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AGI – Paul Rusesabagina, un ex albergatore la cui storia ha ispirato il film “Hotel Rwanda” e che è diventato un feroce critico del regime ruandese, è stato dichiarato colpevole di “terrorismo”. Lo ha reso noto il tribunale di Kigali, senza indicare la pena inflitta. “Ha fondato un’organizzazione terroristica, ha contribuito finanziariamente ad attività terroristiche”, ha detto il giudice Beatrice Mukamurenzi dell’ex direttore dell’Hôtel des Mille Collines di Kigali, processato per il suo presunto sostegno al Liberation Front Nationale (FLN), un gruppo ribelle accusato di compiere attacchi mortali in Ruanda nel 2018 e nel 2019. 

La storia in un film

Paul Rusesabagina è diventato famoso grazie al film “Hotel Rwanda” che racconta come questo ex manager dell’Hotel des Mille Collines di Kigali, un hutu moderato, abbia salvato più di 1.000 persone durante il genocidio del 1994 che ha causato la morte di 800mila persone, principalmente tutsi. All’età di 67 anni, questo oppositore del presidente ruandese Paul Kagame è stato processato a Kigali – le udienze si sono tenute da febbraio a luglio – insieme ad altre venti persone, per il suo presunto sostegno al Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), un gruppo ribelle accusato di aver compiuto attentati mortali in Ruanda. Su di lui pendono nove capi di imputazione, compreso quello di “terrorismo”, e la pubblica accusa ne ha chiesto la condanna all’ergastolo. 

Paul Rusesabagina ha partecipato alla fondazione nel 2017 del Rwandan Movement for Democratic Change (MRCD), di cui l’FLN è considerato il braccio armato. Ma nega qualsiasi coinvolgimento negli attacchi compiuti da questo gruppo nel 2018 e nel 2019, che hanno provocato nove morti. Rusesabagina e i suoi avvocati hanno boicottato le udienze da marzo, denunciando un processo “politico” reso possibile dal suo “sequestro” organizzato dalle autorità ruandesi, nonché i maltrattamenti durante la detenzione. 

Un ex esule

L’eroe di Hotel Rwanda viveva in esilio dal 1996 tra gli Stati Uniti e il Belgio, Paesi da cui aveva ottenuto la cittadinanza. È stato arrestato nell’agosto 2020 in Ruanda in circostanze oscure, quando è sceso da un aereo che pensava fosse diretto in Burundi. Il governo ruandese ha ammesso di aver “facilitato il viaggio” a Kigali, ma ha affermato che l’arresto era “legale” e che “i suoi diritti non sono mai stati violati”Gli Stati Uniti, che gli hanno conferito la Presidential Medal of Freedom nel 2005, il Parlamento europeo e il Belgio, di cui è cittadino, hanno espresso preoccupazione per le condizioni del suo arresto e per l’equità del processo. In un’intervista rilasciata all’inizio di settembre, il presidente ruandese Paul Kagame ha risposto alle critiche, assicurando che Paul Rusesabagina sarebbe stato “giudicato nel modo più equo possibile”. Questo processo “non ha nulla a che fare con il film né con il suo status di celebrità”, ha detto Kagame: “Riguarda le vite dei ruandesi perse a causa delle sue azioni e a causa delle organizzazioni a cui apparteneva. O che stava dirigendo “. 

Un regime intollerante

Il regime di Kigali, tuttavia, non tollera nessun tipo di opposizione. Gli arresti e le restrizioni della libertà di personaggi famosi e contrari al regime sono all’ordine del giorno. Nei giorni scorsi, infatti, un famoso professore universitario e oppositore del governo ruandese ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il suo arresto dopo le accuse di stupro. Lo ha reso noto il suo avvocato alla France Press. Christopher Kayumba, ha detto la polizia, è stato arrestato giovedì scorso a seguito delle accuse di diverse donne, tra cui un ex studente della Scuola di giornalismo e comunicazione dell’Università del Rwanda a Kigali, dove insegnava.
“Ha iniziato uno sciopero della fame dopo il suo arresto e ha preso la decisione di continuarlo fino a quando le accuse politiche (portate contro di lui) non fossero state ritirate”, ha detto il suo avvocato, Seif Ntirenganya.

La denuncia

Ntirenganya ha fatto sapere che il suo cliente è stato portato in ospedale senza il suo consenso per esami medici a cui si è rifiutato di sottoporsi perché temeva che i campioni potessero essere contraffatti e usati contro di lui. “E’ debole e fragile, ma ha promesso di combattere contro queste accuse”, ha spiegato il suo avvocato che si è detto stupito del fatto che le accuse siano emerse subito dopo che il professore ha “reso note le sue ambizioni politiche”. Christopher Kayumba, 47 anni, opponendosi al regime del presidente Paul Kagame, ha lanciato un partito politico a marzo. Poco dopo, sui social sono emerse le prime accuse di stupro.
Kayumba, che ha anche creato un giornale online, “The Chronicles”, era già stato arrestato nel dicembre 2019 e condannato a un anno di carcere per “disturbo dell’ordine pubblico”, dopo aver accusato la sicurezza dell’aeroporto di Kigali di avergli impedito di andare a Nairobi. Le autorità hanno poi affermato che era arrivato all’aeroporto in ritardo e ubriaco. 

A giugno, un altro professore universitario, Aimable Karasira, che si è fatto un nome sul suo canale Youtube dove ha criticato il presidente Kagame, è stato arrestato e accusato di negazionismo e rimane in detenzione. Sopravvissuto al genocidio del 1994 che ha causato la morte di 800mila ruandesi, accusa il Fronte patriottico ruandese (RPF) di Kagame di aver ucciso i suoi genitori.

AGI – In Russia uno studente di 18 anni ha aperto il fuoco contro i suoi compagni all’università di Perm, negli Urali, uccidendo almeno sei persone e ferendone 24, di cui 19 a causa degli spari. Alcuni studenti sono rimasti feriti fuggendo dalle finestre al primo piano. Il giovane è stato ferito dagli agenti a cui aveva opposto resistenza ed è ora ricoverato in terapia intensiva. E’ iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo e si chiama Timur Bekmansurov.

Non è terrorismo

Il giovane si starebbe specializzando in scienze forensi. In un post su VKontakte – il Facebook russo – lo studente ha chiesto che la sua azione non sia considerata un atto terroristico e sostiene di non essere membro di alcuna organizzazione estremista. “Odio me stesso, ma voglio fare del male a tutti quelli che si mettono sulla mia strada”, si leggeva nel post poi cancellato dal social media. Bekmansurov è entrato nell’università alle 11 del mattino ora locale e ha iniziato a sparare con un fucile automatico.

L’università

Perm, un’importante città degli Urali, si trova 1.300 km. a est di Mosca.

AGI – Il partito del presidente russo Vladimir Putin, Russia Unita, ha vinto le elezioni parlamentari Russia Unita ha vinto le elezioni per la Duma con il 49,63% dei voti quando lo spoglio è arrivato al 95% dei voti espressi.

La Commissione elettorale centrale rileva che il Partito comunista incassa il 19,20% dei voti, il Partito liberale democratico il 7,48% e Solo Russia il 7,43%.

Anche il partito Nuovo Popolo con il 5,40% supera la soglia di sbarramento ed entra alla Duma.

Il partito ha rivendicato il raggiungimento della maggioranza dei due terzi dei seggi in Parlamento. “Alle 8 del mattino, Russia Unita sta vincendo più del 48% dei voti, il che ci permette di avere 120 mandati. I nostri candidati stanno vincendo in 195 collegi uninominali”, ha detto il segretario del consiglio generale di Russia Unita Andrei Turchak in una conferenza stampa.

Il Cremlino afferma che  “la competitività, apertura e onestà delle elezioni erano e sono la cosa più importante per il presidente”, ha sottolineato il portavoce Dmitry Peskov e le elezioni sono state “aperte e oneste”.

L’opposizione ha accusato le autorità di massicci brogli. Gli alleati di Alexei Navalny, il principale esponente dell’opposizione russa in carcere da febbraio, hanno definito i risultati stravaganti. 

“Questo è veramente incredibile. Ricordo la sensazione nel 2011, quando hanno rubato le elezioni. Lo stesso sta succedendo ora”, ha detto la portavoce di Navalny, Kira Yarmysh.    

Russia Unita ottiene circa 315 seggi in Parlamento, che assicurerà la sua maggioranza costituzionale (oltre 300 su 450 seggi) Pur se in calo dai 344 seggi delle precedenti elezioni. Il partito ha ottenuto “una vittoria convincente e pulita” e non ha registrato alcuna violazione sostanziale che potrebbe influenzare il risultato elettorale, ha detto Turchak. 

“L’elettorato di protesta ha cercato un altro modo per incanalarla e ha scoperto il marchio Nuovo Popolo, privo delle caratteristiche dei nauseanti partiti in Parlamento”, è la riflessione di Leonid Volkov, un socio di Alexei Navalny, i cui militanti avevano raccomandato solo in cinque casi su 225 di votare il candidato di questa sigla.

L’invito della rete di Navalny era infatti quello di scartare i partiti piccoli e di recente costituzione in quanto, se non avessero superato la soglia del 5%, i loro voti sarebbero stati redistribuiti tra gli altri partiti, facendo il gioco della maggioranza. E Volkov aveva citato, a questo proposito, proprio ‘Nuovo Popolo’. Una politica che, col senno di poi, il politologo Gleb Pavlovsky ha definito un “errore di valutazione”, in quanto, in seguito alla stretta senza precedenti sui candidati dell’opposizione, molti simpatizzanti di Navalny, per lo più di simpatie liberali, hanno comunque preferito cercare un’alternativa pur di non mettere la croce sulla falce e martello.

(Aggiornato alle ore 12,45)

AGI – “America is back”, ripeteva il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, il 15 giugno scorso accogliendo al Palazzo Justus Lipsius di Bruxelles, il presidente americano, Joe Biden. “Significa che abbiamo di nuovo un partner molto forte per promuovere l’approccio multilaterale, una grande differenza con l’amministrazione Trump”, spiegava poi ai giornalisti. “Finalmente abbiamo di nuovo un amico alla Casa Bianca”, faceva eco la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “L’Atlantico è tornato al centro della scena”, confermava il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Lo stesso Biden non era da meno: “L’Europa è il nostro partner naturale, perché siamo legati dagli stessi valori e istituzioni democratiche che sono sotto crescente attacco. Ho una visione molto diversa da quella del mio predecessore”.  Due mesi dopo, il 15 agosto, con la caduta di Kabul, buona parte dei propositi è stata messa in discussione. Tre mesi dopo, il 16 settembre – con l’alleanza Usa-Gb-Australia anti-Cina – i buoni propositi sono andati in fumo.

Il monito di Michel     

“La situazione in Afghanistan ci invita a un’analisi e a compiere scelte in linea con le nostre visioni e i nostri interessi geostrategici. La crisi afghana ci impone un esercizio su vasta scala di autonomia strategica”, scriveva Michel sul suo blog il 2 settembre. “Siamo andati in Afghanistan con i nostri alleati statunitensi e lasciamo il paese insieme a loro. Ma la nuova situazione ha implicazioni molto diverse per gli Stati Uniti e per l’Europa. È per questo motivo che l’Europa deve compiere rapidamente scelte legate ai suoi interessi strategici”, metteva in chiaro. 

“La necessità di ridurre le nostre dipendenze e rafforzare la nostra autonomia strategica è sempre più evidente. L’Ue e i suoi Stati membri devono avere un peso maggiore nel mondo, per difendere i nostri interessi e valori e per proteggere i nostri cittadini. Questa autonomia strategica, di cui bisogna sviluppare la componente relativa alla difesa e alla sicurezza, va a completamento delle nostre alleanze. Un’Europa più forte rafforzerà anche le nostre alleanze e, di conseguenza, i nostri alleati”, è la nuova linea. E nel suo intervento al Forum di Bled il riferimento a un proprio esercito è stato diretto: “Possiamo essere contenti di un’Ue che non è in grado di proteggere i proprio cittadini e i propri collaboratori?“, si è chiesto in riferimento alle operazioni di evacuazione dall’aeroporto di Kabul per cui l’Ue si è dovuta affidare ad altri Stati. 

Borrell al lavoro

L’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, è già al lavoro su una strategia pratica. La chiama la “Bussola strategica” per la difesa comune dell’Ue e la presenterà a novembre. L’obiettivo è approvarla a marzo, quando i capi di Stato e di Governo dei Ventisette si riuniranno proprio sulla questione.  “L’Afghanistan ha dimostrato in modo impressionante che le carenze nella capacità dell’Ue di agire autonomamente hanno un prezzo. L’unica via da seguire è quella di unire le forze e rafforzare non solo le nostre capacità, ma anche la nostra volontà di agire. Ciò significa potenziare la nostra capacità di rispondere alle sfide ibride, colmare le lacune principali in termini di azione, anche per quanto riguarda il trasporto logistico, aumentare il livello di preparazione attraverso una formazione militare congiunta e sviluppare nuovi strumenti quali la “prima forza di intervento”, composta di cinquemila persone, di cui stiamo di fatto discutendo. Questa forza di intervento ci avrebbe aiutato a garantire un perimetro di sicurezza per l’evacuazione dei cittadini dell’Unione europea a Kabul”, ha spiegato al termine della riunione dei ministri degli Esteri e della Difesa a inizio mese.

Un mini-esercito per titelare i valori europei

Il piano è dunque avere un proprio mini-esercito per “tutelare gli interessi e i valori europei”. “Ciò di cui abbiamo bisogno è l’Unione europea della difesa”, ha rimarcato von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. L’ostacolo però è superare il vincolo di unanimità. I ministri della Difesa sono impegnati in una discussione, che dovrà concludersi a novembre, sulla possibilità di sostituire l’unanimità richiesta per le decisioni d’intervento con una voto di maggioranza che darebbe il via all’intervento militare con la partecipazione solo degli Stati che lo vorranno.

In particolare, ad esempio, la Germania propone il ricorso all’articolo 44 del Trattato dell’Unione che permetterebbe la partecipazione alle operazioni in base alla volontà degli Stati. Non tutti i Ventisette, in sostanza, sarebbero costretti a prendere parte a una missione Ue. “Lo valuteremo ma l’articolo 44 richiede comunque una decisione unanime dal Consiglio e, poi, potranno partecipare alla missione solo coloro che lo vorranno. Non tutti devono partecipare ma tutti devono essere d’accordo”, ha spiegato Borrell.     

Un esercito senza autonomia può però poco. Per questo l’Ue si sta muovendo per tutelare i propri interessi che non sempre combaciano con quello dei principali alleati, a partire dagli Stati Uniti. Esempio lampante è stato lo schiaffo dell’alleanza anti-Cina siglata tra Usa, Gran Bretagna e Australia. 

“Un accordo di questa natura non è stato preparato l’altro ieri, richiede tempo. Ma non siamo stati informati, non siamo stati consultati. Lo deploriamo”, ha detto il capo della diplomazia europea, che tuttavia ha invitato a “non esagerare, a non drammatizzare”. “Questo non metterà in discussione il rapporto con gli Stati Uniti”, ha assicurato. Così come non intaccherà la cooperazione con Canberra e Londra, “anche se dai leader britannici non traspare tanto entusiasmo”. Ma le conseguenze ci saranno e secondo le fonti Ue “preoccupano”. Se ne parlerà nel dettaglio nella prossima riunione dei ministri degli Esteri che si terrà il 18 ottobre a Lussemburgo.     

Intanto Parigi dove fare i conti con le conseguenze immediate: la risoluzione da parte dell’Australia del contratto per la fornitura dei sottomarini convenzionali a beneficio di quelli nucleari proposti da Stati Uniti e Gran Bretagna. “Per dirla in buon francese è davvero una pugnalata alla schiena”, si è lasciato andare indignato il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian. “Comprendo la delusione dei francesi”, ha evidenziato Borrell. “Questo accordo ci costringe ancora una volta a riflettere sulla necessità di essere indipendenti e di sviluppare l’autonomia strategica dell’Ue”, ha ribadito. La Francia ha poi richiamato i suoi ambasciatori negli Usa e in Australia.       

Cooperazione con l’Indo-Pacifico  

“Il partenariato per la sicurezza di Usa-Gb-Australia dimostra ancora una volta la necessità di un approccio comune dell’Ue in una regione di interesse strategico. È più che mai necessaria una forte strategia europea per la regione indo-pacifica”, ha confermato Michel.  L’Unione europea tenta di rilanciare con una propria strategia di cooperazione con la regione dell’Indo-Pacifico. “Una strategia di cooperazione con partner democratici che condividono i nostri valori, non una strategia di confronto” con la Cina, ha precisato Borrell. E resta valida la proposta di cooperazione con Pechino. “L’Ue vuole creare legami con i Paesi della regione, non creare dipendenze”, ha aggiunto. 

“Questa regione è il futuro. L’Ue è il più grande investitore con 12 mila miliardi di euro, ovvero il doppio degli Stati Uniti, ed è il secondo mercato per le sue esportazioni”, ha affermato. “Il 40% del commercio con l’Ue passa attraverso il Mar Cinese e l’Ue ha interesse a preservare la libera circolazione per la navigazione in questa regione”, ha aggiunto. Per questa la strategia prevede anche una “presenza navale europea” che però non va intesa come una minaccia alla Cina. 

AGI – L’Australia aveva “profonde e serie preoccupazioni” in merito ai sottomarini francesi per i quali aveva firmato un contratto di fornitura, poi cancellato a favore degli Usa dopo aver stretto il patto Aukus con Washington e Londra. A spiegarlo è stato il premier australiano, Scott Morrison, in una conferenza stampa tenuta dopo che Parigi ha richiamato l’ambasciatore a Canberra per protesta contro l’annullamento della commessa da oltre 50 miliardi di euro alla Naval Group per la fabbricazione di 12 sottomarini dotati del sistema d’arma Lockheed Martin. La precisazione è destinata a inasprire ulteriormente le tensioni tra i due Paesi.

Lo scontro non si placa

Morrison ha affermato di aver avvertito Parigi la sera precedente all’annuncio del patto Aukus, “intorno alle 20.30”. I francesi avevano “tutte le ragioni per sapere” che l’Australia aveva “profonda e serie preoccupazioni” che la capacità dei sottomarini “non avrebbe soddisfatto i nostri interessi strategici”, ha sottolineato. L’ambasciatore francese in Australia, Jean-Pierre Thebault, ha replicato lamentando che il suo Paese non aveva mai saputo che era in corso un ripensamento: “In nessun momento, in nessun modo” alla Francia è stato dato “un chiaro segnale che il contratto sarebbe stato rescisso”.

Nessun pentimento

“Non mi pento della decisione di mettere al primo posto l’interesse nazionale australiano e non lo farò mai”, ha detto il premier Morrison difendendo la decisione di aderire al patto Aukus di difesa nell’Indo-Pacifico con Usa e Regno Unito e di cancellare la commessa con la Francia. Poi ha detto di comprendere la “delusione” del governo francese, ma ha assicurato di aver sollevato problemi sull’accordo “alcuni mesi fa”, così come fatto altri ministri del suo governo. A suo avviso procedere con il contratto contro il parere dell’intelligence e della difesa sarebbe stato “negligente” e “contrario agli interessi strategici”.

Il ministro della Difesa 

La mossa ha scatenato la rabbia di Parigi, che ha richiamato gli ambasciatori a Canberra e Washington. L’Australia e’ stata “franca,aperta e onesta” con la Francia in merito alle preoccupazioni concernenti un cospicuo accordo per l’acquisto di sottomarinifrancesi – che ha superato il budget e stava accumulando anni di ritardo- prima di strapparne il contratto, ha affermato il ministro della Difesa australiano, Peter Dutton.  “Le suggestioni secondo cui il governo australiano non avrebbe segnalato le sue preoccupazioni sono contraddette da quanto è agli atti e certamente da ciò che è stato detto pubblicamente per lungo tempo: il governo ha avuto questi problemi, li abbiamo espressi e vogliamo lavorare a stretto contatto con i francesi e continueremo a farlo in futuro”, ha affermato.

 

 

AGI – Reddito universale, equità salariale, solidarietà tra Stati e tassazione: sono i principali temi che stanno a cuore ai cittadini europei. E’ ciò che emerge non solo dalla piattaforma partecipativa ma anche dal primo panel che ha riunito duecento cittadini a Strasburgo. “Una delle maggiori preoccupazioni che sono emerse dai gruppi di lavoro riguarda la disparità salariale tra i vari Paesi membri, un tema che spesso ha alimentato un dibattito anche acceso tra i partecipanti”, ha spiegato all’AGI, Dorota Szelewa, professoressa di Giustizia sociale all’University College di Dublino, una degli esperti scelti dall’Ue per accompagnare i cittadini nel confronto che dovrà portare, a lavoro concluso, a una serie di raccomandazioni da presentare alla Conferenza sul futuro dell’Europa. “E’ un esperimento di democrazia partecipativa, vedremo se funzionerà”, ha dichiarato. 

Questioni concrete

Nessuna discussione sui massimi sistemi dell’Unione, almeno non ancora. I partecipanti hanno voluto affrontare le questioni concrete. A partire della gestione delle pensioni tra i vari Stati dell’Unione. “Io ho lavorato in sette Paesi diversi e non so come verrà calcolata la mia pensione, manca una digitalizzazione nella gestione del sistema contributivo che semplificherebbe la vita ai cittadini”, è stato detto in uno degli interventi.      

Una delle richieste più ricorrenti è quella di un reddito universale incondizionato. “Negli esperimenti che sono stati fatti è stato dimostrato che ha aiutato le persone che lo percepivano a progettare il proprio futuro, a essere attive, non dovendo più pensare a una fonte di entrata”, ha spiegato in plenaria Szelewa. 

Le tasse al primo posto   

In testa alle priorità c’è anche la tassazione. In particolare, i cittadini vorrebbero che si paghino le stesse tasse in tutti i Paesi. Ma non sarà semplice arrivarci. E lo ha spiegato bene, sempre in plenaria – in videocollegamento da Berlino – Lucas Guttenberg, vice capo della Ricerca al Jacques Delors Institut ed ex economista alla Banca centrale europea. “Per incidere sulla tassazione serve un voto unanime e ci saranno alcuni Paesi che hanno forte interesse a tassare poco le imprese, quindi sarà difficile arrivare a un’intesa”. 

Proprio sul principio dell’unanimità ha posto l’attenzione il professor Louis Godart, professore all’Università internazionale di Roma. “Quello dell’unanimità è uno dei principi fondamentali ma credo che andrebbe riformato perché ci rendiamo conto costantemente che a causa delle obiezioni di uno Stato contro 26 le leggi non possono andare avanti e l’Europa rimane bloccata. Bisogna fare in modo che ci sia un dialogo tra maggioranza e opposizione. Quando eravamo sei era facile poiché oggi siamo ventisette è molto complicato”, ha spiegato.     

Preoccupa la scuola

I cittadini hanno mostrato preoccupazione per la scuola. “L’istruzione dev’essere di qualità e dev’essere gratuita”, è stata una delle richieste più ricorrenti. “Da noi in Polonia le scuole sono pubbliche ma il livello offerto è tale che le famiglie sono costrette a portare i propri figli a corsi supplementari nel pomeriggio, a pagamento”, ha spiegato una partecipante durante il lavoro di gruppo. “Se in un’azienda privata una persona non lavora bene viene licenziata, perché nelle scuole pubbliche vengono mantenuti gli insegnanti che non fanno bene il proprio lavoro?”, ha chiesto una cittadina tedesca.     

Il tema Covid

Ovviamente il tema Covid era inevitabile. In particolare la ripresa post-pandemia è stata la sfida tracciata da numerosi partecipanti e suggerita anche dagli esperti. Così come la lotta al cambiamento climatico. Non pochi si sono detti a favore di una tassazione per incentivare la transizione ecologica.     

Ogni panel di duecento partecipanti eleggerà venti rappresentanti (ottanta per i quattro panel) che porteranno le istanze dei cittadini alla plenaria della Conferenza sul futuro dell’Europa che si terrà in primavera. Bisogna però prima fare una sintesi dei temi e delle proposte. Un lavoro che sarà avviato già dalla giornata di domani. 

 

AGI –  Il Cremlino ha accolto con favore la decisione di Google e Apple di rimuovere dai loro store online l’applicazione di voto “intelligente” sviluppata dai sostenitori di Aleksei Navalny, uno dei principali oppositori del governo del presidente Putin. La rimozione dell’app, la cui funzione è quella di segnalare ai sostenitori di Navalny il candidato che, in ogni collegio, ha maggiori possibilità di battere Russia Unita, il partito del presidente Putin, è arrivata in concomitanza con le elezioni parlamentari.

“Questa app è illegale nel nostro Paese, entrambe le piattaforme hanno ricevuto una notifica e di conseguenza hanno preso questa decisione in conformita’ con la legge”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. 

Le accuse di Mosca

La Russia aveva accusato Google e Apple di interferenze elettorali, chiedendo di rimuovere l’app, Smart Voting, dai loro store. “Le aziende hanno ceduto al ricatto del Cremlino, ha commentato l’alleato di Navalny in esilio, Leonid Volkov. “Abbiamo l’intero stato russo contro di noi e persino le grandi aziende tecnologiche”, ha denunciato su Telegram il team di Navalny, che alla vigilia del voto ha esortato gli elettori russi a sostenere i candidati del Partito Comunista.

La decisione di rimuovere l’app di Navalny da Google Play e dall’App Store è una grande delusione, un atto di censura politica“. Lo scrive su Twitter Kira Yarmysh, portavoce di uno dei principali oppositori del governo di Vladimir Putin

All’inizio di agosto il ministero della Giustizia russo ha inserito nel registro delle organizzazioni vietate tre organizzazioni fondate da Navalny: la Fondazione Anti Corruzione, la Fondazione per la Protezione dei Diritti dei Cittadini e la rete degli uffici regionali, gia’ chiusi nei mesi precedenti per evitare ripercussioni legali ai loro dipendenti. Gli enti erano gia’ stati inseriti nell’elenco degli “agenti stranieri” e delle “organizzazioni estremiste”.

 

AGI – L’Ombudsman, il difensore civico dell’Unione europea, Emily O’Reilly, chiede di fare chiarezza sullo scambio di messaggi tra la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Il caso – di cui dà conto Politico – è nato in seguito a un articolo del New York Times di aprile in cui dava notizia di uno scambio di telefonate e messaggi tra von der Leyen e Bourla. Ma quando è stata presentata una richiesta di accesso ai messaggi, la Commissione ha affermato di non averne traccia. I messaggi di testo, ha sostenuto Palazzo Berlaymont, sono generalmente “di breve durata” e in linea di principio esclusi dall’archivizione.     

Il rifiuto della Commissione ha portato a una denuncia al difensore civico che ha aperto un’indagine. Il caso diventa ancora più scomodo alla luce dell’esperienza di von der Leyen: già nel 2019 fu criticata dopo che emerse che un cellulare, ritenuto prova chiave in uno scandalo di appalti al ministero della Difesa tedesca che lei guidava, era stato ripulito.      

In una lettera alla presidente della Commissione, O’Reilly ha scritto che è “necessario” che il suo team di inchiesta incontri i funzionari e ottenga una spiegazione della “politica della Commissione sulla tenuta dei registri dei messaggi di testo e su come questa politica venga attuata”. Il difensore civico insisterà anche sulla possibilità di ottenere i testi dei messaggi richiesti.

AGI – L’ex presidente algerino Abdelaziz Bouteflika è morto venerdì all’età di 84 anni. Dalla sua caduta nell’aprile 2019 sotto la pressione dell’esercito e della strada, Bouteflika era rimasto trincerato in solitudine nella sua residenza a Zeralda, a ovest di Algeri. La sua caduta era diventata inevitabile dopo settimane di manifestazioni di massa contro il suo desiderio di correre per un quinto mandato di cinque anni. È stato presidente per 20 anni prima di essere cacciato da moti di piazza quando ha annunciato di volersi candidare per un quinto mandato. 

Queste le tappe principali della sua vita

– 2 marzo 1937: nasce a Oujda (Marocco), in una famiglia originaria di Tlemcen (Algeria occidentale).

– 1956: si unisce all’Esercito di Liberazione Nazionale (ALN), l’ala militare del FLN, che combatte contro la presenza coloniale francese in Algeria.

– 1962-63: Ministro della Gioventù, dello Sport e del Turismo nel primo governo del presidente Ahmed Ben Bella.

– 1963-79: Ministro degli Affari Esteri nei governi Ben Bella e Boumédiène

– 1981-87: rimosso dal potere, esiliato a Dubai e Ginevra.

– 1999: Eletto Presidente della Repubblica in aprile, dopo che tutti i suoi oppositori si sono ritirati, denunciando le condizioni in cui è stato organizzato il voto. A settembre, ha fatto approvare con un referendum l’amnistia degli islamisti dopo la guerra civile (1992-1999).

– 2004: rieletto presidente. Sarà rieletto nel 2009 e nel 2014, dopo una revisione della Costituzione che non limita più a due il numero dei mandati presidenziali.

– 2005: ricoverato d’urgenza all’ospedale di Parigi dopo un’emorragia gastrica.

– 2013: Vittima di un ictus che lo lascia con gravi postumi.

– 2 aprile 2019: si dimette, spinto dal capo dell’esercito, dopo sei settimane di mobilitazione massiccia degli “Hirak” contro il suo tentativo di correre per un quinto mandato.

– 17 settembre 2021: muore all’età di 84 anni.

Mai un presidente algerino ha regnato così a lungo. Bouteflika ha preso il timone dell’Algeria nel 1999, coronato da un’immagine di salvatore in un paese lacerato dalla guerra civile. Vent’anni dopo, è stato spodestato spietatamente dall’esercito, il pilastro del regime, sotto la pressione di un movimento di protesta senza precedenti (“Hirak”).

AGI – Sarà la ventiduesima scuola italiana della regione Mena (Medio Oriente e Nord Africa) e la prima a doppia uscita, vale a dire con diploma italiano e International Baccalaureate (IB) dopo quella che già esiste a San Francisco, negli Usa. È da anni che negli Emirati Arabi se ne parla e finalmente ad Abu Dhabi il cantiere è aperto, tra le innumerevoli gru che spuntano ovunque su suolo emiratino, in un fermento edilizio, se possibile, galvanizzato da Expo 2020 Dubai.

“Siamo veramente contenti di poter dare questa notizia, soprattutto in un momento in cui tanti progetti prendono corpo nella cornice della prima Esposizione Internazionale del Medio Oriente – racconta l’Ambasciatore d’Italia ad Abu Dhabi Nicola Lener, senza nascondere la soddisfazione per l’importante obiettivo raggiunto – La costruzione procede a pieno ritmo, nel quartiere di recente sviluppo di Khalifa City, abitato in gran parte da expat. Il governo federale ha donato il terreno che si trova nei pressi di Raha Gardens, mostrando grande interesse per il progetto. Abbiamo il pieno sostegno del  Ministero degli Affari esteri emiratino, con cui siano in stretto contatto, mentre una affermata società locale identificata dalle stesse autorità emiratine, la Reportage Properties, realizzerà la costruzione”.

Certo è che negli Emirati Arabi anche l’educazione rappresenta una grande fonte di business. Secondo un recente studio di ISC Research (centro di ricerca nel settore delle scuole internazionali che ha sede a pochi chilometri  da Oxford), con 725 scuole internazionali, 333 delle quali a Dubai, il Paese è leader mondiale del settore, con un volume d’affari passato da circa 10 a oltre 13 miliardi di dollari in soli sei anni. È notizia di questi giorni, inoltre, che Mubadala Capital, sussidiaria di Mubadala, uno dei  fondi sovrani di Abu Dhabi, ha acquistato una quota di maggioranza in Witherslack, uno dei principali gruppi del Regno Unito specializzato in scuole per bambini con “bisogni speciali”, per aprire strutture in Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. L’offerta è rivolta a una clientela internazionale sempre più esigente. 

La concorrenza, dunque, è senza dubbio elevata. Perché non costruite la scuola a Dubai, dove vive la maggior parte dei connazionali?
“Perché crediamo che la scuola internazionale italiana di Abu Dhabi non sarà l’unica, una seconda scuola potrebbe sorgere in futuro a Dubai. Dopo quella d’Israele, gli Emirati ospitano la più grande comunità italiana del mondo arabo: 15 mila espatriati, circa 12 mila dei quali vivono in effetti a Dubai. Abu Dhabi ha però una grande vocazione culturale, ospita la Sorbonne, la New York University, il museo del Louvre, il Guggenheim è in costruzione. L’idea, inoltre, è quella di ampliare la ricchissima offerta emiratina anche con con scuola italiana che, in virtù della doppia uscita potrà interessare anche famiglie e studenti di nazionalità diversa, che magari abbiano con il nostro Paese forme diverse di familiarità. I presupposti ci sono. Sarà una scuola italiana privata, parificata, con una forte vocazione internazionale, con alcune materie curricolari insegnate in lingua inglese e alcune ore di studio dell’arabo, come previsto dalle leggi nazionali”.

Ce la descriva, come sarà? A chi sarà intitolata?
“Stiamo ancora decidendo, ma ci sarà senza dubbio un chiaro rapporto con la storia del nostro Paese. Sarà una grande scuola, capace di accogliere fino a 1600 studenti, dall’infanzia al ciclo secondario di secondo grado e sorgerà su un’area di circa 14mila metri quadri. L’edificio avrà uno stile classico, con un lungo colonnato che unisce i tre corpi dedicati ai diversi cicli scolastici. Sarà un campus ricco di spazi con finalità d’uso diverso, una piscina, campi di calcio, di tennis, un teatro, avrà anche spazi polivalenti per attrarre chi, tramite la scuola, vorrà entrare in contatto con l’Italia. Ci saranno forme di collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, il primo nella Penisola arabica, che ha sede sempre qui ad Abu Dhabi. Pensiamo ad una scuola di cucina, ad accordi con una scuola di musica, con un’accademia di calcio. Ma pensiamo soprattutto ad una didattica di grande qualità. Per l’approccio pedagogico, in particolare per le classi materne ed elementari, abbiamo facilitato i contatti con la Fondazione Reggio Children, il cui metodo è apprezzato e riconosciuto a livello mondiale. Per gli studenti più grandi pensiamo invece a collaborazioni con primarie realtà formative italiane collegate al mondo dell’innovazione tecnologica, per proiettare da subito i nostri giovani verso il mercato del lavoro”.

Quale il punto di caduta della diplomazia parallela? Gli Emirati hanno addirittura codificato una strategia nazionale del soft power (la Soft Power Strategy), lanciata dalla Federazione dei setti Emirati nel 2017 nelle più svariate direzioni, dal settore umanitario e sanitario a quello culturale.
“Questo è un hub internazionale tra i principali al mondo. Gli scambi, la connettività fanno parte del DNA locale. Un paese giovane, con valori identitari molto solidi, ma che ha fatto un mantra dell’apertura e della tolleranza. Gli Emirati Arabi investono nei più svariati settori, seguendo già da anni il paradigma della diversificazione economica, a partire dall’energia green, il settore medico e sanitario, l’aerospazio, le grandi infrastrutture. Ospitano spin off delle più prestigiose Università al mondo e di musei tra i più famosi. L’offerta scolastica è parte integrante di questo progetto. Gli espatriati italiani, dal canto loro, sono spesso molto qualificati e apprezzati, sono presenti in tutti principali settori professionali, dall’insegnamento universitario, agli studi legali, all’energia, alle infrastrutture, fino alla ristorazione e al made in Italy con prodotti molto amati dalla clientela mediorientale. Ci sono tanti progetti ambiziosi che legano i nostri Paesi. Qui sono presenti circa 600 aziende italiane. Nel 2020, per quanto riguarda il valore dell’interscambio, con 8,4 miliardi l’Italia è ottavo partner commerciale in assoluto degli EAU ed il primo tra gli Stati membri dell’UE. Certamente gli Emirati e l’area del Golfo sono strategici per l’Italia, ma vale anche il contrario. La connettività, costruita attorno all’essere umano, è la parola d’ordine di Expo 2020 Dubai (Connecting minds, creating the future, recita il claim). La nuova Scuola Internazionale Italiana è certamente destinato a diventare un nodo in più tra i nostri due Paesi”.

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