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AGI – Un abitante dell’arcipelago di Tonga è stato sbalzato nell’oceano dall’albero sul quale cercava di resistere alle onde dello tsunami di qualche giorno fa e ha resistito in acqua per 27 ore, nuotando e galleggiando, fino ad arrivare sull’isola della capitale. La storia è stata raccontata da una giornalista di Tonga, Marian Kupu, ed è diventata “virale” su internet.

 

A Miraculous story of survival has been shared on Facebook. Lisala Folau is alleged to have swam 28 hours from Atataa in #Tonga to the main island, Tongatapu-7.5 km away! Lisala was swept away during the #tsunami at 6pm on Saturday. He reached the shore of Sopu at 10pm on Sunday! pic.twitter.com/AtnczGG5Mo

— Sanya Ruggiero (@Sanya_Ruggiero)
January 20, 2022

 

Lisala Folau, questo il nome dell’uomo, è un falegname 57enne in pensione, con una disabilità che gli rende difficile camminare secondo quanto ha raccontato in un’intervista diffusa su Facebook dal giornalista George Lavaka, e riportata dalla stampa internazionale. Quando è arrivato l’allerta tsunami, l’uomo stava imbiancando la casa nell’isola di Atata.

Dopo essere stato assistito dal fratello e da un nipote per potersi arrampicare su un albero, quando anche questo è stato colpito dalle onde, Folau e il nipote sono finiti in mare, ma era già buio e si sono presto persi di vista.

Aggrappato a un tronco, il falegname ha resistito in mare tutta la notte, per poi riuscire ad arrivare su un’altra isola, Toketoke, da dove si è sbracciato cercando di farsi notare da una imbarcazione della polizia di passaggio, ma senza successo.

L’uomo ha quindi deciso di rituffarsi in mare per cercare di raggiungere l’isola di Polo’a, dove è arrivato dopo molte ore. Ha poi camminato trascinandosi a fatica fino a una strada asfaltata, dove finalmente, dopo l’odissea durata oltre un giorno intero, è stato soccorso da un abitante del posto che lo ha portato a casa in auto.

AGI – Il Papa Emerito Benedetto XVI viene chiamato pesantemente in causa nel rapporto pubblicato oggi, su impulso della Chiesa tedesca, riguardo i casi di pedofilia che si sono verificati tra l’immediato dopoguerra e il 2019 nella diocesi di Monaco di Baviera, di cui lui è stato per anni titolare.

Secondo il libro bianco nel cinque anni passati alla guida della diocesi di Monaco e Frisinga tra il 1977 ed il 1982, una delle più antiche ed autorevoli di Germania, l’allora arcivescovo Joseph Ratzinger non avrebbe bloccato in quattro diversi casi alcuni sacerdoti accusati di abusi.

L’accusa è lanciata dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl, che ha condotto l’inchiesta su incarico delle autorità ecclesiastiche.

Il rapporto documenta centinaia di casi di abusi commessi durante quasi otto decenni, e punta l’indice sui vertici dell’arcidiocesi che si sono succeduti in questo lungo lasso di tempo.

A seconda dei casi ci si sarebbe regolati secondo una gamma di comportamenti che vanno dall’irresolutezza al vero e proprio tentativo di insabbiamento.

Nel corso dei cinque anni in cui a Monaco c’era Ratzinger alcuni abusi sarebbero stati commessi da due religiosi che prestavano assistenza spirituale ai giovani e nei confronti dei quali non si presero provvedimenti.

Oltre a ciò gli estensori del rapporto ritengono “poco credibile” la versione data dallo stesso Ratzinger per spiegare gli accadimenti, nonostante un’autodifesa condotta “con forza”. Anzi, il futuro Papa non avrebbe mostrato “alcun interesse riconoscibile” nell’agire contro i responsabili.

I numeri sono impressionanti: 235 persone responsabili di abusi, 497 vittime (nel 60 percento dei casi si tratta di minori) e nella maggior parte dei casi di sesso maschile. La maggioranza dei crimini sarebbe stata commessa negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Risale invece al 1980 il caso di un parroco identificato solo come Peter H., che proprio in quell’anno venne spostato dalla diocesi di Essen e quella di Monaco e Frisinga perché accusato di pedofilia, azioni che poi avrebbe continuato a commettere.

Secondo il rapporto, Ratzinger era pienamente a conoscenza dei trascorsi del religioso e non reggerebbe la versione data da lui stesso per cui non sarebbe stato presente alla riunione in cui venne deciso il trasferimento. A detta di Ulrich Wastl, uno degli estensori, al contrario il futuro Papa “molto probabilmente” era a conoscenza di ciò che accadeva nella arcidiocesi e aveva il dovere di “conoscere gli accadimenti”.

Alla conferenza stampa di presentazione del dossier non era presente l’attuale titolare della diocesi di Monaco e Frisinga, il cardinale Reinhard Marx, che lo scorso anno presentò addirittura le sue dimissioni come segno di protesta per il fenomeno della pedofilia nella Chiesa. Papa Francesco gliele respinse. Ci si attende una sua presa di posizione nelle prossime ore. La sua assenza è stata criticata dagli autori del rapporto.

Degli oltre duecento responabili di abusi, 173 erano sacerdoti. Delle quasi cinquecento vittime 247 erano di sesso maschile, nel 60 percento dei casi  bambini e adolescenti tra gli 8 e i 14 anni, e 182 di sesso femminile. In una settantina di casi l’identità della vittima non è stata accertata.

AGI – Sfiorata collisione nello spazio tra un satellite cinese e detriti spaziali russi. Il centro per il monitoraggio dei detriti spaziali dell’ente cinese per lo spazio, la China National Space Administration, ha lanciato un avvertimento per l’incontro a distanza ravvicinata tra il satellite scientifico Tsinghua e i detriti del satellite russo Cosmos 1408.

Il rischio di collisione più elevato si è avuto martedì scorso quando la distanza tra il satellite cinese e i detriti di quello russo era solo di 14,5 metri, a una velocità relativa di 5,27 chilometri al secondo, ha dichiarato un esperto di detriti spaziali, Liu Jing, citato dal tabloid di Pechino Global Times.

Una distanza estremamente ravvicinata, soprattutto se si considera che normalmente, gli incontri nello spazio avvengono a distanza di decine di chilometri, ha spiegato l’esperto cinese. L’allarme, per ora, è rientrato. “Al momento mantengono una distanza di sicurezza, ma la possibilita’ di riavvicinarsi in futuro non puo’ essere esclusa”, ha commentato l’esperto.

La sfiorata collisione è probabilmente da imputarsi a errori di calcolo in cui spesso possono incorrere i Paesi riguardo agli oggetti nello spazio: quando si profila l’eventualitè di uno scontro si ricorre a mosse per evitarlo. Secondo gli ultimi dati, la distanza tra i detriti russi e il satellite cinese è di circa cinque chilometri.

I detriti costituiscono una minaccia per la Cina, che ha mandato in orbita centinaia di satelliti: i rischi si sono moltiplicati dopo che un test anti-satellite russo, a novembre scorso, ha innescato una pioggia di detriti – circa 1.600, larghi più di dieci centimetri – in un’orbita compresa tra i 400 e i 1.100 chilometri dalla Terra.

Per risolvere il problema dei detriti spaziali, la Cina pensa a regole condivise dalle Nazioni Unite e a tecnologie per evitare gli impatti, come navicelle per catturare i detriti, o laser per rimuoverli, ma queste tecnologie, ha spiegato Liu, “sono ancora in fase di ricerca e siamo ancora abbastanza lontani dall’applicazione pratica”. 

La crescente minaccia dei detriti in orbita 

In “Gravity”, il film con Sandra Bullock e George Clooney uscito nel 2013, un missile russo distrugge un satellite dismesso e la successiva reazione a catena crea un’ondata di detriti che si abbatte sullo Space Shuttle con conseguenze tragiche.

Come tante pellicole di fantascienza, anche quella di Alfonso Cuaròn non ha tardato a diventare realtà o ad avvicinarvisi pericosolamente. 

Il 15 novembre 2021 erano stati proprio i resti di un satellite sovietico distrutto da un missile russo a mettere in pericolo la Stazione Spaziale Internazionale (Iss), costringendo l’equipaggio a rifugiarsi in due navicelle qualora una collisione lo avesse costretto a un immediato ritorno sulla Terra. Un incidente che, da solo, potrebbe aver aumentato del 10% la quantità di rifiuti cosmici che orbitano intorno al pianeta. 

Lo scorso maggio la Nasa aveva contato 27 mila frammenti tracciabili in orbita. Il vero pericolo sono però gli ancora più numerosi detriti di dimensioni troppo piccole per consentire un monitoraggio ma più che sufficienti a creare gravi problemi in caso di scontro con altri oggetti, a causa dell’elevatissima velocità con cui si muovono, superiore ai 27 mila chilometri all’ora. Come quello che, lo scorso maggio, aprì un foro di 5 millimetri di diametro in un braccio robotico dell’Iss.

L’Agenzia Spaziale Europea (Esa) da parte sua aveva stimato lo scorso novembre la presenza in orbita di 36.500 oggetti artificiali di larghezza superiore ai 10 centimetri, un milione tra l’uno e i 10 centimetri e 330 milioni tra un millimetro e un centimetro.

Episodi come la collisione sfiorata oggi tra un satellite cinese e detriti russi appaiono destinati a verificarsi sempre più spesso. Insieme alla spazzatura cosmica, continua infatti a crescere anche il numero di satelliti inviati nello spazio.

A rischio non sono quindi solo le missioni spaziali ma anche infrastrutture fondamentali come il sistema Gps o progetti come Starlink, la costellazione satellitare di Space X per l’accesso a internet su banda larga. Al momento il totale dei satelliti che circolano intorno alla Terra è poco inferiore ai 5 mila. Solo Starlink ha un obiettivo di medio periodo di 12 mila satelliti che potrebbe, in futuro, arrivare a 40 mila.

Il dipartimento di Stato Usa ha accusato Mosca di voler utilizzare i detriti come arma. I resti però non controllano la nazionalità di quel che colpiscono. E rimangono pericolosi per anni, Ancora lo scorso novembre l’Iss fu costretta a modificare l’altitudine di circa un chilometro e mezzo per evitare quel che restava di un satellite cinese distrutto nel 2007.

Dopo l’incidente del 15 novembre, il Cremlino negò di aver messo a rischio l’Iss. Le implicazioni militari di operazioni simili non sfuggono però a nessuno. Oltre alla Russia, anche Usa, India e Cina hanno tecnologie per distruggere i satelliti in orbita. E i missili diretti alle proprie vecchie apparecchiature potrebbero essere scagliati in qualsiasi momento contro quelle lanciate da altre nazioni. 

Potrebbero essere utilizzati con intenti offensivi anche gli strumenti che stanno venendo sviluppati per risolvere una questione sempre più difficile da ignorare. Un esempio sono i sistemi, allo studio di agenzie governative e società private, per riportare nell’atmosfera i satelliti causandone la disintegrazione.

Un altro possibile rimedio è la costruzione di reti che catturino i detriti. La “nettezza spaziale” è però ancora agli albori, dal momento che la minaccia posta dall’immondizia orbitante è stata, per lungo tempo, semplicemente ignorata. 

Le responsabilità sono chiare. Secondo il Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico del 1967, fondamento del diritto spaziale internazionale, ogni Paese rimane proprietario di ogni oggetto lanciato nel cosmo anche una volta che è stato ridotto in briciole.

Non esiste però un sistema di sanzioni che puniscano i danni causati dai detriti e, soprattutto, attribuire un frammento a un Paese specifico è complicatissimo, a volte impossibile, un autentico incubo giuridico.

Creare meno “spazzatura cosmica” e cercare di rimuovere quella esistente richiederà un enorme sforzo, sia in termini tecnici che di cooperazione internazionale. L’unica alternativa è tuttavia un’orbita terrestre così zeppa di detriti da non poter essere più navigabile.

AGI – Il primo ministro Boris Johnson ha confermato l’intenzione di allentare le restrizioni anti Covid a partire dal prossimo 26 gennaio. La decisione sarà presa nelle prossime ore, ma è stata anticipata da Johnson durante il dibattito in Parlamento. “Grazie ai fantastici progressi con il Covid, possiamo allentare le misure“, ha premesso. In particolare, ha detto, non ci saranno più certificato vaccinale (green pass), obbligo di lavorare da casa e di tenere la mascherina a scuola.

In una difficilissima giornata per il primo ministro britannico, Boris Johnson ha introdotto il suo intervento al question time al Parlamento rivendicando i “fantastici progressi” del Regno Unito sul Covid. Un successo sventolato per cercare di soffocare le critiche che continuano a piovere sulla questione “partygate”

L’ex ministro conservatore per la Brexit con il governo di Theresa May, David Davis, ha invitato Boris Johnson ad andarsene. La sua accorata richiesta è stata accolta da ovazioni dai banchi dell’opposizione. “Mi aspetto che i miei leader si assumano la responsabilità delle azioni che compiono. Ieri, il primo ministro ha fatto il contrario”. E ha concluso, rivolto a Johnson: “in nome di Dio, vai via”. 

Durante il dibattito alla Camera dei Comuni, il leader laburista Keir Starmer va nuovamente all’attacco del primo ministro Boris Johnson per le sue difese sulle feste al “n.10” di Downing street e in particolare su quello dello scorso 20 maggio, e ha suggerito che “forse un avvocato gli ha scritto queste risposte”. Johnson ha risposto spazientito che Starmer “insiste a fare domande che saranno affrontate nell’inchiesta di Sue Grey, sta sprecando il nostro tempo e quello dei cittadini”.

In particolare, Starmer ha chiesto a Boris Johnson quando ha saputo che fra i suoi collaboratori c’erano “preoccupazioni” sulla festa del 20 maggio. “Non solo ha scritto lui le regole del lockdown, ma alcune persone del suo staff sostengono di averlo avvisato” sui rischi di una festa nel giardino di Downing Street. “Ho sentito la risposta molto accurata del primo ministro a questa accusa. Sembra che l’abbia scritta un avvocato”. Johnson ha risposto che “spetta all’inchiesta spiegare quanto successo: temo che le tocchi semplicemente aspettare”.

Durante il dibattito, sono come sempre molto accese le reazioni dei parlamentari di entrambe le parti. È stato notato dagli osservatori, però, che solo gli esponenti del governo applaudono con foga gli interventi del premier, mentre il resto del partito conservatore appare prevalentemente silenzioso. 

AGI – Parte tra allarmismi e petizioni di animalisti la campagna di abbattimento dei criceti a Hong Kong, dopo che undici piccoli roditori di un negozio di animali sono risultati positivi al Covid-19.

I primi proprietari dei piccoli animali da compagnia hanno portato oggi i loro esemplari, chiusi in contenitori rigorosamente sigillati, ai centri veterinari dell’amministrazione locale per la soppressione: in base a un provvedimento annunciato ieri, tutti i proprietari di criceti acquistati a partire dal 22 dicembre scorso sono “fortemente consigliati” di consegnare i roditori alle autorità per sottoporli al tampone e per il successivo abbattimento, qualunque esito dia il test per il Covid-19.

Nel mirino ci sono circa duemila piccoli roditori e 34 negozi di animali, chiusi per timore di diffusione del virus: nonostante non ci siano prove della trasmissione del Covid-19 dagli animali all’uomo, le autorità di Hong Kong hanno scelto la linea dura contro i criceti, dopo che due clienti e un dipendente un negozio di animali che li vendeva hanno contratto il virus nella variante Delta.

“Non ho osato toccarlo. Mio figlio ha indossato i guanti per metterlo nel contenitore”, ha dichiarato la proprietaria di un criceto davanti al centro veterinario, identificata con il cognome Yeung, citata dall’emittente pubblica di Hong Kong, Rthk. L’abbattimento degli animali è una mossa troppo drastica, secondo 22 mila persone che hanno già firmato una petizione on line in cui chiedono all’amministrazione di Carrie Lam di ritirare la decisione.

Il caso dei criceti contagiati, provenienti dai Paesi Bassi, ha innescato anche un bando di vendita e uno stop alle importazioni. Intanto, i toni della questione si sono innalzati a livelli allarmistici sui media locali. “Hong Kong potrebbe avere il primo caso al mondo di un criceto che contagia gli esseri umani!”, scrive in apertura il Ta Kung Pao, il più noto giornale pro-Pechino di Hong Kong.

Il quotidiano allega anche le immagini di un criceto all’interno di un riquadro a forma di coronavirus e di due funzionari sanitari in tuta bianca all’interno del negozio “Little Boss” di Causeway Bay, una delle aree a più alta densità abitativa dell’isola di Hong Kong, al centro dei sospetti per il focolaio attuale.

Hong Kong non è in grado di isolare e testare tutti gli animali e la soppressione dei criceti è l’unico modo per evitare il rischio di trasmissione del virus tra i roditori, secondo il microbiologo dell’Università di Hong Kong Yuen Kwok-yung. Qualora il virus possa fare il salto di specie ed essere trasmesso agli umani, le conseguenze potrebbero essere “tragiche”, ha dichiarato lo scienziato.

Il dibattito sulla possibile trasmissione del virus dagli animali all’uomo si trascina sotto traccia fin dallo scoppio del focolaio di Wuhan: prima di oggi, uno dei primi, controversi, casi si era verificato proprio a Hong Kong, nel febbraio 2020, e riguardava un cane sottoposto a quarantena per il sospetto di avere contratto il coronavirus.

L’animale, di nome Benny, 17 anni, era risultato “debolmente positivo” al tampone, ed era morto tre giorni dopo il ritorno in libertà: il suo caso aveva innescato dubbi sulla possibilità di trasmissione del virus agli umani, e le autorità di Hong Kong avevano dato il via ad altri test su cani e gatti, che produssero due nuovi risultati positivi al Covid-19 tra i migliori amici dell’uomo.

Primi bersagli dei sospetti per la diffusione del Covid-19 furono gli animali selvatici, considerati possibili intermediari del virus: sotto osservazione era finito il mercato Huanan di Wuhan, uno dei più grandi della città della Cina interna, chiuso a inizio 2020 dopo i primi casi di polmonite anomala che sarebbe stata in seguito denominata Covid-19.

La diffusione del virus ha innescato il dibattito su questa forma di commercio, i wet market, popolari in Asia e che, spesso in condizioni igieniche precarie, vendono animali selvatici. Prima che gli Stati Uniti rivolgessero i loro sospetti per l’origine del Covid-19 sul laboratorio di Virologia di Wuhan, il dibattito sui wet market aveva innescato le prime polemiche con Cina.

Washington ne chiedeva la chiusura, mentre Pechino rimaneva sulla difensiva, precisando che non si trattava di mercati di animali vietati da leggi internazionali e opponendo alla critiche un disegno di legge sulla bio-sicurezza che prevedeva un sistema di allarmi per prevenire il verificarsi di epidemie: il provvedimento era stato presentato a ottobre 2019, due mesi prima dei primi casi di polmonite anomala a Wuhan, che sarebbe stata in seguito denominata Covid-19.

A due anni dallo scoppio dell’epidemia a Wuhan, la sorte dei wet market in Cina appare ancora poco chiara: molto popolari nei decenni passati, queste strutture hanno perso gran parte della loro attrattiva sui consumatori più giovani e abbienti, a favore dello shopping on line e delle catene di supermercati di lusso (e con un livello di igiene incomparabilmente più alto) che si trovano negli shopping mall delle grandi città cinesi.

Neppure la collaborazione tra uno di questi mercati, a Shanghai, e un grande marchio della moda come Prada, a ottobre scorso, era riuscito a fare riguadagnare popolarità a questa istituzione.

Al contrario, il progetto aveva innescato polemiche sugli sprechi alimentari – scrive Sixth Tone, sito web di news affiliato al quotidiano The Paper – toccando, quindi, un tema molto caro al presidente cinese, Xi Jinping.

In sostanza, i wet market sembrano appartenere allo scenario degli anni Ottanta, quando la Cina scaldava i motori per il suo decollo economico, ma il futuro appare sempre più incerto: oltre al dibattito sul loro ruolo nella diffusione del Covid-19, a decretarne il declino è la difficoltà, per molti “mercati umidi”, di stare al passo con i tempi.

AGI – Una persona è rimasta uccisa in una sparatoria nel centro di Nizza. Lo riferisce Nice Matin, aggiungendo che la sparatoria è avvenuta durante un arresto. La polizia ha chiuso al traffico Rue de La Buffa e ha consigliato di evitare area, mentre un uomo è ricercato. 

AGI – È stato ritrovato senza vita in Olanda il bimbo di nazionalità belga di 4 anni, Dean Verberckmoes, scomparso 5 giorni fa, e probabilmente rapito dal suo babysitter, un uomo che era stato già in carcere per l’omicidio di un altro bimbo. Il corpo del piccolo è stato ritrovato al culmine di ricerche che avevano mobilitato decine di uomini.

In mattinata, a un’ottantina di chilometri di distanza, nella cittadina di Meerkerk, era stato arrestato un 34enne, Dave De K., conosciuto dalla polizia perché condannato per abusi su un minore che avevano portato alla sua morte. I due erano stati visti per l’ultima volta insieme nella città belga di Sint Niklaas, vicino Antwerp. L’uomo si occupava regolarmente di Dean e della sua sorella minore, ha raccontato la madre dei bimbi, Elke Verberckmoes: avrebbe dovuto lasciare giovedì il piccolo a casa dei nonni, ma non lo ha fatto.

Il ritrovamento è avvenuto a Neeltje Jans, un’isola artificiale nella provincia olandese della Zelanda, nella Schelda orientale, sul Mare del Nord. Da giorni era stato lanciato un ‘Amber alert’, un allarme per sospetto rapimento. La madre, 39 anni, aveva lanciato un emozionante appello in tv: “Cerco di essere forte, ma in realtà sono terrorizzata. Tutto quello che voglio è riavere la luce dei miei occhi: ‘Mettilo alla porta e poi vai via, ma riporta mio figlio a casa’”.

La donna ha raccontato che sapeva che Dave era stato in prigione, ma non per quale reato. “Nell’ultimo anno è stato un pilastro e un sostegno per me. Sono una madre single per scelta, ho due figli, ma da tempo soffro di depressione. Nel corso della mia terapia, ho conosciuto la fidanzata di Dave e poi lo stesso Dave. Andavamo d’accordo e ci sentivamo quasi ogni giorno. Ogni mercoledì si prendevano cura dei miei bambini, in modo che mia madre potesse respirare. Dave aveva il rapporto migliore con Dean”.

Nel 1008, De K. aveva occupato le prime pagine dei giornali in Belgio: nella casa della sua fidanzata di allora, aveva abusato del figlio di lei, Miguel, due anni appena, in maniera così violenta che il bimbo era morto in ospedale. Lui aveva parlato di “incidente” ma aveva riconosciuto di esser stato sotto l’effetto di cannabis e droga. Un tribunale lo aveva condannato nel febbraio 2010 a 10 anni di carcere per “atti disumani che hanno provocato morte”.

Durante il processo gli psichiatri lo avevano descritto come “uno psicopatico con un’indole sadica”. Eppure per il ministro della giustizia belga, Vincent Van Quickenborne, non c’era posto per lui in un istituto psichiatrico, una volta scontata la pena; e una volta libero, non c’era ragione di monitorarlo. In Olanda, c’è ancora troppo poca assistenza psichiatrica per “le persone con un passato criminale molto serio”, ha riconosciuto Van Quickenborne. 

AGI –  L’eurodeputata maltese del Ppe, Roberta Metsola, è stata eletta presidente del Parlamento europeo con 458 voti. Una maggioranza schiacciante (la maggioranza assoluta era di 309 voti).

I votanti sono stati 690: schede bianche o nulle 74; voti espressi 616.

La candidata dei Verdi Alice Kuhke ha ottenuto 101 voti, la candidata Sira Rego (La Sinistra), 57 voti. 

Metsola, raccoglierò eredità David Sassoli

“La prima cosa che vorrei fare, come presidente, è raccogliere l’eredità che ci ha lasciato David Sassoli. David era un combattente per l’Europa, per noi, per questo Parlamento. Credeva nel potere dell’Europa di forgiare un nuovo percorso in questo mondo. Grazie David”. Lo ha dichiarato – in italiano – la neo eletta presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, nel suo primo discorso.

Mi sento onorata della responsabilità che mi affidate – ha aggiunto la neo presidente –  vi prometto che farò del mio meglio per lavorare per questo Parlamento e per i cittadini europei”. 

“Dobbiamo garantire che la Conferenza sul futuro dell’Europa abbia il sostegno necessario di cui ha bisogno per garantire risultati concreti e, in particolare, dobbiamo ascoltare nostri giovani in questo anno a loro dedicato”. Lo ha dichiarato la neo presidente Metsola, in apertura del suo discorso di insediamento.

von der Leyen, Metsola terza donna presidente

“Le più calorose congratulazioni a Roberta Metsola per l’elezione a presidente del Parlamento europeo”. Lo scrive in un tweet la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Warmest congrats @RobertaMetsola on your election as @Europarl_EN President.

As the 3rd woman to head this noble house, your hard work & determination are an inspiration to us all.

We’ll work closely together for the EU‘s recovery and a green, digital & bright European future. pic.twitter.com/41G1anxJI6

— Ursula von der Leyen (@vonderleyen)
January 18, 2022

“In quanto terza donna a capo di questa nobile Camera, il tuo duro lavoro e la tua determinazione sono fonte di ispirazione per tutti noi. Lavoreremo a stretto contatto per la ripresa dell’Ue e un futuro europeo verde, digitale e luminoso”, si legge ancora nel tweet. 

Campomenosi, voto Lega a Metsola non è mercanteggiamento

“Abbiamo deciso, come Lega, di votare la candidata del Ppe, Roberta Metsola, alla presidenza del Parlamento europeo perché è una donna che conosciamo e apprezziamo e lei conosce bene i temi che gli italiani portano a Bruxelles, in particolare sull’immigrazione e sulla gestione del Mediterrano. La nostra scelta non è frutto di mercanteggiamenti e nulla c’entriamo con la spartizione che è stata concordata ieri tra Ppe, S&d e liberali”. Lo dichiara all’AGI il capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, Marco Campomenosi.

“Anzi, a livello di contenuti speriamo che il Ppe non sarà costretto a virare ancora di più a sinistra sotto la guida di Weber, in particolare per quanto riguarda i temi della transizione ecologica”, spiega.

“E chiediamo a Metsola di rappresentare, da presidente, i diritti delle minoranze nel nostro Parlamento. La carica che avrà prevede che debba garantire equilibrio e buon senso e rappresentare anche le istanze di chi non fa parte della maggioranza”, conclude Campomenosi. 

 

 

AGI – La Lega al Parlamento europeo sosterrà la candidata Roberta Metsola (Ppe) per la carica di presidente del Parlamento Europeo. “La Lega appoggerà la candidatura della candidata Metsola, della quale apprezziamo la sensibilità e le posizioni dimostrate nel tempo su temi importanti quali contrasto all’immigrazione clandestina e difesa dei valori della famiglia”, spiega il capo delegazione, Marco Campomenosi.

“Non possiamo permettere che ai vertici del Parlamento europeo possano sedere rappresentanti delle forze illiberali dell’estrema sinistra e promotori delle follie verdi. Massimo impegno anche nel sostenere la leghista Mara Bizzotto, candidata del gruppo Id alla carica di vice presidente”, aggiunge.

Auspichiamo un cambio di passo nelle Istituzioni europee, verso un maggiore rispetto delle regole democratiche e delle scelte degli elettori, con una maggiore rappresentanza di tutte le forze politiche”, conclude Campomenosi.

La Lega, con una nota, ha confermato dunque che voterà per la candidata del Ppe Roberta Metsola, maltese e con una spiccata sensibilita’ per temi fondamentali per la Lega come la difesa della vita e della famiglia, e il contrasto al traffico di esseri umani e all’immigrazione clandestina. La Lega inoltre proporrà come vice Mara Bizzotto.

Roberta Metsola, nel suo discorso di presentanzione per la candidatura alla presidenza dell’emicilo, ha ricordato David Sassoli: “Una settimana fa abbiamo perso un grande uomo. Un fautore dell’Europa che metteva la dignità delle persone prima di ogni cosa. Il giornalista gentile diventato politico che, in modo calmo e risoluto, cercava di mostrare la solidarietà e il servizio a un mondo malato, come ha detto un suo collega”. “David voleva mettere tutti attorno allo stesso tavolo e con quell’impegno di fronte alle forze costruttive dell’Europa che io intendo realizzare questo mandato se mi darete la fiducia per essere vostro presidente”, ha annunciato la deputata maltese. 

“Questa è un’Istituzione unica al mondo e la dobbiamo rafforzare. Non dobbiamo temere le riforme. Perché la seconda parte del mandato sarà una finestra di opportunità per fare sì che il Parlamento sia più moderno, efficace ed efficiente”. 

“Il presidente dev’essere in grado di portare al consenso gettando ponti, trovando la via di mezzo. L’ho potuto fare con i colleghi di tutte le compagini anche quando non è facile trovare una maggioranza per la migrazione, per la protezione dei diritti fondamentali, per Frontex, per la lotta alla corruzione”.

Roberta Metsola, candidata alla presidenza del Parlamento Europea

AGI – La Cina registra un nuovo record negativo dei nuovi nati nel 2021, nonostante le misure prese dal governo per arginare la crisi demografica emersa dai dati dell’ultimo censimento. Sono stati solo 10,62 milioni i bambini nati lo scorso anno (contro i 12 milioni del 2020) 7,52 ogni mille abitanti, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, a fronte di 10,14 milioni di morti registrate negli ultimi dodici mesi, 7,18 ogni mille abitanti.

Il risultato è un tasso di crescita della popolazione dello 0,034% nel 2021, il più basso dal 1960, quando la Cina fu colpita dalle carestie provocate dalla politica del Grande Balzo in Avanti.
Contemporaneamente è aumentata anche la fascia di popolazione over 60, passata dal 18,7% del 2020 al 18,9%. 

Le cause

Per il direttore dell’Ufficio nazionale di statistica, Ning Jizhe, il nuovo calo delle nascite è da attribuire alla riduzione del numero di donne in età fertile, comprese tra i 15 e i 49 anni, cinque milioni in meno rispetto al 2020. Tra le altre cause, Ning ha poi segnalato l’età sempre più avanzata in cui si contraggono i matrimoni e la pandemia. Il dato sembra confermare le previsioni più cupe del raggiungimento del picco della popolazione già lo scorso anno, ma nonostante il calo di nuovo nati, il capo dell’Ufficio nazionale di statistica cinese si è detto fiducioso che la popolazione cinese rimarrà al di sopra degli 1,4 miliardi, citando l’effetto che avranno le linee intraprese dal governo, che lo scorso anno ha avviato la politica dei tre figli.

Gli effetti della Politica del figlio unico

Dopo decenni di controversa politica del figlio unico, abolita definitivamente alla fine del 2015, la Cina ha dato il via alla politica dei due figli, nel 2016, per favorire una ripresa delle nascite, che non ha dato i risultati sperati. I dati del censimento nazionale del 2020 hanno mostrato un quadro ancora più grave della crisi demografica della Cina, che nel decennio tra il 2011 e il 2020 ha segnato un tasso di crescita annuale della popolazione solo dello 0,53%, al di sotto anche del già debole 0,57% del decennio precedente, rivelando rischi per la tenuta del sistema previdenziale in futuro.

Per correre ai ripari, i dirigenti cinesi hanno avviato una politica dei tre figli con incentivi per incoraggiare le famiglie a procreare. L’obiettivo appare oggi più difficile dopo gli ultimi dati dell’economia: tra ottobre e dicembre scorsi, la locomotiva cinese ha rallentato ai minimi da un anno e mezzo (+4%), nonostante una crescita complessiva dell’8,1% nello scorso anno. Tra le misure varate dal governo per alleviare gli oneri economici delle famiglie si possono interpretare le leggi contro il tutoring e il carico di compiti eccessivo per i bambini che frequentano le scuole elementari.

Per i demografi, però, la Cina è ormai entrata in una fase di “crescita zero”: anche se il numero di nuovi nati è destinato a fluttuare nei prossimi anni, il trend è ormai avviato, secondo Du Peng, docente della Scuola di Sociologia e Studi sulla Popolazione dell’Università del Popolo di Pechino. Ancora più fosco il giudizio di He Yafu, demografo indipendente, secondo cui nel 2022 si assisterà a una crescita negativa dei nuovi nati, a meno di un aumento degli incentivi alle coppie per mettere al mondo più figli.

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