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Nella Silicon Valley il mercato è incentrato sui monopoli di fatto e Facebook è il superpredatore in cima alla catena alimentare. Di fronte ai concorrenti, Mark Zuckerberg conosce solo due soluzioni: o li compra (Instagram, WhatsApp) o ruba loro le idee finché non riesce a schiacciarli. Ne sa qualcosa SnapChat, il social network fondato nel 2011 e diventato popolarissimo tra gli adolescenti.

Nel 2016 Facebook tentò invano di acquistare la compagnia fondata da Evan Spiegel e, successivamente, ne copiò alcune delle funzionalità di maggiore successo, dalle ‘stories‘ ai messaggi che si cancellano. Snap, la holding che controlla la rete sociale, accusò il colpo, tra rovesci in borsa e rilanci falliti, prima di tornare a crescere quest’anno sia in termini di nuovi utenti che di capitalizzazione a Wall Street

È solo un esempio delle tattiche aggressive che Facebook utilizza contro i competitori, concreti o in fieri. Tattiche sulle quali la Federal Trade Commission americana ha avviato ora una vasta indagine antitrust, di fronte alla quale Snap non si è fatta trovare impreparata. Per anni, rivela il Wall Street Journal, i legali della compagnia avevano aggiornato un dossier sulle tecniche utilizzate dall’impero di Zuckerberg per sbaragliare ogni possibile avversario. Emblematico il titolo della raccolta di documenti: ‘Progetto Voldemort, dal nome del malvagio antagonista di Harry Potter

Secondo il dossier, ad esempio, Instagram avrebbe, tra le altre cose, escluso i contenuti SnapChat dai risultati di ricerca o dai contenuti di tendenza sulla app. Alcuni dirigenti della controllata di Facebook avrebbero addirittura impedito a influencer o altre personalità popolari dal fare riferimento ai loro profili SnapChat, minacciandoli, in caso contrario, di rimuovere l’ambito ‘bollino blu’ dei profili verificati, che in alcuni casi può equivalere alla perdita di contratti da milioni di dollari.  

I soggetti che stanno collaborando con la Ftc sono però decine: fondatori che hanno venduto le loro creature a Facebook per poi abbandonare la nave in polemica con la politica di Zuckerberg a imprenditori costretti a chiudere le loro startup dopo che Facebook le aveva escluse dalla piattaforma. Un esempio è Ashley Madison, il portale di appuntamenti per persone sposate (che salì agli onori delle cronache per un clamoroso furto di dati), al quale è stato impedito di farsi pubblicità su Facebook, che ha successivamente lanciato la propria app per cercare partner.

“Facebook ha creato un ambiente nel quale seleziona e sceglie chi vince sulla base dei propri capricci”, ha detto al Wall Street Journal l’ad di Ashley Madison, Paul Keable, “tutto ciò portando avanti nel frattempo i propri prodotti concorrenti”.

“Vogliamo aumentare le buste paga e premiare le imprese che investono”: lo ha detto Antonio Misiani, viceministro dell’economia a Rai Radio1 (Radio anch’io). “La manovra si presenta come particolarmente impegnativa in relazione alle clausole di salvaguardia che mai erano state così alte” ha affermato aggiungendo che “questa  una sfida enormemente impegnativa quasi il doppio di quella che aveva il governo precedente. Lo sforzo di abbattere l’evasione fiscale e’ assolutamente cruciale da questo punto di vista. Produce risultati non immediati nel medio periodo ma e’ un atto di giustizia nei confronti dei contribuenti onesti. Vogliamo farlo incentivando l’uso della moneta elettronica. Attueremo un significativo sconto per chi la usa, questa è una delle soluzioni insieme ad altre misure per abbattere l’evasione fiscale che è poi la premessa per ridurre le tasse a tutti. Perché noi vogliamo nell’arco del triennio ridurre in misura importante le tasse ai lavoratori per aumentare le buste paga”.

“Premiare le imprese che investono, che innovano, che scommettono sul futuro di questo paese e vogliamo aiutare l’Italia a ripartire. L’altro elemento qualificante di questa legge di bilancio lo avremo sugli investimenti pubblici e in particolare sugli investimenti pubblici per lo sviluppo sostenibile e l’ambiente, per contrastare il cambiamento climatico”, ha concluso. 

Un nuovo rapporto traccia le linee guida per la decarbonizzazione entro il 2050 dei settori power, industria, edilizia e trasporti. È quello messo a punto dalla Fondazione Eni Enrico Mattei con UN Sustainable Development Solutions Network (SDSN) e presentato durante la settimana del Clima a New York.

“L’obiettivo di arrestare il riscaldamento globale a 1,5 gradi richiederà cambiamenti rapidi, di vasta portata e senza precedenti, a tutti i livelli della società”. Questo è quanto afferma il Rapporto del 2018 dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite (Gruppo Intergovernativo per il Cambiamento Climatico). Per centrare questo obiettivo e raggiungere il target delle emissioni globali, non basta trasformare il nostro sistema energetico ma occorre ripensare i sistemi produttivi, le emissioni domestiche e il nostro modo di viaggiare nel mondo.

Al fine di attuare questa trasformazione entro la metà del secolo, gli scienziati, gli ingegneri e i tecnologi avranno un ruolo cruciale nell’indicare il percorso verso il processo di decarbonizzazione dei settori ad alto consumo di energia, tra cui il comparto power, l’industria pesante, l’edilizia e i trasporti.

Il rapporto, presentato durante la settimana a New York dal Direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei Paolo Carnevale e Jeffrey Sachs, Direttore UN SDSN, è frutto del lavoro congiunto di oltre sessanta esperti internazionali, riunitisi ad Aprile scorso a Milano presso la Fondazione Mattei.

Il documento illustra le più recenti tecnologie di decarbonizzazione disponibili ai governi nazionali per attuare delle strategie di sviluppo a basso livello di emissioni, come indicato nell’articolo 4.19 dell’Accordo di Parigi del 2015. In linea con l’obiettivo di Parigi di rafforzare la risposta globale alla crisi climatica “nel contesto di uno sviluppo sostenibile e con l’impegno di porre fine alla povertà,” il rapporto è costruito sulla base di un approccio integrato su più livelli e ambisce ad affrontare contemporaneamente obiettivi multipli e promuovere strumenti di policy e soluzioni tecnologiche utliizzabili nei diversi settori. Gli obiettivi multipli spaziano dalla decarbonizzazione alla sostenibilità ambientale, alla prosperità economica (tra cui la riduzione della povertà) e all’inclusione sociale (no one left behind).

Per mettere ordine nel contesto molto complesso ed integrato dei sistemi energetici, gli autori hanno identificato i Sei Pilastri della Decarbonizzazione sulla base dei quali ogni Paese può iniziare a definire il proprio percorso verso una politica di decarbonizzazione da attuarsi entro la metà del secolo.

Il rapporto si compone di 4 sintesi tecniche: power, industria, edilizia e trasporti, e sarà reso disponibile online.

L’Assemblea di Atac SpA ha approvato il bilancio di esercizio chiuso al 31 dicembre 2018. Per la prima volta nella sua storia, specifica l’azienda, la società ha chiuso il Bilancio con un utile di esercizio, pari a 839.558 euro, che sconta ammortamenti per 70,38 milioni ed accantonamenti per 8,70 milioni. Nel 2017 il bilancio aveva registrato una perdita di 120 milioni e nel 2016 di 213 milioni.

Nel 2018 il servizio di trasporto complessivamente erogato ha evidenziato, rispetto all’anno precedente, un incremento del 2,1%, mentre i ricavi delle vendite e delle prestazioni, nonostante le criticità che hanno condizionato l’avvio del piano di rinnovo della flotta bus, sono aumentati del 2,14% (da 829,6 mln del 2017 a 847,4 mln del 2018). L’aumento dei volumi di servizio e dei ricavi è stato accompagnato da una lieve contrazione dei costi di produzione (-0,1% rispetto al dato 2017 ), risultato che permette di rilevare come l’azienda stia operando irreversibilmente un recupero di produttività ed efficienza coerente con l’operazione di rilancio prevista nel Piano Industriale.

Il Conto Economico presenta un margine industriale (MOL) ormai stabilmente positivo che, al netto delle partite non gestionali al 31.12.2018, ha superato i 70 milioni, conseguendo i livelli previsti dal piano di concordato.

Battute finali per la Nota di aggiornamento al Def, il documento di economia e finanza in cui vengono indicati i nuovi obiettivi di crescita e finanza pubblica a livello programmatico. Dopo l’incontro a Palazzo Chigi, durato oltre due ore e mezzo, sembra essere spuntata l’idea di far slittare di tre giorni l’approdo sul tavolo del Consiglio dei ministri. Il termine del 27 settembre non essendo perentorio consente un po’ di elasticità per mettere a punto il quadro di finanza pubblica per la manovra.

Si rimanda quindi a lunedì 30 settembre. Un “patto con gli italiani” per recuperare quanto più possibile dall’evasione fiscale e ridurre così le tasse è l’obiettivo ribadito dal premier Giuseppe Conte durante “la riunione tecnica”, secondo quanto riferito da Palazzo Chigi. Sono allo studio diverse misure per incentivare l’uso della moneta elettronica per combattere l’evasione e recuperare risorse per ridurre le tasse. Il lavoro, spiegano le fonti, è ancora in corso ed è quindi ancora prematuro parlare di cifre, ma l’obiettivo è quello di ricavare “diversi miliardi”.

Al Tesoro intanto si lavora da giorni a ritmi serrati per definire gli ultimi dettagli, il vice ministro all’Economia, Antonio Misiani, ieri ha confermato che il deficit/Pil 2019 dovrebbe attestarsi al 2%. L’obiettivo per il 2020 sarà frutto anche del negoziato con la Commissione europea. Nei giorni scorsi alcune indiscrezioni riferivano la volontà del governo di portare l’obiettivo del deficit 2020 al 2,3% del Pil.

Secondo quanto emerso dopo il vertice informale di Helsinki, il disavanzo si attesterebbe verso il 2-2,1%. Il punto di caduta potrebbe fissarsi tra il 2,1% e 2,3%. Si sta valutando, inoltre, l’impatto che potrebbe avere la revisione fatta dall’Istat che ha certificato come il Pil nel 2018 sia cresciuto meno del previsto. La Nota di aggiornamento al Def non potrà che allinearsi alle stime dei principali previsori interni e internazionali che indicano per l’Italia nel 2020 un tasso di crescita tra lo 0,4 e lo 0,6%.

Altro nodo cruciale è il deficit legato a doppio filo con gli obiettivi di crescita e le prospettive per il debito pubblico. Per la Legge di Bilancio occorrono 30 miliardi di cui 23,1 destinati alla sterilizzazione l’aumento dell’Iva, 2 per le spese indifferibili e circa 5 per trovare degli spazi per il cuneo fiscale. Le risorse arriveranno dai risparmi derivanti dal calo dello spread, dalla spending review, dal riordino delle tax expenditures e dalla lotta all’evasione che avrà nel mirino i grandi evasori. Ma l’esecutivo punta anche a una revisione del Patto di stabilità e crescita per strappare più margini di flessibilità a Bruxelles.

LOTTA ALL’EVASIONE Sul piatto per il momento ci sono una serie di misure anti-evasione per reperire le risorse necessarie, tra cui l’introduzione di incentivi per l’uso delle carte elettroniche. Come riferiscono anche fonti di Palazzo Chigi, durante l’incontro si è parlato molto del “patto con gli italiani onesti”, il progetto così ribattezzato dal premier Conte per liberare risorse “importanti” da destinare allo stimolo della domanda interna e della crescita.

In pratica il governo starebbe lavorando ad alcuni incentivi per chi usa le carte di credito, per disincentivare l’uso dei contanti e sull’attuazione della lotteria degli scontrini, meccanismo già previsto nella scorsa manovra. Le misure anti-evasione potrebbero essere anticipate nel decreto fiscale collegato alla Legge di Bilancio 2020.  

FLESSIBILITA’ Il governo punta a mettere in campo una manovra espansiva e, per farlo, conta di strappare nuovi margini di flessibilità per 0,4-0,5 punti di Pil da sommare alla quota dello 0,18% di prodotto legato alle spese per il ponte Morandi e per il contrasto al rischio idrogeologico messa in conto per il prossimo anno nel Documento di economia e finanza.

“Sfrutteremo le pieghe normative per una politica di crescita”, ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, parlando da New York. “Siamo per una politica espansiva in materia economico-sociale, oggi c’è una diversa sensibilità in Europa”, c’è la consapevolezza di tutti nell’Unione europea che “la politica di austerity non è adatta a reggere questa congiuntura, siamo di fronte a una fase di contrazione”.

MINORE SPESA PER INTERESSI Cala lo spread e la diminuzione della spesa per interessi pagati sul nostro debito pubblico fa sì che si allenti uno dei maggiori freni alla crescita del Paese negli ultimi decenni. Un calo di 100 punti dello spread vale, in media su base annua, oltre 2 miliardi di euro, il che aprirebbe nuovi spazi fiscali per la legge di bilancio.

Per leggere nero su bianco i capisaldi della Nadef si dovrà attendere lunedì, poi la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza 2019 sarà discussa dall’Aula del Senato nella settimana dall’8 al 10 ottobre per approdare a Montecitorio il 10 ottobre. La manovra sarà presentata entro il 20 ottobre e il Dpb dovrà essere inviato entro il 15 ottobre all’Ue.

Il Congresso valuterà se investire un miliardo di dollari per sradicare letteralmente Huawei dal suolo americano. Il presidente della Commissione parlamentare per l’energia e il commercio, il democratico del New Jersey Frank Pallone e altri tre deputati hanno presentato la proposta di legge bipartisan ‘Secure and Trusted Communications Networks Act’ per “aiutare a proteggere la catena di approvvigionamento delle telecomunicazioni in America”.

“Il futuro del wireless in America dipende dalla sicurezza delle nostre reti da interferenze straniere dannose” si legge in una nota emanata dalla Commissione, “Le nostre società di telecomunicazioni fanno molto affidamento su apparecchiature prodotte e fornite da società straniere che in alcuni casi, come Huawei e le sue affiliate, possono rappresentare una minaccia significativa per gli interessi commerciali e di sicurezza degli Stati Uniti”.

L’obiettivo del disegno di legge è “proteggere le reti di comunicazione del nostro Paese dai nemici stranieri, aiutando i fornitori di reti wireless di piccole dimensioni e rurali a sradicare le apparecchiature di rete sospette e sostituirle con apparecchiature più sicure”. “Dobbiamo farlo per proteggere la nostra sicurezza nazionale” concludono i deputati.

In sostanza i parlamentari temono che per portare Internet veloce nelle cosiddette ‘aree bianche’ dell’America più rurale, quelle dove i colossi delle telecomunicazioni non investono perché il ritorno economico sarebbe inesistente, le piccole compagnie telefoniche utilizzino antenne e tecnologia disponibile a costi contenuti come quella di Huawei.

L’idea è quindi di ribadire l’impegno bipartisan del Congresso a “proteggere la catena di approvvigionamento dalle minacce e dare seguito all’ordine esecutivo emesso dalla Casa Bianca a maggio per vietare a Huawei penetrare le reti di telecomunicazioni americane”.

Per farlo la legge punta a “proibire l’uso di fondi federali per l’acquisto di apparecchiature o servizi di comunicazione da qualsiasi azienda che rappresenti un rischio per la sicurezza nazionale per le reti di comunicazione americane” e a creare “un programma di rimborso per assistere i piccoli fornitori nella rimozione delle apparecchiature o dei servizi vietati per sostituirli con apparecchiature o servizi di comunicazione più sicuri”. I fondi necessari sono stato stimati da fonti giornalistiche in un miliardo di dollari. 

Eni ha realizzato a Gela la più innovativa bioraffineria d’Europa. Avviata nel mese di agosto 2019, con una capacità di lavorazione fino a 750.000 tonnellate annue, sarà in grado di trattare progressivamente quantità elevate di oli vegetali usati e di frittura, grassi animali, alghe e sottoprodotti di scarto per produrre biocarburanti di alta qualità.

A Gela tutti gli impianti del petrolchimico realizzato a partire dal 1962 sono stati fermati: per la riconversione della raffineria sono stati a oggi spesi 294 milioni di euro, a cui si aggiungono ulteriori 73 milioni di investimento previsti per ulteriori attività propedeutiche e per la realizzazione del futuro impianto per il pre-trattamento delle biomasse, che verrà completato entro il terzo trimestre 2020 e consentirà di alimentare la bioraffineria interamente con materie prime di seconda generazione, composte da scarti, oli vegetali grezzi e materie advanced.

Il processo di conversione da raffineria tradizionale a bioraffineria è iniziato nell’aprile 2016 è stato completato dopo oltre 3 milioni di ore di lavoro di persone Eni e delle imprese terze con l’importante traguardo raggiungo di zero infortuni. Per realizzare l’impianto Ecofining™ sono state modificate le due esistenti unità di desolforazione ed è stato costruito lo “Steam Reforming” per la produzione di idrogeno, componente fondamentale nel processo di produzione dell’Hvo (Hydrogenated Vegetable Oil), cioè il biodiesel che, addizionato al gasolio fossile in una quota pari al 15%, compone il carburante premium Enidiesel+.

L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha commentato: “È un giorno molto importante per noi. A Venezia siamo stati i primi al mondo a convertire una raffineria tradizionale in bioraffineria e adesso inauguriamo la seconda, ancora più innovativa: un nuovo esemplare di eccellenza italiana”.

“Si tratta di un grande passo avanti nel nostro percorso di decarbonizzazione, un cammino che come Eni abbiamo intrapreso da tempo ma al quale negli ultimi cinque anni abbiamo impresso una fortissima accelerazione, investendo significativamente sull’efficienza, e in particolare sulla produzione di energia verde, sulle rinnovabili e sull’economia circolare, attraverso la trasformazione di sostanze organiche e inorganiche, minimizzando gli sprechi e valorizzando i rifiuti e i materiali di scarto”.

Claudio Descalzi, Ad di Eni

“Il tutto – ha spiegato Descalzi – sviluppando ricerca, tecnologie e iniziative industriali che rappresenteranno per Eni vere e proprie future linee di business. E una parte significativa di questo percorso lo stiamo facendo proprio in Italia. Gela, in particolare, riveste in questo senso un ruolo da protagonista: oltre alla nuova bioraffineria, il sito gelese ospita l’impianto pilota Waste to fuel, che dallo scorso dicembre trasforma i rifiuti organici in bio olio, bio metano e acqua, ed è destinato a diventare per Eni un laboratorio per l’applicazione delle più avanzate tecnologie nel campo ambientale e delle rinnovabili”.

I lavoratori Eni impiegati nel sito di Gela sono oltre mille, di cui 426 nella bioraffineria. La realizzazione della bioraffineria Eni di Gela garantisce il miglioramento di tutte le matrici ambientali grazie all’abbattimento delle emissioni (SO2, NOX, CO, polveri) superiore al 70% rispetto al ciclo tradizionale. Sul fronte ambientale, proseguono gli interventi di bonifica, per cui sono stati spesi oltre 800 milioni di euro dal 2000 a oggi.

Al fine di migliorare l’impatto visivo del sito, saranno realizzati numerosi interventi: al camino già demolito si aggiungerà la rimozione della vecchia torcia più alta, che sarà sostituita da nuove di minore altezza e che migliorano l’impatto ambientale. Sono anche stati ultimati numerosi lavori di demolizioni di varie infrastrutture, tra cui serbatoi, pensiline di carico, le strutture per il recupero gas e la desolforazione del gasolio e del frazionamento benzine.

Lo skyline dell’area industriale è destinato a migliorare con gli interventi in programma fino al 2022, compresa la demolizione del camino dello SNox non più in uso. La bioraffineria Eni di Gela è progettata per trattare cariche advanced e unconventional fino al 100% della capacità di lavorazione, ed è una delle poche bioraffinerie al mondo ad elevata flessibilità operativa. La caratteristica di processare materie prime di seconda generazione, cosiddette “unconventional”, derivanti da scarti della produzione alimentare, quali oli usati e di frittura rigenerati (Ruco, regenerated used cooking oil), grassi animali (tallow) e sottoprodotti legati alla lavorazione degli oli vegetali fa di Gela un impianto innovativo a elevata sostenibilità ambientale, che consente  di processare cariche che andrebbero a smaltimento, con aggravio dei costi per la comunità e impatto sull’ambiente, valorizzandole a biocarburante, nel rispetto dei requisiti dell’economia circolare. 

Bella ma fragile. WeWork, la società che gestisce spazi di coworking, in pochi giorni ha rimandato l’Ipo e perso il suo ceo. Adam Neumann, fondatore della società, si è dimesso. Troppe le pressioni dopo lo slittamento della quotazione. Troppo fredda l’accoglienza degli investitori, nonostante un prezzo scontato rispetto alla valutazione in sede privata.

WeWork, prima persona singolare

Adam Neumann resterà presidente non esecutivo, mentre la poltrona di ceo è stata ceduta in coabitazione ad Artie Minson, ex direttore finanziario, e Sebastian Gunningham, ex vice-presidente del cda. Il motivo dell’addio è tutto in una frase del fondatore: “Nonostante il business non sia mai stato così forte, nelle ultime settimane l’attenzione nei miei confronti è diventata una distrazione significativa”. Mi tiro indietro per cercare di salvare la quotazione. L’organizzazione societaria è stata infatti uno dei punti che più hanno sollevato perplessità.

I documenti inviati alla Sec lo scorso agosto in vista dell’Ipo, affermavano che il ruolo di Neumann è “determinante”, che “i futuri successi dipendo in larga parte” da lui. E che, anche per questo, “controllerà la maggioranza dei diritti di voto”. Insomma: “We” Work, ma “io” decido. L’approccio dell’uomo solo al comando non è detto che sia un male per le casse di una compagnia (vedi Mark Zuckerberg). Ma negli ultimi tempi, è stato valutato dagli investitori come un fattore di rischio (vedi le fibrillazioni causate dall’instabilità di Elon Musk). Non basta questo per rimandare un’Ipo, ma è stato un di sicuro un fattore. Defilandosi, con tutta probabilità spinto dalle pressioni dei grandi azionisti come SoftBank, Neumann crea un’intercapedine tra il controllo (che al momento resta saldo) e la guida della compagnia (che abbandona). Una mossa per rendere WeWork più appetibile, l’unica possibile nell’immediato. Per riparare le altre crepe, non bastano poche ore e un cambio di ruolo.

Da zero alla conquista di Manhattan

WeWork ristruttura edifici, li trasforma in uffici privati o da condividere e li affitta. Un coworking dotato di grande appeal, grazie a sedi di design piazzate in zone prestigiose. Per capire con quanta velocità si sia allargato WeWork, ancor più dei bilanci basta questo dato: nel 2010 non esisteva, nel settembre 2018 è diventata l’entità privata che occupa più spazio a Manhattan. Fino ad allora era stata JP Morgan. Tutto era partito da un edificio di un solo piano in Grand Street, nel quartiere di Soho. Oggi, tra già aperte o in arrivo, la rete di WeWork conta 834 sedi in 126 città. Stanno arrivando anche in Italia, a Milano: cinque edifici in centro. Il primo in via Turati, a dicembre. Prezzi: per un ufficio privato, pensato per le compagnie, serve qualche migliaio di euro al mese. Per piccole società e liberi professionisti una scrivania costa quanto una stanza in affitto: 550 euro euro per un posto fisso, 400 per uno mobile.

La picchiata dopo i 47 miliardi

L’espansione ha fatto lievitare la valutazione della compagnia. WeWork ha raccolto oltre 12 miliardi di dollari, da – tra gli altri – SoftBank, Benchmark, T. Rowe Price, Fidelity e Goldman Sachs. Nell’ultimo investimento dello scorso gennaio ha raggiunto una valutazione superiore ai 47 miliardi. Come già successo con Uber e Lyft, altri due unicorni arrivati a Wall Street nel 2019, il percorso verso la borsa è stato complicato. WeWork, infatti, avrebbe ridimensionato (di molto) le aspettative, ambendo a una valutazione in sede di Ipo meno che dimezzata, tra i 15 e i 20 miliardi. Non è bastato, tanto che adesso il prezzo sarebbe ancora più basso. Le perplessità sono molte: un fondatore che mantiene grande controllo; un cassa che brucia dollari a grande velocità; il fatturato cresce, ma la perdita netta continua a sprofondare, senza che il modello scelto dal coworking offra garanzie per il futuro.

I conti di WeWork

Come sempre accade, un quadro finanziario più chiaro emerge solo quando le società inviano alla Sec i documenti richiesti prima della possibile Ipo. WeWork (o meglio The We Company, la società che la controlla) lo ha fatto ad agosto, rivelando uno scenario dove prevale un colore: il rosso. Nel 2018, il business dei coworking ha perso 1,6 miliardi di dollari, quasi il doppio dell’anno prima. Nei primi sei mesi del 2019, il passivo sfiora i 690 milioni, ma le perdite operative (un indice che suggerisce quanto sia sostenibile l’azienda) è stata di 1,37 miliardi di dollari. Colpa delle spese, lievitate a 2,9 miliardi, il doppio del primo semestre 2018. Non basta aver raddoppiato anche il fatturato, arrivato tra gennaio e giugno a 1,53 miliardi.

Spese lunghe, affitti brevi

Alle giovani società è concesso un passivo, anche pesante, a patto che mostrino capacità di sopportarlo e prospettive di crescita. Il fatturato dimostra che WeWork sa crescere e attrarre clienti: a giugno, i posti disponibili nei suoi coworking erano arrivati a 604.000, il doppio rispetto a un anno prima. E 527.000 erano già occupati. Preoccupano però altri numeri. La società ha 2,5 miliardi pronti all’uso, ma brucia tantissima cassa (2,36 miliardi tra gennaio e giugno) e ha quindi bisogno di continue iniezioni di denaro. Il dubbio è che questo sistema non sia sorretto da fondamenta equilibrate. Da un lato, infatti, ci sono spese importanti (come quelle per affitti e ristrutturazioni degli edifici) e prestiti da ripagare spalmati negli anni. Dall’altra, gli incassi arrivano dal noleggio di uffici e scrivanie che vengono decisi mese dopo mese o (nel caso delle aziende) qualcosa di più. Spese certe di lungo periodo (WeWork ha già sulla groppa 22 miliardi di debiti) si confrontano quindi con incassi incerti nel breve. È vero che il settore del coworking promette di crescere anche nei prossimi anni e che WeWork è leader del mercato, ma qualche contratto in meno potrebbe pesare su una società che non può permettersi di rallentare.

Tra prestiti e SoftBank

The We Company ha fatto sapere in una nota che “valuta con estremo favore l’imminente Ipo” e ritiene che “sarà completata entro la fine dell’anno”. Nel comunicato in cui ringraziano Neumann per i lavoro svolto, i nuovi co-ceo Minson e Gunningham affermano che valuteranno “la tempistica ottimale di un’Ipo”. WeWork avrebbe quindi solo preso tempo, ma nessun passo indietro. Ci sarebbero almeno 6 miliardi di buoni motivi che spingono verso la borsa, tanti quanti i dollari che la società potrebbe veder sfumare se la tirasse troppo per le lunghe. La compagnia avrebbe sottoscritto un accordo per un maxi-prestito con un gruppo di banche.

A condizione però che si quoti entro la fine del 2019. Certo, non sono soldi che dovrebbe restituire, ma se l’Ipo slittasse al 2020, WeWork dovrebbe trovare altrove 6 miliardi di dollari. E vista la velocità con cui brucia cassa, ne avrebbe molto bisogno. In direzione contraria, però, va un grande azionista: SoftBank e il suo Vision Fund. I giapponesi sono gli investitori che, a gennaio, hanno fatto schizzare la valutazione a 47 miliardi. Hanno quindi pagato salatissima una quota di WeWork. Approdare in borsa con una valutazione molto più bassa costringerebbe SoftBank a registrare una perdita secca. Ecco perché la società non avrebbe fretta. Meglio rimandare, in attesa di uno scenario più favorevole, senza Neumann. Tra i soggetti che avrebbero voluto alleggerire il peso dell’ex ceo, SoftBank è infatti il principale indiziato. Anche perché c’è un precedente. Quando la società nipponica entrò in Uber pretese la testa del fondatore Travis Kalanick.

Domino in Giappone (e a Wall Street?)

Uber e WeWork sono, al momento, due grane per SoftBank. La prima, dopo essere stata conquistata a colpi di miliardi, non brilla in borsa. La seconda a Wall Street non ci è neppure arrivata. Due problemi che potrebbero generare un piccolo domino nel piano d’investimenti nipponico. Dopo il primo fondo Vision, con una dotazione da 100 miliardi di dollari, SoftBank sta perfezionando il secondo, un gemello. I due principali contributori dovrebbero essere il fondo sovrano saudita e quello di Abu Dhabi, che in Vision I hanno messo 45 e 15 miliardi.

Secondo Bloomberg, però, starebbero riconsiderando la propria posizione. Non un disimpegno, ma un alleggerimento, a quanto pare indotto dai dubbi sollevati dagli investimenti in WeWork e Uber. Se i due fondi sovrani si tirassero indietro, non sarebbe un bel segnale. E non solo per qualche miliardo perso (da cercare altrove), quanto perché i potenziali investitori potrebbe iniziare a nutrire qualche dubbio su una scommessa da 100 miliardi. Soprattuto se, dopo Lyft, Uber e WeWork, passasse la moda di presentarsi a Wall Street in (profondo) rosso.    

La proposta di Giuseppe Conte di incoraggiare i pagamenti con le carte per limitare l’uso del contante è destinata a dare il via a una lunga discussione e a suscitare gli strali dell’opposizione, con il leader leghista, Matteo Salvini, che in passato ha chiesto più volte l’abolizione dei limiti già esistenti. Gli obiettivi dichiarati della “guerra al cash”, come la lotta all’evasione fiscale, sono sulla carta nobili. Sull’efficacia di eventuali restrizioni il dibattito è però molto aperto.

L’unica cosa certa è che l’opinione pubblica non vede affatto con favore questo genere di limitazioni, e non solo in Italia. Una ricerca condotta nel 2017 dalla Commissione europea mostrò che il 94,94% dei cittadini comunitari era contrario all’introduzione di restrizioni sui pagamenti in contanti. Obiettivo della consultazione era capire se ci fosse spazio per misure di questo tenore nel quadro di un rafforzamento della direttiva antiriciclaggio, che già imponeva agli operatori di segnalare tutti i pagamenti cash superiori ai 10 mila euro. Il messaggio giunto dallo studio è apparso molto chiaro.

Non solo. I tetti posti dai governi nazionali ai pagamenti in contanti non hanno sempre ottenuto l’effetto previsto. Secondo i dati della Bce, l’Italia e la Spagna, dove vigono limiti fissati rispettivamente a 3 mila e 2.500 euro, i pagamenti in contanti risultano superiori, sia come numero di transazioni che come valore, a quelli – già molto consistenti – registrati in Germania, tra le undici nazioni europee dove non c’è alcun limite all’utilizzo del cash (le altri dieci sono Austria, Cipro, Estonia, Finlandia, Gran Bretagna, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Malta e Svezia).

Uno studio pubblicato ad aprile dalla European House Ambrosetti mostra, inoltre, che non c’è una relazione necessaria tra limiti al contante e utilizzo dei pagamenti elettronici. Tra le economie che viaggiano più velocemente verso una “cashless society” figurano infatti Paesi dove i limiti all’uso del contante sono inesistenti, come la Gran Bretagna, la Finlandia e la Svezia, forse la nazione più vicina all’eliminazione del contante, che ormai riguarda meno dell’1% delle transazioni.

Una tendenza univoca, ad ogni modo, non c’è: in Belgio, dove c’è un tetto di 3 mila euro come in Italia, i pagamenti elettronici sono molto diffusi, così come in Francia, dove nel 2015 il limite era stato portato a mille euro. Entrambi i Paesi, secondo lo studio di Ambrosetti, figurano tra quelli dove l’utilizzo del contante è sempre meno diffuso, pur risultando indietro rispetto a Svezia e Gran Bretagna. Non solo, ancora dai dati Bce emerge che i contanti vengono utilizzati soprattutto per le transazioni di importo limitato. Se per la lotta al riciclaggio porre limiti di poche migliaia di euro ha un senso, la questione è ben diversa se il problema è evitare che l’idraulico venga pagato in nero. 

Trarre conclusioni non è quindi semplice. Porre limiti all’utilizzo di contante può in certi casi incoraggiare il ricorso ai pagamenti elettronici ma non appare né l’unico fattore da considerare, né quello più determinante. Ancora la ricerca di Ambrosetti elenca una numerosa serie di variabili in campo, relative in larga parte alla tecnologia: il contante viene accantonato dove ci sono una pubblica amministrazione pienamente digitalizzata e una banda larga ben diffusa. Efficaci anche le agevolazioni fiscali: in Polonia, dove l’installazione dei Pos è gratuita e non si pagano commissioni per un anno, dal 2014 al 2018 le transazioni elettroniche sono più che raddoppiate. 

Ci sono poi i fattori culturali. La propensione all’utilizzo del contante appare spesso legata a una maggiore gelosia della propria privacy, laddove la tracciabilità dei pagamenti elettronici viene vista come una possibile intromissione dello Stato o della banca nella propria sfera personale. Quando alcuni anni fa Wolfgang Schauble, l’ex ministro delle Finanze tedesco, suggerì di porre un limite di 5 mila euro alle operazioni in contanti, la proposta fu accolta con un’autentica sollevazione. E, quando sono in gioco le abitudini consolidate di una comunità, un governo può sperare di incidere solo al prezzo di misure molto impopolari. 

Il gigante delle tecnologie per le telecomunicazioni statunitense, Qualcomm, ha ripreso le forniture di propri prodotti a Huawei, inserita dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti nella entity list che vieta alle aziende Usa di fare affari con il gigante delle telecomunicazioni di Shenzhen su timori di sicurezza nazionale. Lo scrive il magazine economico-finanziario cinese Caixin, che cita un’intervista avuta con il Ceo di Qualcomm, Steve Mellenkopf, nel quartier generale del colosso dei semi-conduttori Usa.

Mellenkopf non ha però specificato quale tipo di prodotti il gruppo abbia ripreso a vendere a Huawei. Qualcomm, ha aggiunto il Ceo, sta anche lavorando a soluzioni che permettano al colosso dei semi-conduttori Usa di continuare le vendite in futuro.

La decisione di Qualcomm segue di oltre due mesi l’allentamento al controllo delle esportazioni verso Huawei deciso dal Dipartimento del Commercio di Washington. A luglio scorso gli Usa hanno annunciato l’emissione di licenze speciali per i gruppi che vogliono continuare ad avere legami commerciali con Huawei, anche se i permessi possono riguardare solo componenti ampiamente disponibili sul mercato e che non pongano problemi relativi alla sicurezza nazionale statunitense, come indicato dallo stesso presidente Usa, Donald Trump, dopo l’incontro con il presidente cinese, Xi Jinping,  margine del vertice del G20 di Osaka, in Giappone.

Huawei aveva comunque manifestato insoddisfazione rispetto all’allentamento al controllo sulle esportazioni Usa, chiedendo l’eliminazione completa del bando di vendita.
 

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