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C’è da un 33% a un 70% di rischio di avere almeno un caso in Europa, nelle prossime due settimane, del nuovo coronavirus della polmonite che ha paralizzato la provincia cinese dell’Hubei. E questo nonostante la massiccia chiusura al traffico decisa dalle autorità cinesi in vaste settori della provincia. La stima è dell’Inserm, l’Istituto nazionale francese di salute e ricerca medica, e si basa su uno studio condotto nelle ultime ore da un gruppo di ricercatori, la gran parte dei quali italiani (lo studio è scaricabile a questo link).

L’ipotesi di contagio è quella legata all’arrivo per via aerea di viaggiatori infettati dal virus e lo studio considera quindi come aree di maggiore rischio quelle con grandi hub aeroportuali internazionali. Occhi puntati quindi su Londra, Parigi e Francoforte ma anche su Roma, Milano, Madrid, Barcellona e Amsterdam.

“Fare previsioni è estremamente difficile”, riconosce Vittoria Colizza, laurea in fisica alla Sapienza e dottorato in fisica alla SISSA di Trieste, “e dipende tutto dalla sorgente, anche in considerazione che i numeri variano da un giorno all’altro”.

L’Italia è il quarto Paese più a rischio

Lo studio prevede due scenari: uno ‘a bassa esportazione’, ovvero che dalla Cina si esporti lo stesso numero di casi, sette, registrati fino a giovedì 23 gennaio tra i viaggiatori partiti da Wuhan nelle due settimane tra il 6 e il 20 gennaio; l’altro ad alta esportazione, compatibile con un maggior numero di partenze dalla Cina (anche fino a tre volte lo scenario minimo).

Secondo gli scienziati, a guardare i flussi di viaggiatori in arrivo dalla Cina, i Paesi più a rischio sono Gran Bretagna (dal 9% al 24% a seconda dello scenario), Germania (dall’8% al 21%), Francia (dal 5% al 13%), Italia dal 5% al 13%) e Spagna (dal 4% all’11%). Le aree meno a rischio sono l’Europa settentrionale e le nazioni dell’ex cortina di ferro. 

L’istituto francese si avvale di un team ‘REACTing’, una rete multidisciplinare di esperti, che lavora su malattie infettive emergenti per meglio preparare il Paese a rispondere un’eventuale epidemia. E ha approntato lo studio in vista dei casi che possano manifestarsi in Europa, in Francia in particolare: “Fare una valutazione del rischio serve ad approntare le strutture (a cominciare dai letti disponibili) ma anche a immaginare le contromisure per limitare la trasmissione del virus” spiega Colizza.

La Cina ha confermato un secondo decesso, causato dal misterioso coronavirus che ha paralizzato il Paese, al di fuori dell’area considerata l’epicentro dell’epidemia. La vittima risiedeva nell’Heilongjiang, una provincia al confine con la Russia, a più di 1.800 km da Wuhan, la città in cui si e’ registrata la stragrande maggioranza dei casi di infezione e decessi per il virus. Un altro caso era stato registrato a Hebei, la provincia che circonda Pechino.

Il bilancio delle vittime causato dal nuovo coronavirus apparso a dicembre in un mercato di Wuhan è dunque salito a 26 morti su un totale di 830 persone contagiate. Sul web circolano le immagini di diversi ospedali cinesi superaffollati, con i sanitari coperti interamente dalle tute bianche protettive.

Più di 41 milioni i cinesi confinati

Sono più di 41 milioni oramai i cinesi confinati nelle tredici città nella provincia cinese dello Hubei, dove si concentra il numero più alto di casi, a imporre restrizioni ai trasporti. Assieme a Wuhan, il capoluogo provinciale dello Hubei, dove ha avuto origine l’epidemia, ci sono altre tre città limitrofe – Huanggang, Ezhou e Chibi – a subire restrizioni. E poi ancora Huangshi, sempre nella provincia di Hubei, dove dalle 10, ora locale, sono sospesi tutti i collegamenti pubblici per impedire lo spostamento di persone.

Infine, secondo il Quotidiano del Popolo, anche a Xiantao, Enshi, Qianjiang e Xianning sono state adottate restrizioni di movimento. L’ultimo caso è quello di Yichang, che ha imposto restrizioni alla circolazione di mezzi pubblici dalle 14 di oggi, le sette del mattino in Italia.

Allerta al massimo a Pechino e Shanghai

Sono 29 i casi confermati di polmonite a Pechino, dove le autorità sanitarie locali hanno innalzato il livello di risposta alle emergenze sanitarie al grado massimo, il livello 1. Lo ha reso noto la Commissione per la Sanitàdella capitale cinese durante una conferenza stampa sul controllo e la prevenzione dell’epidemia. Dei 29 casi casi accertati, uno era in gravi condizioni ma è migliorato, mentre gli altri casi sono stabili. 

Anche le autorità sanitarie di Shanghai hanno innalzato il livello di risposta alle emergenze sanitarie al grado massimo. Nella metropoli presso il delta del Fiume Azzurro, Shanghai Disneyland ha annunciato la chiusura della struttura a partire da domani. 

I nuovi casi fuori dalla Cina

Due nuovi casi di polmonite da coronavirus sono stati confermati a Singapore, dove adesso sono tre le persone contagiate. Lo ha confermato il Ministero della Sanità della città-Stato asiatica. Un paziente è un uomo di 37 anni, figlio del primo paziente su cui è stato accertata la presenza del coronavirus, mentre il secondo è una donna di 53 anni arrivata a Singapore da Wuhan il 21 gennaio scorso, a bordo di un volo della compagnie aerea low-cost Scoot, che ieri ha annunciato la sospensione dei voli da e per la città cinese, da cui si è diffusa la polmonite da coronavirus.

In totale, sono 44 i casi sospetti registrati a Singapore, e riguardano persone dagli 1 ai 78 anni: tredici di loro sono risultati negativi ai primi test medici.

La Corea del Sud conferma il secondo caso di paziente affetto dal polmonite da coronavirus. A risultare positivo ai primi test è stato un cittadino sud-coreano di 55 anni rientrato nel Paese nella serata di mercoledì dall’aeroporto Gimpo, a ovest di Seul. L’uomo, spiega il Korea Centers for Disease Control and Prevention (Kcdc), lavorava a Wuhan ed era stato in una clinica locale lamentando mal di gola e altri sintomi. Il centro ha anche confermato che 25 altri casi sospetti sono, invece, risultati negativi ai test.

Il ministero della Sanità giapponese ha poi confermato un secondo cas​o. Si tratta di un uomo sui 40 anni residente di Wuhan arrivato in Giappone lo scorso 19 gennaio e poi ricoverato in un ospedale di Tokyo il 22 gennaio.

Sale infine a quattro il numero di casi accertati di pazienti affetti da polmonite da coronavirus a Hong Kong. Gli ultimi due casi risultati positivi ai test preliminari sono donne di oltre sessanta anni di età che erano recentemente state a Wuhan e sono attualmente ricoverate in due diversi ospedali della città.

 La “donna più ricca d’Africa” al banco degli imputati e un dirigente bancario trovato morto a Lisbona. Si profila come un giallo internazionale di prima grandezza la formale incriminazione, annunciata giovedì, di Isabel Dos Santos, figlia dell’ex presidente dell’Angola, Josè Eduardo Dos Santos. Le accuse sono gravi: riciclaggio, frode, appropriazione indebita, falsificazione di documenti e nepotismo. I capi d’imputazione riguardano il periodo di 18 mesi in cui la donna ha diretto l’azienda petrolifera di Stato, la Sonangol.

È stato il procuratore generale Helder Pitta Groz a rendere noto l’atto d’incriminazione, che segue le clamorose rivelazioni dei cosiddetti ‘Luanda Leaks’, la grande inchiesta realizzata dal Guardian e di un consorzio internazionale di reporter investigativi – del quale fanno parte anche la Sueddeutsche Zeitung e le emittenti tedesche Ndr e Wdr – che ha rivelato la storia delle immense fortune della donna, che si trova fuori dal Paese ma fa comunque sapere di respingere con nettezza tutte le accuse.

Il mistero del banchiere trovato impiccato

Oltre alla 46enne Isabel Dos Santos, la Procura angolana ha incriminato tra gli altri anche l’ex direttore finanziario della Sonangol, Sarju Raikundalia, un alto dirigente del Banco de Fomento Angola, Mario Leite da Silva, nonché un dirigente della banca Eurobic, il cui nome in un primo momento non è stato reso pubblico. Poche ore dopo l’annuncio del procuratore, da Lisbona è arrivata la notizia del ritrovamento del corpo del banchiere. A detta delle forze dell’ordine portoghesi, la prima ipotesi è quella di un suicidio, dato che il 45enne è stato ritrovato impiccato nel garage della sua abitazione. Tuttavia gli inquirenti fanno sapere di non escludere la pista dell’omicidio. Voci circa un suo precedente tentativo di omicidio, ad inizio gennaio, ad ora non hanno trovato conferma. 

L’uomo non solo era il direttore del settore ‘private banking’ della Eurobic, ma anche l’intestatario del conto di Isabel Dos Santos. Tra le altre accuse rivolte a Dos Santos malversamenti, influenza illegale e atti di nepotismo durante la sua guida del colosso petrolifero angolano. La donna d’affari viveva, dopo le dimissioni del padre, tra Londra e Dubai. La giustizia angolana ha reso noto di volere “prendere tutte le misure a disposizione” perchè la 46enne faccia rientro in patria e sia lì sottoposta al giudizio della magistratura. Suo padre, Jose Eduardo Dos Santos, aveva governato l’ex colonia portoghese – spesso definita come uno dei Paesi più poveri e corrotti al mondo – dal 1979 al settembre 2017.

Quasi cento società nei paradisi fiscali

L’inchiesta ‘Luanda Leaks’ fa emergere il sospetto che Isabel traesse “notevoli vantaggi’ dal sistema corruttivo in Angola. Secondo le accuse, la donna avrebbe approfittato “in modo sistematico” delle dinamiche nepotiste praticate nel Paese, con lo scopo di aumentare drasticamente il proprio patrimonio. Stando ai documenti emersi, Dos Santos, suo marito Sindika Dokolo e altre persone di fiducia del gruppo hanno fondato negli ultimi anni oltre 400 società, di cui quasi un centinaio in ‘paradisi fiscali’ come Malta, Mauritius oppure Hong Kong. Queste società avrebbero tratto vantaggi da commesse pubbliche angolane, ma anche con attività di consulenza e crediti.

Intanto, la banca Eurobic – che ha sede in Portogallo – ha reso noto che Isabel Dos Santos intende vendere le proprie quote nell’istituto: e non si tratta di briciole, dato che lei con una quota di oltre 43% ne è ad oggi l’azionista principale. A quanto affermano oggi i media portoghesi, la figlia del presidente nonché miliardaria ha nel tempo effettuato tramite la Eurobic trasferimenti di denaro d’origine “sospetta”. In effetti i conti della donna erano stati congelati già a dicembre. Non solo. Tutta la vicenda sembrerebbe girare intorno all’Eurobic.

Il conto di Dos Santos – che in Angola e in Portogallo spesso viene chiamata solo “la principessa” – tempo fa era stato completamente svuotato, peraltro in circostanze a dir poco dubbie: Stando alle ricostruzioni dei media, nel giro di poche ore complessivamente 52 milioni di euro erano stati trasferiti ad un conto off-shore. Dopo 38 anni al potere, Jose Eduardo dos Santos si era dimesso nel settembre 2017. Il suo successore, Joao Lourenco, ha promesso di lottare con decisione contro la corruzione. 

Le autorità cinesi hanno decretato la chiusura al pubblico della Città Proibita al centro di Pechino per timore della diffusione del misterioso coronavirus che ha già ucciso 17 persone nella provincia dello Hubei. 

Salgono a 616 i casi di polmonite da coronavirus accertati in Cina e almeno 17 i decessi (25 secondo Sky News, cifra non confermata da fonti ufficiali). E, dopo Wuhan, dove si è diffuso il virus all’origine dell’epidemia di polmonite che ha colpito la Cina, anche altre due città nella provincia interna cinese dello Hubei vengono messe in sostanziale quarantena, per evitare il diffondersi del contagio. Intanto la città di Pechino ha annullato i festeggiamenti per il Capodanno, che quest’anno cade il 25 gennaio  La polmonite nella capitale cinese ha già provocato 22 casi accertati.

Le autorità della città di Huanggang, non lontana da Wuhan, hanno indetto lo stop dei trasporti pubblici e la chiusura dei luoghi di ritrovo. Dalla mezzanotte di oggi, ora locale, si fermeranno le corse sugli autobus, anche a lunga percorrenza, e su rotaia, e verranno chiusi cinema e luoghi pubblici dedicati alla cultura, al turismo e all’intrattenimento. Chiuso fino a data da stabilirsi anche il mercato centrale della città, secondo quanto riporta la nota emessa dall’amministrazione locale. In tutti i punti di ingresso stradali della città, conclude l’amministrazione, che chiede la comprensione dei cittadini, verranno effettuati screening delle temperature. 

Ezhou, situata sul fiume Yangtze, vicino a Huanggang, non opererà più, dalla notte di oggi, trasporti ferroviari. Lo hanno comunicato le autorità locali della città, che conta oltre un milione di persone, anche se, almeno per il momento, non si segnalano ulteriori misure restrittive alla mobilità delle persone.

Le vittime erano anziane e vulnerabili

Avevano dai 48 agli 89 anni 17 delle persone morte per il coronavirus che ha provocato l’epidemia di polmonite a Wuhan, nella Cina interna, e cinque di loro non avevano mostrato sintomi di febbre al momento del ricovero ospedaliero, ma presentavano altri sintomi, tra cui cui tosse, un senso di oppressione al torace e difficoltà respiratorie, riferisce la Commissione Nazionale per la Sanità cinese che ha reso noto il profilo sanitario delle prime 17 persone morte a causa del coronavirus.

Delle 17 vittime, otto avevano più di 80 anni, due tra i 70 e gli 80, cinque erano 60enni, a cui si aggiunge un 50enne, oltre alla più giovane vittima, di soli 48 anni. Almeno nove di loro avevano condizioni pre-esistenti, tra cui il diabete, problemi alle coronarie e il morbo di Parkinson. Delle 17 vittime, quattro erano donne e il resto uomini, di cui il più anziano risulta un 89enne di nome Chen. L’uomo si era rivolto al medico il 5 gennaio scorso ed è deceduto 13 giorni dopo: prima di contrarre il coronavirus soffriva di iper-tensione, diabete e problemi alle coronarie, mentre la più giovane vittima, la 48enne di cognome Yin, soffriva di diabete e aveva avuto un infarto.

Stanno tutti bene i passeggeri atterrati a Fiumicino

Stanno tutti bene i 202 passeggeri e l’equipaggio del volo proveniente da Wuhan, atterrati questa mattina all’Aeroporto di Fiumicino e sottoposti al controllo sanitario predisposto dal ministero della Salute. Lo conferma a Sky Tg24 Carlo Racani, direttore sanitario degli Aeroporti di Roma. L’esito del controllo è stato immediato.

“Il canale sanitario è una struttura apparentemente avveniristica – spiega Racani – ma la procedura è molto semplice. Le persone passano sotto le telecamere termiche. Se il colore della pelle cambia, il passeggero viene enucleato, portato fuori dal gruppo e da lì iniziano i controlli specifici per poter vedere di che cosa si tratta”.

Sono circa 260 milioni i cristiani perseguitati in tutto il mondo, mentre risultano in calo le uccisioni. Sono cifre da accompagnare però al condizionale, dato che – per dirla con la Federazione internazionale per i diritti dell’uomo – è “praticamente impossibile” rispondere alla domanda su quante siano “le persone che vengono discriminate, perseguitate o addirittura uccise per il loro credo religioso”. Questo anche perché “il numero dei cristiani nei diversi Paesi, oppure il numero dei gruppi che soffrono di persecuzioni tra i cristiani è in molti casi incerto, altamente controverso”, come si legge nel Rapporto annuale sulla persecuzione e discriminazione dei cristiani edito tra gli altri dall’Alleanza evangelica e dall’International Institute for Religious Freedom.

Nondimeno, l’unica istituzione che fornisce una stima aggiornata in merito, compreso il numero delle uccisioni dei cristiani, è l’Ong Open Doors (Porte aperte), che da oltre 25 anni aggiorna la sua World Watch List, l’ultima delle quali è stata presentata recentemente alla Camera dei deputati. È da lì che emerge il numero di 260 milioni di persone, circa un cristiano su otto, e si tratta di una cifra che per quanto da prendere con le molle viene accettata anche da altre realtà autorevoli nel mondo delle associazioni internazionali per i diritti umani e nelle stesse realtà cristiane.

Nella fattispecie, il rapporto di Open Doors analizza i fatti accaduti dal primo novembre 2018 al 31 ottobre 2019 in cento Paesi: secondo questo quadro, sarebbero aumentati di 15 milioni di unità i cristiani il cui livello di discriminazione possa essere classificato “estremo”, “molto alto” oppure solo “alto”. Mentre rimane al primo posto della classifica ‘negativa’ della World Watch List la Corea del Nord, in pole position per il diciottesimo anno consecutivo, con un numero compreso tra i 50 mila e i 70 mila cristiani detenuti nei campi di lavoro a causa della loro fede, a livello globale risulta tuttavia in calo la cifra complessiva dei cristiani uccisi, che scende da 4.305 a 2.983 vittime.

Da questo punto di vista, il Paese più pericoloso continua ad essere la Nigeria, ovviamente a causa degli attacchi delle tribù Fulani e degli islamisti di Boko Haram. Seguono la Repubblica Centrafricana alle prese con un sanguinoso conflitto e lo Sri Lanka, dove nella ‘Pasqua di sangue’ del 2019 morirono oltre 253 persone e furono colpite tre chiese, quattro alberghi di lusso e un complesso residenziale. Tuttavia – come spiega Cristian Nani, direttore di Porte Aperte – “è vero che sono diminuite le morti e le uccisioni, ma è un dato che solitamente cambia a seconda dell’anno e che quindi risulta molto altalenante”.

Quello che rimane costante, come riferisce il sito di Vatican News, è “l’aumento della pressione che riguarda la vita privata e la vita pubblica nelle comunità e nella Chiesa”. Un fenomeno di “grave discriminazione” che riguarda, a detta di Nani, almeno 73 nazioni, “secondo vari parametri che vanno dalle discriminazione alle violenze, all’esclusione dal lavoro, dalla sanità alle leggi che proibiscono l’esistenza dei cristiani fino a quelle contro le conversioni”.

Undici i Paesi nei quali la persecuzione contro i cristiani viene definita “estrema”. A parte la già citata Corea del Nord, si citano Paesi in costante conflitto come l’Afghanistan, l’Eritrea, il Sudan, la Siria, la Somalia, lo Yemen e la Libia. Non manca il Pakistan, dove – nell’anno della liberazione di Asia Bibi – rimane comunque la legge contro la blasfemia. Appena sotto, ossia nella categoria delle persecuzioni dal livello “molto alto”, compaiono Paesi come Iraq, Cina e Qatar.

La persecuzione dei cristiani in Medio Oriente non è certo una novità: in Siria, dopo nove anni di guerra, la loro presenza è più che dimezzata, crollando da oltre 2 milioni di persone a 744 mila. In Iraq sono diminuiti di quasi il 90%, da un milione e mezzo del 2003 a meno di 200 mila. Anche dopo la sconfitta dell’Isis il rientro per esempio nella piana di Ninive risulta molto difficoltosa per l’assoluta carenza di minime condizioni di sicurezza.

Secondo Open Doors, in tutto il mondo nel corso di quella porzione di 2019 sono quasi 10 mila le chiese che sono state attaccate o chiuse, mentre si stimano in oltre 8.000 i casi di abusi sulle donne a causa della loro fede cristiana. Nella World Watch List di Porte Aperte compaiono quest’anno per la prima volta anche il Burkina Faso e il Camerun, questo a ragione della situazione sempre più conflittuale del Sahel, nel quale sono in attività almeno 27 gruppi jihadisti: un fatto strettamente connessa alla notizia della chiusura di 200 chiese in Burkina Faso.

Come spiegava sempre Nani in occasione della presentazione del rapporto, “uno dei punti essenziali dell’agenda di questi gruppi è proprio l’eliminazione della presenza cristiana. Arrivano nei villaggi del nord dando alle famiglie un ultimatum di tre giorni entro il quale devono sparire dal posto. Se questo non avviene, li uccidono”. 

Una donna negli Stati Uniti, nello stato dello Utah, rischia una condanna a dieci anni di carcere come molestatrice sessuale. La sua colpa? Essersi fatta sorprendere senza maglietta e reggiseno davanti ai tre figli del compagno di età compresa tra i 9 e i 13 anni.

La denuncia arriva dalla madre dei bambini che ha riportato la storia agli assistenti sociali già impegnati in un processo a parte. Il caso oltreoceano sta facendo abbastanza scalpore dato che non si tratta di nudismo domestico ma di una coppia che, a quanto scrive The Guardian, intenta a ridipingendo una parete del garage, ha deciso di togliersi la maglietta (entrambi) per evitare di sporcala di vernice.

Martedì il giudice Kara Pettit si è rifiutata di rovesciare una legge dello stato dello Utah “sull’oscurità”, secondo la quale anche il seno rientrerebbe nelle parti “oscene” del corpo.  Non sono ancora chiare le intenzioni di Tilli Buchanan, questo il nome della donna, che in caso di appello dovrebbe affrontare un processo che, come già scritto, potrebbe costarle una dura condanna, nonché il marchio di molestatrice.

Durante il dibattito la donna, supportata dall’American Civil Liberties Union dello Utah si era appellata ad una sentenza avvenuta nello stato del Colorado contro una donna anche lei accusata di aver mostrato il seno, il tribunale in quel caso le ha dato ragione dato che la legge in questione non tratta allo stesso modo il petto maschile e quello femminile.

La questione inerente la nudità del seno femminile negli ultimi anni è stata affrontata in maniera diretta anche sui social; ha fatto parecchio rumore la campagna “Free the Nipple” cui account ufficiale su Instagram conta al momento 332mila followers, che è sfociata anche in tre arresti di membri dello staff che sono stati arrestati per aver provocatoriamente preso il sole in topless su una spiaggia del New Hampshire nel 2016.   

L’epidemia di polmonite virale da coronavirus diffusasi da Wuhan, e che ha già provocato sei morti, si abbatte sulle festività del capodanno cinese, quando si verifica il picco di viaggi all’interno del Paese asiatico, con il rischio di un aumento del contagio. In occasione della più importante festività del calendario cinese, si prevedono circa tre miliardi di spostamenti in poco più di un mese, il periodo del “chunyun”, cominciato il 10 gennaio scorso e che si protrarrà fino al 18 febbraio prossimo.

Il rallentamento dell’economia non scoraggia i viaggiatori, che hanno prenotato il rientro nei luoghi di provenienza o i viaggi all’estero con mesi di anticipo: proprio in questi giorni si registra il primo picco, previsto dal 20 al 22 gennaio, a cui seguirà il contro-esodo dopo le feste con il 31 gennaio e il 1 febbraio prossimo visti come date critiche.

Molti si muoveranno in auto (2,43 miliardi di viaggi, in calo dell’1,2% rispetto allo scorso anno) mentre i viaggi su rotaia saranno 440 milioni (l’8% in più del 2019) quelli via aerea 79 milioni e quelli via mare 45 milioni (entrambi in aumento, dell’8,4% e del 9,6% rispettivamente, rispetto allo scorso anno). Oltre sei milioni di cinesi hanno viaggiato all’estero durante le festività di capodanno 2019. ​

L’Italia tra le mete più gettonate

 Quest’anno, secondo i dati del colosso dei tour operator cinesi, Ctrip, i turisti hanno prenotato viaggi in oltre mille destinazioni in 102 tra Paesi e regioni: tra questi l’Italia figura tra le mete più richieste, assieme ad Australia, Stati Uniti e Nuova Zelanda per viaggi di medio-lungo periodo, mentre il Giappone e il sud-est asiatico sono le mete preferite per i viaggi brevi.

Autorità aeroportuali di diversi Paesi hanno confermato un rafforzamento dei controlli sui passeggeri in arrivo dalla citta’ di Wuhan o – più in generale, come ha fatto Singapore – dalla Cina: tra gli ultimi c’è l’Australia, che si aggiunge a Giappone, Corea del Sud, Malaysia, Hong Kong e Stati Uniti, per gli aeroporti di San Francisco, Los Angeles e New York.

Se i controlli della temperatura dei passeggeri in partenza sono già cominciati, sono in molti in Cina a lamentarsi della scarsezza di misure precauzionali, e persino lo stesso tabloid Global Times, generalmente su posizioni forti a difesa del governo, ha chiesto maggiore trasparenza alle autorità.

L’ira del partito, che chiede più trasparenza

Dalla provincia meridionale dello Yunnan, dove si trova in visita di ispezione, il presidente cinese, Xi Jinping, ha formulato i propri auguri a tutti i cinesi per il nuovo anno del Topo, ma ieri aveva avvertito i funzionari a prodursi in tutti gli sforzi necessari per il contenimento dell’epidemia: gli scienziati la ritengono ormai trasmissibile da uomo a uomo e il virus ha fatto registrare casi anche in Thailandia, Giappone, Corea del Sud e Taiwan.

A chiedere trasparenza, con toni durissimi, è la Commissione per gli Affari Politici e Legali del Partito Comunista Cinese. “Chiunque deliberatamente ritardi o nasconda di riportare casi per il proprio interesse sarà inchiodato al pilastro dell’infamia per l’eternità”, ha avvertito la Commissione dal proprio account social. 

Con un ampio consenso tra le forze politiche, frutto dell’abile tessitura del premier di centrodestra, Kyriakos Mitsotakis, la Grecia ha per la prima volta una donna presidente della Repubblica. Ekaterini Sakellaropoulou, magistrato di lungo corso con una vocazione per l’ambiente e finora presidente del Consiglio di Stato, ha ottenuto in Parlamento i voti di 261 dei 300 deputati, ed è passata al primo scrutinio con il sostegno non solo del partito del premier, Nea Demokratia, ma anche di Syriza, la formazione di sinistra dell’ex capo del governo, Alexis Tsipras, e del movimento di centrosinistra Alleanza per il cambiamento (Kinal).

Mitsotakis ha dunque centrato subito l’obiettivo di eleggere un capo dello Stato il più possibile condiviso, e con la scelta di puntare su una personalità di prestigio istituzionale ma estranea alla politica e tuttavia forte di un apprezzamento bipartisan della politica. Non a caso, Sakellaropoulou era stata nominata presidente del Consiglio di Stato durante il governo Tsipras, nel 2018, e questo ha facilitato il si’ di Syriza che è oggi all’opposizione.

E a conferma del gradimento trasversale per la candidata alla presidente, tre dei sei deputati che non hanno potuto partecipare alla votazione, tra i quali l’ex premier Antonis Samaras, hanno sentito il bisogno di comunicare per lettera al presidente del Parlamento, Kostas Tasoulas, che se fossero stati presenti avrebbero votato per Sakellaropoulou.

La presidente si insedierà il 13 marzo al posto di Prokopis Pavlopoulos e resterà in carica per cinque anni. Il premier Mitsotakis ha incassato il successo con manifesta soddisfazione. La presidente, ha affermato, “è il simbolo dell’unità della nazione greca” e la sua elezione dimostra “che i greci sanno essere concordi sulle scelte importanti”.

La missione del nuovo capo dello Stato, nelle parole di Mitsotakis, sarà “guidare la transizione del Paese a una nuova era”.

Sakellaropoulou, 63 anni, è nata a Salonicco nel 1956 e ha studiato giurisprudenza nell’Università di Atene, dove si è laureata nel 1978, per poi specializzarsi in diritto amministrativo e diritto costituzionale alla Sorbona di Parigi. E’ entrata nella magistratura amministrativa quattro anni più tardi, quando nel 1982 è stata nominata relatore del Consiglio di Stato.

Nel 1988 è stato promossa presidente di sezione e nel 2000 è diventata consigliere. Il 23 ottobre 2015 e’ stata nominata vicepresidente del Consiglio di Stato e il 17 ottobre del 2018 ha assunto la presidente del massimo consesso della giustizia amministrativa. È stata molto attiva anche nelle relazioni internazionali, assumendo diversi ruoli nell’Associazione dei funzionari giudiziari del Consiglio d’Europa, della quale è stata per due volte presidente, dal 1993 al 1995 e dal 2000 al 2001).

Ha inoltre insegnato alla Scuola nazionale della magistratura e ha fatto parte di varie commissioni consultive, tra le quali il Consiglio disciplinare del ministero degli Esteri. Nella sua carriera di magistrato, Sakellaropoulou, si è specializzata in diritto ambientale, seguendo diversi processi che in Grecia hanno fatto discutere come quello sulla deviazione del fiume Acheloos nella pianura di Salonicco. Al diritto ambientale ha dedicato anche diverse delle sue molte pubblicazioni giuridiche, e in particolare saggi sulla pianificazione territoriale, la silvicoltura, la tutela delle foreste, l’energia rinnovabile e l’impatto delle infrastrutture sull’ambiente.

Il presidente Usa, Donald Trump, si è scagliato contro i “perenni profeti perenni di sventura” che avvertono che il mondo è alle prese con una grave crisi ambientale, mentre si rivolge al pubblico di Davos, dove è presente anche l’attivista svedese Greta Thunberg. “Dobbiamo respingere i profeti perenni di sventura e le loro previsioni sull’apocalisse”, ha detto Trump, poche ore dopo che Thunberg ha dichiarato al World Economic Forum che i governi non hanno fatto “praticamente nulla” per contrastare i cambiamenti climatici.

“L’America è tornata a vincere come non mai”

“Quando ho parlato due anni fa da questa platea ho detto che avrei lanciato il grande ritorno grande dell’America. Oggi abbiamo riscoperto la grande macchina dell’America e dell’industria Usa. L’America è tornata a vincere come mai prima d’ora”, ha detto ancora Trump nel suo Special Address al World Economic Forum.

“È finita l’era dello scetticismo verso gli Stati Uniti e le aziende sono tornate nel nostro Paese”, ha aggiunto Donald Trump, “stiamo cercando di creare un’economia più inclusiva”, ha detto, sottolineando che l’aumento di redditi e stipendi riguarda tutte le etnie. Trump ha parlato anche di disoccupazione fra i giovani più bassa, di disoccupazione fra le donne ai minimi 1953 e di crollo della disoccupazione fra i veterani.

“Il Duomo di Firenze simbolo dei sogni e delle ambizioni”

Il presidente Usa ha citato anche Il Duomo di Firenze e il Rinascimento, che diventano per Trump l’emblema “dei sogni e delle ambizioni”. “Secoli fa durante il Rinascimento degli operai hanno guardato verso il cielo e hanno costruito delle opere che ancora oggi toccano il cuore degli esseri umani – ha detto -. Il Duomo, un progetto che ha richiesto oltre 100 anni, è un posto davvero incredibile. Per completare questo progetto i mecenati della città avevano dalla loro parte la creatività e l’immaginazione, in Francia intanto si progettava Notre Dame per il cui incendio il mondo intero ha sofferto ma sappiamo che sarà ricostruita in modo magnifico, le grandi campane suoneranno di nuovo”.

“Il sogno americano è oggi più forte che mai” ha detto quindi Trump, “non possiamo mettere limiti ai sogni e alle ambizioni. Non dobbiamo pensare a quello cha abbiamo costruito oggi ma a quello che lasceremo quando noi non ci saremo più. Dobbiamo andare avanti con fiducia, senza paura e con una visione del futuro”.

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