Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Un soldato turco è stato ucciso in un attacco dei curdi nel Nord-Est della Siria, nel terzo giorno della tregua di cinque giorni annunciata con la mediazione degli Stati Uniti. Lo riferisce il ministero della Difesa di Ankara. “Uno dei nostri eroici compagni è caduto martire e un altro è stato ferito dopo un attacco con proiettili anti-carro e di armi leggere da parte di terroristi mentre erano in missione di ricognizione e sorveglianza” nell’area di Tal Abyad, ha scritto il ministero.

I soldati turchi “hanno risposto al fuoco per difesa”, spiega Ankara. Nei giorni scorsi, i curdi avevano accusato l’esercito turco – e le milizie alleate – di non rispettare il cessate il fuoco. 

La Turchia ha inoltre chiesto agli Stati Uniti di usare la sua “influenza” sulle forze curdo-siriane perché si ritirino “senza incidenti” dal nord-est della Siria, come previsto dall’accordo raggiunto con Washington che dovrebbe mettere fine all’offensiva di Ankara. “Siamo impegnati a questo accordo: entro 5 giorni se ne dovrebbero andare e abbiamo detto ai nostri colleghi americani di usare la loro influenza, le loro connessioni per assicurarsi che se ne vadano senza incidenti”, ha detto il portavoce della presidenza, Ibrahim Kalin.

Il migliaio di soldati americani che hanno ricevuto l’ordine di ritiro dalla Siria si sposteranno in Iraq da dove continueranno le operazioni contro il sedicente Stato islamico e difenderanno il Paese, ha intanto riferito il segretario americano alla Difesa, Mark Esper

Venti i civili curdi uccisi dall’inizio del cessate il fuoco

Sono venti i civili curdi uccisi dalle forze curde nel Nord-Est della Siria dall’inizio della tregua annunciata giovedì, riporta invece la Mezzaluna rossa curda secondo cui tre persone sono morte nell’ospedale nella città di confine siriana di Ras al Ayn.

“Dall’accordo di cessate il fuoco tra le forze democratiche siriane (Fds) e il governo turco, le squadre della Mezzaluna rossa curda hanno registrato 20 civili uccisi e 20 feriti”, ha riferito l’Ong nel suo bollettino quotidiano.
Nella città di Ras al Ain, nel nord della Siria, si sono concentrati gli attacchi turchi e i ribelli siriani appoggiati da Ankara, che hanno praticamente assediato la popolazione. 

È stata recapitata a Bruxelles la lettera del premier britannico Boris Johnson con la richiesta di rinvio della Brexit da parte del governo di Londra. La notizia è stata data su Twitter dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk: “La richiesta di rinvio è appena arrivata. Ora inizierò a consultare i leader Ue per stabilire come reagire”. La richiesta di rinvio è stata accompagnata da una seconda lettera, questa firmata dal premier, in cui egli scrive che ritiene il rinvio un errore. 

Nella lettera all’Ue – non firmata – Johnson ha chiesto una proroga fino al 31 gennaio 2020, come previsto dal Benn Act approvato le scorse settimane da Westminster. Tuttavia il governo conservatore insiste sull’intenzione di voler ottenere l’approvazione dell’accordo entro fine mese e quindi uscire dall’Ue il 31 ottobre, rispettando la scadenza attuale. Il ministro britannico incaricati per i preparativi per la Brexit con no-deal, Michael Gove, ha dichiarato che “il governo ha i mezzi e le capacità per uscire dall’Ue il 31 ottobre”. Intanto il premier Boris Johnson potrebbe tornare in Parlamento già domani per fare approvare il suo accordo, con le leggi attuative.

Gli atleti, oggi come un tempo, sono più di semplici sportivi. E la politica, questo, lo sa bene. L’ultima conferma è arrivata pochi giorni fa, quando i giocatori della nazionale di calcio turca hanno fatto un saluto militare durante l’inno nazionale delle qualificazioni agli Europei contro l’Albania prima e la Germania poi. O ancora, la presa di posizione sui social a supporto dell’esercito turco, impegnato in Siria, da parte del centrocampista turco del St.Pauli Cenk Sahin.

Una mossa, la sua, che ha destato l’indignazione del club tedesco, da sempre schierato contro ogni forma di violenza. Proprio per questo, la società ha reso noto di aver allontanato il calciatore. Il suo contratto rimane valido ma Sahin non giocherà più per il St. Pauli. “I principali motivi sono il ripetuto disprezzo dei valori del club e la necessità di proteggere il giocatore. Per quanto ci riguarda, non può essere in discussione il fatto di rifiutare ogni atto di guerra”, si legge nella nota della società tedesca. 

Fin dalle Olimpiadi in Grecia, politica e sport si sono sempre mosse a braccetto. Inscindibili nell’anelare la meta, il trofeo, il successo. Con il 776 a.C – anno della prima Olimpiade – la sfida agonistica ha iniziato a mescolarsi a quella politica, alla lotta per il prestigio e alla supremazia. Per un atleta vincere significava ottenere fama eterna. Ma anche accesso a ricchi benefici materiali: compensi cospicui e importanti cariche pubbliche.

Le Olimpiadi moderne

Con la fine dell’Ottocento, le Olimpiadi moderne hanno iniziato ad assumere (almeno di facciata) un profilo diverso. Il fine di queste manifestazioni sportive era quello di recuperare un senso di fratellanza e comunità internazionale, ma anche ricercare una sorta di riscatto umano. Proprio per questo motivo, le gare olimpiche dovevano essere libere da interessi politici. Tuttavia i governi, e soprattutto le dittature, hanno sempre visto nel campo agonistico un’interessante occasione per testare le proprie strategie, un luogo su cui proiettare le proprie ambizioni. Parallelamente, nel corso del tempo, sono state momento storico per manifestare messaggi e opinioni personali.

Il caso delle Olimpiadi del 1936

In occasione delle Olimpiadi berlinesi del 1936, Hitler si impegnò a rendere, agli occhi del mondo, la Germania un paese pacifico, tollerante e, soprattutto, forte. Per lui si trattava di un’occasione per promuovere l’immagine del regime nazista, ma anche per dimostrare la teoria della superiorità della razza ariana. Tuttavia, a trionfare quell’anno non fu la bandiera tedesca bensì un atleta, di colore. Il 3 agosto del 1936 Jesse Owens vinse la medaglia d’oro nei 100 metri durante il secondo giorno delle Olimpiadi di Berlino. Il 23enne, figlio di un povero agricoltore nero del sud degli Stati Uniti vinse altre tre medaglie d’oro nel corso dei giochi, mettendo in imbarazzo i nazisti e le loro convinzioni.

I Giochi Olimpici del 1968

Uno tra gli episodi più celebri nella storia dello sport e della politica avvenne all’Estadio Olimpico Universitario di Città del Messico, nel 1968. Alla premiazione della finale dei 200 metri piani c’erano due corridori erano statunitensi: Tommie Smith e John Carlos. Una volta ricevute le medaglie, i due ascoltarono l’inno nazionale sollevando un pugno chiuso ricoperto da un guanto: una manifestazione di solidarietà nei confronti delle Black Panthers, l’organizzazione che da qualche anno lottava per mettere fine alla discriminazione degli afroamericani. Smith e Carlos non trovarono solidarietà e appoggio. Anzi, furono costretti ad abbandonare il villaggio olimpico, mettendo così la parola fine alla loro carriera.

Le Olimpiadi di Roma e di Rio de Janeiro

Nel 1960 il maratoneta Abele Bikila percorse a Roma i leggendari 42 chilometri e 195 metri senza indossare le scarpe. Erano gli anni in cui il continente nero si liberava dalla colonizzazione europea, e qualcuno vide nel gesto di Abele Bikila un messaggio chiaro e preciso.

Nel 2016, durante le Olimpiadi di Rio, la schermitrice italiana Elisa Di Francisca, fresca vincitrice della medaglia d’argento nel fioretto, festeggiò sul podio esponendo la bandiera europea (e non, come da protocollo, quella nazionale). “Con questa bandiera – spiegò l’atleta – voglio mandare il messaggio che l’Europa è unita e lotta contro il terrorismo”.

Le ultime manifestazioni di dissenso politico

Nelle ultime settimane si sta assistendo a molte manifestazioni di dissenso politico provenienti dal mondo dello sport. Basti pensare al gesto di un dirigente dell’Nba che, ai primi di ottobre, ha twittato il suo appoggio ai manifestanti di Hong Kong, paese in cui le proteste imperversano da più di 4 mesi. Si tratta di Daryl Morey che, GM degli Houston Rockets, si era dichiarato a favore dell’azione dei “ribelli”.

Poi, ancora, la presa di posizione del Barcellona contro le sentenze del tribunale di Madrid: “La pena preventiva non ha aiutato a risolvere il conflitto, non lo farà la pena detentiva inflitta ora. La soluzione del conflitto in Catalogna deve arrivare esclusivamente dal dialogo politico”, ha commentato sui social il club di calcio. “La società esprime sostegno e solidarietà ai familiari delle persone private della loro libertà”. 

Il palazzo dell’Enel a Santiago del Cile ha subito gravi danni per un incendio scoppiato nella notte. Non ci sono vittime né feriti. La situazione è ora sotto controllo. Da giorni la capitale cilena è scossa da violente manifestazioni contro il rincaro dei biglietti dei trasporti pubblici.

In una nota l’Enel fa sapere che l’incendio “è stato domato” e i danni “sono circoscritti alla scala antincendio e agli interni di alcuni piani”. In particolare, il gruppo sottolinea che “al momento sono da escludere possibili crolli”. Si è trattato di “un atto doloso avvenuto nell’ambito delle proteste, in corso nella città, contro l’aumento del prezzo dei biglietti della metropolitana di Santiago”, compiuto da “persone non ancora identificate”. 

Difficile ritorno alla normalità per Barcellona dopo una notte di guerriglia tra separatisti e forze dell’ordine. Il bilancio è di oltre 180 feriti in tutta la regione (di cui 152 a Barcellona) e 83 persone sono state fermate dalla polizia. Il timore è che il tutto possa ripetersi nella serata: è previsto a una nuova manifestazione, sempre in piazza d’Urquinaona, alle 18. 

Le proteste indipendentiste sono iniziate dopo le condanne inflitte ai leader secessionisti catalane, tra i quali il presidente di Esquerra Republicana de Catalunya, Oriol Junqueras, che dovrà scontare 13 anni. 

Il clima era generalmente pacifico prima che un gruppo di manifestanti incappucciati prendesse di mira il quartier generale della polizia nazionale in via Laietana: decine di bidoni dell’immondizia sono stati dati alle fiamme. Gli agenti sono stati colpiti con pietre e altri oggetti. Hanno risposto con carico e sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeni. 

Nel centro del capoluogo catalano si è riversata ieri una marea umana di 525 mila persone, partite in cinque lunghe marce da cinque città della regione. I dimostranti hanno camminato per giorni prima di arrivare nel cuore di Barcellona. La città è rimasta bloccata: sono stati cancellati 57 voli, la Sagrada Familia è rimasta chiusa ai visitatori, l’Opera ha annullato la Turandot, la maggior parte dei negozi è rimasta con le serrande abbassate e il traffico sull’autostrada principale che collega la Spagna alla Francia è stato interrotto dai dimostranti.

Rilasciato il reporter di El Pais fermato

Albert Garcia, il fotoreporter del quotidiano spagnolo El Pais, che era stato fermato nella notte dalla polizia mentre seguiva gli scontri a Barcellona, è stato rilasciato. L’uomo, che aveva addosso segnali che lo identificavano come ‘stampa’, e’ stato immobilizzato a terra da una mezzo dozzina di agenti mentre cercava di riprendere l’arresto di un giovane. Ammanettato, è stato caricato su un pulmino e portato via; nel frattempo gli agenti cercavano di impedivano ai colleghi del fotoreporter di riprendere quanto stava accadendo.
Garcia è a Barcellona da lunedì per seguire le proteste.

Di fronte alle violenze, il governo spagnolo risponde con “l’applicazione proporzionata della legge e con fermezza democratica”, ha affermato, in un’intervista a ‘La Repubblica’, Isabel Celaà, portavoce del governo socialista spagnolo di Pedro Sanchez.
“Negli ultimi giorni abbiamo assistito a fatti molto spiacevoli, portati avanti da gruppi minoritari ma coordinati per agire in modo violento. Stiamo rispondendo come qualunque Stato democratico e di diritto, con le forze di polizia”, ha sottolineato.

“Ci aspettavamo una grande reazione emotiva in vista della sentenza. Ora, dopo le condanne, la dobbiamo gestire”, ha aggiunto, rimarcando che “in questo momento siamo garanti della liberta’ e della sicurezza di tutti i cittadini spagnoli”. Guardando alle prossime elezioni, Celaà si è detta convinta che bisogna “fare di tutto perché il 10 novembre ci sia un governo forte, sostenibile, coerente, per guidare la Spagna nei prossimi 4 anni”.

L’estrema destra chiede l’arresto del governatore

La formazione di estrema destra Vox ha denunciato, da parte sua, il presidente della Generalitat catalana Quim Torra e ne ha chiesto “l’arresto immediato”. Il partito nazionalista guidato da Santiago Abascal accusa Torra di ribellione, disordini pubblici, manifestazione illecita e collaborazione con organizzazioni terroristiche. Vox chiede inoltre l’apertura di un’inchiesta che porti all’individuazione e successivamente all’arresto dei leader di “Tsunami democratico” accusata di essere un’organizzazione terroristica. “Tsunami Democratic” è una app che i manifestanti più facinorosi usano per darsi appuntamento e la polizia ha aperto un’indagine in merito.

Torra ha comunque condannato “gli atti di vandalismo”: “Non possiamo permettere che un gruppo di infiltrati danneggi l’immagine dell’indipendentismo”, ha avvertito denunciando l’azione di gruppi estranei alla causa separatista. Poi ha rilanciato la sfida di un nuovo referendum entro due anni per l’indipendenza da Madrid. 

Giornata cruciale per la Brexit: per la prima volta dal 1982 il Parlamento è stato convocato di sabato per discutere dell’accordo sul divorzio da Bruxelles raggiunto dal premier Boris Johnson con l’Ue. Servono 320 voti perché venga approvato e per il governo è caccia all’ultimo voto, con indicazioni e preferenze che fluttuano. 

Ma la vera partita si sta spostando sugli emendamenti, in particolare quello presentato da Oliver Letwin che rinvia la piena approvazione dell’accordo per la Brexit fino a quando tutta la legislazione associata non sarà approvata, anche dopo il 31 ottobre. Una mozione pro-estensione che punta a evitare una possibile imboscata dei falchi Brexiteer che potrebbero approvare l’accordo, rimuovendo quindi le condizioni per l’applicazione del Benn Act (la legge anti-no deal approvata il mese scorso), per poi bocciare la seguente legge sull’uscita dall’Ue, costringendo cosi’ il Paese a una Brexit senza accordo il 31 ottobre. Fonti di Downing Street, rilanciate dai media, hanno riferito che in caso l’emendamento Letwin passi in Parlamento, il governo ritirerà il voto e lo ripresenterà lunedì o martedì. 

Se invece i deputati saranno chiamati a votare l’accordo raggiunto da BoJo, si apriranno diversi scenari. Il premier ha bisogno di 320 voti per far passare l’intesa: finora, contro l’accordo si sono già schierati il Dup, partito unionista nordirlandese (che era contrario al backstop e resta contrario anche al nuovo assetto raggiunto nell’intesa aggiornata), i nazionalisti scozzesi dell’Snp, i laburisti e i Lib-Dem.

Due i gruppi che potrebbero fare la differenza, in un senso o nell’altro: i cosiddetti ‘Spartani’, acerrimi Brexiteer che l’ultima volta bocciarono il piano di Theresa May, affossandola, e i ‘ribelli’ dei Labour, pro-Leave, che malgrado le indicazioni del leader Jeremy Corbyn potrebbero decidere di appoggiare il nuovo accordo di BoJo. Tra questi, Caroline Flint, Stephen Kinnock e Melanie Onn. I Tory dell’European Research Group hanno invece fatto sapere che stavolta sosterranno il piano del premier.

Se i deputati bocciano l’accordo, Johnson potrebbe chiedere un rinvio a Bruxelles (opzione che ha sempre rifiutato e lo ha ribadito anche oggi in aula, sostenendo che sarebbe “inutile, costoso e corrosivo), dimettersi (e un premier ad interim chiederebbe il rinvio in base al Benn Act passato il mese scorso) o rifiutarsi di chiedere un’estensione; a questo punto l’opposizione invocherebbe un voto di fiducia o sarebbe il premier stesso a chiedere elezioni generali.

In caso di sfiducia, BoJo sarebbe costretto alle dimissioni; in caso di vittoria in aula, invece, il premier potrebbe essere tentato di portare il Paese all’uscita senza accordo il 31 ottobre, innescando probabilmente una battaglia legale su questo. Quanto all’opzione rinvio, se l’Ue lo concedesse (e non è detto, ci sono resistenza all’interno dei 27), nel Regno Unito si aprirebbero diversi scenari: elezioni generali, nuovo referendum o ulteriori negoziati; in caso invece Bruxelles rifiutasse di concedere altro tempo, per la Gran Bretagna sarebbe no-deal. 

mTre ore di sparatorie e una città, Culiacan, la più grande dello Stato messicano di Sinaloa (circa 800 mila abitanti), il feudo di El Chapo, trasformata in una zona di guerra: a scatenare i combattimenti è stata la notizie della cattura di un figlio del re dei narcotrafficanti Joaquin Guzman, che le autorità sono state costrette a liberare dopo una vera e propria battaglia tra la polizia e gruppi di paramilitari pesantemente armati a bordo di fuoristrada da un lato e gli uomini del cartello di Sinaloa, dall’altro. È stato il presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador in persona ad ammettere che Ovidio Guzman (arrestato in una abitazione con tre feledissimi), il 28enne ‘figlio d’arte’ del re dei narcos, soprannominato ‘il topo’, “è stato liberato per evitare di mettere in pericolo le vite delle persone”.

Ovidio, uno dei 10 figli che il Chapo ha avuto da tre donne diverse, ha assunto il controllo parziale del cartello, che era stato gestito dal padre fino a quando non è stato estradato negli Stati Uniti nel 2017. Il suo arresto è stato questione di poco: la casa dove era stato catturato nel pomeriggio, è stata circondata da uomini armati, che hanno anche cominciato ad attaccare le pattuglie della polizia, bloccando strade e dando fuoco ai veicoli. Contemporaneamente altri sicari hanno effettuato blocchi e ingaggiato conflitti a fuoco con le forze di sicurezza in altre zone della città, in particolare intorno alla sede della Procura, dove si riteneva fosse stato portato il boss. Nel caos, si è pure diffusa la voce che i criminali cercavano di rapire i parenti dei militari e delle autorità. Nelle violenze, 20 o 30 prigionieri dal carcere di Aguarato, sono fuggiti con i trafficanti.

Il segretario alla Sicurezza, Alfonso Durazo, ha confermato che una pattuglia di 30 uomini della Guardia Nazionale e del ministero della Difesa Nazionale ha avuto in mano per qualche ora Ovidio. Poi, “diversi gruppi criminali hanno circondato la casa con una forza maggiore di quella della pattuglia”, mentre altri minacciavano e aggredivano i cittadini, scatenando “una situazione di panico”. “Al fine di salvaguardare il bene superiore dell’integrità e della tranquillità della società Culiacanense, le autorità hanno deciso di sospendere tali azioni”, è stato spiegato. Il governo dello Stato ha chiesto alla popolazione di “mantenere la calma e di restare in casa”.

“La cattura di un criminale non può valere più della vita delle persone. Hanno preso la decisione di rilasciarlo e io l’ho appoggiata”, ha spiegato Lopez Obrador. Il presidente ha riconosciuto che la situazione “è diventata molto difficile” a Culiacàn – che per ore è stata assediata da proiettili – e, essendo “a rischio” molti cittadini, è stato deciso di rilasciare il delinquente”.

Manifestanti in tutto il Libano hanno bloccato strade e bruciato copertoni, mentre a Beirut si protesta per il secondo giorno consecutivo contro le condizioni economiche del Paese e la proposta del governo di tassare le chiamate fatte tramite le applicazioni di messaggistica istantanea, come WhatsApp. Nelle proteste anti-governative, ci sono stati anche due vittime, due lavoratori siriani morti asfissiati da un incendio esploso in un negozio durante i disordini nel centro della capitale, Beirut, dove migliaia di persone continuano il sit-in avviato la notte scorsa.

Sono le proteste più massicce degli ultimi anni in Libano: migliaia di persone si sono riunite ieri sera davanti al Gran Serraglio, la sede del governo, al centro della capitale, costringendo l’esecutivo a revocare i piani di una nuova tassa sulle chiamate via Internet. Le forze dell’ordine sono intervenute con i lacrimogeni e all’alba si sono verificati scontri con i manifestanti.

Altri focali di protesta sono esplosi a Sidone, Tripoli e nella valle della Bekaa, secondo quanto riporta l’agenzia di stato ufficiale Nna. I manifestanti hanno bloccato le strade nel Nord, nel Sud e nella Bekaa bruciando copertoni. Anche la strada che collega Beirut all’aeroporto e’ inagibile, mentre il governo ha dato ordine di tenere le scuole chiuse nella giornata di oggi. “La gente vuole la caduta del regime”, e’ uno degli slogan scanditi a Beirut dalla piazza, lo stesso che risuonava nelle proteste della Primavera araba, nel 2011.

Si tratta della seconda ondata di proteste in questo questo mese. E la reazione popolare ha portato il governo a tornare sui suoi passi. “Su richiesta del primo ministro Saad Hariri, l’idea di imporre una commissione di 20 centesimi sulle comunicazioni online, in particolare WhatsApp, verrà ritirata e questa non sarà più sul tavolo del governo. Il servizio rimarrà disponibile così come è sempre stato”, ha scritto in serata il ministro delle Telecomunicazioni libanese, Mohamed Choucair, annunciando il dietrofront dopo mezza giornata di rivolta popolare. Fin da ieri mattina, quando i media libanesi avevano cominciato a riportare la notizia del nuovo balzello, il web aveva raccolto il dissenso di migliaia di utenti: l’hanno chiamata la tassa di WhatsApp.

In verità il progetto di legge che aveva messo d’accordo il governo non avrebbe riguardato solo la chat verde: a finire nel mirino del fisco libanese ci sarebbero finiti tutti i servizi VoIP (Voice over Internet Protocol, ovvero tutti quelli che offrono la possibilità di fare una telefonata tramite connessione internet), perciò anche FaceTime – che consente ai dispositivi basati sui sistemi operativi iOS e macOS di chiamarsi – o le stesse telefonate tramite Facebook Messenger. Il progetto era chiaro e a svelarlo era stato il ministro dell’Informazione del Libano, Jamal al-Jarrah: l’addebito sarebbe stato pari a 20 centesimi al giorno.

Tradotto: sei euro al mese, nel caso in cui si fosse alzata (metaforicamente) la cornetta almeno una volta ogni ventiquattro ore. Considerato l’utilizzo pressoché universale di WhatsApp in Libano (una ricerca del 2018 del Pew Research Center certificava che il servizio e’ usato dall’84% della popolazione, una percentuale che raggiunge il 98% se si guarda agli under 30), Beirut contava di intascare almeno 200 milioni di dollari l’anno: una boccata d’ossigeno per le casse prosciugate di un Paese in profonda crisi economica. 

Una tassa sulle telefonate di WhatsApp. È il progetto sul quale, per alcune ore, ha lavorato il governo del Libano, sei milioni di abitanti incastonati tra Siria, Israele e mar Mediterraneo. Ma le proteste, esplose nella sera del 17 ottobre quando migliaia di manifestanti sono scesi per strada, hanno costretto Beirut a ritirare la proposta in maniera repentina e affannata.

بناء على طلب دولة الرئيس سعد الحريري سيتم سحب فكرة وضع رسم 20 سنتاً على الاتصالات التي تُجرى عبر الانترنت لا سيما WhatsApp، وهذا الأمر لن يتم عرضه أو دراسته بعد الآن على طاولة مجلس الوزراء على الاطلاق، وستبقى الخدمات متوفرة كما كانت عليه.

— Mohamed Choucair (@MohamedChoucair)
October 17, 2019

“Su richiesta del primo ministro Saad Hariri, l’idea di imporre una commissione di 20 centesimi sulle comunicazioni online, in particolare WhatsApp, verrà ritirata e questa non sarà più sul tavolo del governo. Il servizio rimarrà disponibile così come è sempre stato”, ha scritto in serata il ministro delle Telecomunicazioni libanese, Mohamed Choucair, annunciando il dietrofront dopo mezza giornata di rivolta popolare.

WhatsApp ma non solo: 20 cent al giorno per chiamarsi via Internet

Fin dalle prime ore del 17 ottobre, quando i media libanesi avevano cominciato a riportare la notizia del nuovo balzello, il web aveva raccolto il dissenso di migliaia di utenti. La chiamavano la tassa di WhatsApp. In verità il progetto di legge che aveva messo d’accordo il governo non avrebbe riguardato solo la chat verde: a finire nel mirino del fisco libanese ci sarebbero finiti tutti i servizi VoIP (Voice over Internet Protocol, ovvero tutti quelli che offrono la possibilità di fare una telefonata tramite connessione internet), perciò anche FaceTime – che consente ai dispositivi basati sui sistemi operativi iOS e macOS di chiamarsi – o le stesse telefonate tramite Facebook Messenger.

Il progetto era chiaro e a svelarlo era stato il ministro dell’Informazione del Libano, Jamal al-Jarrah: l’addebito sarebbe stato pari a 20 centesimi al giorno. Tradotto: sei euro al mese, nel caso in cui si fosse alzata (metaforicamente) la cornetta almeno una volta ogni ventiquattro ore. Considerato l’utilizzo pressoché universale di WhatsApp in Libano (una ricerca del 2018 del Pew Research Center certificava che il servizio è usato dall’84% della popolazione, una percentuale che raggiunge il 98% se si guarda agli under 30), Beirut contava di intascare almeno 200 milioni di dollari l’anno. Una boccata d’ossigeno per le casse prosciugate di un paese in profonda crisi economica.

Per le strade esplode la protesta: cortei e fiamme sull’asfalto

La proposta di tassare i servizi VoIP, tuttavia, ha scatenato la protesta dei cittadini libanesi: i video che circolano su Twitter testimoniano che migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale Beirut e in altre città. Manifestazioni di rabbia dettate sì dalla minaccia della nuova tassa, ma soprattutto dall’esasperazione per una situazione sociale ed economica oramai giunta al limite.

Eruption of unrest in Beirut & beyond after the government says it will tax WhatsApp calls. (!!!!) @DailyStarLeb govt has backtracked, but Lebanon is on edge. People have had it with the mega-corruption & the dire economy https://t.co/nFBwPoj9Sp

— Liz Sly (@LizSly)
October 17, 2019

Le strade della capitale, come si vede nel video pubblicato dal corrispondente in Libano del canale televisivo israeliano Kann News, sono state bloccate e sulle carreggiate è stato appiccato il fuoco.

עד הווטסאפ! בביירות מפגינים הערב על מסים מתוכננים של הממשלה בין השאר על שיחות בווטסאפ שיעלו 20 סנט ליום pic.twitter.com/uybzdV3T8w

— roi kais • רועי קייס (@kaisos1987)
October 17, 2019

La crisi senza fine: disoccupazione, valuta debole, debito pubblico

È un paese piccolo il Libano: 250 chilometri tra nord e sud, una sessantina nel punto più largo da est a ovest. Noto per il proverbiale cedro, l’albero la cui immagine è stampata anche sulla bandiera nazionale, il paese è caratterizzato dalla frammentazione in molte confessioni religiose differenti. All’instabilità sociale – sfociata prima in una guerra civile lunga quindici anni, poi nelle tensioni con Israele, e oggi in un confronto aperto tra maroniti (cristiani) e drusi (musulmani) che a luglio ha provocato una sparatoria con due morti tra gli assistenti di un ministro druso – negli ultimi anni si è aggiunta una grave crisi economica.

La disoccupazione è al 25%, ma a preoccupare è soprattutto la galoppata senza fine del debito pubblico, giunto a 86 miliardi di dollari, pari al 150% del prodotto interno lordo.

fonte: tradingeconomics.com

Nelle ultime settimane la valuta, la sterlina libanese, si è poi indebolita rispetto al dollaro, un’ulteriore aggravamento della situazione che ha spinto i panettieri a scioperare. Il motivo? Le difficoltà nel pagare in dollari il grano importato e necessario a lavorare.

Come riportato da AP, già domenica scorsa il paese era stato scosso da manifestazioni di piazza. Della tassa su WhatsApp, allora, non si parlava ancora: oggi, nonostante il dietrofront del governo, il rischio è che la polveriera libanese sia pronta a prendere fuoco del tutto. 

I negoziatori dell’Unione Europea e del Regno Unito hanno raggiunto un accordo su un testo legale sulla Brexit. Ora il testo deve passare al vaglio del Parlamento britannico in seduta sabato ed essere approvato dalla Commissione prima di essere trasmesso agli Stati membri dell’Ue a 27.

“Dove c’è una volontà, c’è un accordo – ne abbiamo uno! E’ un accordo equo ed equilibrato per l’Ue e il Regno Unito ed è testimonianza del nostro impegno a trovare soluzioni” ha scritto su Twitter il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, annunciando l’intesa con Londra. Per poi concludere: “Sono contento dell’accordo, ma sono triste per la Brexit”.

We have a deal.

A fair and balanced agreement for the EU and the UK.

“I recommend that #EUCO endorses this deal”,
President @JunckerEU. #Brexit pic.twitter.com/D9v8t0WXx3

— European Commission (@EU_Commission)
October 17, 2019

“Abbiamo un nuovo grande accordo che riprende il controllo: ora il Parlamento dovrebbe concludere la Brexit sabato, così possiamo passare ad altre priorità come il costo della vita, il servizio sanitario nazionale, i crimini violenti e il nostri ambiente” ha twittato a sua volta il premier britannico, Boris Johnson che ha celebrato l’abolizione dell'”anti-democratico backstop”, arrivato grazie al nuovo accordo sull’Irlanda del Nord che apre la strada alla Brexit il 31 ottobre. “Il popolo dell’Irlanda del Nord sarà responsabile delle leggi in base alle quali vive e, a differenza del backstop, avrà il diritto di porre fine all’accordo speciale, se lo desidera”, ha sottolineato in un tweet. “Lasceremo l’Unione doganale dell’Ue come un solo Regno Unito e saremo in grado di concludere accordi commerciali in tutto il mondo”, ha aggiunto BoJo.

WATCH: Our new deal gets Brexit done and takes back control.

Only @BorisJohnson can take Britain forward.

Take a look at what the new deal means pic.twitter.com/0W6SM1mJ2H

— Conservatives (@Conservatives)
October 17, 2019

From what we know, Johnson’s negotiated a worse deal than Theresa May. This sell-out deal risks our rights, protections and NHS. It won’t bring the country together and should be rejected. pic.twitter.com/ZMKSNt2Nc9

— Jeremy Corbyn (@jeremycorbyn)
October 17, 2019

“Questo testo dovrebbe fornire certezza legale in ogni area dove la Brexit, come ogni separazione, crea incertezza” ha detto il negoziatore capo dell’Ue per la Brexit alla luce dell’annuncio sull’intesa, subito bocciata  dall’opposizione laburista nel parlamento britannico. L’accordo “non riunificherà il Paese e dovrebbe essere respinto” ha detto il leader dei laburisti Jeremy Corbyn secondo il quale il modo migliore per “risolvere” la questione della Brexit è di dare ai cittadini “l’ultima parola” sull’accordo mediante un referendum. “Per quanto ne sappiamo, sembra che il primo ministro (Boris Johnson) abbia negoziato un accordo persino peggiore di quello di Theresa May, che fu respinto in modo schiacciante”, ha detto il leader laburista in una nota. 

Il Dup, partito unionista nordirlandese, ha perso la leva del veto sull’entrata in vigore delle nuove disposizioni. In base a quanto riferito da Michel Barnier, capo negoziatore Ue, “quattro anni dopo l’avvio del nuovo accordo tra Ue e Regno Unito, il Parlamento nordirlandese deciderà a maggioranza semplice se mantenere l’intesa in vita”. 

In base alla bozza proposta in precedenza da Boris Johnson, il piano per l’Irlanda del Nord sarebbe entrato in vigore solo dopo un voto del Parlamento nordirlandese sul quale il Dup avrebbe potuto mettere il veto.  “Complimenti al premier Johnson e al popolo britannico per l’accordo raggiunto sulla Brexit. A Londra, a differenza che in Italia, il voto dei cittadini viene rispettato” ha twittato Matteo Salvini.

La reazione dei mercati

I mercati brindano all’accordo sulla Brexit. S’innalzano Borse, sterlina, euro e petrolio, mentre i beni rifugio ripiegano, con l’oro in calo e i rendimenti dei titoli di Stato che crescono, specie in Germania, sulla scia delle vendite di Bund.

Dopo un lungo braccio di ferro Londra e Bruxelles, in extremis (l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue sarebbe scattata il 31 ottobre), hanno raggiunto un accordo sulla Brexit, definendo una bozza di accordo che elimina il rischio di un’uscita traumatica della Gran Bretagna dal blocco.

I 27 leader dell’Ue prenderanno in considerazione il testo a Bruxelles a un vertice che inizierà oggi pomeriggio. Poi l’accordo dovra’ essere approvato dalla Camera dei Comuni Britannica e, a livello Ue, dal Consiglio Europeo e dal Parlamento.

A metà mattinata, subito dopo che il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker e il premier britannico, Boris Johnson hanno annunciato l’avvenuta intesa, i mercati hanno subito reagito positivamente. 

“Questo testo – spiega il negoziatore capo dell’Ue Michel Barnier – dovrebbe fornire certezza legale in ogni area dove la Brexit, come ogni separazione, crea incertezza”. Ecco spiegato il motivo dell’euforia dei mercati. L’accordo spazza via la paura di una ‘hard Brexit’, cioe’ sgombra il campo da una delle principali incertezze che innervosivano i mercati.

Le Borse in Europa, che fino a quel momento avevano zoppicato, si rafforzano. In particolare Londra e Francoforte, poi riducono i guadagni, pur restando in territorio positivo. Anche i future di Wall Street si orientano al rialzo. la sterlina vola, toccando 1,2990 sul dollaro e cioè sfiorando quota 1,30, poi si calma e ora a e’ intorno a 1,29 sul biglietto verde.

Anche l’euro avanza, tornano sopra quota 1,11 sul dollaro. Il petrolio, che era in calo, in attesa dell’arrivo dei dati sulle scorte Usa, riduce le perdite. Insomma, la propensione al rischio torna spingere verso l’alto i mercati, penalizzando i beni rifugio. Il prezzo dell’oro arretra, seppure di poco, mantenendosi comunque sotto i 1.500 dollari l’oncia.

E si rafforzano i rendimenti dei titoli del debito pubblico, a dimostrazione che gli investitori preferiscono vendere questi asset, specie i Bund tedeschi. Il rendimento del decennale emesso da Berlino, da tempo in territorio negativo, diventa meno negativo e da -0,40% sale a -0,37-0,35%. Insomma, in un mercato ricco di incertezze, dalla guerra sui dazi al rallentamento dell’economia globale, uno di questi punti interrogativi, la ‘hard Brexit’, esce di scena.

Flag Counter