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Il Mobile World Congress (Mwc) di Barcellona si farà. Il governo della Catalogna ha fatto sapere che “non contempla” la sospensione dell’edizione di quest’anno della più importante fiera al mondo sulla telefonia mobile, prevista per fine mese. Non c’è “alcun elemento” che faccia stare “in allerta” e pensare a “un qualche pericolo” derivante dall’epidemia da coronavirus, ha spiegato il responsabile per l’Industria, Angels Chacon, intervistato da Catalunya Radio.

Il sospetto di una massiccia defezione degli espositori era sorto dopo il forfait annunciato dalla coreana LG Electronics che ha fatto sapere che “sta monitorando attentamente” la situazione relativa all’epidemia e che, pensando “alla sicurezza e alla salute dei suoi dipendenti, partner e clienti”, ha deciso di annullare la sua esposizione e partecipazione al Mwc. Fonti dall’altro colosso sudcoreano, Samsung, protagonista atteso della fiera, hanno confermato ad AGI la partecipazione.

Le case cinesi, che come ogni anno sono in primo piano a Barcellona per la presentazione di device e tecnologie, hanno fatto sapere che ci saranno, anche se con precauzioni.

Zte, impegnata nello sviluppo delle reti 5G in Italia e che a Barcellona presenterà non solo le tecnologie wireless di nuova generazione, ma anche nuovi smartphone come il Blade e l’Axon 5G ha fatto sapere che parteciperà, come previsto.

“Dopo l’esplosione del nuovo coronavirus, oltre a rispondere attivamente e organizzare le risorse per garantire il servizio di telecomunicazione nelle aree interessate, Zte ha sempre posto la salute dei nostri dipendenti e clienti come priorità” si legge in una nota dell’azienda, “in conformità con le linee guida del dipartimento sanitario cinese e dell’Oms, Zte ha adottato una serie di forti misure di prevenzione, controllo e salvaguardia: assicurerà che tutti i dipendenti della Cina continentale, compresi i cittadini non cinesi, non manifestino sintomi per 2 settimane prima della partenza e dell’arrivo nel Mwc e tutti i dipendenti devono sottoporsi all’autoisolamento di 2 settimane per garantire la salute e la sicurezza di tutto il personale”.

L’azienda ha disposto anche che tutti i dirigenti che partecipano alle riunioni di alto livello si autoisolino in Europa per almeno due settimane prima della fiera di Barcellona, che lo stand e le attrezzature della fiera vengano disinfettati quotidianamente e che il personale di presentazione dello stand provenga da Paesi al di fuori della Cina e principalmente dall’Europa”.

Misure simili saranno adottate da Huawei che ha annunciato di non avere intenzione di annullare la propria partecipazione, particolarmente significativa per il ruolo che il colosso delle telecomunicazioni ha assunto nello sviluppo del 5G in Europa, specie dopo la decisione della Commissione europea di non tagliare la tecnologia cinese fuori dalle reti Ue. “Non parteciperà nessuno che provenga dalla provincia dello Hubei” ha detto una fonte dell’azienda all’AGI, “la partecipazione del management che viene dalla Cina sarà limitata e tutti dovranno fare 14 giorni di quarantena prima di partecipare”. Anche Honor, il marchio nato da una costola di Huawei e pensato per la clientela giovane, sarà a Barcellona.

Anche Oppo e Xiaomi, due dei principali player cinesi nel mondo della telefonia mobile, con quote di mercato in continua crescita in Europa e in Italia, hanno confermato ad AGI che parteciperanno all’evento di Barcellona.

La franco-cinese Wiko ha deciso di non partecipare con uno stand di presentazione dei nuovi modelli, ma la scelta – si legge in una nota dell’azienda – non ha a che fare con l’epidemia di coronavirus quanto piuttosto con una strategia generale che vede il brand concentrarsi su attività più strategiche ed efficienti per i singoli mercati in cui è presente. “Una volontà che risponde all’obiettivo di Wiko di focalizzarsi su progetti che coinvolgano e interessino direttamente il consumatore finale e le sue community social” continua la nota, “la presenza di Wiko sarà pertanto focalizzata sul mercato spagnolo, ammettendo attività ad hoc rivolte al canale business, ai media di settore e ai principali partner e distributori dell’azienda”.

Ad Hangzhou, circa 175 chilometri a sud-ovest di Shanghai, recinzioni verdi bloccano le strade vicino al quartier generale del gigante della tecnologia cinese Alibaba, mentre un aereo da caccia gira in cerchio sopra gli edifici.

Alibaba, una delle aziende più ricche del mondo, sembrerebbe essere chiusa, mentre i trasportatori caricano e scaricano le merci nei pressi delle vicine aree residenziali recintate. Molte persone sono state anche viste uscire.

L’azienda si trova all’interno di uno dei tre distretti in cui questa settimana è scattato l’isolamento precauzionale anti-coronavirus e dove a circa tre milioni di persone è stato detto che solo una persona per famiglia e’ autorizzata a uscire ogni due giorni al di fuori della zona recintata ad acquistare beni di prima necessita’.

Secondo la Commissione sanitaria nazionale (NHC) cinese, dopo l’Hubei, lo Zhejiang è tra le province col maggior numero di contagi accertati, superiori alle 700 unità, Wenzhou conta 340 casi e Hangzhou 32, secondo i media locali. Il timore è che diventino nuovi focolai, come Wuhan. 

L’emergenza coronavirus potrebbe generare un segno negativo per il turismo italiano, con una contrazione della spesa turistica nel 2020 di ben 4,5 miliardi di euro, una cifra pari a circa il 5% per cento del prodotto interno lordo del settore. Circa il 70 percento della contrazione riguarderebbe inoltre quattro regioni: Veneto, Toscana, Lazio e Lombardia, che perderebbero circa 3,2 miliardi di euro. È quanto emerge da uno studio dell’Istituto Demoskopika che ha tracciato una mappa dei possibili effetti sul turismo italiano a seguito dell’allerta coronavirus.

La contrazione del consumo totale di beni e servizi da parte dei viaggiatori nel paese visitato (alloggio, pasti, intrattenimenti, souvenir, regali, altri articoli per uso personale, ecc.), sarebbe diretta conseguenza della riduzione degli arrivi, quantificata in 4,7 milioni che genererebbero, a loro volta, circa 14,6 milioni di presenze in meno rispetto al 2018.

La stima, precisa la nota di Demoskopika, è stata ottenuta dapprima applicando, ai più recenti dati Istat relativi al 2018 su base regionale, un taglio lineare del 40% ai flussi turistici (arrivi e presenze) provenienti dalla Cina e del 10% a quelli degli altri principali paesi che, ad oggi, hanno registrato casi di coronavirus così come costantemente monitorati dalla Johns Hopkins University.

Il dato degli arrivi ottenuto è stato successivamente moltiplicato per la spesa turistica media, ricavata dall’indagine sul turismo internazionale realizzata dalla Banca d’Italia nel 2018, generata da ciascun paese individuato. L’ipotesi di partenza è che i viaggiatori residenti principalmente nei paesi che hanno fatto registrare casi di coronavirus reagiscano, par paura o timore, cancellando prenotazioni o limitando gli spostamenti in aereo per ridurre le probabilità di contagio.

“Il numero crescente di disdette di prenotazioni che in queste ore stanno denunciando moltissimi operatori turistici, anche attraverso le associazioni di categoria, – dichiara il presidente dell’Istituto Demoskopika, Raffaele Rio – non lascia presagire alcunché di buono per la stagione turistica in corso nel nostro paese. La sindrome da contagio, alimentata anche da scarsa e inadeguata informazione, rischia di produrre ricadute devastanti su gran parte dei sistemi turistici regionali. Non è un caso che a rischiare maggiormente sarebbero, ovviamente, le destinazioni turistiche strutturalmente più apprezzate dai turisti internazionali, primi fra tutti cinesi, americani tedeschi e inglesi”.

L’indagine – continua Rio– stima che “il maggior numero di defezioni potrebbero provenire prioritariamente da queste realtà che, più di altri, hanno la tendenza a manifestare, come in altre emergenze passate, un maggiore livello di rinuncia al viaggio per ridurre le probabilità di eventuale contagio. Le ultime notizie provenienti dal Laboratorio di Virologia dello Spallanzani lasciano presupporre che l’emergenza  si possa dissolvere nel più breve tempo possibile. In caso contrario,  le regioni i cui sistemi turistici risultassero maggiormente fiaccati dall’emergenza, reclamino lo stato di calamità turistica chiedendo al governo  l’inserimento, a consuntivo di stagione, di un sostegno economico per assistere gli operatori turistici, alimentare le strategie di promo-commercializzazione nei mercati internazionali “più sensibili” e incentivare politiche di scontistica dei vettori aerei per rilanciare gli spostamenti dei viaggiatori verso le nostre destinazioni turistiche regionali”.

 

5 milioni pronti a evitare l’Italia

Potrebbero essere poco meno di 5 milioni i turisti che per ridurre i rischi di contagio rinuncerebbero all’Italia come destinazione turistica per la loro vacanza nel 2020 generando una contrazione complessiva di 14,6 milioni di pernottamenti. La stima dell’Istituto Demoskopika si è concentrata esclusivamente sui paesi che, ad oggi, hanno fatto registrare casi confermati di coronavirus così come costantemente monitorati dalla Johns Hopkins University.

In particolare, analizzando il quadro per singolo paese emerge che il rischio di contrazione più rilevante si registrerebbe dalla Cina:  – 1,3 milioni di arrivi e – 2,1 milioni di presenze. A seguire la Germania con una contrazione pari a 1,3 milioni di arrivi e di 5,9 di presenze; gli Stati Uniti con una contrazione pari a 566 mila arrivi e a 1,5 milioni di presenze. Rilevanti anche le possibili rinunce alla vacanza italiana per francesi e inglesi quantificabili rispettivamente in 474 mila arrivi e 1,4 milioni di presenze per i primi e in 378 mila arrivi e 1,4 milioni di presenze per i secondi.

Un calo del 5% del Pil turistico italiano 

Nel 2020, l’emergenza coronavirus potrebbe generare un segno negativo per l’incoming turistico italiano, con una contrazione della spesa turistica di ben 4,5 miliardi di euro, pari a circa il 5% per cento del prodotto interno lordo settoriale italiano. L’analisi per paese colloca, anche per questo indicatore macroeconomico, la Repubblica Popolare Cinese in testa con un possibile decremento della spesa turistica pari a 2.011 milioni di euro, circa la metà dell’intera contrazione stimata. Seguono Stati Uniti con 693 milioni di euro (15,4%), Germania con 551 milioni di euro (12,3%), Giappone con 243 milioni di euro (5,4%) e Regno Unito con 223 milioni di euro (5,5%).

La mappa della possibile decrescita regione per regione

Sono quattro le realtà regionali i cui sistemi turistici locali sarebbero maggiormente bersagliati dalle conseguenze del coronavirus: Veneto, Toscana, Lazio e Lombardia.

È il Veneto a indossare la maglia nera. In particolare, per il suo sistema turistico la stima degli effetti di un prolungato “allarme da coronavirus” potrebbe generare conseguenze devastanti con un calo di 971 mila arrivi, di oltre 3 milioni di presenze e, infine, con una contrazione della spesa turistica pari a circa 955 milioni di euro rispetto all’anno di riferimento individuato.

Preoccupanti anche i possibili “postumi da virus” per il turismo in Toscana, con un calo di 695 mila arrivi, di oltre 1,8 milioni di presenze e con una contrazione della spesa turistica pari a circa 778 milioni di euro; in Lombardia, con un calo di 673 mila arrivi, di oltre 1,6 milioni di presenze e con una contrazione della spesa turistica pari a circa 685 milioni di euro; nel Lazio, con un calo di poco meno di 673 mila arrivi, di oltre 1,9 milioni di presenze e con una contrazione della spesa turistica pari a circa 765 milioni di euro.

Da evidenziare anche le sforbiciate sull’andamento dei sistemi turistici regionali, per il Trentino Alto Adige (-458 mila arrivi; -2,1 milioni di presenze; -233 milioni di euro di spesa turistica), per l’Emilia Romagna (-246 mila arrivi; -666 mila di presenze; -253 milioni di euro di spesa turistica).

In coda Calabria (-18 mila arrivi; -111 mila di presenze; -12,6 milioni di euro di spesa turistica), Basilicata (-10 mila arrivi; -20 mila di presenze; -10 milioni di euro di spesa turistica), Abruzzo (-10 mila arrivi; -42 mila di presenze; -7,7 milioni di euro di spesa turistica) e, infine, Molise (-426 arrivi; -1,3 mila presenze; -363 mila euro di spesa turistica).     

Nel paniere dell’inflazione 2020 non esce nessun prodotto mentre tra le new entry ci sono auto e monopattini elettrici e il cibo a domicilio. Lo rende noto l’Istat. Nel paniere del 2020 utilizzato per il calcolo degli indici Nic (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati) figurano 1.681 prodotti elementari (1.507 nel 2019), raggruppati in 993 prodotti, a loro volta raccolti in 410 aggregati, spiega l’Istituto.

I nuovi prodotti del paniere

Per l’ingresso di nuovi prodotti rappresentativi dell’evoluzione nelle abitudini di spesa delle famiglie, sono da segnalare: tra i mezzi di trasporto, le automobili elettriche e ibride elettriche e il monopattino elettrico e, tra i servizi di ristorazione, il sushi take away e la consegna pasti a domicilio. Entrano poi nel paniere il servizio di barba e baffi, i trattamenti estetici per uomo e gli apparecchi acustici. Nessuno prodotto esce dal paniere nel 2020 poiché tutti quelli già presenti non mostrano segnali di obsolescenza tali da motivarne l’esclusione.

Nessuno prodotto esce dal paniere nel 2020, spiega l’Istat, poiché tutti quelli già presenti non mostrano segnali di obsolescenza tali da motivarne l’esclusione. Ad arricchire la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati, sono inclusi nel paniere il servizio di lavatura e stiratura camicia (tra i servizi di lavanderia abiti) e l’applicazione dello smalto semipermanente (tra i trattamenti di bellezza).

L’ampliamento dell’utilizzo degli scanner data e alcune innovazioni nella metodologia di calcolo degli indici, fanno sì che nel 2020 siano circa 30 milioni le quotazioni di prezzo provenienti ogni mese dalla Gdo utilizzate per stimare l’inflazione. Delle restanti 577mila quotazioni, 384mila sono raccolte sul territorio dagli uffici comunali di statistica, 121mila direttamente dall’Istat e quasi 72mila dalla base dati dei prezzi dei carburanti del ministero dello Sviluppo economico.

La copertura dell’indagine

Nel 2020, sono 80 i comuni che contribuiscono alla stima dell’inflazione per il paniere completo (79 nel 2019); la copertura territoriale dell’indagine è pari all’83,2% in termini di popolazione provinciale. La copertura territoriale sale al 90,3% per un sottoinsieme di prodotti (tariffe e alcuni servizi locali), il cui peso sul paniere Nic è del 5,6%, per i quali altri 12 comuni effettuano la rilevazione dei prezzi.

Tra punti vendita, imprese e istituzioni sono circa 43mila le unità di rilevazione presenti nei comuni, e circa 8mila le abitazioni presso le quali sono rilevati i canoni d’affitto. Per quanto riguarda la rilevazione dei prezzi effettuata direttamente dall’Istat anche mediante tecniche di scarico automatico dei dati (web scraping) dalla rete Internet o attraverso la raccolta di informazioni da grandi fornitori di dati, nel 2020 i prodotti coinvolti rappresentano, in termini di peso, circa il 22,7% del paniere. Gli scanner data provenienti dai diversi canali della Gdo sono riferiti a un campione di quasi 4mila punti vendita, appartenenti a 25 grandi catene della distribuzione al dettaglio e rappresentativi dell’intero territorio nazionale.

Nella struttura di ponderazione del paniere Nic aggiornata al 2020 si segnalano l’aumento del peso della divisione di spesa Trasporti e il calo di quella abitazione, acqua, elettricità e combustibili. La divisione di spesa prodotti alimentari e bevande analcoliche continua ad avere il peso maggiore nel paniere (16,21%), seguita da Trasporti (14,96%), servizi ricettivi e di ristorazione (11,95%) e abitazione, acqua, elettricità e combustibili (9,95%). Per il calcolo dell’indice Ipca (armonizzato a livello europeo) si utilizza invece un paniere di 1.700 prodotti elementari (1.524 nel 2019), raggruppati in 1.012 prodotti e 414 aggregati. 

Nel paniere dell’inflazione 2020 non esce nessun prodotto mentre tra le new entry ci sono auto e monopattini elettrici e il cibo a domicilio. Lo rende noto l’Istat.  La principale novità per il calcolo dell’inflazione è l’ampliamento dell’utilizzo dei prezzi registrati alle casse mediante scannerizzazione dei codici a barre (scanner data) a nuovi canali distributivi del commercio al dettaglio della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Si tratta con riferimento ai beni alimentari confezionati e ai beni per la cura della casa e della persona, dei discount, delle piccole superfici di vendita e degli specialist drug che si aggiungono così a ipermercati e supermercati.

Punto a favore di Mediaset nella lunga battaglia finanziaria e legale che la oppone a Vivendi, secondo azionista del gruppo con una quota del 9,6% mentre il restante 19% circa è stato conferito al trust Simon Fiduciaria su ordine dell’Agcom.

Il giudice del tribunale civile di Milano, Elena Riva Crugnola, ha rigettato i ricorsi dei francesi che avevano portato alla sospensione delle delibere con le quali l’assemblea del ‘Biscione’ del 4 settembre scorso aveva dato vita a Mediaforeurope (Mfe), la holding con sede (non fiscale) in Olanda che nelle intenzioni del gruppo della famiglia Berlusconi dovrebbe essere il nucleo intorno al quale costruire un polo televisivo generalista di respiro pan-europeo.

Il giudice, più che entrare nel merito della vertenza, ha ritenuto che “l’impossibilità di procedere alla fusione derivante dalla sospensione delle due delibere impugnate rappresenterebbe” per Mediaset “un evento senz’altro pregiudizievole in termini non solo organizzativi ma anche industriali ed economici, in particolare impedendo uno sviluppo dimensionale ritenuto indispensabile nel mercato di riferimento e, comunque, risolvendosi nel ‘blocco’ di una iniziativa ampiamente illustrata ai mercati con tutte le ovvie conseguenze anche in termini di valutazione da parte degli stessi mercati”.

Per il giudice, quindi, “tale pregiudizio, in quanto attinente allo stesso sviluppo trans-nazionale dell’attività imprenditoriale propria della convenuta (sviluppo la cui evoluzione secondo le linee da tempo programmate sarebbe bruscamente impedito) appare al tribunale particolarmente rilevante e non suscettibile di futura riparazione risarcitoria adeguata, incidendo sulle stesse modalità di esercizio dell’impresa, i cui risultati alternativi sarebbero – per le innumerevoli varianti da considerare – di difficilissima se non impossibile quantificazione nel caso le delibere impugnate fossero ritenute valide”.

Sospendere l’iter per la nascita della holding Mfe, secondo quanto motivato dal giudice, “comporterebbe per Mediaset un danno irreparabile sul piano della operatività imprenditoriale, risolvendosi nella impossibilità di espansione europea delle proprie dimensioni, vale a dire nella interruzione di un – costoso – programma intrapreso da tempo in relazione alle ineludibili condizioni del mercato di riferimento”.

Pertanto si prefigurerebbe per la società “un danno di per sé irreparabile in quanto attinente alla stessa sopravvivenza dell’impresa e in ogni caso insuscettibile di puntuale riparazione per equivalente”. Da Cologno hanno appreso la decisione del tribunale con soddisfazione, e hanno assicurato che il progetto Mfe “è confermato e procede”.

Da Parigi, invece, è stato già preannunciato che Vivendi ricorrerà in appello contro una decisione presa “in un procedimento sommario”. Incassato il via libera nelle aule dei tribunali italiani, e in attesa dei relativi ricorsi, rimangono i fronti aperti in Spagna e Olanda, dove Vivendi ha promosso altre azioni legali.

In Spagna la matassa potrebbe sbrogliarsi già oggi, visto che in programma c’è un’assemblea della controllata spagnola di Mediaset che potrebbe apportare delle modifiche allo statuto di Mfe e, con esse, disinnescare alla base il ricorso dei francesi, come avvenuto in Italia.  

L’Intelligenza Artificiale rappresenta “la più importante opportunità economica del nostro tempo”. Secondo le stime di PricewaterhouseCoopers l’Intelligenza Artificiale potrebbe offrire un contributo di ben 16 miliardi di dollari al PIL mondiale entro il 2030. E il 2020 è destinato ad essere l’anno della svolta. Nei prossimi 18-24 mesi fino al 90% dell’aziende è previsto che adottino tecnologie di Intelligenza Artificiale.

È quanto emerge da From Roadblock to Scale: The Global Sprint Towards AI, rapporto di IBM dedicato agli sviluppi tecnologici più recenti in questo settore: uno studio che guarda agli investimenti ma anche agli sviluppi di questa tecnologia (dalla correzione dei pregiudizi degli algoritmi, tecnicamente chiamati bias, alla formazione di competenze specializzate).

I dati dell’analisi sono frutto di un sondaggio svolto dalla multinazionale americana che ha coinvolto i manager di 4.514 aziende in tre regioni: 1.003 negli Stati Uniti, 1002 in Cina, 2509 nei Paesi dell’Unione Europea, 500, in particolare, in Italia. 

 

L’anno della svolta  

L’Intelligenza Artificiale, ha premesso subito Walter Aglietti, direttore Laboratorio Software IBM Italia, è “un insieme di metodi di estrazione matematica e statistica che servono per automatizzare, velocizzare e ottimizzare determinati processi”, soluzioni “in grado di aumentare l’intelligenza dell’uomo, non di sostituirlo”.

Una tecnologia che può trovare applicazione nei settori più diversi, “dal monitoraggio alla pianificazione delle consegne dei supermercati alle assicurazioni e al settore bancario”. Dunque il report. Per IBM il 2020 è l’anno della svolta. “Le tecnologie di Intelligenza Artificiale sono ormai mature” ha spiegato Aglietti. In Italia in particolare “le aziende sono passate dal chiedere cos’è a come applicarle al proprio contesto. Si tratta – ha ricordato Aglietti – di una tecnologia così versatile, che si può addestrare a fare qualunque cosa”.   
 

Il caso Italia
 

In Italia IBM ha intervistato 500 manager per esplorare gli ostacoli principali all’adozione dell’IA e le strategie di sviluppo che i business di qualsiasi dimensione prevedono di adottare. Ciò che emerge è che anche nella nostra Penisola la crescita nell’utilizzo di sistemi di Intelligenza Artificiale sembra inevitabile e anche auspicata dalle imprese, che stanno già investendo in larga parte (83%) nell’utilizzo di questa tecnologia.

“La vera complessità è l’estrema frammentazione dei dati e delle infrastrutture”, il problema delle competenze digitali per le quali “c’è quasi bisogno di un approccio rifondativo” e il tessuto stesso del nostro sistema produttivo, costituito perlopiù da PMI. La frammentazione dei dati implica anche la difficoltà nel condividere informazioni su prodotti e processi e quindi a “fare sistema”.
 

(Quasi) Tutte le aziende vogliono l’Intelligenza Artificiale

Secondo il report di IBM, 9 aziende su 10 aziende prevedono di adottare soluzioni di IA al massimo tra 24 mesi. “L’Intelligenza Artificiale si avvia a diventare una tecnologia pervasiva, perché è concepita come un facilitatore, un tessuto connettivo che si adatta a tutti i processi aziendali, li mette in comunicazione e li velocizza. Oggi l’IA è nell’analisi predittiva, nella sicurezza, nell’analisi dei modelli di business”. Elemento comune è “l’analisi dei dati”.
 

Guidano le grandi imprese

In tutti i settori e in Usa come in Europa, la maggior parte delle aziende globali ha implementato l’Intelligenza Artificiale nelle proprie attività (34%) o sta accelerando le fasi esplorative con l’IA (39%). Attualmente, 3 aziende su 4 utilizzano l’IA in qualche misura, dalla piena integrazione all’avvio di fasi esplorative.

Le grandi aziende stanno guidando l’adozione dell’IA, con il 45% delle imprese con oltre 1.000 dipendenti che utilizza l’intelligenza artificiale, rispetto al 29% delle aziende che ne hanno meno di 1.000 nel loro organico. A livello globale, il 22% degli intervistati ha dichiarato di non utilizzare l’IA.

 

Perché queste nuove tecnologie

Con il 36%, la sicurezza dei dati è la finalità principale che spinge le società ad utilizzare soluzioni di intelligenza artificiale. La fiducia nell’IA, intesa come capacità di comprenderne con certezza i processi decisionali, è il pilastro di qualsiasi decisione in merito alla sua adozione e come primo passo per la costruzione di una cultura della fiducia a livello aziendale e per una piena integrazione della tecnologia.

Intelligenza artificiale e cloud sono interconnessi: le società che hanno già adottato l’IA al proprio interno si stanno già muovendo verso nuove forme di cloud, sia ibrido che multicloud.
 

La geografia del Machine ​Learning

I risultati del sondaggio consentono anche di fare un’analisi di come i tassi di adozione siano ripartiti per settore e area geografica e di come questa sia stata implementata (e da chi) definendo quali siano i blocchi che impediscono di vedere questa tecnologia di trasformazione implementata su larga scala.

“La differenza tra Stati Uniti, Cina ed Europa non sta tanto negli investimenti (enormi in tutti e tre i mercati), quanto sull’identità e sul ruolo che deve svolgere l’Intelligenza Artificiale. Nel Vecchio Continente c’è una grande attenzione alla regolamentazione e un approccio etico alla sicurezza del dato. Gli Stati Uniti hanno un atteggiamento più liberale”.
 

Le resistenze

Sono 3 i maggiori ostacoli per l’adozione dell’IA in azienda. Per il 37% delle aziende, il problema principale all’adozione dell’IA è costituito dalla mancanza di conoscenze e competenze, e anche i silos di dati rimangono una resistenza ostinata. Segue la mancanza di strumenti per lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale (26%).

Ancora troppo presto per misurare l’impatto che l’epidemia di coronavirus cinese avrà sull’economia globale. Ma sta già avendo un impatto negativo su molte aziende internazionali a causa dell’importanza della Cina sia come mercato che come paese produttore. Questi i settori più colpiti.

VIAGGI. Principale settore interessato al momento dall’epidemia sono i trasporti. La Cina ha chiuso diverse delle sue città e ha vietato ai suoi cittadini di organizzare viaggi all’interno del paese e all’estero nel tentativo di contenere il contagio. Diverse compagnie aeree, tra cui Air France, British Airways, Air Canada, Lufthansa, American, United e Delta, hanno sospeso o sospenderanno presto i loro voli verso la Cina continentale.

Paesi come il Regno Unito, la Germania e gli Stati Uniti sconsigliano qualsiasi viaggio nella Cina continentale. Alcuni paesi come Singapore e l’Australia hanno addirittura vietato l’arrivo di tutti i non residenti dalla Cina, e gli Stati Uniti faranno lo stesso. Washington imporrà anche una quarantena ai propri cittadini che hanno visitato Hubei, la culla dell’epidemia, nei 14 giorni precedenti. La Russia, dal canto suo, ha chiuso il suo confine terrestre di 4.250 chilometri con la Cina.

TURISMO. Disney ha chiuso i suoi parchi di divertimento a Shanghai e Hong Kong. Diverse compagnie di crociera come MSC Cruises, Costa Crociere e Royal Caribbean hanno cancellato i viaggi dai porti cinesi e si rifiutano di imbarcare passeggeri che sono stati in Cina nelle ultime due o anche quattro settimane.

CONSUMI E SERVIZI ALIMENTARI. In Cina l’epidemia sta sconvolgendo le reti di distribuzione e i prezzi degli ortaggi stanno salendo vertiginosamente. Non solo, ma alcune multinazionali hanno dovuto chiudere tutti o parte dei loro negozi, anche se la maggior parte della popolazione è ancora chiusa in casa. Sabato, Apple ha annunciato la chiusura di tutti i suoi negozi nella Cina continentale fino al 9 febbraio.

Starbucks, per la quale la Cina è il secondo mercato mondiale, ha chiuso la metà dei suoi 4.000 punti vendita nel paese. “Diverse centinaia” di ristoranti McDonald’s hanno serrato le porte anche nella provincia di Hubei, di cui Wuhan, l’epicentro dell’epidemia, è la capitale. Anche Pizza Hut e KFC hanno chiuso le serrande.

SPORT. Dopo l’annullamento di diverse competizioni sportive internazionali, tra cui la Coppa del Mondo di sci alpino, la Cina ha annunciato il rinvio della stagione calcistica 2020.

AUTO. A Wuhan presente dagli anni ’90, la società francese PSA gestisce tre stabilimenti e impiega 2.000 persone, tra cui 38 espatriati. Questi ultimi sono stati rimpatriati in Francia venerdì, e nessuno di loro è stato infettato dal virus. I tre stabilimenti del gruppo, che avrebbero dovuto riaprire il 3 febbraio, rimarranno chiusi fino al 14 febbraio: avevano chiuso il 24 gennaio per le vacanze del Capodanno cinese.

La giapponese Nissan ha iniziato a rimpatriare il personale da Wuhan. L’italo-americana Fiat Chrysler, l’americana General Motors e la Ford hanno posto delle restrizioni alle loro squadre. Il pioniere dell’automobile elettrica Tesla ha avvertito che il coronavirus potrebbe inficiare sulla produzione del suo nuovo gigantesco impianto di Shanghai.

ELETTRONICA. Il colosso taiwanese Foxconn, leader mondiale nella fornitura di componenti elettronici con diverse unità produttive a Wuhan, riaprirà le sue fabbriche cinesi solo a metà febbraio. Per tenere conto delle incertezze, il principale cliente di Foxconn, Apple, tuttavia, ha fornito una previsione di vendita per il secondo trimestre più ampia del solito, anche se il suo capo Tim Cook ha assicurato di avere fornitori alternativi.

L’effetto coronavirus pesa sui mercati globali, sui quali lunedì si aggiungerà una nuova incognita: la riapertura della Borsa di Shanghai, chiusa dal 23 gennaio per il Capodanno cinese.

Le autorità di Pechino in molte province, comprese quelle di Shanghai e Guangdong, hanno esteso le festività del Capodanno fino al 9 febbraio, proprio per evitare che l’epidemia possa trarre alimento dalla riapertura degli uffici. Questo, secondo gli esperti, potrebbe limitare gli scambi finanziari in Cina.

Difficile comunque prevedere come si comporteranno i listini del Dragone. Lo scorso maggio, dopo la riapertura durante una fase molto negativa della guerra commerciale, il listino di Shanghai perse il 6%. Il regolamento della Borsa cinese prevede l’interruzione delle quotazioni in caso di una discesa superiore al 10%. Anche le altre Borse difficilmente sfuggiranno all’impatto dell’emergenza Cina.

Le piazze finanziarie continuano a chiudere in rosso

Venerdì Wall Street e le piazze finanziarie europee hanno chiuso in rosso, con Milano che ha ceduto il 2,29%, dopo che il Consiglio dei ministri ha decretato lo stato d’emergenza per sei mesi. Intanto in Cina il bilancio dei morti per il coronavirus è salito a 259 unità e i contagiati hanno superato quota 11.000 e l’Oms ha decretato lo stato di emergenza a livello globale.

Numerosi anche i casi in Europa, mentre in Italia quelli accertati sono finora solo 2. Da tenere d’occhio lunedì anche lo yuan, che giovedì scorso è tornato a sfondare quota 7 sul dollaro.

La settimana prossima, coronavirus a parte, i mercati saranno meno indaffarati che nei sette giorni appena trascorsi, che hanno visto l’addio del Regno Unito dall’Unione europee e le riunioni di Fed e Boe.

Tuttavia non mancheranno appuntamenti importanti, in particolare nella giornata di venerdì 7 febbraio, in cui usciranno i dati sulla bilancia commerciale cinese, quelli sull’occupazione Usa a gennaio e dalla Germania arriveranno le cifre sulla produzione industriale e sulla bilancia commerciale a dicembre. Da non perdere lunedì il pmi manifatturiero dell’Eurozona, il giorno seguente il pmi cinese sui servizi (indice Caixin) e giovedì gli ordini all’industria in Germania a dicembre. 

L’epidemia di coronavirus sta causando forte preoccupazione nell’industria italiana del turismo, che negli ultimi anni ha potuto contare su un crescente flusso di arrivi dalla Cina. A lanciare l’allarme sono le associazioni del settore come Assoturismo e Federalberghi, il cui presidente, Bernabò Bocca, chiede di aprire subito un tavolo di crisi per il settore.

Secondo Bocca il governo non può ignorare le gravi conseguenze economiche dell’epidemia di coronavirus sulle imprese del settore. “Abbiamo già sopportato danni ingenti dal fallimento di Thomas Cook – afferma Bocca, intervistato dall’AGI – ora il coronavirus metterà in ginocchio tanti operatori che stanno registrando le cancellazioni di viaggi dalla Cina e che devono restituire gli anticipi ai tour operator cinesi”.

Un danno d’immagine

Lo scorso febbraio – sottolinea Bocca – gli arrivi dalla Cina furono circa 500 mila e quest’anno il numero sarebbe stato decisamente maggiore, considerato lo sviluppo impetuoso del turismo nel Paese asiatico. “I cinesi viaggiano molto nel periodo del Capodanno cinese e la destinazione preferita è per lo shopping Milano, che è quindi la città più colpita in questo momento; seguono Roma, Firenze, Venezia”.

La preoccupazione degli imprenditori – fa notare Bocca – è il “danno di immagine” che potrebbe ricadere anche sul turismo proveniente dagli Stati Uniti: “Se gli americani vedono foto e video di immagini con italiani con le mascherine rinunceranno a venire. I numeri delle cancellazioni allora potrebbero decuplicarsi. Il coronavirus è naturalmente una cosa seria che va monitorata ma bisogna stare attenti alla comunicazione. La situazione va gestita senza drammatizzare, con sangue freddo”.

Bocca ricorda quindi che l’epidemia di Sars bloccò per circa un anno il turismo internazionale: un danno che gli operatori sperano di non dover nuovamente subire. “Ma il coronavirus ha una mortalità molto inferiore alla Sars e – conclude il presidente di Federalberghi – in Italia non viviamo una situazione di pericolo, non siamo in Cina”.

“Evitare la caccia alle streghe”

L’epidemia di coronavirus “indubbiamente comporterà una riduzione delle presenze turistiche”, afferma all’AGI il presidente di Assoturismo, Vittorio Messina, secondo cui vi saranno conseguenze economiche per il settore, dal momento che “il turismo cinese prende sempre maggiore significato”. “Dati ancora non ci sono – spiega – ma siamo certi che ci sarà un calo, almeno per i prossimi 6 mesi, finché non sarà trovato un antidoto al virus influenzale”. La preoccupazione di Messina non è pero’ tanto per le possibili disdette, quanto per la tutela di operatori e dipendenti: “La salute dei turisti e di chi lavora viene prima dell’aspetto economico”. Ma secondo il presidente di Assoturismo “poiché il sistema turistico-ricettivo ora è in trincea, è necessario che gli addetti vengano adeguatamente informati”. 

“In questo momento – prosegue Messina – gli operatori sono lasciati alla loro professionalità ma probabilmente qualche istruzione in più su come trattare eventuali casi sospetti e su come muoversi potrebbe tornare utile. Siamo di fronte a un’emergenza sanitaria e c’è tutta la nostra comprensione. Non possiamo lamentarci con nessuno ma se il ministero della Salute mandasse qualche informazione in più alle strutture contribuirebbe a dare serenità e a riportare nel’alveo della razionalità il rischio dell’epidemia, facendo sì che le persone non siano terrorizzate”.

Per Messina è importante evitare che si arrivi ad “una sorta di caccia alle streghe”: “ieri sui siti online è finito un hotel di Palermo per cui era scattato un allarme poi rientrato. L’albergatore ha attivato il protocollo con tempestività e i sanitari sono intervenuti verificando che non sussisteva alcun rischio. Bisogna ricordare – conclude – che si tratta di questioni da trattare con estrema delicatezza”

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