Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

E’ morto a 62 anni Giovanni Buttarelli, magistrato e Garante europeo della protezione dei dati (Edps). Da Bruxelles fanno sapere che Buttarelli è morto la notte scorsa, circondato dall’affetto della sua famiglia in Italia. “Siamo profondamente rattristati per la perdita di una persona tanto gentile e brillante. per tutta la vita Giovanni si è dedicato completamente alla sua famiglia, al servizio della magistratura, dell’Unione europea e dei suoi valori. la sua passione e la sua intelligenza garantiranno una eredità unica e duratura per l’istituzione Edps e per tutte le persone le cui vite sono state toccate da lui”, si legge in una nota. 

“E’ una notizia dolorosissima, per il Paese, per l’Autorità e per me personalmente perché perdo un amico”. Lo dichiara in una nota Antonello Soro, Garante della Privacy. Al cordoglio si uniscono il collegio del Garante per la protezione dei dati personali e tutto il personale dell’Autorità. “La prematura scomparsa di Giovanni Buttarelli – prosegue il Garante – rappresenta una perdita inestimabile per la comunità italiana ed europea. A lui il nostro Paese deve enorme gratitudine per l’introduzione, lo sviluppo e la difesa di un diritto fondamentale per la democrazia e la libertà della persona, come il diritto alla privacy e alla protezione dei dati”.

Secondo Soro, “il ruolo svolto da Buttarelli a livello nazionale ed internazionale, tra i fondatori dell’Autorità italiana prima e in Europa, poi, da Garante europeo, ha contribuito in maniera determinante alla crescita di una nuova cultura del diritto e ad una visione della tecnologia più rispettosa dell’uomo. Ci lascia in eredita’ la sua esperienza, la sua passione, il suo grande impegno profuso fino all’ultimo a difesa dei valori piu’ alti della persona”. 

I processi che vedono alla sbarra i tre presunti componenti la banda che ha sequestrato Silvia Romano il 20 novembre 2018 nel villaggio di Chakama a 80 chilometri da Malindi, in Kenya, sono stati accorpati.

La decisione è arrivata oggi dal giudice Julie Oseko, della Corte di Malindi, dove è comparso Ibrahim Adan Omar, arrestato nel mese di dicembre e trovato in possesso di un fucile mitragliatore e numerose munizioni. Omar si ritiene sia uno degli esecutori materiali del sequestro.

Il giudice ha accolto, dunque, la richiesta di accorpamento del procuratore Alice Mathangani. Tutto rinviato al 30 agosto, quando riprenderà anche il processo ai due arrestati il giorno di Santo Stefano, Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Quest’ultimo è accusato di aver acquistato le motociclette servite per il rapimento e di essere il basista.

L’uomo, durante l’udienza del 30 luglio, è stato riconosciuto dal venditore delle moto che ha anche esibito, davanti alla Corte di Malindi, la ricevuta della vendita. L’altro imputato – tutte e tre sono rei confessi – Gababa Wario, invece, non è stato riconosciuto dai testimoni. Nell’udienza dal 30 agosto, come scrive il portale degli italiani a Malindi, malindikenya.net, verranno ascoltati 17 testimoni.

La vicenda del rapimento di Silvia Romano, della quale non si sa più nulla da mesi – gli inquirenti mantengono uno stretto riserbo – viaggia su due binari differenti. Da una parte proseguono con un rinnovato slancio le indagini e le ricerche della giovane volontaria italiana, anche grazie alla collaborazione, diventata più fattiva, tra le autorità italiane, i carabinieri del Ros e i servizi, e quelle del Kenya. Dall’altra il processo ai tre componenti della banda composta da 8 persone, cosi’ ritengono gli inquirenti, che hanno rapito Silvia Romano. Difficile, tuttavia, che il 30 agosto si arrivi a una sentenza.

Nella loro conversazione telefonica di ieri, “il presidente Usa, Donald Trump, e l’omologo francese, Emmanuel Macron, hanno concordato di invitare la Russia al G7 del prossimo anno”. Lo rivela la giornalista della Cnn Kylie Atwood, su Twitter, facendo riferimento a “funzionari di alto livello dell’amministrazione” americana. A suo dire, “Trump dovrebbe sollevare la questione con i leader mondiali al G7” del fine settimana a Biarritz, in Francia.

Scoop: Trump & Macron spoke over the phone today & agreed they wanted to invite Russia to the G7 next year, a sr admin official said. Trump is expected to broach the topic w/ world leaders at the G7. Today Trump told reporters it would be “appropriate” for Russia to re-enter G7.

— Kylie Atwood (@kylieatwood)
August 21, 2019

“Sarebbe appropriato che la Russia tornasse a riunirsi al G7, per dare vita di nuovo al G8”, ha dichiarato ieri Trump, parlando alla Casa Bianca con i giornalisti. È stata l’occupazione russa della Crimea, la penisola ucraina sul Mar Nero, a provocare nel 2014 l’esclusione di Mosca dal G8, innescando la spirale di sanzioni e contro-sanzioni.

Macron ha incontrato, questa settimana, il leader del Cremlino nella residenza estiva di Fort de Bregancon. In questa occasione, il capo dell’Eliseo ha auspicato un riavvicinamento tra Russia ed Unione europea e ha legato il rientro di Mosca nel G8 alla soluzione del dossier ucraino. Dal canto suo, Putin ha detto che non rifiuterebbe un ipotetico invito da parte dei G7, perché “qualsiasi contatto, in qualsiasi formato, con i nostri partner è utile”.

A quanto riferito da Atwood, la telefonata tra Trump e Macron “era pianificata per discutere, in modo generale, dell’imminente G7”. “È stato Macron”, ha twittato la reporter, “a proporre d’invitare la Russia al summit il prossimo anno e Trump ha concordato, a quanto ha dichiarato la fonte”. A ospitare il G7, nel 2020, saranno gli Stati Uniti. 
 

Dall’inizio dell’anno 46 poliziotti si sono suicidati, in media uno ogni cinque giorni, con un tasso superiore alla media nazionale: questi i numeri dell’emergenza diffusi dai sindacati che chiedono al governo un piano d’urgenza, minacciando una protesta in occasione del G7 il prossimo fine settimana a Biarritz. Una problematica molto sensibile, in parte tabù, quella dei suicidi che attanaglia il mondo della polizia in Francia, valutata da sindacati e osservatori come un “grido d’allarme” per attirare l’attenzione su condizioni di lavoro sempre piu’ difficili e pericolose.

“Finora nessun piano ha risposto all’emergenza e ora aspettiamo risposte chiare”, ha dichiarato Christophe Rouget del Sindacato dei dirigenti della sicurezza interna. In base ai dati registrati dalla Direzione generale della polizia, dal 1997 quasi 1000 agenti si sono suicidati, all’87% ufficiali e agenti in servizio sul terreno. Servizi di medicina preventiva e di sostegno psicologico sono stati creati senza sortire grandi risultati. Al di là di problemi personali, a gravare sui poliziotti molte “ferite invisibili” quali sovraccarico di lavoro, disorganizzazione dei servizi, crescente violenza, mancato riconoscimento del proprio operato e lontananza da casa.

Negli ultimi mesi la crisi dei gilet gialli ha anche aumentato la pressione sugli agenti in prima linea. “Piu’ che cercare di risolvere le conseguenze, urge far fronte alle cause profondi del malessere che porta i poliziotti al suicidio, rivedendo l’organizzazione quotidiana del lavoro e aumentando i mezzi a disposizione” sottolinea Marc Loriol, sociologo e ricercatore del Cnrs, esperto di protezione sociale e stress lavorativo.

Elon Musk è certamente un personaggio visionario ma non tutto quello che dice è oro colato. Gli piace giocare a fare l’enfant prodige (e molto spesso ci riesce) ma ama (troppo) essere provocatorio. Ha detto in lungo ed in largo che vuole colonizzare Marte e, per facilitare un po’ l’immane compito, gli farebbe comodo che il pianeta fosse un pochino meno gelido e un tantino più ospitale. Per riscaldare Marte l’unica speranza potrebbe venire dall’immissione di gas serra nella tenue atmosfera.

Ecco allora l’idea che sembra averlo sedotto. Basterebbe bombardare le calotte polari di Marte, dove ci sono depositi di ghiaccio di acqua e di anidride carbonica per liberare il gas serra (responsabile del surriscaldamento del nostro pianeta) che avrebbe benefici effetti sul clima marziano. È un’idea che coltiva del 2015, quando ne ha parlato, verso la fine, in un popolare talk show americano. Adesso la ripropone e tutti sentono il bisogno di commentare questa idea decisamente balzana.

Diciamo che Musk non è certo il primo a chiedersi se sia possibile terraformare Marte ma quelli meno sbrigativi di lui hanno cominciato col porsi il problema se ci sia abbastanza anidride carbonica, e, più in generale, abbastanza gas, per poter sperare in aumentare la pressione atmosferica e la temperatura su Marte.

Sono stati utilizzati i dati delle sonde MAVEN (per Mars Atmosphere and Volatile EvolutioN che analizza come Marte perde la sua atmosfera) e le immagini di Mars Express, insieme a quelle raccolte dal Mars Reconnaissance Orbiter e Mars Odissey per stimare la quantità di anidride carbonica nei ghiacci polari. Anche tenendo conto dell’anidride carbonica imprigionata nelle rocce, il censimento marziano non fa ben sperare. Tant’è vero che nel sommario del loro lavoro pubblicato l’anno scorso su Nature Astronomy gli autori dicono:

These results suggest that there is not enough CO2 remaining on Mars to provide significant greenhouse warming were the gas to be emplaced into the atmosphere; in addition, most of the CO2 gas in these reservoirs is not accessible and thus cannot be readily mobilized. As a result, we conclude that terraforming Mars is not possible using present-day technology.

(Questi risultati suggeriscono che su Marte non rimane abbastanza CO2 per produrre un riscaldamento da effetto serra nel caso il gas fosse liberato nell’atmosfera: inoltre, la maggior parte del CO2 in questi giacimenti non è accessibile e quindi non può essere liberata. A seguito di ciò, concludiamo che non è possibile terraformare Marte usando la tecnologia oggi disponibile)

Inutile quindi lanciare bombe nucleari sui poli marziani. Un esercizio che oltre ad essere inutile potrebbe rivelarsi dannoso visto che le esplosioni potrebbe liberare talmente tanta polvere da provocare un inverno nucleare, raffreddando ulteriormente il già gelido Marte. Io ho una mia teoria. Il nostro Elon si è ritrovato con uno stock di magliette Nuke Mars e, da buon genio del marketing, ho trovato un modo semplice di pubblicizzarle a costo zero. 

pic.twitter.com/NLzW87AZC0

— Elon Musk (@elonmusk)
August 17, 2019

“Uomo a mare!”, ovvero salvare la vita dei naufraghi, costituisce un preciso obbligo degli Stati? E c’è e cos’è una “legge del mare”, che da più parti viene invocata nel momento in cui si tratta di soccorrere chi si viene a trovare in difficoltà? E poi: esiste un testo preciso o si tratta solamente di consuetudini, di un codice etico non scritto stipulato nella notte dei tempi tra naviganti, quasi fosse un “manuale delle buone maniere” al quale attenersi quando “c’è un uomo in mare”? Dieci cose da sapere per poter rispondere a queste domande.

1) Il corpus giuridico di riferimento

Fa capo a ben quattro convenzioni che costituiscono e permeano il diritto internazionale del mare: sono la Solas, acronimo di Safety of life at sea, cioè la Convenzione Internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, e risale a Londra 1974; la Sar di Amburgo 1979, che sta per Search and Rescue (ricerca e soccorso), per tutelare la sicurezza della navigazione mercantile, che fa esplicito riferimento al “soccorso marittimo”; la Convenzione Onu di Montego Bay 1982, detta anche UNCLOS, acronimo di United Nations Convention on the Law of the Sea, basata su un trattato internazionale che definisce i Diritti e le Responsabilità dei singoli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani, definendo al tempo stesso anche le linee guida che regolano le trattative, l’ambiente e la gestione delle risorse minerali, e c’è infine il Salvage di Londra del 1989 sull’assistenza.

2) Il “luogo più sicuro”

Questo complesso insieme di regole e di codici di condotta vuole garantire nel modo più sollecito il soccorso di eventuali naufraghi. Persone che, una volta recuperate, vanno fatte sbarcare in un luogo sicuro (place of safety). Il cosiddetto ‘pos’, richiesto dalla Open Arms ma anche da altre imbarcazioni appartenenti alle Ong operanti nel Mediterraneo. 

3) Obbligo di prestare soccorso

È il titolo dell’art. 98 della Convenzione della Nazioni Unite sui diritti del mare, sottoscritta il 10 dicembre 1982 a Montego Bay, in Giamaica, da ben 155 Stati. Stabilisce che “ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri” affinché: 

  • a) presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo;
  • b) proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa;
  • c) presti soccorso, in caso di abbordo, all’altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all’altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e qual è il porto piu’ vicino presso cui farà scalo”.

4) Servizio di ricerca e soccorso

Sempre l’art. 98, al punto 2, stabilisce anche che “ogni Stato costiero promuove la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea e, quando le circostanze lo richiedono, collabora a questo fine con gli Stati adiacenti tramite accordi regionali”. Quest’obbligo “di collaborazione ai fini del soccorso in mare” è poi ulteriormente specificato negli altri Trattati internazionali di diritto marittimo già citati come, appunto, la Solas e la Sar.

5) La convenzione Sar

La Convenzione Sar di Amburgo del 1979 si fonda sul “principio della cooperazione internazionale”. Nel senso che le zone di ricerca e salvataggio sono ripartite d’intesa con gli altri Stati interessati. Tali zone non corrispondono necessariamente alle frontiere marittime esistenti. Esiste l’obbligo di approntare piani operativi che prevedono le varie tipologie d’emergenza e le competenze dei centri preposti. Così le autorità di uno Stato costiero competente sulla zona di intervento in base agli accordi regionali stipulati, che abbiano avuto a propria volta notizia dalle autorità di un altro Stato della presenza di persone in pericolo di vita nella zona di mare Sar di propria competenza, dovranno intervenire immediatamente senza tener conto della nazionalità o della condizione giuridica di dette persone (punto 3.1.3 Convenzione di Amburgo).

6) L’intervento

A questo punto, l’autorità competente così investita della questione deve dare comunicazione di aver ricevuto la segnalazione e indicare allo Stato di primo contatto, appena possibile, se sussistono le condizioni perché sia effettuato l’intervento (3.1.4 della Convenzione). E sarà l’autorità nazionale che ha avuto il primo contatto con la persona in pericolo in mare a coordinare le operazioni di salvataggio, tanto nel caso in cui l’autorità nazionale competente Sar dia risposta negativa alla possibilità di intervenire in tempi utili, quanto in assenza di ogni riscontro da parte di quest’ultima.

7) La cessione della competenza

Viene sottolineato anche come la cessione della competenza ad operare interventi Sar in acque internazionali non dovrà comunque pregiudicare la dignità e la vita delle persone che si devono soccorrere.

8) Le linee guida dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati

Al fine di fornire una guida alle autorità di governo ed ai comandanti delle navi private e pubbliche coinvolte in attività Sar, sono state elaborate dall’Unhcr alcune Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare. Esse contengono disposizioni secondo cui il governo responsabile per la regione Sar in cui sono stati recuperati i sopravvissuti è responsabile di fornire un luogo sicuro di sbarco (place of safety, ‘pos’) o di assicurare che tale luogo venga fornito. Dunque, la Convenzione Sar del 1979 impone un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare ed il dovere di sbarcare i naufraghi in un porto sicuro.

9) La posizione dei Comandanti delle navi

Gli Stati membri dell’Imo (International maritime organization), nel 2004, hanno adottato emendamenti alle Convenzioni Solas e Sar, in base ai quali gli Stati parte devono coordinarsi e cooperare per far sì che i comandanti delle navi siano sollevati dagli obblighi di assistenza delle persone tratte in salvo, con una minima ulteriore deviazione, rispetto alla rotta prevista. Malta non ha accettato questi emendamenti.

10) Quando un’operazione di recupero finisce?

Le Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare dispongono che il governo responsabile per la regione Sar in cui è avvenuto il recupero, sia tenuto a fornire un luogo sicuro o ad assicurare che esso vega fornito. Secondo le stesse linee guida, infatti, “un luogo sicuro è una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse, e dove la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata; le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possono essere soddisfatte; può essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale”. 

Da spazio di coordinamento per le proteste di Hong Kong, Twitter diventa megafono delle posizioni di Pechino. A denunciarlo per primo è stato il profilo Pinboard, che ha notato come da qualche giorno la piattaforma sponsorizzi gli articoli dell’agenzia Xinhua, organo ufficiale del governo cinese.

Xinhua è accusata di gettare quotidianamente discredito nei confronti dei manifestanti, che da settimane protestano contro l’approvazione di una legge che permetterebbe la consegna di fuggitivi anche a Paesi con cui non è in vigore un trattato di estradizione, tra cui la Cina. Nonostante le piazze gremite di professori e l’aeroporto internazionale della città pacificamente bloccato da giorni da migliaia di studenti, la testata continua a parlare di “escalation di violenza” di fronte alle quali “l’ordine va ristabilito” con il supporto della “madrepatria” cinese, riporta Engadget.

Eppure la stampa internazionale, fisicamente presente nella città-stato sottoposta alla sovranità della Repubblica Popolare Cinese, testimonia la presenza di milioni di manifestanti che camminano pacificamente per le sue vie nonostante le continue minacce che arrivano dalla vicina Shenzen, dove la polizia antisommossa si addestra a intervenire al grido di “Fermatevi e pentitevi”.

Ma come in un romanzo orwelliano, oggi Hong Kong è anche un avvertimento per quanti si lasciano sedurre dalle tecnologie del controllo. Così Twitter diventa allo stesso tempo strumento di propaganda nazionalista e piattaforma di aggregazione sociale, mentre i manifestanti sfilano con gli ombrelli in mano per eludere la sorveglianza delle telecamere di cui sono piene le strade, in grado di identificare i cittadini in tempo reale grazie all’intelligenza artificiale.

“Ogni giorno esco e vedo delle cose con i miei occhi, quando torno per scriverle su Twitter – scrive Pinboard – vedo contenuti sponsorizzati che dicono l’opposto. Twitter sta prendendo i soldi delle testate della propaganda cinese e li sta mostrando insieme ai più usati hashtag delle proteste di Hong Kong”. Accuse di fronte alle quali il social network, contattato da Engadget, non ha risposto.

I think there should be congressional hearings on the role of Twitter in advancing a coordinated Chinese disinformation campaign. We are approaching a U.S. election year and need to know what controls and internal safeguards Twitter has, beyond “ask the underfed half-time CEO”

— Pinboard (@Pinboard)
August 19, 2019

 

Pur con una quantità di utenti di molto inferiore ai suoi concorrenti, Twitter rimane il principale punto di riferimento del commento politico e delle notizie. A dimostrarlo sono i continui tentativi di ammansirne i contenuti, nel tentativo di strumentalizzarli a favore delle posizioni dei governi di turno. Già a gennaio, il New York Times riporta della stretta operata dal governo cinese nei confronti di chi affida alla piattaforma lamentele o critiche al regime.

Come scrive il quotidiano, almeno in un caso un cittadino sarebbe stato arrestato e detenuto per quindici giorni proprio in seguito a dei tweet. Ma a poco meno di quattromila chilometri di distanza, non godono di miglior sorte gli abitanti del Kashmir, che dal 5 di agosto sono sottoposti a un blocco totale dei movimenti e delle telecomunicazioni voluto dal governo di Nuova Delhi.

Anche in questo caso lo Stato rimuove Internet per sedare la popolazione, prima di chiedere a Twitter di oscurare gli account di attivisti e giornalisti che riportano le precarie condizioni di sicurezza dei dodici milioni di persone che abitano nell’unica regione a maggioranza musulmana in un Paese prevalentemente induista.

A differenza di Hong Kong, troppo occidentale e interdipendente dalle tecnologie perché la si possa staccare dalla rete – eventualmente utilizzata per schedare e identificare i manifestanti – il Kashmir oggi soffre di un blackout comunicativo che mette in difficoltà anche ospedali e farmacie, impossibilitate a ordinare le scorte di medicinali, mentre sui social network avviene l’oscuramento del dissenso, che tradisce le più profonde aspettative del mondo interconnesso. 

Alla fine, il grande mistero sulla fine del generale delle Ss Hans Kammler sembra essere arrivato ad una svolta definitiva. Dopo anni di speculazioni e di controverse ricerche storiche intorno ad una delle personalità più enigmatiche dell’ultimo scorcio dell’orrore nazional-socialista, la verità sul destino di colui che fu l’ultimo detentore degli ultimi segreti del Terzo Reich è a portata di mano: nuove prove indicano che l’eminenza grigia di Adolf Hitler, il generale delle Ss dato come suicida con tanto di sentenza di tribunale, l’uomo il cui “impero-ombra” era quello dei sotterranei dei lager nazisti, nel maggio del 1945 finì nelle mani degli americani. I quali, questa la tesi, erano fermamente intenzionati a mettere per primi le mani sulle ricerche belliche e nucleari che i nazisti avrebbero condotto nei sotterranei di diversi campi di concentramento, a cominciare da quello di Gusen, in Alta Austria, guarda caso quartier generale finale dello stesso Kammler.  

Hans Kammler (WIKIPEDIA COMMONS)

Decine di storici nei decenni si erano chiesti che fine avesse fatto il “tecnocrate dell’annientamento”, considerato da Joseph Goebbels l’ultima “grande speranza” del regime (ossia il capovolgimento dei destini di guerra di una Germania ormai sull’orlo del collasso). C’è chi ha fatto ricerche sul campo cercando il corpo, si sono seguite tutte le piste – dalla morte per suicidio con il cianuro all’ipotesi che si fosse fatto sparare dal suo autista – sono stati prodotti documentari e sono stati delineati gli scenari più fantasiosi. Ora la risposta c’è. Lo avevano preso gli Alleati. Probabilmente gli agenti dei servizi segreti Usa.

A dimostrare che il generale non si è tolto la vita il 9 aprile 1945 (vi sono almeno sei versioni diverse sulla sua morte) alcuni documenti finora inediti, ai quali l’Agi ha avuto accesso, scoperti rispettivamente da un regista austriaco che da anni sta lavorando sul “mistero Kammler”, Andreas Sulzer, e dal responsabile dei Musei dei lager di Treblinka e Stutthof, l’ingegnere polacco Marek Michalski: non solo l’‘Obergruppenfuehrer’ delle Ss che aveva progettato nientemeno che le camere a gas di Auschwitz, il plenipotenziario di tutti i progetti sulle armi segrete del Reich (compresi i famigerati missili V-2), il responsabile della strage di Warstein (208 lavoratori-schiavi fatti uccidere per un capriccio) sopravvisse alla guerra, ma era pronto ad essere sottoposto ad interrogatorio da parte degli americani in almeno due occasioni.

(Per gentile concessione di Andreas Sulzer)

Il primo documento è datato 30 maggio 1945. Firmatario il colonnello Loyd K. Pepple, attivo presso il quartiere generale dell’Us Air Force, che sottopone alle autorità di Washington ben tre elenchi: innanzitutto, il “bottino di guerra” rappresentato dai mezzi aereonautici tedeschi, tra cui missili, caccia, elicotteri, strumenti radar e similari, poi i nomi degli scienziati, ingegneri e tecnici che avevano contribuito in modo sostanziale allo sviluppo dell’industria aeronautica e missilistica del Reich. Infine la lista più interessante: i più alti ufficiali tedeschi responsabili delle forze aeree e missilistiche tedesche.

Come si afferma nel documento, trattasi di “una lista di personalità-chiave attualmente in stato di fermo per interrogatorio”.  Trentaquattro nomi, in cima alla quale figura nientemeno che Hermann Goering, e tra i quali compaiono anche il Feldmaresciallo Erhard Milch e l’architetto di Hitler nonché ministro agli Armamenti Albert Speer. Al diciottesimo posto, ecco Hans Kammler. Che, in teoria, doveva essere già morto da quasi due mesi.   

(Per gentile concessione di Andreas Sulzer)
 

Poi c’è la lettera che il generale di brigata George McDonald invia al maggiore Ernst Englander in data 2 novembre 1945. E qui la cosa si fa ancora più scottante. Tanto per cominciare, l’alto ufficiale informa di essere stato incaricato dai vertici militari di Washington di fornire “dettagliate informazioni” circa le “installazioni sotterranee” delle Ss (in particolare Gusen), aggiungendo però subito che per dare completezza al rapporto si invita a procedere a mettere in campo “le necessarie disposizioni per interrogare di persona Speer e Kammler”.

In una precedente missiva di McDonald del 29 agosto 1945 ci sono due passaggi che inducono a pensare gli Usa avessero ben presente il tema dell’“atomica nazista” collegato in particolare ai campi di Gusen, St. Georgen ed Ebensee, che appunto stavano sotto il diretto controllo di Kammler. Infatti, dopo aver spiegato caratteristiche e dimensioni delle “strutture sotterranee” in oggetto, specificando che la loro “esistenza è una risorsa militare”, il generale fa un’annotazione importante: “Si raccomanda che questo documento sia inoltrato ai quartieri generali dell’Air Force con l’idea di selezionare gli obiettivi del genere prima menzionato destinati ad esperimenti segreti con bombe atomiche portate da missili”.

(Per gentile concessione di Andreas Sulzer)
 

Bombe atomiche? Ora, è anni che il regista Sulzer e altri fanno ricerca sull’ipotesi che in particolare nei tunnel del lager austriaco di Gusen – chiamato “l’inferno degli inferni”, in teoria un sottocampo di Mauthausen, in realtà molto più esteso – i nazisti, sotto il comando di Hans Kammler, oltre a produrre i caccia a reazione Messerschmitt, stessero realizzando ricerche segrete di natura nucleare. Qui, in un infinito reticolato di gallerie scavate dagli stessi deportati, nel 2012 fu misurato un livello di radioattività “26 volte superiore alla norma”.

Come qualche anno fa riferì lo storico locale Rudolf Haunschmied, “dai documenti sappiamo che più si avvicina la fine della guerra, più Gusen diventa cruciale. Hitler stesso esigeva di venire costantemente informato su questo campo”. Nei suoi diari, è il ministro della Propaganda Goebbels a scrivere, il 31 marzo 1945, che “se i generali della Luftwaffe si volgono contro le istruzioni di Kammler, il Fuehrer intende procedere con sentenze dei tribunali di guerra e con fucilazioni”.

In pratica, il generale è considerato – a pochi giorni dalla catastrofe finale – una figura cruciale per la sopravvivenza del Reich. Perché? E perché, si chiedono gli storici, se Kammler è finito prigioniero degli americani non è mai comparso alla sbarra del processo di Norimberga, al contrario di Speer e di Goering? Forse il suo segreto doveva rimanere tale?

(Per gentile concessione di Andreas Sulzer)
 

Intanto però, i “nuovi” documenti emersi, “non lasciano più alcun dubbio riguardo al fatto che Kammler era in mano americana”, scrivono lo storico tedesco Rainer Karlsch ed il giornalista Frank Doebert in un articolo appena pubblicato dal Woodrow Wilson Center di Washington. Il primo a riferire che il “generale del diavolo” era stato preso in consegna dagli americani era stato qualche anno fa John Richardson, figlio di Donald Richardson, agente dell’Oss (Office of Strategic Services, antesignano della Cia) nonché agente speciale del Cic (Counter Intelligence Corps): era stato lui a portare il generale delle Ss negli Stati Uniti, ha raccontato l’agente ai suoi figli poco prima di morire. Un’affermazione indirettamente sostenuta da un documento del Cic targato “Nnd 785009”, declassificato nel 1978, nel quale si afferma che “Kammler apparve agli uomini del Cic a Gmunden e fece una dichiarazione dettagliata sulle operazioni della Baustelle Ebensee”, ossia proprio il sistema di gallerie sotterranee compreso dai campi di Mauthausen, Ebensee e Gusen.   

(Per gentile concessione di Andreas Sulzer)
 

Quella che ruota intorno a Kammler e ai tunnel di Gusen è una delle vicende più controverse del Terzo Reich, legata agli ultimi mesi di una Germania nazista ormai sull’orlo del collasso, con il mondo che sta scoprendo l’orrore infinito dei campi di concentramento e i servizi segreti alleati che sguinzagliano i loro migliori agenti alla scoperta di quelli che erano gli ultimi segreti dell’immensa macchina di morte hitleriana. Un mistero condito di un’infinità di indizi, che però girano tutti intorno ad una sola domanda: cos’è che rendeva Kammler così prezioso agli occhi di Washington? Davvero la sua chiave per l’America era l’atomica di Hitler?
 

Guarda qui il documentario su Zdf

Aggiornato alle ore 13,40 del 17 agosto 2019.

A Hong Kong migliaia di manifestanti (100 mila secondo alcuni media internazionali) si sono radunati a Victoria Park, teatro della nuova manifestazione pro-democrazia indetta dal Civil Human Rights Front, gruppo contrario a ogni violenza e tra i promotori dei cortei anti-governativi da due milioni di persone, di giugno e luglio scorsi. Nel parco c’è un mare di ombrelli aperti, il simbolo della protesta anti-cinese che in questo caso serve anche a ripararsi dalla pioggia battente. 

Civil Human Rights Front aveva chiesto l’autorizzazione per un corteo da Causeway Bay fino al quartiere di Central, il cuore di Hong Kong. La polizia, però, ha autorizzato solo il raduno nel parco e non la marcia, spiegando che non avrebbe potuto garantire l’ordine pubblico, vista la violenza che ha caratterizzato le recenti proteste. Nonostante i divieti, gruppi di manifestanti hanno lasciato il parco riversandosi nelle strade. Lo riporta il South China Morning Post, riferendo che le autorità hanno fatto fatto uscire due veicoli della polizia anti-sommossa, dotati di cannoni ad acqua.

Una nuova grande manifestazione anti-governativa è dunque cominciata a Hong Kong, dopo che i cortei di ieri si sono svolti senza le scene di scontri, lacrimogeni e arresti, che hanno invece caratterizzato queste 10 settimane di proteste nella ex colonia britannica. Le manifestazioni hanno perso parte della loro intensità dopo quella che è stata definita la “battaglia dell’aeroporto”, vale a dire l’occupazione dello scalo internazionale di Hong Kong, che ha causato due giorni di caos nel traffico aereo.

La manifestazione di oggi a Victoria Park è osservata con attenzione perché dovrebbe dimostrare quanto ampio sia ancora il sostegno al movimento. Intanto, i media di Stato hanno diffuso le immagini della terza esercitazione della polizia anti-sommossa, in questo mese, nella vicina città di Shenzen, dove la Cina ha inviato l’esercito. Come riporta il South China Morning Post, i video mostrano gli agenti armati usare lacrimogeni e cannoni ad acqua contro un gruppo di “contestatori”, vestiti di nero proprio come i manifestanti di Hong Kong. All’inizio di un video, un poliziotto urla alla folla in cantonese (la lingua parlata a Hong Kong): “Fermatevi e pentitevi”. 

Un uomo di 23 anni e una donna di 32 sono stati accoltellati a morte in un’affollata stazione ferrovia nella città di Iserlohn, vicino a Dortmund. Lo ha reso noto la polizia locale. Secondo quanto riportato dall’agenzia tedesca Dpa, gli agenti hanno arrestato per il duplice omicidio un uomo di 43 anni, che avrebbe un collegamento con la coppia. Le stazioni ferroviarie sono state teatro già di altri assassinii nelle ultime settimane. Un bambino di otto anni è morto, il 29 luglio, dopo essere stato gettato sotto un treno a Francoforte; la polizia ha detto che il sospetto assassino, un eritreo di 40 anni residente in Svizzera era sotto cure psichiatriche. Il 20 luglio, una 34enne è stata spinta contro un treno a Voerde da un 28enne con cui non aveva alcun rapporto.

Flag Counter