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Google sta rovinando il Natale di moltissimi bambini. Nel Regno Unito, ad esempio, 1,1 milioni di bambini scoprono che Babbo Natale non esiste usando il motore di ricerca più famoso del mondo.

Quando infatti si arriva a quel punto della vita in cui ci si chiede se Babbo Natale esiste o meno, i bambini non chiedono più ai genitori. Ma si rivolgono a Google che frantuma ogni illusione.

Almeno questo è quanto emerso da una ricerca diffusa da Stephen Kenwright, direttore della Technical Search Engine Optimization dell’agenzia di marketing britannica Rise at Seven. I risultati riferiscono che ogni anno vengono eseguite in media 186.900 ricerche alla domanda “Quanti anni ha Babbo Natale?” e 182.300 per “Dov’è il Polo Nord?”.

Circa 47.700 sono alla ricerca di risposte sull’esistenza degli elfi e se le renne possono effettivamente volare (3.900).

Il report rileva anche che ai bambini che scrivono su Google “Babbo Natale esiste davvero?” i primi link che appaiono sono proprio quelli che rispondono sinceramente a questa domanda. “Gli algoritmi di Google scelgono la risposta che meglio corrisponde alla domanda cercata, tenendo conto della sicurezza e dell’accuratezza dei fatti”, dice Kenwright.

Mentre ci sono gli “assistenti personali intelligenti”, come ad esempio Alexa, Google e Siri, che preferiscono dare risposte più creative, non confermando e né negando la verità. Un tipo di “diplomazia” che però può contribuire a rendere ancora “magico” il Natale, almeno per i bambini. 

Nel giorno delle Elezioni generali volute dal primo ministro Boris Johnson con l’obiettivo di rafforzare la maggioranza del partito conservatore per procedere senza intoppi verso la Brexit il prossimo 31 gennaio, è forte la preoccupazione dei circa 3 milioni di cittadini Ue che vivono e lavorano nel Regno Unito.

Di questi, circa 700 mila sono italiani, secondo gli ultimi dati. Nei giorni scorsi, il premier ha suscitato indignazione dicendo in un’intervista che gli stranieri residenti “hanno considerato per troppo tempo il Regno Unito come casa loro”, dopo essere più volte tornato ad avvicinare, come già aveva fatto durante la campagna per il referendum sull’uscita dall’Ue, l’immigrazione al terrorismo.

L’associazione The3million, nata dopo la vittoria del “leave” al referendum del 2016, gli ha chiesto alla vigilia del voto di scusarsi, ricordandogli che con queste dichiarazioni offende non solo i milioni di stranieri, ma anche i moltissimi britannici che sono a loro legati con vincoli di parentela.

Nel giugno 2016, ricordano i “remainers“, 17,4 milioni di cittadini britannici, quindi un terzo dei maggiorenni, ha scelto di lasciare l’Unione europea. E neanche questa volta, denuncia l’associazione, la maggior parte degli stranieri residenti avrà diritto di voto. “Votare è un dono prezioso – è l’appello agli elettori diffuso via social network da The3million – milioni di cittadini europei nel Regno Unito e di britannici in Europa non possono votare, invidiando il vostro diritto di decidere il futuro dell’UK. Vai al seggio, non sprecare il tuo voto e pensa a noi senza diritti quando scegli!”.

Si tratta di un invito al cosiddetto “voto tattico“, che prevede scegliere il candidato laburista o in pochi casi quello liberaldemocratico in quelle circoscrizioni in cui ha chance di battere il conservatore anche se non si è d’accordo con il programma di Jeremy Corbyn, sperando che si arrivi a un governo di coalizione e a un secondo referendum.

Dopo quella di polacchi e romeni, la comunità italiana è la terza più consistente in Gran Bretagna. Negli ultimi 3 anni, ovvero dal referendum, i flussi di cittadini Ue in arrivo da oltremanica sono diminuiti drasticamente (quasi l’80% in meno, da 220.000 a 50.000 persone, fonte Ispi), mentre sono aumentate le richieste di iscrizione ai rispettivi registri nazionali dei residenti all’estero nel tentativo di “stabilizzare” le posizioni di chi vive e lavora qui da tempo (all’Aire italiano si è arrivati recentemente a un record di 315 mila iscritti, quasi la metà del totale dei residenti, in crescita del 50%).

Ma la preoccupazione spinge anche molti a tornare in patria: è il caso di moltissimi polacchi e anche di una parte dei lavoratori della City londinese. In questo caso, il programma di ultrasinistra di Corbyn preoccupa forse più ancora della Brexit. 

In Cina, lo staff delle biblioteche che sarà fotografato a bruciare libri pubblicamente “anziché nella maniera prevista dal regolamento” sarà punito. Il monito arriva dopo che due impiegati di una biblioteca di Zhenyuan, nella provincia nord-occidentale del Gansu, sono stati immortalati mentre bruciavano alcuni volumi sul marciapiede davanti l’edificio, rispondendo all’appello ministeriale a distruggere “pubblicazioni illegali” che deviano dalla dottrina del partito comunista.

La foto è stata ampiamente condivisa sui social la scorsa settimana, scatenando polemiche e critiche sulla distruzione del patrimonio culturale e intellettuale del Paese.

这张照片最值得注意的地方是什么吗?是图书馆的这些文科馆员主动选择焚书这个动作执行了上级关于清理命令,认真专注演绎着是人就能联想的成语,并且作为成绩放在官网上。 pic.twitter.com/1IP44mcBG7

— Michael Anti (@mranti)
December 8, 2019

Lunedì, il governo di Zhenyuan ha annunciato che verrà condotta un’indagine approfondita sui responsabili colpevoli di non aver “sigillato e distrutto i volumi secondo le normative, ma hanno bruciato i 65 libri illegali nella piccola piazza di fronte alla biblioteca”.

I funzionari non hanno reso noto a quali punizioni il personale andrà incontro, né ha fornito dettagli sulle opere distrutte.

A ottobre, il ministero della Pubblica Istruzione ha invitato le biblioteche di tutta la Cina a distruggere le opere “che danneggiano l’unità del Paese, la sovranità o il suo territorio; libri che sconvolgono l’ordine pubblico e che danneggiano la stabilità; volumi che violano le linee guida e le politiche del Partito, o che diffamano i leader e gli eroi del Paese “.

Secondo il South China Morning Post, l’immagine è stata pubblicata accanto a un rapporto ora cancellato in cui si diceva che il personale aveva fatto un “accurato risanamento” dei libri donati e distrutto “pubblicazioni illegali e religiose”.

Gli utenti cinesi di social media hanno paragonato la direttiva al grande rogo di libri ordinato da Qin Shi Huang. Nel 213 a.C. l’imperatore al quale si deve la prima unificazione del Paese ordinò che fossero bruciati tutti gli antichi testi, fatta eccezione per quelli di argomento tecnico o scientifico e per gli annali dello Stato di Qin. Lo scopo era quello di eliminare ogni traccia della tradizione che potesse costituire una minaccia al suo mandato imperiale.

“All’improvviso la storia cinese è tornata indietro di 2000 anni”, ha commentato un utente. E come lui molti altri hanno citato direttamente o indirettamente l’editto emesso dal primo imperatore della dinastia Qin.

 

Il Time ha incoronato Greta Thunberg come persona dell’anno 2019. L’attivista svedese, 16 anni, è diventata famosa in tutto il mondo per la sua campagna di lotta ai cambiamenti climatici.

E nella lotta ai cambiamenti climatici “c’è speranza, ma non viene dai governi, né dalle aziende”, ma dalla società e dalle persone, che “sono quelle che iniziano a svegliarsi” e guidano la lotta contro questa emergenza, ha detto oggi Thunberg rivolgendosi alla sessione plenaria del vertice sul Clima, Cop 25, in corso a Madrid.

Nella sessione, la 16enne divenuta volto globale della lotta al cambiamento climatico, è stata accompagnata da centinaia di giovani che hanno applaudito con emozione i messaggi che ha trasmesso ai leader del mondo.
“Non c’è alcun senso di panico tra i nostri leader, perché se ci fosse avrebbero cambiato loro comportamento”, ha affermato Thunberg, prima di chiedere “come possiamo fare per fare pressione, specialmente sui leader?”.

Fra “sole tre settimane inizia un nuovo decennio che definirà il nostro futuro – ha sottolineato – e sono necessarie soluzioni olistiche, coinvolgendo tutti gli attori del cambiamento climatico, per affrontare questo problema”. I Paesi ricchi sono “i primi” che devono fare “la loro parte” nella lotta contro l’emergenza climatica e “raggiungere le prime a zero emissioni”, ha aggiunto. Solo così i poveri potranno successivamente farlo, poiché nella questione del cambiamento climatico “non c’è equità tra tutte le nazioni.

A meno di un giorno dall’apertura delle urne in Gran Bretagna, si riduce il vantaggio dei conservatori guidati da Boris Johnson. Stando all’ultimo sondaggio YouGov, se alla fine di novembre i Tory potevano ancora vantare un vantaggio di 68 seggi rispetto a quelli del Labour, oggi l’istituto prevede un margine di soli 28 seggi conservatori rispetto agli altri partiti. In teoria, ai conservatori di BoJo viene predetto un possibile risultato massimo di 339 seggi su 650, mentre migliorerebbe la performance dei laburisti, che crescono di 20 seggi a 231.

L’inghippo, per così dire, sta nella forbice dei possibili risultati: nella fascia alta, con 339, i Tory avrebbero la maggioranza assoluta (e il miglior risultato dal 1987); nella fascia bassa il risultato potrebbero non superare i 311 seggi. Niente maggioranza assoluta, insomma: sarebbe lo scenario del cosiddetto ‘hung parliament’, in parlamento in bilico, nel quale Johnson sarebbe costretto a cercare di mettere in piedi una coalizione per governare. Cosa niente affatto facile, considerando l’attuale costellazione dei rapporti tra le varie forze politiche. Per il sondaggio, realizzato per conto del Times, sono stati interpellati 100 mila cittadini britannici nell’arco di sette giorni.

In percentuale, il sondaggio YouGov assegna il 43% dei consensi ai Tory di BoJo e il 34% ai laburisti di Jeremy Corbyn. Il problema sta nel sistema elettorale britannico, maggioritario relativo, nel quale in ogni collegio vince il candidato con più voti mentre vanno perduti i voti dello sconfitto. E le previsioni sono molto difficili, dato che molte circoscrizioni sono date in bilico.

Sempre secondo il rilevamento realizzato per conto del Times, lo Scottish National Party otterrebbe 41 seggi, i liberal-democratici 15 seggi, i Verdi un solo seggio e il Brexit Party di Nigel Farage nessun seggio.

John Wayne rappresenta uno dei volti storici del cinema americano e forse anche qualcosa in più. Per molti John Wayne, con quel suo fascino machista tipico degli anni a cavallo tra i ’40 e i ’70 del secondo scorso, è stato il volto degli Stati Uniti. Basti pensare che appena tre anni fa il legislatore della California ha votato una proposta per nominare il compleanno di Wayne, il 26 maggio, “John Wayne Day”.

Questa sua fama però oggi rischia di vacillare per colpa di una vecchia intervista venuta fuori dal profondo web e che ne rimette in discussioni i valori personali. Perché come attore nessuno ha mai avuto niente da ridire, Wayne è il volto più famoso al mondo dei western americani, l’American Film Institute l’ha inserito al tredicesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema, l’Accademy gli ha concesso tre nominations all’Oscar e in uno di questi casi è riuscito anche a portarsi a casa la statuetta (era il 1970 e il film “Il Grinta”); perfino il Congresso gli ha assegnato la sua medaglia d’oro; ma sotto il profilo privato non sono di certo segrete le sue simpatie per l’ala politica più conservatrice.

O antipatia verso i comunisti, specie quando colleghi, difatti Wayne divenne presidente della Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals, associazione che s’impegnava a difendere gli ideali americani maggiormente destrorsi. Secondo quanto riporta il sito movieplayer.com, Rifiutò un ruolo in “Tutti gli uomini del re” perché secondo lui il film era intriso di anti-americanismo e venne pesantemente criticato per la sua propaganda pro-guerra con il film “Berretti verdi”.

Inoltre venne accusato di essere un simpatizzante del nazi-fascismo in seguito ad alcune dichiarazioni controverse sulla “supremazia bianca” e sono proprio queste dichiarazioni che oggi rischiano di mettere in seria discussione la sua onorabilità. L’intervista in questione è datata 1971 ed è stata concessa a Playboy, ed effettivamente il mito del cinema si espone senza mezzi termini:

“Non possiamo improvvisamente metterci in ginocchio e consegnare tutto alla leadership dei neri. Credo nella supremazia bianca fino a quando i neri non sono educati alla responsabilità. Non credo nel dare autorità e posizioni di comando e giudizio alle persone irresponsabili. Non mi sento in colpa per il fatto che cinque o dieci generazioni fa queste persone erano schiave”.

Una verità quindi rimasta sopita per anni, d’altra parte John Wayne ha lasciato questo mondo nel 1979, il problema è che nel frattempo il suo mito ha continuato a macinare simpatie e sono tante le opere che portano il suo nome: una scuola elementare a Brooklyn, un porto turistico nello stato di Washington, un’autostrada nell’Arizona centrale, un parco a Newport Beach e anche un aeroporto situato nella contea di Orange. Ed è proprio quest’ultima opera che potrebbe cambiare nome, almeno è questo che il giornalista David Whiting ha invocato qualche giorno fa dalle pagine del The Orange County Register in un articolo che si intitola proprio “è tempo di rinominare l’aeroporto John Wayne?”. “Quando guido o volo dall’aeroporto di John Wayne, un posto che molti di noi chiamano semplicemente “John Wayne”, – scrive Whiting – non penso sempre all’attore e alle sue dichiarazioni oscure.

Ma quando lo faccio, sono turbato”. Effettivamente nell’articolo il giornalista ricorda una serie di uscite di John Wayne che potevano apparire indelicate già negli anni ’70, oggi sarebbero considerate unanimamente inaccettabili: nell’intervista di Playboy, Wayne ha anche condiviso le sue opinioni sugli indiani d’America: “Il nostro cosiddetto furto di questo paese da loro era solo una questione di sopravvivenza.

C’era un gran numero di persone che avevano bisogno di nuova terra e gli indiani stavano cercando egoisticamente di tenerla per sé”. La famiglia Wayne naturalmente non rimane in silenzio rispetto alla faccenda: “Non è giusto giudicare qualcuno su qualcosa che è stato scritto che ha detto quasi 50 anni fa, quando la persona non è più qui per rispondere”, ha dichiarato all’inizio di quest’anno dopo che un tweet di uno sceneggiatore è diventato virale. 

Folle strage in un ospedale di Ostrava, nella Repubblica Ceca: un muratore di 42 anni, convinto di essere gravemente malato e che nessuno volesse curarlo, ha fatto irruzione nella sala d’attesa e ha ucciso a bruciapelo sei pazienti, quattro uomini e due donne, a colpi di pistola. Poi l’uomo è fuggito in auto e si è suicidato quando la polizia stava per catturarlo.

Ostrava si trova nella parte orientale del Paese, vicino al confine con la Polonia e a 350 chilometri da Praga. “Quattro persone sono morte sul colpo e altre due, ferite, sono poi decedute”, ha riferito il premier ceco, Andrej Babis, che ha annullato una visita in Estonia per recarsi sul posto. Altre due persone sono rimaste ferite nell’attacco, di cui una in modo grave.

L’assassino è fuggito a bordo di una Renault Laguna: la polizia ha scoperto quale fosse la sua vettura grazie alle telecamere dell’ospedale. Due elicotteri sono poi riusciti a localizzare l’auto e quando uno dei due stava atterrando per bloccarlo, l’uomo si è sparato. A nulla sono valsi i tentativi dei soccorritori per salvarlo.

Nell’attacco nell’ospedale universitario, il muratore ha sparato alla testa o al collo delle vittime. Non aveva un porto d’armi e secondo la radio pubblica viveva nel comune di Opava, vicino a Ostrava. Il titolare dell’impresa per cui lavorava, Ales Zygula, ha spiegato che aveva “deciso che era gravemente malato e che nessuno voleva curarlo”.

Per il premier Babis è “una tragedia enorme, un qualcosa a cui non siamo abituati nel nostro Paese”. “Mi è stato detto che le vittime erano persone in attesa nel reparto traumi, per fortuna non ce n’erano tante come al solito”, ha detto, “è un disastro, non capisco assolutamente il movente di questo giovane uomo.”

Il presidente Milos Zeman ha inviato un messaggio di cordoglio alle famiglie delle vittime. “Sono con voi con tutto il cuore, penso a voi in questa tragica ora”, ha scritto, secondo il suo portavoce.

La polizia ha ricevuto una chiamata che segnalava gli spari in ospedale alle 7:19, (stessa ora in Italia). L’ospedale è stato subito sigillato e una vicina università è stata chiusa in via precauzionale.

Le sparatorie sono rare nella Repubblica Ceca; lo scorso marzo, un paziente di un ospedale di Praga aveva sparato ad altri due pazienti dopo una lite in una stanza. Uno degli uomini era morto. Nel febbraio 2015, un cliente di un ristorante nella città sud-orientale di Uhersky Brod aveva aperto il fuoco e ha ucciso otto persone – sette uomini e una donna – prima di suicidarsi. 

La Turchia è pronta a inviare truppe sul terreno in Libia per respingere l’offensiva di Khalifa Haftar contro la capitale Tripoli se lo dovesse chiedere il Governo di accordo nazionale, guidato da Fayez al Serraj. Lo ha annunciato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, stretto alleato di Serraj. 

Il ritrovamento in Thailandia del cadavere di un cervo dentro la cui pancia sono stati ritrovati sette chilogrammi di plastica ha fatto scoppiare nuovamente l’allarme; il paese del sud-est asiatico infatti è uno dei maggiori consumatori di plastica del mondo. La brutta sorpresa ritrovata nello stomaco del cervo è sorpresa fino ad un certo punto: non si tratta del primo animale dentro il quale vengono trovate ingenti quantità di rifiuti non biodegradabili.

I più colpiti, come è ormai noto, sono gli animali marini. Nelle acque della Thailandia le autopsie hanno svelato un vero e proprio sterminio di tartarughe e dugonghi soffocati dalla plastica. Kriangsak Thanompun, direttore del parco nazionale di Khun Sathan, dove il cervo è stato trovato, ha fornito alla stampa le foto del contenuto dello stomaco dell’animale e c’era veramente di tutto: cialde per il caffè, confezioni di spaghetti istantanei, sacchetti di immondizia, asciugamani e perfino biancheria intima.

“La perdita del cervo selvatico è una tragedia. – ha detto Kriangsak – Dimostra che dobbiamo prendere sul serio il problema e ridurre la plastica monouso”. La Thailandia è costretta ad affrontare dunque un’altra perdita dopo quella di Mariam, ad agosto, un cucciolo di dugongo attorno al quale tutto il paese si èera stretto sui social mentre affrontava una brutta infezione dovuta all’eccessivo quantitativo di plastica ingerito. Mariam purtroppo alla fine non ce l’ha fatta, ma la sua morte è servita a riaccendere un dibattito che in Thailandia, così come in tutto il pianeta, sta assumendo i contorni di una vera e propria emergenza.

Almeno cinque morti accertati, 10 dispersi per i quali non si nutrono molte speranze e 18 feriti: è il bilancio dell’eruzione del vulcano di White Island, in Nuova Zelanda, che ha sorpreso un gruppo di turisti, gran parte dei quali provenienti da una nave da crociera. 

Cinque persone sono rimaste uccise sul colpo: si trovavano sull’orlo del cratere del vulcano, la cui ultima grande eruzione risale al 2016. Oggi si sono prodotte tre eruzioni esplosive e le autorità considerano “molto pericoloso” tentare di avvicinarsi.

Difficile che vi siano superstiti tra i 10 dispersi su Whakaari nel nome maori. “La polizia ritiene che le persone che potevano essere recuperate ancora in vita sia già state tratte in salvo”, si legge in un comunicato, “non ci sono segni di vita”. “In base alle informazioni che abbiamo, non crediamo ci sia alcun sopravvissuto”, ha aggiunto la nota diffusa dopo i voli di ricognizione sull’isola effettuati da un elicottero della polizia e da un aereo militare.

Tra le vittime c’è una guida che accompagnava un gruppo di escursionisti. La premier neozelandese, Jacinda Arden, è arrivata a Whakatane e ha incontrato i vertici dell’amministrazione locale.

Non è ancora chiaro quante persone fossero effettivamente sull’isola, anche se la polizia ha parlato di un totale intorno alle 50. Insieme ad alcuni abitanti, c’era una trentina di turisti provenienti dalla nave da crociera Ovation of the Seas della Royal Caribbean.

La società, in una nota, si è detta “devastata” per l’episodio e sta collaborando con le autorità locali “per fornire tutto l’aiuto e l’attenzione” ai passeggeri e alle loro famiglie. “Stiamo anche inviando membri del personale sia dalla nostra nave, sia dagli uffici di Sydney e Auckland per assistere i membri delle famiglie in qualsiasi modo possibile”, si legge nella nota.

Intorno alle 17 di oggi ora italiana, una nave delle forze armate neozelandesi schiererà droni e attrezzature di osservazione per valutare l’ambiente e la situazione, ha detto la polizia nel comunicato.

Intanto è polemica per il fatto che fossero state autorizzate le visite sull’isoletta privata situata a 48 chilometri dalla costa orientale dell’isola del Nord, la maggiore della Nuova Zelanda. Il livello di allerta per il vulcano era di due su una scala di cinque, che indica un’attività “da moderata a elevata”, a causa di un aumento dei livelli di biossido di zolfo e dell’attività sismica. Spetta agli operatori turistici decidere se procedere con le visite che sono regolamentate attraverso la concessione di permessi. 

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