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Una 19enne bengalese è stata bruciata viva in Bangladesh, sul tetto della scuola, per aver denunciato – due settimane prima – il suo preside per molestie sessuali. Il caso ha scatenato le proteste di migliaia di persone che hanno preso parte ai funerali della giovane e hanno denunciato l’assenza di ogni forma di tutela per le donne vittime di violenze e abusi. La premier bengalese, Sheikh Hasina, ricevendo la famiglia della ragazza, ha assicurato che “nessuno dei responsabili sfuggirà alla giustizia”.

Nusrat Jahan Rafi era originaria di Feni, una piccola città a 160 chilometri a sud della capitale Dacca. Studiava in una madrassa locale (scuola islamica). Il 27 marzo scorso ha raccontato che il preside l’aveva convocata nel suo ufficio e l’aveva toccata ripetutamente in modo inappropriato. Prima che le cose peggiorassero era fuggita.

Invece di tenersi tutto per sé, come fanno tante ragazze bengalesi per il timore di essere ripudiate dalla famiglia e della società, Nusrat ha deciso non solo di raccontarlo ai genitori ma anche di andare a denunciare l’aggressione alla polizia. La sua famiglia si  subito schierata dalla sua parte. L’agente di polizia che invece ha raccolto la denuncia non l’ha affatto tutelata: è stata filmata mentre raccontava il fatto e quel video è finito poi sui social.

Da quel giorno la giovane ha cominciato a ricevere minacce di morte. Centinaia di persone, guidate da due studenti della scuola, hanno manifestato in piazza per chiedere la liberazione del preside, che nel frattempo era stato arrestato.

Il 6 aprile, 11 giorni dopo le molestie denunciate, Nusrat è tornata a scuola per sostenere gli esami finali. Con l’inganno però è stata portata sul tetto dell’edificio dove un gruppo di persone, a volto coperto, le ha chiesto di ritirare la denuncia. Dopo il rifiuto, le hanno versato la benzina addosso e le hanno dato fuoco. Il tentativo era di farlo sembrare un suicidio, ma la ragazza, che ha riportato ustioni sull’80 per cento del corpo, non è morta subito. Nel viaggio verso l’ospedale ha raccontato cosa era accaduto. Cinque giorni dopo è morta. Per l’omicidio sono state arrestate finora 15 persone. 

L’Arabia Saudita ha permesso che milioni di cavallette si dirigessero verso l’Iran e visto che sapeva che avrebbero raggiunto questo paese, non ha agito minimamente per lottare contro di esse. È la spiegazione data da Saeed Moein, responsabile per la lotta contro i parassiti dell’Iran, intervistato dall’agenzia Fars News, che ha spiegato che le cavallette hanno iniziato a invadere l’Iran da alcune settimane in gruppi da 20 milioni.

Secondo il responsabile, il culmine del fenomeno è atteso per i prossimi giorni, quando gli stormi di insetti, che si spostano fino a 400 chilometri al giorno a circa 1700 metri di altezza, si ingrosseranno in gruppi da 50 milioni. Le cavallette hanno colpito sei regioni meridionali dell’Iran, Khouzestan, Bushehr, Fars, Hormozgan, Kerman e Sistan e Beluchistan. Al momento le autorità iraniane sono riuscite a controllare il fenomeno, a impedirne la riproduzione e a evitare che i campi agricoli vengano colpiti.

Le cavallette seguono i venti freschi e umidi e le tante piogge nell’Iran meridionale hanno fatto sì che si spostassero verso queste regioni. Moein ha criticato l’Arabia Saudita, dato che per centinaia di chilometri questi insetti hanno attraversato la penisola e continuano a farlo in grandi gruppi, ma il governo di Riyadh si rifiuta di agire minimamente, sapendo che si dirigono verso l’Iran e che minacciano il raccolto e la popolazione iraniana. 

Unisce e divide, la giovane Greta. Unisce perché con il suo skolstrejk för klimatet ha creato un movimento globale di migliaia di ragazzi che vedono nel cambiamento climatico la minaccia al loro futuro, e perciò protestano disertando la scuola ogni venerdì in tutto il mondo.

Ma l’attivista svedese sedicenne è anche capace di dividere: non tanto per colpa sua, visto che le sue mosse sono state finora quasi sempre ben calibrate (diciamo quasi per un post su Instagram che le attirò diverse critiche, lo vedremo tra poco). Attorno a lei ci sono anche alcune teorie complottiste che la vorrebbero strumento di una maxi operazione di marketing: il “chi c’è dietro Greta?” è un ritornello che risuona da settimane, e a cui molti giornali hanno cercato di dare risposta.

Il libro della madre da sponsorizzare

Ultimo, in ordine di tempo, a gettare ombra sulla figura di Greta è stato il quotidiano Il Messaggero che, il 17 aprile, ha scritto che “forse la favola di Greta non è proprio una favola”. Il motivo? Dietro di lei ci sarebbe una “macchina mediatica targata Thunberg, il think tank del catastrofismo ambientale incarnato in una perfetta giovane influencer globale”.

Il quotidiano romano sostiene che “il nuovo comandamento” ci impedisca di “non dirci gretiani”, cioè seguaci della ragazzina di Stoccolma, e accusa “il circo” di Greta di “un sottofondo di cinismo”. La ragione sarebbe il tempismo con cui la giovane ha cominciato i suoi scioperi, il 24 agosto del 2018, “a distanza di soli quattro giorni” dalla pubblicazione del libro di suo mamma, la cantante Malena Ernman. Una pubblicazione definita “ultra-ecologista” dal Messaggero, che definisce la coincidenza “una casualità un po’ troppo poco casuale, e molto da marketing”.

 

Insomma, la prima puntata dello sciopero di Greta potrebbe essere stata l’arma mediatica della signora Ernman per promuovere il suo libro in uscita pochi giorni dopo.

Il presunto mago del marketing al fianco di Greta

A proposito di marketing: l’altra critica mossa alla giovane ambientalista ha un nome e un cognome, Ingmar Rentzhog. Un guru della materia da anni nel mondo dell’ambiente, prima con l’incarico nella Climate Reality Project di Al Gore, l’ex candidato alla Casa Bianca ambientalista, poi come fondatore di We don’t have time (letteralmente “non abbiamo tempo”), una start-up che mira a fondare un social network incernierato sull’emergenza climatica e che “riunisca milioni di membri per mettere pressione a leader, politici e società chiedendo loro di agire” per l’ambiente.

In che rapporti sono Greta e Rentzhog? Di certo è stato lui il primo a notare la ragazze fuori dal parlamento svedese, quel 24 agosto. Ha postato una foto su Facebook, e in pochi giorni il volto della ragazzina bionda sarebbe finito su giornali e tv nazionali.

Presto però cominciano a girare leggende metropolitane: Greta sarebbe la marionetta di Rentzhog. Ci si mette un giornalista svedese, Andreas Henriksson, che prima scrive su Facebook che lo sciopero della ragazza è “una campagna PR”, cioè di pubblicità, poi ritratta: “Greta non è un pupazzetto di Rentzhog. Le persone che diffondono questo sono pazzi ed estremisti di destra”, dice al giornale tedesco Spiegel.

I due cominciano a collaborare, in fondo sono entrambi attivisti per il clima, e Greta finisce tra consulenti di We don’t have time. La startup colleziona finanziamenti, poi la sedicenne si defila spiegando di aver voluto lei troncare ogni rapporto.

Ma Greta mangia alimenti impacchettati nella plastica?

Altre polemiche, decisamente più sterili delle prime due (che comunque sono state smentite a metà febbraio), hanno visto Greta finire nell’occhio del ciclone. La prima per un post su Instagram che la ritrae in treno mentre mangia: in quel caso, la giovane ambientalista venne attaccata perché nello scatto comparivano delle fette di pane confezionate in un pacchetto di plastica – il materiale tra i grandi incriminati da chi difende l’ambiente – e un paio di banane fuori stagione ed evidentemente non a chilometro zero.

In Italia, poi, alla ragazza sono state rivolte parole non esattamente accomodanti da Maria Giovanna Maglie – “Se non avesse avuto la sindrome di Asperger l’avrei messa sotto con la macchina”, Rita Pavone – “Sembra un personaggio da film horror” sparato via Twitter e seguito dalle scuse – e Vittorio Feltri – “Vive in Svezia dove fa un freddo cane e dovrebbe essere contenta di godere di un po’ di tepore. Stupidina”.

Nadia Toffa, pubblicando su Twitter un articolo del Foglio intitolato ‘Risparmiateci i bambini climaticamente corretti e gli adulti che li usano’, ha accusato “i potenti che non muovono un dito” e “sfruttano queste innocenti creature”. Che siano sfruttate per davvero non è dato saperlo; finora, a livello globale, di certo sono state unite. 

Nessuna indicazione di atto doloso, è quella “accidentale” la pista privilegiata nelle indagini sulle cause dell’incendio che ha parzialmente devastato la cattedrale di Notre Dame de Paris e alle quali lavorano incessantemente 50 investigatori.

Secondo quanto riferito dal procuratore Remy Heitz, “cinque società sono intervenute nel cantiere, e oggi gli inquirenti hanno cominciato a sentire i lavoratori di queste società”, una quindicina di operai.

L’incendio è stato in parte collegato al cantiere di ristrutturazione della guglia gotica, dalla quale nei giorni scorsi sono state tirate giù 16 statue di rame. Secondo le prime indicazioni dei pompieri, il rogo si sarebbe sviluppato da un’impalcatura presente sul posto per i lavori di restauro, mentre Le Parisien cita una fonte di polizia secondo la quale una saldatura sul telaio di legno avrebbe causato il primo focolaio. Un responsabile del cantiere ha comunque assicurato che “le procedure di sicurezza sono state rispettate”.

Heitz ha avvertito che le indagini saranno “lunghe e complesse”. Ha anche rivelato che “una prima allerta si è avuta alle 18.20”, ma che in quel momento non era stato individuato alcun focolaio. “Una seconda allerta – ha spiegato – si è avuta alle 18.43, a quel punto le fiamme sono state individuate e la chiesa, dove era appena iniziata la messa, è stata evacuata”.

Le autorità hanno comunicato che la struttura della cattedrale “tiene bene”, anche se sono state individuate delle “vulnerabilità” nell’edificio, soprattutto a livello della volta e di un timpano del transetto nord che deve essere messo in sicurezza”. Per questo, cinque palazzi vicini sono stati evacuati. Secondo quanto riferito dal sottosegretario agli Interni, Laurent Nunez, la chiesa è salva grazie ad un ‘blitz’ durato 15-30 minuti di 20 eroici pompieri, che, rischiando la vita, sono entrati nelle due torri della cattedrale per affrontare le fiamme dall’interno.

 Le opere più preziose sono state messe al sicuro ieri sera, all’Hotel de Ville, la sede del Comune, in particolare la corona di spine e la tunica di San Luigi. Il resto del Tesoro sarà messo in sicurezza al Louvre, tra oggi e domani. Le tele più grandi, in particolare una serie di dipinti del XVII e XVIII secolo, probabilmente saranno rimossi venerdì mattina; forse danneggiati dal fumo, saranno protetti, deumidificati e restaurati. I rosoni del transetto nord, sud e ovest non hanno subito danni catastrofici.

Dal 1860 non avevano mai abbandonato la sommità di Notre Dame. Mai fino a giovedì scorso, l’11 aprile, quando una gru alta più di cento metri si era arrampicata fino alla base della guglia per prelevarle, facendole danzare nel cielo di Parigi prima di finire in Dordogna, non lontano da Bordeaux, dove ora si trovano per un lavoro di restauro.

Prenez de la hauteur… 16 statues d’apôtres et d’évangélistes sont descendues aujourd’hui, sous un magnifique soleil, des hauteurs de @notredameparis. Revivez en images ce moment magique. pic.twitter.com/0xZg3JOM9L

— Diocèse de Paris (@dioceseparis)
11 aprile 2019

 

Per centoventi anni le statue in rame dei dodici apostoli, alte tre metri e mezzo e dal peso di 250 chili l’una, e quelle più piccoline dei quattro evangelisti (un metro e mezzo circa) erano rimaste lassù, a circa 60 metri di altezza, con lo sguardo rivolto verso i tetti di Parigi. Osservavano la città, secondo alcuni la proteggevano, di certo vegliavano sulla capitale francese.

Una soltanto era girata al contrario: quella di San Tommaso, che invece guardava la cima della guglia; una statua speciale, unica in ogni senso: il volto raffigurato, infatti, riproduce le fattezze di Viollet-le-Duc, l’architetto che a metà Ottocento si occupò del restauro della chiesa gotica parigina.

Il miracoloso tempismo del restauro

Dopo oltre un secolo e mezzo, per i sedici artefatti era appena arrivato il momento di lasciare Parigi e la cattedrale in direzione Socra, la società specializzata nel restauro e conservazione di monumenti storici che in passato aveva già curato gioielli francesi, come il portale della cattedrale di Bordeaux e i marmi di Versailles, e internazionali (lavorando in Uzbekistan, Belgio e Serbia).

Le statue erano così apparse in volto nel cielo di Parigi mentre scendevano verso il suolo con le teste staccate dal corpo per tutelarne l’integrità nel corso di un intervento delicato. Opere d’arte in rame, originariamente dal colore simile al bronzo ma oggi divenute verdi per effetto dell’ossidazione.

Sarebbe dovuto essere un breve periodo di lontananza dalla cattedrale, qualche mese per far tornare sia le statue che alla guglia all’originario splendore. Così invece non sarà: le statue sono salve, di Notre Dame resta lo scheletro.

Forse un giorno gli apostoli e gli evangelisti torneranno nella loro collocazione ai piedi di quella guglia che oramai non esiste più, ma in ogni caso bisognerà attendere che l’edificio venga ricostruito, cosa che il presidente Emmanuel Macron ha già promesso: questione di anni, forse di decenni.

L’intervento, spettacolare, che aveva consentito di prelevare le statue era stato definito “un evento eccezionale e magico” da Marie-Hélène Didier, la curatrice generale del patrimonio di Notre Dame. Per la prima volta, infatti, sarebbe stato possibile vedere da vicino queste opere: due di loro, già da giugno, sarebbero dovute essere esposte nel coro della cattedrale, per poi tornare insieme a tutte le altre al loro posto nel 2022.

Un lavoro da 800 mila euro che avrebbe dovuto far tornare la monumentale chiesa al suo splendore originario, ma che invece l’ha ridotta in cenere.

Secondo le autorità britanniche, i droni che hanno bloccato l’aeroporto londinese di Gatwick lo scorso dicembre potrebbero essere stati manovrati dall’interno. A rivelarlo alla Bbc è stata la polizia del Sussex, incaricata delle indagini, che sta ipotizzando “che chi pilotava il drone fosse a conoscenza di quello che succedeva all’interno dell’aeroporto”. A causa dell’avvistamento di un Apr – Aeromobile a pilotaggio remoto – vicino alla pista di decollo, lo scalo londinese era stato costretto a un blocco totale di 36 ore, tra il 19 e il 21 dicembre, costato la cancellazione o il dirottamento di circa mille voli e disagi per oltre 140 mila passeggeri.

A dare ulteriori dettagli sull’episodio è stato il direttore tecnico dello scalo, Chris Woodroofe, convinto che il responsabile avesse familiarità con le procedure dell’aeroporto e avesse inoltre una chiara visuale della pista, se non addirittura la possibilità di infiltrare le comunicazioni interne. Questo avrebbe permesso al responsabile di agire indisturbato ed eventualmente di far sparire le prove della sua azione.

Inoltre, Woodroofe precisa che l’autore del gesto potrebbe aver avuto le conoscenze necessarie per scegliere un drone in gradi di passare inosservato dai sistemi di rilevamento degli aeromobili, all’epoca in fase di test. I droni commerciali sono infatti generalmente dotati di sistemi di geofencing e di geolocalizzazione, che ne impediscono le operazioni quando questi si avvicinano alle zone interdette. Se si provasse ad avvicinarsi a una zona interdetta con un normale drone commerciale, questo dovrebbe arrestare il suo volo e ritornare alla posizione di partenza. 

Tuttavia, la vicenda rimane misteriosa: all’inizio si pensò a un’azione dimostrativa compiuta da un gruppo di ecologisti, infine furono trattenuti e poi rilasciati senza alcuna accusa due appassionati di modellismo che abitano non lontano dall’aeroporto. Inoltre, nonostante oltre sessanta persone avrebbero testimoniato di aver visto qualcosa vicino alla pista di decollo, nessuna immagine o video è stato in grado di riprendere il presunto drone. Le autorità del Sussex hanno anche disposto un riscatto di 50 mila sterline (poco meno di 58 mila euro) in cambio di informazioni che possono aiutare nelle indagini.

Della vicenda rimangono però i conti da saldare: EasyJet ha denunciato che, data anche la delicatezza del periodo, il blocco dell’aeroporto sarebbe costato alla compagnia aerea oltre 18 milioni di euro. Per aggiornare i propri sistemi e dotarsi di nuove tecnologie anti-drone, l’aeroporto di Gatwick avrebbe inoltre speso da allora oltre 6 milioni di euro, come riporta il Guardian.

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Cosa succede se un aereo urta un drone

Nonostante esistano pochi studi specifici in merito, secondo i dati dell’International Civil Aviation Organization (Icao), gli urti tra volatili e aerei sarebbero almeno 10 mila l’anno. Per questo la gran parte delle verifiche a cui vengono sottoposti gli aerei riguardano soprattutto questa casistica: il motore deve essere in grado di smaltire il corpo estraneo senza conseguenze. Tuttavia, a ottobre di quest’anno, l’Università di Daytona ha sperimentato un cannone per analizzare cosa succederebbe se un drone colpisse un aereo di piccola taglia. A una velocità di 383 chilometri orari, questo penetrerebbe completamente l’ala, a differenza dell’impatto con un volatile che “ne danneggerebbe solamente il bordo esteriore”. Come evidenziato nello studio, l’urto con un Apr potrebbe causare danni interni e arrivare fino al serbatoio del carburante. Inoltre, un altro rischio è collegato alle batterie di cui i droni sono dotati e che potrebbero esplodere.

Un caccia dell’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar, fornito dagli Emirati Arabi Uniti, è stato abbattuto dalla contraerea del Governo di accordo nazionale di Tripoli, con un missile fornito dal Qatar: il complesso intreccio di alleanze che sta dietro alla battaglia di Tripoli tr Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar può essere riassunto in questa azione. Fra tribù, milizie e interessi stranieri, lo scacchiere libico non è mai stato semplice. E si è complicato ancora di più da quando il vento della Primavera araba spazzò via, nel 2011, il regime del colonnello Muammar Gheddafi.

. A ovest, nella Tripolitania, l’autorità è stata affidata al fragile Governo di accordo nazionale, voluto dall’Onu con gli accordi di Skhirat e sostenuto, almeno sulla carta, dalla comunità internazionale, sotto il comando dell’ex ingegnere civile Fayez al-Serraj.

Dall’altra parte, nella Cirenaica, a est, ha sempre comandato – grazie anche alla forza – il maresciallo Khalifa Haftar, che con il suo Esercito nazionale libico fece la guerra a Gheddafi, del quale era stato comandante della forza armata, e agli islamisti. Ogni tentativo di unire il Paese con la diplomazia finora è franato. A poco sono servite la Conferenza di Palermo del novembre scorso e il successivo summit di Dubai del 27 febbraio dove i due principali contendenti si erano promessi di lavorare per elezioni nazionali che potessero dare al Paese una guida legittima.

Il 4 aprile scorso l’uomo forte della Cirenaica ha deciso tuttavia di preferire le bombe alle urne, e lanciato la sua offensiva finale su Tripoli. Il suo esercito al momento ha dimostrato più di una falla, a vantaggio della resistenza delle milizie improvvisate. La mossa di Haftar, che si traduce in una campagna anti Fratelli musulmani (punto di riferimento per il governo di Tripoli), arriva dopo una serie di consultazioni con cui ha ottenuto l’appoggio dei principali sostenitori.

La più importante il 27 marzo, quando Haftar si recò a Riad, dove – secondo quanto scritto dal Wall Street Journal – ottenne dai reali sauditi la promessa di un finanziamento di decine di milioni di euro. Il flusso di denaro non è mai mancato, invece, dagli Emirati Arabi, che hanno da sempre dato man forte, fornendo anche il sostegno dei consiglieri militari sul posto, appoggiando l’avanzata di Haftar. A completare l’alleanza araba anti Serraj è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, da cui domenica Haftar è volato per ottenere il pieno consenso alla sua operazione. Sul fronte internazionale, principale sponsor – mai ufficialmente – è Parigi che ha sempre ritenuto il maresciallo una garanzia per i propri interessi sul campo.

Washington, che per due decenni ha offerto asilo all’ex capo di stato maggiore di Gheddafi, preferisce mantenere le distanze per evitare eccessivo protagonismo nell’area. Cosi’ come la Russia che, dopo aver sostenuto Haftar, in pubblico parla di equidistanza tra le parti. Serraj può godere invece del sostegno, diplomatico, dell’Onu e dell’Italia. Sul piano militare i suoi principali alleati sono Turchia e Qatar.

Non è un caso che oggi a Roma il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, abbia ospitato il vice premier libico, Ahmed Maitig, e il vice premier del Qatar, Mohammed Al-Thani. Quello di Maitig è un ruolo chiave nella battaglia non tanto perché vice premier quanto perché principale esponente di Misurata, i cui 15 mila combattenti da sempre proteggono la capitale. Al loro fianco, altri combattenti – sono 300 le milizie attive nel Paese – delle forze di Zintan, la Rada Special Force, e la brigata Nawasi.

Decidere di lasciare l’Unione europea il 23 giugno del 2016 e ritrovarsi tre anni dopo a dover votare per eleggere il suo Parlamento. Mentre si avvicina la data delle elezioni, quella della partecipazione dei britannici al voto di maggio è forse la rappresentazione più plastica e paradossale della Brexit ‘senza fine’. L’accordo raggiunto all’ultimo vertice Ue straordinario del 10 aprile, prevede che se Westminster non approverà entro il 22 maggio l’accordo di ritiro di Londra dall’Unione, il popolo inglese sarà chiamato alle urne per eleggere ‘pro-tempore’ i suoi 73 rappresentanti a Strasburgo.

Gli eurodeputati  britannici dovranno comunque fare le valige entro ottobre, o in ogni caso un minuto dopo che l’uscita di Uk dalla Ue sarà formalizzata, e lasciare spazio ai migliori non eletti dei Paesi che hanno maturato il diritto di avere altri deputati. L’Italia ad esempio, ne avrebbe tre in più. 

Oltre ai costi che l’erario di Sua Maestà dovrà sopportare – si stima che l’organizzazione delle europee costerà ai cittadini britannici intorno ai 109 milioni di sterline – il ritorno alle urne degli inglesi rappresenta uno schiaffo simbolico clamoroso per la classe dirigente del Regno Unito. E un problema non da poco per le istituzioni Ue che devono far ripartire la macchina della nuova legislatura. 

Gli europei temono che Londra voglia mettere becco sul prossimo presidente della Commissione (da qui la ‘linea rossa’ voluta da Macron che ha spinto affinché la proroga di Brexit non andasse oltre il 31 ottobre, ovvero il giorno prima dell’entrata in carica della nuova Commissione) e sono preoccupati per il fatto che l’arrivo dei parlamentari ‘Brits’ possa sconvolgere la ripartizione delle cariche e l’agenda parlamentare. Elezione del presidente, dei gruppi, dei vertici degli organi interni all’Eurocamera, tutto si complicherà con una settantina di inquilini in più non previsti e con una sorta di mandato ghigliottina.  

Ma se l’Europa si agita, sul fronte britannico è il caos. Il colpo più forte rischia di arrivare dritto in faccia ai Conservatori, divisi al loro interno e ritenuti responsabili dell’impasse sia dai Leavers che dai Remainers. Un recente sondaggio del think tank Open Europe attribuisce ai Tory appena il 23%. Un sondaggio di YouGov va oltre e annuncia la catastrofe, fissando l’asticella al 16%, il minimo storico dal 1834, data di nascita del partito. I più rosei scenari vedono i Tory conquistare 15 seggi, rispetto ai 19 attuali; quelli più foschi parlano al massimo di quattro seggi.

Il pronostico è migliore per il Labour al 37,8% (ben al di sopra del 24,4% delle europee del 2014) e la cui presenza a Strasburgo potrebbe ‘artificialmente’ ampliare il gruppo socialista, creando qualche problema al momento della ripartizione delle cariche.

La Bbc ha avvertito che, dato il contesto, potrebbero essere le elezioni europee più imprevedibili e controverse della storia britannica. Si tratta di un appuntamento elettorale in cui, di solito, i cittadini preferiscono premiare i partiti più piccoli: nel 2014, l’Ukip di Nigel Farage sbancò alle urne, ottenendo il 27% delle preferenze e 24 seggi. Ma la gran parte degli analisti è convinta che il voto di maggio si trasformerà in un “referendum per procura” sulla Brexit. E che a trarne vantaggio saranno i neo partiti che hanno linee chiare a riguardo, sia sul fronte del Leave che del Remain. Prima di tutto, l’euroscettico ed ex leader di Ukip, Nigel Farage.

L’eurodeputato e padre della Brexit ha lanciato il suo Brexit Party e punta sull’“elettorato deluso” dalla mancata uscita dalla Ue. Farage potrebbe monetizzare il risentimento degli euroscettici e la debolezza dei partiti tradizionali e bissare il sorprendente risultato del 2014. “Penso che andremo molto bene”, si è limitato a pronosticare. Di contro, l’appeal dell’Ukip, guidato da Gerard Batten sotto lo slogan “uscita unilaterale”, potrebbe essere ammaccato dal suo spostamento verso l’estrema destra, con il reclutamento dell’attivista anti-islam Tommy Robinson, e dalla mancanza di organizzazione. 

Sull’altro fronte, quello del Remain, vi è l’Independent Group, fondato da 11 deputati europeisti transfughi dal Labour e dai Tory. Il gruppo ha fatto richiesta di essere registrato come partito politico e se sarà ammesso alla consultazione, correrà sotto il nome di Change Uk. I suoi vertici hanno fatto sapere di avere “centinaia” di persone interessate a candidarsi per “rovesciare la Brexit”. Sulla stessa linea, si contano anche i Verdi e i Liberal-Democratici; questi ultimi – che nel 2014 avevano conquistato un solo seggio – hanno invitato a unirsi sotto un’unica bandiera. Il loro leader, Vince Cable, ha lanciato un ammonimento: “La frammentazione del fronte europeista rischia di danneggiare la causa in generale”. 

Il conto alla rovescia per evitare il caos è agli sgoccioli. Maggio. Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha invitato i britannici a ‘non sprecare questo tempo’. Ma Westminster non sembra avere ascoltato l’appello e ha chiuso i battenti per due settimane. Di Brexit si tornerà a parlare dopo Pasqua. 

A Parigi, i colossi del lusso si mobilitano per ricostruire Notre Dame de Paris. Ma da ore è corsa alle donazioni, invocate peraltro dallo stesso presidente Emmanuel Macron, che ha annunciato per oggi il lancio di una campagna internazionale. E il sindaco della città, Anne Hidalgo, ha proposto “una conferenza internazionale di donatori”: un’occasione di confronto tra esperti e finanziatori.

La famiglia Pinault, a capo di Kering, il gigante del lusso che controlla tra gli altri Gucci e Balenciaga, ha risposto subito all’appello e ha annunciato la donazione di 100 milioni di euro. Poche ore dopo, l’altro big del lusso, Lvmh – a capo di marchi del calibro di Fendi, Bulgari, Christian Dior, DKNY, Cèline, Guerlain, Givenchy, Kenzo, Loro Piana e Louis Vuitton- ha risposto rilanciando e raddoppiando: 200 milioni di euro.

L’Ile de France, la regione di Parigi, ha stanziato 10 milioni di euro. Anche in Usa si sono già attivati: la French Heritage Society, un’organizzazione che ha sede a New York, dedita proprio alla conservazione dei tesori architettonici e culturali francesi, ha lanciato una pagina web di raccolta fondi. E già lunedì sulla piattaforma di crowdfunding Go Fund Me sono state create in tutto il mondo più di 50 pagine ispirate dal terribile incendio.

Capgemini Group ha deciso di contribuire con un milione di euro. Paul Hermelin, Chairman e CEO di Capgemini Group ha detto di essere molto scosso da qunto successo: “Come azienda internazionale nata in Francia, abbiamo voluto essere solidali e supportare lo sforzo che la nazione sta facendo per ricostruire questo capolavoro del patrimonio dell’umanità”.

Secondo Michel Picaud, presidente dell’associazione “Friends of Notre-Dame de Paris, il progetto di restauro della cattedrale costerà 150 milioni di euro. Ma Andre Finot, il portavoce della cattedrale, ha aggiunto che ci vorranno anni per farla tornare al suo antico splendore e che comunque è “troppo presto per fare un bilancio sui danni”.

Dopo il professore di tecnologia che disegnava con i gessetti un sistema operativo alla lavagna per i ragazzi della sua classe privi anche di un solo computer, arriva in Ghana il docente ballerino.  Si chiama Sacky Percy ed è un maestro di arte della scuola di Obo-Kwahu nella Eastern Region del paese del’Africa occidentale dove l’insegnamento sta diventando una piattaforma per la creatività come risposta alla mancanza di mezzi. 

Diventato famoso su Instagram e Twitter, dove dice di avere migliaia di follower che mettono mi piace o mandano commenti ai video che posta, il giovane ed entusiasta maestro-ballerino è stato intervistato da BBC Africa che ha così rilanciato la sua popolarità on line e in televisione. 

Sostanzialmente il maestro interrompe di tanto in tanto le lezioni e nel cortile della scuola si scatena con i suoi studenti in danze e balli al ritmo delle ultime uscite dell’Afrobeat locale, che poi puntualmente posta sui suoi social media.

“Grazie alla pratica di queste danze i ragazzi stanno conquistando la fiducia in se stessi – ha raccontato il giovane docente alla BBC – e arrivo così a farmi raccontare anche quali sono i loro problemi o se c’è qualcosa che li preoccupa”.

Fra una mossa e l’altra di quella che qui viene chiamata Azonto dance – una danza emersa in Africa occidentale una decina di anni fa la cui caratteristica principale è quella di imitare alcune azioni della vita reale – Sacky Percy è così diventato il punto di riferimento di molti ragazzi altrimenti lasciati senza grande supporto da parte delle loro famiglie, trovandosi a vivere e crescere in un’area deprivata del paese.

Anche se il sistema educativo del Ghana è ancora privo di infrastrutture adeguate e caratterizzato da scarsa capacità degli insegnanti – lo conferma l’ultimo report dell’Unesco – il governo si sta impegnando a rafforzare il sistema in modo da garantire la capacità di fornire un sistema educativo adeguato ai suoi giovani. 

Nel frattempo ci pensano gli insegnati ghanesi a riempire i buchi del sistema affidando alla loro creatività la soluzione di tanti problemi pratici nello svolgimento del loro quotidiano compito educativo.

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