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Tante domande, accatastate tutte insieme, una dopo l’altra. E alla fine poche risposte, raggruppate in macrotemi, con le questioni più spinose prontamente evitate sfruttando l’effettiva mancanza di tempo. Si è risolto così l’attesissimo incontro tra Mark Zuckerberg e i leader dei gruppi politici del Parlamento europeo, svoltosi martedì pomeriggio a Bruxelles, e officiato da un Antonio Tajani, presidente dell’europarlamento, estremamente attento a difendere il suo ospite dagli attacchi spazientiti di alcuni dei politici presenti. Una attenzione ricambiata dai lunghi, intensi sguardi del giovane Ceo.

Ma che ha detto alla fine Zuckerberg? Nulla di molto diverso da quanto già sentito nelle audizioni tenute di fronte al parlamento americano o in altri frangenti, dopo lo scandalo Cambridge Analytica. Le domande sono state anche in questo caso un minestrone che ha messo assieme fake news, privacy degli utenti, censura di contenuti sulla piattaforma, bullismo, rischio di monopolio, e via dicendo, anche se non sono mancate richieste e interrogativi precisi proprio sulla questione dei dati. Interrogativi e richieste che però non hanno trovato risposte altrettanto puntuali.

Le maggiore novità dell’intervento di Zuckerberg riguardano, non a caso, le dichiarazioni fatte sul nuovo Regolamento europeo sulla privacy (GDPR). Facebook sarà completamente conforme alle nuove norme Ue già dalla loro data di piena applicazione, prevista il 25 maggio, ha assicurato il fondatore del social network. “Abbiamo una grossa squadra di persone che ci stanno lavorando”, ha precisato, aggiungendo che una buona percentuale di utenti europei avrebbe già visionato le nuove impostazioni e sarebbe passato attraverso la trafila di avvisi.

Rispetto invece alle misure adottate dopo lo scandalo Cambridge Analytica, Zuckerberg ha spiegato che già i cambiamenti presi nel 2014 impedivano alle app di accedere alla quantità di dati cui aveva avuto accesso il ricercatore che passò poi le informazioni alla società di campagne politiche. “Ma molte app usavano il sistema da prima del 2014 – ha precisato il Ceo – e quindi stiamo indagando su queste. Ne abbiamo già tolte duecento dalla piattaforma, ci vorranno ancora dei mesi ma vi anticipo che altre app verranno tolte. Abbiamo comunque cambiato atteggiamento e ora non aspettiamo più le segnalazioni dalla comunità ma indaghiamo ogni volta che qualcosa non va”.

Sulle elezioni e il rischio di manipolazioni, sollevato da varie domande dei parlamentari Ue, Zuckerberg ha detto che la piattaforma userà una combinazione di strumenti automatici e di personale per identificare account falsi, e che aumenterà la trasparenza sulle pubblicità politiche.

“Nei prossimi 18 mesi ci sono varie elezioni in Europa e anche in altri Paesi; in passato siamo stati lenti a identificare operazioni di interferenza sulla nostra piattaforma ma in futuro renderemo le pubblicità più trasparenti, si potranno vedere tutti gli ads inviati da un soggetto politico ai diversi pubblici. Lanceremo questo strumento quest’estate”.

Zuckeberg ha poi detto di voler investire di più in Europa, e come già nelle audizioni americane ha specificato di non essere contrario a delle regole in linea generale: “dipende però da quali sono e comunque non dovrebbero frenare l’innovazione”.

Rispetto a chi gli ha chiesto invece dettagli sui dati degli utenti, in particolare sulla effettiva separazione fra i diversi servizi e le rispettive informazioni (Facebook e Whatsapp); o sulla possibilità per gli utenti di poter rifiutare le pubblicità targettizzate; o su come sono gestiti i dati raccolti sui non iscritti (gli shadow profile, rispetto ai quali ancora una volta Zuckerberg ha ribadito che sono raccolti per questioni di sicurezza, restando nel vago), il Ceo del social è stato evasivo e anche grazie al poco tempo a disposizione ha evitato di rispondere.

Nel complesso alcuni parlamentari europei sono stati precisi e sul punto, chiedendo al Ceo la possibilità per gli utenti di sfuggire alla profilazione; di sapere di più come sono usati i dati, o come sono incrociati (fra tutti, ricordiamo Jean Philipp Albrecht e Jean Lambert), ma il format era tale da permettere a Zuckerberg di scegliere, nei pochi minuti finali, le domande a cui rispondere. E di uscirne ancora una volta illeso.

Il telefono dal quale il presidente degli Stati Uniti cura il suo profilo Twitter non è sicuro. A rivelarlo sono due dirigenti della Casa Bianca, i quali hanno spiegato a Politico.com che Donald Trump avrebbe rifiutato di sottoporre l’iPhone che utilizza per leggere le news e gestire la propria presenza social ai controlli periodici previsti dal protocollo di sicurezza della Casa Bianca.

“Il Presidente ha evitato di sottoporre il proprio telefono agli esperti di sicurezza per almeno cinque mesi. Non è chiaro invece quanto spesso i telefoni che Trump usa per le chiamate, che sono essenzialmente usati come telefoni da ricambiare spesso, vengano formattati”. Dovrebbero essere almeno due gli smartphone utilizzati da Donald Trump. Uno in grado di effettuare esclusivamente telefonate e l’altro nel quale sono preconfigurati la app di Twitter e alcuni siti di informazioni. I telefoni sono forniti dallo staff del White House Information Technology e della White House Communication Agency: due strutture che hanno lo scopo di controllare e proteggere le comunicazioni del Presidente. Secondo la ricostruzione di Politico.com, i tecnici della Casa Bianca avrebbero chiesto al Presidente di sottoporre il dispositivo che ha accesso a Twitter ad almeno un controllo mensile. Richiesta alla quale Trump si è opposto definendola “troppo scomoda”.

Quando era in carica, Obama sottoponeva i suoi smartphone ad almeno un controllo ogni trenta giorni. Ma la differenza più grande tra i dispositivi dell’attuale inquilino della Casa Bianca e il suo predecessore è che il telefono che Trump usa per le telefonate è dotato di fotocamera, funzione che espande le possibilità di attacco di un eventuale hacker. Circostanza sulla quale gli ufficiali della Casa Bianca hanno precisato che “grazie all’avanzamento della tecnologia, questi dispositivi sono più sicuri di quelli dell’era di Obama”.

Le limitazioni dei metodi di comunicazione per i Presidenti statunitensi non sono una novità. Nel 2001 George W. Bush aveva dovuto rinunciare alle email per contattare i suoi amici perché non desiderava che venissero lette da altri. Mentre Obama aveva lottato strenuamente per poter continuare a usare il suo Blackberry, dal quale accedeva a servizi comuni come la musica in streaming. Ma anche durante la campagna elettorale del 2016 il tema è stato centrale, soprattutto per quanto riguarda Hillary Clinton, accusata proprio da Trump perché degli attaccanti informatici erano riusciti a sottrarle delle mail non protette.

Una ex ingegnera del software di Uber – il noto servizio di trasporto privato che si usa con una app – ieri ha avviato una causa contro l’ex-datore di lavoro, sostenendo di essere stata vittima per anni di molestie e discriminazioni sessuali e razziali, e di ritorsioni per averle denunciate in azienda, con conseguenze pesanti sulla vita professionale e la salute.

In una causa presso un tribunale della California, Ingrid Avendano, una ingegnera ispanica che ha lavorato ad Uber tra il 2014 e il 2017, sostiene di essersi scontrata con “una cultura lavorativa dominata da maschi, permeata da una condotta degradante, sessualmente molesta, discriminatoria nei confronti delle donne”. Nella denuncia, Avendano descrive colleghi che avrebbero condiviso inviti espliciti sui sistemi di messaggistica, e in generale commenti inappropriati, molestie fisiche, e pure email inopportune della stessa dirigenza dell’epoca.

Alla donna, a causa delle sue lamentele – sostiene la denuncia, disponibile qui – sarebbero state negate promozioni e aumenti, mentre sarebbero state volutamente abbassate le valutazioni delle sue performance lavorative e intensificati i suoi ritmi di lavoro. Tutto ciò avrebbe portato infine a problemi di salute e alle sue dimissioni. Ma il suo stesso stipendio di partenza – sostiene la donna – sarebbe stato fin dall’inizio inferiore a quello di colleghi uomini con esperienze e mansioni simili. Inoltre, secondo Avenado, il numero di donne ingegnere ad Uber sarebbe drammaticamente diminuito nei tre anni della sua permanenza in azienda, a causa di tali pratiche.

A marzo Uber ha raggiunto un accordo da 10 milioni di dollari rispetto a una  class action di 400 ex dipendenti, perlopiù donne o individui appartenenti a minoranze etniche, per discriminazioni sessuali o razziali. Avendano ha preferito non unirsi all’accordo ma fare causa a livello individuale.

Non è certo la prima volta che Uber si ritrova accusata di discriminazioni nei confronti delle donne. A livello mediatico il caso era esploso all’inizio del 2017, quando un’altra ex dipendente, l’ingegnera Susan Fowler, aveva pubblicamente denunciato, in un articolo online, abusi e comportamenti scorretti dell’azienda. Da lì si è innescata una reazione a catena che ha portato alle dimissioni dell’allora Ceo Travis Kalanick (e di decine di altri dipendenti), fino al tentativo dell’azienda di riformarsi dall’interno. L’attuale causa arriva infatti pochi giorni dopo la decisione di Uber di abbandonare l’arbitrato per le molestie, permettendo agli ex lavoratori di andare in tribunale. E quindi, secondo alcuni osservatori, la vicenda potrebbe fare da primo test per verificare se davvero il colosso tech abbia cambiato atteggiamento.

Da agosto il nuovo Ceo Dara Khosrowshahi sta cercando di migliorare l’immagine della compagnia. Che però ha problemi anche su un altro fronte, quello del servizio di trasporto. Secondo una inchiesta della Cnn di fine aprile, infatti, sarebbero un centinaio gli autisti di Uber negli Stati Uniti che sono stati accusati di molestie o violenze sessuali negli ultimi quattro anni.

Dopo l’abbandono della politica del figlio unico nel 2015, la Cina ha allo studio l’ipotesi di eliminare completamente i limiti al numero di figli che una famiglia può avere.

Lo svela l’agenzia Bloomberg, che cita fonti a conoscenza di una ricerca commissionata dal Consiglio di Stato, il governo cinese, e che sarebbe stata presentata all’attenzione del primo ministro, Li Keqiang. Una decisione a riguardo è attesa per l’ultimo trimestre di quest’anno o nel 2019.

La politica del figlio unico venne istituita nel 1979 per limitare la crescita della popolazione, ma oggi la Cina si trova ad affrontare il problema opposto, quello di un numero di persone in età lavorativa che decresce, a fronte dell’invecchiamento della popolazione: entro il 2030, secondo stime ufficiali, circa un quarto della popolazione avrà almeno sessanta anni, contro solo il 13,3% alla fine del 2010.

L’ipotesi di eliminare le limitazioni ai figli che le coppie possono avere era già stata presa in considerazione da alcuni demografi, tra cui Yi Fuxian, della Unviersity of Wisconsin-Madison, anche se i più pessimisti ritengono che neppure la semplice abolizione della pianificazione familiare potrebbe portare a un reale incremento della nascite, a causa degli alti costi delle famiglie che vivono nelle città cinesi per mantenere più di un figlio.

Esperti della Guanghua School of Management della prestigiosa Università di Pechino interpellati dal magazine Caixin a gennaio scorso, avevano anche proposto incentivi e sgravi fiscali per incoraggiare le famiglie a ingrandirsi. Lo scorso anno, per la prima volta dalla fine della politica del figlio unico si è verificato un calo, seppure lieve, delle nascite rispetto all’anno precedente: i nuovi nati nel 2017 erano 17,23 milioni contro i 17,86 milioni del 2016, un numero comunque non soddisfacente per il governo cinese, che si aspettava cifre più alte dalla fine della politica del figlio unico, attorno ai venti milioni di nuovi nati.

Nel 2015, la decisione di abbandonare la politica del figlio unico, permettendo a tutte le coppie di avere un secondo figlio, già sottoposta a diversi allentamenti nel corso degli anni, era arrivata dall’assemblea plenaria del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, l’organo composto da circa quattrocento dirigenti.

La politica del figlio unico ha portato anche a forti squilibri tra uomini e donne in Cina, per la preferenza, soprattutto da parte delle famiglie residenti nelle aree rurali, ad avere un figlio maschio: alla fine del 2017, c’erano 32,66 milioni di uomini in più rispetto al numero di donne nel Paese.

Secondo stime cinesi, la politica del figlio unico avrebbe portato alla prevenzione di circa 400 milioni di nascite, ma è andata incontro a forti polemiche da parte delle Organizzazioni Non Governative internazionali per i metodi con cui è stata applicata, che andavano dalla semplice sanzione amministrativa alla perdita del posto di lavoro e, nei casi più gravi, agli aborti forzati
 

L'appello lo fa l'intelligenza artificiale. Che con il riconoscimento facciale “becca” anche gli studenti distratti. Non è la norma, ma neanche fantascienza. La scuola superiore “numero 11” di Hangzhou, in Cina, ha introdotto il “sistema intelligente per la gestione dei comportamenti della classe”. Cioè? Un sistema che scansiona ogni 30 secondi i volti degli studenti. Registra i presenti, legge le loro azioni e comprende i loro stati d'animo.

Come funziona

Il riconoscimento facciale, descritto dal Global Times, è progettato per registrare sei tipi di azioni compiute dagli studenti: leggere, scrivere, alzare la mano, alzarsi in piedi, ascoltare l'insegnante e appoggiarsi sulla scrivania. Registra anche le espressioni del volto e coglie segnali che indicano felicità, rabbia, agitazione, paura o disgusto. Tutte queste informazioni raccolte dal sistema vengono analizzate e inviate agli insegnanti, che così dovrebbero sorvegliare meglio comportamenti e rendimento degli studenti. Con tanto di dati e faccine che indicano qual è lo stato d'animo della classe direttamente su un display.

Quali sarebbero i vantaggi

La privacy, per i dirigenti della scuola, non sembra essere una preoccupazione. Il vicepreside Zhang Guanchao ha spiegato che il sistema raccoglie e analizza solo i dati, senza salvare le immagini. Le informazioni vengono poi custodite in un server locale e non in cloud, per limitare il rischio di compromissioni esterne.

Zhang Guanchao ha aggiunto che il sistema non ambisce a sorvegliare il singolo studente ma punta a gestire il comportamento dell'intera classe. Anzi, spiega ancora il vicepreside, a beneficiare del riconoscimento facciale dovrebbero essere proprio gli studenti. Con due vantaggi: i professori sprecherebbero meno tempo per fare l'appello e potrebbero modificare il loro modo di insegnare grazie ai consigli dell'intelligenza artificiale.

La Cina e l'intelligenza artificiale

La scuola numero 11 non è nuova a esperimenti di questo tipo. Già lo scorso anno ha iniziato a usare il riconoscimento facciale nella mensa. Poi per acquistare articoli nel negozio della scuola e prendere in prestito libri in biblioteca. Adesso l'occhio informatico che scruta gli studenti è arrivato anche in classe, in una progressiva espansione di progetti con un utilizzo disinvolto dei dati.

La polizia di Zhengzhou, città nel centro del Paese, sta già utilizzando occhiali che individuano un volto e lo confrontano con quelli presenti nel database delle forze dell'ordine. Si tratta, per ora, di avamposti tecnologici. Che si inseriscono però all'interno del piano della Repubblica popolare: Pechino punta a diventare un leader nel settore dell’intelligenza artificiale entro il 2030.

Damasco e i suoi dintorni sono tornati sotto il controllo del regime di Bashar al-Assad: le forze fedeli al presidente siriano hanno annunciato di aver messo "completamente al sicuro" anche l'ultima zona controllata dai miliziani dell'Isis attorno alla capitale. Ma intanto si accentua lo scontro diplomatico tra i due grandi alleati di Assad, Russia e Iran, sulla presenza militare nel Paese con Mosca che preme per il ritiro di tutte le forze straniere, compresi i miliziani di Teheran.

Washington minaccia le sanzioni "più dure della storia"

L'Iran rischia un accerchiamento diplomatico, visto che gli Usa hanno ribadito la linea dura con Teheran e hanno chiesto il ritiro dei suoi uomini dalla Siria: con una velata minaccia anche alle aziende europee che fanno affari con Teheran ("ne prenderemo nota"), il nuovo segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha annunciato sanzioni durissime, "le più dure della storia": "Dodici condizioni draconiane per un nuovo accordo sul nucleare", ha annunciato con un proclama che sembra fatto apposta per inasprire i rapporti con Teheran, tra le quali il rilascio di tutti gli ostaggi americani in Iran e il ritiro totale dalla Siria. 

Già nei giorni scorsi il presidente russo, Vladimir Putin, approfittando dell'incontro a Sochi con Assad, aveva espresso la "necessità del ritiro di tutte le forze straniere" dalla Siria. E l'inviato speciale del presidente in Siria, Alexander Lavrentiev, aveva spiegato che il discorso era "riferito a tutte le unità militari straniere di stanza in Siria, tra cui americani, turchi, Hezbollah e, ovviamente, iraniani". La risposta di Teheran non si è fatta attendere: "I combattenti iraniani presenti in Siria resteranno di stanza nel Paese arabo finché il governo di Damasco avrà bisogno di aiuto e lo richiederà", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Bahram Qasemi. "Nessuno ci farà andare via dalla Siria, la nostra presenza è legittima e su invito del governo, coloro che dovrebbero lasciare la Siria sono quelli che sono entrati senza consenso", ha aggiunto Qasemi. 

Non è la prima frizione con Putin

Lo screzio tra i due principali sostenitori del presidente siriano non sembra limitarsi a un battibecco diplomatico: gli iraniani erano apparsi irritati dopo che era emerso che i russi erano stati informati in anticipo da Israele sui raid contro le basi dei miliziani di Teheran. E pare sia successo più di una volta. Così come sorgono dubbi anche sull'origine delle continue esplosioni che stanno mandando in fumo l'arsenale iraniano collocato sul territorio siriano. Ancora oggi, alle prime ore dell'alba, alcune esplosioni sono risuonate a sud di Damasco, nella zona di Najjah, che ospita un'accademia militare e dove, secondo i media israeliani, si trova un'installazione iraniana per la guerra elettronica. È la seconda esplosione anomala negli ultimi giorni: già il 18 maggio in una base siriana vicino Hama era esploso un deposito di munizioni, armi e carburante e questo aveva innescato una reazione a catena. Nessuna spiegazione ufficiale di quell'attacco che, secondo Debka, un sito web legato ai servizi segreti israeliani, era stato sferrato da un ignoto gruppo sul terreno con quattro razzi. 

Quando l'Apollo 11 sbarcò sulla Luna il 20 luglio 1969, nessuno poteva immaginare che a esplorare il suo lato oscuro 40 anni dopo sarebbe stata la Cina, all’epoca nel pieno della Rivoluzione Culturale (1966-79). Così è stato. Alle 5.30 di lunedì 21 maggio, quando in Italia erano le 23:28 di domenica, dal centro di lancio di Xichang, nella provincia sud-occidentale del Sichuan, è iniziato il viaggio del satellite Queqiao che entrerà in orbita attorno alla Luna. A riferirlo è stata la Xinhua citando l’agenzia spaziale cinese: la China National Space Administration (CNSA).

La Cina osanna il traguardo con orgoglio nazionale. Il lancio di Queqiao è un “passo chiave” per realizzare l’obiettivo di essere il “primo Paese a mandare una sonda a esplorare il lato lontano della Luna”, ha dichiarato il manager del progetto, Zhang Lihua.

Queqiao fluttuerà in orbita trasmettendo segnali radio verso il nostro pianeta. Al satellite sarà possibile agganciare una sonda; nessun programma spaziale ha fino ad oggi realizzato questo obiettivo, specie per motivi legati alle difficoltà di stabilire delle comunicazioni dirette.

Il percorso di Queqiao

Nel giro di pochi giorni, il satellite entrerà nell’orbita lunare, a circa 455 mila chilometri di distanza dalla Terra. E agirà da ponte tra le stazioni spaziali e le sonde lunari. Il nome cinese – che vuole dire “gazza ponte” –  viene da una leggenda cinese che narra di un arco formato di uccelli che riunisce due innamorati separati dai cieli.

Il lancio di Queqiao precede di qualche mese la quarta fase dell’allunaggio, Chang’e 4: la missione composta da un lander e un rover prevista per la fine dell’anno con lo scopo di atterrare sul lato oscuro della Luna. Entro il 2019 è invece prevista Chang’e 5: la prima missione destinata a riportate indietro una piccola quantità di materiale lunare (Chang’e 1, Chang’e 2 e Chang’e 3 erano stati lanciati, rispettivamente, nel 2007, nel 2010 e nel 2013). Tutte e sonde prendono il nome Chang’e: la dea della luna della mitologia cinese.

Il satellite servirà proprio a connettere Chang’e 4 alla Terra. La sonda trasporterà semi di patate e l’Arabidopsis (anche nota come arabetta comune: una pianta utilizzata come organismo modello per le scienze vegetali) per condurre un esperimento di “mini biosfera lunare”.

Soprattutto, sottolinea Xinhua, avrà a bordo una potentissima antenna radio che i ricercatori cinesi – in collaborazione con i Paesi Bassi – utilizzeranno per studiare le fasi primordiali dell’universo: quello che gli astronomi chiamano “l’età oscura” del cosmo che segue il big bang e precede la creazione delle prime stelle. Quei segnali antichi difficili da captare nella nostra atmosfera, che è troppo rumorosa.

Un breve video di propaganda diffuso attraverso i social network e che mostra la preparazione del lancio del satellite, ha riscosso il plauso del popolo della rete. “Il mio Paese è grandioso”, “la nostra conquista è il mare di stelle”, è stato il commento di un utente su Weibo, il Twitter cinese.

Conquistare il profilo più affascinante della Luna non è l’unico progetto con cui Pechino punta ad azzerare il divario con Stati Uniti e Russia sul piano spaziale entro il 2030.

Sono almeno 15 anni che la Cina sogna di sbarcare sulla luna. Si è concluso la settimana scorsa il test di permanenza in una stazione spaziale simulata: la “Yuegong-1, o “palazzo lunare”. L’obiettivo? Lanciare una stazione spaziale con uomini a bordo entro il prossimo anno. Al progetto hanno partecipato otto studenti di un’università di Pechino. Hanno completato le tre fasi di esperimenti a bordo della stazione spaziale simulata, alternandosi a gruppi di quattro. Hanno così acquisito conoscenze e know-how sulla co-esistenza di esseri umani, animali, piante e micro-organismi in un unico ambiente per periodi di medio-lungo termine.

 

La contestata vittoria di Nicolas Maduro alle presidenziali in Venezuela è stata celebrata come un trionfo dal partito di governo, di cui il presidente appena riconfermato è leader dai tempi della morte di Hugo Chavez, ma le debolezze del regime che regge da molti anni il Paese sudamericano si fanno sempre più evidenti di giorno in giorno. La marcatissima astensione che ha caratterizzato la tornata elettorale trova la sua spiegazione nella disaffezione per un regime che negli anni ha creato, tra l’altro, una situazione di povertà endemica che una volta sarebbe stata inimmaginabile. Anche perché il Venezuela è, potenzialmente, uno dei paesi più ricchi del continente sudamericano.

Una crisi che dura da anni

È almeno dal 2014 che il Venezuela attraversa una crisi economica senza precedenti nella sua storia. L’inflazione oscilla tra il 700 e il 1.100% annuo .  L’iperinflazione  è solo il più vistoso di una serie di indicatori economici in stato comatoso. Calo di 8-10 punti del prodotto interno lordo, disavanzo fiscale pari al 17 per cento del Pil, debito estero di 130 miliardi di dollari, disoccupazione galoppante, tasso di corruzione e di criminalità tra i più elevati al mondo.

Alla base di questa crisi è stata la caduta del prezzo del petrolio, risorsa su cui il Venezuela basa il 95% dell’economia nazionale. Nel 2017 la produzione è diminuita del 28% e la quota venezuelana della produzione totale OPEC è scesa al 6%, rispetto a una media del 10% tra il 1980 e il 2014.

Il governo cerca la soluzione nelle criptovalute

A febbraio il Venezuela ha ufficialmente emesso la sua criptovaluta nazionale: il petro. L’idea è nata per aggirare le dure sanzioni finanziarie imposte dalla comunità internazionale per spingere le autorità nazionali a reintrodurre alcune garanzie politiche e democratiche.  Il piano prevede il conio di 100 milioni di petro, per un valore complessivo corrispondente di circa 6 miliardi di dollari. Ad ogni petro poi dovrebbe corrispondere un barile di petrolio, come garanza negli scambi internazionali. Scambi in criptovalute, naturalmente.

Fame, miseria e malattie

Secondo le stime della Caritas, nel paese ci sono circa 280.000 bambini denutriti e un bambino su tre presenta danni fisici e mentali irreversibili. Nelle farmacie è disponibile solo il 38% delle medicine di base. La malnutrizione sta portando il Venezuela è ai vertici mondiali per la mortalità infantile, superando la stessa Siria.

Con 120 omicidi ogni centomila abitanti Caracas condivide con la messicana Acapulco e San Pedro Sula in Honduras il primato di città più violenta del pianeta. L'impatto sulla popolazione è devastante: razionamento alimentare, assalti e file interminabili ai negozi, blackout elettrici, ospedali al collasso.

Ma il governo accusa gli yanqui

In tutto e per tutto erede di Chavez, Maduro scarica all’esterno le responsabilità del fallimento politico ed economico. Gli Stati Uniti, che almeno a partire da un certo punto hanno smesso di vedere con favore quel garbuglio di terzomondismo, socialismo fin troppo sbandierato e capitalismo di stato e di rapina che è stato il chavismo, sono divenuti facilmente il bersaglio della propaganda interna di Maduro. Ma anche gli altri paesi sudamericani, quando si sono opposti in gruppo alle riforme liberticide con cui il regime ha imposto il cambiamento della Costituzione, sono stati messi rapidamente nella lista degli obiettivi contro cui indirizzare gli odi endemici in una società stremata come quella venezuelana. L’altissima astensione registrata ieri lascia pensare che quella del regime sia una propaganda a cui si crede sempre meno. 

La Corea del Sud vuole giocare un ruolo da "mediatore" tra Stati Uniti e Corea del Nord, in vista del summit di Singapore, ma il vero nodo da sciogliere sarà capire come interpretare gli imprevedibili umori di Pyongyang. Il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, partirà per Washington oggi in serata da Seul, per proporsi come "ponte" tra il collega Usa, Donald Trump, e il dittatore nordcoreano, Kim Jong-un, in attesa del previsto incontro tra i due, il 12 giugno prossimo, nella città-Stato asiatica. "Ci aspettiamo, per l'imminente summit, di giocare un ruolo di ponte che porti al successo del summit tra Stati Uniti e Corea del Nord", ha dichiarato il vice direttore dell'Ufficio per la Sicurezza Nazionale sudcoreano, Nam Gwqan-pyo.

Il raffreddamento prima del vertice

Moon e Trump, ha spiegato la Casa Blu, l'ufficio presidenziale, discuteranno dei "modi per garantire un futuro luminoso per il Nord quando la Corea del Nord raggiungerà la completa denuclearizzazione". Le intenzioni sudcoreane e statunitensi appaiono complicate dall'ultimo raffreddamento nei rapporti tra le due Coree. Nel giro di poche ore, mercoledì scorso, la Corea del Nord ha congelato i colloqui con il Sud, citando come motivazione le manovre militari congiunte tra Seul e Washington, e ha messo apertamente in dubbio il summit tra Kim Jong-un e Donald Trump, se gli Stati Uniti insisteranno con le pretese di una completa denuclearizzazione della penisola coreana ispirata al modello della Libia di Gheddafi, come indicato dal consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton, estremamente inviso a Pyongyang.

La voglia di normalità di Pyongyang

Solo poche settimane sono trascorse dal vertice intercoreano del 27 aprile, quando Kim e Moon si impegnavano per la pace permanente e la denuclearizzazione completa: attraverso una chiavetta Usb, come riportato dai media di Seul, Moon illustrava i vantaggi economici che la Corea del Nord avrebbe potuto trarre dalla denuclearizzazione e nel caso di una riunificazione della Corea. Vantaggi ancora maggiori sono stati promessi da Washington. Al ritorno dal secondo viaggio in Corea del Nord – assieme ai tre cittadini statunitensi liberati dalle carceri del regime – il segretario di Stato Mike Pompeo aveva mostrato entusiasmo per il futuro: ospite in diverse trasmissioni di approfondimento, aveva promesso capitali e l'invio di imprenditori statunitensi a Pyongyang, se il Paese si fosse aperto e se avesse smantellato il suo arsenale di armi nucleari. Diventare ricchi è un sogno apparentemente condiviso dalla leadership nordcoreana.
"Vogliono la Trump Tower" e i McDonald's, aveva detto uno dei consiglieri del presidente sudcoreano, Chung-in Moon, di fronte alle telecamere della Cnn. "Vogliono essere un Paese normale, riconosciuto dagli Stati Uniti" e vogliono ricevere investimenti dagli Usa: una voglia di normalità, quella nord-coreana, che coniuga la necessità di riformare il suo sistema economico con il desiderio di un allentamento delle sanzioni internazionali che pesano sul regime. 

Cina e Vietnam esempi per la transizione

Prima dell'ultima retromarcia, Pyongyang aveva dato prova di essere intenzionata a cambiare rotta, almeno a parole. Il mese scorso, l'assemblea plenaria del Partito dei Lavoratori, guidato dallo stesso Kim, ha deciso lo stop ai lanci di missili balistici intercontinentali e ai test nucleari e ha annunciato la chiusura del sito di Punggye-ri, nel nord-est del Paese, dove ha condotto i suoi test atomici. Una cerimonia per lo smantellamento è attesa nei prossimi giorni, tra il 23 e il 25 maggio, ma all'evento non saranno presenti i giornalisti sudcoreani. Pyongyang non ha accettato la lista di reporter presentata da Seul, ha comunicato il ministero per la Riunificazione sudcoreano, in quello che appare come un altro passo indietro di Pyongyang nelle distensione dei rapporti. 

La Corea del Nord, oggi, promette di privilegiare lo sviluppo economico rispetto a quello delle armi nucleari, con due esempi fissi in mente: la Cina e il Vietnam. Nei giorni scorsi, una delegazione di alti funzionari nordcoreani capeggiata dal vice presidente del Partito dei Lavoratori, Pak Thae Song, è stata in visita al quartiere di Zhongguancun, a Pechino, spesso dipinto come una sorta di "Silicon Valley" della capitale cinese: i delegati sono stati ricevuti dal presidente Xi Jinping, alla Grande Sala del Popolo, il palazzo dell'Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento che affaccia su piazza Tiananmen.

"Giocheremo un ruolo attivo nel portare avanti la nuova linea strategica del partito di dare la priorità allo sviluppo economico", ha detto Pak, guadagnandosi il plauso di Xi, forse più importante dei grattacieli e dei cheeseburger. Il modello di riferimento di Pyongyang appare chiaro. Kim, scriveva nei giorni scorsi il Nikkei Asian Review, è interessato a capire l'epoca delle "riforme e aperture" della Cina, che quest'anno compiono quaranta anni dal varo, voluto dall'allora leader cinese, Deng Xiaoping. L'altro modello è quello delle riforme messe in atto dal Vietnam a partire dalla metà degli anni Ottanta, e che hanno portato il Paese a entrare nell'Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2007: un esempio che Kim avrebbe citato allo stesso Moon, durante il summit inter-coreano, come un altro modello percorribile per il regime. Soprattutto, la Corea del Nord non sembra temere possibili incidenti di percorso. Kim, ha detto un diplomatico sudcoreano dopo il vertice con Moon, "non ha particolari scrupoli sul capitalismo". 

Dopo un interrogatorio durato otto ore, il 16 maggio la polizia slovacca ha sequestrato il telefono di una collega di Jan Kuciak, il giornalista assassinato a febbraio e il cui omicidio ha determinato la caduta del governo nel Paese. Pavla Holcova, reporter della Repubblica Ceca, aveva risposto a un invito delle autorità slovacche, nella convinzione che cercassero elementi per identificare gli assassini del giornalista, ucciso insieme alla sua fidanzata Martina Kušnírová. Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp) e Investigative Reporting Project Italy (Irpi), organizzazioni specializzate nel giornalismo investigativo con cui Kuciak e Holcova collaboravano, hanno denunciato l’accaduto e chiesto la restituzione del telefono.

“Sempre contro il sistema”, così è stata definita dalle autorità slovacche Pavla Holcova, durante quello che non sarebbe dovuto essere un interrogatorio. Dalla morte di Kuciak, che indagava su presunti collegamenti tra la ‘ndrangheta e il gabinetto del primo ministro Robert Fico, i suoi colleghi hanno sempre cercato di collaborare con le autorità per assicurare alla giustizia i responsabili. “Ho offerto alla polizia la copia completa di tutte le conversazioni che avevo avuto con Jan, ma loro mi hanno risposto che volevano di più”, ha spiegato ad Agi Holcova, che al momento può comunicare solo via mail. “Questo include informazioni relative a casi non collegati con l’omicidio di Jan o anche con la Slovacchia in generale”. Pavla Holcova è la fondatrice del Czech center for investigative journalism (Ccij), organizzazione di giornalisti investigativi basati nella Repubblica Ceca che aveva collaborato con Kuciak in alcune inchieste. Così, secondo quanto ricostruito da Occrp, la polizia ha prima cercato di trasferire i dati contenuti nel telefono utilizzando un dispositivo forense, strumento elettronico che viene usato durante i sequestri per acquisire elementi d’indagine. Ma non riuscendoci è ricorsa al sequestro del dispositivo: “Non mi hanno detto quando mi verrà restituito, neanche se ci vorranno giorni o mesi”.

“Quando Pavla non ha risposto a domande chiaramente irrilevanti rispetto all’investigazione per omicidio, ribadendo il nostro diritto di fare giornalismo indipendente e di ritenere il governo responsabile, loro le hanno chiesto il telefono”, scrive Occrp nel suo comunicato. Alla giornalista è stata minacciata una sanzione di 1650 euro nel caso in cui non avesse fatto ciò che le veniva chiesto. “Se la polizia slovacca è realmente interessata a risolvere il caso, chiediamo che restituisca immediatamente il telefono alla giornalista”, scrive Occrp.

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Jan Kuciak avrebbe compiuto ventotto anni il 17 maggio. Il giornalista lavorava per il sito di informazione Aktuality.sk, che con il Centro ceco per il giornalismo investigativo fondato da Pavla Holcova, fa parte del network di realtà d’inchiesta di Occrp, di cui Irpi rappresenta il capitolo italiano. Secondo gli inquirenti Kuciak sarebbe morto a causa di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Slovacchia. Dai “tentacoli così lunghi da arrivare alla politica”, come dice il titolo dell’articolo, pubblicato solo dopo la sua morte da Politico.eu in lingua inglese. Il primo effetto dell’omicidio di Kuciak erano state, a marzo, le dimissioni del ministro dell’Interno Robert Kalinak, e del primo ministro Robert Fico, e l’arresto di sette italiani, rilasciati dopo due giorni. “A settantadue ore dal sequestro del dispositivo, ancora non abbiamo notizie da parte delle autorità slovacche, ma stiamo monitorando la vicenda di Pavla affinché le sia consentito di tornare a lavorare al più presto”, ha fatto sapere ad Agi un portavoce di Irpi.

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