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Aggiornato alle ore 11,40 del 13 ottobre 2019.

È salito a 24 persone morte, 17 disperse, 170 feriti il bilancio del passaggio del tifone Hagibis in Giappone. Secondo l’emittente pubblica Nhk, per le violente piogge sono straripati 13 fiumi e ci sono state una cinquantina di frane e smottamenti in 12 diverse prefetture (il ciclone ha ‘martellato’ il settore centrale e nord-orientale dell’arcipelago). Il governo del premier Shinzo Abe ha deciso di mettere in campo 27 mila uomini, tra soldati e soccorritori, per aiutare la popolazione.

Intere aree residenziali sono immerse nelle acque fangose, fermi treni ed aerei, violente mareggiate. Hagibis, il tifone più potente degli ultimi 60 anni, si è abbattuto sul Giappone, che sabato è stato colpito anche da una scossa di terremoto di 5.7 gradi di magnitudo.

La tempesta, accompagnata da piogge di intensità “senza precedenti”, ha seminato morte e desolazione attraversando il Giappone centrale e orientale tra sabato notte e domenica mattina (ora locale), lasciando case allagate, frane e fiumi traboccanti. “Il violento tifone ha causato immensi danni in lungo e in largo nel Giappone orientale”, ha riconosciuto, parlando con i giornalisti, il portavoce del governo Yoshihide Suga. E adesso il governo ha schierato 27.000 tra soldati e soccorritori per i soccorsi mentre si contano i danni.

Nella regione di Nagano ci sono inondazioni abbandonanti. Una diga ha ceduto, lasciando le acque del fiume Chikuma inondare una zona residenziale dove le case sono state allagate fino al primo piano. Circa 7,3 milioni di giapponesi hanno ricevuto l’ordine di evacuazione non obbligatoria e diverse decine di migliaia hanno seguito la raccomandazione e sono state accolte in palestre o sale polifunzionali dove venivano forniti cibo, acqua e coperte. Il tifone ha paralizzato anche i trasporti nella grande regione di Tokyo, nel lungo weekend festivo che terra’ tutti a casa anche lunedì.

Sabato, sono stati sospesi i collegamenti aerei, ferroviari e della metropolitana. L’intensità  delle piogge ha indotto l’Agenzia meteorologica giapponese a emettere il massimo livello di allarme, quello riservato alle situazioni di possibile catastrofe. Hagibis è atterrato sabato poco prima delle 19:00 ora locale e ha raggiunto Tokyo intorno alle 21:00, accompagnato da raffiche di vento fino a 200 km all’ora ancor prima di toccare il suolo.

Il tifone ha anche costretto a modificare l’organizzazione di due competizioni sportive che si tengono in questi giorni in Giappone. Le sessioni di qualificazione del Gran Premio di Formula 1 a Suzuka sono state posticipate da sabato a domenica, e tre partite della Coppa del mondo di rugby (Francia-Inghilterra e Nuova Zelanda-Italia in programma sabato e Namibia-Canada domenica) sono state cancellate. Si terrà invece come previsto Scozia-Giappone che aveva rischiato anch’essa annullata. 

Jeffrey Epstein, il milionario accusato di traffico sessuale di minorenni e morto suicida in carcere il 10 agosto, frequentava molti personaggi, da Bill Clinton al Principe Andrea a Donald Trump. Adesso all’elenco si è aggiunto il nome del fondatore di Microsoft, il filantropo Bill Gates. L’uomo accreditato di un patrimonio personale da 100 miliardi di dollari, e fondatore di una delle organizzazioni di beneficenza più grandi al mondo, aveva minimizzato il suo rapporto con Epstein. Il New York Times ha ricostruito l’amicizia tra i due, fissando una data di inizio: il 2011.

Almeno in tre occasioni Gates andò a trovare il finanziere nel suo appartamento di Manhattan, e lo stesso fecero alcuni dipendenti della sua fondazione. Con Gates e la moglie Melinda, il finanziere discusse alcune iniziative caritatevoli. “Il suo stile di vita”, scrisse il fondatore di Microsoft in una email indirizzata ad amici, dopo l’incontro, e pubblicata dal New York Times, “è molto diverso dal mio e per certi versi intrigante anche se non è fatto per me”.

“Gates si riferiva solo all’arredamento del suo appartamento”, ha spiegato la portavoce del fondatore di Microsoft, Bridgitt Arnold. “Non c’è mai stata approvazione – ha precisato – del suo stile di vita e neanche interesse”. Però quando i due si incontrarono, il passato di Epstein era già noto: il finanziere aveva scontato un breve periodo in carcere per sfruttamento della prostituzione minorile, e aveva precedenti per abusi sessuali.

“Il signor Gates – ha concluso la portavoce – si pente di averlo incontrato e riconosce che fu una valutazione errata”. Tra gli incontri che il giornale ha ricostruito ce n’è uno in particolare, quello avvenuto il 31 gennaio 2011 nell’appartamento del finanziere nell’Upper East Side di Manhattan. All’incontro si unirono una ex Miss Svezia, che aveva avuto una storia con Epstein, e la figlia di 15 anni. L’incontro cominciò alle 8 di sera e andò avanti per molte ore.

“Bill è un grande”, commentò in una mail, il finanziere. Il fondatore di Microsoft, a sua volta, sempre per email, aveva lodato l’intelligenza e il fascino del padrone di casa. “Una donna svedese molto bella”, aveva scritto, “e la figlia sono capitate nell’incontro e io ho finito per restare fino a tardi”.

Gates e Epstein si rividero, poco tempo dopo, a un evento pubblico, a Long Beach, California e poi a maggio di nuovo nell’abitazione newyorkese del finanziere. L’amicizia si consolidò al punto che Gates fu ospite dell’aereo personale del finanziere, anche se poi spiegò di non sapere che fosse di Epstein. Nell’ottobre 2014, il fondatore di Microsoft donò due milioni di dollari al Mit, in quella che, in un’altra email, veniva definita come una donazione “diretta” da Epstein. La fondazione ha smentito qualsiasi legame con il finanziere. Gli ultimi incontri tra i due risalgono al 2017.

In Germania sono stati profanati alcuni siti commemorativi di vittime di un grupposcolo di estrema destra. Lo riporta il quotidiano tedesco Welt am Sonntag che ha condotto un’indagine nelle otto città in cui si trovano i memoriali in ricordo delle vittime di Nsu, un gruppo neonazista xenofobo che tra il 2000 e il 2007 uccise una decina di immigrati e una poliziotta.

All’inizio di ottobre è stata abbattuta una quercia in onore della prima vittima, un venditore di fiori chiamato Enver Simsek, a Zwickau. È stata distrutta anche una panca di legno con un’iscrizione. Un altro memoriale era stato profanato a Zwickau nel 2016. Nel 2014, una targa commemorativa a Kassel è stata ricoperta di bitume e a Norimberga, nel 2017, un’altra targa è stata deturpata con una svastica.

Un memoriale a Rostock è stato vandalizzato tre volte negli ultimi cinque anni. Alcuni monumenti sono stati semplicemente rubati e uno è stato gettato in un fiume. “La profanazione dei memoriali alle vittime dell’Nsu è uno schiaffo ai defunti e non può essere tollerata dalla società”, ha dichiarato il ministro dell’Interno, Horst Seehofer al domenicale tedesco; e ha aggiunto che è necessario intraprendere un’azione decisa contro tutte le forme di estremismo di destra e xenofobia.

Non è Xavier Dupont de Ligonnés l’uomo arrestato all’aeroporto di Glasgow venerdì sera con l’accusa di aver ucciso la moglie e 4 figli. Lo riferiscono fonti citate da Le Figaro, dopo i dubbi sull’identità dell’uomo, che avevano indotto anche gli investigatori alla prudenza. Dupont, aristocratico uomo d’affari 58enne, noto come il mostro di Nantes, è ancora ricercato per aver sterminato la propria famiglia e e di aver seppellito le vittime nel giardino della loro elegante casa.

La polizia scozzese aveva fermato all’aeroporto di Glasgow un sospetto proveniente da Parigi, convinta che avesse trascorso parte della latitanza in Gran Bretagna. Ma il suo Dna non corrisponde con quello di Dupont.

L’ipotesi più accreditata è che Dupont si sia tolto la vita dopo aver ucciso Agnès Dupont de Ligonnès, 48 anni e i figli Arthur, 21 anni; Thomas, 18; Anne, 16 e Benoît, appena tredicenne. I corpi dei 5 furono trovati fatti a pezzi e l’autopsia stabilì che erano stati uccisi con una pistola da tiro calibro 22 due settimane prima che ne venisse denunciata la scomparsa.

A far pensare a un piano ben studiato erano stati il fatto che l’uomo avesse comprato da tempo i sacchi di juta in cui poi avrebbe nascosto i corpi e la calce con cui li avrebbe coperti prima di seppellirli, ma anche al fatto che avesse parlato co il proprio datore di lavoro e con la scuola dei figli di un prossimo trasferimento in Australia di tutta la famiglia. Quando la polizia aveva fatto irruzione nell’elegante abitazione, di cui Dupont aveva disdetto l’affitto, aveva trovato armadi e cassetti vuoti.

Le ultime ‘apparizioni’ di Xavier Dupont de Ligonnes vengono fatte risalire al 14 e al 15 aprile 2011, una decina di giorni dopo la data presunta della strage, e furono immortalate dalle telecamere di un distributore di biglietti e da quella di un albergo. Poi più nulla. Due anni fa una segnalazione secondo cui era stato visto a Messa vestito da monaco poco lontano dal luogo dell’ultimo avvistamento, si era rivelata infondata.

 

Il voltafaccia di Washington nei confronti dei curdi è il tassello di un piu’ ampio disimpegno dell’amministrazione Trump dal ruolo di leadership globale che porta anche gli alleati piu’ stretti, come Israele, a dubitare di poter continuare a contare sugli Stati Uniti. È quanto sottolinea all’Agi Jean-Pierre Darnis, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali e professore associato presso l’Università di Nizza Sophia-Antipolis.

“Cambiare alleato succede, ma la presidenza Trump si mostra molto poco affidabile da questo punto di vista e crea così un problema di fondo perché tutti gli alleati degli Stati Uniti hanno ormai il sospetto, la paura o il timore che questa loro alleanza possa non essere più valida, a partire da un Paese chiave come Israele, e questo ha delle implicazioni piuttosto gravi”, osserva Darnis. “Gli israeliani” aggiunge, “non sono sprovveduti e nel momento in cui sorgono dubbi sulla capacità degli Usa di mantenere tutta una serie di impegni, anche militari, Israele, che è abituata a porsi lo scenario peggiore, ha già messo in conto di dover fare da sè, anche nei confronti della crescita del pericolo iraniano”. 

Va considerata, da questo punto di vista, anche “la debolezza del sostegno americano all’Arabia Saudita, altro alleato che dovrebbe essere ancoratissimo al cuore della politica trumpiana. Durante le vicende più recenti la reazione americana non è stata cosi’ forte”. Cio “è un fattore di entropia: siccome non c’è più la percezione di una potenza egemone, si aprono scenari pericolosi”.

“Senza una potenza egemone vince il disordine”

Secondo Darnis, non bisogna farsi illusioni sulla possibilità che la Russia possa riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti: “Mosca rimane una potenza limitata, che ha sicuramente giocato un ruolo realista e coerente nel campo siriano, dove fu già la ritirata strategica di Obama a lasciarle spazio, ma non dobbiamo pensare che la Russia possa proteggere un’area dove peraltro ha rapporti complicati con la Turchia”.

Se anche i curdi, come è stato affermato da alcuni loro leader militari, fossero costretti ad accordarsi con il capo del governo di Damasco, Bashar al-Assad in funzione anti-turca, “la Russia non avrebbe da guadagnare subito da un sostegno ai curdi; ne guadagnerebbe Assad, che era un leader molto indebolito, ma, più che guadagnarci davvero qualcuno, ci guadagnerebbero l’entropia e il disordine”. “Se una potenza egemone come gli Usa non c’è più, si torna a un gioco di piccole potenze dal sapore ottocentesco”, prosegue Darnis. 

La leadership di Washington, oltre che dalla Russia, non può essere rimpiazzata nemmeno dall’Unione Europea che “per ragioni politiche, anche pacifiste, è una potenza economica e diplomatica, ma non militare”. Gli unici che potrebbero aiutare i curdi contro l’offensiva turca sono Regno Unito e Francia e “hanno mezzi molto limitati”. La stessa debolezza, sottolinea Darnis, che ha consentito a Erdogan di ricattare l’Europa con la minaccia di spalancare le porte a milioni di profughi siriani. 

Quando l’Europa mollò Ankara

Ma che fare con la Turchia? Le radici dell’aggressività di Ankara, secondo Darnis, stanno nel “giro di boa funesto” che fu la chiusura di Parigi alla possibilità di un avvicinamento della Turchia all’Unione Europea, “non nella forma di un ingresso nella Ue, al quale probabilmente Erdogan nemmeno pensava, ma di un’associazione”. La chiusura ha invece creato “un’onda lunga di enorme diffidenza” tra Usa ed Ue da una parte e uno dei membri più forti della Nato dall’altra.

È possibile ipotizzare un punto di rottura? Difficile, dal momento che “non esiste una procedura di esclusione dalla Nato“, spiega Darnis. “Per entrare nella Nato bisogna anche rispettare criteri democratici di stampo occidentale”, conclude, “ma una volta dentro non c’è una corte di giustizia Nato. Ormai da anni alcuni membri osano dire che la Turchia non ha più posto nella Nato ma è molto complicato arrivare a buttarla fuori, con le conseguenze destabilizzanti che tale decisione avrebbe”.

L’uomo che rischiò la vita “passeggiando” nello spazio non c’è più. Alexei Leonov, lo storico cosmonauta russo celebrato anche dagli americani, aveva 85 anni. Nonostante non fosse stato il primo uomo ad andare sulla Luna, il cosmonauta russo si guadagnò il titolo di “primo astronauta” a muoversi lontano dalla Terra, nel “nero più profondo”, in quella corsa alla conquista dello spazio che impegnò Stati Uniti e Unione Sovietica per decenni.

Era il 18 marzo del 1965 quando Leonov uscì dalla capsula Voskhod 2 e, per dodici interminabili minuti, attaccato a una corda, “passeggiò” nello spazio. “Ero pienamente concentrato” raccontò due mesi dopo alla rivista americana Life “con il sangue freddo e, relativamente, non eccitato. Ma la vista fu straordinaria: le stelle non brillavano, era tutto fermo, tranne la terra”. Ciò che non aveva rivelato era che lui e il suo compagno di viaggio, Pavel Belyayev, erano stati fortunati a sopravvivere. La tuta di Leonov si gonfiò durante l’uscita, rendendo impossibile il rientro dentro la capsula, mentre il tempo scorreva. “Sapevo che non dovevo farmi prendere dal panico”, confessò nel libro scritto nel 2004 assieme all’astronauta americano David Scott, “Two Sides of the Moon”. Leonov sgonfiò la tuta, liberando ossigeno, ma rischiando così di restare senza aria. La manovra si rivelò vincente. “Quando entrai dentro la capsula” raccontò “ero sudato fradicio e il cuore mi batteva all’impazzata. Ma era solo l’inizio dei problemi”.

A bordo la pressione dell’ossigeno era salita a livelli di guardia, con il rischio che una scintilla avrebbe potuto far esplodere tutto. Il livello tornò alla normalità, e senza che i due astronauti abbiano mai capito come. La missione fu salva e con essa il primato sovietico nello spazio.

Il primo cosmonauta Usa a replicare la “passeggiata” fu Ed White ma soltanto tre mesi dopo. Troppi per non passare alla storia come il più grande smacco subito dalla potenza a stelle e strisce.

In realtà Leonov, nato nel ’34 in Siberia, maggiore dell’aviazione sovietica, grande amico del primo astronauta sovietico, Yuri Gagarin, non ha mai visto gli Usa come un nemico e lo stesso è stato per gli americani. Nel ’75, durante la missione congiunta Apollo-Soyuz, l’astronauta sovietico incontrò i colleghi statunitensi davanti alle telecamere di tutto il pianeta, mettendo il sigillo a quella che sarebbe poi diventata la prima collaborazione internazionale nello spazio tra i due Paesi impegnati nella Guerra Fredda.

La Nasa ha ricordato Leonov con un messaggio in cui ha espresso “dolore” per la perdita di un “uomo leggendario”. Il presidente russo Vladimir Putin lo ha definito “grande uomo” e ne ha celebrato il “coraggio”. “Una perdita enorme per noi tutti e per l’umanità” ha aggiunto la vedova di Leonov, Tamara Volynova “per me è stato un uomo unico”. 

Quando venne eletto premier, un anno e mezzo fa, non c’era in Etiopia un tuk-tuk che non portasse l’adesivo del suo volto: Abiy Ahmed Ali, insignito oggi del premio Nobel per la Pace, ha rappresentato per il Paese africano la speranza di cui aveva bisogno. L’entusiasmo era tale che l’Economist la definì “Abiymania”. Abiy fece promesse coraggiose e seppe mantenerle. Almeno finora. Aveva assicurato apertura, democratizzazione e riconciliazione. E le ha concretizzate con un governo congiunto, una donna come presidente, la pace dopo 20 anni di guerra con la vicina Eritrea – principale motivazione per il Nobel – la rimozione dei partiti di opposizione dall’elenco dei gruppi terroristici e la scarcerazione dei prigionieri politici e dei giornalisti.

A 43 anni, è probabilmente il leader politico più istruito del Paese – e uno dei più giovani del continente – e nel suo curriculum vanta un dottorato, esperienza militare e la creazione dell’Agenzia di sicurezza della rete di informazioni (Insa), un servizio di spionaggio nel paese africano.

Abiy è nato il 15 agosto 1976 ad Agaro, un’area ricca di risorse naturali e caffè – il prodotto di punta delle esportazioni etiopiche – dalla regione di Oromia, nel Sud-Ovest, dove vive il più grande gruppo etnico del Paese, gli oromi. È cresciuto in una famiglia multiculturale con madre amara – l’altro grande gruppo etnico del Paese – di religione cristiana ortodossa e padre musulmano oromo.

Sposato, padre di tre figlie, Abiy parla fluentemente, oltre all’inglese e all’amarico (principali lingue del Paese del Corno d’Africa), oromo e tigrino. Le radici, sommate alla giovinezza e al carisma di un leader che ha conquistato l’opinione pubblica internazionale, hanno portato speranza alla popolazione, che lo ha considerato la persona che avrebbe potuto guidare la tanto desiderata unità nazionale dopo anni di continui scontri etnici.

La storica pace con l’Eritrea

In testa alla lista dei successi c’è la firma dello storico accordo di pace con l’Eritrea, nazione diventata indipendente dall’Etiopia nel 1993, ma le dispute sui confini hanno portato alla guerra tra il 1998 e il 2000 che ha causato la morte di decine di migliaia di persone. Si è conclusa con l’Accordo di Algeri, impopolare in Etiopia, perché molti etiopi lo vedono come tradimento di una guerra vinta e in cui Abiy stesso aveva combattuto come membro dell’unità di radiocomunicazione dell’esercito.

“Lo stato di guerra esistente tra i due Paesi è terminato” il 9 luglio 2018: è l’annuncio che si riflette nell’accordo firmato dallo stesso Abiy e dal presidente dell’Eritrea, Isaias Afwerki, a Riad alcuni mesi dopo.

Ahmed ha iniziato la sua carriera politica prestando servizio nell’esercito etiope, con il quale ha partecipato a missioni internazionali di pace in diversi Paesi, tra cui il Ruanda; e ha ottenuto un dottorato all’Istituto di studi sulla sicurezza e la pace di Addis Abeba nel 2017.

È diventato Ministro della Scienza e della Tecnologia nel 2015 e ha fondato l’Insa, un’agenzia di sicurezza informatica di sorveglianza. Con le dimissioni premature dell’ex premier, Hailemariam Desalegn, il 15 febbraio 2018, il partito al potere, una coalizione che raggruppa quattro dei principali partiti regionali, lo ha eletto successore. È il primo capo del governo di etnia oromo e di fede protestante in un Paese finora sempre governato da copti ahmara o tigrini.

“Noi etiopi abbiamo bisogno della democrazia e della libertà, e siamo autorizzati ad averli. La democrazia non dovrebbe essere un concetto estraneo per noi”, ha dichiarato Abiy nel discorso del giuramento del 2 aprile 2018.

Sul fronte interno, Abiy ha abbandonato il monopolio dello Stato su molti settori chiave dell’economia (come aviazione e telecomunicazioni). E non si è impegnato solo per la pace del suo Paese: Abiy ha presieduto l’incontro tra il presidente del Sud Sudan Salva Kiir e il suo rivale Riek Machar, in lotta da cinque anni in una delle più violente guerre civili in corso in Africa che ha portato alla morte di decine di migliaia di persone e alla fuga di milioni di cittadini. E ha guidato il Sudan nella transizione dopo le deposizione dell’ex presidente Omar al Bashir. Non mancano tuttavia le tensioni. Lo scorso giugno ci fu il tentativo di un golpe, orchestrato da un ex generale nella Regione di Amara. Colpo fallito ma il messaggio è arrivato: non tutti amano Ahmed.

Le alte temperature stanno rendendo la vita a San Francisco poco invitante. Se da una parte la società di servizi PG&E ha dovuto “attivare” blackout di ampia portata a Bay Area per scongiurare il divampare di incendi, ora un autunno insolitamente caldo sta attirando in città migliaia di tarantole in cerca di partner. E i residenti, così, potrebbero trovarsi a duellare nel cuore della notte con “ragni-lupo” in calore. 

Il problema notturno “domestico” è relativo soprattutto agli esemplari femmina. Infatti, mentre i maschi si aggirano per le strade a qualsiasi ora del giorno in cerca “di un po’ di amore”, le tarantole femmine escono soprattutto di notte per poi rintanarsi nelle case abitate.

Un’altra differenza tra i due generi riguarda la longevità: mentre i maschi non superano i cinque anni di vita, le femmine possono sfiorare i trenta. Secondo il Wall Stree Journal, i funzionari di San Francisco stanno avvertendo i residenti di essere alla ricerca di migliaia di ragni giganti.  Ma, è bene ricordarlo, la tarantola americana non costituisce un pericolo per le persone. “Anzi, in realtà è il contrario”.

Per quanto possano sembrare inquietanti, questi ragni aiutano l’uomo cibandosi di migliaia di insetti che ogni anno minacciano i raccolti. “Se i ragni scomparissero, affronteremmo la fame”, sottolinea Norman Platnick dell’American Museum of Natural History. “Questi animali sono i principali controllori degli insetti. Senza di loro, tutte le nostre colture sarebbero divorate dai parassiti”.

La dieta delle tarantole

Le tarantole si cibano di rane, piccole lucertole e, appunto, insetti. Si tratta di ragni per lo più innocui per gli esseri umani. Infatti, se il loro morso può essere doloroso tanto quanto una puntura d’ape, il loro veleno è non è pericoloso.

Dal Monte Diablo State Park della California del Nord – immensa distesa verde di 20mila acri dove si aggirano esemplari di tarantola in cerca di compagni – arrivano rassicurazioni per i cittadini. “Non c’è nulla da temere. Hollywood e i media hanno dipinto questi animali come esseri mostruosi. Da qui le persone hanno iniziato a considerarli come una minaccia”, si legge sul sito web del parco. “Tuttavia, nulla è più lontano dalla verità. Al contrario, si tratta di “giganti gentili” del mondo animale”.

“Quindi, se vi capita di imbattervi in una tarantola mentre percorrete un sentiero o vi aggirate per casa, non uccidetela”, si legge sul sito del parco. “Sappiate che, anche se può sembrare terrificante, sta facendo un buon lavoro”.

Sono 227 i miliziani curdi della Ypg che sono stati “neutralizzati” nel terzo giorno dell’operazione militare turca “Fonte di pace” nel nord-est della Siria. Lo ha riferito il ministero della Difesa turco specificando che l’offensiva è andata avanti via aerea e terrestre per tutta la notte, e gli obiettivi “sono stati colpiti con successo”. C’è anche una prima vittima tra i soldati turchi. Lo ha riferito in un comunicato il ministero della Difesa di Ankara. “Il nostro fratello d’armi è caduto da martire il 10 ottobre in uno scontro contro i terroristi delle Ypg nella zona dell’operazione ‘Fonte di Pace'”. L’amministrazione curda del Nord della Siria, a quanto si apprende, sta evacuando un campo profughi che ospitava oltre 7 mila persone in seguito a un bombardamento da parte delle forze aeree turche. Lo riferisce Sky News Arab.

Mercoledì il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato l’inizio di un intervento militare nel nord-est della Siria, per costituire una ‘safe zone’ a est del fiume Eufrate ed eliminare le postazioni dei miliziani curdi Ypg.

“Riconoscerò che la Turchia è l’alleato contro il quale è stato compiuto il numero più alto di attacchi terroristici, che ha alcune legittime preoccupazioni di sicurezza. Ma allo stesso tempo darò risalto all’importanza del contenersi e di evitare perdite civili”. Questo il messaggio che Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, porterà al presidente Erdogan che incontrerà oggi. Come riferisce lui stesso in un’intervista al Corriere della Sera, “quanto succede in Siria dimostra ancora una volta la necessità di una soluzione politica”.

Per poi sottolineare l’importanza che le tensioni aumentate “non facciano tornare liberi i foreign fighter, combattenti stranieri adesso prigionieri”. Nell’incontro odierno con Erdogan, “una visita programmata”, ha sottolineato Stoltenberg, si parlerà di “un ampio ventaglio di temi e anche di Siria settentrionale. È rilevante che la Turchia assicuri azioni proporzionare e misurate”. “L’escalation – ha aggiunto il leader dell’Alleanza atlantica – dimostra l’esigenza che la comunità internazionale favorisca il creare condizioni per soluzioni politiche”.

L’esercito turco, sostenuto dai combattenti dell’Esercito siriano libero, ha preso inoltre il controllo di un ckeckpoint all’ingresso della localita’ Ras al-Ain, nel Nord della Siria, sul confine con la Turchia. Lo riporta Al Jazeera. La postazione militare era controllata dalle Forze democratiche siriane.

Arresti a Smirne

Altre 11 persone sono state arrestate a Smirne, città della costa egea della Turchia, dopo aver condiviso sui propri account social dei post critici nei confronti dell’intervento militare turco, iniziato due giorni fa nel nord est della Siria.

Gli arrestati sono accusati di aver fatto propaganda a favore dell’organizzazione terroristica curda Ypg, contro cui l’intervento militare è diretto, e di aver condiviso sui propri account social post che istigano all’odio nei confronti del governo, dello stato e delle forze di sicurezza turche. 

Con la stessa accusa ieri altre 21 persone sono state arrestate nella città a maggioranza araba e curda di Mardin, non lontano dal confine siriano, mentre ad Istanbul un procedimento giudiziario e’ stato aperto a carico di altri 78 cittadini.

Colpita anche una chiesa

Le forze aeree turche hanno bombardato una chiesa nel villaggio di Tall Jihan, nel nord della Siria, a pochi chilometri dal confine turco. Lo conferma all’Agi l’ex sindaco di Kobane e attuale presidente della Federazione della Siria del Nord, Anwar Muslem. È stato colpita la chiesa della Vergine Maria che ospitava i fedeli della confessione ortodossa siriaca. “Il raid sul luogo di culto c’è stato ma non sappiamo ancora se vi siano vittime”, spiega Muslem. “Migliaia di civili sono in fuga dall’area”.

 

 

Il sistema satellitare Sentinel-2 dell’Unione Europea ha catturato ieri un’immagine abbastanza chiara dell’enorme blocco di ghiaccio che si è staccato di recente dalla piattaforma Amery in Antartide. Dall’immagine D28, come è stata chiamato l’iceberg gigante di 315 miliardi di tonnellate, si vede in tutta la sua gloria. Il blocco di 1.636 chilometri quadrati si è staccato dalla Amery due settimane fa e si è già girato di 90 gradi.

I venti e le correnti vicino alla costa dell’Antartide tendono a spingere i grandi iceberg in direzione occidentale. Spesso si scontrano con la costa, facendo cadere altri pezzi dalla banchisa. E da quanto sembra, D28 potrebbe andare in collisione frontale con un’altra parte di Amery. Con la fine della lunga “notte polare” dell’Antartide e il Sole sempre più in alto nel cielo, il sistema Sentinel-2 sta di nuovo monitorando i cambiamenti in tutto il continente. Come sensore ottico, il sistema a due veicoli spaziali può vedere solo parti illuminate della superficie terrestre.

Nei giorni bui invernali, i satelliti radar come il sistema Sentinel-1 sono l’unico modo per tenere il passo con gli sviluppi. D28 è il più grande blocco di ghiaccio che si è staccato da Amery in oltre 50 anni. La piattaforma di ghiaccio, la terza più grande in Antartide, è un canale di passaggio chiave per l’Est del continente. È essenzialmente l’estensione galleggiante di un certo numero di ghiacciai che scorrono dalla terra verso il mare. Con la “nascita” di D28 potrebbero rompersi degli equilibri.

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