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AGI – Un disastro ambientale minaccia l’Artico. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha ordinato lo stato d’emergenza dopo che c’è stata una fuoriuscita in un fiume in Siberia di una massiccia quantità di combustibile diesel e lubrificanti da una cisterna di un impianto del gigante dei metalli, Norilsk Nickel. L’azienda è stata fortemente criticata dal capo del Cremlino per aver cercato di nascondere l’accaduto e un responsabile della centrale è già stato fermato. Ma si tratta di un incidente senza precedenti in una regione strategica e molto fragile.

La perdita è di oltre 20 mila tonnellate e si è verificata la scorsa settimana, il 29 maggio, quando è collassata una
cisterna di carburante che rifornisce una centrale elettrica vicino a Norilsk, all’interno del Circolo polare artico. Risulta contaminata un’area di 350 km quadrati, hanno riferito i media locali. Putin è voluto intervenire personalmente nella crisi e, oltre a dichiarare lo stato d’emergenza, ha richiamato all’ordine i responsabili locali. Sul posto sono state inviate squadre di emergenza per aiutare nelle operazioni di pulizia, ma gli ambientalisti sono preoccupati dall’ampiezza della fuoriuscita e dalla particolare geografia del posto. 
 
Si tratta del
secondo più grave incidente del genere nella storia della Russia moderna, in termini di volume di sostanze tossiche fuoriuscite, ha spiegato un esperto del Wwf, Aleksei Knizhnikov. Il triste primato è detenuto ancora dalla fuoriuscita di greggio verificatasi per diversi mesi nel 1994, nella regione di Komi. Greenpeace ha paragonato la gravità dell’accaduto al disastro dell’Exxon Valdez, in Alaska, nel 1989.
 
L’impianto è proprietà di una società controllata da
Norilsk Nickel, leader mondiale nella produzione di nickel e palladio. In una teleconferenza Putin ha strigliato il capo della controllata che gestisce la centrale, la
Ntek, perché i vertici dell’azienda non hanno riferito l’accaduto in modo tempestivo. “Perché il governo deve saperlo giorni dopo? Dobbiamo venire a conoscenza di situazioni d’emergenza dai social media?”, ha tuonato il leader russo contro il capo della Ntek, Serghei Lipin. E’ stato il 
governatore della regione, Alexander Uss, a riferire a Putin di essere venuto a conoscenza dell’accaduto da “notizie allarmanti apparse sui social media”. L’azienda ha provato a difendersi sostenendo di aver informato dell’accaduto in modo “tempestivo e adeguato”.  
 
Il ministro delle Emergenze, Evgeny Zinichev, si è recato sul luogo dell’incidente mentre Putin ha ordinato l’apertura di un’inchiesta ed è già stato messo agli arresti provvisori, Viatcheslav Starostine, un responsabile della centrale elettrica. L’incidente è avvenuto quando i pilastri che sostengono un serbatoio di carburante della centrale hanno iniziato ad affondare. L’area è fatta di
permafrost che si sta sciogliendo a causa del clima che si surriscalda. Il combustibile fuoriuscito si è spostato di circa 12 km dal luogo dell’incidente, tingendo di
rosso cremisi lunghi tratti del
fiume Ambarnaya. Lo stato di emergenza ha consentito l’invio di forze aggiuntive per aiutare nell’operazione di pulizia. Ma secondo gli stessi specialisti russi, le squadre si troveranno di fronte a una sfida molto complessa anche in considerazione del fatto che si tratta di una zona molto isolata e paludosa.
 
“Non c’è mai stata una tale perdita nell’Artico prima. Dobbiamo lavorare molto rapidamente perché il carburante si sta dissolvendo in acqua”, ha spiegato il portavoce del servizio emergenze marittime russo, Andrey Malov. Il fiume Ambarnaya confluisce nel
lago Pjasino, a sua volta all’origine di un fiume omonimo che attraversa la penisola di Taimyr, una regione strategica dove la Russia estrae metalli preziosi, carbone e idrocarburi. Secondo Malov, per tentare di bloccare il flusso verso il lago sono state poste sei barriere di contenimento mentre si tenta di pompare il carburante in superficie. 
AGI – E’ dunque il covid, non il Partito Comunista Cinese, che ha imposto al Governo di Hong Kong di proibire – per la prima volta – la tradizionale veglia di commemorazione della strage di
piazza Tiananmen sulla spianata di
Victoria Park. È il covid, con le norme di distanziamento simili a quelle assunte in Europa – nel caso di Hong Kong divieto di riunione per più di otto persone – che impedirà domani 4 giugno la sola celebrazione su suolo cinese delle vittime di Tiananmen. Un divieto letto come un pretesto, anche in America e nel Vecchio Continente, per mettere la sordina alle manifestazioni democratiche di Hong Kong dopo un anno di scontri, scaturiti dalla proposta di legge sull’estradizione e finiti con l’approvazione della legge sulla sicurezza, che contempla misure assai più forti.
 
E intanto il covid. Che si è innestato sulle
proteste dei movimenti pro-democratici hongkonghesi; che si è innestato sui rapporti tra Cina e resto del mondo: Pechino vs Washington vs Londra vs Bruxelles. Il
mantra anti-cinese di Donald Trump è scandito su responsabilità e silenzi circa la prima evoluzione della pandemia da Wuhan. L’altro lato risponde con smentite e controaccuse, mentre crescono tensione e ritorsioni. Hong Kong è tra i due fuochi. Era già terreno di scontro e adesso lo è di più.
 
I filocinesi, che definiscono
Joshua Wong e i giovani protagonisti del movimento “al soldo di americani e inglesi”, reputeranno l’accusa corroborata, alla vigilia della negata commemorazione di Tianananmen, dall’offerta del primo ministro britannico Boris Johnson di un visto che apre la possibilità della cittadinanza per due milioni e 850 mila hongkonghesi.
 
Pechino bolla le “gravi ingerenze” (e il Ministero degli Esteri minaccia rappresaglie). Pechino bollò le “gravi ingerenze” trentun anni fa. Per Tiananmen. Lontanissimo è il 1989 soprattutto se non si può commemorarlo. Lontanissimo è anche nella comparazione visiva: l’enorme piazza pechinese, dove gli studenti si accamparono facendo lo sciopero della fame fino all’arrivo dei carri armati, era zeppa di biciclette. Un’altra Cina. Ma spiccava, costruita alla men peggio, una replica della Statua della Libertà fatta di gesso e polistirolo. Come l’estate scorsa nei raduni davanti al LegCo, il parlamentino hongkonghese, la piazza si riempì di bandiere americane.
 
Accuse di ingerenze allora come oggi. C’era anche qualche bandiera del Regno Unito e pertanto
l’intervento di Johnson è stato recepito con particolare irritazione: non è più, come accadde durante la Rivolta degli Ombrelli del 2014, una voce autorevole che si leva da Londra come fu quella dell’ultimo governatore della colonia, Chris Patten. Adesso è una voce istituzionale, è Downing Street che ha parlato (anzi scritto: Johnson ha scelto questa formula).
 
Eppure Tiananmen sarà ricordata benché in forma ridotta a Hong Kong: resterà centrale l’iconico scenario di Victoria Park, che porta nel nome la dedica alla grande sovrana, perché la toponomastica resiste alla storia. E sarà ricordata sulla penisola di Kowloon e nei New Territories.
 
Bizzarro o asimmetrico sembra l’auspicio espresso dalla Ue, che il Covid non blocchi le celebrazioni. Perché il Governo della Regione amministrativa speciale cinese potrebbe chiedere a Bruxelles come mai ritiene derogabili le norme sugli assembramenti a Hong Kong e non, per esempio, in Europa. 
 
È tuttavia ampio il
programma di iniziative fisiche e virtuali a Hong Kong. Il Pen Club locale ha organizzato letture in inglese via Zoom sulla sua pagina Facebook; HK Alliance (l’organizzatrice annuale della veglia) ha promosso l’appuntamento di Victoria Park suggerendo raduni a gruppi di otto nel rispetto delle disposizioni sanitarie alle ore 20, con l’accensione delle tradizionali candele e un minuto di silenzio alle 20.09, chiedendo di immortalare la circostanza con fotografie che saranno caricate sui social media. L’hashtag ufficiale è
#6431truth.
 
Analoghe iniziative (a gruppi di otto con accensione delle candele alle 20 e minuto di silenzio alle 20.09) sono previste nel distretto di Mong Kok a Kowloon, nella zona poco distante di Lai Chi Kok (entrambe teatro di recenti scontri di piazza), a Whampoa sulla promenade dove sono in cartello proiezioni all’aperto, nel distretto di Tsuen Wan con vari punti di raduno. E ancora sull’isola di Lamma, a Tai Po e a Kwai Tsing.
 
I gruppi di otto tenteranno di ammassarsi, sfidando la polizia e seguendo il
“Be water” preso a prestito da Bruce Lee? E’ una possibilità. Come è una paventata possibilità che l’interruzione di una tradizione dopo trentun anni, con il giro di vite normativo impresso da Pechino, diventi un divieto permanente e nei prossimi anni la memoria del massacro di Tiananmen venga abolita a Hong Kong, che dà ancora ospitalità ad alcuni studenti che furono testimoni di quel massacro e si sono fatti anziani tra fughe e galera.
 
Quasi in silenzio è scomparso a luglio dell’anno scorso, novantenne, colui che fu considerato il maggiore responsabile della strage: Li Peng, primo ministro nel 1989, il pupillo di Zhou Enlai e riferimento dei conservatori. Lui il 20 maggio ’89 proclamò la legge marziale a Pechino, mentre si consumava un’aspra lotta nel regime di cui avrebbero fatto le spese gli studenti con la vita il successivo 4 giugno e il segretario generale del Partito, Zhao Ziyang, nei cui confronti fu persino adombrata la collusione con i manifestanti.
 
Era un’altra Cina, molto meno spavalda all’estero e molto meno forte dell’attuale. L’imbarazzo che tenne in silenzio i vertici per cinque giorni dopo Tiananmen, e che fu rotto il 9 giugno da Deng Xiaoping in un discorso televisivo, dopo trentun anni ancora non si è sciolto. I conti non sono stati fatti e il numero dei morti resta ignoto.
 
Fu allora, dopo Tiananmen, che gli hongkonghesi temettero davvero per il ritorno alla madrepatria, mentre il negoziato per l’
handover
 del 1997 stava facendo il suo corso. Sarà, ancora una volta, consegnata agli studenti la parola domani perché in fondo la storia della Cina continua a essere più ricorsiva che lineare. Il Movimento degli Studenti del 4 maggio 1919, quello della primavera 1989, quello del 2019 a Hong Kong si tramandano la costante tensione degli ultimi cento anni.

Netto calo delle vendite al dettaglio nella zona euro ad aprile: nel mese del lockdown europeo, secondo Eurostat, le vendite al dettaglio dell’area euro sono diminuite dell’11,7% rispetto a marzo e del 19,6% su base annua. Nell’intera Ue il calo è stato dell’11,1 per cento nell’Unione europea.

In crescita, rileva Eurostat, il volume del commercio al dettaglio per corrispondenza e via Internet che e’ aumentato del 10,9 per cento nella zona euro e dell’11,9 per cento nell’Ue. 

La Svezia avrebbe potuto fare di più per combattere l’epidemia di coronavirus. Ad ammetterlo è stato lo stesso Anders Tegnell, capo epidemiologo svedese e ‘mente’ della strategia applicata dal governo di Stoccolma, che da subito ha deciso di non chiudere il Paese ma di puntare sul distanziamento sociale e il senso di responsabilità dei cittadini. Finora i contagi sono stati oltre 38 mila e quasi 4.500 persone sono morte, numeri molto più alti rispetto agli altri Paesi nordici, che infatti hanno “isolato” la Svezia dalle riaperture dei confini valide fra tutti gli altri paesi della regione. 

L’ approccio soft di Stoccolma ha scatenato critiche crescenti non solo all’estero ma anche in patria, tanto che il premier Stefan Lofven lunedì, sotto la crescente pressione delle opposizioni, ha assicurato che prima dell’estate verrà lanciata un’inchiesta su come è stata gestita l’epidemia di Covid-19. “Se dovessimo imbatterci nella stessa malattia, sapendo esattamente quello che ne sappiamo oggi, penso che finiremmo per fare qualcosa nel mezzo tra ciò che ha fatto la Svezia e quello che ha fatto il resto del mondo”, ha ammesso Tegnell alla radio svedese. “Sì, penso che avremmo potuto fare meglio di quello che abbiamo fatto in Svezia, chiaramente”.

Invece di imporre un rigido lockdown, la Svezia ha preferito lasciare esercizi commerciali, scuole e ristoranti aperti, esortando a seguire le regole igieniche e di distanziamento sociale; solo le case di cura sono state chiuse ai visitatori alla fine di marzo ma circa la metà dei decessi sono stati registrati in questi istituti.

Il capo della squadra che ha determinato le decisioni di Stoccolma ha comunque difeso in parte la posizione assunta, continuando a respingere l’idea del lockdown totale e sottolineando che era difficile capire quali misure prese da altri Paesi sarebbero state efficaci anche in Svezia: ora che il mondo sta lentamente riemergendo dal lockdown, “forse avremo qualche tipo di informazione su cosa, oltre a quello che abbiamo fatto, avremmo potuto fare senza adottare un blocco totale”. 

Una ventina di persone è stata fermata durante le manifestazioni in Francia contro le violenze della polizia. In particolare, a Parigi più di 20 mila persone, di cui molti adolescenti, hanno manifestato davanti al palazzo di giustizia per denunciare violenze e soprusi commessi dalla polizia francese, in una protesta sfociata in scontri contro le forze dell’ordine, condannati dal governo.

“Giustizia per Adama” era lo slogan dei manifestanti che indossavano magliette nere con scritte bianche, chiedendo verità e giustizia per il 24 enne Adama Traoré, arrestato dai gendarmi e morto 4 anni fa nella caserma di Persan (Val d’Oise, hinterland parigino).

Chi era e come morì Adama Traoré

Il 19 luglio 2016, Traoré morì  due ore dopo il suo arresto nella sua città di Beaumont sur Oise dopo un inseguimento e dopo essere fuggito al primo arresto.

La sua morte, diventata simbolo della violenza polizia in Francia, si è trasformata in una battaglia tra gli esperti legali che respingono la responsabilità dei gendarmi e quelli scelti dalla famiglia che rifiutano le loro conclusioni.

L’ultimo rapporto di esperti, rilasciato venerdì, ha respinto la responsabilità della polizia attribuendo la morte a un “edema cardiogeno” legato allo stato di salute di Adama Traoré. Ma quella effettuata su richiesta della famiglia del 24enne di colore, attribuisce la il decesso a una tecnica di arresto utilizzata dai gendarmi.

I tre medici chiamati dalla polizia della polizia ritengono che “probabilmente l’associazione tra sarcoidosi polmonare (patologia rara, ndr), cardiopatia ipertrofica e tratto falciforme (una malattia genetica, ndr) abbia contribuito all’edema cardiogeno in un contesto di intenso stress ed esercizio fisico, con alta concentrazione di tetraidrocannabinolo”, il principio attivo della cannabis.

Nel nuovo rapporto, il secondo eseguito su richiesta della famiglia del giovane, un medico, che ha lavorato sulla base di altri rapporti di esperti e documenti, stima che Adama Traoré sia morto per una sindrome di asfissia a seguito di un edema cardiogeno. Attribuisce quest’ultimo “a un’asfissia posizionale indotta dalla placcatura ventrale”, indicando quindi la tecnica di arresto dei gendarmi. “Nessun’altra causa di morte è stata identificata”, ha aggiunto.

L’ultimo esame forense era stato ordinato l’anno scorso dai giudici inquirenti responsabili del delicato caso, dopo che un primo referto medico ordinato dalla famiglia aveva spazzato via le conclusioni dell’indagine.

Dove si manifesta contro la polizia

A Lille, Lione e Marsiglia centinaia di persone hanno invece manifestato pacificamente. “La violenza non ha posto in democrazia. Nulla giustifica gli incidenti che si sono verificati a Parigi mentre i raduni nei luoghi pubblici sono vietati per proteggere la salute di tutti” ha twittato il ministro dell’Interno, Christophe Castaner.

La protesta è stata organizzata anche sulla scia dell’uccisione di George Floyd a Minneapolis, collegando le battaglie per i diritti dei neri e delle minoranze negli Usa a quelle portate avanti in Francia dal Comitato Adama e da altri gruppi di attivisti.

Il raduno, annunciato sui social il 29 maggio, era stato vietato dalla Prefettura di polizia di Parigi a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19 che non consente assembramenti di più di 10 persone.

In barba al divieto, la piazza antistante il palazzo di giustizia si è rapidamente riempita di manifestanti, bloccando l’intera zona e la rete dei trasporti pubblici. Tre lettere – “BLM” che sta per ‘Black Lives Matter’ – e “I can’t breathe”, “Je ne peux plus respirer”, ultime parole pronunciate da Floyd e Traoré, sono stati lo slogan della manifestazione, scritto a caratteri cubitali su cartelloni, t-shirt e mascherine indossati dai partecipanti.

I manifestanti hanno anche fatto riferimenti ad altre vittime delle violenze poliziesche: Eric Garner, morto nel 2014 a New York e Zyed e Bouna, deceduti dopo essere stati rincorsi dalle forze dell’ordine nel 2005 a Clichy sous Bois.

“Tutte le persone che sono qui oggi entrano nella storia. Potrete dire che avete partecipato ad un rovesciamento. È solo l’inizio. Abbiamo lanciato un appello e dopo pochi giorni siamo qui. La prossima volta saraà molto più organizzato” ha dichiarato la 35enne Assa Traore’, sorella di Adama, in prima linea nella lotta contro le violenze della polizia, denunciandone la “totale impunità”.

Inizialmente pacifica, la protesta è poi degenerata in scontri e violenti disordini che hanno infiammato la piazza del tribunale: gas lacrimogeni, negozi e pensiline dei bus distrutti, bici, monopattini e cassettoni della spazzatura dati alle fiamme, terrazze di bar e ristoranti che hanno chiuso in tutta fretta.

Nelle stesse ore, in Parlamento il ministro Castaner ha invece difeso l’operato delle forze dell’ordine nella recente vicenda di Gabriel un adolescente gravemente ferito ad un occhio durante il suo fermo per tentato furto di motorino a Bondy (Seine Saint Denis). “C’è una polizia repubblicana che, in questo Paese, protegge uomini e donne da tutto, anche dal razzismo. Anche il governo combatte con forza il razzismo su ogni fronte e ogni qualvolta necessario” ha sottolineato il ministro dell’Interno. 

In India è record di contagi da Covid-19, con 8.909 nuovi casi in un solo giorno che fanno balzare il gigante asiatico oltre i 207 mila contagi dall’inizio della pandemia. “Il peggio deve ancora arrivare. Siamo molto lontani dal picco” ha avvertito il dottor Nivedita Gupta, alla guida del Consiglio governativo della ricerca medica, mentre il Paese sta gradualmente allentando il lockdown. Al momento le previsioni ufficiali hanno stabilito il picco di contagi e vittime tra fine giugno e inizio luglio, prima di poter registrare un netto calo dell’epidemia.

In India finora le vittime di nuovo coronavirus sono state 5.815, ma per numero di contagi è uno dei paesi maggiormente colpiti, dietro a Stati Uniti, Brasile, Spagna, Italia e Gran Bretagna. In piena pandemia l’India è già stata colpita dal super ciclone Amphan, abbattutosi due settimane fa su Calcutta, capitale del Begala occidentale, e ora Mumbai si sta preparando all’arrivo del ciclone Nisarga, il primo degli ultimi 70 anni per la capitale finanziaria. Al momento almeno 100 mila persone, di cui 150 pazienti Covid, sono state evacuate in ripari sicuri e igienizzati.

AGI – Pyongyang mette al bando il sesso tra adolescenti, dichiarandolo ‘sovversivo’. Per il regime, scrive il sito specializzato Asianews, è il risultato della decadente influenza capitalistica. Genitori e insegnanti rischiano di essere puniti se non controllano figli e studenti. Il problema nasce dal fatto che, senza educazione sessuale, i giovani nordcoreani conoscono il sesso solo attraverso la pornografia di contrabbando.

Questo però no basta alle autorità della Corea comunista, che hanno lanciato una campagna per prevenire e punire i comportamenti promiscui tra i giovani del Paese. Per far rispettare il divieto, visto come uno strumento per preservare le fondamenta della società nazionale, le autorità minacciano punizioni per i genitori e gli insegnanti che falliscono nel controllare i propri figli e studenti.

Come ulteriore misura di prevenzione, il Comitato centrale del Partito dei lavoratori, che domina il Paese dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha ordinato alla sua Organizzazione giovanile di ispezionare le scuole e controllare gli smartphone degli studenti.

Nella conservatrice società nordcoreana, i rapporti sessuali tra giovani sono considerati impuri e immorali. L’educazione sessuale è vietata nelle scuole, e i giovani si avvicinano al sesso tramite materiale pornografico giapponese, sudcoreano e statunitense contrabbandato lungo il confine con la Cina.

Giovani esuli nordcoreani hanno raccontato gli eccessi della “politica” sessuale di Pyongyang. Ad esempio, alle adolescenti e’ spesso insegnato che basta tenersi per mano con un coetaneo per rimanere incinte. Diversi osservatori notano che l’assenza di una minima educazione sessuale in Corea del Nord non favorisce la maturazione delle giovani generazioni, aumentando inoltre il rischio di trasmissione di malattie per via sessuale.

AGI – La Cina ritardò il rilascio delle informazioni riguardanti il nuovo coronavirus responsabile della pandemia di Covid-19, ostacolando il lavoro dei funzionari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella prima fase dopo la scoperta di casi di polmoniti anomale a Wuhan. Lo riferisce l’Associated Press, citando materiale audio e documenti interni.

La Cina avrebbe ritardato la diffusione delle informazioni sia sul genoma del virus sia sui primi pazienti, rendendo difficile determinare la velocità di trasmissione del coronavirus. Le lodi ricevute dall’Oms sarebbero state soprattutto un invito a Pechino a rilasciare maggiori informazioni, secondo Associated Press, mentre in privato i funzionari dell’agenzia delle Nazioni Unite si sarebbero più volte lamentati per i ritardi della Cina.

Il quadro che emerge appare in contraddizione sia con le affermazioni del presidente cinese, Xi Jinping – che ha sempre difeso l’operato della Cina come “tempestivo” e “trasparente” – sia con il punto di vista del presidente Usa Donald Trump, che ha accusato l’Oms di essere “sino-centrica”.

La ​fustrazione dei funzionari dell’Oms

Alla scarsa trasparenza cinese si unisce, invece, una sorta di impotenza dell’Oms che non ha poteri ispettivi e non può indagare in maniera indipendente all’interno dei Paesi membri. L’Oms avrebbe messo in buona luce la Cina per non irritare i funzionari di Pechino e assicurarsi maggiori informazioni sulla malattia. La frustrazione dell’Oms era apparsa chiara nella seconda settimana di gennaio, prima dell’impennata di casi a Wuhan del 20 gennaio scorso.

Il direttore delle emergenze dell’Oms, Michael Ryan, aveva lamentato che la Cina non stava collaborando come avevano fatto in passato altri Paesi e che era necessario esercitare maggiore pressione sulla Cina per una maggiore trasparenza.

“Stiamo procedendo con informazioni minime, chiaramente non è abbastanza per una pianificazione appropriata”, aveva dichiarato Maria van Kerkhove, a capo del gruppo tecnico sul Covid-19 dell’Oms, durante un incontro interno citato dall’Ap.

Informazioni non tempestive

La ricerca del genoma del coronavirus era già cominciata a fine dicembre scorso, e le prime mappature risalgono ai primi giorni di gennaio, ma il rilascio delle informazioni non sarebbe stato altrettanto tempestivo, a causa di una legge che impedisce ai laboratori di condurre esperimenti su virus potenzialmente letali senza l’approvazione delle autorità sanitarie nazionali.

Inoltre, a rallentare il rilascio di informazioni sarebbe intervenuta una nota emessa il 3 gennaio scorso della Commissione Nazionale per la Sanità ai laboratori scientifici che stavano lavorando sul nuovo coronavirus per distruggere i campioni del Covid o inviarli a istituti designati per metterli in sicurezza.

A questo si aggiunge una quasi assenza di nuovi casi di polmonite anomala a Wuhan nei bollettini ufficiali delle due settimane successive, nonostante i primi casi registrati di decessi. L’assenza di informazioni aveva innervosito l’Oms già nei primi giorni di gennaio. Lo stesso Ryan aveva lamentato l’assenza di diagnosi di laboratorio, di analisi sulla distribuzione geografica del virus o di una curva epidemica.

Prima del 20 gennaio scorso, quando si impennò la curva di contagi a Wuhan, nonostante la situazione apparisse sempre più grave anche per le autorità cinesi, la frustrazione dei funzionari dell’Oms per la scarsa trasparenza della Cina era giunta a livelli molto alti.

“Abbiamo formalmente e informalmente richiesto maggiori informazioni epidemiologiche”, ha dichiarato il rappresentante dell’Oms in Cina, Gauden Galea, “ma quando abbiamo chiesto specifiche non abbiamo ottenuto nulla”.

Solo dopo la visita a Pechino del direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Gebreyesus, il 28 gennaio scorso, la Cina accettò l’invio di una squadra dell’Oms per un’ispezione e solo il 30 gennaio scorso, l’Oms dichiarò l’emergenza sanitaria internazionale, esprimendo “rispetto e gratitudine” verso la Cina per l’impegno “incredibile” nel limitare la diffusione del nuovo coronavirus.

AGI –  La scorsa settimana c’è stato un giorno in cui per l’aeroporto londinese di Gatwick sono transitati appena 23 passeggeri, meno di uno all’ora, contro una media di 45mila prima della pandemia. Ne dà notizia il Sun, che rilancia l’allarme dell’industria turistica d’Oltremanica per l’obbligo di quarantena di 14 giorni per chi arriva dall’estero, entrato in vigore il primo giugno. 

Il settore turistico britannico stima che, se l’obbligo di quarantena dovesse protrarsi per tutta l’estate, le perdite potrebbero superare i 15 miliardi di sterline. Uno studio stima che i 40 milioni di visitatori che abitualmente arrivano nel Paese oggni anno si potrebbero ridurre di due terzi. Lo stesso premier britannico, Boris Johnson, ha ammesso che due settimane di quarantena sono “impraticabili” e si è detto favorevole ai “corridoi aerei” allo studio per allentare le restrizioni.

“La quarantena è un disastro, tanto vale mettere un cartello ‘la Gran Bretagna è chiusa’, è un disastro”, ha affermato Steven Freudmann dell’Institute for Travel and Tourism. Il numero uno di EasyJet, Johan Lundgren, ha affermato che “è frustrante che il governo non si sia consultato con le compagnie aeree”. “I turisti britannici ci penseranno due volte prima di andare in vacanza all’estero sapendo che al ritorno devono mettersi in quarantena per 14 giorni”.

AGI – La società farmaceutica americana Eli Lilly and Company ha annunciato di aver avviato il primo test su uomo di una terapia anticorpale studiata per il trattamento del Covid-19. La prima fase della sperimentazione verificherà se la terapia è sicura e ben tollerata; e questi risultati sono attesi a fine giugno.

I primi pazienti Covid-19 in trattamento con la terapia sono ricoverati a Grossman School of Medicine della New York University a New York, Cedars-Sinai a Los Angeles e Emory University ad Atlanta, ha spiegato la compagnia alla Cnn.

Se il trattamento risulterà efficace, il farmaco potrà essere disponibile entro l’autunno. “Fino ad ora, gli scienziati hanno cercato di riutilizzare medicine, farmaci sviluppati per nuove malattie per vedere se funzionano anche contro il Covid-19, ma non appena è iniziata questa epidemia, abbiamo dovuto lavorare per creare una nuova medicina contro questa malattia”, ha dichiarato Dan Skovronsky, vice presidente senior e direttore scientifico di Eli Lilly.

“Ora siamo pronti e lo testiamo nei pazienti”, ha aggiunto. Il trattamento è stato creato in collaborazione con AbCellera, una società di biotecnologie con sede in Canada. AbCellera aveva acquisito un campione di sangue da uno dei primi pazienti statunitensi che erano guariti dal Covid-19 e le aziende hanno sondato milioni di cellule del paziente per trovare centinaia di anticorpi.

Gli scienziati di AbCellera e del Centro di ricerca sui vaccini dell’Istituto nazionale di allergie e malattie infettive hanno selezionato quelli che ritenevano più potenti e gli scienziati di Lilly hanno progettato il trattamento, noto come terapia anticorpale monoclonale.

Questo approccio ha funzionato per curare altre malattie; ci sono terapie anticorpali monoclonali che trattano l’Hiv, l’asma, il lupus, l’ebola e alcune forme di cancro

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