a quanto affermato fino ad ora e paventare la possibilità di poter entrare nella Nato senza la Svezia.

Con il governo di Helsinki non sembrano esserci particolari ostacoli, lo aveva confermato il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu dagli Usa, dove si era recato in visita la scorsa settimana. “Con la Finlandia non ci sono problemi, per la Svezia la strada è invece molto lunga”, aveva detto il capo della diplomazia di Ankara la scorsa settimana. Tuttavia il rogo del Corano da parte del leader del partito di destra danese Stram Kurs, Rasmus Paluden, ha complicato quella strada che era già lunga e difficile in maniera apparentemente irrimediabile, tanto che da Helsinki hanno fatto sapere che, a questo punto, la Finlandia potrebbe non. aspettare la Svezia.

Le autorità svedesi potevano bloccare la manifestazione, l’hanno invece autorizzata in nome della libertà di espressione e hanno chiuso un occhio su più aspetti della vicenda. Ankara aveva ripetutamente chiesto di revocare il permesso accordato per la dimostrazione in cui il rogo del Corano era stato abbondantemente annunciato. Richiesta fatta direttamente all’ambasciatore svedese ad Ankara in un momento già delicato dei rapporti tra i due Paesi, complicatisi dopo un’altra manifestazione a favore dei separatisti curdi del Pkk dello scorso 11 gennaio, in cui è stato appeso a testa in giù un manichino di Erdogan. Una manifestazione che aveva portato a una prima convocazione dell’ambasciatore svedese in Turchia, presentatosi due volte in una settimana presso il ministero degli Esteri. Sintomo evidente che il negoziato stava andando a rotoli e che negare il permesso a Paluden avrebbe costituito un segnale importante per Ankara.

Le condizioni di Ankara

Se il governo svedese, come hanno sempre ripetuto il premier e il ministro degli Esteri, vuole davvero entrare nella Nato era necessario permettere a un leader xenofobo, peraltro danese, di danneggiare il negoziato in maniera tanto plateale? Stoccolma ha anche chiuso gli occhi dinanzi a motivi di ordine pubblico. Paluden aveva già bruciato copie del Corano lo scorso aprile provocando quattro giorni di violenti scontri. I due Paesi aspiranti membri Nato, per convincere la Turchia a togliere il veto all’allargamento si erano impegnati con un protocollo siglato a Madrid lo scorso giugno a vietare manifestazioni e raccolte fondi a sostegno del Pkk ed estradare in Turchia dei terroristi di cui Ankara chiede la consegna. Sembravano proprio le estradizioni il nodo cruciale dell’allargamento. Polemiche e dubbi sul futuro del negoziato erano infatti scoppiate dopo che Stoccolma ha negato l’estradizione del giornalista Bulent Kenes. Un caso emblematico dell’impasse che contraddistingue il negoziato tra Stoccolma e Ankara.

La Turchia ritiene terroristi alcune persone rispetto a cui la giustizia svedese fa fatica ad accertare responsabilità personali e indizi di colpevolezza. Kenes è stato alla testa di un quotidiano con edizione in turco e in inglese. Zaman, a lungo considerato in Turchia il megafono dell’organizzazione di Fetullah Gulen. Quest’ultimo un tycoon residente negli Usa, ex alleato di Erdogan con cui ha rotto nel 2012 e che Ankara accusa di aver organizzato il tentativo di golpe del 2016. Kenes è fuggito in Svezia e la sua situazione si è complicata dopo il fallimento del golpe del 2016.

Il legame del giornalista con Gulen in Turchia è considerato conclamato. Tuttavia l’accusa di aver posto in essere una ‘macchina del fango’ nei confronti del governo turco ed Erdogan e aver utilizzato la propria posizione e influenza per lanciare ‘segnali di golpè può forse essere sufficiente a renderlo colpevole in Turchia, ma non a renderlo un ‘terrorista’ per la giustizia svedese. Una divergenza di vedute con tutta probabilità destinata a riproporsi anche in altri dossier. Purtroppo il negoziato con la Svezia si è arenato ancora prima, nel punto in cui Ankara ha chiesto il divieto di manifestazioni a favore del Pkk, come quella andata in scena l’11 gennaio. “Avranno bisogno di sei mesi per nuove leggi”, aveva lasciato la porta aperta Ibrahim Kalin, stretto consigliere e portavoce di Erdogan.

La manifestazione con il rogo del Corano non rappresenta un esempio di ciò che Ankara chiede che venga vietato nel protocollo di Madrid, ma aumenta la percezione che divieti nei confronti dei sostenitori e simpatizzanti del Pkk non arriveranno mai. Percezione divenuta quasi certezza dopo che è stato permesso a un leader xenofobo e razzista di compiere un atto che ha attirato le condanne da mezzo mondo in un momento già estremamente delicato nei rapporti tra i due Paesi.

AGI – Kyryl Tymoshenko, il numero due dello staff del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha presentato le dimissioni dall’incarico. Dopo aver ringraziato il capo dello Stato “per la fiducia e l’opportunità di compiere buone azioni ogni giorno e ogni minuto”, Tymoshenko ha confermato le indiscrezioni che nelle scorse ore erano circolate sulla stampa ucraina con un messaggio su Telegram. Secondo i giornali, nelle prossime ore ci potrebbero essere altri cambiamenti nel governo di Kiev, dopo che nei giorni scorsi erano emersi fatti di corruzione nell’ambito dei rifornimenti alimentari per l’esercito. 

“Voglio essere chiaro, non ci ci sarà ritorno al passato, a quello che facevano varie persone vicine alle istituzioni o quelli che trascorrevano una vita a rincorrere una poltrona”, ha assicurato ieri Zelensky. Il capo di Stato – che ha promesso novità in proposito nei prossimi giorni – ha ricordato che proprio lo scorso sabato il governo aveva defenestrato un ministro che aveva accettato una tangente. Non ne ha fatto il nome ma domenica i media ucraini avevano raccontato che era stato licenziato il vice ministro delle infrastrutture Vasyl Lozynskiy, che avrebbe ricevuto una tangente di 400 mila dollari: secondo le forze dell’ordine, il denaro era una tangente per aver truccato una gara d’appalto per l’acquisto di generatori di elettricità e altre apparecchiature.

L’ombra della corruzione

E sempre sabato il ministero della Difesa ucraino era stato costretto a smentire di aver firmato contratti a prezzi gonfiati per prodotti alimentari destinati ai soldati e aveva liquidato un’inchiesta giornalistica in proposito come “manipolata”: secondo la denuncia, il ministero acquista prodotti per i militari “due o tre volte più costosi” di quelli che possono essere acquistati nei negozi al dettaglio a Kiev.

L’inchiesta in particolare riguarda un accordo concluso dal ministero della Difesa per i servizi di ristorazione nel 2023 destinati alle unità militari di stanza nelle regioni di Zhytomyr, Kiev, Poltava, Sumy, Cherkasy e Chernihiv. L’importo della transazione è di 13,16 miliardi di grivna (ovvero più+ di 350 milioni di dollari).

La corruzione in Ucraina è un male endemico tanto che il Paese, nella classifica annuale di Transparency International figura al 122esimo posto (su 180 Paesi), non molto meglio della Russia. E rappresenta uno dei punti centrali nelle riforme nel percorso di adesione all’Ue.

AGI – Undici persone, tra cui due bambini, sono morte in un incidente che ha coinvolto un minivan nel centro della Thailandia durante le vacanze del Capodanno lunare: lo ha riferito la polizia.

Il furgone che trasportava 12 persone, stava viaggiando dalla provincia nord-orientale di Amnat Charoen a Bangkok quando è uscito dalla carreggiata su un’autostrada nella provincia centrale di Nakhon Ratchasima, ha spiegato il colonnello della polizia, Yingyos Poldej.

Un uomo è riuscito a salvarsi uscendo da un finestrino, ma gli altri passeggeri sono rimasti intrappolati all’interno del mezzo e sono morti nell’incendio provocato dall’incidente. 

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